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L’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hovratin
Il dovere della memoria
L’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hovratin
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24 marzo 2006
Tag: africa
La proposta alternativa di documento conclusivo dell’indagine della Commissione parlamentare di inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hovratin. I traffici di armi e rifiuti e la malacooperazione nel Corno d’Africa. I tentativi di depistaggio e le ombre di Gladio.



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L’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hovratin - terrelibere.org :: altre forme di comunicazione
Ilaria Alpi

Proposta alternativa di documento conclusivo dell’indagine della Commissione parlamentare di inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hovratin

L'immagine è tratta dalla testata del sito www.ilariaalpi.it

 

 

Mauro Bulgarelli

 

 

La Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin è stata istituita con deliberazione della Camera dei deputati del 31 luglio 2003 ed è stata costituita il 21 gennaio 2004, con il compito di verificare la dinamica dei fatti, le cause, i motivi nonché il contesto, storico, politico ed economico, che portarono all’omicidio dei due giornalisti. Nello specifico, rientravano nei compiti della Commissione:

 

la verifica delle possibili connessioni tra l’omicidio, i traffici illeciti di armi e di rifiuti tossici e l’azione di cooperazione allo sviluppo condotta dallo Stato italiano in Somalia;

 

l’analisi delle modalità dell’operato delle amministrazioni dello Stato, anche in relazione alle inchieste della magistratura;

 

il riferire alla Camera dei Deputati sull’esito dell’inchiesta.

 

La Commissione è composta da venti deputati nominati dal Presidente della Camera dei deputati in proporzione al numero dei componenti i gruppi parlamentari e in modo da assicurare la presenza di un rappresentante per ciascun gruppo costituito. Questa la composizione:

 

Presidente

Taormina Carlo  (Forza Italia)

Vicepresidenti

 De Brasi Raffaello  (Democratici di sinistra - l'Ulivo)

 Lussana Caterina  (Lega Nord Federazione Padana)
         

Segretari
Ranieli Michele  (Unione Democristiana e Di Centro)
Tuccillo Domenico  (Margherita - DL - L'Ulivo )

Bertucci Maurizio  (Forza Italia)

Bindi Rosy  (Margherita - L'ulivo)

Bulgarelli Mauro  (Gruppo Misto)

Cannella Pietro  (Alleanza Nazionale)

Craxi Bobo  (Gruppo Misto)

Deiana Elettra  (Rifondazione Comunista)

Fragalà Enzo  (Alleanza Nazionale)

Galvagno Giorgio  (Forza Italia)

Lisi Ugo  (Alleanza Nazionale)

Mariani Raffaella  (Democratici Di Sinistra - L'ulivo) 

Motta Carmen  (Democratici Di Sinistra - L'ulivo)

Palma Nitto Francesco  (Forza Italia)

Pinotti Roberta  (Democratici Di Sinistra - L'ulivo)

Pittelli Giancarlo  (Forza Italia)  

Schmidt Giulio  (Forza Italia)

 

Gli on. Giovanni Deodato, Giuseppe Cossiga, Giuseppe Caldarola, Roberto Lavagnini sono usciti dalla Commissione in date diverse perché dimissionari, l’on. Giovanna Bianchi Clerici perché cessata dal mandato.

 

La Commissione ha proceduto alle indagini e agli esami con gli stessi poteri e le stesse limitazioni dell’autorità giudiziaria (articolo 82 della Costituzione; articolo 3, comma 1, della deliberazione istitutiva).

 

 

 

Introduzione

 

La presente relazione di minoranza, a firma dell’on. Bulgarelli, membro della Commissione fin dalla sua costituzione, rappresenta le posizioni del gruppo dei Verdi, e nasce dalla profonda insoddisfazione, maturata nel corso dell’attività svolta dall’on. Bulgarelli nell’ambito della Commissione, per i metodi e alcune decisioni che hanno caratterizzato l’operato del presidente Taormina. In aperto dissidio con la gestione della Commissione, l’on. Bulgarelli, già  in data 8 febbraio 2005, decise di autosospendersi dalla Commissione stessa, misura da intendersi come atto politico, non essendo essa tecnicamente prevista dal regolamento, tanto che, a tutti gli effetti, l’on. Bulgarelli risulta tuttora membro della Commissione d’inchiesta. Le conclusioni contenute nella relazione finale licenziata dalla Commissione, confermavano e rafforzavano i motivi di dissidio che avevano portato all’autosospensione; esse, a parere dei Verdi, oltre a essere del tutto lacunose, rappresentano una inaccettabile distorsione di alcuni avvenimenti, emersi nel corso del lavoro di indagine della Commissione, centrali per la ricostruzione del movente e della dinamica del duplice omicidio. In tal senso, particolarmente grave appare la denuncia fatta il 21 febbraio 2006, in sede di conferenza stampa, da alcuni deputati dell’opposizione membri della commissione, secondo i quali il Presidente Taormina avrebbe avocato a se la stesura definitiva della relazione finale, espungendo dal testo alcune parti, al fine di motivare, in mancanza di riscontri reali, le conclusioni da lui sostenute. Nell’ambito della medesima conferenza stampa, inoltre, un giornalista del quotidiano “Il Giornale d’Italia” ha sostenuto di avere le prove che perfino la trascrizione di alcune registrazioni delle audizioni sarebbe stata manipolata, omettendo parti significative per le indagini.

 

Infine, la figura umana e professionale di Ilaria Alpi e Miran Hovratin, la loro dedizione alla causa della verità, vengono mortificate dal ritratto che –sempre nella relazione finale - ne fa il presidente Taormina, a parere del quale i due giornalisti si trovavano in Somalia per trascorrere una vacanza e non per fare lavoro di inchiesta. La loro morte, dunque, sarebbe stata del tutto casuale e maturata nel contesto ambientale particolarmente difficile della Somalia di quei giorni. Per i Verdi, tali affermazioni, oltre a contraddire le conclusioni a cui è giunta la stessa magistratura negli anni passati, rappresentano un pericoloso tentativo di azzeramento di numerose evidenze investigative, emerse nel corso del lavoro di indagine della Commissione, che potrebbero invece ricondurre a una delle ipotesi da cui è originata la Commissione stessa: “la possibile connessione tra l’omicidio, i traffici illeciti di armi e di rifiuti tossici e l’azione di cooperazione allo sviluppo condotta dallo Stato italiano in Somalia”. Nel contempo, le conclusioni del Presidente Taormina costituiscono un’offesa alla memoria dei due giornalisti e al dolore dei loro familiari, ai quali i Verdi si sentono particolarmente vicini e rinnovano formalmente l’impegno a perseverare nella ricerca della verità sull’omicidio di Ilaria e Miran.

 

Entrando nel merito delle motivazioni politiche che hanno portato alla stesura della presente relazione, preme sottolineare come il lavoro della Commissione sia stato caratterizzato, fin dagli esordi, da un’estrema parcellizzazione e da un modo di procedere “a compartimenti stagni”: le varie ipotesi investigative di partenza, in altri termini, sono state sempre analizzate nella loro specificità, evitando di metterle in relazione tra loro e di inserirle in un quadro di riferimento complessivo che permettesse di poterle sviluppare compiutamente. Oltre a ciò, una pianificazione organica e un disegno d’insieme a cui fare riferimento sono stati ulteriormente pregiudicati da una programmazione frenetica e improvvisata dei lavori –che ha impedito, tra l’altro, che fossero audite persone che avrebbero potuto fornire un contributo utile alle indagini - e da una vera e propria blindatura che ha interessato alcuni filoni dell’inchiesta e che ha penalizzato in particolare il lavoro dei consulenti, a gran parte dei quali è stato sistematicamente impedito l’accesso agli atti o anche la semplice conoscenza di interi settori d’attività. Ciò ha portato, di fatto, a una quasi totale discrezionalità della presidenza per quanto riguarda l’impostazione dei lavori, gli ambiti da approfondire e le metodologie e procedure da adottare. L’ossessivo ricorso alla secretazione appare inoltre, ad avviso dei Verdi, in palese contrasto con la natura di un organismo parlamentare, la cui attività deve essere sempre caratterizzata da assoluta trasparenza. Al contrario, la presidenza della Commissione ha opposto il segreto a molte richieste provenienti non solo dai consulenti ma dagli stessi parlamentari che ne facevano parte e ha perseverato in questo atteggiamento fino alla conclusione dei lavori, opponendo il diniego anche alla semplice richiesta - avanzata dai Verdi, nella persona dell’on. Bulgarelli - di poter avere una lista in ordine cronologico delle varie audizioni cui si è proceduto nell’ambito dell’attività della Commissione. Va osservato e sottolineato con forza che, in questa sede, la questione della desecretazione degli atti viene posta non soltanto per stigmatizzare l’operato della presidenza sotto il profilo procedurale – va ricordato, ad esempio, che qualora una seduta venga dichiarata "segreta" è fatto obbligo alla Commissione di comunicarne pubblicamente i motivi, obbligo spesso non ottemperato - ma, soprattutto, perché essa concerne l’attendibilità delle stesse conclusioni cui la Commissione è giunta. Come è facilmente comprensibile, infatti, per valutare la credibilità e la pertinenza di moltissime asserzioni, valutazioni e giudizi espressi nella relazione finale di maggioranza, è necessario conoscere nel dettaglio le fonti cui si è attinto, il percorso e il metodo d’indagine seguito, i singoli atti messi in essere dal Presidente o dai consulenti da lui delegati per pervenire all’accertamento della verità. In mancanza di ciò, sulle conclusioni contenute nella relazione finale non può non gravare il sospetto dell’arbitrarietà. Quello che va salvaguardato, in altri termini, è l’operato stesso della Commissione, sulla cui credibilità non possono incidere ombre di alcun genere, soprattutto in considerazione del fatto che essa si è occupata di un duplice, efferato omicidio.

 

Va sottolineato, peraltro, che nel corso dell’attività della Commissione si è verificato un inusuale ricambio di consulenti, determinato dalle numerose dimissioni e dalle revoche d’incarico che hanno riguardato in particolar modo i consulenti indicati dalla minoranza di centro-sinistra, fatto che non può non essere letto quale sintomo di disagio e indice delle difficoltà incontrate durante lo svolgimento dei lavori. Un ricambio di esperti e consulenti che, peraltro, ha influito negativamente sull’efficacia operativa dell’organismo parlamentare nel suo complesso. Inoltre, le dimissioni di alcuni consulenti appaiono frutto di indebite pressioni esercitate dalla presidenza nei loro confronti: è il caso dei due giornalisti del periodico “Famiglia Cristiana” – Luciano Scalettari e Barbara Carazzolo, dimessisi l’8 febbraio 2005 - la cui attività di consulenza in seno alla commissione è stata ostacolata in modo sistematico, o del direttore dell’agenzia “Reporter Associati”, Roberto Di Nunzio, accusato dal Presidente Taormina di deliberata attività di depistaggio e deposto dall’incarico di consulente. Si è perso dunque tempo prezioso per indagare, alla ricerca di “presunte trame”, giornalisti e consulenti. Tempo che si sarebbe potuto molto più proficuamente utilizzare per ascoltare testi utili all’accertamento della verità.

 

La questione dei consulenti rimanda all’esercizio dei poteri conferiti al Presidente. La Commissione, infatti, ha proceduto alle indagini e agli esami con gli stessi poteri e le stesse limitazioni dell’autorità giudiziaria, secondo quanto previsto dall’articolo 82 della Costituzione, poteri che investono la limitazione delle libertà personali e la possibilità di disporre intercettazioni, perquisizioni, atti di sequestro. In altre parole, essendo la Commissione, nel suo insieme, equiparata nei poteri a un organo di magistratura, è necessario conoscere quali dispositivi di garanzia siano stati predisposti per scongiurare l’esercizio di abusi nei confronti delle libertà personali e quale autorità svolga le funzioni di controllo che, in relazione ai poteri del magistrato, svolge il giudice per le indagini preliminari. Quale organismo, per esempio, ha considerato doverose, ai fini d’indagine, iniziative come la perquisizione disposta presso l’abitazione e il luogo di lavoro del giornalista di Rainews 24 Maurizio Torrealta? Per la Commissione, Torrealta sarebbe stato in possesso di documenti utili al lavoro della stessa, che il giornalista, però, non avrebbe reso disponibili. L’accusa è davvero singolare, considerato che questi era già stato ascoltato, e in maniera particolarmente approfondita, dalla Commissione il 9 marzo 2004 e doveva essere nuovamente audito proprio nei giorni in cui fu effettuata la perquisizione. Non sarebbe stato sufficiente chiedergli di portare, in quella occasione, i documenti ritenuti utili alle indagini? Come non ritenere l’iniziativa del Presidente Taormina un’intimidazione nei confronti del giornalista, che per lungo tempo ha indagato sulla morte dei suoi colleghi?

 

In seguito a quell’episodio, l’on. Bulgarelli prese la decisione di autosospendersi, ritenendo che la perquisizione ai danni di Torrealta costituisse un abuso dei poteri conferiti al Presidente e che non persistessero più le condizioni per poter svolgere serenamente ed efficacemente il proprio lavoro in seno alla Commissione. Non per questo è venuto meno l’impegno dei Verdi a ricercare la verità sull’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hovratin e questa stessa relazione, che da qui in avanti cercherà di mettere in luce tutte le contraddizioni e i punti lasciati irrisolti dalla Commissione, vuole essere un contributo in tale direzione, specificando tuttavia che al momento attuale, a poche ore, cioè, dalla votazione della relazione finale, non è stato ancora possibile prendere visione di alcune parti di quest’ultima .

 

Auspichiamo, peraltro, che il lavoro di indagine svolto dalla Commissione sia comunque utile alla magistratura e al Parlamento, al quale peraltro chiederemo che sia modificato l’attuale regolamento delle commissioni di inchiesta, che concede margini troppo ampi di discrezionalità all’azione del presidente.

 

 

 

Gli interessi professionali di Ilaria Alpi

 

Dalla relazione di maggioranza si evince che l’attività della giornalista sia stata “prevalentemente interessata al sociale”, quindi poco dedita al giornalismo investigativo e d’inchiesta. Ciò appare come un ritratto incompleto e parziale che, nel caso specifico del suo lavoro in Somalia – va ricordato che vi effettuò ben sette viaggi in meno di un anno e mezzo –, rischia di risultare fuorviante.

 

Al riguardo, va ricordato quanto affermato dal suo direttore dell’epoca, Alessandro Curzi (Tg3), davanti alla Commissione Gallo (pag. 152 - 153 del doc.0404 026): «Più tardi, quando ero già a Telemontecarlo, mi accennò a qualche particolare inchiesta che tentava di seguire. Mi chiese di intercedere con il neo-direttore Giubilo per inviarla nuovamente in Somalia, perché stava cercando di capire da dove arrivassero realmente tutte le armi che aveva sempre visto in mano a quella gente. Gli consigliai di stare molto attenta e di curare soprattutto la sicurezza personale». Curzi aggiunge: «Non mi diede alcun dettaglio circa la provenienza di quelle armi. Mi disse semplicemente che erano moderne, di fabbricazione russa o americana e che arrivavano di continuo».

 

Va inoltre rilevato che la Commissione ha potuto entrare in possesso, attraverso l’archivio dei coniugi Alpi, del materiale rinvenuto successivamente all’uccisione della figlia, nell’abitazione dove viveva. Da tale documentazione si evince chiaramente un interesse specifico di Ilaria al tema dei traffici d’armi, oltre che un interesse a tutto tondo della situazione politica, economica e sociale della Somalia.

 

Ecco il contenuto dei documenti prelevati il 5 aprile 2005 dai due consulenti della Commissione recatisi dai signori Alpi.

 

Fra le carte che i genitori trovano nell’archivio personale della giornalista trovano (doc. 0257 00) un lungo articolo dell’Espresso del 25 luglio 1993 a firma di Roberto Fabiani che ripercorre la storia dei rapporti tra l’Onu, l’Italia, gli americani e la Somalia. Ali Madhi, il Presidente ad interim della Somalia, vi viene descritto “in odore di trafficare droga e sfruttare la prostituzione”. Nell’articolo si parla anche del viaggio a Mogadiscio, avvenuto a dicembre, dell’allora direttore del Sismi Pucci, con 50 mila dollari destinati al generale Aidid. “Qualcun altro”, dice ancora il servizio, “invece andò da Ali Mahdi e confabulò con il suo uomo forte Gilao. Costui è un aguzzino della peggior specie, ex capo dei servizi di Barre. Negoziò con i plenipotenziari italiani che l’Italia avrebbe addestrato la polizia di Ali Mahdi e sollecitò un invito in Italia, dove venne con un aereo del Sismi, fu ospitato al Plaza, e riaccompagnato in Somalia”. Tale episodio riferito dall’Espresso, tra l’altro, potrebbe essere quello al quale hanno accennato in audizione sia il generale Rajola sia il generale Grignolo.

 

In altri articoli trovati a casa di Ilaria si parla di Somalia, di cooperazione, degli sprechi di denaro relativi alla strada Garowe-Bosaso (pag. 64 del doc. 0257 00). C’è inoltre un rapporto (pag. 95), scritto in inglese e datato 17/12/1993, estratto, via internet, dal Department of Commerce, Economics, Statistic Division’s, la cui fonte è il Dipartimento dell’Esercito degli Stati Uniti, nel quale si parla diffusamente delle armi vendute legittimamente dal mondo, e dall’Italia in particolar modo, alla Somalia. Altri articoli rinvenuti tra le cose di Ilaria si riferiscono ai guasti della mala cooperazione e alle armi. A pag. 129, viene anche riportato un volantino datato 4 gennaio 1993, probabilmente scritto da somali (e sul quale Ilaria ha anche realizzato un servizio mandato in onda dal Tg3), in cui ci si scaglia contro la cooperazione e il governo italiano. Ad un certo punto del testo, si scrive: «Decine di migliaia di miliardi sono stati dissipati, sono stati creati interessi colossali intorno a società private (Somalfruit, Gisoma, Shifco), finanziati con miliardi di aiuti italiani e divisi tra la famiglia Barre e quella di Bettino Craxi».

 

Dunque, appare da tale documentazione che Ilaria Alpi sia tutt’altro che disinteressata ai temi dei traffici e della mala cooperazione. Non solo, ma troviamo fra i suoi interessi anche la flotta di pescherecci, donata  dalla cooperazione italiana alla Somalia e poi rimasta nelle mani di Said Omar Mugne, la Shifco, su cui vengono poi ritrovati appunti rimasti alla sua scrivania in Rai e su cui insiste nella sua intervista al cosiddetto Sultano di Bosaso nel corso del suo ultimo viaggio in quella località. Nel corso di questo colloquio, Ilaria Alpi prenderà spunto dal fatto d’attualità – il sequestro in corso di uno dei pescherecci, il Faraax Omar, nelle acque prospicenti Bosaso – per insistere con alcune domande sulla Shifco e sulla possibilità di salire a bordo dell’imbarcazione.

 

 

 

“Il viaggio in Somalia del marzo 1994 e il rientro a Mogadiscio del 20 marzo”

 

 

I.  Il viaggio a Bosaso

 

Primaria importanza rivestiva per la Commissione la ricostruzione delle ragioni del viaggio a Bosaso, degli spostamenti e degli incontri dei due giornalisti. Essendo stati uccisi nell’agguato del 20 marzo 1994, a poche ore dal rientro dalla città di Bosaso, era imprescindibile un’analisi minuziosa di tutto ciò che è avvenuto in quei giorni, al fine di verificare se la ragione dell’omicidio potesse risiedere in ciò che Ilaria e Miran hanno visto nei luoghi dove si sono recati, ovvero nelle interviste effettuate. In prima battuta e per inciso, non si può non rilevare che, al proposito, la Commissione non ha ritenuto doveroso audire i testimoni (mai ascoltati prima da nessuno) rintracciati e intervistati nel corso della spedizione effettuata in Somalia, tra agosto e settembre 2005, dall’On. dei Verdi Mauro Bulgarelli insieme al giornalista di Famiglia Cristiana Luciano Scalettari e alla troupe televisiva dell’Associazione Ilaria Alpi di Riccione, costituita da Francesco Cavalli e Alessandro Rocca.

 

La Commissione si è limitata ad acquisire le trascrizioni delle interviste effettuate all’interprete, a un uomo della scorta e a uno degli autisti che accompagnarono i due giornalisti nei giorni passati a Bosaso. Approfondendo il punto, avrebbe potuto rintracciare altre persone in grado, forse, di fornire importanti ulteriori dettagli circa il lavoro svolto dai due giornalisti: fra queste sono ci sono sicuramente gli altri dipendenti dell’Ong “Africa 70”, che ospitò Ilaria e Miran e alcuni cooperanti di Aicf-Usa con sede a Gardo, con i quali peraltro Ilaria Alpi compare in alcune immagini del girato giunto in Italia, all’indomani dell’assassinio, insieme ai loro bagagli.

 

Testimonianze che sarebbe stato di primaria importanza acquisire, in considerazione del fatto che la stessa Commissione ammette che, nonostante il minuzioso lavoro di ricostruzione, rimane una quasi totale assenza di informazioni riguardo in particolare al viaggio di Ilaria e Miran a Gardo.

 

Risulta infatti ormai acquisito che, giunti a Mogadiscio il 12 marzo ed effettuata una visita a Merka il 13, i due giornalisti trascorrono la mattina del 14 marzo a Jowhar (presso l’ospedale “Italia”) e rientrano anticipatamente rispetto ai colleghi sfruttando un trasporto in elicottero. Arrivati a Bosaso nel pomeriggio del 14 marzo 1994, tenteranno di ripartire per Mogadiscio col volo della mattina del 16 marzo. Avendolo perduto, saranno costretti ad attendere il successivo del 20 marzo. È lecito quindi ritenere che la mattina del 16 marzo Ilaria e Miran abbiano già svolto del lavoro che considerano interessante, al punto da tentare di tornare a Mogadiscio.

 

A tale proposito va ricordato che Ilaria Alpi segna nel suo block notes, prima degli appunti che sembrano legati alla prima intervista realizzata nella città del Puntland, alcune parole che potrebbero indicare i suoi motivi d’interesse di quei giorni: «pesca/strada Bosaso-Garoe/colera Mugne/Munye».

 

Dal girato risulta che in quei due giorni i giornalisti si rechino prima alla sede di “Africa 70”, l’organismo non governativo (Ong) italiano che li ospiterà, poi in ospedale, e quindi al porto, quasi al tramonto. Il giorno successivo, 15 marzo, tornano all’alba al porto, intervistano tale dottor Kamal, e nel pomeriggio realizzano l’intervista al cosiddetto Sultano di Bosaso, Abdullahi Mussa Bogor.

 

Sempre sulla base del girato, al tramonto di quello stesso giorno partono per la città di Gardo, a 120 chilometri da Bosaso, dove non potranno che arrivare a sera inoltrata, come confermerebbero anche le immagini girate in quella cittadina col buio. La notte dovrebbero essere stati ospitati dalla Ong Aicf-Usa (Associazione lotta contro la fame, con sede degli Stati Uniti).

 

La mattina prestissimo, realizzano una breve intervista a un capo-villaggio, poi ai due cooperanti della Ong, riprendendo infine la strada che li riporta a Bosaso. Perderanno il volo del 16 marzo proprio rientrando da Gardo, che si trova lungo la strada Garowe-Bosaso. Durante il tragitto i due giornalisti si fermano anche a fare delle riprese, segno che non temono di perdere l’aereo e non ritengono di essere in ritardo.

 

Nell’ambito delle testimonianze raccolte nella spedizione in Somalia dell’estate 2005, peraltro, era emerso un elemento sicuramente meritevole di approfondimento.

 

Secondo due dei testimoni - l’uomo di scorta utilizzato nei giorni di Bosaso Mohamed Nur Said e il responsabile del personale somalo Muktar Abukar -, i due giornalisti al loro arrivo a Bosaso (il 14 marzo), furono accolti all’aeroporto, oltre che dallo stesso Muktar, anche da un italiano. Il dettaglio è di grande importanza, perché in base alle concordi testimonianze del personale italiano della Ong raccolte in Commissione, tutti gli espatriati di “Africa 70” in quei giorni si trovavano a Gibuti, e sarebbero rientrati solo il 16 marzo a Bosaso. Quindi, se fosse vero quanto dichiarato nelle interviste da Muktar e l’uomo di scorta, chi andò ad accogliere Ilaria e Miran?

 

E se non c’era nessun italiano a Bosaso, sulla base di quale disposizione il personale somalo accolse e ospitò i due giornalisti? Appare poco verosimile che l’abbia fatto senza l’autorizzazione del capo-progetto della Ong ed è presumibile che abbia almeno ottenuto un’autorizzazione via telefono, di cui però non c‘è traccia nelle dichiarazioni. Sul punto andavano senz’altro condotte accurate verifiche, potendo questo particolare rivestire grande rilevanza nella ricostruzione dei movimenti dei giornalisti nei primi due giorni di permanenza nella regione del Puntland.

 

Fra i documenti in possesso della Commissione vi è, fra l’altro, (doc. 0257 000, pag. 134), una lettera di condoglianze, in inglese, mandata agli Alpi il 5 maggio 1994 da Mary Starck – WFP Somalia – c/o WFP Nairobi – PO BOX 44482 – Nairobi. Kenya, nella quale la funzionaria del Programma alimentare mondiale racconta di aver incontrato Ilaria Alpi il 17 marzo a Bosaso, mentre usciva dall’ufficio del World Food Program .

 

Non risulta agli atti che la Commissione l’abbia sentita. Si è audito qualche altro appartenente al Wfp di Bosaso? Si è appurato se c’erano degli italiani nel team dell’agenzia Onu in Puntland?

 

Anche per quanto riguarda Gardo, permangono molti interrogativi: una trasferta faticosa, che costò molto tempo, al punto da far perdere ai giornalisti il volo di ritorno. Quali approfondimenti sono stati effettuati per capire l’interesse giornalistico rivestito dalla città di Gardo? Vi erano persone, luoghi, fatti d’interesse tale da spingere Ilaria e Miran a intraprendere un viaggio che è durato più di un’intera giornata? Avevano forse appreso da qualcuno, nella stessa città di Bosso, che fosse importante recarsi a Gardo?

 

La Commissione non risponde ad alcuno di questi essenziali quesiti.

 

 

 

II. 16-20 marzo: vacanza o lavoro intenso?

 

La ricostruzione di quanto è dato sapere della permanenza a Bosaso dal 16 al 20 marzo, in ogni caso, denota un intenso lavoro da parte dei giornalisti, protrattosi non solo nei primi due giorni, quelli presumibilmente da loro programmati, ma anche nei quattro successivi al volo perduto. Incrociando le immagini del girato (diverse delle quali sono state girate all’alba e al tramonto), gli appunti della giornalista e le testimonianze, si evince che sia Ilaria che Miran si concedono ben poche pause: il 17 marzo, ad esempio, si recano al villaggio di Ufein, lasciando la strada Garowe-Bosaso per inoltrarsi per una quarantina di chilometri di pista. Una trasferta che, per la distanza e la brutta strada, necessita l’intera giornata. Il 18 marzo si prendono una pausa: è il venerdì, giorno di festa per l’Islam nel quale evidentemente sarebbe stato difficile avere la disponibilità degli accompagnatori, del personale di Africa 70 che li aiutava nel lavoro e di interlocutori da intervistare. Infine il 19 marzo lavorano ancora al porto, facendo riprese dell’attività e realizzando alcune interviste.

 

Il 20 marzo ripartono per Mogadiscio, nella mattinata, come testimoniano le riprese realizzate all’aeroporto.

 

Già da quelle testimonianze appare evidente che non si sia trattato di “una vacanza”, come ha dichiarato pubblicamente il Presidente Taormina nelle ultime settimane di lavoro della Commissione, anticipando peraltro i risultati finali del lavoro dell’organismo parlamentare (del quale non esistevano ancora nemmeno le bozze della relazione conclusiva).

 

 

 

III. Bosaso: “turisti per caso” (secondo il Presidente)

 

Riguardo al periodo di permanenza di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin a Bosaso, il Presidente della Commissione aveva rilevato una notizia d’agenzia lanciata dall’Ansa nel tardo pomeriggio del 20 marzo (alle ore 18,14), nella quale viene riportata una presunta dichiarazione della madre Luciana sul fatto che quella trasferta fosse stata “quasi una vacanza”. Di questa notizia, in audizione, si è assunta la paternità la giornalista dell’Ansa Candida Curzi. La notizia riferiva affermazioni riportate de relato dal direttore dell’epoca di Rai 3, Andrea Giubilo che, nel corso della sua audizione davanti alla Commissione, ne ha dato conferma.

 

Ecco il passaggio in questione dell’agenzia Ansa: «Mamma, sono arrivata a Mogadiscio. Questa volta è stata quasi una vacanza». Questo, secondo Giubilo, avrebbe riferito Ilaria Alpi alla madre.

 

L’episodio ha dato luogo a comunicati stampa del Presidente Taormina, rispetto ai quali hanno espresso fermo dissenso tutti i commissari del centro-sinistra, chiedendo, tra l’altro, di riascoltare Luciana Alpi sul punto.

 

La madre di Ilaria, tramite il legale di fiducia della famiglia, ha smentito categoricamente di aver mai pronunciato frasi del genere, rimandando peraltro a quanto dichiarato, a proposito di quell’ultima telefonata ricevuta dalla figlia, in tutte le sedi giudiziarie e non. La famiglia Alpi ha anche minacciato di denunciare (in effetti è stata poi presentata querela alla Procura di Roma nei confronti del Presidente della Commissione Carlo Taormina in riferimento a quelle ed altre dichiarazioni dello stesso) quanti avessero ad attentare all’onorabilità professionale della memoria della figlia con false affermazioni di quel genere.

 

Nel comunicato della famiglia, per di più, Luciana e Giorgio Alpi ribadiscono quanto già dichiarato ripetutamente in questi dodici anni: che la figlia aveva, viceversa, annunciato di voler chiedere alla Rai di rimanere ancora qualche giorno in Somalia, perché voleva approfondire alcune questioni.

 

Ebbene, il Presidente Taormina e la maggioranza di centro-destra, assumendosi la responsabilità di una grave decisione, hanno respinto la richiesta di audire nuovamente Luciana Alpi.

 

A chiarimento del punto, ecco il testo delle dichiarazioni rese da Luciana e Giorgio Alpi nel corso dell’audizione davanti alla Commissione “Alpi-Hrovatin” l’11 febbraio 2004 (che peraltro ribadisce quanto espresso nelle precedenti occasioni alla magistratura):

 

Luciana Alpi: “Ho avuto l’ultima telefonata da Ilaria due ore prima che la uccidessero: mi telefonò alle 12,30 di domenica 20 marzo per dirmi che era rientrata da Bosaso, che era molto stanca e che avrebbe chiesto alla Rai se le permettessero di rimanere ancora alcuni giorni a Mogadiscio perché voleva vedere come si svolgeva la vita somala senza il Contingente italiano.

 

Giorgio Alpi: “È provato che aveva prenotato un volo per Kisimayo; noi abbiamo il documento a casa”.

 

Luciana Alpi: “Sì, doveva andare in questo posto che è a Sud di Mogadiscio e dove c’è un porto. Allora io le dissi: “Ma dai, per favore, torna”. E lei: “Mamma, scusa, ma intendo chiedere alla Rai se devo rimanere”.

 

Il riferimento di Kisimayo, tra l’altro, è significativo. Nell’ambito dell’interesse di Ilaria Alpi per le navi della flotta Shifco, va ricordato che il porto di questa città sud-occidentale della Somalia era una delle mete regolari (come peraltro risulta da diverse testimonianze, compresa quella di Florindo Mancinelli, dipendente Shifco) di questi pescherecci.

 

La relazione della maggioranza insiste ripetutamente sulla casualità della meta di Bosaso, causalità che viene dedotta dalla disponibilità di voli verso quella città e non verso altre. Fatto salvo che è prassi normale per gli inviati che si muovono in aree a rischio o in zone di guerra cercare di cogliere al meglio e utilizzare le occasioni che capitano per gli spostamenti, anche modificando i programmi originari, va tuttavia sottolineato che vi sono precise testimonianze che indicano la volontà manifestata da Ilaria di recarsi a Bosaso e Kisimayo sin da prima della partenza dall’Italia.

 

Di particolare evidenza è la testimonianza dell’operatore Alberto Calvi (doc. 0003 467, pag. 386, Relazione della Digos di Roma del 4/11/97), secondo il quale uno dei filoni d’inchiesta preferiti dalla collega era il traffico d’armi:

 

«La ricerca delle responsabilità del traffico d'armi era uno dei filoni principali seguiti da Ilaria. In tal proposito chiedemmo una volta a Marocchino di accompagnarci in un aeroporto clandestino sito al Nord di Mogadiscio, nel quale atterravano aerei provenienti da Bosaso, che scaricavano il CHAT, la droga somala. Sapevamo che insieme alla droga potevano essere trasportate anche delle armi. Marocchino ci promise di accompagnarci, poi non se ne fece nulla. Tale filone, però, rimase impresso nella intenzioni giornalistiche di Ilaria. Infatti spesso, nei nostri viaggi, abbiamo tentato di recarci a Bosaso, sempre senza successo» (sottolineatura nostra).

 

Insieme alla Alpi, inoltre, il Calvi ha indicato anche il giornalista Alberizzi come uno che aveva una predilezione particolare per questo tipo di indagine. Dei due l'operatore ha detto:

 

«Sia Ilaria che Alberizzi avevano l'idea di approfondire le notizie sul traffico d'armi. Ricordo che facevano sempre un nome, che però non so riferire. Dicevano che se avessero "incastrato quel tale" avrebbero potuto dare una svolta all'inchiesta».

 

Merita riportare anche la dichiarazione di Rita Del Prete, giornalista e collega di Ilaria Alpi, riguardo a riferimenti della giornalista Rai sulla strada Garowe-Bosaso (doc. 0003 467, pag. 470), resa alla Digos il 6 dicembre 1997:

 

«Con Ilaria abbiamo parlato, a volte, del lavoro che lei faceva in Somalia. Ricordo che non aveva una bella opinione dell'operato della Cooperazione in Somalia. Ricordo anche che a volte, quando rientrava dai suoi viaggi, era disgustata di alcune cose che aveva visto. Ricordo infatti che una volta, nel 1993, mi parlò di una strada, sita nella zona di Garoe, che secondo lei cominciava e finiva nel nulla, e che serviva probabilmente ad occultare delle scorie radioattive. Non mi ha mai riferito però in particolare di indagini che pensasse potessero metterla in pericolo.

 

Ricordo però che, durante l'ultimo periodo dei suoi viaggi, cioè nel 1994 e quando io mi trovavo più frequentemente a Lione, durante i nostri contatti telefonici, Ilaria mi disse che non voleva parlare di lavoro per telefono perché non si fidava delle linee. In tale occasione io la presi anche in giro, pensando che esagerasse».

 

 

 

IV. L’estrema pericolosità di Mogadiscio. Questione contraddittoria

 

Altro elemento di insistenza della relazione di maggioranza è sulla pericolosità estrema della città di Mogadiscio in quei giorni di marzo, dovuta anche al fatto che il Contingente italiano stava ormai lasciando il Paese africano.

 

A questo riguardo, va sottolineato che a fronte delle diverse testimonianze raccolte dalla Commissione sulla situazione di grande pericolo che si correva nella capitale somala in quei giorni, viene tuttavia riferito un episodio che appare in nettissima contraddizione con quelle testimonianze: lo testimoniano i giornalisti Giovanni Porzio e Gabriella Simoni, che riferiscono in audizione di essersi recati nello stesso luogo che diventerà teatro dell’agguato, l’hotel Amana, la stessa mattina del 20 marzo. Senza alcuna scorta.

 

Sarebbe stato tra l’altro opportuno (ma la Commissione non ha ritenuto di doverlo fare) verificare quanti italiani erano presenti a Mogadiscio il 20 marzo 1994 e quanti rifiutarono l’evacuazione sia prima che dopo il duplice omicidio.

 

 

 

V. L’intervista a Abdullahi Mussa Bogor, detto Sultano di Bosaso

 

Particolare importanza riveste, naturalmente, l’intervista effettuata a Bosaso al cosiddetto Sultano (in realtà fratello del Sultano. La persona intervistata, il Bogor detto King Kong, è avvocato e ha svolto funzioni di magistrato e di amministratore locale di un’area nei pressi di Bosaso).

 

Per inciso, riguardo al Bogor (doc. 0043 010, pag. 40), da una nota inviata dal Sismi alla Procura di Roma, si apprende che sia lo stesso Sismi che il Sisde hanno una lunga lista di documenti (che coprono il periodo tra il 1987 al 1994) relativi alle sue note biografiche. Ci si chiede se la Commissione abbia ritenuto di acquisire tale dossier.

 

L’intervista, in questi anni, è stata al centro di molte discussioni e congetture, sia perché si tratta di una conversazione tormentata, durante la quale la telecamera viene spenta e riaccesa due volte, sia per alcune frasi che, nel video, sono incomplete.

 

Ecco la trascrizione della parte dell’intervista al Bogor su cui ci si è tanto soffermati:

 

Ilaria Alpi: «Cambio completamente argomento. Parlo di questo scandalo, di questo proprietario somalo con passaporto italiano che si chiama Mugne, che avrebbe preso queste navi che erano di proprietà dello Stato [somalo] e le avrebbe usate a suo uso privato».

 

Abdullahi interrompe la giornalista: «Lui?».

 

Alpi: «Lui!».

 

Abdullahi: «Lui solo?».

 

Alpi: «Lui con altre persone... Io le chiedo di spiegarmi che cosa è successo».

 

Abdullahi: «Beh, durante il collasso lui era a capo di questa [flotta, ndr] internazionale che si chiama Shifco, ed era una proprietà praticamente di Siad Barre, e lui gli faceva da amministratore. E quando è arrivato il collasso lui si è preso le navi. Ha fatto scendere tutti gli equipaggi somali in Tanzania, a Dar es Salam, e se l’è squagliata con le navi in Italia. Parte di questa proprietà apparteneva a una società italiana. È la società in collusione con Mugne... Mugne non era niente, e non è niente tuttora. È la società che manovra».

 

Alpi: «Sa il nome della società?».

 

Abdullahi: «Il nome... Lo conosce».

 

Alpi: «Io no».

 

Abdullahi: «Comunque lo trova...».

 

Alpi: «Se mi dà una mano lo trovo meglio».

 

Abdullahi: «Deve far ricerche, deve guadagnarsi il pane lei...» (ride).

 

Alpi: «Non mi vuole dare una mano?».

 

Abdullahi: «Non posso... Sa, queste società... hanno dovunque dei lacchè. Comunque in un primo momento loro stavano per arrivare a un accordo con Ali Mahdi, ma quando hanno visto che il collasso ancora allontanava le speranze della nazione, così come mi ha detto Ali Mahdi, hanno tagliato i ponti anche con lui...».

 

Alpi: «Queste navi sono in Italia adesso?».

 

Abdullahi: «La maggior parte del tempo stanno nel nostro mare, sulla costa migiurtina. Adesso le abbiamo qui a Batun».

 

Alpi: «Che cosa è successo, che cosa avete fatto dopo aver preso la nave?».

 

Abdullahi: «L’abbiamo e basta» (sorride) «Perché, ha qualche parente nell’equipaggio?».

 

Alpi: «Sì, ho qualche parente nell’equipaggio...».

 

Abdullahi: «Il capitano, eh? Un tuo capitano?...».

 

Alpi: «Il mio capitano».

 

Abdullahi: «Li teniamo là sulla nave perché il territorio è infestato da colera, come lei sa...».

 

Alpi: «Dov’è la nave? La possiamo vedere?».

 

Abdullahi: «Perché volete vederla? Perché vuole vederla? Lei è del Sismi? Lei prenda l’informazione e basta...».

 

Alpi: «Se non vedo non credo».

 

Abdullahi: «Se non vede non crede?... Usi il satellite!».

 

Alpi: «Non ce l’ho il satellite».

 

Abdullahi: «Lo noleggi, si può fotografare...».

 

A questo punto il filmato viene interrotto.

 

Poi riprende:

 

Abdullahi: «... Venivano da Roma, da Brescia, da Torino, dal regno sabaudo a maggioranza».

 

Alpi: «...E invece non crede che sia importante che si sapesse che c’è questa...».

 

Abdullahi sembra accorgersi che la telecamera è di nuovo accesa. Fa capire che non vuole che si riprenda. Ilaria Alpi fa cenno a Miran Hrovatin di spegnere. «...Tanto non...». Frase monca. La registrazione si interrompe.

 

Poi riprende, ancora una volta.

 

Abdullahi: «...Beh, tanto nessuno ci fa caso... nessuno ci faceva caso e nessuno ci fa caso adesso».

 

Alpi: «No, adesso il nostro sport preferito è quello di fare processi, adesso è diverso, non è come cinque o sei anni fa...».

 

Abdullahi: «L’Italia è rinnovata? Meno male! Mandateci i rinnovatori, così almeno ci crediamo.... Queste navi erano in mare fin dal collasso... Hanno accumulato un capitale della Repubblica. Non sappiamo a chi appartengano. Erano sette navi, adesso ce ne abbiamo una, altre due sono fuggite, le altre erano in arrivo. Perciò non posso dire altro perché abbiamo scarse informazioni. Solo quelle che ci danno... perché attraverso il telefono non si può parlare nei dettagli».

 

Alpi: «Questa cosa è successa qualche mese fa?».

 

Abdullahi: «No, circa 20 giorni».

 

Alpi: «Anche qualche mese fa era stata rapita una nave italiana...».

 

Abdullahi: «Non italiana, ma taiwanese».

 

Alpi: «È italiana?».

 

Abdullahi: «Sulla nostra costa. E non è italiana, è la "Faarax Oomar"... Porta anche il nome di un nostro eroe nazionalista».

 

 

L’intervista si interrompe.

 

 

La relazione di maggioranza, riguardo agli sviluppi che vi furono su questa intervista, scrive che in seguito l’allora giornalista del Tg3 Maurizio Torrealta (oggi caporedattore di Rai News 24) intervistò a sua volta Abdullahi Mussa Bogor, il quale ammise nel corso del colloquio che nelle parti interrotte della videoregistrazione di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin si parlava di traffico d’armi.

 

Ecco il testo integrale dell’interrogatorio (ad ogni capoverso, s’intende che il cosiddetto Sultano “a domanda risponde”):

 

«Ho conosciuto Mugne Said Omar nel 1993 alla Conferenza di conciliazione nazionale tenutasi ad Addis Abeba.

 

La Conferenza di riconciliazione interessava le fazioni somale che erano in lotta tra di loro.

 

A detta conferenza io partecipai in rappresentanza della fazione Darod.

 

L’ingegnere Mugne partecipava alla detta Conferenza in rappresentanza della fazione di Hawiye.

 

Alla detta Conferenza, io e il Mugne venimmo presentati reciprocamente da un comune amico nei corridoi della sede delle Nazioni Unite Addis Abeba dove si svolgeva la Conferenza.

 

Poiché le navi della Shifco pescavano nei nostri mari, io gli chiesi perché non richiedesse a noi le licenze di pesca.

 

Non ricordo le parole precise di risposta del Mugne, ma ricordo che, con modi non riguardosi nei miei confronti, mi rispose che non aveva bisogno delle nostre licenze e che comunque il mare è della Somalia.

 

Io intervenni presso il Mugne per dirgli che doveva richiedere le nostre licenze sia in qualità di Sultano delle regioni del nord-est della Somalia, nelle quali rientra Bosaso, e sia perché allora io coordinavo l’attività politica e attività di difesa della zona.

 

Io non replicai e alla Conferenza di Addis Abeba ci lasciammo così.

 

[…]

 

All’inizio del 1994, nel primo trimestre o quadrimestre, le nostre milizie sequestrarono una nave della Shifco, la Faarax Oomar.

 

Sequestrammo, meglio: hanno fermato la Faarax Oomar perché stava pescando senza licenza.

 

L’iniziativa di fermare la nave fu presa dai miliziani, i quali avevano ordine di sequestrare tutte le navi che pescavano senza licenza nelle nostre acque.

 

La nave venne liberata dopo circa un mese perché i miliziani chiesero un compenso alla Shifco, compenso che venne fornito.

 

Penso che i soldi per il riscatto li abbia tirati fuori la Shifco ma non lo so.

 

Io non so a quanto ammontasse il compenso: si trattava di una questione che interessava i miliziani.

 

I miliziani non versavano le somme riscosse alla direzione politica e militare perché tali somme costituivano per essi miliziani il compenso della loro attività, e d’altro canto i miliziani costituiscono un corpo autonomo.

 

Io venni informato del sequestro della nave alcuni giorni dopo da un membro della direzione politica che si trovava a terra a Bosaso e che l’aveva saputo dai miliziani che avevano fermato la nave.

 

Mentre questa nave era sequestrata, dopo due o tre settimane dall’inizio del sequestro, vennero da me questi due giornalisti, una ragazza e il suo operatore.

 

I due mi hanno chiesto di concedere loro una intervista tramite un somalo proprietario di un albergo utilizzato da una organizzazione non governativa italiana.

 

Il somalo che fece da intermediario, tale dottor Kamal, non mi disse la ragione per cui i due giornalisti italiani volevano intervistarmi. In quel periodo molti giornalisti italiani e stranieri venivano a Bosaso con gli aerei Unosom.

 

L’Ong cui ho fatto riferimento si chiamava "Africa 70".

 

Io incontrai i due giornalisti italiani all’hotel Gaa’ite, e tra le molte domande dei due giornalisti vennero fuori i nomi della Shifco e del Mugne.

 

Fu la giornalista a tirare fuori i due nomi chiedendomi se sapessi qualcosa di questa Shifco e del suo manager l’ingegnere Mugne.

 

Io risposi che all’epoca del regime di Siad Barre, il Mugne era il gestore di questa Shifco e che dopo la distruzione dello stato somalo il Mugne se ne era andato con le navi e continuava a essere il manager della Shifco.

 

Non ricordo di preciso cos’altro mi abbia chiesto la giornalista.

 

Rispondendo alla giornalista che Mugne se ne era andato con le navi della Shifco intendevo dire che Mugne se ne era impossessato. Qualche anno prima Ali Mahdi mi aveva detto che Mugne fino a un certo punto, non so dire fino a quale data, rispondeva agli ordini del governo di esso Ali Mahdi ma che poi il Mugne aveva tagliato i ponti con Ali Mahdi.

 

[…]

 

Allorché Mugne mi telefonò, fece riferimento al nostro primo incontro ad Addis Abeba dicendo che era andato male, che gli dispiaceva, che non ci eravamo compresi e che aveva una proposta da farmi e se ero disposto a venire a Sana’a.

 

Io non avevo nulla di meglio da fare e accettai l’invito e venni a Sana’a dove incontrai Mugne. Questi mi disse che i nostri miliziani gli avevano sequestrato due navi e che da informazioni da lui assunte alcuni di essi erano miei parenti, e mi chiese di intervenire, dicendosi preoccupato perché a bordo delle navi vi erano una ventina di europei e un’ottantina di somali.

 

Di fronte a un problema umano, io dissi che visto e sentito cosa potevo fare...

 

Il mattino successivo, io tornai dal Mugne e gli proposi di andare a Djibuti per parlare con alcuni dei miliziani che avevano sequestrato le due navi. Mugne aderì al mio invito ed entrambi ci recammo a Djibuti e io, via radio, chiamai alcuni capi miliziani che conoscevo. Io chiamai questi capi miliziani da Bosaso, e mi diedero i nomi dei sequestratori.

 

Io ho chiamato da Djibuti non da Bosaso; da Djibuti ho chiamato Bosaso e da Bosaso mi hanno dato i nomi dei sequestratori. Via radio mi sono quindi collegato con le navi sequestrate chiedendo dei miliziani di cui mi erano stati dati i nomi da Bosaso. Mi presentai dicendo chi ero e chiesi ai miei due interlocutori di formare una commissione e mandarla a Djibuti... La commissione venne dopo due giorni circa con l’aereo da Bosaso e a Djibuti ci incontrammo i sette componenti la commissione, io e Mugne.

 

Io feci parlare Mugne e i componenti la commissione, ma dopo tre giorni non avevano ancora raggiunto un accordo perché i sequestratori volevano un riscatto e Mugne non intendeva pagarli, quanto meno nell’ammontare richiesto. Alla fine sono intervenuto io e ho stabilito quale era l’importo che doveva essere pagato.

 

Mugne pretendeva di pagare mezzo milione di dollari che aveva con sé in contanti.

 

Li ho visti io i dollari in contanti e li hanno visti anche quelli della commissione.

 

I sequestratori pretendevano un milione e duecentomila dollari e io conciliai per settecentomila dollari.

 

Mugne pagò subito i cinquecentomila dollari che aveva con sé e si stabilì che avrebbe pagato gli altri duecentomila entro sei mesi.

 

Io non so dove Mugne prese questi 500.000 dollari, credo che li prese dalle sue banche.

 

[…]

 

Nell’intervista che ho rilasciato a Ilaria Alpi io affermai che Mugne non è nessuno perché come persona non lo stimiamo tanto.

 

Io non stimavo tanto il Mugne per il comportamento non riguardoso che lui aveva tenuto nei miei confronti a Addis Abeba e perché lui appartiene a una fazione diversa dalla mia per cui è un nemico, più precisamente era un nemico.

 

Parlando con Ilaria Alpi della Cooperazione italiana, ho usato l’espressione "un grosso scandalo" sulla base di quello che avevo letto sui giornali o sentito alla radio, non perché mi risultasse qualcosa di particolare.

 

Io ho detto alla Alpi che il Mugne aveva fatto scendere in Tanzania tutto l’equipaggio somalo e se l’era squagliata con le navi in Italia perché marinai somali originari della nostra Regione, che Mugne aveva fatto scendere dalle navi in Tanzania, ci riferirono che Mugne aveva portato le navi in Italia.

 

Io, sempre parlando con la Alpi, dopo averle detto che Mugne non era nessuno, ho aggiunto la frase "È la società che manovra" per significare che era la fazione cui egli apparteneva che contava, non lui personalmente, a contare era la fazione politica cui lui apparteneva e non lui personalmente.

 

Prendo atto che io immediatamente prima avevo parlato di una società italiana in collusione con Mugne: in effetti Mugne aveva una "joint venture" con una società italiana di Viareggio, secondo quanto è stato scritto sui giornali e sul bollettino ufficiale del governo somalo, per cui con la frase "è la società che manovra" intendevo riferirmi alla società di Viareggio.

 

Io ho affermato che a manovrare era la società di Viareggio e non Mugne per il fatto che in Somalia mancava un governo legale.

 

Non so come si chiami questa società di Viareggio.

 

Io dissi alla giornalista che non potevo darle il nome di questa società perché non volli dirle che non lo sapevo.

 

Mi pare che Ilaria Alpi mi chiese di vedere la nave che era sequestrata e io risposi che non potevo fargliela vedere perché non potevo intromettermi negli affari dei miliziani. Una sola cosa ho chiesto ai miliziani dopo l’intervista di Ilaria: cosa ci fosse dentro la nave. Mi fu risposto che c’erano reti e pesce.

 

Assunsi la suddetta informazione da uno dei comandanti miliziani che erano sulla nave, un certo Iid. Io chiesi la detta informazione al comandante Iid via radio mentre lui era sulla nave mentre era sequestrata. Assunsi tale informazione via radio dopo che Ilaria se ne era andata dall’albergo in cui era avvenuta l’intervista.

 

L’intervista avvenne tra le 5 e le 6 di pomeriggio di un giorno che non ricordo con precisione.

 

Io richiesi l’informazione al comandante Iid la mattina successiva. Io richiesi tale informazione perché, da quel che ricordo, Ilaria mi aveva chiesto se la nave sequestrata trasportasse delle armi.

 

Noi non siamo sicuri se le navi della Shifco abbiano effettuato traffico di armi.

 

Verso il marzo-aprile del 1991 la fazione a cui apparteneva Mugne ha occupato militarmente la città di Chisimaio e i nostri miliziani usciti dalla città vinti ci hanno informato che da una delle navi della Shifco stavano sbarcando materiale militare.

 

I miliziani usciti dalla città di Chisimaio vinti lo dissero a me personalmente e ad altri che da una delle navi della Shifco stavano sbarcando materiale militare.

 

Non posso dire i nomi di chi mi fornì tale informazione, perché l’informazione mi venne fornita attraverso la radio militare della truppa.

 

Io non so come i miliziani che mi fornirono l’informazione sapessero che la nave da cui veniva sbarcato il materiale militare era una nave della Shifco, so che dissero che si trattava di una nave della Shifco. Il giorno dopo noi del comitato di difesa chiedemmo ulteriori informazioni alla stessa radio con cui ci era stata comunicata la notizia il giorno prima e ci fu risposto che la nave stava ancora scaricando del combustibile.

 

In tale occasione noi domandammo nuovamente se la nave da cui era stata sbarcato il materiale militare e da cui si stava scaricando il combustibile fosse una nave della Shifco, e ci fu confermato che si trattava appunto di una nave di tale società.

 

I miliziani non ci dissero che tipo di armi venisse scaricato dalla nave della Shifco.

 

Non so di altri fatti che possano far pensare a un traffico di armi effettuato con le navi della Shifco.

 

I miliziani non ci dissero il nome della nave della Shifco da cui venivano sbarcate le armi.

 

Non ricordo che nel corso dell’intervista la telecamera sia stata a un certo punto spenta mentre io e Ilaria continuavamo a parlare.

 

È vero che a un certo punto dell’intervista io dico "Venivano da Roma, da Brescia, da Torino, dal Regno Sabaudo", ma mi riferivo ai fascisti che vennero nella Migiurtinia nella guerra tra il 1921 e il 1927.

 

Prendo atto del fatto che, secondo quanto lei mi dice, al giornalista Torrealta il quale con riferimento alla frase "Venivano da Roma, da Brescia eccetera" mi manifestava il proprio sospetto che sulla nave sequestrata ci fossero documenti o prove di armi che venivano da quei luoghi e mi domandava se poteva essere così, io risposi che "potrebbe essere così" e non dissi, secondo quanto oggi ho detto a lei che mi riferivo ai fascisti che erano venuti da quei luoghi. Il fatto è che con Ilaria abbiamo parlato di cultura per 10-15 minuti a telecamera spenta, e, quel pomeriggio, dopo che finì l’intervista con Ilaria io chiamai la radio poiché Ilaria mi aveva chiesto se io sapessi che sulla nave sequestrata ci potevano essere delle armi.

 

Prendo atto di non aver risposto alla sua domanda e dichiaro di aver risposto "potrebbe essere così", di fronte al sospetto del Torrealta, perché non ero certo che la nave sequestrata trasportasse armi.

 

Prendo atto che parlando con Torrealta io avrei dovuto escludere che la nave sequestrata trasportasse armi dal momento che mi ero informato dopo l’intervista con Ilaria sulla circostanza se la nave trasportasse armi ricevendone la risposta che la nave trasportava reti e pesci soltanto. Probabilmente mi ero dimenticato di questa risposta allorché io parlai con Torrealta. Tra l’intervista a Torrealta e l’intervista a Ilaria c’era di mezzo almeno un anno.

 

Prendo atto del contrasto che vi è tra la mia dichiarazione alla cui stregua io non so se a un certo punto dell’intervista con Ilaria Alpi la telecamera sia stata spenta e la successiva mia dichiarazione secondo cui io e Ilaria abbiamo parlato a telecamera spenta. Non so quale sia la verità.

 

Per la verità non sono in grado di dire con sicurezza se io chiamai la nave sequestrata per sapere se la stessa contenesse delle armi il pomeriggio stesso in cui rilasciai l’intervista e dopo che Ilaria se ne andò o, invece, il mattino successivo.

 

Dicendo alla Alpi che le navi avevano accumulato un capitale della Repubblica, intendevo dire che la Shifco, in quattro anni, aveva accumulato una risorsa della Somalia perché mancava un governo cui dovesse rendere conto.

 

Ripeto che io non so se le navi della Shifco, oltre all’attività di pesca, svolgessero traffico d’armi.

 

Per mia conoscenza personale non so se le navi della Shifco svolgessero comunque attività illecite, per mia responsabilità le dico che ho appreso dai giornali che svolgevano attività di traffico di armi e di droga.

 

Prendo atto di aver dichiarato al giornalista Torrealta di sapere che la Shifco svolgeva anche, oltre all’attività di pesca, altre attività collaterali e che certe cose non andavano bene. Io ho reso queste dichiarazioni al giornalista Torrealta perché all’epoca in cui le ho rese non andavo d’accordo con Mugne e con la sua fazione e volevo arrecargli un danno sulla stampa, e poi mi riferivo alla notizia dello sbarco di armi nel 1991 di cui ho parlato.

 

Secondo me era lecito anche moralmente, dal momento che io facevo un discorso politico, accusare ingiustamente la Shifco di traffico d’armi».

 

 

L’interrogatorio viene interrotto. Il difensore del Sultano invita il suo assistito a dire la verità.

 

 

«Prendo atto che alla domanda del giornalista su quali fossero queste cose che non andavano bene e che io sapevo, risposi facendo riferimento espresso al traffico d’armi. Ma mi riferivo al traffico di armi e allo sbarco di combustibili dalla nave della Shifco di cui ho già parlato.

 

Prendo atto di aver fatto riferimento al traffico di droga...».

 

 

A questo punto, l’interrogatorio viene nuovamente interrotto e c’è la seguente annotazione:

 

«Si dà atto che a questo punto – sono le 18.40 – l’atto viene sospeso perché il sultano Abdulahi dichiara di voler pregare, cosa che fa nella stanza in cui l’ufficio si trova. Si dà atto che alle ore 19.00 davanti all’ufficio come sopra composto si ripresenta l’indagato e il suo difensore, e che l’avvocato Duale chiede che siano riformulate all’indagato le domande già fattegli in ordine alle dichiarazioni da lui rese al giornalista Torrealta. Il Pm aderisce alla richiesta».

 

 

Abdullahi riprende a rispondere.

 

«Sin dallo sbarco di armi e di carburante di cui ho detto e sino alla data dell’intervista a Torrealta – agosto-settembre 1994 – tutti i somali dicevano che le navi della Shifco facevano traffico di armi e di droga.

 

Tutti i somali dicevano che tutte le navi della Shifco portavano il pesce in Italia e ritornavano in Somalia con le armi.

 

Non si diceva da dove le armi provenissero, si diceva soltanto che le navi tornavano dall’Italia con le armi.

 

Vennero da me personalmente delle persone a dirmi che le navi della Shifco facevano traffico di armi e di droga.

 

Queste persone che vennero a darmi queste notizie erano marinai che avevano lavorato sulla Shifco e venivano da me a darmi queste informazioni e a chiedermi assistenza in qualche cosa.

 

Non posso ricordarmi i nomi di queste persone, si trattava di gente comune.

 

La notizia del traffico di armi con la nave della Shifco mi fu data in diverse occasioni. Questi marinai che mi informavano sul traffico di armi che erano stati sbarcati in Tanzania sia marinai che erano stati sbarcati a Djibuti.

 

Io, nonostante queste notizie, mantengo rapporti col Mugne perché nessun Tribunale lo ha condannato per traffico di armi. Io sono convinto che fosse Mugne ad armare quelli della sua fazione che quando erano in lotta con la nostra fazione arrivavano armati fino ai denti da 400-600 chilometri.

 

Questa guerra tra le fazioni cui apparteneva Mugne e la nostra fazione si verificò nel 1991, 1992 e fino all’inizio del 1993.

 

Poté essere qualche altro ad armare quelli della fazione di Mugne, non posso escluderlo.

 

Io sono convinto però che ad armare le truppe sia stato Mugne perché una persona ricca può dare una fornitura di armi; qui si è trattato di rifornire di armi e di carburanti per i mezzi logistici delle truppe per una guerra che è durata più due anni e che si è conclusa con la conquista di 3/4 della Somalia da parte delle truppe delle fazioni cui apparteneva Mugne e a rifornire di armi e di carburanti per una tale guerra conclusasi vittoriosamente poteva essere solo uno che avesse continue risorse.

 

Nel gruppo delle fazioni a cui apparteneva Mugne non vi era nessun’altra persona che avesse continue risorse come lui. Bisogna però aggiungere che le sue fazioni si autofinanziavano anche attraverso il sequestro delle merci trasportate via terra e che erano destinate alla popolazione delle stesse terre occupate dalle stesse fazioni.

 

Si trattava delle merci che giungevano in Somalia da altre nazioni a titolo di aiuto internazionale, inviate o da organismi internazionali o da stati o da organizzazioni non governative o da persone fisiche.

 

Durante il periodo della guerra fra la mia fazione e quella di Mugne, noi del comitato di difesa ci riunimmo più volte chiedendoci da dove provenissero le armi di cui disponevano le truppe delle fazioni a noi nemiche.

 

[…]

 

Durante le riunioni del comitato di difesa i vari componenti, con l’esclusione dei comandanti delle truppe che non dicevano nulla al riguardo, affermavano tutti che in base alle informazioni loro fornite era Mugne a equipaggiare le truppe.

 

Quando dopo l’intervista di Ilaria Alpi io chiesi via radio ai miliziani che avevano sequestrato la nave se a bordo vi fossero delle armi, non dissi che a riferirmi tale circostanza era stata una giornalista.

 

Non dissi neppure ai detti miliziani che Ilaria voleva visitare la nave. Era stata Ilaria a chiedere a me di poterla visitare.

 

Io appresi dell’uccisione dei due giornalisti italiani dalla radio Bbc i giorni successivi all’assassinio. A Mogadiscio era normale che si uccidessero o si sequestrassero delle persone.

 

Mi sono chiesto nell’immediatezza del fatto e me lo chiedo tuttora perché i due giornalisti siano stati uccisi.

 

Io penso che siano stati uccisi per qualche cosa che avevano scoperto.

Questo qualcosa non era qualcosa che avevano appreso da noi perché sono partiti sani e salvi da Bosaso, ma era qualcosa che avevano appreso a Mogadiscio dove erano rimasti più di un mese prima di venire a Bosaso.

 

[…]

 

Prendo atto di aver dichiarato al giornalista Torrealta, che allorché ho saputo che i due giornalisti erano stati uccisi ho pensato che ciò fosse accaduto a causa della ricerca delle navi. Ciò è possibile, non posso escluderlo. Prendo atto di aver dichiarato al giornalista Torrealta, con riferimento all’assassinio dei due giornalisti, che forse qualcuno aveva segnalato che Ilaria aveva avuto informazioni da noi. Vorrei sentire la registrazione perché qualcuno può aver estrapolato o montato le mie dichiarazioni. Dove si dice una parola, se ne può aggiungere o togliere un’altra. Spontaneamente, Torrealta venne a trovarmi a Bosaso e io gli dissi che l’indomani dovevo partire per l’Europa, lui mi invitò a fermarmi a Djibuti come suo ospite all’hotel Sheraton, io accolsi l’invito e qui egli mi fece un’intervista che durò circa sette ore e proseguì il giorno dopo per altre cinque ore, credo, e io, a conclusione dell’intervista, gli dissi che in coscienza non potevo accusare Mugne di essere il responsabile dell’uccisione dei due giornalisti. Io ho ancora sospetti sul montaggio di quest’intervista.

 

Non so da quale fazione fosse controllata la zona di Mogadiscio in cui sono stati uccisi i due giornalisti italiani.

 

Io non credo che i mandanti dell’assassinio vadano ricercati tra i somali.

 

Escludo che siano stati i somali perché Ilaria è rimasta a Mogadiscio un mese e i somali le volevano bene.

 

Io ho chiesto informazioni a gente venuta da Mogadiscio e ne ho tratto l’opinione che i mandanti siano italiani che erano a Mogadiscio a quell’epoca ma ciò non è confermato.

 

Non posso rispondere alla domanda se io sia personalmente convinto che siano italiani i mandanti dell’assassinio.

 

Allorquando Ilaria mi ha chiesto se con la nave sequestrata si facesse traffico d’armi, io le risposi che mi sarei informato. Io dissi però a Ilaria che tutti dicevano che con le navi si faceva traffico di armi». […]

 

 

Dalla lettura del lungo interrogatorio fatto dal dott. Pititto risulta quindi palese che Abdullahi Mussa Bogor non solo non smentisce quanto dichiarato nell’intervista a Torrealta riguardo al fatto che con Ilaria Alpi il tema trattato fossero le armi, ma in più aggiunge una serie di elementi in relazione alle sue consapevolezze sul coinvolgimento della flotta Shifco nel traffico d’armi.

 

La stessa relazione di maggioranza segnala che, nella audizione del Bogor, del 9 febbraio 2006 (peccato, così in ritardo rispetto al lungo lavoro della Commissione), Abdullahi ammette che la giornalista gli aveva chiesto specificamente se la nave sequestrata trasportasse armi, e aveva manifestato il suo interesse a salire a bordo della stessa.

 

Ma il cosiddetto Sultano fa un’affermazione sconcertante: l’intervista era stata interamente videoregistrata anche nelle parti in cui erano stati trattati i temi della Shifco e del carico di armi che avrebbe potuto essere occultato nella stiva, e aveva avuto una durata di circa tre ore, certamente superiore al registrato che ci è giunto.

 

 

C’è dell’altro. A proposito dell’intervista effettuata da Ilaria Alpi, Abdullahi Mussa viene intervistato dal giornalista televisivo arabo Mohamed Said, autore di una serie di programmi per una televisione araba dedicati al caso Alpi-Hrovatin e al traffico di rifiuti tossici in Somalia (doc. 0322 009, a pag. 5). Dice, tra l’altro:

 

(50:41:30) «Sono in tanti ad aver seppellito delle cose in Somalia, con la complicità di cittadini somali. Imprenditori somali hanno seppellito rifiuti tossici a cominciare da Ras Gamboni. La Somalia è il quarto paese al mondo per l'estensione delle sue coste, dopo la Russia, l'America e il Canada».

 

(51:13:19) «Le coste più estese dell'Africa».

 

(51:36:03) «Sono stati seppelliti, a quanto ho letto in alcune riviste. Ho una copia di Famiglia Cristiana».

 

(52:04:10) «Abbiamo queste informazioni dalla stampa soltanto».

 

(52:35:05) «Tu sei ancora giovane. Queste cose richiedono delle prove, come i contratti firmati, prima di poter dire questo. Altrimenti sono chiacchiere, come quelle che hai fatto sull'uccisione di Ilaria Alpi».

 

(53:04:20) «No. Per quanto riguarda il seppellimento, mi disse che io sapevo chi lo ha fatto, chi ha seppellito i rifiuti tossici» (sottolineatura nostra).

 

 

E ancora (stesso documento, pag. 94):

 

(53:26:15) «Non posso accusare nessuno se non sono in possesso di una prova per la sua condanna, il contratto firmato, i documenti».

 

(53:41:10) «Non posso dire che tizio ha fatto questo e quest'altro senza avere delle prove, altrimenti non potrei affrontarlo dopo».

 

(53:49) «Come si chiama?»

 

(54:20) «Per esempio, se dicessi che Mohammed Said è dietro lo smaltimento, sarebbe una falsità. Ma se dicessi Mohammed Said è dietro lo smaltimento di rifiuti nucleari o industriali in Egitto, e questa è la sua firma sul contratto dell'accordo, questo è necessario per poterlo condannare».

 

 

Occorre notare la rilevanza della frase sottolineata: «Mi disse che io sapevo chi lo ha fatto, chi ha seppellito i rifiuti tossici». Abdullahi, con questa risposta, afferma che Ilaria Alpi nel corso dell’intervista che gli fece, gli ha chiesto notizie in merito al traffico di rifiuti in Somalia. Quindi anche questa parte, se è vero che tutta l’intervista di Ilaria è stata registrata, sarebbe scomparsa.

 

Un altro elemento di cui sarebbe stato importante chiedere conferma ad Abdullahi Mussa è contenuto in un’altra intervista resa allo stesso giornalista Mohammed Said e acquisita dalla Commissione. Risulta che lo stesso Bogor abbia incontrato Giancarlo Marocchino insieme a un avvocato (il suo avvocato, cioè Menicacci? Il Bogor non lo dice) pochi mesi prima rispetto al momento dell’intervista (doc. 0322 009 pag. 6). Ecco il passaggio:

 

(01:03:14:26) «Giancarlo Marocchino, sì, lavorava in Somalia, ma non lo vedo da sei o sette mesi».

 

(01:03:36:02) «Non lo so».

 

(01:03:39:16) «Non lo so. Non sono sicuro, l'ho incontrato una volta per meno di una ventina di minuti, in compagnia di un avocato italiano, amico dell'avvocato… (ndt: la frase in arabo termina a questo punto).

 

 

Abdullahi Mussa Bogor è stato sentito dalla Commissione il 9 febbraio 2006, ossia nell’ultima settimana di lavori prima dello scioglimento delle Camere. Anche in relazione all’importanza di questa audizione, il Presidente Taormina aveva chiesto di poter ottenere una quarta proroga dei lavori, fino ad aprile 2006, e ha vivamente protestato – parlando di ostruzionismo – di fronte al diniego del centro-sinistra in seno alla riunione dei capi-gruppo, che di fatto ha impedito ulteriori dilazioni di tempo.

 

Assume pertanto un certo rilievo osservare la nota del Presidente Taormina all’ambasciata di Helsinki (dove risultava trovarsi il Bogor) per rintracciare il teste: porta la data del 26 ottobre 2005, ovvero quasi due anni dopo l’inizio dei lavori della Commissione e a soli quattro mesi dalla loro conclusione (vedi lettera dell’ambasciata di Helsinki nel Doc. 0381 000).

 

 

Ne riportiamo un passo:

 

 Oggetto: Finlandia. Cittadino somalo Abdullahi Moussa Bogor: Reperimento di ogni utile contatto.

 

Riferimenti. Lettera del Presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Mirian Hrovatin n. 2005/0001643/SG-CIV del 26.10.2005.

 

 

 

 

VI. Shifco e Moby Prince

 

Di rilievo è l’episodio specifico riferito da Abdullahi Mussa riguardo le notizie avute dai suoi uomini presenti a Kisimayo circa uno scarico di armi e combustibile effettuato da una nave della flotta Shifco nella primavera del 1991. Sarebbe stato utile approfondire il punto (La Commissione l’ha fatto?), perché è un fatto storicamente accertato che la “21 ottobre II”, nave madre della Shifco, aveva sostato per quasi due mesi nel porto di Livorno (alla compagnia assicurativa risulta ferma per riparazioni e manutenzione) tra la metà di marzo e la metà di maggio del 1991. Ci sono tuttavia testimonianze rese all’autorità giudiziaria in relazione al disastro del “Moby Prince” (avvenuto l’11 aprile 1991), le quali riferiscono tre fatti:

 

- la nave della Shifco, la sera dell’11 aprile 1991, fa rifornimento di carburante;

 

- un peschereccio di colore bianco lungo circa 70 metri viene visto transitare in fiamme nelle adiacenze del porto di Livorno;

 

- la mattina del 12 aprile 1991, la “21 ottobre II” è attraccata a un molo diverso da quello dove si trovava la sera prima.

 

 

Su questo aspetto è stato sentito un dirigente della Shifco, Florindo Mancinelli (verbale del 19 ottobre 2004), nel quale dice, fra l’altro:

 

“In relazione al signor GRIMALDI, se tale è il nome che mi sovviene alla mente, ricordo vagamente un episodio riportato da un giornale a firma dell'interessato e di altri tre giornalisti secondo i quali la 21 Octobaar II, uscita di notte dal porto di Livorno, incrociava altre navi e causava il disastro della Moby Prince. In realtà la 21 Octobaar non poteva muoversi perché aveva le macchine smontate e dal porto non si esce senza rimorchiatori o pilota.

 

 

Inoltre, si riporta l’informativa della Digos di Roma al dottor Franco Ionta della Procura di Roma, a conferma che la 21 Ottobre II era effettivamente a Livorno la sera dell’11 aprile 1991 (doc. 0043 012, pag. 90):

 

La Questura di Livorno ha qui fatto sapere quanto segue:

 

La motonave “21 OKTOOBAR II” il 10.04 ‘91 era effettivamente presente nel Porto di Livorno. La stessa era però non operativa ed era ormeggiata nella banchina “Magnale”, presso il Cantiere Montano, per riparazioni già preventivate alle stive ed ai portelloni. Il Direttore del Cantiere, ORSINI Daniel, nato a ToIone (Francia) il 12-05-‘44, residente a Livorno in via Cecconi n.10, ha informalmente riferito che il 10-04-‘91 gli operai avevano lavorato sulla nave fino alle ore 17,00 lasciando poi le attrezzature sia sulla nave stessa che sulla banchina (trattavasi di cannelli per saldatori collegati ai generatori posti a banchina ed altro materiale). Alle 7.30 dell’11.04.91, i suddetti operai avevano ripreso i lavori sulla motonave trovando la stessa nel medesimo punto di ormeggio e sempre con le attrezzature collegate a terra.

 

La motonave era giunta nel porto di Livorno il 15.03.91, vuota, proveniente da Formia-Gaeta e, dopo una breve sosta in rada, era entrata nel porto raggiungendo la suindicata banchina, da dove risulta essersi spostati soltanto il 17-05-‘91 per raggiungere la banchina “Curvilinea”, ed il 25-05-‘91 per raggiungere la banchina “sgarallino”. La motonave risulta aver lasciato il porto di Livorno il 29.05.91.: vedasi allegati n. 1 e 2).

 

Le navi, menzionate nell’articolo pubblicato su AVVENIMENTI, risultavano, in data 10.04.91, effettivamente presenti alla fonda in rada nel Porto di Livorno.

 

Le suddette navi, noleggiate dagli USA, militarizzate dunque non soggette alle normali operazioni doganali commerciali, erano adibite al trasporto di mezzi, armi e/o munizioni da e per il Golfo Persico, per il noto conflitto con I’Irak. Tale materiale arrivava e/o ripartiva dallo scalo livornese proveniente dalie diverse basi NATO situate in Italia ed in Europa. Si precisa che le navi militarizzate non possiedono manifesto di bordo per la verifica del carico stivato, pertanto le sottoelencate notizie sono state acquisite presso i diversi agenti raccomandatari delle motonavi  del porto di Livorno.

 

M/n "SS Cape Breton" di bandiera U.S.A., risulta arrivata in rada il 19.03.91 dove è rimasta, in attesa di disposizioni dell’armatore fino al 15.04.91, quando è partita alla volta del porto di Telamone. La motonave trasportava un totale di 6.056,5 tonnellate di merce classificata IMCO 1.1 E (razzi con proiettili esplosivi) per la quale I’agente raccomandatario aveva dato avviso alla Prefettura di Livorno (vedasi allegati n. 3, 4, 5 e 18).

 

- M/n "Cape Flattery” di bandiera USA, risulta arrivata in rada il 25.02.91 ed entrata in porto il 26.02.91, ormeggiando presso la Darsena Toscana. Il 28.02.91 ha lasciato l'ormeggio ritornando alla fonda in rada, da dove il 13.06.91 è ripartita. Quella sera però, ormeggiata all'interno del porto, era presente anche la M/n "Cape Farewell" di bandiera U.S.A., arrivata in rada il 22.03.91, con attracco avvenuto il 04.04.91. Detta nave risulta ripartita il 14.04.91. Entrambe le motonavi hanno movimentato, durante la loro sosta in Livorno, materiale militare per conto delle Forze Armate U.S.A. da e per la base NATO di Camp Darby di Tombolo (PI), (vedasi allegati n. 6 e 7),

 

-  M/n "Efdim Junior" di bandiera greca, risulta arrivata in rada il 03.04.91 senza alcun carico a bordo in quanto doveva imbarcare i mezzi militari USA destinati alle interforze militari nel Golfo Persico. Tale attività non è stata compiuta in quanto la suindicata motonave è ripartita il 22.04.91, senza mai essere entrata in porto, alla volta di Talamone, per imbarcare munizioni ed esplosivi. (vedasi allegati n. 8 e 9) 

 

- M/n "Gallant 2" di bandiera panamense, risulta arrivata in rada, il 17.03.91 con uri carico di 833 L/T di munizioni ed e ripartita, senza mai entrare in porto, il 12.06.91 alla volta del porto di Talamone, (vedi allegati n. 10, 11 e 18).

 

 - M/n "Port de Lion" di bandiera francese, risulta arrivata in rada il 06. 04.91, con un carico di semi di mais in bulk, ed è entrata in porto l' 08.04.91 ormeggiando alla calata Silos del Tirreno dove ha scaricato 1170 tonnellate di prodotto. Il 09.04.91, terminate le operazioni di sbarco, è passata sotto altro agente raccomandatario per cui è stata riportata alla fonda in rada ed il 13.04.91 è rientrata in porto prendendo ormeggio alla calata Pisa, da dove il 16.04.91 è partita alla volta del porto di Talamone. (vedasi allegati 12, 13, 14, 15 e 16) .

 

 

La presenza del peschereccio della Shifco a Livorno l’11 aprile ‘91 sarebbe quindi confermata.

 

 

Vi sono invece diverse testimonianze che contraddirebbero il fatto che fosse impossibilitato a navigare a causa delle riparazioni. Ecco alcuni brani del volume di Enrico Fedrighini “Moby Price, un caso ancora aperto” (Edizioni Paoline, 2005), che riporta le testimonianze tratte dagli atti processuali e dalle inchieste amministrative effettuate in relazione al disastro:

 

«Nella primavera del ’91, il porto di Livorno è frequentato dalla nave 21 Oktobar II, la nave numero uno della flotta di pescherecci Shifco […]. Un peschereccio d’altura di colore bianco. Ufficialmente l’imbarcazione approda a Livorno per essere ricoverata in cantiere, per lavori di riparazioni. Però una certa sera, improvvisamente, chiede l’intervento di una delle bettoline che normalmente effettuano rifornimento di carburante alle navi in partenza e, riempiti i serbatoi di nafta – cosa decisamente curiosa per uno scafo ufficialmente destinato a rimanere a secco in officina – abbandona il molo, ricomparendo nel porto la mattina successiva ma in un diverso punto di ormeggio. Tutto questo avviene proprio la sera del 10 aprile ’91.

 

Il timoniere somalo della 21 Oktobar II, licenziato poco dopo l’arrivo della nave a Livorno, parla apertamente di traffici d’armi svolti dal peschereccio. Quali sono gli spostamenti compiuti dalla nave quella sera? Quale missione doveva compiere nelle acque livornesi?»

 

E poco oltre:

 

«Facciamo un passo indietro al momento dell’arrivo in porto dei mezzi militarizzati, carichi di materiale bellico dell’esercito statunitense. È il 15 marzo 1991. Quello stesso giorno, l’agente locale della compagnia assicurativa Lloyd’s di Londra registra, in contemporanea con l’ancoraggio di numerose navi cariche di materiale bellico, l’arrivo della ammiraglia della flotta di pescherecci italo-somala Shifco, la 21 Oktobar II. […] Da un’attenta lettura dei fatti emergono altri elementi particolarmente interessanti. L’elenco fornito dai Lloyd’s, recuperato da Maurizio Torrealta nella sua ricostruzione documentale sull’omicidio di Ilaria Alpi, è interessante perché non si limita a registrare la data d’ingresso e di uscita della nave nel solo porto di Livorno: gli agenti della compagnia londinese registrano la presenza della nave presso ogni scalo, segnalando a catena i movimenti e le tappe della navigazione, in modo da poter ricostruire le rotte seguite.

 

La registrazione delle date d’entrata e uscita dal porto consentono di verificare la durata della permanenza del peschereccio presso un determinato scalo. E a questo proposito emerge un altro elemento interessante.

 

Quello di Livorno è un porto verso il quale la 21 Oktobar II mostra un’attrazione particolare: quando vi approda, fatica ad allontanarsene. Mentre la permanenza presso altri approdi, regolarmente registrata dai Lloyd’s, si limita normalmente a pochi giorni di sosta, lo stazionamento della nave ammiraglia della Shifco nelle acque livornesi si prolunga per diverse settimane, talvolta anche per mesi. A volte, per giustificare la prolungata pemanenza in porto, viene segnalata dal comando della nave la necessità di effettuare riparazioni a bordo del peschereccio; eppure i dati riportati dai registri assicurativi Lloyd’s mostrano inequivocabilmente che, con o senza riparazioni, la durata della permanenza della 21 Oktobar II si mantiene invariabilmente nell’ordine delle diverse settimane. Più a lungo, sempre e comunque, rispetto a qualunque altro porto».

 

Continua la ricostruzione di Fedrighini:

 

«Quello della primavera 1991 è il primo scalo livornese compiuto dalla 21 Oktobar II e si prolunga per circa due mesi e mezzo, dal 15 marzo al 29 maggio1991. Un periodo di stazionamento particolarmente lungo. […] Eppure, dopo le operazioni di scarico e pulizia la nave non riparte. […] Un giorno, accade un episodio strano, qualcosa di grave per ragioni apparentemente inspiegabili. Il 23 marzo ’91, una settimana dopo l’arrivo a Livorno, Mohamed Samatar viene licenziato in tronco dalla Shifco.

 

Un provvedimento grave, soprattutto considerando che non si tratta di un marinaio qualunque: Samatar è il timoniere della 21 Oktobar II, il pilota più valido ed esperto a bordo, quello con maggiore esperienza di guida lungo le rotte abitualmente percorse dal peschereccio. La versione ufficiale successivamente fornita da Omar Mugne, il proprietario della compagnia italo-somala, per giustificare tale provvedimento, sembra banalizzare l’evento: <<Ha minacciato con un coltello il comandante della nave, Nicola Mandekich>>.

 

Brutta storia, che non lascia tracce. Finché un giorno il timoniere licenziato viene contattato da un giornalista Rai e inizia a parlare…

 

Nel 1994 il giornalista Maurizio Torrealta, attraverso alcuni somali residenti in Italia, riesce a contattare l’ex timoniere della 21 Oktobar II nella zona della stazione Termini di Roma. Samatar è noto ai suoi connazionali con il soprannome di Forchetto per via dei denti davanti separati uno dall’altro, simili alle punte di una forchetta. Il suo racconto si riferisce a fatti avvenuti fino alla primavera ’91, cioè fino al momento del suo sbarco in seguito a un suo atto di ribellione nei confronti del comandante della nave, avvenuto a Livorno pochi giorni prima della tragedia del Moby Prince. Ecco alcune frasi dell’intervista:

 

Torrealta: <<Tu eri imbarcato su una nave, come si chiamava?>>.

 

Samatar: <<La nave si chiamava 21 Ottobre II>>.

 

Torrealta: <<Cosa facevi su quella nave?>>.

 

Samatar: <<Facevo il timoniere>>.

 

Torrealta: <<Quella nave portava pesce in Italia, ma dall’Italia negli altri posti cosa portava?>>.

 

Samatar: <<Portava altra merce, come armi>>.

 

Torrealta: <<Chi hai incontrato sulla nave?>>.

 

Samatar: <<Malavasi il padrone, Mancinelli il suo vice, e Mugne l’amministratore>>.

 

Torrealta: <<Dove sei sbarcato?>>.

 

Samatar: <<A Livorno>>.

 

Torrealta: <<Racconteresti questa storia anche ai magistrati?>>.

 

Samatar: <<Si>>.

 

Dopo quest’intervista, l’ex timoniere viene interrogato nell’ambito dell’inchiesta sulla cooperazione alla quale lavorava il sostituto procuratore Vittorio Paraggio. Di Samatar, così come dell’inchiesta sui traffici italo-somali, si perdono le tracce a partire dalla fine degli anni ’90.

 

Samatar non è l’unico a parlare di pericolosi traffici che coinvolgono, proprio nella primavera del ’91, la compagnia Shifco».

 

 

Infatti, come abbiamo visto, ne parla nel giugno ’96 anche Abdullahi Mussa Bogor al magistrato che si occupa in quel periodo del caso “Alpi-Hrovatin, il dottor Giuseppe Pititto.

 

Continua Fedrighini:

 

«Considerando inverosimile l’eventualità che la 21 Oktobar II sia stata trasferita in cantiere, per i lavori di riparazione, a pieno carico, cioè con le stive ancora colme di prodotti ittici, è ragionevole ritenere che le operazioni di alaggio e ricovero in officina nautica siano avvenute successivamente a quelle di scarico e lavaggio delle stive: dunque, la nave sarebbe dovuta entrare in cantiere per riparazioni a partire dai primi giorni di aprile ’91. In questo modo, ogni tassello sembrerebbe rientrare al suo posto: quindici giorni per eseguire con molta calma le ordinarie operazioni di svuotamento delle stive e di manutenzione delle celle refrigerate, poi circa due mesi (dai primi di aprile al 29 maggio) in cantiere per una serie di lavori di riparazione.

 

E invece non è così, i conti ancora una volta non tornano. Avviene qualcosa che contraddice questa ricostruzione.

 

Qualcosa che accade alcuni giorni dopo: esattamente il 10 aprile 1991.

 

 

Nel corso di una successiva intervista, il pilota di porto ricorda un altro particolare: una comunicazione diretta da parte del comandante della Giglio (ma questa comunicazione non compare nel log delle registrazioni di Livorno Radio), il quale, per acquietare i soccorritori alla ricerca della fantomatica bettolina indicata da Superina, afferma: <<Tranquilli, noi della Giglio non c’entriamo niente, siamo qui in porto per il bunkeraggio alla 21 Oktobar II>>. Operazione assolutamente legittima, essendo la Giglio un’imbarcazione dedicata proprio al rifornimento delle navi. E dal registro dell’avvisatore marittimo risulta che già il 9 aprile la Giglio si era recata presso l’attracco di piazzale Zara, situato esattamente accanto al molo Magnale non operativo. Proprio quello dove si trovava ormeggiata la 21 Oktobar II. […] Ritorniamo al molo Magnale non operativo. Il molo si trova in corrispondenza di piazzale Zara, dove sorgono alcune abitazioni di servizio del personale della Marina. In uno di questi appartamenti, al pian terreno abitano i coniugi Pietro La Fata e Susanna Bonomi. Lui è un ufficiale della Capitaneria di porto, sua moglie diventa testimone al processo Moby Prince per un fatto apparentemente secondario ma che ora, combinando insieme i vari pezzi del puzzle fin qui raccolti, assume ben altro rilievo. Quella sera, come di consuetudine,

 

Nessun movimento è registrato dall’avvisatore presso il molo Magnale. Ed esiste una sola nave lunga 70-80 metri ufficialmente ormeggiata per settimane in quel punto: la 21 Oktobar II. Impossibile confonderla con la Maria Laura: l’enorme nave cisterna si trova attraccata in un punto più distante ed è lunga più del triplo del peschereccio. Dalla testimonianza della signora Bonomi, se ne dovrebbe dedurre che qualcosa avrebbe spinto la 21 Oktobar II ad assentarsi dal proprio punto di ormeggio in un periodo compreso fra le 21:30 del 10 aprile e le 9 del mattino seguente, quando il relitto fumante del Moby Prince viene trainato dai rimorchiatori verso la darsena Petroli.

 

Disporre del giornale di bordo della 21 Oktobar II aiuterebbe molto a capire il ruolo e la missione effettivamente svolta dal peschereccio della Shifco nelle acque livornesi quella sera. Aiuterebbe a fare chiarezza, per evitare di rimanere intrappolati nelle inevitabili suggestioni alimentate dalle testimonianze di chi, durante il processo per il disastro del Moby Prince, ricorda la presenza di un peschereccio bianco, un peschereccio d’altura in difficoltà e in rapida fuga dal luogo in cui è da poco avvenuta la disastrosa collisione».

 

 

Fedrighini riporta anche un brano d’interrogatorio particolarmente interessante:

 

«Felice Manganiello, ufficiale della Capitaneria di porto di Livorno, la sera del 10 aprile si imbarca sul rimorchiatore Tito Neri II. Manganiello riferisce un episodio singolare: una seconda collisione sfiorata di poco, fra il suo rimorchiatore e un peschereccio, proprio all’imboccatura della diga della Vegliaia, dove l’aria era già impregnata di fumo e la visibilità molto scarsa. Ecco la sua testimonianza. <<Sull’imboccatura ci superò la motovedetta 250 e ci passò proprio sotto la prua anche un peschereccio, per miracolo non ci fu un’altra collisione! Ce lo siamo trovato sotto la prua, proprio ci è passato sotto la prua a nemmeno cinque metri!>>.

 

Interviene l’avvocato Giunti: <<Avete dovuto quindi compiere una manovra d’emergenza?>>.

 

Manganiello: <<No, perché…>>.

 

Avvocato: <<È stata una fatalità quindi che non vi siete…>>.

 

Manganiello: <<Sì>>.

 

Avvocato: <<Si ricorda il nome del peschereccio?>>.

 

Manganiello: <<No>>.

 

Avvocato: <<Non lo individuaste?>>.

 

Manganiello: <<Non si vedeva nemmeno>>.

 

Avvocato: <<Non si vedeva perché il peschereccio…>>.

 

Manganiello: <<Non si vedeva il nome>>.

 

Avvocato: <<Ma le luci del peschereccio erano ben visibili?>>.

 

Manganiello: <<L’abbiamo visto quando proprio ci è passato sotto prua, ci ha incrociato, perché il peschereccio era basso, insomma, abbiamo visto solo le luci del peschereccio di sopra>>.

 

A bordo dell’imbarcazione si trovava anche Tito Neri, uno dei titolari dell’omonima società di rimorchiatori, il quale rammenta che <<sull’imboccatura del porto ci è passato un peschereccio davanti alla prora, a 10 metri non di più, ci era comparso all’improvviso da questa scarsissima visibilità, una grossa barriera di fumo. Era un peschereccio di colore bianco, non ricordo altro>>.

 

 

Non è l’unico testimone. Ecco anche le dichiarazioni di Marco Pompilio, ingegnere, direttore di macchina della nave cisterna Agip Abruzzo.

 

«A bordo della petroliera, Pompilio si trova nella saletta tv degli ufficiali assieme al comandante Superina; improvvisamente, avverte una <<grossa vibrazione non usuale>> della nave e osserva, attraverso uno degli oblò, un <<grande bagliore>>.

 

Su ordine del comandante, scende immediatamente in sala macchine mettendo in funzione il motore principale. Poi risale in plancia. Sono trascorsi circa venti minuti dal momento in cui era stata avvertita la <<grossa vibrazione>>. Più precisamente <<un’esplosione>>: così la definisce il capo macchine. <<Venti minuti dopo l’esplosione>>, continua Pompilio, <<mentre mi trovavo sul ponte di comando scorgevo, per pochissimi secondi, verso dritta, a una distanza di 70-100 metri, un’imbarcazione da me ritenuta un peschereccio d’altura, avvolta dalle fiamme che si dirigeva verso centro nave>>.

 

Possibile che un professionista del mare confonda un peschereccio con un traghetto passeggeri? La forma, struttura e dimensioni dei due tipi di imbarcazione sono radicalmente differenti; mediamente, un grande peschereccio d’altura può arrivare a misurare circa 60-70 metri di lunghezza. Il traghetto passeggeri Moby Prince era lungo più del doppio.

 

L’ingegner Pompilio è convinto di quanto ha visto e lo ripete, nei due anni successivi, senza mostrare ripensamenti: <<Ricordo di aver visto provenire perpendicolarmente alla nostra dritta un’imbarcazione in fiamme che al momento avevo ritenuto trattarsi di un grosso peschereccio d’altura, a una distanza di circa cento metri>>.  […] Pompilio ricorda la repentina modifica di rotta effettuata dall’imbarcazione a poche decine di metri di distanza, per evitare la collisione con la petroliera: <<La nave non ci ha urtato, presumo che ci abbia “scapolato” (evitato di un soffio, nda). A quel punto si vedeva che la nave era un’imbarcazione grande, un peschereccio d’altura>>. Pompilio vuole fugare ogni dubbio: <<Escludo di aver dichiarato alla Commissione d’inchiesta ministeriale di aver visto il Moby Prince incastrato nell’Agip Abruzzo; quello che ho visto è quello che ho raccontato poc’anzi>>.

 

 

Sarebbe stato rilevante verificare le indicazioni di Abdullahi Mussa Bogor e quelle dei testimoni del caso Moby Prince per avere un riscontro eventuale alle dichiarazioni dello stesso Abdullahi sulla presenza a Kisimayo di quella nave, nella primavera del 1991.

 

 

 

VII. Un punto debole dell’intera ricostruzione

 

Tutta la ricostruzione effettuata dalla Commissione riguardo ai giorni di Bosaso di Alpi e Hrovatin ha un forte punto debole: quale certezza è stata raggiunta sul fatto che non manchino delle cassette del girato? Il dubbio che una o più cassette siano state sottratte c’è sempre stato e le indagini della Commissione non sono riuscite a fare alcun passo avanti in questa direzione. È evidente che l’incertezza su questo punto cruciale mina l’attendibilità di qualsiasi risultato ricostruttivo.

 

Le dichiarazioni rese in audizione dal Bogor, citate precedentemente, aumentano i dubbi, già esistenti, riguardo al fatto che non tutto il girato dei giornalisti sia giunto nelle mani della magistratura e, quindi, della Commissione.

 

Al riguardo, ci si chiede (dal documento finale non risulta) se la Commissione abbia effettuato una perizia sui nastri originali. Primo, per avere conferma che si tratti davvero degli originali e non di una copia; secondo, per verificare che non ci siano state manomissioni di qualsiasi natura. Ci si chiede, inoltre, se è stata fatta la perizia calligrafica sui fogli del notes che riportavano i time code delle cassette. Queste note, che servono a fare una scaletta, punto per punto, delle riprese effettuate, allo scopo di ritrovare i passaggi di interesse in vista del montaggio del servizio, risultano scritti, in parte, di pugno di Ilaria Alpi e, in parte, da un’altra persona, dopo che le cassette erano giunte in Rai. Sarebbe stato cruciale verificare sia l’integrità degli appunti della giornalista (mancavano, ad esempio, o erano state strappate pagine nel notes?), sia la conferma calligrafica della persona che ha completato i time code. Sia, infine, la distinzione precisa fra la parte di appunti presi dalla Alpi da quelli presi dalla persona che li ha completati in seguito.

 

Anche questo, dal documento finale, non risulta sia stato fatto. Peraltro, riguardo agli esigui appunti presi da Ilaria di cui si è in possesso, c’è da rilevare che l’operatore Alberto Calvi (doc. 0003 467, pag. 499) afferma: ­«Ilaria scriveva molto, prendendo molti appunti […]. Normalmente vergava un blocchetto ogni due giorni».

 

 

 

VIII. L’aereo perduto

 

Com’è ormai assodato, i due giornalisti rientrano a Bosaso troppo tardi per prendere l’aereo Onu che li avrebbe riportati a Mogadiscio il 16 marzo. Perduto il volo, Alpi e Hrovatin, secondo le testimonianze, vanno (o tornano) alla sede  della Ong Africa 70 a Bosaso per chiedere ospitalità per i giorni seguenti, fino al prossimo volo per Mogadiscio.

 

La relazione finale della maggioranza spiega la perdita del volo con l’ipotesi che Ilaria Alpi abbia preso nota in modo sbagliato dell’orario dello stesso prima della partenza da Mogadiscio per Bosaso. Su quali basi? È verosimile che non abbiano fatto alcuna verifica a Bosaso prima di lasciare la città per recarsi a Gardo? Non è da prendere perlomeno in considerazione un’altra ipotesi (dato che non sembra che allo stato vi siano elementi nell’una o nell’altra direzione), cioè che qualcuno abbia fornito ai due giornalisti un’indicazione fuorviante, in base alla quale rientrano da Gardo pensando di essere in tempo a prendere il volo, scoprendo solo all’arrivo che non è così? Il disappunto espresso da Ilaria ai cooperanti di Africa 70 (come risulta dalle loro testimonianze) conferma che i giornalisti volevano assolutamente prendere quel volo, ma non c’è alcuna spiegazione, in base alle stesse testimonianze, della ragione per cui arrivano in ritardo.

 

La Commissione dovrebbe chiarire le ragioni per cui non ha mai realizzato missioni né in territorio somalo né a Bosaso, né a Nairobi, né in altre località (Gibuti, Dubai, etc) – l’unico membro della Commissione che si è recato in Africa e a Dubai risulta essere il consulente Sost. Comm. Antonio Di Marco, da solo o accompagnato da Giancarlo Marocchino – che avrebbero permesso di raccogliere ulteriori elementi e testimonianze in loco. È noto soltanto che a più riprese la stessa Commissione ha tentato di organizzare e ha annunciato la volontà di effettuare tali spedizioni, ma nonostante l’annunciata disponibilità del Governo somalo di transizione, non le ha mai realizzate. Stanti anche i diversi punti oscuri, che la Commissione ha ammesso di avere (non si sa chi accompagna i due giornalisti, né che macchina viene usata, né chi incontrano a Gardo, né perché vi si recano), tale missione in loco sarebbe risultata evidentemente indispensabile.

 

A questo proposito, appare quanto meno singolare l’affermazione contenuta nella relazione di maggioranza, secondo la quale il viaggio effettuato l’estate scorsa da Bulgarelli-Scalettari-Cavalli-Rocca avrebbe riportato solo “deludenti acquisizioni”. Non risulta che la Commissione abbia fatto in proposito alcun tipo di approfondimento (a parte la mera acquisizione dei documenti), nonostante le sollecitazioni in questo senso da parte dei componenti della spedizione. È evidente, peraltro, che l’organismo parlamentare avrebbe avuto mezzi, strumenti, conoscenze e poteri ben diversi da quelli su cui aveva potuto contare la spedizione giornalistica.

 

Non risulta, infine, che sia stato sentito, né cercato, Giuseppe Cammisa, stretto collaboratore di Francesco Cardella nella comunità Saman (la comunità fondata dallo stesso Cardella insieme a Mauro Rostagno, il giornalista ucciso il 26 settembre 1988 in  circostanze mai chiarite, di cui si parlerà più oltre).

 

Cammisa, infatti, a quanto risulta da articoli di stampa e da sue dichiarazioni, nonché dagli atti della Procura di Palermo sul caso Rostagno, asserì di essere stato uno degli ultimi a vedere in vita Ilaria Alpi, in Somalia. Sarebbe stato quanto mai importante chiedere in quali circostanze, dove e perché Cammisa ha potuto incontrare la giornalista.

 

 

 

 

Il rientro di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin da Bosaso a Mogadiscio

 

La relazione finale ammette di non essere riuscita a identificare neanche uno dei passeggeri che viaggiano con i giornalisti. Come mai? L’archivio di Unosom non riportava l’elenco dei passeggeri di quel volo? L’organismo parlamentare ha chiesto quell’elenco alle Nazioni Unite? Gli è stato negato? Non c’è traccia di spiegazioni sul punto.

 

L’identificazione dei passeggeri sarebbe stato un fatto di grande rilevanza. Infatti, uno degli aspetti cruciali di quelle ore (che la Commissione non è stata in grado di chiarire) è quello che avviene all’arrivo all’aeroporto di Mogadiscio nella tarda mattinata del 20 marzo: chi va a prendere Ilaria e Miran e li accompagna al loro albergo, il Sahafi? Cosa spinge i due giornalisti a spostarsi, poco dopo all’hotel Amana?

 

La relazione finale si sofferma a lungo sulle scarne e controverse testimonianze riguardo a questi momenti. L’avv. Menicacci (il legale di fiducia di Giancarlo Marocchino) riferisce che lo stesso Marocchino era a conoscenza del fatto che i due giornalisti vengono prelevati dall’aeroporto da una scorta di 10 uomini armati. Marocchino, nel corso delle sue audizioni, conferma la notizia, ma come riferita da un somalo («un Aber Ghidir») di cui non ricorda l’identità. Lui stesso però aggiunge – e sembra farlo più per deduzione che per conoscenza di fatti precisi – che invece è stata accolta e accompagnata da militari italiani.

 

Dato che sono stati identificati i militari italiani ancora di stanza all’aeroporto, è stata chiesta loro conferma (o smentita) delle notizie riferite da Marocchino? La relazione non ne parla.

 

Il Generale Carmine Fiore, nella sua audizione, riferisce che Ilaria Alpi aveva appuntamento con lui alle ore 18,00 del 20 marzo. Nella relazione non si dice se sia stato chiesto al generale quando e come l’appuntamento è stato fissato: prima di partire per Bosaso? Per telefono? Oppure poche ore prima?

 

 

 

Perché i due giornalisti vanno all’hotel Amana?

 

Il giornalista somalo Alì Mussa, nella sua audizione, sostiene di aver detto alla Alpi, incontrandola all’hotel Sahafi poco prima che lasciasse l’albergo per dirigersi all’Amana (nei pressi del quale, poco dopo, i due giornalisti subiranno l’agguato mortale) che il giornalista dell’Ansa Remigio Benni non era più a Mogadiscio e che quindi era inutile andare all’hotel Amana perché non l’avrebbe trovato.

 

Dai verbali dei suoi interrogatori, risulta che anche Abdi, l’autista di Ilaria e Miran, avesse riferito ai giornalisti della partenza di Benni.

 

Inoltre è stato appurato che né Ilaria Alpi né Miran Hrovatin avevano appuntamenti con gli altri colleghi che alloggiavano all’Amana e che erano tutti già partiti.

 

Perché, allora, i due giornalisti Rai si recano ugualmente all’hotel Amana attraversando l’intera città e la linea verde? Dalle testimonianze raccolte, sembra che l’unica ipotesi possa essere che Ilaria aveva bisogno di usare il telefono satellitare di Benni, che era a disposizione. La Commissione fa sua questa ipotesi anche in assenza di prove. E si continua a non capire perché Ilaria  non ha usato quello del Sahafi.

 

La Commissione non è stata in grado di chiarire la questione.

 

 

 

L’enorme importanza di quell’ultimo viaggio in Somalia

 

Alberto Calvi (l’operatore che più spesso ha accompagnato Ilaria Alpi nei viaggi in Somalia) riferisce conversazioni con la collega prima della partenza per la Somalia, dalle quali risulta che la giornalista caricava di enorme importanza quel viaggio. Il cameraman riporta, in audizione, questa conversazione con Ilaria Alpi, in merito al fatto che la giornalista cercava di convincerlo a partire con lei:

 

«Le ho detto: “Ilaria, tu non puoi portare la gente così; se non trovi nessun altro, richiamami. Alla fine sarei andato, perché lei diceva: “È la storia della mia vita, devo concludere, devo fare, voglio mettere la parola fine”. Ad un certo punto mi ha richiamato e mi ha detto: “Ho parlato con Hrovatin, abbiamo già lavorato insieme in Jugoslavia, è uno che sa il fatto suo».

 

 

L’Importanza attribuita a questo viaggio dalla giornalista non si giustifica con l’attualità che doveva seguire: la fine della missione italiana. Non è azzardato, quindi, ipotizzare che il vero obiettivo della missione per Ilaria Alpi fosse un altro.

 

D’altro canto, vi sono diversi indizi del fatto che la Alpi avesse in corso un’indagine giornalistica parallela, che andava avanti da tempo. Le dichiarazioni di diversi testimoni lo confermano (come vedremo in seguito): l’amica giornalista con cui viveva Rita Del Prete (a cui parla già un anno prima dell’interesse per il traffico di rifiuti e di avere alcune conoscenze al riguardo); il maresciallo Francesco Aloi; il colonnello Franco Carlini; l’amica – membro dell’associazione Ida per l’emancipazione femminile – Faduma Mohamed Mahamud e altri e infine, lo stesso Bogor di Bosaso).

 

 

 

La Settima divisione e Vincenzo Licausi

 

L’audizione di Gianfranco Giusti (uno degli uomini del Sismi di stanza in Somalia in quel periodo) introduce il tema dell’eventuale conoscenza di Ilaria Alpi con il maresciallo del Sismi Vincenzo Licausi.

 

Riguardo a Li Causi (e al collega che è con lui in Somalia, Giulivo Conti), sarebbe stato opportuno innanzitutto che la Commissione chiarisse la sua appartenenza o meno alla Falange Armata, la misteriosa aggregazione interna alla Settima divisione del Sismi, la cui attività oscura e illecita portò, nel 1992-93, l’allora responsabile del Cesis ambasciatore Fulci (la Commissione, ci si chiede fra l’altro, ha ritenuto di doverlo sentire? Dagli atti non risulta) ad aprire un’inchiesta interna e a presentare un esposto alla magistratura. In seguito la Settima divisione del Sismi fu sciolta e i suoi uomini trasferiti ad altre strutture. Ci si chiede innanzitutto se, nel corso dell’audizione (secretata, e quindi inaccessibile) la Commissione abbia ritenuto di chiarire l’appartenenza di Giusti alla Falange Armata, come risulta dall’inchiesta che individuò 22 nominativi tra gli uomini della Settima divisione.

 

Quanto alla questione Alpi-Licausi, gli è stato chiesto qualcosa riguardo la conoscenza fra i due? Il maresciallo Francesco Aloi, nel suo diario reso noto all’epoca delle inchieste sulle presunte violenze dei militari italiani in Somalia durante la missione Ibis, riferisce che non solo Alpi e Licausi si conoscevano, ma che si scambiavano anche informazioni.

 

Appurare questo fatto sarebbe stato di grande importanza. Per diverse ragioni:

 

a) Licausi viene ucciso in circostanze mai chiarite solo quattro mesi prima dei due giornalisti, e le versioni nonché le testimonianze sulla dinamica dell’agguato sono quanto mai contraddittorie;

 

b) L’attività di Vincenzo Licausi risulta quanto mai oscura (come si vedrà più avanti): Licausi apparteneva a Gladio, addestratore, capo del centro Scorpione di Trapani, aveva svolto operazioni delicatissime, talvolta su mandato diretto della Presidenza del Consiglio. E su di lui si era indagato anche in relazione alla Falange Armata;

 

c) Diversi testimoni parlano di conoscenza e scambio di informazioni di Ilaria Alpi con uomini dei servizi, come vedremo in seguito;

 

d) Una delle ipotesi investigative sulla morte di Vincenzo Licausi concerne il fatto che l’agente del Sismi stesse seguendo una pista d’intelligence relativa al traffico d’armi.

 

 

Alla luce di questi elementi, sarebbe stato quanto mai doveroso approfondire il tema. Non risulta che questo sia stato fatto dalla Commissione. Non risulta nemmeno che sia stato dato seguito all’acquisizione dei fascicoli della relativa inchiesta presso le procure di Trapani, Palermo e Roma.

 

Non risulta che sia stato audito l’uomo del Sismi che era con lui nella missione durante la quale Licausi fu ucciso, Giulivo (Ivo) Conti. Non  risulta che siano stati sentiti il medico militare e le infermiere che accolsero Licausi morente. Non risulta che siano stati ascoltati i tre militari italiani che viaggiavano con i due uomini del Sismi nella spedizione che costò la vita all’agente italiano.

 

Non è stato nemmeno sentito, a quanto risulta dagli atti, il tenente colonnello Giuseppe Attanasio. Questo fatto è di particolare rilievo in relazione al fatto che Attanasio, e la circostanza è stata confermata anche dal colonnello Ventaglio e dal generale Fiore, sarebbe stato in grado di arrestare il bandito sospettato dell’omicidio, ma fu fermato proprio dal capocentro del Sismi Giusti, che avrebbe avocato al Sismi ogni attività inerente all’omicidio Licausi.

 

Non risulta nemmeno che la Commissione abbia cercato di chiarire un episodio oscuro emerso nel corso dell’inchiesta sulla morte di Licausi, guidata dal dottor Franco Ionta, della Procura di Roma. Ionta aveva presentato un Ministero competente una richiesta di rogatoria internazionale per giungere all’arresto del presunto (o di uno dei presunti) assassino del maresciallo del Sismi. Ma la richiesta del magistrato non fu autorizzata. Non è mai stato chiarito da chi e perché fu negata la richiesta di rogatoria.

 

Per ciò che concerne l’audizione di Giulivo Conti, se non fosse stata poi realizzata (la forsennata secretazione degli atti non permette di saperlo), il fatto risulterebbe omissivo, in quanto la richiesta era stata formulata da alcuni consulenti della Commissione.

 

Conti, peraltro, accompagnava frequentemente Licausi e viene descritto come l’uomo a lui più vicino nel lavoro svolto in Somalia, quindi il più indicato a cui chiedere di un’eventuale conoscenza di Licausi con Ilaria Alpi.

 

 

 

Ilaria Alpi e Vincenzo  Licausi si conoscevano?

 

Cosa unisce Licausi al caso Alpi a parte la morte avvenuta in Somalia a pochi mesi di distanza? Intanto il diario del maresciallo Aloi, che indica una conoscenza diretta tra i due con scambio di informazioni proprio sui traffici di armi e di rifiuti (e dunque sarebbe stato interessante avere o meno la conferma di questa conoscenza).

 

Poi, il fatto che il maresciallo Licausi è stato capo del Centro Scorpione di Gladio a Trapani, e l’unico rapporto mandato a Roma dal Centro riguardava la Comunità Saman di Mauro Rostagno e Francesco Cardella. Il primo è stato ucciso e il caso è stato archiviato. Ma, come accennato, nelle carte dell’inchiesta figurano alcuni testimoni che affermano che un collaboratore della Comunità Saman e in particolare di Francesco Cardella, Giuseppe Cammisa, era stato in Somalia, e addirittura a Bosaso, proprio nei giorni in cui vi si trovava Ilaria e che l’aveva incontrata. È stato verificato se questa circostanza corrisponde al vero? È importante, anche perché, secondo alcuni testimoni, Rostagno aveva visto e ripreso con la telecamera, in un paio di occasioni, aerei da trasporto militari che atterravano in un vecchio aeroporto in disuso vicino a Trapani dai quali venivano scaricati aiuti umanitari e imbarcate casse di armi. Secondo Rostagno le armi erano destinate alla Somalia. 

 

A proposito della struttura di Gladio, di cui faceva parte Licausi, ecco un passo (doc. 0040 041, pag. 12) dove risulta la disposizione firmata dall’allora Direttore del Sismi Fulvio Martini, il 1° agosto 1990, indirizzata al direttore della 7 Divisione:

 

«DISPONGO che il settore SB (stay behind, ossia Gladio, nda) sia condotto secondo le seguenti direttive: […] il personale delle reti venga gradualmente addestrato a recepire indicatori di attività illegali (eversione, terrorismo, servizi stranieri, droga e criminalità organizzata) nel contesto sociale di appartenenza».

 

 

Ma se queste sono le disposizioni di Martini, ecco invece (doc. 0040 040) le conclusioni della Commissione parlamentare che ha indagato sulla materia:

 

«Il colonnello Piacentini, interrogato a sua volta, indica ambedue le direttrici tra i compiti del Centro, mentre il maresciallo Li Causi, subentrato al t. col. Fornaro nella guida del Centro, si allinea alla posizione di Martini e afferma: «Mi preme sottolineare che la finalità di questa rete era quella di tutelare il territorio nazionale in caso di occupazione nemica. Vero è che è esistita, per come ho appreso dai giornali, una direttiva proposta dal colonnello Piacentini all'Amm. Martini capo del Sismi nel 1987 [...] di impiegare la struttura Gladio nella lotta contro la criminalità organizzata in genere, ma posso affermare nella mia qualità di capo centro di non aver mai ricevuto simili disposizioni e che pertanto non ho mai dispiegato attività in tal senso».

 

L’attività reale del Centro Scorpione resta dunque poco chiara anche per la presenza, tra il materiale in dotazione, di un aereo superleggero di cui non si individua la funzione.

 

«Sulla disponibilità di questo mezzo aereo, il maresciallo Li Causi ha dichiarato di non essere in grado di riferirne lo scopo. È un’affermazione a dir poco paradossale, dal momento che per tre anni egli è stato responsabile del Centro e quindi dell'uso dell'aereo medesimo.

 

 

Ecco quanto dichiarato, infine, dal maresciallo Li Causi nel verbale reso al pm Luca Pistorelli della Procura di Trapani il 28 giugno 1993 (doc. 0040 019):

 

ADR: Non ricordo che Fornaro, durante i due mesi in cui diresse il centro, mi abbia mai dettato relazioni sullo stato della criminalità nel trapanese. Ricordo solo che mi chiese di battergli a macchina una bozza da lui redatta relativa alla comunità SAMAN. Se non vado errato, in questa relazione, si dava conto della personalità del Cardella, del livello dei contributi regionali in forza della regione di provenienza dei tossicodipendenti, dell'utilizzo di una barca a vela per l'attività terapeutica e, più in generale, della struttura della comunità.

 

ADR: Non mi risulta quali fossero le fonti informative di Fornaro, riguardo alla SAMAN, né affrontammo espressamente l'argomento; sapevo, del resto, che Fornaro aveva delle conoscenze in Trapani e, quindi delle informazioni potevano essergli provenute, anche da lì. Ritengo comunque normale che come cittadini e ancor più come appartenenti a un servizio informativo, venendo a conoscenza di un fatto che desse adito a delle possibili condotte illecite, se ne desse conto ai superiori.

 

ADR: Non ricordo quale fosse il fatto specificamente segnalato, con riguardo alla SAMAN; ritengo comunque possibile che Fornaro avesse pensato che all'interno della comunità si svolgesse un qualche traffico di stupefacenti.

 

 

Ecco il curriculum di Vincenzo LI Causi, ricostruito dalla Commissione parlamentare antimafia che ha indagato su Gladio in Sicilia:

 

«ll maresciallo Vincenzo Li Causi era nato a Partanna nel novembre 1952. Entrò nel SID nel 1974, a soli 22 anni e tre anni dopo venne inserito nella struttura Gladio. Non si hanno notizie sulla sua attività nel servizio e nella struttura fino al 1987, anno nel quale egli è chiamato a partecipare nella città di Lima ad una operazione di protezione dal Presidente peruviano Alain Garcia.

 

Scrive a questo proposito il sen. Brutti nella relazione della Commissione Parlamentare antimafia sulla presenza di Gladio in Sicilia: «In base a ciò che sappiamo l'operazione sembra essere stata del tutto clandestina. Essa ha implicato il rapporto con uno Stato estero, al di fuori di ogni protocollo.

 

Con ogni probabilità il Ministro degli Esteri e il Ministro della Difesa ne sono rimasti all'oscuro, così come dev'essere rimasto all'oscuro il Cesis».

 

Il senatore Massimo Brutti afferma inoltre che «l'operazione - a cura della struttura Stay Behind - era stata direttamente ordinata dal presidente del Consiglio Craxi ed era costata un miliardo».

 

Poco tempo dopo la conclusione dell'operazione Lima, il maresciallo Li Causi è inviato in Sicilia dove, dal 1° ottobre 1987 - avendo raggiunto il colonnello Fornaro l'età pensionabile - assume le funzioni di capo centro con il nome di copertura di Maurizio Vicari. Con questo nome egli firmerà rendiconti riepilogativi di gestione spese riservate fino a tutto il mese di novembre 1990, cioè fino allo scioglimento della struttura, avvenuta appunto il 27 di quel mese.

 

L'attività del centro appare non chiara. A quanto risulta, non vengono svolte esercitazioni in ambito S.B. D'altro canto viene negata anche alcuna attività informativa. In seguito a un promemoria del 17 febbraio 1987 a firma dell'allora direttore della VII divisione ten. colonnello Piacentini, gli altri centri avevano scelto ciascuno un ambito informativo (al di là della legittimità di una tale scelta, che certamente non può essere riconosciuta, poiché per questo compito esistono i centri CS); il centro "Ariete" di Udine doveva occuparsi di antiterrorismo; il centro "Libra" di Brescia avrebbe dovuto indagare sul crimine organizzato, e il centro "Pleiadi" di Asti si sarebbe interessato di crimine organizzato e sicurezza industriale.

 

Ebbene, proprio il centro Scorpione, collocato in una delle zone .di più alta densità mafiosa dell'intero territorio nazionale, non è delegato a indagare sulla mafia né - per quello che si sappia - svolge attività di questo tipo.

 

Come è noto, il maresciallo Li Causi ha trovato tragica morte il 12 novembre 1993 nei pressi di Mogadiscio, nel corso della missione ONU in Somalia. Da fonti di stampa risulta che al momento del tragico agguato egli era in compagnia di un altro militare. Al fine di diradare ogni incertezza sulle cause e le modalità della morte, appare di interesse ricostruire i particolari dell'agguato stesso, individuare l'identità dell'altro militare presente e delle altre persone che hanno assistito alla sparatoria; appare soprattutto degno di attenzione conoscere se il Li Causi era a Mogadiscio in missione Sismi o se era stato restituito all'Arma di provenienza e dunque partecipava alla missione come "nonnale" sottufficiale dell'Esercito.

 

Sia Vincenzo Li Causi sia Giulivo Conti (i due uomini del Sismi che si trovano insieme nel corso dell’uscita in cui finiscono vittima dell’agguato che costa la vita a Li Causi) risultano nell’elenco degli appartenenti alla settima divisione che Fulci scioglie. Entrambi vengono spostati dalla VII° alla II° Divisione (doc. 0040 035 e 0040 036)

 

Giulivo Conti, nella sua dichiarazione all’autorità giudiziaria (doc. 0040 026) non dice nemmeno di aver sparato, anzi lo nega (pag. 9). Anche il suo diretto superiore, Gianfranco Giusti, capo centro Sismi a Mogadiscio, dice cose inesatte alla Polizia, come si evince dal verbale del 19 febbraio 1999 (doc. 0031 030) al pm Franco Ionta.

 

«Voglio ancora precisare che i Carabinieri del contingente mi riferirono che le armi del personale di scorta al LI CAUSI e al CONTI non avevano nella circostanza esploso alcun colpo.

 

A.D.R.: parlai subito anche con il CONTI che subito mi riferì dell'aggressione armata ad opera di banditi somali e mi riferì altresì di non aver sparato. Del resto non credo che CONTI fosse armato. Probabilmente invece il LI CAUSI aveva nella disponibilità un'arma lunga del contingente italiano.

 

Prendo atto che dalle indagini svolte dalla Polizia Giudiziaria emerge che sia il LI CAUSI che il CONTI erano armati, e che sia il CONTI che il COLOSIMO ed il POLLARI hanno fatto uso di armi da fuoco per rispondere all'aggressione armata. Al riguardo non posso che confermare quanto già dichiarato alla Polizia Giudiziaria il 30.09.1998 e cioè che a me non risulta una risposta al fuoco dei banditi né da parte del CONTI né da parte dei militari di scorta.

 

Gianfranco Giusti smentisce anche quanto dichiarato dal colonnello Attanasio (che operava nella cellula G2, ossia il servizio d’intelligence della missione Ibis) e dal colonnello Ventaglio, chiaramente riportato nella richiesta di archiviazione del procedimento: 

 

«Nella circostanza i militari non attuarono alcun rastrellamento della zona ove era avvenuto il fatto. Secondo le concordi dichiarazioni del colonnello in quiescenza Carmelo VENTAGLIO e del tenente colonnello Giuseppe ATTANASIO, allora responsabili della cellula G2 (informativa) della Brigata Legnano, infatti, l'uscita degli uomini finalizzata alla cattura dei responsabili dell'omicidio sarebbe stata bloccata a seguito di richiesta fatta dal capo centro SISMI di Mogadiscio, Gianfranco GIUSTI al generale FIORE, comandante del contingente italiano in Somalia.

 

Successivamente i militari italiani avevano localizzato il bandito ed era stata pianificata un'operazione volta alla sua cattura, operazione che non sarebbe stata attuata su richiesta del capo centro SISMI in Somalia Gianfranco GIUSTI (il quale, peraltro, sentito in data 19 febbraio 1999 ha smentito l'emergenza) che avrebbe avocato al SISMI ogni attività inerente l'omicidio LI CAUSI (uno dei membri della missione SISMI in Somalia costituita da un numero ristrettissimo di operatori)» (doc.0031 032, pag 2).

 

Nulla è stato fatto dalla Commissione su questo versante: non è stato sentito, a quanto risulta dalla relazione della maggioranza, Giulivo Conti; non è stata chiesta spiegazione a Giusti delle omissioni davanti all’autorità giudiziaria, pure contestate dal Pm Ionta, non si è nemmeno cercato di chiarire la ragione di tante contraddizioni nelle versioni dei militari che erano insieme a Li Causi al momento dell’agguato.

 

 

 

Le minacce a Ilaria Alpi nella nota Sismi

 

L’agente del Sismi Alfredo Tedesco è l’autore di una nota informativa, inviata al Sismi a Roma (e non al generale Fiore, che non ne fu informato), secondo la quale aveva saputo che Ilaria Alpi aveva subito recenti minacce. Tedesco, nel corso del processo contro Hashi Omar Hassan, era stato interrogato al riguardo, ma non aveva saputo ricostruire adeguatamente la fonte della segnalazione, e soprattutto da chi la fonte l’aveva appreso. È stato chiarito l’episodio?

 

Nel corso di quel procedimento non si era riusciti ad appurare il percorso di quella informativa, e il generale Luca Rajola Pescarini (all’epoca responsabile del Sismi per il Corno d’Africa) aveva rimandato ai responsabili di Roma per i chiarimenti. La Commissione non ha effettivamente appurato la ragione per cui la nota risulta inviata a Roma e la si ritrova cancellata con un tratto di penna e Chi operò quella cancellazione, ne ha appurato perché non ne fu data notizia alla magistratura? Ne fu data notizia alla magistratura (perlomeno all’indomani dell’omicidio, il Sismi aveva il dovere istituzionale di fornire alla Procura tutti gli elementi utili alle indagini)?

 

 

 

Le testimonianze di Giancarlo Marocchino e del suo collaboratore, la fonte B., in merito all’incontro con uno dei killer

 

Giancarlo Marocchino nel corso delle sue audizioni sostiene che, per quel che ha potuto sapere, il commando non intendeva uccidere i due giornalisti ma rapirli. L’intenzione, ribadisce, era di sequestrare «giornalisti, o comunque italiani». È la tesi che poi verrà confermata da alcuni testimoni, in particolare la fonte B. posta sotto protezione in Italia per decisione della stessa Commissione. Tali testimoni, compresa la fonte B., risultano tuttavia essere stretti collaboratori dello stesso Marocchino, risultano da lui individuati (insieme al suo legale Stefano Menicacci), e fatti arrivare in Italia.

 

Marocchino, sempre nelle audizioni, riferisce dell’incontro con uno dei killer dei giornalisti. Ripete quanto aveva dichiarato a Famiglia Cristiana nell’intervista pubblicata nel 1999, e pochi giorni dopo al dottor Franco Ionta nel corso dell’interrogatorio.

 

Risulta, tuttavia, una versione contraddittoria fra quanto riferito da Marocchino a proposito dell’incontro con questo killer del commando e quanto dichiarato invece dalla fonte B.: secondo quest’ultimo, Marocchino non avrebbe mai incontrato il killer. Sarebbe la stessa fonte B. che lo incontra e raccoglie le informazioni: «È probabile, magari, che io gli abbia fatto vedere da lontano uno dei componenti. Però non è mai successo che abbia avuto un appuntamento per un incontro tra Marocchino e uno dei componenti. È probabile che io glielo abbia fatto vedere da lontano», dice nell’audizione del 26 ottobre 2005.

 

Ancora in relazione alle dichiarazioni di Giancarlo Marocchino, va rilevata la lettera che lo stesso invia alla Commissione Gallo (la Commissione ministeriale chiamata a indagare sulle presunte violenze dei militari italiani in Somalia nel corso della missione Ibis), lettera indirizzata ad una serie di giornalisti suoi amici tra cui Carmen La Sorella, dove parla del taccuino che Ilaria Alpi aveva con sé al momento dell’omicidio. In quello scritto Marocchino non cita la macchina fotografica (doc. 0404 021)

 

«Nel frattempo arrivarono Porzio e Gabriella che erano a casa mia e sentendo la comunicazione per radio si sono precipitati sul posto dell'accaduto, presi i corpi, li trasportai sulla mia vettura, raccolsi sul pavimento della loro macchina un block notes, un piccolo registratore e una matita e li consegnai a Porzio e Gabriella».

 

 

 

I testimoni sulla “deviazione” di Alpi e Hrovatin al garage di Marocchino

 

Alcuni testimoni riferiscono del fatto che i due giornalisti poco prima dell’agguato si sarebbero recati nel garage di Giancarlo Marocchino, e sarebbero stati visti uscire dal suo garage. Il primo riferimento a questo particolare è nel rapporto dell’ufficiale della polizia somala Ali Jirow Shermarche (ora deceduto), rapporto datato 15 dicembre 1994, indirizzato al Commissariato di polizia, divisione Unosom, in cui viene scritto:

 

«Si suppone [i due giornalisti, nda] si trovassero presso il Sahafi Hotel nella parte Sud di Mogadiscio quando, improvvisamente, decidono di prendere una macchina, delle persone di scorta e dirigersi verso la parte Nord della capitale, attraversando la linea verde. Prima dell’assassinio, i due giornalisti erano stati visti uscire a bordo della loro macchina da un garage di un cittadino italiano, di nome Giancarlo, situato nella stessa strada, a circa 2 chilometri dalla scena del delitto. Nessuno sa che cosa facessero in quel luogo né chi avessero incontrato in quel garage».

 

 

La stessa cosa è stata riferita da due cittadini somali, processati a Roma per calunnia e poi assolti. I due testimoni sono stati segnalati dall’avvocato Domenico d’Amati alla Commissione.

        

 

Ecco la lettera del legale della famiglia Alpi.

 

Roma, 18 ottobre 2005

 

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 All’Ufficio di Presidenza

della Commissione Parlamentare di Inchiesta

sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin

Camera dei Deputati

 

per corriere e via telefax

 

 

 

Oggetto: Sentenza del Tribunale di Roma in data 16 giugno – 4 luglio 2005, pronunciata nei confronti dei cittadini somali Hersi Ali Farah e Fatuma Abdi Haji imputati di false dichiarazioni al P.M. in ordine alle circostanze dell’attacco a Ilaria Alpi e Miran Hrovatin – ulteriori dichiarazioni rese dai medesimi al P.M. in ordine alla posizione di Giancarlo Marocchino, Ahmed Gilao, Abdullahi Mussa

 

 

 

Segnalo a codesto Ufficio che, con sentenza in data 16 giugno – 4 luglio 2005, che si allega in copia, il Tribunale di Roma ha definito il procedimento penale promosso a carico dei coniugi Hersi Ali Farah e Fatuma Abdi Haji residenti in Modagiscio, imputati :

 

in ordine al reato di cui agli artt. 110, 81 cpv, 371 bis c.p., perché, agendo in concorso tra loro, con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, nel corso del procedimento penale nr. 4840/96R pendente innanzi alla procura di Roma per l’omicidio di Ilaria ALPI e Miran HROVATIN, richiesti al P.M. di fornire informazioni ai fini delle indagini, rendevano false dichiarazioni, in particolare l’HERSI affermando, contrariamente al vero di aver assistito all’omicidio e alla rimozione dei cadaveri dal luogo del delitto e fornendo una falsa ricostruzione delle modalità esecutive del delitto:

 

- quanto al numero dei compartecipanti che esplosero colpi di arma da fuoco contro le vittime che indicava in sei, mentre furono soltanto due;

 

- quanto al numero e alla distanza dei colpi sparati contro la ALPI che indicava come numerosi e a distanza ravvicinata di cui uno a contatto, mentre uno soltanto e a non breve distanza fu il colpo di arma da fuoco che colpì la ALPI alla nuca;

 

- quanto alle posizioni occupate dalle vittime indicate come occupanti il sedile posteriore di un veicolo Toyota mentre il Hrovatin occupava il sedile anteriore destro e la Alpi il sedile posteriore del lato destro;

 

- quanto al numero delle persone di scorta che accompagnavano le vittime indicate come due di cui una colpita a morte nel corso della sparatoria mentre vi era un’unica persona di scorta sopravissuta;

 

- quanto all’orario del delitto indicato come le ore 13,30 mentre il delitto avvenne dopo le ore 14,45.

 

La FATUMA affermando, contrariamente al vero, che l’HERSI le aveva detto di avere assistito agli omicidi e così avvalorando le dichiarazioni da quest’ultimo rese.

 

In Roma il 10, 11 e 12 giugno 1996.

 

 

La sentenza reca il seguente dispositivo:

 

Visto l’art. 530 c.p.p., assolve HERSI ALI FARAH dai reati lui ascritti, nella parte in cui avrebbe dichiarato falsamente il numero dei compartecipanti che esplosero colpi di arma da fuoco; il numero e la distanza dei colpi; e l’orario del delitto, perché il fatto non sussiste.

Visti gli artt. 530 c.p.p., 376 c.p.,

 

assolve HERSI ALI FARAH dai reati lui ascritti, nella restante parte contestata perché l’imputato non è punibile per aver ritrattato le sue dichiarazioni nel medesimo procedimento penale in cui ha prestato il suo ufficio.

 

Visto l’art. 530 c.p.p.,

 

assolve FATUMA ABDI HAJI dai reati lei ascritti perché il fatto non sussiste.

 

Prende 30 giorni per il deposito della motivazione”.

 

 

Deve in proposito rilevarsi che nel procedimento penale n. 4840/96R, Hersi Ali Farah e Fatuma Abdi Haji non si erano limitati a rendere al P.M.  Dott. Pititto le affermazioni che poi sono state loro contestate con l’imputazione del reato p. e p. dell’art. 371 bis C.P, ma anche le seguenti altre dichiarazioni – concernenti la posizione di Giancarlo Marocchino, Ahmed Gilao e Abdullahi Mussa – per le quali essi dichiaranti non risultano essere stati sottoposti a processo penale:

 

- dichiarazione resa da Hersi Ali Farah l’11 giugno 1996 alle ore 10,45: “A.D.R. mia moglie aveva avuto una figlia dal suo precedente marito, figlia che io ho adottato. Questa ragazza ha sposato un tenente del servizio di sicurezza somalo del governo di Siad Barre (n.s.s.). Io conoscevo di vista qualcuno degli assassini di Ilaria e ho chiesto al marito di mia figlia, dicendogli che gli assassini erano Abgal, di assumere delle informazioni sull’omicidio. ADR io chiesi a mio genero di assumere informazioni lo stesso giorno in cui l’omicidio avvenne, quando arrivai a casa mia dove mio genero abitava ed era presente. ADR quattro giorni dopo mio genero mi portò all’orfanotrofio 3 di coloro che avevano sparato contro i giornalisti italiani: erano 3 persone parenti di mio genero. ADR i nome di questi 3 li ha mio genero Nasser. ADR mio genero Nasser abita a casa mia e dirige l’orfanotrofio assieme a sua moglie: ed è disposto a testimoniare se lei lo chiama. ADR quando i 3 che avevano sparato vennero all’orfanotrofio in compagnia di mio genero io diedi dei soldi a mio genero dicendogli di andare con quei 3 comprare coat, offrirla a quei 3 e farsi raccontare come erano andate le cose. Mio genero fece come io gli avevo detto, scrisse quello che i 3 gli raccontarono facendoli firmare. ADR queste dichiarazioni dei 3 io le avevo messe assieme ad altri documenti in una borsetta che mi è stata sequestrata dalla Polizia dell’emigrazione keniota quando sono stato arrestato da Nairobi, Domenica sera 1 giugno, cercavo di prendere l’aereo per l’Italia. Quando sono stato liberato per l’intervento dell’Ambasciatore italiano Sabato sera 7 c.m. io ho chiesto la borsa alla polizia dell’immigrazione ma non c’era quello che l’aveva in custodia, e poiché io dovevo prendere l’aereo per l’Italia mi è stato detto dal keniota che ha pagato la cauzione che mi avrebbe mandato la borsetta con Hassan. ADR la cauzione per la liberazione mia e di mia moglie è stata pagata a Nairobi da un parente di mia moglie che sta a Nairobi ed ha la nazionalità del Kenya: si chiama Orlea’ ma mia moglie può dare indicazioni più precise. ADR i 3 che hanno rilasciato le dichiarazioni scritte, che le farà avere Hassan sostanzialmente, hanno dichiarato che il Marocchino aveva dato loro dei soldi, promettendogliene degli altri ad uccisione avvenuta, perché uccidessero Ilaria e Miran. ADR alle 10 di mattina del giorno in cui vennero uccisi, Ilaria e Miran avevano appuntamento al cantiere di Marocchino e pertanto si portarono nel cantiere del Marocchino. ADR tutti e 6 gli assassini, quando Ilaria e Miran alle 10 del mattino andarono nel cantiere del Marocchino si trovavano già nel cantiere del Marocchino perché tutti e 6 lavoravano alle dipendenze del Marocchino e dormivano là dentro. ADR Ilaria e Miran si trattennero nell’ufficio del Marocchino per 3 ore 3 ore e mezza fino all’1.20 o 1.30  dopodichè tutti e 3 uscirono dall’ufficio del Marocchino, andavano verso la macchina dei giornalisti italiani che era parcheggiata all’interno del cantiere del Marocchino e fu a questo punto che, sempre a quel che dichiararono i 3 assassini, il Marocchino indicò Ilaria e Miran come le persone da uccidere, ai suoi uomini che erano già pronti con la macchina per uccidere i due giornalisti … ADR Nasser mi ha detto che Ilaria e Miran erano stati uccisi per questi motivi: Il col. Abdullahi Yussuf un migiurtino, che sta a Bosaso e che è presidente dell’S.S.D.F. (una associazione di tribù nemiche di Siad Barre) aveva dato la licenza di pesca ad una nave, ma con questa nave, invece di fare pesca, venivano trasportate armi, non so da dove né verso dove. Soci di questo traffico di armi erano le seguenti persone: il Bogor di Bosaso Abdullahi Mussa, Marocchino, il Generale della polizia somalo Gilao’ che era dei servizi segreti somali durante la presidenza di Siad Barre, un generale somalo Gas-Gas forse dell’esercito ma non sono sicuro; la moglie di Marocchino a nome Fai; Lul Ahamed Mohamud di cui ho già detto. ADR io non so dove si trovasse questa nave che faceva traffico di armi allorquando Ilaria era a Bosaso. So, per avermelo riferito Nasser, che questa nave faceva traffico di armi a Bosaso e ad Adale dove vendevano le armi a quelli che fanno la guerra. ADR Nasser mi ha detto che Ilaria era andata a Bosaso, aveva visto il Bogor, aveva domandato di questa nave e di questo traffico di armi e che il Bogor ha telefonato a Giancarlo Marocchino e mi ha detto che, mentre uccidevano Ilaria e Miran erano presenti nel cantiere di Marocchino tutti i soci escluso il Bogor. ADR Nasser ha appreso quanto mi ha raccontato e che io le ho riferito dai dipendenti di Marocchino che sono, per la maggior parte, parenti di esso Nasser”.

 

- dichiarazione resa da Hersi Ali Farah l’11 giugno 1996 alle ore 20,40: “…. ADR ho saputo sempre da Nasser che Ilaria aveva un appuntamento con Giancarlo Marocchino alle ore 10,00 del giorno in cui è stata uccisa e si è intrattenuta con lui sino alle 13.20, ora in cui è uscita dal cantiere insieme a Miran Hrovatin subendo quindi l’aggressione che è costata la vita ai due. ADR quello che io ho visto personalmente, dopo essere sceso dall’autovettura di Hassan che se ne è tornato indietro è questo: la Land Rover degli aggressori che faceva il percorso di cui ho detto bar Fiat – collegio – cantiere del Marocchino; giungere il Marocchino con tre mezzi e caricare aiutato dai suoi uomini dalla macchina su cui si trovavano su un’altra macchina; il Toyota dei due giornalisti con le due ruote di destra sul marciapiede. Ho visto inoltre che il giornalista era seduto sul sedile anteriore ed Ilaria era seduta sul sedile posteriore. …ADR è stato Nasser a dirmi che Marocchino, il Bogar e gli altri da me indicati ieri mattina avevano fatto traffico di armi con una nave da pesca; tutto il popolo somalo, anzi molti, dicono che fanno commercio di armi con le navi. ADR io non so con quali navi si facesse il traffico di armi”.

 

- chiarazione resa da Fatuma Abdi Haji il 10 giugno 1996 alle ore 17,45: “ADR Ilaria era venuta diverse volte nel nostro orfanotrofio e dava quaderni, libri ed anche soldi per i ragazzi ed alla fine del ’93 mi ha portato diversi cartoni di panettone: era generosa. ADR quella in cui ci portò i panettoni fu l’ultima volta in cui Ilaria venne all’orfanotrofio. Ed ha girato dei film. L’ultima volta che è venuta in Somalia quando è stata uccisa, non è venuta all’orfanotrofio, forse voleva venire, ma è morta …ADR quando mio marito venendo a casa mi disse che avevano ucciso la nostra amica Ilaria io andai sul posto e vidi il sangue ma non i corpi. ADR io vidi due pozze di sangue in due posti diversi sul marciapiede vicino al fabbricato della cultura francese: una pozza era più grande ed una più piccola, quei somali che stavano lì a vendere sigarette e tè mi dissero che la pozza più grande era quella della femmina, mentre quella più piccola era del maschio. ADR la sera quando tornai a casa dissi a mio genero Nasser che era stato nei servizi di sicurezza ai tempi di Siad Barre di fare accertamenti, perché io volevo sapere chi aveva ucciso Ilaria. ADR quando mio marito venne a casa per darci la notizia che Ilaria era stata uccisa, Nasser ed io eravamo a casa. ADR dopo qualche giorno Nasser mi disse che aveva saputo da uno o da tre degli omicidi con cui aveva mangiato “dell’erba” che gli assassini avevano ricevuto soldi per uccidere questa poveretta. ADR io ho chiesto a Nasser chi avesse pagato i soldi, che interesse avesse e Nasser mi rispose che a pagare i soldi era stato Marocchino. ADR Nasser mi disse che Ilaria faceva indagini e per questo l’hanno ammazzata. ADR non so su cosa “indaginava” Ilaria, forse aveva scoperto qualche errore del Marocchino. ADR dopo un messe è venuto Nasser e mi ha detto che la faccenda su cui Ilaria indaginava era a Bosaso dove c’era una nave con munizioni. Nasser mi disse che in mezzo alla questione, su cui Ilaria indaginava, c’erano tante persone somale ed italiane. ADR Nasser, a proposito di tali persone, mi fece solo i nomi del Marocchino e di un australiano di nome Morris, che è uno che forniva alimentari all’UNOSOM. Si dice che questo Morris sia morto a Kisimaio. ADR Nasser mi disse che volevano ammazzare Ilaria in Bosaso, ma che si era salvata. ADR mio genero mi disse che avevano fatto uccidere Ilaria, Marocchino, il principe di Bosaso, Abdulai Bogor e Ahmed Gilao”.

 

Con riferimento a tali dichiarazioni, non risulta che siano state svolte indagini in ordine a quanto concerne il ruolo attribuito a Giancarlo Marocchino e agli altri personaggi ivi menzionati.

 

Deve rilevarsi, tra l’altro, che le dichiarazioni di Hersi Ali Farah e Fatuma Abdi Haji concordano con quelle di Hussein Mohamed Sadia e di Ali Jirow Sharmarke, già segnalate a codesto Ufficio, sulla circostanza dell’incontro che i due giornalisti avrebbero avuto con Giancarlo Marocchino poco prima di essere uccisi.

 

Si allegano:

- sentenza del Tribunale di Roma in data 16 giugno – 4 luglio 2005;

- relazione di servizio del Maresciallo Michele Lorefice in data 12 giugno 1996;

- verbali di sommarie informazioni rese davanti al P.M. Dott. Giuseppe Pititto da Hersi Ali Farah  rispettivamente in data 10 giugno 1996; 11 giugno 1996 ore 10,45; 11 giugno 1996 ore 20,40;

- verbali di sommarie informazioni rese davanti al P.M. Dott. Giuseppe Pititto da Fatuma Abdi Haji rispettivamente in data 10 giugno 1996 e 12 giugno 1996.

 

Con i migliori saluti.

(Avv. Domenico d’Amati)

 

 

Non risulta che la Commissione abbia ritenuto di dover sentire i due testimoni somali.

 

 

 

La Digos di Udine

 

La Digos di Udine ha collaborato alle indagini della Procura di Roma sul caso Alpi-Hrovatin nel periodo che va dal 21 maggio 1994 all’estate del 1997, attraverso una serie di informative che traggono fondamento dalle notizie ricavate da fonti confidenziali. La trasmissione – in certi periodi frequente e intensa –  si è quasi arrestata con il passaggio di mano dell’inchiesta dal dottor Pititto al dottor Ionta. Tra il 1998 e il 1999, infatti, la Digos invierà solo alcune informazioni relative al cittadino somalo (Hashi Omar Hassan) all’epoca incriminato come membro del commando.

 

A quanto risulta, le fonti confidenziali nel tempo sono state tre: una prima fonte somala da cui nascono le prime due note informative redatte a breve distanza, il 21 e il 23 maggio 1994; una seconda fonte confidenziale, un italiano identificato in audizione dall’agente della Digos Pitussi in tale Mario Zaccolo (indagato, per altro, per traffico d’armi nell’ambito dell’inchiesta di Brindisi riguardo al progetto di traffico internazionale di rifiuti chiamato Urano, progetto che prevedeva, tra l’altro, lo smaltimento di materiale tossico-nocivo e/o radioattivo anche in Somalia) a cui sarebbe da riferire l’informativa del 24 maggio e forse quella del 1 agosto 1994; una seconda fonte somala cui sono riferibili le informative a partire dalla seconda metà del 1995.

 

La seconda fonte somala, che solo in sede di Commissione è stata identificata in tale Mohamud Mahamed Mohamud detto Gargallo, il quale da molti anni vive in Italia e si occupa di import-export di pezzi di ricambio per veicoli, a sua volta aveva raccolto le informazioni attivando propri referenti in Somalia, costituiti da diversi familiari e persone di sua fiducia. Pertanto, le notizie raccolte erano state frutto da una parte delle sue conoscenze dirette e personali, dall’altra di questa rete informativa di cui Gargallo si era potuto avvalere. Proprio attraverso questo sistema era riuscito, nel corso del 1997, a far rintracciare e a far giungere in Italia quattro testimoni oculari del duplice omicidio, di cui si dirà fra breve.

 

La Commissione parlamentare è riuscita ad individuare una soltanto di queste fonti di “primo grado”, tale Omar Diini, il quale – per sua stessa ammissione – aveva collaborato con Gargallo e con la Digos di Udine soltanto in questa fase della raccolta di notizie.

 

La stessa Commissione, quindi, non è riuscita a dare una paternità alle altre informazioni acquisite attraverso i rapporti comunicativi instaurati da Gargallo in Somalia.

 

Quanto all’affermazione, contenuta nella relazione proposta dal Presidente, secondo la quale Gargallo sarebbe da considerare inattendibile per lo stretto contatto con diversi giornalisti, non si può non rilevare che i contatti sono avvenuti prima (quando la fonte non era ancora tale) e dopo (quando le informative di Udine erano terminate da ben cinque anni). Infatti dalla stessa ricostruzione della relazione di maggioranza risulta che i giornalisti Maurizio Torrealta e Luigi Grimaldi erano entrati in contatto con Gargallo ben prima che cominciasse a riversare le sue conoscenze agli agenti della Digos. Lo conferma il fatto che, come risulta dagli atti, è uno degli stessi giornalisti a suggerire l’opportunità di riferire quanto di sua conoscenza alle forze dell’ordine. Quanto ai giornalisti di Famiglia Cristiana, avverrà un unico incontro con Gargallo e alla metà di novembre del 2003, quindi a collaborazione ampiamente cessata con la Digos friulana.

 

Quanto ai contenuti delle informative trasmesse dagli investigatori friulani alla Procura di Roma – sul punto va peraltro sottolineato che la Digos di Udine non aveva delega d’indagine autonoma ma riferiva al magistrato della Procura di Roma titolare dell’inchiesta – vanno a toccare alcuni aspetti diversi della questione: una parte riguarda la dinamica dell’agguato e alcuni dei responsabili materiali; un’altra i presunti mandanti; una terza fornisce informazioni riguardo faccendieri e traffici d’armi in Somalia e fra Italia e Somalia.

 

Riguardo alla dinamica dell’agguato, Gargallo ha riferito di un gruppo di assalitori formato da sette somali, tutti Abgal ma appartenenti a tre etnie diverse: Mohamed Muse, Agun Yare, Celi Omar, ed ha fornito alcuni nomi dei presunti componenti del gruppo.

 

Dalle risultanze della Commissione, si evince tra l’altro che Gargallo «era in possesso di due elenchi di possibili assalitori: uno scritto da lui stesso sulla base delle notizie fornitegli dai suoi referenti in Somalia e un altro fornitogli dalla Digos di Roma (per quanto da lui stesso affermato)». Ci si chiede se la Commissione ha chiarito la ragione di questa doppia lista e le modalità con cui la fonte sarebbe venuta in contatto con la Digos di Roma. Stante la totale riservatezza di cui Gargallo ha goduto in questi anni da parte della Digos di Udine, sarebbe stato importante comprendere come, dove e perché si è realizzato un contatto con gli investigatori romani. Nella relazione non se ne trova spiegazione, né tentativo di approfondimento.

 

Riguardo al somalo condannato per la partecipazione all’omicidio, Hashi Omar Hassan, risulta dalle informative che la fonte si sia attivata solo per chiedere informazioni ai propri referenti nel Paese africano, ma non gli sia mai stato chiesto di indagare sulle sue responsabilità.

 

In riferimento ai presunti mandanti, le informative di Udine presentavano in sintesi, i seguenti elementi:

 

- Informativa del 21 maggio 1994. Si riferisce della flotta Shifco e del suo titolare Mugne come coinvolti in traffici di armi. Mugne, erroneamente indicato come capitano, viene indicato come trafficante d’armi sia a beneficio del precedente dittatore Siad Barre sia a favore di Ali Mahdi. Ilaria Alpi, venuta a conoscenza dei traffici illeciti, si era recata a Bosaso dove aveva verificato la presenza della nave, aveva contattato tale King Kong, al fine di avere notizie sulla Shifco. Rientrata a Mogadiscio, aveva cercato avere ulteriori notizie nella zona sotto il controllo di Ali Mahdi. In conseguenza di ciò, i due giornalisti sarebbero stati eliminati.

 

- Informativa del 23 maggio 1994. Si aggiungono informazioni sulla flotta Shifco e su un suo marinaio, tale Forchetto.

 

- Informativa del 24 maggio 199[1], riconducibile alla fonte italiana: viene precisato che l’omicidio sarebbe avvenuto perché a Bosaso Alpi e Hrovatin avevano filmato una nave carica di armi. Vengono riferiti i nomi di Giancarlo Marocchino e di Guido Garelli, come coinvolti negli stessi traffici. Nella nota c’è anche una singolare puntualizzazione riguardo al fatto che i due gestirebbero una piccola società aerea con sede a Roma in via Fauro.

 

- Nota del 1 agosto 1995. Si forniscono ulteriori informazioni su aspetti già accennati precedentemente e viene indicato per la prima volta il nome di Giorgio Giovannini, indicato come trafficante di armi.

 

- Informative dal 25 giugno 1995 al 20 marzo 1996: si parla dei traffici d’armi di Giorgio Giovannini (definito amico di Craxi e conosciuto da Marocchino) con Siad Barre e in seguito con Ali Mahdi, utilizzando le navi della Shifco. Si indicano Giovannini, Mugne e suo fratello, Said Marino, come coinvolti nell’omicidio. Viene spiegato che gli spostamenti dei due giornalisti erano noti ad Abdullahi Mussa, il “Sultano di Bosaso”, ad Ali Mahdi e a Marocchino, e che a costoro è da imputare la decisione di procedere all’esecuzione. Infine, con indicazioni parzialmente diverse, vengono indicati come mandanti Mugne e Ali Mahdi, mentre Marocchino e Ciliow (Gilao) avrebbero avuto il compito di organizzare il commando. Si fa il nome di Craxi e Pillitteri come legati a questo giro di persone da interessi economici.

 

- Le informative precisano che si sarebbe svolta una vera e propria riunione per prendere la decisione e organizzare l’omicidio. Vengono indicati i nomi di coloro che avrebbero partecipato a questa riunione: Ali Mahdi, il Bogor (il Sultano di Bosaso), Mugne, Marocchino, Gilao e Mohamed Sheik Osman ex ministro delle finanze del Governo di Siad Barre. Sono indicati i nomi di due dei componenti del commando con l’appartenenza al sottoclan, e l’appartenenza clanica di altri componenti.

Viene poi sommariamente descritta la dinamica dell’omicidio, e si riferisce che subito dopo l’agguato Marocchino si sarebbe impossessato di tre fogli strappati dal block notes di Ilaria Alpi.

 

 

Quanto alla prima fonte somala, la Commissione non è stata in grado di rintracciarla.

 

La fonte italiana, come si è già detto indicata in Mario Zaccolo, era persona già coinvolta, come già anticipato, nel “Progetto Urano” ideato e coordinato da Guido Garelli, come risulta dagli atti della Commissione, che è in possesso del fascicolo proveniente dalla Procura di Brindisi. Zaccolo, interrogato dai magistrati, aveva ammesso di aver partecipato all’iniziativa e di aver fatto parte del sottogruppo denominato “Antinea” che avrebbe dovuto occuparsi di procacciare materiale bellico. L’imprenditore friulano si è difeso (come peraltro tutti i numerosi indagati) sostenendo che nulla di quanto descritto nella copiosa documentazione rintracciata dai magistrati su Urano era stato realizzato. Di fatto è noto che, in epoca successiva alle indagini svolte a Brindisi, nel 1992 lo stesso Garelli firmerà insieme a Giancarlo Marocchino e a Ezio Scaglione una «lettera d’intenti riservatissima» nella quale si parla di «sviluppare il Progetto Urano nel Corno d’Africa, per la parte già nota». In qualche forma, quindi, è da presumere che tale colossale progetto di smaltimento di rifiuti-tossici e radioattivi sia in qualche modo proseguito anche dopo le inchieste del 1988 e ‘89 di Brindisi. Pur essendo stato in seguito considerato inattendibile, a detta degli stessi agenti di Udine, in riferimento a notizie su altre vicende, Zaccolo era in effetti potenzialmente in grado di conoscere fatti relativi ai traffici in Somalia. E, d’altro canto, in virtù del suo precedente coinvolgimento nell’inchiesta su Urano, può non essere considerata del tutto disinteressata la sua smentita – come risulta dalla sua audizione – sulla paternità delle notizie riportate dall’informativa di Udine.

 

Riguardo alla seconda fonte somala, Gargallo, come si è anticipato, l’organismo parlamentare ha potuto portare in audizione soltanto uno dei suoi referenti, Omar Hajimunye Diini, che ha trasmesso alcune delle informazioni raccolte a Mogadiscio.

 

Diini, audito il 22 settembre 2004 in Commissione, ha confermato di aver raccolto notizie sul duplice omicidio presso suoi conoscenti. Riguardo all’indicazione dei presunti mandanti (nota dell’agosto ’95) Mugne e Giovannini, afferma: «Non so se l’ho data io. Non seguivo la vicenda con grande attenzione. Raccoglievo informazioni, le passavo e immaginavo che poi chi le riceveva le avrebbe elaborate». Lo stesso dicasi per la riunione preparatoria dell’omicidio: «Esattamente non so. Qualcuno mi ha detto che c’è stata una riunione a casa di Ali Mahdi». Ed ecco quanto sostiene riguardo al movente: «Non ho informazioni concrete, […] ribadisco quelle che penso possano essere state le cause: la giornalista si stava occupando di questioni attinenti alle armi e alla discarica di scorie chimiche».

 

La relazione di maggioranza trae la conclusione che «proprio dalle notizie trasmesse da Udine e confluite nelle indagini sull’omicidio si traggono i maggiori elementi di sospetto nei confronti dell’esistenza e dell’identità degli eventuali mandanti del delitto». Affermazione che, in presenza delle lacune evidenziate nella ricostruzione dell’origine delle notizie e della misconoscenza del ruolo di Zaccolo, appaiono poco supportate dall’evidenza dei riscontri.

 

Va detto per inciso – ma rimandiamo per la trattazione specifica ad altra parte della presente relazione – che il documento proposto dal Presidente denota di non aver collegato e approfondito i diversi risvolti e le diverse figure che collegano, in inchieste giudiziarie diverse, alcuni dei personaggi coinvolti nel Progetto Urano: l’inchiesta di Milano condotta dal Pm Maurizio Romanelli e nata dalle dichiarazioni di Gianpiero Sebri, conteneva diversi elementi riconducibili a questo progetto di smaltimento illecito di rifiuti, ma risulta che la Commissione abbia acquisito solo una ridotta, incompleta e poco esaustiva parte degli atti. Anche l’indagine guidata dal Pm Luciano Tarditi della Procura di Asti conteneva riscontri significativi su traffici di rifiuti messi in atto da alcune delle persone coinvolte dal Progetto Urano: Ezio Scaglione, ad esempio, e Giancarlo Marocchino. I fascicoli dell’inchiesta di Asti sono stati acquisiti solo alla metà di febbraio del 2005.

 

Non si può esimersi dal fare una puntualizzazione riguardo a ciò che la relazione del Presidente definisce “tentativo di depistaggio ai danni della Commissione”.

 

Nella prima metà di aprile 2004, un consulente della Commissione, il Sost. Comm. Antonio Di Marco, viene mandato dal Presidente in “avanscoperta” a Udine per cominciare un’indagine sull’operato della Digos locale. Dell’iniziativa la Commissione non è a conoscenza.

 

Qualche giorno dopo, l’Onorevole Mauro Bulgarelli dei Verdi e due consulenti della Commissione (Carazzolo e Scalettari), considerando prioritario cercare di mettere in diretto contatto con la Commissione la seconda fonte somala della Digos di Udine, propone al Presidente Taormina un incontro (in quella primissima fase riservato) con uno degli agenti della Digos di Udine, Giovanni Pitussi, per vagliarne la disponibilità a creare questo contatto diretto. L’obiettivo è evidentemente quello di permettere alla Commissione di vagliare non solo le conoscenze dirette di Gargallo (si noti che ancora non se ne conosce l’identità; verrà resa pubblica solo nel corso del 2005 dal Presidente Taormina in un’intervista a “Il Giornale d’Italia”), ma anche la riattivazione di quei canali che qualche anno prima avevano permesso alla Digos di Udine di acquisire notizie e far giungere in Italia alcuni testimoni oculari. L’ipotesi di lavoro è di tentare di raggiungere direttamente anche le “fonti sul posto” di Gargallo per vagliarne le dichiarazioni, la riscontrabilità e l’attendibilità.

 

La collaborazione dell’agente di Udine è considerata l’unica via possibile per un contatto rapido con la fonte, non avendo alcuna altra possibilità di rintracciarla direttamente non essendone conosciuta da alcuno l’identità.

 

L’incontro si realizza il 20 maggio 2004. Vi partecipano il Presidente della Commissione Carlo Taormina, l’On. Mauro Bulgarelli, il consulente Luciano Scalettari e l’agente Giovanni Pitussi della Digos udinese.

 

Durante l’incontro emerge la richiesta da parte dell’agente Pitussi di coinvolgere i due colleghi della Digos (Ladislao e Motta-Donadio). Pitussi garantisce che entro un mese o poco più sarà possibile entrare in contatto con la fonte riservata, a condizione di mantenerne tutelata l’identità e di evitare – almeno per una prima fase della collaborazione – un’audizione davanti alla Commissione, per non correre il rischio di fughe di notizie riguardo alla stessa collaborazione in atto da parte della fonte. Per converso, il Presidente Taormina pone il problema che lo stesso Pitussi o uno dei colleghi di Udine siano disponibili a fare base a Roma per poter facilitare la collaborazione e il contatto costante con gli altri agenti della Digos che rimarranno nella città friulana. S’impegna a far partire da subito l’operazione, mandando in tempi brevissimi alcuni consulenti della Commissione a Udine ad acquisire tutta la documentazione, passaggio necessario – dice il Presidente – per avviare la collaborazione. Non risulta che, nel corso del pranzo di lavoro, in nessun momento e in nessun modo l’agente Pitussi abbia chiesto (o imposto come conditio sine qua non) di far parte della Commissione.

 

Non più tardi di quindici giorni dopo, un magistrato e due consulenti vengono inviati a Udine. Si tratta di Silvia Corinaldesi (magistrato), l’ex onorevole Mariangela Gritta Grainer e l’agente di polizia Antonio Di Marco.

 

Il progetto di collaborazione salta perché, viene riferito al Presidente Taormina (come? Attraverso una relazione?), che alla Procura di Udine è in corso un’indagine dalla quale emergerebbero aspetti poco chiari nell’operato della Digos di Udine e che vi sarebbero coinvolti alcuni giornalisti (fra i quali, forse, i consulenti provenienti da Famiglia Cristiana).

 

Verrà accertata in seguito, attraverso la puntuale richiesta di delucidazioni in sede di audizione dei magistrati di Udine Caruso e Buonocore, l’insistenza di un fascicolo del genere (merita solo di passaggio di precisare che in realtà la Procura di Udine aveva doverosamente aperto un fascicolo inerente alcune lettere mandate da tale Luciano Porcari che sosteneva di essere a conoscenza di notizie relative al caso Alpi-Hrovatin; tale Porcari, detenuto, risultava peraltro già esser stato considerato inattendibile in diverse altre sedi giudiziarie, alle quali si era rivolto in forme simili).

 

Da quel momento in poi l’operazione di rintracciare la seconda fonte somala di Udine verrà gestita dal consulente Di Marco.

 

Come risulta dagli atti, questa non chiara sequenza di fatti ha comportato il fatto che la fonte Gargallo è stata rintracciata e portata in Commissione solo nel gennaio 2005, ossia sette mesi dopo. Nelle audizioni, come risulta chiaramente dalla relazione proposta dal Presidente Taormina, la stessa fonte poi non ha confermato una serie di notizie rese a Udine, né è stato possibile rintracciare i suoi riferimenti somali, al di là del già citato Omar Diini, che peraltro ha collaborato con Gargallo solo nella fase finale.

 

Andrebbe certamente chiarito un fatto: fino a metà novembre 2003 (data del già citato incontro con i giornalisti di Famiglia Cristiana) la fonte di Udine aveva confermato le notizie fornite alla fonte di Udine e la pluralità di referenti in Somalia, dichiarando di temere per la propria vita e per quella dei propri familiari nel Paese africano. Dal gennaio 2005 Gargallo – a detta del Presidente – ha invece ritrattato in parte le sue dichiarazioni e non ha più temuto per la propria incolumità e quella dei familiari.

 

Appare inutile, peraltro, entrare nel merito delle valutazioni riportate nella terza parte della relazione proposta dal Presidente, che lo ha condotto a ritenere di dover rinviare gli atti alla magistratura per porre sotto inchiesta il nucleo della Digos: le conclusioni a cui giunge il Presidente sono diretta conseguenza del metodo utilizzato e delle convinzioni pregiudiziali con cui ha affrontato la questione.

 

Merita soltanto osservare che la sua scelta ha ritardato enormemente il contatto con la fonte Gargallo, ma soprattutto ha impedito di riattivare i canali che avrebbero potuto permettere il raggiungimento e la raccolta delle dichiarazioni di testimoni oculari. È singolare notare che lo stesso Presidente, nella sua bozza di relazione, ammette di aver potuto acquisire le testimonianze di testimoni oculari dell’omicidio.

 

 

 

La Procura di Udine

 

La Commissione ha perso molto tempo, decisamente troppo, dietro alle inutili e confuse lettere di Luciano Porcari, condannato a 27 anni di reclusione per l'omicidio della sua ex convivente e già noto alle cronache giornalistiche per aver tentato il dirottamento di un aereo. L'uomo, in svariate lettere mandate a magistrati, poliziotti e giornalisti di mezza Italia,  da anni dichiarava di avere "notizie sensazionali" sulla morte di Ilaria Alpi e, addirittura, il suo "diario".

 

Sarebbe bastata una rapida ricerca su Internet e un brevissimo colloquio con chi aveva già perso tempo con lui in passato, per capire che si trattava di un millantatore.

 

A mettere in sospetto la Commissione, si dice nella relazione della maggioranza, sarebbe stata l'apertura di un fascicolo da parte della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Udine, in seguito all'invio di una lettera ricevuta dalla Digos di Udine il 23/12/2003. Del fascicolo, rubricato come "atti relativi alla nota Digos circa la missiva ricevuta da Porcari Luciano”, erano titolari il procuratore dottor Caruso e l'aggiunto dottor Buonocore. Il fascicolo, a quanto scrive la Commissione, conteneva tre verbali di assunzione di sommarie informazioni testimoniali.

 

Per quanto riguarda l'omicidio Alpi-Hrovatin, Porcari affermava che i due giornalisti sarebbero stati uccisi per decisione di un ex generale dei servizi segreti italiani residente in Sudafrica;

 

che sarebbero stati uccisi perché avevano scoperto un traffico di armi gestito da un gruppo di cui lo stesso Porcari avrebbe fatto parte;

 

che anche il colonnello Mario Ferraro del Sismi sarebbe stato ucciso per lo stesso motivo; che Giancarlo Marocchino non avrebbe avuto nessun ruolo e nessuna responsabilità nel duplice omicidio;

 

che Hashi Omar Hassan sarebbe, anche lui, innocente;

 

che Giampiero Sebri avrebbe fornito informazioni false ai giornalisti di Famiglia Cristiana con i quali il Porcari medesimo era stato in contatto tra il 1999 e il 2000.

 

Per capire che Porcari era un millantatore non è stato sufficiente, alla Commissione, audire i due magistrati di Udine una prima volta e nemmeno convocare in audizione il Porcari medesimo. Tanto meno, si è chiesto ai giornalisti di Famiglia Cristiana della loro esperienza con Luciano Porcari. Si è preferito indagare sul rapporto tra i giornalisti e il Porcari, se e quando lo avevano incontrato in carcere, se avevano riportato sul giornale le sue dichiarazioni (circostanza, questa, mai verificatasi). Poi sono stati nuovamente auditi i due magistrati per concludere, nella relazione, che il fascicolo è stato inoltrato per competenza alla Procura di Roma con eccessivo ritardo.

 

Nella relazione, inoltre, è stato messo in evidenza il rapporto tra i giornalisti e il Porcari, ma non c'è cenno sulla circostanza, da loro riferita, che l'avvocato Stefano Menicacci, legale di Giancarlo Marocchino, era in corrispondenza con lui. La Commissione, inoltre, incorre più volte nell'errore di attribuire ai tre giornalisti di Famiglia Cristiana "approfonditi lavori sul caso Alpi sin dall'epoca immediatamente successiva al duplice omicidio" (mentre il pool si costituisce nel gennaio 1998) e un "interesse particolare alle indagini della Digos di Udine e ai suoi informatori "che, invece, hanno costituito solo uno dei tanti aspetti, né il primo né il più importante, del lavoro giornalistico dei cronisti di Famiglia Cristiana».

 

 

 

Marocchino

 

È quanto meno una scelta imprudente, da parte della Commissione,  decidere di poggiare una parte significativa della sua attività intorno alla figura di Giancarlo Marocchino: lui, in collaborazione con il suo avvocato Stefano Menicacci e attraverso il suo ex socio Ahmed Duale, fa venire in Italia la macchina sulla quale furono uccisi Ilaria e Miran (prezzo pagato: 18.200 euro); suoi stretti collaboratori sono i sei testimoni somali (di cui uno messo sotto protezione) che hanno permesso al Presidente di ricostruire la dinamica dei fatti.

 

D’altro canto, come si è visto negli ultimi giorni concitati di lavoro della Commissione del voto della relazione, il Presidente per confezionare una “verità” modellata sulle sue tesi precostituite, si è visto costretto a decurtare con un pesante colpo di forbice, la bozza di relazione che lui stesso aveva fatto distribuire ai Commissari il 20 febbraio 2006, epurando il testo che ha presentato al voto di ampie parti nelle quali la relazione presentava il lavoro svolto sulle piste dei traffici di armi e rifiuti. Ben prima, aveva evitato di prendere in considerazione tanta ampia mole di documentazione riferita proprio agli indizi, alle testimonianze e alle inchieste giudiziarie svolte su queste piste, non prendendo in considerazione documenti di cui la stessa Commissione era in possesso e trascurando di approfondire le verifiche su tanti elementi da sviluppare in queste direzioni.

 

Prima di investire Marocchino del ruolo di “cooperante” (così viene definito dal Presidente) della Commissione, si sarebbe almeno dovuto far chiarezza sulle tante voci, sui tanti elementi, sugli indizi che da molto tempo avvolgono la sua figura e, soprattutto, la sua attività in Somalia. Le carte della Commissione sono piene di segnalazioni su di lui. E se la Commissione scrive nella Relazione che «dalle relazioni e dalle conversazioni telefoniche intercettate (pur non potendosi escludere l'utilizzo di altre utenze rimaste ignote), Marocchino appare come un soggetto prevalentemente dedito al lavoro e agli affari», nella sentenza di archiviazione dell'inchiesta n. 264/99 del 9/12/1999 della Procura di Asti in cui Marocchino era imputato per sottrazione di atti relativi alla sicurezza dello Stato (doc 0282 005) lo stesso giudice rileva che vi sono molte prove (comprese intercettazioni telefoniche tra Marocchino e Roghi) su comportamenti per lo meno discutibili di Marocchino. A pag. 8 del doc 0282 005, che riporta la sentenza, si legge che Marocchino ammette:

 

«- che in una delle telefonate intercettate nella telefonata di cui sopra si riferiva a suoi documenti personali (polizze di carico) da cui risultavano trasporti effettuate da aziende italiane ai vari cantieri somali in cui erano indicate merci diverse da quelle effettivamente trasportate (Mercedes, mobili e marmi pregiati mentre nelle polizze di carico sa parlava di materiale elettrico, legnami, ecc.).

 

- che quando aveva detto che poteva far saltare in aria il Ministero degli affari esteri si riferiva alle polizze di carico e ad altri documenti in suo possesso che dimostrano alcuni episodi di mala-cooperazione (ad es. l'anomalia di alcune spese sostenute per elicotteri, forniture di grano);

 

- che effettivamente il riferimento a "tre uomini" riguarda una visita da parte di tre persone dei servizi segreti italiani che domandavano notizia circa i rapporti tra Ali Madhi ed Aidid in vista della costituzione di una forza di polizia somala organizzata dall'Italia».

 

A pag 9 e 10 della sentenza si legge:

 

«Anche a ritenere che alcuni documenti relativi al Fai o atti dell'ambasciata siano finiti nelle mani dell'imputato non è possibile sostenere che si tratti di documenti di interesse politico dello Stato, posto che gli altri atti in possesso delle autorità preposte e indicate nelle missive in atti (lettere Direzione generale della DGCS) parlano di documenti che perlopiù riguardano l'attività consolare ed alcune note per spostamento personale, cioè atti relativi alla gestione tecnico-amministrativa del Fai che potrebbero anche dimostrare comportamenti illeciti posti in essere da  funzionari pubblici (e quindi essere atti di rilievo dal punto di vista investigativo e giudiziario) ma non necessariamente rivestire natura di atto di natura politica o attinenti alla sicurezza dello Stato».

 

Scrive ancora il giudice:

 

È evidente che un atto del tipo di quelli sopra esemplificati, se reso pubblico, potrebbe avere effetti devastanti ma solo sui singoli funzionari infedeli e non sulle istituzioni in quanto tali (il riferimento a "far cadere il ministero" può infatti interpretarsi solamente in questo senso e cioè di prove di singoli atti illeciti o comunque inopportuni)».

 

E, in effetti, Marocchino sembra godere di buone protezioni. Quando fu espulso dalla Somalia perché accusato dagli americani di trafficare in armi, il Pm Pietro Saviotti della Procura di Roma aprì, come era logico, un’inchiesta.

 

Dal fascicolo che la Commissione ha acquisito risulta che il magistrato aveva avviato indagini in base alle quali si ipotizzavano diversi reati. Oltre a possesso illegale di ingenti quantitativi di armi, anche di alta tecnologia (sistema di puntamento della Selenia ancora imballato, come risulta anche da un’informativa del Sismi), c’è  anche il sospetto di un coinvolgimento nei fatti del 2 luglio, ossia in quella che viene definita la battaglia del Check Point Pasta, perché da una delle sue proprietà erano stati attaccati e uccisi alcuni militari italiani. Marocchino è accusato di favorire, con il suo traffico di armi e di tecnologia militare, la fazione di Aidid e di aver organizzato con il suo socio Ahmed Duale (l’uomo che farà da intermediario per riportare la macchina di Ilaria in Italia insieme a Marocchino) un volo per dieci membri della milizia dello SNA in Iran per addestrarsi sugli SA–7.

 

Mentre l’inchiesta è ancora in corso accadono due fatti singolari: risulta dagli atti che l’allora ambasciatore italiano Scialoja, nel gennaio del 1994, comunica al comandante americano di Unosom, generale Howe, che l’indagine italiana si è conclusa con un’archiviazione per la totale assenza di prove e che Marocchino, per quanto riguarda le autorità italiane, può dunque tornare in Somalia. Infatti, nello stesso mese di gennaio, Marocchino rientra a Mogadiscio. Il secondo fatto riguarda una comunicazione del Ministero degli Esteri indirizzata al dott. Saviotti  che informa il magistrato del fatto che è stato revocato l’ordine di espulsione per Marocchino. La richiesta di archiviazione, in realtà, è dell’aprile del ’94 e viene accolta dal giudice per le indagini preliminari solo a luglio. Questa la motivazione: «Rilevato che allo stato non emergono concreti elementi che possano confermare i sospetti comunicati dall’Unosom; che in tal senso la relazione 9/3/94 allo Stato Maggiore dell’Esercito esclude ogni responsabilità dell’indagato…».

 

Secondo la relazione della maggioranza, «L’attività investigativa è del tutto incompleta: non è affatto chiaro perché il procedimento sia stato chiuso dopo aver ricevuto solo in parte i documenti richiesti, non siano stati sollecitati ed esaminati atti importanti quali i verbali di sequestro delle armi, non siano stati sentiti gli ufficiali italiani che vi hanno proceduto o l’alto ufficiale che aveva reso dichiarazioni sui fatti del 2 luglio 1993, non si sia verificato a quali intercettazioni facesse riferimento il comando Unosom.”

 

Ci si chiede per quale ragione la Commissione non abbia ritenuto di convocare il dottor Saviotti per una audizione di chiarimento.

 

La Commissione non ha nemmeno ritenuto di dover chiedere approfonditi chiarimenti all’ambasciatore Scialoja sul motivo di quella comunicazione, in quel momento priva di qualsiasi giustificazione.

 

Infatti, il Presidente, durante l’audizione dell’ambasciatore, solleva la questione ma Scialoja glissa amabilmente, dando una concisa e confusa risposta. E il Presidente, con grande delicatezza, non insiste.

 

Marocchino, interrogato in proposito, imputa l’espulsione dalla Somalia al fatto di aver toccato interessi economici della società americana Brown and Root, che vedeva in lui – a suo dire – un pericoloso concorrente.

 

C’è da credere a Marocchino? Secondo l’avvocato D’Amati, legale della famiglia Alpi, no. In una lettera inviata alla Commissione l’8 marzo 2005 vengono messi in evidenza alcuni punti:

 

«Ritengo tuttavia opportuno informare codesto Ufficio che nel processo per calunnia a carico di Gianpiero Sebri, in corso davanti al Tribunale di Roma (Sezione II Penale, Giudice Dott. Landi) Giancarlo Marocchino, indicato come teste dal P.M., è stato sottoposto, il 10.02.2005, al controesame della difesa dell'imputato. Il controesame continuerà il 13.4.2005.

 

Dalla trascrizione della registrazione fonografica, che accludo alla presente memoria, risulta, tra l'altro, che Giancarlo Marocchino ha rettificato la denuncia per calunnia presentata nel gennaio 2001 in una parte di significativo rilievo.

 

Invero nella denuncia, per dimostrare l'asserita falsità della dichiarazione del Sebri in ordine ad un incontro svoltosi con lui e Spada a Milano nel 1987, il Marocchino aveva affermato: “È tutto un falso. Io non sono stato mai, e ne fa fede il mio passaporto, in Italia nel periodo 1985 – 1990».

 

In sede di controesame egli ha ora ammesso di essere stato qualche volta in Italia nel predetto periodo ed ha riconosciuto di aver potuto presentare il 28.11.1987 una denuncia di smarrimento di documenti (patente di guida, porto di armi e carta di identità) alla Polstrada di Aosta e il 30.11.1987 una denuncia di smarrimento del passaporto alla Questura di Aosta.

 

Peraltro la presentazione di tali denunce risulta allo scrivente e potrà essere agevolmente verificata da codesto Ufficio.

 

A ciò si aggiunga che Giancarlo Marocchino, dopo aver affermato che la durata del suo soggiorno in Italia nel novembre 1993 (periodo del secondo incontro riferito dal Sebri) è stata di 4 o 5 giorni, ha ammesso che tale durata può essere stata di 10 giorni.

 

Il Marocchino inoltre, dopo avere affermato di non essersi mai occupato di traffici di rifiuti ed in particolare dell'operazione Urano, ha ammesso di aver firmato nel 1992, con Garelli e Scaglione, “un pezzo di carta con su scritto Urano”.

 

Dopo avere negato che tale accordo concernesse traffici di rifiuti tossici, ha riconosciuto di aver detto il contrario in un'intervista rilasciata il 5.6.1999 a Famiglia Cristiana, il cui testo, recante al sua sottoscrizione, gli è stato mostrato; egli ha però precisato che si è trattato di una dichiarazione "contorta".

 

Egli ha anche ammesso di aver parlato di operazioni di trasporto di rifiuti in Somalia con Ezio Scaglione, Franco Giorgi e Claudio Roghi, pur sostenendo che non si trattava di rifiuti tossici.

 

Lo Scaglione deponendo ad Asti ha detto che l'accordo sottoscritto con Marocchino nel giugno 92 concerneva il traffico di rifiuti tossici (doc. 67 allegato alla mia memoria del 17 febbraio 2004). Il Giorgi, deponendo a Torre Annunziata e ad Asti ha, tra l'altro, riferito l'esistenza di stretti rapporti fra il Giancarlo Marocchino e Luca Rajola Pescarini, nonché il coinvolgimento del Marocchino in traffici di rifiuti (docc. 54 e 55 allegati alla mia memoria del 17 febbraio 2004).

 

È emerso inoltre che Giancarlo Marocchino non ha assunto alcuna iniziativa nei confronti di Faduma Aidid, figlia del generale Aidid, la quale ha attribuito a lui, a Rajola e a Mugne la responsabilità dell'eliminazione di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, nonché un ruolo di rilievo nei traffici illeciti fra Italia e Somalia».

 

 

La Commissione ha verificato questi fatti? Non risulta agli atti che abbia richiesto la documentazione alla Polstrada e alla Questura di Aosta. Non ha acquisito né approfondito i riscontri ottenuti nel corso delle indagini dal dottor Maurizio Romanelli, titolare dell’inchiesta nata dalle dichiarazioni di Sebri. La presenza in Italia di Marocchino nell’autunno 1987 è un fatto non di poco conto. Infatti Sebri aveva dichiarato che Marocchino faceva parte della sua organizzazione dedita ai traffici illeciti di rifiuti. Aveva aggiunto di aver conosciuto Marocchino in quella occasione, e di averlo poi incontrato di nuovo nel 1993 quando, nel corso di quel colloquio, si era fatto cenno – presente l’allora colonnello del Sismi Luca Rajola Pescarini – di “una giornalista che creava dei problemi” e altri temi di non poca rilevanza. Marocchino aveva negato quegli incontri, sostenendo riguardo al primo che non era in Italia, e che non era passato per Milano in occasione del secondo supposto con Sebri e Rajola. Considerando che Marocchino ha dovuto, in seguito, ammettere di essere passato per Milano nei giorni del secondo incontro (aveva preso l’aereo da Linate), appurare che Marocchino aveva mentito anche in relazione al presunto incontro del ’93 attraverso i documenti della Polstrada e della Questura di Aosta, sarebbe stato di grande rilevanza. Oltre che di aiuto alla giustizia: presso la Procura di Roma è in corso un processo per calunnia che vede imputato Sebri, denunciato proprio da Marocchino e da Rajola.

 

Quanto all’accenno che l’avvocato d’Amati fa a Franco Giorgi, merita evidenziare che Giorgi aveva dichiarato davanti alla Procura di Torre Annunziata che Marocchino e Rajola erano amici, fatto che entrambi negano e che, anche in questo caso, avrebbe rilevanza non solo per l’accertamento della verità nell’ambito dei lavori della Commissione, ma anche nel processo succitato di Roma, dove Marocchino e Rajola sostengono che gli incontri asseriti da Sebri non sarebbero mai potuti avvenire perché non si conoscevano. Non si può non rilevare che nel corso dell’audizione di Franco Giorgi, che davanti alla Commissione ha negato l’evidenza dei suoi precedenti verbali, ha ritrattato totalmente quanto dichiarato a Torre Annuniata e ha accusato pesantemente un sottufficiale dei carabinieri di aver falsificato le sue dichiarazioni, si è scoperto che il testimone, e con lui molti altri, era in stretto contatto, nel periodo precedente all’audizione, proprio con l’avvocato Menicacci, cioè il difensore di fiducia di Marocchino.

 

Eppure dopo la  prima, superficiale audizione di Marocchino, come si legge nella Relazione di maggioranza, il consulente Antonio Di Marco, ufficiale di p.g., propone a Marocchino di «cooperare con la Commissione fornendo indicazioni in suo possesso o reperendo notizie di cui la Commissione aveva necessità».

 

Con l'unica verifica, a quanto pare, di mettere sotto controllo, per alcuni periodi, due utenze telefoniche di Marocchino e, per un anno intero, il cellulare del medesimo consulente. Operazione, quest’ultima, di difficile comprensione, e che avrebbe significato solo a condizione che tutte le utenze telefoniche dei due fossero state messe sotto controllo, e che entrambi non ne fossero a conoscenza.

 

Marocchino collabora attivamente contribuendo a portare in Italia alcuni dei suoi uomini più fidati in qualità di testimoni e consentendo, attraverso il suo ex socio Ahmed Duale, di recuperare la macchina dove sono stati uccisi Ilaria e Miran.

 

Avrebbe perlomeno dovuto ispirare maggior prudenza constatare che le ipotesi avanzate da Marocchino (i due giornalisti sono stati uccisi per un tentativo di sequestro finito male) e dal suo legale, Stefano Menicacci – che tra l’altro è stato audito in veste di testimone nonostante il fatto che fosse stato presente in veste di legale alle audizioni (comprese le parti secretate) del suo assistito – sono state poi ulteriormente confermate dai suoi stretti collaboratori, assurti al ruolo di testimoni avanti la Commissione. Il Presidente Taormina avrebbe dovuto almeno sospettare del fatto che avvenisse un “corto circuito” e che le versioni diventassero puntello reciproco, le une delle altre. Tanto più quando, come ammette la stessa relazione di maggioranza, il racconto di tali testimoni «non ha avuto alcun riscontro esterno».

 

Eppure le carte della Commissione traboccano di informazioni inquietanti, perfino tra quei militari di Unosom che, pure, si sono avvalsi della sua collaborazione. E se il generale Fiore parla assai bene di Marocchino, il tenente colonnello Michele Tunzi, davanti alla Commissione Gallo (doc 0404 026 pag 86) dice:

 

«Marocchino era un tipo piuttosto particolare. Si faceva affidamento sul suo operato solo in situazioni di emergenza, per far leva sulle sue conoscenze. Altrimenti, si preferiva non chiedergli aiuto. Trafficava in tutto e aveva molta disponibilità di uomini armati, mezzi e denaro».

 

E il colonnello Carmelo Ventaglio, sempre alla Commissione Gallo (doc 0404 026 pag 122) dice:

 

«MAROCCHINO era un bandito. Ci risolse però molti problemi, soprattutto dal punto di vista logistico. Era l'unico, infatti, in condizione di trasportare i nostri containers. Diversamente, sulle nostri navi ne sarebbero arrivati soltanto una decima parte.

 

Era molto ricco?

 

Si. Era un uomo molto ricco, trafficava sicuramente in armi».

 

 

Forse, prima di affidarsi alla sua collaborazione, andavano verificate alcune notizie, se non altro per sgombrare il campo dai dubbi.

 

Ci sono, agli atti della Commissione, altre testimonianze, a parte quelle delle informative della Digos di Udine, che accusano Marocchino di essere coinvolto nell’omicidio.

 

Hussein Mohamed Sadia, per esempio (doc 0268 000) dice il 9 marzo del 1997 alla Digos di Roma:

 

«In quei  giorni io ero a casa di Giancarlo MAROCCHINO in quanto ero sua ospite.

 

Il giorno dell'omicidio ricordo che la ALPI arrivò a casa di Giancarlo MAROCCHINO verso le nove di mattina insieme ad un altro giornalista che aveva la telecamera. I due giornalisti intervistarono il MAROCCHINO per alcune ore. Ricordo che il giornalista che era con la ALPI riprendeva le immagini con la telecamera. Finita l'intervista i due giornalisti sono usciti a bordo della loro macchina e subito dopo all’uscita un'altra macchina con a bordo alcuni cittadini somali che sono andati dietro alla macchina di Ilaria ALPI. La macchina di Ilaria ALPI si è diretta verso il mercato e non verso la zona dell'Ambasciata italiana. Dopo circa quindici minuti la macchina che aveva seguito Ilaria ALPI è ritornata presso l'abitazione di Giancarlo MAROCCHINO e uno di quelli che erano a bordo è andato da Giancarlo MAROCCHINO dicendogli che Ilaria Alpi era stata uccisa.

 

E ancora:

 

La sera dell'omicidio, sempre a casa di MAROCCHINO, mentre ero intenta a masticare il Chat insieme alle altre donne, ho sentito gli uomini che parlavano di politica, in particolare DAHIR DAYAX un amico di Giancarlo MAROCCHINO e parente di ALI Madhi che vive a Mogadiscio. ha detto al MAROCCHINO stesso "hai sbagliato a" fare uccidere quei due. MAROCCHINO gli ha quindi risposto "ho fatto bene".

 

Durante i miei vari soggiorni a Mogadiscio ho parlato con MAROCCHINO della morte della giornalista; in particolare io ho chiesto perché l'avesse fatta uccidere e lui mi ha risposto che si era impicciata di cose in cui non doveva immischiarsi. In particolare si era interessata a delle vicende che riguardavano lui e l'allora Ambasciatore italiano in Somalia.

 

A.D.R.; Non so cosa Giancarlo MAROCCHINO abbia detto nel corso dell'intervista rilasciata alla ALPI, ma so che ha fatto recuperare dai suoi uomini le due cassette sulle quali era stata registrata.

 

A.D.R.; Un'altra persona informata delta vicenda è tale MORRIS, che dovrebbe essere un cittadino tedesco, che viveva in Somalia e che non si sa che fine abbia fatto. Altra persona che potrebbe sapere qualche cosa è tale LUUL MOHAMED SHEK CUSMAAN, cittadino somalo che vive a Roma, in via Benedetto Croce nr. 6. telefono rr. 59603640, che all'epoca dei fatti parlò con MAROCCHINO.

 

Non risulta che questi testi siano stati cercati e sentiti dalla Commissione, nonostante una precisa segnalazione in questo senso dell’avvocato Domenico d’Amati, legale della famiglia Alpi.

 

Nelle carte della Commissione risulta una nota della Digos di Roma del 3 febbario 1995 a firma di Marcello Fulvi e indirizzata a Ionta e a De Gasperis dove si legge che una fonte confidenziale di provata attendibilità «ha confidato che mandante dell'omicidio di Ilaria ALPI e dell'operatore Miran HROVATIN sarebbe il noto MAROCCHINO Giancarlo, il quale, coinvolto in un traffico di armi provenienti dall'Italia e dirette alla fazione somala di ALI MAHDI, transitando per l'Iran, avrebbe ordinato l'uccisione della giornalista, la quale sarebbe stata messa al corrente di tale traffico dal Sultano di Bosaso.

 

Il MAROCCHINO, sempre a detta della medesima fonte, sarebbe sposato in Somalia con una donna di nome ALI FAI (FATUMA), appartenente alla tribù ABGAL e parente di ALI MAHDI. Appartenente alla medesima tribù e legata anch'essa da vincolo di parentela con ALI MAHDI sarebbe anche MACCA AMIR MOHAMED, madre del noto Rascid AMADEI definito dalla fonte come persona inattendibile e facilmente corruttibile».

 

Anche su questo punto l’avvocato Domenico d’Amati ha inviato una lettera alla Commissione Alpi-Hrovatin pregando i commissari di andare a fondo della questione. Non risulta che sia stato fatto.

 

E ancora. Non risulta che la Commissione abbia verificato le circostanze presenti in un altro documento agli atti, il nr. 0003 648 pag. 3 e seguenti, dove c’è una lettera dell’ambasciatore italiano a Addis Abeba datata 12/10/1998 nella quale si informa che in ambasciata si è presentato un cittadino somalo, il colonnello Mohamud Hassan Raghe, che sostiene di aver assistito al delitto insieme ad altri due testimoni.

 

Nell’agguato, che però descrive in maniera assai diversa da quella che conosciamo, il colonnello sarebbe rimasto ferito e, infatti, poi viene ricoverato in ospedale. Sempre secondo questa testimonianza, il colonnello avrebbe in seguito fatto alcune indagini scoprendo che la giornalista e l’operatore erano reduci da un viaggio a Bosaso dove avrebbero visto una nave carica di container con scatole di pallottole portate da Mogadiscio Nord. Su un lato dei container ci sarebbe stato scritto il nome Giancarlo. L’SSDF, secondo questo colonnello, avrebbe aiutato Ali Madhi. Ali Madhi avrebbe ordinato l’omicidio dopo che i due giornalisti erano andati a casa di Marocchino e gli avevano raccontato il fatto. Segue poi un elenco di 17 persone, compresi Ali Madhi, il Bogor e Giancarlo che sarebbero coinvolti nell’omicidio.

 

L’uomo ha anche consegnato un attestato del Battaglione San Marco nel quale si sostiene che il colonnello ha collaborato con il Comando del Battaglione ed è degno della massima stima e collaborazione. La firma è G.C. Fabrizio Maltinti. Agli atti ci sono altri documenti e stati di servizio compresa una dichiarazione nella quale si sostiene che l’uomo è un Ufficiale delle Nazioni Unite.

 

Occorreva forse che la Commissione facesse verifiche presso l’ambasciatore che ha raccolto questa testimonianza e presso gli ufficiali che hanno firmato le credenziali. Occorreva verificare l’attendibilità della testimonianza e, in caso contrario, cercare di capire il motivo per cui è stata fatta. Sarebbe stato interessante anche approfondire l’elenco dei nomi allegati.

 

Anche l’operatore Alberto Calvi ha una sua opinione su Giancarlo Marocchino (doc. 0003 467, pag. 498):

 

«Si sospettava tuttavia che un italiano residente in Somalia, tale MAROCCHINO Giancarlo, potesse essere coinvolto in un traffico di armi. Con Ilaria, infatti, stavamo cercando di raccogliere elementi a sostegno di questa ipotesi. Ulteriore filone sul quale io ed Ilaria stavamo lavorando era quello della Cooperazione tra l'Italia e la Somalia. Credo che la collega riponesse in me una certa fiducia, infatti, ogni qualvolta doveva partire alla volta della Somalia, chiedeva esplicitamente che io venissi inviato con lei, a fronte del fatto che io dipendevo e dipendo dalla sede regionale R.A.I, della Sardegna».

 

Continua Calvi:

 

«Voce comune voleva che MAROCCHINO Giancarlo fosse un contatto dei nostri Servizi Segreti. Lo stesso era inserito nel clan Ali Madi. Più volte, per reperire la scorta o cercare i contati nella zona di Ali Madi, ci rivolgevamo a lui. Ritengo che anche i nostri Servizi Segreti operanti in Somalia fossero a conoscenza dei nostri movimenti. Credo che MAROCCHINO sapesse che io ed Ilaria stavamo cercando di raccogliere le prove su traffici di armi attraverso le navi della cooperazione».

 

Un’informativa del Sisde datata 4 agosto 1994 (doc. 0043 010 pag. 118-121) riposta le seguenti informazioni:

 

«La fonte ha inoltre riferito che tale Giorgio GIOVANNINI di Carpi (MO), che potrebbe identificarsi nell’omonimo nato il 24-11-41 a Serramattone (NO), già argomento di precorsa corrispondenza, nel corso delle prime fasi del conflitto, allorché non erano ancora intervenute le Forze ONU, aveva effettuato numerosi viaggi con un "C 130", rifornendo di armi le opposte fazioni di Ali Mahdi e del generale AIDID, senza essere mai stato oggetto di alcuna azione di disturbo da parte di chicchessia.

 

In tale illecito traffico sarebbe anche stato coinvolto tale MAROCCHINO Giancarlo - che potrebbe identificarsi nell’omonimo nato il 24.3.42 a Borgosesio (VC) che avrebbe sfruttato la copertura di operatore del settore della cooperazione per realizzare il traffico d'armi con la Somalia e con altri Paesi del Nord Africa».

 

Riguardo al traffico di rifiuti, Marocchino nega anche quando ci sono intercettazioni telefoniche e testimonianze precise. Ma nei documenti sequestrati dalla Procura di Asti (doc. 0217 051) a casa di Ezio Scaglione (indagato nell’inchiesta) figura, tra l’altro, il seguente documento:

 

 «5 - (cfr allegato n.5) trattasi di lettera fax della MORRIS SUPPLIES SOMALIA (società facente capo a MAROCCHINO Giancarlo) indirizzata al prof  SCAGLIONE Ezio, recante data 19 agosto 1996. Il contenuto della lettera è preciso e tratta di traffico internazionale di rifiuti pericolosi, nonché le forme di pagamento da effettuarsi per tali operazioni di smaltimento di rifiuti tossici.

 

Nella nota la quantità di rifiuti è pari a 5000 tonnellate per i primi 3\4 mesi e le tipologie sono:

 

a - fanghi galvanici;

b - morchie di vernice;

c - terre di fonderia;

d - ceneri da elettro filtro.

 

Il prezzo indicato risulta di 400 lire/kg incluso il trasporto.

 

Il contratto è da effettuarsi entro il 30 agosto 1996 a mezzo contanti in valuta marchi tedeschi in tre soluzioni:

 

1. il 10% del valore della mercé alla firma del contratto;

2. il 40% del valore della mercé alla partenza della nave carica di rifiuti;

3. il 50% del valore della mercé all'inizio dello scarico definitivo della nave».

 

E ancora: interrogato dai carabinieri di Vico Equense il 15/11/1997, Marco Zaganelli, veterinario, responsabile per la Giza di un progetto di cooperazione a Mogadisico, dice (doc 0217 034):

 

«AD.R.- Tra il 1987-1989, ricordo che Giancarlo Marocchino mi chiamò prospettandomi un grosso affare perché era stato contattato da alcuni italiani dei quali mi disse anche il nome ma al momento non mi sovviene, i quali dovevano sbarazzarsi di un carico di containers fermi al porto di Castellammare di Stabia o quello di Gioia Tauro contenente rifiuti tossici o radioattivi e volevano un referente capace di riceverli e sotterrarli in un'area desertica della Somalia. Mi disse che c'era da guadagnare molti soldi se fossi stato in grado di trovare la strada per fare quest'operazione. Io riferii la cosa a Mugne il quale non mi rispose ne in senso negativo né in senso positivo. Dissi però al  Mugne che la cosa mi era stata richiesta da Marocchino. Più volte Marocchino mi domandò se avevo trovato il canale per fare questa operazione ed io gli risposi che pure avendone parlato al Mugne ma non ho avuto risposta ne ho cercato altri canali. Mi risulta che successivamente, questo lo seppi quando ero in Italia, che un carico di materiale radioattivo era stato portato in Somalia ed i contenitori sotterrati in un'area desertica nel nord della Somalia.

 

ADR.- Ribadisco che pure avendomene Marocchino fatto il nome degli italiani o della ditta interessata allo stato non sono in grado di ricordare. Per quanto attiene ai containers ribadisco che Marocchino mi parlò di un carico (svariati containers) già pronto sul porto di Castellammare di Stabia. Ovviamente Marocchino faceva riferimento non al solo carico specifico, ma se avessi trovato il canale si poteva realizzare un vero e proprio business duraturo nel tempo. Si sarebbe poi trattato di operazioni regolari per il governo somalo avesse accettato di destinare un'area per lo smaltimento di tali rifiuti.

 

Anche l’avvocato di Giancarlo Marocchino Stefano Menicacci, nel corso dell’interrogatorio reso durante il processo contro Hashi Omar Hassan (doc 0032 002 pag 67) dice:

 

«Non c'era nulla a fondo di questa accusa, il buon MAROCCHINO se ne andò a NAIROBI, la verità disse: "loro ce l'hanno con me per varie ragioni, primo perché i loro camion saltano in aria, dove portavano le scorie nucleari e cose del genere, i miei no e io...", e mi ha spiegato il perché i suoi non saltavano in aria, perché lui conosceva i capi tribù, gli mollava qualche sacco di farina, conosceva le strade ed era ben visto dalla comunità somala, tant'è vero in questa circostanza tutti i capi tribù hanno mandato delle lettere...»

 

 Marocchino, inoltre, ha sempre negato di conoscere il generale Rajola e di collaborare con gli uomini dei Servizi (a parte qualche fornitura di gasolio e poco più). Però la giornalista Marina Rini, sentita il 15 luglio 2004 da consulenti della Commissione Alpi-Hrovatin, confermava quanto già detto in altre occasioni (doc. 0088 000):  

 

«È falso quanto asserito dal Raiola in ordine alla assenza di rapporti fra gli uomini del SISMI operanti in Moagadiscio e il Marocchino: la giornalista  ha infatti riferito di essere stata testimone diretta di diverse comunicazioni radio intercorse fra gli agenti ed il faccendiere».

 

Riguardo alla presunta appartenenza (o collaborazione) di Marocchino al Sismi, questione che lo stesso ha sempre negato, nonostante diverse testimonianze ne indichino il sospetto, vale la pena di segnalare un episodio reso noto in questi giorni dal giornalista de “Il giornale d’Italia” Giorgio Giorgi.

 

Il cronista, presente in sala stampa di Palazzo San Macuto, dice che nel corso di una delle audizioni di Marocchino davanti alla Commissione “Alpi-Hrovatin”, lo stesso Marocchino si era trovato a riferire di aver sentito di minacce verso i giornalisti italiani presenti a Mogadiscio. Al che, il Presidente gli aveva chiesto che cosa aveva fatto dopo aver recepito queste cose. Marocchino risponde: «Ho informato il sis…», e s’interrompe.

 

Ci sono diverse parole italiane che iniziano con “sis”. Ma fra queste c’è anche Sismi, il servizio segreto militare. Non viene chiesto a Marocchino quale parola stesse per pronunciare.

 

Ma il problema è un altro: nella trascrizione di quell’udienza, l’intera frase di Marocchino è scomparsa. Ossia, è stata cancellata dalla trascrizione. Giorgi s’è procurato la copia integrale dell’audizione registrata da Radio Radicale, nella quale la frase viene perfettamente confermata. È un particolare che dovrà essere chiarito, non solo in riferimento al caso specifico, ma anche più in generale all’intero complesso delle trascrizioni, delle quali deve naturalmente essere garantita l’integrità rispetto alla registrazione. Chi ha il dovere di controllo? Com’è stato possibile che una frase di tale rilevanza sia stata espunta? 

 

Tornando alla documentazione in possesso della Commissione, vi è, tra le carte provenienti dal procedimento di Asti contro Marocchino per furto di documenti dello Stato attinenti alla sicurezza nazionale (doc 0282 005), procedimento archiviato, la seguente. Marocchino fa una particolare ammissione (a pag. 8) :

 

«che effettivamente il riferimento a "tre uomini" (che risulta da una telefonata tra lui e Roghi intercettata ndr) riguarda una visita da parte di tre persone dei servizi segreti italiani che domandavano notizia circa i rapporti tra Ali Madhi ed Aidid in vista della costituzione di una forza di polizia somala organizzata dall'Italia».

 

In una dichiarazione rilasciata alla Digos di Roma il 21 luglio 1999 (doc. 0032 006 pag. 3) proprio da Marocchino si apprende che conosceva il generale Rajola del Sismi:

 

«So che prima dell'arrivo del Contingente in Somalia, da AIDID, sono andati il Generale RAIOLA, l'Avv. DUALE, un Ammiraglio italiano, un Generale ed altri militari per parlamentare l'arrivo del nostro Contingente in Somalia. Io ho accompagnato personalmente questa delegazione dal Generale AIDID ma non ho assistito ai colloqui».

 

Merita di approfondire la figura di Stefano Menicacci, legale di Giancarlo Marocchino. Rispetto alla Commissione, come già detto, Menicacci è stato sentito anche come teste. Ma ha anche svolto un ruolo nel recupero dell’automobile e nel reperimento dei testi/collaboratori di Marocchino, come intermediario, tra Ahmed Duale, Marocchino, il consulente Antonio Di Marco e la Commissione. Il telefono di Stefano Menicacci, da quanto si apprende dalle carte, è stato messo sotto controllo dalla Commissione stessa.

 

Ecco alcune informazioni che la Commissione aveva a disposizione sull’avvocato Stefano Menicacci.

 

Il 27 ottobre 1995 in un verbale della Questura di Roma diretto al dottor Ionta (doc. 3.124 pag. 5) c’è il suo “curriculum vitae”. C’è scritto, tra l’altro:

 

«Nello stesso anno fu arrestato dai Carabinieri di Foligno in esecuzione di un ordine di cattura emesso dalla Procura della Repubblica di Roma per millantato credito e truffa continuata aggravata, per aver chiesto, ed in alcuni casi ottenuto, da detenuti che scontavano gravi condanne, somme di denaro con la promessa che avrebbe fattivamente appoggiato, presso i competenti uffici del Ministero di Grazia e Giustizia, le domande di grazia presentate.

 

Il MENICACCI, sempre a causa della sua condotta, fu sospeso dall'albo degli avvocati dall’1/07/1982 al 30/09/1982…»

 

E ancora:

 

«Tornando al MENICACCI, le dichiarazioni da lui rese in merito al P.M. Dr. Gemma Gualdi circa l'omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, ricalcano le tante ipotesi avanzate dagli organi di stampa, senza peraltro fornire alcun elemento probante».

 

Che dichiarazioni ha reso Menicacci a Gemma Gualdi? La Commissione lo ha verificato?

 

A sua difesa l’avvocato Menicacci manda nel 1998 alla Digos di Roma e a Ionta, queste precisazioni:

 

«Lei riferisce del mio arresto da parte dei Carabinieri di Foligno - avvenuto nel 1979 - in esecuzione di un ordine di cattura della Procura di Roma "per aver chiesto e in alcun caso ottenuto da detenuti che scontavano gravi condanne (dato che esercito la professione di avvocato) somme di denaro con la promessa che avrebbe fattivamente appoggiato presso i competenti uffici del Ministero di Grazia e Giustizia le domande di grazia presentate".

 

Orbene, Lei omette di riferire al Magistrato l'esito di questa accusa, che era del tutto infondata, giacché ciò che feci era nell'ambito di precisi mandati professionali, (che. il Magistrato – errando – pensò fossero inesistenti) tanto che il Procuratore (dott. Santacroce) mi concesse immediata libertà e il giudice istruttore decise per la piena archiviazione;

 

Si appurò che la mia condotta era stata irreprensibile e assolutamente non censurabile».

 

Per capire meglio l’avvocato Menicacci, nel documento 0256 000 agli atti della Commissione ci sono la richiesta e il decreto di archiviazione del procedimento penale n.2566/98 contro Licio Gelli, Stefano Menicacci, Roberto Delle Chiaie, Rosario Cattafi, Filippo Battaglia, Salvatore Riina, Giuseppe e Filippo Graviano, Nitto Santapaola, Aldo Ercolano, Eugenio Galea, Giovanni Di Stefano, Paolo Romeo e Giuseppe Mandalari.

 

Cosa ci faceva l’avvocato Menicacci in compagnia di boss mafiosi, piduisti e personaggi legati all’estrema destra? Uno degli imputati, l’ordinovista Cattafi, era già stato  indagato  anche dall’AG di Messina per traffico internazionale d’armi. Tutti, inoltre, erano stati indagati nell’ambito  dell’inchiesta, denominata “Sistemi criminali”, «per avere, con condotte causali diverse ma convergenti verso l'identico fine, promosso, costituito, organizzato, diretto e/o partecipato ad un 'associazione, promossa e costituita in Palermo anche da esponenti di vertice di Cosa Nostra, ed avente ad oggetto il compimento di atti di violenza con fini di eversione dell'ordine costituzionale, allo scopo - tra l'altro - di determinare, mediante le predette attività, le condizioni per la secessione politica della Sicilia e di altre regioni meridionali dal resto d'Italia, anche al fine di agevolare l'attività dell'associazione mafiosa Cosa Nostra e di altre associazioni di tipo mafioso ad essa collegate sui territori delle regioni meridionali del paese».

 

Gelli, Menicacci, Delle Ghiaie, Cattafi, Battaglia, Di Stefano e Romeo, anche per:

 

«b) in ordine al reato di cui agli artt. 110 e 416 bis commi 1, 4, e 6 c.p., per avere contribuito al rafforzamento della associazione di tipo mafioso denominata "Cosa Nostra ", nonché al perseguimento degli scopi della stessa, in particolare partecipando alla progettazione ed esecuzione di un programma di eversione dell’ordine costituzionale da attuare anche mediante il compimento di atti di violenza, allo scopo - tra l'altro - di determinare, mediante le predette attività, le condizioni per la secessione politica della Sicilia e di altre regioni meridionali dal resto d'Italia, così perseguendo il fine di determinare il rafforzamento ed il definitivo consolidamento del potere criminale di Cosa Nostra e di altre associazioni di tipo mafioso ad essa collegate sui territori delle regioni meridionali del paese».

 

Risultava, in particolare, che Menicacci Stefano, avvocato di Stefano Delle Chiaie e suo socio nella "Intercontinental Export Company I.E.C. S.r.l.", e Romeo Domenico, pregiudicato per reati comuni, l’8 maggio 1990 avevano fondato la Lega Pugliese, l’11 maggio la Lega Marchigiana, il 13 maggio la Lega Molisana, il 17 maggio la Lega Meridionale o dei-Sud, il 18 maggio la Lega degli Italiani e, sempre nello stesso periodo, avevano fondato la Lega Sarda. E la maggior parte di questi movimenti di nuova formazione avevano eletto la propria sede sociale presso lo studio dell'avv. Menicacci, già sède della "Intercontinental Export Company I.E.C. S.r.l.".

 

Ulteriori risultanze emergevano, poi, dalla minuziosa analisi dei movimenti leghisti meridionali successivamente compiuta dalla Direzione Investigativa Antimafia, anche sulla base della documentazione fornita dal SISDE e dalla Direzione Centrale Polizia di Prevenzione (proveniente dai vari uffici DIGOS), e condensata nelle informative n. 17959/97 del 3/6//1997 e n.3815/98 del 31/V1998 e relativi allegati.

 

Il dato rilevante che emerge da tali accertamenti è che, nello stesso periodo in cui sorsero i movimenti meridionalisti fondati dall'avv. Stefano Menicacci e da personaggi al medesimo legati (per lo più provenienti dalle fila dell'estrema destra), cominciarono a sorgere nelle varie ragioni centrali e meridionali d'Italia una serie di movimenti, tutti, apertamente collegati alla Lega Nord e per lo più fondati da tale Cesare Crosta, e che, in quasi tutti i casi, i movimenti fondati dal Crosta si sono poi fusi con quelli costituiti dall'avv. Menicacci.

 

Ora, a parere del P.M. sono stati acquisiti sufficienti elementi in ordine alle seguenti circostanze:

 

- all'inizio degli anni '90 verme elaborato, in ambienti esterni alle organizzazioni mafiose ma ad esse legati, un nuovo "progetto politico", attribuibile ad ambienti della massoneria e della destra eversiva - in particolare - agli indagati Licio Gelli, Stefano Delle Chiaie e Stefano Menicacci;

 

- a tal fine, venne messa in atto in quegli anni una complessa attività preparatoria organizzativa, sul terreno politico, di movimenti meridionalisti, finalizzati, alla costituzione di un nuovo soggetto politico meridionalista di riferimento, che doveva fungere da catalizzatore delle spinte secessioniste provenienti dal Meridione;

 

- in epoca successiva, all'interno di Cosa Nostra, si deliberò di adottare una strategia della tensione finalizzata a ristrutturare i "rapporti con la politica", attraverso l'azzeramento dei vecchi referenti politici e la creazione delle condizioni più agevoli per l'affermazione di nuovi soggetti politici che tutelassero più efficacemente gli interessi del sistema criminale;

 

- all'interno di tale strategia venne presa in seria considerazione, almeno nella fase iniziale, e prima della sua attuazione, l'opzione secessionista;

 

«Non sono, tuttavia, sufficienti», scrivono i magistrati, «per sostenere l'accusa in giudizio gli elementi acquisiti in ordine alla correlazione causale fra tali circostanze. Non è, insomma, sufficientemente provato che l'organizzazione mafiosa deliberò di attuare la "strategia della tensione" per agevolare la realizzazione del progetto politico del gruppo Gelli-Delle Chiaie, né che l'organizzazione mafiosa abbia approvato l'attuazione di un piano eversivo-secessionista per effetto di contatti col gruppo Gelli-Delle Chiaie.

 

Ed è infatti ipotizzabile - allo stato degli atti - anche una spiegazione alternativa: e cioè che il "piano eversivo", concepito in ambienti "esterni" a Cosa Nostra, sia stato "prospettato" a Cosa Nostra" al fine di orientarne le azioni criminali, sfruttandone il momento di "crisi" dei rapporti con la politica e che l'organizzazione mafiosa ne abbia anche subito - anche temporaneamente - l'influenza, senza però impegnarsi a pieno titolo nel piano eversivo-secessionista. Peraltro, la verifica di tale ipotesi, e cioè dell'eventuale influenza di "soggetti esterni" sulle determinazioni di Cosa Nostra nella fase iniziale della strategia della tensione attuata nel 1992, esula dallo specifico oggetto del presente procedimento, costituendo invece materia del separato procedimento penale concernete l'omicidio dell'on. Salvo Lima, cui si è già fatto cenno».

 

L’inchiesta, dunque, è stata archiviata ma restano molte ombre (vedi soprattutto la scheda della Dia 3815/98) che avrebbero suggerito, almeno, una maggiore attenzione e una maggiore prudenza nei rapporti con l’avvocato di Giancarlo Marocchino.

 

Soprattutto rispetto ad una nota contenuta nello stesso documento:

 

«Nell'informativa D.I.A. n. 3815/98 del 31/1/1998, sul conto di Menicacci, si riportano le dichiarazioni del collaboratore di giustizia messinese Costa Gaetano che chiamano in causa lo studio dell'aw. Menicacci in un tentativo di "aggiustamento" di un processo per il quale si era interessato il mafioso calabrese Giuseppe Piromalli. E si riferisce di contatti fra il mafioso Luigi Sparacio, durante la sua latitanza, e utenze telefoniche di personaggi vicini a Menicacci e Stefano Delle Chiaie. Nella stessa informativa D.I.A. si fa riferimento anche ai rapporti fra l’avv. Menicacci e Paolo Bellini, personaggio proveniente dalla destra eversiva, coinvolto nelle indagini sulla strage di Bologna e nel '92 in contatto con il mafioso Nino Gioè nell'ambito di una delle c.d. "trattative" che Cosa Nostra avviò durante la stagione stragista, in questo caso utilizzando cercando di utilizzare i contatti che Bellini aveva con i Carabinieri (cfr., in merito, la ricostruzione della vicenda contenuta nella sentenza della Corte d'Assise di Firenze sulle stragi del '93). Richiesta di archiviazione del proc. pen. n.2566/98 R.G.N.R. nei confronti di GELLI Licio+3».

 

C’è di più. Sembra che l’avvocato Menicacci sia “suggeritore” sia di alcune dichiarazioni di testimoni  auditi dalla Commissione. Agli atti c’è una lettera di Guido Garelli del 18 gennaio 2005 (doc. 0395 000 pag. 251) indirizzata all’avvocato Menicacci:

 

«Ti ringrazio, come al solito, della premura con cui mi tieni al corrente dell'evolversi della situazione, ed a questo proposito, ti comunico che ho fatto richiesta di cambiare il Cognome, dell'Aw. Bruno Leuzzi, al posto di Leucci, e spero che sia arrivata la busta in cui ti confermavo il deposito delle querele, che ho rapidamente fatto, come da istruzioni (sottolineatura nostra), il 17 di Dicembre, Venerdì, dello scorso 2004, alle H: 12,30, con il protocollo nr. 02, riferito al Mod, IP1 contro il  Dr. Franco Oliva e Compagnia, mentre quella contro il Dr. Roberto Ferrigno, è stata depositata il successivo lunedì 20 dicembre, sempre dello stesso 2004, alle H:13,30, recante il nr. di Prot 14, riferito anche in questo caso al Registro del solito Mod. IP1…»

 

Franco Oliva e Roberto Ferrigno erano due testimoni a favore dei giornalisti Chiara, Carazzolo e Scalettari nel processo per diffamazione intentato da Giancarlo Marocchino e da Louis Ruzzi, processo vinto dai giornalisti. Nella lettera di Garelli all’avvocato Menicacci si legge ancora:

 

«Come Ti ho già potuto dire, o meglio scrivere, mi sono letto con molta cura, tutto il malloppone, che mi hai con molta cortesia raccolto, e consegnato a Rebibbia, e che tra l'altro ho ritenuto opportuno rilegare ed ordinare secondo un criterio organico, che mi permette di ritrovare tutti i passaggi che eventualmente saranno necessari, come richiamo documentale in fase di escussione Lunedì, 24 di Gennaio, pv, nel Palazzo di Giustizia, immerso nelle Lunghe Albesi, che speriamo essere propizie alla produzione di un poco di reale chiarezza, oltre che di eccellenti vini, che probabilmente conoscerai come il famosissimo Barolo!?»

 

[…] Penso che sia opportuno iniziare una nuova Denuncia Querela per Diffamazione, contro quel bell'imbusto di Aldo Anghessa, in quanto in tutta la corposa quanto lunghissima carriera criminale, io non ho mai avuto una sola intercettazione telefonica, e quindi non si può assolutamente dire che io telefonavo a basi militari italiane, e non avevo di sicuro nessun libero accesso ad installazioni che fossero di stretta pertinenza delle FF.AA. Nazionali, ed infine io non sono mai stato arrestato nel corso di qualsivoglia inchiesta sui traffici nocivi, specie nel 1988, insieme al Dr. Sacchetto, ma per un altro motivo, che sebbene fosse minuto nei suoi termini di reità, si trattava dell'emissione da parte delle Autorità Amministrative, di Casarano e Prefettizie di Lecce, di una carta d'identità, o quanto meno, è solo stata trovata quella, in mio possesso, anche se a me, furono forniti tutti e quattro i documenti risarcibili in quel momento ad un Cittadino Italiano, e quindi l'articolo non fa che dire delle stupidaggini, in più dice che io sono riconducibile ad un Organo di Informazione dello Stato...!?!, cosa che farebbe di me, una specie di confidente, o qualcosa di simile, cosa che nel corso delle udienze di San Macuto, la cosa è stata, credo sufficientemente chiarita!?»

 

[…] Come ben hai avuto modo di vedere, e soprattutto di commentare quando ci siamo trovati a Rebibbia, tutta la vicenda, è stata lo spunto, per mettere giù una serie di novelle, che hanno davvero il sapore dei Racconti d'Appendice, cari ad un certo ambiente, che ben conosciamo!?.

 

Del resto è più che comprensibile che Tu avessi l'interesse a mettere in cattiva luce, o quanto meno dubitativa, sia chi era partecipe al ns. Progetto, o meglio chi Ti scrive adesso, ed anche un poco tutta la questione del Sahara, dato che come difensore di Giancarlo, non era importante l'obiettività, nel suo insieme, visto tra l'altro la serie di stupidaggini, che furono scritte nel corso degli anni, ma giustamente la difesa ad oltranza di certe posizioni?!.»

 

Merita, di passaggio, sottolineare che Guido Garelli è stato detenuto nel carcere romano di Rebibbia solo nel primissimo periodo dopo la sua estradizione dalla Croazia, e prima che i magistrati Romanelli e Tarditi, che lo volevano interrogare il primo a proposito del progetto Urano (nato dalle dichiarazioni di Sebri) e il secondo in relazione all’inchiesta sul traffico di rifiuti in cui erano indagati Marocchino e Ezio Scaglione (e altri), ne chiedessero il trasferimento a Ivrea. Da queste affermazioni quindi, risulterebbe che l’avvocato Menicacci ha potuto incontrare (in che veste?) Garelli, prima dei magistrati.

 

Nei documenti provenienti da Alba, relativi alla querela di Marocchino, Ruzzi e Bizzio ai giornalisti di Famiglia Cristiana, che, lo ricordiamo, sono stati assolti, si legge (doc.0282 002, pag 365) in una nota a firma dell’avvocato Menicaccci:

 

«II tutto in forza di tale pezzo di carta che costituisce un falso sia nella firma di Ali Mahdi  Mohamad sia per la qualifica a stampa attribuita a costui di Presidente della Repubblica di Somalia (carica istituzionale che Ali Mahdi ha ricoperto solo nel 1991 e 1992 e non oltre)».

 

Ad Alba il procedimento si chiude nel maggio 2005. Ma Ali Mahdi nega che la firma apposta sul documento sia autentica solo dopo l’estate dello stesso anno, nel corso dell’audizione alla Commissione Alpi. Come faceva Menicacci a sapere l’8/3/2005 che Ali Madhi avrebbe negato? Considerando che la Commissione stessa ha avuto modo di contestare a Menicacci che troppi dei testimoni somali giunti in Italia per testimoniare sono prima passati per il suo studio, la circostanza avrebbe dovuto essere indagata più a fondo.

 

Nello stesso documento citato, quindi precedente al maggio 2005, ossia 10 mesi prima della fine dei lavori della Commissione, Menicacci afferma (pag 368):

 

«Già dopo un anno di impegno la stampa parlamentare bene informata è in grado di anticipare le conclusioni e cioè:

 

- che la pista del traffico illegale di armi e di rifiuti pericolosi in Somalia è stata abbandonata per assoluta mancanza di riscontri (nessuna delle tante persone ascoltate vi si è riferito)

 

- che la Commissione sta verificando piste diverse, sempre in relazione al duplice omicidio, quale quella del fondamentalismo islamico.

 

È sorprendente notare le doti di preveggenza dell’avvocato, specie alla luce delle conclusioni tratte dal Presidente della Commissione nella sua relazione finale. O meglio, potrebbe essere curioso verificare le tesi sostenute dall’avvocato in sede di audizione e di deposito di documenti (quanto mai copiosi) raffrontandole a quelle sostenute dal Presidente Taormina.

 

 

In una lettera inviata alla Commissione Alpi-Hrovatin dall’avvocato Domenico D’Amati  il 4 marzo 2005 e contenuta nel doc. 0236 000, si legge:

 

«Devo infine rilevare che l'aw. Menicacci, nell'esporre le sue considerazioni sulla attendibilità delle notizie relative alla riunione in cui sarebbe stata decisa l'eliminazione di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, non ha fatto alcun riferimento alle dichiarazioni rese in proposito dal cittadino somalo Hashi Omar Dirà, menzionato nella relazione della DIGOS di Roma in data 30.06.2000 (doc. 5 allegato alla mia memoria del 17.2.2004), secondo il quale fra i partecipanti alla riunione vi era Abdul Kadir Mohamed. Quest'ultimo risulta essere direttore del porto di El Maan, appartenente a Giancarlo Marocchino.

 

Il Dirà, querelato per diffamazione dal Mugne, è stato prosciolto dal Tribunale di Roma, con sentenza del 23.12.2004, di cui si attende la motivazione».

 

È sicuramente interesse dell’avvocato Menicacci citare solo gli aspetti che possono giovare al suo assistito, ma tale interesse non poteva certo coincidere con quello della Commissione. Non risulta, peraltro, che siano stati acquisiti dalla Commissione i documenti relativi alla querela di Mugne a Dirà, né che sia stato audito lo stesso Dirà.

 

 

 

Elementi sul traffico dei rifiuti

 

Riprendiamo gli elementi principali del capitolo relativo ai traffici di rifiuti della bozza di relazione distribuita ai Commissari dal Presidente Taormina il 20 febbraio 2006. Bozza che, il 22 febbraio è stata rimaneggiata dallo stesso Presidente della Commissione. Molte di queste parti, quindi, non ci sono più nella relazione finale della maggioranza mandata al voto.

 

La materia dei rifiuti è stata, comunque, spesso posta in strettissima connessione con quella delle armi inizialmente per l'esplicito riferimento a scorie nucleari o radioattive, con l'ovvia possibilità di un utilizzo non civile, e poi per una possibile esistenza di un accordo criminoso per cui le fazioni somale in guerra tra loro accettavano i rifiuti tossici in cambio di armi.

 

Come primo dato deve segnalarsi che la stampa italiana già nel corso del 1992 aveva iniziato a parlare di traffici di rifiuti tossici verso la Somalia; tali notizie erano state riprese anche in una interpellanza parlamentare del 24 giugno 1993 a firma dell'allora senatore Emilio Molinari.

 

Che Ilaria si stesse interessando anche a questo argomento è testimoniato anche dall'audizione del Bogor di Bosaso che ha confermato che Ilaria Alpi, oltre a domande sul traffico di armi e sulla flotta Shifco, gli aveva chiesto notizie anche su questo argomento. Un anno prima della sua morte, come già detto in altra parte di questa relazione, Ilaria aveva parlato di questo e del possibile utilizzo per occultare rifiuti tossici anche alla sua amica Rita Del Prete che lo ha confermato in audizione: "una storia che l'aveva sconvolta, una storia che aveva sentito dire: si costruivano strade che partivano dal nulla e finivano nel nulla, fatte apposta per scavare e mettere detriti tossici".

 

In precedenza, sentita dalla DIGOS di Roma il 18 novembre 1997 aveva precisato: "Ricordo infatti che una volta, nel 1993, mi parlò di una strada, sita nella zona di Garoe, che secondo lei cominciava e finiva nel nulla, e che serviva probabilmente ad occultare delle scorie radioattive. Non mi ha mai riferito però in particolare di indagini che pensasse potessero metterla in pericolo. Ricordo però che, durante l'ultimo periodo dei suoi viaggi, cioè nel 1994 e quando io mi trovavo più frequentemente a Lione, durante i nostri contatti telefonici, Ilaria mi disse che non voleva parlare di lavoro per telefono perché non si fidava delle linee. In tale occasione io la presi anche in giro, pensando che esagerasse".

 

Nel corso del procedimento di primo grado la difesa dell'imputato Hashi Omar Hassan ha chiesto di assumere la testimonianza di Fadouma Mohamed Mamud datrice di lavoro di Hashi, testimone fondamentale per il possibile alibi dell'imputato.

 

La parte della testimonianza pertinente all'oggetto del presente capitolo inerisce la conoscenza diretta, da parte della Fadouma, di Ilaria Alpi.  Fadouma è insegnante di lettere alle scuole medie, è stata anche coordinatrice volontaria della ASIARSI della Croce Rossa Internazionale, figlia di un generale di polizia poi sindaco di Mogadiscio e ha affittato una delle sue ville ad un'agenzia umanitaria.

 

La donna, nell'aula del Tribunale, ha dichiarato di aver conosciuto la giornalista nel dicembre 92, con la quale ha parlato della condizione della donna nell'ufficio di Alì Mahdi, e di averla rivista nel settembre 1993, e poi nel marzo del 1994 all'hotel SAHAFI per incontrare una ragazza somala, Farhia, che la Alpi le aveva chiesto di aiutare. La Alpi le aveva riferito di indagare su un traffico di scorie radioattive scaricate davanti alle coste somale, chiedendole cosa sapesse e come si potesse intervenire: "ILARIA mi aveva dichiarato che seguiva una certa pista, una pista abbastanza pericolosa, mi aveva detto che era una questione delicata, di cui io non dovevo parlare a nessuno, salvo con qualche persona che poteva, che poteva aiutarci, salvo una persona di cui io mi fidavo ciecamente, mi aveva parlato che lei si interessava a certe cose orrende che venivano fatte sulle nostre coste, sulle coste della Somalia, che esattamente, che venivano scaricate sulle nostre coste, sul mare dei rifiuti tossici, cose che noi sapevamo già, io l'avevo dichiarato che era una cosa che noi sapevamo, che tutti i somali sapevamo, ma eravamo impotenti, non potevamo fare niente.

 

Come già per il traffico di armi anche per quello dei rifiuti è costante la presenza di quel gruppo di personaggi trasversali a tutta la vicenda Alpi, a partire da Giancarlo Marocchino, Mugne fino ad arrivare all'allora colonnello Rajola Pescarini, responsabile della Somalia per il Servizio di intelligence militare.

 

Vale la pena ricordare che, tra le annotazioni presenti nel più volte citato block notes rosso di Ilaria Alpi, si legge, tra l'altro: "Pesca / Strada Bosaso-Garoe / Colera / Mugne (corretto in  Munye")2.

 

Proprio questa strada, per una metà della sua lunghezza, fu percorsa da Ilaria Alpi e Miran Hrovatin nel tardo pomeriggio di martedì 15 marzo 1994, successivamente all'intervista al Bogor, per raggiungere in serata la cittadina di Gardo.

 

Anche per questo motivo assume qui particolare rilievo una vicenda, che coinvolge peraltro Giancarlo Marocchino, relativa al presunto seppellimento di rifiuti tossici lungo quella strada.

 

Il 21 settembre 2003 l'ing. Vittorio Brofferio, ex dirigente della impresa di costruzioni Lodigiani e preposto, dal giugno del 1987 al dicembre del 1988, alla direzione del cantiere per la costruzione della detta strada3, inviò una e-mail ai gestori del sito internet www.ilariaalpi.it4.

 

Riferiva Brofferio, che negli ultimi dieci anni aveva soggiornato quasi sempre all'estero per lavoro e che nel 2003 era rientrato temporaneamente in Italia per un incarico in Lombardia, di aver appreso - attraverso alcuni servizi televisivi - che il caso Alpi era ancora un mistero insoluto e che si parlava, tra le tante piste e vicende, di Giancarlo Marocchino e della strada Garoe-Bosaso con riferimento all'ipotesi di seppellimento di rifiuti tossici lungo il suo percorso.

 

Per tale motivo aveva deciso di segnalare con la e-mail di cui si è detto, e in seguito ai giornalisti di Famiglia Cristiana che lo avevano contattato dopo aver letto la mail, un episodio che lo aveva coinvolto direttamente nel periodo in cui dirigeva i lavori del cantiere: ".... ricordo che in occasione di una sua visita - lui accompagnava personalmente i suoi convogli di camion (Si riferisce a Giancarlo Marocchino che per il consorzio per il quale lavorava Brofferio offriva servizi di trasporto attraverso le proprie maestranze - n.d.r.) mi mostrò un telex, chiedendomi se fossi interessato a quanto il messaggio diceva: ricevere dei container da interrare in zone disabitate lungo la nostra strada, alla sola condizione di non aprirli per controllarne il contenuto. Feci presente a Marocchino che il compito che l'impresa mi aveva assegnato non contemplava altre attività che quelle strettamente collegate alla costruzione e che, oltre a ciò, quanto offerto era comunque contrario ai miei principi di collaborazione a cui sono stato educato. Firmato: ingegner Vittorio Brofferio.

 

 

 

L'inchiesta della Procura di Milano

 

Il dottor Romanelli, della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano, ebbe ad istruire  un procedimento penale scaturito dalle dichiarazioni a lui rese, a partire dal 1997, da Giampiero Sebri il quale, anche accusando se stesso, riferì in ordine ad una ramificata organizzazione dedita al traffico internazionale di rifiuti.

 

Sebri dichiara di essere stato l'uomo di fiducia di Luciano Spada, morto nel 1989, uomo vicino ai politici del Partito socialista italiano e in particolar modo di Craxi e Pillitteri, impegnato nel traffico internazionale di rifiuti  insieme a Nicholas Bizzio. In alcuni dei 22 verbali di dichiarazioni rilasciate da Sebri si parla dei trasporti di sostanze tossiche e nocive in Africa, nella Repubblica Dominicana e ad Haiti.

 

Non mancano gli accenni al noto progetto Urano, ideato e promosso da Guido Garelli per lo smaltimento dei rifiuti in aree depresse del Sahara.

 

Il grosso dell'inchiesta, però, aveva riguardato un traffico che stava avvenendo in quel momento con destinazione Mozambico.

 

Ha detto il dottor Romanelli nell'audizione del 11 marzo 2004:

 

"l'investigazione sull'attualità è interessante, perché ...  riguardava un progetto, denominato Progetto Mozambico, che era nel senso dell'esportazione di rifiuti verso l'area di Maputo, in Mozambico, e, al di là dei dati formali, che sembravano attestare la regolarità del progetto, in realtà, da subito, emersero dei profili di illegalità significativi.... dalle intercettazioni emergeva che, in qualche modo, all'inizio si dovessero fare le cose in modo regolare e poi, una volta fatte in modo regolare, poi potesse passare di tutto. E certamente ci sono stati accenni, nella conversazione, a quel "di tutto". Il concetto era chiaro. Ma c'erano anche altri profili che, sicuramente, giustificavano l'investigazione; perché tra i soggetti coinvolti a vario livello, nelle varie società che avrebbero dovuto occuparsi della vicenda complessiva, vi erano soggetti che sono significativi. Ve ne era uno che, perlomeno a livello di forze di polizia, era noto come ex terrorista. .... Alcasar, .... aveva un passato estremamente complicato in varie parti del territorio nazionale ed era noto sicuramente anche come trafficante d'armi;

 

..... in particolare c'è un soggetto, che si chiama Bizzio, che nel corso di uno di questi incontri, in buona sostanza, dice di essere stato ora non ricordo se il primo o l'unico a portare dei rifiuti in territorio desertico. Ricordo addirittura una battuta che mi era rimasta abbastanza impressa, perché era una battuta pesante, di cattiva ironia, nel senso che diceva qualcosa come "tanto lì è il clima che smaltisce tutto", forse proprio facendo riferimento al fatto che potrebbero essere interrati. ..."

 

Sui fatti che si intrecciano con la vicenda Alpi-Hrovatin, il Sebri, già all'inizio della sua collaborazione negli interrogatori del 20 e 23 ottobre 1997, aveva riferito al dott. Romanelli; di aver incontrato il suo referente politico Luciano Spada e Giancarlo Marocchino a Milano alla fine degli anni '80; durante tale incontro Marocchino si sarebbe lamentato dell'esosità di funzionari somali e degli agenti dei servizi segreti italiani, nonché della presenza di una giornalista legata ai servizi, dai quali essa otteneva informazioni in forza di un rapporto intimo con un agente. Sebri si disse convinto che trattarsi di Ilaria Alpi6.

 

Nel corso dell'interrogatorio del 20/10/1997 Sebri dice che una società "mista" dal nome simile a "SOMA FISH", destinataria dei fondi della Cooperazione e nella quale era coinvolto un importante esponente somalo, forse un generale, era in realtà la copertura per un traffico di armi del quale sarebbero stati a conoscenza, pur essendo contrari, Craxi e Pillitteri. E dice di avere conosciuto Giancarlo Marocchino, dietro presentazione di Luciano Spada, nella seconda metà degli anni '80. L'incontro avvenne a Milano, in Piazza Duomo, continuando poi all'interno dell'edificio della Rinascente. Nel corso dello stesso Sebri fu testimone di una discussione fra Marocchino e Spada durante la quale il primo fece un punto della situazione degli affari in Somalia, lamentandosi di alcuni problemi che non riusciva risolvere. In particolare, Marocchino parlò di alcuni funzionari somali destinatari di tangenti, facendo cenno anche ai servizi italiani, i cui agenti erano esosi e incontrollabili. Marocchino si lamentò anche di una giornalista (apostrofandola con parole volgari), "legata ai servizi", in forza di un rapporto intimo con uno degli agenti, dal quale otteneva informazioni e "carte". Circa l'identità di tale giornalista, il Sebri si dichiara convinto, nel corso di questa prima escussione, che si tratti di Ilaria Alpi.

 

Nel verbale del 21/10/ 1997 Sebri approfondisce gli argomenti connessi al traffico di rifiuti e, circa quanto dichiarato nel precedente interrogatorio su Marocchino, conferma integralmente, aggiungendo e sottolineando di avere paura a trattare tali temi.

 

Il pm Romanelli utilizza il Sebri, insieme a un agente sotto copertura, per  intercettare Bizzio, Ruzzi e le altre persone coinvolte nel traffico con il Mozambico e l'inchiesta prosegue principalmente sui traffici in atto in quel momento sul presente.

 

Sebri torna a parlare di Ilaria Alpi nel 2000, in un verbale del 15 maggio dove corregge ed integra quanto affermato sull'incontro con Marocchino nel corso del primo interrogatorio. In particolare:

 

a) gli incontri con Marocchino sono stati due e non uno soltanto (quello già descritto precedentemente);

 

b) il secondo incontro sarebbe avvenuto nell'autunno del 1993, allorquando il Sebri fu contattato da un tale avvocato Maggi di Milano che lo convocava in un parcheggio sito a Milano in zona Arena. Giunto sul posto, Sebri vi trovava il Marocchino in compagnia di due persone ed assisteva ad una discussione fra il 'faccendiere' e uno dei due convenuti, in cui il primo si lamentava di non meglio precisate situazioni somale;

 

c) Sebri non è stato in grado di riferire in ordine al motivo della sua convocazione a tale incontro, precisando tuttavia che a seguito della discussione cui aveva assistito, entrambi, sia Marocchino che l'interlocutore di quest'ultimo (il terzo uomo era rimasto in silenzio) lo avevano invitato a recarsi in Somalia per partecipare alla loro attività.

 

d) Vi sarebbe stato poi un terzo incontro, fra il Sebri e i due uomini suddetti, avvenuto nella primavera del 1994 in Piazza Duomo. Nel corso dello stesso uno dei due (lo stesso interlocutore del Marocchino nell'incontro precedente) era tornato ad invitare il Sebri ad "assumere un ruolo" nell'attività somala aggiungendo, di fronte alle perplessità di quest'ultimo, che il problema della Somalia era stato risolto e che avevano risolto il "problema della giornalista comunista".

 

e) Sebri ha evidenziato di non essere assolutamente disposto a riferire circostanze utili alla identificazione dei due uomini incontrati insieme a Marocchino, affermando di temere per la propria sicurezza.

 

 

Il 1 ottobre 2000 esce, sul numero 39 di Famiglia Cristiana, un'intervista a Serbi che racconta l'intera storia.

 

Nel novembre  del 2000, intervistato da Maurizio Torrealta, Sebri fa per la prima volta il nome di Raiola Pescarini, indicando come tale il soggetto da lui incontrato una volta (nel 1993) insieme a Marocchino e un'altra volta nel 1994, assente Marocchino.

 

Nelle precedenti dichiarazioni rese al PM Romanelli aveva parlato genericamente di due uomini, indicandoli come appartenenti ai servizi segreti ma omettendo di farne il nome, per timore di rischi alla propria persona.

 

Il 10/11/2000, in un verbale alla Digos di Roma, Sebri  corregge ulteriormente alcuni punti della sua esposizione:

 

a) Conferma di aver conosciuto Marocchino tramite Spada e di averlo incontrato a Milano, alla Rinascente, sicuramente prima del 1989; Marocchino si era lamentato di problemi in Somalia, soprattutto con i servizi, il discorso era incentrato sullo smaltimento di rifiuti tossici, Spada lo assicurò che avrebbe risolto il problema tramite il 'testone', riferendosi a Craxi.

 

b) Il secondo e ultimo incontro con Marocchino avvenne tra ottobre e novembre 1993, sempre a Milano in zona Arena; Sebri era stato convocato dall'Avv. Maggi, non presente; erano invece presenti due persone, una delle quali si presentò come il colonnello dell'Esercito Luca Raiola (Sebri dichiara di essere certo del nome in quanto ritrovato nel libro "L'Esecuzione"). Anche in questa occasione Marocchino si lamentava delle difficoltà soprattutto economiche e Raiola lo tranquillizzò. Marocchino però, sempre adirato, disse che c'era "una tr...a di giornalista che stava rompendo i c...i, che aveva i documenti" e che aveva ottenuto informazioni da 'uno del gruppo di Raiola'. Questi però non rispose sul punto, mentre la persona che era con lui disse a Marocchino di smetterla.

 

c) Con Raiola Sebri ebbe poi un altro incontro ad aprile-maggio 1994, sempre presente anche l'altro uomo: in questo caso Raiola gli chiese di andare in Somalia, aggiungendo che "ognuno deve fare il proprio lavoro... chi sgarra viene sistemato, i giornalisti devono fare i giornalisti e non cercare di andare in mezzo a questioni militari...". Di fronte alle titubanze di Sebri,  Raiola disse pure "la giornalista comunista ed i suoi amici sono stati sistemati".

 

Sebri descrive fisicamente Marocchino, Raiola e l'altra persona presente ai colloqui: Sul primo aggiunge che aveva un accento del nord, forse ligure, mentre nelle dichiarazioni rese al PM Romanelli era stato più generico. Su Raiola afferma che è una persona più alta di lui, non meno di un metro e ottanta (mentre lo stesso ha una statura assai inferiore).

 

Sul punto ecco il giudizio del pm Romanelli audito dalla Commissione:

 

"... Questa dichiarazione mi lasciò e mi lascia perplesso, perché, in realtà... Il dichiarante non datava precisamente l'incontro; però forniva una serie di elementi che consentivano la datazione. E la datazione possibile era, a mio modo di vedere, assolutamente incompatibile con un disturbo di Ilaria Alpi in Somalia.... La cosa che inquietò di più è che quando l'indagine era sostanzialmente chiusa ed io avevo, probabilmente, già in qualche modo esternato quanto meno alla polizia giudiziaria che l'avrei chiusa come ho indicato, questo soggetto si ripresentò e modificò la data dell'incontro; meglio: disse che oltre quell'incontro ce ne era stato un altro, o due altri (adesso, presidente, non ricordo con esattezza); che questo secondo sarebbe stato successivo all'omicidio e che in questo secondo si sarebbe detto, da parte di un soggetto di cui non voleva parlare per motivi di sicurezza… Sarebbe stato un soggetto in qualche modo istituzionale, di cui il dichiarante non voleva parlare.... E in quella occasione sarebbe stata fatta la battuta che Ilaria Alpi.... Quello che mi aveva colpito è quello che ho detto in termini negativi, onorevole, cioè proprio il fatto che in un primo momento viene fatta l'indicazione su un incontro e in quell'incontro, che in realtà è databile molto prima, perché è databile 1986-87, ci sarebbe stato il riferimento alla Alpi e questo, francamente, è molto difficile. Secondo me non è vero. Quindi, poi, la correzione successiva è, insomma, una correzione. Poi, per carità, per una correzione ci sono mille ragioni, che possono essere ragioni vere, che quindi fanno essere vera la correzione...."

 

In chiusura va  detto che dopo la pubblicazione dell'articolo di Famiglia Cristiana, in cui compare l'intervista resa da Sebri, Giancarlo Marocchino e  Luigi Ruzzi, hanno querelato il testimone, i giornalisti autori dell'intervista e il direttore del settimanale per il reato di diffamazione a mezzo stampa. Il procedimento penale si è concluso, in primo grado, nel maggio scorso, con l'assoluzione dei giornalisti e del direttore per l'applicazione della discriminante del diritto di cronaca ma con la condanna di Sebri a due mesi di reclusione e al risarcimento del danno subito dalle parti civili.

 

 

 

La Procura di Asti

 

Un ulteriore filone investigativo sui traffici di rifiuti verso la Somalia è stato sviluppato dalla Procura di Asti.  Anche in questo caso la figura di Giancarlo Marocchino e al centro dell'interesse degli inquirenti.

 

L'avvio da parte di quella Procura di intercettazioni telefoniche e ambientali, a seguito di un primo sviluppo delle indagini nei confronti di Ezio Scaglione, ha infatti evidenziato rapporti di affari fra lo stesso e Giancarlo Marocchino, rapporti nei quali la Procura ha intravisto accordi finalizzati all'importazione di rifiuti pericolosi.

 

In questo caso, il radicamento del procedimento penale ad Asti segue alla denunzia presentata da un imprenditore lombardo operante nel settore rifiuti in Lombardia, il quale, verso la fine del 1996, riferiva di essere stato contattato da un imprenditore veneto, Giancarlo Bellotto operante nello stesso settore, e che quest'ultimo gli aveva presentato poi il Prof. Ezio Scaglione come soggetto che poteva occuparsi dello smaltimento di rifiuti tossico nocivi e comunque pericolosi in Somalia. L'imprenditore, non interessato all'affare, aveva presentato lo Scaglione al suo collega Gambaruto Giusto, titolare della Cofir di Asti.

La locale Procura - su autorizzazione del GIP e con il consenso degli interessati escluso lo Scaglione - predisponeva servizi di intercettazione ambientale al fine di monitorare gli incontri tra questi imprenditori.

 

Durante uno di questi incontri, lo Scaglione, dopo aver precisato di essere stato nominato dal 1992 Console Onorario di Somalia in Italia e quindi di  godere della piena protezione del Presidente Ali Mahdi, riferiva di essere alla ricerca di ingenti quantità di rifiuti tossico nocivi da esportare, scaricare e stoccare in territorio somalo.

 

Nell'incontro successivo, lo Scaglione ribadiva che il dr Roberto Nesi della MIB Project di Livorno avrebbe curato tutte le procedure doganali per l'imbarco e che il "costo grande" dell'operazione sarebbe stato il presidente Ali Mahdi.

 

Per giustificare la mancanza di risposta alle proposte dello Scaglione, fu suggerito dagli investigatori al Gambaruto di manifestare allo Scaglione le proprie perplessità a spingersi avanti nella operazione alla luce di un servizio televisivo trasmesso in quei giorni sulla vicenda di Ilaria Alpi, e sulle vicende di Giancarlo Marocchino. Lo Scaglione dava atto di conoscere e stimare molto il Marocchino e concordava circa la prudenza di Gambaruto affermando che il Presidente Ali Mahdi gli aveva comunicato di fermarsi un attimo in quella operazione.

 

Su tali basi venivano attivate intercettazioni telefoniche sull'utenza di Ezio Scaglione dalle quali si evidenziavano i rapporti che questi intratteneva con Giancarlo Marocchino.

 

A differenza dell'indagine precedente, mancano nell'inchiesta di Asti elementi di immediata riconduzione alla vicenda Alpi-Hrovatin, se non per alcune conversazioni telefoniche intercettate; tra Marocchino e Claudio Roghi, nel corso delle quali il primo vanta consapevolezze sul duplice omicidio, ed altre relative a Faduma Aidid (figlia del noto generale somalo) nel corso delle quali la donna esterna considerazioni o presunte consapevolezze sull'omicidio dei due giornalisti.

 

Nel corso delle indagini sono  state intercettate numerose conversazioni telefoniche indiziarie di un coinvolgimento di Marocchino, insieme ad altri indagati, in un traffico di rifiuti tossici verso la Somalia.

 

Di tali intercettazioni, la Commissione ha preso visione unitamente agli altri documenti acquisiti presso la Procura di Asti. Fra tutte ve ne sono alcune, cui gli inquirenti hanno attribuito grande rilievo, captate fra Marocchino ed il già citato Roghi e, soprattutto, fra Marocchino ed Ezio Scaglione.

 

Secondo la Procura di Asti tali ultimi due personaggi avevano tentato di organizzare un traffico di rifiuti tossici fra il nostro paese e la Somalia, per il quale Scaglione avrebbe procacciato clienti in Italia mentre Marocchino avrebbe assicurato la compiacenza delle autorità locali e dato supporto logistico all'operazione. A sostegno di tale ricostruzione, oltre alle risultanze che in seguito si esporranno, vi sono anche alcune intercettazioni ambientali riportanti i colloqui fra Scaglione e alcuni imprenditori italiani7, ai quali il primo illustrava il progetto di smaltimento dei rifiuti in Somalia, facendo riferimento a Marocchino e alle possibilità offerte dalla prezzolata compiacenza di Ali Mahdi ("... il costo grande dell'operazione...").

 

È in questa chiave interpretativa sono state lette le altre conversazioni intercettate, come ad esempio quelle in cui Roghi raccomandava al Marocchino, in quel momento impegnato nella costruzione del porto nella località somala El Man, di adoperarsi per ottenere una "free zone" nell'ambito dello stesso oppure, in maniera più pregnante, i dialoghi fra Scaglione e Marocchino8, contenuti soprattutto in tre conversazioni dell'estate 1997, inquadrate ed interpretate dagli inquirenti nel contesto illecito di cui si è detto ed emerso ai loro occhi già da un anno a seguito della captazione degli accordi di Scaglione con imprenditori italiani. 

 

La telefonata 253 dell'1 agosto 1997 parte da un inquadramento politico della situazione locale fatta da Marocchino a Scaglione fino a quando quest'ultimo, rimandando a discorsi già fatti, fa riferimento a "quegli altri due problemi". Marocchino comprende e risponde di aver parlato con Ali Mahdi ma di doverlo incontrare con più calma. A tal proposito aggiunge che, allorquando avrò modo di incontrare il Presidente, dovrà presentare il suo progetto come qualcosa di socialmente utile: "Io devo metterla giù qua in modo che, che noi faremo una specie di, di, come posso dire e.... chiamiamolo bruciatore, quello lì per dare energia elettrica alla popolazione e via di seguito, la cosa va impostata in quel modo lì per cui lui  può dimostrare che fa questa cosa qua per dare benessere a.... al paese, per dare energia al paese, dobbiamo metterla su quel là, mica no se no sono guai, va in mano a un giornalista.... Attacca lo .... Niente si attacca subito che stiamo portando bla... bla". Su queste parole Scaglione lo interrompe bruscamente "eh! Ba, ba, stop niente altro per telefono, se è il caso quando mi dici che la cosa è fattibile mi fate una lettera di conferma di quelle che già avevo a mano mia e poi con quella io vi dico esattamente cosa dobbiamo fare".

 

Infine, nella telefonata nr. 58 del 14 agosto 1997, Marocchino riferisce a Scaglione che "sta aspettando che mi arriva di nuovo il capo ... e lì il capo io ho sentito proprio l'altro giorno, non io direttamente, ma il suo uomo di fiducia e ha parlato, abbiamo parlato assieme.... E perché ti spiego è stato chiamato da più di .... Ufficialmente dalla Nazioni Unite .... Che i primi di ottobre , tutti si devono presentare a .... a Bosaso per formare il nuovo Governo". Giancarlo ribadisce che si dovrà attendere ancora alcuni giorni e Scaglione dice "Ho capito, comunque pensi che quel discorso si possa fare perché qui (in Italia) mi chiedono qualcosa e io non so cosa dire". Marocchino lo rassicura "Si io penso che, quando lui c'ha il potere penso che.." e poi continua con un nuovo profilo: "... senti Ezio una cosa volevo dirti....e .... Una operazione tanto per .... Una operazione fatta diciamo tra di noi (secondo gli investigatori starebbe a significare senza il placet formale di Ali Mahdi), in poche parole non so due-tremila furti, roba del genere ... ". Scaglione gli risponde: "Io posso farne anche da ventimila, il tempo di organizzarla ...il problema è che ho bisogno dell'autorizzazione, di qualcuno che firmi, se no non si sposta neanche una paglia qui in Italia".

Marocchino quindi sembra suggerire "giri al .... Giri al .... Eh altri giri" sottintendendo, secondo la Procura, il ricorso ad "altri giri" ovvero ad ambienti corrotti in grado di dare le necessarie autorizzazioni. Tale interpretazione infatti sembra essere confortata dalla risposta secca di Scaglione che si preoccupa di possibili conseguenze giudiziarie: "No, quell'ambito lì guarda, per carità .... Voglio continuare a mangiare a spese mie, capiscimi ...".

 

Va detto che la procura di Asti non si è limitata a raccogliere indizi del traffico di rifiuti, soltanto attraverso le attività tecniche. Ha ricercato anche ulteriori riscontri alle proprie ipotesi investigative attraverso una perquisizione in danno di Ezio Scaglione, all'esito della quale sono stati acquisiti altri elementi di forte interesse.

 

Fra le altre cose, nel corso della perquisizione, veniva rinvenuto l'atto costitutivo della società Italricambi srl con sede in Mogadiscio, creata il 17 marzo 1998, tra Giancarlo Marocchino, Ezio Scaglione e un somalo a nome Mohamed Ali Isse. L'oggetto sociale della società era l'importazione e l'esportazione di tutte le merci consentite dalla legge somala e in particolare l'importazione e la vendita di pezzi di ricambi, mezzi di trasporto, fuoristrada, trattori.

 

Veniva poi rinvenuta una memoria con la quale veniva dato atto che "altri accordi starebbero maturando per l'introduzione in Somalia di residui tossici aggirando ogni problematica ecologica".

 

Ancora, venivano rinvenuti in originale due documenti: il primo redatto in Mogadiscio il 19 agosto 1996 e firmato dal presidente ad interim Ali Mahdi Mohamed con firma autenticata dal notaio, con il quale veniva rilasciata a Ezio Scaglione l'autorizzazione a creare un impianto di stoccaggio per la trasformazione di rifiuti. Pinzata a questo documento veniva rinvenuta fotocopia su carta fax della cartografia dell'area portuale di El Man costruita da Marocchino; il secondo, avente per oggetto l'autorizzazione alla realizzazione di una discarica per lo smaltimento di rifiuti speciali e tossico nocivi, datato il 23 settembre 1996. Con lo stesso il direttore dell'ufficio del presidente - tale Ibrahim Farali Abdi - richiamato il decreto del 19.8.1996, autorizzava9 Scaglione a realizzare e gestire una discarica del tipo "C" per lo smaltimento di rifiuti tossici da situarsi nella zona denominata "EL BARAF"10.

 

Veniva poi sequestrato un fax trasmesso dalla Morris Supplies Somalia (società, secondo quanto poi sarà riferito da Scaglione, facente capo a Marocchino) indirizzato a Scaglione il 19.8.1996 nel quale, richiamato il decreto presidenziale del 19.8.1996, si comunicavano prezzi e condizioni per l'invio di 5000 tonnellate (per i primi tre o quattro mesi) di fanghi galvanici, morchie di vernici, terre di fonderie, ceneri da elettro filtro. Il prezzo era di 400 lire al kg, da regolarsi in marchi tedeschi.

 

A parere della Procura, almeno una spedizione di prodotti pericolosi sarebbe stata portata a termine. Il fatto, ricostruito solo documentalmente e attraverso l'acquisizione di testimonianze, sarebbe avvenuto nel maggio 1997 e vi sarebbero stato coinvolto Giancarlo Marocchino come destinatario, in Somalia, della merce. La merce, sotto la copertura documentale di "prodotti domestici", avrebbe compreso in realtà materiali di ferramenta, fra cui prodotti chimici e vernici a solvente il cui Marocchino, circa i fatti contestatigli, non ha inteso rispondere al P.M.

 

In Commissione ha invece fornito, su tale ultima circoscritta vicenda, la seguente spiegazione: ".... io ero in rapporti con Nesi, uno spedizioniere di Livorno, che ha mandato giù questo contenitore. Era morto il padre di un certo Cipollini, un ragazzo amico di Roghi, che faceva le pizze e non voleva andare a lavorare nella bottega di ferramenta lasciata dal padre; allora, mi ha proposto di inviare tutta questa roba a Mogadiscio per venderla e io ho acconsentito. È stato così riempito un contenitore con gli articoli di questa bottega di ferramenta (tra cui anche vernice) e Nesi si è occupato del trasferimento da Livorno a Mogadiscio, il Meet Project....."11.

 

Scaglione, di converso, già in fase di indagini fu interrogato su tutte le circostanze acquisite e, pur non negando quanto a lui addebitato, ha tuttavia offerto una versione, non priva di qualche contraddizione, tendente a ridimensionare la propria responsabilità a danno di Marocchino.

 

Nell'interrogatorio del 11.12.1998 Scaglione dice: "Il GARELLI ed il MAROCCHINO quando andammo a Milano si conoscevano da circa due o tre settimane, cosi mi disse il MAROCCHINO stesso. Ci trovammo, definita la questione dell'auto che dovevo comprare tutti a Nairobi dal MAROCCHINO che ci aveva preceduto in albergo da qualche giorno all'albergo Hotel 68. Ricordo che il viaggio fu fatto in aereo e la partenza era da Roma credo si fece scalo direttamente a Nairobi. A Nairobi il GARELLI mi prospettò il progetto "URANO". secondo cui avremmo dovuto organizzare l'esportazione transfrontaliera di rifiuti tossico-nocivi . Il progetto era già pronto io aderii e firmai. Firmò anche il MAROCCHINO con me".

 

 "Per quanto riguarda i rifiuti radioattivi e/o nucleari alla mia precisazione il GARELLI mi espose un foglio di carta comune A4 che recava la sezione verticale di una sorta di cilindro in piedi in metallo contenente al suo interno " una camera " in cui avrebbero dovuto essere posti i rifiuti radioattivi e/o nucleari."

 

 "I rapporti con MAROCCHINO riprendono nel 1996 quando questo mi chiama e mi dice che la Somalia aveva raggiunto un poco di stabilità e secondo lui si poteva riavviare il progetto che in allora era stato esaminato da me in Nairobi, preciso che intendo in senso lato e cioè mi riferisco sempre a un progetto di esportazione di rifiuti transfrontaliera."

 

"Preciso che quando io ebbi l'autorizzazione da ALI MAHDI - peraltro inviatami da un amico di MAROCCHINO che giunto in Italia me la imbucò al mio indirizzo - precisai poi con il MAROCCHINO che di rifiuti nucleari e radioattivi non se ne faceva nulla per quanto mi riguardava. Dico ciò perché il MAROCCHINO mi fece la proposta anche in questa occasione di uno smaltimento anche di quel tipo di rifiuti dicendo, che lui stava costruendo un porto a El Maan e che quei rifiuti lui li poteva smaltire cementandoli in cilindri simili a quelli del disegno che GARELLI mi sottopose e che lui poi avrebbe messo in containers con i quali faceva la banchina del porto di El Maan."

 

"Lo Scaglione alla contestazione di telefonate registrate dove parlano lui e il MAROCCHINO relativamente ad "Altri Giri" per lo smaltimento in Somalia di rifiuti precisa che pur non sapendo in cosa e come si concretizzassero questi altri giri, ha rifiutato la richiesta del MAROCCHINO atteso che era evidente che il binomio "Altri Giri" faceva cenno a traffici illegali, anche in considerazioni delle pregresse - ma rifiutate - offerte da parte del MAROCCHINO di smaltimenti di rifiuti nucleari e radioattivi in Somalia."

 

 

Nell'interrogatorio del  15.12.1998 , Scaglione afferma:

 

"Il progetto URANO, firmato in Nairobi diviene lettera morta perché il GARELLI fu ricoverato in ospedale a Torino e poi ci fu l'intervento dei Carabineri di Alessandria che sequestrarono tutto. Conosco il Fortunato MASSITTI, una persona di circa 35-40 anni capelli neri, alto e magro, militare che avevo conosciuto in Somalia a casa di Giancarlo MAROCCHINO in occasione di una cena dove aveva preso parte, mi pare il MASSITTI e un'altro collonello di stanza a Mogadiscio. Non mi dice nulla il nome RAIOLA."

 

Si dà atto che all'indagato vengono fatte ascoltare conversazioni telefoniche n. 253 del 01.08.97, n. 10 del 8.8.97, 58 del 14.8.97 fra SCAGLIONE e MAROCCHINO.

 

"Ricordo le conversazioni e le confermo. Il MAROCCHINO mi diede dei chiarimenti ed io dissi come doveva essere redatta l'autorizzazione per lo smaltimento dei rifiuti tossici in Somalia e gli inviai un fax di come doveva essere rilasciata. Gli accordi con MAROCCHINO Giancarlo per lo smaltimento dei rifiuti tossici in Somalia erano quelli di coinvolgere il presidente ALI MADHI che avrebbe avuto una quota nella società attraverso una terza persona al fine di non farlo figurare. Preciso che fu il MAROCCHINO a dirmi che era necessario coinvolgere il presidente ALI MADHI, anzi lo stesso MAROCCHINO mi disse che era lo stesso presidente che chiedeva di essere coinvolto nell'affare dello smaltimento dei rifiuti tossici in Somalia e che la sua quota, anche se non fu mai detto con precisione, doveva aggirarsi fra il 35 e il 50% come da esperienza da me fatta personalmente su esportazioni di materiali giunti a Mogadiscio. Il MAROCCHINO mi disse che ai capi tribù doveva essere prospettato un progetto di costruzione di un forno inceneritore "bruciatore" che mai sarebbe stato realizzato ma che doveva coprire lo smaltimento dei rifiuti tossici in Somalia e questo escamotage era stato studiato da MAROCCHINO e da Ali Mahdi per nascondere il vero motivo dell'arrivo dei rifiuti tossici in Somalia che in realtà non andavano ad alimentare un inceneritore per produrre energia per la città di Mogadiscio ma dovevano essere scaricati in una zona di terra a nord di Mogadiscio ove era previsto un sito a norma di legge italiana per lo smaltimento dei rifiuti."

 

 "Il documento manoscritto che mi viene posto in visione (allegato n.6 annotazione prot.819/98) lo confermo come appunto scritto in sede di riunione avvenuto in Lignano nel 1996 presenti io, mio padre e il sig. KOPP. Preciso a richiesta che il 10% si riferisce alla percentuale che doveva essere corrisposta per garantire il pagamento a MAROCCHINO e soci e dell'altra parte l'effettivo scarico dei rifiuti. " tempi ecc." indicava i tempi e modi di costituire una società a me intestata che andava ad occuparsi di tale operazione. " come avviene lo scarico " stava a significare di come organizzare da nave a banchina lo scarico dei rifiuti che il MAROCCHINO diceva di aver risolto con lo shetter "tasse e fatture" riferito ai documenti di trasporto e la tassazione che doveva essere applicata. A domanda dico che gli imprenditori che avevo interpellato mi avevano detto che i rifiuti potevano raggiungere la Somalia attraverso la triangolazione e cioè rappresentando documentalmente il viaggio dai porti di Tolone e/o Marsiglia e non dal luogo effettivo di partenza, ma comunque che questa era procedura del tutto regolare. Prendo atto che mi viene fatto osservare che non può ritenersi del tutto regolare una procedura in forza della quale viene rappresentato documentalmente un luogo di partenza di un trasporto di quello effettivo. Io torno a ripetere che tale procedura mi venne dichiarata come lecita e che era usuale. Alla voce " contenuto dei fusti ec..." era un'obiezione che mi fece MAROCCHINO Giancarlo rivendicando il diritto a campione di ispezionare il carico e di rifiutare eventualmente rifiuti non riportati nei documenti di trasporto. Questa osservazione di MAROCCHINO mi fece sorridere perché mi domandavo come lui potesse essere in grado di identificare un tipo di rifiuto piuttosto che un altro e contrapporlo con i documenti di spedizione. Tale sua richiesta avvenne per via telefonica . "altri rifiuti come radioattivi .prezzi una media ..." ciò significava che si potevano smaltire rifiuti radioattivi e preciso che Giancarlo MAROCCHINO in una delle varie conversazioni telefoniche che io ebbi con lui personalmente mi parlò della costruzione di un porto nella zona nord di Mogadiscio in località El Maan sostenendo di potere nella banchina, annegandoli nel cemento, stivare rifiuti radioattivi. Quindi molto probabilmente l'appunto scritto da mio padre si riferisce a questa conversazione e cioè che il MAROCCHINO disse che aveva l'opportunità di smaltire anche rifiuti radioattivi nel costruendo porto di El Maan e lo stesso MAROCCHINO mi rassicurò sostenendo di poter stoccare tali rifiuti con del cemento e delle rocce che andavano a costituire la banchina del porto. Ricordo che la telefonata avvenne sull'utenza di casa un sabato pomeriggio fra l'inverno 1996 e l'inverno 1997. Il MAROCCHINO diceva che i rifiuti radioattivi dovevano essere annegati nel cemento e poi messi a dimora per andare a costituire il nucleo della banchina portuale di El Maan.

 

 

Ovviamente la Commissione ha inteso approfondire la vicenda, quindi sul punto sono stati auditi, tra gli altri, Ezio Scaglione e Giancarlo Marocchino.

 

Così, per quanto riguarda il primo, anche innanzi all'Organo parlamentare ha offerto una versione del proprio ruolo e delle attività indagate assai ridimensionata rispetto a quanto obbiettivamente emerge dagli atti di indagine, sollevando non poche perplessità più volte espresse dal Presidente e dagli altri commissari.

 

Riassumendo in poche righe, Scaglione ha riferito12 di essersi interessato al traffico di rifiuti su attivazione di Giancarlo Marocchino, con i quali riprese i contatti nel 1996 su iniziativa del secondo proprio per tale affare e che a tal fine gli fece ottenere le già citate autorizzazioni di Ali Mahdi. Scaglione ha insistito nel dire che dal suo punto di vista si trattava di attività lecite, alle quali prese ad interessarsi, contattando imprenditori del settore, al mero scopo di esperirsi in tale attività e valutarne la convenienza, fino a quando, subodorando  un retroterra di illiceità nelle proposte che provenivano dalla Somalia, si "chiamò fuori".

 

Una versione, come si diceva, che ha sollevato le perplessità della Commissione, perché stridente innanzitutto con il contenuto delle intercettazioni - che sono state contestate allo Scaglione - il quale, in breve, vi ha posto la difesa che si trattasse di parole alle quali non seguirono i fatti.

 

Più decisa la difesa di Marocchino, chiamato a rispondere non soltanto di quanto era emerso nell'ambito delle intercettazioni, ma anche a seguito delle affermazioni dello Scaglione che, come già detto sopra, in special modo alla Procura della Repubblica di Asti aveva posto l'accento sul ruolo di Marocchino sminuendo il proprio.

 

Marocchino ha quindi evidenziato la scarsa attendibilità di Scaglione: "un ragazzo che sta giocando nelle favole ... lo tenevo alla corda perché è un mezzo stupidino. Se avessi dovuto fare delle operazioni non le avrei mica fatte con quella persona, ...." e ha giustificato la gravità delle affermazioni da quest'ultimo rilasciate al dott. Tarditi con la paura di conseguenze giudiziarie in caso di mancata collaborazione.13

 

Più in generale, nel corso dell'audizione dedicata a questi temi, Marocchino non solo ha negato ogni genere di coinvolgimento nei traffici di rifiuti ma ha anche dichiarato inversomile che gli stessi possano essere stati condotti, almeno nella zona di Mogadiscio, da lui conosciuta: "io vi assicuro, anzi ci metto la mano sul fuoco, che da Mogadiscio a 100 chilometri di distanza non c'è niente. Non sto parlando del nord, perché quella zona non la frequento, stando a millecinquecento chilometri di distanza; quindi, è come se stando Roma parlassi della Sicilia".

 

A suo avviso, quindi, si tratta solo di fantasie di alcuni giornalisti "sono questioni riferite dai giornalisti, che hanno fatto i loro scoop, però nessuno ha mai provato l'arrivo di un fusto di rifiuti tossici".

 

Quanto alle emergenze delle indagini, fra tutte le telefonate intercettate, Marocchino ne ha minimizzato il valore: "Non nego le parole da me pronunciate, sto solo dicendo una cosa. Nel processo di Asti, nel quale è stata disposta l'archiviazione, ci sono delle intercettazioni dalle quali risulta che io magari ero disponibile a portare avanti degli affari, perché sono un uomo di commercio".

 

Alle precise contestazioni ha spiegato che i "due tre mila fusti" da far arrivare con "altri giri" altro non erano che olio usato, che in Somalia poteva essere riutilizzato per autotrazione. Tale evidenza sarebbe stata chiara, a detta di Marocchino, se la Procura non avesse selezionato le intercettazioni escludendone alcune dalle quali sarebbe trasparita la natura lecita del suo operato, intercettazioni che, peraltro non risultano esistenti agli atti della Commissione.

 

In sintesi Marocchino ha riferito alla Commissione di essersi interessato, nei colloqui con Scaglione, all'importazione dell'olio esausto che - come spiegato nella nota che precede - non avrebbe integrato un trasporto illegale di rifiuti in quanto materiale da reimpiegare in Somalia. Circa il tenore delle conversazioni intercettate, allorquando si parla di autorizzazioni da ottenere da Ali Mahdi, Marocchino ha spiegato che si trattava di un ulteriore progetto, che a differenza del primo era nato dalla ideazione di Scaglione: "parlavamo di questo bruciatore che dovevamo fare, anzi che aveva in mente lui. Tutte cose che aveva in mente, ma tutte cose che... un bruciatore per i rifiuti urbani, sia quelli in Somalia, sia quelli che lui doveva mandare giù, se ci davano questa autorizzazione.....un progetto qui in Italia, un progetto per lo smaltimento di rifiuti urbani e si doveva costruire un inceneritore in Somalia. Questo era il progetto che lui aveva in mente di fare, però con l'autorizzazione italiana....". Marocchino aggiunge che la cosa peraltro aveva una ratio, in quanto avrebbe consentito di risolvere l'emergenza dei rifiuti a Mogadiscio, su cui anche l'ONU aveva incontrato difficoltà: "...In quel periodo in Somalia c'erano delle montagne di rifiuti urbani; quindi, veniva giù l'ONU che organizzava e pagava 100 mila dollari a botta per prendere tutti questi rifiuti, pulire la città e levarli; però, questi rifiuti praticamente da destra andavano a sinistra e, dopo un po', ritornavano di nuovo a sinistra e dopo sei mesi c'erano di nuovo i rifiuti. Era un po' il trucco del Balilla: l'ONU veniva giù e faceva queste cose. Allora, noi avevamo pensato ..."

 

La cosa non ebbe seguito in quanto lo Scaglione non riuscì ad ottenere le necessarie autorizzazioni italiane.

 

 

 

La Procura di Torre Annunziata

 

Per completezza d'analisi un seppur breve cenno deve essere fatto alle dichiarazioni di Francesco Elmo raccolte dall'allora comandante della Stazione Carabinieri di Vico Equense, Vincenzo Vacchiano. Questi, che all'epoca agiva su delega della Procura di Torre Annunziata, sentito in Commissione ha spiegato che nella fase iniziale delle indagini da lui condotte14, ebbe a raccogliere le dichiarazioni di Francesco Elmo15, che, a fine dell'anno 1995, poco tempo dopo l'arresto, iniziò "ad ampliare la sfera della sua collaborazione" ai traffici di armi riferendo sia di un traffico riguardante i paesi balcanici gestito da tale Nicolas Oman, personaggio cui sarebbe stato collegato il Giorgi16, sia di traffici verso la Somalia con il trasporto delle stesse a bordo di navi di un personaggio indicato da Elmo come " l'ing. Muni", poi identificato nell'ing. Mugne della Shifco.

 

Il filone di indagine riguardante Mugne è stato esplorato anche dai Carabinieri di Vico Equense nell'ambito dell'inchiesta "cheque to cheque". Il Luogotenente Vacchiano ha riferito al riguardo che, dopo avere acquisito le prime sommarie informazioni da Francesco Elmo, furono sviluppati gli accertamenti, che poi condussero al duplice omicidio Alpi-Hrovatin. Dalle precisazioni di Vacchiano emerge che egli acquisì informazioni dal giornalista Torrealta e dal Capitano Sottili. Con quest'ultimo ebbe modo di incontrarsi a Trieste (ove Sottili era stato trasferito da Gaeta) in occasione di accertamenti svolti a verifica delle dichiarazioni di Francesco Elmo per fatti di riciclaggio. Sottili gli riferì che in precedenza, quando comandava la compagnia di Gaeta, aveva avuto modo di occuparsi di un traffico di armi verso la Somalia a mezzo di navi della Shifco e, in qualche modo, anche dell'omicidio Alpi-Hrovatin, per cui, poi, aveva probabilmente svolto qualche indagine anche a Trieste.

 

Ulteriori accertamenti furono, inoltre, compiuti dal Vacchiano attraverso l'esame degli atti trasmessi in copia alla Procura di Torre Annunziata da quella di Latina, che riguardavano le indagini svolte a Gaeta da Sottili. Comunque, trattandosi di traffici che potevano essere messi in correlazione con l'omicidio Alpi, tutta la documentazione venne trasmessa per gli approfondimenti alla Procura di Roma.

 

Vacchiano ha, quindi, chiarito come nell'indagine fosse stato introdotto anche il riferimento al Colonnello del Sismi Mario Ferraro e al M.llo Vincenzo Li Causi: Francesco Elmo, difatti, sosteneva che in epoca precedente al suo arresto aveva lavorato per i Servizi, chiamando in causa, per questo, anche il Colonnello del Sismi Mario Ferraro, ma tali circostanze non avevano trovato alcun riscontro; sempre Francesco Elmo aveva fatto riferimento, in tale contesto, anche alla persona del Maresciallo Li Causi in relazione ad un "probabile traffico di scorie radioattive verso la Somalia", e che anche per tali fatti l'approfondimento fu rimesso dal Procuratore di Torre Annunziata alla Procura di Roma, competente per le indagini.

 

Peraltro dalle precisazioni fornite dal Luogotenente Vacchiano emerge che né a seguito delle dichiarazioni di Francesco Elmo né a seguito dello sviluppo delle indagini fu accertata l'esistenza di rapporti di conoscenza tra il Colonnello Ferraro e Ilaria Alpi, né - si aggiunge - fu individuato un collegamento tra l'omicidio Alpi, la morte di Ferraro (avvenuta nel 1995) e la morte di Li Causi (ucciso il 12 novembre 1993 in Somalia nei pressi di Balad in Somalia).

 

 

 

Ulteriori accertamenti della Commissione sulla presenza di rifiuti speciali in Somalia

 

Il tema è stato richiesto a tutti coloro i quali, a vario titolo, hanno frequentato la Somalia e, pertanto, sono stati in grado di cogliere qualsivoglia informazione.

 

La prova dichiarativa raccolta, in verità, appare di scarso significato, riducendosi spesso ad una comune percezione di voci correnti; così l'appartenente al Sismi Alfredo Tedesco18, il quale ha dichiarato che "in Somalia si parlava di tutto: si parlava di rifiuti tossici, di armi, di tutto, ma prove concrete che ce ne siano stati, che ce li abbiano messi prima o dopo ...No".

 

Anche il colonnello Fulvio Vezzalini, in merito ai rifiuti, ha dichiarato di averne appreso dell'esistenza "senza alcuna prova di fatto. Ho sentito dire che c'erano delle aree nel nord in cui scavavano delle grosse buche e ci buttavano dentro dei fusti ... attraverso chiacchiere con gente del luogo ... Mi dicevano che nel nord c'era questa attività".

 

Giorgio Cancelliere, geologo e collaboratore della ONG Africa 70 di stanza a Bosaso dal maggio 1993, ha dichiarato di essersi interessato di rifiuti in due occasioni: "il primo caso fu un'indagine di UNEP (è un'agenzia delle Nazioni unite), che compì un'indagine lungo la costa, nella zona della barriera corallina. Fu un'indagine di spettrografia per determinare la presenza di rifiuti tossici. Il secondo caso, che però non riesco ad inquadrare nel tempo, credo del 1996 o del 1997, riguardò un'esplosione in un'area del nord est della Somalia, a 250 chilometri a nord di Irigabo. Questa esplosione fu segnalata da contadini che videro una grande fascia azzurra, udirono una grande esplosione dopo la quale ci fu una moria di animali. Le Nazioni Unite inviarono delle missioni per questo motivo, e ci sono moltissime documentazioni".

 

Diversi giornalisti italiani hanno poi cercato di raccogliere informazioni più dettagliate direttamente sul posto.

 

Come Remigio Benni, corrispondente dell'Ansa, che mentre  si trovava a Nairobi nell'estate del 1992, prese contatto con alcuni gruppi di rappresentanti somali lì presenti: "Uno di questi gruppi, che faceva capo al generale Aidid mi documenta, ad un certo punto, la presenza di un accordo esistente con il governo di Ali Mahdi, in particolare firmato del cosiddetto ministro della sanità del governo provvisorio di Ali Mahdi, per un traffico di rifiuti tossici e nocivi con una società che aveva sede in Svizzera. Era un accordo che prevedeva un compenso di vari milioni di dollari ... e che si sarebbe concluso nel 2011, come durata, questo perché, appunto, avrebbero dovuto trasportare rifiuti tossici e nocivi scaricandoli in Somalia". Ha spiegato inoltre di non sapere la provenienza del trasporto dei rifiuti, pur cercando di approfondire la questione: "cercai dei riscontri presso l'ambasciata Svizzera di Nairobi: trovammo l'indirizzo che era segnato sulla fotocopia di accordo che mi era stata consegnata, però il nome della società era leggermente diverso, sembrava che ci fosse stato un errore di battitura o qualcosa di questo genere. Cercammo di metterci in contatto con questa società, perché con me c'era un altro collega, che era Zamorani, del Giornale nuovo, che era arrivato in quei giorni, ma purtroppo non arrivammo concludere nulla", per la difficile situazione esistente in Somalia.

 

Successivamente nel ricercare contatti per ottenere informazioni, "il governo di Ali Mahdi smentì decisamente che ci fosse mai stato un accordo di questo tipo; gli uomini di Aidid ne parlavano come se non sapessero dove fosse possibile rintracciare dati, anche perché non escluderei che quel documento che mi era stato fornito fosse una sorta di provocazione per creare, da un certo punto di vista, disinformazione e, dall'altro, per tentare di mettere sulla pista qualcuno, però senza dargli elementi concreti perché potesse avere notizie.

 

Ali Madhi di fronte alla necessità di difendersi alle accuse di avere presso parte attiva a tali traffici (la Commissione non ha mancato di chiedere conto di quanto emerso ad Asti), non si è limitato a dichiarare la propria estraneità a tali fatti ovvero la non conoscenza del fenomeno, bensì ha apoditticamente escluso, in maniera categorica, che in Somalia fossero mai approdati rifiuti tossici. Nel corso dell'audizione del 6 settembre 2005,  alla domanda del Presidente che lo invita a riferire su che cosa sa in merito al traffico di rifiuti tossici e radioattivi, Ali Mahdi risponde: "È tutto falso. E non so come si possano dire certe cose in un paese civile come l'Italia. C'è stato uno che ha detto di avermi dato 7 milioni di marchi, mentre non l'ho mai né visto né conosciuto. Com'è possibile, signor presidente, che accadano certe cose in un paese civile come l'Italia?". Ne nega dunque l'esistenza e aggiunge: "Non esiste. Se qualcuno sa dove sono stati messi, sono pronto a portarlo lì e a tirarli fuori, se qualcuno ne sa qualcosa".

 

Poi, in quella del giorno successivo, aggiunge: "Non voglio parlare della strada tra Garoe e Bosaso, perché ciò è riferito ai tempi di Siad Barre; però, sono certo, i somali sanno tutto. I somali hanno fiuto e lo avrebbero visto, se si fosse messo questo materiale sotto le strade, nel paese; non si trova neanche un somalo che parli di questa cosa, mai. Mi accusano di aver preso soldi per i rifiuti che venivano scaricati nei mari  internazionali: che bisogno c'era di un'autorizzazione? Sono mari internazionali! Non possiamo controllare neanche cinquanta chilometri di costa; non abbiamo navi, non abbiamo niente per controllare! Perciò credo che tutto questo sia falso, sia una montatura".

 

Di segno contrario, si diceva, le affermazioni del dr. Yahya Amir, il quale già in una intervista rilasciata al giornalista egiziano Mohamed Said, aveva affermato di avere consapevolezze di prima mano circa i rifiuti nocivi in Somalia: "c'è pure la questione del mare e dei numerosi rifiuti industriali gettati in diverse località lungo le coste della Somalia di cui sono responsabili gli italiani per loro ammissione. Hanno scaricato dei fusti fondo al mare legandoli con catene. Le catene li terranno sul fondale per una trentina o una quarantina di anni. Ma quando gli agenti naturali finiranno per spezzare alcune di queste catene, i fusti torneranno a galla e verranno trascinati fino alla costa dove saranno attaccati dagli agenti atmosferici come i raggi solari, la pioggia, e l'umidità oltre che dalle onde. Questo renderà attivi questi rifiuti industriali ma anche i rifiuti nucleari che si infiltreranno nell'ambiente in quattro o cinque anni, e le radiazioni tossiche avranno effetti negativi su tutta la Somalia, ma pure sull'Oceano Indiano, il Golfo Arabico (Persico) e il Mar Rosso. Pensiamo che hanno seppellito questi fusti in varie località a Mogadiscio. Abbiamo contattato l'ufficio dell'U.N.E.P. (nota del traduttore: Programma ONU per l'Ambiente) a Nairobi che fa capo alla sede principale che si trova a Canada, e quando gli esperti dell'ONU sono venuti per constatare i fatti con le loro apparecchiature per identificare le radiazioni, li abbiamo accompagnati fino ad un luogo che dista duecento chilometri dalla spiaggia. Lì, le loro apparecchiature hanno cominciato a emettere dei "bip"  molto forti e ci dissero che non potevano avvicinarsi ulteriormente perché avrebbe esposto la loro stessa vita al pericolo. Sono stato lì, ho visto di persona questi rifiuti e li ho fotografati, ma io non posso fuggire, questo è il mio paese, dove andare? Gli italiani hanno gettato questi veleni e non so cosa potrò dire domani a miei figli e nipoti, a cosa vanno incontro in futuro a causa dei rifiuti che si trovano in varie località in Somalia, a Mogadiscio, a Bari, e nella mia cittadina nativa. Se uno di questi barili dovesse scoppiare liberando il suo contenuto nell'aria o nell'acqua, provocherebbe un inquinamento che durerà venti forse trenta anni, e che sorte toccherà allora ai miei figli e nipoti? Ci rivolgiamo alla comunità internazionale, esortiamo l'Italia affinché torni qui a riprendersi questi doni lasciati da noi perché (l'Italia) sa esattamente dove si trovano, e perché (l'Italia) ha sfruttato l'assenza di un governo o di un'autorità pubblica in Somalia per negoziare un accordo con alcuni politici. Per questo, l'Italia deve ritirare questi rifiuti perché finiranno per avere effetti su tutti i paesi che si affacciano all'Oceano Indiano...."

 

D'altra parte anche nel corso di una conversazione telefonica intercettata su disposizione della Commissione Yahya, al telefono con l'avv. Duale, ricorda preoccupato che "...Questo veleno ci sta distruggendo, le cisterne che stanno fuori, si stanno (incomprensibile), le Nazioni Unite hanno dichiarato che dopo lo Tsunami, le cisterne sono state scoppiate su alcune parte delle coste somale e che ci sono delle malattie in Warsheikh, per esempio: alcune persone perdono sangue dal naso, altre dalla bocca, agli animali cade la pelle. Durante una riunione a Nairobi, il 23 del mese scorso, alla quale hanno partecipato circa cento paesi è stato confermato che in Somalia vengono portati rifiuti tossici. È stata dichiarata dai ministri che avevano partecipato a quella riunione...."

 

Su tali importanti conoscenze la Commissione ha chiesto conto a Yahya, durante la sua audizione, raccogliendo invero una versione ridimensionata rispetto alle affermazioni categoriche fatte innanzi al giornalista. In questa sede infatti, l'intellettuale somalo ha diffusamente parlato di notizie apprese dalla stampa e da altre fonti documentali, non ulteriormente riscontrabili per motivi di "sicurezza", e solo di fronte alle contestazioni del Presidente che faceva notare come il tenore dell'intervista fosse nei termini della certezza e della constatazione personale, ha aggiunto: "...Quando ho sentito le notizie dai giornali e sono andato lì - è molto vicino alla mia città (circa sedici chilometri) - ho fatto delle fotografie, precisamente 72. Ho mandato le pellicole all'avvocato Duale. Ora mi immagino cosa potrà rispondere lei, presidente, dato che l'avvocato non le ha mandate... Quelli che non ho visto sono i rifiuti buttati a mare vicino alla costa. Abbiamo anche chiesto al Governo italiano di mandare qualcuno per verificare se si tratta realmente di rifiuti tossici. Non sappiamo esattamente cosa siano...".

 

 

La Commissione ha anche preso atto dei risultati di una recente inchiesta condotta, nell'estate 2005 da Francesco Cavalli, Luciano Scalettari, Alessandro Rocca e dall'onorevole Mauro Bulgarelli, i quali hanno effettuato due viaggi in Somalia. Il primo dal 28 luglio al 9 agosto nelle vicinanze di Mogadiscio, a Joar e altre località lungo la costa, il secondo dal 30 agosto al 7 settembre al nord della Somalia verso il Puntland. La missione ed i risultati conseguiti sono stati presentati nel corso di una Conferenza stampa del 21 settembre 2005, nei locali di Montecitorio, dall'on. Bulgarelli, da Scalettari e Cavalli e ampiamente riportati in alcuni servizi apparsi su Famiglia Cristiana a firma di Luciano Scalettari.

 

I viaggi sono stati inoltre descritti in due reportages televisivi andati in onda il 23 settembre 2005 su Rai News24, nel corso di un programma dal titolo "Rifiuti tossici sulla pista di Ilaria, e il 18 ottobre su La 7, in un programma dal titolo "Segreti e bidoni", a firma di Francesco Cavalli, Alessandro Rocca e Silvia Testa.

 

Tra le finalità della missione vi era quella di verificare il rinvenimento di fusti sulle coste della Somalia evidenziati da un rapporto pubblicato dall'UNEP a seguito dello tsunami del dicembre 2004 e la comparsa di particolari patologie tra la popolazione. Altra finalità era di verificare l'esistenza di interramenti sospetti lungo la strada Garoe-Bosaso27.

 

In estrema sintesi, per come emerso dalle audizioni di alcuni dei protagonisti dei viaggi e per la parte che qui interessa, le rilevazioni compiute nel corso del primo viaggio con l'ausilio di un contatore Geiger non avrebbero dato alcun esito positivo, nel senso che non è stato rilevato nulla in termini di materiale radioattivo. Riguardo al secondo viaggio l'utilizzo del magnetometro (strumento che rileva la presenza di materiale ferroso nel sottosuolo) per effettuare rilevazioni lungo la strada Garoe-Bosaso avrebbe dato un risultato negativo. Ma in alcune località limitrofe a questa strada avrebbe dato un risultato positivo, seppure parziale, rilevando la presenza nel sottosuolo di masse ferrose.

 

Di qualche rilievo, di contro, parrebbero essere alcune testimonianze ottenute in loco dalla troupe, per come sono state riferite alla Commissione dagli auditi e fra tutti dal telecineoperatore Alessandro Rocca, il quale ha citato alcune delle notizie ottenute intervistando somali, quali ad esempio " .... Un pescatore che si occupa di pescare le aragoste in immersione ha parlato di bidoni ancorati con delle catene, dietro la barriera corallina. Ce ne ha descritti due o tre: uno aperto, squarciato e gli altri ancorati sul fondo, e via dicendo, simili a quello spiaggiato che abbiamo trovato sulla spiaggia". E poi ancora: " .... un medico ci ha detto che su duecento casi trenta erano riferibili a patologie che lui non aveva mai visto; in particolare, parlava di escoriazioni strane sulla pelle, emorragie interne, difficoltà a camminare", sebbene non fosse possibile stabilire il nesso fra tali patologie e rifiuti tossici, in quanto "lì non hanno strumenti sufficienti per fare delle analisi. Alcuni ci hanno detto che c'erano delle patologie che loro non avevano mai visto prima e, in particolare, rimandavano sempre questi malati all'ospedale di Mogadiscio, perché non sapevano esattamente come agire".

 

La testimonianza più rilevante raccolta dalla spedizione, tuttavia, sembra essere quella di due autisti che in passato avevano lavorato alla Garoe Bosaso: "Ci hanno detto - afferma Rocca - che il materiale arrivava al porto su una chiatta, perché la nave ancorava in rada essendo il fondale del porto troppo basso; veniva caricato il materiale di costruzione per la strada e insieme questi fusti di cui loro hanno parlato, fusti di una ventina di chili. Il materiale poi veniva portato a questo campo base vicino all'aeroporto dove veniva caricato su camion più grandi e poi portato in questi uadi dove veniva interrato. In particolare, in uno di questi uadi ci hanno detto che la buca era gigantesca, nel senso che i camion andavano direttamente dentro e scaricavano alla rinfusa questi fusti, questo materiale misto a bitume di scarto ... ".

 

 

 

 

La Malacooperazione

 

Riportiamo per intero la parte della Relazione proposta dal Presidente Taormina e consegnata ai Commissari il 20 febbraio, prima delle votazioni per gli eventuali emendamenti. Questa Relazione è stata ritirata il 22 febbraio e sostituita con una nuova bozza preparata direttamente dal Presidente.

 

 

Premessa

 

La Commissione aveva, tra l'altro, il compito specifico di accertare la possibile connessione tra l'omicidio ed alcuni argomenti che potevano essere stati oggetto dell'attività giornalistica di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, sul presupposto che la causa della loro uccisione potesse essere la circostanza che essi avevano appreso notizie che alcuni soggetti avevano interesse a mantenere segrete. Tra questi argomenti vi è l'attività di cooperazione dell'Italia con i paesi in via di sviluppo e segnatamente con la Somalia.

 

La ragione di siffatto collegamento risiede nel fatto che sicuramente su questo tema si è appuntato l'interesse della Alpi, sia nel periodo precedente al suo (ultimo) viaggio in Somalia che nel corso di esso: tra i suoi effetti personali, infatti, sono stati rinvenuti due taccuini contenenti appunti, uno trovato nella scrivania della Alpi alla sede RAI di Saxa Rubra ed un altro che la giornalista aveva con sé al momento dell'uccisione e contiene le annotazioni prese durante la permanenza in Somalia nel marzo 1994.

 

È utile riportarle, tali annotazioni.

 

Sul bloc-notes trovato alla RAI si legge:

 

1400 miliardi di lire: dove è finita questa impressionante mole di denaro?

 

Alcune opere come la conceria e il nuovo mattatoio di Mogadiscio sono semplicemente inattivi (sic)

 

E i coinvolgimenti con la Somalia di Barre prima e poi il privilegiare Aly Mahdi. Accuse di Aideed.

 

Adesso le accuse non sono finite: la regione centrale di nuovo fuori degli aiuti

 

Cosa mi può dire del Cefa, di una nave che da quasi un anno doveva partire x la Somalia, che è stata bloccata e alla quale è stato chiesto di scrivere che era coop.

 

una sconfitta. E a Mogadiscio la lotta x il potere è ancora aperta. Una massa di diseredati fa comodo a tutti: sia Ali Mahdi che Aidid hanno i loro buoni motivi x non vedere risolvere il problema. E gli aiuti internazionali seguono le indicazioni dei potenti.

 

 

Sul taccuino dell'ultimo viaggio è annotato:

 

PESCA / STRADA BOSASO-GAROE / COLERA                 MUGNE

                                                                                     MUNYE

 

l'ONU non fa abbastanza.

 

l'ONU tiene tutto l'aiuto x Moga. (2 NGO)

 

1500 km e solo 2 NGO/5regioni

 

ott. 92 => nov. 700 fond.

 

profughi

 

ospedale costruito dal FAI 1931 colonialismo

 

disidratazione acqua antibiotici (incompr.)

 

5 anni fa il porto FAI          le navi arrivano dai paesi arabi circost.

 

sultan BOGOR ABDULLAHI BIMOUSSA

 

GARO

 

Farah Omar - Viareggio

 

150 miliziani al porto

+

1000 sparsi

 

Shipco (società di navigazione)

 

cooperazione + gov. somalo

 

6 navi - 4 sono state consegnate

 

Il porto di Bosaso è il centro economico e finanziario di tutta la regione del nord est della Somalia. Sono la pesca e le tasse portuali i maggiori introiti della città. Ma proprio x questo negli ultimi mesi si è scatenata una specie di pirateria, giustificata all'inizio come lotta alla pesca di frodo

 

* ONU generale _ in Bosaso

 

*  futuro dell'aiuto umanitario ora che è completamente disgiunto da quello militare

 

* acquisto di navi

 

* xché questo caso è particolare

 

Mohammad Abshir Omar (capo del porto)

 

È ricominciata l'esportazione dei capi di bestiame

 

il prezzo era basso

 

pescherecci

 

sfruttano del fatto che non abbiamo amministrazione anche se è atto illegale

 

 

Da questi appunti si evince che l'argomento interessava alquanto la giornalista italiana, soprattutto per le ripercussioni che la presenza o meno di aiuti e finanziamenti e la realizzazione di progetti poteva significare per la popolazione civile, a cui la Alpi era sempre molto attenta. Si ricava da queste note che la giornalista era interessata alla situazione degli aiuti in generale, alle modalità di distribuzione degli stessi e alla possibilità che essi fossero stati utilizzati per arricchimenti illeciti anziché per il loro scopo specifico; ad alcune opere in particolare come il mattatoio, la strada Garoe-Bosaso, il progetto di pesca della Shifco (anche se su questo le notizie annotate sono scarne, e la stessa società è scritta in modo non corretto: forse non sapeva ancora abbastanza?). Peraltro, gli appunti strettamente legati al tema della cooperazione si intersecano con le note relative alla situazione somala generale o particolare e ad altre questioni connesse alle realtà visitate o alle persone intervistate (i due giornalisti a Bosaso, fra l'altro, visitarono la ONG Africa 70 incontrando personale e volontari della cooperazione).

 

Già da questo spaccato si evince che questo tema - a differenza dei due precedentemente trattati, i traffici illeciti di rifiuti e di armi - pur essendo di notevole interesse giornalistico, non appare così "scottante" da giustificare un duplice omicidio. Come gli altri argomenti e anzi molto più di quelli, infatti, il tema della c.d. "malacooperazione" era stato, nel 1994, già ampiamente trattato in molte sedi, comprese quelle giudiziarie, e né dagli appunti lasciati a Roma né da quelli presi nel corso del viaggio possono ricavarsi elementi per ritenere che la Alpi avesse appreso segreti inconfessabili.

 

Tuttavia, la Commissione, adempiendo pienamente al suo incarico, ha approfondito la questione acquisendo documenti e ascoltando sul punto testimoni.

 

Gran parte dei documenti acquisiti su questo tema provengono dall'archivio della Commissione parlamentare di inchiesta sulla cooperazione con i paesi in via di sviluppo, molti di essi erano stati in precedenza acquisiti dalla Procura della Repubblica di Roma e si trovavano agli atti del fascicolo processuale1.

 

 

 

1. La cooperazione italiana in Somalia

 

La Cooperazione allo Sviluppo in favore della Somalia fu voluta dal Parlamento italiano nel 1979. Essa vide l'elargizione di ingenti finanziamenti.

 

La fase più rilevante della politica di cooperazione in Somalia, su cui si sono concentrate molte polemiche e anche le attenzioni della Magistratura, coincide con il decennio 1981-1990, ed in particolare con il quadriennio 1986-1989, durante il quale, anche a seguito dell'istituzione, con la legge 73/85, di un secondo canale per la cooperazione rappresentato dal F.A.I., il volume dei nostri interventi in Somalia (e, più in generale nel Corno d'Africa) è aumentato in modo quasi esponenziale.

 

Nella seconda metà degli anni '80 il finanziamento erogò moltissimo denaro, di cui 1141 miliardi a dono e il resto a credito.

 

La Corte dei Conti ha calcolato questo finanziamento in 1506 miliardi di lire.

 

La cooperazione bilaterale Italia-Somalia si è sostanzialmente interrotta con il precipitare della situazione politica somala e l'esplosione della guerra civile, sia per quel che attiene alle attività ordinarie (sospese fin dall'ottobre 1990), sia per le iniziative più direttamente rivolte alla popolazione (medicina di base e attività agricole), limitandosi ad attività di emergenza tramite ONG ed organismi internazionali nei campi profughi.

 

A partire dall'agosto 1992, e da una più decisa presa di posizione della comunità internazionale, si sono aperti nuovi canali di intervento sia sul piano della mediazione politica, sia su quello umanitario, in cui l'Italia si è inserita.

 

Di fatto, una delle accuse ricorrenti rivolte al Governo italiano era quella di aver mantenuto, quando non incrementato, il sostegno economico e politico a Siad Barre, anche nel momento in cui il Presidente somalo appariva completamente screditato agli occhi non solo dell'opinione pubblica internazionale, ma della stragrande maggioranza del popolo somalo. E che sia stato questo aspetto della politica italiana a provocare l'instaurarsi di un rapporto conflittuale fra la nostra diplomazia (ma non il nostro esercito) e alcune delle fazioni coinvolte nella guerra civile è cosa abbastanza assodata.

 

Volendo specificare meglio la ripartizione dei fondi, si deve evidenziare come dei 1.400 miliardi destinati alla cooperazione italo-somala nel decennio 1981-1990, si constata che più dell'80% è stato destinato alla realizzazione di progetti "fisici" mentre la restante parte in "investimenti non fisici".

 

In particolare, il 49% è andato alla costruzione di grandi infrastrutture (opere di regime), il 21% alla realizzazione di investimenti produttivi concentrati (industrie e aziende agricole super moderne) ad alta intensità di capitale, e solo il 15% circa a investimenti "socio-comunitari" ossia, investimenti in infrastrutture che possano essere considerate a beneficio della popolazione.

 

Gli "investimenti non fisici" - nel campo della formazione, assistenza tecnica, programmi di "institution building", ovvero di costruzione di capacità di decisione, gestione e manutenzione - sono il 13% del totale, e sono costituiti soprattutto dalla cooperazione con l'Università somala.

 

Da una distribuzione così sbilanciata verso l'investimento fisico emerge un primo elemento di possibile critica: a interventi "a tecnologia non idonea e non gestibile dalla Somalia, ovvero per i quali la Somalia non è in grado di provvedere né alla manutenzione, né alla gestione" non ha mai corrisposto una dovuta accentuazione della fase normativa, cosicché le stesse opere realizzate sulla base di valutazioni preliminari corrette hanno spesso finito per naufragare.

 

Di fatto, i limiti complessivi dell'intervento in Somalia riguardano quasi ogni fase della definizione di una politica di cooperazione, e non solo quelle riguardanti il tipo di investimento e della vitalità dell'investimento stesso.

 

Purtroppo che il fallimento della nostra cooperazione sconti un difetto di programmazione e di coordinamento con le iniziative multilaterali e internazionali, oltre a subire pesantemente la logica di interessi particolari, espressi in Italia da aziende, lobbies e gruppi di pressione, che niente avevano a che fare con i bisogni reali della Somalia, viene giustificata attraverso le affermazioni proprio del massimo responsabile della nostra politica di cooperazione: infatti il 9 gennaio 1991, durante una seduta della Commissione Affari Esteri della Camera, l'allora Ministro degli esteri De Michelis dichiarava2:

 

"...l'unica deliberazione importante in materia di cooperazione a favore della Somalia adottata nel periodo successivo all'agosto scorso ha riguardato un'iniziativa, per un impegno complessivo di 30 miliardi, volta a fornire due gruppi elettrogeni alla centrale di Mogadiscio Nord. La ragione vera per la quale abbiamo adottato tale deliberazione, che, ripeto, è l'unico atto importante assunto nella fase successiva allo scorso mese di agosto, consiste nel fatto che la commessa relativa a tale iniziativa riguarda l'Ansaldo. Negli ultimi mesi tutte le forze politiche hanno operato pressioni perché fossero garantite all'Ansaldo tutte le commesse possibili, al fine di evitare una forte crisi occupazionale causata dalle vicende del Golfo."

 

Si riportano infine, a titolo di breve informativa, brevi note su alcuni dei progetti più significativi della nostra cooperazione in Somalia, divisi per tipo di intervento.

 

 

 

Grandi Infrastrutture

 

SILOS-FAI (1986-88): si tratta della fornitura e montaggio di 360 silos in vetroresina. Il progetto ha dato risultati negativi per clamorosi errori tecnici (dalla mancanza di basamenti, con conseguente sprofondamento alle prime piogge, e mancanza di isolamento termico e di strumenti per lo scarico), ma anche per non aver calcolato i modi di gestione dello stoccaggio e le possibilità di trasporto degli aiuti alimentari.

 

STRADA GAROE-BOSASO E PORTO DI BOSASO: Queste due opere, che hanno comportato un costo complessivo di 300 miliardi, sono fra le più controverse per quel che attiene alla utilità, a smentire le accuse secondo cui la strada, che attraversa una regione desertica e sottopopolata, sarebbe servita solo al trasporto delle truppe di Siad Barre sono intervenute, recentemente, valutazioni molto positive da parte delle stesse popolazioni locali. Resta il fatto che il costo medio per chilometro è stato pari a 605 milioni, sproporzionato quindi non solo rispetto alle medie italiane, ma anche rispetto ai costi di altre strade realizzate dalla cooperazione nel Como d'Africa, e che la manutenzione della strada è resa difficile non solo dalla mancanza di processi ad hoc di formazione di personale somalo, ma anche dal fatto che la strada, correndo in territorio pianeggiante, è continuamente danneggiata dall'irregolarità del regime pluviale.

 

FORNITURA DI ENERGIA ELETTRICA PER MOGADISCIO: al di là di vantazioni sul suo esito, rese difficili dal precipitare della situazione interna, pesano come un macigno le affermazioni dell'allora ministro De Michelis sui veri motivi per i quali il finanziamento venne deliberato (v. sopra).

 

OSPEDALI DI CORIOLEY E DI GAROE-BOSASO-ALULA: nessuno di essi è entrato a regime per la evidente discrepanza fra la sofisticazione delle apparecchiature e la mancanza di personale atto a gestirle, come di ogni attività parallela di formazione.

 

 

Progetti Produttivi

 

PROGETTO PESCA OCEANICA: iniziato nel 1979 è passato attraverso vari disastri e insuccessi clamorosi, con i 5 pescherecci e la nave frigorifero. Era previsto un grosso impianto a Brava (la cittadina ove era nato l'ing. Mugne), fu avviato, ma non finito. Allo scopo venne creata la società "Shifco", che dispose il trasferimento dei pescherecci dopo la guerra anti Barre del '90 nelle acque del golfo di Aden, infatti l'ing. Mugne nel frattempo si era trasferito a Saana nello Yemen.

 

Pesa il sospetto che l'intera iniziativa (caratterizzata da errori di progettazione assai gravi, a partire dalla distanza eccessiva fra la terraferma e le zone di pesca, con conseguenti, spropositate spese per la manutenzione in mare dei pescherecci) sia servita soprattutto ad arricchire - senza che ciò comporti necessariamente vantazioni di illiceità - gruppi di privati tanto italiani, quanto somali.

 

AZIENDA ZOOTECNICA DI AFGOI (detta del "cinquantesimo", perché a 50 km. a sud di Mogadiscio, presso il fiume Shebeli). In questo caso, non si può negare che l'azienda abbia funzionato, ma la gestione, teoricamente affidata ad una società mista italo-somala "GISOMA", era di fatto tutta nelle mani dell'azienda italiana GIZA, poi fallita, che era la vera beneficiaria del progetto, attualmente non esiste più nulla, solo un piccolo aeroporto per lo più utilizzato per piccoli traffici.

 

AZIENDA AGRICOLA DI JOHAR E ZUCCHERIFICIO: il progetto, consistente nella riattivazione di azienda già esistente e nella messa a coltura di 1.300 ettari a canna da zucchero, era collegato alla riparazione dello zuccherificio di Johar, ma l'analisi preventiva risultò scadente e irrealistica, comportando una lievitazione dei prezzi tale da indurre all'abbandono del progetto.

 

IMPIANTO DI UREA: uno dei progetti più discussi, in quanto di fatto non è mai entrato a regime, e per più di un motivo, dalla dipendenza, per l'energia necessaria al funzionamento, da una raffineria di Mogadiscio a sua volta legata a dubbie forniture irachene, alla opinabilità delle vantazioni sulle potenzialità di mercato del prodotto stesso.

 

La COSTRUZIONE DI POZZI nella zona Garoe-Bosaso dalla soc. Aquater di Pescara, una delle società dell'AGIP, al servizio di vari villaggi.

 

La COSTRUZIONE DI VASCHE PER L'ABBEVERAGGIO DEL BESTIAME dalla soc. CIRMEC di Roccanigi (TO).

 

La FORNITURA DI UN ELICOTTERO E UN AEREO che non hanno mai volato.

 

La COSTRUZIONE DELLA STRADA AFGOI-MERKA di 105 km. da parte della soc. SALINI di Roma rimasta incompiuta a causa della guerra.

 

Non solo aspetti, per così dire negativi, riguardano alcuni processi di sviluppo diffuso, che hanno invece inciso in modo più sostanziale sulle condizioni di vita della popolazione, per le quali vale la pena di ricordare il caso, forse unico, della nostra cooperazione, ovvero il PROGRAMMA SANITARIO NELLE REGIONI DI HIRAN E GALGADUD. Approvato nel 1983 con uno stanziamento di 14 miliardi da utilizzarsi per la ristrutturazione di tre ospedali, rifinanziato nel 1986 con 33 miliardi, il programma è stato realizzato progressivamente fino ad interessare praticamente rutta la regione con una rete di centri sanitari di villaggio, cliniche rurali, ospedali distrettuali e regionali, prendendo in carico la formazione degli operatori sanitari ai vari livelli.

 

 

 

2. La Fase Giudiziaria

 

Tra il 1992 e la fine del 1993 l'Italia ha vissuto una stagione molto agitata a seguito delle inchieste giudiziarie conosciute in cronaca con il termine di "Mani pulite".

 

Nella circostanza la Procura di Milano era riuscita a far venire alla luce uno dei principali filoni del sistema della corruzione che vedeva coinvolti a vari livelli amministratori pubblici ed imprenditori.

 

In questo quadro, alcune inchieste permisero di far conoscere una realtà nella quale gli ingenti stanziamenti per la Cooperazione con i Paesi in via di sviluppo erano una parte non trascurabile di tutto il sistema tangentizio italiano.

 

Allo scopo venne interessata anche la Procura di Roma alla quale i p.m. milanesi trasmisero parte degli atti, che alla fine portarono ad istruire processi tanto a Milano come a Roma.

 

Le indagini permisero di scoprire progetti tanto costosi quanto inutili, stanziamenti multimiliardari, ruberie e tangenti, con il contorno di traffici di ogni genere, primo fra tutti, soprattutto per la Somalia, il traffico di armi.

 

In particolare a Roma si svolse il processo istruito dal PM Paraggio n. 4723/93 RGNR nei confronti di Forte, Citaristi Martinez, Lodigiani, Scaroni, relativo proprio alla fatidica strada Garoe - Bosaso e agli appalti ad essa connessi (aggiudicati ai consorzi SACES (Astaldi, Cogefar, Edilter) e LOFEMON (Lodigiani, Fortunato, Montedil).

 

Secondo l'accusa, il sistema corruttivo che ha accompagnato la Cooperazione ha mosso tangenti fino al 35- 40 per cento del fatturato, facendo lievitare i costi al di là di ogni controllo sia da parte italiana quanto da parte somala.

 

Le inchieste svoltesi presso la Procura di Milano (p.m. dott.ssa Gemma Gualdi) e la Procura di Roma (p.m. dott. Vittorio Paraggio), sulle quali si veda più approfonditamente la parte terza della Relazione, non hanno avuto tuttavia esiti positivi: i processi celebrati, che hanno visto imputati politici quali Craxi, Pillitteri, Citaristi, Forte, imprenditori come Lodigiani, dirigenti pubblici come Martinez si sono tutti chiusi con assoluzioni e archiviazioni3.

 

Anche i procedimenti intentati innanzi alla Corte dei Conti hanno visto l'assoluzione degli imputati4.

 

A prescindere dalle conclusioni giudiziarie, merita in questa sede rilevare che di fatto, la gran parte delle indagini al marzo 1994 era già iniziata e aveva ricevuto ampia risonanza sui mass media.

 

In particolare, gli aspetti osservati da Alpi e Hrovatin nel corso dell'ultima missione a Bosaso e legati alla 'malacooperazione' - ovvero la vicenda delle navi Shifco e la strada Garoe-Bosaso - erano già noti da tempo (semmai aspetti di novità potevano trarsi dal collegamento tra queste vicende e, rispettivamente, le ipotesi di traffici di armi e di rifiuti; ma su questo v. i capitoli che precedono...).

 

 

 

3. La Commissione parlamentare di Inchiesta sulla Cooperazione con i Paesi in Via di Sviluppo

 

Una volta emerso il fenomeno, per la sua complessità, per la sua vastità e per il coinvolgimento di delicati rapporti di politica internazionale, il Parlamento italiano, benché fosse alle porte la fine anticipata della legislatura, riuscì a varare la legge 46, del 17 gennaio 1994, istitutiva della Commissione bicamerale di inchiesta sulla Cooperazione con i Paesi in via di sviluppo.

 

La Commissione parlamentare viene insediata il 3 novembre 1994 e cominciò a operare all'inizio del 1995, cessando tuttavia i suoi lavori con lo scioglimento anticipato delle Camere nel 1996 e dunque chiudendosi senza la votazione di una Relazione finale.

 

Pur non riuscendo completamente nel suo intento, essendo oltretutto la Commissione organo politico prima che giuridico-istituzionale, intendendo con ciò che non avrebbe potuto sottendere ad altre iniziative, la Commissione riuscì a chiarire molto delle vicende legate alla cooperazione e ai fondi che ruotando intorno a questo tema erano stati sprecati.

 

La Commissione Parlamentare ha scritto: " ...ancora una volta non sono stati rispettati alcuni princìpi fondamentali di civiltà giuridica"5 e lo ha evidenziato con profonda amarezza, lamentando la mancanza di adeguati strumenti di controllo, nonché difetti dell'apparato amministrativo per la gestione nell'ambito pubblico.

 

Per meglio comprendere i fatti di cui si occupava, la Commissione, si recò, fra l'altro in missione a Gibuti e in Somalia oltre che in Kenia, dal 29 al 31 gennaio 1996. Nell'occasione, non mancò di approfondire i possibili collegamenti tra l'argomento principale della sua attività e l'omicidio dei giornalisti italiani a Mogadiscio, che si assumeva connesso sia perché avvenuto proprio in uno dei Paesi dove più criticata era l'attività di cooperazione pubblicamente finanziata sia perché attorno agli scandali della cooperazione si concentrava - come detto - attività professionale delle vittime.

 

Delle attività svolte in occasione di quella missione si è tenuto ampiamente conto sia nel corso dei processi che da parte di questa Commissione, soprattutto in relazione alle testimonianze di quelle persone che nel frattempo si erano rese irreperibili.

 

Nel resoconto dei lavori svolti durante la missione, si legge: "Gli sbagli sono stati tanti e molti soldi sono andati nelle mani sbagliate"6, riportando inoltre anche le dichiarazioni rese dal Presidente della Repubblica somalo, ad interim, Ali Mahdi, che affermava di condividere "lo sforzo italiano di far luce sugli errori della Cooperazione, che ci sono stati, e gravi".

 

Di quegli errori si è occupato in modo approfondito il prof. Piero Ugolini, che operò in Somalia dal 1986 al febbraio 1990 quale responsabile dell'unità tecnica di cooperazione presso l'Ambasciata d'Italia a Mogadiscio. Egli nel concludere la sua attività, consegnò all'Ambasciatore e al Direttore Generale della Cooperazione allo Sviluppo una ampia relazione conclusiva con la quale esprimeva varie riserve che rappresentò anche al Ministro e poi con una denuncia penale alla Procura della Repubblica di Roma nel novembre 1992.

 

Nelle sue conclusioni Ugolini lamentava l'applicazione dei criteri di esecuzione dei progetti che avevano portato all'esecuzione delle infrastrutture, definendoli "errori culturali e politici", definendo l'azione dell'Italia estremamente negativa7.

 

Egli inoltre esprimeva rilievi alla cooperazione italiana sia sul piano squisitamente politico che su quello propriamente giuridico-amministrativo, per l'incapacità di soddisfare i bisogni delle popolazioni, la salvaguardia della vita, l'autosufficienza alimentare, la valorizzazione delle risorse, la conservazione del patrimonio, la capacità di dare attuazione a processi di sviluppo endogeno8.

 

Un altro personaggio legato alle vicende della cooperazione in Somalia è il dott. Franco Oliva, sentito l'8 marzo 1995. Egli lavorò a Mogadiscio, come incaricato del Ministero Affari Esteri, Direzione Generale della Cooperazione e Sviluppo, dall'aprile 1986 al maggio 1990 con il ruolo di responsabile amministrativo dei progetti di emergenza. Dal 1987 ha lavorato anche ai progetti del Fai (il Fondo Aiuti Italiani, il cui responsabile era Francesco Forte). È ritornato in Somalia il 10 ottobre 1993, sempre come responsabile amministrativo-contabile dei progetti di emergenza della Cooperazione e il successivo 28 ottobre venne ferito in modo alquanto serio con la recisione dell'arteria femorale. Egli ricondusse il suo ferimento alla sua attività professionale, ritenendo che esso (e soprattutto i successivi interventi in suo soccorso, a suo parere insufficienti) fosse motivato dalle accuse che egli non mancava di muovere a dirigenti e privati in relazione alla gestione degli aiuti della Cooperazione.

 

Il 10 maggio 1994 egli fu sentito anche dalla dott.ssa Gualdi, il p.m. milanese che si occupava all'epoca dei fenomeni illeciti legati ai finanziamenti della cooperazione, nell'occasione ebbe a parlare sia dei meccanismi tecnici di trasferimento dei fondi, sia in riferimento anche ad altri argomenti come il duplice omicidio Alpi-Hrovatin, della società Schifo e della società Sec, senza peraltro fornire utili informazioni se non quelle di corridoio che già all'epoca circolavano.

 

Oliva nelle sue dichiarazioni, soprattutto quelle rese al p.m. romano De Gasperis, ha sempre individuato alcune possibili "piste" legate alla sua attività nella Cooperazione, in particolare sostenendo che "i conflitti che si sono verificati nel breve periodo della sua seconda missione in Somalia, e cioè poco prima di essere ferito, hanno riguardato sempre Giancarlo Marocchino".

 

Ha più volte affermato, infatti, che la Cooperazione aveva utilizzato i servizi logistici di Marocchino, dalle scorte armate al noleggio di automezzi, ai trasporti, ai magazzini, senza che esistesse un documento contrattuale, e che lui si era rifiutato di pagare a Marocchino certe somme perché non gli sembrava che ricorressero le condizioni di legittimità per dar luogo a quei pagamenti.

 

Al riguardo si deve comunque osservare che al momento dell'attentato, Marocchino si trovava in Italia a seguito della famosa espulsione.

 

 

 

4. Le vicende della Shifco

 

La società Shifco fu oggetto di interesse giornalistico anche da parte di Ilaria Alpi. Si tratta di una società che ebbe varie vicende ma sostanzialmente venne utilizzata per la gestione di alcuni pescherecci che il Governo italiano donò alla Somalia per attuare il progetto di sviluppo della pesca oceanica.

 

Attorno a questa vicenda ruotano una serie di interessi, finanziamenti, arricchimenti illeciti, e comunque essa è stata ampiamente osservata: da un lato, infatti, la pesca non costituì mai per la Somalia quell'occasione di ripresa economica che il progetto perseguiva, dall'altro molteplici furono i sospetti che la Shifco ed i suoi gestori, in primo luogo l'Ing. Mugne, si attirarono (dall'anomalia costituita dal fatto che dopo la caduta di Barre un privato si era di fatto appropriato di un bene nazionale, la flotta, al sospetto che le navi trasportassero non, o non solo, pesce ma anche altro, e in particolare armi).

 

La Commissione non ha mancato di approfondire la vicenda, anche perché Mugne, in relazione a questo e al traffico di armi che si assumeva si svolgesse con le sue navi, era stato indicato come uno dei mandanti dell'omicidio Alpi-Hrovatin.

 

In particolare, dai documenti acquisiti si è studiata l'evoluzione societaria e patrimoniale della Shifco, i suoi collegamenti con altre imprese italiane, i soggetti in essa coinvolti e le altre cointeressenze (Nel lavoro sono stati impegnati soprattutto i consulenti ufficiali di pg appartenenti al Nucleo G.d.F.)

 

 

 

1978 - 1987: Prima fase

 

Sulle prime fasi del progetto di pesca oceanica non sappiamo molto e quel poco a nostra conoscenza non è corroborato da documenti ufficiali. Ad ogni modo, una sintesi è offerta da una nota fax della S.E.C. di Renzo Pozzo, diretta all'avvocato Paviotti in data 02.06.1994.

 

Dalla stessa si apprende che:

 

- Il progetto di pesca oceanica somalo prende avvio nel 1978, allorquando l'allora Ministro della Programmazione, Dr. Amed Habib, visitò i cantieri della S.E.C., rimanendone favorevolmente colpito, tanto da formulare, dopo una campagna sperimentale di pesca che ebbe esito positivo, il "Progetto della pesca industriale della Repubblica Somala", il quale comportò immediatamente la stipula di un contratto, proprio con la S.E.C. di Viareggio, per la fornitura di tre navi da pesca;  

 

- le prime tre navi furono costruite e consegnate al Governo Somalo fra il 1981 e il 1982: la "21 Oktoobar" (il 15.07.1981), la "Farax Oomar" (il 30.10.1981) e la "Cusman Geedi Raage" (il 30.09.1982), prese in consegna da una società di diritto somalo, all'uopo costituita, chiamata Somitfish;

 

- nella Somitfish confluì, rilevandone il 50%, una cooperativa italiana di pesca, la Cooperpesca (fra i cui soci figurava Giancarlo Mancinelli), il cui compito era quello di apportare know how alla gestione della pesca;

 

- la cooperazione durò, con risultati positivi, per circa due anni, fino a quando, insorte "incomprensioni mai completamente chiarite" le tre navi furono fermate in zona equatoriale, ove rimasero, senza manutenzione e in progressivo deperimento, fino al 1985. 

 

- Nel 1985 (anno di avvio del F.A.I. e della visita di Craxi e Forte in Somalia), il governo di Siad Barre decise di riprendere l'attività di pesca, chiedendo allo Stato Italiano in finanziamento del ripristino delle tre imbarcazioni già in uso e, successivamente, la fornitura di altre tre navi. I lavori, accordati dall'Italia, furono affidati alla S.E.C., la quale, nel gennaio 1987, riconsegnò le prime tre imbarcazioni (quelle ripristinate).

 

Il periodo 1978 - 1987, che vede come protagonisti la Somitfish somala e la Cooperpesca italiana, nonché la S.E.C., e per il quale non sono disponibili alla Commissione atti ufficiali e documenti che diano riscontri e riferimenti certi ai fatti in narrazione, è rievocato anche nelle dichiarazioni di Omar Mugne, rese al P.M. Pititto nel 1996, e in alcune escussioni in atti eseguite dalla Compagna CC di Gaeta, nell'ambito di una nota indagine sul supposto traffico di armi a mezzo delle imbarcazioni italo-somale.

 

Per quanto attiene Mugne:

 

"II Governo somalo acquisì, in una data che non ricordo, ma intorno al 1982 se non ricordo male, tre navi attraverso la SACE, navi costruite dalla SEC di Viareggio; si trattava, in particolare, delle seguenti navi: MV21 Oktober, MV Farax Oomar, MV Cusman Ghedi Raghe. Queste tre navi, più precisamente, vennero acquistate, attraverso la SACE, non dal Governo somalo esclusivamente, ma dal Governo somalo (Ministero della Pesca) e da una Cooperativa Cooperpesca. ....  la Cooperpesca era costituita da Giancarlo Mancinelli che credo fosse di San Benedetto del Tronto e da altri cittadini tutti di nazionalità italiana. ...La società costituita dal Governo somalo e dalla Cooperpesca si chiamava Somitfish e non so chi avesse la maggioranza, se il Governo somalo o la Cooperpesca. ..... io non ho mai ricoperto alcuna carica nell'ambito della Somitfish."

 

Sempre sulle origini del progetto di pesca, riferisce in maniera diffusa il sig. Florindo Mancinelli (fratello di Giancarlo e presidente della Cooperpesca), innanzi ai Carabinieri di Gaeta, in data 27.06.1994.

 

Secondo la versione di Mancinelli, "padrone marittimo di prima classe" e collaboratore della S.E.C. già dal 1979, fu proprio Renzo Pozzo, che in quel momento stava costruendo le prime tre navi per la Somalia (non precisa la data ma si comprende che si tratta dei primi anni 80) a proporgli di aderire al progetto di gestione della pesca in Somalia che si stava avviando. A tal fine fu adoperata la Cooperpersca Adriatica di Silvi Marina che "era già stata costituita o era in fase di costituzione con me (Florindo) come presidente, come amministratore mio fratello Giancarlo ..." .

 

A rendere ancora più pregnante la posizione del Pozzo, Mancinelli aggiunge che " ... consultatomi con mio fratello accettammo la proposta del Pozzo per costituire la Somit Fish con sede in Mogadiscio e in Silvi Marina. Tale seconda società era costituita dal Ministero della pesca somalo e dalla nostra cooperativa Cooperpesca Adriatica con capitale sociale di un milione di dollari e non versato in contanti così ripartita: il 65% dal Ministero della pesca Somalo, che si occupava di impiantare le prime spese di attracco e 35% da parte nostra conferita per il materiale per pesca...".

 

Più preciso e circostanziato sul punto, ritroviamo Mancinelli nel verbale di S.I.T. esperito da ufficiali di P.G. della Commissione: "....Nello stesso periodo il dr. Pozzo mi propose di entrare in rapporti d'affari con la Somalia e, precisamente di gestire delle navi da pesca. ... A questo punto, il dr. Pozzo, avuta a disposizione la Cooperpesca Adriatica, si mise in contatto con le Autorità somale e avviò il rapporto commerciale senza che noi Cooperpesca Adriatica ci esponessimo direttamente nelle transazioni....".

 

In questo primo periodo compare anche un imprenditore italiano che, come vedremo, parteciperà in maniera attiva alle fasi successive del progetto, Vito Panati, patron della Panapesca e della P.I.A. di Gaeta. Anche lui è stato escusso dalla P.G. di Sottili, alla quale ha tra l'altro dichiarato che: "... nel periodo in cui venne varata la prima nave ... mi fu chiesto da Giancarlo Mancinelli, presidente della Somitfish, di anticipare circa 300 milioni per le spese di armamento della nave ..... Avendo appreso che il Mancinelli era stato indirizzato a me dal dr. Renzo Pozzo ... mi rivolsi al Pozzo direttamente affinché mi garantisse il rischio del finanziamento ....".

 

Ancora una volta il Pozzo che, seppure indirettamente, contribuisce alla materiale attivazione del progetto di pesca. Panati chiarirà di avere recuperato la somma anticipata scalandola dal prezzo del pescato, che ha continuato ad acquistare per circa un anno dall'inizio dell'operazione, fino all'inizio della "crisi" di cui si è detto innanzi, continuando peraltro a finanziare le operazioni di pesca. Panati rivela anche che "la Società di gestione Somit Fish vedeva una partecipazione somala con la Shifco ed una parte italiana rappresentata dai fratelli Mancinelli ed altri cittadini italiani che fungevano da soci operativi ...".

 

Panati chiarisce quindi che l'Ente di Stato somalo Shifco esiste già dai primi anni 80, nascendo di fatto insieme al progetto di pesca oceanica. Il passaggio è determinante, sebbene privo di riscontri agli atti della Commissione, presso la quale i primi documenti sull'Ente somalo datano febbraio 1988.

 

D'altra parte nello stesso senso sono le memorie  di Bernardino Costantino, commissario della M/N "Faarax Omar", versate ai carabinieri di Gaeta. Questi infatti precisa che "Nel 1981, (...) nacque il problema di gestione delle stesse (si riferisce alle prime tre navi consegnate alla Somalia) non potendo il governo somalo nella persona di Siad Barre gestire le citate navi, crearono la società Shifko, Ente di Stato somalo, alla cui responsabilità fu posto l'ingegnere Mugne Omar Said, nato a Brava (Somalia)".

 

Interpolando le ultime due dichiarazioni, pertanto, si desume che la struttura societaria su cui verteva la prima fase del progetto era data dall'ente di stato Shifco, già rappresentato da Mugne, che in nome e per conto del governo Somalo, costituisce la società di diritto somalo Somitfisch insieme alla Cooperpesca adriatica dei fratelli Mancinelli, secondo una ripartizione azionaria di 65% e 35%. Il tutto abbondantemente intermediato e diretto dal costruttore delle tre imbarcazioni: Renzo Pozzo, che individua i Mancinelli (uno dei quali suo dipendente), come partner del governo somalo, e procura il finanziamento per l'avvio delle operazioni di pesca.

 

Si è già detto che il matrimonio Shifco e Cooperpesca non durerà molto, a causa delle "incomprensioni mai completamente chiarite" cui fa cenno la nota S.E.C.. Sul punto appare più preciso Florindo Mancinelli, il quale nel corso della summenzionata escussione spiega che " ... Le campagne durarono ... sino al settembre 1983 quando il ministro della pesca Osman Giama in una riunione infuocata, molto tesa, chiese la restituzione delle nostre azioni della Somit Fish trovando netta opposizione di mio fratello Giancarlo ... A seguito di tale riunione avvenne la rottura tra noi e i somali e le navi furono fermate contro ogni nostro consiglio nel porto di Mogadiscio. Durante il periodo di fermo delle navi le stesse continuavano ad essere seguite non da noi ma dalla SEC .... Nel settembre 1985 a seguito di un incontro della Cooperazione sempre d'accordo con la SEC le tre navi furono ricoverate nel porto di Mombasa .... Nel 1987 le tre navi ripresero il mare ... sotto la gestione della SEC ... La Somitfish era stata sciolta come pure la Cooperpesca, nella gestione delle navi la parte che riguardava la proprietà somala era ora svolta dalla società Shifco con amministratore l'ing. Said Omar Mugne e la gestione tecnica delle navi era svolta dalla SEC che si avvaleva della mia collaborazione e degli altri capitani....".

 

Schematizzando: Nel 1983 si registra la frattura fra somali e cooperpesca (nessun riferimento questa volta a Mugne); dal 1983 al 1985 le navi sono ferme nel porto di Mogadiscio, curate dalla S.E.C.; dal 1985 al 1987 le tre imbarcazioni vengono ripristinate (dalla S.E.C.) e nel 1987 vengono riconsegnate al governo somalo, meglio alla Shifco presieduta da Mugne, e gestite insieme (ovviamente) alla S.E.C.

 

 

 

1987 - 1990: Seconda fase

 

Chiudiamo quindi la prima fase del progetto con l'uscita della Cooperpesca e con il subentro nella gestione delle tre navi da parte della S.E.C.. Secondo quanto dichiarato da Mugne tale passaggio è anteriore al suo ingresso nella vicenda (in vero non esistono in atti documenti suscettibili di smentirlo se non le già menzionate dichiarazioni di Bernardini).

 

Idealmente quindi la seconda fase può aprirsi con l'avvento di Mugne, il quale data l'inizio della sua gestione al 11 maggio 1987:

 

"... io venni nominato direttore generale della Shifco, ente di Stato somalo, con decreto del Presidente Siad Barre nr. 1148/120 dell'11 maggio 1987. È vero che dal decreto 4.11.1989 nr. 73, che Le ho prodotto nell'occasione del mio precedente esame, risulta che io sia stato nominato general manager, cioè direttore generale del progetto Shifco col detto decreto. In realtà il progetto Shifco rientrava tra altri progetti realizzati con l'assistenza del Governo italiano per la cui esecuzione, il Governo somalo aveva costituito un apposito ente di diritto somalo denominato "Enfais", di cui ero direttore generale con poteri però limitati in quanto vi era un presidente con poteri di ordinaria e straordinaria amministrazione. E perciò, io ero direttore generale di tutti i progetti da realizzare con l'assistenza del Governo italiano, tra essi incluso il progetto Shifco. Con il decreto nr. 73 del 4.11.1989, io, in pratica, venivo confermato general manager per il progetto Shifco e cessavo di esserlo con riferimento agli altri progetti ..."

 

A riscontro di quanto affermato da Mugne, è disponibile agli atti della Commissione la traduzione del citato decreto 73, con il quale in data 14.11.1989 lo stesso veniva nominato "general manager del progetto Shifco". In effetti lo stesso decreto fa riferimento anche al decreto 1148/120 "concernete la direzione e la gestione dei progetti realizzati con l'assistenza del Governo Italiano e la nomina del General Manager dei progetti predetti".

 

Esiste poi anche una dichiarazione di nomina, a firma del presidente dell'Enfais - Prof. Abdirisaq Osman Hassan - di Mugne a procuratore speciale del detto ente per il recupero delle quote azionarie Somitfish già in possesso della Cooperpesca. L'atto è datato 6 novembre 1988 e dallo stesso si desume che a quella data Mugne è già "Direttore Generale dell'Enfais e responsabile diretto dell'attività del progetto della pesca esercitata dalla ex Somitfish".

 

Non vi è dubbio quindi che Mugne ha iniziato ad interessarsi al progetto di pesca non più tardi del 1987, divenendo però "general manager" di Shifco solo nel 1989. Tuttavia agli atti della Commissione esistono documenti che individuano Mugne a capo di Shifco già nel 1988. D'altra parte è lo stesso ingegnere somalo che, narrando a Pititto le iniziative assunte a seguito del suo ingresso nel progetto, si qualifica direttore generale dell'ente in ordine  a vicende avvenute prime del 1989.

 

È il caso del recupero delle quote di Somitfish già appartenute a Cooperpesca e alla liquidazione della società mista, avvenuta 28 maggio 1988. Infatti Mugne dichiara:

 

" ... nominato che fui direttore generale, io chiesi al Tribunale di Mogadiscio di convocare l'assemblea straordinaria dei soci. Inviai l'avviso ai fratelli Mancinelli ed anche alla SEC nella persona di Pozzo...."

 

" ... inviai l'avviso anche alla SEC, perché in qualche modo c'entrava nella Somitfish. All'assemblea parteciparono, per la SEC, una persona inviata da Pozzo con delega, per il Governo somalo partecipammo io e funzionari del Ministero della pesca, mentre nessuno si presentò per i fratelli Mancinelli. .."

 

" ..non ricordo perchè io, quale direttore generale della Shifco, invitai all'assemblea straordinaria della Somitfish anche Pozzo della Sec...."

 

Mugne glissa sulla presenza di Pozzo all'assemblea Somitfish: la ragione per la quale la SEC fu presente, a seguito di doveroso invito da parte di Mugne è infatti data dal fatto che la società di Viareggio all'epoca era titolare delle quote appartenute alla Cooperpesca (il 35% del capitale sociale pari a  1 milione di dollari = 350.000 dollari), come lo stesso Mugne dichiara: 

 

" ... Quando io venni nominato direttore generale, la Somitfish non c'era più perchè i soci della Cooperpesca si erano tirati fuori per contrasti con il Ministero della Pesca e le tre navi erano ancora intestate alla Somitfish e le azioni della società erano nelle mani della SEC ....io non so se e cosa la Cooperpesca abbia avuto per rinunciare ai suoi diritti nella società ....  non so perché le azioni della Somitfish fossero in mano della SEC.... "

 

E ancora:

 

" ...io no so dirLe perchè, allorché io venni nominato direttore generale della Shifco con decreto del presidente Siad Barre, le azioni della Somitfish fossero nelle mani della Sec. Quel che posso dirLe è che tali azioni sono ancora nelle mani della Sec. ... io non ricordo di aver ricevuto un fax di Renzo Pozzo avente ad oggetto .... le azioni della Cooperpesca..... non so a chi siano andate a finire le azioni della Somitfish che aveva la Cooperpesca allorché la stessa se ne uscì dalla società. Se tali azioni finirono nelle mani della Sec, è possibile che Cooperpesca gliele abbia trasferite. Le azioni che finirono nelle mani della Sec erano, infatti, quelle di proprietà della Cooperpesca, perchè le azioni di proprietà del Governo somalo rimasero di sua proprietà...."

 

Il passaggio delle azioni da Cooperpesca a Pozzo è meglio ancora documentato da una dichiarazione in carta bollata di quest'ultimo, con la quale si chiarisce che " ... nell'ambito del mandato conferitogli dal Governo Somalo di pagare per suo conto i debiti esteri della Somitfish, giusto l'art.9 dell'accordo di gestione congiunta tra il Governo Somalo e SEC stesso, in data 11.02.1987 (S.E.C.) ha fatto acquistare da Joint Venture s.r.l., sua controllata, per conto e nell'interesse del Governo Somalo, la quota azionaria del 35 % della Somit Fish da Cooperpesca Adriatica....". La nota precisa che la quota azionaria è custodita da S.E.C. per conto e nell'interesse del Governo Somalo e promette di far consegnare al Governo Somalo la summenzionata quota azionaria appena saranno eseguite e superate le formalità valutarie- bancarie per cui la medesima quota azionaria è vincolata.

 

Quindi le quote di Cooperpesca, del valore nominale di 350.000 dollari, passano per compravendita dalla cooperativa ad una controllata di S.E.C., che acquista su disposizione di quest'ultima, la quale a sua volta  dispone nell'interesse e d'accordo con il governo Somalo, il quale pare essere il destinatario finale di quel valore. Si segnala così quantomeno la stranezza di due punti:

 

a) perché, se il possesso delle azioni da parte di S.E.C. è stato voluto dal Governo Somalo, Mugne dichiara di non esserne al corrente?

 

b) perché S.E.C. (che è una impresa privata) si accolla di fatto l'onere di tale acquisto?

 

A margine si segnala poi un'altra discrasia: Se le azioni di Somitfish sono passate da Cooperpesca a Joint venture s.p.a., parrebbe corretto che alla assemblea straordinaria di liquidazione intervenisse Joint Venture, mentre dalla procura di firma datata 5.4.1988 (ALL. 09), si desume che Renzo Pozzo delega all'intervento un tale Bertoccetti Fausto , "nella sua (di Pozzo) qualità di Amministratore unico della Joint Fishing Company s.r.l."....

 

Tornando alla questione relativa alle quote Somitfish, agli atti della Commissione sono disponibili due telex, di cui uno datato 13 febbraio 1988 e l'altro privo di data ma comunque prodotto nello stesso anno, trasmessi da Renzo Pozzo all'Ente di Stato Shifco di Mogadiscio, all'attenzione di Mugne. I due documenti ci permettono di comprendere come l'acquisto delle quote da Cooperpesca (dal valore nominale di 350.000 dollari) da parte di S.E.C. sia stato fatto ad esclusivo vantaggio del Governo Somalo. Il telex del 13 febbraio 1988 (anteriore alla assemblea di liquidazione della Somitfish indetta da Mugne, alla quale - Mugne non ricorda il motivo - interviene un uomo di Pozzo, recita infatti testualmente:

 

".. La Cooperpesca ha versato a suo tempo per la Somalia circa 350.000 USD. Ciò richiede che se vengono restituite le azioni in Italia devono rientrare USD 350.000. Ovviamente dalla Somalia non si vuole far uscire USD 350.000. Per superare questo punto occorre che le azioni abbiano un valore zero. Per fare questo è sufficiente che Somitfish abbatta il suo capitale sociale con le perdite accumulate fino ad oggi. Esibendo in Italia il documento che certifica questa operazione la Banca d'Italia restituirà, su nostra disposizione, le azioni senza pretendere null'altro...."

 

Il telex poi chiosa: " .. Spero di essere stato chiaro e di essere considerato da te come il leale associato che sono ...".

 

Insomma, l'intera questione delle quote Somitfish ed il coinvolgimento della S.E.C. non potevano non essere al corrente di Mugne, il quale, tuttavia, come si è visto, sull'argomento sorvola decisamente, fino a dichiarare " ...io non so dirLe perchè, allorché io venni nominato direttore generale della Shifco con decreto del presidente Siad Barre, le azioni della Somitfish fossero nelle mani della Sec.  Quel che posso dirLe è che tali azioni sono ancora nelle mani della Sec. ... io non ricordo di aver ricevuto un fax di Renzo Pozzo avente ad oggetto .... le azioni della Cooperpesca ..." (!).

 

Non vi è traccia di contestazioni sul punto da parte del P.M. Pititto. Appare pertanto opportuno che su tali discrasie vengano richiesti chiarimenti.

 

Torniamo alla storia del progetto di pesca, attraverso le parole di Mancinelli: " ... Nel 1987 le tre navi ripresero il mare reinsediando le campagne di pesca sotto la gestione della SEC. ... La Somitfish era stata sciolta come pure la Cooperpesca, nella gestione delle navi la parte che riguardava la proprietà somala era ora svolta dalla società Shifco con amministratore l'ing. Mugne e la gestione tecnica delle navi era svolta dalla SEC che si avvaleva della mia collaborazione e degli altri capitani...". 

 

La "società Shifco" di cui parla Mancinelli, verosimilmente è l'ente di stato di cui abbiamo parlato: per quanto disponibile agli atti della Commissione infatti, bisognerà attendere il 1990 e la fuoriuscita della SEC, per la costituzione di una società di diritto privato con il nome di Shifco (la Shifco Malit di cui si dirà appresso). Comunque, il triennio 1987 - 1989 vede la ripresa dell'attività di pesca, a mezzo delle tre imbarcazioni costruite all'inizio degli anni 80, secondo il collaudato schema di compartecipazione somalia - italia: al posto di Cooperpesca vi è ora la SEC, il governo Somalo, attraverso l'ente Shifco, è rappresentato da Mugne.

 

Sul punto concorda sostanzialmente Mugne il quale tra l'altro dichiara che "... ancora prima che io venissi nominato direttore generale, era stata costituita una società di gestione delle tre navi con la partecipazione del Ministero della Pesca e della SEC, il cui atto costitutivo fu firmato dal Ministro della pesca e dal dr. Renzo Pozzo per la SEC..." e ancora "...la società di gestione delle tre navi originariamente acquistate dal Governo somalo, che si costituì tra la SEC ed il Ministero della Pesca somalo, era regolamentata nel senso che la SEC anticipava tutti i costi di gestione ed in cambio avrebbe fatto proprio il 49 o il 50 per cento del profitto ..." e infine "....quando io venni nominato direttore generale, la gestione delle tre navi che erano state di proprietà della Somitfish e che era stata affidata, secondo quanto ho detto, ad una società di gestione composta dal Ministero della Pesca somalo e dalla SEC, continuò a rimanere affidata, nell'ambito del progetto Shifco, alla stessa società di gestione in cui però presi io il posto del Ministero della Pesca somalo...."

 

Di contro si registra un sostanziale silenzio da parte della Società di Pozzo che, nella richiamata nota riepilogativa, afferma "...Il Governo Somalo affidò la nuova gestione ad una società interamente somala, la Shifco, alla cui presidenza e direzione generale fu nominato l'ing. Mugne...."

 

Anche Panati ricorda il periodo di gestione della SEC: " ... la SEC del dr. Pozzo in questa seconda attivazione delle navi gestiva direttamente le unità della società Shifco che ne era proprietaria ..." e prosegue descrivendo la fase del distacco dalla gestione da parte di SEC, causato proprio da un suo intervento su Mugne, dopo avere scoperto casualmente un eccesso di prelievo sui fatturati da parte di Pozzo, circostanza che indusse l'ingegnere somalo ad intervenire su Siad Barre per allontanare la società di Viareggio. Anche Mugne descrive negli stessi termini la vicenda: "... dopo la mia nomina a direttore generale, la SEC rimase nella nella società di gestione per un breve periodo, sei mesi - un anno; ciò per contrasti gestionali tra la SEC e me, perché la SEC pretendeva di gestire a modo suo ... Io riuscii a far uscire la SEC dalla società di gestione in questo modo: ne parlai con il presidente Siad Barre e questi fece intendere al Pozzo che se la SEC voleva continuare a lavorare con la Somalia doveva uscirsene dalla società di gestione ... alla SEC interessava costruire per conto del Governo italiano altre tre navi di cui già si parlava come da destinare alla Somalia in dono ...".

 

Non vi è precisione sui tempi, comunque, con buona approssimazione, è possibile schematizzare la seconda fase come segue: Nel 1987 viene riavviato il progetto di pesca oceanico attraverso le tre navi ripristinate dalla SEC e da questa gestite direttamente con lo stesso ruolo che fu della Cooperpesca. Nello stesso periodo (al più tardi nel febbraio 1988) Mugne diviene l'interlocutore somalo del progetto e dopo un breve periodo, che dura almeno fino al 1989, si impone per l'uscita della SEC dal progetto.  

 

Negli stessi anni, tuttavia, vengono costruite presso i cantieri di Viareggio le altre tre imbarcazioni, finanziate dalla Cooperazione Italiana; continua la nota SEC: "... Il Governo Somalo, incoraggiato da questo successo, chiese al Dipartimento della Cooperazione il completamento del programma originario ed alla SEC fu affidata la costruzione di altri due pescherecci e della nave appoggio, che entrarono in esercizio tra il 1989 e il 1990....".  Sul punto è discorde Mugne, che pone la consegna delle nuove tre imbarcazioni, la 21 Oktober II, la 21 Oktober III e la 21 Oktober IV, fra il 1990 e il 1991.