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![]() Militarizzazione e interventi dell’Alleanza Atlantica
Mediterraneo mare di guerra
15195 letture 29 febbraio 2004
Basi militari, strategie e conflitti nell’area mediterranea e mediorientale dal 1945 alla prima Guerra del Golfo. La corsa al riarmo nucleare e convenzionale e l’interventismo USA e NATO per il controllo delle risorse energetiche. Le maggiori installazioni militari e i trasferimeni di armamenti
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Basi militari, strategie e conflitti nell’area mediterranea e mediorientale dal 1945 alla prima Guerra del Golfo. La corsa al riarmo nucleare e convenzionale e l’interventismo USA e NATO per il controllo delle risorse energetiche.
Introduzione
Dal punto di
vista geostrategico il Mar Mediterraneo è oggi concepito come quell'area che si
estende dagli arcipelaghi delle Canarie e delle Azzorre (Oceano Atlantico) sino
al Mar Rosso e al Golfo Persico, includendo a sud l'area africana sahariana
sino al Corno d'Africa. Senza alcun dubbio è questa l'area più intensamente
militarizzata di tutta la terra. Nel solo settore navale, nel Mediterraneo e
nel Mar Nero operano circa 1.000 unità da guerra e oltre un migliaio di navi
ausiliarie (navi anfibie, navi appoggio, ecc.). Ad esse si aggiungono un
migliaio di aerei da combattimento e 250.000 marines ed aviatori
Dal punto di
vista delle basi militari, nel Mediterraneo gli Stati Uniti dispongono da soli
di più di 200 tra infrastrutture e facilitazioni varie, di cui 61 in Turchia,
24 in Grecia, 58 in Italia, 28 in Spagna, 4 in Francia, 22 in Portogallo, 5 in
Marocco, 3 in Egitto ed un numero segreto in Israele
Non è pertanto
casuale che è nel Mediterraneo che a partire dalla fine della Seconda Guerra
Mondiale si sviluppa la più accentuata e sanguinosa conflittualità al mondo.
Nell'arco di tempo che va dal 1945 al 1984, nell'area si sarebbero verificati
ben 138 tra conflitti e colpi di stato con oltre mezzo milione di morti
Conflittualità nel
mondo (anni 1945-1980)
A partire
dalla seconda metà degli anni '60, nel bacino mediterraneo si verificava una
vera e propria trasformazione del quadro strategico-militare che
progressivamente avrebbe inciso sul piano dei rapporti Est-Ovest e su quello
dei rapporti Nord-Sud e Sud-Sud, rendendo sempre più complesse la gestione e la
composizione delle crisi e dei conflitti che hanno investito l'area
Se a partire dalla fine della seconda guerra mondiale il Mediterraneo ha fatto sostanzialmente da vero e proprio "lago americano", dominio incontrastato dell'alleanza stretta dagli Stati Uniti con buona parte dei paesi rivieraschi, la guerra arabo-israeliana del 1967 segnò per la prima volta il diretto inserimento dell'Unione Sovietica nella questione mediorientale e un incremento dell'entità e della frequenza dei propri schieramenti navali nel Mediterraneo. Sette anni più tardi, con lo scoppio della guerra dello Yom Kippur, la competizione tra i due blocchi politico-militari s'inaspriva anche in seguito al successo dei tentativi dell'Unione Sovietica di rafforzare significativamente il proprio ruolo nelle dinamiche internazionali. Il sostegno dell'URSS al colpo di stato dei militari del 1974 in Etiopia, l'appoggio ai movimenti di liberazione di Angola e Mozambico che nel 1975 diventavano indipendenti dal Portogallo, la “partnership” con l'Egitto, le buone relazioni con Siria, Yemen e Libia dove nel 1969 il colonnello Gheddafi era salito al potere, e soprattutto l'invasione sovietica dell'Afghanistan del dicembre 1979, sono stati gli elementi che hanno mostrato all'occidente la capacità sovietica di proiettare all'esterno la propria potenza militare e una mutazione dei rapporti di forza con l'Est in grado di minacciare gli equilibri stabiliti nella regione dopo la seconda guerra mondiale.
Parallelamente
alla politica sovietica di sostegno ai movimenti di liberazione e ai partiti
marxisti al potere nei paesi del Terzo Mondo, i dirigenti sovietici cercarono
si stabilire con alcuni trattati bilaterali basi militari per garantire alle
forze armate una presenza più stabile nel Mediterraneo, area di transito del
50% delle importazioni e del 60% delle esportazioni dell'URSS
Ciò che più ha
allarmato l'occidente fu però il maggiore attivismo dell'URSS nel campo degli
aiuti economici e militari. Ad esempio, tra i dieci maggiori paesi ricettori di
aiuti economici sovietici nel periodo 1954-1976, sette erano mediorientali
(Turchia, Afghanistan, Egitto, Algeria, Iran, Iraq e Siria); mentre nel 1979
quasi il 90% del totale degli accordi sovietici per la fornitura di armi al
Terzo Mondo riguardava paesi arabi, con Egitto, Iraq, Siria e Libia che da soli
ricevevano il 70% del totale delle esportazioni militari sovietiche
L'URSS ha
agito nello scacchiere mediorientale anche grazie l'invio in massa di propri
tecnici militari ai paesi "amici" dell'area; nel 1983 essi superarono
le 11.000 unità e furono prevalentemente utilizzati nell'addestramento dei
militari locali, nell'assemblaggio dei sistemi d'arma e perfino nel loro
diretto controllo operativo
Tecnici militari
sovietici in Medio Oriente
Se alla lunga la politica espansionista sovietica, non poté non influire negativamente nei rapporti con gli Stati Uniti, contribuendo così a interrompere il fragile processo di distensione da poco apertosi dopo decenni di guerra fredda, più del confronto bipolare Est-Ovest, furono però le tensioni fra i paesi industriali del blocco occidentale e quelli della sponda sud del bacino ad accelerare i processi di militarizzazione del Mediterraneo.
Principale causa del conflitto Nord-Sud in quest'area è stata la competizione per il controllo delle risorse energetiche mediorientali. Fu la grave crisi petrolifera del 1973-1974, abbattutasi su un “establishment” finanziario internazionale già colpito dalla fine del sistema delle parità valutarie, a rendere esplicito a tutto l'occidente la sua stretta dipendenza dal Medio Oriente e dal Golfo Persico e la vulnerabilità del proprio modello di sviluppo dall'accesso alle fonti energetiche.
Ma più di ogni
cosa fu il comportamento dei paesi produttori di petrolio ad avere riflessi
dirompenti sulla politica internazionale agendo come stimolo di aggregazione e
di competizione. Come ha scritto Fulvio Attinà, "esso rivitalizza le
aspettative dei paesi sottosviluppati e introduce nella competizione Nord-Sud
il tema della contrattazione multilaterale per la creazione di un nuovo ordine
economico internazionale"
Il Mediterraneo viene così a sintetizzare il paradigma della contraddizione Nord-Sud, cioè del conflitto d'interessi tra paesi industrializzati e paesi in via di sviluppo, questi ultimi costretti a cedere risorse ai primi secondo il principio dello scambio ineguale, caratteristica questa dei rapporti di sfruttamento internazionale. L'economia regionale viene fondata sul capitale multinazionale o su modelli di "capitalismo di stato" che non possono non accentuare le disuguaglianze tra centro e periferia, tra aree urbane e campagne, espandendo conseguentemente i ceti di sottoproletariato la cui unica possibilità di sopravvivenza non può che essere garantita dall'emigrazione di massa nei paesi europei. Al dramma del sottosviluppo si aggiunge la politica dissennata di buona parte delle classi dirigenti nazionali, incapaci di trovare un proprio ruolo autonomo e sempre più coinvolte o “strumentalizzate” dalle politiche di potenza e di dominio dei blocchi politico-militari.
All'instabilità,
al rivendicazionismo e all'"irrazionalità" del Sud, l'occidente,
ritrovata una nuova unità sotto la leadership degli Stati Uniti, non è capace
di dare risposte significative se non quelle di un irrigidimento di ordine militare.
Con l'avvento di Reagan alla Casa Bianca (gennaio 1981), la competizione
Est-Ovest s'inaspriva ulteriormente, acquistando un carattere nuovo:
l'obiettivo degli Stati Uniti diveniva quello di abbattere la politica
planetaria sovietica e di quei Paesi (Siria, Libia, Angola, Etiopia, Vietnam,
Cuba, Nicaragua, Iran, ecc.) che si contrapponevano agli interessi imperialisti
dell'occidente, così da riaffermare definitivamente la propria superiorità
strategica e militare e l'esclusivo diritto al controllo delle vie di
comunicazione e di transito delle materie prime e del flusso di investimenti
americani, specie nell'area mediorientale
Lo strumento che più di tutti ha rappresentato i tentativi degli Stati Uniti di rafforzamento del proprio ruolo militare nella regione mediterranea, è stato l'allestimento di una flotta navale (la VI Flotta), in grado di sostenere autonomamente sia la confrontation con l'Unione Sovietica che la vera e propria contrapposizione con i Paesi "nemici" dell'area.
La US Navy iniziò a installare portaerei nel Mediterraneo nell'agosto del 1946, e tranne che per temporanei aumenti dovuti ad uno stato di crisi o a particolari esercitazioni, le dimensioni e la composizione della VI Flotta sono rimaste essenzialmente costanti sin dal 1951, con la presenza di due gruppi di portaerei con più di 90 velivoli imbarcati, circa 14 navi da guerra, 7-8 tra sottomarini d'attacco e strategici, un gruppo anfibio della fanteria di Marina e 12 unità ausiliarie, più gli elementi di vigilanza e di lotta antisottomarino con base terrestre.
Dal punto di
vista organizzativo, la componente navale della VI Flotta è composta da 9
principali “task forces” (TF). Il maggiore comandante assegnato al battle
group è il “Commander Task Force CTF 60”, da cui dipendono le due portaerei
che costituiscono il nucleo dei “Task Groups 60.1 e 60.2”. Seguono la TF-61 che
comprende le unità di assalto anfibio, la TF-62 costituita dalle unità del
Corpo dei Marines, la TF-63 che raggruppa le navi rifornimento, la TF-64
composta da tre sottomarini nucleari che trasportano i missili strategici
Trident D-4 o Poseydon C-3 posti direttamente sotto il SACEUR, il Supreme
Allied Commander Europe della Nato, la TF-65 attivata solo in caso di
emergenza, la TF-66 che raggruppa le componenti di volo adibite ai compiti di strike
navale, e la TF-67 che comprende gli squadroni dei pattugliatori marittimi
"Orion P-3" assegnati a Sigonella in Sicilia (TG.67.1), Rota, Spagna
(CG-67.2), e Souda Bay, Creta (TG-67.3) e uno squadrone misto di aerei di
sorveglianza elettronica EP-3 "Orion" ed EA-3B "Skywarrior"
(CTG-67.4). Esiste inoltre il CTF-68 (Commander Special Task Force), una
struttura di comando attivata solo in caso di operazioni speciali, come possono
essere ad esempio le manovre della VI Flotta nel Mar Nero. Le operazioni
sottomarine sono subordinate al Comando del "Submarine Group 8"
CTF-69, che comprende alcuni sottomarini nucleari d'attacco regolarmente
presenti nel Mediterraneo che utilizzano per il rifornimento e la manutenzione
una nave officina attraccata a La Maddalena, in Sardegna
Il vice
ammiraglio che comanda la VI Flotta assume contemporaneamente sia responsabilità
USA che Nato. Sotto la catena di comando statunitense, egli è subordinato al
Comandante delle forze navali USA in Europa (CINCUSNAVEUR - Commander-in-chief
US Naval Forces in Europe) presente a Napoli. Nella veste Nato, il Comandante
della VI Flotta assume il ruolo di "Commander Striking and Support Forces
Southern Europe" (STRIKFORSOUTH) a cui sono assegnate le operazioni della VI
Flotta e delle forze navali delle altre marine della Nato nel Mediterraneo
La VI Flotta
si è anche caratterizzata per l'imponente carico atomico presente a bordo delle
proprie unità: secondo i ricercatori statunitensi Arkin ed Handler esse
trasporterebbero circa 300 testate nucleari adibite allo strike a terra
e antiaereo e alla lotta antisottomarino
È stata
proprio la crescita del numero delle unità navali a capacità nucleare l'aspetto
più rilevante dal punto di vista strategico del processo di modernizzazione che
la VI Flotta ha subito nel corso degli anni '70. La componente sottomarina
(Task Force 69), divenne ad esempio una forza completamente a capacità nucleare
destinata alla guerra navale e ad attaccare il fianco meridionale sovietico, il
Medio Oriente e l'Africa. Questo processo si accompagnò allo sviluppo dei
sistemi missilistici. Nel 1977 fu introdotto nelle unità della VI Flotta il
missile "Harpoon" a cui seguì nel 1979 il missile superficie-aria
"Standard" (SM-2) che migliorarono sensibilmente le capacità di
combattimento navale ed antiaereo
Contemporaneamente,
grazie all'accresciuta importanza dello scacchiere meridionale, il comando del
CINCUSNAVEUR fu trasferito dalla sede di Londra a Napoli, mentre mutarono
anche le funzioni assegnate alla VI Flotta nel teatro mediterraneo. In effetti,
la missione di appoggio alle forze terrestri sui fronti italo-jugoslavo e
greco-turco-bulgaro che le forze anfibie ed aeree della VI Flotta avrebbero
dovuto svolgere fin dalle prime fasi del conflitto, venne integrata dalla US
Navy con altre missioni sicuramente più aggressive, tendenti all'immediata
neutralizzazione delle forze aeronavali avversarie attraverso lo
"strike", il "sea control", e l'"assalto anfibio"
Se la lotta
antisottomarino (ASW) è rimasta una delle principali attività nucleari navali
nel Mediterraneo (per essa la US Navy ha realizzato più di 20 basi ASW in
cinque paesi, tra cui quelle di rilevanza strategica di Sigonella, San Vito dei
Normanni e Napoli in Italia, e di Rota in Spagna), la presenza delle unità
della VI Flotta ha giocato anche il ruolo non certo secondario di strumento
militare della politica e della diplomazia USA nella gestione di tutte le crisi
che hanno investito in questi anni l'area mediterranea. Come ha sottolineato
James Cable, già ambasciatore britannico negli Stati Uniti, "il sostegno
di Israele, l'opposizione alla Libia, la repressione dei movimenti
rivoluzionari, o l'assistenza ai governi conservatori, sono tutti obiettivi
concepibili per cui la VI Flotta può essere impiegata"
Così le unità
della VI Flotta sono state impiegate minacciosamente durante la crisi di Suez,
durante lo sbarco USA in Libano e la guerra civile in Giordania, in occasione
dei conflitti arabo-israeliani e durante la crisi iraniana che iniziò nel
gennaio 1980, e che vide il trasferimento della portaerei "Nimitz"
verso il Golfo Persico, ben al di là pertanto dell'area operativa della VI
Flotta, per potenziare il dispositivo navale della Forza mediorientale che con
la guerra Iran-Iraq giunse a schierare 24 unità da guerra e oltre 15.000 uomini
della US Navy
La VI Flotta,
specie nell'ultimo decennio è stata anche un micidiale strumento bellico,
assumendo direttamente il ruolo di protagonista nei conflitti. Si pensi al
ruolo giocato dalle unità USA in Libano dal settembre 1983 al maggio 1986,
quando la "New Jersey" bombardò in più occasioni obiettivi nemici
nell'area di Beirut rischiando tra l'altro di estendere il confronto con i
"consiglieri militari sovietici" che assistevano i siriani nell'installazione
di missili superficie-aria
Composizione dei
velivoli di una portaerei
Il ruolo della VI Flotta nelle crisi dell'area mediterranea (1956-1990)
Parallelamente al potenziamento strategico ed operativo della propria componente navale nel Mediterraneo, a partire dalla fine degli anni settanta, il governo USA inaugurava una nuova politica interventista nelle aree geografiche considerate di "interesse vitale", tentando di spostare a proprio favore le posizioni di confronto-scontro con il blocco orientale. Il maggiore attivismo degli Stati Uniti si concentrava principalmente nel continente africano ed in Medio Oriente.
Per quanto
riguarda l'Africa, uno degli obiettivi privilegiati della politica militare
statunitense è stato il Maghreb. Sicuramente è stato il Marocco il paese che
più di tutti ha assunto in questa regione il compito di
"alleato-gendarme" USA, anche per la posizione strategica occupata
di fronte lo stretto di Gibilterra, vero e proprio corridoio per l'Europa, il
Medio Oriente e l'Africa. Con il sorgere del conflitto nel Sahara Occidentale considerato
assai semplicisticamente dagli Stati Uniti come un'estensione dell'aggressione
sovietica nella regione, il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti trovò
nel Marocco un fedele partner politico-militare disponibile ad offrire il
diritto di ingresso nei porti e negli aeroporti nazionali alle unità navali e
agli aerei militari USA, in cambio di ingenti crediti e aiuti economici. Gli
Stati Uniti intrapresero anche un programma di modernizzazione dei sistemi
d'arma in dotazione alle brigate marocchine, mentre nell'ottobre del 1979 il
Presidente Carter autorizzò la vendita al Marocco di armi per un valore di 235
milioni di dollari, tra cui 6 aerei da riconoscimento OV-10, 24 elicotteri
Hughes 500 MD, 20 caccia F-5 E/F, numerosi missili “Tow” e perfino le bombe
cluster CBU-58 e CBU-61. Questi sistemi d'arma furono tutti impiegati nel
Sahara Occidentale, nonostante il divieto sancito in primo luogo dalle leggi
USA in materia di export militare e dagli stessi trattati bilaterali
sottoscritti con il Marocco che ne prevedevano l'uso al solo scopo
dell'autodifesa. Gli Stati Uniti firmarono inoltre un accordo segreto di
cooperazione nucleare, il primo con un paese arabo
Gli Stati
Uniti rafforzarono le loro relazioni anche con la Tunisia specie dopo l'attacco
dei ribelli anti-governativi e filo-libici a Gafsa. Nel 1980 i militari statunitensi
fornirono l'assistenza per fissare il piano militare quinquennale tunisino e
garantirono un credito per l'acquisto di sistemi d'arma di circa 300 milioni di
dollari
La seconda
metà degli anni ‘70 ha coinciso anche con il maggiore interventismo
politico-militare degli Stati Uniti nel Corno d'Africa, area strategica per il
controllo del Mar Rosso, una delle principali rotte marittime per il commercio
internazionale. Secondo quanto specificato dall'allora assistente del
Segretario di Stato USA per gli affari africani, Chester Crocker, l'Africa
orientale assumeva un interesse vitale soprattutto a causa "della
crescente dipendenza degli Stati Uniti dalle importazioni di minerale
combustibile e non combustibile di produzione africana"
Gli Usa si impegnarono
direttamente persino in Ciad a sostegno delle forze armate comandate da Hissene
Habré e sostenute dalla Francia in funzione anti-libica, attraverso l'invio di
un contingente di 550 "consiglieri" e di 25 milioni di dollari in
aiuti militari, e il rafforzamento del dispositivo aeronavale nella regione
mediterranea e in Sudan
È stato
comunque l'Egitto il miglior alleato in terra d'Africa del governo
statunitense; in pochi anni esso divenne insieme ad Israele e all'Arabia
Saudita, il maggiore beneficiario mondiale degli "aiuti militari" che
gli Stati Uniti fornirono principalmente per cementare gli accordi di Camp
David stipulati nel 1978 e creare così un fronte politico-militare conservatore
in grado di proteggere le forniture di petrolio mediorientali
Le relazioni
in tema di sicurezza tra Stati Uniti ed Egitto iniziarono nel 1977 e sette anni
più tardi gli aiuti militari al governo egiziano superarono i 1.300 milioni di
dollari, con una crescita del 136% rispetto a quelli forniti nel 1981
Grazie alla
realizzazione delle nuove partnership strategiche con Egitto, Marocco, Somalia
e con i paesi dell'Africa nera in prossimità dell'Oceano Indiano, gli Stati
Uniti divennero negli anni ‘80 i principali esportatori di sistemi d'arma al
continente, superando quei paesi come Francia e Gran Bretagna che nonostante il
processo di decolonizzazione, avevano mantenuto assai stretti le relazioni e
gli intrecci economico-finanziari con l'Africa
Protagonista
del processo di creazione di un asse strategico conservatore in Medio Oriente,
Israele, ottenuto lo status di "media potenza" regionale dopo i
successi nelle guerre dei sei giorni e dello Yom Kippur, si trasformò presto
nel migliore trampolino militare statunitense nell'area del petrolio. Dopo aver
sottoscritto negli anni settanta alcuni “memorandum di intesa
economico-militare”, nel dicembre del 1981, gli Stati Uniti firmarono con
Israele un accordo di cooperazione strategica che dava vita a un "Joint
Political-Military Group", al fine di sostenere gli sforzi statunitensi
per realizzare una presenza militare più significativa nell'area del Golfo
Persico e dell'Oceano Indiano e "scoraggiare qualsiasi minaccia
proveniente dall'URSS nella regione"
Il ruolo di
Israele quale partner militare privilegiato degli Stati Uniti in Medio Oriente,
fu rafforzato nel 1984 con la firma di un accordo tra le forze aeronautiche dei
due paesi che assegnava alcune basi per l'addestramento dei piloti statunitensi
in Israele, e sanciva il trasferimento di tecnologia indispensabile alla
realizzazione del caccia di produzione nazionale "Levi"
Non mancò
persino il sostegno diretto alle operazioni di guerra scatenate dallo stato
ebraico contro obiettivi palestinesi. Dopo aver sostenuto la campagna in Libano
nel 1982, in occasione dell'attacco aereo del 1° ottobre 1985 contro la sede
OLP a Tunisi, gli Stati Uniti mettevano a disposizione degli israeliani alcuni
velivoli cisterna partiti dalla base siciliana di Sigonella per il rifornimento
in volo dei cacciabombardieri diretti verso l'obiettivo, e le indispensabili
informazioni radar e satellitari
Lo stesso anno dell'accordo di cooperazione strategica USA-Israele, l'amministrazione Reagan intensificò i propri sforzi tendenti a stringere nuove e più intense alleanze con i paesi moderati dell'area del Golfo. Attraverso la stipula di un accordo bilaterale, 4 Awacs dell'US Air Force vennero trasferiti in Arabia Saudita; contemporaneamente il Congresso americano autorizzò la vendita del cosiddetto "Air Defense Enhancement Package", un pacchetto di sistemi per il potenziamento della difesa aerea saudita comprendente tra l'altro 5 Awacs e una rete C3 per il collegamento di questi velivoli ai missili di difesa aerea e ai caccia F-15 ed F-5.
Gli Stati Uniti
perfezionarono inoltre alcune intese militari con il Sultanato di Oman ritenuto
uno stato chiave dal punto di vista geo-strategico per il controllo dello
Stretto di Hormutz e della Repubblica democratica dello Yemen
"notevolmente sostenuta con armi e tecnici dall'URSS", a cui furono
forniti aiuti militari per un valore di 55 milioni di dollari all'anno, e con
il Bahrein a cui gli USA garantirono circa 2 milioni di dollari per l'uso di facilities
segrete
È assai
probabile infine che il Dipartimento di Stato USA fu tra gli ispiratori della
costituzione nel maggio 1981, da parte di Arabia Saudita, Kuwait, Oman,
Bahrein, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, del cosiddetto Consiglio di Cooperazione
del Golfo, un'"organizzazione intesa a promuovere la reciproca cooperazione
economica, politica e militare per fronteggiare la minaccia dall'Iran" e
che ebbe in seguito un ruolo chiave nel sostegno economico dell'Iraq durante
il conflitto contro il governo di Teheran
L'interventismo
USA in Medio Oriente andò comunque ben al di là del mero sostegno economico ai
paesi moderati dell'area. Gli anni ‘80 si caratterizzarono infatti per
l'escalation della presenza diretta delle forze militari degli USA nell'area, soprattutto
grazie alla realizzazione di un imponente numero di basi aeronavali in un'area
geografica che dalle isole Azzorre (Portogallo) attraverso Egitto, Kenya, Oman,
Bahrein, Somalia, Arabia Saudita, Diego García arriva sino al Pakistan. Esse
hanno permesso l'installazione di una serie di infrastrutture di supporto
tecnico-logistico della Rapid Deployment Force, la Forza di Intervento
Rapido USA. Questa forza militare "flessibile", voluta dal presidente
Carter nel 1977 "per contrastare un'invasione sovietica, salvaguardare il
traffico petrolifero e garantire la stabilità dei regimi arabi moderati
attualmente al potere"
Per avere
un'idea delle dimensioni del progetto per la realizzazione delle installazioni
riservate alla RDF, basti pensare che nel solo periodo 1980-83 il Congresso ha
approvato approssimativamente 929 milioni di dollari per fondi di costruzione
nei paesi di responsabilità del CENTCOM, mentre altri 564 milioni di dollari
furono impegnati per il quinquennio 1984-88
La maggior
parte dei fondi previsti dal programma dell'US Central Command fu spesa nella
costruzione di alcuni aeroporti atti ad ospitare i bombardieri B-52 a doppia
capacità di armamento, come ad esempio quello di Ras Banas (Egitto), una facility
aerea e portuale militare situata nel Mar Rosso a circa 500 miglia a sud-est
del Cairo, quello di Thumrait (Oman), e il complesso militare aeronavale e
nucleare di Diego García, per la cui realizzazione il governo britannico che ne
esercitava la sovranità, dopo aver sottoscritto alcuni accordi di cooperazione
militare nell'area dell'Oceano Indiano con gli Stati Uniti, giunse alla totale
deportazione degli abitanti dell'isola (circa 2.000 persone) che furono
esiliati nell'arcipelago delle Mauritius
Altre basi
militari di notevole rilevanza strategica per la RDF furono realizzate in
Egitto presso l'aeroporto di Cairo West, a Qena (una base aerea che è stata
utilizzata durante l'incursione militare USA dell'aprile 1980 in Iran), e ad
Etzion nella penisola del Sinai dove furono stanziati 1.100 militari
appartenenti a un battaglione d'elite della 82^ Brigata Aviotrasportata, quella
che viene definita la "spina dorsale" della Rapid Deployment Force.
Il Sultanato di Oman garantì agli Stati Uniti l'uso di tre aeroporti e di due
scali navali, nonché dell'isola deserta di Masirah, già in affitto alla RAF,
l'aeronautica britannica
La Rapid
Deployment Force, pur essendo una struttura totalmente autonoma delle forze
armate statunitensi, ha ricevuto immediatamente il pieno e incondizionato
sostegno degli alleati Nato del Sud Europa. L'Italia ad esempio, sin dal 1982,
autorizzò gli USA ad utilizzare la base di Sigonella in Sicilia per le
operazioni di trasferimento della RDF nel Golfo Persico; contemporaneamente il
battaglione dell'esercito americano 1/509th, basato a Vicenza (l'unico reparto
paracadutista degli Stati Uniti di guarnigione in Europa predisposto per
intervenire rapidamente in rinforzo di Grecia e Turchia), venne inserito
all'interno della 82^ Divisione Aviotrasportata
Il
coinvolgimento degli alleati europei degli Stati Uniti non avvenne però
soltanto attraverso l'installazione nel territorio di basi e strutture di
supporto della RDF, ma anche grazie la costituzione di corpi nazionali di
pronto intervento simili a quello americano, come ad esempio la Forza Mobile
britannica costituita dalla Fifth Infantry Brigade, una brigata mista
fanteria/paracadutisti con 5.000 uomini e la "Force d'Intervention Extérieurs"
francese composta da cinque divisioni più un gruppo di supporto logistico
(circa 47.000 unità)
Reparti e uomini
dell'US Central Command (291.000 effettivi)
Costo del programma di costruzione delle basi per la RDF USA (in milioni di US$)
Costo complessivo
per il programma della RDF USA (in milioni di US$)
Contemporaneamente
alla costituzione della RDF, gli Stati Uniti diedero vita ad una nuova dottrina
militare, l'"Air Land Battle" che legittimava le forze armate USA
all'attacco preventivo e all'utilizzo di nuove e più sofisticate armi nucleari,
innanzitutto i missili Pershing e i Cruise nelle versioni con lancio da terra,
da unità navali e sottomarini, o da bombardieri in volo. Con l'Air-Land Battle
le armi nucleari non sono più necessarie per un impiego “finale” in un processo
di “escalation militare” ma possono essere utilizzate in modo precoce, in
profondità
Il quadro
strategico di riferimento dell'Air Land Battle individuava nelle "deboli
difese stabilite nelle regioni settentrionali e meridionali" i principali
teatri operativi; secondo quanto previsto dalla "Guida per la Difesa degli
Stati Uniti per il 1984-1988", le forze armate avrebbero dovuto così dare
maggiore importanza "alle esercitazioni offensive nei fianchi Nord e Sud
della Nato" in vista di missioni che dovranno prevedere "sia l'uso di
armi nucleari che non"
L'"Air
Land Battle", dottrina codificata nell'agosto 1982 dall'Army Field Manual
100-5, non poteva non esaltare il ruolo e lo stile di combattimento della Rapid
Deployment Force. Scrivono i ricercatori tedeschi Konrad Ege e Martha Wenger:
"Ciò che probabilmente è di grave conseguenza per il Medio Oriente e il
Nord Africa, è che il Field Manual 100-5 prescrive una “forza relativamente
piccola, rapidamente dispiegabile, dotata di armi nucleari” in grado di essere
proiettata in regioni minacciate da sovversioni, invasioni e perfino dal
terrorismo. Queste unità nucleari di dispiegamento rapido sarebbero in grado di
intervenirvi prima, in un contesto in cui una forza convenzionale più grande si
dispiegherebbe più tardi"
L'"Air
Land Battle" nella versione "2000", è stata presto assunta come
dottrina strategica dalla Nato e identificata come "Follow on Force
Attack" (Fofa) o più comunemente "Deep Strike" (Colpo in
profondità, attacco alle forze di rincalzo) dal nome assegnatole dal suo
ideatore, il gen. Bernard Rogers, ex Comandante in capo delle forze alleate in
Europa
Con il "Deep Strike", la Nato amplia notevolmente il proprio raggio operativo e di azione, sino a includere buona parte del territorio del Patto di Varsavia e legittima il proprio ruolo d'intervento out-of-area, ben al di là dei limiti definiti dal Trattato Atlantico, sino al Medio Oriente e al Golfo Persico.
Contemporaneamente
al varo della RDF e all'applicazione strategica dell'Air Land Battle Doctrine,
l'Amministrazione Reagan mutava ruoli ed obiettivi della Marina USA, non più
relegata a forza "passiva" o meramente dissuasiva, ma al contrario
idonea ad "impadronirsi dell'iniziativa", e ad "attaccare e
distruggere piuttosto che stare sulla difensiva". All'interno della nuova
"US Maritime Doctrine" veniva prevista la possibilità che il
Presidente degli Stati Uniti, in caso di crisi o in previsione di scoppio delle
ostilità, deleghi l'ordine di aprire il fuoco al comandante della forza navale
che si trovi sulla scena del conflitto. Egli ha la facoltà di colpire non solo
in risposta ad un attacco, ma perfino quando a suo giudizio l'avversario sia
animato da "intenzioni ostili"
Con la nuova
Strategia Marittima prende il via un vasto programma di ammodernamento delle
unità navali, che dal numero di 479 del 1980 vengono portate a 600 nel 1990,
con 15 gruppi da battaglia, 100 sottomarini d'attacco, 100 fregate ed un
adeguato numero di navi da scorta dotate del sistema di difesa “Aegis”
Allo stesso
modo dell'Air Land Battle e della RDF anche la Strategia Marittima è stata
immediatamente adottata dalla Nato. Secondo quanto spiegato dall'Ammiraglio USA
Wesley McDonald, già comandante della Flotta Atlantica della Nato, essa è
"l'unica che rifletta gli imput e i piani dei nostri alleati"
L'Alleanza
Atlantica considerò il Fianco Sud di importanza strategica secondaria rispetto
al teatro dell'Europa centrale almeno sino al dicembre del 1967, quando fu
approvato il cosiddetto "rapporto Harmel" che nel tracciare gli
obiettivi futuri della Nato sottolineava l'esigenza di un maggiore impegno
"nell'area sempre più esposta" del Mediterraneo, in cui gli eventi
della guerra dei sei giorni avevano visto un maggiore attivismo militare
dell'Unione Sovietica. Così nei due anni successivi venivano prese due
decisioni importanti, l'attivazione a Napoli da parte di USA, Gran Bretagna,
Italia, Grecia e Turchia, di un comando speciale alleato per il coordinamento
delle operazioni di riconoscimento aeromarittimo (il "Marairmed")
In seguito
all'invasione sovietica dell'Afghanistan nel dicembre del 1979 e allo scoppio
della guerra tra Iran ed Iraq nel settembre del 1980, la tendenza storica degli
USA di estendere gli interessi di sicurezza della Nato oltre l'Europa a
sostegno degli impegni americani di sicurezza globale, ricevette i primi
concreti sostegni, riuscendo progressivamente ad "incorporare gli europei,
i giapponesi ed altri alleati USA in sforzi più grandi di difesa comune"
Nel 1984 la
Nato varò il bilancio di previsione 1985-1991 per il potenziamento delle
infrastrutture in Europa e in particolare delle facilitazioni atte ad
accogliere in caso di crisi i rinforzi aerei americani, delle reti di
telecomunicazione e dei depositi di munizioni e di carburante esistenti (le
cosiddette "COB - Collocating Operating Bases"): per la prima volta
nella storia dell'Alleanza Atlantica, si assegnava alla regione sud oltre il
33% dei propri fondi
In particolare
il programma Nato prevedeva di estendere la rete COB ad altre settanta località
così da assicurare la dispersione e la flessibilità operativa dei velivoli USA
nei fianchi della Nato e il migliore preposizionamento del cosiddetto "War
Reserve Material". Per ciò che riguarda il fronte meridionale, la Nato ha
inoltre predisposto le infrastrutture idonee a ricevere i bombardieri
strategici B-52, alcuni importanti velivoli di supporto come l'aereo cisterna
KC-135 e l'intero parco velivoli del Military Airlift Command, in fase di
potenziamento grazie all'acquisto dei nuovi aerei da trasporto C-141, di 50 C-5
e 60 Kc-10 e allo sviluppo del C-17, la cui facilità di manovra a terra espanderà
entro il 1992 il numero di aeroporti Nato in grado di ricevere questi velivoli
Fu comunque il
comunicato emesso alla fine del Summit Ministeriale Nato del maggio 1982, a
enfatizzare il riconoscimento dell'importanza degli sviluppi out-of-area
dell'Alleanza. Vi si legge nei passi conclusivi: "Le aggressioni armate
operate fuori dalla zona della Nato possono minacciare gli interessi vitali dei
membri dell'Alleanza. I paesi alleati sono in dovere di contribuire
direttamente o indirettamente agli sforzi tesi a scoraggiare l'aggressione,
come pure a rispondere alle richieste di aiuti da parte delle nazioni esterne
alla zona della Nato"
Nella
primavera del 1984 in un suo rapporto al Congresso, fu il Segretario alla
Difesa Usa Weinberger a fornire nuovi particolari sulla crescita della
collaborazione Nato in regioni out-of-area "attraverso la comune
pianificazione di progetti e l'installazione di forze nella regione" (si
pensi alle forze multinazionali in Sinai, Libano e nel Mar Rosso), la
partecipazione di otto paesi Nato alle "esercitazioni annuali della US
Rapid Deployment Force in Medio Oriente", l'acquisto da parte di nove
membri dell'Alleanza di 110 aerei da trasporto a lungo raggio e l'offerta di
600 navi commerciali per il sostegno delle truppe USA in Europa in caso di un
loro rapido "dispiegamento nell'Asia sud-occidentale"
Che il ruolo
dei paesi europei, specie di quelli meridionali, fosse ormai determinante per
le strategie di guerra degli Stati Uniti, venne confermato dallo stesso gen.
James Thompson, al tempo Comandante in Capo delle Forze Alleate del sud Europa
che dichiarò che "senza l'uso di strutture di supporto della Nato o di
paesi non Nato dell'area, gli USA non potrebbero sostenere effettivamente
operazioni nell'Asia sud-occidentale". Thompson giunse perfino ad
auspicare che la Rapid Deployment Force USA fosse pienamente incorporata nei
piani della Nato"
Il sostegno
alle operazioni militari statunitensi nel Mediterraneo da parte degli alleati
europei giunse al suo culmine in occasione del bombardamento USA in Libia
dell'aprile 1986, quando l'amministrazione Reagan riuscì a strappare il pieno
consenso della Nato, ed ottenne l'autorizzazione a far operare i bombardieri
F-111 e gli aerei cisterna KC-10 e KC-135 dagli aeroporti britannici e ad
utilizzare le basi italiane per le operazioni di supporto al raid contro
Tripoli e Bengasi. Tra l'altro, numerose unità navali ed aeree italiane furono
utilizzate a "copertura" della flotta statunitense. Solo la Francia e
la Spagna rifiutarono il permesso alla Air Force di sorvolare il proprio spazio
aereo durante l'azione, anche se Madrid concesse l'uso dei porti spagnoli per
il rifornimento delle unità della VI Flotta, mentre solo tre giorni prima
dall'attacco USA, 5 aerei cisterna KC-10, lasciarono Zaragoza per la base
britannica di Fairford, onde garantire il rifornimento in volo dei bombardieri
F-111 diretti verso la Libia"
Parallelamente alle scelte dell'amministrazione USA di investire risorse, uomini e mezzi nell'area mediorientale, la Gran Bretagna e la Francia accrebbero il proprio fattivo contributo alla "stabilità" regionale, attraverso la spedizione e il mantenimento di forze nazionali di "pronto intervento" nell'Oceano Indiano e nel Golfo Persico.
Adottando una
politica internazionale "muscolare", la Gran Bretagna, sin dalla fine
degli anni ‘70, trasferiva nel Golfo un contingente navale di 4 fregate e
alcune navi appoggio ed insediava a Diego García un piccolo distaccamento
militare in supporto delle operazioni della RDF. Contemporaneamente Londra
intensificava le relazioni di assistenza militare con alcuni paesi arabi,
fornendo equipaggiamento ed addestramento alle forze militari di Oman, Kuwait,
Emirati Arabi Uniti ed Arabia Saudita, quest'ultima acquirente di circa 40
aerei "Tornado" prodotti dall'industria militare britannica
La Francia è
stato l'altro paese europeo che ha mostrato con determinazione la volontà di utilizzare
le proprie forze armate per "prevenire" l'interruzione del flusso di
petrolio dal Golfo contribuendo più di tutti alla Forza Multinazionale in
Libano ed allestendo sin dal 1980, nelle acque del Golfo Persico, dell'Oceano
Indiano sino alle coste dell'Etiopia e dello Yemen, una flotta aeronavale di 11
unità, guidata dalla portaerei "Clemenceau". Contemporaneamente la
Francia aumentava il numero dei militari assegnati permanentemente a Gibuti
(oggi oltre 3.500 a cui si affianca uno squadrone di Mirage IIIC), ritenuta un
importante avamposto per il controllo del Golfo di Aden e degli Stretti di Bab
el Mandeb
La Francia ha
inoltre sviluppato una fitta rete di relazioni commerciali e militari con buona
parte dei paesi mediorientali. In particolare il governo di Parigi ha venduto
grandi quantità di armi sofisticate all'Iraq durante il suo sanguinoso
conflitto con l'Iran, mentre le compagnie francesi hanno effettuato
significativi investimenti in differenti aree dell'economia irakena. Sono stati
forniti al governo di Baghdad decine di cacciabombardieri “Super Etendard” e 60
caccia Mirage F.1 armati di missili “Exocet”, i quali hanno permesso di
accrescere le capacità offensive dell'Iraq contro le linee vitali petrolifere
dell'Iran. In aggiunta, la Francia ha venduto 150 elicotteri da combattimento,
missili anti-aereo “Roland” e approssimativamente 100 tanks
Anche l'Arabia Saudita ha fatto da grande mercato per le tecnologie e le armi francesi. A partire dal 1984 i sauditi hanno sottoscritto contratti per 4 miliardi di dollari con la Francia per realizzare un sistema sofisticato di difesa aerea strettamente legato agli Awacs forniti dagli USA; inoltre i sauditi per i loro velivoli radar e i loro aerei cisterna Kc-135, hanno acquistato motori sviluppati congiuntamente dalla General Electric e dalla SNECMA, una compagnia francese. La Francia ha perfino negoziato con gli Emirati Arabi Uniti la vendita di 18 Mirage 2000 , in cambio di una fornitura di greggio.
Sempre nel
corso degli anni ottanta, il governo francese dopo aver installato alcuni
distaccamenti militari in Senegal, Costa d'Avorio, Repubblica Centroafricana e
Gabon, intraprendeva una serie di interventi militari in Africa, assumendo così
il ruolo di vero e proprio "gendarme occidentale" nel continente. In
occasione dell'attacco a Gafsa, la Francia inviò ad esempio alcune unità
militari nel Golfo di Gabes in appoggio della Tunisia, mentre nell'agosto 1983
e successivamente nel 1986, furono spediti in Chad 2.800 militari e furono
forniti alle truppe di Habré i nuovissimi bazooka anticarro, i missili
"Milan" e diverso materiale di puntamento e di telecomunicazione,
mentre furono inviati in Gabon e nella Repubblica Centroafricana alcuni aerei
Jaguar per l'appoggio alle forze terrestri
L'area di
responsabilità del CINC Allied Forces Southern Europe (AFSOUTH), il Comando
delle Forze alleate del sud Europa, copre l'Italia, la Grecia, la Turchia, il
Mar Nero e l'intero Mediterraneo, compresi i mar Tirreno, Adriatico, Ionio ed
Egeo. Il quartier generale di AFSOUTH sorse nel giugno 1951 a Napoli. Da allora
ospita uno staff integrato dei tre paesi regionali insieme a Gran Bretagna e
Stati Uniti. CINCAFSOUTH è diretto da un ammiraglio americano ed ha sette
comandi principali subordinati. Essi sono il COMAIRSOUTH, il Comando delle
forze aeree alleate del sud Europa (la 5th Allied Tactical Air Force-ATAF a
Vicenza, la 6th ATAF a Izmir, Turchia, la 7th ATAF a Larissa, Grecia, integrate
dai rinforzi dell'USAF e dagli aerei in dotazione alla VI Flotta USA), guidato
da un generale dell'USAF con sede a Napoli; COMLANDSOUTH, il Comando delle
forze terrestri alleate del sud Europa retto da un generale italiano a Verona;
e COMLANDSOUTHCENT e COMLANDSOUTHEAST, i Comandi delle forze terrestri alleate
del centro-sud e del sud-est europeo, rispettivamente guidati da un generale
greco a Larissa e da uno turco a Izmir. Esistono inoltre due comandi navali:
uno è quello dell'Allied Naval Forces Southern Europe (COMNAVSOUTH) sotto il
comando di un ammiraglio italiano, nell'isola di Nisida (Napoli) e l'altro è
quello della Naval Striking and Support Force Southern Europe
(COMSTRIKEFORSOUTH) che coincide con il Comando della VI Flotta USA, installato
a bordo di un'unità navale presente a Gaeta
In tempo di
pace nessuna formazione è posta sotto il comando dei quartieri generali
integrati eccetto in caso di partecipazione alle esercitazioni Nato. Tuttavia
circa 5,000 uomini dei paesi della Regione sud sono assegnati a tempo pieno ai
vari comandi alleati e alle relative unità di supporto. In caso di guerra,
direttamente dagli Stati Uniti sono chiamati ad operare in rinforzo del fianco
meridionale della Nato, due stormi di aerei d'attacco e la 30^ Brigata
Meccanizzata della Guardia Nazionale basata a Clinton, nel Nord Carolina, costituita
da due battaglioni meccanizzati, due corazzati, un gruppo di artiglieria
semovente e una compagnia esplorante
A partire dalla fine degli anni ‘70, il contributo della Royal Navy britannica alla flotta alleata del sud Europa è andato progressivamente aumentando. In seguito alla rivoluzione in Iran e allo scoppio del conflitto in Medio Oriente, il governo britannico, onde potenziare il dispositivo Nato, decise di inviare stabilmente nel Mediterraneo una flotta di 6 unità navali - 3 fregate missilistiche dotate di elicotteri a capacità nucleare "Lyns" e "Wasp", una nave anfibia d'assalto e due navi di supporto logistico. Contemporaneamente fu avviato il potenziamento delle basi militari britanniche ospitate a Gibilterra e nell'isola di Cipro.
A Gibilterra,
tappa obbligata delle Task Forces della Royal Navy dirette nel Mediterraneo, nell'Oceano
Indiano e alle Malvinas-Falklands, nonché facility per le unità della VI
Flotta e della Nato, furono realizzati innumerevoli rifugi scavati nella roccia
in grado di ospitare stazioni di ascolto e di "intelligence", caccia
Jaguar con funzioni di riconoscimento fotografico e alcuni pattugliatori
marittimi britannici "Nimrod", materiali di guerra e presumibilmente
ordigni nucleari
A Cipro la
Gran Bretagna mantiene la sovranità su due basi militari d'interesse strategico
per le operazioni delle forze aeree e navali della Nato e degli Stati Uniti nel
Mediterraneo orientale (durante la guerra del Libano del 1982 ad esempio, Cipro
ha fornito il supporto all'intervento dei Marines e della flotta USA a Beirut).
Ad esse sono stati assegnati 4.200 militari britannici organizzati in un
battaglione di fanteria, uno squadrone aereo dotato di elicotteri “Wessex” e di
velivoli tattici “Phantom” e “Lightining”
La Francia,
pur non essendo integrata nell'organizzazione militare della Nato, specie a
partire dalla seconda metà degli anni ‘70 ha moltiplicato gli sforzi di
cooperazione nel Mediterraneo con le forze Nato, stipulando una serie di
accordi tendenti ad integrare le strategie di intervento nel settore aeronavale
in caso di crisi. Così, dopo aver trasferito le proprie principali unità da
guerra dall'Atlantico a Tolone nel 1975, la Francia ha accettato di ospitare
presso il comando della base navale mediterranea un ufficiale della US Navy per
il coordinamento con la VI Flotta, mentre un ammiraglio francese è stato
assegnato allo staff di pianificazione navale della Nato a Napoli
A partire dal
1980 le forze aeronavali francesi nel Mediterraneo hanno compreso due
portaerei, la "Clemenceau" e la "Foch" che imbarcano 36
aerei “Super-Etendard” dotati di testate nucleari del tipo ANT-52 e di missili
aria-superficie ASMP, uno squadrone di intercettori F-8E Crusader, gli aerei
ASW “Alize” e alcuni elicotteri SAR e da trasporto, oltre una trentina tra navi
da combattimento ed ausiliarie e 11 sottomarini di cui due a propulsione
nucleare, il "Rubis" e il "Saphir"
Unità navali dei
paesi dell’Alleanza Atlantica presenti nel Mediterraneo
Dopo il suo
ingresso nell'Alleanza Atlantica, l'Italia intraprese una serie di contatti con
gli alti vertici politici e militari statunitensi che si conclusero nel 1954
con la stipula di un accordo bilaterale ancora coperto dal segreto militare,
che ha regolato da allora in poi la presenza di basi militari USA sul
territorio nazionale. Grazie a queste infrastrutture l'Italia doveva garantire
le operazioni di rifornimento e di "eventuale ripiegamento" delle
forze americane di stanza in centro Europa e dei bombardieri strategici in
grado di colpire obiettivi civili e militari in Unione Sovietica. Nei piani
degli Stati Uniti, l'Italia sarebbe stata in caso di conflitto la "via per
rientrare in Europa, attraverso delle teste di ponte da mantenersi in Sicilia,
in Sardegna e possibilmente, in tutta l'Italia del Sud"
Tuttavia la
presenza di reparti militari degli Stati Uniti in Italia, rientrava nei
programmi dell'amministrazione USA di "contenimento globale del
comunismo" in un'area geo-strategica di vitale importanza per gli
equilibri militari con l'Est. A questo scopo grazie al Gruppo consultivo per
l'assistenza militare in Italia “MAAG” (Military Assistance Advisory Group),
gli Stati Uniti procedettero alla riorganizzazione dell'armamento, della
politica dei quadri, dell'addestramento e degli scopi operativi delle forze
armate italiane, impiegate nel fronte del “contenimento interno” delle forze di
opposizione. Fu anche attivato in Italia un "country team" per le
attività controinsurrezionali e antisovversive oggi al centro di inchieste
parlamentari e giudiziarie per i gravi risvolti che queste attività hanno avuto
nella storia del terrorismo stragista e dei numerosi tentativi di golpe di
matrice neofascista
A partire
dalla seconda metà degli anni '70 quando mutò la percezione del ruolo
geostrategico assunto dal Mediterraneo e venne definita in tutto il suo
spessore la cosiddetta "minaccia da sud" contro gli "interessi
vitali" occidentali in Medio Oriente, l'Italia fu spinta ad assumere un
ruolo sempre più importante ed attivo all'interno dell'Alleanza Atlantica,
anche grazie alla sua posizione geografica di "cerniera del Mediterraneo"
e di "gendarme" dei due passaggi marittimi che collegano la parte
orientale e quella occidentale del bacino, il Canale di Sicilia e lo Stretto di
Messina
Fu a questo
punto che all'Italia venne assegnata la "leadership di tutta la regione
meridionale" e la funzione di "mantenere la guida, la sicurezza e la
coesione in questo delicato e vitale settore"
Furono
comunque le scelte maturate in ambito Nato di trasferire nel vecchio aeroporto
di Comiso i 112 missili Cruise previsti dal programma di riarmo nucleare varato
nel dicembre 1979 a Bruxelles, e di autorizzare tre anni più tardi, l'uso delle
basi italiane per il supporto logistico della Rapid Deployment Force
Allo stesso
tempo gli Stati Uniti chiesero all'Italia un contributo diretto alla
"stabilità strategica delle operazioni in Africa e nel litorale
mediorientale del Mediterraneo"
Sin dalla conclusione del conflitto mondiale, la Grecia, attraverso le relazioni intrecciate con il governo britannico, si trovò ad assumere il ruolo di “contenimento” dell'Unione Sovietica e delle forze popolari comuniste nello scacchiere balcanico. Nel 1946 furono sottoscritti i primi accordi in materia militare tra il governo di Atene e gli Stati Uniti, subentrati ai britannici nel controllo del Mediterraneo, che sancirono il diritto di ingresso alle unità navali USA nei porti ellenici. L'anno successivo fu sottoscritto un accordo di assistenza militare a cui seguì nel 1949 la concessione da parte della Grecia dell'uso delle isole dell'Egeo per le esercitazioni aeronavali della VI Flotta.
Le relazioni politico-militari tra Atene e Washington s'intensificarono ulteriormente a partire dal 1952, anno d'ingresso della Grecia nell'Alleanza Atlantica. Furono assicurati ingenti aiuti militari per l'ammodernamento delle forze armate elleniche, che continuarono anche dopo il golpe dei colonnelli per tutto il periodo della brutale dittatura in Grecia. Progressivamente il contributo in termini di forze alla Nato di questo paese del fianco sud permise di schierare 12 divisioni e 9 brigate con i relativi reparti di supporto, 33 navi da guerra, 18 aerei da pattugliamento marittimo e 22 gruppi dell'aeronautica con 319 velivoli.
La “partnership” con gli Stati Uniti e gli alleati Nato, mutò rapidamente a partire dalla caduta del regime militare nel 1974, sino all'uscita della Grecia nello stesso anno dall'organizzazione militare della Nato per protesta contro l'occupazione di Cipro da parte delle forze armate turche. Contemporaneamente mutò anche la percezione della minaccia, e il modello di difesa greco fu articolato in previsione di un possibile conflitto con la Turchia. I greci ad esempio, costruirono numerose fortificazioni nelle isole dell'Egeo e vi trasferirono carri armati, artiglieria e dai 20 ai 30.000 militari, per fronteggiare il rafforzamento della presenza militare turca nel territorio dell'Anatolia occidentale, dove era stata costituita la 4^ Armata dell'Esercito ("Aegean Army"), composta da circa 35.000 unità addestrate per operazioni da sbarco.
Gli Stati Uniti, preoccupati di perdere una pedina strategica nel Mediterraneo e del perdurare di una crisi assai destabilizzante per gli assetti del fianco sud dell'Alleanza, tentarono in tutti i modi di ricomporre pacificamente le relazioni greco-turche, ma solo nell'ottobre del 1980 ottennero il rientro della Grecia nella struttura militare integrata della Nato. Ciò fu favorito anche dal contributo in sistemi d'arma avanzati che gli Stati Uniti e altri paesi alleati fornirono ad Atene e che accrebbero notevolmente la capacità bellica delle forze armate elleniche. Nel periodo che va dal 1974 al 1979 furono ad esempio consegnati 56 cacciabombardieri F-4E ed otto RF 4-E, a cui si aggiunsero 40 Mirage F.1 forniti dalla Francia.
Gli Stati
Uniti tentarono anche di risolvere la questione del controllo del traffico
aereo militare nell'area dell'Egeo, su cui Atene rivendicava l'esclusivo potere
d'intervento sino a 10 miglia di distanza da ognuna delle isole greche, contro
le sole sei miglia riconosciute dalla Turchia e dagli stessi USA. Ogni
possibilità di accordo fu tuttavia impossibile e onde evitare la frantumazione
dei poteri di controllo aereo nell'Egeo, nel 1980 il gen. Rogers propose un
compromesso che prevedeva la divisione del vecchio comando unificato Nato di
Izmir in due comandi paralleli, uno in Turchia e l'altro a Larissa, Grecia. Un
altro tentativo di introdurre una certa stabilità nelle relazioni con i due
paesi mediterranei è stato quello formulato contemporaneamente dal Congresso
USA di suddividere gli aiuti militari a Grecia e Turchia nella proporzione
reciproca di 7:10
L'elezione a
capo del governo greco del socialista Papandreu che aveva assunto l'impegno di
fronte agli elettori di sganciare la Grecia dall'Alleanza Atlantica e di
ridurre progressivamente il numero delle basi USA sul territorio sino al
completo ritiro delle forze armate statunitensi dalla Grecia, fu un ulteriore
elemento di “raffreddamento” delle relazioni politico-militari tra Atene e la
Nato. La Grecia iniziò ad assumere posizioni sempre più indipendenti nel campo
delle relazioni con l'Est e con i paesi mediorientali, giungendo ad esprimere
la netta opposizione contro l'installazione in Europa dei missili nucleari USA
a medio raggio, Pershing II e Cruise, e il rifiuto all'utilizzo delle
installazioni nazionali per il rifornimento delle unità USA impegnate nella
Forza Multinazionale in Libano esattamente come era già successo nel 1973
quando la Grecia si era opposta all'uso del proprio territorio per le missioni
di supporto USA ad Israele
Nel 1982 la Grecia decise perfino il ritiro dalle esercitazioni aeronavali della Nato come ritorsione alla scelta dell'Alleanza di escludere dall'area delle manovre navali "Display Determination" l'isola greca di Limnos, su richiesta della Turchia ostile alla militarizzazione delle isole dell'Egeo.
Ciò nonostante
il flusso di armi statunitensi alla Grecia non subì alcuna riduzione. Tra il
1980 e il 1984 infatti, gli USA hanno venduto ad esempio alla Grecia 600
missili "Sidewinder", 280 missili "Sparrow", 220 carri M-60
e ben 2.600 missili "Tow"
La Grecia ha
continuato inoltre a beneficiare di aiuti da parte degli alleati europei: la
Germania ha fornito 70 milioni di marchi in assistenza militare ogni 18 mesi ed
una settantina di F-104, mentre altri 10 F-104 G dall'Olanda e 9 F-5A dalla
Norvegia vennero trasferiti nel 1985 al governo ellenico
In forza alla sua ubicazione geo-strategica, la Turchia sin dal suo ingresso nel 1952 nella Nato ha assunto il ruolo di "barriera di protezione" dell'Alleanza contro ogni tentativo di intervento dal nord dell'Unione Sovietica in Medio Oriente e nel Golfo Persico. Nello stesso tempo la Turchia, attraverso la creazione di decine di siti radar e di installazioni militari americane di “intelligence” sul proprio territorio, ha garantito all'occidente la raccolta di informazioni di "portata insostituibile" sulle attività militari sovietiche nel bacino mediterraneo e sullo sviluppo dei suoi sistemi spaziali, missilistici e nucleari.
Su pressione degli Stati Uniti, nel 1955 la Turchia fece il suo ingresso anche nel Patto di Baghdad e quattro anni più tardi nella “Central Treaty Organization” (CENTO), due alleanze che hanno fatto da strumento militare in Medio Oriente della strategia di containtment creata negli anni '50 dall'amministrazione USA. La Turchia s'impegnò inoltre a sostenere ogni missione statunitense diretta ad opporsi ai tentativi di “sovversione interna” dello status quo in Medio Oriente, fornendo ad esempio l'aiuto necessario all'intervento USA in Libano nel 1958 successivo alla caduta della monarchia in Iraq. Nell'ottobre 1959 i governi turco e statunitense conclusero anche i negoziati sullo stazionamento in Turchia di uno squadrone di missili “Jupiter” con testate nucleari, poi smantellati nel 1963.
La volontà
turca di partecipare alle iniziative politico-militari americane diminuì però
verso la fine degli anni '60, quando migliorarono le relazioni di tipo
economico e commerciale tra la Turchia e il mondo arabo e l'URSS. Così, durante
la guerra dell'ottobre 1973, la Turchia giunse a proibire agli USA l'uso delle
basi escluse quelle di comunicazione, per le operazioni di rifornimento di
Israele
Un ulteriore
peggioramento nelle relazioni USA-Turchia si verificò nel febbraio 1975, quando
il Congresso USA decretò l'embargo nella vendite di armi al governo turco in
seguito all'invasione militare di Cipro, a cui Ankara rispose con la chiusura
della maggior parte delle basi militari USA. L'impatto della decisione
statunitense sui programmi di ammodernamento delle forze armate turche fu però
assai ridotto. Durante i quattro anni in cui durò l'embargo infatti, gli aiuti
USA si ridussero a 130 milioni di dollari all'anno, solo 35 milioni in meno di
quelli precedenti all'invasione di Cipro
Il nuovo
accordo USA-Turchia limitava l'uso delle basi militari per scopi determinati in
sede Nato "non estendibili ad operazioni USA in Medio Oriente";
tuttavia alcuni protocolli segreti firmati successivamente all'accordo
legittimarono l'uso del territorio turco per le missioni della RDF e in
particolare contro il neonato "nemico islamico" in Iran. Così,
qualche mese dopo l'intesa numerosi paracadutisti USA furono messi in stato
d'allerta ad Incirlik per intervenire in ritorsione all'assalto contro
l'ambasciata americana di Teheran
Proprio in
seguito al “nuovo corso” politico-militare, la Turchia indicò anche una
maggiore volontà di giocare un ruolo attivo nella deterrenza contro le advances
sovietiche in Medio Oriente, sino a sottoscrivere nel 1982 un memorandum con
gli Stati Uniti per il potenziamento delle basi orientali, "vitali"
per monitorare i movimenti sovietici nel Caucaso, e in particolare la base
aerea di Incirlik, per cui veniva programmata la spesa di 80 milioni di dollari
Per ricambiare
l'inversione di rotta nella politica di alleanza con gli Stati Uniti, il
governo di Washington sottoscrisse un vasto programma di forniture di sistemi
d'arma alla Turchia. Nello specifico, gli USA trasferirono 15 Phantom F-4E e 6
nuovi sottomarini Type 209, e finanziarono l'ammodernamento dei vecchi carri M
47 ed M-48AI e soprattutto la coproduzione nella nuova industria di Murted, a
15 miglia da Ankara, di 160 caccia F-16, per un valore di oltre 4 miliardi di dollari
(progetto "Peace Onyx")
Così, malgrado le enormi difficoltà economiche interne in termini di inflazione e disoccupazione, la spesa per la difesa in Turchia nel periodo 1983-87 registrava uno degli incrementi netti maggiori di tutti i paesi membri della Nato, con una media del 6% annuo. In termini di percentuale, il bilancio della difesa si attestava a un valore del 4,5% rispetto al PIL e del 22,4% dell'intero bilancio nazionale.
Aiuti militari USA
a Grecia e Turchia 1970-1984 (milioni di US$)
Il Portogallo, pur non rientrando nell'area operativa del Comando Alleato in Europa, ma bensì sotto la giurisdizione del Comando del settore Ibero-Atlantico (CINCIBERLANT), dipendente a sua volta dal SACLANT, il Comandante Supremo Alleato dell'Atlantico, ha progressivamente assunto negli ultimi decenni un ruolo sempre più importante di retrovia Nato per le operazioni nell'area mediterranea e mediorientale.
Grazie alla
sua localizzazione geo-strategica il Portogallo è stato inserito nei piani
operativi alleati di supporto del "rapido rinforzo" dell'Europa in
caso di crisi, di rifornimento del fianco sud e di protezione delle unità di
superficie e degli aerei che transitano nell'area atlantica, nonché di
coordinamento delle operazioni di sorveglianza e di controllo marittimo dello
stretto di Gibilterra
Il più
importante contributo portoghese agli “interessi petroliferi” dell'Occidente, è
stato quello di autorizzare gli Stati Uniti, attraverso la stipula di accordi
bilaterali, ad utilizzare le numerose installazioni militari delle Azzorre, un
arcipelago di isole situato approssimativamente a 850 miglia nautiche ad ovest
di Lisbona, quale "stazione intermedia" nella rotta dagli Stati Uniti
all'Europa e al Mediterraneo. Tanto per comprendere quale sia l'importanza
strategica delle Azzorre, e in particolare dell'isola-fortezza di Lajes, basti
pensare che nel 1973 durante la guerra arabo-israeliana, l'US Military Airlift
Command (MAC) fu in grado di effettuare dalle basi aeree azzorrine 42 voli
cargo per Tel Aviv in un periodo di 24 ore
Infine, il
Portogallo, attraverso il CINCIBERLANT, ha assunto in ambito Nato il
coordinamento delle operazioni dirette a contrastare le iniziative sovietiche
ed ogni altra potenziale minaccia nella regione nordafricana e nell'area
dell'Africa Occidentale. A questo scopo sono state potenziate le basi militari
realizzate dagli Stati Uniti nelle isole Madeira, e in particolare quella di “Porto
Santo”, definita dagli strateghi USA, "la sola facility Nato in
grado di sostenere le operazioni aeree a sud del Tropico del Cancro"
Gli Stati
Uniti, rilanciando in chiave mediterranea il ruolo del Portogallo, hanno
contribuito direttamente all'ammodernamento delle forze armate di Lisbona,
fornendo assistenza gratuita per riportare i sistemi d'arma agli standard
previsti dalla Nato e migliorare il livello di autonomia operativa. A partire
dalla fine degli anni '70, i programmi di cooperazione militare sono stati
focalizzati nel settore aereo e navale, attraverso la realizzazione di tre
nuove fregate per la guerra antisom e la fornitura di uno squadrone di aerei
A-7, di alcuni velivoli da trasporto C-130 e dei pattugliatori P-3 “Orion”
Il rapido
miglioramento delle capacità operative portoghesi ha fatto sì che venisse
destinata al teatro meridionale della Nato (e in particolare all'Italia) la “Brigada
Mixta Portuguesa”, basata a Santa Margarida, l'unità di punta dell'esercito
lusitano, composta da tre battaglioni meccanizzati e corazzati. Sempre in
ambito Nato veniva assegnato anche il 21° Battaglione de Trupas Paraquedistas,
basato ad Aveiro ed alcune unità navali per il pattugliamento del Mediterraneo
Probabilmente l'evento più significativo all'interno del vasto programma di realizzazione di un nuovo assetto politico-militare nel fianco sud dell'Alleanza Atlantica, si è verificato nel 1982, con l'adesione spagnola alla Nato; ad essa è seguito qualche mese dopo il rinnovo dell'accordo di "Amicizia, Difesa e Cooperazione" tra la Spagna e gli Stati Uniti, che ha costituito un elemento ulteriore della strategia americana di unificazione dello scenario Europa-Medio Oriente e di razionalizzazione nella divisione del lavoro tra gli alleati.
Così come per
il Portogallo l'interesse americano per la Spagna si è sempre basato nella
capacità del territorio iberico di proiettare le forze USA al di là della zona
di responsabilità della Nato, ed è per questo che il mantenimento di proprie
basi militari nel territorio spagnolo, è stato sin dal 1953, anno d'inizio dei
rapporti di cooperazione militare ispano-americani, uno dei principali
obiettivi della politica mediterranea degli Stati Uniti
L'importanza
per le operazioni USA in Medio Oriente delle basi spagnole fu evidente sin dal
luglio del 1958, quando furono utilizzate come “trampolino logistico” per lo
sbarco dei marines in Libano e nel 1961 quando il territorio iberico fu
utilizzato come base di partenza per le truppe americane che parteciparono ad
alcune imponenti manovre della Nato in Turchia. Pur se la Spagna rifiutò l'uso
delle basi in occasione della crisi di Suez nel '67, sei anni più tardi,
durante la guerra del Kippur, gli aerei cisterna KC-135 stazionati a Torrejón
furono utilizzati per rifornire in volo i caccia statunitensi che vennero
inviati in Israele. Nel 1980, durante la crisi in Iran, il governo di Adolfo
Suarez autorizzò il transito dalla Spagna degli F-15 USA verso l'Arabia
Saudita, e nel 1978 fu perfino autorizzata l'aeronautica belga ad utilizzare le
basi delle Canarie in occasione del suo intervento in Zaire
L'accordo
USA-Spagna del 1982 non fece altro che prorogare i termini previsti dal
trattato di difesa sottoscritto nel 1976 che aveva sancito il divieto allo
stazionamento in tempo di pace di testate nucleari sul territorio iberico e il
ritiro dalla base navale di Rota dello squadrone di sottomarini nucleari “Polaris”
della US Navy, e che aveva perfezionato il trasferimento alla Spagna di 42
Phantom F-4E, di equipaggiamenti militari per 600 milioni di dollari e di 450
milioni in crediti per impianti di reattori nucleari, nonostante la Spagna non
fosse firmataria del trattato di non proliferazione
L'ingresso
della Spagna nella Nato a sua volta, accrebbe l'importanza del territorio
iberico quale "retroguardia strategica" dell'Alleanza, "che
sarebbe priva della necessaria estensione per le manovre delle sue forze se
dovesse contare esclusivamente sui territori centroeuropei"
L'integrazione
della Spagna nell'Alleanza Atlantica e il nuovo accordo di cooperazione con gli
Stati Uniti facilitarono notevolmente la realizzazione dei programmi di
ammodernamento delle forze armate iberiche. Nel 1982 fu varata la portaerei “Principe
de Asturias” dotata di 12 aerei a decollo verticale Harrier II, a cui seguì la
redazione del nuovo “Plan Estratégico consunto” (PEC), che modificava il “modello
di difesa” spagnolo, adattandolo alle nuove strategie di intervento
mediterraneo della Nato. La marina spagnola ad esempio, poneva al centro delle
proprie operazioni lo Stretto di Gibilterra con i suoi accessi prolungati sino
alle Baleari e alle Canarie e assegnava nel Mediterraneo una flotta composta da
7 fregate, 8 sottomarini e 17 navi ausiliarie, e alcuni aerei da pattugliamento
marittimo P-3 “Orion”, ponendoli sotto il coordinamento del Comando “Marairmed”
di Napoli
Se gli accordi
di Washington del dicembre 1987 per l'eliminazione dei missili nucleari a medio
raggio installati in Europa e l'annuncio di Gorbaciov del ritiro dell'Armata
Rossa dall'Afghanistan hanno segnato la fine della cosiddetta "guerra
fredda" e della contrapposizione militare ed economica tra Est-Ovest,
aprendo la strada ai processi di democratizzazione interna dei paesi orientali,
alla riunificazione delle due Germanie e allo scioglimento del Patto di Varsavia,
essi non hanno tuttavia invertito i processi di riarmo e di militarizzazione
dello scacchiere mediterraneo e mediorientale. Paradossalmente, come ha scritto
il ricercatore francese Bernard Ravanel, hanno fatto sì che Stati Uniti e paesi
Nato si sentissero "più liberi di condurre una politica estera dinamica e
di ricorrere impunemente alla “guerra di bassa intensità” contro quelli che -
movimenti e regimi - non ammettono il sistema internazionale da loro
imposto"
Persino il
vertice USA-URSS di Malta tenutosi simbolicamente a bordo di due incrociatori
nel dicembre 1989 e segnato dal rifiuto di Bush di trattare le questioni
dell'assetto strategico del Mediterraneo, delle basi straniere e della
nuclearizzazione del bacino, ha ribadito con estrema chiarezza
l'"essenzialità" per gli "equilibri internazionali" di una
forte presenza militare nel Mediterraneo
Eppure c'erano
tutte le condizioni per avviare specie in campo navale, un vasto programma di
riduzione dei dispositivi militari e di giungere perfino alla denuclearizzazione
del bacino. Si pensi all'URSS ad esempio, dove in seguito all'ascesa di
Gorbaciov, la Marina sovietica si è venuta a trovare in una fase nella quale
sono state molteplici le pressioni per ridimensionare gli organici e i compiti
assegnatele, e in cui non sono mancati gli elementi a testimonianza del
progressivo smantellamento del dispositivo navale allestito negli ultimi venti
anni. All'inizio del 1989, è stato lo stesso direttore della Naval Intelligence
dell'US Navy, ammiraglio Brooks ad affermare davanti al Congresso che
l'"OPTEMPO, il numero complessivo di giorni che la Marina sovietica ha
trascorso in mare nel 1988 si è mantenuto a livelli ridotti, proseguendo la
propria tendenza iniziata nel 1986. Nel 1988 le unità navali sovietiche hanno
trascorso più tempo in porto e all'ancora e meno tempo in mare aperto rispetto
agli anni precedenti (...). Il numero di missioni effettuate è in costante
diminuzione"
Nonostante la scelta di Mosca di ridimensionare il proprio dispositivo aeronavale nel Mediterraneo, gli Stati Uniti hanno tenuto fermo il proposito di potenziare la propria presenza militare nell'area completando l'allestimento della Rapid Deployment Force, confermando la tesi che alla base dei processi di riarmo portati avanti per tutti gli anni '80 c'era come primo grande obiettivo il dominio globale delle fonti energetiche e la dissuasione dal rimettere in discussione da parte di chiunque, il modello di sviluppo economico liberista e imperialista dell'Occidente.
Un contributo
importante allo sviluppo dei processi di militarizzazione del Mediterraneo a partire
dal 1987, veniva garantito dal maggiore attivismo nell'area dei paesi europei
della Nato. In particolare si verificava una maggiore fornitura di aiuti
militari da parte dei paesi nordeuropei a Grecia, Portogallo e Turchia, che si
affiancavano a quelli autorizzati dal Congresso USA attraverso il “Southern Regional
Amendment” varato appunto per accrescere i trasferimenti di equipaggiamenti
militari agli alleati del sud Europa, una più significativa presenza aeronavale
britannica che sottoscriveva un accordo con i francesi per il pattugliamento
con sommergibili e l'organizzazione di esercitazioni comuni, e un
"avvicinamento spettacolare" tra Francia, Italia e Spagna che
attraverso accordi bilaterali varavano una serie di progetti di cooperazione
militare in materia di sicurezza, come ad esempio il finanziamento del
programma "Helios" (una rete di satelliti di osservazione militare
per l'identificazione dello stato delle forze nel Mediterraneo e degli
obiettivi assegnati ai dispositivi nucleari)
L'accordo
Italia-Francia per il MU impegnava circa 2.200 miliardi di lire più altri 400
miliardi per lo sviluppo nell'arco di 10 anni di una famiglia di sistemi
missilistici superficie-aria denominata FSAF (Future Surface-Air Family) ed articolata
su tre elementi: il SAAM (Surface-to-Air Anti Missile) per l'autodifesa navale
con il missile a lancio verticale “Aster” 15; il SAMP-T (Surface-Air Moyenne
Porté/Terrain), una versione terrestre a medio raggio, con missile Aster 30; il
SAMP/N (Surface-Air Moyenne Porteé/Naval), una versione navale del precedente
L'Italia è
stata sicuramente il paese del fronte sud che più di tutti ha fatto proprie le
nuove strategie d'intervento politico-militare adottate dagli Stati Uniti per
l'area mediorientale. In particolare la marina italiana ha progressivamente
assunto i compiti di “difesa avanzata” e di “attacco preventivo” sanciti dalla
Strategia Marittima USA, adottando un ruolo navale molto più aggressivo capace
di coprire con autonomia i "vuoti" creatisi nel Mediterraneo
centrale con il trasferimento della VI Flotta verso il Medio Oriente e di
assumere perfino l'obiettivo di proteggere la navigazione nelle acque del Golfo
Persico proprio nella fase più acuta del conflitto Iran-Iraq
Onde garantire
l'estensione a tutto il Mediterraneo del raggio operativo della flotta
italiana, oltre a decidere l'acquisto di 16 velivoli aerei a decollo verticale
"AV 8B-Harrier" da installare sul ponte della nuova portaerei
"Garibaldi", la Marina Militare avviava un programma di potenziamento
delle unità subacquee e di quelle da combattimento, con la realizzazione di 4
nuove fregate, 8 cacciamine, una nave rifornitrice e alcune motocannoniere per
pattugliamenti veloci
La marina
italiana sostenne inoltre il tentativo della Nato di inserire i paesi arabi
moderati del Mediterraneo in una stretta e fattiva collaborazione militare,
attraverso lo sviluppo di una serie di programmi di collaborazione con alcuni
paesi nord-africani (Algeria, Tunisia ed Egitto), l'organizzazione di esercitazioni
congiunte e lo scambio di visite di unità da guerra
Anche
l'Aeronautica italiana, grazie all'adozione dei cacciabombardieri a doppia
capacità "Tornado" e dei caccia "Am-x", estendeva a tutto
il Mediterraneo il proprio raggio di azione e di strike. Per accrescere
la “flessibilità” e le “potenzialità” dei reparti, si realizzava un vasto piano
di ammodernamento delle infrastrutture ricettive, che vedeva in particolare
l'ulteriore potenziamento delle basi siciliane e delle isole minori di
Pantelleria e Lampedusa, degli aeroporti pugliesi di Gioia del Colle, Galatina
(Lecce) e di Brindisi, e la realizzazione dello scalo di Piacenza-San Damiano
Il dispositivo
meridionale alleato si rafforzava nel 1988, con l'ingresso di Portogallo e
Spagna nella UEO, l'Unione dell'Europa Occidentale, forse uno degli avvenimenti
più rilevanti per il processo di “europeizzazione” della difesa del vecchio
continente. L'inclusione dei paesi iberici nella UEO tra l'altro ha
rappresentato un elemento di rilancio dell'organismo sulla scena internazionale
favorendone la funzione di centro di coordinamento e di “omogeneizzazione”
della politico-militare dei paesi europei Nato nella gestione delle crisi
extra-area, come ad esempio il conflitto Iran-Iraq
In vista della
migliore integrazione nella pianificazione strategica della Nato, a partire dal
1987 diventava pienamente operativo il nuovo Piano Strategico delle forze
armate spagnole, con la modernizzazione e la riorganizzazione dell'esercito e
la riduzione dei propri effettivi, e nel settore aeronautico con il
potenziamento delle basi aeree di Los Llanos (Albacete) e delle isole Canarie
destinate ad accogliere i nuovi Mirage F-1, di quella di Zaragoza per ospitare
un nuovo stormo, il 15° dotato dei caccia EF-18, e la realizzazione di un nuovo
aereo da trasporto, prodotto dalla industria aeronautica nazionale CASA, l'"Herculino",
con caratteristiche simili al C-130 "Hercules"
Anche il
Portogallo prorogava gli accordi con gli Stati Uniti per la concessione della
base di Lajes (Azzorre) in supporto alle operazioni extra-Nato in Medio
Oriente, nel Golfo Persico e in Africa; inoltre sottoscriveva nel 1989 un
trattato di cooperazione con gli USA che gli permetteva di acquisire 20
cacciabombardieri F-16, alcuni elicotteri SH-2F e tanks M48 A5, diversi radar
tridimensionali e altro equipaggiamento militare. L'anno successivo venivano
stanziati dagli Stati Uniti circa 178 milioni di dollari in programmi di
assistenza militare, più 50 milioni per il potenziamento delle infrastrutture
militari nelle Azzorre. Alla modernizzazione delle forze armate portoghesi
davano un contributo rilevante gli alleati europei della Nato e in particolare
la Germania che stanziava nel 1990 746 milioni di marchi, e la Francia con
circa 4 milioni di dollari
Interessanti
novità si registravano pure nell'area del Mediterraneo orientale, e in
particolare per ciò che riguarda le relazioni Grecia-Stati Uniti-Nato. Nel 1988
infatti, alla scadenza dell'accordo quinquennale con gli Stati Uniti sulla
presenza sul proprio territorio delle basi americane, il governo greco invece
di chiedere la rimozione di esse e l'uscita del paese dalla Nato, riapriva il
negoziato di proroga e giungeva a giudicare la partecipazione della Grecia
all'Alleanza Atlantica come "essenziale, per controbilanciare la presenza
della Turchia"
Atene, dopo
aver sottoscritto con gli Stati Uniti nel novembre 1986 il “Defense Industrial
Cooperation Agreement” (DICA) per accrescere la cooperazione bilaterale
nell'area delle tecnologie militari, ultimava i negoziati in materia di lotta
comune al terrorismo. Inoltre avviava una serie di relazioni di tipo
economico-militare che nel FY 1990 fruttarono un contributo da parte
dell'Amministrazione USA di 350 milioni di dollari per l'acquisto di armi, più
750.000 dollari per l'addestramento militare dei reparti greci
Nello stesso
tempo si è verificato pure un cambio di atteggiamento della Grecia in tema di
collaborazione con la Nato nei programmi di ricerca e di sviluppo degli
armamenti comuni, e le industrie elleniche sono entrate nella coproduzione dell'Awacs
(Airborne Warning and Control System), del BICES (Battlefield Information
Collection and Exploitation System), un sistema di raccolta ed elaborazione
dati, del sistema missilistico trasportabile di difesa antiaerea "Singer
Post", e del "TRIGAT", l'arma anticarro di terza generazione
Anche la
Turchia ha moltiplicato gli sforzi per realizzare progetti militare in
cooperazione con industrie europeo-occidentali, specie nel settore della
produzione dei missili "Stinger" e "Maverick", di sistemi
di fuoco per cannoni anti-aereo calibro 35mm, di spolette elettroniche, di
apparati digitali di collegamento radio militare e di identificazione “IFF”, nonché
di maschere anti-gas, filtri e vestiario protettivo NBC
Programmi militari
USA per Grecia e Turchia (in milioni di US$) anni 1987-90
Crediti
Programmi di aiuti
Totale
Spese per i principali acquisti d'arma nei Paesi NATO del Fianco Sud (in
milioni di US$ a prezzi costanti del 1988)
È stato
tuttavia nel settore nucleare che si sono registrate le principali novità
all'interno dei paesi del fianco sud della Nato. Di estrema rilevanza per
l'Alleanza è stata la decisione di trasferire i 79 cacciabombardieri F-16 del
401° Stormo dell'USAF dalla base di Torrejón, Spagna in una base del sud Italia
per permettere alla Nato di modificare sensibilmente "l'aspetto delle
capacità d'intervento degli F-16 nel Mediterraneo centrale"
Oltre al
trasferimento degli F-16, il Gruppo di Pianificazione Nucleare della Nato in
vista di un maggiore impegno della componente aerea nucleare alleata nel fianco
sud decideva nel maggio 1987 di rafforzare qualità e numero dei vettori offrendo
la propria disponibilità a ospitare in Europa i bombardieri strategici
statunitensi B-1 e B-52, questi ultimi modificati in modo da garantire il
trasporto degli “ALCM” i missili Cruise nucleari con lancio dall'aria
Uno dei settori dove è stato più evidente il trasferimento nella regione meridionale del baricentro strategico della Nato è stato quello delle esercitazioni alleate che a partire dal 1987 hanno subito una profonda trasformazione nelle dimensioni e negli stessi criteri operativi. Le varie "Dragon Hammer", "Deterrent Force" e "Display Determination", le esercitazioni annuali della Nato nel bacino mediterraneo e le stesse attivazioni della "Navocformed" hanno fatto da banco di prova per le nuove concezioni politico-militari dell'Alleanza, fornendo un valido test per sperimentare le capacità di integrare i propri apparati di guerra in vista di quella proiezione out-of-area che con la guerra nel Golfo segnerà il vero salto di qualità della Nato.
Rispetto al passato le esercitazioni nell'area mediterranea si andranno differenziando nell'"enfasi" assegnata al "potere aereo" con un'estensione delle capacità di “strike nucleare” e di “rischieramento avanzato”, non solo dell'aeronautica statunitense ma anche di altri paesi del fianco sud, Italia e Turchia in testa.
Esse hanno
visto inoltre la comparsa nello scacchiere meridionale di nuovi protagonisti
dell'Alleanza, come ad esempio la Germania che a partire dal 1987 invia unità
della marina per integrare le flotte Nato, o come la Spagna che partecipa per
la prima volta ad una formazione navale alleata e alla proiezione avanzata di
squadroni aerei e di truppe paracadutiste nel fronte nord-orientale italiano
Parallelamente
al rafforzamento del dispositivo militare nell'area meridionale della Nato, si
registrava un'accelerazione nel processo di riarmo dei paesi mediorientali. Si
valuta ad esempio, che nel solo 1988, ai paesi della regione compresi nell'area
del CENTCOM sia stato diretto il 56% dei 15 miliardi di dollari di armamenti
venduti dagli Stati Uniti all'estero
Anche l'Unione
Sovietica avrebbe contribuito a destabilizzare gli "equilibri"
mediterranei. Secondo fonti del Pentagono, nell'agosto 1988 sarebbero stati
consegnati alla Siria diversi cacciabombardieri “Sukhoy” Su 24 dotati di un
raggio di azione di 1.300 km e alcuni Mig 29
Israele, dopo
aver firmato nell'aprile del 1987 un nuovo memorandum di "intesa
strategica" con gli Stati Uniti, acquistava dall'alleato 18 elicotteri
"Apache" e una classe di corvette dotate di elevata autonomia e di un
sofisticato armamento anti-nave
Missili balistici operativi in Medio Oriente e nell'Africa del Nord con gittata superiore ai 100 km
In seguito
all'invasione irakena del Kuwait del 2 agosto 1990, ha preso il via una
mobilitazione di forze militari e di sistemi d'arma mai verificatasi prima di
allora nell'area mediorientale e del Golfo Persico. Venivano trasferiti nel
teatro di guerra per stringere in assedio i contingenti militari irakeni e
scatenare poi la sanguinosa "Tempesta nel Deserto", 720.000 uomini
con 3.500 carri armati e 2.300 aerei da combattimento, circa 100.000 marinai su
210 unità navali di una ventina di paesi
Data l'enorme
sproporzione delle forze militari che si fronteggiavano, il conflitto si
concludeva il 28 febbraio 1991 con la resa senza condizioni dell'Iraq,
lasciando però sul campo oltre 200.000 morti a cui se ne stanno aggiungendo
altrettanti, in particolare bambini colpiti da denutrizione o malattie infettive.
La brutalità dei bombardamenti generava perfino un disastro ecologico di
proporzioni inimmaginabili; secondo fonti saudite sarebbero stati riversati nel
Golfo Persico qualcosa come 4 milioni di barili di petrolio, una quantità 18
volte superiore a quella riversata in Alaska in occasione del disastro della
Exxon Valdez
La guerra nel
Golfo ha segnato la svolta decisiva della dottrina politico-militare
dell'Alleanza Atlantica appena delineata nei criteri di base dalla Dichiarazione
di Londra del 6 luglio 1990. Contrariamente alle sue intenzioni di restare
fuori almeno formalmente dal conflitto, la Nato ha visto una intensa e diretta
partecipazione dei propri comandi e delle proprie strutture, tanto da provocare
la messa in funzione dell'organizzazione di gestione delle crisi, l'immediato potenziamento
della Forza NAEW con lo schieramento dei velivoli radar E-3A Sentry a Trapani, Preveza
e nella Turchia orientale e l'esercizio continuativo dei Centri di comando,
controllo e comunicazioni della Regione Sud dell'Alleanza, rafforzati con
personale tedesco ed olandese. Dal punto di vista prettamente operativo, la
Nato ha organizzato un dispositivo militare definito "Southern Guard"
che ha coordinato le missioni alleate in due aree: la "Dawn Set"
nella Turchia sud-orientale e la "Mednet" nel Mediteraneo. La
"Dawn Set" è consistita principalmente nel trasferimento ad Incirlik
della componente aerea della Forza Mobile Nato e di alcuni caccia F-15 e di
sistemi missilistici “Patriot” da parte degli Stati Uniti. La cosiddetta
"Med-Net" ha invece visto l'attivazione di una "rete"
navale composta da ben 37 unità da guerra, per la "copertura" delle
navi e dei velivoli diretti alle basi Nato e USAF della Turchia e dell'Arabia
Saudita. Alla "Med-Net" sono stati forniti da 9 nazioni 27 aerei del
"Gruppo Multinazionale Nato di Pattugliamento Aeromarittimo" (MPA) e
20 sottomarini, mentre tutte le unità francesi e spagnole, pur non essendo
inserite nella struttura di comando integrato della Nato hanno operato sotto il
suo controllo operativo
Sin
dall'ottobre '90, la Nato ha attivato la “Navocformed”, che ha schierato navi
di 8 paesi differenti, tra cui per la prima volta il Portogallo. La formazione
navale ha operato nel Mediterraneo orientale tra Creta e Cipro, in sostituzione
delle navi della VI flotta che hanno raggiunto il Golfo Persico e a protezione
dei sommergibili USA impiegati nel lancio di missili Cruise contro obiettivi in
Iraq
La richiesta
degli Stati Uniti di schierare nella regione del Golfo anche forze terrestri e
aeree, è stata glissata da buona parte dei paesi alleati della Nato, anche se
durante il conflitto è stata tenuta in stato di allerta la componente terrestre
dell'AMF (Allied Mobile Force), pronta ad essere trasferita in Turchia nel caso
di un'eventuale apertura del fronte di guerra nord-orientale
La Germania,
per la prima volta dal dopoguerra impegnata direttamente in una “missione”
all'estero, inviava in Turchia 410 uomini, 18 aerei “Alpha Jet” e alcune batterie
di missili contraerei Hawh, Roland e Patriot. Il governo tedesco forniva
inoltre alle forze armate americane 60 velivoli ruotati NBC "Fuchs",
mentre una batteria di missili Patriot veniva fornita ad Israele unitamente a 8
“Fuchs NBC” e a 50 autoblindo. Notevole anche l'impegno nel Mediterraneo della
Marina tedesca che arrivava a schierare sino a 7 unità navali; infine i
tedeschi finanziavano le spese di guerra alleate con più di 9.000 miliardi di
lire
Se in passato, solo le forze armate italiane erano state protagoniste in missioni multinazionali out-of-area, lo scoppio della guerra del Golfo, ha visto tutti i paesi del fronte meridionale della Nato, partecipare più o meno in forza, alle operazioni militari nel teatro del conflitto.
Italia, Spagna e Turchia sono stati sicuramente gli alleati Nato che più di tutti hanno messo a disposizione per il conflitto, risorse, uomini, mezzi e infrastrutture militari. Per la prima volta nella storia della Repubblica italiana, in aperta violazione del dettato costituzionale, le forze militari venivano impegnate direttamente in un conflitto, contribuendo alle operazioni alleate di bombardamento contro obiettivi civili e militari in Iraq e in Kuwait. A tale scopo l'Aeronautica utilizzava 10 cacciabombardieri “Tornado” IDS, rischierati presso la base aerea di Dhafra negli Emirati Arabi Uniti, mentre 6 caccia RF-104G venivano inviati in Turchia con compiti di ricognizione aerea.
Contemporaneamente
veniva attivato il 20° Gruppo Navale della Marina Militare per la protezione
delle portaerei statunitensi schierate nelle acque del Golfo Persico. Il
governo concedeva agli alleati l'uso delle principali basi aeree e di buona
parte dei porti militari e civili presenti in Italia, per le operazioni di
trasferimento di truppe e sistemi d'arma nel Golfo. Tra l'altro veniva concessa
l'autorizzazione agli Stati Uniti a schierare negli aeroporti di Gioia del
Colle e di Trapani-Birgi 8 cacciabombardieri F-16 ed F-18 con il ruolo di
"dissuasione nucleare" contro i paesi nordafricani oppositori del
conflitto, e ad utilizzare gli scali civili di Malpensa, Fiumicino e di
Fontanarossa (CT) per il transito di velivoli cisterna KC-10
La Spagna dopo
aver inviato nel Golfo 2 corvette e una fregata, ha messo a disposizione degli
Stati Uniti la base aerea di Morón de la Fronteira per lo stazionamento dei
bombardieri B-52 utilizzati contro obiettivi in Iraq, la base di Zaragoza per
gli aerei cisterna che li rifornivano in volo e la base di Torrejón per il
transito degli aerei da trasporto "Galaxy". Inoltre, l'aeronautica
spagnola ha garantito il trasporto aereo da Zaragoza a Morón delle bombe dei
B-52
Imponente lo
schieramento allestito dalla Turchia, il paese Nato direttamente confinante con
l'Iraq; Ankara ha trasferito la 2^ Armata dell'esercito nel sud-est
dell'Anatolia e ha autorizzato gli alleati e in particolare gli Stati Uniti ad
utilizzare le principali basi aeree turche per sferrare le operazioni di
attacco contro Baghdad
Solo la Grecia e il Portogallo hanno preferito evitare il coinvolgimento diretto nelle operazioni di guerra. Pur mettendo a disposizione degli Stati Uniti le proprie basi per le operazioni di trasferimento dei mezzi militari in Medio Oriente, essi si sono limitati ad inviare alcune unità navali da pattugliamento e un velivolo da trasporto C-130.
Si è molto
discusso su quali siano state le reali motivazioni che abbiano spinto gli USA
ad intervenire militarmente in modo così massiccio contro l'Iraq. André Gunder
Frank ha scritto che la reazione militare americana nel Golfo ha rappresentato una
risposta alla pericolosa recessione economica interna e alle minacce da parte
del Congresso di ridurre il budget militare proposto da Bush, similmente con
quanto era successo in passato negli Stati Uniti per le guerre di Corea e del
Vietnam e per la spinta riarmista negli anni di Reagan, o nel caso della Gran
Bretagna per la guerra delle Falklands-Malvines
Di sicuro, il
conflitto del Golfo ha permesso la riorganizzazione dei rapporti di forza
mondiali, accentuando l'egemonia da parte di ristretti soggetti ed apparati del
potere politico-economico a scapito della stessa democrazia e della
partecipazione collettiva alla formazione delle decisioni
A questo scopo
gli Stati Uniti hanno stipulato subito dopo la fine del conflitto un trattato
decennale di cooperazione militare con il Kuwait che legittima la presenza
militare nell'Emirato di una brigata corazzata USA di 5.000 uomini, ed autorizza
la realizzazione di depositi di armi ed equipaggiamenti e la conduzione di
esercitazioni congiunte
Secondo il
portavoce della Casa Bianca Martin Fitzwater, si starebbe anche per realizzare
un quartier generale dell'"US Central Command" in Bahrein trasferendo
nell'emirato arabo 3.200 militari dalla Florida onde "agevolare lo
svolgimento di esercitazioni e il coordinamento con gli alleati della
regione"
I Paesi arabi del Golfo membri della Coalizione anti-irakena si sono espressi per la realizzazione di un patto di difesa reciproca e un piano di sviluppo economico congiunto. Essi dovrebbero dare vita ad una forza combinata, rafforzata su richiesta da contingenti egiziani e siriani e appoggiata dalle potenze occidentali con materiale, addestramento, supporto aereo e navale. Secondo quanto dichiarato il 6 marzo 1991 al Congresso da Bush l'aiuto americano "non comporta lo stazionamento di forze di terra americana nella penisola arabica, ma significa che unità americane parteciperanno ad esercitazioni congiunte coinvolgenti forze di terra e dell'aria. Significa anche che gli Stati Uniti manterranno una significativa presenza navale nella regione...". In realtà quantitativi di materiale pesante sono rimasti nella regione sia sotto forma di cessioni a forze armate locali, sia in depositi in base ad accordi di pre-positioning al fine di averli immediatamente a disposizione in caso di possibili future necessità.
Accanto al
potenziamento delle proprie forze terrestri gli Stati Uniti si sono garantiti
in Medio Oriente un'imponente componente di volo. Sempre in Arabia Saudita, ad
esempio, presso la base di Musayf, l'US Air Force mantiene in stato di allarme
24 "bombardieri invisibili" F-117 pronti a ritornare in azione contro
obiettivi irakeni
Il conflitto
ha tuttavia lasciato irrisolte buona parte delle questioni chiave dell'area
mediorientale (questione palestinese, Libano, Cipro, ecc.), aggravando le
condizioni di vita del popolo curdo in Iraq. Israele nonostante sia stata
costretta ad accettare controvoglia l'indizione di una conferenza
internazionale sul Medio Oriente ha ottenuto che ad essa partecipi una rappresentanza
palestinese priva di esponenti dell'OLP e perfino degli stessi leader moderati
residenti a Gerusalemme est, confermando così l'assoluta indisponibilità a
rimettere in discussione l'annessione "de facto" dei territori di
Gaza e della Cisgiordania. Non è casuale che il Ministero delle costruzioni
israeliano abbia recentemente varato un piano per l'insediamento di oltre mezzo
milione di coloni ebrei e di alcune aree industriali a Gerusalemme Est, a Gaza
e nella West Bank
Dopo aver
mantenuto un'attività di "basso profilo" nel conflitto, Israele ha
effettuato più volte voli intimidatori della propria aviazione sul territorio
irakeno e ha ripreso in grande stile i raids contro i campi palestinesi
ospitati nel sud del Libano. Su di essi si sono scatenati perfino gli attacchi
dell'esercito libanese, che ha annientato la guerriglia palestinese e distrutto
gli stessi campi profughi di Sidone. L'attacco sarebbe stato deciso dal
presidente libanese Hrawi per assumere il pieno controllo delle regioni
meridionali, di comune accordo con le forze armate siriane. Il governo di
Damasco, dopo essersi guadagnato l'appoggio di Stati Uniti e del mondo
occidentale, dimostra così di avere esteso la propria sovranità su buona parte
del Libano, paese con cui ha sottoscritto nel giugno un trattato di Cooperazione
Militare che trasforma l'alleato in un satellite siriano. La coscienza del
governo siriano di poter nuovamente ricoprire un ruolo da protagonista nello
scacchiere mediorientale ha fatto sì che esso riaprisse con Israele il
contenzioso sulla restituzione dei territori del Golan occupati nel 1967. Ciò
potrebbe in futuro portare a nuove frizioni e contrasti tra il regime siriano e
il governo israeliano, il quale prevede di raddoppiare entro un paio di anni il
numero di coloni ebrei insediati sulle alture del Golan, così da bilanciare la
popolazione drusa
Il Kuwait
"liberato" non sembra disponibile a dar vita a un processo di
democratizzazione interna ed è lacerato dai “pogrom” lanciati contro la
popolazione residente di origine palestinese, accusata di
"collaborazionismo" con l'invasore irakeno. Sono già centinaia le
sentenze di condanna a morte pronunciate dai tribunali militari kuwaitiani
Appena conclusa
l'operazione "Tempest Storm" l'Amministrazione americana ha
annunciato la sua intenzione di concludere nel corso del FY '91, tutta una
serie di vendite di armi e di altri equipaggiamenti militari a quattro Paesi
arabi del Medio Oriente che si sono schierati a fianco degli Stati Uniti
durante il conflitto. Questi quattro Paesi (Arabia Saudita, Egitto, Bahrein ed
Emirati Arabi Uniti), starebbero ricevendo armi americane per un valore
complessivo di 18 miliardi di dollari
Di proporzioni
enormi anche gli "aiuti" militari concessi dal governo di Washington
ad Israele. Le forze armate USA hanno trasferito direttamente a questo paese
sofisticati sistemi d'arma (caccia, elicotteri, batterie di missili
"Patriot", ecc.); inoltre, grazie all'intervento finanziario USA è
stata possibile la realizzazione in loco di nuovi armamenti strategici che
sicuramente avranno conseguenze destabilizzanti per l'area mediorientale. Ad
esempio circa 200 milioni di dollari sono stati investiti dagli Stati Uniti per
la messa a punto del missile anti-missile "Arrow" già sperimentato
con successo nel Mediterraneo da Israele e per la progettazione del sistema
contraereo "Adams" e dell'aereo teleguidato "UAV-SR"
Un grosso
contributo al rilancio in grande stile dei progetti militari israeliani è
giunto anche dalla Germania che durante la crisi nel Golfo ha fornito aiuti per
oltre 750 miliardi di lire
Perfino la
Siria, per anni considerata dall'occidente una dei principali mandanti del
terrorismo internazionale, grazie alla sua partecipazione alla guerra contro
Saddam Hussein ha ricevuto 146 milioni di ECU dalla CEE in aiuti economici
L'Iran è inoltre
ritornato ad essere un grosso acquirente nel mercato internazionale delle armi.
Dopo aver concluso l'acquisto di numerosi velivoli d'attacco di produzione
sovietica e francese, avrebbe ricevuto dalla Corea del Nord una fornitura di
150 Scud-C "Nodong-1" con una gittata superiore ai 1.000 km, mentre
ha avviato i contatti con il governo russo per l'acquisto di tre sottomarini
della classe "Kilo" e con un non meglio precisato paese occidentale
per la fornitura di 5 minisommergibili da 400 t., con i quali costituire una
flotta subacquea per il controllo dello stretto di Hormuz
Ulteriore
fonte di preoccupazione è stato il recente accordo siglato tra la Cina e l'Iran
per la costruzione di un "micro-reattore nucleare" e di un impianto
per la separazione degli isotopi utilizzabile per la produzione di testate
nucleari
L'Iran non è
comunque l'unico paese che ha drammaticamente riproposto la questione della
proliferazione nucleare orizzontale nell'area mediterranea e mediorientale. Lo
sfaldamento dell'URSS ha ad esempio moltiplicato il numero degli Stati in
possesso di armi nucleari ponendo nello specifico l'enigma sul futuro controllo
delle armi nucleari installate nella repubblica del Kazakistan, dove la
presenza di 104 missili balistici intercontinentali SS-18 con 1.040 testate e
di una base con 40 bombardieri strategici Tu-95 a Semipalatinsk, non potrà non
avere ulteriori effetti destabilizzanti per il teatro mediorientale
Secondo quanto
dichiarato dal segretario alla Difesa Cheney il 13 gennaio 1992 a Bonn, entro
la fine del secolo saranno da 15 a 20 i paesi del terzo mondo in grado di lanciare
missili balistici e "la metà di loro potrebbe disporre anche di bombe
atomiche". Un rapporto francese indica tra questi Israele, Algeria, Iraq,
Iran, Libia e Siria
In particolare
l'Algeria grazie alla tecnologia europea ed orientale starebbe costruendo un
reattore nucleare con capacità militari; tuttavia ciò che ha destato più
sconcerto è stata la recente pubblicazione negli USA, del libro di Seymour
Hersh L'opzione Sansone secondo cui Israele sarebbe giunto al possesso
di oltre 300 testate nucleari, tra cui mine, proiettili nucleari per artiglieria
e perfino numerose bombe a neutroni. L'autore ha anche rivelato che i generali israeliani
avevano ordinato la predisposizione dei missili nucleari fuori dai silos per
essere lanciati contro l'Iraq nel caso in cui Saddam Hussein avesse usato le
armi chimiche contro lo stato ebraico
Di fronte a questa folle rincorsa riarmista da parte dei principali protagonisti mediorientali, con tanto di benedizione dei governi occidentali e dei più grossi complessi internazionali dell'industria militare, non è difficile prevedere per il futuro il riaccendersi di nuovi e più violenti conflitti nell'area.
Principali acquisti di materiale militare in Medio Oriente, anni 1990-1992
Arabia Saudita
Bahrein
Cipro
Egitto
Emirati Arabi Uniti
Iran
Israele
Kuwait
Oman
Qatar
Siria
In linea con
un processo evolutivo che come abbiamo visto ha preso il via quasi venti anni
fa, l'Alleanza Atlantica ha ufficializzato il mutamento della stessa filosofia
che ne ha sorretto la nascita, quello della lotta globale al comunismo, con una
visione più dinamica, probabilmente più spregiudicata e dunque più pericolosa
di quello che deve essere il nuovo ordine politico ed economico da difendere
attraverso la trasformazione dell'organizzazione e della gestione dei propri
apparati e strumenti militari. Non è stato un processo di metamorfosi semplice,
e soprattutto non sono stati ancora chiaramente definiti i contorni del nuovo
panorama strategico, specie dopo lo scoppio dei conflitti interetnici che hanno
portato alla scomparsa della federazione jugoslava e alla rapida quanto
imprevista frantumazione dell'impero sovietico. Restano da superare in seno
all'Alleanza Atlantica ancora alcuni contrasti, particolarmente in merito a chi
deterrà la leadership tra gli europei e sulle modalità d'integrazione del
Giappone, una potenza industriale che solo di recente si è affacciata nella
scena della politica militare internazionale (il parlamento giapponese ha
approvato il 3 dicembre 1991 il progetto di legge che autorizza l'invio di
militari all'estero in "missioni di pace" sotto l'egida dell'ONU), e
le cui capacità tecnologiche e di intervento nei mercati mondiali destano
sempre più forti preoccupazioni in occidente. Non sono pochi coloro che prevedono
ad esempio una sempre più stridente conflittualità nelle relazioni
USA-Giappone-Europa, con gravi conseguenze per il sistema di sicurezza
internazionale. Tra questi commentatori appartiene lo stesso Henry Kissinger
che ha previsto per "gli anni ‘90" una "politica estera
giapponese sempre più aggressiva e un'accelerazione del suo riarmo"
Il bilancio
della difesa giapponese per il 1992 presenta in realtà un incremento del 3,8%
rispetto a quello del 1991, con una previsione di spesa complessiva per 36.415
milioni di dollari, di cui 6.921 destinati per l’acquisizione di nuovi
materiali da guerra (caccia, elicotteri, batterie di missili “Patriot”,
lanciarazzi MLRS)
Non sono
mancati comunque alcuni timidi tentativi di associare il Giappone alle
politiche strategico-militari della Nato e "consacrare la nascita di un
nuovo "blocco triangolare" USA-Giappone-Europa”
Altro nodo
rilevante da sciogliere continua ad essere quello dei confini geografici
istituzionali della Nato che molti vorrebbero risolto con la revisione del
trattato e con l'abolizione di tali limiti, così da consentire interventi
ovunque si manifesti la minaccia agli "interessi vitali" degli stati
membri, ma che sino ad ora è stato glissato "pragmaticamente"
attraverso consultazioni collettive seguite dall'impegno individuale e
volontario dei soli paesi capaci e disposti a intervenire, magari con un
utilizzo della UEO come organo di gestione alleata delle missioni out-of-area
Un'anticipazione
del processo di evoluzione "a tutto campo" dell'Alleanza Atlantica lo
ha fornito il documento finale elaborato dal recente vertice Nato di Copenaghen
del giugno '91, ove si affermava che "gli sviluppi mondiali che toccano i
nostri interessi di sicurezza sono soggetti legittimi di consultazione e nel
caso, di coordinamento. Noi quindi, tratteremo sempre di più questioni globali
e di nuovo profilo mondiale". La Nato si autopropone così nei fatti come
un soggetto politico-militare "senza più confini", segnando secondo
quanto affermato da Manfred Woermer, segretario generale della Nato, "la
più radicale trasformazione della storia"
Tuttavia
quello della "colonna europea" ("European Pillar") in
ambito Nato, e delle sue relazioni con alcune istituzioni europee come la CEE e
la UEO, continua ad essere uno dei temi più controversi e dibattuti all'interno
dell'Alleanza Atlantica specie in vista del processo di unificazione politica,
e che certamente i vertici di Roma e di Maastricht non hanno contribuito a
risolvere del tutto. Se infatti esiste unanimismo in merito alla scelta
operativa a "360 gradi" della nuova Nato, i partner europei si
trovano sensibilmente divisi sul futuro ruolo della difesa europea. Proprio qualche
giorno prima dell'apertura del vertice Nato del novembre 1992, Francia e
Germania da una parte, Italia e Gran Bretagna dall'altra hanno presentato due
progetti, che pur tra suggerimenti analoghi (ad esempio, il trasferimento delle
sedi della CEE e della UEO nella stessa città), ponevano una discriminante
politica di fondo: una difesa europea più autonoma dagli americani secondo
Parigi e Bonn, più integrata nella Nato e quindi con il Pentagono secondo Roma
e Londra. Il progetto franco-tedesco tra l'altro, prontamente sostenuto dal
governo spagnolo, ha previsto la costituzione di una Brigata congiunta di
circa 50 mila uomini, da cui dovrebbe nascere nel 1996 una forza comune europea
nell'ipotesi di un rafforzamento dell'UEO, come organismo di difesa e di
sicurezza della CEE e in seguito dell'Unione politica europea
A conclusione
del vertice di Roma, è stato comunque raggiunto un compromesso transitorio: se
da una parte si è riaffermato il principio della Nato come "organo
decisionale alleato", dall'altra è stata salutata con favore la
costituzione di una forza europea multinazionale a condizione che "non
costituisca l'alternativa europea all'Alleanza"
Il vertice di
Roma ha anche ipotizzato l'estensione dell'area geografica del futuro
"pilastro europeo" verso l'Europa orientale, dove se pur a breve
termine è da escludersi la possibilità di un ingresso nell'Alleanza di Paesi
dell'ex Patto di Varsavia, si è auspicata la "sottoscrizione" di una
specie di "polizza assicurativa" nei confronti di Bulgaria,
Cecoslovacchia ed Ungheria che hanno mostrato più volte simpatie Nato, o di
altri Paesi (Slovenia, Repubbliche baltiche, ecc.) che chiedono una
"copertura" del cosiddetto "vuoto di sicurezza" apertosi ad
Est
La Nato non
nasconde perfino i propri interessi di giocare un ruolo più attivo nel
conflitto che ha lacerato la Yugoslavia. Pur se da una parte l'Alleanza
Atlantica sembrerebbe tenersi il più distante possibile, non è difficile
ricondurre la proposta di invio di truppe e di unità navali UEO nel teatro
degli scontri allo scopo di "aprire un varco alla Nato stessa nella
medesima direzione", data la "complementarietà" delle forze
armate europee con quelle poste sotto il comando dell'Alleanza Atlantica
Un secondo
punto di novità, che non potrà non avere che riflessi negativi sul processo
appena avviato di costruzione di un organismo internazionale super partes
(una "ONU riformata") che intervenga pacificamente nella risoluzione
dei conflitti, è stata l'apertura dell'Alleanza Atlantica ad altre istituzioni
europee e nordamericane. Secondo quanto si legge nel documento finale del
vertice di Roma, gli alleati s'impegnano "a costruire una nuova
architettura di sicurezza europea in cui la Nato, la CSCE, la CEE, l'UEO e il
Consiglio d'Europa si completeranno" e in particolare ad "offrire
alla CSCE" gli strumenti per "gestire e risolvere" le crisi
internazionali
Anche in
questa prospettiva, in occasione della sessione ministeriale del dicembre 1991
del Consiglio atlantico è stato dato il via al processo di formazione di
vincoli di lavoro effettivi tra la Nato e la UEO, in modo da garantirne una
stretta cooperazione. Sono stati formalizzati contatti regolari tra le due organizzazioni,
in vista tra l'altro dell'"armonizzazione dei metodi di lavoro e della
sincronizzazione delle date delle riunioni più importanti”. Tale cooperazione
dovrebbe essere notevolmente facilitata dal previsto trasferimento del
Segretariato dell'UEO a Bruxelles e da una probabile fusione delle
rappresentanze nazionali presso i due organismi. “Con le sue iniziative
relative all'UEO e alla CSCE”, ha affermato il vice segretario generale della
Nato per gli Affari politici, Gebhardt Von Molkte, “l'Alleanza Atlantica ha
incominciato a rendere operativo il suo concetto di "rete di istituzioni
interconnesse": in quest'ambito le più importanti organizzazioni non soltanto
si integreranno a vicenda, ma saranno chiamate ad accrescere il coordinamento
dei propri sforzi”
Decretata la
scomparsa del "nemico da Est", il vertice di Roma ha tentato di
ridefinire l'immagine e la portata delle nuove "minacce"
all'"ordine internazionale" restaurato con la guerra nel Golfo, non
fosse altro per poter giustificare di prolungare all'infinito l'esistenza
dell'Alleanza. I "rischi che rimangono per la sicurezza degli
Alleati", sono stati così raffigurati "dai multivolti nella natura e
multi-direzionali", difficili da "prevedere e stimare". Si è
accennato alla proliferazione di armi di distruzione di massa, all'interruzione
del flusso delle risorse vitali e ad "azioni di terrorismo e
sabotaggio"
Il "pilastro
europeo" in particolare, ha avviato una politica unitaria per opporsi alla
"pressione da Sud". Il 30 ottobre ’92, ad esempio, si è tenuto a
Berlino un incontro dei ministri dell'interno CEE e di Austria e Svizzera, per
delineare un approccio comune al problema delle immigrazioni clandestine e per
"rivedere i criteri della concessione d'asilo", modificando le stesse
norme della Convenzione di Ginevra del '52. Il vertice in Germania è seguito
alla costituzione tra Francia, Germania, Italia, e Benelux del cosiddetto "Gruppo
di Schengen" che ha definito in un trattato alcune misure collettive per
il controllo delle frontiere contro l'immigrazione, tra cui la riconsegna al
paese d'origine delle persone espatriate illegalmente e l'impegno comune a
"impedire alle persone provenienti dal proprio stato di espatriare
illegalmente in un altro"
Nel campo della lotta "militare" contro l'immigrazione, l'Italia ha assunto un ruolo “leader” in Europa con la decisione di allestire due centri logistici dell'Esercito a Valona e a Durazzo in Albania e di trasferire alcune unità della Marina nelle acque territoriali albanesi per impedire la partenza di imbarcazioni di profughi, sancendo previo assenso dei principali partners occidentali, la “riannessione” all'Italia della ex colonia in una fase di estrema destabilizzazione dell'area balcanica.
Intanto va
segnalato che in occasione del Meeting del Comitato di pianificazione della
Difesa, tenutosi a Bruxelles il 13 dicembre 1991, è stato deciso di avviare la
modifica della struttura di comando della Nato, attraverso la riduzione del
numero dei Comandanti principali della Nato da tre a due: SACEUR e SACLANT.
Inoltre è stato deciso che, nell'ambito del Comando alleato in Europa, vi siano
tre Comandi subordinati, competenti per la Regione meridionale, per quella
centrale e per quella nord-occidentale. Per la regione centrale si è
programmata la fusione innanzitutto degli attuali cinque Comandi subordinati in
due comandi: uno per le Forze terrestri e uno per le Forze aeree
Sul piano
squisitamente tecnico la nuova politica "deterrente" della Nato punterà
su tre obiettivi principali: flessibilità, mobilità e multinazionalità. Secondo
quanto ribadito dal generale John Galvin, comandante supremo delle forze del
Patto Atlantico in Europa, la Nato "cambierà la filosofia di impiego delle
forze, l'addestramento operativo, l'organizzazione, la prontezza operativa e la
stessa struttura di comando"
Nello
specifico, si prevede che alle frontiere "critiche" sia organizzata
una prima linea di difesa più sottile, costituita da forze pronte al
combattimento (alcune brigate di fanteria leggera aerotrasportate). In caso di
necessità queste unità potranno essere rinforzate da reparti di pronto
intervento, anch'essi disponibili in un arco di tempo ristretto.
Successivamente l'afflusso dei rinforzi all'eventuale teatro di guerra vedrà
l'attivazione di unità con un minor grado di prontezza al combattimento. È infine
prevista la possibilità di una mobilitazione generale, grazie alla costituzione
di unità ex novo o in posizione quadro che necessiteranno di un
"ragguardevole" periodo di addestramento prima di poter essere
schierate (sono le cosiddette "Main Defense Forces")
"Spina
dorsale" delle nuove dottrine operative della Nato sarà la "Ace Rapid
Reaction Force" la potente forza di intervento rapido che è stata varata
il 13 aprile 1991 in occasione del vertice dei capi militari dell'Alleanza
Atlantica di Copenaghen. La "Rapid Reaction Force" sarà una forza
multinazionale con effettivi ed armamento a livello di corpo d'armata a
disposizione del SACEUR (il Comandante supremo delle forze alleate in Europa)
ma con comando inglese e composta da 4 divisioni (2 britanniche), una
tedesco-britannica-belga-olandese, e una italo-greca-turca-portoghese con
partecipazione spagnola e comando italiano, assegnata operativamente al Fianco
Sud
La forza principale della nuova struttura di intervento rapido sarà schierata nella regione centrale e consisterà di una serie di Corpi d'armata multinazionali:
Queste formazioni pesanti, ad alto livello di prontezza operativa, sostituiranno l'attuale schieramento massiccio in centro Europa. Per fronteggiare crisi e situazioni di emergenza la Nato ricorrerà innanzitutto ad una Forza di Intervento Immediato, costruita intorno all'AMF-ACE multinazionale, una formazione a livello di Brigata con proprio supporto aereo, cui partecipa l'Italia con il Gruppo Tattico Susa ed aerei da combattimento.
Questa vera e propria Forza di Reazione sarà così composta:
Per la mobilità
dei reparti e dei mezzi aeronavali, settore questo dove i paesi europei della
Nato accusano dei “ritardi” rispetto gli Stati Uniti, è prevista inoltre la
realizzazione di un "Comando interalleato di trasporto e di
rifornimento" con possibilità di accesso diretto ai velivoli ed alle unità
navali in caso di necessità. Inoltre è stato dato il via a un progetto per la
realizzazione dei vettori da trasporto che sostituiranno entro il 2000 i vecchi
C-130: 5 società europee (Alenia, Casa, Aerospatiale, Dasa e British Aerospace)
si sono consorziate per costruire un nuovo aeroplano da trasporto europeo
l'"Euroflag", un progetto per cui sono previsti investimenti per 2-3
mila miliardi di lire
È stato anche
chiarito che per rispondere ai nuovi criteri di "mobilità" e
"multinazionalità" non sarà sufficiente unificare organizzativamente reparti
e regole tattiche, ma si dovrà giungere ad "omogeneizzare" presto gli
armamenti e gli equipaggiamenti delle forze armate dei paesi Nato. E ciò avrà
sicuramente dei riflessi negativi dirompenti sull'economia occidentale, dato
che è prevedibile una notevole espansione dei bilanci alla difesa
dell'Alleanza. Non è un caso che l'IEPG (Indipendent European Programme Group),
un'agenzia che coordina la ricerca, lo sviluppo e la produzione di armamenti
tra i paesi europei membri della Nato, abbia recentemente varato un vasto
programma di ricerca tecnologica a fini militari denominato "Euclid"
(European Cooperation for the long term in defence), che prevede l'intervento
in 13 settori tematici (C3, elettronica, ecc.) e una spesa annua di circa 120 milioni
di ECU (136 milioni di dollari)
Tuttavia, ciò
che più direttamente inciderà sui futuri assetti internazionali, sarà la
definitiva scomparsa all'interno dell'Alleanza Atlantica di quella che è stata
definita la "sindrome centroeuropea", sostituita da un comune
impegno nella gestione del dispositivo militare nel Sud Europa e dalla
determinazione unanime ad intervenire nelle questioni mediorientali. Il gen.
Galvin ha già annunciato un nuovo potenziamento del Comando alleato dell'Europa
meridionale (AFSOUTH), quale "passo fondamentale per la cosiddetta “federalizzazione”
strategica della regione meridionale"
Sempre in
vista del potenziamento del dispositivo alleato nel Fianco Sud, il Consiglio
Atlantico ha ribadito l'"importanza vitale" per la sicurezza della
Regione Meridionale del rischieramento degli F-16 del 401st TFW nel sud Italia
Sarà inoltre
potenziato il dispositivo di "allarme radar" nel fianco sud. A
partire dal marzo 1992 infatti, entreranno in azione i 7 velivoli Sentry AEW 1
acquistati dalla RAF (l'aeronautica britannica); essi saranno integrati nella
Nato AEWF (Airborne Early Warning Force) ed alcuni opereranno dalle tre basi
avanzate (FOB) di Trapani, Preveza e Konya
In vista del
rafforzamento del dispositivo di difesa dell'Europa meridionale, è stato deciso
l'ingresso della Grecia nella UEO entro la fine del 1992; inoltre è stato
formalizzato un invito ad aderire agli altri paesi della CEE che non ne fanno
parte
La sempre più aggressiva proiezione delle forze armate alleate nel bacino mediterraneo ha trasformato l’area in un immenso poligono aereonavale dove si fanno sempre più imponenti le esercitazioni congiunte e dove appare sempre più importante il ruolo assunto dalle basi siciliane. Una prova generale dei futuri scenari di guerra è stata la “Dragon Hammer”, l’esercitazione Nato che si è tenuta nel Mediterraneo centro-occidentale dal 6 al 20 maggio 1992 e in cui sono stati impegnati ben 390 velivoli di Francia, Germania, Gran Bretagna, Grecia, Italia, Olanda, Portogallo, Spagna, Stati Uniti e Turchia, schierati su 20 aeroporti. L’operazione ha visto una prima parte (“esercitazione Demon Jam"), dedicata all'addestramento alla guerra elettronica contro obiettivi in Francia e Spagna. La seconda fase è stata incentrata su missioni di superiorità aerea e di supporto alle forze di superficie, sia terrestri che navali; nell'ultima fase si sono susseguite azioni di difesa e attacco su più “fronti avversari”. La peculiarità di questa “Dragon Hammer” è stata tuttavia legata principalmente all’attivazione della catena di comando e controllo e di una imponente componente missilistica di difesa aerea. Dagli Stati Uniti è stato trasferito alla base siciliana di Comiso un sistema “TACS” (Tactical Air Control System) gestito dal 101° Tactical Control Squadron, parte della Massachussets Air National Guard; si tratta di un'unità radar concepita per essere facilmente trasportata ed attivata e che nell'esercitazione ha avuto il compito di fungere da interfaccia tra i radar aeroportati, quelli navali e la catena terrestre NADGE (in particolare con il sito di Mezzogregorio, in provincia di Siracusa) e con il sistema missilistico terra-aria “Patriot” anch'esso installato a Comiso e proveniente dalla base tedesca di Stolzenau, anche se di proprietà del 5° Gruppo Missili Guidati dell'Aeronautica Olandese.
Anche
l'Esercito Italiano ha contribuito ad incrementare la capacità difensiva
contraerea della base di Comiso e di alcune zone di campagna della Sicilia
orientale, tramite il rischieramento dalle sedi stanziali nel nord Italia, di
missili Hawk, di cannoni Breda-Bofors da 40 mm e da mitragliatrici M-55 “Maxon”
da 12,7 mm. Come è stato sottolineato dal comando operativo dell’intera
esercitazione, “Dragon Hammer è stata un'occasione per approfondire lo studio
dei nuovi sviluppi nella strategia di intervento dell'Alleanza che si orienta
sempre più su unità contenute, molto flessibili, di facile rischieramento anche
con breve preavviso e facilmente integrabili in contesti internazionali ed
interforze”
Nonostante
l'annuncio del Pentagono che entro il 1995, 381 installazioni europee saranno
smantellate o parzialmente ridotte, e che il numero dei militari statunitensi
in Europa sarà dimezzato da 300 mila a 150 mila
Di contro i
programmi del Dipartimento della Difesa statunitense prevedono il potenziamento
di tutta una serie di infrastrutture mediterranee, tra cui la base navale di
Rota e la base di Morón in Spagna, la realizzazione di un centro ospedaliero
presso la base di comunicazione dell'Air Force di Sinop, in Turchia, mentre
nelle basi aeree di Incirlik e di Pirincirlik, verranno ampliati i depositi di
stoccaggio munizioni, gli hangar della componente aerea e gli alloggi per il
personale USA (per queste due basi turche è prevista una spesa in tre anni di
oltre 26 milioni di dollari)
Tuttavia
ancora una volta saranno le basi italiane a subire i lavori maggiori di
ampliamento e di potenziamento. Attualmente è in avanzata fase di realizzazione
il progetto di trasferimento delle infrastrutture della “Naval Support Activity”
di Napoli da Agnano all'aeroporto di Capodichino ("Project Pronto"),
resosi necessario per "ridurre la minaccia dell'attività sismica ed
eruttiva del Vesuvio, migliorare la protezione dall'esterno e l'operatività
della base, potenziare i centri C3I di comando, controllo, comunicazioni ed
intelligence della US Navy e il centro di trasmissione via satellite"
Sempre in
Italia sono in via di realizzazione una nuova facility per lo stoccaggio
del Materiale di Riserva di Guerra e la protezione delle componenti aeree ad
Aviano, un nuovo ospedale militare a Camp Ederle, Vicenza, mentre è appena
stata potenziata la base di San Vito dei Normanni, uno dei più importanti
centri di intelligence e di monitoraggio elettronico nel Mediterraneo
Fondi
per l'ampliamento delle basi USA in Italia (in US $) - 1988-1991
US Air Force
US Navy
US Army
Totale 425.591.000 US $
Anche il
futuro volto "nucleare" della Nato è attualmente al centro della
discussione dei vertici militari dell'Alleanza Atlantica. Nonostante i tagli
agli arsenali decretati in questi ultimi anni dai trattati INF e START
(quest'ultimo per la riduzione entro sette anni delle armi nucleari strategiche
di USA e URSS), la rinuncia nell'aprile del 1990 a modernizzare i Lance, e la
decisione del vertice del Gruppo di Pianificazione Nucleare della Nato di
Taormina di ridurre entro i prossimi tre anni l'80% dell'arsenale nucleare
tattico dell'Alleanza basato a terra (le cosiddette "SNF" - Short
Nuclear Forces) e di rinunciare a circa il 50% delle atomiche trasportate dai
cacciabombardieri, l'opzione nucleare resta un caposaldo per le strategie di
guerra globale della Nato. Nel comunicato finale emesso il 18 ottobre 1991 al
termine degli incontri di Taormina si legge che: "Le armi nucleari
continueranno nell'immediato futuro a giocare un ruolo essenziale nell'ambito
della strategia globale della Nato dal momento che le sole forze convenzionali
non possono assicurare un soddisfacente livello di deterrenza. Continueremo quindi
a schierare in Europa forze nucleari strategiche moderne ed efficaci,
costituite unicamente da velivoli polivalenti. Forze nucleari sub-strategiche
continueranno ad assicurare i necessari collegamenti militari e politici alle
forze nucleari strategiche ed a dimostrare la solidarietà nei confronti
dell'Alleanza". Ancora più esplicito il documento finale del vertice di
Roma dove si ribadisce il principio delle armi nucleari come "contributo
unico nel rendere i rischi di ogni aggressione incalcolabili e
inaccettabili" e quale "legame politico e militare tra i membri
europei e nordamericani dell'Alleanza"
La Nato ha così
messo in cantiere i nuovi programmi della sua "difesa" nucleare in
Europa per il "dopo SNF", programmi che vengono tenuti rigorosamente
segreti. Si è ipotizzata comunque la possibilità di modificare i 997 sistemi lanciamissili
multipli "Mlrs" (Multiple Launch Rocket System) che la Nato
dispiegherà entro il 1997 in Europa per adattarli a lanciare testate nucleari
Ai velivoli
polivalenti dei paesi europei della Nato resteranno assegnate le bombe
americane B-57 e B-61, anche se in futuro è prevedibile che gli Stati Uniti
dislocheranno nel teatro europeo un certo numero di cacciabombardieri a
capacità nucleare F-117A ed F-22
Di estrema
rilevanza sono inoltre i programmi di sviluppo nucleare che Gran Bretagna e
Francia prevedono di portare a termine entro la fine del secolo. La Gran
Bretagna, oltre alla sostituzione delle bombe a caduta libera WE-177 con i
nuovi missili "TASM", ha in corso la realizzazione di una nuova
classe di sottomarini armati con 16 missili Trident II, ciascuno capace di
trasportare 8 testate nucleari, mentre la Francia ha installato il missile
nucleare aria-superficie "ASMP" con un raggio di 150-300 km. e una
testata del tipo TN-80/81 di 45-300 kt., sui Mirage IVA, sui Super Etendard
navali e sui Mirage 2000N che hanno recentemente sostituito i vecchi aerei da
attacco nucleare Jaguar
Modernizzazione
ed espansione delle armi nucleari europee
Gran Bretagna
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