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Piana di Gioia Tauro, questa non è una terra immobile - www.terrelibere.org
   23 dicembre 2009 - Memorie di un territorio offeso - L`antimafia calabrese
Piana di Gioia Tauro, questa non è una terra immobile
terrelibere.org terrediconfine - autore dell"articolo Giuseppe Lavorato       Statistiche di lettura - terrelibere.org Questo articolo è stato letto 1919 volte
‘La mafia è in ginocchio’, dice il ministro della Giustizia. Intanto nella Piana di Gioia Tauro ed in tutta la Calabria si è perso il conto dei morti per lupara bianca e nei tanti agguati. Spesso giovani uccisi da altri giovani. Morti di cui si perde subito ogni memoria. Nella disperazione di questi anni, è utile ricordare anche la storia positiva, quella fatta di lotte democratiche, sociali, civili che partono dagli anni `70 ed arrivano alla rivolta degli africani di Rosarno

Nei giorni scorsi, mentre leggevo sul giornale le cronache degli incessanti omicidi compiuti nella Piana di Rosano-Gioia Tauro, mi giungeva dalla tv la voce del ministro Angelino Alfano che si vantava della cattura di pericolosi latitanti, come se il merito fosse suo e del governo e non dell’altissima professionalità raggiunta dalla magistratura e dalle forze dell’ordine, nonostante i governanti offendano costantemente l’una e lascino senza mezzi e risorse le altre.

‘La mafia è in ginocchio’, dice il ministro ed intanto nella Piana e nella Calabria si è perso il conto dei morti per lupara bianca e degli uccisi in agguati compiuti anche per vendette trasversali tendenti a riaffermare la potenza e l’imperio delle varie cosche mafiose sul territorio. Spesso giovani uccisi da altri giovani. Strumenti di consorterie criminali che li utilizzano per spadroneggiare, arricchirsi e poi, se diventano ingombranti o pericolosi per quanto potrebbero rivelare, li ammazzano.

Insegnando per molti anni nelle scuole elementari, ho conosciuto tanti di quei ragazzi. Non erano diversi dai loro coetanei: chi più chi meno intelligente, chi più chi meno vivace. Nessuno di loro aveva nel Dna la vocazione al crimine. Anzi, quando parlavo con loro dei pericoli presenti nell’ambiente sociale e della certezza che chi imbocca la strada sbagliata, finisce o morto ammazzato oppure nella patrie galere, mi accorgevo dell’interesse con cui ascoltavano. Soprattutto quando aggiungevo che anche chi perviene ai gradi più alti del potere mafioso e diventa il boss più potente, condanna se stesso ed i suoi familiari ad una vita ugualmente infelice. Perché costretto a vivere braccato dalle cosche nemiche ed inseguito dalle forze dell’ordine.

Spinti a riflettere sulle tragedie che distruggono vite umane e convivenza civile, loro, quei ragazzi, non solo ascoltavano, ma si coglieva nei loro occhi un consenso nascosto, maturato per vicende dolorosamente vissute. Poi, però, fuori dalla scuola, quegli stessi ragazzi vengono riassorbiti dalle trame delle loro famiglie e da un ambiente saturo di violenza, prepotenza, illegalità. Senza concrete prospettive di lavoro e crescita sociale e con davanti agli occhi esempi di facili illeciti arricchimenti. Fossero nati in altre realtà sociali, diverso sarebbe stato il loro destino. Ho conosciuto alcuni nonni di ragazzi incappati in tragedie dolorose. Vecchi compagni, da molto tempo deceduti: Nicodemo Macrì, Pasquale e Gregorio Malvaso. Artigiano geniale tuttofare il primo, contadini intelligenti ed operosi i secondi. Appassionati e combattivi militanti comunisti. Appartengono ai ricordi del mio impegno giovanile e della mia formazione politica.

Appartengono, soprattutto, con tanti altri braccianti e contadini poveri, alla storia di Rosarno, della Calabria e di questo sempre più afflitto nostro Mezzogiorno. Furono anch’essi tra i protagonisti di quel grande movimento di popolo che condusse la lotta per la terra (ed a Rosarno conquistò ai diseredati mille ettari di bosco selvaggio, trasformato con lavoro e sacrifici in giardini fertilissimi), per il salario, per i diritti, che tenne in piedi in Italia la lotta democratica e sociale in anni in cui la classe operaia del Nord scontava i postumi e la crisi di una grave sconfitta. Fu l’ultimo forte vento di lotta meridionalista, cui parteciparono ed attinsero ispirazione artistica tanti illustri intellettuali italiani. Purtroppo quella lotta ed il progetto sociale e democratico che la animava non trovarono l’opportuno sbocco politico.

Vinse la politica della spesa pubblica incontrollata, anzi controllata da ascari politici e maneggioni che, invece di indirizzarla verso gli interventi necessari allo sviluppo economico e sociale ed alla crescita civile e democratica, la indirizzarono verso il clientelismo, l’affarismo, disseminando il Mezzogiorno di scheletri di opere pubbliche incompiute e di impianti industriali mai attivati. Migliaia di miliardi sperperati, rapinati. Fu questa politica che infranse il sogno per cui lottò una moltitudine di donne ed uomini umili che voleva cambiare le sorti del Mezzogiorno e rendere il Paese veramente unito, civile e democratico. Ed aprì spazi sempre più larghi alla crescita delle mafie, fino a farle diventare potenze economiche, militari, soggetti politici e modelli comportamentali le cui tossine hanno largamente infettato il sangue che circola nel corpo sociale delle nostre comunità.

Per disinfettarlo, il generoso impegno dei magistrati e delle forze dell’ordine deve essere accompagnato da un vasto movimento di riscatto morale e sociale che abbia al centro i diritti primari e fondamentali per tutti, nativi ed immigrati: lavoro dignitoso ed onestamente retribuito, scuola ed accesso ai saperi, sanità, acqua, cibo, casa. Un movimento democratico nel quale tutte le istituzioni territoriali (scuola, chiesa, organizzazioni sindacali, associazioni di volontariato, circoli culturali, etc.) e cittadini facciano la loro parte e per il quale sappiano compiere il loro dovere di essere concreti esempi, punti di riferimento e soggetti trainanti le assemblee elettive locali: il Comune, la Provincia, la Regione. La Piana di Rosarno-Gioia Tauro è stata spesso percorsa da movimenti di questa natura. Non basta un articolo a ricordarli tutti.

Accenno solo ad alcuni. Quello che, negli anni ’70, allontanava dai podi delle manifestazioni antimafia i politici omertosi o colludenti con le ‘ndrine; quello che, negli anni `80, si mobilitò e vinse la battaglia contro la centrale a carbone, che governo del tempo e mafia volevano imporre al territorio; quello che alla fine degli anni ‘90 portò tre comuni (per primi in Italia) a costituirsi parte civile contro le cosche e contribuire alla loro condanna in sede penale e civile; e, l’anno scorso, l’insurrezione antimafiosa dei giovani migranti che popolano le nostre contrade e giustamente rivendicano il rispetto ed i diritti dovuti alla persona umana qualunque sia la nazionalità ed il colore della pelle.

La Piana è un territorio offeso, violentato e deturpato da numerose e potenti cosche mafiose. I mezzi d’informazione compiono il loro dovere quando affondano l’attenzione nelle sue piaghe purulente. Per risanarle e debellarle è necessaria la denuncia, ma è utile ricordare anche la storia positiva, quella fatta di lotte democratiche, sociali, civili. Affinché in essa possano attingere coraggio e trarre vigore le nuove generazioni, quelle cui è affidato il presente ed il futuro della propria terra, per affrontare i problemi gravi del nostro tempo, incominciando dai più stringenti: la liberazione del territorio dalla prepotenza mafiosa e l’accoglienza e l’integrazione con gli immigrati.

A tal proposito, ritengo opportuno ribadire alla Commissione Straordinaria che governa Rosarno la proposta di riportare in vita il ‘Premio G. Valarioti’ ed attribuirlo ai giovani migranti protagonisti della coraggiosa rivolta civile dell’anno scorso e la ‘Giornata della fratellanza umana universale’. Manifestazioni che, assieme a tanti altri concreti provvedimenti, hanno posto Rosarno per tanti anni all’attenzione dell’opinione pubblica nazionale tra i paesi trainanti nella lotta contro le mafie e nelle politiche di accoglienza ed unità tra popoli di diversa storia e cultura.

tag Tag: rosarno calabria ndrangheta
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