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Mediterraneo mare di guerra
Militarizzazione e interventi dell’Alleanza Atlantica
Mediterraneo mare di guerra
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29 febbraio 2004
Tag: pace basi
Basi militari, strategie e conflitti nell’area mediterranea e mediorientale dal 1945 alla prima Guerra del Golfo. La corsa al riarmo nucleare e convenzionale e l’interventismo USA e NATO per il controllo delle risorse energetiche. Le maggiori installazioni militari e i trasferimeni di armamenti



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Militarizzazione_Mediterraneo

Mediterraneo mare di guerra

 

Basi militari, strategie e conflitti nell’area mediterranea e

mediorientale dal 1945 alla prima Guerra del Golfo.

La corsa al riarmo nucleare e convenzionale e l’interventismo USA e NATO

per il controllo delle risorse energetiche.

 

Introduzione[1]  

 

Dal punto di vista geostrategico il Mar Mediterraneo è oggi concepito come quell'area che si estende dagli arcipelaghi delle Canarie e delle Azzorre (Oceano Atlantico) sino al Mar Rosso e al Golfo Persico, includendo a sud l'area africana sahariana sino al Corno d'Africa. Senza alcun dubbio è questa l'area più intensamente militarizzata di tutta la terra. Nel solo settore navale, nel Mediterraneo e nel Mar Nero operano circa 1.000 unità da guerra e oltre un migliaio di navi ausiliarie (navi anfibie, navi appoggio, ecc.). Ad esse si aggiungono un migliaio di aerei da combattimento e 250.000 marines ed aviatori[2]. Enorme è persino il dispositivo nucleare imbarcato nelle flotte militari che operano in questo bacino. Normalmente nel Mediterraneo sono presenti qualcosa come 60 unità navali a capacità nucleare, appartenenti alle flotte di Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e della ex Unione Sovietica. Complessivamente è stato calcolato che questi quattro paesi dislochino una media di 1.200-1.400 testate e 12-21 reattori nucleari[3].

 

Dal punto di vista delle basi militari, nel Mediterraneo gli Stati Uniti dispongono da soli di più di 200 tra infrastrutture e facilitazioni varie, di cui 61 in Turchia, 24 in Grecia, 58 in Italia, 28 in Spagna, 4 in Francia, 22 in Portogallo, 5 in Marocco, 3 in Egitto ed un numero segreto in Israele[4].

 

Non è pertanto casuale che è nel Mediterraneo che a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale si sviluppa la più accentuata e sanguinosa conflittualità al mondo. Nell'arco di tempo che va dal 1945 al 1984, nell'area si sarebbero verificati ben 138 tra conflitti e colpi di stato con oltre mezzo milione di morti[5]. Un bilancio assai tragico a cui vanno aggiunti il milione di morti della guerra tra Iran e Iraq e le oltre duecentomila vittime irachene della recente guerra del Golfo. Il solo Medio Oriente è stato lacerato da quasi un quinto dei conflitti scoppiati nel dopoguerra. Il Mediterraneo è stato inoltre il teatro privilegiato del “confronto” militare USA-URSS che ha caratterizzato la storia mondiale degli ultimi decenni, un confronto che più volte ha rischiato di trasformarsi in un conflitto nucleare. È stato calcolato che a partire dal 1950 almeno una decina di volte il governo USA abbia minacciato l'uso della bomba atomica contro l'Unione Sovietica per contrastare un suo eventuale coinvolgimento in un conflitto in Medio Oriente, e persino anche contro Paesi e movimenti di liberazione dell'area. Ciò è successo ad esempio oltre che durante la guerra arabo-israeliana del 1973, nel 1956, quando l'amministrazione Eisenhower effettuò una minaccia esplicita all'Unione Sovietica contro un suo intervento nella crisi di Suez, due anni più tardi quando il dispositivo nucleare fu allertato in occasione dello sbarco USA in Libano, e nel 1970 quando Nixon utilizzò la minaccia nucleare a sostegno del governo giordano in azione contro l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina[6]. Il governo degli Stati Uniti ha anche ordinato l'allarme nucleare in occasione della spedizione in Iran nel 1980, e recentemente, in occasione dello scontro USA-Libia della primavera 1986, il gen. Bernard Rogers, comandante in capo delle forze Nato in Europa, è giunto a minacciare di colpire nuclearmente la Libia con i bombardieri strategici B-52 e con i missili Cruise in forza ai sottomarini USA e con quelli installati nella base di Comiso[7].

 

Conflittualità nel mondo  (anni 1945-1980)[8]

 

Periodo

Medio Oriente

Asia

Europa

Africa

America Latina

Totale

1945-53

17

14

9

6

17

63

1954-63

20

20

7

21

21

89

1964-73

16

28

6

57

32

139

1974-80

17

25

4

30

19

95

Totale

70

87

26

114

89

386

 

 

L'attivismo militare sovietico nel Mediterraneo

 

A partire dalla seconda metà degli anni '60, nel bacino mediterraneo si verificava una vera e propria trasformazione del quadro strategico-militare che progressivamente avrebbe  inciso sul piano dei rapporti Est-Ovest e su quello dei rapporti Nord-Sud e Sud-Sud, rendendo sempre più complesse la gestione e la composizione delle crisi e dei conflitti che hanno investito l'area[9].

 

Se a partire dalla fine della seconda guerra mondiale il Mediterraneo ha fatto sostanzialmente da vero e proprio "lago americano", dominio incontrastato dell'alleanza stretta dagli Stati Uniti con buona parte dei paesi rivieraschi, la guerra arabo-israeliana del 1967 segnò per la prima volta il diretto inserimento dell'Unione Sovietica nella questione mediorientale e un incremento dell'entità e della frequenza dei propri schieramenti navali nel Mediterraneo. Sette anni più tardi, con lo scoppio della guerra dello Yom Kippur, la competizione tra i due blocchi politico-militari s'inaspriva anche in seguito al successo dei tentativi dell'Unione Sovietica di rafforzare significativamente il proprio ruolo nelle dinamiche internazionali. Il sostegno dell'URSS al colpo di stato dei militari del 1974 in Etiopia, l'appoggio ai movimenti di liberazione di Angola e Mozambico che nel 1975 diventavano indipendenti dal Portogallo, la “partnership” con l'Egitto, le buone relazioni con Siria, Yemen e Libia dove nel 1969 il colonnello Gheddafi era salito al potere, e soprattutto l'invasione sovietica dell'Afghanistan del dicembre 1979, sono stati gli elementi che hanno mostrato all'occidente la capacità sovietica di proiettare all'esterno la propria potenza militare e una mutazione dei rapporti di forza con l'Est in grado di minacciare gli equilibri stabiliti nella regione dopo la seconda guerra mondiale.

 

Parallelamente alla politica sovietica di sostegno ai movimenti di liberazione e ai partiti marxisti al potere nei paesi del Terzo Mondo, i dirigenti sovietici cercarono si stabilire con alcuni trattati bilaterali basi militari per garantire alle forze armate una presenza più stabile nel Mediterraneo, area di transito del 50% delle importazioni e del 60% delle esportazioni dell'URSS[10]. Il maggiore impegno militare sovietico in quest'area non era comunque dettato solo da esigenze di tipo economico; la protezione del proprio contingente di missili balistici lanciati dal mare (SLBM) e l'interdizione delle linee di comunicazione della Nato nell'Atlantico assumevano infatti un valore chiave specie nell'ottica del confronto bipolare Est-Ovest[11]. Tuttavia l'URSS, anche in seguito all'abrogazione del trattato di amicizia sovietico-egiziano nel 1976, non è mai stata in grado di superare la tradizionale inferiorità militare nel Mediterraneo nel confronto con l'occidente. L'Unione Sovietica da sempre, ha potuto contare solo su di un esiguo numero di basi navali in Etiopia (Assab, Massaouah, Dahlak), Yemen del Sud (Aden, Hodeida, Al Moukalla) e Siria (Lattaquié, Banyas,  Tartous) e di alcune facilities minori concesse da Yugoslavia (Sebenik e Tivas) ed Algeria (Annaba), e ha dovuto ricorrere ad alcuni punti d'ancoraggio in mare aperto (Banco Terribile e Capo Passero a sud della Sicilia, Hurd nei pressi di Malta, Golfo di Hammamet - Tunisia, Alboran nei pressi della costa marocchina, Chella a nord delle Baleari, Kitira - Grecia), ben poca cosa se la si confronta con l'imponente dispositivo creato dagli Stati Uniti e dagli alleati Nato nel Mediterraneo[12]. Ciò nonostante, l'URSS per tutti gli anni settanta e per buona parte degli anni ottanta tenterà di assicurarsi una significativa presenza navale nel Mediterraneo in modo da "arrestare" il cosiddetto "roll-back" imposto in questo scacchiere geo-strategico della politica militare statunitense[13]. In quest'ottica la Marina sovietica che in passato era stata relegata alla difesa delle acque territoriali, fu trasformata in uno strumento offensivo della politica mondiale dell'URSS. Venne avviato così un imponente programma di riarmo navale, che vide un aumento del tonnellaggio delle unità e una loro maggiore rapidità d'intervento. Ciò permise all'URSS di schierare permanentemente nel Mediterraneo una media di 50-55 unità navali[14], che nonostante le difficoltà di tipo logistico e l'impossibilità di disporre di portaerei in quest'area, garantirono alla Marina sovietica una sufficiente capacità d'interdizione e di deterrenza politico-militare.

 

Ciò che più ha allarmato l'occidente fu però il maggiore attivismo dell'URSS nel campo degli aiuti economici e militari. Ad esempio, tra i dieci maggiori paesi ricettori di aiuti economici sovietici nel periodo 1954-1976, sette erano mediorientali (Turchia, Afghanistan, Egitto, Algeria, Iran, Iraq e Siria); mentre nel 1979 quasi il 90% del totale degli accordi sovietici per la fornitura di armi al Terzo Mondo riguardava paesi arabi, con Egitto, Iraq, Siria e Libia che da soli ricevevano il 70% del totale delle esportazioni militari sovietiche[15]. L'URSS non disdegnava di fornire persino sistemi missilistici avanzati ai propri alleati mediterranei, come ad esempio nel 1985, quando in piena crisi USA-Libia, decideva di inviare al governo nordafricano 36 missili Sam-5, installandoli in tre basi militari[16].

 

L'URSS ha agito nello scacchiere mediorientale anche grazie l'invio in massa di propri tecnici militari ai paesi "amici" dell'area; nel 1983 essi superarono le 11.000 unità e furono prevalentemente utilizzati nell'addestramento dei militari locali, nell'assemblaggio dei sistemi d'arma e perfino nel loro diretto controllo operativo[17].

 

Tecnici militari sovietici in Medio Oriente[18]

 

Anno

1965

1970

1975

1979

1983

Numero

2.105

8.840

5.905

7.615

11.850

 

     

Il conflitto Nord-Sud

 

Se alla lunga la politica espansionista sovietica, non poté non influire negativamente nei rapporti con gli Stati Uniti, contribuendo così a interrompere il fragile processo di distensione da poco apertosi dopo decenni di guerra fredda, più del confronto bipolare Est-Ovest, furono però le tensioni fra i paesi industriali del blocco occidentale e quelli della sponda sud del bacino ad accelerare i processi di militarizzazione del Mediterraneo.

 

Principale causa del conflitto Nord-Sud in quest'area è stata la competizione per il controllo delle risorse energetiche mediorientali. Fu la grave crisi petrolifera del 1973-1974, abbattutasi su un “establishment” finanziario internazionale già colpito dalla fine del sistema delle parità valutarie, a rendere esplicito a tutto l'occidente la sua stretta dipendenza dal Medio Oriente e dal Golfo Persico e la vulnerabilità del proprio modello di sviluppo dall'accesso alle fonti energetiche.

 

Ma più di ogni cosa fu il comportamento dei paesi produttori di petrolio ad avere riflessi dirompenti sulla politica internazionale agendo come stimolo di aggregazione e di competizione. Come ha scritto Fulvio Attinà, "esso rivitalizza le aspettative dei paesi sottosviluppati e introduce nella competizione Nord-Sud il tema della contrattazione multilaterale per la creazione di un nuovo ordine economico internazionale"[19]. Nuovo ordine economico a cui però gli Stati Uniti si opporranno anche grazie l'uso della forza militare, imponendo il modello del “libero mercato” e degli investimenti privati come strumento di sviluppo economico, impedendo qualsiasi ipotesi di negoziazione economica globale.

 

Il Mediterraneo viene così a sintetizzare il paradigma della contraddizione Nord-Sud, cioè del conflitto d'interessi tra paesi industrializzati e paesi in via di sviluppo, questi ultimi costretti a cedere risorse ai primi secondo il principio dello scambio ineguale, caratteristica questa dei rapporti di sfruttamento internazionale. L'economia regionale viene fondata sul capitale multinazionale o su modelli di "capitalismo di stato" che non possono non accentuare le disuguaglianze tra centro e periferia, tra aree urbane e campagne, espandendo conseguentemente i ceti di sottoproletariato la cui unica possibilità di sopravvivenza non può che essere garantita dall'emigrazione di massa nei paesi europei. Al dramma del sottosviluppo si aggiunge la politica dissennata di buona parte delle classi dirigenti nazionali, incapaci di trovare un proprio ruolo autonomo e sempre più coinvolte o “strumentalizzate” dalle politiche di potenza e di dominio dei blocchi politico-militari.

 

All'instabilità, al rivendicazionismo e all'"irrazionalità" del Sud, l'occidente, ritrovata una nuova unità sotto la leadership degli Stati Uniti, non è capace di dare risposte significative se non quelle di un irrigidimento di ordine militare. Con l'avvento di Reagan alla Casa Bianca (gennaio 1981), la competizione Est-Ovest s'inaspriva ulteriormente, acquistando un carattere nuovo: l'obiettivo degli Stati Uniti diveniva quello di abbattere la politica planetaria sovietica e di quei Paesi (Siria, Libia, Angola, Etiopia, Vietnam, Cuba, Nicaragua, Iran, ecc.) che si contrapponevano agli interessi imperialisti dell'occidente, così da riaffermare definitivamente la propria superiorità strategica e militare e l'esclusivo diritto al controllo delle vie di comunicazione e di transito delle materie prime e del flusso di investimenti americani, specie nell'area mediorientale[20]. Lo sbocco contro quella che è stata definita la "minaccia da Sud" sarà inevitabilmente l'esportazione della guerra non solo nel Terzo Mondo ma anche contro il Terzo Mondo stesso[21]. Gli eventi di questi ultimi mesi, caratterizzati dal conflitto scatenato dagli Stati Uniti e dai suoi alleati occidentali contro l'Iraq, segnano l'epilogo di questa tendenza.

 

 

Capitolo 1 - L'interventismo degli Stati Uniti nell'area mediterranea

 

 

La VI Flotta: uno strumento nucleare per il dominio del bacino

 

Lo strumento che più di tutti ha rappresentato i tentativi degli Stati Uniti di rafforzamento  del proprio ruolo militare nella regione mediterranea, è stato l'allestimento di una flotta navale (la VI Flotta), in grado di sostenere autonomamente sia la confrontation con l'Unione Sovietica che la vera e propria contrapposizione con i Paesi "nemici" dell'area.

 

La US Navy iniziò a installare portaerei nel Mediterraneo nell'agosto del 1946, e tranne che per temporanei aumenti dovuti ad uno stato di crisi o a particolari esercitazioni, le dimensioni e la composizione della VI Flotta sono rimaste essenzialmente costanti sin dal 1951, con la presenza di due gruppi di portaerei con più di 90 velivoli imbarcati, circa 14 navi da guerra, 7-8 tra sottomarini d'attacco e strategici, un gruppo anfibio della fanteria di Marina e 12 unità ausiliarie, più gli elementi di vigilanza e di lotta antisottomarino con base terrestre.    

      

Dal punto di vista organizzativo, la componente navale della VI Flotta è composta da 9 principali “task forces” (TF). Il maggiore comandante assegnato al battle group è il “Commander Task Force CTF 60”, da cui dipendono le due portaerei che costituiscono il nucleo dei “Task Groups 60.1 e 60.2”. Seguono la TF-61 che comprende le unità di assalto anfibio, la TF-62 costituita dalle unità del Corpo dei Marines, la TF-63 che raggruppa le navi rifornimento, la TF-64 composta da tre sottomarini nucleari che trasportano i missili strategici Trident D-4 o Poseydon C-3 posti direttamente sotto il SACEUR, il Supreme Allied Commander Europe della Nato, la TF-65 attivata solo in caso di emergenza, la TF-66 che raggruppa le componenti di volo adibite ai compiti di strike navale, e la TF-67 che comprende gli squadroni dei pattugliatori marittimi "Orion P-3" assegnati a Sigonella in Sicilia (TG.67.1), Rota, Spagna (CG-67.2), e Souda Bay, Creta (TG-67.3) e uno squadrone misto di aerei di sorveglianza elettronica EP-3 "Orion" ed EA-3B "Skywarrior" (CTG-67.4). Esiste inoltre il CTF-68 (Commander Special Task Force), una struttura di comando attivata solo in caso di operazioni speciali, come possono essere ad esempio le manovre della VI Flotta nel Mar Nero. Le operazioni sottomarine sono subordinate al Comando del "Submarine Group 8" CTF-69, che comprende alcuni sottomarini nucleari d'attacco regolarmente presenti nel Mediterraneo che utilizzano per il rifornimento e la manutenzione una nave officina attraccata a La Maddalena, in Sardegna[22].

 

Il vice ammiraglio che comanda la VI Flotta assume contemporaneamente sia  responsabilità USA che Nato. Sotto la catena di comando statunitense, egli è subordinato al Comandante delle forze navali USA in Europa (CINCUSNAVEUR - Commander-in-chief US Naval Forces in Europe) presente a Napoli. Nella veste Nato, il Comandante della VI Flotta assume il ruolo di "Commander Striking and Support Forces Southern Europe" (STRIKFORSOUTH) a cui sono assegnate le operazioni della VI Flotta e delle forze navali delle altre marine della Nato nel Mediterraneo[23]. Questa concentrazione di ruoli e finalità differenti in un solo comando per giunta statunitense, ha fatto sì che certe attività militari siano state intraprese dagli USA nella regione mediterranea senza alcun coordinamento con la Nato utilizzando infrastrutture e sistemi di comunicazione e rilevamento radar alleati.

 

La VI Flotta si è anche caratterizzata per l'imponente carico atomico presente a bordo delle proprie unità: secondo i ricercatori statunitensi Arkin ed Handler esse trasporterebbero circa 300 testate nucleari adibite allo strike a terra e antiaereo e alla lotta antisottomarino[24].

 

È stata proprio la crescita del numero delle unità navali a capacità nucleare l'aspetto più rilevante dal punto di vista strategico del processo di modernizzazione che la VI Flotta ha subito nel corso degli anni '70. La componente sottomarina (Task Force 69), divenne ad esempio una forza completamente a capacità nucleare destinata alla guerra navale e ad attaccare il fianco meridionale sovietico, il Medio Oriente e l'Africa. Questo processo si accompagnò allo sviluppo dei sistemi missilistici. Nel 1977 fu introdotto nelle unità della VI Flotta il missile "Harpoon" a cui seguì nel 1979 il missile superficie-aria "Standard" (SM-2) che migliorarono sensibilmente le capacità di combattimento navale ed antiaereo[25]. A partire dal 1984 gli USA iniziarono a installare nei sottomarini presenti nel Mediterraneo i missili Cruise a doppia capacità di armamento consentendo l'attacco di bersagli terrestri[26].

 

Contemporaneamente, grazie all'accresciuta importanza dello scacchiere meridionale, il comando del CINCUSNAVEUR fu trasferito dalla sede di Londra a Napoli, mentre  mutarono anche le funzioni assegnate alla VI Flotta nel teatro mediterraneo. In effetti, la missione di appoggio alle forze terrestri sui fronti italo-jugoslavo e greco-turco-bulgaro che le forze anfibie ed aeree della VI Flotta avrebbero dovuto svolgere fin dalle prime fasi del conflitto, venne integrata dalla US Navy con altre missioni sicuramente più aggressive, tendenti all'immediata neutralizzazione delle forze aeronavali avversarie attraverso lo "strike", il "sea control", e l'"assalto anfibio"[27].

 

Se la lotta antisottomarino (ASW) è rimasta una delle principali attività nucleari navali nel Mediterraneo (per essa la US Navy ha realizzato più di 20 basi ASW in cinque paesi, tra cui quelle di rilevanza strategica di Sigonella, San Vito dei Normanni e Napoli in Italia, e di Rota in Spagna), la presenza delle unità della VI Flotta ha giocato anche il ruolo non certo secondario di strumento militare della politica e della diplomazia USA nella gestione di tutte le crisi che hanno investito in questi anni l'area mediterranea. Come ha sottolineato James Cable, già ambasciatore britannico negli Stati Uniti, "il sostegno di Israele, l'opposizione alla Libia, la repressione dei movimenti rivoluzionari, o l'assistenza ai governi conservatori, sono tutti obiettivi concepibili per cui la VI Flotta può essere impiegata"[28].

 

Così le unità della VI Flotta sono state impiegate minacciosamente durante la crisi di Suez, durante lo sbarco USA in Libano e la guerra civile in Giordania, in occasione dei conflitti arabo-israeliani e durante la crisi iraniana che iniziò nel gennaio 1980, e che vide il trasferimento della portaerei "Nimitz" verso il Golfo Persico, ben al di là pertanto dell'area operativa della VI Flotta, per potenziare il dispositivo navale della Forza mediorientale che  con la guerra Iran-Iraq giunse a schierare 24 unità da guerra e oltre 15.000 uomini della US Navy[29].

 

La VI Flotta, specie nell'ultimo decennio è stata anche un micidiale strumento bellico, assumendo direttamente il ruolo di protagonista nei conflitti. Si pensi al ruolo giocato dalle unità USA in Libano dal settembre 1983 al maggio 1986, quando la "New Jersey" bombardò in più occasioni obiettivi nemici nell'area di Beirut rischiando tra l'altro di estendere il confronto con i "consiglieri militari sovietici" che assistevano i siriani nell'installazione di missili superficie-aria[30], o ai ripetuti interventi militari contro la Libia, culminati nel bombardamento contro obiettivi civili e militari di Tripoli e  Bengasi.  

 

Composizione dei velivoli di una portaerei[31]

 

2 gruppi caccia intercettori F-14 con circa 24 velivoli

2 gruppi di caccia-bombardieri A-7 con circa 24 velivoli

1 gruppo di caccia-bombardieri ogni tempo A-6 con circa 14 velivoli (compresi 4 velivoli cisterna per il rifornimento in volo)

1 gruppo di velivoli di sorveglianza radar E-2C con circa 4 velivoli

1 gruppo di EA-6B con 4 velivoli

1 gruppo di aerei antisom S-3A con circa 10 velivoli

1 gruppo di elicotteri antisom SH-3D con circa 8 elicotteri

    

Il ruolo della VI Flotta nelle crisi dell'area mediterranea

(1956-1990)

 

Anno

Evento

Attività

1956

Crisi di Suez

Presenza

1967

Guerra dei sei giorni

Presenza

1970

Crisi giordana

Presenza

1973

Guerra arabo-israeliana

Presenza

1974

Crisi di Cipro

Evacuazione di civili

1975

Riapertura del Canale di Suez

Operazioni di sminamento

1976

Crisi in Libano

Evacuazione di civili

1978

Guerra tra Somalia ed Etiopia

Presenza

1979

Crisi afgana

Invio di unità nell'Oceano Indiano

1979

Raid di ribelli a Gafsa – Tunisia

Presenza

1980

Crisi iraniana

Presenza

1981

Assassinio di Sadat

Invio di unità in Egitto

1981

Abbattimento Mig libici

Partecipazione diretta

1982

Forza Multinazionale nel Mar Rosso e Sinai

Operazioni di vigilanza

1983

Incidenti nel Golfo della Sirte

Partecipazione diretta

1983

Crisi in Chad

Presenza

1983-86

Guerra in Libano

Partecipazione diretta

1984

Forza Multinazionale nel Mar Rosso e a Suez

Operazioni di sminamento

1985

Raid israeliano a Tunisi

Appoggio e rifornimento aereo

1985

Sequestro dell'"Achille Lauro"

Vicenda di Sigonella

1985

Dirottamento Boeing egiziano

Allarme delle unità

1986

Bombardamenti in Libia

Partecipazione diretta

1986-88

Guerra Iran-Iraq

Partecipazione diretta

1989

Abbattimento Mig libici

Partecipazione diretta

1990

Invasione del Kuwait

Trasferimento unità nel Golfo Persico

 

 

La nuova politica militare USA in Africa

 

Parallelamente al potenziamento strategico ed operativo della propria componente navale nel Mediterraneo, a partire dalla fine degli anni settanta, il governo USA inaugurava una nuova politica interventista nelle aree geografiche considerate di "interesse vitale", tentando di spostare a proprio favore le posizioni di confronto-scontro con il blocco orientale. Il maggiore attivismo degli Stati Uniti si concentrava principalmente nel continente africano ed in Medio Oriente.

 

Per quanto riguarda l'Africa, uno degli obiettivi privilegiati della politica militare statunitense è stato il Maghreb. Sicuramente è stato il Marocco il paese che più di tutti ha assunto in questa regione il compito di "alleato-gendarme" USA, anche per  la posizione strategica occupata  di fronte lo stretto di Gibilterra, vero e proprio  corridoio per l'Europa, il Medio Oriente e l'Africa. Con il sorgere del conflitto nel Sahara Occidentale considerato assai semplicisticamente dagli Stati Uniti come un'estensione dell'aggressione sovietica nella regione, il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti trovò nel Marocco un fedele partner politico-militare disponibile ad offrire il diritto di ingresso nei porti e negli aeroporti nazionali alle unità navali e agli aerei militari USA, in cambio di ingenti crediti e aiuti economici. Gli Stati Uniti intrapresero anche un programma di modernizzazione dei sistemi d'arma in dotazione alle brigate marocchine, mentre nell'ottobre del 1979 il Presidente Carter autorizzò la vendita al Marocco di armi per un valore di 235 milioni di dollari, tra cui 6 aerei da riconoscimento OV-10, 24 elicotteri Hughes 500 MD, 20 caccia F-5 E/F, numerosi missili “Tow” e perfino le bombe cluster CBU-58 e CBU-61. Questi sistemi d'arma furono tutti impiegati nel Sahara Occidentale, nonostante il divieto sancito in primo luogo dalle leggi USA in materia di export militare e dagli stessi trattati bilaterali sottoscritti con il Marocco che ne prevedevano l'uso al solo scopo dell'autodifesa. Gli Stati Uniti firmarono inoltre un accordo segreto di cooperazione nucleare, il primo con un paese arabo[32]. La cooperazione militare in funzione anti-Polisario crebbe ulteriormente nel triennio 1982-84 quando vennero forniti altri 220 milioni in aiuti militari. Inoltre 35 consiglieri militari statunitensi furono inviati in Marocco per l'addestramento delle truppe governative e per fornire le informazioni raccolte dai satelliti USA sui movimenti e sulle basi del Polisario[33].

 

Gli Stati Uniti rafforzarono le loro relazioni anche con la Tunisia specie dopo l'attacco dei ribelli anti-governativi e filo-libici a Gafsa. Nel 1980 i militari statunitensi fornirono l'assistenza per fissare il piano militare quinquennale tunisino e garantirono un credito per l'acquisto di sistemi d'arma di circa 300 milioni di dollari[34]. Inoltre Washington s'impegnò a finanziare la costruzione di alcune basi militari a Khebilia, Kelibia e Gafsa e ricevette l'autorizzazione alla realizzazione di un Centro per il comando strategico delle operazioni della VI Flotta presso la base aerea di Tabarka[35].

 

La seconda metà degli anni ‘70 ha coinciso anche con il maggiore interventismo politico-militare degli Stati Uniti nel Corno d'Africa, area strategica per il controllo del Mar Rosso, una delle principali rotte marittime per il commercio internazionale. Secondo quanto specificato dall'allora assistente del Segretario di Stato USA per gli affari africani, Chester Crocker, l'Africa orientale assumeva un interesse vitale soprattutto a causa "della crescente dipendenza degli Stati Uniti dalle importazioni di minerale combustibile e non combustibile di produzione africana"[36]. L'intervento somalo del 1977 contro il governo etiopico alleato dell'Unione Sovietica, fu l'occasione degli Stati Uniti per conquistare l'egemonia nel Corno d'Africa. Gli USA, dopo aver fatto da "supervisore" dei piani di aggressione somala[37], nell'agosto del 1980 firmarono con il governo di Mogadiscio un accordo che autorizzava le forze americane ad utilizzare le basi somale e in particolare l'aeroporto della capitale e la base navale di Berbera[38]; contemporaneamente gli USA diventarono il primo fornitore di sistemi d'arma del paese africano garantendo oltre il 60% dell'import militare della Somalia[39]. Ai rapporti con il governo somalo seguirono quelli con il Kenya, paese che accordò agli Stati Uniti l'uso di alcune facilities tra cui il porto di Mombasa, e con Gibuti a cui gli USA fornirono 6 milioni di dollari all'anno per programmi di assistenza nella difesa[40].

 

Gli Usa si impegnarono direttamente persino in Ciad a sostegno delle forze armate comandate da Hissene Habré e sostenute dalla Francia in funzione anti-libica, attraverso l'invio di un contingente di 550 "consiglieri" e di 25 milioni di dollari in aiuti militari, e il rafforzamento del dispositivo aeronavale nella regione mediterranea e in Sudan[41].

 

È stato comunque l'Egitto il miglior alleato in terra d'Africa del governo statunitense; in pochi anni esso divenne insieme ad Israele e all'Arabia Saudita, il maggiore beneficiario mondiale degli "aiuti militari" che gli Stati Uniti fornirono principalmente per cementare gli accordi di Camp David stipulati nel 1978 e creare così un fronte politico-militare conservatore in grado di proteggere le forniture di petrolio mediorientali[42].

 

Le relazioni in tema di sicurezza tra Stati Uniti ed Egitto iniziarono nel 1977 e sette anni più tardi gli aiuti militari al governo egiziano superarono i 1.300 milioni di dollari, con una crescita del 136% rispetto a quelli forniti nel 1981[43]. Nel 1980, in occasione della visita del presidente egiziano Mubarak a Washington, il paese africano e gli Stati Uniti sottoscrissero un accordo di cooperazione bilaterale che autorizzava le forze armate USA ad utilizzare alcune infrastrutture aeree, a costruire numerosi depositi di materiale bellico pesante e a schierare sino a 14.000 militari statunitensi[44]. Gli Stati Uniti a loro volta s'impegnarono a guidare il piano di modernizzazione delle forze armate egiziane grazie alla vendita di 244 carri armati M-60, di 40 velivoli F-16 e di decine di caccia F-4, di alcuni velivoli da trasporto che hanno allargato il raggio operativo migliorando la mobilità delle forze egiziane, e di numerose fregate per il pattugliamento dell'area del Mar Rosso. Contemporaneamente USA ed Egitto davano vita a partire dal 1982 a periodiche esercitazioni militari congiunte nel deserto (le cosiddette "Bright Star") tendenti ad accrescere la capacità americana di proiezione militare nel Golfo Persico e che hanno ricevuto un contributo significativo anche da Somalia, Sudan e Kenya. Gli aerei statunitensi ricevettero inoltre il diritto a sorvolare senza restrizioni lo spazio aereo e ad  accedere liberamente  alle basi egiziane[45].

 

Grazie alla realizzazione delle nuove partnership strategiche con Egitto, Marocco, Somalia e con i paesi dell'Africa nera in prossimità dell'Oceano Indiano, gli Stati Uniti divennero negli anni ‘80 i principali esportatori di sistemi d'arma al continente, superando quei paesi come Francia e Gran Bretagna che nonostante il processo di decolonizzazione, avevano mantenuto assai stretti le relazioni e gli intrecci economico-finanziari con l'Africa[46].

 

 

Israele, un gendarme in Medio Oriente

 

Protagonista del processo di creazione di un asse strategico conservatore in Medio Oriente, Israele, ottenuto lo status di "media potenza" regionale dopo i successi nelle guerre dei sei giorni e dello Yom Kippur, si trasformò presto nel migliore trampolino militare statunitense nell'area del petrolio. Dopo aver sottoscritto negli anni settanta alcuni “memorandum di intesa economico-militare”, nel dicembre del 1981, gli Stati Uniti firmarono con Israele un accordo di cooperazione strategica che dava vita a un "Joint Political-Military Group", al fine di sostenere gli sforzi statunitensi per realizzare una presenza militare più significativa nell'area del Golfo Persico e dell'Oceano Indiano e "scoraggiare qualsiasi minaccia proveniente dall'URSS nella regione"[47]. Israele inoltre, s'impegnava a fornire alcune basi aeree per il rifornimento e il preposizionamento degli aerei da trasporto e tattici USA e delle attrezzature (tanks, armamenti e altro equipaggiamento pesante) che "sarebbero necessari nelle prime ore di una crisi regionale" e a coordinare i dati raccolti dalla rete nazionale di allarme radar con quelli delle unità della VI Flotta, a cui venivano riservate alcune facilitazioni portuali ad Haifa. Le forze aeree israeliane s'impegnavano infine nella protezione delle navi e degli aerei USA in transito nel Mediterraneo per il Golfo Persico. Gli Stati Uniti attraverso l'Army Corps of Engineers realizzarono a proprie spese tre nuove basi militari, quelle di Ramon e Ovda nel Negev, e quella di Beersheba programmate tutte per un uso comune USA-Israele[48]. Furono inoltre intensificati gli aiuti militari ad Israele, al punto che nel quadriennio 1981-84 essi superarono i 9,5 miliardi di dollari, più di un quarto dell'intero programma USA in aiuti stranieri[49]. Gli USA giunsero a fornire più di 600 detonatori nucleari che vennero utilizzati per i programmi di potenziamento dell'arsenale atomico israeliano[50].

 

Il ruolo di Israele quale partner militare privilegiato degli Stati Uniti in Medio Oriente, fu rafforzato nel 1984 con la firma di un accordo tra le forze aeronautiche dei due paesi che assegnava alcune basi per l'addestramento dei piloti statunitensi in Israele, e sanciva il trasferimento di tecnologia indispensabile alla realizzazione del caccia di produzione nazionale "Levi"[51]. Nel 1986, Reagan decise un nuovo aumento degli aiuti militari al governo di Tel Aviv, portandoli da 400 milioni a 1.800 milioni di dollari su base annua, e congelava sotto la pressione della lobby ebraica residente in USA, la vendita di 40 caccia F-15 all'Arabia Saudita, il più importante alleato arabo in Medio Oriente. L'anno successivo l'aiuto economico ad Israele raggiunse la cifra di 4.000 milioni di dollari[52].

 

Non mancò persino il sostegno diretto alle operazioni di guerra scatenate dallo stato ebraico contro obiettivi palestinesi. Dopo aver sostenuto la campagna in Libano nel 1982, in occasione dell'attacco aereo del 1° ottobre 1985 contro la sede OLP a Tunisi, gli Stati Uniti mettevano a disposizione degli israeliani alcuni velivoli cisterna partiti dalla base siciliana di Sigonella per il rifornimento in volo dei cacciabombardieri diretti verso l'obiettivo, e le indispensabili informazioni radar e satellitari[53].

 

 

Si rafforza la presenza USA nel Golfo

 

Lo stesso anno dell'accordo di cooperazione strategica USA-Israele, l'amministrazione Reagan intensificò i propri sforzi tendenti a stringere nuove e più intense alleanze con i paesi moderati dell'area del Golfo. Attraverso la stipula di un accordo bilaterale, 4 Awacs dell'US Air Force vennero trasferiti in Arabia Saudita; contemporaneamente il Congresso americano autorizzò la vendita del cosiddetto "Air Defense Enhancement Package", un pacchetto di sistemi per il potenziamento della difesa aerea saudita comprendente tra l'altro 5 Awacs e una rete C3 per il collegamento di questi velivoli ai missili di difesa aerea e ai caccia F-15 ed F-5.

 

Gli Stati Uniti perfezionarono inoltre alcune intese militari con il Sultanato di Oman ritenuto uno stato chiave dal punto di vista geo-strategico per il controllo dello Stretto di Hormutz e della Repubblica democratica dello Yemen "notevolmente sostenuta con armi e tecnici dall'URSS", a cui furono forniti aiuti militari per un valore di 55 milioni di dollari all'anno, e con il Bahrein a cui gli USA garantirono circa 2 milioni di dollari per l'uso di facilities segrete[54].

 

È assai probabile infine che il Dipartimento di Stato USA fu tra gli ispiratori della costituzione nel maggio 1981, da parte di Arabia Saudita, Kuwait, Oman, Bahrein, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, del cosiddetto Consiglio di Cooperazione del Golfo, un'"organizzazione intesa a promuovere la reciproca cooperazione economica, politica e militare per fronteggiare la minaccia dall'Iran" e che ebbe in seguito un ruolo chiave  nel sostegno economico dell'Iraq durante il conflitto contro il governo di Teheran[55].

 

 

La Rapid Deployment Force USA

 

L'interventismo USA in Medio Oriente andò comunque ben al di là del mero sostegno economico ai paesi moderati dell'area. Gli anni ‘80 si caratterizzarono infatti per l'escalation della presenza diretta delle forze militari degli USA nell'area, soprattutto grazie  alla realizzazione di un imponente numero di basi aeronavali in un'area geografica che dalle isole Azzorre (Portogallo) attraverso Egitto, Kenya, Oman, Bahrein, Somalia, Arabia Saudita, Diego García arriva sino al Pakistan. Esse hanno permesso l'installazione di una serie di infrastrutture di supporto tecnico-logistico della Rapid Deployment Force, la Forza di Intervento Rapido USA. Questa forza militare "flessibile", voluta dal presidente Carter nel 1977 "per contrastare un'invasione sovietica, salvaguardare il traffico petrolifero e garantire la stabilità dei regimi arabi moderati attualmente al potere"[56], fu resa operativa il 1° gennaio 1983 con la realizzazione del CENTCOM (Central Command), il Comando autonomo unificato della RDF a cui furono stabilmente assegnati gli Awacs della US Air Force con base in Arabia Saudita, un gruppo di portaerei e le 5 unità navali che compongono la MIDEASTFOR, la Forza mediorientale USA, l'intera flotta aerea dei velivoli da trasporto C-5 e KC-10 e una divisione di 4.000 Marines inviata a Diego García.

 

Per avere un'idea delle dimensioni del progetto per la realizzazione delle installazioni riservate alla RDF, basti pensare che nel solo periodo 1980-83 il Congresso ha approvato approssimativamente 929 milioni di dollari per fondi di costruzione nei paesi di responsabilità del CENTCOM, mentre altri 564 milioni di dollari furono impegnati per il quinquennio 1984-88[57].

 

La maggior parte dei fondi previsti dal programma dell'US Central Command fu spesa nella costruzione di alcuni aeroporti atti ad ospitare i bombardieri B-52 a doppia capacità di armamento, come ad esempio quello di Ras Banas (Egitto), una facility aerea e portuale militare situata nel Mar Rosso a circa 500 miglia a sud-est del Cairo, quello di Thumrait (Oman), e il complesso militare aeronavale e nucleare di Diego García, per la cui realizzazione il governo britannico che ne esercitava la sovranità, dopo aver sottoscritto alcuni accordi di cooperazione militare nell'area dell'Oceano Indiano con gli Stati Uniti, giunse alla totale deportazione degli abitanti dell'isola (circa 2.000 persone) che furono esiliati nell'arcipelago delle Mauritius[58].

 

Altre basi militari di notevole rilevanza strategica per la RDF furono realizzate in Egitto presso l'aeroporto di Cairo West, a Qena (una base aerea che è stata utilizzata durante l'incursione militare USA dell'aprile 1980 in Iran), e ad Etzion nella penisola del Sinai dove furono stanziati 1.100 militari appartenenti a un battaglione d'elite della 82^ Brigata Aviotrasportata, quella che viene definita la "spina dorsale" della Rapid Deployment Force. Il Sultanato di Oman garantì agli Stati Uniti l'uso di tre aeroporti e di due scali navali, nonché dell'isola deserta di Masirah, già in affitto alla RAF, l'aeronautica britannica[59].

           

La Rapid Deployment Force, pur essendo una struttura totalmente autonoma delle forze armate statunitensi, ha ricevuto immediatamente il pieno e incondizionato sostegno degli alleati Nato del Sud Europa. L'Italia ad esempio, sin dal 1982,  autorizzò gli USA ad utilizzare la base di Sigonella in Sicilia per le operazioni di trasferimento della RDF nel Golfo Persico; contemporaneamente il battaglione dell'esercito americano 1/509th, basato a Vicenza (l'unico reparto paracadutista degli Stati Uniti di guarnigione in Europa predisposto per intervenire rapidamente in rinforzo di  Grecia e Turchia), venne inserito all'interno della 82^ Divisione Aviotrasportata[60].

 

Il coinvolgimento degli alleati europei degli Stati Uniti non avvenne però soltanto attraverso l'installazione nel territorio di basi e strutture di supporto della RDF, ma anche grazie la costituzione di corpi nazionali di pronto intervento simili a quello americano, come ad esempio la Forza Mobile britannica costituita dalla Fifth Infantry Brigade, una brigata mista fanteria/paracadutisti con 5.000 uomini e la "Force d'Intervention Extérieurs" francese composta da cinque divisioni più un gruppo di supporto logistico (circa 47.000 unità)[61].

 

Reparti e uomini dell'US Central Command (291.000 effettivi)[62]

 

Quartier generale US Central Command (11.000 effettivi)

 

US Army Forces Central Command (131.000 effettivi)

Quartier generale US Army Forces Central Command (Third US Army)

Quartier generale del XVIII Corpo Aviotrasportato

82^ Divisione Aviotrasportata

101^ Divisione Aviotrasportata (Assalto aereo)

24^ Divisione di Fanteria Meccanizzata

6^ Brigata di Cavalleria (Combattimento aereo)

1° Comando di Supporto

 

U.S. Naval Forces Central Command (123.000 effettivi)

Quartier generale US Naval Forces Central Command

3 Gruppi di portaerei

1 Gruppo di superficie

3 Gruppi Anfibi

5 Squadroni di pattugliamento marittimo

US Middle East Force

Forze del Corpo dei Marines

1 Divisione dei Marines (rinforzata)

1 Stormo aereo dei Marines

1 Gruppo di Supporto

1 Reggimento dei Marines (rinforzato)

1 Gruppo Aereo dei Marines

1 Brigata di supporto

 

US Air Forces Central Command (33.000 effettivi)

Quartier generale, US Central Command Air Forces (9th Air Force)

7 Stormi di Caccia Tattici

4 Gruppi di Caccia Tattici

1 Squadrone di Caccia Tattici

1 Stormo di Controllo e di Allarme aereo

1 Gruppo Tattico di Riconoscimento

1 Gruppo di Combattimento Elettronico

1 Stormo per Operazioni Speciali

 

Forze per la Guerra Non-convenzionale e per Operazioni Speciali (3.000 effettivi)

    

Costo del programma di costruzione delle basi per la RDF USA (in milioni di US$)

 

Paese

FY 1980-83

FY 1984

Oman

224.3

39.6

Somalia

54.4

0.9

Kenya

57.9

0

Diego García

435.1

92.2

Egitto

91.0

96.4

Portogallo

66.6

0

Marocco

0

28.0

Totale

929.3

256.2

 

Costo complessivo per il programma della RDF USA (in milioni di US$)[63]

 

Spese realizzate sino al 1983

929.3

Spese previste per il quinquennio 1984-88

564.5

Totale

1,493.8

 

 

Nuove dottrine di guerra per le forze armate statunitensi

  

Contemporaneamente alla costituzione della RDF, gli Stati Uniti diedero vita ad una nuova dottrina militare, l'"Air Land Battle" che legittimava le forze armate USA all'attacco preventivo e all'utilizzo di nuove e più sofisticate armi nucleari, innanzitutto i missili Pershing e i Cruise nelle versioni con lancio da terra, da unità navali e sottomarini, o da bombardieri in volo. Con l'Air-Land Battle le armi nucleari non sono più necessarie per un impiego “finale” in un processo di “escalation militare” ma possono essere utilizzate in modo precoce, in profondità[64]. L'uso di esse e delle nuove “tecnologie emergenti” permette l'estensione del campo di battaglia fino ad includervi le forze nemiche con le quali non esista ancora uno scontro, in modo da "annientarle prima che esse si dispongono alla battaglia vera e propria"[65]. Il tutto nell'idea che una guerra di dimensione nucleare possa essere comunque vinta e "limitata" nella sua estensione territoriale.

 

Il quadro strategico di riferimento dell'Air Land Battle individuava nelle "deboli difese stabilite nelle regioni settentrionali e meridionali" i principali teatri operativi; secondo quanto previsto dalla "Guida per la Difesa degli Stati Uniti per il 1984-1988", le forze armate avrebbero dovuto così dare maggiore importanza "alle esercitazioni offensive nei fianchi Nord e Sud della Nato" in vista di missioni che dovranno prevedere "sia l'uso di armi nucleari che non"[66].

 

L'"Air Land Battle", dottrina codificata nell'agosto 1982 dall'Army Field Manual 100-5, non poteva non esaltare il ruolo e lo stile di combattimento della Rapid Deployment Force. Scrivono i ricercatori tedeschi Konrad Ege e Martha Wenger: "Ciò che probabilmente è di grave conseguenza per il Medio Oriente e il Nord Africa, è che il Field Manual 100-5 prescrive una “forza relativamente piccola, rapidamente dispiegabile, dotata di armi nucleari” in grado di essere proiettata in regioni minacciate da sovversioni, invasioni e perfino dal terrorismo. Queste unità nucleari di dispiegamento rapido sarebbero in grado di intervenirvi prima, in un contesto in cui una forza convenzionale più grande si dispiegherebbe più tardi"[67].

 

L'"Air Land Battle" nella versione "2000", è stata presto assunta come dottrina strategica dalla Nato e identificata come "Follow on Force Attack" (Fofa) o più comunemente "Deep Strike" (Colpo in profondità, attacco alle forze di rincalzo) dal nome assegnatole dal suo ideatore, il gen. Bernard Rogers, ex Comandante in capo delle forze alleate in Europa[68].

 

Con il "Deep Strike", la Nato amplia notevolmente il proprio raggio operativo e di azione, sino a includere buona parte del territorio del Patto di Varsavia e legittima il proprio ruolo d'intervento out-of-area, ben al di là dei limiti definiti dal Trattato Atlantico, sino al Medio Oriente e al Golfo Persico.

 

Contemporaneamente al varo della RDF e all'applicazione strategica dell'Air Land Battle Doctrine, l'Amministrazione Reagan mutava ruoli ed obiettivi della Marina USA, non più relegata a forza "passiva" o meramente dissuasiva, ma al contrario idonea ad "impadronirsi dell'iniziativa", e ad "attaccare e distruggere piuttosto che stare sulla difensiva". All'interno della nuova "US Maritime Doctrine" veniva prevista  la possibilità che il Presidente degli Stati Uniti, in caso di crisi o in previsione di scoppio delle ostilità, deleghi l'ordine di aprire il fuoco al comandante della forza navale che si trovi sulla scena del conflitto. Egli ha la facoltà di colpire non solo in risposta ad un attacco, ma perfino quando a suo giudizio l'avversario sia animato da "intenzioni ostili"[69].

 

Con la nuova Strategia Marittima prende il via un vasto programma di ammodernamento delle unità navali, che dal numero di 479 del 1980 vengono portate a 600 nel 1990, con 15 gruppi da battaglia, 100 sottomarini d'attacco, 100 fregate ed un adeguato numero di navi da scorta dotate del sistema di difesa “Aegis”[70]. Quest'ultimo viene installato per automatizzare i sistemi di lancio, così da delegare ai computer di bordo l'ultima decisione in merito all'abbattimento di un potenziale bersaglio avvistato dai sistemi radar, accrescendo con ciò il rischio di conflitto nucleare per un errore di "discriminazione" elettronica. Infine, il governo USA completa il potenziamento del dispositivo nucleare navale installando sui sottomarini d'attacco e su numerose navi di superficie qualcosa come 4.000 missili da crociera “Tomahawak”, la versione dei missili Cruise lanciati dal mare (SLCM-Sea Launched Cruise Missile)[71].

 

Allo stesso modo dell'Air Land Battle e della RDF anche la Strategia Marittima è stata immediatamente adottata dalla Nato. Secondo quanto spiegato dall'Ammiraglio USA Wesley McDonald, già comandante della Flotta Atlantica della Nato, essa è "l'unica che rifletta gli imput e i piani dei nostri alleati"[72]. La "Maritime Doctrine" infatti codifica l'"escalation orizzontale", cioè l'estensione del conflitto dall'Europa centrale al Mediterraneo e al Medio Oriente; ben risponde pertanto alla mutazione strategica che ha visto la Nato negli ultimi anni proiettare sempre più aggressivamente le proprie forze verso il fronte meridionale.

 

 

La Nato di fronte alle nuove strategie di guerra USA

         

L'Alleanza Atlantica considerò il Fianco Sud di importanza strategica secondaria rispetto al teatro dell'Europa centrale almeno sino al dicembre del 1967, quando fu approvato il cosiddetto "rapporto Harmel" che nel tracciare gli obiettivi futuri della Nato sottolineava l'esigenza di un maggiore impegno "nell'area sempre più esposta" del Mediterraneo, in cui gli eventi della guerra dei sei giorni avevano visto un maggiore attivismo militare dell'Unione Sovietica. Così nei due anni successivi venivano prese due decisioni importanti, l'attivazione a Napoli da parte di USA, Gran Bretagna, Italia, Grecia e Turchia, di un comando speciale alleato per il coordinamento delle operazioni di riconoscimento aeromarittimo (il "Marairmed")[73], e la costituzione della "Navocformed" una forza navale da attivare nel Mediterraneo su chiamata ("on call")[74]. Con il “break out” energetico del 1973 e la percezione della maggiore minaccia sovietica nel Golfo, si fece sempre più forte l'esigenza dell'Alleanza di coordinare gli sforzi per riconquistare l'egemonia nei propri rapporti con il Sud e con l'Est europeo, con il conseguente rafforzamento dell'importanza politica e militare del Mediterraneo e del Fianco Sud della Nato. Furono così realizzate imponenti esercitazioni navali nel Mediterraneo, dove ad esempio, in occasione della cosiddetta "Dawn Patrol" tenutasi nel maggio del 1979  furono utilizzate ben 82 unità e tre portaerei di 8 nazioni alleate; inoltre si ebbe un aumento del numero dei “rischiaramenti” nell'area meridionale, in particolare nel nord d'Italia, in Tracia e nella Turchia orientale, della "ACE Mobile Force" (AMF), la forza multinazionale Nato a cui i paesi membri assegnano unità aeree e terrestri per l'impiego militare su richiesta nei fianchi della Nato. Contemporaneamente fu varato un imponente programma di potenziamento della rete alleata di avvistamento radar, con l'installazione di 10 siti in Italia, Grecia e Turchia[75], mentre attraverso una serie di incontri bilaterali o trilaterali, gli stati maggiori di questi paesi mediterranei, giunsero a coordinare le rispettive strategie operative. Nel 1980 i tre paesi presentarono a una sessione ministeriale dell'Eurogruppo della Nato una valutazione della minaccia alla Regione Sud e una comune richiesta di rafforzamento del dispositivo alleato[76].

 

In seguito all'invasione sovietica dell'Afghanistan nel dicembre del 1979 e allo scoppio della guerra tra Iran ed Iraq nel settembre del 1980, la tendenza storica degli USA di estendere gli interessi di sicurezza della Nato oltre l'Europa a sostegno degli impegni americani di sicurezza globale, ricevette i primi concreti sostegni, riuscendo progressivamente ad "incorporare gli europei, i giapponesi ed altri alleati USA in sforzi più grandi di difesa comune"[77]. In sede atlantica vennero varate infatti una serie di misure, ratificate nel "1981-86 Nato Force Goals" e nel Programma di Difesa a Lungo-Termine, comprendenti tra l'altro l'introduzione di maggiori attrezzature per la "prontezza, il rinforzamento e la mobilizzazione delle riserve", l'acquisto di nuovi sistemi di “intelligence”, comunicazioni e guerra elettronica, la programmazione di una serie di aiuti economici e militari a Portogallo, Spagna, Grecia e Turchia[78]. A questi  paesi del sud Europa, in particolare, gli Stati Uniti concedevano nel solo biennio 83-84, aiuti militari per un valore superiore ai 3.400 milioni di dollari, come compenso per l'uso delle basi esistenti nel loro territorio[79]. La Nato decideva inoltre di rafforzare i dispositivi di difesa aerea del fianco sud con la realizzazione nel 1983 delle tre basi di rischieramento avanzato della “Nato Airborne Early Warning Force” (NAEWF) a Preveza, Grecia, Trapani, Italia e Konya, Turchia, a cui venivano assegnati quattro nuovi aerei radar "Awacs", dipendenti direttamente dal Comando Supremo Alleato d'Europa (SACEUR) e con un equipaggio composto da personale multinazionale[80]. Notevoli progressi venivano fatti inoltre nel campo della standardizzazione e della interoperabilità navale della Nato, grazie all'introduzione del sistema missilistico "Sea Sparrow" su unità navali di sette paesi e alla modifica della cosiddetta "Fregata Standard" per l'utilizzazione in missioni oceaniche[81].

 

Nel 1984 la Nato varò il bilancio di previsione 1985-1991 per il potenziamento delle infrastrutture in Europa e in particolare delle facilitazioni atte ad accogliere in caso di crisi  i rinforzi aerei americani, delle reti di telecomunicazione e dei depositi di munizioni e di carburante esistenti (le cosiddette "COB - Collocating Operating Bases"): per la prima volta nella storia dell'Alleanza Atlantica, si assegnava alla regione sud oltre il 33% dei propri fondi[82], quota ulteriormente ampliata in seguito alla decisione di trasferire nel sud Italia, dalla base spagnola di Torrejón, uno stormo USA con cacciabombardieri nucleari F-16.

 

In particolare il programma Nato prevedeva di estendere la rete COB ad altre settanta località così da assicurare la dispersione e la flessibilità operativa dei velivoli USA nei fianchi della Nato e il migliore preposizionamento del cosiddetto "War Reserve Material". Per ciò che riguarda il fronte meridionale, la Nato ha inoltre predisposto le infrastrutture idonee a ricevere i bombardieri strategici B-52, alcuni importanti velivoli di supporto come l'aereo cisterna KC-135 e l'intero parco velivoli del Military Airlift Command, in fase di potenziamento grazie all'acquisto dei nuovi aerei da trasporto C-141, di 50 C-5 e 60 Kc-10 e allo sviluppo del C-17, la cui facilità di manovra a terra espanderà entro il 1992 il numero di aeroporti Nato in grado di ricevere questi velivoli[83]. Gli USA accrebbero infine i loro staff logistici nel sud Europa per il coordinamento con gli alleati dei programmi di pianificazione militare. Con l'Italia e la Turchia in particolare, furono sottoscritti alcuni accordi bilaterali per il reciproco supporto in tempo di guerra e  per il potenziamento delle linee di comunicazione[84].

 

Fu comunque il comunicato emesso alla fine del Summit Ministeriale Nato del maggio 1982, a enfatizzare il riconoscimento dell'importanza degli sviluppi out-of-area dell'Alleanza. Vi si legge nei passi conclusivi: "Le aggressioni armate operate fuori dalla zona della Nato possono minacciare gli interessi vitali dei membri dell'Alleanza. I paesi alleati sono in dovere di contribuire direttamente o indirettamente agli sforzi tesi a scoraggiare l'aggressione, come pure a rispondere alle richieste di aiuti da parte delle nazioni esterne alla zona della Nato"[85].

 

Nella primavera del 1984 in un suo rapporto al Congresso, fu il Segretario alla Difesa Usa Weinberger a fornire nuovi particolari sulla crescita della collaborazione Nato in regioni out-of-area "attraverso la comune pianificazione di progetti e l'installazione di forze nella regione" (si pensi alle forze multinazionali in Sinai, Libano e nel Mar Rosso), la partecipazione di otto paesi Nato alle "esercitazioni annuali della US Rapid Deployment Force in Medio Oriente", l'acquisto da parte di nove membri dell'Alleanza di 110 aerei da trasporto a lungo raggio e l'offerta di 600 navi commerciali per il sostegno delle truppe USA in Europa in caso di un loro rapido "dispiegamento nell'Asia sud-occidentale"[86]. Gli alleati europei dichiararono inoltre la propria disponibilità all'amministrazione Reagan a realizzare "passi militari comuni per proteggere la navigazione nel Golfo Persico"[87], e programmarono una serie di interventi tendenti a controbilanciare la prevista riduzione in Europa dei contingenti USA destinati ad essere trasferiti in Medio Oriente quale parte della RDF, come ad esempio l'allestimento di unità di riserva pronti alla mobilitazione[88]. Grazie ad un accordo speciale con gli Stati Uniti, la Germania mise a disposizione della Nato 93.000 riservisti per garantire le funzioni di supporto di norma sostenute dalle truppe USA in Europa[89].

 

Che il ruolo dei paesi europei, specie di quelli meridionali, fosse ormai determinante per le strategie di guerra degli Stati Uniti, venne confermato dallo stesso gen. James Thompson, al tempo Comandante in Capo delle Forze Alleate del sud Europa che dichiarò che "senza l'uso di strutture di supporto della Nato o di paesi non Nato dell'area, gli USA non potrebbero sostenere effettivamente operazioni nell'Asia sud-occidentale". Thompson giunse perfino ad auspicare che la Rapid Deployment Force USA fosse pienamente incorporata nei piani della Nato"[90].

 

Il sostegno alle operazioni militari statunitensi nel Mediterraneo da parte degli alleati europei giunse al suo culmine in occasione del bombardamento USA in Libia dell'aprile 1986, quando l'amministrazione Reagan riuscì a strappare il pieno consenso della Nato, ed ottenne l'autorizzazione a far operare i bombardieri F-111 e gli aerei cisterna KC-10 e KC-135 dagli aeroporti britannici e ad utilizzare le basi italiane per le operazioni di supporto al raid contro Tripoli e Bengasi. Tra l'altro, numerose unità navali ed aeree italiane furono utilizzate a "copertura" della flotta statunitense. Solo la Francia e la Spagna rifiutarono il permesso alla Air Force di sorvolare il proprio spazio aereo durante l'azione, anche se Madrid concesse l'uso dei porti spagnoli per il rifornimento delle unità della VI Flotta, mentre solo tre giorni prima dall'attacco USA, 5 aerei cisterna KC-10, lasciarono Zaragoza per la base britannica di Fairford, onde garantire il rifornimento in volo dei bombardieri F-111 diretti verso la Libia"[91]. Secondo il New York Times inoltre, i governi italiano e tedesco furono perfino disponibili a sostenere le richieste USA per un'azione militare "più decisa" contro la Libia[92].

 

 

I contributi di Gran Bretagna e Francia alla politica di controllo delle rotte del petrolio

 

Parallelamente alle scelte dell'amministrazione USA di investire risorse, uomini e mezzi nell'area mediorientale, la Gran Bretagna e la Francia accrebbero il proprio fattivo contributo alla "stabilità" regionale, attraverso la spedizione e il mantenimento di forze nazionali di "pronto intervento"  nell'Oceano Indiano e nel Golfo Persico.

 

Adottando una politica internazionale "muscolare", la Gran Bretagna, sin dalla fine degli anni ‘70, trasferiva nel Golfo un contingente navale di 4 fregate e alcune navi appoggio ed insediava a Diego García un piccolo distaccamento militare in supporto delle operazioni della RDF. Contemporaneamente Londra intensificava le relazioni di assistenza militare con alcuni paesi arabi, fornendo equipaggiamento ed addestramento alle forze militari di Oman, Kuwait, Emirati Arabi Uniti ed Arabia Saudita, quest'ultima acquirente di circa 40 aerei "Tornado" prodotti dall'industria militare britannica[93]. Inoltre vennero riprese le relazioni di cooperazione militare con l'Egitto, bruscamente interrotte in seguito alla nazionalizzazione del Canale di Suez, e a partire dal 1983 numerose unità britanniche vennero inviate nel paese africano per partecipare ad alcune manovre  segrete congiunte[94].

 

La Francia è stato l'altro paese europeo che ha mostrato con determinazione la volontà di utilizzare le proprie forze armate per "prevenire" l'interruzione del flusso di petrolio dal Golfo contribuendo più di tutti alla Forza Multinazionale in Libano ed allestendo sin dal 1980, nelle acque del Golfo Persico, dell'Oceano Indiano sino alle coste dell'Etiopia e dello Yemen, una flotta aeronavale di 11 unità, guidata dalla portaerei "Clemenceau". Contemporaneamente la Francia aumentava il numero dei militari assegnati permanentemente a Gibuti (oggi oltre 3.500 a cui si affianca uno squadrone di Mirage IIIC), ritenuta un importante avamposto per il controllo del Golfo di Aden e degli Stretti di Bab el Mandeb[95].

 

La Francia ha inoltre sviluppato una fitta rete di relazioni commerciali e militari con buona parte dei paesi mediorientali. In particolare il governo di Parigi ha venduto grandi quantità di armi sofisticate all'Iraq durante il suo sanguinoso conflitto con l'Iran, mentre le compagnie francesi hanno effettuato significativi investimenti in differenti aree dell'economia irakena. Sono stati forniti al governo di Baghdad decine di cacciabombardieri “Super Etendard” e 60 caccia Mirage F.1 armati di missili “Exocet”, i quali hanno permesso di accrescere le capacità offensive dell'Iraq contro le linee vitali petrolifere dell'Iran. In aggiunta, la Francia ha venduto 150 elicotteri da combattimento, missili anti-aereo “Roland” e approssimativamente 100 tanks[96].

 

Anche l'Arabia Saudita ha fatto da grande mercato per le tecnologie e le armi francesi. A partire dal 1984 i sauditi hanno sottoscritto contratti per 4 miliardi di dollari con la Francia per realizzare un sistema sofisticato di difesa aerea strettamente legato agli Awacs forniti dagli USA; inoltre i sauditi per i loro velivoli radar e i loro aerei cisterna Kc-135, hanno acquistato motori sviluppati congiuntamente dalla General Electric e dalla SNECMA, una compagnia francese. La Francia ha perfino negoziato con gli Emirati Arabi Uniti la vendita di 18 Mirage 2000 , in cambio di una fornitura di greggio.

 

Sempre nel corso degli anni ottanta, il governo francese dopo aver installato alcuni distaccamenti militari in Senegal, Costa d'Avorio, Repubblica Centroafricana e Gabon, intraprendeva una serie di interventi militari in Africa, assumendo così il ruolo di vero e proprio "gendarme occidentale" nel continente. In occasione dell'attacco a Gafsa, la Francia inviò ad esempio alcune unità militari nel Golfo di Gabes in appoggio della Tunisia, mentre nell'agosto 1983 e successivamente nel 1986, furono spediti in Chad 2.800 militari e furono forniti alle truppe di Habré i nuovissimi bazooka anticarro, i missili "Milan" e diverso materiale di puntamento e di telecomunicazione, mentre furono inviati in Gabon e nella Repubblica Centroafricana alcuni aerei Jaguar per l'appoggio alle forze terrestri[97]. Le proiezioni militari francesi in terra d'Africa a difesa dei governi alleati moderati, si sono moltiplicate in particolare in questi ultimi anni; ad esempio, in occasione del recente tentativo di golpe in Togo, 300 parà sono stati inviati a Lomé e in Benin a sostegno del presidente Eyadema[98], altri 2.000 paracadutisti sono intervenuti in Zaire a fianco del presidente Mobuto, mentre nel 1990, dopo essere intervenuti in Gabon, alcuni militari francesi giunsero in Rwanda per arrestare l'invasione del nord-ovest del paese da parte dei ribelli del Fronte patriottico[99].

 

 

Capitolo 2  -  Il Fianco Sud della Nato

 

 

L'organizzazione della Nato nel Fianco Sud

 

L'area di responsabilità del CINC Allied Forces Southern Europe (AFSOUTH), il Comando delle Forze alleate del sud Europa, copre l'Italia, la Grecia, la Turchia, il Mar Nero e l'intero Mediterraneo, compresi i mar Tirreno, Adriatico, Ionio ed Egeo. Il quartier generale di AFSOUTH sorse nel giugno 1951 a Napoli. Da allora ospita uno staff integrato dei tre paesi regionali insieme a Gran Bretagna e Stati Uniti. CINCAFSOUTH è diretto da un ammiraglio americano ed ha sette comandi principali subordinati. Essi sono il COMAIRSOUTH, il Comando delle forze aeree alleate del sud Europa (la 5th Allied Tactical Air Force-ATAF a Vicenza, la 6th ATAF a Izmir, Turchia, la 7th ATAF a Larissa, Grecia, integrate dai rinforzi dell'USAF e dagli aerei in dotazione alla VI Flotta USA), guidato da un generale dell'USAF con sede a Napoli; COMLANDSOUTH, il Comando delle forze terrestri alleate del sud Europa retto da un generale italiano a Verona; e COMLANDSOUTHCENT e COMLANDSOUTHEAST, i Comandi delle forze terrestri alleate del centro-sud e del sud-est europeo, rispettivamente guidati da un generale greco a Larissa e da uno turco a Izmir. Esistono inoltre due comandi navali: uno è quello dell'Allied Naval Forces Southern Europe (COMNAVSOUTH) sotto il comando di un ammiraglio italiano, nell'isola di Nisida (Napoli) e l'altro è quello della Naval Striking and Support Force Southern Europe (COMSTRIKEFORSOUTH) che coincide con il Comando  della VI Flotta USA, installato a bordo di un'unità navale presente a Gaeta[100]. COMNAVSOUTH a sua volta, ha quattro comandi subordinati, uno a Gibilterra (GIBMED), uno a Roma (MEDCENT), uno ad Atene (MEDCEAST) e uno ad Ankara (MEDEAST)[101].

 

In tempo di pace nessuna formazione è posta sotto il comando dei quartieri generali integrati eccetto in caso di partecipazione alle esercitazioni Nato. Tuttavia circa 5,000 uomini dei paesi della Regione sud sono assegnati a tempo pieno ai vari comandi alleati e alle relative unità di supporto. In caso di guerra, direttamente dagli Stati Uniti sono chiamati ad operare in rinforzo del fianco meridionale della Nato, due stormi di aerei d'attacco e la 30^ Brigata Meccanizzata della Guardia Nazionale basata a Clinton, nel Nord Carolina, costituita da due battaglioni meccanizzati, due corazzati, un gruppo di artiglieria semovente e una compagnia esplorante[102].

 

 

La presenza delle flotte britanniche e francesi nel Mediterraneo

 

A partire dalla fine degli anni ‘70, il contributo della Royal Navy britannica alla flotta alleata del sud Europa è andato progressivamente aumentando. In seguito alla rivoluzione in Iran e allo scoppio del conflitto in Medio Oriente, il governo britannico, onde potenziare il dispositivo Nato, decise di inviare stabilmente nel Mediterraneo una flotta di 6 unità navali - 3 fregate missilistiche dotate di elicotteri a capacità nucleare "Lyns" e "Wasp", una nave anfibia d'assalto e due navi di supporto logistico. Contemporaneamente fu avviato il potenziamento delle basi militari britanniche ospitate a Gibilterra e nell'isola di Cipro.

 

A Gibilterra, tappa obbligata delle Task Forces della Royal Navy dirette nel Mediterraneo, nell'Oceano Indiano e alle Malvinas-Falklands, nonché facility per le unità della VI Flotta e della Nato, furono realizzati innumerevoli rifugi scavati nella roccia in grado di ospitare stazioni di ascolto e di "intelligence", caccia Jaguar con funzioni di riconoscimento fotografico e alcuni pattugliatori marittimi britannici "Nimrod", materiali di guerra e presumibilmente ordigni nucleari[103]. Presso il distaccamento gibilterrino furono assegnati a tempo pieno un battaglione di fanteria, un “team” di specialisti del Genio per la manutenzione delle segretissime installazioni ed un reparto della Royal Artillery destinato alle difese costiere[104].

 

A Cipro la Gran Bretagna mantiene la sovranità su due basi militari d'interesse strategico per le operazioni delle forze aeree e navali della Nato e degli Stati Uniti nel Mediterraneo orientale (durante la guerra del Libano del 1982 ad esempio, Cipro ha fornito il supporto all'intervento dei Marines e della flotta USA a Beirut). Ad esse sono stati assegnati 4.200 militari britannici organizzati in un battaglione di fanteria, uno squadrone aereo dotato di elicotteri “Wessex” e di velivoli tattici “Phantom” e “Lightining”[105].

 

La Francia, pur non essendo integrata nell'organizzazione militare della Nato, specie a partire dalla seconda metà degli anni ‘70 ha moltiplicato gli sforzi di cooperazione nel Mediterraneo con le forze Nato, stipulando una serie di accordi tendenti ad integrare le strategie di intervento nel settore aeronavale in caso di crisi. Così, dopo aver trasferito le proprie principali unità da guerra dall'Atlantico a Tolone nel 1975, la Francia ha accettato di ospitare presso il comando della base navale mediterranea un ufficiale della US Navy per il coordinamento con la VI Flotta, mentre un ammiraglio francese è stato assegnato allo staff di pianificazione navale della Nato a Napoli[106]. Contemporaneamente Parigi ha garantito la propria partecipazione ad organismi alleati quale l'Eurocom che coordina la cooperazione Nato nel campo dei sistemi di trasmissione e comunicazione, ha integrato la propria rete C3 nel Sistema di comando e controllo aereo "ACCS" della Nato e il sistema nazionale di difesa aerea "Strida" nel sistema alleato Nadge di avvistamento radar a lunga distanza e nel “Nato Early Warning System”[107]. La Francia ha infine garantito la cooperazione delle squadre di pattugliatori marittimi francesi con “Marairmed”, ottenendo il diritto ad utilizzare le facilitazioni italiane per il rifornimento degli “Atlantique”[108], ed ha avviato un imponente programma di potenziamento del dispositivo navale che ha permesso alla flotta francese nel Mediterraneo di possedere nel 1978, un tonnellaggio doppio rispetto a quello di cinque anni prima[109].

 

A partire dal 1980 le forze aeronavali francesi nel Mediterraneo hanno compreso due portaerei, la "Clemenceau" e la "Foch"  che imbarcano 36 aerei “Super-Etendard” dotati di testate nucleari del tipo ANT-52 e di missili aria-superficie ASMP, uno squadrone di intercettori F-8E Crusader, gli aerei ASW “Alize” e alcuni elicotteri SAR e da trasporto, oltre una trentina tra navi da combattimento ed ausiliarie e 11 sottomarini di cui due a propulsione nucleare, il "Rubis" e il "Saphir"[110].

 

Unità navali dei paesi dell’Alleanza Atlantica presenti nel Mediterraneo[111]

  

 

USA

Francia

Italia*

Altri

Portaerei

2

2

1

3

Incrociatori

1

1

2

4

Fregate e caccia

14

13

19

50

Sottomarini

5

11

10

36

Navi anfibie

6

0

2

22

Navi ausiliarie

11

19

14

73

Totale

39

46

48

188

*(L'Italia possiede inoltre 13 corvette, 9 pattugliatori e 11 cacciamine)

   

    

L'Italia, “partner” privilegiato degli Stati Uniti nel Mediterraneo

 

Dopo il suo ingresso nell'Alleanza Atlantica, l'Italia intraprese una serie di contatti con gli alti vertici politici e militari statunitensi che si conclusero nel 1954 con la stipula di un accordo bilaterale ancora coperto dal segreto militare, che ha regolato da allora in poi la presenza di basi militari USA sul territorio nazionale. Grazie a queste infrastrutture l'Italia doveva garantire le operazioni di rifornimento e di "eventuale ripiegamento" delle forze americane di stanza in centro Europa e dei bombardieri strategici in grado di colpire obiettivi civili e militari in Unione Sovietica. Nei piani degli Stati Uniti, l'Italia sarebbe stata in caso di conflitto la "via per rientrare in Europa, attraverso delle teste di ponte da mantenersi in Sicilia, in Sardegna e possibilmente, in tutta l'Italia del Sud"[112].

 

Tuttavia la presenza di reparti militari degli Stati Uniti in Italia, rientrava nei programmi dell'amministrazione USA di "contenimento globale del comunismo" in un'area geo-strategica di vitale importanza per gli equilibri militari con l'Est. A questo scopo grazie al  Gruppo consultivo per l'assistenza militare in Italia “MAAG” (Military Assistance Advisory Group), gli Stati Uniti procedettero alla riorganizzazione dell'armamento, della politica dei quadri, dell'addestramento e degli scopi operativi delle forze armate italiane, impiegate nel fronte del “contenimento interno” delle forze di opposizione. Fu anche attivato in Italia un "country team" per le attività controinsurrezionali e antisovversive oggi al centro di inchieste parlamentari e giudiziarie per i gravi risvolti che queste attività hanno avuto nella storia del terrorismo stragista e dei numerosi tentativi di golpe di matrice neofascista[113]. Nel loro intervento nella vita politica nazionale, i vertici militari statunitensi giunsero perfino  ad arruolare "la mafia all'interno dei propri servizi strategici e militari"[114].

 

A partire dalla seconda metà degli anni '70 quando mutò la percezione del ruolo geostrategico assunto dal Mediterraneo e venne definita in tutto il suo spessore la cosiddetta "minaccia da sud" contro gli "interessi vitali" occidentali in Medio Oriente,  l'Italia fu spinta ad assumere un ruolo sempre più importante ed attivo all'interno dell'Alleanza Atlantica, anche grazie alla sua posizione geografica di "cerniera del Mediterraneo" e di "gendarme" dei due passaggi marittimi che collegano la parte orientale e quella occidentale del bacino, il Canale di Sicilia e lo Stretto di Messina[115]. A determinare il nuovo ruolo italiano nel fianco meridionale intervennero anche alcuni fatti interni all'Alleanza Atlantica. Originariamente la Nato, pur avendo assegnato il Comando unificato dello scacchiere marittimo della regione Sud alla Gran Bretagna, aveva diviso il Mediterraneo in aree affidate alle diverse marine alleate. All'Italia era stata assegnata l'area centrale del bacino sino all'isola di Malta. Ma tale situazione venne radicalmente modificata nel 1966 quando la Francia uscì dall'organizzazione militare dell'Alleanza, e poi nel 1971, quando si ridusse fortemente la presenza stabile della flotta inglese nel Mediterraneo; ciò fece sì che il Comando delle Forze navali alleate nel Mediterraneo (COMNAVSOUTH) fosse insediato a Napoli e affidato ad un ammiraglio italiano e che l'area operativa delle forze navali italiane si allargasse a un settore che dalle Baleari giungeva all'isola di Creta[116]. Le vicende politiche interne agli altri due paesi del Fianco Sud della Nato (Grecia e Turchia), la stessa crisi nei loro rapporti diplomatici acutizzatasi con l'invasione turca di Cipro e con il successivo ritiro di Atene dalla struttura militare dell'Alleanza, l'indipendenza di Malta dalla Gran Bretagna e la sua dichiarazione di neutralità, furono tutti elementi che accelerarono il processo di proiezione militare dell'Italia nel Mediterraneo.

 

Fu a questo punto che all'Italia venne assegnata la "leadership di tutta la regione meridionale" e la funzione di "mantenere la guida, la sicurezza e la coesione in questo delicato e vitale settore"[117]. L'Italia divenne l'"asse strategico" delle operazioni a sud della Nato, specie nel campo navale e della conduzione della lotta antisottomarina nel Mediterraneo, e furono avviati una serie di programmi per il potenziamento delle infrastrutture militari presenti negli aeroporti siciliani di Trapani-Birgi e Pantelleria e per la trasformazione della “Naval Air Station” di Sigonella nella principale base operativa della marina statunitense nel Mediterraneo centro-orientale.

 

Furono comunque le scelte maturate in ambito Nato di trasferire nel vecchio aeroporto di Comiso i 112 missili Cruise previsti dal programma di riarmo nucleare varato nel dicembre 1979 a Bruxelles, e di autorizzare tre anni più tardi, l'uso delle basi italiane per il supporto logistico della Rapid Deployment Force[118], a meglio simbolizzare la trasformazione del “modello di difesa” italiano, facendo assumere al paese e in particolare alla Sicilia il ruolo di "portaerei naturale" per le operazioni alleate nel teatro mediorientale. Questo processo fu sostenuto dalla rapida espansione del bilancio della difesa: in solo quattro anni le spese militari italiane crebbero infatti dai 5.780 miliardi del 1980, agli oltre 12.000 miliardi del 1983, e in buona parte furono destinate al potenziamento del dispositivo aeronavale e alla "diluizione" verso sud dei reparti dell'esercito un tempo concentrati sul fronte nord-orientale.

 

Allo stesso tempo gli Stati Uniti chiesero all'Italia un contributo diretto alla "stabilità strategica delle operazioni in Africa e nel litorale mediorientale del Mediterraneo"[119], attribuendo all'Italia un ruolo di “partner” privilegiato, disponibile a condividere per il futuro le "avventure" out-of-area dell'Alleanza. A questo scopo, lo Stato Maggiore della difesa diede il via alla formazione di una Forza di Intervento Rapido (FIR) caratterizzata da una "elevata mobilità tattica e strategica che consente di proiettare tempestivamente le sue componenti nelle aree minacciate"[120], e fu inaugurata una gestione della politica estera e militare italiana "a tutto campo" che vide la firma nel 1980 di un accordo per l'assistenza militare e la "difesa della neutralità" di Malta[121], alcune iniziative di cooperazione nel settore degli armamenti con l'Egitto e l'Iraq, e la partecipazione delle forze armate italiane ad una serie di missioni militari nello scacchiere mediorientale e nel Corno d'Africa, tra cui l'invio di alcune unità navali in Somalia, nel Mar Rosso e nel Canale di Suez, e di un contingente in Libano, all'interno di una Forza Multinazionale composta anche da Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna, a sostegno del governo libanese guidato dal filo-occidentale Gemayel.

 

 

La Grecia, un alleato instabile degli Stati Uniti

 

Sin dalla conclusione del conflitto mondiale, la Grecia, attraverso le relazioni intrecciate con il governo britannico, si trovò ad assumere il ruolo di “contenimento” dell'Unione Sovietica e delle forze popolari comuniste nello scacchiere balcanico. Nel 1946 furono sottoscritti i primi accordi in materia militare tra il governo di Atene e gli Stati Uniti, subentrati ai britannici nel controllo del Mediterraneo, che sancirono il diritto di ingresso alle unità navali USA nei porti ellenici. L'anno successivo fu sottoscritto un accordo di assistenza militare a cui seguì nel 1949 la concessione da parte della Grecia dell'uso delle isole dell'Egeo per le esercitazioni aeronavali della VI Flotta.

 

Le relazioni politico-militari tra Atene e Washington s'intensificarono ulteriormente a partire dal 1952, anno d'ingresso della Grecia nell'Alleanza Atlantica. Furono assicurati ingenti aiuti militari per l'ammodernamento delle forze armate elleniche, che continuarono anche dopo il golpe dei colonnelli per tutto il periodo della brutale dittatura in Grecia. Progressivamente il contributo in termini di forze alla Nato di questo paese del fianco sud permise di schierare 12 divisioni e 9 brigate con i relativi reparti di supporto, 33 navi da guerra, 18 aerei da pattugliamento marittimo e 22 gruppi dell'aeronautica con 319 velivoli.

 

La “partnership” con gli Stati Uniti e gli alleati Nato, mutò rapidamente a partire dalla caduta del regime militare nel 1974, sino all'uscita della Grecia nello stesso anno dall'organizzazione militare della Nato per protesta contro l'occupazione di Cipro da parte delle forze armate turche. Contemporaneamente mutò anche la percezione della minaccia, e il modello di difesa greco fu articolato in previsione di un possibile conflitto con la Turchia. I greci ad esempio, costruirono numerose fortificazioni nelle isole dell'Egeo e vi trasferirono carri armati, artiglieria e dai 20 ai 30.000 militari, per fronteggiare il  rafforzamento della presenza militare turca nel territorio dell'Anatolia occidentale, dove era stata costituita la 4^ Armata dell'Esercito ("Aegean Army"), composta da circa 35.000 unità addestrate per operazioni da sbarco.

 

Gli Stati Uniti, preoccupati di perdere una pedina strategica nel Mediterraneo e del perdurare di una crisi assai destabilizzante per gli assetti del fianco sud dell'Alleanza, tentarono in tutti i modi di ricomporre pacificamente le relazioni greco-turche, ma solo nell'ottobre del 1980 ottennero il rientro della Grecia nella struttura militare integrata della Nato. Ciò fu favorito anche dal contributo in sistemi d'arma avanzati che gli Stati Uniti e altri paesi alleati fornirono ad Atene e che accrebbero notevolmente la capacità bellica delle forze armate elleniche. Nel periodo che va dal 1974 al 1979 furono ad esempio consegnati 56 cacciabombardieri F-4E ed otto RF 4-E, a cui si aggiunsero 40 Mirage F.1 forniti  dalla Francia.

 

Gli Stati Uniti tentarono anche di risolvere la questione del controllo del traffico aereo militare nell'area dell'Egeo, su cui Atene rivendicava l'esclusivo potere d'intervento sino a 10 miglia di distanza da ognuna delle isole greche, contro le sole sei miglia riconosciute  dalla Turchia e dagli stessi USA. Ogni possibilità di accordo fu tuttavia impossibile e onde evitare la frantumazione dei poteri di controllo aereo nell'Egeo, nel 1980 il gen. Rogers propose un compromesso che prevedeva la divisione del vecchio comando unificato Nato di Izmir in due comandi paralleli, uno in Turchia e l'altro a Larissa, Grecia. Un altro tentativo di introdurre una certa stabilità nelle relazioni con i due paesi mediterranei è stato quello formulato contemporaneamente dal Congresso USA di suddividere gli aiuti militari a Grecia e Turchia nella proporzione reciproca di 7:10[122]. Tuttavia non essendo stato raggiunto alcun accordo sulla questione dell'occupazione di Cipro, furono assai scarsi i miglioramenti nelle relazioni diplomatico-militari con l'Alleanza, al punto che in occasione del meeting Nato del Defense Planning Committee del dicembre 1981, essendo scoppiata una violenta disputa tra Grecia e Turchia sui propri confini, si giunse  al risultato che per la prima volta nella storia della Nato non fu possibile redigere un comunicato congiunto a conclusione del vertice.

 

L'elezione a capo del governo greco del socialista Papandreu che aveva assunto l'impegno di fronte agli elettori di sganciare la Grecia dall'Alleanza Atlantica e di ridurre progressivamente il numero delle basi USA sul territorio sino al completo ritiro delle forze armate statunitensi dalla Grecia, fu un ulteriore elemento di “raffreddamento” delle relazioni politico-militari tra Atene e la Nato. La Grecia iniziò ad assumere posizioni sempre più indipendenti nel campo delle relazioni con l'Est e con i paesi mediorientali, giungendo ad esprimere la netta opposizione contro l'installazione in Europa dei missili nucleari USA a medio raggio, Pershing II e Cruise, e il rifiuto all'utilizzo delle installazioni nazionali per il rifornimento delle unità USA impegnate nella Forza Multinazionale in Libano esattamente come era già successo nel 1973 quando la Grecia si era opposta all'uso del proprio territorio  per le missioni di supporto USA ad Israele[123].

 

Nel 1982 la Grecia decise perfino il ritiro dalle esercitazioni aeronavali della Nato come ritorsione alla scelta dell'Alleanza di escludere dall'area delle manovre navali "Display Determination" l'isola greca di Limnos, su richiesta della Turchia ostile alla militarizzazione delle isole dell'Egeo.

 

Ciò nonostante il flusso di armi statunitensi alla Grecia non subì alcuna riduzione. Tra il 1980 e il 1984 infatti, gli USA hanno venduto ad esempio alla Grecia 600 missili "Sidewinder", 280 missili "Sparrow", 220 carri M-60 e ben 2.600 missili "Tow"[124]. Nello stesso periodo il Dipartimento della Difesa potenziava il dispositivo nucleare tattico in Grecia e in Turchia, spendendo oltre 40 milioni di dollari per il miglioramento dei siti destinati ad ospitare le testate in dotazione ai missili “Nike-Hercules”, “Honest John” e all'artiglieria pesante dell'US Army[125]. Nel 1985 fu anche firmato un accordo denominato "GSOMIA" (General Security of Military Information Agreement) che autorizzò la vendita di 40 cacciabombardieri F-16 all'aeronautica ellenica.

 

La Grecia ha continuato inoltre a beneficiare di aiuti da parte degli alleati europei: la Germania ha fornito 70 milioni di marchi in assistenza militare ogni 18 mesi ed una settantina di F-104, mentre altri 10 F-104 G dall'Olanda e 9 F-5A dalla Norvegia vennero trasferiti nel 1985 al governo ellenico[126]. Contemporaneamente furono sottoscritti alcuni accordi bilaterali di cooperazione militare con Francia, Gran Bretagna, Spagna e Italia.

 

 

La Turchia, un trampolino per il Medio Oriente

 

In forza alla sua ubicazione geo-strategica, la Turchia sin dal suo ingresso nel 1952 nella Nato ha assunto il ruolo di "barriera di protezione" dell'Alleanza contro ogni tentativo di intervento dal nord dell'Unione Sovietica in Medio Oriente e nel Golfo Persico. Nello stesso tempo la Turchia, attraverso la creazione di decine di siti radar e di installazioni militari americane di “intelligence” sul proprio territorio, ha garantito all'occidente la raccolta di informazioni di "portata insostituibile" sulle attività militari sovietiche nel bacino mediterraneo e sullo sviluppo dei suoi sistemi spaziali, missilistici e nucleari.

 

Su pressione degli Stati Uniti, nel 1955 la Turchia fece il suo ingresso anche nel Patto di Baghdad e quattro anni più tardi nella “Central Treaty Organization” (CENTO), due alleanze che hanno fatto da strumento militare in Medio Oriente della strategia di containtment creata negli anni '50 dall'amministrazione USA. La Turchia s'impegnò inoltre a sostenere ogni missione statunitense diretta ad opporsi ai tentativi  di “sovversione interna” dello status quo in Medio Oriente, fornendo ad esempio l'aiuto necessario all'intervento USA in Libano nel 1958 successivo alla caduta della monarchia in Iraq. Nell'ottobre 1959 i governi turco e statunitense conclusero anche i negoziati sullo stazionamento in Turchia di uno squadrone di missili “Jupiter” con testate nucleari, poi smantellati nel 1963.

 

La volontà turca di partecipare alle iniziative politico-militari americane diminuì però verso la fine degli anni '60, quando migliorarono le relazioni di tipo economico e commerciale tra la Turchia e il mondo arabo e l'URSS. Così, durante la guerra dell'ottobre 1973, la Turchia giunse a proibire agli USA l'uso delle basi escluse quelle di comunicazione, per le operazioni di rifornimento di Israele[127].

 

Un ulteriore peggioramento nelle relazioni USA-Turchia si verificò nel febbraio 1975, quando il Congresso USA decretò l'embargo nella vendite di armi al governo turco in seguito all'invasione militare di Cipro, a cui Ankara rispose con la chiusura della maggior parte delle basi militari USA. L'impatto della decisione statunitense sui programmi di ammodernamento delle forze armate turche fu però assai ridotto. Durante i quattro anni in cui durò l'embargo infatti, gli aiuti USA si ridussero a 130 milioni di dollari all'anno, solo  35 milioni in meno di quelli precedenti all'invasione di Cipro[128]. Nel settembre 1978, le basi USA furono comunque riaperte e i due governi iniziarono a negoziare un nuovo accordo quinquennale. Il 29 marzo 1980 fu firmato il "Defense and Economic Cooperation Agreement" (DECA), con cui gli Stati Uniti s'impegnarono ad accrescere l'assistenza militare ed economica alla Turchia. Così, grazie al DECA, Ankara è divenuto il terzo principale recettore estero degli aiuti statunitensi[129].

 

Il nuovo accordo USA-Turchia limitava l'uso delle basi militari per scopi determinati in sede Nato "non estendibili ad operazioni USA in Medio Oriente"; tuttavia alcuni protocolli segreti firmati successivamente all'accordo legittimarono l'uso del territorio turco per le missioni della RDF e in particolare contro il neonato "nemico islamico" in Iran. Così, qualche mese dopo l'intesa  numerosi paracadutisti USA furono messi in stato d'allerta ad Incirlik per intervenire in ritorsione all'assalto contro l'ambasciata americana di Teheran[130]. È assai probabile inoltre che il golpe militare scatenato in Turchia nel 1980 sia stato fortemente sostenuto dal governo USA, interessato proprio al rafforzamento delle posizioni statunitensi attorno ai confini dell'Iran, un paese oramai "destabilizzante" per gli interessi occidentali nel Golfo Persico[131].

 

Proprio in seguito al “nuovo corso” politico-militare, la Turchia indicò anche una maggiore volontà di giocare un ruolo attivo nella deterrenza contro le advances sovietiche in Medio Oriente, sino a sottoscrivere nel 1982 un memorandum con gli Stati Uniti per il potenziamento delle basi orientali, "vitali" per monitorare i movimenti sovietici nel Caucaso, e in particolare la base aerea di Incirlik, per cui veniva programmata la spesa di 80 milioni di dollari[132], e quelle "segrete", denominate in codice "Mus" e "Batman", entrambe realizzate ad una distanza di 150 miglia nautiche dai confini sovietici con una spesa di 66,7 milioni di dollari[133].

 

Per ricambiare l'inversione di rotta nella politica di alleanza con gli Stati Uniti, il governo di Washington sottoscrisse un vasto programma di forniture di sistemi d'arma alla Turchia. Nello specifico, gli USA trasferirono 15 Phantom F-4E e 6 nuovi sottomarini Type 209, e finanziarono l'ammodernamento dei vecchi carri M 47 ed M-48AI e soprattutto la coproduzione nella nuova industria di Murted, a 15 miglia da Ankara, di 160 caccia F-16, per un valore di oltre 4 miliardi di dollari (progetto "Peace Onyx")[134]. Nello stesso tempo la Turchia si garantì l'acquisto di 70 lanciatori SAM britannici, di 3 fregate tedesche della classe MEKO, di 35 velivoli F-4 già in forza all'aeronautica egiziana e di 52 velivoli per il trasporto aereo G222 prodotti dall'Aeritalia[135].

 

Così, malgrado le enormi difficoltà economiche interne in termini di inflazione e disoccupazione, la spesa per la difesa in Turchia nel periodo 1983-87 registrava uno degli incrementi netti maggiori di tutti i paesi membri della Nato, con una media del 6% annuo. In termini di percentuale, il bilancio della difesa si attestava a un valore del 4,5% rispetto al PIL e del 22,4% dell'intero  bilancio nazionale.

 

Aiuti militari USA a Grecia e Turchia 1970-1984 (milioni di US$)[136]

  

 

Grecia

Turchia

Anno

Prestiti

Trasferimenti

Prestiti

Trasferimenti

1970

0

68.9

0

181.6

1971

18.0

83.7

0

214.4

1972

60.0

50.8

15.0

208.2

1973

58.0

22.1

20.1

225.1

1974

52.5

15.0

75.0

115.8

1975

86.0

0

75.0

34.1

1976

156.0

68.7

125.0

0

1977

122.0

34.0

125.0

0

1978

140.0

35.0

175.0

0.4

1979

140.0

32.3

175.0

5.3

1980

145.1

2.5

202.9

5.4

1981

176.5

1.5

250.0

2.8

1982

280.0

1.3

343.0

60.0

1983

280.0

1.2

290.0

112.7

1984

500.0

1.7

525.0

234.0

Totale

2214.1

419.1

2396.0

1389.8

 

 

Il Portogallo, "ponte atlantico" per il Mediterraneo

 

Il Portogallo, pur non rientrando nell'area operativa del Comando Alleato in Europa, ma bensì sotto la giurisdizione del Comando del settore Ibero-Atlantico (CINCIBERLANT), dipendente a sua volta dal SACLANT, il Comandante Supremo Alleato dell'Atlantico, ha progressivamente assunto negli ultimi decenni un ruolo sempre più importante di retrovia Nato per le operazioni nell'area mediterranea e mediorientale.

 

Grazie alla sua localizzazione geo-strategica il Portogallo è stato inserito nei piani operativi alleati di supporto del "rapido rinforzo" dell'Europa in caso di crisi, di rifornimento del fianco sud e di protezione delle unità di superficie e degli aerei che transitano nell'area atlantica, nonché di coordinamento delle operazioni di sorveglianza e di controllo marittimo dello stretto di Gibilterra[137]. In seguito alla creazione della RDF USA, il Portogallo ha inoltre assunto una funzione rilevante nel supporto delle operazioni out-of-area condotte dalle forze statunitensi nel sud-ovest asiatico.

 

Il più importante contributo portoghese agli “interessi petroliferi” dell'Occidente, è stato quello di autorizzare gli Stati Uniti, attraverso la stipula di accordi bilaterali, ad utilizzare le numerose installazioni militari delle Azzorre, un arcipelago di isole situato approssimativamente a 850 miglia nautiche ad ovest di Lisbona, quale "stazione intermedia" nella rotta dagli Stati Uniti all'Europa e al Mediterraneo. Tanto per comprendere quale sia l'importanza strategica delle Azzorre, e in particolare dell'isola-fortezza di Lajes, basti pensare che nel 1973 durante la guerra arabo-israeliana, l'US Military Airlift Command (MAC) fu in grado di effettuare dalle basi aeree azzorrine 42 voli cargo per Tel Aviv in un periodo di 24 ore[138]. Inoltre le basi militari delle Azzorre favoriscono le operazioni di  monitoraggio dei pattugliatori a capacità nucleare P-3 “Orion” in un'area di 4.000 miglia marittime, dalle facilities mediterranee della VI Flotta ai suoi centri di rifornimento nella costa orientale degli Stati Uniti.

 

Infine, il Portogallo, attraverso il CINCIBERLANT, ha assunto in ambito Nato il coordinamento delle operazioni dirette a contrastare le iniziative sovietiche ed ogni altra potenziale minaccia nella regione nordafricana e nell'area dell'Africa Occidentale. A questo scopo sono state potenziate le basi militari realizzate dagli Stati Uniti nelle isole Madeira, e in particolare quella di “Porto Santo”, definita dagli strateghi USA, "la sola facility Nato in grado di sostenere le operazioni aeree a sud del Tropico del Cancro"[139].

 

Gli Stati Uniti, rilanciando in chiave mediterranea il ruolo del Portogallo, hanno contribuito direttamente all'ammodernamento delle forze armate di Lisbona, fornendo assistenza gratuita per riportare i sistemi d'arma agli standard previsti dalla Nato e  migliorare il livello di autonomia operativa. A partire dalla fine degli anni '70, i programmi di cooperazione militare sono stati focalizzati nel settore aereo e navale, attraverso la realizzazione di  tre nuove fregate per la guerra antisom e la fornitura di uno squadrone di aerei A-7, di alcuni velivoli da trasporto C-130  e dei pattugliatori P-3 “Orion”[140].

 

Il rapido miglioramento delle capacità operative portoghesi ha fatto sì che venisse destinata al teatro meridionale della Nato (e in particolare all'Italia) la “Brigada Mixta Portuguesa”, basata a Santa Margarida, l'unità di punta dell'esercito lusitano, composta da tre battaglioni meccanizzati e corazzati. Sempre in ambito Nato veniva assegnato anche il 21° Battaglione de Trupas Paraquedistas, basato ad Aveiro ed alcune unità navali per il pattugliamento del Mediterraneo[141].

 

 

La Spagna fa il suo ingresso nella Nato

 

Probabilmente l'evento più significativo all'interno del vasto programma di realizzazione di un nuovo assetto politico-militare nel fianco sud dell'Alleanza Atlantica, si è verificato nel 1982, con l'adesione spagnola alla Nato; ad essa è seguito qualche mese dopo il rinnovo dell'accordo di "Amicizia, Difesa e Cooperazione" tra la Spagna e gli Stati Uniti, che ha costituito un elemento ulteriore della strategia americana di unificazione dello scenario Europa-Medio Oriente e di razionalizzazione nella divisione del lavoro tra gli alleati.

 

Così come per il Portogallo l'interesse americano per la Spagna si è sempre basato nella capacità del territorio iberico di proiettare le forze USA al di là della zona di responsabilità della Nato, ed è per questo che il mantenimento di proprie basi militari nel territorio spagnolo, è stato sin dal 1953, anno d'inizio dei rapporti di cooperazione militare ispano-americani, uno dei principali obiettivi della politica mediterranea degli Stati Uniti[142].

 

L'importanza per le operazioni USA in Medio Oriente delle basi spagnole fu evidente sin dal luglio del 1958, quando furono utilizzate come “trampolino logistico” per lo sbarco dei marines in Libano e nel 1961 quando il territorio iberico fu utilizzato come base di partenza per le truppe americane che parteciparono ad alcune imponenti manovre della Nato in Turchia. Pur se la Spagna rifiutò l'uso delle basi in occasione della crisi di Suez nel '67, sei anni più tardi, durante la guerra del Kippur, gli aerei cisterna KC-135 stazionati a Torrejón furono utilizzati per rifornire in volo i caccia statunitensi che vennero inviati in Israele. Nel 1980, durante la crisi in Iran, il governo di Adolfo Suarez autorizzò il transito dalla Spagna degli F-15 USA verso l'Arabia Saudita, e nel 1978 fu perfino autorizzata l'aeronautica belga ad utilizzare le basi delle Canarie in occasione del suo intervento in Zaire[143].

 

L'accordo USA-Spagna del 1982 non fece altro che prorogare i termini previsti dal trattato di difesa sottoscritto nel 1976 che aveva sancito il divieto allo stazionamento in tempo di pace di testate nucleari sul territorio iberico e il ritiro dalla base navale di Rota dello squadrone di sottomarini nucleari “Polaris” della US Navy, e che aveva perfezionato il trasferimento alla Spagna di 42 Phantom F-4E, di equipaggiamenti militari per 600 milioni di dollari e di 450 milioni in crediti per impianti di reattori nucleari, nonostante la Spagna non fosse firmataria del trattato di non proliferazione[144].

 

L'ingresso della Spagna nella Nato a sua volta, accrebbe l'importanza del territorio iberico quale "retroguardia strategica" dell'Alleanza, "che sarebbe priva della necessaria estensione per le manovre delle sue forze se dovesse contare esclusivamente sui territori centroeuropei"[145]. La penisola iberica in particolare ha infatti permesso di ampliare decisamente il limite dello spazio militare europeo, permettendo la dispersione e la mobilità delle unità militari sia nel caso di operazioni “di ripiego” delle forze presenti nell'Europa centrale, sia in quello dell'arrivo dei “rinforzi” dall'altra parte dell'Atlantico.  

 

L'integrazione della Spagna nell'Alleanza Atlantica e il nuovo accordo di cooperazione con gli Stati Uniti facilitarono notevolmente la realizzazione dei programmi di ammodernamento delle forze armate iberiche. Nel 1982 fu varata la portaerei “Principe de Asturias” dotata di 12 aerei a decollo verticale Harrier II, a cui seguì la redazione del nuovo “Plan Estratégico consunto” (PEC), che modificava il “modello di difesa” spagnolo, adattandolo alle nuove strategie di intervento mediterraneo della Nato. La marina spagnola ad esempio, poneva al centro delle proprie operazioni lo Stretto di Gibilterra con i suoi accessi prolungati sino alle Baleari e alle Canarie e assegnava nel Mediterraneo una flotta composta da 7 fregate, 8 sottomarini e 17 navi ausiliarie, e alcuni aerei da pattugliamento marittimo P-3 “Orion”, ponendoli sotto il coordinamento del Comando “Marairmed” di Napoli[146]. La Spagna intraprendeva inoltre un costoso programma di potenziamento del proprio dispositivo aereo, acquistando 72 Mirage F1 dalla Francia e firmando nel 1983 il cosiddetto "piano FACA" (Future Combat and Attack Aircraft) per la fornitura da parte degli Stati Uniti di 72 caccia F-18A Hornet[147].

 

 

Capitolo 3  -  La militarizzazione del Mediterraneo a partire dal 1987

 

 

La riconquista dell'egemonia da parte degli Stati Uniti

 

Se gli accordi di Washington del dicembre 1987 per l'eliminazione dei missili nucleari a medio raggio installati in Europa e l'annuncio di Gorbaciov del ritiro dell'Armata Rossa dall'Afghanistan hanno segnato la fine della cosiddetta "guerra fredda" e della contrapposizione militare ed economica tra Est-Ovest, aprendo la strada ai processi di democratizzazione interna dei paesi orientali, alla riunificazione delle due Germanie e allo scioglimento del Patto di Varsavia, essi non hanno tuttavia invertito i processi di riarmo e di militarizzazione dello scacchiere mediterraneo e mediorientale. Paradossalmente, come ha scritto il ricercatore francese Bernard Ravanel, hanno fatto sì che Stati Uniti e paesi Nato si sentissero "più liberi di condurre una politica estera dinamica e di ricorrere impunemente alla “guerra di bassa intensità” contro quelli che - movimenti e regimi - non ammettono il sistema internazionale da loro imposto"[148]. Non è un caso che proprio a partire dal 1987, la presenza della forza multinazionale nel Golfo Persico si inserisca direttamente nel conflitto Iran-Iraq, partecipando al cannoneggiamento delle piattaforme petrolifere e di alcuni obiettivi militari iraniani (gli Stati Uniti giungono ad abbattere "per errore" un Airbus delle linee aeree di Teheran), e che nonostante il "disgelo" Est-Ovest, la VI Flotta mantenga un atteggiamento più che provocatorio contro le unità sovietiche (si pensi alle ripetute violazioni delle acque territoriali del Mar Nero, culminate nel grave incidente del febbraio '88 con la collisione di due navi USA con alcune unità sovietiche).

 

Persino il vertice USA-URSS di Malta tenutosi simbolicamente a bordo di due incrociatori nel dicembre 1989 e segnato dal rifiuto di Bush di trattare le questioni dell'assetto strategico del Mediterraneo, delle basi straniere e della nuclearizzazione del bacino, ha ribadito con estrema chiarezza l'"essenzialità" per gli "equilibri internazionali" di una forte presenza militare nel Mediterraneo[149].

 

Eppure c'erano tutte le condizioni per avviare specie in campo navale, un vasto programma di riduzione dei dispositivi militari e di giungere perfino alla denuclearizzazione del bacino. Si pensi all'URSS ad esempio, dove in seguito all'ascesa di Gorbaciov, la Marina sovietica si è venuta a trovare in una fase nella quale sono state molteplici le pressioni per ridimensionare gli organici e i compiti assegnatele, e in cui non sono mancati gli elementi a testimonianza del progressivo smantellamento del dispositivo navale allestito negli ultimi venti anni. All'inizio del 1989, è stato lo stesso direttore della Naval Intelligence dell'US Navy, ammiraglio Brooks ad affermare davanti al Congresso che l'"OPTEMPO, il numero complessivo di giorni che la Marina sovietica ha trascorso in mare nel 1988 si è mantenuto a livelli ridotti, proseguendo la propria tendenza iniziata nel 1986. Nel 1988 le unità navali sovietiche hanno trascorso più tempo in porto e all'ancora e meno tempo in mare aperto rispetto agli anni precedenti (...). Il numero di missioni effettuate è in costante diminuzione"[150]. Il generale italiano Antonio Pelliccia aveva perfino profetizzato che "l'Unione Sovietica decida unilateralmente di ritirare nel Mar Nero la sua flotta, sia perché ha deciso di non competere più con gli Stati Uniti su tutti i mari affidando alle proprie navi soltanto il compito della difesa delle coste da eventuali attacchi, e sia infine perché non ha più bisogno di dimostrare il proprio diritto ad accedere e operare nel Mediterraneo"[151]. In realtà nel 1990, furono radiati 35 sottomarini e 70 unità di superficie[152], e fu programmata la radiazione entro sei anni di altre 450 unità e la riduzione del personale di Marina di 80.000 addetti[153]. Sempre nell'ambito di una revisione della sua politica mediterranea l'URSS ha ritirato buona parte del personale militare presente in Libia riducendo contemporaneamente le soste delle proprie unità navali nei porti del paese africano utilizzati per la manutenzione e l'appoggio logistico delle unità del SOVMEDRON[154].

 

Nonostante la scelta di Mosca di ridimensionare il proprio dispositivo aeronavale nel Mediterraneo, gli Stati Uniti hanno tenuto fermo il proposito di potenziare la propria presenza militare nell'area completando l'allestimento della Rapid Deployment Force, confermando la tesi che alla base dei processi di riarmo portati avanti per tutti gli anni '80 c'era come primo grande obiettivo il dominio globale delle fonti energetiche e la dissuasione dal rimettere in discussione da parte di chiunque, il modello di sviluppo economico liberista e imperialista dell'Occidente.

 

 

Il ruolo degli alleati mediterranei della Nato

 

Un contributo importante allo sviluppo dei processi di militarizzazione del Mediterraneo a partire dal 1987, veniva garantito dal maggiore attivismo nell'area dei paesi europei della Nato. In particolare si verificava una maggiore fornitura di aiuti militari da parte dei paesi nordeuropei a Grecia, Portogallo e Turchia, che si affiancavano a quelli autorizzati dal Congresso USA attraverso il “Southern Regional Amendment” varato appunto per accrescere i trasferimenti di equipaggiamenti militari agli alleati del sud Europa, una più significativa presenza aeronavale britannica che sottoscriveva un accordo con i francesi per il pattugliamento con sommergibili e l'organizzazione di esercitazioni comuni, e un "avvicinamento spettacolare" tra Francia, Italia e Spagna che attraverso accordi bilaterali varavano una serie di progetti di cooperazione militare in materia di sicurezza, come ad esempio il finanziamento del programma "Helios" (una rete di satelliti di osservazione militare per l'identificazione dello stato delle forze nel Mediterraneo e degli obiettivi assegnati ai dispositivi nucleari)[155]. Inoltre nell'88, tra Italia e Francia da una parte, e tra Spagna e Francia dall'altra, venivano firmati alcuni accordi nel campo della difesa aerea e dell'intercettazione aeromarittima che integravano le stazioni radar e le batterie missilistiche in dotazione alle forze armate dei tre paesi e le ponevano sotto il coordinamento dei velivoli "Awacs" francesi[156]. Sempre su iniziativa di Italia e Francia l'UEO creava un sottocomitato di riflessione sul Mediterraneo. Italia e Francia, sottoscrivevano anche un accordo per lo sviluppo e la produzione di un siluro per le proprie marine l'MU 90[157].

 

L'accordo Italia-Francia per il MU impegnava circa 2.200 miliardi di lire più altri 400 miliardi per lo sviluppo nell'arco di 10 anni di una famiglia di sistemi missilistici superficie-aria denominata FSAF (Future Surface-Air Family) ed articolata su tre elementi: il SAAM (Surface-to-Air Anti Missile) per l'autodifesa navale con il missile a lancio verticale “Aster” 15; il SAMP-T (Surface-Air Moyenne Porté/Terrain), una versione terrestre a medio raggio, con missile Aster 30; il SAMP/N (Surface-Air Moyenne Porteé/Naval), una versione navale del precedente[158].

 

L'Italia è stata sicuramente il paese del fronte sud che più di tutti ha fatto proprie le nuove strategie d'intervento politico-militare adottate dagli Stati Uniti per l'area mediorientale. In particolare la marina italiana ha progressivamente assunto i compiti di “difesa avanzata” e di “attacco preventivo” sanciti dalla Strategia Marittima USA, adottando un ruolo navale molto più aggressivo capace di coprire con  autonomia i "vuoti" creatisi nel Mediterraneo centrale con il trasferimento della VI Flotta verso il Medio Oriente e di assumere perfino l'obiettivo di proteggere la navigazione nelle acque del Golfo Persico proprio nella fase più acuta del conflitto Iran-Iraq[159].

 

Onde garantire l'estensione a tutto il Mediterraneo del raggio operativo della flotta italiana, oltre a decidere l'acquisto di 16 velivoli aerei a decollo verticale "AV 8B-Harrier" da installare sul ponte della nuova portaerei "Garibaldi", la Marina Militare avviava un programma di potenziamento delle unità subacquee e di quelle da combattimento, con la realizzazione di 4 nuove fregate, 8 cacciamine, una nave rifornitrice e alcune motocannoniere per pattugliamenti veloci[160]. All'ammodernamento navale, in linea con il processo di trasferimento a sud del baricentro logistico-operativo delle forze armate italiane, si affiancava di pari passo l'ampliamento delle basi navali di Augusta e Taranto e la realizzazione di una nuova caserma del Battaglione da sbarco "San Marco" a Brindisi e dell'aeroporto di Grottaglie (Ta), destinato al supporto tecnico, logistico ed addestrativo dei nuovi “Sea Harrier” e al dispiegamento dei nuovi elicotteri antisommergibili della classe NH90[161].

 

La marina italiana sostenne inoltre il tentativo della Nato di inserire i paesi arabi moderati del Mediterraneo in una stretta e fattiva collaborazione militare, attraverso lo sviluppo di una serie di programmi di collaborazione con alcuni paesi nord-africani (Algeria, Tunisia ed Egitto), l'organizzazione di esercitazioni congiunte e lo scambio di visite di unità da guerra[162]. Il governo italiano in collaborazione con alcuni alleati mediterranei giungeva alla firma di accordi multilaterali con la Tunisia e il Marocco nel campo della "intelligence" e della lotta contro il terrorismo internazionale, mentre nel novembre 1987, veniva rinnovata l'intesa di cooperazione militare italo-maltese con cui l'Italia s'impegnava a fornire all'isola un aiuto di 180 miliardi di lire in quattro anni e assistenza nei settori aeronavali e terrestri, dell'artiglieria contraerea e delle trasmissioni[163]. Inoltre la Marina italiana in collaborazione con gli Stati Uniti offriva la propria disponibilità ad aiutare la marina maltese nelle operazioni di sorveglianza delle coste e nella costituzione di un servizio elicotteri SAR (Search and Rescue)[164].

 

Anche l'Aeronautica italiana, grazie all'adozione dei cacciabombardieri a doppia capacità "Tornado" e dei caccia "Am-x", estendeva a tutto il Mediterraneo il proprio raggio di azione e di strike. Per accrescere la “flessibilità” e le “potenzialità” dei reparti, si realizzava un vasto piano di ammodernamento delle infrastrutture ricettive, che vedeva in particolare l'ulteriore potenziamento delle basi siciliane e delle isole minori di Pantelleria e Lampedusa, degli aeroporti pugliesi di Gioia del Colle, Galatina (Lecce) e di Brindisi, e la realizzazione dello scalo di Piacenza-San Damiano[165]. In ambito Nato venivano potenziate le principali basi di rischieramento avanzato delle forze aeree alleate, con l'"indurimento" dei depositi nucleari e delle piste di Aviano e di Rimini-Miramare e l'allargamento della base di Ghedi fino ad includere il vicino scalo di Montichiari, sede della scuola missili antiaerea, così da permettere una migliore dispersione dei Tornado e la ricezione di un maggior numero di velivoli alleati[166]. L'impegno italiano cresceva anche nel settore spaziale, grazie alla progettazione dei sistemi di telecomunicazione e di ricognizione satellitare "SICRAL" e "SAMO" e in sede Nato, alla realizzazione del sistema di aeronavigazione e posizionamento radio "GASNAVSTAR".

 

Il dispositivo meridionale alleato si rafforzava nel 1988, con l'ingresso di Portogallo e  Spagna nella UEO, l'Unione dell'Europa Occidentale, forse uno degli avvenimenti più rilevanti per il processo di “europeizzazione” della difesa del vecchio continente. L'inclusione dei paesi iberici nella UEO tra l'altro ha rappresentato un elemento di rilancio dell'organismo sulla scena internazionale favorendone la funzione di centro di coordinamento e di “omogeneizzazione” della politico-militare dei paesi europei Nato nella gestione delle crisi extra-area, come ad esempio il conflitto Iran-Iraq[167]. Sempre nel 1988, la Spagna siglava un accordo di cooperazione bilaterale con gli Stati Uniti della durata di otto anni, che modificava sensibilmente qualità e quantità della presenza delle forze armate statunitensi sul territorio iberico. L'accordo prevedeva infatti lo smantellamento entro 3 anni del 401° Stormo di caccia tattici e del Comando della 16^ Forza Aerea USA dalla base di Torrejón, il trasferimento di 5 velivoli cisterna da Zaragoza a Morón, l'impegno alla consegna alla Spagna delle stazioni Loran di Estartit, Guardamar e Sonseca e la ridislocazione nella stazione aeronavale di Rota delle missioni del MAC (Military Airlift Command), un tempo assegnate a Torrejón[168]. Di contro, il nuovo trattato prevedeva maggiori facilitazioni nell'uso dello spazio aereo e dei poligoni di tiro, e la possibilità di stabilire per il futuro nuove basi USA e di rafforzare quelle esistenti, per essere poste a disposizione delle forze degli Stati Uniti in appoggio delle operazioni previste in ambito Nato ed out-of-area. Inoltre, pur mantenendo il divieto all'installazione, al deposito e all'introduzione di armi nucleari nel territorio spagnolo, il nuovo accordo ha formalizzato la possibilità di una “nuclearizzazione” del paese in caso di crisi con la semplice autorizzazione dell'Esecutivo, e ha sancito perfino la rinuncia unilaterale della Spagna a richiedere informazioni sul carico delle navi statunitensi capaci di portare armi nucleari, in sosta e in transito nelle acque interne[169]. Contemporaneamente la Spagna definiva in sede Nato le linee fondamentali del suo contributo militare alla sicurezza comune dell'alleanza, attraverso alcune "missioni di coordinamento" che estendevano l'intervento delle forze armate spagnole dalla difesa del territorio e dello spazio aereo nazionale, al controllo dello Stretto di Gibilterra e alle operazioni aeronavali nell'Atlantico orientale e nel Mediterraneo occidentale[170].

 

In vista della migliore integrazione nella pianificazione strategica della Nato, a partire dal 1987 diventava pienamente operativo il nuovo Piano Strategico delle forze armate spagnole, con la modernizzazione e la riorganizzazione dell'esercito e la riduzione dei propri effettivi, e nel settore aeronautico con il potenziamento delle basi aeree di Los Llanos (Albacete) e delle isole Canarie destinate ad accogliere i nuovi Mirage F-1, di quella di Zaragoza per ospitare un nuovo stormo, il 15° dotato dei caccia EF-18, e la realizzazione di un nuovo aereo da trasporto, prodotto dalla industria aeronautica nazionale CASA, l'"Herculino", con caratteristiche simili al C-130 "Hercules"[171].

 

Anche il Portogallo prorogava gli accordi con gli Stati Uniti per la concessione della base di Lajes (Azzorre) in supporto alle operazioni extra-Nato in Medio Oriente, nel Golfo Persico e in Africa; inoltre sottoscriveva nel 1989 un trattato di cooperazione con gli USA che gli permetteva di acquisire 20 cacciabombardieri F-16, alcuni elicotteri SH-2F e tanks M48 A5, diversi radar tridimensionali e altro equipaggiamento militare. L'anno successivo venivano stanziati dagli Stati Uniti circa 178 milioni di dollari in programmi di assistenza militare, più 50 milioni per il potenziamento delle infrastrutture militari nelle Azzorre. Alla modernizzazione delle forze armate portoghesi davano un contributo rilevante gli alleati europei della Nato e in particolare la Germania che stanziava nel 1990 746 milioni di marchi, e la Francia con circa 4 milioni di dollari[172].

 

Interessanti novità si registravano pure nell'area del Mediterraneo orientale, e in particolare per ciò che riguarda le relazioni Grecia-Stati Uniti-Nato. Nel 1988 infatti, alla scadenza dell'accordo quinquennale con gli Stati Uniti sulla presenza sul proprio territorio delle basi americane, il governo greco invece di chiedere la rimozione di esse e l'uscita del paese dalla Nato, riapriva il negoziato di proroga e giungeva a giudicare la partecipazione della Grecia all'Alleanza Atlantica come "essenziale, per controbilanciare la presenza della Turchia"[173].

 

Atene, dopo aver sottoscritto con gli Stati Uniti nel novembre 1986 il “Defense Industrial Cooperation Agreement” (DICA) per accrescere la cooperazione bilaterale nell'area delle tecnologie militari, ultimava i negoziati in materia di lotta comune al terrorismo. Inoltre avviava una serie di relazioni di tipo economico-militare che nel FY 1990 fruttarono un contributo da parte dell'Amministrazione USA di 350 milioni di dollari per l'acquisto di armi, più 750.000 dollari per l'addestramento militare dei reparti greci[174]. I principali programmi hanno incluso la vendita di ulteriori 20 caccia F-16, di 300 carri M48 A5, di 5 elicotteri e 6 aerei antisom, di 8 velivoli da trasporto e di vari sistemi elettronici e di controllo di fuoco, e un contributo alla progettazione di quattro fregate "Meko"[175]. Inoltre gli Stati Uniti, grazie ai fondi del “Southern Region Amendment”, si sono impegnati a sostenere in parte il piano di modernizzazione quinquennale delle Forze Armate elleniche, che prevede entro il 1993 una spesa di circa 2 miliardi di dollari.

 

Nello stesso tempo si è verificato pure un cambio di atteggiamento della Grecia in tema di collaborazione con la Nato nei programmi di ricerca e di sviluppo degli armamenti comuni, e le industrie elleniche sono entrate nella coproduzione dell'Awacs (Airborne Warning and Control System), del BICES (Battlefield Information Collection and Exploitation System), un sistema di raccolta ed elaborazione dati, del sistema missilistico trasportabile di difesa antiaerea "Singer Post", e del "TRIGAT", l'arma anticarro di terza generazione[176]. Inoltre, attraverso la cooperazione con gli alleati, il governo ellenico definiva il programma di potenziamento della forza aerea con l'acquisto di 40 Mirage 2000C, e lo sviluppo di un sistema per la difesa aerea a corto raggio (SHORAD) da integrare con i missili superficie-aria “Hawh”[177]. Con questi programmi la Grecia, nonostante la non florida situazione economica, si confermava al primo posto tra i paesi Nato nel rapporto spesa militare - PNL, con un valore del 6,4% circa, il doppio della media Nato europea, mentre il budget ellenico per la difesa cresceva dai 289 miliardi di dracme nel 1987 ai 604 del 1990[178].

 

Anche la Turchia ha moltiplicato gli sforzi per realizzare progetti militare in cooperazione con industrie europeo-occidentali, specie nel settore della produzione dei missili "Stinger" e "Maverick", di sistemi di fuoco per cannoni anti-aereo calibro 35mm,  di spolette elettroniche, di apparati digitali di collegamento radio militare e di identificazione “IFF”, nonché di maschere anti-gas, filtri e vestiario protettivo NBC[179]. Inoltre, nel marzo 1987 veniva rinnovato sino alla fine del '90 l'accordo che regola l'uso delle basi USA in Turchia, con la previsione automatica della proroga annuale a meno che non venga richiesta la rinegoziazione da parte del governo di Ankara. Ad esso seguiva la ratifica dei cosiddetti “Tecnical Agreements” che hanno pianificato l'utilizzo comune USA-Turchia delle 16 basi COB potenziate a partire dal 1982. In seguito ai nuovi trattati il Dipartimento della Difesa statunitense  ha programmato per un periodo di 7 anni (dal 1989 al 1995), lo stanziamento di 2 miliardi di dollari circa per la modernizzazione delle forze armate turche e la realizzazione di alcuni progetti di cooperazione tra cui la produzione di ulteriori 40 F-16 e degli elicotteri UH-1H, l'ammodernamento di 2.120 tanks M48 A5, e l'allestimento di moderni Centri per il combattimento e dell'MLRS, un sistema missilistico a lancio multiplo[180].

 

Programmi militari USA per Grecia e Turchia (in milioni di US$) anni 1987-90[181]

 

Crediti

 

 

1987

1988

1989

1990

Grecia

292.6

406.0

420.0

420.0

Turchia

355.1

372.9

332.0

600.0

 

Programmi di aiuti

 

 

1987

1988

1989

1990

Grecia

0

0

30.0

30.0

Turchia

100.0

144.4

218.0

0

 

Totale

 

 

1987

1988

1989

1990

Grecia

292.6

406.0

450.0

450.0

Turchia

455.1

517.4

550.0

600.0

       

Spese per i principali acquisti d'arma nei Paesi NATO del Fianco Sud

(in milioni di US$ a prezzi costanti del 1988)[182]

 

 

Francia

Grecia

Italia

Portogallo

Spagna

Turchia

Totale

1980

6.863

534

2.482

70

1.265

88

11.302

1981

7.490

689

2.469

74

1.135

215

12.072

1982

7.878

583

2.540

59

1.180

271

12.511

1983

8.255

497

2.883

54

1.456

241

13.386

1984

8.151

569

2.778

49

1.914

304

13.765

1985

8.492

535

3.128

34

1.168

336

13.693

1986

8.850

498

3.122

73

1.593

496

14.632

1987

9.648

541

3.954

123

1.895

559

16.720

1988

9.496

790

4.188

141

1.484

600

16.699

1989

9.722

733

4.285

174

1.093

548

16.555

 

 

Nuovi sistemi nucleari per il fianco sud

     

È stato tuttavia nel settore nucleare che si sono registrate le principali novità all'interno dei paesi del fianco sud della Nato. Di estrema rilevanza per l'Alleanza è stata la decisione di trasferire i 79 cacciabombardieri F-16 del 401° Stormo dell'USAF dalla base di Torrejón, Spagna in una base del sud Italia per permettere alla Nato di modificare sensibilmente "l'aspetto delle capacità d'intervento degli F-16 nel Mediterraneo centrale"[183], "preservare il legame tra la regione sud e il resto della Nato" intensificando "la coesione e la solidarietà" tra gli Stati Uniti e l'alleanza[184], e di controbilanciare lo smantellamento dei missili Cruise dalla Sicilia e dei vecchi missili nucleari tattici "Honest John" dalla Grecia, anche se in questo caso gli USA si riservavano il diritto di tenere in “riserva” le testate nella base aerea di Araxos, a Epiro, e in una caserma militare a pochi chilometri da Salonicco[185].

 

Oltre al trasferimento degli F-16, il Gruppo di Pianificazione Nucleare della Nato in vista di un maggiore impegno della componente aerea nucleare alleata nel fianco sud  decideva nel maggio 1987 di rafforzare qualità e numero dei vettori offrendo la propria disponibilità a ospitare in Europa i bombardieri strategici statunitensi B-1 e B-52, questi ultimi modificati in modo da garantire il trasporto degli “ALCM” i missili Cruise nucleari con lancio dall'aria[186]. Proprio l'ingresso operativo degli ALCM ha permesso di assegnare ai B-52G/H della US Air Force un ruolo di supporto "meno vulnerabile" allo strike marittimo specie nel teatro mediterraneo, e di ricoprire illimitate missioni d'attacco in un tempo relativamente breve[187]. Successivamente il segretario della difesa Carlucci ha inoltre comunicato alla Nato la richiesta di trasferire dagli Stati Uniti all'Europa 50 nuovi bombardieri strategici F-111 da "disperdere" prioritariamente su più basi aeree del fianco meridionale e i caccia doppio uso F-15E per l'interdizione a lungo raggio e l'attacco aereo, al centro insieme agli F-16 di un esteso programma di modernizzazione (l'Air Force nello specifico prevede di dotarli entro il 1992 del nuovo missile multiplo aria-aria "AMRAAM" - Advanced Medium Range Air-to-Air Missile - e del sistema all'infrarosso LANTIRN - Low Altitude Navigation and Targeting Infrared system for the Night - per garantire la localizzazione e l'attacco  in ore notturne)[188].

 

 

Il Mediterraneo, una regione per la sperimentazione delle nuove dottrine della Nato

 

Uno dei settori dove è stato più evidente il trasferimento nella regione meridionale del baricentro strategico della Nato è stato quello delle esercitazioni alleate che a partire dal 1987 hanno subito una profonda trasformazione nelle dimensioni e negli stessi criteri operativi. Le varie "Dragon Hammer", "Deterrent Force" e "Display Determination", le esercitazioni annuali della Nato nel bacino mediterraneo e le stesse attivazioni della "Navocformed" hanno fatto da banco di prova per le nuove concezioni politico-militari dell'Alleanza, fornendo un valido test per sperimentare le capacità di integrare i propri apparati di guerra in vista di quella proiezione out-of-area che con la guerra nel Golfo segnerà il vero salto di qualità della Nato.

 

Rispetto al passato le esercitazioni nell'area mediterranea si andranno differenziando nell'"enfasi" assegnata al "potere aereo" con un'estensione delle capacità di “strike nucleare” e di “rischieramento avanzato”, non solo dell'aeronautica statunitense ma anche di altri paesi del fianco sud, Italia e Turchia in testa.

 

Esse hanno visto inoltre la comparsa nello scacchiere meridionale di nuovi protagonisti dell'Alleanza, come ad esempio la Germania che a partire dal 1987 invia unità della marina  per integrare le flotte Nato, o come la Spagna che partecipa per la prima volta ad una formazione navale alleata e alla proiezione avanzata di squadroni aerei e di truppe paracadutiste nel fronte nord-orientale italiano[189]. Di importanza non secondaria, anche ciò che si è verificato in occasione dell'attivazione della forza navale Nato “on call” nella primavera '90, dove dopo diversi anni, unità navali greche e turche hanno partecipato congiuntamente ad un'esercitazione alleata.

 

 

Nuove armi al Medio Oriente

 

Parallelamente al rafforzamento del dispositivo militare nell'area meridionale della Nato, si registrava un'accelerazione nel processo di riarmo dei paesi mediorientali. Si valuta ad esempio, che nel solo 1988, ai paesi della regione compresi nell'area del CENTCOM sia stato diretto il 56% dei 15 miliardi di dollari di armamenti venduti dagli Stati Uniti all'estero[190]. Nonostante il cessate il fuoco tra Iran ed Iraq decretato il 20 agosto 1988, decine di caccia USA F-16 ed F-18 sono stati venduti al Kuwait, al Bahrein e all'Egitto, mentre i francesi hanno fornito alcuni Mirage 2000 agli Emirati Arabi Uniti. La Gran Bretagna ha intrapreso una serie di rapporti di cooperazione militare con l'Arabia Saudita fornendo ulteriori cacciabombardieri Tornado ed armamenti per un valore di oltre 25 miliardi di dollari e realizzando due aeroporti militari. Sempre l'Arabia Saudita ha acquistato una sessantina di missili balistici CSS-2 dalla Cina con un raggio di 2.500 km e numerosi missili anticarro "Cobra" di produzione statunitense[191].

 

Anche l'Unione Sovietica avrebbe contribuito a destabilizzare gli "equilibri" mediterranei. Secondo fonti del Pentagono, nell'agosto 1988 sarebbero stati consegnati alla Siria diversi cacciabombardieri “Sukhoy” Su 24 dotati di un raggio di azione di 1.300 km e alcuni Mig 29[192], mentre nella primavera del 1989 la Libia avrebbe ricevuto dall'URSS 15 bombardieri "Su 24" e perfino un aereo cisterna molto simile al "C 141" di fabbricazione americana che allarga a dismisura l'operatività delle forze aeree libiche. Questi velivoli sarebbero stati schierati nella base aerea di Umm Aitiqah, a est di Tobruk[193].

 

Israele, dopo aver firmato nell'aprile del 1987 un nuovo memorandum di "intesa strategica" con gli Stati Uniti, acquistava dall'alleato 18 elicotteri "Apache" e una classe di corvette dotate di elevata autonomia e di un sofisticato armamento anti-nave[194]. Contemporaneamente si garantiva la messa in orbita di un satellite-spia, l'”Ofek 1”, in grado di coprire l'intera area mediorientale e completava la costruzione dei missili nucleari “Jericho II” con una gittata tra le 1.200 e le 2.200 miglia[195]. Sempre in campo missilistico, l'Iraq giungeva alla modifica degli “Scud B”, ampliandone la portata a 375 miglia e predisponendoli al trasporto di armi chimiche (nell'area mediorientale oltre all'Iraq, sarebbero stati realizzati impianti per la produzione di armi chimiche anche in Egitto e in Israele). Inoltre, il governo di Baghdad iniziava gli studi per la realizzazione di missili a lungo raggio, quale il “Tammuz” e l'”Abid”[196]. Questi progetti si rendevano possibili grazie all'export di alte tecnologie statunitensi: nel solo periodo 1985-1990, gli scambi militari Iraq-USA pare abbiano toccato un giro d'affari di un miliardo e mezzo di dollari, a cui bisogna aggiungere i profitti resi dal programma di ricerca nucleare voluto da Saddam Hussein[197]. Gli Stati Uniti avrebbero nello specifico lavorato alla produzione di combustibile atomico nella centrale irakena di Osiraq, e in collaborazione con alcune imprese francesi presso il centro sotterraneo di ricerche nucleari di Tamuz[198]. L'Iraq portava a termine inoltre alcuni progetti di potenziamento dei propri sistemi d'arma, come l'acquisto di Mirage dalla Francia, di caccia J-6 dalla Cina e di aerei da trasporto di produzione sovietica equipaggiati per la guerra antisottomarino con sistemi radar forniti da Francia e Gran Bretagna[199].

     

Missili balistici operativi in Medio Oriente e nell'Africa del Nord

con gittata superiore ai 100 km

 

Paese

Tipo

Gittata (Km)

Numero

Produttore

Arabia Saudita

CSS-2

2.500

50-90

Cina

Egitto

SS-1 “Scud”

300

?

URSS

Giordania

SS-1 "Scud"

300

?

URSS

Iran

Silkworm

SS-1 "Scud"

300

300

?

72

Cina

URSS

Iraq

Al Hussein

SS-1 "Scud"

650

300

0

0

Iraq

URSS

Israele

MGM 52 Lance

Jericho-1

Jericho-2

130

500

1.300

?

?

100

USA

Israele

Israele

Libia

SS-1 "Scud"

M-9

300

600

18

140

URSS

Cina*

Siria

SS-1 "Scud"

SS-21 "Scarab"

M-9

300

120

600

?

?

80

URSS

URSS

Cina*

*(La vendita dei missili cinesi M-9 a Libia e Siria non è stata ancora definitivamente accertata)

 

 

Capitolo 4  -  La Guerra nel Golfo

 

La Nato di fronte alla guerra

 

In seguito all'invasione irakena del Kuwait del 2 agosto 1990, ha preso il via una mobilitazione di forze militari e di sistemi d'arma mai verificatasi prima di allora nell'area mediorientale e del Golfo Persico. Venivano trasferiti nel teatro di guerra per stringere in assedio i contingenti militari irakeni e scatenare poi la sanguinosa "Tempesta nel Deserto", 720.000 uomini con 3.500 carri armati e 2.300 aerei da combattimento, circa 100.000 marinai su 210 unità navali di una ventina di paesi[200], e un potenziale atomico  di oltre un migliaio di testate nucleari (bombe di gravità per missioni aeree, testate per missili superficie-terra “Tomahawk” e per quelli aria-terra o terra-terra)[201].

 

Data l'enorme sproporzione delle forze militari che si fronteggiavano, il conflitto si concludeva il 28 febbraio 1991 con la resa senza condizioni dell'Iraq, lasciando però sul campo oltre 200.000 morti a cui se ne stanno aggiungendo altrettanti, in particolare bambini colpiti da denutrizione o malattie infettive. La brutalità dei bombardamenti generava perfino un disastro ecologico di proporzioni inimmaginabili; secondo fonti saudite sarebbero stati riversati nel Golfo Persico qualcosa come 4 milioni di barili di petrolio, una quantità 18 volte superiore a quella riversata in Alaska in occasione del disastro della Exxon Valdez[202].

 

La guerra nel Golfo ha segnato la svolta decisiva della dottrina politico-militare dell'Alleanza Atlantica appena delineata nei criteri di base dalla Dichiarazione di Londra del 6 luglio 1990. Contrariamente alle sue intenzioni di restare fuori almeno formalmente dal conflitto, la Nato ha visto una intensa e diretta partecipazione dei propri comandi e delle proprie strutture, tanto da provocare la messa in funzione dell'organizzazione di gestione delle crisi, l'immediato potenziamento della Forza NAEW con lo schieramento dei velivoli radar E-3A Sentry a Trapani, Preveza e nella Turchia orientale e l'esercizio continuativo dei Centri di comando, controllo e comunicazioni della Regione Sud  dell'Alleanza, rafforzati con personale tedesco ed olandese. Dal punto di vista prettamente operativo, la Nato ha organizzato un dispositivo militare definito "Southern Guard" che ha coordinato le missioni alleate in due aree: la "Dawn Set" nella Turchia sud-orientale e la "Mednet" nel Mediteraneo. La "Dawn Set" è consistita principalmente nel trasferimento ad Incirlik della componente aerea della Forza Mobile Nato e di alcuni caccia F-15 e di sistemi missilistici “Patriot” da parte degli Stati Uniti. La cosiddetta "Med-Net" ha invece visto l'attivazione di una "rete" navale composta da ben 37 unità da guerra, per la "copertura" delle navi e dei velivoli diretti alle basi Nato e USAF della Turchia e dell'Arabia Saudita. Alla "Med-Net" sono stati forniti da 9 nazioni 27 aerei del "Gruppo Multinazionale Nato di Pattugliamento Aeromarittimo" (MPA) e 20 sottomarini, mentre tutte le unità francesi e spagnole, pur non essendo inserite nella struttura di comando integrato della Nato hanno operato sotto il suo controllo operativo[203].

 

Sin dall'ottobre '90, la Nato ha attivato la “Navocformed”, che ha schierato navi di 8 paesi differenti, tra cui per la prima volta il Portogallo. La formazione navale ha operato nel Mediterraneo orientale tra Creta e Cipro, in sostituzione delle navi della VI flotta che hanno raggiunto il Golfo Persico e a protezione dei sommergibili USA impiegati nel lancio di missili Cruise contro obiettivi in Iraq[204]. A queste unità è stata affiancata la “Forza Navale Multinazionale Permanente della Manica” (STANAVFORCHAN), trasferita nel Mediterraneo con base di appoggio ad Augusta, come forma di pressione contro ogni eventuale sostegno dell'Iraq da parte dei paesi rivieraschi del nord Africa[205]. La Nato, inoltre, ha dato vita a un “Gruppo Plurinazionale di Contromisure Mine” che ha operato dalla base navale di Trapani[206].

 

La richiesta degli Stati Uniti di schierare nella regione del Golfo anche forze terrestri e aeree, è stata glissata da buona parte dei paesi alleati della Nato, anche se durante il conflitto è stata tenuta in stato di allerta la componente terrestre dell'AMF (Allied Mobile Force), pronta ad essere trasferita in Turchia nel caso di un'eventuale apertura del fronte di guerra nord-orientale[207]. Tuttavia, utilizzando strumentalmente l'UEO, numerosi reparti alleati sono stati forniti alla Forza Multinazionale anti-irakena, affidandone il comando delle operazioni al controllo operativo degli USA. La Gran Bretagna ad esempio, inviava in Arabia Saudita oltre 25.000 uomini, mentre la Royal Navy schierava nel Golfo 21 unità navali e oltre 120 aerei da combattimento. La Francia da parte sua, ha inviato oltre 16.000 uomini delle forze terrestri, una cinquantina di velivoli da combattimento (Mirage, Jaguar, ecc) e diverse unità della marina nel Mar Rosso, nel Golfo Persico e nell'Oceano Indiano. Inoltre il governo di Parigi autorizzava l'aeronautica statunitense all'uso delle basi francesi per le operazioni belliche, e una dozzina di aviocisterne statunitensi KC-135 per il rifornimento dei B-52, venivano rischierate sugli aeroporti di Mont-de-Marsan, vicino Bordeaux, e di Avord[208]. Olanda e Belgio inviavano in Turchia sotto comando Nato 18 aerei da combattimento Mirage 5B, altrettanti caccia F-16, e alcune batterie di missili Patriot ed Hawh. Il Belgio ha anche messo a disposizione dell'UEO 4 velivoli da trasporto C-130.

 

La Germania, per la prima volta dal dopoguerra impegnata direttamente in una “missione” all'estero, inviava in Turchia 410 uomini, 18 aerei “Alpha Jet” e alcune batterie di missili contraerei Hawh, Roland e Patriot. Il governo tedesco forniva inoltre alle forze armate americane 60 velivoli ruotati NBC "Fuchs", mentre una batteria di missili Patriot veniva fornita ad Israele unitamente a 8 “Fuchs NBC” e a 50 autoblindo. Notevole anche l'impegno nel Mediterraneo della Marina tedesca che arrivava a schierare sino a 7 unità navali; infine i tedeschi finanziavano le spese di guerra alleate con più di 9.000 miliardi di lire[209].

 

 

La partecipazione dei paesi del fianco sud alla Guerra del Golfo

 

Se in passato, solo le forze armate italiane erano state protagoniste in missioni multinazionali out-of-area, lo scoppio della guerra del Golfo, ha visto tutti i paesi del fronte meridionale della Nato, partecipare più o meno in forza, alle operazioni militari nel teatro del conflitto.

 

Italia, Spagna e Turchia sono stati sicuramente gli alleati Nato che più di tutti hanno messo a disposizione per il conflitto, risorse, uomini, mezzi e infrastrutture militari. Per la prima volta nella storia della Repubblica italiana, in aperta violazione del dettato costituzionale, le forze militari venivano impegnate direttamente in un conflitto, contribuendo alle operazioni alleate di bombardamento contro obiettivi civili e militari in Iraq e in Kuwait. A tale scopo l'Aeronautica utilizzava 10 cacciabombardieri “Tornado” IDS, rischierati presso la base aerea di Dhafra negli Emirati Arabi Uniti, mentre 6 caccia RF-104G venivano inviati in Turchia con compiti di ricognizione aerea.

 

Contemporaneamente veniva attivato il 20° Gruppo Navale della Marina Militare per la protezione delle portaerei statunitensi schierate nelle acque del Golfo Persico. Il governo concedeva agli alleati l'uso delle principali basi aeree e di buona parte dei porti militari e civili presenti in Italia, per le operazioni di trasferimento di truppe e sistemi d'arma nel Golfo. Tra l'altro veniva concessa l'autorizzazione agli Stati Uniti a schierare negli aeroporti di Gioia del Colle e di Trapani-Birgi 8 cacciabombardieri F-16 ed F-18 con il ruolo di "dissuasione nucleare" contro i paesi nordafricani oppositori del conflitto, e ad utilizzare gli scali civili di Malpensa, Fiumicino e di Fontanarossa (CT) per il transito di velivoli cisterna KC-10[210]. I B-52 sono stati autorizzati a sorvolare lo spazio aereo italiano; analoga autorizzazione è stata concessa ai treni speciali che attraverso il Brennero hanno trasportato ai porti di Livorno e di Brindisi, i mezzi corazzati e i carri armati USA destinati per il Golfo Persico. L'Italia ha fornito inoltre 60 velivoli portacarri al comando americano e 9 lanciatori di missili "Stinger" alla Turchia ed ha stanziato 180 miliardi di lire in aiuti a Egitto, Turchia e Giordania[211].

 

La Spagna dopo aver inviato nel Golfo 2 corvette e una fregata, ha messo a disposizione degli Stati Uniti la base aerea  di Morón de la Fronteira per lo stazionamento dei bombardieri B-52 utilizzati contro obiettivi in Iraq, la base di Zaragoza per gli aerei cisterna che li rifornivano in volo e la base di Torrejón per il transito degli aerei da trasporto "Galaxy". Inoltre, l'aeronautica spagnola ha garantito il trasporto aereo da Zaragoza a Morón delle bombe dei B-52[212], e ha fornito alcuni velivoli da trasporto C-130 per i voli di collegamento delle forze armate britanniche dalla Gran Bretagna a Cipro[213].

 

Imponente lo schieramento allestito dalla Turchia, il paese Nato direttamente confinante con l'Iraq; Ankara ha trasferito la 2^ Armata dell'esercito nel sud-est dell'Anatolia e ha autorizzato gli alleati e in particolare gli Stati Uniti ad utilizzare le principali basi aeree turche per sferrare le operazioni di attacco contro Baghdad[214].

 

Solo la Grecia e il Portogallo hanno preferito evitare il coinvolgimento diretto nelle operazioni di guerra. Pur mettendo a disposizione degli Stati Uniti le proprie basi per le operazioni di trasferimento dei mezzi militari in Medio Oriente, essi si sono limitati ad inviare alcune unità navali da pattugliamento e un velivolo da trasporto C-130.

 

 

“Pax americana" in Medio Oriente

 

Si è molto discusso su quali siano state le reali motivazioni che abbiano spinto gli USA ad intervenire militarmente in modo così massiccio contro l'Iraq. André Gunder Frank ha scritto che la reazione militare americana nel Golfo ha rappresentato una risposta alla pericolosa recessione economica interna e alle minacce da parte del Congresso di ridurre il budget militare proposto da Bush, similmente con quanto era successo in passato negli Stati Uniti per le guerre di Corea e del Vietnam e per la spinta riarmista negli anni di Reagan, o nel caso della Gran Bretagna per la guerra delle Falklands-Malvines[215]. Non è un caso che il conflitto sia scoppiato appena due anni dopo la realizzazione da parte del Dipartimento della Difesa di un documento denominato "Orientamenti delle Forze Armate USA per il quinquennio 1992-97", in cui si enfatizzavano tutta una serie di minacce provenienti dal Terzo Mondo, al fine di accelerare la rivoluzione tecnologica in corso e la ricerca di nuove generazioni di armamenti "multi-uso e riprogrammabili" e di garantire il "diretto intervento" nel Terzo Mondo per "attaccare le radici dell'instabilità"[216].

 

Di sicuro, il conflitto del Golfo ha permesso la riorganizzazione dei rapporti di forza mondiali, accentuando l'egemonia da parte di ristretti soggetti ed apparati del potere politico-economico a scapito della stessa democrazia e della partecipazione collettiva alla formazione delle decisioni[217]. Il conflitto ha inoltre  ridisegnato il nuovo assetto militare del Medio Oriente, dando ancora più slancio all'interventismo diretto nell'area delle forze armate statunitensi e dei principali partners europei della Nato. Gli Stati Uniti hanno rafforzato i legami con i governi arabi moderati e lavorano per la realizzazione di un "sistema di sicurezza regionale" che ruoti attorno ad un'alleanza politico-militare possibilmente estesa all'Iran. Attraverso questo sistema che assume sempre più i contorni di una vera e propria "Nato mediorientale", gli Stati Uniti si garantirebbero il pieno controllo del 66% delle riserve mondiali di petrolio.

 

A questo scopo gli Stati Uniti hanno stipulato subito dopo la fine del conflitto un trattato decennale di cooperazione militare con il Kuwait che legittima la presenza militare nell'Emirato di una brigata corazzata USA di 5.000 uomini, ed autorizza la realizzazione di depositi di armi ed equipaggiamenti e la conduzione di esercitazioni congiunte[218]. Inoltre è stato raggiunto un accordo per la costruzione da parte dell'US Army Corps of Engineers delle basi aeree di Ahmed Al Jaber e Ali Al Salem, semidistrutte durante il conflitto, con una spesa totale di 405 milioni di dollari[219]. Gli USA dovrebbero inoltre fornire l'assistenza tecnica per la realizzazione di un "muro protettivo" del tutto simile a quello realizzato dal Marocco lungo il confine con il Sahara Occidentale, che il Kuwait intende erigere lungo i 280 km di frontiera terrestre con l'Iraq[220].

 

Secondo il portavoce della Casa Bianca Martin Fitzwater, si starebbe anche per realizzare un quartier generale dell'"US Central Command" in Bahrein trasferendo nell'emirato arabo 3.200 militari dalla Florida onde "agevolare lo svolgimento di esercitazioni e il coordinamento con gli alleati della regione"[221]. Inoltre, il Dipartimento della Difesa vorrebbe mantenere stabilmente almeno 3.000 soldati americani in Arabia Saudita e altri 3.700 militari in Kuwait. Le truppe stanziate in Arabia Saudita in particolare, sarebbero addette alla protezione degli armamenti pesanti che gli Stati Uniti lascerebbero nell'area per garantire una maggiore mobilità e flessibilità alle proprie truppe nel caso di un nuovo intervento militare nell'area del Golfo Persico.

 

I Paesi arabi del Golfo membri della Coalizione anti-irakena si sono espressi per la realizzazione di un patto di difesa reciproca e un piano di sviluppo economico congiunto. Essi dovrebbero dare vita ad una forza combinata, rafforzata su richiesta da contingenti egiziani e siriani e appoggiata dalle potenze occidentali con materiale, addestramento, supporto aereo e navale. Secondo quanto dichiarato il 6 marzo 1991 al Congresso da Bush l'aiuto americano "non comporta lo stazionamento di forze di terra americana nella penisola arabica, ma significa che unità americane parteciperanno ad esercitazioni congiunte coinvolgenti forze di terra e dell'aria. Significa anche che gli Stati Uniti manterranno una significativa presenza navale nella regione...". In realtà quantitativi di materiale pesante sono rimasti nella regione sia sotto forma di cessioni a forze armate locali, sia in depositi in base ad accordi di pre-positioning al fine di averli immediatamente a disposizione in caso di possibili future necessità.

 

Accanto al potenziamento delle proprie forze terrestri gli Stati Uniti si sono garantiti in Medio Oriente un'imponente componente di volo. Sempre in Arabia Saudita, ad esempio, presso la base di Musayf, l'US Air Force mantiene in stato di allarme 24 "bombardieri invisibili" F-117 pronti a ritornare in azione contro obiettivi irakeni[222]. Ad essi si aggiungono i cacciabombardieri ospitati sulle tre portaerei che gli Stati Uniti mantengono nelle acque del Mediterraneo orientale e del Mar Rosso e i 25 bombardieri B-52 schierati presso la base di Diego García[223]. Perfino la questione curda, è stata strumentalizzata dagli USA e dai suoi alleati per dar vita alla cosiddetta "Operazione Poised Hammer" ("martello in agguato"), con l'insediamento a Silopi, nella Turchia orientale, di una "task force" multinazionale composta da 5.000 militari appartenenti a corpi speciali e d'assalto di Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Olanda, Italia e Turchia, appoggiata dalla componente aerea della Nato schierata nella vicina base di Incirlik[224].

 

Il conflitto ha tuttavia lasciato irrisolte buona parte delle questioni chiave dell'area mediorientale (questione palestinese, Libano, Cipro, ecc.), aggravando le condizioni di vita del popolo curdo in Iraq. Israele nonostante sia stata costretta ad accettare controvoglia l'indizione di una conferenza internazionale sul Medio Oriente ha ottenuto che ad essa partecipi una rappresentanza palestinese priva di esponenti dell'OLP e perfino degli stessi leader moderati residenti a Gerusalemme est, confermando così l'assoluta indisponibilità a rimettere in discussione l'annessione "de facto" dei territori di Gaza e della Cisgiordania. Non è casuale che il Ministero delle costruzioni israeliano abbia recentemente varato un piano per l'insediamento di oltre mezzo milione di coloni ebrei e di alcune aree industriali a Gerusalemme Est, a Gaza e nella West Bank[225].

 

Dopo aver mantenuto un'attività di "basso profilo" nel conflitto, Israele ha effettuato più volte voli intimidatori della propria aviazione sul territorio irakeno e ha ripreso in grande stile i raids contro i campi palestinesi ospitati nel sud del Libano. Su di essi si sono scatenati perfino gli attacchi dell'esercito libanese, che ha annientato la guerriglia palestinese e distrutto gli stessi campi profughi di Sidone. L'attacco sarebbe stato deciso dal presidente libanese Hrawi per assumere il pieno controllo delle regioni meridionali, di comune accordo con le forze armate siriane. Il governo di Damasco, dopo essersi guadagnato l'appoggio di Stati Uniti e del mondo occidentale, dimostra così di avere esteso la propria sovranità su buona parte del Libano, paese con cui ha sottoscritto nel giugno un trattato di Cooperazione Militare che trasforma l'alleato in un satellite siriano. La coscienza del governo siriano di poter nuovamente ricoprire un ruolo da protagonista nello scacchiere mediorientale ha fatto sì che esso riaprisse con Israele il contenzioso sulla restituzione dei territori del Golan occupati nel 1967. Ciò potrebbe in futuro portare a nuove frizioni e contrasti tra il regime siriano e il governo israeliano, il quale prevede di raddoppiare entro un paio di anni il numero di coloni ebrei insediati sulle alture del Golan, così da bilanciare la popolazione drusa[226].

 

Il Kuwait "liberato" non sembra disponibile a dar vita a un processo di democratizzazione interna ed è lacerato dai “pogrom” lanciati contro la popolazione residente di origine palestinese, accusata di "collaborazionismo" con l'invasore irakeno. Sono già centinaia le sentenze di condanna a morte pronunciate dai tribunali militari kuwaitiani[227]; inoltre almeno 320.000 palestinesi hanno lasciato il paese per trovare rifugio nei campi profughi della Giordania[228]. È infine ancora troppo presto per valutare la stabilità delle nuove alleanze sviluppatesi nell'area mediorientale e la stessa tenuta dei governi giordano e di buona parte degli stati arabi moderati che devono fronteggiare ostilità e risentimenti popolari antioccidentali che la guerra e le dimensioni delle sue distruzioni hanno accentuato. Tutti questi elementi a cui si aggiungono i non distanti conflitti interni del Corno d'Africa e del Chad continuano a rendere la situazione mediorientale altamente esplosiva, specie se si guarda al dirompente processo di riarmo globale che si sta sviluppando tra i paesi dell'area.

 

 

La corsa al riarmo in Medio Oriente

 

Appena conclusa l'operazione "Tempest Storm" l'Amministrazione americana ha annunciato la sua intenzione di concludere nel corso del FY '91, tutta una serie di vendite di armi e di altri equipaggiamenti militari a quattro Paesi arabi del Medio Oriente che si sono schierati a fianco degli Stati Uniti durante il conflitto. Questi quattro Paesi (Arabia Saudita, Egitto, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti), starebbero ricevendo armi americane per un valore complessivo di 18 miliardi di dollari[229]; si tratta quindi del più grosso "pacchetto" per la vendita di armi mai negoziato in tempo di pace. Questa vendita si aggiunge al trasferimento di materiale militare dell'anno precedente per 5,8 miliardi di dollari all'Arabia Saudita e per oltre un miliardo di dollari all'Egitto[230]. Proprio l'Egitto in collaborazione con l'Arabia Saudita si appresterebbe a produrre missili tattici Scud-C migliorati con una portata di 600 chilometri[231], mentre ha già firmato un accordo con gli Stati Uniti per l'acquisto di 14 batterie di missili “Patriot” e di 46 caccia F-16C/D che verrebbero prodotti in Turchia[232]. L'Arabia Saudita da parte sua, dopo aver perfezionato l'acquisto di 22 batterie di missili Patriot, sarebbe intenzionata a negoziare l'acquisto di missili a guida laser AS.30 per armare i propri Tornado[233], ed ha chiesto al Congresso di acquistare 72 caccia F-15H, nonché di poter disporre di militari dell'US Army per l'addestramento del personale saudita[234]. Inoltre ha appena riconfermato la decisione di acquistare 10 miliardi di sterline di equipaggiamento militare dalla Gran Bretagna, nel quadro dell'accordo "Al Yamamah", firmato nel 1985 (si tratterebbe di 48 cacciabombardieri “Tornado”, 88 elicotteri "Westland", aerei da trasporto BAe-146, simulatori e impianti di addestramento, ecc., e perfino di materiali per la costruzione di una nuova mega base aerea con difese altamente sofisticate, capace di accogliere 20.000 uomini)[235].

 

Di proporzioni enormi anche gli "aiuti" militari concessi dal governo di Washington ad Israele. Le forze armate USA hanno trasferito direttamente a questo paese sofisticati sistemi d'arma (caccia, elicotteri, batterie di missili "Patriot", ecc.); inoltre, grazie all'intervento finanziario USA è stata possibile la realizzazione in loco di nuovi armamenti  strategici che sicuramente avranno conseguenze destabilizzanti per l'area mediorientale. Ad esempio circa 200 milioni di dollari sono stati investiti dagli Stati Uniti per la messa a punto del missile anti-missile "Arrow" già sperimentato con successo nel Mediterraneo da Israele e per la progettazione del sistema contraereo "Adams" e dell'aereo teleguidato "UAV-SR"[236]. Nel quadro della collaborazione industriale tra i due paesi, l'USAF ha assegnato all'industria israeliana IAI, con sede presso l'aeroporto internazionale Ben Gurion di Tel Aviv, l'incarico di provvedere alla manutenzione e alle eventuali modifiche degli F-15C e D di stanza in Europa. Il contratto ha un valore annuo di circa 654 milioni di dollari[237]. In occasione della visita a Tel Aviv del segretario alla difesa Cheney nel maggio 1991, è stato reso noto che gli Stati Uniti forniranno ad Israele 10 nuovi aerei F-15 nel quadro di un aiuto militare supplementare di 700 milioni di dollari[238]. Israele dopo aver acquistato dagli USA nell'ultimo decennio 230 cacciabombardieri F-16, starebbe trattando anche l'acquisto entro il 1994 di 60 caccia multiruolo F-16 o l'F/A-18, per un valore complessivo stimato tra i due e i tre miliardi di dollari[239].  

 

Un grosso contributo al rilancio in grande stile dei progetti militari israeliani è giunto anche dalla Germania che durante la crisi nel Golfo ha fornito aiuti per oltre 750 miliardi di lire[240]. È stata avviata la costruzione in Germania della prima di tre corvette missilistiche portaelicotteri della classe “Saar 5” per la marina israeliana[241]. Va altresì segnalato che dopo la riunificazione tedesca, hanno avuto luogo ben 15 importanti spedizioni verso il paese mediterraneo di materiale di provenienza sovietica (inclusi radar, missili aria-aria, missili anticarro, mine e siluri) stoccato nella ex DDR. Lo scandalo ha colpito i massimi vertici del Servizio informazione federale tedesco e lo stesso ministro della difesa tedesco che ha dovuto rassegnare le proprie dimissioni[242]. Il governo tedesco ha anche sostenuto il trasferimento semiclandestino di decine di carri armati appartenenti alla ex RDT, da parte dei servizi segreti tedeschi direttamente al Mossad[243].

 

Perfino la Siria, per anni considerata dall'occidente una dei principali mandanti del terrorismo internazionale, grazie alla sua partecipazione alla guerra contro Saddam Hussein ha ricevuto 146 milioni di ECU dalla CEE in aiuti economici[244], e circa 2 miliardi di dollari dall'Arabia Saudita[245]. Questo denaro è stato immediatamente speso nell'acquisto di diversi caccia di produzione sovietica, di una fornitura di armamenti missilistici leggeri e per la guerra elettronica e secondo quanto dichiarato dal Pentagono perfino nell'acquisizione di una cinquantina di missili "Scud-C" di provenienza nord-coreana[246]. Preoccupa anche lo sviluppo della ricerca per fini militari in Iran, un paese che dopo aver sostenuto una politica di "basso profilo" nel recente conflitto, sembrerebbe voler assumere nelle dichiarazioni, il ruolo di ultimo baluardo contro la "pax americana" nell'area del Golfo. Il Presidente Rafsanjani, dopo essersi espresso contrariamente alla convocazione della conferenza di pace in Medio Oriente, ha rivolto un singolare appello a tutti i paesi islamici dell'area "per creare brigate militari da inviare contro Israele"[247]. Rafsanjani si è anche detto disponibile a restituire all'Iraq i velivoli atterrati sul territorio iraniano nei giorni precedenti l'attacco (24 Mirage F-1C, 75 caccia Su-20/22/24, 16 Mig)[248]; tuttavia, il 4 aprile ’92, 8 cacciabombardieri F-4 iraniani hanno attaccato la cittadina irachena di Khalis a 65 km da Baghdad, per colpire una base dei mujaheddin Khalq: uno degli aerei è stato abbattuto dalla contraerea irachena e i due membri dell'equipaggio sono stati catturati[249].

 

L'Iran è inoltre ritornato ad essere un grosso acquirente nel mercato internazionale delle armi. Dopo aver concluso l'acquisto di numerosi velivoli d'attacco di produzione sovietica e francese, avrebbe ricevuto dalla Corea del Nord una fornitura di 150 Scud-C "Nodong-1" con una gittata superiore ai 1.000 km, mentre ha avviato i contatti con il governo russo per l'acquisto di tre sottomarini della classe "Kilo" e con un non meglio precisato paese occidentale per la fornitura di 5 minisommergibili da 400 t., con i quali costituire una flotta subacquea per il controllo dello stretto di Hormuz[250].

 

Ulteriore fonte di preoccupazione è stato il recente accordo siglato tra la Cina e l'Iran per la costruzione di un "micro-reattore nucleare" e di un impianto per la separazione degli isotopi utilizzabile per la produzione di testate nucleari[251]. Anche l'italiana Ansaldo starebbe collaborando ai piani di riarmo nucleare iraniani; allo scopo ha già trasferito al governo di Teheran 4 generatori a vapore per una centrale[252]. L’affaire reattore è un’ulteriore conferma della imponente penetrazione in Medio Oriente dell’industria militare cinese. Secondo la CIA, tra il 1983 e il 1990 più del 48% di tutte le esportazioni di armi cinesi sono state destinate ad Iran e Iraq. Dal 1987 al 1990 la Cina è diventata il maggiore fornitore militare all'Iran, con cui ha concluso accordi per oltre 3 miliardi di dollari[253].

 

L'Iran non è comunque l'unico paese che ha drammaticamente riproposto la questione della proliferazione nucleare orizzontale nell'area mediterranea e mediorientale. Lo sfaldamento dell'URSS ha ad esempio moltiplicato il numero degli Stati in possesso di armi nucleari ponendo nello specifico l'enigma sul futuro controllo delle armi nucleari installate nella repubblica del Kazakistan, dove la presenza di 104 missili balistici intercontinentali SS-18 con 1.040 testate e di una base con 40 bombardieri strategici Tu-95 a Semipalatinsk, non potrà non avere ulteriori effetti destabilizzanti per il teatro mediorientale[254].

 

Secondo quanto dichiarato dal segretario alla Difesa Cheney il 13 gennaio 1992 a Bonn, entro la fine del secolo saranno da 15 a 20 i paesi del terzo mondo in grado di lanciare missili balistici e "la metà di loro potrebbe disporre anche di bombe atomiche". Un rapporto francese indica tra questi Israele, Algeria, Iraq, Iran, Libia e Siria[255].

 

In particolare l'Algeria grazie alla tecnologia europea ed orientale starebbe costruendo un reattore nucleare con capacità militari; tuttavia ciò che ha destato più sconcerto è stata la recente pubblicazione negli USA, del libro di Seymour Hersh L'opzione Sansone secondo cui Israele sarebbe giunto al possesso di oltre 300 testate nucleari, tra cui mine, proiettili nucleari per artiglieria e perfino numerose bombe a neutroni. L'autore ha anche rivelato che i generali israeliani avevano ordinato la predisposizione dei missili nucleari fuori dai silos per essere lanciati contro l'Iraq nel caso in cui Saddam Hussein avesse usato le armi chimiche contro lo stato ebraico[256]. C’è da aggiungere che l'industria militare israeliana ha recentemente presentato il "Delilah", un missile di crociera aviolanciabile completamente nuovo al quale si attribuisce un'autonomia di 400 Km[257].

 

Di fronte a questa folle rincorsa riarmista da parte dei principali protagonisti mediorientali, con tanto di benedizione dei governi occidentali e dei più grossi complessi internazionali dell'industria militare, non è difficile prevedere per il futuro il riaccendersi di nuovi e più violenti conflitti nell'area.

 

Principali acquisti di materiale militare in Medio Oriente, anni 1990-1992

 

Arabia Saudita

 

Materiale

Paese fornitore

Valore milioni US $

6 batterie missili "Crotale"

Francia

664.000

3 fregate "Al Madinah"

Francia

Ignoto

Missili “Shashine”

Francia

4.000.000

6 cacciamine "Sandown"

Gran Bretagna

Ignoto

48 caccia "Tornado"

Gran Bretagna

4.000.000

30 “Hawk” Mk.65

Gran Bretagna

Ignoto

30 “Pilatus” PC-9

Gran Bretagna

Ignoto

88 elicotteri "Westland"

Gran Bretagna

Ignoto

2 Jet BAe 125

Gran Bretagna

Ignoto

24 “Hawh” 100

Gran Bretagna

Ignoto

9 Lanciatori MLRS

Gran Bretagna

Ignoto

Ammodernamento Awacs

Stati Uniti

600.000

465 Carri M1A2 “Abrams”

Stati Uniti

4.000.000

17 carri M88A1

Stati Uniti

Ignoto

207 VTT M113

Stati Uniti

Ignoto

200 IFV M2 "Bradley"

Stati Uniti

Ignoto

43 carri M578

Stati Uniti

Ignoto

2.000 missili “TOW”

Stati Uniti

Ignoto

10.000 autoveicoli da trasporto

Stati Uniti

1.800.000

116 lanciatori per missili “TOW”

Stati Uniti

Ignoto

27 obici M198 da 155mm

Stati Uniti

Ignoto

150 tank M 60

Stati Uniti

Ignoto

200 missili "Stinger"

Stati Uniti

Ignoto

48 elicotteri "Apache"

Stati Uniti

400.000

22 batterie “Patriot”

Stati Uniti

4.700.000

Sistema "Peace Shield"

Stati Uniti

837.000

1.117 veicoli 8x8 LAV

Stati Uniti

Ignoto

72 caccia F-15H

Stati Uniti

Ignoto

      

Bahrein

 

Materiale

Paese fornitore

Valore milioni US $

9 lanciatori MLRS

Gran Bretagna

Ignoto

27 carri M60A3

Stati Uniti

37.000

16 elicotteri "Apache"

Stati Uniti

135.000

 

Cipro

 

Materiale

Paese fornitore

Valore milioni US $

3 pattugliatori FAC-23

Jugoslavia

Ignoto

 

Egitto

 

Materiale

Paese fornitore

Valore milioni US $

48 aerei L-59 "Albatros"

Cecoslovacchia

204.000

Sistemi di tiro per carri M60A3

Gran Bretagna

Ignoto

10 aerei L-39

Libia

Ignoto

24 elicotteri "Apache"

Stati Uniti

200.000

40 caccia F-16C/D

Stati Uniti

Ignoto

1.528 bombe 250-500 kg

Stati Uniti

Ignoto

80 missili "Maverick"

Stati Uniti

Ignoto

Sistemi di telecomunicazione

Stati Uniti

70.000

695 missili “Tow”

Stati Uniti

28.000

152 lanciatori “Tow”

Stati Uniti

Ignoto

46 caccia F-16C/D

USA-Turchia

1.540.000

 

Emirati Arabi Uniti

 

Materiale

Paese fornitore

Valore milioni US $

20 elicotteri "Apache"

Stati Uniti

168.000

337 MBT M1A1 “Abrams”

Stati Uniti

Ignoto

160 IFV M2 “Bradley”

Stati Uniti

Ignoto

Cannoni semoventi G6

Sud Africa

Ignoto

 

Iran

 

Materiale

Paese fornitore

Valore milioni US $

Caccia J-6

Cina

Ignoto

150 missili “Nodong-1”

Corea del Nord

300.000

35 aerei “Dornier” 228

Francia

Ignoto

20 caccia Mig-31

Russia

Ignoto

3 sottomarini "Kilo"

Russia

Ignoto

15 caccia Mig-29 "Fulcrum"

URSS

Ignoto

 

Israele

 

Materiale

Paese fornitore

Valore milioni US $

32 missili "Patriot"

Germania

175.000

8 veicoli "Fuchs"

Germania

Ignoto

32 mezzi ricognizione NBC

Germania

Ignoto

14 carri armati

Germania

Ignoto

3 corvette "Saar" 5

Germania

Ignoto

2 sommergibili "Dolphin"

Germania-USA

300.000

18 elicotteri "Apache"

Stati Uniti

150.000

15 caccia F-15A/C

Stati Uniti

Ignoto

10 elicotteri CH-53

Stati Uniti

Ignoto

40 elicotteri "Black Hawh"

Stati Uniti

Ignoto

256 missili "Patriot"

Stati Uniti

1.400.000

 

Kuwait

 

Materiale

Paese fornitore

Valore milioni US $

40 caccia F-18 "Hornet"

Stati Uniti

Ignoto

30 elicotteri "Apache"

Stati Uniti

250.000

4 batterie anti/aeree "Amoun"

Stati Uniti

Ignoto

6 lanciatori "Patriot"

Stati Uniti

2.500.000

6 lanciatori "Hawh"

Stati Uniti

Ignoto

 

Oman

 

Materiale

Paese fornitore

Valore milioni US $

2 Corvette

Gran Bretagna

250.000

 

Qatar

 

Materiale

Paese fornitore

Valore milioni US $

12 Cannoni da 155mm

Sud Africa

Ignoto

 

Siria

 

Materiale

Paese fornitore

Valore milioni US $

200 carri T-72

Cecoslovacchia

Ignoto

54 missili "Scud C"

Corea del Nord

Ignoto

48 Mig-29 "Fulcrum"

URSS

Ignoto

24 SU-24 "Fencer"

URSS

Ignoto

 

 

 

Capitolo 5  -  La nuova Alleanza

 

 

Verso la trasformazione della Nato

 

In linea con un processo evolutivo che come abbiamo visto ha preso il via quasi venti anni fa, l'Alleanza Atlantica ha ufficializzato il mutamento della stessa filosofia che ne ha sorretto la nascita, quello della lotta globale al comunismo, con una visione più dinamica, probabilmente più spregiudicata e dunque più pericolosa di quello che deve essere il nuovo ordine politico ed economico da difendere attraverso la trasformazione dell'organizzazione e della gestione dei propri apparati e strumenti militari. Non è stato un processo di metamorfosi semplice, e soprattutto non sono stati ancora chiaramente definiti i contorni del nuovo panorama strategico, specie dopo lo scoppio dei conflitti interetnici che hanno portato alla scomparsa della federazione jugoslava e alla rapida quanto imprevista frantumazione dell'impero sovietico. Restano da superare in seno all'Alleanza Atlantica ancora alcuni contrasti, particolarmente in merito a chi deterrà la leadership tra gli europei e sulle modalità d'integrazione del Giappone, una potenza industriale che solo di recente si è affacciata nella scena della politica militare internazionale (il parlamento giapponese ha approvato il 3 dicembre 1991 il progetto di legge che autorizza l'invio di militari all'estero in "missioni di pace" sotto l'egida dell'ONU), e le cui capacità tecnologiche e di intervento nei mercati mondiali destano sempre più forti preoccupazioni in occidente. Non sono pochi coloro che prevedono ad esempio una sempre più stridente conflittualità nelle relazioni USA-Giappone-Europa, con gravi conseguenze per il sistema di sicurezza internazionale. Tra questi commentatori appartiene lo stesso Henry Kissinger che ha previsto per "gli anni ‘90"  una "politica estera giapponese sempre più aggressiva e un'accelerazione del suo riarmo"[258].

 

Il bilancio della difesa giapponese per il 1992 presenta in realtà un incremento del 3,8% rispetto a quello del 1991, con una previsione di spesa complessiva per 36.415 milioni di dollari, di cui 6.921 destinati per l’acquisizione di nuovi materiali da guerra (caccia, elicotteri, batterie di missili “Patriot”, lanciarazzi MLRS)[259]. Il Giappone sta inoltre realizzando alcuni reattori autofertilizzanti che permetterebbero l'accumulazione da qui alla fine del secolo fra le 80 e le 90 tonnellate di plutonio, sufficienti a costruire parecchie centinaia di armi nucleari[260].

 

Non sono mancati comunque alcuni timidi tentativi di associare il Giappone alle politiche strategico-militari della Nato e "consacrare la nascita di un nuovo "blocco triangolare" USA-Giappone-Europa”[261], come ad esempio in occasione del vertice Nato di Knokke (Belgio) del giugno '90, quando i giapponesi sono stati invitati  a partecipare a dei programmi di cooperazione con gli alleati[262], o attraverso la proposta di istituire una nuova "struttura occidentale" separata dalla Nato, per la consultazione sui problemi di sicurezza globale, alla quale dovrebbero partecipare i paesi dell'Alleanza e il Giappone[263].

 

Altro nodo rilevante da sciogliere continua ad essere quello dei confini geografici istituzionali della Nato che molti vorrebbero risolto con la revisione del trattato e con l'abolizione di tali limiti, così da consentire interventi ovunque si manifesti la minaccia agli "interessi vitali" degli stati membri, ma che sino ad ora è stato glissato "pragmaticamente" attraverso consultazioni collettive seguite dall'impegno individuale e volontario dei soli paesi capaci e disposti a intervenire, magari con un utilizzo della UEO come organo di gestione alleata delle missioni out-of-area[264].

 

Un'anticipazione del processo di evoluzione "a tutto campo" dell'Alleanza Atlantica lo ha fornito il documento finale elaborato dal recente vertice Nato di Copenaghen del giugno '91, ove si affermava che "gli sviluppi mondiali che toccano i nostri interessi di sicurezza sono soggetti legittimi di consultazione e nel caso, di coordinamento. Noi quindi,  tratteremo sempre di più questioni globali e di nuovo profilo mondiale". La Nato si autopropone così nei fatti come un soggetto politico-militare "senza più confini", segnando secondo quanto affermato da Manfred Woermer, segretario generale della Nato, "la più radicale trasformazione della storia"[265]. La "Nato anni 2000" riconoscerà ai partners europei, maggiori responsabilità e minore subalternità agli Stati Uniti, contribuendo "all'edificazione di un pilastro europeo nell'ambito dell'Alleanza, senza per questo rinunciare al forte legame tra Nord America ed Europa"[266].

 

Tuttavia quello della "colonna europea" ("European Pillar") in ambito Nato, e delle sue relazioni con alcune istituzioni europee come la CEE e la UEO, continua ad essere uno dei temi più controversi e dibattuti all'interno dell'Alleanza Atlantica specie in vista del processo di unificazione politica, e che certamente i vertici di Roma e di Maastricht non hanno contribuito a risolvere del tutto. Se infatti esiste unanimismo in merito alla scelta operativa a "360 gradi" della nuova Nato, i partner europei si trovano sensibilmente divisi sul futuro ruolo della difesa europea. Proprio qualche giorno prima dell'apertura del vertice Nato del novembre 1992, Francia e Germania da una parte, Italia e Gran Bretagna dall'altra hanno presentato due progetti, che pur tra suggerimenti analoghi (ad esempio, il trasferimento delle sedi della CEE e della UEO nella stessa città), ponevano una discriminante politica di fondo: una difesa europea più autonoma dagli americani secondo Parigi e Bonn, più integrata nella Nato e quindi con il Pentagono secondo Roma e Londra.  Il progetto franco-tedesco tra l'altro, prontamente sostenuto dal governo spagnolo, ha  previsto la costituzione di una Brigata congiunta di circa 50 mila uomini, da cui dovrebbe nascere nel 1996 una forza comune europea nell'ipotesi di un rafforzamento dell'UEO, come organismo di difesa e di sicurezza della CEE e in seguito dell'Unione politica europea[267]. Nel documento anglo-italiano invece, la Nato rimarrebbe l'organismo militare internazionale a cui dovrebbero fare riferimento i vari paesi membri dell'Alleanza, mentre la UEO sarebbe sostanzialmente un foro politico ove gli europei possono confrontarsi, consultarsi e anche decidere per eventuali azioni in aree extra-Nato, prevedendo a tal fine la costituzione di un'autonoma Forza di Reazione Europea[268]. Secondo quanto proposto dal ministro della difesa italiano Rognoni, la UEO, "dovrebbe operare come una sorta di organo-strumento dell'Unione politica nel campo della sicurezza e della difesa"[269], stabilendo così un linkage con gli Stati Uniti attraverso la Nato, oppure con accordi di volta in volta presi di fronte all'insorgere della crisi Giorgerini[270].

 

A conclusione del vertice di Roma, è stato comunque raggiunto un compromesso transitorio: se da una parte si è riaffermato il principio della Nato come "organo decisionale alleato", dall'altra è stata salutata con favore la costituzione di una forza europea multinazionale a condizione che "non costituisca l'alternativa europea all'Alleanza"[271]. In quest'ottica si inserisce il trattato sull'Unione Europea approvato a Maastricht, in cui è stato formulato il tema della difesa comune, dando incarico alla UEO di elaborare una linea di politica europea complementare a quella della Nato.

 

 

L'Alleanza si estende ad Est

                                                                                                                                                                                                                                                               

Il vertice di Roma ha anche ipotizzato l'estensione dell'area geografica del futuro "pilastro europeo" verso l'Europa orientale, dove se pur a breve termine è da escludersi la possibilità di un ingresso nell'Alleanza di Paesi dell'ex Patto di Varsavia, si è auspicata la "sottoscrizione" di una specie di "polizza assicurativa" nei confronti di Bulgaria, Cecoslovacchia ed Ungheria che hanno mostrato più volte simpatie Nato, o di altri Paesi (Slovenia, Repubbliche baltiche, ecc.) che chiedono una "copertura" del cosiddetto "vuoto di sicurezza" apertosi ad Est[272]. Un primo concreto  passo in tal senso è stato fatto con la costituzione del “Consiglio di Cooperazione Nordatlantica”, destinato a difendere gli ex satelliti di Mosca dall'instabilità del post-sovietismo. Il “Consiglio di Cooperazione nordatlantica” (NACC) è formalmente un “organo di consultazione e di cooperazione tra la Nato e i Paesi dell'Europa centrale e orientale per le questioni di sicurezza e per i problemi connessi”; al suo interno è stato varato un programma di assistenza umanitaria dei Paesi dell’ex blocco sovietico, come pure l'invio di rifornimenti alimentari e sanitari, da realizzarsi grazie all'intervento delle forze armate Nato. Si sono moltiplicati così i contatti militari tra la Nato e i vertici delle forze armate dei paesi orientali: si susseguono le visite di questi ultimi al comando di Bruxelles e la frequenza ai corsi speciali presso la scuola Nato di Oberammergau (Germania) e presso il Collegio di Difesa di Roma.

 

La Nato non nasconde perfino i propri interessi di giocare un ruolo più attivo nel conflitto che ha lacerato la Yugoslavia. Pur se da una parte l'Alleanza Atlantica sembrerebbe tenersi il più distante possibile, non è difficile ricondurre la proposta di invio di truppe e di unità navali UEO nel teatro degli scontri allo scopo di "aprire un varco alla Nato stessa nella medesima direzione", data la "complementarietà" delle forze armate europee con quelle poste sotto il comando dell'Alleanza Atlantica[273].

 

Un secondo punto di novità, che non potrà non avere che riflessi negativi sul processo appena avviato di costruzione di un organismo internazionale super partes (una "ONU riformata") che intervenga pacificamente nella risoluzione dei conflitti, è stata l'apertura dell'Alleanza Atlantica ad altre istituzioni europee e nordamericane. Secondo quanto si legge nel documento finale del vertice di Roma, gli alleati s'impegnano "a costruire una nuova architettura di sicurezza europea in cui la Nato, la CSCE, la CEE, l'UEO e il Consiglio d'Europa si completeranno" e in particolare ad "offrire alla CSCE" gli strumenti per "gestire e risolvere" le crisi internazionali[274]. A Roma si è stabilito lo scambio attivo di documenti e informazioni tra la Nato e la CSCE ed è stato concordato che l'Alleanza in quanto tale partecipi, se richiesta, alle riunioni della CSCE. L'Alleanza si è inoltre impegnata a fare in modo che la CSCE si doti di nuove strutture istituzionali, in modo da “poter svolgere un ruolo più ampio nella gestione delle crisi e nella soluzione pacifica delle controversie”.

     

Anche in questa prospettiva, in occasione della sessione ministeriale del dicembre 1991 del Consiglio atlantico è stato dato il via al processo di formazione di vincoli di lavoro effettivi tra la Nato e la UEO, in modo da garantirne una stretta cooperazione. Sono stati formalizzati contatti regolari tra le due organizzazioni, in vista tra l'altro dell'"armonizzazione dei metodi di lavoro e della sincronizzazione delle date delle riunioni più importanti”. Tale cooperazione dovrebbe essere notevolmente facilitata dal previsto trasferimento del Segretariato dell'UEO a Bruxelles e da una probabile fusione delle rappresentanze nazionali presso i due organismi. “Con le sue iniziative relative all'UEO e alla CSCE”, ha affermato il vice segretario generale della Nato per gli Affari politici, Gebhardt Von Molkte, “l'Alleanza Atlantica ha incominciato a rendere operativo il suo concetto di "rete di istituzioni interconnesse": in quest'ambito le più importanti organizzazioni non soltanto si integreranno a vicenda, ma saranno chiamate ad accrescere il coordinamento dei propri sforzi”[275].

 

 

La percezione di una "nuova minaccia"

 

Decretata la scomparsa del "nemico da Est", il vertice di Roma ha tentato di ridefinire l'immagine e la portata delle nuove "minacce" all'"ordine internazionale" restaurato con la guerra nel Golfo, non fosse altro per poter giustificare di prolungare all'infinito l'esistenza dell'Alleanza. I "rischi che rimangono per la sicurezza degli Alleati", sono stati così raffigurati "dai multivolti nella natura e multi-direzionali", difficili da "prevedere e stimare". Si è accennato alla proliferazione di armi di distruzione di massa, all'interruzione del flusso delle risorse vitali e ad "azioni di terrorismo e sabotaggio"[276]. La Nato inizia inoltre a far trasparire l'esigenza che si avvii l'edificazione di una "fortezza - occidente" per arrestare la diffusione del fenomeno delle migrazioni di massa, definito "il nuovo tipo di "minaccia" che preme ai confini dell'Alleanza[277].

 

Il "pilastro europeo" in particolare, ha avviato una politica unitaria per opporsi alla "pressione da Sud". Il 30 ottobre ’92, ad esempio, si è tenuto a Berlino un incontro dei ministri dell'interno CEE e di Austria e Svizzera, per delineare un approccio comune al problema delle immigrazioni clandestine e per "rivedere i criteri della concessione d'asilo", modificando le stesse norme della Convenzione di Ginevra del '52. Il vertice in Germania è seguito alla costituzione tra Francia, Germania, Italia, e Benelux del cosiddetto "Gruppo di Schengen" che ha definito in un trattato alcune misure collettive per il controllo delle frontiere contro l'immigrazione, tra cui la riconsegna al paese d'origine delle persone espatriate illegalmente e l'impegno comune a "impedire alle persone provenienti dal proprio stato di espatriare illegalmente in un altro"[278].

 

Nel campo della lotta "militare" contro l'immigrazione, l'Italia ha assunto un ruolo “leader” in Europa con la decisione di allestire due centri logistici dell'Esercito a Valona e a Durazzo in Albania e di trasferire alcune unità della Marina nelle acque territoriali albanesi per impedire la partenza di imbarcazioni di profughi, sancendo previo assenso dei principali partners occidentali, la “riannessione” all'Italia della ex colonia in una fase di estrema destabilizzazione dell'area balcanica.

 

Intanto va segnalato che in occasione del Meeting del Comitato di pianificazione della Difesa, tenutosi a Bruxelles il 13 dicembre 1991, è stato deciso di avviare la modifica della struttura di comando della Nato, attraverso la riduzione del numero dei Comandanti principali della Nato da tre a due: SACEUR e SACLANT. Inoltre è stato deciso che, nell'ambito del Comando alleato in Europa, vi siano tre Comandi subordinati, competenti per la Regione meridionale, per quella centrale e per quella nord-occidentale. Per la regione centrale si è programmata la fusione innanzitutto degli attuali cinque Comandi subordinati in due comandi: uno per le Forze terrestri e uno per le Forze aeree[279].

 

 

Una dottrina militare per la Nato del duemila

 

Sul piano squisitamente tecnico la nuova politica "deterrente" della Nato punterà su tre obiettivi principali: flessibilità, mobilità e multinazionalità. Secondo quanto ribadito dal generale John Galvin, comandante supremo delle forze del Patto Atlantico in Europa, la Nato "cambierà la filosofia di impiego delle forze, l'addestramento operativo, l'organizzazione, la prontezza operativa e la stessa struttura di comando"[280]. La nuova dottrina militare della Nato dovrebbe modificare la precedente dottrina della "risposta flessibile". La nuova terminologia parla invece di "Presenza Avanzata, Ricostituzione, Generazione e Rigenerazione di Forze"[281]. Si pensa ad un dispositivo di difesa avanzata molto più snello, in cui assuma una maggiore importanza il sistema di mobilitazione, la capacità di concentrare le forze e l'afflusso dei rinforzi, e che avrà come destinazione primaria non più la regione centrale, ma piuttosto i fianchi dell'Alleanza. Sarà inoltre necessario che i reparti abbiano una maggior capacità controffensiva, in quanto sarà tutta la "difesa" ad essere flessibile e non solo la "risposta"[282].

 

Nello specifico, si prevede che alle frontiere "critiche" sia organizzata una prima linea di difesa più sottile, costituita da forze pronte al combattimento (alcune brigate di fanteria leggera aerotrasportate). In caso di necessità queste unità potranno essere rinforzate da reparti di pronto intervento, anch'essi disponibili in un arco di tempo ristretto. Successivamente l'afflusso dei rinforzi all'eventuale teatro di guerra vedrà l'attivazione di unità con un minor grado di prontezza al combattimento. È infine prevista la possibilità di una mobilitazione generale, grazie alla costituzione di unità ex novo o in posizione quadro che necessiteranno di un "ragguardevole" periodo di addestramento prima di poter essere schierate (sono le cosiddette "Main Defense Forces")[283]. Quanto alla dottrina "Fofa" (Follow on Forces Attack), approvata dalla Nato nel 1984, si passerà più specificatamente al concetto di "JPI" (Joint Precision Interdiction - Interdizione Congiunta di Precisione), centrato sulla mobilità tattica e strategica e "finalizzato alla difesa aerea, all'offensiva contraerea e all'attacco in profondità, alla capacità di impedire al nemico di concentrare, muovere, controllare e rifornire le forze"[284]. In quest'ottica assumerà rilevanza strategica l'identificazione e la "priorizzazione" dei potenziali bersagli.

 

 

Nasce la Forza di Intervento Rapido della Nato

 

"Spina dorsale" delle nuove dottrine operative della Nato sarà la "Ace Rapid Reaction Force" la potente forza di intervento rapido che è stata varata il 13 aprile 1991 in occasione del vertice dei capi militari dell'Alleanza Atlantica di Copenaghen. La "Rapid Reaction Force" sarà una forza multinazionale con effettivi ed armamento a livello di corpo d'armata a disposizione del SACEUR (il Comandante supremo delle forze alleate in Europa) ma con comando inglese e composta da 4 divisioni (2 britanniche), una tedesco-britannica-belga-olandese, e una italo-greca-turca-portoghese con partecipazione spagnola e comando italiano, assegnata operativamente al Fianco Sud[285]. La RRF dovrebbe disporre di circa 75.000 uomini, e sarebbe abilitata ad agire "fuori area" (anche se in questo caso probabilmente, le unità indosseranno il "doppio berretto" sotto il coordinamento dell'UEO)[286]. Queste divisioni potranno comunque essere integrate in qualsiasi momento da una divisione statunitense di 25.000 uomini. Il quartier generale della RRF sarà ubicato in Germania a Rheindahlen o a Bielfeld; inoltre verrà formato uno staff multinazionale per la pianificazione che avrà sede a Mons (Belgio).

 

La forza principale della nuova struttura di intervento rapido sarà schierata nella regione centrale e consisterà di una serie di Corpi d'armata multinazionali:

 

  • 1 corpo con 4 brigate belghe, 1 brigata tedesca, 1 brigata USA (Hq Belgio)
  • 1 corpo con 2 divisione tedesche, 1 divisione USA (Hq in Germania)
  • 1 corpo con 1 divisione olandese, 1 divisione UK (Hq in Germania)
  • 1 corpo con 1 divisione olandese, 1 divisione tedesca (Hq in Olanda)
  • 1 corpo con 1 divisione USA, 1 divisione tedesca, 1 divisione canadese (quadro in tempo di pace) (Hq in USA)
  • 1 forza (LANDJUT) con 1 divisione danese e 1 divisione tedesca (Hq Danimarca/Germania).

 

Queste formazioni pesanti, ad alto livello di prontezza operativa, sostituiranno l'attuale schieramento massiccio in centro Europa. Per fronteggiare crisi e situazioni di emergenza la Nato ricorrerà innanzitutto ad una Forza di Intervento Immediato, costruita intorno all'AMF-ACE multinazionale, una formazione a livello di Brigata con proprio supporto aereo, cui partecipa l'Italia con il Gruppo Tattico Susa ed aerei da combattimento.

 

Questa vera e propria Forza di Reazione sarà così composta:

 

  • Hq in Gran Bretagna
  • 2 divisioni britanniche (una delle quali corazzata)
  • 1 divisione aeromobile (organizzata dal Comando Nato NORTHAG e composta da 4 brigate, fornite da Belgio, Olanda, Germania e Gran Bretagna; sarà dislocata in Germania)
  • 1 divisione (organizzata da AFSOUTH e sotto comando italiano comprende 3 brigate, formate da Italia, Grecia e Turchia)
  • 1 divisione eventualmente a disposizione dagli USA, che forniranno comunque la maggior parte dei mezzi da trasporto aereo e navale per assicurare la mobilità strategica dell'intera forza[287].

 

Per la mobilità dei reparti e dei mezzi aeronavali, settore questo dove i paesi europei della Nato accusano dei “ritardi” rispetto gli Stati Uniti, è prevista inoltre la realizzazione di un "Comando interalleato di trasporto e di rifornimento" con possibilità di accesso diretto ai velivoli ed alle unità navali in caso di necessità. Inoltre è stato dato il via a un progetto per la realizzazione dei vettori da trasporto che sostituiranno entro il 2000 i vecchi C-130: 5 società europee (Alenia, Casa, Aerospatiale, Dasa e British Aerospace) si sono consorziate per costruire un nuovo aeroplano da trasporto europeo l'"Euroflag", un progetto per cui sono previsti investimenti per 2-3 mila miliardi di lire[288]. Il futuro aereo da trasporto europeo avrà un carico utile di 25 tonnellate o di 126 paracadutisti e un raggio di azione di 4.800 km.

 

È stato anche chiarito che per rispondere ai nuovi criteri di "mobilità" e "multinazionalità" non sarà sufficiente unificare organizzativamente reparti e regole tattiche, ma si dovrà giungere ad "omogeneizzare" presto gli armamenti e gli equipaggiamenti delle forze armate dei paesi Nato. E ciò avrà sicuramente dei riflessi negativi dirompenti sull'economia occidentale, dato che è prevedibile una notevole espansione dei bilanci alla difesa dell'Alleanza. Non è un caso che l'IEPG (Indipendent European Programme Group), un'agenzia che coordina la ricerca, lo sviluppo e la produzione di armamenti tra i paesi europei membri della Nato, abbia recentemente varato un vasto programma di ricerca tecnologica a fini militari denominato "Euclid" (European Cooperation for the long term in defence), che prevede l'intervento in 13 settori tematici (C3, elettronica, ecc.) e una spesa annua di circa 120 milioni di ECU (136 milioni di dollari)[289].

 

 

La centralità del fianco sud

 

Tuttavia, ciò che più direttamente inciderà sui futuri assetti internazionali, sarà la definitiva scomparsa all'interno dell'Alleanza Atlantica di quella che è stata definita la  "sindrome centroeuropea", sostituita da un comune impegno nella gestione del dispositivo militare nel Sud Europa e dalla determinazione unanime ad intervenire nelle questioni mediorientali. Il gen. Galvin ha già annunciato un nuovo potenziamento del Comando alleato dell'Europa meridionale (AFSOUTH), quale "passo fondamentale per la cosiddetta “federalizzazione” strategica della regione meridionale"[290]; inoltre la Nato ha raggiunto l'accordo di schierare stabilmente nel Mediterraneo una forza navale Nato integrata nella "Forza di Reazione Rapida", la "Stanavformed", più amplia della vecchia "Navocformed", che verrebbe  posta alle dirette dipendenze del COMNAVSOUTH, il Comando navale del Sud Europa[291]. La "Stanavformed" in particolare verrà probabilmente schierata presso la base navale di Taranto, recentemente ampliata dalla Nato per garantire il rifornimento e l'attracco delle portaerei e dei sommergibili USA a capacità nucleare[292]. L’attivazione ufficiale della forza navale è stata prevista a Napoli per il 30 aprile 1992. Inizialmente i suoi compiti saranno orientati verso l'attività addestrativa per favorire l'omogeneità e la coesione fra le unità che le sono state destinate da 8 Paesi dell'Alleanza Atlantica: i cacciatorpedinieri “Bayern” (Germania), “Sachtouris” (Grecia) e “Glascow” (Gran Bretagna) e le fregate “Aliseo” (Italia), “Pieter Florisz” (Olanda), “Baleares” (Spagna), “Turgutreis” (Turchia) e “Boone” (Stati Uniti)[293].  

 

Sempre in vista del potenziamento del dispositivo alleato nel Fianco Sud, il Consiglio Atlantico ha ribadito l'"importanza vitale" per la sicurezza della Regione Meridionale del rischieramento degli F-16 del 401st TFW nel sud Italia[294]. Così, nonostante la decisione definitiva del Congresso USA di non finanziare la realizzazione della base aerea a Crotone, il Comitato di Pianificazione della Difesa della Nato ha nominato un “comitato ad hoc” con il compito d'individuare entro la prossima primavera un'alternativa seria alla base calabrese[295]. Se appare sempre meno credibile la possibilità d'installare gli F-16 a Sigonella o Comiso (Sigonella sarebbe "troppo trafficata" mentre Comiso non possiede le piste adatte) si fa sempre più strada l'ipotesi di un utilizzo magari contemporaneo di Trapani-Birgi e/o Gioia del Colle pur se con il supporto tecnico-logistico della base di  Aviano, dove è già stato trasferito da Torrejón il quartier generale della 16th Air Force che controlla le operazioni di tutte le forze aeree americane nel sud Europa e che ha sempre fatto da "base avanzata" e da deposito per le circa 200 testate nucleari del 401° Stormo[296]. In realtà l’11 marzo del 1992, l’aeronautica USA ha fatto sapere di propendere per la base aerea di Aviano come futura sede della 16th Air Force, anche se un'aliquota di 6 cacciabombardieri potrebbe essere basata stabilmente sugli aeroporti di Gioia del Colle, Trapani e la stessa Sigonella[297].

 

Sarà inoltre potenziato il dispositivo di "allarme radar" nel fianco sud. A partire dal marzo 1992 infatti, entreranno in azione i 7 velivoli Sentry AEW 1 acquistati dalla RAF (l'aeronautica britannica); essi saranno integrati nella Nato AEWF (Airborne Early Warning Force) ed alcuni opereranno dalle tre basi avanzate (FOB) di Trapani, Preveza e Konya[298]. Contemporaneamente sono stati avviati i programmi di ammodernamento dei sistemi Nato "ACCS" (Air Command and Control System) per la gestione di tutte le operazioni di difesa aerea a livello integrato, "ACCAM", per l'automazione dei centri di comunicazione e "SIAM" per  la gestione informatica delle operazioni decisionali[299].

 

In vista del rafforzamento del dispositivo di difesa dell'Europa meridionale, è stato deciso l'ingresso della Grecia nella UEO entro la fine del 1992; inoltre è stato formalizzato un invito ad aderire agli altri paesi della CEE che non ne fanno parte[300]. L'Alleanza Atlantica ha anche tracciato a grandi linee i piani di trasferimento del materiale in eccesso ai limiti previsti dal trattato CFE sulla riduzione delle forze convenzionali in Europa. Nei fatti si tratterà di una cessione di sistemi d'arma da parte di Stati Uniti, Germania, Olanda e Italia, ai paesi del fianco meridionale come Grecia, Spagna e Turchia. Si prevede infatti che il governo di Ankara riceverà 1.050 carri MBT, 600 M113 e 70 M110; alla Grecia andranno 700 carri MBT, 150 VTT e 70 semoventi d'artiglieria, mentre alla Spagna toccheranno 530 carri M60A1  e 100 M113[301].

 

 

Poligono Mediterraneo

 

La sempre più aggressiva proiezione delle forze armate alleate nel bacino mediterraneo ha trasformato l’area in un immenso poligono aereonavale dove si fanno sempre più imponenti le esercitazioni congiunte e dove appare sempre più importante il ruolo assunto dalle basi siciliane. Una prova generale dei futuri scenari di guerra è stata la “Dragon Hammer”, l’esercitazione Nato che si è tenuta nel Mediterraneo centro-occidentale dal 6 al 20 maggio 1992 e in cui sono stati impegnati ben 390 velivoli di Francia, Germania, Gran Bretagna, Grecia, Italia, Olanda, Portogallo, Spagna, Stati Uniti e Turchia, schierati su 20 aeroporti. L’operazione ha visto una prima parte (“esercitazione Demon Jam"), dedicata all'addestramento alla guerra elettronica contro obiettivi in Francia e Spagna. La seconda fase è stata incentrata su missioni di superiorità aerea e di supporto alle forze di superficie, sia terrestri che navali; nell'ultima fase si sono susseguite azioni di difesa e attacco su più “fronti avversari”. La peculiarità di questa “Dragon Hammer” è stata tuttavia legata principalmente all’attivazione della catena di comando e controllo e di una imponente componente missilistica di difesa aerea. Dagli Stati Uniti è stato trasferito alla base siciliana di Comiso un sistema “TACS” (Tactical Air Control System) gestito dal 101° Tactical Control Squadron, parte della Massachussets Air National Guard; si tratta di un'unità radar concepita per essere facilmente trasportata ed attivata e che nell'esercitazione ha avuto il compito di fungere da interfaccia tra i radar aeroportati, quelli navali e la catena terrestre NADGE (in particolare con il sito di Mezzogregorio, in provincia di Siracusa) e con il sistema missilistico terra-aria “Patriot” anch'esso installato a Comiso e proveniente dalla base tedesca di Stolzenau, anche se di proprietà del 5° Gruppo Missili Guidati dell'Aeronautica Olandese.

 

Anche l'Esercito Italiano ha contribuito ad incrementare la capacità difensiva contraerea della base di Comiso e di alcune zone di campagna della Sicilia orientale, tramite il rischieramento dalle sedi stanziali nel nord Italia, di missili Hawk, di cannoni Breda-Bofors da 40 mm e da mitragliatrici M-55 “Maxon” da 12,7 mm. Come è stato sottolineato dal comando operativo dell’intera esercitazione, “Dragon Hammer è stata un'occasione per approfondire lo studio dei nuovi sviluppi nella strategia di intervento dell'Alleanza che si orienta sempre più su unità contenute, molto flessibili, di facile rischieramento anche con breve preavviso e facilmente integrabili in contesti internazionali ed interforze”[302].

 

 

Si potenziano le basi USA nello scacchiere meridionale

 

Nonostante l'annuncio del Pentagono che entro il 1995, 381 installazioni europee  saranno smantellate o parzialmente ridotte, e che il numero dei militari statunitensi in Europa sarà dimezzato da 300 mila a 150 mila[303], le dimensioni e la qualità della presenza militare USA nel fianco sud non subirà nei prossimi anni diminuzioni significative. Il progetto di riduzione delle basi militari interessa per lo più il territorio tedesco, e solo una decina di infrastrutture saranno quelle eliminate in Grecia, Italia, Spagna e Turchia. In buona parte si tratta però di piccole stazioni di comunicazione e di depositi di munizioni dell'Esercito statunitense, divenuti inutili dopo la decisione Nato di smantellare i missili nucleari a corto raggio. Gli unici progetti di un certo rilievo, oltre la chiusura della base aerea di Torrejón, prevedono la riduzione della presenza USA nella base aerea spagnola di Zaragoza e nelle stazioni turche di Eskisehir e di Erhac, la chiusura della base di Comunicazioni navali di Nea Makri e il trasferimento già operativo del 7206st Air Base Group dell'USAF dalla base greca di Hellenikon ad una infrastruttura segreta, probabilmente in Medio Oriente.

 

Di contro i programmi del Dipartimento della Difesa statunitense prevedono il potenziamento di tutta una serie di infrastrutture mediterranee, tra cui la base navale di Rota e la base di Morón in Spagna, la realizzazione di un centro ospedaliero presso la base di comunicazione dell'Air Force di Sinop, in Turchia, mentre nelle basi aeree di Incirlik e di Pirincirlik, verranno ampliati i depositi di stoccaggio munizioni, gli hangar della componente aerea e gli alloggi per il personale USA (per queste due basi turche è  prevista una spesa in tre anni di oltre 26 milioni di dollari)[304].

 

Tuttavia ancora una volta saranno le basi italiane a subire i lavori maggiori di ampliamento e di potenziamento. Attualmente è in avanzata fase di realizzazione il progetto di trasferimento delle infrastrutture della “Naval Support Activity” di Napoli da Agnano all'aeroporto di Capodichino ("Project Pronto"), resosi necessario per "ridurre la minaccia dell'attività sismica ed eruttiva del Vesuvio, migliorare la protezione dall'esterno e l'operatività della base, potenziare i centri C3I di comando, controllo, comunicazioni ed intelligence della US Navy e il centro di trasmissione via satellite"[305]. Inoltre a Capodichino è stata realizzata un'area di parcheggio per ospitare i velivoli del MAC (Military Airlift Command) e i pattugliatori P-3 “Orion” a capacità nucleare della US Navy, nonché un'ampia zona per l'addestramento del personale preposto alla guida dei nuovi velivoli da trasporto G-222 acquistati dall'USAF[306]. Il governo statunitense prevede inoltre di aumentare entro il 1994 di 340 unità il contingente schierato nel complesso napoletano.

 

Sempre in Italia sono in via di realizzazione una nuova facility per lo stoccaggio del Materiale di Riserva di Guerra e la protezione delle componenti aeree ad Aviano, un nuovo ospedale militare a Camp Ederle, Vicenza, mentre è appena stata potenziata la base di San Vito dei Normanni, uno dei più importanti centri di intelligence e di monitoraggio elettronico nel Mediterraneo[307]. Nella “Naval Air Station” di Sigonella è previsto il trasferimento di 500 nuovi addetti militari, che saranno inseriti in un “Costruction Battalion” in via di costituzione. Tra l'altro proprio in vista del potenziamento della base siciliana, negli ultimi due anni gli Stati Uniti hanno speso in nuove infrastrutture ben 19.740.000 dollari e prevedono a breve un ulteriore stanziamento di oltre 45 milioni di dollari[308]. Nella vicina base di Comiso, dove recentemente è stato disattivato il 487° Stormo missilistico dell'USAF, è stata progettata la realizzazione di un "Osservatorio della Marina statunitense", di un "Centro di ricerca militare USA su armi a raggi laser", e perfino di un Ente della Nato destinato a "coordinare il controllo degli armamenti", una specie di "mega-accademia" per gli ufficiali di Stato maggiore dell'Alleanza Atlantica. Infine in Sicilia, nel comune di Niscemi (Caltanissetta), la US Navy sta realizzando la costruzione di un imponente centro di telecomunicazione in HF ed LF (alta e bassa frequenza), per il collegamento con i sottomarini strategici in immersione nel Mediterraneo, che farà capo al Comando NAVCASMED di Napoli. A Niscemi giungeranno entro la fine dell'anno 236 militari e 19 civili statunitensi[309].

 

Fondi per l'ampliamento delle basi USA in Italia (in US $) - 1988-1991[310]

 

US Air Force

Base

Progetti già finanziati

Progetti da finanziare

Aviano

28.673.000

13.950.000

Comiso

5.810.000

0

Ghedi

3.478.000

0

Rimini

3.441.000

0

San Vito dei Normanni

5.890.000

12.510.000

 

US Navy

Base

Progetti già finanziati

Progetti da finanziare

La Maddalena

7.480.000

0

Napoli

165.160.000

27.100.000

Niscemi

6.813.000

0

Sigonella

42.200.000

45.400.000

 

US Army

Base

Progetti già finanziati

Progetti da finanziare

Camp Ederle

36.371.000

21.315.000

 

Totale    425.591.000 US $

 

 

Il disarmo nucleare: la grande illusione

 

Anche il futuro volto "nucleare" della  Nato è attualmente al centro della discussione dei vertici militari dell'Alleanza Atlantica. Nonostante i tagli agli arsenali decretati in questi ultimi anni dai trattati INF e START (quest'ultimo per la riduzione entro sette anni delle armi nucleari strategiche di USA e URSS), la rinuncia nell'aprile del 1990 a modernizzare i Lance, e la decisione del vertice del Gruppo di Pianificazione Nucleare della Nato di Taormina di ridurre entro i prossimi tre anni l'80% dell'arsenale nucleare tattico dell'Alleanza basato a terra (le cosiddette "SNF" - Short Nuclear Forces) e di rinunciare a circa il 50% delle atomiche trasportate dai cacciabombardieri, l'opzione nucleare resta un caposaldo per le strategie di guerra globale della Nato. Nel comunicato finale emesso il 18 ottobre 1991 al termine degli incontri di Taormina si legge che: "Le armi nucleari continueranno nell'immediato futuro a giocare un ruolo essenziale nell'ambito della strategia globale della Nato dal momento che le sole forze convenzionali non possono assicurare un soddisfacente livello di deterrenza. Continueremo quindi a schierare in Europa forze nucleari strategiche moderne ed efficaci, costituite unicamente da velivoli polivalenti. Forze nucleari sub-strategiche continueranno ad assicurare i necessari collegamenti militari e politici alle forze nucleari strategiche ed a dimostrare la solidarietà nei confronti dell'Alleanza". Ancora più esplicito il documento finale del vertice di Roma dove si ribadisce il principio delle armi nucleari come "contributo unico nel rendere i rischi di ogni aggressione incalcolabili e inaccettabili" e quale "legame politico e militare tra i membri europei e nordamericani dell'Alleanza"[311].

 

La Nato ha così messo in cantiere i nuovi programmi della sua "difesa" nucleare in Europa per il "dopo SNF", programmi che vengono tenuti rigorosamente segreti. Si è ipotizzata comunque la possibilità di modificare i 997 sistemi lanciamissili multipli "Mlrs" (Multiple Launch Rocket System) che la Nato dispiegherà entro il 1997 in Europa per adattarli a lanciare testate nucleari[312]; inoltre si sa che uno staff strategico ad alto livello dell'Alleanza ha proposto  lo sviluppo da parte di USA e Gran Bretagna di un missile nucleare tattico aria-terra (TASM) con un raggio di circa 500 km per "prolungare" la capacità di penetrazione in profondità degli aerei della Nato, compresi i Tornado[313]. La sostituzione delle bombe a caduta libera con questi missili aviolanciati garantirebbe una maggiore flessibilità e una più duttile diversificazione dell'area di lancio e del targeting, riducendo contemporaneamente la "visibilità" e dunque "l'impatto" con le opinioni pubbliche europee. In vista dell'entrata in servizio del "TASM", fissata entro il 1996, la Nato ha recentemente dato il via al programma di costruzione di centinaia di bunker destinati ad accogliere ciascuno un paio delle testate per i missili nucleari di nuova generazione. I superbunker saranno concentrati in Gran Bretagna, e soprattutto nel fronte meridionale, in Grecia, Italia e Turchia[314].

 

Ai velivoli polivalenti dei paesi europei della Nato resteranno assegnate le bombe americane B-57 e B-61, anche se in futuro è prevedibile che gli Stati Uniti dislocheranno nel teatro europeo un certo numero di cacciabombardieri a capacità nucleare F-117A ed F-22[315]. L'aviazione USA ha inoltre rivelato l'esistenza di un programma per la costruzione di un missile da crociera "Stealth", a basso livello di visibilità radar, denominato "TSSAM" (Tri-Service Standoff Attack Missile), progettato per armare il bombardiere B-52, gli aerei F-16 ed F-18 e perfino reparti di terra[316]. Di gittata fra i 500 e i 600 km., il TSSAM è un missile  convenzionale che potrebbe però essere adattato al trasporto di testate nucleari[317]. Gli Stati Uniti prevedono la realizzazione di 8.650 esemplari per un costo di 15,1 miliardi di dollari.

 

Di estrema rilevanza sono inoltre i programmi di sviluppo nucleare che Gran Bretagna e Francia prevedono di portare a termine entro la fine del secolo. La Gran Bretagna, oltre alla sostituzione delle bombe a caduta libera WE-177 con i nuovi missili "TASM", ha in corso la realizzazione di una nuova classe di sottomarini armati con 16 missili Trident II, ciascuno capace di trasportare 8 testate nucleari, mentre la Francia  ha installato il missile nucleare aria-superficie "ASMP" con un raggio di 150-300 km. e una testata del tipo TN-80/81 di 45-300 kt., sui Mirage IVA, sui Super Etendard navali e sui Mirage 2000N che hanno recentemente sostituito i vecchi aerei da attacco nucleare Jaguar[318]. La Francia sta anche iniziando lo sviluppo di un missile nucleare aria-terra, l'ASLP, con una gittata superiore ai 1.000 Km[319], mentre la marina francese ha in programma di rafforzare la propria componente strategica con una serie di 6 nuovi sottomarini lanciamissili (classe Le Triomphant), il primo dei quali dovrebbe entrare in servizio nel 1994, e che saranno dotati di poco meno di un migliaio di missili nucleari M5. Novità anche tra le forze nucleari terrestri, che presto vedranno la sostituzione dei vecchi "Pluton" con i missili balistici tattici "Hades" dotati di una gittata di 480 km[320].

         

Modernizzazione ed espansione delle armi nucleari europee[321]

                 

Gran Bretagna

Forze nucleari attuali

Armamento

Forze nucleari future