Notizia di cronaca del 6 luglio: il sindaco autorizza i cittadini a non pagare la bolletta dell’acqua. Troppi disservizi.
I pagamenti sono
semplicemente sospesi. L’acqua non arriva nelle case e come se
non bastasse gli impiegati sono cafoni con chi protesta. Di
conseguenza non saranno per il momento richieste le multe ai morosi.
Un premio ai furbi ? No, è che al momento il livello dei
servizi dell’Azienda dell’acqua è talmente basso
da non giustificare il pagamento di un corrispettivo. E poi c’è
la crisi idrica, che riguarda tutta la Sicilia.
Come risponde il direttore dell’Azienda acquedotto ? Solo l’uno per certo dei cittadini soffre dei disservizi.
Intanto non è vero. Ed anche se fosse vero, l’un per cento su un bacino d’utenza di 300.000 persone non è cosa da poco…
Leggendo le dichiarazioni dell'azienda acquedotto, è divertente capire il modello di ragionamento che contrasta con l' evidente realtà fatta di rubinetti a secco: si arriva all'1% considerando che la maggior parte dei messinesi hanno un serbatoio, che si “ricarica” nelle ore di erogazione del servizio. Facendo economia è possibile usufruire dell'acqua nell'arco della giornata. Chi non ha proprio acqua è solo chi abita nelle zone collinari, “in alto”, e non dispone di serbatoio...
Notizia di cronaca del 4 luglio: tra pochi giorni si aprirà il processo per turbativa d'asta nei confronti di sei imprenditori. Avrebbero “inquinato” l'appalto per la ristrutturazione del padiglione A del Policlinico.
Si tratterebbe dell'appalto per il quale sarebbero nati i contrasti tra il professor Giuseppe Longo, ritenuto vicino al boss della 'ndrangheta Morabito, ed il professor Matteo Bottari, assassinato la sera del 15 gennaio 1998 con un colpo di fucile caricato coi pallettoni che di solito si usano per cacciare il cinghiale in Aspromonte.
Da allora le indagini non hanno potuto dimostrare niente: né che Longo avesse ordinato l'agguato per gelosie e lotte di potere; né che l'oggetto del contendere fosse un reparto del Padiglione A; né altro con l'eccezione – appunto – che l'appalto in questione era irregolare. Ed anche questo, tra l'altro, non è una certezza assoluta.
Nel frattempo l'omicidio Bottari è stato letteralmente sepolto, insabbiato nella memoria della città. Non una lapide, né un mazzo di fiori, nel luogo dell'omicidio. Non una commemorazione per il 15 di gennaio.
Né tantomeno una riflessione seria sul ruolo dell'Università, non tanto su quello criminale – sarebbe chiedere troppo – ma almeno sul significato socio-economico e culturale di questa istituzione.
L’università
che sforna futuri disoccupati presuntuosetti ed ignorantissimi ed
incamera precari e parassiti alla caccia di una scrivania ed una
sedia dove trascorrere la vita sbadigliando.
Se questa è l’unica industria della città… Malata come un tessuto economico fatto di fallimenti veri e falsi, di passaggi di proprietà “lubrificati” dal sistema delle estorsioni e dell’usura, di disoccupati con gli occhi bassi e la rassegnazione permanente.
Di sottoccupati e precari dissolti negli incontri a braccetto con l’amico che conta, nelle promesse a mezza bocca, nella terrificante assenza di qualunque documento scritto – un accordo, un contratto, una busta paga - che certifichi (nel senso di: renda certo) un rapporto di lavoro, una promessa, una situazione sempre evanescente e temporanea.
Notizia di cronaca del 4 luglio: alle 12 e 15, in pieno giorno, un sicario seminascosto spara all’improvviso e ferisce al fianco un pregiudicato.
E’ accaduto nella piazzetta polverosa di un rione popolare ? All’incrocio assolato di una strada di periferia ? No. E’ accaduto in mezzo ai box del principale mercato della città. Le dodici e un quarto. Un mare di gente ad acquistare pesci freschi e pomodori. Tutti “target” possibili della traiettoria della pallottola. Un secondo dopo, tutti fuori, senza panico, con rassegnazione. Le saracinesche degli altri box che si abbassano per l’ovvia chiusura anticipata.
La vittima, che si chiama Bonaffini e cura il servizio di autotrasporto per conto di alcuni operatori dell’ortofrutta, viene portato con una pallottola conficcata nel fianco al vicino Policlinico, reparto chirurgia. Un doppio intervento per tirare fuori il proiettile, perché era andato a finire vicino alla colonna vertebrale.
Fine. Titoli di coda del western urbano. Domani di nuovo a fare la spesa, coi commenti di sempre. “Il prezzemolo è sempre più caro. Non sapevano che inventarsi ‘ccu sti euri. Oramai non si capisce più niente”.
Notizia di cronaca del 3 luglio: la procura della Repubblica affida ad un gruppo di periti l'analisi del progetto del “nuovo” stadio. I periti arrivano alla conclusione che il progetto presentava già in origine talmente tanti difetti da non potersi considerare neanche esecutivo.
Per considerarsi esecutivo mancavano infatti buona parte delle indagini geognostiche, una serie di studi che all'epoca furono richiesti a corredo del progetto, ma che non potevano esserci a meno di trovare qualcuno in grado di dimostrare che si può edificare uno stadio sull'argilla.
La vicenda dura da undici anni, a partire dalla progettazione dell’ingegnere Rodriquez, monopolista in quel periodo dei lavori del comune, uno che “non c’è pobblema”, tutto si risolve, salvo che il cantiere è lì da un decennio, ed i messinesi lo stadio non lo vedono ancora e invece guardano con rabbia alla dirimpettaia Reggio che può sfoggiare il suo stadio ristrutturato direttamente in serie A.
Quali i “difetti”
della progettazione ? Due essenzialmente, uno tecnico ed uno
ambientale. Quello ambientale è che la zona è a totale
controllo mafioso, il cuore della criminalità della zona sud.
Ipotesi uno: tutto era previsto e concordato fin dall’inizio
(protezione, subappalti, mazzette…).
Ipotesi due: è stata una scelta sbagliata, fatta con superficialità.
Ipotesi tre: alla mafia lo stadio, il cantiere, gli appalti non interessano.
Ognuno scelga l’ipotesi che ritiene più credibile.
Secondo errore tecnico. Lo stadio è stato costruito sulle sabbie mobili. In altre parole, il sito in cui sono state costruite le tribune ed il terreno è una collina argillosa. La costruzione di una delle tribune presuppone lo sbancamento di metà collina. La dispettosa combinazione tra la natura dell’argilla e la forza di gravità fa sì che mezza collina propenda pericolosamente verso la tribuna. Se piovesse tre giorni di fila, lo stadio sarebbe sepolto dal fango.
Errare è umano, dicono i responsabili. Ed ha errato il progettista, così come chi gli ha concesso di dare il via ad una assurda telenovela. Chi passasse da Messina e prendesse l’autostrada può fermarsi un attimo all’altezza dello svincolo “San Filippo” e scattare una foto ricordo. “Saluti dallo stadio costruito sulle sabbie mobili”.
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Intanto una premessa: queste notizie sono state prese dal quotidiano locale, casualmente, nel corso di una settimana. Non sono state scelte e selezionate tra le peggiori, ma prese come le prime quattro più significative.
Il quotidiano locale è tutto fuorché un foglio di opposizione, è espressione dei potentati locali, è in rete con i gruppi di potere nazionali che controllano quasi tutta l'informazione locale su carta e parte di alcuni settori chiave dell'economia italiana.
Il quotidiano locale riporta bene che vada la secca cronaca, salvo qualche reticenza, non fa nulla di più. Mai quadri riassuntivi, inchieste, viste d'insieme. E in questo però non è certo l'unico.
Se volessimo fare un quadro d'insieme ci sarebbe da avere i brividi: da cosa cominciamo ? Dalle tante opere incompiute o nemmeno iniziate, lo stadio, la metroferrrovia, gli svincoli autostradali, il palazzo della cultura, i progetti per Capo Peloro, la punta della Sicilia ?
Dalla lista di attentati estorsivi o di pura intimidazione, sistematici, a scandire come un fastidioso tic-tac la vita cittadina: le automobili incendiate, le saracinesche annerite, i negozi che saltano. Ed il lavoro da formiche degli estortori e degli usurai, a poco a poco, senza fretta, si appropriano giorno dopo giorno di un pezzo dell'economia della città, un lavorìo sotterraneo segnalato dal vertiginoso ricambio di insegne e dal lavoro frenetico – l'unico con tali caratteristiche in tutta l'area urbana – di imbianchini e vetrai che rinnovano l'arredamento di un locale passato di mano.
Meglio fermarsi, del resto: a chi importa di tutto questo nella città indifferente ? Fiato sprecato, tempo perso. La città è placida, sonnolenta, silenziosa. Ed in questo perenne ed assordante silenzio vuole continuare a vivere.
La mia provocatoria conclusione derivata dalla lettura delle quattro notizie - simbolo è la seguente: gli ingegneri, gli ambientalisti, i sindacalisti, i politici ed i politicanti, gli esperti (maledetto il paese che ha bisogno degli esperti) potrebbero a mio parere leggere queste notizie di cronaca e mettere dei punti di sospensione a tutte le loro analisi.
Mettiamola dal punto di vista del paradosso: può nascere la più grande opera ingegneristica mai costruita dall’Uomo in un ambiente sottosviluppato culturalmente, economicamente, politicamente e soprattutto umanamente ?
Il Ponte è concepibile nella città indifferente ? Nella città improduttiva, mafiosa al 100%, ed in più mediocre, piccolo borghese, ignorantissima ?
Tutto il resto viene dopo. Dopo aver risposto a tale quesito, discutiamo pure del rischio sismico, del sistema delle infrastrutture, delle ricadute occupazionali, delle infiltrazioni mafiose. Tutte questioni peraltro giù chiuse in partenza, visto che nessuno ha dato risposte serie alle questioni poste, e l'allora presidente della Società Stretto di Messina rispondeva alle domande sulla presenza mafiosa con l'indimendicabile battuta “se la mafia è in grado di costruire il ponte benvenuta la mafia”, trasmessa dalla Rai in prima serata a tutti gli italiani, compresi quelli che sul tema nutrissero ancora dubbi. (A seguito delle polemiche del giorno dopo, lo stesso personaggio ribatteva: “Ma quanto siete noiosi”).
Ovviamente, la questione non si riduce al Ponte. Riguarda tutta l'area dello Stretto, ricca di potenzialità inespresse – come dicono i politici all'approssimarsi della campagna elettorale, che con ogni probabilità non saranno espresse mai.
Bisognerebbe ricostruire dal punto di vista umano, culturale ed economico una comunità sottosviluppata, una tra le realtà peggiori del Sud.
Devastata, scoraggiata, furba e timorosa, disillusa, patologicamente pessimista.