Un testamento di vita lasciato da Natale De Grazia, capitano di fregata nella Marina Militare, morto nel 1995, ai figli Giovanni e Roberto e alla moglie Anna Vespia che oggi lo ricorda con l`amore di sempre. La signora Vespia ci accoglie nella sua casa, a Gallico Marina, periferia reggina, nel quattordicesimo anniversario della sua morte. Dicembre è proprio il mese dei ricordi in casa De Grazia. Arrivano improvvisi su ali di canzoni care al cuore, provenienti da lontano, da tempi trascorsi come fossero state donate allora per offrire oggi una voce di incoraggiamento e vicinanza. Ricordi indelebili che portano felicità, il compleanno da festeggiare sempre in famiglia, l`anniversario di un matrimonio gioioso e pieno di luce; ma anche ricordi strazianti che angosciano, ma non offuscano quella felicità, come la morte improvvisa e misteriosa che lo ha travolto mentre indagava sugli avvelenatori del mare calabrese.
Un destino che è stato scritto nel nome, Natale, di un uomo pieno di fede che nella vita avrebbe amato la propria famiglia e il proprio lavoro fino al punto da sacrificare tutto il resto. Di un uomo che dopo la morte avrebbe continuato a vivere e non certo in quelle targhe, di cui si perde il conto, e in quei riconoscimenti di cui spesso, quasi sempre, non si comprende ormai il senso.
Sulla sua morte non è stata mai fatta piena luce. Tutti immaginano che possa essere stato ucciso, ma nessuno cerca di scoprire la verità. E’ ritenuta sufficiente una perizia che parla di un malore dovuto a stress e forti tensioni accumulate. Poi quelle indagini sui traffici di rifiuti pericolosi in Calabria, che non sono andate avanti allora, come oggi. Era il 12 dicembre 1995. Erano le 19, quando Natale De Grazia, elemento di spicco del pool ecomafie della Procura di Reggio Calabria, collaboratore del procuratore Franco Neri, lasciava la sua casa per partire. Un viaggio strano, in macchina, con il maltempo, per arrivare fino a La Spezia e raccogliere elementi sul presunto spiaggiamento della Jolly Rosso ad Amantea.
Non sarebbe più tornato. Un malore improvviso e fatale lo avrebbe colto durante il viaggio. Erano le 19 come ieri, quando Anna Vespia vide per l’ultima volta suo marito. La stessa ora in cui ha raccontato quanto rimane nel cuore suo e dei suoi figli, Giovanni e Roberto, di un uomo, marito e padre speciale, e cosa rimane oggi fuori da quelle mura domestiche, che lo hanno visto preoccupato ma mai arrendevole, di un uomo che non si è mai risparmiato sul lavoro e che è morto adempiendo al proprio dovere.
Era il 13 dicembre 1995. Dopo cinque anni, nel 2000, quelle stesse indagini si sarebbero interrotte con un’archiviazione e nessun esito ci sarebbe stato. Lo stesso naufragio sembra coinvolgere anche oggi il filone dell’inchiesta “Navi dei Veleni”. Ma allora quali sono quei traffici clandestini di cui si legge nella nota di encomio che accompagna la consegna della Medaglia al Valore Civile ricevuta dalla signora De Grazia, alcuni anni fa, se nessun accertamento è stato mai completato e nessuna garanzia esiste che ciò verrà fatto?
Anna insegna a Taurianova e spera ormai in una sola cosa. Spera che i suoi figli, Giovanni e Roberto, rimasti non solo orfani di padre ma abbandonati da tutto ciò per cui il padre si e` speso incondizionatamente, possano riacquistare quella fiducia nelle istituzioni che hanno completamente perduto. “Il mio impegno è quotidiano. Anche quando sento di non avere personalmente più aspettative, perché se qualcosa doveva essere fatto, ciò sarebbe dovuto già avvenire, le cerco per loro affinché possano avere un futuro. Sono contenta delle iniziative intraprese dai giovani per ricordare il sacrificio di mio marito. Lui ha sempre profondamente amato il mare sentendolo come una creatura da salvaguardare. Ha sempre amato la Calabria per cui diceva, ostinatamente, di volere e di dovere fare qualcosa”. La sensazione amara di un sacrificio immeritato è forte e le parole a poco servono. Intanto in quella stanza ci sono tante foto e tracce del suo prezioso e ligio operato in Marina di 16 anni.
C’è anche l’encomio della magistratura per aver contribuito alle indagini su alcune discariche abusive in cinque comuni del reggino. Uno spirito al servizio della giustizia e della verità. “Mio marito era sincero, aveva il difetto dei buoni, diceva ciò che pensava con rispetto ma sempre e ovunque. Lavorava molto e questo poteva non piacere a chi di lavorare avrebbe fatto volentieri a meno. Sempre al fianco di chi potesse aver bisogno. Ha lasciato nei miei figli un’impronta autentica di chi fa il bene, invece di celebrarlo”. Anna Vespia sente il marito vicino ai suoi figli, attraverso l’esempio che lui ha lasciato loro. Poi c’è una foto. Lui è in divisa con una maestosa nave alle spalle e il mare che la culla. Un ufficiale orgoglioso che della divisa ha fatto una pelle. Un uomo coraggioso, e semplice al contempo, che del servizio alla verità ha nutrito la propria vita.