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![]() Basi / Militarizzazione della Sicilia
Missili e strategie nell’isola portaerei della Nato
16570 letture 17 aprile 2004
La storia del processo di militarizzazione del territorio siciliano e il ruolo assunto nei conflitti dell’area mediterranea e mediorientale. La lista completa delle installazioni straniere e nazionali con i siti nucleari e i sistemi d’arma ospitati nella regione.
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di Antonio Mazzeo
Guerra nel Golfo, libanizzazione di quella che è stata la federazione jugoslava, rigurgiti nazionalisti e conflitti interetnici nelle repubbliche del mosaico sovietico: sono gli eventi che hanno frantumato l'ingenua percezione di "sicurezza" che l'opinione pubblica mondiale aveva ricevuto dal processo di disgelo nei rapporti tra Est ed Ovest. Cadevano i muri a Berlino, ma paradossalmente, dopo l'espansione internazionale dei modelli di capitalismo selvaggio, altri se ne costruivano per "difendere" l'occidente dalle migrazioni dei dannati della terra, in lotta per il proprio diritto alla sopravvivenza. A questo abbiamo assistito nel 1991, l'anno dei generali e dei cannoni, delle città sventrate dai bombardamenti, dell'esodo forzato di centinaia di migliaia di profughi, in Medio Oriente come nella "cristianissima" Europa, vittime innocenti di guerre sempre più sanguinose e destabilizzanti. Persino le legittime e sacrosante lotte per l'indipendenza da parte di alcuni paesi dell'Est sembrano talvolta riportare la storia cent'anni indietro, quando il movente per l'"autodeterminazione", più che dall'affermazione delle libertà individuali e del rispetto dei diritti umani era ispirato dalla realizzazione del “libero mercato”. Eppure proprio le vicende seguite al "colpo di coda" di alcuni settori dell'establishment sovietico ormai al collasso, potevano essere un'occasione storica per cancellare dall'Europa gli ingenti arsenali nucleari accumulati dalle Superpotenze in oltre quarant'anni di guerra fredda. Ma a vedere i nuovi politici "con le stellette" litigare su chi debba tenere il dito sul bottone dell'olocausto, contendendosi i carri armati più sofisticati per "difendere" le nuove bandiere issate sui palazzi di governo, viene assai difficile pensare a un futuro di pace. Peggio ancora se si sposta l'obiettivo sul martoriato Medio Oriente. Quanto fragile e illusoria appare infatti la "pax americana" imposta nell'area con la guerra per continuare a perpetuare il pieno ed esclusivo controllo occidentale del flusso petrolifero e che gli Stati Uniti vorrebbero “cementare” indicendo una conferenza internazionale tanto iniqua quanto ipocrita. Una conferenza a cui non sia dato diritto di rappresentanza al popolo palestinese e che alla fine non sancisca la nascita di uno stato indipendente di Palestina nei territori di Gaza e di Cisgiordania, è destinata a fare da detonatore per nuovi e più tragici conflitti. Peggio ancora se non s'invertissero le attuali tendenze al riarmo esasperato dei Paesi dell'area mediterranea e mediorientale, bloccando l'accelerazione dei processi di militarizzazione e di nuclearizzazione di questo bacino. È atroce che non ci si renda conto che siamo giunti di fronte a un bivio ove non è permesso ad alcuno di imboccare la strada sbagliata, quella via da cui non c'è ritorno e che conduce diritta al baratro della civiltà. Da tempo siamo coscienti che all'interno di questi scenari bellici e pericolosamente destabilizzanti per il futuro degli assetti regionali, ha trovato un suo ruolo da macabro protagonista la Sicilia, isola spartiacque del Mediterraneo armato. Nonostante abbia fatto in passato da "ponte" e da luogo d'incontro e di scambio tra differenti popoli, culture e sistemi sociali, nell'ultimo decennio la Sicilia si è trasformata in "avamposto strategico" di quelle filosofie militari statunitensi ed alleate che tanto hanno contribuito a fare del Mediterraneo il mare per eccellenza del conflitto nord-sud per il controllo e l'uso delle risorse. Una testimonianza diretta di cosa rappresenti l'isola all'interno del quadro geo-strategico delineato dai signori della morte che siedono ai tavoli della Nato, l'abbiamo raccolta proprio durante la sporca guerra per il petrolio, quando essa ha fatto da trampolino di lancio per i bombardamenti alleati contro le popolazioni civili irakene. Un coinvolgimento diretto, inequivocabile, che non può non chiamare tra i banchi degli imputati per rispondere delle operazioni di sterminio e di crimini contro l'umanità, tutti coloro che hanno fatto sì che la Sicilia si trasformasse nella più grande portaerei nucleare del Mediterraneo. La guerra nel Golfo ha inoltre ridato avvio ad un nuovo e più articolato processo di riarmo e di militarizzazione del territorio dell'isola, tendente al potenziamento delle principali infrastrutture militari esistenti e alla realizzazione di nuove basi strategiche, italiane e straniere. È stato dato il via, ad esempio, a un vasto programma di sviluppo qualitativo e quantitativo delle presenze statunitensi nella base di Sigonella; in gran segreto è stata allestita a Niscemi una delle più grandi stazioni di telecomunicazioni mediterranee della Marina USA; in sede Nato si è deciso il mantenimento dello status militare per la base di Comiso, che probabilmente farà da centro di coordinamento per il sistema missilistico “Patriot” che verrà installato a copertura del sud Italia, e da supporto logistico per le forze statunitensi di stanza in Sicilia. Di rilevanza strategica anche il potenziamento delle basi navali di Augusta e Messina, ove la Marina Militare ha schierato nuove unità di superficie e alcuni sottomarini che allargano a dismisura nel Mediterraneo il raggio operativo delle forze navali; a Trapani si è dato vita invece ad un imponente dispositivo militare che ha trasformato la città in una vera e propria superfortezza interforze. Presso il vicino aeroporto di Birgi sono stati schierati alcuni bombardieri nucleari statunitensi, mentre è stato trasferito in città un battaglione di bersaglieri proveniente dal nord Italia. La Brigata "Aosta", il reparto dell'Esercito presente in Sicilia, è al centro di una vera e propria rivoluzione di tipo organizzativo: essa si sta trasformando in forza armata ad "alta mobilità", sempre più "flessibile" dal punto di vista operativo, ed ha acquisito al proprio interno nuove unità e nuovi e sofisticati sistemi d'arma. A tutto ciò si aggiunge la sempre maggiore interscambiabilità civile-militare dei più grandi aeroporti dell'isola (Punta Raisi, Fontanarossa, Pantelleria e Lampedusa) e delle infrastrutture portuali, con Palermo, Messina e Catania sempre più sottoposte ai rischi derivanti dalla sosta di unità navali a capacità nucleare. Parallelamente a questa espansione delle infrastrutture militari, in questi ultimi mesi la Sicilia ha visto accrescere il proprio ruolo di “laboratorio” delle nuove scelte di politica militare dell'occidente, ospitando due vertici di rilevanza storica, quello della U.E.O., l'Unione dell'Europa Occidentale a Palermo, e quello del Gruppo Interministeriale di Pianificazione Nucleare della Nato a Taormina. Ce n'é abbastanza, crediamo, perché i siciliani non debbano tentare di avviare un lavoro che per quanto possibile faccia da argine ad un processo di militarizzazione che alla fine potrebbe estendere i suoi effetti allo stesso pensiero e alla cultura di un popolo. Abbiamo così deciso di dar vita a questa pubblicazione che aggiorna i precedenti lavori di censimento delle infrastrutture militari ospitate in Sicilia; di esse se ne approfondiscono le funzioni prioritarie, i sistemi d'arma ed i reparti ospitati, i prevedibili assetti futuri. Abbiamo inoltre tracciato la mappa aggiornata dei centri di comando di guerra realizzati nell'isola, dei siti nucleari esistenti e di quelli potenziali, delle principali servitù militari e dei poligoni che soffocano le possibilità di sviluppo economico del territorio e ne impediscono il recupero socio-ambientale. La veridicità delle informazioni, come è possibile constatare dalle note bibliografiche allegate, è garantita dal fatto che per questo lavoro abbiamo utilizzato esclusivamente fonti documentali ufficiali di provenienza statunitense e i dati pubblicati dai principali quotidiani nazionali e stranieri e dalle riviste specializzate nel settore militare. Abbiamo preferito far precedere la descrizione della "Sicilia armata" da due capitoli generali che analizzano i processi di militarizzazione in atto nell'area mediterranea, inserendoli all'interno delle nuove strategie politico-militari che la Nato sta elaborando in vista di una sua trasformazione e che approfondiscono inoltre quello che è stato definito il "nuovo modello di difesa" italiano, affermatosi a partire dal 1980 grazie al trasferimento nel Meridione e in particolare in Sicilia di buona parte del dispositivo militare terrestre ed aereonavale, in modo da assicurare all'Italia il ruolo di "paese guida" del Fronte Sud della Nato.
Crediamo che questa pubblicazione possa fare da stimolo perché finalmente ricercatori, associazioni, forze politiche di opposizione avviino una seria e proficua discussione che abbia come fine la realizzazione di un "osservatorio permanente" sulla militarizzazione della Sicilia, creando così una vera e propria “banca dati” sui processi di riarmo in atto che estenda progressivamente il proprio intervento al "monitoraggio" del Fianco Sud alleato e dell'intero bacino mediterraneo. La realizzazione di un tale osservatorio sarebbe il primo passo per avviare programmi di ricerca che valutino l'impatto socio-economico ed ambientale dei processi di militarizzazione del territorio, una condizione essenziale perché si rilanci su basi sempre meno "emotive" ed "irrazionali" l'intervento del pacifismo siciliano. Siamo certamente consapevoli che questo nostro lavoro di ricerca tra i tanti limiti, possiede quello di non aver potuto offrire il quadro della cosiddetta "militarizzazione occulta", cioè di quel processo di convergenze parallele e di mutua interazione che vede vertici militari, corpi separati dello stato, servizi segreti stringere complesse alleanze con settori del mondo politico, imprenditoriale e della grande e piccola criminalità mafiosa. Non ce la siamo sentiti di tentare l'ingresso nel tunnel dei misteri dell'isola, rimandando ad altri lavori la possibilità di iniziare a sciogliere i nodi delle tante operazioni "Gladio" che pensiamo siano state portate avanti in questi anni in Sicilia per rafforzare il blocco di potere conservatore ed impedire che si sviluppassero con forza ampi processi di democratizzazione e di agibilità politica e sociale. Siamo tuttavia convinti che la pubblicazione della nuova "mappa" dell'isola guerriera sarà di disturbo per coloro che sperano di far passare nel silenzio i propri progetti di conversione bellica del territorio siciliano, magari ben protetti da certa stampa regionale che alle inchieste in materia ha preferito le veline delle Forze Armate. Ciò lo diciamo in seguito a quanto abbiamo potuto assistere tutte le volte che si è tentato nell'isola un'opera di controinformazione sui progetti di guerra allestiti da comitati d'affare e signori della guerra. Pensiamo alle intimidazioni contro chi ha denunciato il binomio missili-mafia, agli arresti contro chi ha pubblicato o esposto innocue piantine con basi e caserme, alle minacce contro chi ha casualmente scoperto i lavori segreti di realizzazione del più grande centro di telecomunicazione USA nel Mediterraneo. Non nascondiamo il nostro intento volutamente provocatorio di far conoscere ai siciliani ciò che alcune ridicole leggi fasciste vietano di far sapere. Viviamo in un Paese in cui continuano ad essere applicate norme che definiscono "spionaggio" perfino la raccolta di informazioni inerenti incidenti o esercitazioni militari. Il "military watching" ci sembra sempre più necessario quale piccolo atto di disobbedienza civile per affermare quanto contrasti con i principi di democrazia e di trasparenza il cosiddetto "segreto militare", un istituto che nella storia d'Italia è servito solo per occultare connivenze e responsabilità in stragi di stato, scandali e tentativi di “golpe”. È possibile sperare che le forze politiche diano vita a un serio programma di rinnovamento dei codici che spazzi via tutte quelle norme che bloccano i processi di partecipazione e di democratizzazione dal basso? O forse siamo destinati a far da cavie agli esperimenti dei nuovi apprendisti stregoni che hanno in Salò il quadro di riferimento per restaurare la seconda repubblica?
Nota: Il volume Sicilia armata. Basi, missili, strategie nell’isola portaerei della Nato è stato pubblicato per la prima volta nel 1991 da Armando Siciliano Editore (Messina).
La conoscenza dei principali fattori d'instabilità e degli elementi di micro e macro-conflittualità nell'area mediterranea è una premessa fondamentale per comprendere lo sviluppo del processo di militarizzazione della Sicilia.
Dal punto di
vista geostrategico il Mar Mediterraneo è oggi concepito come quell'area che si
estende dagli arcipelaghi delle Canarie e delle Azzorre (Oceano Atlantico) sino
al Mar Rosso e al Golfo Persico, includendo a sud l'Africa sahariana sino al
Corno d'Africa. Senza alcun dubbio è questa l'area più intensamente
militarizzata di tutta la terra. Nel solo settore navale, nel Mediterraneo e nel
Mar Nero operano circa 1.000 unità da guerra e oltre un migliaio di navi
ausiliarie (navi anfibie, navi appoggio, ecc.). Ad esse si aggiungono un
migliaio di aerei da combattimento e 250.000 marines ed aviatori
Non è pertanto
casuale che è nel Mediterraneo che a partire dalla fine della Seconda Guerra
Mondiale si sviluppa la più accentuata e sanguinosa conflittualità al mondo.
Nel solo arco di tempo che va dal 1945 al 1984, nell'area si sarebbero
verificati ben 138 tra conflitti e colpi di Stato con oltre mezzo milione di
morti
È soprattutto a partire dal 1973, l'anno del conflitto arabo-israeliano che il Mediterraneo diventa il punto d'incrocio di relazioni e conflitti di tipo Est-Ovest e Nord-Sud. Da quell'anno la competizione tra i due blocchi politico-militari s'inasprisce in seguito al tentativo dell'Unione Sovietica di rafforzare significativamente la propria presenza nell'area mediterranea e mediorientale. Il sostegno dell'URSS al colpo di stato dei militari del 1974 in Etiopia, l'appoggio ai movimenti di liberazione di Angola e Mozambico che nel 1975 diventano indipendenti dal Portogallo, le buone relazioni con Libia, Siria e Yemen e sino al 1976 con l'Egitto nasseriano, e soprattutto l'invasione sovietica dell'Afghanistan del dicembre 1979, sono tutti elementi che mostrano all'occidente una mutazione dei rapporti di forza con l'Est in grado di minacciare gli equilibri stabiliti nella regione dopo la seconda guerra mondiale.
Parallelamente
alla politica sovietica di sostegno ai movimenti di liberazione e ai partiti marxisti
al potere nei paesi del Terzo Mondo, i dirigenti sovietici cercarono di
stabilire con alcuni trattati bilaterali basi militari per garantire alle forze
armate una presenza più stabile nel Mediterraneo, dove transitano annualmente
il 50% delle importazioni e il 60% delle esportazioni dell'URSS
Ma ciò che più
ha allarmato l'occidente fu il maggiore attivismo dell'URSS nel campo degli
aiuti economici e militari. Ad esempio, tra i 10 maggiori paesi ricettori di
aiuti economici sovietici nel periodo 1954-1976, 7 erano mediorientali
(Turchia, Afghanistan, Egitto, Algeria, Iran, Iraq e Siria)
L'URSS ha operato
nello scacchiere mediorientale anche grazie l'invio in massa di propri tecnici
militari ai paesi "amici" dell'area; nel 1983 essi superarono le
11.000 unità e furono prevalentemente utilizzati nell'addestramento dei
militari locali, nell'assemblaggio dei sistemi d'arma e perfino nel loro
diretto controllo operativo
Questa politica espansionista sovietica alla lunga non poteva non influire negativamente nei rapporti con gli Stati Uniti e contribuiva così a interrompere il fragile processo di distensione Est-Ovest da poco apertosi dopo decenni di guerra fredda.
Con l'avvento
di Reagan alla Casa Bianca (gennaio 1981), la competizione Est-Ovest
s'inaspriva ulteriormente, acquistando un carattere nuovo: l'obiettivo degli
Stati Uniti diveniva quello di abbattere la politica planetaria sovietica e di
quei Paesi (Siria, Libia, Angola, Etiopia, Vietnam, Cuba, Nicaragua, ecc.) che si
contrapponevano agli interessi imperialisti dell'occidente, così da riaffermare
definitivamente la propria superiorità strategica e militare
Più del
confronto bipolare Est-Ovest, furono le tensioni fra i paesi industriali del
blocco occidentale e quelli della sponda sud del bacino ad accelerare i
processi di militarizzazione del Mediterraneo. Principale causa del conflitto
Nord-Sud in quest'area è stata la competizione per il controllo delle risorse
petrolifere mediorientali. Fu la grave crisi petrolifera del 1973-1974,
abbattutasi su un “establishment” finanziario internazionale già colpito dalla
fine del sistema delle parità valutarie, a rendere esplicito a tutto
l'occidente la sua stretta dipendenza dal Medio Oriente e dal Golfo Persico e
la vulnerabilità del proprio modello di sviluppo dall'accesso alle fonti
energetiche. Ma più di ogni cosa fu il comportamento dei paesi produttori di
petrolio ad avere riflessi dirompenti sulla politica internazionale agendo come
stimolo di aggregazione e di competizione. Come ha scritto Fulvio Attinà,
"esso rivitalizza le aspettative dei paesi sottosviluppati e introduce
nella competizione Nord-Sud il tema della contrattazione multilaterale per la
creazione di un nuovo ordine economico internazionale" Il Mediterraneo viene così a sintetizzare il paradigma della contraddizione Nord-Sud, cioè del conflitto d'interessi tra paesi industrializzati e paesi in via di sviluppo, questi ultimi costretti a cedere risorse ai primi secondo il principio dello scambio ineguale, caratteristica questa dei rapporti di sfruttamento internazionale. L'economia regionale viene fondata sul capitale multinazionale o su modelli di "capitalismo di stato" che non possono non accentuare le disuguaglianze tra centro e periferia, tra aree urbane e campagne, espandendo conseguentemente i ceti di sottoproletariato la cui unica possibilità di sopravvivenza non può che essere garantita dall'emigrazione di massa nei paesi europei. Al dramma del sottosviluppo si aggiunge la politica dissennata di buona parte delle classi dirigenti nazionali, incapaci di trovare un proprio ruolo autonomo e sempre più coinvolte o “strumentalizzate” dalle politiche di potenza e di dominio dei blocchi politico-militari. Tutto ciò genera nel Mediterraneo sempre più gravi tensioni e conflitti regionali.
All'instabilità,
al rivendicazionismo e all'"irrazionalità" del Sud, l'occidente,
ritrovata una nuova unità sotto la leadership degli Stati Uniti, non è capace
di dare risposte significative se non quelle di un irrigidimento di ordine
militare. L'unico sbocco contro quella che è stata definita la "minaccia
da Sud" sarà inevitabilmente l'esportazione della guerra non solo nel
Terzo Mondo ma anche contro il Terzo Mondo stesso Così a partire
dal 1973 si può constatare negli Stati Uniti una sensibile evoluzione per ciò
che riguarda la percezione della minaccia agli interessi americani in Medio
Oriente e nel Golfo Persico. Gli Stati Uniti, preoccupati di un possibile
indebolimento strategico dell'Occidente decidono di rafforzare il proprio ruolo
militare nella regione mediterranea sia per contrapporsi alla presenza sovietica
e ai regimi definiti "nemici" (Iran, Libia, Siria), sia per
garantirsi il pieno controllo delle vie di comunicazione e di transito delle
materie prime e del flusso di investimenti americani nell'area. Sei anni più
tardi, gli Stati Uniti danno vita a una serie di interventi diretti o indiretti
nelle aree più critiche dello scacchiere mediterraneo e mediorientale, tentando
di spostare a proprio favore le posizioni di confronto-scontro con il blocco
orientale. È il caso del fallito tentativo di liberazione degli ostaggi USA prigionieri
degli studenti islamici a Teheran, degli accordi militari stipulati con il
Marocco in funzione anti-Polisario
Il ruolo di
Israele quale partner militare privilegiato degli Stati Uniti in Medio Oriente,
fu rafforzato nel 1984 con la firma di un accordo tra le forze aeronautiche dei
due paesi che assegnava alcune basi di supporto e di rifornimento per
l'addestramento dei piloti statunitensi in Israele, e sanciva il trasferimento
di tecnologia indispensabile alla realizzazione del caccia israeliano
"Lavi"
Perfino il
sostegno USA al golpe militare in Turchia può essere interpretato all'interno
di una strategia flessibile e diversificata di proiezione nello scacchiere
mediorientale e di rafforzamento delle proprie posizioni attorno ai confini
dell'Iran, paese "destabilizzante" per gli interessi statunitensi nel
Golfo Persico
A partire
dalla seconda metà degli anni ‘70 l'interventismo politico-militare degli Stati
Uniti si sviluppava anche nel Corno d'Africa, area strategica per il controllo
del Mar Rosso, una delle principali rotte marittime per il commercio
internazionale. Secondo quanto specificato dall'allora assistente del
segretario di Stato USA per gli affari africani, Chester Crocker, l'Africa
orientale assumeva un interesse vitale soprattutto a causa "della
crescente dipendenza degli Stati Uniti dalle importazioni di minerale
combustibile e non combustibile di produzione africana"
Gli USA non
disdegnavano persino un impegno in Ciad attraverso l'invio di consiglieri e di
aiuti militari a sostegno delle forze armate comandate da Hissene Habré e
sostenute dalla Francia in funzione anti-libica
Uno dei
principali strumenti d'intervento diretto degli Stati Uniti nel Mediterraneo è
stata la realizzazione di un imponente numero di basi aeronavali in un'area
geografica che dalle isole Azzorre (Portogallo) arriva sino al Pakistan. Esse
hanno permesso l'installazione di una serie di infrastrutture di supporto
tecnico-logistico della Rapid Deployment Force, la Forza di Intervento Rapido
USA. Questa forza militare "flessibile", voluta dal presidente Carter
nel 1977 "per contrastare un'invasione sovietica, salvaguardare il
traffico petrolifero e garantire la stabilità dei regimi arabi moderati
attualmente al potere" La Rapid
Deployment Force, pur essendo una struttura totalmente autonoma delle forze
armate statunitensi, ha ricevuto immediatamente il pieno e incondizionato
sostegno degli alleati Nato del Sud Europa. L'Italia, ad esempio, sin dal 1982
autorizzò gli USA ad utilizzare la base di Sigonella in Sicilia per le
operazioni di trasferimento della RDF nel Golfo Persico; contemporaneamente il
battaglione dell'esercito americano 1/509th, basato a Vicenza, venne inserito
all'interno della 82^ Divisione Aviotrasportata, quella che viene definita la
"spina dorsale" della Rapid Deployment Force Il
coinvolgimento degli alleati europei degli Stati Uniti non avvenne però
soltanto attraverso l'installazione nel territorio di basi e strutture di
supporto della RDF, ma anche grazie la costituzione di corpi nazionali di
pronto intervento simili a quello americano, come ad esempio la Forza Mobile
inglese e la Force d'Intervention francese Gli Stati
Uniti diedero vita alla costituzione della RDF nella regione mediterranea
inserendola in un una nuova dottrina militare, l'"Air Land Battle"
che legittimava le forze armate statunitensi all'attacco preventivo e
all'utilizzo di nuove e più sofisticate armi nucleari, innanzitutto i missili
Pershing e i Cruise nelle versioni con lancio da terra, da unità navali e
sottomarini, o da bombardieri in volo. Con l'Air-Land Battle le armi nucleari
non sono più necessarie per un impiego “finale” in un processo di escalation
militare ma possono essere utilizzate in modo precoce, in profondità L'"Air
Land Battle", dottrina codificata nell'agosto 1982 dall'Army Field Manual
100-5, non poteva non esaltare il ruolo e lo stile di combattimento della Rapid
Deployment Force. Scrivono i ricercatori tedeschi Konrad Ege e Martha Wenger:
"Ciò che probabilmente è di grave conseguenza per il Medio Oriente e il
Nord Africa, è che il Field Manual 100-5 prescrive una 'forza relativamente
piccola, rapidamente dispiegabile, dotata di armi nucleari' in grado di essere
proiettata in regioni minacciate da sovversioni, invasioni e perfino dal
terrorismo. Queste unità nucleari di dispiegamento rapido sarebbero in grado di
intervenirvi prima, in un contesto in cui una forza convenzionale più grande si
dispiegherebbe più tardi" L'"Air
Land Battle" nella versione "2000", è stata presto assunta come
dottrina strategica dalla Nato e identificata come "Follow on Force
Attack" (Fofa) o più comunemente "Deep Strike" (Colpo in
profondità, attacco alle forze di rincalzo) dal nome assegnatole dal suo
ideatore, il gen. Bernard Rogers, ex Comandante in capo delle forze alleate in
Europa Con il "Deep Strike", la Nato amplia notevolmente il proprio raggio operativo e di azione, sino a includere buona parte del territorio del Patto di Varsavia e legittima il proprio ruolo d'intervento out-of-area, ben al di là dei limiti definiti dal Trattato Atlantico, sino al Medio Oriente e al Golfo Persico. Contemporaneamente
al varo della RDF e all'applicazione strategica dell'Air Land Battle Doctrine,
l'Amministrazione Reagan muta ruoli ed obiettivi della Marina USA, non più
relegata a forza "passiva" o meramente dissuasiva, ma al contrario
idonea ad "impadronirsi dell'iniziativa" e ad "attaccare e
distruggere piuttosto che stare sulla difensiva". All'interno della nuova
"US Maritime Doctrine" viene prevista la possibilità che il
Presidente degli Stati Uniti, in caso di crisi o in previsione di scoppio delle
ostilità, deleghi l'ordine di aprire il fuoco al comandante della forza navale
che si trovi sulla scena del conflitto Con la nuova
Strategia Marittima prende il via un vasto programma di ammodernamento delle
unità navali, che dal numero di 479 del 1980 vengono portate a 600 nel 1990,
con 15 gruppi da battaglia, 100 sottomarini d'attacco, 100 fregate ed un
adeguato numero di navi da scorta dotate del sistema di difesa Aegis Allo stesso
modo dell'Air Land Battle e della RDF anche la Strategia Marittima è stata
immediatamente adottata dalla Nato. Secondo quanto spiegato dall'Ammiraglio USA
Wesley McDonald, già comandante della Flotta Atlantica della Nato, essa è "l'unica
che rifletta gli imputs e i piani dei nostri alleati" L'Alleanza
Atlantica considerò il Fianco Sud di importanza strategica secondaria rispetto
al teatro dell'Europa centrale almeno sino al dicembre del 1967, quando fu
approvato il cosiddetto "rapporto Harmel" che nel tracciare gli
obiettivi futuri della Nato sottolineava l'esigenza di un maggiore impegno
"nell'area sempre più esposta" del Mediterraneo, in cui gli eventi
della guerra dei sei giorni avevano visto un maggiore attivismo militare
dell'Unione Sovietica. Così nei due anni successivi venivano prese due
decisioni importanti, l'attivazione a Napoli da parte di USA, Italia, Gran
Bretagna, Grecia e Turchia, di un comando speciale alleato per il coordinamento
delle operazioni di riconoscimento aeromarittimo (il "Marairmed")
È però in
seguito all'invasione sovietica dell'Afghanistan nel dicembre del 1979 e allo
scoppio della guerra tra Iran ed Iraq nel settembre del 1980, che si fecero più
scarse le resistenze interne alla Nato per una sua maggiore proiezione nel
Fronte Sud quale "chiaro segnale della risoluzione dell'Alleanza ai
Sovietici"
La stessa decisione di installare in Sicilia i 112 missili nucleari Cruise previsti per l'Italia dal piano di riarmo della Nato del 1979, può essere ricondotta all'esigenza di evidenziare a tutti i "potenziali nemici" di Medio Oriente e Nord Africa, la proiezione più dinamica e più "aggressiva" dell'Alleanza Atlantica nell'area.
Fu comunque il
comunicato emesso alla fine del Summit Ministeriale Nato del maggio 1982, a
enfatizzare il riconoscimento dell'importanza degli sviluppi out-of-area
dell'Alleanza. Vi si legge nei passi conclusivi: "Le aggressioni armate
operate fuori dalla zona della Nato possono minacciare gli interessi vitali dei
membri dell'Alleanza. I paesi alleati sono in dovere di contribuire direttamente
o indirettamente agli sforzi tesi a scoraggiare l'aggressione, come pure a
rispondere alle richieste di aiuti da parte delle nazioni esterne alla zona
della Nato"
Nella
primavera del 1984 in un suo rapporto al Congresso, è il Segretario alla Difesa
Usa Weinberger a fornire nuovi particolari sulla crescita della collaborazione
Nato in regioni out-of-area, come il contributo di Inghilterra, Francia e
Italia alla stabilità nell'area dell'Asia sud-occidentale "attraverso la
comune pianificazione di progetti e l'installazione di forze nella
regione", la partecipazione di 8 paesi Nato alle "esercitazioni
annuali della US Rapid Deployment Force in Medio Oriente", l'acquisto da
parte di 9 membri dell'Alleanza di aerei da trasporto a lungo raggio per il
sostegno alle truppe USA in Europa in caso di un loro rapido "dispiegamento
nell'Asia sud-occidentale"
La Nato iniziò
inoltre a programmare una serie di interventi tendenti a controbilanciare la
prevista riduzione in Europa dei contingenti USA destinati ad essere trasferiti
verso il sud-ovest asiatico quale parte della RDF
Se gli accordi
di Washington del dicembre 1987 per l'eliminazione dei missili nucleari a medio
raggio installati in Europa dagli Stati Uniti e dall'Unione Sovietica hanno
segnato la fine della cosiddetta "guerra fredda" e della
contrapposizione militare ed economica tra Est-Ovest, aprendo la strada ai
processi di democratizzazione interna dei paesi orientali, alla riunificazione
delle due Germanie e allo scioglimento del Patto di Varsavia, essi non hanno
tuttavia invertito i processi di riarmo e di militarizzazione dello scacchiere
mediterraneo e mediorientale. Paradossalmente, secondo il ricercatore francese
Bernard Ravanel, hanno fatto sì che Stati Uniti e paesi Nato si sentissero
"più liberi di condurre una politica estera dinamica e di ricorrere
impunemente alla 'guerra di bassa intensità' contro quelli che - movimenti e
regimi - non ammettono il sistema internazionale da loro imposto"
Eppure c'erano
tutte le condizioni per avviare specie in campo navale, un vasto programma di
taglio ai dispositivi militari e di giungere perfino alla denuclearizzazione
del bacino mediterraneo. Si pensi all'URSS ad esempio, dove in seguito
all'ascesa di Gorbaciov, la Marina sovietica si è venuta a trovare in una fase
nella quale sono state molteplici le pressioni per ridimensionare gli organici e
i compiti assegnatele. Esistono ormai numerosi elementi che confermerebbero il
progressivo smantellamento del dispositivo navale allestito negli ultimi venti
anni. All'inizio del 1989 è stato lo stesso Direttore della Naval Intelligence
dell'US Navy, ammiraglio Brooks, ad affermare davanti al Congresso che
l'"OPTEMPO, il numero complessivo di giorni che la Marina sovietica ha
trascorso in mare nel 1988 si è mantenuto a livelli ridotti, proseguendo la
propria tendenza iniziata nel 1986. Nel 1988 le unità navali sovietiche hanno
trascorso più tempo in porto ed all'ancora e meno tempo in mare aperto rispetto
agli anni precedenti (...). Il numero di missioni effettuate è in costante diminuzione
a partire dal 1986"
Nonostante la scelta di Mosca di ridimensionare il proprio dispositivo aeronavale nel Mediterraneo, gli Stati Uniti hanno tenuto fermo il proposito di potenziare la propria presenza militare nell'area completando l'allestimento della Rapid Deployment Force. Era la definitiva conferma che alla base dei processi di riarmo portati avanti per tutti gli anni '80 c'era come primo grande obiettivo il dominio globale delle fonti energetiche e la dissuasione dal rimettere in discussione da parte di chiunque, il modello di sviluppo economico liberista e imperialista dell'Occidente.
Un contributo
importante allo sviluppo dei processi di militarizzazione del Mediterraneo a
partire dal 1987, veniva garantito inoltre dal maggiore attivismo nell'area dei
paesi europei della Nato. In particolare si verificava una più significativa
presenza aeronavale britannica e un "avvicinamento spettacolare" tra
Francia, Italia e Spagna che attraverso accordi bilaterali varavano una serie
di progetti militari di cooperazione reciproca in materia di sicurezza, come ad
esempio il finanziamento del programma "Helios", una rete di
satelliti di osservazione militare per l'identificazione dello stato delle
forze nel Mediterraneo e della localizzazione degli obiettivi assegnati alle “forze
nucleari'”
Il dispositivo meridionale alleato si rafforzava nel 1988 con l'ingresso di Portogallo e Spagna nella UEO, l'Unione dell'Europa Occidentale, un organismo rilanciato sulla scena internazionale solo a partire dalla seconda metà degli anni ‘80 come centro di coordinamento politico-militare dei Paesi europei Nato nella gestione delle crisi extra-area all'Alleanza Atlantica.
È stato
tuttavia nel settore nucleare che si sono registrate le principali novità
all'interno dei paesi del fianco sud della Nato. Di rilevanza storica per
l'Alleanza, non fosse altro per l'ingente finanziamento di circa 1.000 miliardi
di lire che ha richiesto, è stata la decisione di trasferire i 72
cacciabombardieri F-16 dalla Spagna alla base aerea di Crotone, in Calabria.
Questo programma permetterà alla Nato di controbilanciare lo smantellamento dei
missili Cruise installati in Sicilia; tuttavia i vertici militari giudicano
ancora insufficiente il trasferimento e chiedono di rafforzare ulteriormente il
potenziale di “strike” nucleare dell'Alleanza Atlantica nell'area del
Mediterraneo orientale. Così è stata espressa da più parti la volontà di
trasferire dagli Stati Uniti all'Europa 336 nuovi bombardieri strategici F-111,
"disperdendoli" su più basi aeree, specie nel fianco meridionale.
Sempre in campo nucleare la Nato ha offerto la propria disponibilità ad
ospitare in Europa i bombardieri strategici statunitensi B-1 e B-52 (questi ultimi
modificati in modo da garantire il trasporto degli ALCM i missili Cruise
nucleari con lancio dall'aria) e ad utilizzare aerei F-15 ed F-16 a doppia
capacità di armamento
Parallelamente
alla realizzazione di questo enorme dispositivo militare in buona parte
destinato al teatro mediterraneo, si registrava un'accelerazione nel processo
di riarmo dei paesi mediorientali. Si valuta che nel solo 1988, ai paesi della
regione compresi nell'area del CENTCOM sia stato diretto il 56% dei 15 miliardi
di dollari di armamenti venduti dagli Stati Uniti all'estero
Anche l'Unione
Sovietica avrebbe contribuito a destabilizzare gli "equilibri"
mediterranei. Secondo fonti del Pentagono, nella primavera del 1989 la Libia
avrebbe ricevuto dall'URSS 15 bombardieri "Su 24" dotati di un raggio
di azione di 1.300 km, e perfino un aereo cisterna molto simile al "C-141"
di fabbricazione americana che allarga a dismisura l'operatività delle forze
aeree libiche. Questi velivoli sarebbero stati schierati nella base aerea di
Umm Aitiqah, a est di Tobruk
Israele, dopo
aver accumulato un arsenale nucleare di circa 200 testate ed essersi garantito
la messa in orbita di un satellite-spia in grado di coprire l'intera area
mediorientale, completava la costruzione dei missili nucleari “Jericho II” con
una gittata tra le 1.200 e le 2.200 miglia
In seguito
all'invasione irakena del Kuwait del 2 agosto 1990 e alla successiva annessione
all'Iraq dell'emirato ha preso il via una mobilitazione di forze militari e di
sistemi d'arma mai verificatasi prima di allora nell'area mediorientale e del
Golfo Persico. 720.000 uomini con 3.500 carri armati e 2.300 aerei da
combattimento, circa 100.000 marinai su 210 unità navali di una ventina di
paesi Data l'enorme
sproporzione delle forze militari che si fronteggiavano, il conflitto si
concludeva il 28 febbraio 1991 con la resa senza condizioni dell'Iraq,
lasciando però sul campo oltre 200.000 morti a cui potrebbero aggiungersene
altrettanti nei prossimi mesi, specie bambini colpiti da denutrizione o
malattie infettive. La brutalità dei bombardamenti generava perfino un disastro
ecologico di proporzioni inimmaginabili; secondo fonti saudite sarebbero stati
riversati nel Golfo Persico qualcosa come 4 milioni di barili di petrolio, una
quantità 18 volte superiore a quella riversata in Alaska in occasione del
disastro della Exxon Valdez Si è molto
discusso su quali siano state le reali motivazioni che abbiano spinto gli USA
ad intervenire militarmente in modo così massiccio contro l'Iraq. André Gunder
Frank ha scritto che la reazione militare americana nel Golfo ha rappresentato una
risposta alla pericolosa recessione economica interna e alle minacce da parte
del Congresso di ridurre il budget militare proposto da Bush, similmente con
quanto era successo in passato negli Stati Uniti per le guerre di Corea e del
Vietnam e per la spinta riarmista negli anni di Reagan, o nel caso della Gran
Bretagna per la guerra delle Falkland-Malvines In particolare,
il conflitto del Golfo ha permesso la riorganizzazione dei rapporti di forza
mondiali, accentuando l'egemonia da parte di ristretti soggetti ed apparati del
potere politico-economico a scapito della stessa democrazia e della
partecipazione collettiva alla formazione delle decisioni Secondo fonti
vicine all'Amministrazione si starebbe per realizzare un quartier generale
dell'"US Central Command" in Bahrein trasferendo nell'emirato arabo
3.200 militari dalla Florida onde "agevolare lo svolgimento di
esercitazioni e il coordinamento con gli alleati della regione", secondo
quanto spiegato dal portavoce della Casa Bianca Martin Fitzwater Perfino la questione curda è stata strumentalizzata dagli Alleati per insediare nel nord dell'Iraq un contingente multinazionale di oltre 21.000 uomini, in buona parte militari appartenenti a corpi speciali e d'assalto, che secondo le dichiarazioni ufficiali avrebbe dovuto garantire la protezione delle centinaia di migliaia di profughi curdi scampati ai massacri di Saddam Hussein. Tale presenza si è protratta sino alla fine di giugno, quando al loro posto sono subentrati alcuni agenti dell'ONU che a causa della ristrettezza dei fondi assegnati dalla comunità internazionale, potrebbero presto abbandonare a se stessa la popolazione curda ospitata nei campi profughi. È stato allora che lo scopo prettamente militare, da vera e propria "task force" della presenza alleata si è reso evidente a tutti. Infatti una nuova forza multinazionale di "pronto intervento" con 5.000 uomini è stata ricostituita immediatamente a Silopi, in Turchia, con l'appoggio della componente area della Nato schierata nella vicina base di Incirlik. Il conflitto
ha lasciato irrisolte buona parte delle questioni chiave dell'area
mediorientale (questione palestinese, Libano, Cipro ), aggravando le condizioni
di vita del popolo curdo in Iraq. Israele nonostante sia stata costretta ad
accettare controvoglia l'indizione di una conferenza internazionale sul Medio
Oriente ha ottenuto che ad essa partecipi una rappresentanza palestinese priva
di esponenti dell'OLP e perfino degli stessi leader moderati residenti a
Gerusalemme Est, confermando così l'assoluta indisponibilità a rimettere in
discussione l'annessione "de facto" dei territori di Gaza e della
Cisgiordania. Non è casuale che il ministero delle costruzioni israeliano abbia
recentemente varato un piano per l'insediamento di oltre mezzo milione di
coloni ebrei e di alcune aree industriali vicino a Gerusalemme Est e nella West
Bank Il Kuwait
"liberato" non sembra disponibile a dar vita a un processo di
democratizzazione interna ed è lacerato dai “pogrom” lanciati contro la
popolazione residente di origine palestinese, accusata di
"collaborazionismo" con l'invasore irakeno. A metà giugno, erano già
state 220 le sentenze di condanna a morte pronunciate dai tribunali militari
kuwaitiani
Appena
conclusa l'operazione "Tempest Storm" l'Amministrazione americana ha
annunciato la sua intenzione di concludere nel corso del FY '91, tutta una serie
di vendite di armi e di altri equipaggiamenti militari a 4 Paesi arabi del
Medio Oriente che si sono schierati a fianco degli Stati Uniti durante il
conflitto. Questi 4 Paesi (Arabia Saudita, Egitto, Bahrein ed Emirati Arabi
Uniti), dovrebbero ricevere armi americane per un valore complessivo di 18
miliardi di dollari Di proporzioni
enormi anche gli "aiuti" militari concessi ad Israele. Le forze
armate USA hanno trasferito direttamente a questo paese sofisticati sistemi d'arma
(caccia, elicotteri, batterie di missili "Patriot", ecc.); inoltre,
grazie all'intervento finanziario USA è stata possibile la realizzazione in
loco di nuovi armamenti strategici che sicuramente avranno conseguenze
destabilizzanti per l'area mediorientale. Ad esempio circa 200 milioni di
dollari sono stati investiti dagli Stati Uniti per la messa a punto del
missile-antimissile "Arrow", già sperimentato con successo nel
Mediterraneo da Israele, e per la progettazione del sistema contraereo "Adams" Non poteva
mancare all'appello dei grandi "beneficiari" di aiuti economici
occidentali la Turchia. Poiché questo paese sarà colpito solo parzialmente dai
trattati CFE sulla riduzione degli armamenti convenzionali, esso si sta
trasformando progressivamente, specie per ciò che riguarda le forze aeree, in
un vero e proprio "serbatoio" della Nato dove Stati Uniti e alcuni
paesi europei trasferiscono a titolo gratuito quei velivoli su cui dovrebbero
ricadere i tagli principali di un futuro accordo Di fronte a questa folle rincorsa alle armi da parte dei principali protagonisti mediorientali, con tanto di benedizione dei governi occidentali e dei più grossi complessi internazionali dell'industria militare, non bisogna essere delle Cassandre per prevedere presto il riaccendersi di nuovi e più violenti conflitti nell'area.
Senza troppi
clamori, in linea con un processo evolutivo che come abbiamo visto ha preso il
via quasi venti anni fa, l'Alleanza Atlantica si avvia ad ufficializzare il
mutamento della stessa filosofia che ne ha sorretto la nascita, quello della
lotta globale al comunismo, sostituita da una visione più dinamica, probabilmente
più spregiudicata e più pericolosa di quello che deve essere il nuovo ordine
politico ed economico da difendere attraverso la trasformazione
dell'organizzazione e della gestione dei propri apparati e strumenti militari.
Non è stato un processo di metamorfosi semplice; soprattutto non sono stati
ancora chiaramente definiti i contorni del nuovo panorama strategico, specie
dopo lo scoppio dei conflitti interetnici che hanno portato alla scomparsa
della federazione Jugoslava e alla rapida quanto imprevista frantumazione
dell'impero sovietico. Restano da superare in seno all'Alleanza Atlantica
ancora alcuni contrasti, particolarmente in merito a chi deterrà la leadership tra
gli europei e sulle modalità di integrazione politico-militare del Giappone, così
da consacrare la nascita di un nuovo "blocco triangolare"
USA-Giappone-Europa Proprio per
"costruire la futura architettura della sicurezza europea soprattutto
nella sua dimensione mediterranea", le commissioni dell'assemblea dell'UEO
hanno scelto Palermo dal 25 al 28 marzo 1991 per un vertice "top-secret",
a cui hanno partecipato per la prima volta come osservatori i ministri degli
esteri di Grecia e Turchia, due Paesi Nato del Mediterraneo orientale che hanno
chiesto di essere integrati nell'Unione Europea Occidentale. A Palermo, Italia
e Spagna sono giunte a sollecitare l'"assorbimento" dell'UEO da parte
della CEE, da realizzarsi entro il 1998 La necessità
di "ridisegnare ruoli e funzioni dell'Alleanza" è stato enfatizzato
dal documento finale elaborato dal recente vertice Nato di Copenaghen del
giugno '91 ove si afferma che "gli sviluppi mondiali che toccano i nostri
interessi di sicurezza sono soggetti legittimi di consultazione e nel caso, di
coordinamento. Noi quindi, tratteremo sempre di più questioni globali e di
nuovo profilo mondiale". La Nato si propone così nei fatti come un soggetto
politico-militare "senza più confini", segnando secondo quanto
affermato da Manfred Woermer, segretario generale della Nato, "la più
radicale trasformazione della storia" Sul piano
squisitamente tecnico la nuova politica "deterrente" della Nato
punterà su 3 obiettivi principali: flessibilità, mobilità e multinazionalità.
Secondo quanto ribadito dal generale John Galvin, comandante supremo delle
forze del Patto Atlantico in Europa, la Nato "cambierà la filosofia di
impiego delle forze, l'addestramento operativo, l'organizzazione, la prontezza
operativa e la stessa struttura di comando" "Spina
dorsale" delle nuove dottrine operative della Nato sarà la "Ace Rapid
Reaction Force" la potente forza di intervento rapido che è stata varata
il 13 aprile 1991 in occasione del vertice dei capi militari dell'Alleanza
Atlantica. La "Ace Rapid Reaction Force" sarà una forza
multinazionale con effettivi ed armamento a livello di corpo d'armata, dotata
di 4 Divisioni, 75.000 uomini, tutti europei, e abilitata ad agire "fuori
area" (anche se in questo caso, come abbiamo visto, le unità dovrebbero
essere utilizzate sotto il coordinamento dell'UEO) Per la mobilità
dei reparti e dei mezzi aeronavali, settore questo dove i paesi europei della
Nato accusano dei “ritardi” rispetto gli Stati Uniti, è prevista inoltre la
realizzazione di un "Comando interalleato di trasporto" con
possibilità di accesso diretto ai velivoli ed alle unità navali in caso di
necessità. È comunque chiaro che per rispondere ai nuovi criteri di
"mobilità" e "multinazionalità" non sarà sufficiente
unificare organizzativamente reparti e regole tattiche, ma si dovrà giungere ad
"omogeneizzare" presto gli armamenti e gli equipaggiamenti delle forze
armate dei paesi Nato. E ciò avrà sicuramente dei riflessi negativi dirompenti
sull'economia occidentale, dato che è prevedibile una notevole espansione dei
bilanci alla difesa dell'Alleanza. Non è un caso che l'IEPG (Indipendent
European Programme Group), un'agenzia che coordina la ricerca, lo sviluppo e la
produzione di armamenti tra i paesi europei membri della Nato, abbia
recentemente varato un vasto programma di ricerca tecnologica a fini militari
denominato "Euclid" (European cooperation for thr long term in
defence), che prevede un intervento in 13 settori tematici (C3, elettronica,
ecc.) Tuttavia, ciò
che più direttamente inciderà sui futuri assetti internazionali, è la
definitiva scomparsa all'interno dell'Alleanza Atlantica di quella che è stata
definita la "sindrome centroeuropea", sostituita da una comune
attenzione verso il Sud Europa e dalla determinazione unanime ad intervenire
nelle questioni mediorientali. Il gen. Galvin ha già annunciato un nuovo
potenziamento del Comando alleato dell'Europa meridionale (AFSOUTH), quale
"passo fondamentale per la cosiddetta 'federalizzazione' strategica della
Regione meridionale" L'Alleanza Atlantica prevede infine che una delle 4 divisioni della Forza d'Intervento rapido in fase di costituzione venga assegnata operativamente al Fianco Sud. Con ogni probabilità essa sarà formata da reparti militari specializzati di Grecia, Italia, Turchia e Spagna. Anche il
futuro volto "nucleare" della Nato è attualmente al centro della
discussione tra i vertici militari dell'alleanza atlantica. Nonostante i tagli
agli arsenali strategici decretati in questi ultimi anni dai trattati INF e
START, l'opzione nucleare resta un caposaldo per le strategie di guerra globali
della Nato. Oggi siamo alla vigilia della realizzazione di alcuni dei punti
della "decisione di Montebello", quando nel 1983 i vertici
dell'Alleanza, parallelamente ad una riduzione numerica delle armi nucleari
assegnate alla Nato (da 7.000 a 3.200 testate entro il 1992), deliberarono una
modifica qualitativa di esse grazie alla comparsa delle cosiddette "armi
substrategiche". Si è aperto così un lungo dibattito su quello che sarebbe
stato il sistema nucleare "ideale" da installare in Europa entro il
1997 per "garantire" il più "credibile ruolo di deterrenza"
al dispositivo militare alleato. Ciò che è trapelato sulle potenziali opzioni è
assai scarso, anche perché la Nato ha preferito rinviare ogni decisione al
1992, in modo da incoraggiare le trattative di Vienna sulla riduzione degli
arsenali convenzionali
Non potrà non
avere in futuro preoccupanti effetti destabilizzanti, specie in un'area come
quella mediterranea e mediorientale dove come abbiamo visto, sono imponenti i
progetti di riarmo missilistico, il rilancio in grande stile dell'SDI, il
programma di Iniziativa di Difesa Strategica (quello delle cosiddette
"guerre stellari"). L'SDI che sembrava dovesse essere abbandonato
alla luce del "disgelo" tra le Superpotenze e delle difficoltà di
ordine finanziario degli Stati Uniti, oggi ha ricevuto nuovi impulsi, grazie
anche all'importanza assunta dai sistemi satellitari e dalla "difesa"
antimissile nel corso delle operazioni di guerra nel Golfo Persico. L'annuncio
ufficiale del rilancio del programma delle “guerre stellari” è stato fatto
direttamente dal presidente USA George Bush, in occasione del suo recente
"State of the Union Message", giustificando la decisione in chiave di
difesa verso la proliferazione missilistica in atto nel terzo mondo e verso i
tentativi di alcuni paesi del Sud di pervenire ad uno “status” nucleare L'interesse dei partners europei degli Stati Uniti allo sviluppo dei progetti dell'SDI è enorme specie se si considera l'ammontare delle commesse che potrebbero essere assegnate alle industrie e agli enti spaziali del vecchio continente. Del resto anche gli USA non guardano con sfavore a un maggiore impegno europeo nel campo della ricerca delle "Star Wars", che permetterebbe tra l'altro di proseguire speditamente nella militarizzazione dello spazio nonostante le ristrettezze del bilancio statale e la crisi che investe l'economia statunitense. Formalmente il programma SDI non è ancora previsto in sede Nato, tuttavia la cooperazione in questo settore strategico è stata concretizzata da accordi bilaterali tra gli Stati Uniti e alcuni paesi Nato tra cui l'Italia. Oggi però si fa sempre meno remota la possibilità che si crei all'interno dell'Alleanza Atlantica un organo che coordini la ricerca e la sperimentazione dei futuri progetti occidentali per le “guerre stellari”, così da proiettare la Nato verso dimensioni "universali". Un passo in più verso l'apocalisse sarà allora compiuto.
Dal punto di
vista dell'organizzazione e degli obiettivi della politica di difesa, il periodo
che dal dopoguerra si protrae per tutti gli anni '60, vede il totale
assoggettamento dell'Italia alle strategie statunitensi. Malgrado
l'attribuzione al nostro paese del ruolo di leader del fianco sud della Nato,
sono in realtà le forze USA a cui l'Italia fornisce un sostanziale numero di
basi ed installazioni militari ad assumere questo ruolo, mentre alle forze
armate italiane vengono relegati compiti di natura secondaria e marginale A partire però
dalla seconda metà degli anni '70 quando muta la percezione del ruolo
geostrategico assunto dal Mediterraneo e viene definita in tutto il suo spessore
la cosiddetta "minaccia da sud" degli "interessi vitali"
occidentali in Medio Oriente, l'Italia si trova ad assumere un ruolo sempre più
importante ed attivo all'interno dell'Alleanza Atlantica, anche grazie alla sua
posizione geografica di "cerniera del Mediterraneo" e di
"gendarme" dei 2 passaggi marittimi che collegano la parte orientale
a quella occidentale del bacino, il Canale di Sicilia e lo Stretto di Messina
A determinare
il maggiore coinvolgimento italiano nel teatro mediterraneo furono anche alcune
vicende interne all'Alleanza Atlantica. Originariamente la Nato, pur avendo
assegnato il Comando unificato dello scacchiere marittimo della regione Sud
alla Gran Bretagna, aveva diviso il Mediterraneo in aree affidate alle diverse
marine alleate. All'Italia era stata assegnata l'area centrale del bacino sino
all'isola di Malta. Ma tale situazione venne radicalmente modificata nel 1966
quando la Francia uscì dall'integrazione militare dell'Alleanza, e poi nel
1971, quando si ridusse fortemente la presenza stabile della flotta inglese nel
Mediterraneo; ciò fece sì che il Comando delle Forze navali alleate nel
Mediterraneo (COMNAVSOUTH) fosse insediato a Napoli e affidato ad un ammiraglio
italiano e che l'area operativa delle Forze Navali italiane si allargasse a un
settore che dalle Baleari giungeva all'isola di Creta
Verso la fine
degli anni '70 maturarono alcune decisioni operative della Nato tendenti a
privilegiare maggiormente il Fianco Sud e l'Italia, come ad esempio lo
spostamento del Comando delle forze navali in Europa (CINCUSNAVEUR) da Londra a
Napoli, la trasformazione del solo battaglione di fanteria americano in Italia
(1st Battalion, 509th Airborne Infantry Combat Team) in elemento della RDF,
ecc.. Secondo quanto affermato nel novembre del 1983 dal gen. Rogers, ideatore
della dottrina Nato denominata "FOFA", l'Italia veniva così a
rappresentare il "punto chiave per il controllo dello spazio aereo e
marittimo del Mediterraneo Centrale"
Per lo
svolgimento di un ruolo più "credibile" all'interno della Nato,
l'Italia sin dal 1975 diede vita a un vasto programma di acquisizione di nuovi
sistemi d'arma. In quell'anno veniva varata la legge speciale per
l'ammodernamento dei mezzi della Marina, mentre nel 1977 era la volta delle due
leggi di ammodernamento per l'Esercito e l'Aeronautica. Sempre a partire dal
1975 le spese militari italiane aumentarono ad un tasso superiore a quello del Prodotto
Interno Lordo (PIL). Se nel 1976 le spese militari assorbivano il 2,3 % del PIL,
nel 1985 giungevano al 2,7% La fase di
rapida crescita del bilancio della Difesa coincise con il dicastero di Lelio
Lagorio. Nei quasi 4 anni in cui egli ricoprì il ruolo di ministro della
Difesa, le spese militari crebbero infatti dai 5.780 miliardi del 1980, agli
oltre 12.000 miliardi del 1983. Ma fu dal punto di vista di una più attiva e
flessibile gestione della politica estera e militare italiana rispetto a un
passato da "basso profilo" che si registrò un vero e proprio salto di
qualità rispetto al passato Lagorio
tracciava un nuovo modello di difesa non più ristretto al concetto della
protezione del territorio dalla minaccia di invasione dall'Est, ma estendeva il
ruolo delle Forze Armate "alla salvaguardia degli interessi
nazionali" e alla "protezione delle linee di comunicazioni marittime
essenziali per la sopravvivenza del nostro paese" Il "nuovo
modello di difesa" tracciato da Lagorio era finalizzato ad "agevolare
il riconoscimento di un ruolo attivo all'Italia da parte degli altri Paesi
mediterranei" Le “tappe” con
cui si concretizzò la "dottrina Lagorio”, videro nel 1980 la firma di un
accordo per la difesa militare della neutralità dell'isola di Malta alla quale
l'Italia forniva assistenza ed aiuti militari senza specificarne le condizioni
Furono proprio
le "missioni" all'estero a caratterizzare il nuovo volto
operativo-militare del nostro Paese. Già nel 1979 unità navali della Marina
erano state inviate nel Mar della Cina per salvare i profughi in fuga dal
Vietnam, mentre un gruppo elicotteristico aveva partecipato all'interno
dell'"UNIFIL" (United Nations Interim Force in Lebanon), la forza
d'interposizione creata dall'ONU per fare da "cuscinetto" tra Israele
e il Libano Fu sempre
Lagorio a dare il via alla formazione di una Forza di pronto intervento (FoPI)
capace di spostarsi in 24 ore in qualsiasi luogo del paese, dotata di una
doppia capacità, militare e di protezione civile e che solo a partire dal 1985
sarebbe stata "sdoppiata" in 2 tronconi differenti, una FoPI omonima
con fini esclusivi di intervento in caso di calamità, e in una FIR (Forza d'Intervento
Rapido), caratterizzata da una "elevata mobilità tattica e strategica che
consente di proiettare tempestivamente le sue componenti nelle aree
minacciate". Alla FIR saranno assegnati i compiti di intervento su tutto
il territorio nazionale per "contrastare tempestivamente l'azione
nemica" e quello di fornire un contingente per operazioni all'estero quale
"forza di sicurezza e/o di interposizione sulla base di accordi
bi/multilaterali" A partire
dall'agosto 1983, al Ministro della Difesa Lagorio subentrò Giovanni Spadolini.
Egli ricondusse la proiezione offensiva delle forze armate disegnata dal predecessore
verso un impiego meno parallelo e più subalterno alla politica militare
dell'Amministrazione USA e pertanto ad un legame più organico con la strategia
occidentale Con Spadolini
continuarono le missioni all'estero delle nostre Forze Armate; nell'agosto del
1984 fu la volta di 4 unità navali inviate nel Canale di Suez e nel Mar Rosso
per far parte di una forza multinazionale impegnata in operazioni di vigilanza
e di sminamento. In quest'occasione però, il Governo italiano non si nascose
dietro il paravento di una missione "umanitaria" come invece aveva
fatto in passato, ma chiarì senza falsi pudori che il vero obiettivo della
missione navale era la protezione di due vie d'acqua importanti per il
passaggio di circa "il 43% del totale delle nostre importazioni" Fu sempre durante il ministero di Spadolini che le nostre Forze Armate vennero impegnate in operazioni di vigilanza e di "pronto intervento" in occasione della lunga crisi USA-Libia e delle vicende legate ad atti di terrorismo internazionale come nel caso del sequestro dell''Achille Lauro". Tuttavia proprio in questa fase, la gestione Spadolini del dicastero della difesa fu tutt'altro che indolore all'interno dei rapporti interni alla coalizione di governo. La conduzione politico-militare della vicenda del sequestro dell'Achille Lauro e dei rapporti con l'alleato statunitense durante la cosiddetta "notte di Sigonella", nell'ottobre del 1985, fece sorgere alcuni gravi contrasti tra il titolare alla difesa e l'allora capo del consiglio Bettino Craxi che sfociarono in una breve crisi di governo, la prima determinata da questioni di politica estera. Tra l'altro proprio la vicenda di Sigonella ha rappresentato il primo ed ultimo evento di frizione tra Italia e Stati Uniti in merito all'uso “ambiguo” delle basi italiane da parte delle forze aeronavali USA, e in particolar modo delle unità in dotazione alla VI Flotta che opera nel Mediterraneo al di fuori del quadro delineato dalla Nato. Non sono mancati inoltre veri e propri conflitti istituzionali, non ancora del tutto risolti, su chi spetterebbe, secondo la Costituzione, il comando delle operazioni militari in caso di guerra. In tema di potenziamento del dispositivo militare nazionale si raggiunse al contrario il massimo consenso tra le forze politiche di maggioranza e nelle stesse file dell'opposizione comunista. La lunga "crisi mediterranea" del biennio 85-86 fu utilizzata ad hoc per promuovere l'introduzione di nuove avanzate tecnologie militari di C3-I (Comando, Controllo, Comunicazione, Intelligence) e l'acquisto di nuovi sistemi d'arma (Tornado, Am-x, ecc.). Contemporaneamente fu rafforzato il ruolo e l'organizzazione della Forza di Intervento Rapido italiana, in modo da renderla il più possibile simile alle analoghe forze di pronto intervento di Stati Uniti e di alcuni paesi europei come Francia e Gran Bretagna; inoltre veniva emanato il decreto legge con cui si da vita all'Aviazione di Marina, grazie alla trasformazione dell'incrociatore tuttoponte "Garibaldi" nella prima portaerei della storia d'Italia. Per favorire
la soluzione delle divergenze dottrinarie tra le forze armate così da definire
"un'unica prospettiva strategica per lo strumento militare" Per affrontare
efficacemente le due minacce, il Libro Bianco prevedeva la riorganizzazione
della programmazione militare in 5 "missioni operative interforze":
la difesa nord-est per "arrestare il più avanti possibile ogni tentativo
di invasione" (1^ Missione); la difesa a sud e alle linee di comunicazione
marittime per "garantire il libero uso del mare e assicurare la difesa
delle frontiere marittime" (2^ Missione); la difesa aerea per
"assicurare al massimo grado l'inviolabilità dello spazio aereo e la
difesa degli attacchi dell'aria" (3^ Missione); la difesa operativa per
"conservare la libera disponibilità del territorio nazionale e l'integrità
delle strutture politico-amministrative" (4^ Missione); lo svolgimento di
"compiti di concorso alla protezione civile" e di "contributo
alla sicurezza internazionale" (5^ Missione) Le Missioni
Interforze mutavano il quadro strategico delle nostre Forze Armate e in
particolare i compiti operativi delle forze aeronavali. A queste ultime il
Libro Bianco assegnava gli obiettivi di "mantenere aperte le linee di
comunicazione marittime di stretto interesse, provvedere al controllo e alla
protezione del traffico mercantile, difendere le zone marittime costiere da
operazioni di sbarco e di aviosbarco"; in campo Nato quelli di
"cooperare con le forze alleate per il conseguimento di una superiorità
aeronavale necessaria per garantire i traffici marittimi assicurando il flusso
dei rifornimenti e dei rinforzi" Secondo quanto
sintetizzato dall'allora Capo di Stato Maggiore della Marina Amm. Giasone
Piccioni, con il Libro Bianco si prefigurava l'adozione da parte delle nostre
Forze Armate di 4 principi base: "la dissuasione, la difesa avanzata,
l'integrazione interforze e l'efficienza tecnologica"
La firma nel
dicembre 1987 del trattato INF tra Stati Uniti e URSS per l'eliminazione dei
missili nucleari a medio raggio, non modificava per nulla l'assetto delle Forze
Armate italiane, né riduceva i programmi di espansione della spesa per
l'acquisto di nuovi sistemi d'arma. Viceversa continuarono ad essere apportate
nuove modifiche organizzative ai reparti militari per renderli prontamente
operativi e "proiettabili" per missioni avanzate, anche oltre dello
stesso mar Mediterraneo, come nel caso dell'invio di un gruppo navale per la
protezione della navigazione nelle acque del Golfo Persico proprio nella fase
più acuta del conflitto Iran-Iraq, spedizione questa ben differente rispetto
alle precedenti, date le dimensioni del conflitto e i rischi di una sua
internazionalizzazione Onde garantire
l'estensione a tutto il Mediterraneo del raggio operativo della flotta
italiana, oltre all'acquisto di 16 velivoli aerei a decollo verticale "AV
8B-Harrier" che troveranno ospitalità sul ponte della portaerei "Garibaldi",
la Marina Militare ha realizzato un programma di potenziamento che prevede
entro il 1992 la costruzione di una nave scuola e nel 1993 la realizzazione di
una nuova classe di sommergibili. Nel più lungo periodo, l'ammiraglio Filippo
Ruggiero, attuale Capo di Stato Maggiore della Marina, ha auspicato la
realizzazione di una seconda portaerei, di 4 nuove fregate, di 2 cacciamine, di
una nave rifornitrice e di alcune motocannoniere per pattugliamenti veloci Sempre in
Puglia, molto probabilmente nell'area industriale di Taranto, la Marina
Militare in collaborazione con l'Alenia, sarebbe intenzionata a realizzare un
impianto per la manutenzione e le revisioni degli “Harrier” italiani e degli
stessi esemplari in dotazione ai “Marine Corps” degli Stati Uniti Il processo di
"dispiegamento" nel Mezzogiorno d'Italia di nuove infrastrutture
militari ha visto protagonista anche l'Aeronautica Militare. Oltre ad aver
sostenuto gli Stati Uniti nel loro progetto d'installazione nella base aerea di
Crotone dei 72 cacciabombardieri F-16 "sfrattati" dalla Spagna,
l'Aeronautica ha potenziato le basi siciliane di Trapani-Birgi, Sigonella e
delle isole minori di Pantelleria e Lampedusa, e gli aeroporti pugliesi di
Galatina (Lecce), elevato a sede della 61^ Brigata aerea, e di Brindisi, dove
sono stati schierati i nuovi caccia Am-X Anche
l'Esercito Italiano ha avviato un articolato processo di ristrutturazione
interna che ha già visto una parziale riduzione numerica dei reparti e il
trasferimento di alcuni battaglioni dal nord Italia ad alcune regioni
meridionali. Ad esempio, il 19° Gruppo Squadroni Carri è stato insediato a
Salerno Che l'enorme
potenziale bellico accumulato in questi anni avesse fini tutt'altro che
"difensivi" e che al contrario fosse destinato a proiettare il teatro
delle operazioni delle forze armate italiane al di là degli stessi confini
geografici dell'Alleanza Atlantica, lo si sarebbe visto in occasione della
sanguinosa guerra nel Golfo, dove per la prima volta nella storia della
Repubblica, in violazione del dettato costituzionale, si registrava la
partecipazione diretta dell'Italia in un conflitto. L'aeronautica italiana tra
l'altro, partecipava alle operazioni alleate di bombardamento contro obiettivi
civili e militari in Iraq e in Kuwait, utilizzando allo scopo 10
cacciabombardieri “Tornado” IDS, rischierati per l'occasione presso la base
aerea di Dhafra negli Emirati Arabi Uniti. Alle operazioni belliche l'Italia
assegnava inoltre 6 caccia RF-104G con compiti di ricognizione aerea e il 20°
Gruppo Navale della Marina Militare per la protezione delle portaerei
statunitensi schierate nelle acque del Golfo Persico. Complessivamente, il contingente
italiano mobilitato direttamente per le missioni di guerra raggiungeva i 1.750
uomini La guerra nel
Golfo vedeva inoltre la piena mobilitazione in patria di tutti i reparti delle
Forze Armate; ad essi venivano assegnate operazioni di "polizia" e di
vigilanza dei principali obiettivi militari, industriali e civili. Il governo italiano
assegnava inoltre unità navali e reparti militari per partecipare a missioni ed
operazioni definite in sede Nato ed UEO, e concedeva agli alleati l'uso delle
principali basi aeree e di buona parte dei porti militari e civili per le
operazioni di trasferimento di truppe e sistemi d'arma nel Golfo. Di
particolare gravità è stata l'autorizzazione concessa agli Stati Uniti a
schierare negli aeroporti di Gioia del Colle e di Trapani Birgi 8
cacciabombardieri a capacità nucleare F-16 ed F-18 A guerra
conclusa, dopo aver autorizzato l'invio delle unità "Sapri",
"Milazzo", "Vieste" e "Tremiti" per il concorso
alle operazioni di sminamento nel Golfo, il governo italiano dava il suo
assenso all'operazione multinazionale denominata "Provide Comfort",
assegnando per questa missione "di pace", gli incursori del "Col
Moschin", i paracadutisti della "Folgore" e gli alpini della
"Taurinense", brigata inserita nella AMF, la Forza Mobile della Nato.
Sarebbe interessante, in proposito, venire a sapere chi abbia autorizzato gli
ufficiali italiani a istituire nel campo profughi di Zacho una vera e propria “scuola
di addestramento” alle tecniche antiguerriglia per i Peshmerga curdi, e se di
questo il Parlamento sia stato mai informato
Negli stessi
giorni in cui si concludeva il conflitto nel Golfo, la Commissione Difesa della
Camera dei Deputati rendeva noto i risultati di una sua indagine conoscitiva
sull'"evoluzione dei problemi della sicurezza internazionale e sulla
ridefinizione del modello di difesa italiano" La relazione
passava poi a delineare il nuovo ruolo internazionale dell'Italia che deve
essere "sostenuto da una credibile e flessibile potenzialità militare,
imperniata su uno strumento in grado di assicurare una più ampia gamma di
opzioni". A tal fine viene proposto di ridimensionare "anche
notevolmente", i contingenti terrestri ed aerei impegnati sulla soglia di
Gorizia, "aumentando al contempo la vigilanza sul fianco sud". Una
seconda funzione della difesa nazionale viene ricondotta "agli impegni
assunti dal nostro Paese quale contributo alla pace e alla sicurezza
internazionale" e alla "tutela di vitali interessi nazionali in
emergenze fuori area", facendo proprio ciò che era già stato auspicato
nella “Nota aggiuntiva al Bilancio per la Difesa del 1991”, ove si legge che la
difesa delle frontiere "va intesa, più che come presidio territoriale,
come idoneità ad intervenire tempestivamente laddove si manifestano minacce al
suolo nazionale, agli spazi aerei e alle linee di comunicazione marittime" In vista di
questa "modifica" del modello di difesa, la Commissione Difesa
riconfermava i progetti di espansione della spesa militare per l'acquisto dei
nuovi sistemi d'arma (aviazione imbarcata, EFA, AWACS, velivoli rifornitori,
sistemi missilistici Patriot, ecc.), proponendo inoltre la
"ristrutturazione dell'Esercito" attraverso la costituzione di
reparti qualificati e specializzati "essenzialmente formati da
professionisti affiancati da un più ampio ambito di riservisti in caso di
mobilitazione" e il "potenziamento dell'aeromobilità e della difesa
anticarro mediante elicotteri"
Due mesi dopo
la pubblicazione dell'indagine conoscitiva da parte della Commissione Difesa
della Camera, anche lo Stato Maggiore delle Forze Armate completava
l'elaborazione di una propria bozza di "nuovo modello di difesa". In
essa si confermavano le analisi sullo scenario internazionale tracciate
dall'organismo parlamentare, tuttavia le proposte sulla futura composizione
delle forze operative divenivano più circostanziate e precise. Nello specifico,
il "nuovo modello" delineato dallo Stato Maggiore, sostituisce le 5
missioni individuate dal Libro Bianco del 1985 con 3 nuove “funzioni”:
"presenza e sorveglianza in tempo di pace; difesa degli interessi esterni
e contributo alla sicurezza internazionale; difesa integrata degli spazi
nazionali in caso di aggressione diretta”. Ad assolvere queste funzioni sono
delegate 3 categorie di forze: una di "pronto impiego", operativa sin
dal tempo di pace e capace di fornire una reazione "immediata"; una
forza di riserva "addestrata", idonea ad intervenire a sostegno della
forza di pronto impiego in un arco di tempo compreso fra i 30 e i 90 giorni;
una forza di riserva e mobilitazione con tempi di approntamento superiore ai 90
giorni Dovrebbe
mutare la stessa composizione degli organismi di vertice delle nostre Forze
Armate. In particolare, lo Stato maggiore della difesa dovrebbe unificare molti
degli attuali poteri demandati agli stati maggiori delle tre armi, in modo da
potenziare e “razionalizzare” l'efficienza interforze. Probabilmente si
potrebbe giungere perfino all'eliminazione dei tre SIOS, i Servizi informativi
di Esercito, Marina ed Aviazione, i cui uffici verrebbero a confluire tutti nel
Sismi Mentre nel
documento della Commissione Difesa era assente qualsiasi stima dei costi
finanziari necessari per il vasto programma di revisione del modello di difesa
e di potenziamento della dotazione di sistemi d'arma (AWACS, Patriot, EFA,
nuove unità navali, ecc.), la bozza delineata dallo Stato Maggiore auspica a
breve termine un impegno finanziario che ai costi del 1991 si colloca nell'ordine
dei 56.000 miliardi di lire
La posizione
geografica della Sicilia, con le proprie coste proiettate su due delle
principali vie di transito del Mediterraneo, il Canale di Sicilia e lo Stretto
di Messina, non poteva non avere riflessi diretti sull'assetto militare e
strategico dell'isola. Come ha scritto Salvatore Palidda, studioso
italo-francese della politica militare italiana, "la Sicilia, per la sua
posizione centrale nel Mediterraneo, è il luogo dove per prima si ripercuotono
i mutamenti concernenti l'equazione strategica non solo mediterranea. Ogni
cambiamento che si è avuto nel confronto tra USA e URSS dal dopoguerra in poi
si è quasi immediatamente ripercosso nel dispositivo USA-Nato in Sicilia" che
si trova così ad essere "il termometro sensibile ai mutamenti dovuti ai
nuovi disegni strategici"
Fu l'Italia
fascista a valorizzare il ruolo strategico-militare dell'isola. Benito Mussolini,
durante una sua visita in Sicilia nel 1937 per l'inaugurazione dell'aeroscalo
di Comiso, ebbe a dichiarare che essa "rappresenta il centro geografico
dell'impero" e che il fascismo l'avrebbe trasformata in una "fortezza
inespugnabile"
Al momento
dello sbarco alleato del luglio del 1943, le forze armate italiane schieravano
in Sicilia 3 Divisioni di Fanteria ("Aosta", "Assietta" e
"Napoli") e 5 Divisioni Costiere per un totale di 230.000 uomini, a
cui si aggiungevano 2 unità terrestri tedesche, la 15^ Divisione Granatieri e
la Divisione Corazzata "Hermann Goering"
Lo sbarco in
Sicilia garantì alle forze alleate il pieno controllo delle rotte mediterranee
che furono così riaperte alle unità navali preposte al rifornimento dei reparti
militari impegnati nel teatro europeo meridionale e in Medio ed Estremo
Oriente. Ciò ebbe un'importanza decisiva per le sorti del conflitto mondiale
Un'abbondante
letteratura ha ricostruito i legami intercorsi tra il governo statunitense e i
principali gruppi mafiosi siciliani nella realizzazione del sistema di dominio
in funzione antipopolare che gli Stati Uniti ristabilirono in Sicilia subito dopo
lo sbarco alleato
Gli Alleati,
consapevoli del ruolo strategico assunto dalla Sicilia nel corso del conflitto
mondiale, attraverso il Trattato di Pace imposero all'Italia una serie di forti
limitazioni militari da applicare proprio nell'isola. All'articolo 50 era
previsto che "in Sicilia e in Sardegna, tutte le installazioni permanenti
e il materiale per la manutenzione e il magazzinaggio delle torpedini, delle
mine marine e delle bombe" fossero "demolite o trasferite nell'Italia
continentale" entro un anno dall'entrata in vigore del Trattato. Al terzo
comma veniva aggiunto che "non sarà permesso alcun miglioramento o alcuna
ricostruzione o estensione delle installazioni esistenti o delle fortificazioni
permanenti". In Sicilia e in Sardegna era inoltre vietata la costruzione
di "ogni installazione o fortificazione navale, militare o per la forza
aerea eccetto per quelle opere destinate agli alloggiamenti delle forze di
sicurezza che possono essere necessarie per compiti d'ordine interno".
Infine all'art. 59 del Trattato era previsto che "Pantelleria, le isole
Pelagie (Lampedusa, Lampione e Linosa) e Pianosa (nell'Adriatico)" fossero
e restassero "smilitarizzate", mentre all'art. 73 veniva fatto
divieto a forze militari straniere "di stazionare sul territorio, nei
porti o nelle acque territoriali italiane"
Queste
clausole molto vincolanti vennero però presto eluse dalle stesse forze alleate.
A meno di 10 giorni dalla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del testo del
Trattato, il 4 gennaio del 1948 il gen. Marshall, segretario agli esteri
americano, annunciava l'invio in Italia e in Sicilia di un distaccamento di
fucilieri della US Navy per "integrare gli effettivi delle navi americane
alla fonda nei porti italiani". La decisione, secondo quanto spiegato
dall'ammiraglio Chester Nimitz, Comandante delle operazioni navali USA, nasceva
dalla volontà di tenere le proprie navi nel Mediterraneo "il più vicino
possibile agli obiettivi di guerra", in una zona di "particolare importanza"
per gli Stati Uniti
La
ricostituzione dell'"Aosta" e lo sbarco dei fucilieri statunitensi
furono i primi passi con cui prese il via il processo di militarizzazione della
Sicilia nel dopoguerra; essi si verificarono nello stesso periodo in cui a
Washington gli strateghi USA progettavano di trasformare l'isola "nella
Malta del futuro" e in una "inaffondabile portaerei piantata al
centro del Mediterraneo"
Subito dopo
l'adesione dell'Italia al Patto Atlantico, avvenuta a Washington il 4 aprile
del 1949, si fecero frequenti gli stazionamenti di unità navali americane nei
porti siciliani e in particolare in quello di Augusta, utilizzato perfino per
esercitazioni da sbarco dei marines e per lo stoccaggio di armi e munizioni in
depositi sotterranei
Negli stessi
mesi si iniziò a registrare anche un'intensa attività aerea di velivoli USA
sugli aeroporti principali dell'isola. Parallelamente gli anglo-americani
iniziarono il finanziamento e la realizzazione di impianti e infrastrutture di
notevole valenza militare-strategica, primo fra tutti il grande complesso di
raffinerie petrolifere nella baia di Augusta, sin d'allora utilizzato per il
rifornimento di carburante delle unità navali militari in transito nel
Mediterraneo centrale. Fu dato inoltre il via all'ampliamento degli scali aerei
di Catania e Comiso su cui esercitavano un illimitato controllo alcune società
britanniche ed americane
In seguito
alla disponibilità offerta nel settembre del 1951 dai Governi di Stati Uniti
d'America, Gran Bretagna e Francia a rimuovere "le restrizioni o
discriminazioni permanenti contenute nel Trattato di pace", l'Italia
chiese a tutte le potenze firmatarie del Trattato l'abrogazione delle clausole
che limitavano l'attività militare. Pur non ottenendo il favore dell'Unione
Sovietica che si era dichiarata disposta ad accettare la revisione solo a
condizione che l'Italia uscisse dal blocco atlantico o non ammettesse nel suo
territorio l'esistenza di basi militari e forze armate straniere, il Governo
italiano dichiarò nel gennaio del 1951 di non sentirsi più vincolato
militarmente dal Trattato di pace, legittimando così la presenza dei militari
USA in Italia e ponendo le basi per avviare il processo di militarizzazione
della Sicilia, della Sardegna e delle isole minori di Pantelleria e Lampedusa.
Nel 1952 l'Aeronautica Militare poteva così schierare a Catania-Fontanarossa un
Gruppo Aereo Antisommergibile a cui fece seguito nel 1956 la costituzione ad
Augusta di un reparto di volo della Marina Militare con un organico di 3 elicotteri
Augusta-Bell AB.47 G
L'adesione
dell'Italia al Patto Atlantico diede una spinta ulteriore al processo di
"americanizzazione" della penisola. Dopo una serie di contatti tra
gli alti vertici politici e militari statunitensi ed italiani, si giunse nel
1954 alla stipula di un accordo bilaterale ancora coperto dal segreto militare,
che avrebbe regolato da allora in poi la presenza di basi militari USA sul
territorio nazionale. Grazie a queste infrastrutture l'Italia avrebbe garantito
le operazioni di rifornimento e di "eventuale ripiegamento" per le
forze americane di stanza in Centro Europa e per i bombardieri strategici in
grado di colpire obiettivi civili e militari in Unione Sovietica. Nei piani
degli Stati Uniti, l'Italia sarebbe stata in caso di conflitto la "via per
rientrare in Europa, attraverso delle teste di ponte da mantenersi in Sicilia,
in Sardegna e, possibilmente, in tutta l'Italia del Sud"
In seguito a
questo accordo, nel 1957 il governo italiano autorizzò gli Stati Uniti a realizzare
nella Piana di Catania una Naval Air Facility (Facilitazione Aero-navale) della
US Navy. Si diede così il via alla costruzione della base di Sigonella che
secondo quanto denunciato allora dai deputati comunisti Pezzino, Failla e
Pajetta "i militari americani considerano come zona extraterritoriale, non
appartenente alla repubblica italiana"; "la presunta
extraterritorialità viene perfino invocata per negare ai lavoratori addetti
alle costruzioni i più elementari diritti democratici e sindacali propri del
nostro ordinamento costituzionale"
Ma fu in
seguito alla guerra del Kippur del 1973 e all'elaborazione delle strategie
militari USA e Nato tendenti a riaffermare l'egemonia politico-militare
dell'Occidente e il suo controllo delle risorse petrolifere mediorientali, che
le regioni del Mezzogiorno d'Italia vennero assunte a "perno del Fianco
Sud dell'Alleanza" e sottoposte in conseguenza a un rapido ed ampio
processo di militarizzazione. La regione mediterranea, definita dalla Nato
"ad alto rischio di conflitto limitato"
Così, in vista del rafforzamento del fronte meridionale dell'Alleanza Atlantica, a partire dal 1979 si avviarono una serie di programmi Nato per la realizzazione di infrastrutture militari presso gli aeroporti di Trapani-Birgi e Pantelleria e per il potenziamento delle attività nella base di Sigonella, che fu trasformata in Naval Air Station, Stazione Aeronavale. Inoltre si diede il via ad un articolato programma di ridefinizione delle servitù militari nell'isola con la realizzazione di alcuni nuovi poligoni di tiro e con la decisione d'installare sui Nebrodi un megapoligono per artiglieria di oltre 23.000 ettari di terra. Fu comunque la scelta di trasferire nel vecchio aeroporto di Comiso i 112 missili nucleari Cruise previsti dal programma di riarmo Nato, a dare risalto internazionale al processo di militarizzazione dell'isola, trasformando la Sicilia nella "punta di diamante" della Nato nel Mediterraneo, una sorta di vera e propria "portaerei naturale" dotata di sistemi d'arma convenzionali, nucleari tattici e strategici disponibili per il teatro mediorientale e il Golfo Persico.
I siciliani presero pienamente coscienza della vocazione bellicista dell'isola durante l'escalation del conflitto USA-Libia iniziato nell'autunno del 1985 e culminato nella primavera dell'anno successivo con il bombardamento di Tripoli e Bengasi e con l'immediata ritorsione libica contro Lampedusa, su cui furono lanciati 2 missili SS-1C "Scud B". Per tutto quel periodo le basi militari e i principali porti dell'isola fecero da retrovia per le minacce e gli attacchi militari statunitensi contro la Libia, demonizzata ad arte come principale mandante del terrorismo internazionale. La crisi fu
aperta il 1° ottobre 1985 con l'attacco aereo di Israele contro la sede
dell'OLP a Tunisi, nel tentativo fallito, di eliminare gli uomini di punta
della dirigenza palestinese. Il raid israeliano, un vero e proprio atto di
aggressione contro un Paese straniero, coinvolse direttamente l'apparato
militare realizzato in Sicilia. Gli aerei israeliani protagonisti del
bombardamento contro la sede OLP di Tunisi, 4 caccia F-15 "Eagle" e
altrettanti F-4E “Phantom”, transitarono infatti nello spazio aereo di
giurisdizione italiana, sorvolando a bassa quota le isole di Pantelleria e di
Lampedusa dopo aver ottenuto l'autorizzazione dal nostro governo Una settimana
dopo il raid israeliano la Sicilia si ritrovò nuovamente al centro di una vasta
serie di operazioni militari. Il 7 ottobre 1985 venne sequestrata l'”Achille
Lauro” e immediatamente tutte le basi militari siciliane furono messe in stato
di allarme. Le unità navali dislocate ad Augusta furono trasferite nel
Mediterraneo orientale in direzione della nave da crociera, mentre per le
operazioni di ricognizione aerea furono utilizzati i pattugliatori
"Atlantic" schierati a Sigonella. Il peggio però doveva ancora
venire. Quando la vicenda sembrava essersi conclusa positivamente grazie
all'opera di mediazione dei vertici dell'OLP con la resa dei sequestratori, l'11
ottobre 4 caccia americani F-14 levatisi dalla portaerei Saratoga,
intercettarono con un vero e proprio atto di pirateria aerea il Boeing egiziano
con a bordo i protagonisti del sequestro della nave da crociera italiana, e lo
costrinsero ad atterrare a Sigonella. Iniziava uno dei capitoli più oscuri
della storia recente della Repubblica, quello conosciuto come la "lunga
notte di Sigonella", in cui si rischiò il conflitto armato tra circa 300
militari italiani della VAM, i servizi di Vigilanza degli Aeroporti Militari, e
50 soldati americani appartenenti alla “Delta Force”, il Corpo Speciale
autonomo di “pronto impiego” antiterrorismo e antiguerriglia delle Forze Armate
USA. Quest'ultimo era giunto in Sicilia senza alcuna autorizzazione da parte
del nostro Paese, con l'ordine di condurre in stato di arresto i terroristi
palestinesi negli Stati Uniti Il mese
successivo alla vicenda della "notte di Sigonella", la Sicilia
rischiò di essere coinvolta dalle manovre di guerra predisposte dal Pentagono
in appoggio all'azione di forza compiuta dalle teste di cuoio egiziane contro i
dirottatori di un Boeing 737 dell'Egipt Air, e che si concluse il 24 novembre
1985 con una spaventosa carneficina all'aeroporto di Malta. In quell'occasione
un numero imprecisato di caccia e di aerei di intercettazione elettronica
furono rischierati a Sigonella dalla portaerei USA “Coral Sea” con l'ordine di
tenersi pronti all'attacco nel caso in cui le forze libiche fossero intervenute
a Malta "in appoggio ai dirottatori del Boeing egiziano" Fu questa
vicenda a segnare l'inizio delle operazioni militari USA finalizzate ad
eliminare Gheddafi. Gli attentati terroristici contro gli aeroporti di Roma e
di Vienna del Natale 1985, diedero la possibilità a Reagan di vincere le
ultime resistenze interne a che la Flotta USA assumesse il ruolo di
"gendarme internazionale" e di "task force
anti-terrorismo". Si diede così il via all'operazione "Cane
Rabbioso". Appena iniziò il nuovo anno, tutte le basi USA e Nato della
Sicilia furono messe in stato d'allarme; contemporaneamente le forze armate
statunitensi decisero di inviare a Sigonella 5 aerei "EA-6B Prowel"
indispensabili per accecare i radar libici A partire dal
febbraio successivo i porti di Augusta e di Catania furono interessati da un
intenso traffico di unità navali della VI Flotta, tra cui la stessa portaerei “Coral
Sea” che attese in rada la conclusione delle operazioni di concentramento nel Mediterraneo
centrale del dispositivo navale allestito dagli Stati Uniti, il quale giunse a
contare nella fase precedente l'attacco su ben 3 gruppi di portaerei Con l'attacco
del 24 marzo parve a tutti che la tensione tra USA e Libia fosse destinata a
ridursi. Gli Stati Uniti avevano però deciso solo di sospendere le esercitazioni
nel Golfo della Sirte e in attesa di riaccendere il conflitto dopo le vacanze
pasquali, fu ordinato il trasferimento nei porti della Sicilia orientale
dell'imponente flotta navale schierata nel Mediterraneo. Lo spettacolo a cui
assistettero i siciliani in quei giorni, non poté essere paragonato a nulla di
precedente. Una tale concentrazione di mezzi navali non si era vista nemmeno in
occasione dello "storico" sbarco alleato del 1943. Da Messina a
Giardini, da Catania al golfo di Augusta sino a Siracusa, 3 portaerei, la “Coral
Sea”, la “Saratoga” e l'”America”, decine di incrociatori, fregate, lanciamissili
e navi appoggio sostarono per diversi giorni ben protetti dal dispositivo
aeronavale allestito dal governo italiano. La presenza navale statunitense nei
porti siciliani si prolungò sino al 12 aprile, data in cui la flotta riprese il
largo diretta nuovamente verso la Libia. Fu allora scatenato un improvviso
attacco aereo contro Tripoli e Bengasi a cui l'Italia diede un sostegno che
andò ben al di là del semplice supporto tecnico-logistico. È ormai stato
provato che Reagan agì con il pieno consenso dei principali partners europei,
avvertiti anche stavolta anzitempo dell'operazione di guerra. Secondo il New
York Times, il Presidente del consiglio italiano Craxi e il Cancelliere
tedesco Khol sarebbero stati perfino favorevoli a un'azione militare "più
decisa" contro la Libia Per la
protezione delle principali basi USA e Nato della Sicilia, in vista
dell'imminente attacco contro la Libia, lo Stato Maggiore della Difesa attivò
un vasto piano militare denominato "Operazione Girasole". Pare che
esso sia stato concordato nei particolari a Catania il giorno precedente all'attacco
USA, in occasione di un vertice militare “top secret” a cui partecipò lo stesso
ministro Spadolini. In quella sede fu deciso il trasferimento d'urgenza in
Sicilia di un intero battaglione dei Carabinieri; a Lampedusa e a Pantelleria
furono fatti sbarcare da alcuni “Hercules” dei reparti di paracadutisti; furono
sospesi tutti i permessi di uscita ai militari addetti alle principali stazioni
di telecomunicazione (Mezzogregorio, Palombara, Marsala). Ad Augusta furono
trasferite anzitempo tutte le unità della flotta nazionale assegnate alla base
di Taranto; dopo una breve sosta tecnica in Sicilia, esse ripresero la
navigazione verso il Mediterraneo centrale La drammatica crisi USA-Libia permise ai vertici delle Forze Armate italiane di accelerare i tempi per un riassetto strategico dei reparti dislocati in Sicilia e per un ulteriore potenziamento delle infrastrutture e dei sistemi d'arma ivi schierati. Ciò nonostante, i due anni successivi al conflitto del 1986 trascorsero senza nuove gravi tensioni in Sicilia, anche perché il baricentro geostrategico si era nel frattempo spostato verso il Medio Oriente. L'isola fu comunque nuovamente coinvolta militarmente in quanto fornì un supporto tecnico-operativo alle unità navali italiane e USA che furono inviate nel Golfo Persico per far parte della Forza multinazionale schierata a protezione delle rotte del petrolio minacciate dall'acuirsi del conflitto Iran-Iraq. I venti di
guerra tornarono a soffiare sulla Sicilia verso la fine del 1988, quando il
governo statunitense espresse il proposito di distruggere una presunta fabbrica
di armi chimiche che Gheddafi stava per realizzare a Rabta. Il Pentagono diede
il via a una nuova escalation militare, riconcentrando nel Mediterraneo
centrale un imponente dispositivo aeronavale. Stavolta tuttavia non si verificò
quanto successo tre anni prima e il nuovo confronto militare USA-Libia fu
circoscritto a uno scontro aereo di rilevanza assai modesta tra 2 caccia F-14 e
2 Mig libici, verificatosi il 4 gennaio 1989 a sud di Creta. Per ciò che
riguarda l'uso delle infrastrutture militari della Sicilia, c'è da dire che
anche in quest'occasione vennero utilizzati 2 velivoli radar AWACS, molto
probabilmente decollati dall'aeroporto di Trapani-Birgi. Tuttavia sono stati
raccolti una serie di elementi che fanno pensare che i propositi bellici degli
Stati Uniti fossero ben diversi da quelli poi messi in pratica con un confronto
aereo di così ridotte dimensioni. Si pensi ad esempio al dispositivo militare
che fu creato dal nostro Governo contemporaneamente all'escalation militare
degli USA. Secondo quanto comunicato al Parlamento dal ministro della Difesa
Valerio Zanone, le Forze Armate furono impegnate in un vasto piano di
sorveglianza aerea e navale attorno alla Sicilia e alle sue isole minori, sia
utilizzando le forze ivi dislocate, compresi i mezzi aerei e navali dei
Carabinieri, della Guardia di Finanza, della Polizia di Stato e delle
Capitanerie di porto, sia rafforzando il dispositivo aereo sulla base di
Trapani e costituendo una cellula di intercettori su quella di Sigonella.
Furono inoltre emanate disposizioni "per l'eventuale rapido afflusso di
altre forze per la protezione del territorio nazionale, qualora l'evolversi
della situazione lo rendesse necessario". Fu anche attivata una non meglio
specificata "procedura per lo scambio d'informazioni e di intenzioni"
tra la Marina italiana e quella francese "nel quadro dell'intesa tecnica
recentemente stabilita" L'enorme
dispositivo militare installato nel corso dell'ultimo decennio in Sicilia dalle
forze armate italiane e statunitensi non poteva non assumere un'importanza
strategica per le missioni sostenute dagli "alleati" durante la
recente Guerra del Golfo. Le basi aeree dell'isola sono state utilizzate a pieno
regime per il supporto tecnico-logistico dei velivoli impegnati in operazioni
di bombardamento contro le popolazioni civili irakene e kuwaitiane; contemporaneamente
buona parte dei porti civili e i 2 grandi scali aerei siciliani di Punta Raisi
(Pa) e Fontanarossa (Ct) sono stati oggetto di un processo di militarizzazione
senza precedenti: essi sono stati trasformati in punti "chiave" per
le operazioni di vigilanza del Mediterraneo delle forze aeronavali degli Stati
Uniti e della Nato. Ma forse ancora più grave è stato il fatto che il conflitto
contro l'Iraq e il successivo aggravamento delle principali crisi mediterranee
e mediorientali, abbiano riacceso l'interesse della Nato per il Fianco Sud,
fornendo così un alibi per un nuovo colpo di acceleratore sui progetti di
espansione delle infrastrutture militari del Mezzogiorno d'Italia, Sicilia in
testa. Non è un caso che la fine del conflitto nel Golfo abbia ipotecato per il
futuro l'uso dell'aeroporto di Trapani-Birgi per le opzioni di “strike”
nucleare dell'Alleanza Atlantica; inoltre la guerra ha dato forza a quei
settori della Nato che più si oppongono alla riconversione per scopi civili
della base di Comiso e che desiderano che essa continui a fare da supporto
strategico per le forze statunitensi di stanza nel Sud Europa Il
coinvolgimento della Sicilia nella sporca guerra per il petrolio prese il via
l'8 agosto 1990, quando il Governo italiano autorizzò gli Stati Uniti ad usare
gli aeroporti militari di Sigonella, Aviano, Decimomannu e Capodichino quali
scali tecnici per le forze aeree USA trasferite verso l'area del Golfo Persico
nel quadro delle operazioni militari decise dal Pentagono in seguito all'occupazione
irakena del Kuwait. A partire da quella data sino alla conclusione del
conflitto, fu registrata un'intensa ed insolita attività aerea sulla base di
Sigonella, con continui atterraggi e partenze di aerei da trasporto del tipo
C-141 "Starlifter", C-130 "Hercules" e C-5
"Galaxy", utilizzati per il trasferimento di militari e mezzi appartenenti
all'82^ Divisione Aviotrasportata statunitense, vera e propria "spina
dorsale" della Rapid Deployment USA. In particolare, lo scalo di
Sigonella fu utilizzato in modo massiccio per la manutenzione dei velivoli da
trasporto provenienti dagli USA e diretti verso il Golfo, e per le operazioni
di rifornimento e di carico degli armamenti pesanti in dotazione ai reparti
inviati per scatenare l'offensiva statunitense Senza alcun
dubbio è possibile affermare che il coinvolgimento della base siciliana nelle
operazioni di guerra è stato nettamente superiore a quello degli altri scali
italiani concessi alle truppe statunitensi dal nostro Governo. Basti pensare
che nei primi 3 giorni di utilizzo delle basi, a Sigonella erano già transitati
per il Golfo Persico ben 71 aerei, contro i 49 ad Aviano ed uno solo a
Decimomannu, mentre l'attività presso l'aeroporto napoletano di Capodichino era
rimasta del tutto normale L'enorme
numero di personale americano che fece scalo a Sigonella durante la vicenda del
Golfo, mise duramente in crisi le capacità ricettive della base al punto che
le Forze Armate USA dovettero utilizzare anche le infrastrutture della base di
Comiso resesi libere in seguito alla partenza di buona parte del personale
americano in forza presso il 487th Tactical Missile Wing. Inoltre, per
facilitare il transito da Sigonella dei velivoli USA, l'aeroporto civile di
Fontanarossa venne messo a disposizione degli Stati Uniti per l'atterraggio dei
mezzi militari e per i “charter civili” noleggiati dal Pentagono per il
trasporto delle truppe Lo scalo
catanese tuttavia, non è stato l'unico aeroporto civile siciliano utilizzato
per fini militari durante la guerra nel Golfo. Numerose sono state infatti le
segnalazioni giunte da Palermo sulla presenza di velivoli militari sulle piste
dell'aeroporto di Punta Raisi, specie del tipo VC-10, gli aerei cisterna della
RAF (Royal Air Force), l'aviazione britannica. Sempre a Punta Raisi, con grave
rischio per la sicurezza delle popolazioni della zona, fece scalo in seguito ad
un'avaria ai motori, un bombardiere strategico USA del tipo B-52 che avrebbe
dovuto partecipare ad una missione di attacco contro obiettivi irakeni in
Kuwait Un ruolo
chiave per lo svolgimento delle principali operazioni militari della nostra
Marina e di buona parte delle Marine dei Paesi Nato, fu assunto nei giorni del
conflitto dalla base navale di Augusta. Dal porto siciliano prese il via parte
della spedizione navale italiana che fu impegnata prima nelle operazioni di
embargo contro l'Iraq e poi direttamente nel teatro degli scontri Il
trasferimento nel Mediterraneo della “Stanovforchan” fu inserito all'interno di
un complesso di differenti operazioni della Nato che ebbe ulteriori riflessi
diretti sul processo di militarizzazione della Sicilia. Onde potenziare le
capacità operative della Forza Nato di Avvistamento Precoce, la NAEWF, alcuni
velivoli AWACS utilizzati per la guerra elettronica furono rischierati presso
la FOB (Base Avanzata di Rischieramento) di Trapani-Birgi; parallelamente, lo
scalo di Sigonella fu utilizzato per il rifornimento e il sostegno logistico
del "Gruppo Multinazionale Nato di Pattugliamento Aeromarittimo"
appositamente costituito grazie al trasferimento in Sicilia di numerosi
velivoli delle forza aeree di Stati Uniti, Germania, Olanda, Francia ed Italia I porti di
Augusta e Trapani non furono gli unici in Sicilia ad essere direttamente
coinvolti in operazioni di guerra. Presso i principali approdi civili
dell'isola (Palermo, Messina e Catania), numerose unità navali nazionali,
statunitensi e di altri paesi Nato effettuarono le operazioni di bunkeraggio e
di munizionamento prima del loro trasferimento nelle acque del Golfo Persico. A
Messina ad esempio, giunsero le unità anfibie da sbarco "Newport" e
"Fairfax" con a bordo centinaia di militari del Corpo dei Marines
appartenenti alla 26^ MEU (Marine Expectitionary Unit); a Catania approdarono
la portaelicotteri "Inchon", le navi anfibie "Sylvania" e
"Nashville" schierate successivamente dagli Stati Uniti nel Golfo
Arabico e nel Mar Rosso, mentre nel capoluogo siciliano fecero scalo le unità
appartenenti alla formazione navale della "Navocformed" e la stessa
ammiraglia della VI Flotta USA, l'incrociatore lanciamissili
"Belknap" Al
potenziamento delle infrastrutture militari in Sicilia e alla riconversione a
fini bellici di porti e scali aerei della regione, si affiancò la completa
occupazione da parte delle forze armate delle isole minori di Lampedusa e
Pantelleria; in esse vennero trasferiti il 141° Battaglione Motorizzato
"Catanzaro" di Palermo, alcune compagnie del 1° Battaglione
Carabinieri Paracadutisti "Tuscania" e persino alcuni uomini dei
sevizi di sicurezza americani di stanza a Sigonella
La legge n. 898
del 1976 ("Nuova regolamentazione delle servitù militari"), ha
annesso tra i comuni costieri "militarmente importanti", Messina,
Trapani, Augusta e Melilli, gli arcipelaghi delle Eolie, delle Egadi,
Pantelleria, Linosa e Lampedusa, l'intera fascia costiera che va da Capo Santa Croce
(Augusta) a Capo Murro di Porco (Siracusa), facendo ricadere su di essi pesanti
quanto anacronistiche servitù militari, quali ad esempio l'obbligo della
preventiva autorizzazione del comandante territoriale per edificazioni e lavori
afferenti ai porti, per opere marittime, per l'uso di grotte e gallerie, ecc. Chi ha sperato
che con l'entrata in vigore della legge n. 104 del maggio 1990 che modificava
ed integrava la n. 898 prevedendo tra l'altro all'art. 8 la possibilità di una
revoca per decreto dello “status” di territorio "militarmente
importante", si giungesse ad una revisione dell'elenco delle località
siciliane sottoposte a vincoli e servitù militari, è stato presto deluso, in
quanto il governo non si è ancora reso disponibile ad alcuna modifica
dell'assetto militare del territorio dell'isola. Al contrario, il Ministro
della Difesa con proprio decreto del 15 maggio 1990, dichiarava nuovamente di
"importanza militare" le isole minori siciliane delle Eolie, Ustica,
le Egadi e Pantelleria, le Pelagie Si è ripetuto
pertanto quanto successo a fine anni ‘70 quando la politica di ridefinizione e
ridimensionamento delle aree soggette a servitù militari, portata avanti
nazionalmente in seguito all'insediamento delle Commissioni Miste paritetiche
previste dalla legge n. 898, investì in modo insignificante la Sicilia. Se
infatti si dà un'occhiata alle apposite tabelle fornite dal Ministero della
Difesa in occasione della Conferenza Nazionale sulle servitù militari che si
tenne a Roma nel maggio del 1981, ci si accorge che gli ettari asserviti dalla
Marina Militare furono ridotti solo di 300 ha. Ciò fece sì che la Sicilia con i
suoi 2.932 ettari di servitù si portasse però al terzo posto tra le regioni italiane
più sottoposte a vincoli militari da parte della Marina, con un valore che in
percentuale rappresentava il 18% dell'intero patrimonio posseduto dall'arma nel
territorio nazionale (17.411 ha)
Situazione servitù militari - Marina Militare Gennaio 1980
Per quanto
riguarda invece il patrimonio asservito all'Esercito Italiano, subito dopo il
varo della legge n. 898 si ebbe una crescita del numero di ettari, anche se essa
fu poco rilevante (da 589 a 614 ha). L'unico ridimensionamento di una certa
proporzione lo subiva il territorio dell'isola sottoposto a servitù da parte
dell'Aeronautica Militare. Esso infatti venne ridotto dagli 8.296 ettari del
1976 ai 4.480 del 1981
Aree asservite dalle Forze Armate (ha)
Nessuna
variazione si verificò invece per ciò che riguardava il numero e l'estensione
dei poligoni militari siciliani. Essi, tra demaniali ed occasionali, occupavano
nel 1980 ben 6.330 ettari del territorio dell'isola. Si era tuttavia in una
fase ancora precedente alla localizzazione in Sicilia di alcuni nuovi campi di
tiro individuale e alla progettazione di un immenso poligono permanente per
artiglierie sui monti Nebrodi. Se oggi si dovesse giungere alla realizzazione
di questo poligono che secondo il Ministero della Difesa dovrebbe estendersi su
una superficie di 13.717 ettari, in Sicilia oltre 28.000 ettari di territorio
passerebbero alle dirette dipendenze delle forze armate, cioè un valore
superiore all'1% dell'estensione della regione, il doppio di quanto censito
meno di 10 anni fa (14.356 ha)
Dal punto di
vista delle infrastrutture militari, secondo i dati forniti dal Ministero della
Difesa, esisterebbe in Sicilia un patrimonio di 343 immobili (la quinta regione
d'Italia per numero), di cui ben 94 sono stati giudicati dalle Forze Armate
"non idonei" in quanto vetusti e scarsamente funzionali secondo le
esigenze di operatività del personale
È possibile
fornire alcuni dati sul potenziamento numerico delle Forze Armate italiane e statunitensi
verificatosi in quest'ultimo decennio in Sicilia. Secondo stime ufficiali,
Esercito, Marina e Aeronautica conterebbero nell'isola non meno di 20.000 unità
Per ciò che
riguarda invece il numero di dipendenti civili del Ministero della Difesa,
stime ufficiali del 1981 censirono in Sicilia 2.450 lavoratori
Al personale
civile e militare italiano in forza presso le infrastrutture e le basi che le
forze armate possiedono nel territorio siciliano, si devono aggiungere le unità
schierate nell'isola dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. È in
questo settore che la Sicilia vanta un primato nazionale. I militari e i civili
statunitensi presenti nell'isola infatti sono aumentati in questo decennio
notevolmente: dalle 2.948 unità censite nel 1980 si è passati alle 6.765 del
1990
Presenza personale militare e civile USA in Sicilia
È evidente che i dati che sono stati forniti in merito alla presenza militare in Sicilia non tengono conto dei periodi di esercitazione o di vero e proprio conflitto internazionale nello scacchiere mediterraneo e mediorientale, quando cioè si registrano forti afflussi di reparti militari dal nord Italia, o nel caso del personale statunitense direttamente dalle principali basi nordeuropee e degli USA.
A differenza
di ciò che si è verificato in questi anni di progressiva militarizzazione del territorio,
l'intreccio tra settori industriali e produzione militare non ha vissuto
sviluppi significativi nell'isola. La Sicilia è così rimasta in una posizione
del tutto marginale nel panorama nazionale dell'industria bellica un settore
questo in cui chi investe preferisce riunificare e centralizzare la ricerca e
la produzione, emarginando così la periferia del sistema
Distribuzione regionale dell'industria militare
Tra le 50
maggiori imprese militari annoverate nel recentissimo lavoro di ricerca di Mario
Pianta e Giulio Perani sull'Industria militare in Italia, l'unica
azienda siciliana che compare è la Rodriquez Cantiere Navale S.p.A. di Messina,
impegnata nella costruzione di aliscafi e di motovedette
Il futuro
dell'impianto messinese comunque appare assai incerto, specie per ciò che
riguarda il settore occupazionale, dopo che lo scorso aprile la quota di
maggioranza della "Rodriquez S.p.A." è stata venduta alla
"Cameli & Co". di Genova, una holding controllata paritariamente
dalle famiglie Cameli e Regis Milano e che è rappresentata in borsa da due
società, la NAI - Navigazione Alta Italia e la Gerolimich
Stima del numero di occupati e fatturato della Rodriquez (anno 1988)
Rodriquez: Numero di occupati, fatturato, utili d'esercizio (in milioni di lire correnti)
Anche lo
stabilimento dell'Alenia di Palermo, specializzato nella produzione di
"tubi a microonde e componenti per la microelettronica" impiegati prevalentemente
nel settore dei radar militari
Probabilmente
l'unico settore in Sicilia che in futuro potrà assumere un ruolo di rilievo nel
complesso militare-industriale italiano, è quello della revisione e
manutenzione di unità navali. La sempre maggiore centralità geostrategica del
Mediterraneo può infatti favorire l'assegnazione di commesse da parte della
Marina Militare e della Nato ai cantieri navali presenti nell'isola. Non è un
caso che a queste puntano i manager dei bacini SMEB di Messina (fatturato 50
miliardi, dipendenti 800), società controllata dalla Finanziaria "Euroamerica",
dei Cantieri di Palermo (Gruppo IRI), e dei Cantieri "Bacino di
Carenaggio" di Trapani, questi ultimi recentemente impegnati nella
produzione di pattugliatori d'altura per la Marina italiana. Sul settore
cantieristico siciliano pesa tuttavia l'incognita dei futuri assetti
proprietari; si parla con sempre più insistenza ad esempio, di una possibile
vendita della SMEB al Gruppo Barbaro di Palermo attraverso la controllata
"Finaval S.p.A." di Roma
Per
concludere, tra le imprese siciliane i cui prodotti trovano diretta
applicazione nel settore della difesa, possono essere annoverate inoltre
l'"IMPA-Italimprese" del Gruppo Rendo (fatturato 69 miliardi nel
1986), un'azienda impegnata nei settori della carpenteria e della meccanica; la
"Rasiom", una raffineria di Augusta che produce grandi quantità di
benzina per la Nato, e la "Sincat", sempre di Augusta, un'azienda che
produce dei composti chimici per una zona militare interna alla stessa fabbrica
Parallelamente
alla crescita delle dimensioni operativo-militari delle forze navali della VI
Flotta e della Nato nel Mar Mediterraneo, si è fatta sempre più frequente la
presenza di imbarcazioni e sottomarini militari nei porti siciliani.
Attualmente, Augusta, Palermo, Catania, Messina, Siracusa, Trapani e
Pantelleria ospitano basi navali o sono investite da un'intensa attività
militare. Sui primi 4 porti tra l'altro, si registra periodicamente la sosta di
unità navali a capacità nucleare delle marine di Stati Uniti, Francia e Gran
Bretagna. In occasione di esercitazioni militari o in periodi di crisi
internazionale, si sono inoltre registrate soste di unità navali della VI
Flotta nel tratto di costa tra Punta Braccetto e Pozzallo a copertura radar
della base di Comiso, o per esempio nel tratto di mare antistante il golfo di
Patti, utilizzato come riparo dalle navi in transito in caso di violente
sciroccate nel basso Tirreno. Qualche sporadica apparizione di navi con armamento
atomico è avvenuta perfino nei porti di Riposto, Stromboli e Giardini-Naxox. Se
la sosta di unità nucleari ha preoccupato assai poco gli amministratori delle
principali città portuali nonostante da più parti si siano denunciati i gravi
rischi per la sicurezza e la salute delle popolazioni, l'ente locale di
Giardini si è invece opposto direttamente alla nuclearizzazione e alla
militarizzazione del proprio porto. A seguito delle visite di unità navali
della VI Flotta e particolarmente dopo le polemiche scoppiate contro l'uso di
queste navi di scaricare nel golfo turistico nafta e liquami vari, il 29 marzo
1988 il Consiglio Comunale di Giardini-Naxox ha votato un documento contro la
presenza di navi militari nella baia, poiché rappresentavano "un
potenziale pericolo d'inquinamento del mare ed una indubbia sgradevole sensazione
visiva"
Attività militare nei porti siciliani
L'area che da Augusta si estende sino a Siracusa è una tra le più densamente militarizzate d'Italia; negli ultimi anni è andata via via crescendo la sua importanza strategica nello scacchiere mediterraneo. La baia di
Augusta è classificata quale "NATO facility"; essa è utilizzata per
lo stoccaggio delle munizioni e quale deposito POL (Petroleum, Oil and Lubrificants
- petrolio, nafta e lubrificanti) per le forze navali della Nato e quale
struttura di supporto per le operazioni della VI Flotta USA, che utilizza la
baia per il rifornimento delle sue unità grazie a un ponte aereo con la vicina
base di Sigonella I rifornimenti
di carburante avvengono attraverso un pontile sito nei pressi dei complessi
industriali Montedison e SELM. Questa struttura ha subito un ampliamento e un
ammodernamento a partire dal 1983 Presso il
"terminal POL" di Augusta opera un Distaccamento militare della US
Navy ("US Naval Air Facility Detachment - US Naf Det")
La città di
Augusta, il cui 25% del territorio è zona militare o è soggetto a servitù
militare Fin dagli anni
'20 Augusta rappresenta inoltre il principale punto di appoggio per le
operazioni subacquee della Marina Militare nel Canale di Sicilia; attualmente
ospita in località Campo Palma il 2° Gruppo Sommergibili e un Comprensorio
Servizi Logistici entrambi dipendenti dal Comando Sommergibili (COMSOM) di Taranto
L'importanza
della base navale di Augusta è andata progressivamente crescendo a partire dal
1970, quando fu attivata per la prima volta la "Navocformed" la
Formazione Navale della Nato che opera nel Mediterraneo periodicamente su
chiamata e che utilizza proprio la baia di Augusta per le operazioni di
supporto tecnico-logistico durante le sue esercitazioni nel Canale di Sicilia Ma è durante
il conflitto del Golfo che la base navale di Augusta compie un nuovo salto di
qualità all'interno delle strategie militari della Nato. Per decisione del
CINCSOUTH (Commander-in-chief Allied Forces Southern Europe), il Comando delle
Forze Alleate del Sud Europa, lo scalo siciliano diventa "base di
rischieramento" nel Mediterraneo della “Stanavforchan”, la Forza Navale
permanente della Manica, costituita dalla Nato allo scopo di fornire una
capacità contromine a difesa delle linee di comunicazione in un'area di mare
che va dal Canale della Manica al Mare del Nord Poco fuori dal
centro abitato di Augusta, in località Palombara, sorge il Centro Operativo
Protetto della Marina ("TLC Palombara"), sede alternata al Centro di
Comando e Controllo della M.M. di Santa Rosa (Roma) che ospita il COMEDCENT, il
Comando Navale Nato da sempre assegnato agli italiani e che sovrintende alle
operazioni delle forze aeronavali dell'Alleanza nell'area del Mediterraneo
centrale, e il CINCNAV, il Comando in Capo della Squadra Navale nazionale Gli impianti
militari di Palombara sono stati realizzati all'interno di una collina
"protetta" contro la guerra NBC (Nucleare-Batteriologica-Chimica) e
sono sorvegliati da marinai del Servizio Difesa Installazioni. Al Centro
giungono informazioni da fonti diverse, nazionali ed alleate, aeree e navali, sulle
presenze e sulle rotte di tutte le unità in transito nel bacino mediterraneo;
la loro elaborazione avviene grazie al sistema elettronico “CCIS”, entrato in
funzione nel 1985. Il complesso dei sistemi di telecomunicazione che
comprendono anche quelli via satellite, fa di Palombara un vero e proprio
"Centro C3" (Comando-Controllo-Comunicazione) integrato nella rete
Nato
Nei pressi del
Centro Operativo di Palombara, su di un'area ricadente nel territorio del
comune di Melilli, sorge il Deposito Generale della Marina Militare di Cava
Sorciara, dove secondo quanto denunciato dall'on. Francesco Rutelli, entrato in
possesso nel 1985 di un inventario dei mezzi bellici disponibili in questa base
per le forze Nato, sarebbero immagazzinati "quantitativi limitati" di
armi chimiche ("tavolette di difenilcloroarsina, fiale di fosgene e di
acido cianidrico"), la cui produzione risalirebbe agli anni precedenti lo
scoppio della Seconda Guerra Mondiale Verso la fine
del 1985 è stata allargata l'area sottoposta a servitù militare attorno alla
base di Palombara e al deposito di Cava Sorciara. Con la nuova normativa le
limitazioni delle attività di edificazione nel comune di Melilli sono state
estese da 100 a 1.000 metri di distanza dalle basi militari, cioè sino al
centro storico del paese Altri due depositi della Marina Militare sorgono uno in contrada Punta di Legno (Augusta) e l'altro in contrada San Cusmano, nel comune di Priolo. Perfino l'intero promontorio di Punta d'Izzo che delimita a nord il golfo di Augusta è sottoposto a servitù militare. Su di esso sorgono diverse casermette risalenti alla 2^ Guerra Mondiale di cui una sola risulta abitata da personale della Marina Militare. Il territorio di Punta d'Izzo sarebbe sporadicamente utilizzato per esercitazioni terrestri e da sbarco di forze nazionali e Nato. Per la difesa
contraerea dei dispositivi militari ospitati nell'area di Augusta-Palombara, lo
Stato Maggiore della Difesa prevede a breve l'installazione di un paio di
batterie missilistiche "Spada", le stesse utilizzate per la copertura
dei principali aeroporti militari e delle basi USA in Italia
Attualmente alle unità navali della Marina Militare in forza alla base di Augusta vengono assegnate le operazioni di pattugliamento e di vigilanza pesca del Canale di Sicilia. Proprio in vista di un potenziamento di queste funzioni, a partire dal marzo 1990, sono state consegnate alla 2^ Squadriglia Corvette di Augusta, 4 nuove unità della classe "Minerva" dotate di una velocità di 24 nodi e di un notevole armamento (un cannone da 76/62 mm OTO Melara Compatto, un lanciamissili contraereo “Albatros-Aspide”, un radar di scoperta aerea e navale “Selenia SPS-774” e uno di tiro “Orion 20”). È stato questo
l'ultimo atto del progressivo aumento numerico e qualitativo delle unità navali
impiegate nel Canale di Sicilia dalla Marina Militare nel corso degli anni '80.
Se sino all'estate del 1982 erano solo 2 le corvette stabilmente impegnate
nella vigilanza pesca, in seguito alla decisione del Consiglio dei Ministri
dell'8 ottobre di quell'anno, il servizio è stato rafforzato attraverso una
modifica delle modalità di comportamento dei Comandanti delle vedette e con
l'aggiunta di 2 nuove unità navali e di un elicottero assegnato alla base di “Maristaeli”
di Catania A partire
dalla metà del 1984, altre 4 dragamine delle Squadriglie di Messina e di
Trapani furono aggiunte alle unità navali impegnate nel servizio di vigilanza
pesca Il
potenziamento del dispositivo militare nel Canale di Sicilia per la vigilanza
pesca, è stato giustificato dalle autorità militari con l'"aumento dei
sequestri, compiuti o tentati, di pescherecci italiani" da parte delle
motovedette tunisine, libiche e di altri paesi della costa africana
mediterranea Di contro, dal punto di vista diplomatico, non si è fatto molto per risolvere l'antico contenzioso con la Tunisia risalente al 1851, in merito alle attività dei pescherecci italiani nel cosiddetto "Mammellone", una zona di mare delimitata a nord dal parallelo di Ras Kapoudia sino al suo punto d'incontro con l'isobata dei 50 metri, a sud-est di Lampedusa. A seguito di un accordo bilaterale Italia-Tunisia sottoscritto nel 1963 e rinnovato prima nel 1971 e poi nel 1976, l'Italia riconosceva il “Mammellone” come zona di pesca riservata alle navi tunisine, ottenendo però, dietro un canone annuo, il diritto per i pescatori italiani di lavorare con lampare o reti a strascico in tale zona e nella fascia più esterna larga 6 miglia dalle acque territoriali tunisine. A partire dal 1980, la CEE, che aveva intanto ottenuto l'esclusiva della stipula di accordi di pesca con paesi extra-europei, rifiutò di rinnovare l'accordo con la Tunisia, e ciò ha incrinato le relazioni tra il nostro Paese e lo Stato nord-africano, con conseguenze dirette sulla pesca delle flotte nazionali. È molto
probabile che nei prossimi anni la Marina Militare potenzi ulteriormente la
"vigilanza pesca" nel Canale di Sicilia, dislocando stabilmente un
aliscafo lanciamissili presso l'isola di Lampedusa Va anche
aggiunto che il recente potenziamento del dispositivo militare nel Canale di
Sicilia ha coinciso temporalmente con la proposta del vice-presidente del
Consiglio Martelli, di impiegare le forze armate in supporto a quelle di
polizia quale mezzo per controllare il fenomeno dell'immigrazione clandestina.
In quell'occasione la stampa rivelò l'esistenza di alcuni piani delle nostre
Forze Armate per un loro intervento a controllo delle frontiere, specie quelle
della costa sud della Sicilia dove maggiore è la pressione d'ingresso dei
cittadini extracomunitari. Nello specifico si prevedeva il "rafforzamento
dei contingenti navali ad Augusta e Taranto" e l'uso di pattugliatori
leggeri nel Mediterraneo per "intercettare in alto mare le navi che
trasportano immigrati clandestini"
Il territorio del comune di Siracusa è interessato da una numerosa serie di infrastrutture dell'Aeronautica Militare. A sud della città, in Via Elorina, sorge il complesso di edifici e casermette che ospitano il Comando del 34° Centro Radar (CRAM) "Siracusa", la cui funzione di telerilevamento ha perso d'importanza con l'entrata in funzione del sistema "Argos" di Mezzogregorio, nel vicino comune di Noto. La Stazione radar, ridotta a Centro di avvistamento secondario (essa utilizza ancora il vecchio radar AN/FPS 88, le cui prestazioni sono assai ridotte), ospita buona parte dei contingenti militari distaccati al CRAM. Presso la frazione collinare di Belvedere, l'Aeronautica utilizzerebbe per le proprie trasmissioni “RITA” (Rete Integrata Trasmissioni Aeronautica), il ponte radio installato dalla SIP nell'area sottoposta a servitù militare antistante il vecchio castello. Sempre nei pressi di Belvedere, in Viale Epipoli, l'Associazione Arma Aeronautica ha completato la ristrutturazione e la realizzazione di numerose palazzine adibite ad alloggi per gli avieri in forza al 34° CRAM, mentre attualmente sono ancora in fase di realizzazione 30 nuovi alloggi. Nel viale di Santa Penagia, sorge inoltre un Deposito Sussidiario dell'Aeronautica. Il versante
nord del comune di Siracusa corrispondente all'intero Capo di Santa Penagia,
ospita le decine di antenne della Stazione di Radiotrasmissione della Marina
Militare ("Mariteli Siracusa"), potenziata a partire del 1988 Siracusa è infine sede del 59° Distretto Provinciale Militare e della Compagnia Genio Guastatori "Aosta" dell'Esercito Italiano ospitata in parte presso la caserma "Abele" nel centro di Ortigia e in parte in un'infrastruttura presente in via Von Platen.
La città di Catania possiede una sua rilevanza militare per la forte presenza dell'Esercito; essa è infatti la sede del 16° Comando di Zona (caserma "Malerba") del Centro Trasmissioni, del 62° Battaglione Fanteria Motorizzato "Sicilia", del 62° Battaglione Corazzato "M. O. Jero" e della 205^ Sezione di Magazzino del 17° Deposito Territoriale (ospitati questi presso la Caserma "Sommaruga" di Via Val di Savoia) e del 18° Distretto militare provinciale (Caserma "Fulci"). La ridotta
"pronta operatività" dei mezzi corazzati ospitati nelle vetuste
caserme in pieno centro storico, ha spinto le autorità militari a programmare
la realizzazione a breve termine, in località “Passo del Fico” all'inizio della
Piana di Catania, di una struttura militare di circa 150 ettari di ampiezza, in
grado di accogliere installazioni, mezzi e depositi dei Battaglioni dislocati a
Catania e di ospitare un migliaio circa di militari. Il progetto, già approvato
dall'Assessorato per il Territorio e l'Ambiente della Regione, sarà realizzato
interamente a spese del Comune di Catania che otterrà in cambio solo l'uso
parziale di alcuni degli edifici oggi adibiti a caserma (la "Sommaruga",
la "San Domenico" e l'ex convento del Carmelo), in quanto i vertici
dell'Esercito intendono mantenere in città uffici e servizi territoriali Alle porte del
comune etneo è sito l'aeroporto militare di Fontanarossa dove la Marina
Militare staziona il 2° e il 3° Gruppo Elicotteri ("Grupelicot 2 e
3") del 6° Reparto Elicotteri della M.M., destinati alla vigilanza del
Canale di Sicilia. Mentre il 2° Gruppo, dotato di elicotteri “Agusta-Bell
AB-212 ASW”, ha una funzione prevalente di addestramento, il 3° Gruppo opera in
ambito Nato e utilizza come base di appoggio la Stazione di Sigonella, dove
esiste tra l'altro un Deposito Generale della Marina. Esso è dotato di
elicotteri “Agusta Sikorsky” SH-3D "Sea King", che godono della
doppia capacità di armamento, convenzionale e nucleare, e che presto saranno
sostituiti dagli elicotteri “Westland-Augusta” EH-101 in grado di superare i
300 km/h di velocità e di estendere il raggio di azione del reparto della
Marina a 1.800 km. di distanza Pur
differenziandosi nella possibilità di essere convertiti o no all'uso di testate
nucleari, gli AB-212 e gli SH-3D sono dotati degli stessi apparati radar (gli
SMA 705) e sonar (gli AQS-13 B) e possono portare lo stesso armamento (cariche
di profondità, siluri antisom MK.42 e 44 e missili antinave) "Maristaeli
Catania" è la più vecchia delle basi dell'Aviazione di Marina (fu
costituita nel 1963) ed occupa la parte sud-est dell'aeroporto civile di
Catania-Fontanarossa: tutto il terreno su cui sorgono le infrastrutture, così
come il raccordo di rullaggio e la piattaforma di lancio è di proprietà della
Marina. Mentre il "Grupelicot 3" è dotato di 12 Agusta-Sikorsky SH-3D
ed SH-3D/H, il "Grupelicot 2" è dotato di 15 velivoli AB.212 ASW.
Tuttavia le infrastrutture della base di Maristaeli possono ospitare sino a 40
elicotteri Il 2° Gruppo
Elicotteri venne costituito nel 1964 e presto assunse la funzione di
addestramento del personale di volo della Marina Militare. Ciò impiega il 70%
circa dell'intera attività di volo del Gruppo; il restante 30% è utilizzato per
il mantenimento delle qualifiche di piloti Combat Ready, per missioni di
soccorso ed antincendio, per voli di collegamento e supporto logistico.
L'addestramento militare verte sulla lotta antisom e antinave (ricerca ed
eventuale affondamento), pattugliamento marittimo e salvaguardia delle vie di
comunicazione, operazioni in appontaggio alle unità di superficie, uso dei
sistemi di difesa-offesa, ricerca e soccorso di personale disperso in mare. In
questa attività il 2° Gruppo Elicotteri è supportato dalla IV Divisione Navale,
di stanza ad Augusta, con la quale pianifica le missioni. Mezzi e uomini del
Gruppo sono anche schierati presso gli aeroporti di Trapani e di Reggio
Calabria, onde poter estendere l'area operativa
Presso la base
di Maristaeli sono garantite le ispezioni di qualsiasi livello dei velivoli ivi
schierati, che a causa del loro impiego in ambiente marino sono soggetti a
rapidi deterioramenti delle apparecchiature. In particolare esiste una stazione
per il lavaggio con acqua dolce per eliminare incrostazioni e depositi salini
sia delle turbine che della cellula
A Maristaeli
opererebbero circa 900 militari e 80 civili
Fontanarossa
ospita inoltre il 12° Nucleo Elicotteri dei Carabinieri che ha in dotazione 3
velivoli "AB 206", uno del tipo "Alfa 190" e alcuni A 109
dell'Agusta
Al 30°
Squadrone ALE "Pegaso" viene assegnata da giugno a settembre la
vigilanza antincendio di tutta la Sicilia, ma per questa funzione dispone solo
di un aereo leggero “Siai-Marchetti SM-1019” e di un elicottero da ricognizione
AB-206 e per un monte ore di volo non superiore a 200. Il Servizio Antincendio
preposto dal Comando della Regione Militare Sicilia prevede inoltre
l'intervento di 2 elicotteri AB-212 assegnati a Maristaeli (Fontanarossa) e di
un elicottero HH-3F "Sikorsky" in forza all'82° SAR di Trapani-Birgi
Attualmente,
onde ampliare le potenzialità operative nello scacchiere mediterraneo, è in
fase di sperimentazione l'addestramento incrociato tra ALE e Marina Militare,
nel cui ambito i piloti dell'Esercito appontano sulle navi con i propri
velivoli mentre i piloti della Marina seguono dei corsi di volo tattico con le macchine
in forza ai Gruppi ALE
Di recente,
nell'area aeroportuale di Fontanarossa, vicino alla Stazione Elicotteri della
Marina Militare, è stata realizzata su una superficie di 15.000 mq un Centro
Operativo Periferico (COP) della componente aerea della Guardia Costiera, dove
opera il 2° Nucleo Aereo della Capitaneria di Porto di Catania dotato di 4
velivoli da pattugliamento Piaggio P.166DL-3 "SEM" (Sorveglianza
Ecologica Marina)
Sempre a
Fontanarossa, i vertici dell'Aeritalia (gruppo IRI-Finmeccanica) sarebbero
intenzionati a realizzare un progetto per la manutenzione dei cacciabombardieri
F-16 in forza all'US Air Force, che dovrebbero giungere a Crotone a partire dal
1992
A Fontanarossa
operano infine parte dei servizi del 541° Gruppo SLO (Servizi Logistici
Operativi) e del 441° Gruppo STO (Servizi Tecnici Operativi), una Compagnia del
battaglione “protezione locale” e il 5° Autogruppo di Manovra, facenti parte
del 41° Stormo dell'Aeronautica Militare. L'AMI ha anche installato una
struttura radar presso la vecchia torre di controllo dell'aeroporto civile
catanese
Il 41° Stormo
"Athos Ammannato" è caratterizzato da una componente “mista” -
Aeronautica e Marina - del personale. Secondo le disposizioni impartite dal
Ministero della Difesa nel 1986, i velivoli destinati al pattugliamento
marittimo, pur rimanendo parte organica dell'Aeronautica, operano infatti alle
dipendenze della Marina Militare per tutte le forme di impiego operativo, compreso
il settore antisommergibile Il reparto di
volo fu costituito a Catania il 1° ottobre 1965 allorché riunì sotto un unico
comando l'87° e l'88° Gruppo Antisom, nonché i Servizi tecnici-logistici ed
amministrativi ospitati nelle basi di Fontanarossa e Sigonella Una terza base operativa dello Stormo è presso la zona decentrata di San Giuseppe La Rena, dove sono dislocati un autoreparto, un centro trasmittente e i servizi di magazzino e manutenzione. Attualmente è comunque in fase realizzativa il progetto di riunificazione dello Stormo presso la base di Sigonella, grazie all'espansione della zona nord del campo. L'obiettivo
principale del 41° Stormo è quello di svolgere missioni aeree antisom e
antinave ("operazioni TASMO - Tactical Air Support to Maritime
Operations") Il velivolo in
dotazione al 41° Stormo è il “Dassault-Bréguet 1150 Atlantic”, pattugliatore
marittimo a lungo raggio basato a terra. Ad esso è affidato il ruolo di
ricognitore e di attacco antisommergibile, grazie all'uso di bombe di profondità
convenzionali o “speciali” (nucleari o chimiche) da 175 kg e di razzi non
guidati del tipo HVAR aria-superficie da 127 mm. Inoltre può caricare siluri
del tipo MK 44 ed MK 46 e mine del tipo MK 25 ed MK 19 Presso il 41°
Stormo è generalmente "rischierato" un aereo da trasporto del tipo G
222 dell'Aeritalia, che in caso di necessità può essere fornito del Sistema
Aerotrasportato Antincendio (SAA) in versione di protezione civile Il Reparto
Difesa del 41° Stormo è dotato di un autonomo sistema di difesa missilistica
contraerea "Spada" per fronteggiare attacchi a bassa quota; il
sistema, progettato e costruito dalla Selenia, si compone del radar di scoperta
"Pluto" e dei missili "Aspide" a guida semiattiva, in
numero di 6 per ogni batteria di tiro
Come è stato già evidenziato, la base aerea di Sigonella ospita i Comandi e i Reparti di volo del 41° Stormo Antisom dell'Aeronautica Militare. Inoltre questo scalo fornisce un supporto tecnico e logistico alle operazioni dei cacciaintercettori F-104, dei bombardieri MRCA “Tornado” e di altri velivoli da combattimento assegnati a Stormi di base in altre regioni d'Italia inviati in esercitazione nel Mediterraneo centrale. A seguito
della crisi USA-Libia del 1986, l'Aeronautica ha rischierato stabilmente a
Sigonella una "cellula di pronto impiego" composta da 6 velivoli
intercettori F-104S (“Starfighter”)
La base di
Sigonella è posta a disposizione delle Forze Armate degli Stati Uniti sulla
base di un “Memorandum” firmato l'8 aprile 1957 che ne prevede l'utilizzazione
per attività operative e di supporto logistico ai velivoli statunitensi,
secondo le direttive del Capo di Stato Maggiore della Marina USA La storia di Sigonella iniziò nel 1956 quando la Nato progettò di realizzare in Sicilia una base per l'aviazione di Marina degli USA. Dopo la firma del “Memorandum” del 1957, la US Navy avviò nel territorio del comune di Motta Sant'Anastasia la costruzione di un villaggio che prese il nome di “NAF 1”, destinato ad alloggiare le famiglie dei militari americani. L'Aeronautica italiana si occupò della supervisione tecnica del progetto. L'attività di volo prese il via nel 1959 con l'atterraggio di un velivolo F-84 dell'AMI. Nello stesso anno la base di Sigonella fu inaugurata ufficialmente con la denominazione di "Naval Air Facility". La rilevanza di Sigonella crebbe a partire dalla metà degli anni '60, quando la base divenne uno dei principali punti di rifornimento per le operazioni della VI Flotta nel Mediterraneo; nello stesso periodo gli Stati Uniti e la Nato intrapresero nella facility siciliana un vasto programma di costruzioni per ridurre il sovraffollamento delle infrastrutture della vicina base di Hal Far a Malta. In seguito
all'aumento dell'instabilità e della conflittualità in Medio Oriente, negli
anni '70 Sigonella triplicò le sue dimensioni. Secondo quanto dichiarato nel
1980 dall'Ammiraglio Iselin dello Stato Maggiore della Marina USA durante
un'audizione alla Camera dei Rappresentanti, circa "35 milioni di
dollari" erano stati spesi nell'ultimo decennio per il potenziamento di
Sigonella, mentre per il futuro fu annunciata "una spesa ulteriore di 60
milioni di dollari" per quella che era destinata a diventare il
"fulcro delle nostre operazioni nel Mediterraneo"
Attualmente la
Naval Air Station di Sigonella è la principale installazione terrestre della
Marina USA nel Mediterraneo e sicuramente quella che ha avuto la "più
rapida espansione al mondo" secondo quanto confermato da Richard Gray,
Capo del Dipartimento Manutenzione Aerei della US Navy La base
ospita più di una quarantina tra comandi operativi e di appoggio alla flotta
integrati nella rete del Comando Navale USA in Europa (CINCUSNAVEUR) e definiti
"Special Quality Assurance Commands"
Il 24° Fleet
Logistic Support Squadron ha in forza 3 aerei da trasporto CT-39 “Sabreliner”,
un aereo Vp-3a, 3 elicotteri RH-53 "Sean Stallion", 10 aerei
turboelica G-2A “Greyhound” e 4 velivoli C130 F “Hercules”
Il 24°
Squadrone fornisce inoltre il sostegno logistico per le operazioni di
collegamento aereo con il molo e il deposito di combustibile e munizioni della
vicina baia di Augusta, che pertanto accresce la versatilità della Stazione di
Sigonella nel rifornimento navale La base
siciliana ospita inoltre il 25° Squadrone Antisommergibile "VP-25"
della US Navy, dotato di 9-12 aerei P-3 "Orion", per il pattugliamento
marittimo a lungo raggio Le attività di
sorveglianza della flotta sovietica e dell'intero traffico marittimo assegnate
al 25° Squadrone Antisom, sono considerate dalla US Navy e dalla Nato di
rilevanza strategica nel confronto est-ovest. Tuttavia il complesso delle
attività "ASW" dello Squadrone di stanza a Sigonella e dell'intero
dispositivo predisposto nel Mediterraneo dalla US Navy appare sovradimensionato
e tutto sommato sproporzionato specie se riferito alla minaccia rappresentata
dalla presenza dei sottomarini sovietici, che nel Mediterraneo è più che
modesta I velivoli
"Orion" in forza al “VP-25” sono del tipo “P-3C” a doppia capacità di
armamento: possono essere cioè armati con bombe nucleari di profondità del tipo
B 57 con una potenza distruttiva sino a 20 kiloton, o con siluri convenzionali
antisottomarino MK-46 Al 25°
Squadrone sono stati inoltre assegnati recentemente alcuni elicotteri da
combattimento antisottomarino SH-3D/H “Sea King”, anche questi dotati della
doppia capacità di armamento, nucleare e convenzionale A partire dal
1984 Sigonella ospita il 4th Vertical on Board Delivery (VOD) Squadron “HCV 4”,
dotato di 6 elicotteri pesanti da trasporto CH-53 E
Presso le
infrastrutture della base sono stati assegnati inoltre un “Costruction
Battalion” (Battaglione Costruzioni), un “Mobile Seebee Battalion” (il
Battaglione di genieri della Marina USA a cui è attribuito il compito di
preparare le spiagge rimuovendo gli eventuali ostacoli in caso di operazioni da
sbarco)
La base di
Sigonella assicura inoltre l'appoggio logistico ai voli di trasporto merci e
passeggeri del “Military Airlift Command” (MAC) degli Stati Uniti e ai “Boeing
747 Jumbo” con i colori delle compagnie civili americane e facenti parte della
cosiddetta "Civil Reserve Fleet", la Flotta Civile di Riserva delle
Forze Armate Statunitensi, utilizzata dal Pentagono in casi di emergenza per il
rapido e massiccio spostamento di mezzi e di truppe Fanno
quotidianamente scalo presso Sigonella i differenti velivoli in dotazione ai
Gruppi di volo della Marina USA e del “Marine Corp”. Essi comprendono gli aerei
monoposto A-4M “Skyhawh” per il sostegno ad operazioni di guerra anfibie, i biposto
A-6E “Intruder”, gli A-7E “Corsari” e i caccia monoposto F-18 A “Hornet”
(entrambi utilizzati per operazioni di attacco e bombardamento), gli S-3A
“Viking” utilizzati quali velivoli SIGINT (Signal Intelligence) per la raccolta
di informazioni di carattere elettronico sui radar e sui sistemi di
comunicazione avversari e per il pattugliamento e la guerra antisottomarino Lo scalo di
Sigonella fornisce inoltre un supporto logistico ai velivoli in dotazione alla
US Air Force, la forza aerea statunitense, che vengono periodicamente
trasferiti nel Mediterraneo dalle basi di rischieramento presenti in Italia,
Germania, Gran Bretagna e Spagna. La presenza di questi velivoli a Sigonella si
fa intensa specie nei periodi di esercitazione o di vera e propria crisi
internazionale. Generalmente si tratta dei cacciaintercettori F-15J “Eagle”,
dei cacciabombardieri F-16 “Fighting Falcon”, dei velivoli anticarro A-10
“Thunderbolt”, dei cacciabombardieri F-111 F del “Tactical Air Command” USA(137).
Inoltre si è fatta sempre più frequente la sosta dei velivoli EA-6B
"Prowel", una versione dell'aereo biposto “Intruder” utilizzato per
la guerra elettronica. Esso è infatti in grado di "spazzare"
dall'etere qualsiasi segnale radar o radio: quando i sistemi elettronici di
bordo captano la frequenza di un radar, scaricano nell'etere segnali molto più
potenti sulla stessa frequenza finendo per oscurare completamente i sistemi
avversari. Inoltre il "Prowel" è in grado di “ingannare” i radar
avversari, facendo apparire falsi aerei nei terminali A Sigonella
sono periodicamente dislocati gli aerei cisterna KC-130 e KC-135 utilizzati
dagli Stati Uniti per il rifornimento in volo dei propri velivoli in transito
nel Mediterraneo centrale; in più occasioni è stata registrata la presenza
degli aerei radar AWACS Boeing E-3A "Sentry" della Forza Nato di
“Allarme in volo a distanza”
Di particolare
importanza è anche il fatto che la base opera da facility per modificare
la componente di volo delle portaerei in navigazione nel Mediterraneo; se ad
esempio per esigenze operative o per un'esercitazione viene data priorità alla
componente di attacco, vengono rischierati momentaneamente a terra i velivoli
da pattugliamento antisom o gli elicotteri da trasporto, lasciando così spazio sulle
unità da guerra ai caccia F-14 “Tomcat” o F 18 A “Hornet” Dal punto di
vista numerico, in seguito al potenziamento dell'attività aerea, nel 1984 gli
aerei stabilmente schierati a Sigonella sono passati da 29 a 35. Nei periodi di
tensione i velivoli ospitati nella base possono raggiungere però le 85 unità
Per ciò che
riguarda invece l'organizzazione logistico-infrastrutturale, Sigonella è
attualmente divisa in 3 grandi settori: NAS 1 (Naval Air Station 1) in cui sono
concentrate le strutture civili (alloggi, uffici, negozi, ecc.); NAS 2, a circa
10 miglia di distanza, con le due zone militari operative degli Stati Uniti e
della Nato, i depositi munizioni e i sistemi radar e di intercettamento; NAS 3,
i cui lavori di realizzazione sono iniziati nel 1983 e dove attualmente sorgono
un Centro trasmissioni e l'area di supporto della Rapid Deployment Force
Al suo
interno, la base dispone di un “Air Terminal”, 2 piste di atterraggio di 2.500
metri, 2 aree di parcheggio per i velivoli e numerose infrastrutture per la
sistemazione del personale, delle apparecchiature e dei materiali
Nella base è
presente inoltre un impianto di telecomunicazione via satellite legato alla
NAVCASMED (Naval Communications Area Master Station Mediterranean) di Bagnoli
(Na) che provvede alle trasmissioni della Flotta USA e all'appoggio di altre
comunicazioni tattiche nell'area del Mediterraneo e del Mar Rosso, garantendo
tra l'altro il comando e il controllo delle forze sottomarine di attacco dotate
di missili balistici
Sono inoltre
presenti nella base siciliana diversi edifici amministrativi e di sicurezza,
alcuni servizi per il personale, quali ad esempio un Centro legale (trasferito
solo nel 1986 da Napoli)
Negli ultimi
due anni la US Navy ha curato la realizzazione a Sigonella di una nuova
cappella
Inventario delle proprietà militari USA a Sigonella
N. 1 Oleodotto POL N. 5 Edifici per Comunicazioni N. 13 Edifici operativi N. 8 Edifici operativi navali N. 1 Edificio di addestramento N. 6 Strutture di manutenzione aerea N. 10 Strutture manutenzione carri/autoarticolati N. 6 Strutture manutenzione munizioni N. 1 Struttura manutenzione apparecchiature elettroniche e comunicazioni N. 4 Strutture manutenzione attrezzature varie N. 6 Infrastrutture manutenzioni e riparazioni N. 4 Depositi di stoccaggio delle munizioni N. 1 Area di stoccaggio munizioni all'aperto N. 12 Depositi protetti N. 2 Depositi all'aperto N. 1 Ospedale N. 1 Laboratorio N. 1 Clinica dentale N. 1 Dispensario N. 10 Edifici amministrativi N. 43 Edifici abitativi N. 8 Edifici abitazioni singole del personale N. 2 Dopolavori N. 8 Strutture comunitarie N. 33 Strutture ricreative per la comunità residente N. 4 Generatori elettrici N. 7 Linee distribuzione elettrica N. 9 Stazioni elettriche N. 1 Struttura per il riscaldamento (caldaia) N. 2 Condizionatori aria N. 1 Dispositivo idrico N. 3 Depositi acqua N. 2 Sistemi di distribuzione acqua
Strade per 6.055.606 + 18500 sy Acri 26.790
La base di
Sigonella è classificata dai vertici militari statunitensi quale "Special
Ammunitions Depot" Deposito di munizioni “speciali”), in quanto nei
depositi ivi realizzati viene effettuato lo stoccaggio delle bombe nucleari del
tipo B 57 utilizzate per la guerra antisottomarino Sigonella è
l'unica base aeronavale degli USA nel Mediterraneo preposta a questo scopo; le
bombe nucleari antisom custodite sono stimate intorno alle 100 unità Il numero
delle testate nucleari ospitate a Sigonella cresce in particolari periodi di
esercitazione o di crisi internazionale, quando la base aeronavale funziona da
centro di manutenzione per le armi nucleari destinate alle unità navali della
VI Flotta e ai velivoli aerei imbarcati I frequenti
decolli e atterraggi dei cacciabombardieri a medio raggio F-111 in dotazione
agli Stormi USA schierati in Gran Bretagna e Germania, lasciano supporre che i
depositi di Sigonella siano anche utilizzati per lo stoccaggio delle testate
nucleari trasportate da questi velivoli, le quali possiedono una potenza
distruttiva variabile da 1 kiloton a 1,45 megaton Infine è da
ricordare che a Sigonella sono state realizzate le strutture per la custodia
dei missili GLCM “Cruise” ed alcuni magazzini e alloggi per ospitare alcune
unità del 487th Tactical Missile Wing dell'US Air Force di Comiso, cioè il
Distaccamento denominato OL-A (Operating Location - A), e il 7024th Special
Activities Squadron che funge da collegamento in Sicilia tra i Comandi USAFE e
la US Navy
La recente vicenda della Guerra nel Golfo ha esaltato il ruolo della base di Sigonella a sostegno delle operazioni di trasferimento della Rapid Deployment Force, la Forza di Rapido Intervento USA costituita a fine anni ‘70 con la funzione di intervenire in tempi brevissimi nelle aree geografiche considerate di "interesse vitale" dal governo statunitense (Nord Africa, il Corno d'Africa, il Medio Oriente, il Golfo Persico sino all'Iran, l'Afghanistan, il Pakistan, ecc.). L'uso della
base di Sigonella da parte della RDF fu concesso dal Governo italiano sin dal
1982. Fonti vicine al Pentagono si affrettarono però a chiarire che la
concessione delle base italiana non avrebbe significato l'insediamento in
pianta stabile di reparti della RDF nel nostro Paese, aggiungendo tuttavia che
"l'Italia, come gli altri paesi della Nato, potrebbe eventualmente dare un
appoggio a necessità logistiche derivanti da spostamenti di questa forza, in
altre parole, “punti di appoggio” a ponti aerei o altre operazioni di trasporto
che dovrebbero far scalo nel Mediterraneo" Sigonella, del
resto, era già stata utilizzata dagli Stati Uniti nel 1979 in occasione della
fallita operazione di recupero degli ostaggi americani in Iran, "quale
base di appoggio per mezzi e materiali predisposti cautelativamente nel caso
che gli avvenimenti si fossero sviluppati in maniera assai più ampia della
previsione" La concessione
della base di Sigonella per il sostegno logistico della RDF spinse immediatamente
alcuni costituzionalisti a sollevare una serie di interrogativi sul reale “status”
giuridico della base siciliana, che assai difficilmente poteva essere ancora
definita come un'"infrastruttura Nato". Rispondendo a
un'interrogazione parlamentare il 16 febbraio 1984, l'allora sottosegretario di
Stato per la Difesa Vittorio Olcese, si ostinò a riaffermare che
"l'aeroporto militare di Sigonella rientra nel novero delle installazioni
le cui attrezzature e servizi sono dati in uso alle Forze degli Stati Uniti in
base ad accordi stipulati in sede Nato", pur non escludendo che "il
Governo in singoli casi, in relazione alla necessità di salvaguardare anche
vitali interessi nazionali" potesse di volta in volta "concedere
apposite autorizzazioni per l'utilizzo di basi militari italiane" La vicenda
della "lunga notte di Sigonella" è stata sicuramente l'esempio
migliore per chiarire quanto sia profonda la violazione dell'ordinamento
costituzionale provocata dalla presenza nel territorio nazionale di forze
militari straniere, nonché dall'inesistenza di strumenti
"tecnico-politici" per risolvere eventuali divergenze di opinioni che
possono sorgere tra le rispettive autorità statali (italiana e statunitense) in
merito alla natura delle attività consentite in una base Nato
Negli ultimi
anni si sono fatte sempre più insistenti le voci su un possibile insediamento a
Sigonella in via definitiva di alcuni reparti della “Delta Force” da destinare
a operazioni “antiterrorismo”, in modo da "avvicinare" questi
specialisti alle aree più "sensibili" dello scacchiere mediterraneo
(Libia, Medio Oriente, ecc.) Il programma
di ristrutturazione prevede che circa 20.000 unità in forza alla Marina vengano
distaccate a tempo pieno per la "difesa anti-terroristica" delle
principali basi negli Stati Uniti e all'estero. Data l'importanza strategica di
Sigonella, non è difficile immaginare che una buona percentuale di questo
personale venga proprio assegnato alla base siciliana accrescendo ulteriormente
il numero di militari USA in forza in Sicilia. Non è casuale che in occasione
di una sua recente visita nell'isola, l'ambasciatore USA in Italia Peter
Secchia abbia comunicato al presidente della Regione che per il futuro è
previsto un ulteriore potenziamento della base di Sigonella Di certo si sa
solo che il Dipartimento alla Difesa statunitense intenderebbe trasferire a Sigonella
entro il settembre 1992 500 nuovi addetti militari, per inserirli nei reparti
del “Costruction Battalion” in via di costituzione I nuovi
reparti che verranno trasferiti a Sigonella si aggiungeranno così alle oltre
4.500 unità che compongono attualmente il personale USA di stanza nella base
siciliana
Personale statunitense presente a Sigonella
Permanenti A rotazione*
* Il personale in dotazione allo Squadrone Antisom ** Stime di previsione
Inserire grafico pag.20
Strettamente
legata dal punto di vista operativo a Sigonella è la base di Comiso, che
dipende dallo Stato Maggiore dell'Aeronautica tramite la 3^ Regione Aerea. La
"Comiso Air Station" ospita le strutture di Comando e di Supporto
tecnico-logistico del 487° Tactical Missile Wing dell'US Air Force Questo aeroporto, entrato in funzione nel 1937, fu utilizzato dalle forze dell'Asse durante la Seconda Guerra Mondiale, sino a passare dopo lo sbarco alleato in Sicilia in uso al 340th Bombardment Group e al 64th Troop Carrier Group delle forze armate statunitensi. Fu in questo periodo che l'aeroporto di Comiso fu collegato mediante un oleodotto alla base aerea di Gela, che ne migliorò la prontezza operativa. Dal 1945 al 1954 la base restò inutilizzata per essere poi impiegata quale scalo civile dell'Alitalia sino al 1973. A partire da quell'anno l'aeroporto "Magliocco" fu ridotto a stazione di controllo radio dell'Aeronautica Militare. Per tutti gli anni '70, la base di Comiso visse in uno stato di semiabbandono, sino a quando il governo italiano propose agli Stati Uniti di utilizzarla quale principale base operativa ("MOB - Main Operating Base") per i 112 missili nucleari "Cruise" previsti per l'Italia dal programma di riarmo della Nato, varato nel dicembre 1979.
La concessione
sarebbe avvenuta verso la fine del 1980 in occasione di un incontro tra il
ministro della Difesa Lagorio e il Dipartimento di Stato USA. A partire dal
gennaio del 1981 gli USA insediarono a Comiso uno staff tecnico per soprintendere
al sopralluogo del sito
Il 1° ottobre
1982 fu attivato a Comiso il 487th Combat Support Group dell'US Air Force che
insieme al Corpo di Ingegneria Civile della Marina degli Stati Uniti garantì
l'inizio dei lavori di allestimento delle infrastrutture della base, per cui
sarebbero stati spesi alla fine 242 miliardi di lire, di cui 68 a carico
dell'Italia, 57 a carico della Nato e 117 degli USA
Organizzazione del 487th Tactical Missile Wing
487th Tactical Missile Wing Storia Sicurezza Affari Sociali Staff Giudiziario Affari Pubblici Clinica USAF
487th Vice-Comando Operativo Divisione Comunicazioni ed Emergenza Divisione Standardizzazione e Valutazione Divisione Piani Operativi Divisioni Addestramento 302nd Tactical Missile Squadron
487th Vice-Comando per l'Amministrazione delle Risorse Divisione Pianificazione delle Risorse Controllo Squadrone Trasporti Squadrone Sussistenza
487th Vice-Comando Manutenzioni Tactical Missile Maintenance Squadron Divisione Controllo Manutenzioni Divisione Controllo Qualità Divisione Supporto Manutenzioni Divisione Controllo Addestramento
487th Combat Support Group Squadrone Comandi Amministrazione Cappellani Militari Personale Protezione Disastri (Piani della Base) MWR Servizi Ingegneria Civile
487th Gruppo Polizia di Sicurezza Missile Security Squadron Security Police Squadron
Strutture ospitate: > OL-B (Operating Location B), Detachment 2, 7025 Air Postal Squadron; > Detachment 9, 31 Weather Squadron; > AFOSI, Detachment 6809; > OL-R (Operating Location R), Detachment 5, 1367 Audiovisual Services; > Site Activation Task Force (SATAF) / Join Cruise Missile Program (JCMPO) > OL-BN (Operating Location BN), Detachment 67, Air Force Commissary Services (AFCOMS); > Detachment 16, 7200 Engineering Squadron. > OL-B (Operating Location B), Detachment 6, 7000 Contracting Squadron > ROICC (Resident Officer in Charge of Construction), US Navy
In seguito
all'accordo INF sottoscritto nel dicembre 1987 dagli Stati Uniti e dall'Unione
Sovietica per l'eliminazione dei rispettivi missili nucleari a medio raggio, ha
preso il via il processo di progressivo smantellamento delle batterie
missilistiche ospitate nella base di Comiso, il quale si è concluso il 26 marzo
1991 con il trasferimento nella base di Davis Monthan, in Arizona, dell'ultima
serie di missili installati
Personale statunitense presente a Comiso
Come abbiamo
visto, il sistema missilistico Cruise è stato operativo a Comiso sino al marzo
del 1991. I "GLCM" (Ground Launched Cruise Missiles - Missili da
Crociera con Lancio da Terra) sono velivoli senza pilota con una gittata
superiore ai 2.500 km. e una velocità che raggiunge gli 800 km/h. Essi sono
dotati del sistema di navigazione “TERCOM” (Tecnica di correlazione delle
caratteristiche del terreno) che utilizza un computer programmato con un
profilo di volo e con una serie di mappe da selezionare secondo il “target”
(l'obiettivo). Questo sistema di navigazione consente al missile di viaggiare a
velocità subsonica a quote bassissime tali da rendere estremamente difficoltosa
la sua acquisizione da parte dei radar della difesa I missili, in
numero di 4, venivano montati su speciali “camion” mobili denominati
"TEL" (Trasportatori, Elevatori, Lanciatori), che fungevano da veri e
propri trampolini di lancio. Essi erano costituiti da una motrice e da un
rimorchio su cui era montato il “lanciatore” e il braccio elevatore dei
missili; potevano raggiungere una velocità massima di 90 km/h grazie a un
sistema di trazione 8 x 8 che ne garantiva l'utilizzo fuori strada.
Congiuntamente alle unità “TEL” operavano i "Centri di Controllo
Lancio" (LCC) montati su velivoli corazzati, in cui trovavano posto i
quadri comando per il lancio dei missili e il personale addetto.
L'"LCC", vero e proprio cervello del sistema “GLCM” era dotato di
ricetrasmittenti e di un sistema di cavi a fibra ottica che garantivano il
collegamento diretto con la “Main Operating Base” di Comiso, con i velivoli “TEL”
e con l'intera rete radar e satellitare dell'US Air Force Le squadriglie
operative dei “Cruise” erano affidate a uno speciale squadrone statunitense
denominato "MUNSS" (Munition Support Squadron - Squadrone di Supporto
Munizioni), il cui comandante era l'unico a conoscere i 3 numeri della
combinazione di 6 necessari per effettuare il lancio dei “Cruise”, mentre i
restanti 3 potevano essere comunicati al “MUNSS” direttamente dal Pentagono su
ordine del Presidente USA, in caso di scoppio di un conflitto nucleare La descrizione
del sistema di gestione dei Cruise dimostra inequivocabilmente che la decisione
sull'impiego delle armi nucleari era di esclusiva pertinenza del governo degli
Stati Uniti, nonostante che il sistema missilistico fosse stato voluto dalla
Nato. Prive di alcun fondamento erano pertanto le affermazioni dei ministri
della difesa italiani Lagorio e Spadolini, che in più riprese comunicarono al
Parlamento l'esistenza della cosiddetta "doppia chiave" che avrebbe
garantito al nostro Paese il controllo degli euromissili. I ministri erano
perfettamente a conoscenza che i governi italiano, tedesco e britannico avevano
rifiutato in sede Nato l'offerta degli Stati Uniti di associarsi all'acquisto
dei sistemi di lancio, lasciando agli USA la sola proprietà delle testate
nucleari
Dal punto di vista
logistico ed infrastrutturale, la base di Comiso comprende un'area operativa
"protetta" contro la guerra NBC di esclusiva responsabilità USA,
denominata “GAMA” (GLCM Alert Maintenance Area - Area di Mantenimento dello
Stato di Allerta), in cui venivano stazionati i "TEL" e stoccate le
testate nucleari destinate ai “Cruise”; 2 aree logistiche con uffici, camerate,
mense, ecc., distinte per nazionalità (l'area logistica italiana comprende
anche gli alloggi per le famiglie del personale); una pista di volo in via di
realizzazione e un eliporto; una zona residenziale per i militari statunitensi
con 460 villette bifamiliari, negozi, un ufficio cambio, una banca e numerosi
altri servizi tra cui un Centro di trasmissione AFRTS (American Forces Radio
and Television System) integrato nella rete SEB (“Southern European
Broadcasting System”) per l'intrattenimento e l'informazione del personale USA
e dei familiari a carico
La base è
inoltre fornita di numerosi sistemi radar e di telecomunicazione via satellite
HF; è presente anche un Centro di trasmissione e di smistamento delle
informazioni raccolte al Centro Radar di Mezzogregorio (Noto), dove vengono
immagazzinate e decifrate. In caso di allarme viene così attivato un sistema di
"protezione dall'alto" della base, con l'impiego da parte
dell'Aeronautica Militare di aviogetti del tipo F-104S ed MRCA “Tornado” La protezione
antiaerea di Comiso è invece garantita da alcune batterie del sistema di
missili terra-aria "Spada" Il sistema di
difesa antiaerea viene integrato in periodi di "massima allerta" da
contingenti di volta in volta trasferiti a Comiso dal 121° Reggimento
Artiglieria Contraerei Leggera dell'Esercito Italiano di Bologna, dotati di
cannoni leggeri da 40/70 con capacità di ricerca automatica del bersaglio e un
volume di fuoco di circa 240 colpi al minuto, e dei nuovissimi sistemi
missili-cannoni da 40/70 "Skyguard-Aspide" costruiti dalla “Selenia”
e dalla “Contraves italiana”
Il personale
italiano dell'Aeronautica Militare presente attualmente a Comiso si aggira
intorno alle 700 unità
La mobilità e
il “dispiegamento a distanza” sono stati i principi guida per la
“sopravvivenza” del sistema missilistico Cruise installato in Sicilia. Come
chiarito nel documento fornito alla stampa dall'allora Ministro della Difesa
Lelio Lagorio "...ove, una emergenza si dovesse verificare, le squadriglie
"Cruise Missile", lascerebbero prontamente la base per raggiungere
separatamente altrettante località di diradamento a notevolissima distanza da
essa. Successivamente, si sposteranno con frequenza, occupando altre dislocazioni
alternative, ben distanti fra loro, scelte anche in base al requisito di non
avere in prossimità insediamenti umani" Grazie alle
azioni di "Cruise Watching" (osservazione ed inseguimento delle
squadriglie dei TEL che si allontanavano dalla base operativa) effettuate dai
pacifisti della "Verde Vigna" di Comiso, è stato possibile censire
quali basi di dispiegamento dei missili, la NAS di Sigonella, le campagne
vicine alla “MOB” di Comiso raggiungibili attraverso la strada provinciale
Comiso-Chiaramonte Gulfi, il bosco di Santo Pietro nel comune di Caltagirone,
l'area demaniale espropriata dal Ministero della Difesa in contrada Ulmo
(Niscemi) e l'area dove sorge il 115° Deposito Sussidiario dell'Aeronautica
Militare a Vizzini Scalo Secondo quanto
denunciato dai pacifisti della “Verde Vigna”, l'utilizzo del Deposito di
Vizzini quale base di occultamento dei Cruise, risalirebbe all'estate del 1986 Il processo di
militarizzazione del territorio conseguente all'installazione dei Cruise in
Sicilia, ha investito anche le aree confinanti con la base di Comiso.
Contravvenendo agli impegni assunti in sede parlamentare dal Ministro della
Difesa Lagorio, a partire dal maggio 1985 le proprietà circostanti l'aeroporto
sono state infatti assoggettate a servitù militare (divieto di piantagioni,
fabbricazioni, scavi, ecc.) per una profondità di 30 metri, onde non
"compromettere l' operatività e la sicurezza dell'aeroporto stesso"
Con lo
smantellamento dei missili nucleari “Cruise”, si è aperto il dibattito su
quello che sarà il futuro della base di Comiso. Nonostante l'impegno più volte
espresso da parte di alcuni membri del Governo italiano su una "possibile
riconversione civile della base" e nonostante sia stato costituito in sede
parlamentare un "Comitato Ristretto" per affrontare e valutare tutte
le idee e proposte finora presentate, si fa sempre più probabile l'ipotesi che
Comiso resti alle dipendenze delle forze armate statunitensi, quale base di
supporto tecnico-logistico di Sigonella. Non è un caso infatti che durante il
recente conflitto nel Golfo Persico, i Comandi statunitensi abbiano utilizzato
gli alloggi della base di Comiso resisi liberi dopo la partenza di una parte
del personale americano in forza presso il 487th Tactical Missile Wing, per
ospitare le truppe in transito a Sigonella verso l'area di guerra In proposito
si è sostenuto che le due basi Nato siciliane possano per il futuro essere
differenziate nei compiti dalle forze armate USA: mentre Sigonella potrebbe
essere adibita principalmente a punto di rifornimento logistico, Comiso
potrebbe diventare un'"unità operativa" Anche se ciò
appare di notevole difficoltà tecnica, non è da escludere la riattivazione
della pista di atterraggio per il “rischiaramento” di squadriglie di
cacciabombardieri F-16 (è ciò che ha auspicato il gen. Wienfield Harpe
dell'Aviazione USA al quotidiano spagnolo El País il 21 gennaio 1988) Le differenti
ipotesi su un uso militare di Comiso sarebbero al centro di un rapporto segreto
del Pentagono all'esame della Commissione sulle Forze Armate della Camera e del
Senato americano, secondo quanto rivelato nell'aprile del 1989 dal quotidiano The
Washington Post. Nell'articolo, ripreso dalla stampa italiana, si ipotizzava
perfino la possibilità di una realizzazione a Comiso di un "Centro di
ricerca militare USA su armi a raggi laser" Da parte sua,
il fisico nucleare americano Edward Teller, attraverso un rapporto presentato
al Presidente degli Stati Uniti, ha proposto di “riconvertire” la base di
Comiso in un "Centro Internazionale sull'Energia" denominato
"ILSEAT" (International Laboratory for Science Engineering and
Advanced Technology), che avrebbe lo scopo di studiare il processo di fusione
termonucleare, utilizzando la tecnica del cosiddetto "confinamento
inerziale"
Anche l'Aeronautica
Militare italiana si è espressa per il mantenimento dello “status” militare
dell'aeroporto di Comiso. Se ne sono fatti interpreti alcuni uomini di spicco
della Democrazia Cristiana, come ad esempio il sen. Cappuzzo, che in vista
dello spostamento programmato di unità militari dal fianco nord-est a quello
sud dell'Italia, vorrebbe utilizzare l'area di Comiso a "scopo di allertamento
o sorveglianza radar" In questi ultimi
mesi si sono fatte ancora più forti le pressioni contro la riconversione civile
della base di Comiso. Il 21 novembre del 1989, in una sua esposizione alla
Commissione Difesa, l'allora ministro Martinazzoli ha ipotizzato per Comiso la
realizzazione di una "sede di preparazione, di professionalizzazione, in
sostanza di scuola per uomini che dovranno gestire le attività di
verifica" degli accordi sul disarmo. Tale proposta è stata vista con
simpatia dallo stesso gen. Galvin, comandante supremo delle Forze alleate in
Europa che ha proposto di collocare a Comiso l'Ente della Nato destinato a
"coordinare il controllo degli armamenti" Tanto per
restare nel campo dei sistemi missilistici non è superfluo ricordare che in un
rapporto preparato nel 1983 per la “Defense Nuclear Agency” di Washington, la
Sicilia veniva individuata come un'area strategica per un attacco contro le
unità sovietiche in navigazione nel Mediterraneo e a tale scopo si proponeva
l'installazione del sistema "GLASS" (Ground Launched Anti-Ship
Missile System), dotato di un missile convenzionale anti-nave con lancio da
terra del tutto simile al Cruise, anche se di gittata inferiore ai 250 km. Il
progetto individuava proprio Comiso come "base permanente o
temporanea" a cui potevano aggiungersi Sigonella e il complesso militare
di Augusta
Infine va detto che è rimasta ignota la destinazione delle testate nucleari utilizzate per il sistema missilistico Cruise. Numerose voci sono state diffuse sulla possibilità che esse siano ancora stoccate presso i depositi di Comiso, per essere eventualmente "riciclate" per i missili "Tomahawh" in versione SLCM, cioè quelli utilizzati dalle unità navali e dai sottomarini. In merito, i vertici delle forze armate USA schierate in Sicilia hanno preferito rifugiarsi nella formula di rito del "né confermare e né smentire"(231).
Attorno al complesso di Sigonella e Comiso sono sorte negli ultimi anni alcune strutture militari di importanza strategica per ciò che riguarda la rete di telecomunicazione e di telerilevamento militare. La prima in
ordine di installazione è stata la base radaristica dell'Aeronautica Militare
realizzata in contrada “Mezzogregorio”, nel comune di Noto (Sr). Denominata
"CRC Siracusa" (Control and Reporting Center), la base ospita il 34°
GRAM (Gruppo Radar dell'A.M.) ed utilizza il radar “Argos 10” della Selenia
refrattario agli inganni elettronici e con una capacità di rilevamento sino a
400 miglia di distanza. Il Centro Radar di Mezzogregorio, coordinato e
controllato dal ROC (Centro Operativo Regionale) dell'Aeronautica di Martina
Franca che provvede al controllo degli spazi aeromarittimi limitrofi al confine
italiano in coordinamento con il ROC di Larina in Grecia, secondo lo Stato
Maggiore dell'AMI garantirebbe un "livello più che soddisfacente di
impenetrabilità da incursori non individuati alle quote medie e alte" Proprio il “NADGE”
è un sistema di infrastrutture elettroniche che è stato per anni al centro di
una serie di polemiche su quelli che erano i reali presupposti strategici per
l'installazione del sistema, che la Nato riteneva necessario anche per rendere
"pienamente operativo l'intercettore 'Starfighter F-104 G'" I radar e i
computer di cui è dotata la base di Mezzogregorio garantiscono al 34° CRAM un
notevole livello di autonomia decisionale ed operativa. Essi sono in stretto
collegamento con i caccia intercettori F-104S schierati nella base di
Trapani-Birgi e ne determinano lo “scramble”, cioè la partenza su
"allarme" in caso di rilevamento avanzato di velivoli
"nemici" La base di
Mezzogregorio in cui è stata attrezzata un'area per l'atterraggio di
elicotteri, si estende su una superficie di circa 20 ettari di terreno
espropriati a partire dal 1977 ed ospita attualmente circa 300 militari
dell'Aeronautica Una seconda base radar, entrata in funzione nell'agosto del 1984, è quella definita "Catania SATCOM Terminal" e sorge in contrada Paportello, nel comune di Centuripe (Enna). Occupa circa 10.000 metri quadrati di terreno sulla riva destra del fiume Simeto, espropriati nel 1981. Si tratta di una delle 3 Stazioni realizzate in Italia per le comunicazioni via satellite all'interno del "Sistema NICS", il Sistema di Comunicazioni Integrate della Nato. Il radar è stato montato da tecnici militari statunitensi, mentre la realizzazione delle infrastrutture fu affidata ai vertici militari siciliani. La Stazione
SATCOM di Centuripe ospiterebbe in 3 edifici realizzati all'interno della base
una trentina di militari dell'Aeronautica italiana I Centri di
Mezzogregorio e di Centuripe hanno integrato alcuni impianti militari
preesistenti, come la Stazione di ascolto della US Navy della Marza, denominata
"Pachino Target", sita nel comune di Ispica nei pressi della locale
caserma della Guardia di Finanza. Questa stazione, gestita esclusivamente da
personale statunitense, dipende dal Comando USA della base di Sigonella. A
partire dal 1983 ha subito un processo di espansione grazie a una serie di
lavori di sbancamento e di asportazione del costone roccioso che si sono estesi
sino al promontorio di Punta Castellazzo-Porto Ulisse, intaccando
irrimediabilmente un'area di notevole interesse archeologico su cui ricadeva un
vincolo della competente Sovraintendenza Nei pressi di
Porto Palo di Capo Passero sorge l'impianto di trasmissione della Marina
Militare, realizzato recentemente dopo i lavori di riammodernamento e di “rinforzo”
delle infrastrutture presenti nell'area che in passato era stata destinata a
Stazione metereologica. L'aumento della presenza di militari nella base ha
perfino costretto la Marina a ristrutturare la casermetta adiacente al vicino
Faro di Cozzo Spadaro per ricavarne nuovi alloggi. Da più parti si sostiene che
la "Base Meteo" di Porto Palo sia dotata di sofisticate
apparecchiature per la telecomunicazione e per garantire i collegamenti tra la
terra ferma e le navi e gli aerei in transito nel Mediterraneo Sul Monte
Lauro (Siracusa) sorge la Stazione ripetitrice radio "ICZZ",
integrata nella rete "ACE High" (Alto Comando Alleato in Europa)
della Nato. Entrata in funzione nella seconda metà degli anni ‘50 Un impianto di
trasmissione è stato installato nei pressi dell'antenna SIP di Caltagirone; la
sua manutenzione è garantita da militari americani di stanza a Sigonella,
appartenenti al 2189th Information Systems Squadron, un reparto operativo
integrato nel 487° Stormo Missilistico dell'US Air Force di Comiso
Su un paio di colline ricadenti nell'antico feudo "Ulmo" nel comune di Niscemi (Caltanissetta), sono in fase di completamento i lavori per la realizzazione di quella che sarà una tra le più grandi stazioni di telecomunicazione della Marina USA nel Mediterraneo.
Il centro di
telecomunicazione, denominato in codice "Ronnie A. Hoyt - Memorial Niscemi
- Vantage Point", si estende su una superficie di oltre 200 ettari circa
non ancora delimitati del tutto dal filo spinato, i cui espropri sono iniziati
verso la fine del 1985
A partire
dallo scorso anno, una parte di quest'area militare è stata ceduta dalle
autorità militari italiane alla Marina statunitense che vi ha iniziato i lavori
di costruzione del Centro di telecomunicazioni
Attualmente
nell'area sono stati già installati una settantina di trasmettitori HF - Alta
Frequenza (a Sigonella i ricevitori erano solo 33) e un sistema di
comunicazione LF - Bassa Frequenza per il collegamento con i sottomarini in
immersione
Gli edifici
centrali sono presidiati da una ventina di Marines USA presumibilmente
distaccati dalla base di Sigonella e di Comiso
In seguito
alla decisione di realizzare a Crotone la base aerea per il 401° Stormo dell'US
Air Force, il ministero della difesa ha previsto l'ulteriore potenziamento
della rete di sorveglianza radar del sud Italia e in particolare della Sicilia.
La Nato ha già assegnato i fondi per l'installazione di 2 radar tridimensionali
(3D) trasportabili, uno a Crotone e l'altro ad Otranto, mentre l'Aeronautica
Militare dovrebbe provvedere all'acquisto di un radar bidimensionale (2D) “Argos”
da installare a Mezzogregorio (Noto), in modo da integrare la base siciliana
nel sistema NAEW (Nato Airborne Early Warning) di “allarme a distanza” della
Nato. Per il 1995 è previsto inoltre il completamento del piano di
ammodernamento dell'AMI che prevede l'acquisizione di un altro radar 3D per
Mezzogregorio, uno per l'isola di Lampedusa, 2 radar 2D costieri da installare
a Lecce e nel Golfo di Taranto, e 3 radar 3D “Gap Filler” da realizzare in
Calabria e in Sicilia per coprire le basse quote e le "zone d'ombra"
dello spazio aereo meridionale Per la sua
posizione strategica al centro dell'omonimo Stretto, Messina ha assunto un
ruolo di rilievo all'interno del vasto processo di militarizzazione che ha
investito la Sicilia in questi anni. Lo Stretto di Messina rappresenta infatti la
via obbligata per il traffico civile e militare in transito dalla zona
nord-occidentale del Mediterraneo a quella sud-orientale, l'area più
"calda" del bacino. Non a caso buona parte delle spedizioni
out-of-area effettuate dalla Marina Militare nel corso degli anni '80, da
quella in Sinai a quella in Mar Rosso, dalla missione in Estremo Oriente a
quella in Libano degli anni 83-84, sino alla missione nel Golfo Persico durante
gli ultimi mesi del conflitto Iran-Iraq, hanno effettuato soste
tecnico-operative nella città di Messina. Così negli ultimi anni, l'ampio porto
civile della città dello Stretto è stato al centro di numerose “visite” di
unità navali della Marina Militare e di buona parte delle Marine dei Paesi
membri della Nato, nonché di navi abilitate al trasporto di testate nucleari.
In proposito da più parti si è ventilata l'ipotesi che il porto di Messina sia
stato classificato quale "Nato facility", possibilità mai smentita
dalle principali autorità militari dell'isola. Ciò ha sicuramente influito
negativamente sulle potenzialità di sviluppo delle attività di tipo commerciale
e turistico delle infrastrutture portuali, impedendo tra l'altro che si
giungesse in sede politica alla definizione di una chiara strategia di
investimento in questi settori produttivi Ha sicuramente
pesato a favore della progressiva “militarizzazione” del porto di Messina,
l'accordo sottoscritto nell'estate del 1983 tra la Nato e la SMEB S.p.A.
(Società Messinese Esercizi Bacini) per il ricovero di unità da guerra nel
bacino di carenaggio gestito dall'impresa, in cui funziona tra l'altro una
moderna stazione di degassifica utilizzata frequentemente dalle navi-appoggio e
dalle navi-cisterna degli Stati Uniti L'importanza in chiave militare di Messina è sottolineata dalla presenza di un'ampia Base navale della Marina Militare che occupa con le sue strutture buona parte della zona falcata della ci | ||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||