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Fava, Alfano, Parmaliana: vite spese per la verità - terrelibere.org
   19 febbraio 2010 - Il dovere della memoria
Fava, Alfano, Parmaliana: vite spese per la verità
terrelibere.org terrediconfine - autore dell"articolo Anna Foti      www.strill.it Statistiche di lettura - terrelibere.org Questo articolo è stato letto 787 volte
Ci sono luoghi in cui essere cittadini onesti significa sacrificare tutto e chi possiede una penna per esercitare la propria onestà, forse rischia di più. La Sicilia è tra questi luoghi meravigliosi e al contempo maledetti. Sono stati troppi i suoi intellettuali fermati dalla ferocia di Cosa Nostra e dall’indifferenza delle istituzioni.

Il 5 gennaio 1984 a Catania cinque proiettili calibro 7.65 raggiungono fatalmente la nuca dello scrittore giornalista Giuseppe Fava, considerato il primo intellettuale ucciso da Cosa Nostra. La mattanza prosegue poi l’8 gennaio 1993 con l’assassinio di Beppe Alfano, raggiunto da tre proiettili calibro 22, fino ai giorni nostri. Fino a quel 2 ottobre 2008 quando il professore di chimica industriale, Adolfo Parmaliana, rinviato a giudizio per diffamazione per aver denunciato a Terme Vigliatore, a pochissimi chilometri da Barcellona Pozzo di Gotto, il malaffare e gli intrecci politico mafiosi del barcellonese – messinese, si tolse la vita gettandosi nel vuoto. Uno dei massimi esperti di energia rinnovabile, unì all’impegno accademico, quello politico e quello civile. Prima del suo ultimo fatale gesto, autodeterminato e non sanguinosamente imposto da Cosa Nostra, scrisse una lunga lettera. Un testamento di indipendenza e di coraggio. La vicenda è raccontata da Alfio Caruso nel suo libro “Io che da morto vi parlo. Passioni, delusioni, suicidio del professore Adolfo Parmaliana”, edito da Longanesi.

“La mia ultima lettera”

"La Magistratura barcellonese/messinese vorrebbe mettermi alla gogna vorrebbe umiliarmi, delegittimarmi, mi sta dando la caccia perché ho osato fare il mio dovere di cittadino denunciando il malaffare, la mafia, le connivenze, le coperture e le complicità di rappresentanti dello Stato corrotti e deviati. Non posso consentire a questi soggetti di offendere la mia dignità di uomo, di padre, di marito di servitore dello Stato e docente universitario.

Non posso consentire a questi soggetti di farsi gioco di me e di sporcare la mia immagine, non posso consentire che il mio nome appaia sul giornale alla stessa stregua di quello di un delinquente. Hanno deciso di schiacciarmi, di annientarmi. Non glielo consentirò, rivendico con forza la mia storia, il mio coraggio e la mia indipendenza. Sono un uomo libero che in maniera determinata si sottare al massacro ed agli agguati che il sistema sopraindicato vorrebbe tendergli. Chiedete all`avv.to Mariella Cicero le ragioni del mio gesto, il dramma che ho vissuto nelle ultime settimane, chiedetelo al senatore Beppe Lumia chiedetelo al Maggiore Cristaldi, chiedetelo all`avv.to Fabio Repici, chiedetelo a mio fratello Biagio.

Loro hanno tutti gli elementi e tutti i documenti necessari per farvi conoscere questa storia: la genesi, le cause, gli accadimenti e le ritorsioni che sto subendo. Mi hanno tolto la serenità, la pace, la tranquillità, la forza fisica e mentale. Mi hanno tolto la gioia di vivere. Non riesco a pensare ad altro. Chiedo perdono a tutti per un gesto che non avrei pensato mai di dover compiere. Ai miei amati figli Gilda e Basilio, Gilduzza e Basy, luce ed orgoglio della mia vita, raccomando di essere uniti, forti, di non lasciarsi travolgere dai fatti negativi di non sconfortarsi, di studiare, di qualificarsi, di non arrendersi mai, di non essere troppo idealisti, di perdonarmi e di capire il mio stato d`animo: Vi guiderò con il pensiero, con tanto amore, pregherò per voi, gioirò e soffrirò con voi. Alla mia amatissima compagna di vita, alla mia Cettina, donna forte, coraggiosa, dolce, bella e comprensiva: ti chiedo di fare uno sforzo in più, di non piangere, di essere ancora più forte e di guidare i nostri figli ancora con più amore, di essere più buona e più tenace di quanto non lo sia stato io [...].

Quanti giovani studenti ho condotto alla laurea. Quanti bei ricordi. Ora un clan mi ha voluto togliere le cose più belle: la felicità, la gioia di vivere, la mia famiglia, la voglia di fare, la forza per guardare avanti. Mi sento un uomo finito, distrutto. Vi prego di ricordarmi con un sorriso, con una preghiera, con un gesto di affetto, con un fiore. Se a qualcuno ho fatto del male chiedo umilmente di volermi perdonare. Ho avuto tanto dalla vita. Poi, a 50 anni, ho perso la serenità per scelta di una magistratura che ha deciso di gambizzarmi moralmente. Questo sistema l`ho combattuto in tutte le sedi istituzionali. Ora sono esausto, non ho più energie per farlo e me ne vado in silenzio. Alcuni dovranno avere qualche rimorso, evidentemente il rimorso di aver ingannato un uomo che ha creduto ciecamente, sbagliando, nelle istituzioni. Un abbraccio forte, forte da un uomo che fino ad alcuni mesi addietro sorrideva alla vita".

Una storia che non è avulsa da altre storie come quella di Beppe Alfano che con la penna denunciò quello stesso malaffare di Barcellona Pozzo di Gotto e pagò con la vita la sua determinazione. Una coraggiosa lotta alla mafia. Nessuna verità definitiva. Una famiglia che difende la memoria. L’indifferenza, a volte degenerata anche in infamia, che batte sempre sul tempo la giustizia e punisce doppiamente le vittime ancora prima che i tribunali condannino i responsabili. La storia purtroppo si ripete. Sono trascorsi diciassette anni da quella sera dell’otto gennaio 1993, quando via Marconi di Barcellona Pozzo di Gotto, cittadina di quarantamila abitanti nella provincia di Messina, diventa teatro di morte. Quando nella sua Renault 9, il professore con la passione per il giornalismo, Beppe Alfano, corrispondente per il quotidiano catanese La Sicilia che neanche si costituirà parte civile nel processo, è freddato da tre colpi di pistola.

Quattro i processi celebrati tra le due sponde dello Stretto Reggio Calabria e Messina. Un mandante condannato a 30 anni di reclusione dalla Cassazione nel 1999, il boss Giuseppe Gullotti, che consegnò a Giovanni Brusca il telecomando per la strage di Capaci e uomo di fiducia dell’allora latitante Santapaola. Poi una pioggia di assoluzioni tra cui quella dell’altro presunto mandante Antonino Mostaccio, presidente dell’Associazione Assistenza ai Disabili (Aias) sul cui dubbio patrimonio, Alfano aveva scritto per denunciare. Condannato nel 2006 anche l’esecutore materiale Antonino Merlino, il cui processo è stato caratterizzato da un’altalena di condanne e assoluzioni.

Intanto le dichiarazioni del pentito Maurizio Avola, ex sicario di Cosa Nostra che confessò agli inquirenti oltre ottanta omicidi tra cui quello dello stesso direttore de "I Siciliani" Pippo Fava, gettano luce su altra zona d’ombra nell’ambito della quale la penna di Beppe Alfano aveva cercato di fare chiarezza. Accanto allo scandalo Aias, infatti le inchieste giornalistiche di Alfano avevano spaziato anche sul commercio di agrumi sul litorale tirrenico messinese in cui erano implicati interessi economici dei Santapaola e di alcuni imprenditori legati alla massoneria. Se dunque questa nuova pista sembrava escludere lo scandalo Aias, su cui si erano orientate le indagini dei pm messinesi Gianclaudio Mango e Olindo Canali, non la stessa indulgenza poteva riservarsi all’estraneità di Cosa Nostra dalla mente e dalla mano del delitto.

E’ proprio Avola a fornire ai sostituti procuratori catanesi Amedeo Bertone e Nicolò Marino il nome di un potente massone in affari con il clan Santapaola per un traffico di arance che frodava, prassi illegale consolidata nel Mezzogiorno, le sovvenzioni agroalimentari dell’Unione Europea. Adesso, tuttavia, nuove ombre tornano sulla vicenda in ragione della nota del procuratore Guido Lo Forte rivolta al presidente della Corte d`Assise d`Appello che sta celebrando il maxiprocesso "Mare Nostrum" contro la mafia tirrenica. "Presso questa Procura e` attualmente pendente nella fase delle indagini preliminari un procedimento penale a carico di ignoti", dichiara Lo Forte. Trattasi di un fascicolo aperto dal sostituto della Dda Rosa Raffa e scaturito da un "memoriale" del sostituto procuratore di Barcellona, Olindo Canali, che ha gestito anche la collaborazione del teste oculare Maurizio Bonaceto, il quale avanza dubbi sulla responsabilita` del boss della famiglia dei "barcellonesi", Giuseppe Gullotti, condannato a 30 anni ormai con sentenza definitiva insieme all`esecutore materiale Antonino Merlino.

Una vicenda complessa perché profondamente radicata al Sud dove dietro un’apparente stasi si celano in realtà attività di spessore criminale notevole. Attività che Alfano, arrivato anche a denunciare il commercio di uranio impoverito e traffici di armi, cercava di portare alla luce. Il tutto mentre si ostinava a sottolineare che la provincia messinese era solo impropriamente definita “babba” (libera dalla presenza mafiosa nel gergo di Cosa Nostra), poiché era invece zona franca per latitanti e traffici consolidatisi grazie a quell’artefatto silenzio. Proseguono le vicende giudiziarie nonostante i depistaggi, a volte anche infamanti che hanno macchiato la memoria di Beppe con le accuse di abusi sugli alunni e sulla figlia, Sonia, oggi in prima linea per la difesa della memoria del padre e l’affermazione di giustizia. Ma Beppe Alfano non è stato l’unico a dover pagare per la denuncia della verità nella terra di Sicilia. Anche la penna coraggiosa di Giuseppe Fava è stata fermata dal crimine di Cosa Nostra.

Ciò accadeva nove anni prima, nel 1984, a Catania. Pippo Fava aveva diretto il Giornale del Sud e fondato I Siciliani, secondo giornale antimafia dell’isola. Saggista e sceneggiatore, fece del teatro e del giornalismo le sue principali attività, trasponendo sulla scena molti dei suoi scritti e collaborando con numerose testate nazionali. Denunciò già nel 1981 il traffico di droga gestito nel capoluogo etneo da Cosa Nostra perché sapeva che oppio fosse la mafia nella sua terra e perchè non avrebbe potuto essere complice di un’indifferenza che uccideva libertà e giustizia, come scrisse nel suo famoso editoriale “Lo spirito di un giornale” sul Giornale del Sud. La verità sul suo omicidio condanna nel 1998 il boss Nitto Santapaola, Aldo Ercolano, ritenuti i mandanti del delitto, Maurizio Avola, esecutore materiale e pentito chiave nel processo per il delitto Alfano. L’ultimo processo chiude i battenti nel 2003, dopo l’assoluzione nel 2001 di Marcello D’Agata e Franco Giammuso, condannati in primo grado all’ergastolo.

A legare i destini di Pippo Fava e Beppe Alfano, l’integrità della coscienza prima che la brutalità di Cosa Nostra. Pur avendo, quest’ultima, insanguinato la terra di Sicilia e la storia dell’Italia onesta e coraggiosa, ad essa non può e non deve essere consentito di vincere sulla forza della memoria e sulla volontà di riscatto. "Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza della criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali, tiene continuamente allerta le forze dell`ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo “ - Pippo Fava. “Lo spirito di un giornale” 11 ottobre 1981. Teniamo a mente. Giornalisti e non.

tag Tag: memoria antimafia sicilia
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