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E’ venuto in Italia dal Togo per chiedere protezione umanitaria. Ayiva Saibou ha invece ricevuto un pallino di piombo che dovrà tenere nella pancia per tutta la vita. Nessuno gli ha chiesto scusa, anzi. Un po’ è anche colpa sua, avrebbe urinato nei pressi di un’abitazione, dicono quelli che “non sono razzisti”. “Ho due figli, non sono un bambino e alla fabbrica abbiamo i bagni chimici”, risponde indignato. “Ed anche se fosse, come si spiegano gli altri spari alla Rognetta?”. Diciamo che qui manca il senso delle proporzioni. Quelli che sparano sono balordi, gente “ai margini dell’illegalità”, ragazzotti che sognano di diventare boss guardando Scarface ed ascoltando i lugubri canti della ‘ndrangheta che celebrano omertà e vendette. Siamo nell’ospedale di Gioia Tauro.
“Erano in due, uno guidava e l’altro mi ha sparato con un fucile ad aria compressa. Erano su una jeep Volkswagen scura, sulla statale 18, giovedì 7 gennaio intorno all’una”, racconta. Una ragazzata, dicono in tanti. Il chirurgo di Gioia Tauro è anche cacciatore. Spiega nei dettagli i danni che può fare una cartuccia di piccoli pallini di piombo. La rosa dei proiettili si apre, se si spara da vicino può uccidere. E’ quello che è successo a Moussa, uno dei feriti nei giorni della caccia all’uomo. Viene dalla Guinea Conakry e mi mostra la sua gamba fasciata ed insanguinata, ferita da decine di pallini da caccia che dovranno essere estratti ad uno ad uno.
Minimizzare, dare la colpa alle vittime. Un meccanismo scientifico: non c’è morto ammazzato che non se la sia andata a cercare. “Qui comandiamo noi”, si legge nei gruppi su Facebook. Seguendo un paio di link si arriva alla canzone dedicata “all’amici carcerati”. La colpa è della politica, dei neri, dei media. “Hanno mandato in onda quello che è servito per infangare ancora di più la reputazione del paese”. Vittimismo e violenza. “Se qualcuno avesse toccato la mia famiglia l’avrei scannato”.
Noi saremo ricordati
Ayiva mostra i pantaloni. Ne indossava due paia per il freddo. I primi hanno i fori dei proiettili, i secondi sono macchiati di sangue. In corsia ci sono altri cinque africani. Uno schieramento imponente di carabinieri e polizia ha protetto i migranti dagli italiani. Volanti, pullman e blindati per un territorio in guerra. L’esatto contrario della logica del decreto sicurezza: sono gli stranieri ad aver bisogno di protezione. Arrivano in continuazione notizie terrificanti: un casolare bruciato, una nuova aggressione. Una gazzella dei carabinieri parte a sirene spiegate.
“Avoid shooting blacks. We will be remembered”, hanno scritto sui muri dell’ex Opera Sila, la fabbrica diroccata che avrebbe dovuto raffinare olio calabrese e che è stata la loro casa per qualche settimana. Alle stazioni di Rosarno e di Gioia arrivano senza sosta camionette e pulmini della polizia. Ci sono anche volti distesi, persino qualche sorriso. I poliziotti, chiaramente, sono molto più contenti di stare in mezzo agli africani che ai facinorosi locali. Un diciottenne di origine burkinabé, faccia pulita ed accento milanese, ci dice di essere qui per trovare degli amici. Ha un giubbotto imbottito ed un trolley. Decisamente ha scelto il momento sbagliato, ma rappresenta un fotogramma di normalità in quella che troppo spesso è descritto come un girone di disperazione e schiavitù senza sfumature. Un ragazzo che va a trovare gli amici. Razzismo, mafia e leggi assurde lo ricacciano via. Le partenze, adesso, ricordano i documentari da “Istituto Luce”. E’ pulizia etnica, tutti in fila al binario in attesa dei treni per Napoli (la stragrande maggioranza), Torino e Milano. Duemila persone portate via in 48 ore. Allo stesso tempo, un salvataggio di massa ed una operazione di pulizia etnica.
Non si toccano le donne
Hanno continuato a ripeterlo ossessivamente. Ai giornalisti, nei bar, nelle strade, su Facebook. La bugia della donna che ha abortito per colpa degli africani è stata la miccia che ha acceso animi solitamente miti, giustificato la violenza selvaggia, isolato i migranti. Una menzogna enorme, che abbiamo verificato con scrupolo: visita all’ospedale di Gioia Tauro, telefonate a Villa Elisa di Cinquefrondi ed al nosocomio di Polistena. Nessuna traccia. Non ne sanno niente i carabinieri di Gioia e quelli di Reggio. Tutti i funzionari di polizia interpellati sono all’oscuro. Come può una diceria diventare certezza incrollabile? Basta ripetere qualunque cosa, da queste parti, e diventa verità. Alla fine nelle corsie ci sono solo africani, gli italiani se la sono cavata con qualche medicazione. Il bilancio dei danni ai rosarnesi è di un graffio all’arcata sopracciliare di una donna. Hanno avuto danni ingenti alle automobili ed alle insegne, ma non tali da giustificare un pogrom.
Aspettiamo una ribellione di intensità uguale alla prossima bomba che farà saltare una saracinesca ed alla prossima sventagliata di pallini di piombo contro una vetrina. Un negozio di ferramenta a pochi passi dalla stazione è da anni decorato a pallettoni. E’ una delle prime cose che vedono i viaggiatori appena scesi dal treno. Adesso è chiuso. “Fa sempre così”, mi dicono. “Apre e chiude”. “Le nostre donne e i nostri bambini sono negli ospedali”, si leggeva su Internet. Non si toccano le donne. Mentalità mafiosa allo stato puro e mancanza di memoria. Era una donna Cornelia Doana, 17 anni, romena. E’ stata uccisa la notte di capodanno del 2007, con una calibro 7,65, per un motivo d’altri tempi: aveva osato lasciare un uomo violento ed inaffidabile. Non si toccano i bambini. E cos’era Francesco Amato, 15 anni, rom di Rosarno? E’ stato ucciso lo scorso settembre, di fronte al cancello dell’acquedotto di Scilla con due colpi alla nuca. E gli anziani? Palmiro Macrì, 62 anni, ucciso nel luglio 2008 da diverse sventagliate di kalashnikov, per punire il figlio. Biagio Vecchio, 67 anni, meccanico, ammazzato per una vendetta nei confronti del nipote.
La rosa dei pallini di piombo
Dietro l’Hotel Vittoria di Rosarno, pochi metri dalla stazione ferroviaria, sono concentrati i mezzi blindati dei carabinieri ed i giornalisti delle testate nazionali. Arriva il comitato promotore della manifestazione dei cittadini “abbandonati dallo Stato e criminalizzati dai mass media”. Oggi lezione di giornalismo. “Bisogna dire la verità. Non siamo razzisti”, ripetono ossessivamente. E pretendono che lo facciano pure gli altri. Si piazzano dietro la giornalista di Rai News 24, mostrano un cartello sui cui c’è scritto “non siamo burattini della mafia”. A proposito, cosa pensate della ‘ndrangheta? “C’è anche qui, come in tutte le città”. Poi arriva la manifestazione del giorno dopo, duemila persone secondo la Questura.
Cinque africani messi lì ad aprire il corteo dovrebbero essere testimonianza di integrazione, oltre che debolissimo contraltare dei duemila neri fuggiti in massa delle ore precedenti. Rai News 24, nelle retrovie del corteo, filma lo striscione del Liceo Scientifico su cui c’è scritto: “Speriamo di poter dire un giorno: c’era una volta la mafia”. Le ragazze sono costrette a riavvolgerlo. “Se a monte è stato deciso così, togliamolo”, dice una rassegnata insegnante. “Non vogliamo slogan politici e strumentalizzazioni”, si giustificano gli organizzatori. “Perché abbiamo tolto lo striscione?”, risponde una studentessa. “Gentilmente, i signori di Rosarno ci hanno detto che era un corteo silenzioso. Non dovevamo fare chiasso”.
I manifestanti rosarnesi vogliono correggere l’immagine e lasciare inalterata la realtà. Parlano di integrazione. “Stop discrimination of blacks”, si leggeva sui cartelli della rivolta africana. “Noi siamo persone come voi. Perché ci lasciate ammazzare?”. Adesso ci sono solo bianchi per le strade di Rosarno. Gli africani avevano fatto troppo chiasso.