Proposta alternativa di documento
conclusivo dell’indagine della Commissione parlamentare di inchiesta sulla
morte di Ilaria Alpi e Miran Hovratin
L'immagine è tratta dalla testata del sito www.ilariaalpi.it
Mauro Bulgarelli
La
Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Miran
Hrovatin è stata istituita con deliberazione della Camera dei deputati del 31
luglio 2003 ed è stata costituita il 21 gennaio 2004, con il compito di
verificare la dinamica dei fatti, le cause, i motivi nonché il contesto,
storico, politico ed economico, che portarono all’omicidio dei due giornalisti.
Nello specifico, rientravano nei compiti della Commissione:
la
verifica delle possibili connessioni tra l’omicidio, i traffici illeciti di
armi e di rifiuti tossici e l’azione di cooperazione allo sviluppo condotta
dallo Stato italiano in Somalia;
l’analisi
delle modalità dell’operato delle amministrazioni dello Stato, anche in
relazione alle inchieste della magistratura;
il
riferire alla Camera dei Deputati sull’esito dell’inchiesta.
La
Commissione è composta da venti deputati nominati dal Presidente della Camera
dei deputati in proporzione al numero dei componenti i gruppi parlamentari e in
modo da assicurare la presenza di un rappresentante per ciascun gruppo
costituito. Questa la composizione:
Presidente
Taormina
Carlo (Forza Italia)
Vicepresidenti
De Brasi
Raffaello (Democratici di sinistra - l'Ulivo)
Lussana
Caterina (Lega Nord Federazione Padana)
Segretari
Ranieli Michele (Unione Democristiana e Di Centro)
Tuccillo Domenico (Margherita - DL -
L'Ulivo )
Bertucci
Maurizio (Forza Italia)
Bindi
Rosy (Margherita - L'ulivo)
Bulgarelli
Mauro (Gruppo Misto)
Cannella
Pietro (Alleanza Nazionale)
Craxi
Bobo (Gruppo Misto)
Deiana
Elettra (Rifondazione Comunista)
Fragalà
Enzo (Alleanza Nazionale)
Galvagno
Giorgio (Forza Italia)
Lisi
Ugo (Alleanza Nazionale)
Mariani
Raffaella (Democratici Di Sinistra - L'ulivo)
Motta
Carmen (Democratici Di Sinistra - L'ulivo)
Palma
Nitto Francesco (Forza Italia)
Pinotti
Roberta (Democratici Di Sinistra - L'ulivo)
Pittelli
Giancarlo (Forza Italia)
Schmidt
Giulio (Forza Italia)
Gli on.
Giovanni Deodato, Giuseppe Cossiga, Giuseppe Caldarola, Roberto Lavagnini sono
usciti dalla Commissione in date diverse perché dimissionari, l’on. Giovanna
Bianchi Clerici perché cessata dal mandato.
La
Commissione ha proceduto alle indagini e agli esami con gli stessi poteri e le
stesse limitazioni dell’autorità giudiziaria (articolo 82 della Costituzione;
articolo 3, comma 1, della deliberazione istitutiva).
Introduzione
La
presente relazione di minoranza, a firma dell’on. Bulgarelli, membro della Commissione
fin dalla sua costituzione, rappresenta le posizioni del gruppo dei Verdi, e
nasce dalla profonda insoddisfazione, maturata nel corso dell’attività svolta
dall’on. Bulgarelli nell’ambito della Commissione, per i metodi e alcune
decisioni che hanno caratterizzato l’operato del presidente Taormina. In aperto
dissidio con la gestione della Commissione, l’on. Bulgarelli, già in data 8
febbraio 2005, decise di autosospendersi dalla Commissione stessa, misura da
intendersi come atto politico, non essendo essa tecnicamente prevista dal
regolamento, tanto che, a tutti gli effetti, l’on. Bulgarelli risulta tuttora
membro della Commissione d’inchiesta. Le conclusioni contenute nella relazione
finale licenziata dalla Commissione, confermavano e rafforzavano i motivi di
dissidio che avevano portato all’autosospensione; esse, a parere dei Verdi,
oltre a essere del tutto lacunose, rappresentano una inaccettabile distorsione
di alcuni avvenimenti, emersi nel corso del lavoro di indagine della
Commissione, centrali per la ricostruzione del movente e della dinamica del
duplice omicidio. In tal senso, particolarmente grave appare la denuncia fatta
il 21 febbraio 2006, in sede di conferenza stampa, da alcuni deputati
dell’opposizione membri della commissione, secondo i quali il Presidente
Taormina avrebbe avocato a se la stesura definitiva della relazione finale,
espungendo dal testo alcune parti, al fine di motivare, in mancanza di
riscontri reali, le conclusioni da lui sostenute. Nell’ambito della medesima
conferenza stampa, inoltre, un giornalista del quotidiano “Il Giornale
d’Italia” ha sostenuto di avere le prove che perfino la trascrizione di alcune
registrazioni delle audizioni sarebbe stata manipolata, omettendo parti
significative per le indagini.
Infine,
la figura umana e professionale di Ilaria Alpi e Miran Hovratin, la loro
dedizione alla causa della verità, vengono mortificate dal ritratto che –sempre
nella relazione finale - ne fa il presidente Taormina, a parere del quale i due
giornalisti si trovavano in Somalia per trascorrere una vacanza e non per fare
lavoro di inchiesta. La loro morte, dunque, sarebbe stata del tutto casuale e
maturata nel contesto ambientale particolarmente difficile della Somalia di
quei giorni. Per i Verdi, tali affermazioni, oltre a contraddire le conclusioni
a cui è giunta la stessa magistratura negli anni passati, rappresentano un
pericoloso tentativo di azzeramento di numerose evidenze investigative, emerse
nel corso del lavoro di indagine della Commissione, che potrebbero invece ricondurre
a una delle ipotesi da cui è originata la Commissione stessa: “la possibile
connessione tra l’omicidio, i traffici illeciti di armi e di rifiuti tossici e
l’azione di cooperazione allo sviluppo condotta dallo Stato italiano in
Somalia”. Nel contempo, le conclusioni del Presidente Taormina costituiscono
un’offesa alla memoria dei due giornalisti e al dolore dei loro familiari, ai
quali i Verdi si sentono particolarmente vicini e rinnovano formalmente
l’impegno a perseverare nella ricerca della verità sull’omicidio di Ilaria e
Miran.
Entrando
nel merito delle motivazioni politiche che hanno portato alla stesura della
presente relazione, preme sottolineare come il lavoro della Commissione sia
stato caratterizzato, fin dagli esordi, da un’estrema parcellizzazione e da un
modo di procedere “a compartimenti stagni”: le varie ipotesi investigative di
partenza, in altri termini, sono state sempre analizzate nella loro
specificità, evitando di metterle in relazione tra loro e di inserirle in un
quadro di riferimento complessivo che permettesse di poterle sviluppare
compiutamente. Oltre a ciò, una pianificazione organica e un disegno d’insieme
a cui fare riferimento sono stati ulteriormente pregiudicati da una
programmazione frenetica e improvvisata dei lavori –che ha impedito, tra
l’altro, che fossero audite persone che avrebbero potuto fornire un contributo
utile alle indagini - e da una vera e propria blindatura che ha interessato
alcuni filoni dell’inchiesta e che ha penalizzato in particolare il lavoro dei
consulenti, a gran parte dei quali è stato sistematicamente impedito l’accesso
agli atti o anche la semplice conoscenza di interi settori d’attività. Ciò ha
portato, di fatto, a una quasi totale discrezionalità della presidenza per
quanto riguarda l’impostazione dei lavori, gli ambiti da approfondire e le
metodologie e procedure da adottare. L’ossessivo ricorso alla secretazione
appare inoltre, ad avviso dei Verdi, in palese contrasto con la natura di un
organismo parlamentare, la cui attività deve essere sempre caratterizzata da
assoluta trasparenza. Al contrario, la presidenza della Commissione ha opposto
il segreto a molte richieste provenienti non solo dai consulenti ma dagli
stessi parlamentari che ne facevano parte e ha perseverato in questo atteggiamento
fino alla conclusione dei lavori, opponendo il diniego anche alla semplice
richiesta - avanzata dai Verdi, nella persona dell’on. Bulgarelli - di poter
avere una lista in ordine cronologico delle varie audizioni cui si è proceduto
nell’ambito dell’attività della Commissione. Va osservato e sottolineato con
forza che, in questa sede, la questione della desecretazione degli atti viene
posta non soltanto per stigmatizzare l’operato della presidenza sotto il
profilo procedurale – va ricordato, ad esempio, che qualora una seduta venga
dichiarata "segreta" è fatto obbligo alla Commissione di comunicarne
pubblicamente i motivi, obbligo spesso non ottemperato - ma, soprattutto,
perché essa concerne l’attendibilità delle stesse conclusioni cui la
Commissione è giunta. Come è facilmente comprensibile, infatti, per valutare la
credibilità e la pertinenza di moltissime asserzioni, valutazioni e giudizi
espressi nella relazione finale di maggioranza, è necessario conoscere nel
dettaglio le fonti cui si è attinto, il percorso e il metodo d’indagine
seguito, i singoli atti messi in essere dal Presidente o dai consulenti da lui
delegati per pervenire all’accertamento della verità. In mancanza di ciò, sulle
conclusioni contenute nella relazione finale non può non gravare il sospetto
dell’arbitrarietà. Quello che va salvaguardato, in altri termini, è l’operato
stesso della Commissione, sulla cui credibilità non possono incidere ombre di
alcun genere, soprattutto in considerazione del fatto che essa si è occupata di
un duplice, efferato omicidio.
Va
sottolineato, peraltro, che nel corso dell’attività della Commissione si è
verificato un inusuale ricambio di consulenti, determinato dalle numerose
dimissioni e dalle revoche d’incarico che hanno riguardato in particolar modo i
consulenti indicati dalla minoranza di centro-sinistra, fatto che non può non
essere letto quale sintomo di disagio e indice delle difficoltà incontrate
durante lo svolgimento dei lavori. Un ricambio di esperti e consulenti che,
peraltro, ha influito negativamente sull’efficacia operativa dell’organismo
parlamentare nel suo complesso. Inoltre, le dimissioni di alcuni consulenti
appaiono frutto di indebite pressioni esercitate dalla presidenza nei loro
confronti: è il caso dei due giornalisti del periodico “Famiglia Cristiana” – Luciano
Scalettari e Barbara Carazzolo, dimessisi l’8 febbraio 2005 - la cui attività
di consulenza in seno alla commissione è stata ostacolata in modo sistematico,
o del direttore dell’agenzia “Reporter Associati”, Roberto Di Nunzio, accusato
dal Presidente Taormina di deliberata attività di depistaggio e deposto
dall’incarico di consulente. Si è perso dunque tempo prezioso per indagare,
alla ricerca di “presunte trame”, giornalisti e consulenti. Tempo che si
sarebbe potuto molto più proficuamente utilizzare per ascoltare testi utili
all’accertamento della verità.
La
questione dei consulenti rimanda all’esercizio dei poteri conferiti al
Presidente. La Commissione, infatti, ha proceduto alle indagini e agli esami
con gli stessi poteri e le stesse limitazioni dell’autorità giudiziaria,
secondo quanto previsto dall’articolo 82 della Costituzione, poteri che
investono la limitazione delle libertà personali e la possibilità di disporre
intercettazioni, perquisizioni, atti di sequestro. In altre parole, essendo la
Commissione, nel suo insieme, equiparata nei poteri a un organo di
magistratura, è necessario conoscere quali dispositivi di garanzia siano stati
predisposti per scongiurare l’esercizio di abusi nei confronti delle libertà
personali e quale autorità svolga le funzioni di controllo che, in relazione ai
poteri del magistrato, svolge il giudice per le indagini preliminari. Quale
organismo, per esempio, ha considerato doverose, ai fini d’indagine, iniziative
come la perquisizione disposta presso l’abitazione e il luogo di lavoro del
giornalista di Rainews 24 Maurizio Torrealta? Per la Commissione,
Torrealta sarebbe stato in possesso di documenti utili al lavoro della stessa,
che il giornalista, però, non avrebbe reso disponibili. L’accusa è davvero
singolare, considerato che questi era già stato ascoltato, e in maniera
particolarmente approfondita, dalla Commissione il 9 marzo 2004 e doveva essere
nuovamente audito proprio nei giorni in cui fu effettuata la perquisizione. Non
sarebbe stato sufficiente chiedergli di portare, in quella occasione, i
documenti ritenuti utili alle indagini? Come non ritenere l’iniziativa del
Presidente Taormina un’intimidazione nei confronti del giornalista, che per
lungo tempo ha indagato sulla morte dei suoi colleghi?
In
seguito a quell’episodio, l’on. Bulgarelli prese la decisione di
autosospendersi, ritenendo che la perquisizione ai danni di Torrealta
costituisse un abuso dei poteri conferiti al Presidente e che non persistessero
più le condizioni per poter svolgere serenamente ed efficacemente il proprio
lavoro in seno alla Commissione. Non per questo è venuto meno l’impegno dei
Verdi a ricercare la verità sull’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hovratin e
questa stessa relazione, che da qui in avanti cercherà di mettere in luce tutte
le contraddizioni e i punti lasciati irrisolti dalla Commissione, vuole essere
un contributo in tale direzione, specificando tuttavia che al momento attuale,
a poche ore, cioè, dalla votazione della relazione finale, non è stato ancora
possibile prendere visione di alcune parti di quest’ultima .
Auspichiamo,
peraltro, che il lavoro di indagine svolto dalla Commissione sia comunque utile
alla magistratura e al Parlamento, al quale peraltro chiederemo che sia
modificato l’attuale regolamento delle commissioni di inchiesta, che concede
margini troppo ampi di discrezionalità all’azione del presidente.
Gli interessi professionali di
Ilaria Alpi
Dalla
relazione di maggioranza si evince che l’attività della giornalista sia stata
“prevalentemente interessata al sociale”, quindi poco dedita al giornalismo
investigativo e d’inchiesta. Ciò appare come un ritratto incompleto e parziale
che, nel caso specifico del suo lavoro in Somalia – va ricordato che vi
effettuò ben sette viaggi in meno di un anno e mezzo –, rischia di risultare
fuorviante.
Al
riguardo, va ricordato quanto affermato dal suo direttore dell’epoca,
Alessandro Curzi (Tg3), davanti alla Commissione Gallo (pag. 152 - 153 del
doc.0404 026): «Più tardi, quando ero già a Telemontecarlo, mi accennò a
qualche particolare inchiesta che tentava di seguire. Mi chiese di intercedere
con il neo-direttore Giubilo per inviarla nuovamente in Somalia, perché stava
cercando di capire da dove arrivassero realmente tutte le armi che aveva sempre
visto in mano a quella gente. Gli consigliai di stare molto attenta e di curare
soprattutto la sicurezza personale». Curzi aggiunge: «Non mi diede alcun
dettaglio circa la provenienza di quelle armi. Mi disse semplicemente che erano
moderne, di fabbricazione russa o americana e che arrivavano di continuo».
Va
inoltre rilevato che la Commissione ha potuto entrare in possesso, attraverso
l’archivio dei coniugi Alpi, del materiale rinvenuto successivamente
all’uccisione della figlia, nell’abitazione dove viveva. Da tale documentazione
si evince chiaramente un interesse specifico di Ilaria al tema dei traffici
d’armi, oltre che un interesse a tutto tondo della situazione politica,
economica e sociale della Somalia.
Ecco il
contenuto dei documenti prelevati il 5 aprile 2005 dai due consulenti della
Commissione recatisi dai signori Alpi.
Fra le
carte che i genitori trovano nell’archivio personale della giornalista trovano
(doc. 0257 00) un lungo articolo dell’Espresso del 25 luglio 1993 a
firma di Roberto Fabiani che ripercorre la storia dei rapporti tra l’Onu,
l’Italia, gli americani e la Somalia. Ali Madhi, il Presidente ad interim della
Somalia, vi viene descritto “in odore di trafficare droga e sfruttare la
prostituzione”. Nell’articolo si parla anche del viaggio a Mogadiscio, avvenuto
a dicembre, dell’allora direttore del Sismi Pucci, con 50 mila dollari
destinati al generale Aidid. “Qualcun altro”, dice ancora il servizio, “invece
andò da Ali Mahdi e confabulò con il suo uomo forte Gilao. Costui è un aguzzino
della peggior specie, ex capo dei servizi di Barre. Negoziò con i
plenipotenziari italiani che l’Italia avrebbe addestrato la polizia di Ali
Mahdi e sollecitò un invito in Italia, dove venne con un aereo del Sismi, fu
ospitato al Plaza, e riaccompagnato in Somalia”. Tale episodio riferito dall’Espresso,
tra l’altro, potrebbe essere quello al quale hanno accennato in audizione sia
il generale Rajola sia il generale Grignolo.
In altri
articoli trovati a casa di Ilaria si parla di Somalia, di cooperazione, degli
sprechi di denaro relativi alla strada Garowe-Bosaso (pag. 64 del doc. 0257
00). C’è inoltre un rapporto (pag. 95), scritto in inglese e datato 17/12/1993,
estratto, via internet, dal Department of Commerce, Economics, Statistic
Division’s, la cui fonte è il Dipartimento dell’Esercito degli Stati Uniti, nel
quale si parla diffusamente delle armi vendute legittimamente dal mondo, e
dall’Italia in particolar modo, alla Somalia. Altri articoli rinvenuti tra le
cose di Ilaria si riferiscono ai guasti della mala cooperazione e alle armi. A
pag. 129, viene anche riportato un volantino datato 4 gennaio 1993,
probabilmente scritto da somali (e sul quale Ilaria ha anche realizzato un
servizio mandato in onda dal Tg3), in cui ci si scaglia contro la cooperazione
e il governo italiano. Ad un certo punto del testo, si scrive: «Decine di
migliaia di miliardi sono stati dissipati, sono stati creati interessi
colossali intorno a società private (Somalfruit, Gisoma, Shifco), finanziati
con miliardi di aiuti italiani e divisi tra la famiglia Barre e quella di
Bettino Craxi».
Dunque,
appare da tale documentazione che Ilaria Alpi sia tutt’altro che disinteressata
ai temi dei traffici e della mala cooperazione. Non solo, ma troviamo fra i
suoi interessi anche la flotta di pescherecci, donata dalla cooperazione
italiana alla Somalia e poi rimasta nelle mani di Said Omar Mugne, la Shifco,
su cui vengono poi ritrovati appunti rimasti alla sua scrivania in Rai e su cui
insiste nella sua intervista al cosiddetto Sultano di Bosaso nel corso del suo
ultimo viaggio in quella località. Nel corso di questo colloquio, Ilaria Alpi
prenderà spunto dal fatto d’attualità – il sequestro in corso di uno dei
pescherecci, il Faraax Omar, nelle acque prospicenti Bosaso – per insistere con
alcune domande sulla Shifco e sulla possibilità di salire a bordo
dell’imbarcazione.
“Il viaggio in Somalia del marzo
1994 e il rientro a Mogadiscio del 20 marzo”
I. Il viaggio a Bosaso
Primaria
importanza rivestiva per la Commissione la ricostruzione delle ragioni del
viaggio a Bosaso, degli spostamenti e degli incontri dei due giornalisti.
Essendo stati uccisi nell’agguato del 20 marzo 1994, a poche ore dal rientro
dalla città di Bosaso, era imprescindibile un’analisi minuziosa di tutto ciò
che è avvenuto in quei giorni, al fine di verificare se la ragione
dell’omicidio potesse risiedere in ciò che Ilaria e Miran hanno visto nei
luoghi dove si sono recati, ovvero nelle interviste effettuate. In prima
battuta e per inciso, non si può non rilevare che, al proposito, la Commissione
non ha ritenuto doveroso audire i testimoni (mai ascoltati prima da nessuno)
rintracciati e intervistati nel corso della spedizione effettuata in Somalia,
tra agosto e settembre 2005, dall’On. dei Verdi Mauro Bulgarelli insieme al
giornalista di Famiglia Cristiana Luciano Scalettari e alla troupe
televisiva dell’Associazione Ilaria Alpi di Riccione, costituita da Francesco
Cavalli e Alessandro Rocca.
La
Commissione si è limitata ad acquisire le trascrizioni delle interviste effettuate
all’interprete, a un uomo della scorta e a uno degli autisti che accompagnarono
i due giornalisti nei giorni passati a Bosaso. Approfondendo il punto, avrebbe
potuto rintracciare altre persone in grado, forse, di fornire importanti
ulteriori dettagli circa il lavoro svolto dai due giornalisti: fra queste sono
ci sono sicuramente gli altri dipendenti dell’Ong “Africa 70”, che ospitò
Ilaria e Miran e alcuni cooperanti di Aicf-Usa con sede a Gardo, con i quali
peraltro Ilaria Alpi compare in alcune immagini del girato giunto in Italia,
all’indomani dell’assassinio, insieme ai loro bagagli.
Testimonianze
che sarebbe stato di primaria importanza acquisire, in considerazione del fatto
che la stessa Commissione ammette che, nonostante il minuzioso lavoro di
ricostruzione, rimane una quasi totale assenza di informazioni riguardo in
particolare al viaggio di Ilaria e Miran a Gardo.
Risulta
infatti ormai acquisito che, giunti a Mogadiscio il 12 marzo ed effettuata una
visita a Merka il 13, i due giornalisti trascorrono la mattina del 14 marzo a
Jowhar (presso l’ospedale “Italia”) e rientrano anticipatamente rispetto ai
colleghi sfruttando un trasporto in elicottero. Arrivati a Bosaso nel
pomeriggio del 14 marzo 1994, tenteranno di ripartire per Mogadiscio col volo
della mattina del 16 marzo. Avendolo perduto, saranno costretti ad attendere il
successivo del 20 marzo. È lecito quindi ritenere che la mattina del 16 marzo
Ilaria e Miran abbiano già svolto del lavoro che considerano interessante, al
punto da tentare di tornare a Mogadiscio.
A tale
proposito va ricordato che Ilaria Alpi segna nel suo block notes, prima degli
appunti che sembrano legati alla prima intervista realizzata nella città del
Puntland, alcune parole che potrebbero indicare i suoi motivi d’interesse di
quei giorni: «pesca/strada Bosaso-Garoe/colera Mugne/Munye».
Dal
girato risulta che in quei due giorni i giornalisti si rechino prima alla sede
di “Africa 70”, l’organismo non governativo (Ong) italiano che li ospiterà, poi
in ospedale, e quindi al porto, quasi al tramonto. Il giorno successivo, 15
marzo, tornano all’alba al porto, intervistano tale dottor Kamal, e nel
pomeriggio realizzano l’intervista al cosiddetto Sultano di Bosaso, Abdullahi
Mussa Bogor.
Sempre
sulla base del girato, al tramonto di quello stesso giorno partono per la città
di Gardo, a 120 chilometri da Bosaso, dove non potranno che arrivare a sera
inoltrata, come confermerebbero anche le immagini girate in quella cittadina
col buio. La notte dovrebbero essere stati ospitati dalla Ong Aicf-Usa
(Associazione lotta contro la fame, con sede degli Stati Uniti).
La
mattina prestissimo, realizzano una breve intervista a un capo-villaggio, poi
ai due cooperanti della Ong, riprendendo infine la strada che li riporta a
Bosaso. Perderanno il volo del 16 marzo proprio rientrando da Gardo, che si
trova lungo la strada Garowe-Bosaso. Durante il tragitto i due giornalisti si
fermano anche a fare delle riprese, segno che non temono di perdere l’aereo e
non ritengono di essere in ritardo.
Nell’ambito
delle testimonianze raccolte nella spedizione in Somalia dell’estate 2005,
peraltro, era emerso un elemento sicuramente meritevole di approfondimento.
Secondo
due dei testimoni - l’uomo di scorta utilizzato nei giorni di Bosaso Mohamed
Nur Said e il responsabile del personale somalo Muktar Abukar -, i due
giornalisti al loro arrivo a Bosaso (il 14 marzo), furono accolti
all’aeroporto, oltre che dallo stesso Muktar, anche da un italiano. Il
dettaglio è di grande importanza, perché in base alle concordi testimonianze
del personale italiano della Ong raccolte in Commissione, tutti gli espatriati
di “Africa 70” in quei giorni si trovavano a Gibuti, e sarebbero rientrati solo
il 16 marzo a Bosaso. Quindi, se fosse vero quanto dichiarato nelle interviste
da Muktar e l’uomo di scorta, chi andò ad accogliere Ilaria e Miran?
E se non
c’era nessun italiano a Bosaso, sulla base di quale disposizione il personale
somalo accolse e ospitò i due giornalisti? Appare poco verosimile che l’abbia
fatto senza l’autorizzazione del capo-progetto della Ong ed è presumibile che
abbia almeno ottenuto un’autorizzazione via telefono, di cui però non c‘è
traccia nelle dichiarazioni. Sul punto andavano senz’altro condotte accurate
verifiche, potendo questo particolare rivestire grande rilevanza nella
ricostruzione dei movimenti dei giornalisti nei primi due giorni di permanenza
nella regione del Puntland.
Fra
i documenti in possesso della Commissione vi è, fra l’altro, (doc. 0257 000,
pag. 134), una lettera di condoglianze, in inglese, mandata agli Alpi il 5
maggio 1994 da Mary Starck – WFP Somalia – c/o WFP Nairobi – PO BOX 44482 –
Nairobi. Kenya, nella quale la funzionaria del Programma alimentare mondiale
racconta di aver incontrato Ilaria Alpi il 17 marzo a Bosaso, mentre usciva
dall’ufficio del World Food Program .
Non
risulta agli atti che la Commissione l’abbia sentita. Si è audito qualche altro
appartenente al Wfp di Bosaso? Si è appurato se c’erano degli italiani nel team
dell’agenzia Onu in Puntland?
Anche per
quanto riguarda Gardo, permangono molti interrogativi: una trasferta faticosa,
che costò molto tempo, al punto da far perdere ai giornalisti il volo di
ritorno. Quali approfondimenti sono stati effettuati per capire l’interesse
giornalistico rivestito dalla città di Gardo? Vi erano persone, luoghi, fatti
d’interesse tale da spingere Ilaria e Miran a intraprendere un viaggio che è
durato più di un’intera giornata? Avevano forse appreso da qualcuno, nella
stessa città di Bosso, che fosse importante recarsi a Gardo?
La
Commissione non risponde ad alcuno di questi essenziali quesiti.
II. 16-20 marzo: vacanza o lavoro intenso?
La
ricostruzione di quanto è dato sapere della permanenza a Bosaso dal 16 al 20
marzo, in ogni caso, denota un intenso lavoro da parte dei giornalisti,
protrattosi non solo nei primi due giorni, quelli presumibilmente da loro
programmati, ma anche nei quattro successivi al volo perduto. Incrociando le
immagini del girato (diverse delle quali sono state girate all’alba e al
tramonto), gli appunti della giornalista e le testimonianze, si evince che sia
Ilaria che Miran si concedono ben poche pause: il 17 marzo, ad esempio, si
recano al villaggio di Ufein, lasciando la strada Garowe-Bosaso per inoltrarsi
per una quarantina di chilometri di pista. Una trasferta che, per la distanza e
la brutta strada, necessita l’intera giornata. Il 18 marzo si prendono una
pausa: è il venerdì, giorno di festa per l’Islam nel quale evidentemente
sarebbe stato difficile avere la disponibilità degli accompagnatori, del
personale di Africa 70 che li aiutava nel lavoro e di interlocutori da
intervistare. Infine il 19 marzo lavorano ancora al porto, facendo riprese
dell’attività e realizzando alcune interviste.
Il 20
marzo ripartono per Mogadiscio, nella mattinata, come testimoniano le riprese
realizzate all’aeroporto.
Già da
quelle testimonianze appare evidente che non si sia trattato di “una vacanza”,
come ha dichiarato pubblicamente il Presidente Taormina nelle ultime settimane
di lavoro della Commissione, anticipando peraltro i risultati finali del lavoro
dell’organismo parlamentare (del quale non esistevano ancora nemmeno le bozze
della relazione conclusiva).
III. Bosaso: “turisti per caso” (secondo il
Presidente)
Riguardo
al periodo di permanenza di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin a Bosaso, il
Presidente della Commissione aveva rilevato una notizia d’agenzia lanciata
dall’Ansa nel tardo pomeriggio del 20 marzo (alle ore 18,14), nella quale viene
riportata una presunta dichiarazione della madre Luciana sul fatto che quella
trasferta fosse stata “quasi una vacanza”. Di questa notizia, in audizione, si
è assunta la paternità la giornalista dell’Ansa Candida Curzi. La notizia
riferiva affermazioni riportate de relato dal direttore dell’epoca di
Rai 3, Andrea Giubilo che, nel corso della sua audizione davanti alla
Commissione, ne ha dato conferma.
Ecco il
passaggio in questione dell’agenzia Ansa: «Mamma, sono arrivata a Mogadiscio.
Questa volta è stata quasi una vacanza». Questo, secondo Giubilo, avrebbe
riferito Ilaria Alpi alla madre.
L’episodio
ha dato luogo a comunicati stampa del Presidente Taormina, rispetto ai quali
hanno espresso fermo dissenso tutti i commissari del centro-sinistra,
chiedendo, tra l’altro, di riascoltare Luciana Alpi sul punto.
La madre
di Ilaria, tramite il legale di fiducia della famiglia, ha smentito
categoricamente di aver mai pronunciato frasi del genere, rimandando peraltro a
quanto dichiarato, a proposito di quell’ultima telefonata ricevuta dalla
figlia, in tutte le sedi giudiziarie e non. La famiglia Alpi ha anche
minacciato di denunciare (in effetti è stata poi presentata querela alla
Procura di Roma nei confronti del Presidente della Commissione Carlo Taormina
in riferimento a quelle ed altre dichiarazioni dello stesso) quanti avessero ad
attentare all’onorabilità professionale della memoria della figlia con false
affermazioni di quel genere.
Nel
comunicato della famiglia, per di più, Luciana e Giorgio Alpi ribadiscono
quanto già dichiarato ripetutamente in questi dodici anni: che la figlia aveva,
viceversa, annunciato di voler chiedere alla Rai di rimanere ancora qualche
giorno in Somalia, perché voleva approfondire alcune questioni.
Ebbene,
il Presidente Taormina e la maggioranza di centro-destra, assumendosi la
responsabilità di una grave decisione, hanno respinto la richiesta di audire
nuovamente Luciana Alpi.
A
chiarimento del punto, ecco il testo delle dichiarazioni rese da Luciana e
Giorgio Alpi nel corso dell’audizione davanti alla Commissione “Alpi-Hrovatin”
l’11 febbraio 2004 (che peraltro ribadisce quanto espresso nelle precedenti
occasioni alla magistratura):
Luciana
Alpi: “Ho avuto l’ultima telefonata da Ilaria due ore prima che la
uccidessero: mi telefonò alle 12,30 di domenica 20 marzo per dirmi che era
rientrata da Bosaso, che era molto stanca e che avrebbe chiesto alla Rai se le
permettessero di rimanere ancora alcuni giorni a Mogadiscio perché voleva
vedere come si svolgeva la vita somala senza il Contingente italiano”.
Giorgio
Alpi: “È provato che aveva prenotato un volo per Kisimayo; noi abbiamo il
documento a casa”.
Luciana
Alpi: “Sì, doveva andare in questo posto che è a Sud di Mogadiscio e dove
c’è un porto. Allora io le dissi: “Ma dai, per favore, torna”. E lei: “Mamma,
scusa, ma intendo chiedere alla Rai se devo rimanere”.
Il
riferimento di Kisimayo, tra l’altro, è significativo. Nell’ambito
dell’interesse di Ilaria Alpi per le navi della flotta Shifco, va
ricordato che il porto di questa città sud-occidentale della Somalia era una
delle mete regolari (come peraltro risulta da diverse testimonianze, compresa
quella di Florindo Mancinelli, dipendente Shifco) di questi pescherecci.
La
relazione della maggioranza insiste ripetutamente sulla casualità della meta di
Bosaso, causalità che viene dedotta dalla disponibilità di voli verso quella
città e non verso altre. Fatto salvo che è prassi normale per gli inviati che
si muovono in aree a rischio o in zone di guerra cercare di cogliere al meglio
e utilizzare le occasioni che capitano per gli spostamenti, anche modificando i
programmi originari, va tuttavia sottolineato che vi sono precise testimonianze
che indicano la volontà manifestata da Ilaria di recarsi a Bosaso e Kisimayo
sin da prima della partenza dall’Italia.
Di
particolare evidenza è la testimonianza dell’operatore Alberto Calvi (doc. 0003
467, pag. 386, Relazione della Digos di Roma del 4/11/97), secondo il quale uno
dei filoni d’inchiesta preferiti dalla collega era il traffico d’armi:
«La
ricerca delle responsabilità del traffico d'armi era uno dei filoni principali
seguiti da Ilaria. In tal proposito chiedemmo una volta a Marocchino di
accompagnarci in un aeroporto clandestino sito al Nord di Mogadiscio, nel quale
atterravano aerei provenienti da Bosaso, che scaricavano il CHAT, la droga
somala. Sapevamo che insieme alla droga potevano essere trasportate anche delle
armi. Marocchino ci promise di accompagnarci, poi non se ne fece nulla. Tale
filone, però, rimase impresso nella intenzioni giornalistiche di Ilaria. Infatti
spesso, nei nostri viaggi, abbiamo tentato di recarci a Bosaso, sempre senza
successo» (sottolineatura nostra).
Insieme
alla Alpi, inoltre, il Calvi ha indicato anche il giornalista Alberizzi come
uno che aveva una predilezione particolare per questo tipo di indagine. Dei due
l'operatore ha detto:
«Sia
Ilaria che Alberizzi avevano l'idea di approfondire le notizie sul traffico
d'armi. Ricordo che facevano sempre un nome, che però non so riferire. Dicevano
che se avessero "incastrato quel tale" avrebbero potuto dare una
svolta all'inchiesta».
Merita
riportare anche la dichiarazione di Rita Del Prete, giornalista e collega di
Ilaria Alpi, riguardo a riferimenti della giornalista Rai sulla strada
Garowe-Bosaso (doc. 0003 467, pag. 470), resa alla Digos il 6 dicembre 1997:
«Con
Ilaria abbiamo parlato, a volte, del lavoro che lei faceva in Somalia. Ricordo
che non aveva una bella opinione dell'operato della Cooperazione in Somalia.
Ricordo anche che a volte, quando rientrava dai suoi viaggi, era disgustata di
alcune cose che aveva visto. Ricordo infatti che una volta, nel 1993, mi parlò
di una strada, sita nella zona di Garoe, che secondo lei cominciava e finiva
nel nulla, e che serviva probabilmente ad occultare delle scorie radioattive. Non mi ha
mai riferito però in particolare di indagini che pensasse potessero metterla in
pericolo.
Ricordo
però che, durante l'ultimo periodo dei suoi viaggi, cioè nel 1994 e quando io
mi trovavo più frequentemente a Lione, durante i nostri contatti telefonici,
Ilaria mi disse che non voleva parlare di lavoro per telefono perché non si
fidava delle linee. In tale occasione io la presi anche in giro, pensando che
esagerasse».
IV. L’estrema pericolosità di Mogadiscio. Questione
contraddittoria
Altro
elemento di insistenza della relazione di maggioranza è sulla pericolosità
estrema della città di Mogadiscio in quei giorni di marzo, dovuta anche al
fatto che il Contingente italiano stava ormai lasciando il Paese africano.
A questo
riguardo, va sottolineato che a fronte delle diverse testimonianze raccolte dalla
Commissione sulla situazione di grande pericolo che si correva nella capitale
somala in quei giorni, viene tuttavia riferito un episodio che appare in
nettissima contraddizione con quelle testimonianze: lo testimoniano i
giornalisti Giovanni Porzio e Gabriella Simoni, che riferiscono in audizione di
essersi recati nello stesso luogo che diventerà teatro dell’agguato, l’hotel
Amana, la stessa mattina del 20 marzo. Senza alcuna scorta.
Sarebbe
stato tra l’altro opportuno (ma la Commissione non ha ritenuto di doverlo fare)
verificare quanti italiani erano presenti a Mogadiscio il 20 marzo 1994 e
quanti rifiutarono l’evacuazione sia prima che dopo il duplice omicidio.
V. L’intervista a Abdullahi Mussa Bogor, detto
Sultano di Bosaso
Particolare
importanza riveste, naturalmente, l’intervista effettuata a Bosaso al
cosiddetto Sultano (in realtà fratello del Sultano. La persona intervistata, il
Bogor detto King Kong, è avvocato e ha svolto funzioni di magistrato e di
amministratore locale di un’area nei pressi di Bosaso).
Per
inciso, riguardo al Bogor (doc. 0043 010, pag. 40), da una nota inviata dal
Sismi alla Procura di Roma, si apprende che sia lo stesso Sismi che il Sisde
hanno una lunga lista di documenti (che coprono il periodo tra il 1987 al 1994)
relativi alle sue note biografiche. Ci si chiede se la Commissione abbia
ritenuto di acquisire tale dossier.
L’intervista,
in questi anni, è stata al centro di molte discussioni e congetture, sia perché
si tratta di una conversazione tormentata, durante la quale la telecamera viene
spenta e riaccesa due volte, sia per alcune frasi che, nel video, sono
incomplete.
Ecco la
trascrizione della parte dell’intervista al Bogor su cui ci si è tanto
soffermati:
Ilaria
Alpi: «Cambio completamente argomento. Parlo di questo scandalo, di questo
proprietario somalo con passaporto italiano che si chiama Mugne, che avrebbe
preso queste navi che erano di proprietà dello Stato [somalo] e le avrebbe
usate a suo uso privato».
Abdullahi
interrompe la giornalista: «Lui?».
Alpi:
«Lui!».
Abdullahi:
«Lui solo?».
Alpi:
«Lui con altre persone... Io le chiedo di spiegarmi che cosa è successo».
Abdullahi:
«Beh, durante il collasso lui era a capo di questa [flotta, ndr] internazionale
che si chiama Shifco, ed era una proprietà praticamente di Siad Barre, e lui
gli faceva da amministratore. E quando è arrivato il collasso lui si è preso le
navi. Ha fatto scendere tutti gli equipaggi somali in Tanzania, a Dar es Salam,
e se l’è squagliata con le navi in Italia. Parte di questa proprietà
apparteneva a una società italiana. È la società in collusione con Mugne... Mugne non era niente, e non è
niente tuttora. È la società che manovra».
Alpi:
«Sa il nome della società?».
Abdullahi:
«Il nome... Lo conosce».
Alpi:
«Io no».
Abdullahi:
«Comunque lo trova...».
Alpi:
«Se mi dà una mano lo trovo meglio».
Abdullahi:
«Deve far ricerche, deve guadagnarsi il pane lei...» (ride).
Alpi:
«Non mi vuole dare una mano?».
Abdullahi:
«Non posso... Sa, queste società... hanno dovunque dei lacchè. Comunque in un
primo momento loro stavano per arrivare a un accordo con Ali Mahdi, ma quando
hanno visto che il collasso ancora allontanava le speranze della nazione, così
come mi ha detto Ali Mahdi, hanno tagliato i ponti anche con lui...».
Alpi:
«Queste navi sono in Italia adesso?».
Abdullahi:
«La maggior parte del tempo stanno nel nostro mare, sulla costa migiurtina.
Adesso le abbiamo qui a Batun».
Alpi:
«Che cosa è successo, che cosa avete fatto dopo aver preso la nave?».
Abdullahi:
«L’abbiamo e basta» (sorride) «Perché, ha qualche parente nell’equipaggio?».
Alpi:
«Sì, ho qualche parente nell’equipaggio...».
Abdullahi:
«Il capitano, eh? Un tuo capitano?...».
Alpi:
«Il mio capitano».
Abdullahi:
«Li teniamo là sulla nave perché il territorio è infestato da colera, come lei
sa...».
Alpi:
«Dov’è la nave? La possiamo vedere?».
Abdullahi:
«Perché volete vederla? Perché vuole vederla? Lei è del Sismi? Lei prenda
l’informazione e basta...».
Alpi:
«Se non vedo non credo».
Abdullahi:
«Se non vede non crede?... Usi il satellite!».
Alpi:
«Non ce l’ho il satellite».
Abdullahi:
«Lo noleggi, si può fotografare...».
A questo
punto il filmato viene interrotto.
Poi
riprende:
Abdullahi:
«... Venivano da Roma, da Brescia, da Torino, dal regno sabaudo a maggioranza».
Alpi:
«...E invece non crede che sia importante che si sapesse che c’è questa...».
Abdullahi
sembra accorgersi che la telecamera è di nuovo accesa. Fa capire che non vuole
che si riprenda. Ilaria Alpi fa cenno a Miran Hrovatin di spegnere.
«...Tanto non...». Frase monca. La registrazione si interrompe.
Poi
riprende, ancora una volta.
Abdullahi:
«...Beh, tanto nessuno ci fa caso... nessuno ci faceva caso e nessuno ci fa
caso adesso».
Alpi:
«No, adesso il nostro sport preferito è quello di fare processi, adesso è
diverso, non è come cinque o sei anni fa...».
Abdullahi:
«L’Italia è rinnovata? Meno male! Mandateci i rinnovatori, così almeno ci crediamo....
Queste navi erano in mare fin dal collasso... Hanno accumulato un capitale
della Repubblica. Non sappiamo a chi appartengano. Erano sette navi, adesso ce
ne abbiamo una, altre due sono fuggite, le altre erano in arrivo. Perciò non
posso dire altro perché abbiamo scarse informazioni. Solo quelle che ci
danno... perché attraverso il telefono non si può parlare nei dettagli».
Alpi:
«Questa cosa è successa qualche mese fa?».
Abdullahi:
«No, circa 20 giorni».
Alpi:
«Anche qualche mese fa era stata rapita una nave italiana...».
Abdullahi:
«Non italiana, ma taiwanese».
Alpi:
«È italiana?».
Abdullahi:
«Sulla nostra costa. E non è italiana, è la "Faarax Oomar"... Porta
anche il nome di un nostro eroe nazionalista».
L’intervista
si interrompe.
La
relazione di maggioranza, riguardo agli sviluppi che vi furono su questa
intervista, scrive che in seguito l’allora giornalista del Tg3 Maurizio
Torrealta (oggi caporedattore di Rai News 24) intervistò a sua volta Abdullahi
Mussa Bogor, il quale ammise nel corso del colloquio che nelle parti interrotte
della videoregistrazione di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin si parlava di traffico
d’armi.
Ecco il
testo integrale dell’interrogatorio (ad ogni capoverso, s’intende che il
cosiddetto Sultano “a domanda risponde”):
«Ho
conosciuto Mugne Said Omar nel 1993 alla Conferenza di conciliazione nazionale
tenutasi ad Addis Abeba.
La
Conferenza di riconciliazione interessava le fazioni somale che erano in lotta
tra di loro.
A
detta conferenza io partecipai in rappresentanza della fazione Darod.
L’ingegnere
Mugne partecipava alla detta Conferenza in rappresentanza della fazione di
Hawiye.
Alla
detta Conferenza, io e il Mugne venimmo presentati reciprocamente da un comune
amico nei corridoi della sede delle Nazioni Unite Addis Abeba dove si svolgeva
la Conferenza.
Poiché
le navi della Shifco pescavano nei nostri mari, io gli chiesi perché non
richiedesse a noi le licenze di pesca.
Non
ricordo le parole precise di risposta del Mugne, ma ricordo che, con modi non
riguardosi nei miei confronti, mi rispose che non aveva bisogno delle nostre
licenze e che comunque il mare è della Somalia.
Io
intervenni presso il Mugne per dirgli che doveva richiedere le nostre licenze
sia in qualità di Sultano delle regioni del nord-est della Somalia, nelle quali
rientra Bosaso, e sia perché allora io coordinavo l’attività politica e attività
di difesa della zona.
Io non
replicai e alla Conferenza di Addis Abeba ci lasciammo così.
[…]
All’inizio
del 1994, nel primo trimestre o quadrimestre, le nostre milizie sequestrarono
una nave della Shifco, la Faarax Oomar.
Sequestrammo,
meglio: hanno fermato la Faarax Oomar perché stava pescando senza licenza.
L’iniziativa
di fermare la nave fu presa dai miliziani, i quali avevano ordine di
sequestrare tutte le navi che pescavano senza licenza nelle nostre acque.
La
nave venne liberata dopo circa un mese perché i miliziani chiesero un compenso
alla Shifco, compenso che venne fornito.
Penso
che i soldi per il riscatto li abbia tirati fuori la Shifco ma non lo so.
Io non
so a quanto ammontasse il compenso: si trattava di una questione che
interessava i miliziani.
I
miliziani non versavano le somme riscosse alla direzione politica e militare
perché tali somme costituivano per essi miliziani il compenso della loro
attività, e d’altro canto i miliziani costituiscono un corpo autonomo.
Io
venni informato del sequestro della nave alcuni giorni dopo da un membro della
direzione politica che si trovava a terra a Bosaso e che l’aveva saputo dai
miliziani che avevano fermato la nave.
Mentre
questa nave era sequestrata, dopo due o tre settimane dall’inizio del sequestro,
vennero da me questi due giornalisti, una ragazza e il suo operatore.
I due
mi hanno chiesto di concedere loro una intervista tramite un somalo
proprietario di un albergo utilizzato da una organizzazione non governativa
italiana.
Il
somalo che fece da intermediario, tale dottor Kamal, non mi disse la ragione
per cui i due giornalisti italiani volevano intervistarmi. In quel periodo
molti giornalisti italiani e stranieri venivano a Bosaso con gli aerei Unosom.
L’Ong
cui ho fatto riferimento si chiamava "Africa 70".
Io
incontrai i due giornalisti italiani all’hotel Gaa’ite, e tra le molte domande
dei due giornalisti vennero fuori i nomi della Shifco e del Mugne.
Fu la
giornalista a tirare fuori i due nomi chiedendomi se sapessi qualcosa di questa
Shifco e del suo manager l’ingegnere Mugne.
Io
risposi che all’epoca del regime di Siad Barre, il Mugne era il gestore di
questa Shifco e che dopo la distruzione dello stato somalo il Mugne se ne era
andato con le navi e continuava a essere il manager della Shifco.
Non
ricordo di preciso cos’altro mi abbia chiesto la giornalista.
Rispondendo
alla giornalista che Mugne se ne era andato con le navi della Shifco intendevo
dire che Mugne se ne era impossessato. Qualche anno prima Ali Mahdi mi aveva
detto che Mugne fino a un certo punto, non so dire fino a quale data,
rispondeva agli ordini del governo di esso Ali Mahdi ma che poi il Mugne aveva
tagliato i ponti con Ali Mahdi.
[…]
Allorché
Mugne mi telefonò, fece riferimento al nostro primo incontro ad Addis Abeba
dicendo che era andato male, che gli dispiaceva, che non ci eravamo compresi e
che aveva una proposta da farmi e se ero disposto a venire a Sana’a.
Io non
avevo nulla di meglio da fare e accettai l’invito e venni a Sana’a dove
incontrai Mugne. Questi mi disse che i nostri miliziani gli avevano sequestrato
due navi e che da informazioni da lui assunte alcuni di essi erano miei
parenti, e mi chiese di intervenire, dicendosi preoccupato perché a bordo delle
navi vi erano una ventina di europei e un’ottantina di somali.
Di
fronte a un problema umano, io dissi che visto e sentito cosa potevo fare...
Il
mattino successivo, io tornai dal Mugne e gli proposi di andare a Djibuti per
parlare con alcuni dei miliziani che avevano sequestrato le due navi. Mugne
aderì al mio invito ed entrambi ci recammo a Djibuti e io, via radio, chiamai
alcuni capi miliziani che conoscevo. Io chiamai questi capi miliziani da
Bosaso, e mi diedero i nomi dei sequestratori.
Io ho
chiamato da Djibuti non da Bosaso; da Djibuti ho chiamato Bosaso e da Bosaso mi
hanno dato i nomi dei sequestratori. Via radio mi sono quindi collegato con le
navi sequestrate chiedendo dei miliziani di cui mi erano stati dati i nomi da
Bosaso. Mi presentai dicendo chi ero e chiesi ai miei due interlocutori di
formare una commissione e mandarla a Djibuti... La commissione venne dopo due
giorni circa con l’aereo da Bosaso e a Djibuti ci incontrammo i sette componenti
la commissione, io e Mugne.
Io
feci parlare Mugne e i componenti la commissione, ma dopo tre giorni non
avevano ancora raggiunto un accordo perché i sequestratori volevano un riscatto
e Mugne non intendeva pagarli, quanto meno nell’ammontare richiesto. Alla fine
sono intervenuto io e ho stabilito quale era l’importo che doveva essere pagato.
Mugne
pretendeva di pagare mezzo milione di dollari che aveva con sé in contanti.
Li ho
visti io i dollari in contanti e li hanno visti anche quelli della commissione.
I
sequestratori pretendevano un milione e duecentomila dollari e io conciliai per
settecentomila dollari.
Mugne
pagò subito i cinquecentomila dollari che aveva con sé e si stabilì che avrebbe
pagato gli altri duecentomila entro sei mesi.
Io non
so dove Mugne prese questi 500.000 dollari, credo che li prese dalle sue
banche.
[…]
Nell’intervista
che ho rilasciato a Ilaria Alpi io affermai che Mugne non è nessuno perché come
persona non lo stimiamo tanto.
Io non
stimavo tanto il Mugne per il comportamento non riguardoso che lui aveva tenuto
nei miei confronti a Addis Abeba e perché lui appartiene a una fazione diversa
dalla mia per cui è un nemico, più precisamente era un nemico.
Parlando
con Ilaria Alpi della Cooperazione italiana, ho usato l’espressione "un
grosso scandalo" sulla base di quello che avevo letto sui giornali o
sentito alla radio, non perché mi risultasse qualcosa di particolare.
Io ho
detto alla Alpi che il Mugne aveva fatto scendere in Tanzania tutto
l’equipaggio somalo e se l’era squagliata con le navi in Italia perché marinai
somali originari della nostra Regione, che Mugne aveva fatto scendere dalle
navi in Tanzania, ci riferirono che Mugne aveva portato le navi in Italia.
Io,
sempre parlando con la Alpi, dopo averle detto che Mugne non era nessuno, ho
aggiunto la frase "È la società che manovra" per significare che era
la fazione cui egli apparteneva che contava, non lui personalmente, a contare
era la fazione politica cui lui apparteneva e non lui personalmente.
Prendo
atto che io immediatamente prima avevo parlato di una società italiana in
collusione con Mugne: in effetti Mugne aveva una "joint venture" con
una società italiana di Viareggio, secondo quanto è stato scritto sui giornali
e sul bollettino ufficiale del governo somalo, per cui con la frase "è la
società che manovra" intendevo riferirmi alla società di Viareggio.
Io ho
affermato che a manovrare era la società di Viareggio e non Mugne per il fatto
che in Somalia mancava un governo legale.
Non so
come si chiami questa società di Viareggio.
Io
dissi alla giornalista che non potevo darle il nome di questa società perché
non volli dirle che non lo sapevo.
Mi
pare che Ilaria Alpi mi chiese di vedere la nave che era sequestrata e io
risposi che non potevo fargliela vedere perché non potevo intromettermi negli
affari dei miliziani. Una sola cosa ho chiesto ai miliziani dopo l’intervista
di Ilaria: cosa ci fosse dentro la nave. Mi fu risposto che c’erano reti e
pesce.
Assunsi
la suddetta informazione da uno dei comandanti miliziani che erano sulla nave, un certo Iid. Io
chiesi la detta informazione al comandante Iid via radio mentre lui era sulla
nave mentre era sequestrata. Assunsi tale informazione via radio dopo che
Ilaria se ne era andata dall’albergo in cui era avvenuta l’intervista.
L’intervista
avvenne tra le 5 e le 6 di pomeriggio di un giorno che non ricordo con precisione.
Io
richiesi l’informazione al comandante Iid la mattina successiva. Io richiesi
tale informazione perché, da quel che ricordo, Ilaria mi aveva chiesto se la
nave sequestrata trasportasse delle armi.
Noi
non siamo sicuri se le navi della Shifco abbiano effettuato traffico di armi.
Verso
il marzo-aprile del 1991 la fazione a cui apparteneva Mugne ha occupato
militarmente la città di Chisimaio e i nostri miliziani usciti dalla città
vinti ci hanno informato che da una delle navi della Shifco stavano sbarcando
materiale militare.
I
miliziani usciti dalla città di Chisimaio vinti lo dissero a me personalmente e
ad altri che da una delle navi della Shifco stavano sbarcando materiale
militare.
Non
posso dire i nomi di chi mi fornì tale informazione, perché l’informazione mi
venne fornita attraverso la radio militare della truppa.
Io non
so come i miliziani che mi fornirono l’informazione sapessero che la nave da
cui veniva sbarcato il materiale militare era una nave della Shifco, so che dissero
che si trattava di una nave della Shifco. Il giorno dopo noi del comitato di
difesa chiedemmo ulteriori informazioni alla stessa radio con cui ci era stata
comunicata la notizia il giorno prima e ci fu risposto che la nave stava ancora
scaricando del combustibile.
In
tale occasione noi domandammo nuovamente se la nave da cui era stata sbarcato
il materiale militare e da cui si stava scaricando il combustibile fosse una
nave della Shifco, e ci fu confermato che si trattava appunto di una nave di tale società.
I
miliziani non ci dissero che tipo di armi venisse scaricato dalla nave della
Shifco.
Non so
di altri fatti che possano far pensare a un traffico di armi effettuato con le
navi della Shifco.
I
miliziani non ci dissero il nome della nave della Shifco da cui venivano
sbarcate le armi.
Non
ricordo che nel corso dell’intervista la telecamera sia stata a un certo punto
spenta mentre io e Ilaria continuavamo a parlare.
È vero
che a un certo punto dell’intervista io dico "Venivano da Roma, da Brescia,
da Torino, dal Regno Sabaudo", ma mi riferivo ai fascisti che vennero
nella Migiurtinia nella guerra tra il 1921 e il 1927.
Prendo
atto del fatto che, secondo quanto lei mi dice, al giornalista Torrealta il
quale con riferimento alla frase "Venivano da Roma, da Brescia
eccetera" mi manifestava il proprio sospetto che sulla nave sequestrata ci
fossero documenti
o prove di armi che venivano da quei luoghi e mi domandava se poteva essere
così, io risposi che "potrebbe essere così" e non dissi, secondo quanto
oggi ho detto a lei che mi riferivo ai fascisti che erano venuti da quei
luoghi. Il fatto è che con Ilaria abbiamo parlato di cultura per 10-15 minuti a
telecamera spenta, e, quel pomeriggio, dopo che finì l’intervista con Ilaria io
chiamai la radio poiché Ilaria mi aveva chiesto se io sapessi che sulla nave
sequestrata ci potevano essere delle armi.
Prendo
atto di non aver risposto alla sua domanda e dichiaro di aver risposto
"potrebbe essere così", di fronte al sospetto del Torrealta, perché
non ero certo che la nave sequestrata trasportasse armi.
Prendo
atto che parlando con Torrealta io avrei dovuto escludere che la nave
sequestrata trasportasse armi dal momento che mi ero informato dopo
l’intervista con Ilaria sulla circostanza se la nave trasportasse armi ricevendone
la risposta che la nave trasportava reti e pesci soltanto. Probabilmente mi ero
dimenticato di questa risposta allorché io parlai con Torrealta. Tra
l’intervista a Torrealta
e l’intervista a Ilaria c’era di mezzo almeno un anno.
Prendo
atto del contrasto che vi è tra la mia dichiarazione alla cui stregua io non so
se a un certo punto dell’intervista con Ilaria Alpi la telecamera sia stata
spenta e la successiva mia dichiarazione secondo cui io e Ilaria abbiamo
parlato a telecamera spenta. Non so quale sia la verità.
Per la
verità non sono in grado di dire con sicurezza se io chiamai la nave
sequestrata per sapere se la stessa contenesse delle armi il pomeriggio stesso
in cui rilasciai l’intervista e dopo che Ilaria se ne andò o, invece, il
mattino successivo.
Dicendo
alla Alpi che le navi avevano accumulato un capitale della Repubblica,
intendevo dire che la Shifco, in quattro anni, aveva accumulato una risorsa
della Somalia perché mancava un governo cui dovesse rendere conto.
Ripeto
che io non so se le navi della Shifco, oltre all’attività di pesca, svolgessero
traffico d’armi.
Per
mia conoscenza personale non so se le navi della Shifco svolgessero comunque
attività illecite, per mia responsabilità le dico che ho appreso dai giornali
che svolgevano attività di traffico di armi e di droga.
Prendo
atto di aver dichiarato al giornalista Torrealta di sapere che la Shifco
svolgeva anche, oltre all’attività di pesca, altre attività collaterali e che
certe cose non andavano bene. Io ho reso queste dichiarazioni al giornalista Torrealta
perché all’epoca in cui le ho rese non andavo d’accordo con Mugne e con la sua
fazione e volevo arrecargli un danno sulla stampa, e poi mi riferivo alla
notizia dello sbarco di armi nel 1991 di cui ho parlato.
Secondo
me era lecito anche moralmente, dal momento che io facevo un discorso politico,
accusare ingiustamente la Shifco di traffico d’armi».
L’interrogatorio
viene interrotto. Il difensore del Sultano invita il suo assistito a dire la
verità.
«Prendo
atto che alla domanda del giornalista su quali fossero queste cose che non
andavano bene e che io sapevo, risposi facendo riferimento espresso al traffico
d’armi. Ma mi riferivo al traffico di armi e allo sbarco di combustibili dalla
nave della Shifco di cui ho già parlato.
Prendo
atto di aver fatto riferimento al traffico di droga...».
A questo
punto, l’interrogatorio viene nuovamente interrotto e c’è la seguente
annotazione:
«Si dà
atto che a questo punto – sono le 18.40 – l’atto viene sospeso perché il
sultano Abdulahi dichiara di voler pregare, cosa che fa nella stanza in cui
l’ufficio si trova. Si dà atto che alle ore 19.00 davanti all’ufficio come
sopra composto si ripresenta l’indagato e il suo difensore, e che l’avvocato
Duale chiede che siano riformulate all’indagato le domande già fattegli in
ordine alle dichiarazioni da lui rese al giornalista Torrealta. Il Pm aderisce
alla richiesta».
Abdullahi
riprende a rispondere.
«Sin
dallo sbarco di armi e di carburante di cui ho detto e sino alla data
dell’intervista a Torrealta – agosto-settembre 1994 – tutti i somali dicevano
che le navi della Shifco facevano traffico di armi e di droga.
Tutti
i somali dicevano che tutte le navi della Shifco portavano il pesce in Italia e ritornavano in
Somalia con le armi.
Non si
diceva da dove le armi provenissero, si diceva soltanto che le navi tornavano
dall’Italia con le armi.
Vennero
da me personalmente delle persone a dirmi che le navi della Shifco facevano
traffico di armi e di droga.
Queste
persone che vennero a darmi queste notizie erano marinai che avevano lavorato
sulla Shifco e venivano da me a darmi queste informazioni e a chiedermi
assistenza in qualche cosa.
Non
posso ricordarmi i nomi di queste persone, si trattava di gente comune.
La
notizia del traffico di armi con la nave della Shifco mi fu data in diverse
occasioni. Questi marinai che mi informavano sul traffico di armi che erano
stati sbarcati in Tanzania sia marinai che erano stati sbarcati a Djibuti.
Io,
nonostante queste notizie, mantengo rapporti col Mugne perché nessun Tribunale
lo ha condannato per traffico di armi. Io sono convinto che fosse Mugne ad
armare quelli della sua fazione che quando erano in lotta con la nostra fazione arrivavano
armati fino ai denti da 400-600 chilometri.
Questa
guerra tra le fazioni cui apparteneva Mugne e la nostra fazione si verificò nel
1991, 1992 e fino all’inizio del 1993.
Poté
essere qualche altro ad armare quelli della fazione di Mugne, non posso
escluderlo.
Io
sono convinto però che ad armare le truppe sia stato Mugne perché una persona
ricca può dare una fornitura di armi; qui si è trattato di rifornire di armi e
di carburanti per i mezzi logistici delle truppe per una guerra che è durata
più due anni e che si è conclusa con la conquista di 3/4 della Somalia da parte
delle truppe delle fazioni cui apparteneva Mugne e a rifornire di armi e di
carburanti per una tale guerra conclusasi vittoriosamente poteva essere solo
uno che avesse continue risorse.
Nel
gruppo delle fazioni a cui apparteneva Mugne non vi era nessun’altra persona
che avesse continue risorse come lui. Bisogna però aggiungere che le sue
fazioni si autofinanziavano anche attraverso il sequestro delle merci trasportate via terra e che
erano destinate alla popolazione delle stesse terre occupate dalle stesse
fazioni.
Si
trattava delle merci che giungevano in Somalia da altre nazioni a titolo di
aiuto internazionale, inviate o da organismi internazionali o da stati o da
organizzazioni non governative o da persone fisiche.
Durante
il periodo della guerra fra la mia fazione e quella di Mugne, noi del comitato
di difesa ci riunimmo più volte chiedendoci da dove provenissero le armi di cui
disponevano le truppe delle fazioni a noi nemiche.
[…]
Durante
le riunioni del comitato di difesa i vari componenti, con l’esclusione dei
comandanti delle truppe che non dicevano nulla al riguardo, affermavano tutti
che in base alle informazioni loro fornite era Mugne a equipaggiare le truppe.
Quando
dopo l’intervista di Ilaria Alpi io chiesi via radio ai miliziani che avevano
sequestrato la nave se a bordo vi fossero delle armi, non dissi che a riferirmi
tale circostanza era stata una giornalista.
Non
dissi neppure ai detti miliziani che Ilaria voleva visitare la nave. Era stata
Ilaria a chiedere a me di poterla visitare.
Io
appresi dell’uccisione dei due giornalisti italiani dalla radio Bbc i giorni
successivi all’assassinio. A Mogadiscio era normale che si uccidessero o si
sequestrassero delle persone.
Mi
sono chiesto nell’immediatezza del fatto e me lo chiedo tuttora perché i due
giornalisti siano stati uccisi.
Io
penso che siano stati uccisi per qualche cosa che avevano scoperto.
Questo
qualcosa non era qualcosa che avevano appreso da noi perché sono partiti sani e
salvi da Bosaso, ma era qualcosa che avevano appreso a Mogadiscio dove erano
rimasti più di un mese prima di venire a Bosaso.
[…]
Prendo
atto di aver dichiarato al giornalista Torrealta, che allorché ho saputo che i due giornalisti erano
stati uccisi ho pensato che ciò fosse accaduto a causa della ricerca delle
navi. Ciò è possibile, non posso escluderlo. Prendo atto di aver dichiarato al
giornalista Torrealta, con riferimento all’assassinio dei due giornalisti, che
forse qualcuno aveva segnalato che Ilaria aveva avuto informazioni da noi.
Vorrei sentire la registrazione perché qualcuno può aver estrapolato o montato
le mie dichiarazioni. Dove si dice una parola, se ne può aggiungere o togliere
un’altra. Spontaneamente, Torrealta venne a trovarmi a Bosaso e io gli dissi
che l’indomani dovevo partire per l’Europa, lui mi invitò a fermarmi a Djibuti
come suo ospite all’hotel Sheraton, io accolsi l’invito e qui egli mi fece
un’intervista che durò circa sette ore e proseguì il giorno dopo per
altre cinque ore, credo, e io, a conclusione dell’intervista, gli dissi che in
coscienza non potevo accusare Mugne di essere il responsabile dell’uccisione
dei due giornalisti. Io ho ancora sospetti sul montaggio di quest’intervista.
Non so
da quale fazione fosse controllata la zona di Mogadiscio in cui sono stati
uccisi i due giornalisti italiani.
Io non
credo che i mandanti dell’assassinio vadano ricercati tra i somali.
Escludo
che siano stati i somali perché Ilaria è rimasta a Mogadiscio un mese e i
somali le volevano bene.
Io ho
chiesto informazioni a gente venuta da Mogadiscio e ne ho tratto l’opinione che
i mandanti siano italiani che erano a Mogadiscio a quell’epoca ma ciò non è
confermato.
Non
posso rispondere alla domanda se io sia personalmente convinto che siano
italiani i mandanti dell’assassinio.
Allorquando
Ilaria mi ha chiesto se con la nave sequestrata si facesse traffico d’armi, io le risposi che mi
sarei informato. Io dissi però a Ilaria che tutti dicevano che con le navi si
faceva traffico di armi». […]
Dalla
lettura del lungo interrogatorio fatto dal dott. Pititto risulta quindi palese
che Abdullahi Mussa Bogor non solo non smentisce quanto dichiarato
nell’intervista a Torrealta riguardo al fatto che con Ilaria Alpi il tema
trattato fossero le armi, ma in più aggiunge una serie di elementi in relazione
alle sue consapevolezze sul coinvolgimento della flotta Shifco nel traffico
d’armi.
La
stessa relazione di maggioranza segnala che, nella audizione del Bogor, del 9
febbraio 2006 (peccato, così in ritardo rispetto al lungo lavoro della
Commissione), Abdullahi ammette che la giornalista gli aveva chiesto
specificamente se la nave sequestrata trasportasse armi, e aveva manifestato il
suo interesse a salire a bordo della stessa.
Ma il
cosiddetto Sultano fa un’affermazione sconcertante: l’intervista era stata
interamente videoregistrata anche nelle parti in cui erano stati trattati i
temi della Shifco e del carico di armi che avrebbe potuto essere occultato
nella stiva, e aveva avuto una durata di circa tre ore, certamente superiore al
registrato che ci è giunto.
C’è
dell’altro. A proposito dell’intervista effettuata da Ilaria Alpi, Abdullahi
Mussa viene intervistato dal giornalista televisivo arabo Mohamed Said, autore
di una serie di programmi per una televisione araba dedicati al caso
Alpi-Hrovatin e al traffico di rifiuti tossici in Somalia (doc. 0322 009, a
pag. 5). Dice, tra l’altro:
(50:41:30)
«Sono in tanti ad aver seppellito delle cose in Somalia, con la complicità di
cittadini somali. Imprenditori somali hanno seppellito rifiuti tossici a
cominciare da Ras Gamboni. La Somalia è il quarto paese al mondo per
l'estensione delle sue coste, dopo la Russia, l'America e il Canada».
(51:13:19)
«Le coste più estese dell'Africa».
(51:36:03)
«Sono stati seppelliti, a quanto ho letto in alcune riviste. Ho una copia di
Famiglia Cristiana».
(52:04:10)
«Abbiamo queste informazioni dalla stampa soltanto».
(52:35:05)
«Tu sei ancora giovane. Queste cose richiedono delle prove, come i contratti
firmati, prima di poter dire questo. Altrimenti sono chiacchiere, come quelle
che hai fatto sull'uccisione di Ilaria Alpi».
(53:04:20)
«No. Per quanto riguarda il seppellimento, mi disse che io sapevo chi lo ha
fatto, chi ha seppellito i rifiuti tossici» (sottolineatura nostra).
E ancora
(stesso documento, pag. 94):
(53:26:15)
«Non posso accusare nessuno se non sono in possesso di una prova per la sua
condanna, il contratto firmato, i documenti».
(53:41:10)
«Non posso dire che tizio ha fatto questo e quest'altro senza avere delle
prove, altrimenti non potrei affrontarlo dopo».
(53:49)
«Come si chiama?»
(54:20)
«Per esempio, se dicessi che Mohammed Said è dietro lo smaltimento, sarebbe una
falsità. Ma se dicessi Mohammed Said è dietro lo smaltimento di rifiuti
nucleari o industriali in Egitto, e questa è la sua firma sul contratto
dell'accordo, questo è necessario per poterlo condannare».
Occorre
notare la rilevanza della frase sottolineata: «Mi disse che io sapevo chi lo ha
fatto, chi ha seppellito i rifiuti tossici». Abdullahi, con questa risposta,
afferma che Ilaria Alpi nel corso dell’intervista che gli fece, gli ha chiesto
notizie in merito al traffico di rifiuti in Somalia. Quindi anche questa parte,
se è vero che tutta l’intervista di Ilaria è stata registrata, sarebbe
scomparsa.
Un altro
elemento di cui sarebbe stato importante chiedere conferma ad Abdullahi Mussa è
contenuto in un’altra intervista resa allo stesso giornalista Mohammed Said e
acquisita dalla Commissione. Risulta che lo stesso Bogor abbia incontrato
Giancarlo Marocchino insieme a un avvocato (il suo avvocato, cioè Menicacci? Il
Bogor non lo dice) pochi mesi prima rispetto al momento dell’intervista (doc.
0322 009 pag. 6). Ecco il passaggio:
(01:03:14:26)
«Giancarlo Marocchino, sì, lavorava in Somalia, ma non lo vedo da sei o sette
mesi».
(01:03:36:02)
«Non lo so».
(01:03:39:16)
«Non lo so. Non sono sicuro, l'ho incontrato una volta per meno di una ventina
di minuti, in compagnia di un avocato italiano, amico dell'avvocato… (ndt: la
frase in arabo termina a questo punto).
Abdullahi
Mussa Bogor è stato sentito dalla Commissione il 9 febbraio 2006, ossia
nell’ultima settimana di lavori prima dello scioglimento delle Camere. Anche in
relazione all’importanza di questa audizione, il Presidente Taormina aveva
chiesto di poter ottenere una quarta proroga dei lavori, fino ad aprile 2006, e
ha vivamente protestato – parlando di ostruzionismo – di fronte al diniego del
centro-sinistra in seno alla riunione dei capi-gruppo, che di fatto ha impedito
ulteriori dilazioni di tempo.
Assume
pertanto un certo rilievo osservare la nota del Presidente Taormina
all’ambasciata di Helsinki (dove risultava trovarsi il Bogor) per rintracciare
il teste: porta la data del 26 ottobre 2005, ovvero quasi due anni dopo
l’inizio dei lavori della Commissione e a soli quattro mesi dalla loro
conclusione (vedi lettera dell’ambasciata di Helsinki nel Doc. 0381 000).
Ne
riportiamo un passo:
Oggetto:
Finlandia.
Cittadino somalo Abdullahi Moussa Bogor: Reperimento di ogni utile contatto.
Riferimenti.
Lettera del
Presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sulla morte di Ilaria
Alpi e Mirian Hrovatin n. 2005/0001643/SG-CIV del 26.10.2005.
VI. Shifco e Moby Prince
Di
rilievo è l’episodio specifico riferito da Abdullahi Mussa riguardo le notizie avute
dai suoi uomini presenti a Kisimayo circa uno scarico di armi e combustibile
effettuato da una nave della flotta Shifco nella primavera del 1991. Sarebbe
stato utile approfondire il punto (La Commissione l’ha fatto?), perché è un
fatto storicamente accertato che la “21 ottobre II”, nave madre della Shifco,
aveva sostato per quasi due mesi nel porto di Livorno (alla compagnia
assicurativa risulta ferma per riparazioni e manutenzione) tra la metà di marzo
e la metà di maggio del 1991. Ci sono tuttavia testimonianze rese all’autorità
giudiziaria in relazione al disastro del “Moby Prince” (avvenuto l’11 aprile
1991), le quali riferiscono tre fatti:
- la nave
della Shifco, la sera dell’11 aprile 1991, fa rifornimento di carburante;
- un
peschereccio di colore bianco lungo circa 70 metri viene visto transitare in
fiamme nelle adiacenze del porto di Livorno;
- la
mattina del 12 aprile 1991, la “21 ottobre II” è attraccata a un molo diverso
da quello dove si trovava la sera prima.
Su questo
aspetto è stato sentito un dirigente della Shifco, Florindo Mancinelli (verbale
del 19 ottobre 2004), nel quale dice, fra l’altro:
“In relazione al signor GRIMALDI, se tale è il nome che
mi sovviene alla mente, ricordo vagamente un episodio riportato da un giornale
a firma dell'interessato e di altri tre giornalisti secondo i quali la 21
Octobaar II, uscita di notte dal porto di Livorno, incrociava altre navi e
causava il disastro della Moby Prince. In realtà la 21 Octobaar non poteva
muoversi perché aveva le macchine smontate e dal porto non si esce senza
rimorchiatori o pilota.
Inoltre,
si riporta l’informativa della Digos di Roma al dottor Franco Ionta della
Procura di Roma, a conferma che la 21 Ottobre II era effettivamente a Livorno
la sera dell’11 aprile 1991 (doc. 0043 012,
pag. 90):
La Questura di Livorno ha qui fatto sapere quanto segue:
La motonave “21 OKTOOBAR II” il 10.04 ‘91 era
effettivamente presente nel Porto di Livorno. La stessa era però non operativa
ed era ormeggiata nella banchina “Magnale”, presso il Cantiere Montano, per
riparazioni già preventivate alle stive ed ai portelloni. Il Direttore del
Cantiere, ORSINI Daniel, nato a ToIone (Francia) il 12-05-‘44, residente a
Livorno in via Cecconi n.10, ha informalmente riferito che il 10-04-‘91 gli operai
avevano lavorato sulla nave fino alle ore 17,00 lasciando poi le attrezzature
sia sulla nave stessa che sulla banchina (trattavasi di cannelli per saldatori
collegati ai generatori posti a banchina ed altro materiale). Alle 7.30
dell’11.04.91, i suddetti operai avevano ripreso i lavori sulla motonave
trovando la stessa nel medesimo punto di ormeggio e sempre con le attrezzature
collegate a terra.
La motonave era giunta nel porto di Livorno il 15.03.91,
vuota, proveniente da Formia-Gaeta e, dopo una breve sosta in rada, era entrata
nel porto raggiungendo la suindicata banchina, da dove risulta essersi spostati
soltanto il 17-05-‘91 per raggiungere la banchina “Curvilinea”, ed il 25-05-‘91
per raggiungere la banchina “sgarallino”. La motonave risulta aver lasciato il
porto di Livorno il 29.05.91.: vedasi allegati n. 1 e 2).
Le navi, menzionate nell’articolo pubblicato su
AVVENIMENTI, risultavano, in data 10.04.91, effettivamente presenti alla fonda
in rada nel Porto di Livorno.
Le suddette navi, noleggiate dagli USA, militarizzate
dunque non soggette alle normali operazioni doganali commerciali, erano adibite
al trasporto di mezzi, armi e/o munizioni da e per il Golfo Persico, per il
noto conflitto con I’Irak. Tale materiale arrivava e/o ripartiva dallo scalo
livornese proveniente dalie diverse basi NATO situate in Italia ed in Europa.
Si precisa che le navi militarizzate non possiedono manifesto di bordo per la
verifica del carico stivato, pertanto le sottoelencate notizie sono state
acquisite presso i diversi agenti raccomandatari delle motonavi del porto di
Livorno.
- M/n "SS Cape Breton" di
bandiera U.S.A., risulta arrivata in rada il 19.03.91 dove è rimasta, in attesa
di disposizioni dell’armatore fino al 15.04.91, quando è partita alla volta del
porto di Telamone. La motonave trasportava un totale di 6.056,5 tonnellate di
merce classificata IMCO 1.1 E (razzi con proiettili esplosivi) per la quale
I’agente raccomandatario aveva dato avviso alla Prefettura di Livorno (vedasi
allegati n. 3, 4, 5 e 18).
- M/n "Cape Flattery” di bandiera USA,
risulta arrivata in rada il 25.02.91 ed entrata in porto il 26.02.91,
ormeggiando presso la Darsena Toscana. Il 28.02.91 ha lasciato l'ormeggio
ritornando alla fonda in rada, da dove il 13.06.91 è ripartita. Quella sera
però, ormeggiata all'interno del porto, era presente anche la M/n "Cape
Farewell" di bandiera U.S.A., arrivata in rada il 22.03.91, con
attracco avvenuto il 04.04.91. Detta nave risulta ripartita il 14.04.91.
Entrambe le motonavi hanno movimentato, durante la loro sosta in Livorno,
materiale militare per conto delle Forze Armate U.S.A. da e per la base NATO di
Camp Darby di Tombolo (PI), (vedasi allegati n. 6 e 7),
- M/n "Efdim Junior" di bandiera
greca, risulta arrivata in rada il 03.04.91 senza alcun carico a bordo in
quanto doveva imbarcare i mezzi militari USA destinati alle interforze
militari nel Golfo Persico. Tale attività non è stata compiuta in quanto la
suindicata motonave è ripartita il 22.04.91, senza mai essere entrata in porto,
alla volta di Talamone, per imbarcare munizioni ed esplosivi. (vedasi allegati
n. 8 e 9)
- M/n "Gallant 2" di bandiera
panamense, risulta arrivata in rada, il 17.03.91 con uri carico di 833 L/T di
munizioni ed e ripartita, senza mai entrare in porto, il 12.06.91 alla volta
del porto di Talamone, (vedi allegati n. 10, 11 e 18).
- M/n "Port de Lion" di bandiera
francese, risulta arrivata in rada il 06. 04.91, con un carico di semi di mais
in bulk, ed è entrata in porto l' 08.04.91 ormeggiando alla calata Silos del
Tirreno dove ha scaricato 1170 tonnellate di prodotto. Il 09.04.91, terminate
le operazioni di sbarco, è passata sotto altro agente raccomandatario per cui è
stata riportata alla fonda in rada ed il 13.04.91 è rientrata in porto
prendendo ormeggio alla calata Pisa, da dove il 16.04.91 è partita alla volta
del porto di Talamone. (vedasi allegati 12, 13, 14, 15 e 16) .
La
presenza del peschereccio della Shifco a Livorno l’11 aprile ‘91 sarebbe quindi
confermata.
Vi sono
invece diverse testimonianze che contraddirebbero il fatto che fosse
impossibilitato a navigare a causa delle riparazioni. Ecco alcuni brani del
volume di Enrico Fedrighini “Moby Price, un caso ancora aperto” (Edizioni
Paoline, 2005), che riporta le testimonianze tratte dagli atti processuali e
dalle inchieste amministrative effettuate in relazione al disastro:
«Nella
primavera del ’91, il porto di Livorno è frequentato dalla nave 21 Oktobar II,
la nave numero uno della flotta di pescherecci Shifco […]. Un peschereccio
d’altura di colore bianco. Ufficialmente l’imbarcazione approda a Livorno per
essere ricoverata in cantiere, per lavori di riparazioni. Però una certa sera,
improvvisamente, chiede l’intervento di una delle bettoline che normalmente
effettuano rifornimento di carburante alle navi in partenza e, riempiti i
serbatoi di nafta – cosa decisamente curiosa per uno scafo ufficialmente
destinato a rimanere a secco in officina – abbandona il molo, ricomparendo nel
porto la mattina successiva ma in un diverso punto di ormeggio. Tutto questo
avviene proprio la sera del 10 aprile ’91.
Il
timoniere somalo della 21 Oktobar II, licenziato poco dopo l’arrivo della nave
a Livorno, parla apertamente di traffici d’armi svolti dal peschereccio. Quali
sono gli spostamenti compiuti dalla nave quella sera? Quale missione doveva
compiere nelle acque livornesi?»
E poco
oltre:
«Facciamo
un passo indietro al momento dell’arrivo in porto dei mezzi militarizzati,
carichi di materiale bellico dell’esercito statunitense. È il 15 marzo 1991.
Quello stesso giorno, l’agente locale della compagnia assicurativa Lloyd’s di
Londra registra, in contemporanea con l’ancoraggio di numerose navi cariche di
materiale bellico, l’arrivo della ammiraglia della flotta di pescherecci
italo-somala Shifco, la 21 Oktobar II. […] Da un’attenta lettura dei fatti
emergono altri elementi particolarmente interessanti. L’elenco fornito dai
Lloyd’s, recuperato da Maurizio Torrealta nella sua ricostruzione documentale
sull’omicidio di Ilaria Alpi, è interessante perché non si limita a registrare
la data d’ingresso e di uscita della nave nel solo porto di Livorno: gli agenti
della compagnia londinese registrano la presenza della nave presso ogni scalo,
segnalando a catena i movimenti e le tappe della navigazione, in modo da poter
ricostruire le rotte seguite.
La
registrazione delle date d’entrata e uscita dal porto consentono di verificare
la durata della permanenza del peschereccio presso un determinato scalo. E a
questo proposito emerge un altro elemento interessante.
Quello
di Livorno è un porto verso il quale la 21 Oktobar II mostra un’attrazione
particolare: quando vi approda, fatica ad allontanarsene. Mentre la permanenza
presso altri approdi, regolarmente registrata dai Lloyd’s, si limita
normalmente a pochi giorni di sosta, lo stazionamento della nave ammiraglia
della Shifco nelle acque livornesi si prolunga per diverse settimane, talvolta
anche per mesi. A volte, per giustificare la prolungata pemanenza in porto,
viene segnalata dal comando della nave la necessità di effettuare riparazioni a
bordo del peschereccio; eppure i dati riportati dai registri assicurativi
Lloyd’s mostrano inequivocabilmente che, con o senza riparazioni, la durata della permanenza
della 21 Oktobar II si mantiene invariabilmente nell’ordine delle diverse
settimane. Più a lungo, sempre e comunque, rispetto a qualunque altro porto».
Continua
la ricostruzione di Fedrighini:
«Quello
della primavera 1991 è il primo scalo livornese compiuto dalla 21 Oktobar II e
si prolunga per circa due mesi e mezzo, dal 15 marzo al 29 maggio1991. Un
periodo di stazionamento particolarmente lungo. […] Eppure, dopo le operazioni
di scarico e pulizia la nave non riparte. […] Un giorno, accade un episodio
strano, qualcosa di grave per ragioni apparentemente inspiegabili. Il 23 marzo
’91, una settimana dopo l’arrivo a Livorno, Mohamed Samatar viene licenziato in
tronco dalla Shifco.
Un
provvedimento grave, soprattutto considerando che non si tratta di un marinaio
qualunque: Samatar è il timoniere della 21 Oktobar II, il pilota più valido ed
esperto a bordo, quello con maggiore esperienza di guida lungo le rotte
abitualmente percorse dal peschereccio. La versione ufficiale successivamente
fornita da Omar Mugne, il proprietario della compagnia italo-somala, per
giustificare tale provvedimento, sembra banalizzare l’evento: <<Ha
minacciato con un coltello il comandante della nave, Nicola Mandekich>>.
Brutta
storia, che non lascia tracce. Finché un giorno il timoniere licenziato viene
contattato da un giornalista Rai e inizia a parlare…
Nel
1994 il giornalista Maurizio Torrealta, attraverso alcuni somali residenti in
Italia, riesce a contattare l’ex timoniere della 21 Oktobar II nella zona della
stazione Termini di Roma. Samatar è noto ai suoi connazionali con il soprannome
di Forchetto per via dei denti davanti separati uno dall’altro, simili alle
punte di una forchetta. Il suo racconto si riferisce a fatti avvenuti fino alla
primavera ’91, cioè fino al momento del suo sbarco in seguito a un suo atto di
ribellione nei confronti del comandante della nave, avvenuto a Livorno pochi
giorni prima della tragedia del Moby Prince. Ecco alcune frasi dell’intervista:
Torrealta:
<<Tu eri imbarcato su una nave, come si chiamava?>>.
Samatar:
<<La nave si chiamava 21 Ottobre II>>.
Torrealta:
<<Cosa facevi su quella nave?>>.
Samatar:
<<Facevo il timoniere>>.
Torrealta:
<<Quella nave portava pesce in Italia, ma dall’Italia negli altri posti
cosa portava?>>.
Samatar:
<<Portava altra merce, come armi>>.
Torrealta:
<<Chi hai incontrato sulla nave?>>.
Samatar:
<<Malavasi il padrone, Mancinelli il suo vice, e Mugne
l’amministratore>>.
Torrealta:
<<Dove sei sbarcato?>>.
Samatar:
<<A Livorno>>.
Torrealta:
<<Racconteresti questa storia anche ai magistrati?>>.
Samatar:
<<Si>>.
Dopo
quest’intervista, l’ex timoniere viene interrogato nell’ambito dell’inchiesta
sulla cooperazione alla quale lavorava il sostituto procuratore Vittorio
Paraggio. Di Samatar, così come dell’inchiesta sui traffici italo-somali, si
perdono le tracce a partire dalla fine degli anni ’90.
Samatar
non è l’unico a parlare di pericolosi traffici che coinvolgono, proprio nella
primavera del ’91, la compagnia Shifco».
Infatti,
come abbiamo visto, ne parla nel giugno ’96 anche Abdullahi Mussa Bogor al
magistrato che si occupa in quel periodo del caso “Alpi-Hrovatin, il dottor
Giuseppe Pititto.
Continua
Fedrighini:
«Considerando
inverosimile l’eventualità che la 21 Oktobar II sia stata trasferita in
cantiere, per i lavori di riparazione, a pieno carico, cioè con le stive ancora
colme di prodotti ittici, è ragionevole ritenere che le operazioni di alaggio e
ricovero in officina nautica siano avvenute successivamente a quelle di scarico
e lavaggio delle stive: dunque, la nave sarebbe dovuta entrare in cantiere per
riparazioni a partire dai primi giorni di aprile ’91. In questo modo, ogni
tassello sembrerebbe rientrare al suo posto: quindici giorni per eseguire con
molta calma le ordinarie operazioni di svuotamento delle stive e di
manutenzione delle celle refrigerate, poi circa due mesi (dai primi di aprile
al 29 maggio) in cantiere per una serie di lavori di riparazione.
E
invece non è così, i conti ancora una volta non tornano. Avviene qualcosa che
contraddice questa ricostruzione.
Qualcosa
che accade alcuni giorni dopo: esattamente il 10 aprile 1991.
Nel corso
di una successiva intervista, il pilota di porto ricorda un altro particolare:
una comunicazione diretta da parte del comandante della Giglio (ma questa
comunicazione non compare nel log delle registrazioni di Livorno Radio), il
quale, per acquietare i soccorritori alla ricerca della fantomatica bettolina
indicata da Superina, afferma: <<Tranquilli, noi della Giglio non
c’entriamo niente, siamo qui in porto per il bunkeraggio alla 21 Oktobar
II>>. Operazione assolutamente legittima, essendo la Giglio
un’imbarcazione dedicata proprio al rifornimento delle navi. E dal registro
dell’avvisatore marittimo risulta che già il 9 aprile la Giglio si era recata
presso l’attracco di piazzale Zara, situato esattamente accanto al molo Magnale
non operativo. Proprio quello dove si trovava ormeggiata la 21 Oktobar II. […]
Ritorniamo al molo Magnale non operativo. Il molo si trova in corrispondenza di
piazzale Zara, dove sorgono alcune abitazioni di servizio del personale della
Marina. In uno di questi appartamenti, al pian terreno abitano i coniugi Pietro
La Fata e Susanna Bonomi. Lui è un ufficiale della Capitaneria di porto, sua
moglie diventa testimone al processo Moby Prince per un fatto apparentemente
secondario ma che ora, combinando insieme i vari pezzi del puzzle fin qui
raccolti, assume ben altro rilievo. Quella sera, come di consuetudine,
Nessun
movimento è registrato dall’avvisatore presso il molo Magnale. Ed esiste una
sola nave lunga 70-80 metri ufficialmente ormeggiata per settimane in quel
punto: la 21 Oktobar II. Impossibile confonderla con la Maria Laura: l’enorme
nave cisterna si trova attraccata in un punto più distante ed è lunga più del
triplo del peschereccio. Dalla testimonianza della signora Bonomi, se ne
dovrebbe dedurre che qualcosa avrebbe spinto la 21 Oktobar II ad assentarsi dal
proprio punto di ormeggio in un periodo compreso fra le 21:30 del 10 aprile e
le 9 del mattino seguente, quando il relitto fumante del Moby Prince viene
trainato dai rimorchiatori verso la darsena Petroli.
Disporre
del giornale di bordo della 21 Oktobar II aiuterebbe molto a capire il ruolo e
la missione effettivamente svolta dal peschereccio della Shifco nelle acque
livornesi quella sera. Aiuterebbe a fare chiarezza, per evitare di rimanere intrappolati
nelle inevitabili suggestioni alimentate dalle testimonianze di chi, durante il
processo per il disastro del Moby Prince, ricorda la presenza di un
peschereccio bianco, un peschereccio d’altura in difficoltà e in rapida fuga
dal luogo in cui è da poco avvenuta la disastrosa collisione».
Fedrighini
riporta anche un brano d’interrogatorio particolarmente interessante:
«Felice
Manganiello, ufficiale della Capitaneria di porto di Livorno, la sera del 10
aprile si imbarca sul rimorchiatore Tito Neri II. Manganiello riferisce un
episodio singolare: una seconda collisione sfiorata di poco, fra il suo
rimorchiatore e un peschereccio, proprio all’imboccatura della diga della Vegliaia, dove
l’aria era già impregnata di fumo e la visibilità molto scarsa. Ecco la sua
testimonianza. <<Sull’imboccatura ci superò la motovedetta 250 e ci passò
proprio sotto la prua anche un peschereccio, per miracolo non ci fu un’altra
collisione! Ce lo siamo trovato sotto la prua, proprio ci è passato sotto la
prua a nemmeno cinque metri!>>.
Interviene
l’avvocato Giunti: <<Avete dovuto quindi compiere una manovra
d’emergenza?>>.
Manganiello:
<<No, perché…>>.
Avvocato:
<<È stata una fatalità quindi che non vi siete…>>.
Manganiello:
<<Sì>>.
Avvocato:
<<Si ricorda il nome del peschereccio?>>.
Manganiello:
<<No>>.
Avvocato:
<<Non lo individuaste?>>.
Manganiello:
<<Non si vedeva nemmeno>>.
Avvocato:
<<Non si vedeva perché il peschereccio…>>.
Manganiello:
<<Non si vedeva il nome>>.
Avvocato:
<<Ma le luci del peschereccio erano ben visibili?>>.
Manganiello:
<<L’abbiamo visto quando proprio ci è passato sotto prua, ci ha
incrociato, perché il peschereccio era basso, insomma, abbiamo visto solo le
luci del peschereccio di sopra>>.
A
bordo dell’imbarcazione si trovava anche Tito Neri, uno dei titolari
dell’omonima società di rimorchiatori, il quale rammenta che
<<sull’imboccatura del porto ci è passato un peschereccio davanti alla prora, a 10 metri
non di più, ci era comparso all’improvviso da questa scarsissima visibilità,
una grossa barriera di fumo. Era un peschereccio di colore bianco, non ricordo
altro>>.
Non è
l’unico testimone. Ecco anche le dichiarazioni di Marco Pompilio, ingegnere,
direttore di macchina della nave cisterna Agip Abruzzo.
«A
bordo della petroliera, Pompilio si trova nella saletta tv degli ufficiali
assieme al comandante Superina; improvvisamente, avverte una <<grossa
vibrazione non usuale>> della nave e osserva, attraverso uno degli oblò,
un <<grande bagliore>>.
Su
ordine del comandante, scende immediatamente in sala macchine mettendo in
funzione il motore principale. Poi risale in plancia. Sono trascorsi circa
venti minuti dal momento in cui era stata avvertita la <<grossa
vibrazione>>. Più precisamente <<un’esplosione>>: così la
definisce il capo macchine. <<Venti minuti dopo l’esplosione>>,
continua Pompilio, <<mentre mi trovavo sul ponte di comando scorgevo, per
pochissimi secondi, verso dritta, a una distanza di 70-100 metri,
un’imbarcazione da me ritenuta un peschereccio d’altura, avvolta dalle fiamme
che si dirigeva verso centro nave>>.
Possibile
che un professionista del mare confonda un peschereccio con un traghetto
passeggeri? La forma, struttura e dimensioni dei due tipi di imbarcazione sono
radicalmente differenti; mediamente, un grande peschereccio d’altura può
arrivare a misurare circa 60-70 metri di lunghezza. Il traghetto passeggeri
Moby Prince era lungo più del doppio.
L’ingegner
Pompilio è convinto di quanto ha visto e lo ripete, nei due anni successivi,
senza mostrare ripensamenti: <<Ricordo di aver visto provenire
perpendicolarmente alla nostra dritta un’imbarcazione in fiamme che al momento
avevo ritenuto trattarsi di un grosso peschereccio d’altura, a una distanza di
circa cento metri>>. […] Pompilio ricorda la repentina modifica di rotta
effettuata dall’imbarcazione a poche decine di metri di distanza, per evitare
la collisione con la petroliera: <<La nave non ci ha urtato, presumo che
ci abbia “scapolato” (evitato di un soffio, nda). A quel punto si vedeva che la
nave era un’imbarcazione grande, un peschereccio d’altura>>. Pompilio
vuole fugare ogni dubbio: <<Escludo di aver dichiarato alla Commissione
d’inchiesta ministeriale di aver visto il Moby Prince incastrato nell’Agip
Abruzzo; quello che ho visto è quello che ho raccontato poc’anzi>>.
Sarebbe
stato rilevante verificare le indicazioni di Abdullahi Mussa Bogor e quelle dei
testimoni del caso Moby Prince per avere un riscontro eventuale alle
dichiarazioni dello stesso Abdullahi sulla presenza a Kisimayo di quella nave,
nella primavera del 1991.
VII. Un punto debole dell’intera ricostruzione
Tutta la
ricostruzione effettuata dalla Commissione riguardo ai giorni di Bosaso di Alpi
e Hrovatin ha un forte punto debole: quale certezza è stata raggiunta sul fatto
che non manchino delle cassette del girato? Il dubbio che una o più cassette
siano state sottratte c’è sempre stato e le indagini della Commissione non sono
riuscite a fare alcun passo avanti in questa direzione. È evidente che
l’incertezza su questo punto cruciale mina l’attendibilità di qualsiasi
risultato ricostruttivo.
Le
dichiarazioni rese in audizione dal Bogor, citate precedentemente, aumentano i
dubbi, già esistenti, riguardo al fatto che non tutto il girato dei giornalisti
sia giunto nelle mani della magistratura e, quindi, della Commissione.
Al
riguardo, ci si chiede (dal documento finale non risulta) se la Commissione abbia
effettuato una perizia sui nastri originali. Primo, per avere conferma che si
tratti davvero degli originali e non di una copia; secondo, per verificare che
non ci siano state manomissioni di qualsiasi natura. Ci si chiede, inoltre, se
è stata fatta la perizia calligrafica sui fogli del notes che riportavano i
time code delle cassette. Queste note, che servono a fare una scaletta, punto
per punto, delle riprese effettuate, allo scopo di ritrovare i passaggi di
interesse in vista del montaggio del servizio, risultano scritti, in parte, di
pugno di Ilaria Alpi e, in parte, da un’altra persona, dopo che le cassette
erano giunte in Rai. Sarebbe stato cruciale verificare sia l’integrità degli
appunti della giornalista (mancavano, ad esempio, o erano state strappate
pagine nel notes?), sia la conferma calligrafica della persona che ha
completato i time code. Sia, infine, la distinzione precisa fra la parte di
appunti presi dalla Alpi da quelli presi dalla persona che li ha completati in
seguito.
Anche
questo, dal documento finale, non risulta sia stato fatto. Peraltro, riguardo
agli esigui appunti presi da Ilaria di cui si è in possesso, c’è da rilevare
che l’operatore Alberto Calvi (doc. 0003 467, pag. 499) afferma: «Ilaria
scriveva molto, prendendo molti appunti […]. Normalmente vergava un blocchetto
ogni due giorni».
VIII. L’aereo perduto
Com’è
ormai assodato, i due giornalisti rientrano a Bosaso troppo tardi per prendere
l’aereo Onu che li avrebbe riportati a Mogadiscio il 16 marzo. Perduto il volo,
Alpi e Hrovatin, secondo le testimonianze, vanno (o tornano) alla sede della Ong
Africa 70 a Bosaso per chiedere ospitalità per i giorni seguenti, fino al
prossimo volo per Mogadiscio.
La
relazione finale della maggioranza spiega la perdita del volo con l’ipotesi che
Ilaria Alpi abbia preso nota in modo sbagliato dell’orario dello stesso prima
della partenza da Mogadiscio per Bosaso. Su quali basi? È verosimile che non
abbiano fatto alcuna verifica a Bosaso prima di lasciare la città per recarsi a
Gardo? Non è da prendere perlomeno in considerazione un’altra ipotesi (dato che
non sembra che allo stato vi siano elementi nell’una o nell’altra direzione),
cioè che qualcuno abbia fornito ai due giornalisti un’indicazione fuorviante,
in base alla quale rientrano da Gardo pensando di essere in tempo a prendere il
volo, scoprendo solo all’arrivo che non è così? Il disappunto espresso da
Ilaria ai cooperanti di Africa 70 (come risulta dalle loro testimonianze)
conferma che i giornalisti volevano assolutamente prendere quel volo, ma non
c’è alcuna spiegazione, in base alle stesse testimonianze, della ragione per
cui arrivano in ritardo.
La
Commissione dovrebbe chiarire le ragioni per cui non ha mai realizzato missioni
né in territorio somalo né a Bosaso, né a Nairobi, né in altre località
(Gibuti, Dubai, etc) – l’unico membro della Commissione che si è recato in
Africa e a Dubai risulta essere il consulente Sost. Comm. Antonio Di Marco, da
solo o accompagnato da Giancarlo Marocchino – che avrebbero permesso di
raccogliere ulteriori elementi e testimonianze in loco. È noto soltanto che a
più riprese la stessa Commissione ha tentato di organizzare e ha annunciato la
volontà di effettuare tali spedizioni, ma nonostante l’annunciata disponibilità
del Governo somalo di transizione, non le ha mai realizzate. Stanti anche i
diversi punti oscuri, che la Commissione ha ammesso di avere (non si sa chi
accompagna i due giornalisti, né che macchina viene usata, né chi incontrano a
Gardo, né perché vi si recano), tale missione in loco sarebbe risultata
evidentemente indispensabile.
A questo
proposito, appare quanto meno singolare l’affermazione contenuta nella
relazione di maggioranza, secondo la quale il viaggio effettuato l’estate
scorsa da Bulgarelli-Scalettari-Cavalli-Rocca avrebbe riportato solo “deludenti
acquisizioni”. Non risulta che la Commissione abbia fatto in proposito alcun
tipo di approfondimento (a parte la mera acquisizione dei documenti),
nonostante le sollecitazioni in questo senso da parte dei componenti della
spedizione. È evidente, peraltro, che l’organismo parlamentare avrebbe avuto
mezzi, strumenti, conoscenze e poteri ben diversi da quelli su cui aveva potuto
contare la spedizione giornalistica.
Non
risulta, infine, che sia stato sentito, né cercato, Giuseppe Cammisa, stretto
collaboratore di Francesco Cardella nella comunità Saman (la comunità fondata
dallo stesso Cardella insieme a Mauro Rostagno, il giornalista ucciso il 26
settembre 1988 in circostanze mai chiarite, di cui si parlerà più oltre).
Cammisa,
infatti, a quanto risulta da articoli di stampa e da sue dichiarazioni, nonché
dagli atti della Procura di Palermo sul caso Rostagno, asserì di essere stato
uno degli ultimi a vedere in vita Ilaria Alpi, in Somalia. Sarebbe stato quanto
mai importante chiedere in quali circostanze, dove e perché Cammisa ha potuto
incontrare la giornalista.
Il rientro di Ilaria Alpi e Miran
Hrovatin da Bosaso a Mogadiscio
La
relazione finale ammette di non essere riuscita a identificare neanche uno dei
passeggeri che viaggiano con i giornalisti. Come mai? L’archivio di Unosom non
riportava l’elenco dei passeggeri di quel volo? L’organismo parlamentare ha
chiesto quell’elenco alle Nazioni Unite? Gli è stato negato? Non c’è traccia di
spiegazioni sul punto.
L’identificazione
dei passeggeri sarebbe stato un fatto di grande rilevanza. Infatti, uno degli
aspetti cruciali di quelle ore (che la Commissione non è stata in grado di
chiarire) è quello che avviene all’arrivo all’aeroporto di Mogadiscio nella
tarda mattinata del 20 marzo: chi va a prendere Ilaria e Miran e li accompagna
al loro albergo, il Sahafi? Cosa spinge i due giornalisti a spostarsi, poco
dopo all’hotel Amana?
La
relazione finale si sofferma a lungo sulle scarne e controverse testimonianze
riguardo a questi momenti. L’avv. Menicacci (il legale di fiducia di Giancarlo
Marocchino) riferisce che lo stesso Marocchino era a conoscenza del fatto che i
due giornalisti vengono prelevati dall’aeroporto da una scorta di 10 uomini
armati. Marocchino, nel corso delle sue audizioni, conferma la notizia, ma come
riferita da un somalo («un Aber Ghidir») di cui non ricorda l’identità. Lui
stesso però aggiunge – e sembra farlo più per deduzione che per conoscenza di
fatti precisi – che invece è stata accolta e accompagnata da militari italiani.
Dato che
sono stati identificati i militari italiani ancora di stanza all’aeroporto, è
stata chiesta loro conferma (o smentita) delle notizie riferite da Marocchino?
La relazione non ne parla.
Il
Generale Carmine Fiore, nella sua audizione, riferisce che Ilaria Alpi aveva
appuntamento con lui alle ore 18,00 del 20 marzo. Nella relazione non si dice
se sia stato chiesto al generale quando e come l’appuntamento è stato fissato:
prima di partire per Bosaso? Per telefono? Oppure poche ore prima?
Perché i due giornalisti vanno all’hotel Amana?
Il
giornalista somalo Alì Mussa, nella sua audizione, sostiene di aver detto alla
Alpi, incontrandola all’hotel Sahafi poco prima che lasciasse l’albergo per
dirigersi all’Amana (nei pressi del quale, poco dopo, i due giornalisti
subiranno l’agguato mortale) che il giornalista dell’Ansa Remigio Benni non era
più a Mogadiscio e che quindi era inutile andare all’hotel Amana perché non
l’avrebbe trovato.
Dai
verbali dei suoi interrogatori, risulta che anche Abdi, l’autista di Ilaria e
Miran, avesse riferito ai giornalisti della partenza di Benni.
Inoltre è
stato appurato che né Ilaria Alpi né Miran Hrovatin avevano appuntamenti con
gli altri colleghi che alloggiavano all’Amana e che erano tutti già partiti.
Perché,
allora, i due giornalisti Rai si recano ugualmente all’hotel Amana
attraversando l’intera città e la linea verde? Dalle testimonianze raccolte,
sembra che l’unica ipotesi possa essere che Ilaria aveva bisogno di usare il
telefono satellitare di Benni, che era a disposizione. La Commissione fa sua
questa ipotesi anche in assenza di prove. E si continua a non capire perché
Ilaria non ha usato quello del Sahafi.
La
Commissione non è stata in grado di chiarire la questione.
L’enorme importanza di quell’ultimo viaggio in
Somalia
Alberto
Calvi (l’operatore che più spesso ha accompagnato Ilaria Alpi nei viaggi in
Somalia) riferisce conversazioni con la collega prima della partenza per la
Somalia, dalle quali risulta che la giornalista caricava di enorme importanza
quel viaggio. Il cameraman riporta, in audizione, questa conversazione con
Ilaria Alpi, in merito al fatto che la giornalista cercava di convincerlo a
partire con lei:
«Le ho
detto: “Ilaria, tu non puoi portare la gente così; se non trovi nessun altro,
richiamami. Alla fine sarei andato, perché lei diceva: “È la storia della mia
vita, devo concludere, devo fare, voglio mettere la parola fine”. Ad un certo
punto mi ha richiamato e mi ha detto: “Ho parlato con Hrovatin, abbiamo già
lavorato insieme in Jugoslavia, è uno che sa il fatto suo».
L’Importanza
attribuita a questo viaggio dalla giornalista non si giustifica con l’attualità
che doveva seguire: la fine della missione italiana. Non è azzardato, quindi,
ipotizzare che il vero obiettivo della missione per Ilaria Alpi fosse un altro.
D’altro
canto, vi sono diversi indizi del fatto che la Alpi avesse in corso un’indagine
giornalistica parallela, che andava avanti da tempo. Le dichiarazioni di
diversi testimoni lo confermano (come vedremo in seguito): l’amica giornalista
con cui viveva Rita Del Prete (a cui parla già un anno prima dell’interesse per
il traffico di rifiuti e di avere alcune conoscenze al riguardo); il
maresciallo Francesco Aloi; il colonnello Franco Carlini; l’amica – membro
dell’associazione Ida per l’emancipazione femminile – Faduma Mohamed Mahamud e
altri e infine, lo stesso Bogor di Bosaso).
La Settima divisione e Vincenzo Licausi
L’audizione
di Gianfranco Giusti (uno degli uomini del Sismi di stanza in Somalia in quel
periodo) introduce il tema dell’eventuale conoscenza di Ilaria Alpi con il
maresciallo del Sismi Vincenzo Licausi.
Riguardo
a Li Causi (e al collega che è con lui in Somalia, Giulivo Conti), sarebbe
stato opportuno innanzitutto che la Commissione chiarisse la sua appartenenza o
meno alla Falange Armata, la misteriosa aggregazione interna alla Settima
divisione del Sismi, la cui attività oscura e illecita portò, nel 1992-93,
l’allora responsabile del Cesis ambasciatore Fulci (la Commissione, ci si
chiede fra l’altro, ha ritenuto di doverlo sentire? Dagli atti non risulta) ad
aprire un’inchiesta interna e a presentare un esposto alla magistratura. In
seguito la Settima divisione del Sismi fu sciolta e i suoi uomini trasferiti ad
altre strutture. Ci si chiede innanzitutto se, nel corso dell’audizione
(secretata, e quindi inaccessibile) la Commissione abbia ritenuto di chiarire
l’appartenenza di Giusti alla Falange Armata, come risulta dall’inchiesta che
individuò 22 nominativi tra gli uomini della Settima divisione.
Quanto
alla questione Alpi-Licausi, gli è stato chiesto qualcosa riguardo la
conoscenza fra i due? Il maresciallo Francesco Aloi, nel suo diario reso noto
all’epoca delle inchieste sulle presunte violenze dei militari italiani in
Somalia durante la missione Ibis, riferisce che non solo Alpi e Licausi si
conoscevano, ma che si scambiavano anche informazioni.
Appurare
questo fatto sarebbe stato di grande importanza. Per diverse ragioni:
a) Licausi
viene ucciso in circostanze mai chiarite solo quattro mesi prima dei due
giornalisti, e le versioni nonché le testimonianze sulla dinamica dell’agguato
sono quanto mai contraddittorie;
b) L’attività
di Vincenzo Licausi risulta quanto mai oscura (come si vedrà più avanti):
Licausi apparteneva a Gladio, addestratore, capo del centro Scorpione di
Trapani, aveva svolto operazioni delicatissime, talvolta su mandato diretto
della Presidenza del Consiglio. E su di lui si era indagato anche in relazione
alla Falange Armata;
c) Diversi
testimoni parlano di conoscenza e scambio di informazioni di Ilaria Alpi con
uomini dei servizi, come vedremo in seguito;
d) Una
delle ipotesi investigative sulla morte di Vincenzo Licausi concerne il fatto
che l’agente del Sismi stesse seguendo una pista d’intelligence relativa al
traffico d’armi.
Alla luce
di questi elementi, sarebbe stato quanto mai doveroso approfondire il tema. Non
risulta che questo sia stato fatto dalla Commissione. Non risulta nemmeno che
sia stato dato seguito all’acquisizione dei fascicoli della relativa inchiesta
presso le procure di Trapani, Palermo e Roma.
Non
risulta che sia stato audito l’uomo del Sismi che era con lui nella missione durante
la quale Licausi fu ucciso, Giulivo (Ivo) Conti. Non risulta che siano stati
sentiti il medico militare e le infermiere che accolsero Licausi morente. Non
risulta che siano stati ascoltati i tre militari italiani che viaggiavano con i
due uomini del Sismi nella spedizione che costò la vita all’agente italiano.
Non è
stato nemmeno sentito, a quanto risulta dagli atti, il tenente colonnello
Giuseppe Attanasio. Questo fatto è di particolare rilievo in relazione al fatto
che Attanasio, e la circostanza è stata confermata anche dal colonnello
Ventaglio e dal generale Fiore, sarebbe stato in grado di arrestare il bandito
sospettato dell’omicidio, ma fu fermato proprio dal capocentro del Sismi
Giusti, che avrebbe avocato al Sismi ogni attività inerente all’omicidio
Licausi.
Non
risulta nemmeno che la Commissione abbia cercato di chiarire un episodio oscuro
emerso nel corso dell’inchiesta sulla morte di Licausi, guidata dal dottor
Franco Ionta, della Procura di Roma. Ionta aveva presentato un Ministero competente
una richiesta di rogatoria internazionale per giungere all’arresto del presunto
(o di uno dei presunti) assassino del maresciallo del Sismi. Ma la richiesta
del magistrato non fu autorizzata. Non è mai stato chiarito da chi e perché fu
negata la richiesta di rogatoria.
Per ciò
che concerne l’audizione di Giulivo Conti, se non fosse stata poi realizzata
(la forsennata secretazione degli atti non permette di saperlo), il fatto
risulterebbe omissivo, in quanto la richiesta era stata formulata da alcuni
consulenti della Commissione.
Conti,
peraltro, accompagnava frequentemente Licausi e viene descritto come l’uomo a
lui più vicino nel lavoro svolto in Somalia, quindi il più indicato a cui
chiedere di un’eventuale conoscenza di Licausi con Ilaria Alpi.
Ilaria Alpi e Vincenzo Licausi si conoscevano?
Cosa
unisce Licausi al caso Alpi a parte la morte avvenuta in Somalia a pochi mesi
di distanza? Intanto il diario del maresciallo Aloi, che indica una conoscenza
diretta tra i due con scambio di informazioni proprio sui traffici di armi e di
rifiuti (e dunque sarebbe stato interessante avere o meno la conferma di questa
conoscenza).
Poi, il
fatto che il maresciallo Licausi è stato capo del Centro Scorpione di Gladio a
Trapani, e l’unico rapporto mandato a Roma dal Centro riguardava la Comunità
Saman di Mauro Rostagno e Francesco Cardella. Il primo è stato ucciso e il caso
è stato archiviato. Ma, come accennato, nelle carte dell’inchiesta figurano
alcuni testimoni che affermano che un collaboratore della Comunità Saman e in
particolare di Francesco Cardella, Giuseppe Cammisa, era stato in Somalia, e
addirittura a Bosaso, proprio nei giorni in cui vi si trovava Ilaria e che
l’aveva incontrata. È stato verificato se questa circostanza corrisponde al
vero? È importante, anche perché, secondo alcuni testimoni, Rostagno aveva
visto e ripreso con la telecamera, in un paio di occasioni, aerei da trasporto
militari che atterravano in un vecchio aeroporto in disuso vicino a Trapani dai
quali venivano scaricati aiuti umanitari e imbarcate casse di armi. Secondo
Rostagno le armi erano destinate alla Somalia.
A
proposito della struttura di Gladio, di cui faceva parte Licausi, ecco un passo
(doc. 0040 041, pag. 12) dove risulta la disposizione firmata dall’allora Direttore
del Sismi Fulvio Martini, il 1° agosto 1990, indirizzata al direttore della 7
Divisione:
«DISPONGO
che il settore SB (stay behind, ossia Gladio, nda) sia condotto secondo le
seguenti direttive: […] il personale delle reti venga gradualmente addestrato a
recepire indicatori di attività illegali (eversione, terrorismo, servizi
stranieri, droga e criminalità organizzata) nel contesto sociale di
appartenenza».
Ma
se queste sono le disposizioni di Martini, ecco invece (doc. 0040 040) le
conclusioni della Commissione parlamentare che ha indagato sulla materia:
«Il
colonnello Piacentini, interrogato a sua volta, indica ambedue le direttrici
tra i compiti del Centro, mentre il maresciallo Li Causi, subentrato al t. col.
Fornaro nella guida del Centro, si allinea alla posizione di Martini e afferma:
«Mi preme sottolineare che la finalità di questa rete era quella di tutelare il
territorio nazionale in caso di occupazione nemica. Vero è che è esistita, per
come ho appreso dai giornali, una direttiva proposta dal colonnello Piacentini
all'Amm. Martini capo del Sismi nel 1987 [...] di impiegare la struttura Gladio
nella lotta contro la criminalità organizzata in genere, ma posso affermare
nella mia qualità di capo centro di non aver mai ricevuto simili disposizioni e
che pertanto non ho mai dispiegato attività in tal senso».
L’attività
reale del Centro Scorpione resta dunque poco chiara anche per la presenza, tra
il materiale in dotazione, di un aereo superleggero di cui non si individua la
funzione.
«Sulla
disponibilità di questo mezzo aereo, il maresciallo Li Causi ha dichiarato di
non essere in grado di riferirne lo scopo. È un’affermazione a dir poco
paradossale, dal momento che per tre anni egli è stato responsabile del Centro
e quindi dell'uso dell'aereo medesimo.
Ecco
quanto dichiarato, infine, dal maresciallo Li Causi nel verbale reso al pm Luca
Pistorelli della Procura di Trapani il 28 giugno 1993 (doc. 0040 019):
ADR:
Non ricordo che Fornaro, durante i due mesi in cui diresse il centro, mi abbia
mai dettato relazioni sullo stato della criminalità nel trapanese. Ricordo solo
che mi chiese di battergli a macchina una bozza da lui redatta relativa alla
comunità SAMAN. Se non vado errato, in questa relazione, si dava conto della
personalità del Cardella, del livello dei contributi regionali in forza della
regione di provenienza dei tossicodipendenti, dell'utilizzo di una barca a vela
per l'attività terapeutica e, più in generale, della struttura della comunità.
ADR:
Non mi risulta quali fossero le fonti informative di Fornaro, riguardo alla
SAMAN, né affrontammo espressamente l'argomento; sapevo, del resto, che Fornaro
aveva delle conoscenze in Trapani e, quindi delle informazioni potevano
essergli provenute, anche da lì. Ritengo comunque normale che come cittadini e
ancor più come appartenenti a un servizio informativo, venendo a conoscenza di un fatto che
desse adito a delle possibili condotte illecite, se ne desse conto ai
superiori.
ADR:
Non ricordo quale fosse il fatto specificamente segnalato, con riguardo alla
SAMAN; ritengo comunque possibile che Fornaro avesse pensato che all'interno
della comunità si svolgesse un qualche traffico di stupefacenti.
Ecco il
curriculum di Vincenzo LI Causi, ricostruito dalla Commissione parlamentare
antimafia che ha indagato su Gladio in Sicilia:
«ll
maresciallo Vincenzo Li Causi era nato a Partanna nel novembre 1952. Entrò nel
SID nel 1974, a soli 22 anni e tre anni dopo venne inserito nella struttura
Gladio. Non si hanno notizie sulla sua attività nel servizio e nella struttura
fino al 1987, anno nel quale egli è chiamato a partecipare nella città di Lima
ad una operazione di protezione dal Presidente peruviano Alain Garcia.
Scrive
a questo proposito il sen. Brutti nella relazione della Commissione
Parlamentare antimafia sulla presenza di Gladio in Sicilia: «In base a ciò che
sappiamo l'operazione sembra essere stata del tutto clandestina. Essa ha
implicato il rapporto con uno Stato estero, al di fuori di ogni protocollo.
Con
ogni probabilità il Ministro degli Esteri e il Ministro della Difesa ne sono
rimasti all'oscuro, così come dev'essere rimasto all'oscuro il Cesis».
Il
senatore Massimo Brutti afferma inoltre che «l'operazione - a cura della
struttura Stay Behind - era stata direttamente ordinata dal presidente del
Consiglio Craxi ed era costata un miliardo».
Poco
tempo dopo la conclusione dell'operazione Lima, il maresciallo Li Causi è
inviato in Sicilia dove, dal 1° ottobre 1987 - avendo raggiunto il colonnello
Fornaro l'età pensionabile - assume le funzioni di capo centro con il nome di
copertura di Maurizio Vicari. Con questo nome egli firmerà rendiconti
riepilogativi di gestione spese riservate fino a tutto il mese di novembre
1990, cioè fino allo scioglimento della struttura, avvenuta appunto il 27 di quel
mese.
L'attività
del centro appare non chiara. A quanto risulta, non vengono svolte
esercitazioni in ambito S.B. D'altro canto viene negata anche alcuna attività
informativa. In seguito a un promemoria del 17 febbraio 1987 a firma
dell'allora direttore della VII divisione ten. colonnello Piacentini, gli altri
centri avevano scelto ciascuno un ambito informativo (al di là della
legittimità di una tale scelta, che certamente non può essere riconosciuta,
poiché per questo compito esistono i centri CS); il centro "Ariete"
di Udine doveva occuparsi di antiterrorismo; il centro "Libra" di
Brescia avrebbe dovuto indagare sul crimine organizzato, e il centro
"Pleiadi" di Asti si sarebbe interessato di crimine organizzato e
sicurezza industriale.
Ebbene,
proprio il centro Scorpione, collocato in una delle zone .di più alta densità
mafiosa dell'intero territorio nazionale, non è delegato a indagare sulla mafia
né - per quello che si sappia - svolge attività di questo tipo.
Come è
noto, il maresciallo Li Causi ha trovato tragica morte il 12 novembre 1993 nei
pressi di Mogadiscio, nel corso della missione ONU in Somalia. Da fonti di
stampa risulta che al momento del tragico agguato egli era in compagnia di un
altro militare. Al fine di diradare ogni incertezza sulle cause e le modalità
della morte, appare di interesse ricostruire i particolari dell'agguato stesso,
individuare l'identità dell'altro militare presente e delle altre persone che
hanno assistito alla sparatoria; appare soprattutto degno di attenzione conoscere
se il Li Causi era a Mogadiscio in missione Sismi o se era stato restituito
all'Arma di provenienza e dunque partecipava alla missione come
"nonnale" sottufficiale dell'Esercito.
Sia
Vincenzo Li Causi sia Giulivo Conti (i due uomini del Sismi che si trovano
insieme nel corso dell’uscita in cui finiscono vittima dell’agguato che costa
la vita a Li Causi) risultano nell’elenco degli appartenenti alla settima
divisione che Fulci scioglie. Entrambi vengono spostati dalla VII° alla II°
Divisione (doc. 0040 035 e 0040 036)
Giulivo
Conti, nella sua dichiarazione all’autorità giudiziaria (doc. 0040 026) non
dice nemmeno di aver sparato, anzi lo nega (pag. 9). Anche il suo diretto
superiore, Gianfranco Giusti, capo centro Sismi a Mogadiscio, dice cose
inesatte alla Polizia, come si evince dal verbale del 19 febbraio 1999 (doc.
0031 030) al pm Franco Ionta.
«Voglio ancora precisare che i Carabinieri del
contingente mi riferirono che le armi del personale di scorta al LI CAUSI e al
CONTI non avevano nella circostanza esploso alcun colpo.
A.D.R.: parlai subito anche con il CONTI che subito mi
riferì dell'aggressione armata ad opera di banditi somali e mi riferì altresì
di non aver sparato. Del resto non credo che CONTI fosse armato. Probabilmente
invece il LI CAUSI aveva nella disponibilità un'arma lunga del contingente
italiano.
Prendo atto che dalle indagini svolte dalla Polizia
Giudiziaria emerge che sia il LI CAUSI che il CONTI erano armati, e che sia il
CONTI che il COLOSIMO ed il POLLARI hanno fatto uso di armi da fuoco per
rispondere all'aggressione armata. Al riguardo non posso che confermare
quanto già dichiarato alla Polizia Giudiziaria il 30.09.1998 e cioè che a me
non risulta una risposta al fuoco dei banditi né da parte del CONTI né da parte
dei militari di scorta.
Gianfranco
Giusti smentisce anche quanto dichiarato dal colonnello Attanasio (che operava
nella cellula G2, ossia il servizio d’intelligence della missione Ibis) e dal
colonnello Ventaglio, chiaramente riportato nella richiesta di archiviazione
del procedimento:
«Nella circostanza i militari non attuarono alcun
rastrellamento della zona ove era avvenuto il fatto. Secondo le concordi
dichiarazioni del colonnello in quiescenza Carmelo VENTAGLIO e del tenente
colonnello Giuseppe ATTANASIO, allora responsabili della cellula G2
(informativa) della Brigata Legnano, infatti, l'uscita degli uomini finalizzata
alla cattura dei responsabili dell'omicidio sarebbe stata bloccata a seguito di
richiesta fatta dal capo centro SISMI di Mogadiscio, Gianfranco GIUSTI al
generale FIORE, comandante del contingente italiano in Somalia.
Successivamente i militari italiani avevano localizzato
il bandito ed era stata pianificata un'operazione volta alla sua cattura,
operazione che non sarebbe stata attuata su richiesta del capo centro SISMI in
Somalia Gianfranco GIUSTI (il quale, peraltro, sentito in data 19 febbraio 1999
ha smentito l'emergenza) che avrebbe avocato al SISMI ogni attività inerente
l'omicidio LI CAUSI (uno dei membri della missione SISMI in Somalia costituita
da un numero ristrettissimo di operatori)» (doc.0031 032, pag 2).
Nulla è
stato fatto dalla Commissione su questo versante: non è stato sentito, a quanto
risulta dalla relazione della maggioranza, Giulivo Conti; non è stata chiesta
spiegazione a Giusti delle omissioni davanti all’autorità giudiziaria, pure
contestate dal Pm Ionta, non si è nemmeno cercato di chiarire la ragione di
tante contraddizioni nelle versioni dei militari che erano insieme a Li Causi
al momento dell’agguato.
Le minacce a Ilaria Alpi nella nota Sismi
L’agente
del Sismi Alfredo Tedesco è l’autore di una nota informativa, inviata al Sismi
a Roma (e non al generale Fiore, che non ne fu informato), secondo la quale
aveva saputo che Ilaria Alpi aveva subito recenti minacce. Tedesco, nel corso
del processo contro Hashi Omar Hassan, era stato interrogato al riguardo, ma
non aveva saputo ricostruire adeguatamente la fonte della segnalazione, e
soprattutto da chi la fonte l’aveva appreso. È stato chiarito l’episodio?
Nel corso
di quel procedimento non si era riusciti ad appurare il percorso di quella
informativa, e il generale Luca Rajola Pescarini (all’epoca responsabile del
Sismi per il Corno d’Africa) aveva rimandato ai responsabili di Roma per i
chiarimenti. La Commissione non ha effettivamente appurato la ragione per cui
la nota risulta inviata a Roma e la si ritrova cancellata con un tratto di
penna e Chi operò quella cancellazione, ne ha appurato perché non ne fu data
notizia alla magistratura? Ne fu data notizia alla magistratura (perlomeno
all’indomani dell’omicidio, il Sismi aveva il dovere istituzionale di fornire
alla Procura tutti gli elementi utili alle indagini)?
Le testimonianze di Giancarlo Marocchino e del suo
collaboratore, la fonte B., in merito all’incontro con uno dei killer
Giancarlo
Marocchino nel corso delle sue audizioni sostiene che, per quel che ha potuto
sapere, il commando non intendeva uccidere i due giornalisti ma rapirli.
L’intenzione, ribadisce, era di sequestrare «giornalisti, o comunque italiani».
È la tesi che poi verrà confermata da alcuni testimoni, in particolare la fonte
B. posta sotto protezione in Italia per decisione della stessa Commissione.
Tali testimoni, compresa la fonte B., risultano tuttavia essere stretti
collaboratori dello stesso Marocchino, risultano da lui individuati (insieme al
suo legale Stefano Menicacci), e fatti arrivare in Italia.
Marocchino,
sempre nelle audizioni, riferisce dell’incontro con uno dei killer dei
giornalisti. Ripete quanto aveva dichiarato a Famiglia Cristiana
nell’intervista pubblicata nel 1999, e pochi giorni dopo al dottor Franco Ionta
nel corso dell’interrogatorio.
Risulta,
tuttavia, una versione contraddittoria fra quanto riferito da Marocchino a
proposito dell’incontro con questo killer del commando e quanto dichiarato
invece dalla fonte B.: secondo quest’ultimo, Marocchino non avrebbe mai
incontrato il killer. Sarebbe la stessa fonte B. che lo incontra e raccoglie le
informazioni: «È probabile, magari, che io gli abbia fatto vedere da lontano uno
dei componenti. Però non è mai successo che abbia avuto un appuntamento per un
incontro tra Marocchino e uno dei componenti. È probabile che io glielo abbia
fatto vedere da lontano», dice nell’audizione del 26 ottobre 2005.
Ancora in
relazione alle dichiarazioni di Giancarlo Marocchino, va rilevata la lettera
che lo stesso invia alla Commissione Gallo (la Commissione ministeriale
chiamata a indagare sulle presunte violenze dei militari italiani in Somalia
nel corso della missione Ibis), lettera indirizzata ad una serie di giornalisti
suoi amici tra cui Carmen La Sorella, dove parla del taccuino che Ilaria Alpi
aveva con sé al momento dell’omicidio. In quello scritto Marocchino non cita la
macchina fotografica (doc. 0404 021)
«Nel
frattempo arrivarono Porzio e Gabriella che erano a casa mia e sentendo la
comunicazione per radio si sono precipitati sul posto dell'accaduto, presi i
corpi, li trasportai sulla mia vettura, raccolsi sul pavimento della loro
macchina un block notes, un piccolo registratore e una matita e li consegnai a
Porzio e Gabriella».
I testimoni sulla “deviazione” di Alpi e Hrovatin
al garage di Marocchino
Alcuni
testimoni riferiscono del fatto che i due giornalisti poco prima dell’agguato
si sarebbero recati nel garage di Giancarlo Marocchino, e sarebbero stati visti
uscire dal suo garage. Il primo riferimento a questo particolare è nel rapporto
dell’ufficiale della polizia somala Ali Jirow Shermarche (ora deceduto),
rapporto datato 15 dicembre 1994, indirizzato al Commissariato di polizia,
divisione Unosom, in cui viene scritto:
«Si
suppone [i due giornalisti, nda] si trovassero presso il Sahafi Hotel nella
parte Sud di Mogadiscio quando, improvvisamente, decidono di prendere una
macchina, delle persone di scorta e dirigersi verso la parte Nord della
capitale, attraversando la linea verde. Prima dell’assassinio, i due
giornalisti erano stati visti uscire a bordo della loro macchina da un garage
di un cittadino italiano, di nome Giancarlo, situato nella stessa strada, a
circa 2 chilometri dalla scena del delitto. Nessuno sa che cosa facessero in
quel luogo né chi avessero incontrato in quel garage».
La stessa
cosa è stata riferita da due cittadini somali, processati a Roma per calunnia e
poi assolti. I due testimoni sono stati segnalati dall’avvocato Domenico
d’Amati alla Commissione.
Ecco la
lettera del legale della famiglia Alpi.
Roma, 18 ottobre 2005
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All’Ufficio
di Presidenza
della
Commissione Parlamentare di Inchiesta
sulla
morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin
Camera
dei Deputati
per
corriere e via telefax
Oggetto: Sentenza
del Tribunale di Roma in data 16 giugno – 4 luglio 2005, pronunciata nei
confronti dei cittadini somali Hersi Ali Farah e Fatuma Abdi Haji imputati di
false dichiarazioni al P.M. in ordine alle circostanze dell’attacco a Ilaria
Alpi e Miran Hrovatin – ulteriori dichiarazioni rese dai medesimi al P.M. in
ordine alla posizione di Giancarlo Marocchino, Ahmed Gilao, Abdullahi Mussa
Segnalo a
codesto Ufficio che, con sentenza in data 16 giugno – 4 luglio 2005, che si
allega in copia, il Tribunale di Roma ha definito il procedimento penale
promosso a carico dei coniugi Hersi Ali Farah e Fatuma Abdi Haji residenti in
Modagiscio, imputati :
“in
ordine al reato di cui agli artt. 110, 81 cpv, 371 bis c.p., perché, agendo in
concorso tra loro, con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, nel
corso del procedimento penale nr. 4840/96R pendente innanzi alla procura di
Roma per l’omicidio di Ilaria ALPI e Miran HROVATIN, richiesti al P.M. di
fornire informazioni ai fini delle indagini, rendevano false dichiarazioni, in
particolare l’HERSI affermando, contrariamente al vero di aver assistito
all’omicidio e alla rimozione dei cadaveri dal luogo del delitto e fornendo una
falsa ricostruzione delle modalità esecutive del delitto:
- quanto
al numero dei compartecipanti che esplosero colpi di arma da fuoco contro le
vittime che indicava in sei, mentre furono soltanto due;
- quanto
al numero e alla distanza dei colpi sparati contro la ALPI che indicava come numerosi e a
distanza ravvicinata di cui uno a contatto, mentre uno soltanto e a non breve
distanza fu il colpo di arma da fuoco che colpì la ALPI alla nuca;
- quanto
alle posizioni occupate dalle vittime indicate come occupanti il sedile
posteriore di un veicolo Toyota mentre il Hrovatin occupava il sedile anteriore
destro e la
Alpi il
sedile posteriore del lato destro;
- quanto
al numero delle persone di scorta che accompagnavano le vittime indicate come
due di cui una colpita a morte nel corso della sparatoria mentre vi era
un’unica persona di scorta sopravissuta;
- quanto
all’orario del delitto indicato come le ore 13,30 mentre il delitto avvenne
dopo le ore 14,45.
La
FATUMA affermando, contrariamente al vero, che l’HERSI le aveva detto di avere
assistito agli omicidi e così avvalorando le dichiarazioni da quest’ultimo
rese.
In
Roma il 10, 11 e 12 giugno 1996”.
La
sentenza reca il seguente dispositivo:
“Visto
l’art. 530 c.p.p., assolve HERSI ALI FARAH dai reati lui ascritti, nella parte
in cui avrebbe dichiarato falsamente il numero dei compartecipanti che
esplosero colpi di arma da fuoco; il numero e la distanza dei colpi; e l’orario
del delitto, perché il fatto non sussiste.
Visti
gli artt. 530 c.p.p., 376 c.p.,
assolve
HERSI ALI FARAH dai reati lui ascritti, nella restante parte contestata perché
l’imputato non è punibile per aver ritrattato le sue dichiarazioni nel medesimo
procedimento penale in cui ha prestato il suo ufficio.
Visto
l’art. 530 c.p.p.,
assolve
FATUMA ABDI HAJI dai reati lei ascritti perché il fatto non sussiste.
Prende
30 giorni per il deposito della motivazione”.
Deve in
proposito rilevarsi che nel procedimento penale n. 4840/96R, Hersi Ali Farah e
Fatuma Abdi Haji non si erano limitati a rendere al P.M. Dott. Pititto le
affermazioni che poi sono state loro contestate con l’imputazione del reato p.
e p. dell’art. 371 bis C.P, ma anche le seguenti altre dichiarazioni –
concernenti la posizione di Giancarlo Marocchino, Ahmed Gilao e Abdullahi Mussa
– per le quali essi dichiaranti non risultano essere stati sottoposti a
processo penale:
- dichiarazione
resa da Hersi Ali Farah l’11 giugno 1996 alle ore 10,45: “A.D.R. mia moglie
aveva avuto una figlia dal suo precedente marito, figlia che io ho adottato.
Questa ragazza ha sposato un tenente del servizio di sicurezza somalo del
governo di Siad Barre (n.s.s.). Io conoscevo di vista qualcuno degli assassini
di Ilaria e ho chiesto al marito di mia figlia, dicendogli che gli assassini
erano Abgal, di assumere delle informazioni sull’omicidio. ADR io chiesi a mio
genero di assumere informazioni lo stesso giorno in cui l’omicidio avvenne,
quando arrivai a casa mia dove mio genero abitava ed era presente. ADR quattro
giorni dopo mio genero mi portò all’orfanotrofio 3 di coloro che avevano
sparato contro i giornalisti italiani: erano 3 persone parenti di mio genero.
ADR i nome di questi 3 li ha mio genero Nasser. ADR mio genero Nasser abita a
casa mia e dirige l’orfanotrofio assieme a sua moglie: ed è disposto a
testimoniare se lei lo chiama. ADR quando i 3 che avevano sparato vennero
all’orfanotrofio in compagnia di mio genero io diedi dei soldi a mio genero
dicendogli di andare con quei 3 comprare coat, offrirla a quei 3 e farsi raccontare
come erano andate le cose. Mio genero fece come io gli avevo detto, scrisse
quello che i 3 gli raccontarono facendoli firmare. ADR queste dichiarazioni dei
3 io le avevo messe assieme ad altri documenti in una borsetta che mi è stata
sequestrata dalla Polizia dell’emigrazione keniota quando sono stato arrestato
da Nairobi, Domenica sera 1 giugno, cercavo di prendere l’aereo per l’Italia.
Quando sono stato liberato per l’intervento dell’Ambasciatore italiano Sabato
sera 7 c.m. io ho chiesto la borsa alla polizia dell’immigrazione ma non c’era
quello che l’aveva in custodia, e poiché io dovevo prendere l’aereo per
l’Italia mi è stato detto dal keniota che ha pagato la cauzione che mi avrebbe
mandato la borsetta con Hassan. ADR la cauzione per la liberazione mia e di mia
moglie è stata pagata a Nairobi da un parente di mia moglie che sta a Nairobi
ed ha la nazionalità del Kenya: si chiama Orlea’ ma mia moglie può dare
indicazioni più precise. ADR i 3 che hanno rilasciato le dichiarazioni scritte,
che le farà avere Hassan sostanzialmente, hanno dichiarato che il Marocchino
aveva dato loro dei soldi, promettendogliene degli altri ad uccisione avvenuta,
perché uccidessero Ilaria e Miran. ADR alle 10 di mattina del giorno in cui
vennero uccisi, Ilaria e Miran avevano appuntamento al cantiere di Marocchino e
pertanto si portarono nel cantiere del Marocchino. ADR tutti e 6 gli assassini,
quando Ilaria e Miran alle 10 del mattino andarono nel cantiere del Marocchino
si trovavano già nel cantiere del Marocchino perché tutti e 6 lavoravano alle
dipendenze del Marocchino e dormivano là dentro. ADR Ilaria e Miran si
trattennero nell’ufficio del Marocchino per 3 ore 3 ore e mezza fino all’1.20 o
1.30 dopodichè tutti e 3 uscirono dall’ufficio del Marocchino, andavano verso
la macchina dei giornalisti italiani che era parcheggiata all’interno del
cantiere del Marocchino e fu a questo punto che, sempre a quel che dichiararono
i 3 assassini, il Marocchino indicò Ilaria e Miran come le persone da uccidere,
ai suoi uomini che erano già pronti con la macchina per uccidere i due
giornalisti … ADR Nasser mi ha detto che Ilaria e Miran erano stati uccisi per
questi motivi: Il col. Abdullahi Yussuf un migiurtino, che sta a Bosaso e che è
presidente dell’S.S.D.F. (una associazione di tribù nemiche di Siad Barre)
aveva dato la licenza di pesca ad una nave, ma con questa nave, invece di fare
pesca, venivano trasportate armi, non so da dove né verso dove. Soci di questo
traffico di armi erano le seguenti persone: il Bogor di Bosaso Abdullahi Mussa,
Marocchino, il Generale della polizia somalo Gilao’ che era dei servizi segreti
somali durante la presidenza di Siad Barre, un generale somalo Gas-Gas forse
dell’esercito ma non sono sicuro; la moglie di Marocchino a nome Fai; Lul
Ahamed Mohamud di cui ho già detto. ADR io non so dove si trovasse questa nave
che faceva traffico di armi allorquando Ilaria era a Bosaso. So, per avermelo
riferito Nasser, che questa nave faceva traffico di armi a Bosaso e ad Adale
dove vendevano le armi a quelli che fanno la guerra. ADR Nasser mi ha detto che
Ilaria era andata a Bosaso, aveva visto il Bogor, aveva domandato di questa
nave e di questo traffico di armi e che il Bogor ha telefonato a Giancarlo
Marocchino e mi ha detto che, mentre uccidevano Ilaria e Miran erano presenti
nel cantiere di Marocchino tutti i soci escluso il Bogor. ADR Nasser ha appreso
quanto mi ha raccontato e che io le ho riferito dai dipendenti di Marocchino
che sono, per la maggior parte, parenti di esso Nasser”.
- dichiarazione
resa da Hersi Ali Farah l’11 giugno 1996 alle ore 20,40: “…. ADR ho saputo
sempre da Nasser che Ilaria aveva un appuntamento con Giancarlo Marocchino alle
ore 10,00 del giorno in cui è stata uccisa e si è intrattenuta con lui sino
alle 13.20, ora in cui è uscita dal cantiere insieme a Miran Hrovatin subendo
quindi l’aggressione che è costata la vita ai due. ADR quello che io ho visto
personalmente, dopo essere sceso dall’autovettura di Hassan che se ne è tornato
indietro è questo: la Land Rover degli aggressori che faceva il percorso di cui ho detto bar Fiat –
collegio – cantiere del Marocchino; giungere il Marocchino con tre mezzi e
caricare aiutato dai suoi uomini dalla macchina su cui si trovavano su un’altra
macchina; il Toyota dei due giornalisti con le due ruote di destra sul
marciapiede. Ho visto inoltre che il giornalista era seduto sul sedile
anteriore ed Ilaria era seduta sul sedile posteriore. …ADR è stato Nasser a
dirmi che Marocchino, il Bogar e gli altri da me indicati ieri mattina avevano
fatto traffico di armi con una nave da pesca; tutto il popolo somalo, anzi
molti, dicono che fanno commercio di armi con le navi. ADR io non so con quali
navi si facesse il traffico di armi”.
- chiarazione
resa da Fatuma Abdi Haji il 10 giugno 1996 alle ore 17,45: “ADR Ilaria era
venuta diverse volte nel nostro orfanotrofio e dava quaderni, libri ed anche
soldi per i ragazzi ed alla fine del ’93 mi ha portato diversi cartoni di
panettone: era generosa. ADR quella in cui ci portò i panettoni fu l’ultima
volta in cui Ilaria venne all’orfanotrofio. Ed ha girato dei film. L’ultima
volta che è venuta in Somalia quando è stata uccisa, non è venuta
all’orfanotrofio, forse voleva venire, ma è morta …ADR quando mio marito
venendo a casa mi disse che avevano ucciso la nostra amica Ilaria io andai sul
posto e vidi il sangue ma non i corpi. ADR io vidi due pozze di sangue in due
posti diversi sul marciapiede vicino al fabbricato della cultura francese: una
pozza era più grande ed una più piccola, quei somali che stavano lì a vendere
sigarette e tè mi dissero che la pozza più grande era quella della femmina,
mentre quella più piccola era del maschio. ADR la sera quando tornai a casa
dissi a mio genero Nasser che era stato nei servizi di sicurezza ai tempi di
Siad Barre di fare accertamenti, perché io volevo sapere chi aveva ucciso
Ilaria. ADR quando mio marito venne a casa per darci la notizia che Ilaria era
stata uccisa, Nasser ed io eravamo a casa. ADR dopo qualche giorno Nasser mi
disse che aveva saputo da uno o da tre degli omicidi con cui aveva mangiato
“dell’erba” che gli assassini avevano ricevuto soldi per uccidere questa
poveretta. ADR io ho chiesto a Nasser chi avesse pagato i soldi, che interesse
avesse e Nasser mi rispose che a pagare i soldi era stato Marocchino. ADR Nasser
mi disse che Ilaria faceva indagini e per questo l’hanno ammazzata. ADR non so
su cosa “indaginava” Ilaria, forse aveva scoperto qualche errore del
Marocchino. ADR dopo un messe è venuto Nasser e mi ha detto che la faccenda su
cui Ilaria indaginava era a Bosaso dove c’era una nave con munizioni. Nasser mi
disse che in mezzo alla questione, su cui Ilaria indaginava, c’erano tante
persone somale ed italiane. ADR Nasser, a proposito di tali persone, mi fece
solo i nomi del Marocchino e di un australiano di nome Morris, che è uno che
forniva alimentari all’UNOSOM. Si dice che questo Morris sia morto a Kisimaio.
ADR Nasser mi disse che volevano ammazzare Ilaria in Bosaso, ma che si era
salvata. ADR mio genero mi disse che avevano fatto uccidere Ilaria, Marocchino,
il principe di Bosaso, Abdulai Bogor e Ahmed Gilao”.
Con
riferimento a tali dichiarazioni, non risulta che siano state svolte indagini
in ordine a quanto concerne il ruolo attribuito a Giancarlo Marocchino e agli
altri personaggi ivi menzionati.
Deve
rilevarsi, tra l’altro, che le dichiarazioni di Hersi Ali Farah e Fatuma Abdi
Haji concordano con quelle di Hussein Mohamed Sadia e di Ali Jirow Sharmarke,
già segnalate a codesto Ufficio, sulla circostanza dell’incontro che i due
giornalisti avrebbero avuto con Giancarlo Marocchino poco prima di essere
uccisi.
Si
allegano:
- sentenza
del Tribunale di Roma in data 16 giugno – 4 luglio 2005;
- relazione
di servizio del Maresciallo Michele Lorefice in data 12 giugno 1996;
- verbali
di sommarie informazioni rese davanti al P.M. Dott. Giuseppe Pititto da Hersi
Ali Farah rispettivamente in data 10 giugno 1996; 11 giugno 1996 ore 10,45; 11
giugno 1996 ore 20,40;
- verbali
di sommarie informazioni rese davanti al P.M. Dott. Giuseppe Pititto da Fatuma
Abdi Haji rispettivamente in data 10 giugno 1996 e 12 giugno 1996.
Con i
migliori saluti.
(Avv. Domenico d’Amati)
Non
risulta che la Commissione abbia ritenuto di dover sentire i due testimoni
somali.
La Digos di Udine
La Digos
di Udine ha collaborato alle indagini della Procura di Roma sul caso
Alpi-Hrovatin nel periodo che va dal 21 maggio 1994 all’estate del 1997,
attraverso una serie di informative che traggono fondamento dalle notizie
ricavate da fonti confidenziali. La trasmissione – in certi periodi frequente e
intensa – si è quasi arrestata con il passaggio di mano dell’inchiesta dal
dottor Pititto al dottor Ionta. Tra il 1998 e il 1999, infatti, la Digos
invierà solo alcune informazioni relative al cittadino somalo (Hashi Omar
Hassan) all’epoca incriminato come membro del commando.
A quanto
risulta, le fonti confidenziali nel tempo sono state tre: una prima fonte
somala da cui nascono le prime due note informative redatte a breve distanza,
il 21 e il 23 maggio 1994; una seconda fonte confidenziale, un italiano
identificato in audizione dall’agente della Digos Pitussi in tale Mario Zaccolo
(indagato, per altro, per traffico d’armi nell’ambito dell’inchiesta di
Brindisi riguardo al progetto di traffico internazionale di rifiuti chiamato
Urano, progetto che prevedeva, tra l’altro, lo smaltimento di materiale
tossico-nocivo e/o radioattivo anche in Somalia) a cui sarebbe da riferire
l’informativa del 24 maggio e forse quella del 1 agosto 1994; una seconda fonte
somala cui sono riferibili le informative a partire dalla seconda metà del
1995.
La
seconda fonte somala, che solo in sede di Commissione è stata identificata in
tale Mohamud Mahamed Mohamud detto Gargallo, il quale da molti anni vive in
Italia e si occupa di import-export di pezzi di ricambio per veicoli, a sua
volta aveva raccolto le informazioni attivando propri referenti in Somalia,
costituiti da diversi familiari e persone di sua fiducia. Pertanto, le notizie
raccolte erano state frutto da una parte delle sue conoscenze dirette e
personali, dall’altra di questa rete informativa di cui Gargallo si era potuto
avvalere. Proprio attraverso questo sistema era riuscito, nel corso del 1997, a
far rintracciare e a far giungere in Italia quattro testimoni oculari del
duplice omicidio, di cui si dirà fra breve.
La
Commissione parlamentare è riuscita ad individuare una soltanto di queste fonti
di “primo grado”, tale Omar Diini, il quale – per sua stessa ammissione – aveva
collaborato con Gargallo e con la Digos di Udine soltanto in questa fase della
raccolta di notizie.
La stessa
Commissione, quindi, non è riuscita a dare una paternità alle altre
informazioni acquisite attraverso i rapporti comunicativi instaurati da
Gargallo in Somalia.
Quanto
all’affermazione, contenuta nella relazione proposta dal Presidente, secondo la
quale Gargallo sarebbe da considerare inattendibile per lo stretto contatto con
diversi giornalisti, non si può non rilevare che i contatti sono avvenuti prima
(quando la fonte non era ancora tale) e dopo (quando le informative di Udine
erano terminate da ben cinque anni). Infatti dalla stessa ricostruzione della
relazione di maggioranza risulta che i giornalisti Maurizio Torrealta e Luigi
Grimaldi erano entrati in contatto con Gargallo ben prima che cominciasse a
riversare le sue conoscenze agli agenti della Digos. Lo conferma il fatto che,
come risulta dagli atti, è uno degli stessi giornalisti a suggerire
l’opportunità di riferire quanto di sua conoscenza alle forze dell’ordine.
Quanto ai giornalisti di Famiglia Cristiana, avverrà un unico incontro
con Gargallo e alla metà di novembre del 2003, quindi a collaborazione
ampiamente cessata con la Digos friulana.
Quanto ai
contenuti delle informative trasmesse dagli investigatori friulani alla Procura
di Roma – sul punto va peraltro sottolineato che la Digos di Udine non aveva
delega d’indagine autonoma ma riferiva al magistrato della Procura di Roma
titolare dell’inchiesta – vanno a toccare alcuni aspetti diversi della
questione: una parte riguarda la dinamica dell’agguato e alcuni dei responsabili
materiali; un’altra i presunti mandanti; una terza fornisce informazioni
riguardo faccendieri e traffici d’armi in Somalia e fra Italia e Somalia.
Riguardo
alla dinamica dell’agguato, Gargallo ha riferito di un gruppo di assalitori
formato da sette somali, tutti Abgal ma appartenenti a tre etnie diverse:
Mohamed Muse, Agun Yare, Celi Omar, ed ha fornito alcuni nomi dei presunti
componenti del gruppo.
Dalle
risultanze della Commissione, si evince tra l’altro che Gargallo «era in
possesso di due elenchi di possibili assalitori: uno scritto da lui stesso
sulla base delle notizie fornitegli dai suoi referenti in Somalia e un altro
fornitogli dalla Digos di Roma (per quanto da lui stesso affermato)». Ci si
chiede se la Commissione ha chiarito la ragione di questa doppia lista e le
modalità con cui la fonte sarebbe venuta in contatto con la Digos di Roma.
Stante la totale riservatezza di cui Gargallo ha goduto in questi anni da parte
della Digos di Udine, sarebbe stato importante comprendere come, dove e perché
si è realizzato un contatto con gli investigatori romani. Nella relazione non
se ne trova spiegazione, né tentativo di approfondimento.
Riguardo
al somalo condannato per la partecipazione all’omicidio, Hashi Omar Hassan,
risulta dalle informative che la fonte si sia attivata solo per chiedere
informazioni ai propri referenti nel Paese africano, ma non gli sia mai stato
chiesto di indagare sulle sue responsabilità.
In
riferimento ai presunti mandanti, le informative di Udine presentavano in sintesi,
i seguenti elementi:
- Informativa
del 21 maggio 1994. Si riferisce della flotta Shifco e del suo titolare Mugne
come coinvolti in traffici di armi. Mugne, erroneamente indicato come capitano,
viene indicato come trafficante d’armi sia a beneficio del precedente dittatore
Siad Barre sia a favore di Ali Mahdi. Ilaria Alpi, venuta a conoscenza dei
traffici illeciti, si era recata a Bosaso dove aveva verificato la presenza
della nave, aveva contattato tale King Kong, al fine di avere notizie sulla
Shifco. Rientrata a Mogadiscio, aveva cercato avere ulteriori notizie nella
zona sotto il controllo di Ali Mahdi. In conseguenza di ciò, i due
giornalisti sarebbero stati eliminati.
- Informativa
del 23 maggio 1994. Si aggiungono informazioni sulla flotta Shifco e su un suo
marinaio, tale Forchetto.
- Informativa
del 24 maggio 199[1], riconducibile alla
fonte italiana: viene precisato che l’omicidio sarebbe avvenuto perché a Bosaso
Alpi e Hrovatin avevano filmato una nave carica di armi. Vengono riferiti i
nomi di Giancarlo Marocchino e di Guido Garelli, come coinvolti negli stessi
traffici. Nella nota c’è anche una singolare puntualizzazione riguardo al fatto
che i due gestirebbero una piccola società aerea con sede a Roma in via Fauro.
- Nota
del 1 agosto 1995. Si forniscono ulteriori informazioni su aspetti già
accennati precedentemente e viene indicato per la prima volta il nome di
Giorgio Giovannini, indicato come trafficante di armi.
-
Informative dal 25 giugno 1995 al 20 marzo 1996: si parla dei traffici d’armi
di Giorgio Giovannini (definito amico di Craxi e conosciuto da Marocchino) con
Siad Barre e in seguito con Ali Mahdi, utilizzando le navi della Shifco. Si
indicano Giovannini, Mugne e suo fratello, Said Marino, come coinvolti
nell’omicidio. Viene spiegato che gli spostamenti dei due giornalisti erano
noti ad Abdullahi Mussa, il “Sultano di Bosaso”, ad Ali Mahdi e a Marocchino, e
che a costoro è da imputare la decisione di procedere all’esecuzione. Infine,
con indicazioni parzialmente diverse, vengono indicati come mandanti Mugne e
Ali Mahdi, mentre Marocchino e Ciliow (Gilao) avrebbero avuto il compito di
organizzare il commando. Si fa il nome di Craxi e Pillitteri come legati a
questo giro di persone da interessi economici.
- Le
informative precisano che si sarebbe svolta una vera e propria riunione per
prendere la decisione e organizzare l’omicidio. Vengono indicati i nomi di
coloro che avrebbero partecipato a questa riunione: Ali Mahdi, il Bogor (il
Sultano di Bosaso), Mugne, Marocchino, Gilao e Mohamed Sheik Osman ex ministro
delle finanze del Governo di Siad Barre. Sono indicati i nomi di due dei
componenti del commando con l’appartenenza al sottoclan, e l’appartenenza
clanica di altri componenti.
Viene poi
sommariamente descritta la dinamica dell’omicidio, e si riferisce che subito
dopo l’agguato Marocchino si sarebbe impossessato di tre fogli strappati dal
block notes di Ilaria Alpi.
Quanto
alla prima fonte somala, la Commissione non è stata in grado di rintracciarla.
La fonte
italiana, come si è già detto indicata in Mario Zaccolo, era persona già
coinvolta, come già anticipato, nel “Progetto Urano” ideato e coordinato da
Guido Garelli, come risulta dagli atti della Commissione, che è in possesso del
fascicolo proveniente dalla Procura di Brindisi. Zaccolo, interrogato dai
magistrati, aveva ammesso di aver partecipato all’iniziativa e di aver fatto
parte del sottogruppo denominato “Antinea” che avrebbe dovuto occuparsi di
procacciare materiale bellico. L’imprenditore friulano si è difeso (come peraltro
tutti i numerosi indagati) sostenendo che nulla di quanto descritto nella
copiosa documentazione rintracciata dai magistrati su Urano era stato
realizzato. Di fatto è noto che, in epoca successiva alle indagini svolte a
Brindisi, nel 1992 lo stesso Garelli firmerà insieme a Giancarlo Marocchino e a
Ezio Scaglione una «lettera d’intenti riservatissima» nella quale si parla di
«sviluppare il Progetto Urano nel Corno d’Africa, per la parte già nota». In
qualche forma, quindi, è da presumere che tale colossale progetto di
smaltimento di rifiuti-tossici e radioattivi sia in qualche modo proseguito
anche dopo le inchieste del 1988 e ‘89 di Brindisi. Pur essendo stato in
seguito considerato inattendibile, a detta degli stessi agenti di Udine, in
riferimento a notizie su altre vicende, Zaccolo era in effetti potenzialmente
in grado di conoscere fatti relativi ai traffici in Somalia. E, d’altro canto,
in virtù del suo precedente coinvolgimento nell’inchiesta su Urano, può non
essere considerata del tutto disinteressata la sua smentita – come risulta
dalla sua audizione – sulla paternità delle notizie riportate dall’informativa
di Udine.
Riguardo
alla seconda fonte somala, Gargallo, come si è anticipato, l’organismo
parlamentare ha potuto portare in audizione soltanto uno dei suoi referenti,
Omar Hajimunye Diini, che ha trasmesso alcune delle informazioni raccolte a
Mogadiscio.
Diini,
audito il 22 settembre 2004 in Commissione, ha confermato di aver raccolto
notizie sul duplice omicidio presso suoi conoscenti. Riguardo all’indicazione
dei presunti mandanti (nota dell’agosto ’95) Mugne e Giovannini, afferma: «Non
so se l’ho data io. Non seguivo la vicenda con grande attenzione. Raccoglievo
informazioni, le passavo e immaginavo che poi chi le riceveva le avrebbe elaborate».
Lo stesso dicasi per la riunione preparatoria dell’omicidio: «Esattamente
non so. Qualcuno mi ha detto che c’è stata una riunione a casa di Ali Mahdi».
Ed ecco quanto sostiene riguardo al movente: «Non ho informazioni concrete,
[…] ribadisco quelle che penso possano essere state le cause: la giornalista si
stava occupando di questioni attinenti alle armi e alla discarica di scorie
chimiche».
La
relazione di maggioranza trae la conclusione che «proprio dalle notizie
trasmesse da Udine e confluite nelle indagini sull’omicidio si traggono i
maggiori elementi di sospetto nei confronti dell’esistenza e dell’identità
degli eventuali mandanti del delitto». Affermazione che, in presenza delle
lacune evidenziate nella ricostruzione dell’origine delle notizie e della
misconoscenza del ruolo di Zaccolo, appaiono poco supportate dall’evidenza dei
riscontri.
Va detto
per inciso – ma rimandiamo per la trattazione specifica ad altra parte della
presente relazione – che il documento proposto dal Presidente denota di non
aver collegato e approfondito i diversi risvolti e le diverse figure che
collegano, in inchieste giudiziarie diverse, alcuni dei personaggi coinvolti
nel Progetto Urano: l’inchiesta di Milano condotta dal Pm Maurizio Romanelli e
nata dalle dichiarazioni di Gianpiero Sebri, conteneva diversi elementi
riconducibili a questo progetto di smaltimento illecito di rifiuti, ma risulta
che la Commissione abbia acquisito solo una ridotta, incompleta e poco
esaustiva parte degli atti. Anche l’indagine guidata dal Pm Luciano Tarditi
della Procura di Asti conteneva riscontri significativi su traffici di rifiuti
messi in atto da alcune delle persone coinvolte dal Progetto Urano: Ezio
Scaglione, ad esempio, e Giancarlo Marocchino. I fascicoli dell’inchiesta di Asti
sono stati acquisiti solo alla metà di febbraio del 2005.
Non si
può esimersi dal fare una puntualizzazione riguardo a ciò che la relazione del
Presidente definisce “tentativo di depistaggio ai danni della Commissione”.
Nella
prima metà di aprile 2004, un consulente della Commissione, il Sost. Comm.
Antonio Di Marco, viene mandato dal Presidente in “avanscoperta” a Udine per
cominciare un’indagine sull’operato della Digos locale. Dell’iniziativa la
Commissione non è a conoscenza.
Qualche
giorno dopo, l’Onorevole Mauro Bulgarelli dei Verdi e due consulenti della
Commissione (Carazzolo e Scalettari), considerando prioritario cercare di
mettere in diretto contatto con la Commissione la seconda fonte somala della
Digos di Udine, propone al Presidente Taormina un incontro (in quella
primissima fase riservato) con uno degli agenti della Digos di Udine, Giovanni
Pitussi, per vagliarne la disponibilità a creare questo contatto diretto.
L’obiettivo è evidentemente quello di permettere alla Commissione di vagliare
non solo le conoscenze dirette di Gargallo (si noti che ancora non se ne
conosce l’identità; verrà resa pubblica solo nel corso del 2005 dal Presidente
Taormina in un’intervista a “Il Giornale d’Italia”), ma anche la riattivazione
di quei canali che qualche anno prima avevano permesso alla Digos di Udine di
acquisire notizie e far giungere in Italia alcuni testimoni oculari. L’ipotesi
di lavoro è di tentare di raggiungere direttamente anche le “fonti sul posto”
di Gargallo per vagliarne le dichiarazioni, la riscontrabilità e
l’attendibilità.
La
collaborazione dell’agente di Udine è considerata l’unica via possibile per un
contatto rapido con la fonte, non avendo alcuna altra possibilità di
rintracciarla direttamente non essendone conosciuta da alcuno l’identità.
L’incontro
si realizza il 20 maggio 2004. Vi partecipano il Presidente della Commissione
Carlo Taormina, l’On. Mauro Bulgarelli, il consulente Luciano Scalettari e
l’agente Giovanni Pitussi della Digos udinese.
Durante
l’incontro emerge la richiesta da parte dell’agente Pitussi di coinvolgere i
due colleghi della Digos (Ladislao e Motta-Donadio). Pitussi garantisce che
entro un mese o poco più sarà possibile entrare in contatto con la fonte
riservata, a condizione di mantenerne tutelata l’identità e di evitare – almeno
per una prima fase della collaborazione – un’audizione davanti alla
Commissione, per non correre il rischio di fughe di notizie riguardo alla
stessa collaborazione in atto da parte della fonte. Per converso, il Presidente
Taormina pone il problema che lo stesso Pitussi o uno dei colleghi di Udine
siano disponibili a fare base a Roma per poter facilitare la collaborazione e
il contatto costante con gli altri agenti della Digos che rimarranno nella
città friulana. S’impegna a far partire da subito l’operazione, mandando in
tempi brevissimi alcuni consulenti della Commissione a Udine ad acquisire tutta
la documentazione, passaggio necessario – dice il Presidente – per avviare la
collaborazione. Non risulta che, nel corso del pranzo di lavoro, in nessun
momento e in nessun modo l’agente Pitussi abbia chiesto (o imposto come
conditio sine qua non) di far parte della Commissione.
Non più
tardi di quindici giorni dopo, un magistrato e due consulenti vengono inviati a
Udine. Si tratta di Silvia Corinaldesi (magistrato), l’ex onorevole Mariangela
Gritta Grainer e l’agente di polizia Antonio Di Marco.
Il
progetto di collaborazione salta perché, viene riferito al Presidente Taormina
(come? Attraverso una relazione?), che alla Procura di Udine è in corso
un’indagine dalla quale emergerebbero aspetti poco chiari nell’operato della
Digos di Udine e che vi sarebbero coinvolti alcuni giornalisti (fra i quali,
forse, i consulenti provenienti da Famiglia Cristiana).
Verrà
accertata in seguito, attraverso la puntuale richiesta di delucidazioni in sede
di audizione dei magistrati di Udine Caruso e Buonocore, l’insistenza di un
fascicolo del genere (merita solo di passaggio di precisare che in realtà la
Procura di Udine aveva doverosamente aperto un fascicolo inerente alcune
lettere mandate da tale Luciano Porcari che sosteneva di essere a conoscenza di
notizie relative al caso Alpi-Hrovatin; tale Porcari, detenuto, risultava
peraltro già esser stato considerato inattendibile in diverse altre sedi
giudiziarie, alle quali si era rivolto in forme simili).
Da quel
momento in poi l’operazione di rintracciare la seconda fonte somala di Udine
verrà gestita dal consulente Di Marco.
Come
risulta dagli atti, questa non chiara sequenza di fatti ha comportato il fatto
che la fonte Gargallo è stata rintracciata e portata in Commissione solo nel
gennaio 2005, ossia sette mesi dopo. Nelle audizioni, come risulta chiaramente
dalla relazione proposta dal Presidente Taormina, la stessa fonte poi non ha
confermato una serie di notizie rese a Udine, né è stato possibile rintracciare
i suoi riferimenti somali, al di là del già citato Omar Diini, che peraltro ha
collaborato con Gargallo solo nella fase finale.
Andrebbe
certamente chiarito un fatto: fino a metà novembre 2003 (data del già citato
incontro con i giornalisti di Famiglia Cristiana) la fonte di Udine
aveva confermato le notizie fornite alla fonte di Udine e la pluralità di
referenti in Somalia, dichiarando di temere per la propria vita e per quella
dei propri familiari nel Paese africano. Dal gennaio 2005 Gargallo – a detta
del Presidente – ha invece ritrattato in parte le sue dichiarazioni e non ha
più temuto per la propria incolumità e quella dei familiari.
Appare
inutile, peraltro, entrare nel merito delle valutazioni riportate nella terza
parte della relazione proposta dal Presidente, che lo ha condotto a ritenere di
dover rinviare gli atti alla magistratura per porre sotto inchiesta il nucleo
della Digos: le conclusioni a cui giunge il Presidente sono diretta conseguenza
del metodo utilizzato e delle convinzioni pregiudiziali con cui ha affrontato
la questione.
Merita
soltanto osservare che la sua scelta ha ritardato enormemente il contatto con
la fonte Gargallo, ma soprattutto ha impedito di riattivare i canali che
avrebbero potuto permettere il raggiungimento e la raccolta delle dichiarazioni
di testimoni oculari. È singolare notare che lo stesso Presidente, nella sua
bozza di relazione, ammette di aver potuto acquisire le testimonianze di
testimoni oculari dell’omicidio.
La Procura di Udine
La Commissione
ha perso molto tempo, decisamente troppo, dietro alle inutili e confuse lettere
di Luciano Porcari, condannato a 27 anni di reclusione per l'omicidio della sua
ex convivente e già noto alle cronache giornalistiche per aver tentato il
dirottamento di un aereo. L'uomo, in svariate lettere mandate a magistrati,
poliziotti e giornalisti di mezza Italia, da anni dichiarava di avere
"notizie sensazionali" sulla morte di Ilaria Alpi e, addirittura, il suo
"diario".
Sarebbe
bastata una rapida ricerca su Internet e un brevissimo colloquio con chi aveva
già perso tempo con lui in passato, per capire che si trattava di un
millantatore.
A mettere
in sospetto la Commissione, si dice nella relazione della maggioranza, sarebbe
stata l'apertura di un fascicolo da parte della Procura della Repubblica presso
il Tribunale di Udine, in seguito all'invio di una lettera ricevuta dalla Digos
di Udine il 23/12/2003. Del fascicolo, rubricato come "atti relativi alla
nota Digos circa la missiva ricevuta da Porcari Luciano”, erano titolari il
procuratore dottor Caruso e l'aggiunto dottor Buonocore. Il fascicolo, a quanto
scrive la Commissione, conteneva tre verbali di assunzione di sommarie
informazioni testimoniali.
Per
quanto riguarda l'omicidio Alpi-Hrovatin, Porcari affermava che i due
giornalisti sarebbero stati uccisi per decisione di un ex generale dei servizi
segreti italiani residente in Sudafrica;
che
sarebbero stati uccisi perché avevano scoperto un traffico di armi gestito da
un gruppo di cui lo stesso Porcari avrebbe fatto parte;
che anche
il colonnello Mario Ferraro del Sismi sarebbe stato ucciso per lo stesso
motivo; che Giancarlo Marocchino non avrebbe avuto nessun ruolo e nessuna
responsabilità nel duplice omicidio;
che Hashi
Omar Hassan sarebbe, anche lui, innocente;
che
Giampiero Sebri avrebbe fornito informazioni false ai giornalisti di Famiglia
Cristiana con i quali il Porcari medesimo era stato in contatto tra il 1999
e il 2000.
Per
capire che Porcari era un millantatore non è stato sufficiente, alla
Commissione, audire i due magistrati di Udine una prima volta e nemmeno
convocare in audizione il Porcari medesimo. Tanto meno, si è chiesto ai
giornalisti di Famiglia Cristiana della loro esperienza con Luciano
Porcari. Si è preferito indagare sul rapporto tra i giornalisti e il Porcari,
se e quando lo avevano incontrato in carcere, se avevano riportato sul giornale
le sue dichiarazioni (circostanza, questa, mai verificatasi). Poi sono stati
nuovamente auditi i due magistrati per concludere, nella relazione, che il
fascicolo è stato inoltrato per competenza alla Procura di Roma con eccessivo
ritardo.
Nella
relazione, inoltre, è stato messo in evidenza il rapporto tra i giornalisti e
il Porcari, ma non c'è cenno sulla circostanza, da loro riferita, che
l'avvocato Stefano Menicacci, legale di Giancarlo Marocchino, era in
corrispondenza con lui. La Commissione, inoltre, incorre più volte nell'errore
di attribuire ai tre giornalisti di Famiglia Cristiana "approfonditi
lavori sul caso Alpi sin dall'epoca immediatamente successiva al duplice
omicidio" (mentre il pool si costituisce nel gennaio 1998) e un
"interesse particolare alle indagini della Digos di Udine e ai suoi
informatori "che, invece, hanno costituito solo uno dei tanti aspetti, né
il primo né il più importante, del lavoro giornalistico dei cronisti di Famiglia
Cristiana».
Marocchino
È quanto
meno una scelta imprudente, da parte della Commissione, decidere di poggiare
una parte significativa della sua attività intorno alla figura di Giancarlo
Marocchino: lui, in collaborazione con il suo avvocato Stefano Menicacci e
attraverso il suo ex socio Ahmed Duale, fa venire in Italia la macchina sulla
quale furono uccisi Ilaria e Miran (prezzo pagato: 18.200 euro); suoi stretti
collaboratori sono i sei testimoni somali (di cui uno messo sotto protezione)
che hanno permesso al Presidente di ricostruire la dinamica dei fatti.
D’altro
canto, come si è visto negli ultimi giorni concitati di lavoro della
Commissione del voto della relazione, il Presidente per confezionare una
“verità” modellata sulle sue tesi precostituite, si è visto costretto a
decurtare con un pesante colpo di forbice, la bozza di relazione che lui stesso
aveva fatto distribuire ai Commissari il 20 febbraio 2006, epurando il testo
che ha presentato al voto di ampie parti nelle quali la relazione presentava il
lavoro svolto sulle piste dei traffici di armi e rifiuti. Ben prima, aveva
evitato di prendere in considerazione tanta ampia mole di documentazione
riferita proprio agli indizi, alle testimonianze e alle inchieste giudiziarie
svolte su queste piste, non prendendo in considerazione documenti di cui la
stessa Commissione era in possesso e trascurando di approfondire le verifiche
su tanti elementi da sviluppare in queste direzioni.
Prima di
investire Marocchino del ruolo di “cooperante” (così viene definito dal
Presidente) della Commissione, si sarebbe almeno dovuto far chiarezza sulle
tante voci, sui tanti elementi, sugli indizi che da molto tempo avvolgono la
sua figura e, soprattutto, la sua attività in Somalia. Le carte della
Commissione sono piene di segnalazioni su di lui. E se la Commissione scrive
nella Relazione che «dalle relazioni e dalle conversazioni telefoniche
intercettate (pur non potendosi escludere l'utilizzo di altre utenze rimaste
ignote), Marocchino appare come un soggetto prevalentemente dedito al lavoro e
agli affari», nella sentenza di archiviazione dell'inchiesta n. 264/99 del
9/12/1999 della Procura di Asti in cui Marocchino era imputato per sottrazione
di atti relativi alla sicurezza dello Stato (doc 0282 005) lo stesso giudice
rileva che vi sono molte prove (comprese intercettazioni telefoniche tra
Marocchino e Roghi) su comportamenti per lo meno discutibili di Marocchino. A
pag. 8 del doc 0282 005, che riporta la sentenza, si legge che Marocchino
ammette:
«- che
in una delle telefonate intercettate nella telefonata di cui sopra si riferiva
a suoi documenti personali (polizze di carico) da cui risultavano trasporti
effettuate da aziende italiane ai vari cantieri somali in cui erano indicate
merci diverse da quelle effettivamente trasportate (Mercedes, mobili e marmi
pregiati mentre nelle polizze di carico sa parlava di materiale elettrico,
legnami, ecc.).
- che
quando aveva detto che poteva far saltare in aria il Ministero degli affari
esteri si riferiva alle polizze di carico e ad altri documenti in suo possesso
che dimostrano alcuni episodi di mala-cooperazione (ad es. l'anomalia di alcune
spese sostenute per elicotteri, forniture di grano);
- che
effettivamente il riferimento a "tre uomini" riguarda una visita da
parte di tre persone dei servizi segreti italiani che domandavano notizia circa
i rapporti tra Ali Madhi ed Aidid in vista della costituzione di una forza di
polizia somala organizzata dall'Italia».
A pag 9 e
10 della sentenza si legge:
«Anche
a ritenere che alcuni documenti relativi al Fai o atti dell'ambasciata siano
finiti nelle mani dell'imputato non è possibile sostenere che si tratti di
documenti di interesse politico dello Stato, posto che gli altri atti in
possesso delle autorità preposte e indicate nelle missive in atti (lettere
Direzione generale della DGCS) parlano di documenti che perlopiù riguardano
l'attività consolare ed alcune note per spostamento personale, cioè atti
relativi alla gestione tecnico-amministrativa del Fai che potrebbero anche
dimostrare comportamenti illeciti posti in essere da funzionari pubblici (e
quindi essere atti di rilievo dal punto di vista investigativo e giudiziario)
ma non necessariamente rivestire natura di atto di natura politica o attinenti
alla sicurezza dello Stato».
Scrive
ancora il giudice:
È
evidente che un atto del tipo di quelli sopra esemplificati, se reso pubblico,
potrebbe avere effetti devastanti ma solo sui singoli funzionari infedeli e non
sulle istituzioni in quanto tali (il riferimento a "far cadere il
ministero" può infatti interpretarsi solamente in questo senso e cioè di
prove di singoli atti illeciti o comunque inopportuni)».
E, in
effetti, Marocchino sembra godere di buone protezioni. Quando fu espulso dalla
Somalia perché accusato dagli americani di trafficare in armi, il Pm Pietro
Saviotti della Procura di Roma aprì, come era logico, un’inchiesta.
Dal
fascicolo che la Commissione ha acquisito risulta che il magistrato aveva
avviato indagini in base alle quali si ipotizzavano diversi reati. Oltre a
possesso illegale di ingenti quantitativi di armi, anche di alta tecnologia
(sistema di puntamento della Selenia ancora imballato, come risulta anche da
un’informativa del Sismi), c’è anche il sospetto di un coinvolgimento nei
fatti del 2 luglio, ossia in quella che viene definita la battaglia del Check
Point Pasta, perché da una delle sue proprietà erano stati attaccati e uccisi
alcuni militari italiani. Marocchino è accusato di favorire, con il suo
traffico di armi e di tecnologia militare, la fazione di Aidid e di aver
organizzato con il suo socio Ahmed Duale (l’uomo che farà da intermediario per
riportare la macchina di Ilaria in Italia insieme a Marocchino) un volo per
dieci membri della milizia dello SNA in Iran per addestrarsi sugli SA–7.
Mentre
l’inchiesta è ancora in corso accadono due fatti singolari: risulta dagli atti
che l’allora ambasciatore italiano Scialoja, nel gennaio del 1994, comunica al
comandante americano di Unosom, generale Howe, che l’indagine italiana si è
conclusa con un’archiviazione per la totale assenza di prove e che Marocchino,
per quanto riguarda le autorità italiane, può dunque tornare in Somalia.
Infatti, nello stesso mese di gennaio, Marocchino rientra a Mogadiscio. Il
secondo fatto riguarda una comunicazione del Ministero degli Esteri indirizzata
al dott. Saviotti che informa il magistrato del fatto che è stato revocato
l’ordine di espulsione per Marocchino. La richiesta di archiviazione, in
realtà, è dell’aprile del ’94 e viene accolta dal giudice per le indagini
preliminari solo a luglio. Questa la motivazione: «Rilevato che allo stato
non emergono concreti elementi che possano confermare i sospetti comunicati
dall’Unosom; che in tal senso la relazione 9/3/94 allo Stato Maggiore
dell’Esercito esclude ogni responsabilità dell’indagato…».
Secondo
la relazione della maggioranza, «L’attività investigativa è del tutto
incompleta: non è affatto chiaro perché il procedimento sia stato chiuso dopo
aver ricevuto solo in parte i documenti richiesti, non siano stati sollecitati
ed esaminati atti importanti quali i verbali di sequestro delle armi, non siano
stati sentiti gli ufficiali italiani che vi hanno proceduto o l’alto ufficiale
che aveva reso dichiarazioni sui fatti del 2 luglio 1993, non si sia verificato
a quali intercettazioni facesse riferimento il comando Unosom.”
Ci si
chiede per quale ragione la Commissione non abbia ritenuto di convocare il
dottor Saviotti per una audizione di chiarimento.
La
Commissione non ha nemmeno ritenuto di dover chiedere approfonditi chiarimenti
all’ambasciatore Scialoja sul motivo di quella comunicazione, in quel momento
priva di qualsiasi giustificazione.
Infatti,
il Presidente, durante l’audizione dell’ambasciatore, solleva la questione ma
Scialoja glissa amabilmente, dando una concisa e confusa risposta. E il
Presidente, con grande delicatezza, non insiste.
Marocchino,
interrogato in proposito, imputa l’espulsione dalla Somalia al fatto di aver
toccato interessi economici della società americana Brown and Root, che vedeva
in lui – a suo dire – un pericoloso concorrente.
C’è da
credere a Marocchino? Secondo l’avvocato D’Amati, legale della famiglia Alpi,
no. In una lettera inviata alla Commissione l’8 marzo 2005 vengono messi in
evidenza alcuni punti:
«Ritengo tuttavia opportuno informare codesto Ufficio
che nel processo per calunnia a carico di Gianpiero Sebri, in corso davanti al
Tribunale di Roma (Sezione II Penale, Giudice Dott. Landi) Giancarlo
Marocchino, indicato come teste dal P.M., è stato sottoposto, il 10.02.2005, al
controesame della difesa dell'imputato. Il controesame continuerà il 13.4.2005.
Dalla trascrizione della registrazione fonografica, che
accludo alla presente memoria, risulta, tra l'altro, che Giancarlo Marocchino
ha rettificato la denuncia per calunnia presentata nel gennaio 2001 in una
parte di significativo rilievo.
Invero nella denuncia, per dimostrare l'asserita falsità
della dichiarazione del Sebri in ordine ad un incontro svoltosi con lui e Spada
a Milano nel 1987, il Marocchino aveva affermato: “È tutto un falso. Io non
sono stato mai, e ne fa fede il mio passaporto, in Italia nel periodo 1985 –
1990».
In sede di controesame egli ha ora ammesso di essere
stato qualche volta in Italia nel predetto periodo ed ha riconosciuto di aver
potuto presentare il 28.11.1987 una denuncia di smarrimento di documenti
(patente di guida, porto di armi e carta di identità) alla Polstrada di Aosta e
il 30.11.1987 una denuncia di smarrimento del passaporto alla Questura di
Aosta.
Peraltro la presentazione di tali denunce risulta allo
scrivente e potrà essere agevolmente verificata da codesto Ufficio.
A ciò si aggiunga che Giancarlo Marocchino, dopo aver
affermato che la durata del suo soggiorno in Italia nel novembre 1993 (periodo
del secondo incontro riferito dal Sebri) è stata di 4 o 5 giorni, ha ammesso
che tale durata può essere stata di 10 giorni.
Il Marocchino inoltre, dopo avere affermato di non
essersi mai occupato di traffici di rifiuti ed in particolare dell'operazione
Urano, ha ammesso di aver firmato nel 1992, con Garelli e Scaglione, “un pezzo
di carta con su scritto Urano”.
Dopo avere negato che tale accordo concernesse traffici
di rifiuti tossici, ha riconosciuto di aver detto il contrario in un'intervista
rilasciata il 5.6.1999 a Famiglia Cristiana, il cui testo, recante al sua
sottoscrizione, gli è stato mostrato; egli ha però precisato che si è trattato
di una dichiarazione "contorta".
Egli ha anche ammesso di aver parlato di operazioni di
trasporto di rifiuti in Somalia con Ezio Scaglione, Franco Giorgi e Claudio
Roghi, pur sostenendo che non si trattava di rifiuti tossici.
Lo Scaglione deponendo ad Asti ha detto che l'accordo
sottoscritto con Marocchino nel giugno 92 concerneva il traffico di rifiuti
tossici (doc. 67 allegato alla mia memoria del 17 febbraio 2004). Il Giorgi,
deponendo a Torre Annunziata e ad Asti ha, tra l'altro, riferito l'esistenza di
stretti rapporti fra il Giancarlo Marocchino e Luca Rajola Pescarini, nonché il
coinvolgimento del Marocchino in traffici di rifiuti (docc. 54 e 55 allegati
alla mia memoria del 17 febbraio 2004).
È emerso inoltre che Giancarlo Marocchino non ha assunto
alcuna iniziativa nei confronti di Faduma Aidid, figlia del generale Aidid, la
quale ha attribuito a lui, a Rajola e a Mugne la responsabilità
dell'eliminazione di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, nonché un ruolo di rilievo
nei traffici illeciti fra Italia e Somalia».
La Commissione ha verificato questi fatti? Non risulta
agli atti che abbia richiesto la documentazione alla Polstrada e alla Questura
di Aosta. Non ha acquisito né approfondito i riscontri ottenuti nel corso delle
indagini dal dottor Maurizio Romanelli, titolare dell’inchiesta nata dalle
dichiarazioni di Sebri. La presenza in Italia di Marocchino nell’autunno 1987 è
un fatto non di poco conto. Infatti Sebri aveva dichiarato che Marocchino
faceva parte della sua organizzazione dedita ai traffici illeciti di rifiuti.
Aveva aggiunto di aver conosciuto Marocchino in quella occasione, e di averlo
poi incontrato di nuovo nel 1993 quando, nel corso di quel colloquio, si era
fatto cenno – presente l’allora colonnello del Sismi Luca Rajola Pescarini – di
“una giornalista che creava dei problemi” e altri temi di non poca rilevanza.
Marocchino aveva negato quegli incontri, sostenendo riguardo al primo che non
era in Italia, e che non era passato per Milano in occasione del secondo
supposto con Sebri e Rajola. Considerando che Marocchino ha dovuto, in seguito,
ammettere di essere passato per Milano nei giorni del secondo incontro (aveva
preso l’aereo da Linate), appurare che Marocchino aveva mentito anche in
relazione al presunto incontro del ’93 attraverso i documenti della Polstrada e
della Questura di Aosta, sarebbe stato di grande rilevanza. Oltre che di aiuto
alla giustizia: presso la Procura di Roma è in corso un processo per calunnia
che vede imputato Sebri, denunciato proprio da Marocchino e da Rajola.
Quanto all’accenno che l’avvocato d’Amati fa a Franco
Giorgi, merita evidenziare che Giorgi aveva dichiarato davanti alla Procura di
Torre Annunziata che Marocchino e Rajola erano amici, fatto che entrambi negano
e che, anche in questo caso, avrebbe rilevanza non solo per l’accertamento
della verità nell’ambito dei lavori della Commissione, ma anche nel processo
succitato di Roma, dove Marocchino e Rajola sostengono che gli incontri
asseriti da Sebri non sarebbero mai potuti avvenire perché non si conoscevano.
Non si può non rilevare che nel corso dell’audizione di Franco Giorgi, che
davanti alla Commissione ha negato l’evidenza dei suoi precedenti verbali, ha
ritrattato totalmente quanto dichiarato a Torre Annuniata e ha accusato
pesantemente un sottufficiale dei carabinieri di aver falsificato le sue dichiarazioni,
si è scoperto che il testimone, e con lui molti altri, era in stretto contatto,
nel periodo precedente all’audizione, proprio con l’avvocato Menicacci, cioè il
difensore di fiducia di Marocchino.
Eppure
dopo la prima, superficiale audizione di Marocchino, come si legge nella
Relazione di maggioranza, il consulente Antonio Di Marco, ufficiale di p.g.,
propone a Marocchino di «cooperare con la Commissione fornendo indicazioni
in suo possesso o reperendo notizie di cui la Commissione aveva necessità».
Con
l'unica verifica, a quanto pare, di mettere sotto controllo, per alcuni
periodi, due utenze telefoniche di Marocchino e, per un anno intero, il
cellulare del medesimo consulente. Operazione, quest’ultima, di difficile
comprensione, e che avrebbe significato solo a condizione che tutte le utenze
telefoniche dei due fossero state messe sotto controllo, e che entrambi non ne
fossero a conoscenza.
Marocchino
collabora attivamente contribuendo a portare in Italia alcuni dei suoi uomini
più fidati in qualità di testimoni e consentendo, attraverso il suo ex socio
Ahmed Duale, di recuperare la macchina dove sono stati uccisi Ilaria e Miran.
Avrebbe
perlomeno dovuto ispirare maggior prudenza constatare che le ipotesi avanzate
da Marocchino (i due giornalisti sono stati uccisi per un tentativo di
sequestro finito male) e dal suo legale, Stefano Menicacci – che tra l’altro è
stato audito in veste di testimone nonostante il fatto che fosse stato presente
in veste di legale alle audizioni (comprese le parti secretate) del suo
assistito – sono state poi ulteriormente confermate dai suoi stretti
collaboratori, assurti al ruolo di testimoni avanti la Commissione. Il
Presidente Taormina avrebbe dovuto almeno sospettare del fatto che avvenisse un
“corto circuito” e che le versioni diventassero puntello reciproco, le une
delle altre. Tanto più quando, come ammette la stessa relazione di maggioranza,
il racconto di tali testimoni «non ha avuto alcun riscontro esterno».
Eppure le
carte della Commissione traboccano di informazioni inquietanti, perfino tra
quei militari di Unosom che, pure, si sono avvalsi della sua collaborazione. E
se il generale Fiore parla assai bene di Marocchino, il tenente colonnello
Michele Tunzi, davanti alla Commissione Gallo (doc 0404 026 pag 86) dice:
«Marocchino
era un tipo piuttosto particolare. Si faceva affidamento sul suo operato solo
in situazioni di emergenza, per far leva sulle sue conoscenze. Altrimenti, si
preferiva non chiedergli aiuto. Trafficava in tutto e aveva molta disponibilità
di uomini armati, mezzi e denaro».
E il
colonnello Carmelo Ventaglio, sempre alla Commissione Gallo (doc 0404 026 pag
122) dice:
«MAROCCHINO
era un bandito. Ci risolse però molti problemi, soprattutto dal punto di vista
logistico. Era l'unico, infatti, in condizione di trasportare i nostri
containers. Diversamente, sulle nostri navi ne sarebbero arrivati soltanto una
decima parte.
Era
molto ricco?
Si.
Era un uomo molto ricco, trafficava sicuramente in armi».
Forse,
prima di affidarsi alla sua collaborazione, andavano verificate alcune notizie,
se non altro per sgombrare il campo dai dubbi.
Ci sono,
agli atti della Commissione, altre testimonianze, a parte quelle delle informative
della Digos di Udine, che accusano Marocchino di essere coinvolto nell’omicidio.
Hussein
Mohamed Sadia, per esempio (doc 0268 000) dice il 9 marzo del 1997 alla Digos
di Roma:
«In
quei giorni io ero a casa di Giancarlo MAROCCHINO in quanto ero sua ospite.
Il
giorno dell'omicidio ricordo che la ALPI arrivò a casa di Giancarlo MAROCCHINO
verso le nove di mattina insieme ad un altro giornalista che aveva la
telecamera. I due giornalisti intervistarono il MAROCCHINO per alcune ore.
Ricordo che il giornalista che era con la ALPI riprendeva le immagini con la
telecamera. Finita l'intervista i due giornalisti sono usciti a bordo della
loro macchina e subito dopo all’uscita un'altra macchina con a bordo alcuni
cittadini somali che sono andati dietro alla macchina di Ilaria ALPI. La
macchina di Ilaria ALPI si è diretta verso il mercato e non verso la zona
dell'Ambasciata italiana. Dopo circa quindici minuti la macchina che aveva
seguito Ilaria ALPI è ritornata presso l'abitazione di Giancarlo MAROCCHINO e uno di quelli che erano a
bordo è andato da Giancarlo MAROCCHINO dicendogli che Ilaria Alpi era stata
uccisa.
E ancora:
La
sera dell'omicidio, sempre a casa di MAROCCHINO, mentre ero intenta a masticare
il Chat insieme alle altre donne, ho sentito gli uomini che parlavano di
politica, in particolare DAHIR DAYAX un amico di Giancarlo MAROCCHINO e parente
di ALI Madhi che vive a Mogadiscio. ha detto al MAROCCHINO stesso "hai
sbagliato a" fare uccidere quei due. MAROCCHINO gli ha quindi risposto
"ho fatto bene".
Durante
i miei vari soggiorni a Mogadiscio ho parlato con MAROCCHINO della morte della
giornalista; in particolare io ho chiesto perché l'avesse fatta uccidere e lui mi ha risposto
che si era impicciata di cose in cui non doveva immischiarsi. In particolare si
era interessata a delle vicende che riguardavano lui e l'allora Ambasciatore
italiano in Somalia.
A.D.R.;
Non so cosa Giancarlo MAROCCHINO abbia detto nel corso dell'intervista
rilasciata alla ALPI, ma so che ha fatto recuperare dai suoi uomini le due
cassette sulle quali era stata registrata.
A.D.R.;
Un'altra persona informata delta vicenda è tale MORRIS, che dovrebbe essere un
cittadino tedesco, che viveva in Somalia e che non si sa che fine abbia fatto.
Altra persona che potrebbe sapere qualche cosa è tale LUUL MOHAMED SHEK
CUSMAAN, cittadino somalo che vive a Roma, in via Benedetto Croce nr. 6.
telefono rr. 59603640, che all'epoca dei fatti parlò con MAROCCHINO.
Non
risulta che questi testi siano stati cercati e sentiti dalla Commissione,
nonostante una precisa segnalazione in questo senso dell’avvocato Domenico d’Amati,
legale della famiglia Alpi.
Nelle carte della Commissione risulta una nota della
Digos di Roma del 3 febbario 1995 a firma di Marcello Fulvi e indirizzata a
Ionta e a De Gasperis dove si legge che una fonte confidenziale di provata
attendibilità «ha confidato che mandante dell'omicidio di Ilaria ALPI e
dell'operatore Miran HROVATIN sarebbe il noto MAROCCHINO Giancarlo, il quale,
coinvolto in un traffico di armi provenienti dall'Italia e dirette alla fazione
somala di ALI MAHDI, transitando per l'Iran, avrebbe ordinato l'uccisione della
giornalista, la quale sarebbe stata messa al corrente di tale traffico dal
Sultano di Bosaso.
Il MAROCCHINO, sempre a detta della medesima fonte,
sarebbe sposato in Somalia con una donna di nome ALI FAI (FATUMA), appartenente
alla tribù ABGAL e parente di ALI MAHDI. Appartenente alla medesima tribù e
legata anch'essa da vincolo di parentela con ALI MAHDI sarebbe anche MACCA AMIR
MOHAMED, madre del noto Rascid AMADEI definito dalla fonte come persona
inattendibile e facilmente corruttibile».
Anche su questo punto l’avvocato Domenico d’Amati ha
inviato una lettera alla Commissione Alpi-Hrovatin pregando i commissari di
andare a fondo della questione. Non risulta che sia stato fatto.
E ancora.
Non risulta che la Commissione abbia verificato le circostanze presenti in un
altro documento agli atti, il nr. 0003 648 pag. 3 e seguenti, dove c’è una
lettera dell’ambasciatore italiano a Addis Abeba datata 12/10/1998 nella quale
si informa che in ambasciata si è presentato un cittadino somalo, il colonnello
Mohamud Hassan Raghe, che sostiene di aver assistito al delitto insieme ad
altri due testimoni.
Nell’agguato,
che però descrive in maniera assai diversa da quella che conosciamo, il
colonnello sarebbe rimasto ferito e, infatti, poi viene ricoverato in ospedale.
Sempre secondo questa testimonianza, il colonnello avrebbe in seguito fatto
alcune indagini scoprendo che la giornalista e l’operatore erano reduci da un
viaggio a Bosaso dove avrebbero visto una nave carica di container con scatole
di pallottole portate da Mogadiscio Nord. Su un lato dei container ci sarebbe
stato scritto il nome Giancarlo. L’SSDF, secondo questo colonnello, avrebbe
aiutato Ali Madhi. Ali Madhi avrebbe ordinato l’omicidio dopo che i due
giornalisti erano andati a casa di Marocchino e gli avevano raccontato il
fatto. Segue poi un elenco di 17 persone, compresi Ali Madhi, il Bogor e
Giancarlo che sarebbero coinvolti nell’omicidio.
L’uomo ha
anche consegnato un attestato del Battaglione San Marco nel quale si sostiene
che il colonnello ha collaborato con il Comando del Battaglione ed è degno
della massima stima e collaborazione. La firma è G.C. Fabrizio Maltinti. Agli
atti ci sono altri documenti e stati di servizio compresa una dichiarazione
nella quale si sostiene che l’uomo è un Ufficiale delle Nazioni Unite.
Occorreva
forse che la Commissione facesse verifiche presso l’ambasciatore che ha
raccolto questa testimonianza e presso gli ufficiali che hanno firmato le
credenziali. Occorreva verificare l’attendibilità della testimonianza e, in
caso contrario, cercare di capire il motivo per cui è stata fatta. Sarebbe
stato interessante anche approfondire l’elenco dei nomi allegati.
Anche
l’operatore Alberto Calvi ha una sua opinione su Giancarlo Marocchino (doc.
0003 467, pag. 498):
«Si
sospettava tuttavia che un italiano residente in Somalia, tale MAROCCHINO
Giancarlo, potesse essere coinvolto in un traffico di armi. Con Ilaria,
infatti, stavamo cercando di raccogliere elementi a sostegno di questa ipotesi.
Ulteriore filone sul quale io ed Ilaria stavamo lavorando era quello della
Cooperazione tra l'Italia e la Somalia. Credo che la collega riponesse in me
una certa fiducia, infatti, ogni qualvolta doveva partire alla volta della
Somalia, chiedeva esplicitamente che io venissi inviato con lei, a fronte del
fatto che io dipendevo e dipendo dalla sede regionale R.A.I, della Sardegna».
Continua
Calvi:
«Voce
comune voleva che MAROCCHINO Giancarlo fosse un contatto dei nostri Servizi
Segreti. Lo stesso era inserito nel clan Ali Madi. Più volte, per reperire la
scorta o cercare i contati nella zona di Ali Madi, ci rivolgevamo a lui.
Ritengo che anche i nostri Servizi Segreti operanti in Somalia fossero a
conoscenza dei nostri movimenti. Credo che MAROCCHINO sapesse che io ed Ilaria
stavamo cercando di raccogliere le prove su traffici di armi attraverso le navi
della cooperazione».
Un’informativa del Sisde datata 4 agosto 1994 (doc. 0043
010 pag. 118-121) riposta le seguenti informazioni:
«La fonte ha inoltre riferito che tale Giorgio
GIOVANNINI di Carpi (MO), che potrebbe identificarsi nell’omonimo nato il
24-11-41 a Serramattone (NO), già argomento di precorsa corrispondenza, nel
corso delle prime fasi del conflitto, allorché non erano ancora intervenute le
Forze ONU, aveva effettuato numerosi viaggi con un "C 130",
rifornendo di armi le opposte fazioni di Ali Mahdi e del generale AIDID, senza
essere mai stato oggetto di alcuna azione di disturbo da parte di chicchessia.
In tale illecito traffico sarebbe anche stato coinvolto
tale MAROCCHINO Giancarlo - che potrebbe identificarsi nell’omonimo nato il
24.3.42 a Borgosesio (VC) che avrebbe sfruttato la copertura di operatore del
settore della cooperazione per realizzare il traffico d'armi con la Somalia e
con altri Paesi del Nord Africa».
Riguardo
al traffico di rifiuti, Marocchino nega anche quando ci sono intercettazioni
telefoniche e testimonianze precise. Ma nei documenti sequestrati dalla Procura
di Asti (doc. 0217 051) a casa di Ezio Scaglione (indagato nell’inchiesta)
figura, tra l’altro, il seguente documento:
«5 - (cfr allegato n.5) trattasi di lettera fax della
MORRIS SUPPLIES SOMALIA (società facente capo a MAROCCHINO Giancarlo)
indirizzata al prof SCAGLIONE Ezio, recante data 19 agosto 1996. Il contenuto della
lettera è preciso e tratta di traffico internazionale di rifiuti pericolosi,
nonché le forme di pagamento da effettuarsi per tali operazioni di smaltimento
di rifiuti tossici.
Nella nota la quantità di rifiuti è pari a 5000
tonnellate per i primi 3\4 mesi e le tipologie sono:
a - fanghi galvanici;
b - morchie di vernice;
c - terre di fonderia;
d - ceneri da elettro filtro.
Il prezzo indicato risulta di 400 lire/kg incluso il
trasporto.
Il contratto è da effettuarsi entro il 30 agosto 1996 a
mezzo contanti in valuta marchi tedeschi in tre soluzioni:
1. il 10% del valore della mercé alla firma del
contratto;
2. il 40% del valore della mercé alla partenza della
nave carica di rifiuti;
3. il 50% del valore della mercé all'inizio dello
scarico definitivo della nave».
E ancora: interrogato dai carabinieri di Vico Equense il
15/11/1997, Marco Zaganelli, veterinario, responsabile per la Giza di un
progetto di cooperazione a Mogadisico, dice (doc 0217 034):
«AD.R.- Tra il 1987-1989, ricordo che Giancarlo
Marocchino mi chiamò prospettandomi un grosso affare perché era stato
contattato da alcuni italiani dei quali mi disse anche il nome ma al momento
non mi sovviene, i quali dovevano sbarazzarsi di un carico di containers fermi
al porto di Castellammare di Stabia o quello di Gioia Tauro contenente rifiuti
tossici o radioattivi e volevano un referente capace di riceverli e sotterrarli
in un'area desertica della Somalia. Mi disse che c'era da guadagnare molti
soldi se fossi stato in grado di trovare la strada per fare quest'operazione.
Io riferii la cosa a Mugne il quale non mi rispose ne in senso negativo né in
senso positivo. Dissi però al Mugne che la cosa mi era stata richiesta da
Marocchino. Più volte Marocchino mi domandò se avevo trovato il
canale per fare questa operazione ed io gli risposi che pure avendone parlato
al Mugne ma non ho avuto risposta ne ho cercato altri canali. Mi risulta che
successivamente, questo lo seppi quando ero in Italia, che un carico di
materiale radioattivo era stato portato in Somalia ed i contenitori sotterrati
in un'area desertica nel nord della Somalia.
ADR.- Ribadisco che pure avendomene Marocchino fatto il
nome degli italiani o della ditta interessata allo stato non sono in grado di
ricordare. Per quanto attiene ai containers ribadisco che Marocchino mi parlò
di un carico (svariati containers) già pronto sul porto di Castellammare di
Stabia. Ovviamente Marocchino faceva riferimento non al solo carico specifico,
ma se avessi trovato il canale si poteva realizzare un vero e proprio business
duraturo nel tempo. Si sarebbe poi trattato di operazioni regolari per il
governo somalo avesse accettato di destinare un'area per lo smaltimento di tali
rifiuti.
Anche
l’avvocato di Giancarlo Marocchino Stefano Menicacci, nel corso dell’interrogatorio
reso durante il processo contro Hashi Omar Hassan (doc 0032 002 pag 67) dice:
«Non c'era nulla a fondo di questa accusa, il buon
MAROCCHINO se ne andò a NAIROBI, la verità disse: "loro ce l'hanno con me
per varie ragioni, primo perché i loro camion saltano in aria, dove portavano
le scorie nucleari e cose del genere, i miei no e io...", e mi ha spiegato
il perché i suoi non saltavano in aria, perché lui conosceva i capi tribù, gli
mollava qualche sacco di farina, conosceva le strade ed era ben visto dalla
comunità somala, tant'è vero in questa circostanza tutti i capi tribù hanno
mandato delle lettere...»
Marocchino,
inoltre, ha sempre negato di conoscere il generale Rajola e di collaborare con
gli uomini dei Servizi (a parte qualche fornitura di gasolio e poco più). Però
la giornalista Marina Rini, sentita il 15 luglio 2004 da consulenti della
Commissione Alpi-Hrovatin, confermava quanto già detto in altre occasioni (doc.
0088 000):
«È falso quanto asserito dal Raiola in ordine alla assenza
di rapporti fra gli uomini del SISMI operanti in Moagadiscio e il Marocchino:
la giornalista ha infatti riferito di essere stata testimone diretta di
diverse comunicazioni radio intercorse fra gli agenti ed il faccendiere».
Riguardo alla presunta appartenenza (o collaborazione)
di Marocchino al Sismi, questione che lo stesso ha sempre negato, nonostante
diverse testimonianze ne indichino il sospetto, vale la pena di segnalare un
episodio reso noto in questi giorni dal giornalista de “Il giornale d’Italia”
Giorgio Giorgi.
Il cronista, presente in sala stampa di Palazzo San
Macuto, dice che nel corso di una delle audizioni di Marocchino davanti alla
Commissione “Alpi-Hrovatin”, lo stesso Marocchino si era trovato a riferire di
aver sentito di minacce verso i giornalisti italiani presenti a Mogadiscio. Al
che, il Presidente gli aveva chiesto che cosa aveva fatto dopo aver recepito
queste cose. Marocchino risponde: «Ho informato il sis…», e s’interrompe.
Ci sono diverse parole italiane che iniziano con “sis”.
Ma fra queste c’è anche Sismi, il servizio segreto militare. Non viene chiesto
a Marocchino quale parola stesse per pronunciare.
Ma il problema è un altro: nella trascrizione di
quell’udienza, l’intera frase di Marocchino è scomparsa. Ossia, è stata
cancellata dalla trascrizione. Giorgi s’è procurato la copia integrale
dell’audizione registrata da Radio Radicale, nella quale la frase viene
perfettamente confermata. È un particolare che dovrà essere chiarito, non solo
in riferimento al caso specifico, ma anche più in generale all’intero complesso
delle trascrizioni, delle quali deve naturalmente essere garantita l’integrità
rispetto alla registrazione. Chi ha il dovere di controllo? Com’è stato
possibile che una frase di tale rilevanza sia stata espunta?
Tornando
alla documentazione in possesso della Commissione, vi è, tra le carte
provenienti dal procedimento di Asti contro Marocchino per furto di documenti
dello Stato attinenti alla sicurezza nazionale (doc 0282 005), procedimento
archiviato, la seguente. Marocchino fa una particolare ammissione (a pag. 8) :
«che
effettivamente il riferimento a "tre uomini" (che risulta da una
telefonata tra lui e Roghi intercettata ndr) riguarda una visita da parte di
tre persone dei servizi segreti italiani che domandavano notizia circa i
rapporti tra Ali Madhi ed Aidid in vista della costituzione di una forza di
polizia somala organizzata dall'Italia».
In una dichiarazione rilasciata alla Digos di Roma il 21
luglio 1999 (doc. 0032 006 pag. 3) proprio da Marocchino si apprende che
conosceva il generale Rajola del Sismi:
«So che prima dell'arrivo del Contingente in Somalia, da
AIDID, sono andati il Generale RAIOLA, l'Avv. DUALE, un Ammiraglio italiano, un
Generale ed altri militari per parlamentare l'arrivo del nostro Contingente in
Somalia. Io ho accompagnato personalmente questa delegazione dal Generale AIDID
ma non ho assistito ai colloqui».
Merita di approfondire la figura di Stefano Menicacci,
legale di Giancarlo Marocchino. Rispetto alla Commissione, come già detto,
Menicacci è stato sentito anche come teste. Ma ha anche svolto un ruolo nel
recupero dell’automobile e nel reperimento dei testi/collaboratori di
Marocchino, come intermediario, tra Ahmed Duale, Marocchino, il consulente
Antonio Di Marco e la Commissione. Il telefono di Stefano Menicacci, da quanto
si apprende dalle carte, è stato messo sotto controllo dalla Commissione
stessa.
Ecco alcune informazioni che la Commissione aveva a
disposizione sull’avvocato Stefano Menicacci.
Il 27
ottobre 1995 in un verbale della Questura di Roma diretto al dottor Ionta (doc.
3.124 pag. 5) c’è il suo “curriculum vitae”. C’è scritto, tra l’altro:
«Nello
stesso anno fu arrestato dai Carabinieri di Foligno in esecuzione di un ordine
di cattura emesso dalla Procura della Repubblica di Roma per millantato credito
e truffa continuata aggravata, per aver chiesto, ed in alcuni casi ottenuto, da
detenuti che scontavano gravi condanne, somme di denaro con la promessa che
avrebbe fattivamente appoggiato, presso i competenti uffici del Ministero di
Grazia e Giustizia, le domande di grazia presentate.
Il
MENICACCI, sempre a causa della sua condotta, fu sospeso dall'albo degli
avvocati dall’1/07/1982 al 30/09/1982…»
E ancora:
«Tornando
al MENICACCI, le dichiarazioni da lui rese in merito al P.M. Dr. Gemma Gualdi
circa l'omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, ricalcano le tante ipotesi
avanzate dagli organi di stampa, senza peraltro fornire alcun elemento
probante».
Che
dichiarazioni ha reso Menicacci a Gemma Gualdi? La Commissione lo ha
verificato?
A sua
difesa l’avvocato Menicacci manda nel 1998 alla Digos di Roma e a Ionta, queste
precisazioni:
«Lei riferisce del mio arresto da parte dei Carabinieri
di Foligno - avvenuto nel 1979 - in esecuzione di un ordine di cattura della
Procura di Roma "per aver chiesto e in alcun caso ottenuto da detenuti che
scontavano gravi condanne (dato che esercito la professione di avvocato) somme
di denaro con la promessa che avrebbe fattivamente appoggiato presso i
competenti uffici del Ministero di Grazia e Giustizia le domande di grazia
presentate".
Orbene, Lei omette di riferire al Magistrato l'esito di
questa accusa, che era del tutto infondata, giacché ciò che feci era
nell'ambito di precisi mandati professionali, (che. il Magistrato – errando –
pensò fossero inesistenti) tanto che il Procuratore (dott. Santacroce) mi
concesse immediata libertà e il giudice istruttore decise per la piena
archiviazione;
Si appurò che la mia condotta era stata irreprensibile e
assolutamente non censurabile».
Per
capire meglio l’avvocato Menicacci, nel documento 0256 000 agli atti della
Commissione ci sono la richiesta e il decreto di archiviazione del procedimento
penale n.2566/98 contro Licio Gelli, Stefano Menicacci, Roberto Delle Chiaie,
Rosario Cattafi, Filippo Battaglia, Salvatore Riina, Giuseppe e Filippo
Graviano, Nitto Santapaola, Aldo Ercolano, Eugenio Galea, Giovanni Di Stefano,
Paolo Romeo e Giuseppe Mandalari.
Cosa ci
faceva l’avvocato Menicacci in compagnia di boss mafiosi, piduisti e personaggi
legati all’estrema destra? Uno degli imputati, l’ordinovista Cattafi, era già
stato indagato anche dall’AG di Messina per traffico internazionale d’armi.
Tutti, inoltre, erano stati indagati nell’ambito dell’inchiesta, denominata
“Sistemi criminali”, «per avere, con
condotte causali diverse ma convergenti verso l'identico fine, promosso,
costituito, organizzato, diretto e/o partecipato ad un 'associazione, promossa
e costituita in Palermo anche da esponenti di vertice di Cosa Nostra, ed avente
ad oggetto il compimento di atti di violenza con fini di eversione dell'ordine
costituzionale, allo scopo - tra l'altro - di determinare, mediante le predette
attività, le condizioni per la secessione politica della Sicilia e di altre
regioni meridionali dal resto d'Italia, anche al fine di agevolare l'attività
dell'associazione mafiosa Cosa Nostra e di altre associazioni di tipo mafioso
ad essa collegate sui territori delle regioni meridionali del paese».
Gelli, Menicacci, Delle Ghiaie, Cattafi, Battaglia, Di
Stefano e Romeo, anche per:
«b) in ordine al reato di cui agli artt. 110 e 416 bis
commi 1, 4, e 6 c.p., per avere contribuito al rafforzamento della associazione
di tipo mafioso denominata "Cosa Nostra ", nonché al perseguimento
degli scopi della stessa, in particolare partecipando alla progettazione ed
esecuzione di un programma di eversione dell’ordine costituzionale da attuare
anche mediante il compimento di atti di violenza, allo scopo - tra l'altro - di
determinare, mediante le predette attività, le condizioni per la secessione
politica della Sicilia e di altre regioni meridionali dal resto d'Italia, così
perseguendo il fine di determinare il rafforzamento ed il definitivo
consolidamento del potere criminale di Cosa Nostra e di altre associazioni di tipo
mafioso ad essa collegate sui territori delle regioni meridionali del paese».
Risultava, in particolare, che Menicacci Stefano,
avvocato di Stefano Delle Chiaie e suo socio nella "Intercontinental
Export Company I.E.C. S.r.l.", e Romeo Domenico, pregiudicato per
reati comuni, l’8 maggio 1990 avevano fondato la Lega Pugliese, l’11
maggio la Lega Marchigiana, il 13 maggio la Lega Molisana, il 17
maggio la Lega Meridionale o dei-Sud, il 18 maggio la Lega
degli Italiani e, sempre nello stesso periodo, avevano fondato la Lega
Sarda. E la maggior parte di questi movimenti di nuova formazione
avevano eletto la propria sede sociale presso lo studio dell'avv. Menicacci,
già sède della "Intercontinental Export Company I.E.C. S.r.l.".
Ulteriori risultanze emergevano, poi, dalla minuziosa
analisi dei movimenti leghisti meridionali successivamente compiuta dalla
Direzione Investigativa Antimafia, anche sulla base della documentazione
fornita dal SISDE e dalla Direzione Centrale Polizia di Prevenzione
(proveniente dai vari uffici DIGOS), e condensata nelle informative n. 17959/97
del 3/6//1997 e n.3815/98 del 31/V1998 e relativi allegati.
Il dato rilevante che emerge da tali accertamenti è che,
nello stesso periodo in cui sorsero i movimenti meridionalisti fondati dall'avv.
Stefano Menicacci e da personaggi al medesimo legati (per lo più provenienti
dalle fila dell'estrema destra), cominciarono a sorgere nelle varie ragioni
centrali e meridionali d'Italia una serie di movimenti, tutti, apertamente
collegati alla Lega Nord e per lo più fondati da tale Cesare Crosta, e che, in
quasi tutti i casi, i movimenti fondati dal Crosta si sono poi fusi con quelli
costituiti dall'avv. Menicacci.
Ora, a parere del P.M. sono stati acquisiti sufficienti
elementi in ordine alle seguenti circostanze:
- all'inizio degli anni '90 verme elaborato, in ambienti
esterni alle organizzazioni mafiose ma ad esse legati, un nuovo "progetto
politico", attribuibile ad ambienti della massoneria e della destra
eversiva - in particolare - agli indagati Licio Gelli, Stefano Delle Chiaie e
Stefano Menicacci;
- a tal fine, venne messa in atto in quegli anni una
complessa attività preparatoria organizzativa, sul terreno politico, di
movimenti meridionalisti, finalizzati, alla costituzione di un nuovo soggetto
politico meridionalista di riferimento, che doveva fungere da catalizzatore
delle spinte secessioniste provenienti dal Meridione;
- in epoca successiva, all'interno di Cosa Nostra, si
deliberò di adottare una strategia della tensione finalizzata a ristrutturare i
"rapporti con la politica", attraverso l'azzeramento dei vecchi
referenti politici e la creazione delle condizioni più agevoli per
l'affermazione di nuovi soggetti politici che tutelassero più efficacemente gli
interessi del sistema criminale;
- all'interno di tale strategia venne presa in seria
considerazione, almeno nella fase iniziale, e prima della sua attuazione,
l'opzione secessionista;
«Non sono, tuttavia, sufficienti», scrivono
i magistrati, «per sostenere l'accusa in giudizio gli elementi acquisiti in
ordine alla correlazione causale fra tali circostanze. Non è, insomma,
sufficientemente provato che l'organizzazione mafiosa deliberò di attuare la
"strategia della tensione" per agevolare la realizzazione del
progetto politico del gruppo Gelli-Delle Chiaie, né che l'organizzazione
mafiosa abbia approvato l'attuazione di un piano eversivo-secessionista per
effetto di contatti col gruppo Gelli-Delle Chiaie.
Ed è infatti ipotizzabile - allo stato degli atti -
anche una spiegazione alternativa: e cioè che il "piano eversivo",
concepito in ambienti "esterni" a Cosa Nostra, sia stato
"prospettato" a Cosa Nostra" al fine di orientarne le azioni
criminali, sfruttandone il momento di "crisi" dei rapporti con la
politica e che l'organizzazione mafiosa ne abbia anche subito - anche
temporaneamente - l'influenza, senza però impegnarsi a pieno titolo nel piano
eversivo-secessionista. Peraltro, la verifica di tale ipotesi, e cioè
dell'eventuale influenza di "soggetti esterni" sulle determinazioni
di Cosa Nostra nella fase iniziale della strategia della tensione attuata nel
1992, esula dallo specifico oggetto del presente procedimento, costituendo
invece materia del separato procedimento penale concernete l'omicidio dell'on.
Salvo Lima, cui si è già fatto cenno».
L’inchiesta,
dunque, è stata archiviata ma restano molte ombre (vedi soprattutto la scheda
della Dia 3815/98) che avrebbero suggerito, almeno, una maggiore attenzione e
una maggiore prudenza nei rapporti con l’avvocato di Giancarlo Marocchino.
Soprattutto
rispetto ad una nota contenuta nello stesso documento:
«Nell'informativa D.I.A. n. 3815/98 del 31/1/1998, sul
conto di Menicacci, si riportano le dichiarazioni del collaboratore di
giustizia messinese Costa Gaetano che chiamano in causa lo studio dell'aw.
Menicacci in un tentativo di "aggiustamento" di un processo per il
quale si era interessato il mafioso calabrese Giuseppe Piromalli. E si
riferisce di contatti fra il mafioso Luigi Sparacio, durante la sua latitanza,
e utenze telefoniche di personaggi vicini a Menicacci e Stefano Delle Chiaie.
Nella stessa informativa D.I.A. si fa riferimento anche ai rapporti fra l’avv.
Menicacci e Paolo Bellini, personaggio proveniente dalla destra eversiva,
coinvolto nelle indagini sulla strage di Bologna e nel '92 in contatto con il
mafioso Nino Gioè nell'ambito di una delle c.d. "trattative" che Cosa
Nostra avviò durante la stagione stragista, in questo caso utilizzando cercando
di utilizzare i contatti che Bellini aveva con i Carabinieri (cfr., in merito,
la ricostruzione della vicenda contenuta nella sentenza della Corte d'Assise di
Firenze sulle stragi del '93). Richiesta di archiviazione del proc. pen.
n.2566/98 R.G.N.R. nei confronti di GELLI Licio+3».
C’è di
più. Sembra che l’avvocato Menicacci sia “suggeritore” sia di alcune
dichiarazioni di testimoni auditi dalla Commissione. Agli atti c’è una lettera
di Guido Garelli del 18 gennaio 2005 (doc. 0395 000 pag. 251) indirizzata
all’avvocato Menicacci:
«Ti
ringrazio, come al solito, della premura con cui mi tieni al corrente
dell'evolversi della situazione, ed a questo proposito, ti comunico che ho
fatto richiesta di cambiare il Cognome, dell'Aw. Bruno Leuzzi, al posto di
Leucci, e spero che sia arrivata la busta in cui ti confermavo il deposito delle
querele, che ho rapidamente fatto, come da istruzioni (sottolineatura nostra), il 17
di Dicembre, Venerdì, dello scorso 2004, alle H: 12,30, con il protocollo nr.
02, riferito al Mod, IP1 contro il Dr. Franco Oliva e Compagnia, mentre quella
contro il Dr. Roberto Ferrigno, è stata depositata il successivo lunedì 20
dicembre, sempre dello stesso 2004, alle H:13,30, recante il nr. di Prot 14,
riferito anche in questo caso al Registro del solito Mod. IP1…»
Franco
Oliva e Roberto Ferrigno erano due testimoni a favore dei giornalisti Chiara,
Carazzolo e Scalettari nel processo per diffamazione intentato da Giancarlo
Marocchino e da Louis Ruzzi, processo vinto dai giornalisti. Nella lettera di
Garelli all’avvocato Menicacci si legge ancora:
«Come
Ti ho già potuto dire, o meglio scrivere, mi sono letto con molta cura, tutto
il malloppone, che mi hai con molta cortesia raccolto, e consegnato a Rebibbia,
e che tra l'altro ho ritenuto opportuno rilegare ed ordinare secondo un
criterio organico, che mi permette di ritrovare tutti i passaggi che
eventualmente saranno necessari, come richiamo documentale in fase di
escussione Lunedì, 24 di Gennaio, pv, nel Palazzo di Giustizia, immerso nelle
Lunghe Albesi, che speriamo essere propizie alla produzione di un poco di reale
chiarezza, oltre che di eccellenti vini, che probabilmente conoscerai come il
famosissimo Barolo!?»
[…]
Penso che sia opportuno iniziare una nuova Denuncia Querela per Diffamazione,
contro quel bell'imbusto di Aldo Anghessa, in quanto in tutta la corposa quanto
lunghissima carriera criminale, io non ho mai avuto una sola intercettazione
telefonica, e quindi non si può assolutamente dire che io telefonavo a basi
militari italiane, e non avevo di sicuro nessun libero accesso ad installazioni
che fossero di stretta pertinenza delle FF.AA. Nazionali, ed infine io non sono
mai stato arrestato nel corso di qualsivoglia inchiesta sui traffici nocivi,
specie nel 1988, insieme al Dr. Sacchetto, ma per un altro motivo, che sebbene
fosse minuto nei suoi termini di reità, si trattava dell'emissione da parte
delle Autorità Amministrative, di Casarano e Prefettizie di Lecce, di una carta
d'identità, o quanto meno, è solo stata trovata quella, in mio possesso, anche
se a me, furono forniti tutti e quattro i documenti risarcibili in quel momento
ad un Cittadino Italiano, e quindi l'articolo non fa che dire delle
stupidaggini, in più dice che io sono riconducibile ad un Organo di
Informazione dello Stato...!?!, cosa che farebbe di me, una specie di
confidente, o qualcosa di simile, cosa che nel corso delle udienze di San
Macuto, la cosa è stata, credo sufficientemente chiarita!?»
[…]
Come ben hai avuto modo di vedere, e soprattutto di commentare quando ci siamo
trovati a Rebibbia, tutta la vicenda, è stata lo spunto, per mettere giù una
serie di novelle, che hanno davvero il sapore dei Racconti d'Appendice, cari ad
un certo ambiente, che ben conosciamo!?.
Del
resto è più che comprensibile che Tu avessi l'interesse a mettere in cattiva
luce, o quanto meno dubitativa, sia chi era partecipe al ns. Progetto, o meglio
chi Ti scrive adesso, ed anche un poco tutta la questione del Sahara, dato che
come difensore di Giancarlo, non era importante l'obiettività, nel suo insieme,
visto tra l'altro la serie di stupidaggini, che furono scritte nel corso degli
anni, ma giustamente la difesa ad oltranza di certe posizioni?!.»
Merita,
di passaggio, sottolineare che Guido Garelli è stato detenuto nel carcere
romano di Rebibbia solo nel primissimo periodo dopo la sua estradizione dalla
Croazia, e prima che i magistrati Romanelli e Tarditi, che lo volevano
interrogare il primo a proposito del progetto Urano (nato dalle dichiarazioni
di Sebri) e il secondo in relazione all’inchiesta sul traffico di rifiuti in
cui erano indagati Marocchino e Ezio Scaglione (e altri), ne chiedessero il
trasferimento a Ivrea. Da queste affermazioni quindi, risulterebbe che
l’avvocato Menicacci ha potuto incontrare (in che veste?) Garelli, prima dei
magistrati.
Nei
documenti provenienti da Alba, relativi alla querela di Marocchino, Ruzzi e
Bizzio ai giornalisti di Famiglia Cristiana, che, lo ricordiamo, sono
stati assolti, si legge (doc.0282 002, pag 365) in una nota a firma
dell’avvocato Menicaccci:
«II tutto
in forza di tale pezzo di carta che costituisce un falso sia nella firma
di Ali Mahdi Mohamad sia per la qualifica a stampa attribuita a costui di
Presidente della Repubblica di Somalia (carica istituzionale che Ali Mahdi ha
ricoperto solo nel 1991 e 1992 e non oltre)».
Ad Alba
il procedimento si chiude nel maggio 2005. Ma Ali Mahdi nega che la firma
apposta sul documento sia autentica solo dopo l’estate dello stesso anno, nel
corso dell’audizione alla Commissione Alpi. Come faceva Menicacci a sapere
l’8/3/2005 che Ali Madhi avrebbe negato? Considerando che la Commissione stessa
ha avuto modo di contestare a Menicacci che troppi dei testimoni somali giunti
in Italia per testimoniare sono prima passati per il suo studio, la circostanza
avrebbe dovuto essere indagata più a fondo.
Nello
stesso documento citato, quindi precedente al maggio 2005, ossia 10 mesi prima
della fine dei lavori della Commissione, Menicacci afferma (pag 368):
«Già
dopo un anno di impegno la stampa parlamentare bene informata è in grado di
anticipare le conclusioni e cioè:
- che
la pista del traffico illegale di armi e di rifiuti pericolosi in Somalia è
stata abbandonata per assoluta mancanza di riscontri (nessuna delle tante
persone ascoltate vi si è riferito)
- che
la Commissione sta verificando piste diverse, sempre in relazione al duplice
omicidio, quale quella del fondamentalismo islamico.
È
sorprendente notare le doti di preveggenza dell’avvocato, specie alla luce
delle conclusioni tratte dal Presidente della Commissione nella sua relazione
finale. O meglio, potrebbe essere curioso verificare le tesi sostenute
dall’avvocato in sede di audizione e di deposito di documenti (quanto mai
copiosi) raffrontandole a quelle sostenute dal Presidente Taormina.
In
una lettera inviata alla Commissione Alpi-Hrovatin dall’avvocato Domenico D’Amati
il 4 marzo 2005 e contenuta nel doc. 0236 000, si legge:
«Devo infine rilevare che l'aw. Menicacci, nell'esporre
le sue considerazioni sulla attendibilità delle notizie relative alla riunione
in cui sarebbe stata decisa l'eliminazione di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, non
ha fatto alcun riferimento alle dichiarazioni rese in proposito dal cittadino
somalo Hashi Omar Dirà, menzionato nella relazione della DIGOS di Roma in data
30.06.2000 (doc. 5 allegato alla mia memoria del 17.2.2004), secondo il quale
fra i partecipanti alla riunione vi era Abdul Kadir Mohamed. Quest'ultimo
risulta essere direttore del porto di El Maan, appartenente a Giancarlo
Marocchino.
Il Dirà, querelato per diffamazione dal Mugne, è stato
prosciolto dal Tribunale di Roma, con sentenza del 23.12.2004, di cui si
attende la motivazione».
È sicuramente interesse dell’avvocato Menicacci citare
solo gli aspetti che possono giovare al suo assistito, ma tale interesse non
poteva certo coincidere con quello della Commissione. Non risulta, peraltro,
che siano stati acquisiti dalla Commissione i documenti relativi alla querela
di Mugne a Dirà, né che sia stato audito lo stesso Dirà.
Elementi sul traffico dei rifiuti
Riprendiamo
gli elementi principali del capitolo relativo ai traffici di rifiuti della
bozza di relazione distribuita ai Commissari dal Presidente Taormina il 20
febbraio 2006. Bozza che, il 22 febbraio è stata rimaneggiata dallo stesso
Presidente della Commissione. Molte di queste parti, quindi, non ci sono più
nella relazione finale della maggioranza mandata al voto.
La
materia dei rifiuti è stata, comunque, spesso posta in strettissima connessione
con quella delle armi inizialmente per l'esplicito riferimento a scorie
nucleari o radioattive, con l'ovvia possibilità di un utilizzo non civile, e
poi per una possibile esistenza di un accordo criminoso per cui le fazioni
somale in guerra tra loro accettavano i rifiuti tossici in cambio di armi.
Come
primo dato deve segnalarsi che la stampa italiana già nel corso del 1992 aveva
iniziato a parlare di traffici di rifiuti tossici verso la Somalia; tali
notizie erano state riprese anche in una interpellanza parlamentare del 24
giugno 1993 a firma dell'allora senatore Emilio Molinari.
Che
Ilaria si stesse interessando anche a questo argomento è testimoniato anche
dall'audizione del Bogor di Bosaso che ha confermato che Ilaria Alpi, oltre a
domande sul traffico di armi e sulla flotta Shifco, gli aveva chiesto notizie
anche su questo argomento. Un anno prima della sua morte, come già detto in
altra parte di questa relazione, Ilaria aveva parlato di questo e del possibile
utilizzo per occultare rifiuti tossici anche alla sua amica Rita Del Prete che
lo ha confermato in audizione: "una storia che l'aveva sconvolta, una
storia che aveva sentito dire: si costruivano strade che partivano dal nulla e
finivano nel nulla, fatte apposta per scavare e mettere detriti tossici".
In
precedenza, sentita dalla DIGOS di Roma il 18 novembre 1997 aveva precisato:
"Ricordo infatti che una volta, nel 1993, mi parlò di una strada, sita
nella zona di Garoe, che secondo lei cominciava e finiva nel nulla, e che
serviva probabilmente ad occultare delle scorie radioattive. Non mi ha mai
riferito però in particolare di indagini che pensasse potessero metterla in pericolo.
Ricordo però che, durante l'ultimo periodo dei suoi viaggi, cioè nel 1994 e
quando io mi trovavo più frequentemente a Lione, durante i nostri contatti
telefonici, Ilaria mi disse che non voleva parlare di lavoro per telefono
perché non si fidava delle linee. In tale occasione io la presi anche in giro,
pensando che esagerasse".
Nel corso
del procedimento di primo grado la difesa dell'imputato Hashi Omar Hassan ha
chiesto di assumere la testimonianza di Fadouma Mohamed Mamud datrice di lavoro
di Hashi, testimone fondamentale per il possibile alibi dell'imputato.
La parte
della testimonianza pertinente all'oggetto del presente capitolo inerisce la
conoscenza diretta, da parte della Fadouma, di Ilaria Alpi. Fadouma è insegnante
di lettere alle scuole medie, è stata anche coordinatrice volontaria della
ASIARSI della Croce Rossa Internazionale, figlia di un generale di polizia poi
sindaco di Mogadiscio e ha affittato una delle sue ville ad un'agenzia
umanitaria.
La donna,
nell'aula del Tribunale, ha dichiarato di aver conosciuto la giornalista nel
dicembre 92, con la quale ha parlato della condizione della donna nell'ufficio
di Alì Mahdi, e di averla rivista nel settembre 1993, e poi nel marzo del 1994
all'hotel SAHAFI per incontrare una ragazza somala, Farhia, che la Alpi le
aveva chiesto di aiutare. La Alpi le aveva riferito di indagare su un traffico
di scorie radioattive scaricate davanti alle coste somale, chiedendole cosa
sapesse e come si potesse intervenire: "ILARIA mi aveva dichiarato che
seguiva una certa pista, una pista abbastanza pericolosa, mi aveva detto che
era una questione delicata, di cui io non dovevo parlare a nessuno, salvo con
qualche persona che poteva, che poteva aiutarci, salvo una persona di cui io mi
fidavo ciecamente, mi aveva parlato che lei si interessava a certe cose orrende
che venivano fatte sulle nostre coste, sulle coste della Somalia, che
esattamente, che venivano scaricate sulle nostre coste, sul mare dei rifiuti
tossici, cose che noi sapevamo già, io l'avevo dichiarato che era una cosa che
noi sapevamo, che tutti i somali sapevamo, ma eravamo impotenti, non potevamo
fare niente.
Come già
per il traffico di armi anche per quello dei rifiuti è costante la presenza di
quel gruppo di personaggi trasversali a tutta la vicenda Alpi, a partire da
Giancarlo Marocchino, Mugne fino ad arrivare all'allora colonnello Rajola
Pescarini, responsabile della Somalia per il Servizio di intelligence militare.
Vale la
pena ricordare che, tra le annotazioni presenti nel più volte citato block
notes rosso di Ilaria Alpi, si legge, tra l'altro: "Pesca / Strada Bosaso-Garoe
/ Colera / Mugne (corretto in Munye")2.
Proprio
questa strada, per una metà della sua lunghezza, fu percorsa da Ilaria Alpi e
Miran Hrovatin nel tardo pomeriggio di martedì 15 marzo 1994, successivamente
all'intervista al Bogor, per raggiungere in serata la cittadina di Gardo.
Anche per
questo motivo assume qui particolare rilievo una vicenda, che coinvolge
peraltro Giancarlo Marocchino, relativa al presunto seppellimento di rifiuti
tossici lungo quella strada.
Il 21
settembre 2003 l'ing. Vittorio Brofferio, ex dirigente della impresa di
costruzioni Lodigiani e preposto, dal giugno del 1987 al dicembre del 1988,
alla direzione del cantiere per la costruzione della detta strada3, inviò una
e-mail ai gestori del sito internet www.ilariaalpi.it4.
Riferiva
Brofferio, che negli ultimi dieci anni aveva soggiornato quasi sempre
all'estero per lavoro e che nel 2003 era rientrato temporaneamente in Italia
per un incarico in Lombardia, di aver appreso - attraverso alcuni servizi
televisivi - che il caso Alpi era ancora un mistero insoluto e che si parlava,
tra le tante piste e vicende, di Giancarlo Marocchino e della strada
Garoe-Bosaso con riferimento all'ipotesi di seppellimento di rifiuti tossici
lungo il suo percorso.
Per tale
motivo aveva deciso di segnalare con la e-mail di cui si è detto, e in seguito
ai giornalisti di Famiglia Cristiana che lo avevano contattato dopo aver
letto la mail, un episodio che lo aveva coinvolto direttamente nel periodo in
cui dirigeva i lavori del cantiere: ".... ricordo che in occasione di
una sua visita - lui accompagnava personalmente i suoi convogli di camion (Si
riferisce a Giancarlo Marocchino che per il consorzio per il quale lavorava
Brofferio offriva servizi di trasporto attraverso le proprie maestranze -
n.d.r.) mi mostrò un telex, chiedendomi se fossi interessato a quanto il
messaggio diceva: ricevere dei container da interrare in zone disabitate lungo
la nostra strada, alla sola condizione di non aprirli per controllarne il
contenuto. Feci presente a Marocchino che il compito che l'impresa mi aveva
assegnato non contemplava altre attività che quelle strettamente collegate alla
costruzione e che, oltre a ciò, quanto offerto era comunque contrario ai miei
principi di collaborazione a cui sono stato educato. Firmato: ingegner
Vittorio Brofferio.
L'inchiesta della Procura di Milano
Il dottor
Romanelli, della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano, ebbe ad istruire
un procedimento penale scaturito dalle dichiarazioni a lui rese, a partire dal
1997, da Giampiero Sebri il quale, anche accusando se stesso, riferì in ordine
ad una ramificata organizzazione dedita al traffico internazionale di rifiuti.
Sebri
dichiara di essere stato l'uomo di fiducia di Luciano Spada, morto nel 1989,
uomo vicino ai politici del Partito socialista italiano e in particolar modo di
Craxi e Pillitteri, impegnato nel traffico internazionale di rifiuti insieme a
Nicholas Bizzio. In alcuni dei 22 verbali di dichiarazioni rilasciate da Sebri
si parla dei trasporti di sostanze tossiche e nocive in Africa, nella
Repubblica Dominicana e ad Haiti.
Non
mancano gli accenni al noto progetto Urano, ideato e promosso da Guido Garelli
per lo smaltimento dei rifiuti in aree depresse del Sahara.
Il grosso
dell'inchiesta, però, aveva riguardato un traffico che stava avvenendo in quel
momento con destinazione Mozambico.
Ha detto
il dottor Romanelli nell'audizione del 11 marzo 2004:
"l'investigazione
sull'attualità è interessante, perché ... riguardava un progetto, denominato
Progetto Mozambico, che era nel senso dell'esportazione di rifiuti verso l'area
di Maputo, in Mozambico, e, al di là dei dati formali, che sembravano attestare
la regolarità del progetto, in realtà, da subito, emersero dei profili di
illegalità significativi.... dalle intercettazioni emergeva che, in qualche
modo, all'inizio si dovessero fare le cose in modo regolare e poi, una volta
fatte in modo regolare, poi potesse passare di tutto. E certamente ci sono
stati accenni, nella conversazione, a quel "di tutto". Il concetto
era chiaro. Ma c'erano anche altri profili che, sicuramente, giustificavano
l'investigazione; perché tra i soggetti coinvolti a vario livello, nelle varie
società che avrebbero dovuto occuparsi della vicenda complessiva, vi erano
soggetti che sono significativi. Ve ne era uno che, perlomeno a livello di
forze di polizia, era noto come ex terrorista. .... Alcasar, .... aveva un
passato estremamente complicato in varie parti del territorio nazionale ed era
noto sicuramente anche come trafficante d'armi;
.....
in particolare c'è un soggetto, che si chiama Bizzio, che nel corso di uno di
questi incontri, in buona sostanza, dice di essere stato ora non ricordo se il
primo o l'unico a portare dei rifiuti in territorio desertico. Ricordo
addirittura una battuta che mi era rimasta abbastanza impressa, perché era una
battuta pesante, di cattiva ironia, nel senso che diceva qualcosa come
"tanto lì è il clima che smaltisce tutto", forse proprio facendo
riferimento al fatto che potrebbero essere interrati. ..."
Sui fatti
che si intrecciano con la vicenda Alpi-Hrovatin, il Sebri, già all'inizio della
sua collaborazione negli interrogatori del 20 e 23 ottobre 1997, aveva riferito
al dott. Romanelli; di aver incontrato il suo referente politico Luciano Spada
e Giancarlo Marocchino a Milano alla fine degli anni '80; durante tale incontro
Marocchino si sarebbe lamentato dell'esosità di funzionari somali e degli
agenti dei servizi segreti italiani, nonché della presenza di una giornalista
legata ai servizi, dai quali essa otteneva informazioni in forza di un rapporto
intimo con un agente. Sebri si disse convinto che trattarsi di Ilaria Alpi6.
Nel corso
dell'interrogatorio del 20/10/1997 Sebri dice che una società "mista"
dal nome simile a "SOMA FISH", destinataria dei fondi della
Cooperazione e nella quale era coinvolto un importante esponente somalo, forse
un generale, era in realtà la copertura per un traffico di armi del quale
sarebbero stati a conoscenza, pur essendo contrari, Craxi e Pillitteri. E dice
di avere conosciuto Giancarlo Marocchino, dietro presentazione di Luciano
Spada, nella seconda metà degli anni '80. L'incontro avvenne a Milano, in
Piazza Duomo, continuando poi all'interno dell'edificio della Rinascente. Nel
corso dello stesso Sebri fu testimone di una discussione fra Marocchino e Spada
durante la quale il primo fece un punto della situazione degli affari in
Somalia, lamentandosi di alcuni problemi che non riusciva risolvere. In
particolare, Marocchino parlò di alcuni funzionari somali destinatari di
tangenti, facendo cenno anche ai servizi italiani, i cui agenti erano esosi e
incontrollabili. Marocchino si lamentò anche di una giornalista (apostrofandola
con parole volgari), "legata ai servizi", in forza di un rapporto
intimo con uno degli agenti, dal quale otteneva informazioni e
"carte". Circa l'identità di tale giornalista, il Sebri si dichiara
convinto, nel corso di questa prima escussione, che si tratti di Ilaria Alpi.
Nel
verbale del 21/10/ 1997 Sebri approfondisce gli argomenti connessi al traffico
di rifiuti e, circa quanto dichiarato nel precedente interrogatorio su
Marocchino, conferma integralmente, aggiungendo e sottolineando di avere paura
a trattare tali temi.
Il pm
Romanelli utilizza il Sebri, insieme a un agente sotto copertura, per
intercettare Bizzio, Ruzzi e le altre persone coinvolte nel traffico con il
Mozambico e l'inchiesta prosegue principalmente sui traffici in atto in quel
momento sul presente.
Sebri
torna a parlare di Ilaria Alpi nel 2000, in un verbale del 15 maggio dove corregge
ed integra quanto affermato sull'incontro con Marocchino nel corso del primo
interrogatorio. In particolare:
a) gli
incontri con Marocchino sono stati due e non uno soltanto (quello già descritto
precedentemente);
b) il
secondo incontro sarebbe avvenuto nell'autunno del 1993, allorquando il Sebri
fu contattato da un tale avvocato Maggi di Milano che lo convocava in un
parcheggio sito a Milano in zona Arena. Giunto sul posto, Sebri vi trovava il
Marocchino in compagnia di due persone ed assisteva ad una discussione fra il
'faccendiere' e uno dei due convenuti, in cui il primo si lamentava di non
meglio precisate situazioni somale;
c) Sebri
non è stato in grado di riferire in ordine al motivo della sua convocazione a
tale incontro, precisando tuttavia che a seguito della discussione cui aveva
assistito, entrambi, sia Marocchino che l'interlocutore di quest'ultimo (il
terzo uomo era rimasto in silenzio) lo avevano invitato a recarsi in Somalia
per partecipare alla loro attività.
d) Vi
sarebbe stato poi un terzo incontro, fra il Sebri e i due uomini suddetti,
avvenuto nella primavera del 1994 in Piazza Duomo. Nel corso dello stesso uno
dei due (lo stesso interlocutore del Marocchino nell'incontro precedente) era
tornato ad invitare il Sebri ad "assumere un ruolo" nell'attività
somala aggiungendo, di fronte alle perplessità di quest'ultimo, che il problema
della Somalia era stato risolto e che avevano risolto il "problema della
giornalista comunista".
e) Sebri
ha evidenziato di non essere assolutamente disposto a riferire circostanze
utili alla identificazione dei due uomini incontrati insieme a Marocchino,
affermando di temere per la propria sicurezza.
Il 1
ottobre 2000 esce, sul numero 39 di Famiglia Cristiana, un'intervista a
Serbi che racconta l'intera storia.
Nel
novembre del 2000, intervistato da Maurizio Torrealta, Sebri fa per la prima
volta il nome di Raiola Pescarini, indicando come tale il soggetto da lui
incontrato una volta (nel 1993) insieme a Marocchino e un'altra volta nel 1994,
assente Marocchino.
Nelle
precedenti dichiarazioni rese al PM Romanelli aveva parlato genericamente di
due uomini, indicandoli come appartenenti ai servizi segreti ma omettendo di
farne il nome, per timore di rischi alla propria persona.
Il
10/11/2000, in un verbale alla Digos di Roma, Sebri corregge ulteriormente
alcuni punti della sua esposizione:
a)
Conferma di aver conosciuto Marocchino tramite Spada e di averlo incontrato a
Milano, alla Rinascente, sicuramente prima del 1989; Marocchino si era
lamentato di problemi in Somalia, soprattutto con i servizi, il discorso era
incentrato sullo smaltimento di rifiuti tossici, Spada lo assicurò che avrebbe
risolto il problema tramite il 'testone', riferendosi a Craxi.
b) Il
secondo e ultimo incontro con Marocchino avvenne tra ottobre e novembre 1993,
sempre a Milano in zona Arena; Sebri era stato convocato dall'Avv. Maggi, non
presente; erano invece presenti due persone, una delle quali si presentò come
il colonnello dell'Esercito Luca Raiola (Sebri dichiara di essere certo del
nome in quanto ritrovato nel libro "L'Esecuzione"). Anche in questa
occasione Marocchino si lamentava delle difficoltà soprattutto economiche e
Raiola lo tranquillizzò. Marocchino però, sempre adirato, disse che c'era
"una tr...a di giornalista che stava rompendo i c...i, che aveva i
documenti" e che aveva ottenuto informazioni da 'uno del gruppo di
Raiola'. Questi però non rispose sul punto, mentre la persona che era con lui
disse a Marocchino di smetterla.
c) Con
Raiola Sebri ebbe poi un altro incontro ad aprile-maggio 1994, sempre presente
anche l'altro uomo: in questo caso Raiola gli chiese di andare in Somalia,
aggiungendo che "ognuno deve fare il proprio lavoro... chi sgarra viene
sistemato, i giornalisti devono fare i giornalisti e non cercare di andare in
mezzo a questioni militari...". Di fronte alle titubanze di Sebri, Raiola
disse pure "la giornalista comunista ed i suoi amici sono stati
sistemati".
Sebri
descrive fisicamente Marocchino, Raiola e l'altra persona presente ai colloqui:
Sul primo aggiunge che aveva un accento del nord, forse ligure, mentre nelle
dichiarazioni rese al PM Romanelli era stato più generico. Su Raiola afferma
che è una persona più alta di lui, non meno di un metro e ottanta (mentre lo
stesso ha una statura assai inferiore).
Sul punto
ecco il giudizio del pm Romanelli audito dalla Commissione:
"...
Questa dichiarazione mi lasciò e mi lascia perplesso, perché, in realtà...
Il dichiarante non datava precisamente l'incontro; però forniva una serie di
elementi che consentivano la datazione. E la datazione possibile era, a mio
modo di vedere, assolutamente incompatibile con un disturbo di Ilaria Alpi in
Somalia.... La cosa che inquietò di più è che quando l'indagine era
sostanzialmente chiusa ed io avevo, probabilmente, già in qualche modo
esternato quanto meno alla polizia giudiziaria che l'avrei chiusa come ho
indicato, questo soggetto si ripresentò e modificò la data dell'incontro;
meglio: disse che oltre quell'incontro ce ne era stato un altro, o due altri
(adesso, presidente, non ricordo con esattezza); che questo secondo sarebbe
stato successivo all'omicidio e che in questo secondo si sarebbe detto, da
parte di un soggetto di cui non voleva parlare per motivi di sicurezza… Sarebbe
stato un soggetto in qualche modo istituzionale, di cui il dichiarante non
voleva parlare.... E in quella occasione sarebbe stata fatta la battuta che
Ilaria Alpi.... Quello che mi aveva colpito è quello che ho detto in termini
negativi, onorevole, cioè proprio il fatto che in un primo momento viene fatta
l'indicazione su un incontro e in quell'incontro, che in realtà è databile
molto prima, perché è databile 1986-87, ci sarebbe stato il riferimento alla
Alpi e questo, francamente, è molto difficile. Secondo me non è vero. Quindi,
poi, la correzione successiva è, insomma, una correzione. Poi, per carità, per
una correzione ci sono mille ragioni, che possono essere ragioni vere, che
quindi fanno essere vera la correzione...."
In
chiusura va detto che dopo la pubblicazione dell'articolo di Famiglia
Cristiana, in cui compare l'intervista resa da Sebri, Giancarlo Marocchino
e Luigi Ruzzi, hanno querelato il testimone, i giornalisti autori
dell'intervista e il direttore del settimanale per il reato di diffamazione a
mezzo stampa. Il procedimento penale si è concluso, in primo grado, nel maggio
scorso, con l'assoluzione dei giornalisti e del direttore per l'applicazione
della discriminante del diritto di cronaca ma con la condanna di Sebri a due
mesi di reclusione e al risarcimento del danno subito dalle parti civili.
La Procura di Asti
Un
ulteriore filone investigativo sui traffici di rifiuti verso la Somalia è stato
sviluppato dalla Procura di Asti. Anche in questo caso la figura di Giancarlo
Marocchino e al centro dell'interesse degli inquirenti.
L'avvio
da parte di quella Procura di intercettazioni telefoniche e ambientali, a
seguito di un primo sviluppo delle indagini nei confronti di Ezio Scaglione, ha
infatti evidenziato rapporti di affari fra lo stesso e Giancarlo Marocchino,
rapporti nei quali la Procura ha intravisto accordi finalizzati
all'importazione di rifiuti pericolosi.
In questo
caso, il radicamento del procedimento penale ad Asti segue alla denunzia presentata
da un imprenditore lombardo operante nel settore rifiuti in Lombardia, il
quale, verso la fine del 1996, riferiva di essere stato contattato da un
imprenditore veneto, Giancarlo Bellotto operante nello stesso settore, e che
quest'ultimo gli aveva presentato poi il Prof. Ezio Scaglione come soggetto che
poteva occuparsi dello smaltimento di rifiuti tossico nocivi e comunque
pericolosi in Somalia. L'imprenditore, non interessato all'affare, aveva
presentato lo Scaglione al suo collega Gambaruto Giusto, titolare della Cofir
di Asti.
La locale
Procura - su autorizzazione del GIP e con il consenso degli interessati escluso
lo Scaglione - predisponeva servizi di intercettazione ambientale al fine di
monitorare gli incontri tra questi imprenditori.
Durante
uno di questi incontri, lo Scaglione, dopo aver precisato di essere stato
nominato dal 1992 Console Onorario di Somalia in Italia e quindi di godere
della piena protezione del Presidente Ali Mahdi, riferiva di essere alla
ricerca di ingenti quantità di rifiuti tossico nocivi da esportare, scaricare e
stoccare in territorio somalo.
Nell'incontro
successivo, lo Scaglione ribadiva che il dr Roberto Nesi della MIB Project di
Livorno avrebbe curato tutte le procedure doganali per l'imbarco e che il
"costo grande" dell'operazione sarebbe stato il presidente Ali Mahdi.
Per
giustificare la mancanza di risposta alle proposte dello Scaglione, fu
suggerito dagli investigatori al Gambaruto di manifestare allo Scaglione le
proprie perplessità a spingersi avanti nella operazione alla luce di un
servizio televisivo trasmesso in quei giorni sulla vicenda di Ilaria Alpi, e
sulle vicende di Giancarlo Marocchino. Lo Scaglione dava atto di conoscere e
stimare molto il Marocchino e concordava circa la prudenza di Gambaruto affermando
che il Presidente Ali Mahdi gli aveva comunicato di fermarsi un attimo in
quella operazione.
Su tali
basi venivano attivate intercettazioni telefoniche sull'utenza di Ezio Scaglione
dalle quali si evidenziavano i rapporti che questi intratteneva con Giancarlo
Marocchino.
A
differenza dell'indagine precedente, mancano nell'inchiesta di Asti elementi di
immediata riconduzione alla vicenda Alpi-Hrovatin, se non per alcune
conversazioni telefoniche intercettate; tra Marocchino e Claudio Roghi, nel corso
delle quali il primo vanta consapevolezze sul duplice omicidio, ed altre
relative a Faduma Aidid (figlia del noto generale somalo) nel corso delle quali
la donna esterna considerazioni o presunte consapevolezze sull'omicidio dei due
giornalisti.
Nel corso
delle indagini sono state intercettate numerose conversazioni telefoniche
indiziarie di un coinvolgimento di Marocchino, insieme ad altri indagati, in un
traffico di rifiuti tossici verso la Somalia.
Di tali
intercettazioni, la Commissione ha preso visione unitamente agli altri
documenti acquisiti presso la Procura di Asti. Fra tutte ve ne sono alcune, cui
gli inquirenti hanno attribuito grande rilievo, captate fra Marocchino ed il
già citato Roghi e, soprattutto, fra Marocchino ed Ezio Scaglione.
Secondo
la Procura di Asti tali ultimi due personaggi avevano tentato di organizzare un
traffico di rifiuti tossici fra il nostro paese e la Somalia, per il quale
Scaglione avrebbe procacciato clienti in Italia mentre Marocchino avrebbe
assicurato la compiacenza delle autorità locali e dato supporto logistico
all'operazione. A sostegno di tale ricostruzione, oltre alle risultanze che in
seguito si esporranno, vi sono anche alcune intercettazioni ambientali
riportanti i colloqui fra Scaglione e alcuni imprenditori italiani7, ai quali
il primo illustrava il progetto di smaltimento dei rifiuti in Somalia, facendo
riferimento a Marocchino e alle possibilità offerte dalla prezzolata
compiacenza di Ali Mahdi ("... il costo grande dell'operazione...").
È in
questa chiave interpretativa sono state lette le altre conversazioni
intercettate, come ad esempio quelle in cui Roghi raccomandava al Marocchino,
in quel momento impegnato nella costruzione del porto nella località somala El
Man, di adoperarsi per ottenere una "free zone" nell'ambito dello
stesso oppure, in maniera più pregnante, i dialoghi fra Scaglione e
Marocchino8, contenuti soprattutto in tre conversazioni dell'estate 1997,
inquadrate ed interpretate dagli inquirenti nel contesto illecito di cui si è
detto ed emerso ai loro occhi già da un anno a seguito della captazione degli
accordi di Scaglione con imprenditori italiani.
La
telefonata 253 dell'1 agosto 1997 parte da un inquadramento politico della
situazione locale fatta da Marocchino a Scaglione fino a quando quest'ultimo,
rimandando a discorsi già fatti, fa riferimento a "quegli altri due
problemi". Marocchino comprende e risponde di aver parlato con Ali Mahdi
ma di doverlo incontrare con più calma. A tal proposito aggiunge che,
allorquando avrò modo di incontrare il Presidente, dovrà presentare il suo
progetto come qualcosa di socialmente utile: "Io devo metterla giù qua
in modo che, che noi faremo una specie di, di, come posso dire e....
chiamiamolo bruciatore, quello lì per dare energia elettrica alla popolazione e
via di seguito, la cosa va impostata in quel modo lì per cui lui può
dimostrare che fa questa cosa qua per dare benessere a.... al paese, per dare
energia al paese, dobbiamo metterla su quel là, mica no se no sono guai, va in
mano a un giornalista.... Attacca lo .... Niente si attacca subito che stiamo
portando bla... bla". Su queste parole Scaglione lo interrompe bruscamente
"eh! Ba, ba, stop niente altro per telefono, se è il caso quando mi dici
che la cosa è fattibile mi fate una lettera di conferma di quelle che già avevo
a mano mia e poi con quella io vi dico esattamente cosa dobbiamo fare".
Infine,
nella telefonata nr. 58 del 14 agosto 1997, Marocchino riferisce a Scaglione
che "sta aspettando che mi arriva di nuovo il capo ... e lì il capo io
ho sentito proprio l'altro giorno, non io direttamente, ma il suo uomo di
fiducia e ha parlato, abbiamo parlato assieme.... E perché ti spiego è stato
chiamato da più di .... Ufficialmente dalla Nazioni Unite .... Che i primi di
ottobre , tutti si devono presentare a .... a Bosaso per formare il nuovo
Governo". Giancarlo ribadisce che si dovrà attendere ancora alcuni
giorni e Scaglione dice "Ho capito, comunque pensi che quel discorso si
possa fare perché qui (in Italia) mi chiedono qualcosa e io non so cosa dire".
Marocchino lo rassicura "Si io penso che, quando lui c'ha il potere
penso che.." e poi continua con un nuovo profilo: "... senti Ezio una
cosa volevo dirti....e .... Una operazione tanto per .... Una operazione fatta
diciamo tra di noi (secondo gli investigatori starebbe a significare senza il
placet formale di Ali Mahdi), in poche parole non so due-tremila furti, roba
del genere ... ". Scaglione gli risponde: "Io posso farne
anche da ventimila, il tempo di organizzarla ...il problema è che ho bisogno
dell'autorizzazione, di qualcuno che firmi, se no non si sposta neanche una
paglia qui in Italia".
Marocchino
quindi sembra suggerire "giri al .... Giri al .... Eh altri giri"
sottintendendo, secondo la Procura, il ricorso ad "altri giri" ovvero
ad ambienti corrotti in grado di dare le necessarie autorizzazioni. Tale
interpretazione infatti sembra essere confortata dalla risposta secca di
Scaglione che si preoccupa di possibili conseguenze giudiziarie: "No,
quell'ambito lì guarda, per carità .... Voglio continuare a mangiare a spese
mie, capiscimi ...".
Va detto
che la procura di Asti non si è limitata a raccogliere indizi del traffico di
rifiuti, soltanto attraverso le attività tecniche. Ha ricercato anche ulteriori
riscontri alle proprie ipotesi investigative attraverso una perquisizione in
danno di Ezio Scaglione, all'esito della quale sono stati acquisiti altri
elementi di forte interesse.
Fra le
altre cose, nel corso della perquisizione, veniva rinvenuto l'atto costitutivo
della società Italricambi srl con sede in Mogadiscio, creata il 17 marzo 1998,
tra Giancarlo Marocchino, Ezio Scaglione e un somalo a nome Mohamed Ali Isse.
L'oggetto sociale della società era l'importazione e l'esportazione di tutte le
merci consentite dalla legge somala e in particolare l'importazione e la
vendita di pezzi di ricambi, mezzi di trasporto, fuoristrada, trattori.
Veniva
poi rinvenuta una memoria con la quale veniva dato atto che "altri accordi
starebbero maturando per l'introduzione in Somalia di residui tossici aggirando
ogni problematica ecologica".
Ancora,
venivano rinvenuti in originale due documenti: il primo redatto in Mogadiscio
il 19 agosto 1996 e firmato dal presidente ad interim Ali Mahdi Mohamed con
firma autenticata dal notaio, con il quale veniva rilasciata a Ezio Scaglione
l'autorizzazione a creare un impianto di stoccaggio per la trasformazione di
rifiuti. Pinzata a questo documento veniva rinvenuta fotocopia su carta fax
della cartografia dell'area portuale di El Man costruita da Marocchino; il
secondo, avente per oggetto l'autorizzazione alla realizzazione di una
discarica per lo smaltimento di rifiuti speciali e tossico nocivi, datato il 23
settembre 1996. Con lo stesso il direttore dell'ufficio del presidente - tale
Ibrahim Farali Abdi - richiamato il decreto del 19.8.1996, autorizzava9
Scaglione a realizzare e gestire una discarica del tipo "C" per lo
smaltimento di rifiuti tossici da situarsi nella zona denominata "EL
BARAF"10.
Veniva
poi sequestrato un fax trasmesso dalla Morris Supplies Somalia (società,
secondo quanto poi sarà riferito da Scaglione, facente capo a Marocchino)
indirizzato a Scaglione il 19.8.1996 nel quale, richiamato il decreto
presidenziale del 19.8.1996, si comunicavano prezzi e condizioni per l'invio di
5000 tonnellate (per i primi tre o quattro mesi) di fanghi galvanici, morchie
di vernici, terre di fonderie, ceneri da elettro filtro. Il prezzo era di 400
lire al kg, da regolarsi in marchi tedeschi.
A parere
della Procura, almeno una spedizione di prodotti pericolosi sarebbe stata
portata a termine. Il fatto, ricostruito solo documentalmente e attraverso
l'acquisizione di testimonianze, sarebbe avvenuto nel maggio 1997 e vi
sarebbero stato coinvolto Giancarlo Marocchino come destinatario, in Somalia,
della merce. La merce, sotto la copertura documentale di "prodotti
domestici", avrebbe compreso in realtà materiali di ferramenta, fra cui
prodotti chimici e vernici a solvente il cui Marocchino, circa i fatti
contestatigli, non ha inteso rispondere al P.M.
In Commissione
ha invece fornito, su tale ultima circoscritta vicenda, la seguente
spiegazione: ".... io ero in rapporti con Nesi, uno spedizioniere di
Livorno, che ha mandato giù questo contenitore. Era morto il padre di un certo
Cipollini, un ragazzo amico di Roghi, che faceva le pizze e non voleva andare a
lavorare nella bottega di ferramenta lasciata dal padre; allora, mi ha proposto
di inviare tutta questa roba a Mogadiscio per venderla e io ho acconsentito. È stato
così riempito un contenitore con gli articoli di questa bottega di ferramenta
(tra cui anche vernice) e Nesi si è occupato del trasferimento da Livorno a
Mogadiscio, il Meet Project....."11.
Scaglione,
di converso, già in fase di indagini fu interrogato su tutte le circostanze
acquisite e, pur non negando quanto a lui addebitato, ha tuttavia offerto una
versione, non priva di qualche contraddizione, tendente a ridimensionare la
propria responsabilità a danno di Marocchino.
Nell'interrogatorio
del 11.12.1998 Scaglione dice: "Il GARELLI ed il MAROCCHINO quando
andammo a Milano si conoscevano da circa due o tre settimane, cosi mi disse il
MAROCCHINO stesso. Ci trovammo, definita la questione dell'auto che dovevo
comprare tutti a Nairobi dal MAROCCHINO che ci aveva preceduto in albergo da
qualche giorno all'albergo Hotel 68. Ricordo che il viaggio fu fatto in aereo e
la partenza era da Roma credo si fece scalo direttamente a Nairobi. A Nairobi
il GARELLI mi prospettò il progetto "URANO". secondo cui avremmo
dovuto organizzare l'esportazione transfrontaliera di rifiuti tossico-nocivi .
Il progetto era già pronto io aderii e firmai. Firmò anche il MAROCCHINO con
me".
"Per
quanto riguarda i rifiuti radioattivi e/o nucleari alla mia precisazione il
GARELLI mi espose un foglio di carta comune A4 che recava la sezione verticale
di una sorta di cilindro in piedi in metallo contenente al suo interno "
una camera " in cui avrebbero dovuto essere posti i rifiuti radioattivi
e/o nucleari."
"I
rapporti con MAROCCHINO riprendono nel 1996 quando questo mi chiama e mi dice
che la Somalia aveva raggiunto un poco di stabilità e secondo lui si poteva
riavviare il progetto che in allora era stato esaminato da me in Nairobi,
preciso che intendo in senso lato e cioè mi riferisco sempre a un progetto di
esportazione di rifiuti transfrontaliera."
"Preciso
che quando io ebbi l'autorizzazione da ALI MAHDI - peraltro inviatami da un
amico di MAROCCHINO che giunto in Italia me la imbucò al mio indirizzo -
precisai poi con il MAROCCHINO che di rifiuti nucleari e radioattivi non se ne
faceva nulla per quanto mi riguardava. Dico ciò perché il MAROCCHINO mi fece la
proposta anche in questa occasione di uno smaltimento anche di quel tipo di
rifiuti dicendo, che lui stava costruendo un porto a El Maan e che quei rifiuti
lui li poteva smaltire cementandoli in cilindri simili a quelli del disegno che
GARELLI mi sottopose e che lui poi avrebbe messo in containers con i quali
faceva la banchina del porto di El Maan."
"Lo
Scaglione alla contestazione di telefonate registrate dove parlano lui e il
MAROCCHINO relativamente ad "Altri Giri" per lo smaltimento in Somalia
di rifiuti precisa che pur non sapendo in cosa e come si concretizzassero
questi altri giri, ha rifiutato la richiesta del MAROCCHINO atteso che era
evidente che il binomio "Altri Giri" faceva cenno a traffici
illegali, anche in considerazioni delle pregresse - ma rifiutate - offerte da
parte del MAROCCHINO di smaltimenti di rifiuti nucleari e radioattivi in Somalia."
Nell'interrogatorio
del 15.12.1998 , Scaglione afferma:
"Il
progetto URANO, firmato in Nairobi diviene lettera morta perché il GARELLI fu
ricoverato in ospedale a Torino e poi ci fu l'intervento dei Carabineri di
Alessandria che sequestrarono tutto. Conosco il Fortunato MASSITTI, una persona
di circa 35-40 anni capelli neri, alto e magro, militare che avevo conosciuto
in Somalia a casa di Giancarlo MAROCCHINO in occasione di una cena dove aveva
preso parte, mi pare il MASSITTI e un'altro collonello di stanza a Mogadiscio.
Non mi dice nulla il nome RAIOLA."
Si dà
atto che all'indagato vengono fatte ascoltare conversazioni telefoniche n. 253
del 01.08.97, n. 10 del 8.8.97, 58 del 14.8.97 fra SCAGLIONE e MAROCCHINO.
"Ricordo
le conversazioni e le confermo. Il MAROCCHINO mi diede dei chiarimenti ed io
dissi come doveva essere redatta l'autorizzazione per lo smaltimento dei
rifiuti tossici in Somalia e gli inviai un fax di come doveva essere
rilasciata. Gli accordi con MAROCCHINO Giancarlo per lo smaltimento dei rifiuti
tossici in Somalia erano quelli di coinvolgere il presidente ALI MADHI che
avrebbe avuto una quota nella società attraverso una terza persona al fine di
non farlo figurare. Preciso che fu il MAROCCHINO a dirmi che era necessario
coinvolgere il presidente ALI MADHI, anzi lo stesso MAROCCHINO mi disse che era
lo stesso presidente che chiedeva di essere coinvolto nell'affare dello
smaltimento dei rifiuti tossici in Somalia e che la sua quota, anche se non fu
mai detto con precisione, doveva aggirarsi fra il 35 e il 50% come da
esperienza da me fatta personalmente su esportazioni di materiali giunti a
Mogadiscio. Il MAROCCHINO mi disse che ai capi tribù doveva essere prospettato
un progetto di costruzione di un forno inceneritore "bruciatore" che
mai sarebbe stato realizzato ma che doveva coprire lo smaltimento dei rifiuti
tossici in Somalia e questo escamotage era stato studiato da MAROCCHINO e da
Ali Mahdi per nascondere il vero motivo dell'arrivo dei rifiuti tossici in Somalia
che in realtà non andavano ad alimentare un inceneritore per produrre energia
per la città di Mogadiscio ma dovevano essere scaricati in una zona di terra a
nord di Mogadiscio ove era previsto un sito a norma di legge italiana per lo
smaltimento dei rifiuti."
"Il
documento manoscritto che mi viene posto in visione (allegato n.6 annotazione
prot.819/98) lo confermo come appunto scritto in sede di riunione avvenuto in Lignano
nel 1996 presenti io, mio padre e il sig. KOPP. Preciso a richiesta che il 10%
si riferisce alla percentuale che doveva essere corrisposta per garantire il
pagamento a MAROCCHINO e soci e dell'altra parte l'effettivo scarico dei
rifiuti. " tempi ecc." indicava i tempi e modi di costituire una
società a me intestata che andava ad occuparsi di tale operazione. " come
avviene lo scarico " stava a significare di come organizzare da nave a
banchina lo scarico dei rifiuti che il MAROCCHINO diceva di aver risolto con lo
shetter "tasse e fatture" riferito ai documenti di trasporto e la
tassazione che doveva essere applicata. A domanda dico che gli imprenditori che
avevo interpellato mi avevano detto che i rifiuti potevano raggiungere la Somalia
attraverso la triangolazione e cioè rappresentando documentalmente il viaggio
dai porti di Tolone e/o Marsiglia e non dal luogo effettivo di partenza, ma
comunque che questa era procedura del tutto regolare. Prendo atto che mi viene
fatto osservare che non può ritenersi del tutto regolare una procedura in forza
della quale viene rappresentato documentalmente un luogo di partenza di un
trasporto di quello effettivo. Io torno a ripetere che tale procedura mi venne
dichiarata come lecita e che era usuale. Alla voce " contenuto dei fusti
ec..." era un'obiezione che mi fece MAROCCHINO Giancarlo rivendicando il
diritto a campione di ispezionare il carico e di rifiutare eventualmente rifiuti
non riportati nei documenti di trasporto. Questa osservazione di MAROCCHINO mi
fece sorridere perché mi domandavo come lui potesse essere in grado di
identificare un tipo di rifiuto piuttosto che un altro e contrapporlo con i
documenti di spedizione. Tale sua richiesta avvenne per via telefonica .
"altri rifiuti come radioattivi .prezzi una media ..." ciò
significava che si potevano smaltire rifiuti radioattivi e preciso che
Giancarlo MAROCCHINO in una delle varie conversazioni telefoniche che io ebbi
con lui personalmente mi parlò della costruzione di un porto nella zona nord di
Mogadiscio in località El Maan sostenendo di potere nella banchina, annegandoli
nel cemento, stivare rifiuti radioattivi. Quindi molto probabilmente l'appunto
scritto da mio padre si riferisce a questa conversazione e cioè che il
MAROCCHINO disse che aveva l'opportunità di smaltire anche rifiuti radioattivi
nel costruendo porto di El Maan e lo stesso MAROCCHINO mi rassicurò sostenendo
di poter stoccare tali rifiuti con del cemento e delle rocce che andavano a
costituire la banchina del porto. Ricordo che la telefonata avvenne sull'utenza
di casa un sabato pomeriggio fra l'inverno 1996 e l'inverno 1997. Il MAROCCHINO
diceva che i rifiuti radioattivi dovevano essere annegati nel cemento e poi
messi a dimora per andare a costituire il nucleo della banchina portuale di El
Maan.
Ovviamente
la Commissione ha inteso approfondire la vicenda, quindi sul punto sono stati
auditi, tra gli altri, Ezio Scaglione e Giancarlo Marocchino.
Così, per
quanto riguarda il primo, anche innanzi all'Organo parlamentare ha offerto una
versione del proprio ruolo e delle attività indagate assai ridimensionata
rispetto a quanto obbiettivamente emerge dagli atti di indagine, sollevando non
poche perplessità più volte espresse dal Presidente e dagli altri commissari.
Riassumendo
in poche righe, Scaglione ha riferito12 di essersi interessato al traffico di
rifiuti su attivazione di Giancarlo Marocchino, con i quali riprese i contatti
nel 1996 su iniziativa del secondo proprio per tale affare e che a tal fine gli
fece ottenere le già citate autorizzazioni di Ali Mahdi. Scaglione ha insistito
nel dire che dal suo punto di vista si trattava di attività lecite, alle quali
prese ad interessarsi, contattando imprenditori del settore, al mero scopo di
esperirsi in tale attività e valutarne la convenienza, fino a quando,
subodorando un retroterra di illiceità nelle proposte che provenivano dalla
Somalia, si "chiamò fuori".
Una
versione, come si diceva, che ha sollevato le perplessità della Commissione,
perché stridente innanzitutto con il contenuto delle intercettazioni - che sono
state contestate allo Scaglione - il quale, in breve, vi ha posto la difesa che
si trattasse di parole alle quali non seguirono i fatti.
Più decisa
la difesa di Marocchino, chiamato a rispondere non soltanto di quanto era
emerso nell'ambito delle intercettazioni, ma anche a seguito delle affermazioni
dello Scaglione che, come già detto sopra, in special modo alla Procura della
Repubblica di Asti aveva posto l'accento sul ruolo di Marocchino sminuendo il
proprio.
Marocchino
ha quindi evidenziato la scarsa attendibilità di Scaglione: "un ragazzo
che sta giocando nelle favole ... lo tenevo alla corda perché è un mezzo
stupidino. Se avessi dovuto fare delle operazioni non le avrei mica fatte con
quella persona, ...." e ha giustificato la gravità delle affermazioni
da quest'ultimo rilasciate al dott. Tarditi con la paura di conseguenze
giudiziarie in caso di mancata collaborazione.13
Più in
generale, nel corso dell'audizione dedicata a questi temi, Marocchino non solo
ha negato ogni genere di coinvolgimento nei traffici di rifiuti ma ha anche
dichiarato inversomile che gli stessi possano essere stati condotti, almeno
nella zona di Mogadiscio, da lui conosciuta: "io vi assicuro, anzi ci
metto la mano sul fuoco, che da Mogadiscio a 100 chilometri di distanza non c'è
niente. Non sto parlando del nord, perché quella zona non la frequento, stando
a millecinquecento chilometri di distanza; quindi, è come se stando Roma
parlassi della Sicilia".
A suo
avviso, quindi, si tratta solo di fantasie di alcuni giornalisti "sono
questioni riferite dai giornalisti, che hanno fatto i loro scoop, però nessuno
ha mai provato l'arrivo di un fusto di rifiuti tossici".
Quanto
alle emergenze delle indagini, fra tutte le telefonate intercettate, Marocchino
ne ha minimizzato il valore: "Non nego le parole da me pronunciate, sto
solo dicendo una cosa. Nel processo di Asti, nel quale è stata disposta
l'archiviazione, ci sono delle intercettazioni dalle quali risulta che io
magari ero disponibile a portare avanti degli affari, perché sono un uomo di
commercio".
Alle
precise contestazioni ha spiegato che i "due tre mila fusti" da far
arrivare con "altri giri" altro non erano che olio usato, che in
Somalia poteva essere riutilizzato per autotrazione. Tale evidenza sarebbe
stata chiara, a detta di Marocchino, se la Procura non avesse selezionato le
intercettazioni escludendone alcune dalle quali sarebbe trasparita la natura
lecita del suo operato, intercettazioni che, peraltro non risultano esistenti
agli atti della Commissione.
In
sintesi Marocchino ha riferito alla Commissione di essersi interessato, nei
colloqui con Scaglione, all'importazione dell'olio esausto che - come spiegato
nella nota che precede - non avrebbe integrato un trasporto illegale di rifiuti
in quanto materiale da reimpiegare in Somalia. Circa il tenore delle
conversazioni intercettate, allorquando si parla di autorizzazioni da ottenere
da Ali Mahdi, Marocchino ha spiegato che si trattava di un ulteriore progetto,
che a differenza del primo era nato dalla ideazione di Scaglione: "parlavamo
di questo bruciatore che dovevamo fare, anzi che aveva in mente lui. Tutte cose
che aveva in mente, ma tutte cose che... un bruciatore per i rifiuti urbani,
sia quelli in Somalia, sia quelli che lui doveva mandare giù, se ci davano
questa autorizzazione.....un progetto qui in Italia, un progetto per lo
smaltimento di rifiuti urbani e si doveva costruire un inceneritore in Somalia.
Questo era il progetto che lui aveva in mente di fare, però con
l'autorizzazione italiana....". Marocchino aggiunge che la cosa
peraltro aveva una ratio, in quanto avrebbe consentito di risolvere l'emergenza
dei rifiuti a Mogadiscio, su cui anche l'ONU aveva incontrato difficoltà:
"...In quel periodo in Somalia c'erano delle montagne di rifiuti
urbani; quindi, veniva giù l'ONU che organizzava e pagava 100 mila dollari a
botta per prendere tutti questi rifiuti, pulire la città e levarli; però,
questi rifiuti praticamente da destra andavano a sinistra e, dopo un po',
ritornavano di nuovo a sinistra e dopo sei mesi c'erano di nuovo i rifiuti. Era
un po' il trucco del Balilla: l'ONU veniva giù e faceva queste cose. Allora,
noi avevamo pensato ..."
La cosa
non ebbe seguito in quanto lo Scaglione non riuscì ad ottenere le necessarie
autorizzazioni italiane.
La Procura di Torre Annunziata
Per
completezza d'analisi un seppur breve cenno deve essere fatto alle
dichiarazioni di Francesco Elmo raccolte dall'allora comandante della Stazione
Carabinieri di Vico Equense, Vincenzo Vacchiano. Questi, che all'epoca agiva su
delega della Procura di Torre Annunziata, sentito in Commissione ha spiegato
che nella fase iniziale delle indagini da lui condotte14, ebbe a raccogliere le
dichiarazioni di Francesco Elmo15, che, a fine dell'anno 1995, poco tempo dopo
l'arresto, iniziò "ad ampliare la sfera della sua collaborazione" ai
traffici di armi riferendo sia di un traffico riguardante i paesi balcanici
gestito da tale Nicolas Oman, personaggio cui sarebbe stato collegato il
Giorgi16, sia di traffici verso la Somalia con il trasporto delle stesse a
bordo di navi di un personaggio indicato da Elmo come " l'ing. Muni",
poi identificato nell'ing. Mugne della Shifco.
Il filone
di indagine riguardante Mugne è stato esplorato anche dai Carabinieri di Vico
Equense nell'ambito dell'inchiesta "cheque to cheque". Il
Luogotenente Vacchiano ha riferito al riguardo che, dopo avere acquisito le
prime sommarie informazioni da Francesco Elmo, furono sviluppati gli
accertamenti, che poi condussero al duplice omicidio Alpi-Hrovatin. Dalle
precisazioni di Vacchiano emerge che egli acquisì informazioni dal giornalista
Torrealta e dal Capitano Sottili. Con quest'ultimo ebbe modo di incontrarsi a Trieste
(ove Sottili era stato trasferito da Gaeta) in occasione di accertamenti svolti
a verifica delle dichiarazioni di Francesco Elmo per fatti di riciclaggio.
Sottili gli riferì che in precedenza, quando comandava la compagnia di Gaeta,
aveva avuto modo di occuparsi di un traffico di armi verso la Somalia a mezzo
di navi della Shifco e, in qualche modo, anche dell'omicidio Alpi-Hrovatin, per
cui, poi, aveva probabilmente svolto qualche indagine anche a Trieste.
Ulteriori
accertamenti furono, inoltre, compiuti dal Vacchiano attraverso l'esame degli
atti trasmessi in copia alla Procura di Torre Annunziata da quella di Latina,
che riguardavano le indagini svolte a Gaeta da Sottili. Comunque, trattandosi
di traffici che potevano essere messi in correlazione con l'omicidio Alpi,
tutta la documentazione venne trasmessa per gli approfondimenti alla Procura di
Roma.
Vacchiano
ha, quindi, chiarito come nell'indagine fosse stato introdotto anche il
riferimento al Colonnello del Sismi Mario Ferraro e al M.llo Vincenzo Li Causi:
Francesco Elmo, difatti, sosteneva che in epoca precedente al suo arresto aveva
lavorato per i Servizi, chiamando in causa, per questo, anche il Colonnello del
Sismi Mario Ferraro, ma tali circostanze non avevano trovato alcun riscontro;
sempre Francesco Elmo aveva fatto riferimento, in tale contesto, anche alla
persona del Maresciallo Li Causi in relazione ad un "probabile traffico di
scorie radioattive verso la Somalia", e che anche per tali fatti
l'approfondimento fu rimesso dal Procuratore di Torre Annunziata alla Procura
di Roma, competente per le indagini.
Peraltro
dalle precisazioni fornite dal Luogotenente Vacchiano emerge che né a seguito
delle dichiarazioni di Francesco Elmo né a seguito dello sviluppo delle
indagini fu accertata l'esistenza di rapporti di conoscenza tra il Colonnello
Ferraro e Ilaria Alpi, né - si aggiunge - fu individuato un collegamento tra
l'omicidio Alpi, la morte di Ferraro (avvenuta nel 1995) e la morte di Li Causi
(ucciso il 12 novembre 1993 in Somalia nei pressi di Balad in Somalia).
Ulteriori accertamenti della Commissione sulla
presenza di rifiuti speciali in Somalia
Il tema è
stato richiesto a tutti coloro i quali, a vario titolo, hanno frequentato la
Somalia e, pertanto, sono stati in grado di cogliere qualsivoglia informazione.
La prova
dichiarativa raccolta, in verità, appare di scarso significato, riducendosi
spesso ad una comune percezione di voci correnti; così l'appartenente al Sismi
Alfredo Tedesco18, il quale ha dichiarato che "in Somalia si parlava di
tutto: si parlava di rifiuti tossici, di armi, di tutto, ma prove concrete che
ce ne siano stati, che ce li abbiano messi prima o dopo ...No".
Anche il
colonnello Fulvio Vezzalini, in merito ai rifiuti, ha dichiarato di averne
appreso dell'esistenza "senza alcuna prova di fatto. Ho sentito dire
che c'erano delle aree nel nord in cui scavavano delle grosse buche e ci
buttavano dentro dei fusti ... attraverso chiacchiere con gente del luogo ...
Mi dicevano che nel nord c'era questa attività".
Giorgio
Cancelliere, geologo e collaboratore della ONG Africa 70 di stanza a Bosaso dal
maggio 1993, ha dichiarato di essersi interessato di rifiuti in due occasioni:
"il primo caso fu un'indagine di UNEP (è un'agenzia delle Nazioni
unite), che compì un'indagine lungo la costa, nella zona della barriera
corallina. Fu un'indagine di spettrografia per determinare la presenza di
rifiuti tossici. Il secondo caso, che però non riesco ad inquadrare nel tempo,
credo del 1996 o del 1997, riguardò un'esplosione in un'area del nord est della
Somalia, a 250 chilometri a nord di Irigabo. Questa esplosione fu segnalata da
contadini che videro una grande fascia azzurra, udirono una grande esplosione
dopo la quale ci fu una moria di animali. Le Nazioni Unite inviarono delle missioni
per questo motivo, e ci sono moltissime documentazioni".
Diversi
giornalisti italiani hanno poi cercato di raccogliere informazioni più
dettagliate direttamente sul posto.
Come
Remigio Benni, corrispondente dell'Ansa, che mentre si trovava a Nairobi
nell'estate del 1992, prese contatto con alcuni gruppi di rappresentanti somali
lì presenti: "Uno di questi gruppi, che faceva capo al generale Aidid
mi documenta, ad un certo punto, la presenza di un accordo esistente con il
governo di Ali Mahdi, in particolare firmato del cosiddetto ministro della
sanità del governo provvisorio di Ali Mahdi, per un traffico di rifiuti tossici
e nocivi con una società che aveva sede in Svizzera. Era un accordo che
prevedeva un compenso di vari milioni di dollari ... e che si sarebbe concluso
nel 2011, come durata, questo perché, appunto, avrebbero dovuto trasportare
rifiuti tossici e nocivi scaricandoli in Somalia". Ha spiegato inoltre di
non sapere la provenienza del trasporto dei rifiuti, pur cercando di approfondire
la questione: "cercai dei riscontri presso l'ambasciata Svizzera di
Nairobi: trovammo l'indirizzo che era segnato sulla fotocopia di accordo che mi
era stata consegnata, però il nome della società era leggermente diverso,
sembrava che ci fosse stato un errore di battitura o qualcosa di questo genere.
Cercammo di metterci in contatto con questa società, perché con me c'era un
altro collega, che era Zamorani, del Giornale nuovo, che era arrivato in quei
giorni, ma purtroppo non arrivammo concludere nulla", per la difficile
situazione esistente in Somalia.
Successivamente
nel ricercare contatti per ottenere informazioni, "il governo di Ali Mahdi
smentì decisamente che ci fosse mai stato un accordo di questo tipo; gli uomini
di Aidid ne parlavano come se non sapessero dove fosse possibile rintracciare
dati, anche perché non escluderei che quel documento che mi era stato fornito
fosse una sorta di provocazione per creare, da un certo punto di vista,
disinformazione e, dall'altro, per tentare di mettere sulla pista qualcuno,
però senza dargli elementi concreti perché potesse avere notizie.
Ali Madhi
di fronte alla necessità di difendersi alle accuse di avere presso parte attiva
a tali traffici (la Commissione non ha mancato di chiedere conto di quanto
emerso ad Asti), non si è limitato a dichiarare la propria estraneità a tali
fatti ovvero la non conoscenza del fenomeno, bensì ha apoditticamente escluso,
in maniera categorica, che in Somalia fossero mai approdati rifiuti tossici.
Nel corso dell'audizione del 6 settembre 2005, alla domanda del Presidente che
lo invita a riferire su che cosa sa in merito al traffico di rifiuti tossici e
radioattivi, Ali Mahdi risponde: "È tutto falso. E non so come si
possano dire certe cose in un paese civile come l'Italia. C'è stato uno che ha
detto di avermi dato 7 milioni di marchi, mentre non l'ho mai né visto né
conosciuto. Com'è possibile, signor presidente, che accadano certe cose in un
paese civile come l'Italia?". Ne nega dunque l'esistenza e aggiunge:
"Non esiste. Se qualcuno sa dove sono stati messi, sono pronto a portarlo
lì e a tirarli fuori, se qualcuno ne sa qualcosa".
Poi, in
quella del giorno successivo, aggiunge: "Non voglio parlare della
strada tra Garoe e Bosaso, perché ciò è riferito ai tempi di Siad Barre; però, sono
certo, i somali sanno tutto. I somali hanno fiuto e lo avrebbero visto, se si
fosse messo questo materiale sotto le strade, nel paese; non si trova neanche
un somalo che parli di questa cosa, mai. Mi accusano di aver preso soldi per i
rifiuti che venivano scaricati nei mari internazionali: che bisogno c'era di
un'autorizzazione? Sono mari internazionali! Non possiamo controllare neanche
cinquanta chilometri di costa; non abbiamo navi, non abbiamo niente per
controllare! Perciò credo che tutto questo sia falso, sia una montatura".
Di segno
contrario, si diceva, le affermazioni del dr. Yahya Amir, il quale già in una
intervista rilasciata al giornalista egiziano Mohamed Said, aveva affermato di
avere consapevolezze di prima mano circa i rifiuti nocivi in Somalia: "c'è
pure la questione del mare e dei numerosi rifiuti industriali gettati in
diverse località lungo le coste della Somalia di cui sono responsabili gli
italiani per loro ammissione. Hanno scaricato dei fusti fondo al mare legandoli
con catene. Le catene li terranno sul fondale per una trentina o una quarantina
di anni. Ma quando gli agenti naturali finiranno per spezzare alcune di queste
catene, i fusti torneranno a galla e verranno trascinati fino alla costa dove
saranno attaccati dagli agenti atmosferici come i raggi solari, la pioggia, e
l'umidità oltre che dalle onde. Questo renderà attivi questi rifiuti
industriali ma anche i rifiuti nucleari che si infiltreranno nell'ambiente in
quattro o cinque anni, e le radiazioni tossiche avranno effetti negativi su
tutta la Somalia, ma pure sull'Oceano Indiano, il Golfo Arabico (Persico) e il
Mar Rosso. Pensiamo che hanno seppellito questi fusti in varie località a
Mogadiscio. Abbiamo contattato l'ufficio dell'U.N.E.P. (nota del traduttore:
Programma ONU per l'Ambiente) a Nairobi che fa capo alla sede principale che si
trova a Canada, e quando gli esperti dell'ONU sono venuti per constatare i
fatti con le loro apparecchiature per identificare le radiazioni, li abbiamo
accompagnati fino ad un luogo che dista duecento chilometri dalla spiaggia. Lì,
le loro apparecchiature hanno cominciato a emettere dei "bip" molto
forti e ci dissero che non potevano avvicinarsi ulteriormente perché avrebbe
esposto la loro stessa vita al pericolo. Sono stato lì, ho visto di persona
questi rifiuti e li ho fotografati, ma io non posso fuggire, questo è il mio
paese, dove andare? Gli italiani hanno gettato questi veleni e non so cosa
potrò dire domani a miei figli e nipoti, a cosa vanno incontro in futuro a
causa dei rifiuti che si trovano in varie località in Somalia, a Mogadiscio, a
Bari, e nella mia cittadina nativa. Se uno di questi barili dovesse scoppiare
liberando il suo contenuto nell'aria o nell'acqua, provocherebbe un
inquinamento che durerà venti forse trenta anni, e che sorte toccherà allora ai
miei figli e nipoti? Ci rivolgiamo alla comunità internazionale, esortiamo
l'Italia affinché torni qui a riprendersi questi doni lasciati da noi perché
(l'Italia) sa esattamente dove si trovano, e perché (l'Italia) ha sfruttato
l'assenza di un governo o di un'autorità pubblica in Somalia per negoziare un
accordo con alcuni politici. Per questo, l'Italia deve ritirare questi rifiuti
perché finiranno per avere effetti su tutti i paesi che si affacciano
all'Oceano Indiano...."
D'altra
parte anche nel corso di una conversazione telefonica intercettata su disposizione
della Commissione Yahya, al telefono con l'avv. Duale, ricorda preoccupato che
"...Questo veleno ci sta distruggendo, le cisterne che stanno fuori, si
stanno (incomprensibile), le Nazioni Unite hanno dichiarato che dopo lo
Tsunami, le cisterne sono state scoppiate su alcune parte delle coste somale e
che ci sono delle malattie in Warsheikh, per esempio: alcune persone perdono
sangue dal naso, altre dalla bocca, agli animali cade la pelle. Durante una
riunione a Nairobi, il 23 del mese scorso, alla quale hanno partecipato circa
cento paesi è stato confermato che in Somalia vengono portati rifiuti tossici. È
stata dichiarata dai ministri che avevano partecipato a quella riunione...."
Su tali
importanti conoscenze la Commissione ha chiesto conto a Yahya, durante la sua
audizione, raccogliendo invero una versione ridimensionata rispetto alle
affermazioni categoriche fatte innanzi al giornalista. In questa sede infatti,
l'intellettuale somalo ha diffusamente parlato di notizie apprese dalla stampa
e da altre fonti documentali, non ulteriormente riscontrabili per motivi di
"sicurezza", e solo di fronte alle contestazioni del Presidente che
faceva notare come il tenore dell'intervista fosse nei termini della certezza e
della constatazione personale, ha aggiunto: "...Quando ho sentito le
notizie dai giornali e sono andato lì - è molto vicino alla mia città (circa
sedici chilometri) - ho fatto delle fotografie, precisamente 72. Ho mandato le
pellicole all'avvocato Duale. Ora mi immagino cosa potrà rispondere lei,
presidente, dato che l'avvocato non le ha mandate... Quelli che non ho visto
sono i rifiuti buttati a mare vicino alla costa. Abbiamo anche chiesto al
Governo italiano di mandare qualcuno per verificare se si tratta realmente di
rifiuti tossici. Non sappiamo esattamente cosa siano...".
La
Commissione ha anche preso atto dei risultati di una recente inchiesta
condotta, nell'estate 2005 da Francesco Cavalli, Luciano Scalettari, Alessandro
Rocca e dall'onorevole Mauro Bulgarelli, i quali hanno effettuato due viaggi in
Somalia. Il primo dal 28 luglio al 9 agosto nelle vicinanze di Mogadiscio, a
Joar e altre località lungo la costa, il secondo dal 30 agosto al 7 settembre
al nord della Somalia verso il Puntland. La missione ed i risultati conseguiti
sono stati presentati nel corso di una Conferenza stampa del 21 settembre 2005,
nei locali di Montecitorio, dall'on. Bulgarelli, da Scalettari e Cavalli e
ampiamente riportati in alcuni servizi apparsi su Famiglia Cristiana a
firma di Luciano Scalettari.
I viaggi
sono stati inoltre descritti in due reportages televisivi andati in onda il 23
settembre 2005 su Rai News24, nel corso di un programma dal titolo
"Rifiuti tossici sulla pista di Ilaria, e il 18 ottobre su La 7, in un
programma dal titolo "Segreti e bidoni", a firma di Francesco
Cavalli, Alessandro Rocca e Silvia Testa.
Tra le
finalità della missione vi era quella di verificare il rinvenimento di fusti
sulle coste della Somalia evidenziati da un rapporto pubblicato dall'UNEP a
seguito dello tsunami del dicembre 2004 e la comparsa di particolari patologie
tra la popolazione. Altra finalità era di verificare l'esistenza di
interramenti sospetti lungo la strada Garoe-Bosaso27.
In
estrema sintesi, per come emerso dalle audizioni di alcuni dei protagonisti dei
viaggi e per la parte che qui interessa, le rilevazioni compiute nel corso del
primo viaggio con l'ausilio di un contatore Geiger non avrebbero dato alcun
esito positivo, nel senso che non è stato rilevato nulla in termini di
materiale radioattivo. Riguardo al secondo viaggio l'utilizzo del magnetometro
(strumento che rileva la presenza di materiale ferroso nel sottosuolo) per
effettuare rilevazioni lungo la strada Garoe-Bosaso avrebbe dato un risultato
negativo. Ma in alcune località limitrofe a questa strada avrebbe dato un
risultato positivo, seppure parziale, rilevando la presenza nel sottosuolo di
masse ferrose.
Di
qualche rilievo, di contro, parrebbero essere alcune testimonianze ottenute in
loco dalla troupe, per come sono state riferite alla Commissione dagli auditi e
fra tutti dal telecineoperatore Alessandro Rocca, il quale ha citato alcune
delle notizie ottenute intervistando somali, quali ad esempio " .... Un
pescatore che si occupa di pescare le aragoste in immersione ha parlato di
bidoni ancorati con delle catene, dietro la barriera corallina. Ce ne ha
descritti due o tre: uno aperto, squarciato e gli altri ancorati sul fondo, e
via dicendo, simili a quello spiaggiato che abbiamo trovato sulla
spiaggia". E poi ancora: " .... un medico ci ha detto che su
duecento casi trenta erano riferibili a patologie che lui non aveva mai visto;
in particolare, parlava di escoriazioni strane sulla pelle, emorragie interne,
difficoltà a camminare", sebbene non fosse possibile stabilire il nesso
fra tali patologie e rifiuti tossici, in quanto "lì non hanno strumenti
sufficienti per fare delle analisi. Alcuni ci hanno detto che c'erano delle
patologie che loro non avevano mai visto prima e, in particolare, rimandavano
sempre questi malati all'ospedale di Mogadiscio, perché non sapevano
esattamente come agire".
La
testimonianza più rilevante raccolta dalla spedizione, tuttavia, sembra essere
quella di due autisti che in passato avevano lavorato alla Garoe Bosaso: "Ci
hanno detto - afferma Rocca - che il materiale arrivava al porto su una
chiatta, perché la nave ancorava in rada essendo il fondale del porto troppo
basso; veniva caricato il materiale di costruzione per la strada e insieme
questi fusti di cui loro hanno parlato, fusti di una ventina di chili. Il
materiale poi veniva portato a questo campo base vicino all'aeroporto dove
veniva caricato su camion più grandi e poi portato in questi uadi dove veniva
interrato. In particolare, in uno di questi uadi ci hanno detto che la buca era
gigantesca, nel senso che i camion andavano direttamente dentro e scaricavano
alla rinfusa questi fusti, questo materiale misto a bitume di scarto ...
".
La Malacooperazione
Riportiamo
per intero la parte della Relazione proposta dal Presidente Taormina e
consegnata ai Commissari il 20 febbraio, prima delle votazioni per gli
eventuali emendamenti. Questa Relazione è stata ritirata il 22 febbraio e
sostituita con una nuova bozza preparata direttamente dal Presidente.
Premessa
La
Commissione aveva, tra l'altro, il compito specifico di accertare la possibile
connessione tra l'omicidio ed alcuni argomenti che potevano essere stati
oggetto dell'attività giornalistica di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, sul
presupposto che la causa della loro uccisione potesse essere la circostanza che
essi avevano appreso notizie che alcuni soggetti avevano interesse a mantenere
segrete. Tra questi argomenti vi è l'attività di cooperazione dell'Italia con i
paesi in via di sviluppo e segnatamente con la Somalia.
La
ragione di siffatto collegamento risiede nel fatto che sicuramente su questo
tema si è appuntato l'interesse della Alpi, sia nel periodo precedente al suo
(ultimo) viaggio in Somalia che nel corso di esso: tra i suoi effetti
personali, infatti, sono stati rinvenuti due taccuini contenenti appunti, uno
trovato nella scrivania della Alpi alla sede RAI di Saxa Rubra ed un altro che
la giornalista aveva con sé al momento dell'uccisione e contiene le annotazioni
prese durante la permanenza in Somalia nel marzo 1994.
È utile
riportarle, tali annotazioni.
Sul
bloc-notes trovato alla RAI si legge:
1400
miliardi di lire: dove è finita questa impressionante mole di denaro?
Alcune
opere come la conceria e il nuovo mattatoio di Mogadiscio sono semplicemente
inattivi (sic)
E i
coinvolgimenti con la Somalia di Barre prima e poi il privilegiare Aly Mahdi.
Accuse di Aideed.
Adesso le
accuse non sono finite: la regione centrale di nuovo fuori degli aiuti
Cosa mi
può dire del Cefa, di una nave che da quasi un anno doveva partire x la
Somalia, che è stata bloccata e alla quale è stato chiesto di scrivere che era
coop.
una
sconfitta. E a Mogadiscio la lotta x il potere è ancora aperta. Una massa di
diseredati fa comodo a tutti: sia Ali Mahdi che Aidid hanno i loro buoni motivi
x non vedere risolvere il problema. E gli aiuti internazionali seguono le
indicazioni dei potenti.
Sul
taccuino dell'ultimo viaggio è annotato:
PESCA /
STRADA BOSASO-GAROE / COLERA MUGNE
MUNYE
l'ONU non
fa abbastanza.
l'ONU
tiene tutto l'aiuto x Moga. (2 NGO)
1500 km e
solo 2 NGO/5regioni
ott. 92
=> nov. 700 fond.
profughi
ospedale
costruito dal FAI 1931 colonialismo
disidratazione
acqua antibiotici (incompr.)
5 anni fa
il porto FAI le navi arrivano dai paesi arabi circost.
sultan
BOGOR ABDULLAHI BIMOUSSA
GARO
Farah
Omar - Viareggio
150
miliziani al porto
+
1000
sparsi
Shipco
(società di navigazione)
cooperazione
+ gov. somalo
6 navi -
4 sono state consegnate
Il porto
di Bosaso è il centro economico e finanziario di tutta la regione del nord est
della Somalia. Sono la pesca e le tasse portuali i maggiori introiti della
città. Ma proprio x questo negli ultimi mesi si è scatenata una specie di
pirateria, giustificata all'inizio come lotta alla pesca di frodo
* ONU
generale _ in Bosaso
* futuro
dell'aiuto umanitario ora che è completamente disgiunto da quello militare
*
acquisto di navi
* xché
questo caso è particolare
Mohammad
Abshir Omar (capo del porto)
È ricominciata
l'esportazione dei capi di bestiame
il prezzo
era basso
pescherecci
sfruttano
del fatto che non abbiamo amministrazione anche se è atto illegale
Da questi
appunti si evince che l'argomento interessava alquanto la giornalista italiana,
soprattutto per le ripercussioni che la presenza o meno di aiuti e
finanziamenti e la realizzazione di progetti poteva significare per la
popolazione civile, a cui la Alpi era sempre molto attenta. Si ricava da queste
note che la giornalista era interessata alla situazione degli aiuti in
generale, alle modalità di distribuzione degli stessi e alla possibilità che
essi fossero stati utilizzati per arricchimenti illeciti anziché per il loro
scopo specifico; ad alcune opere in particolare come il mattatoio, la strada
Garoe-Bosaso, il progetto di pesca della Shifco (anche se su questo le notizie
annotate sono scarne, e la stessa società è scritta in modo non corretto: forse
non sapeva ancora abbastanza?). Peraltro, gli appunti strettamente legati al
tema della cooperazione si intersecano con le note relative alla situazione
somala generale o particolare e ad altre questioni connesse alle realtà
visitate o alle persone intervistate (i due giornalisti a Bosaso, fra l'altro,
visitarono la ONG Africa 70 incontrando personale e volontari della
cooperazione).
Già da
questo spaccato si evince che questo tema - a differenza dei due
precedentemente trattati, i traffici illeciti di rifiuti e di armi - pur
essendo di notevole interesse giornalistico, non appare così
"scottante" da giustificare un duplice omicidio. Come gli altri
argomenti e anzi molto più di quelli, infatti, il tema della c.d.
"malacooperazione" era stato, nel 1994, già ampiamente trattato in
molte sedi, comprese quelle giudiziarie, e né dagli appunti lasciati a Roma né
da quelli presi nel corso del viaggio possono ricavarsi elementi per ritenere
che la Alpi avesse appreso segreti inconfessabili.
Tuttavia,
la Commissione, adempiendo pienamente al suo incarico, ha approfondito la
questione acquisendo documenti e ascoltando sul punto testimoni.
Gran
parte dei documenti acquisiti su questo tema provengono dall'archivio della
Commissione parlamentare di inchiesta sulla cooperazione con i paesi in via di
sviluppo, molti di essi erano stati in precedenza acquisiti dalla Procura della
Repubblica di Roma e si trovavano agli atti del fascicolo processuale1.
1. La cooperazione italiana in Somalia
La
Cooperazione allo Sviluppo in favore della Somalia fu voluta dal Parlamento
italiano nel 1979. Essa vide l'elargizione di ingenti finanziamenti.
La fase
più rilevante della politica di cooperazione in Somalia, su cui si sono
concentrate molte polemiche e anche le attenzioni della Magistratura, coincide
con il decennio 1981-1990, ed in particolare con il quadriennio 1986-1989,
durante il quale, anche a seguito dell'istituzione, con la legge 73/85, di un
secondo canale per la cooperazione rappresentato dal F.A.I., il volume dei
nostri interventi in Somalia (e, più in generale nel Corno d'Africa) è
aumentato in modo quasi esponenziale.
Nella
seconda metà degli anni '80 il finanziamento erogò moltissimo denaro, di cui
1141 miliardi a dono e il resto a credito.
La Corte
dei Conti ha calcolato questo finanziamento in 1506 miliardi di lire.
La
cooperazione bilaterale Italia-Somalia si è sostanzialmente interrotta con il
precipitare della situazione politica somala e l'esplosione della guerra
civile, sia per quel che attiene alle attività ordinarie (sospese fin
dall'ottobre 1990), sia per le iniziative più direttamente rivolte alla
popolazione (medicina di base e attività agricole), limitandosi ad attività di
emergenza tramite ONG ed organismi internazionali nei campi profughi.
A partire
dall'agosto 1992, e da una più decisa presa di posizione della comunità
internazionale, si sono aperti nuovi canali di intervento sia sul piano della
mediazione politica, sia su quello umanitario, in cui l'Italia si è inserita.
Di fatto,
una delle accuse ricorrenti rivolte al Governo italiano era quella di aver
mantenuto, quando non incrementato, il sostegno economico e politico a Siad
Barre, anche nel momento in cui il Presidente somalo appariva completamente
screditato agli occhi non solo dell'opinione pubblica internazionale, ma della
stragrande maggioranza del popolo somalo. E che sia stato questo aspetto della
politica italiana a provocare l'instaurarsi di un rapporto conflittuale fra la
nostra diplomazia (ma non il nostro esercito) e alcune delle fazioni coinvolte
nella guerra civile è cosa abbastanza assodata.
Volendo
specificare meglio la ripartizione dei fondi, si deve evidenziare come dei
1.400 miliardi destinati alla cooperazione italo-somala nel decennio 1981-1990,
si constata che più dell'80% è stato destinato alla realizzazione di progetti
"fisici" mentre la restante parte in "investimenti non fisici".
In
particolare, il 49% è andato alla costruzione di grandi infrastrutture (opere
di regime), il 21% alla realizzazione di investimenti produttivi concentrati
(industrie e aziende agricole super moderne) ad alta intensità di capitale, e
solo il 15% circa a investimenti "socio-comunitari" ossia,
investimenti in infrastrutture che possano essere considerate a beneficio della
popolazione.
Gli
"investimenti non fisici" - nel campo della formazione, assistenza
tecnica, programmi di "institution building", ovvero di costruzione
di capacità di decisione, gestione e manutenzione - sono il 13% del totale, e
sono costituiti soprattutto dalla cooperazione con l'Università somala.
Da una
distribuzione così sbilanciata verso l'investimento fisico emerge un primo elemento
di possibile critica: a interventi "a tecnologia non idonea e non
gestibile dalla Somalia, ovvero per i quali la Somalia non è in grado di
provvedere né alla manutenzione, né alla gestione" non ha mai corrisposto
una dovuta accentuazione della fase normativa, cosicché le stesse opere
realizzate sulla base di valutazioni preliminari corrette hanno spesso finito
per naufragare.
Di fatto,
i limiti complessivi dell'intervento in Somalia riguardano quasi ogni fase
della definizione di una politica di cooperazione, e non solo quelle
riguardanti il tipo di investimento e della vitalità dell'investimento stesso.
Purtroppo
che il fallimento della nostra cooperazione sconti un difetto di programmazione
e di coordinamento con le iniziative multilaterali e internazionali, oltre a
subire pesantemente la logica di interessi particolari, espressi in Italia da
aziende, lobbies e gruppi di pressione, che niente avevano a che fare con i
bisogni reali della Somalia, viene giustificata attraverso le affermazioni
proprio del massimo responsabile della nostra politica di cooperazione: infatti
il 9 gennaio 1991, durante una seduta della Commissione Affari Esteri della
Camera, l'allora Ministro degli esteri De Michelis dichiarava2:
"...l'unica
deliberazione importante in materia di cooperazione a favore della Somalia
adottata nel periodo successivo all'agosto scorso ha riguardato un'iniziativa,
per un impegno complessivo di 30 miliardi, volta a fornire due gruppi
elettrogeni alla centrale di Mogadiscio Nord. La ragione vera per la quale
abbiamo adottato tale deliberazione, che, ripeto, è l'unico atto importante
assunto nella fase successiva allo scorso mese di agosto, consiste nel fatto
che la commessa relativa a tale iniziativa riguarda l'Ansaldo. Negli ultimi
mesi tutte le forze politiche hanno operato pressioni perché fossero garantite
all'Ansaldo tutte le commesse possibili, al fine di evitare una forte crisi
occupazionale causata dalle vicende del Golfo."
Si
riportano infine, a titolo di breve informativa, brevi note su alcuni dei
progetti più significativi della nostra cooperazione in Somalia, divisi per
tipo di intervento.
Grandi
Infrastrutture
SILOS-FAI
(1986-88): si tratta della fornitura e montaggio di 360 silos in vetroresina.
Il progetto ha dato risultati negativi per clamorosi errori tecnici (dalla
mancanza di basamenti, con conseguente sprofondamento alle prime piogge, e
mancanza di isolamento termico e di strumenti per lo scarico), ma anche per non
aver calcolato i modi di gestione dello stoccaggio e le possibilità di
trasporto degli aiuti alimentari.
STRADA GAROE-BOSASO
E PORTO DI BOSASO: Queste due opere, che hanno comportato un costo complessivo
di 300 miliardi, sono fra le più controverse per quel che attiene alla utilità,
a smentire le accuse secondo cui la strada, che attraversa una regione
desertica e sottopopolata, sarebbe servita solo al trasporto delle truppe di
Siad Barre sono intervenute, recentemente, valutazioni molto positive da parte
delle stesse popolazioni locali. Resta il fatto che il costo medio per
chilometro è stato pari a 605 milioni, sproporzionato quindi non solo rispetto
alle medie italiane, ma anche rispetto ai costi di altre strade realizzate
dalla cooperazione nel Como d'Africa, e che la manutenzione della strada è resa
difficile non solo dalla mancanza di processi ad hoc di formazione di personale
somalo, ma anche dal fatto che la strada, correndo in territorio pianeggiante,
è continuamente danneggiata dall'irregolarità del regime pluviale.
FORNITURA
DI ENERGIA ELETTRICA PER MOGADISCIO: al di là di vantazioni sul suo esito, rese
difficili dal precipitare della situazione interna, pesano come un macigno le
affermazioni dell'allora ministro De Michelis sui veri motivi per i quali il
finanziamento venne deliberato (v. sopra).
OSPEDALI
DI CORIOLEY E DI GAROE-BOSASO-ALULA: nessuno di essi è entrato a regime per la
evidente discrepanza fra la sofisticazione delle apparecchiature e la mancanza
di personale atto a gestirle, come di ogni attività parallela di formazione.
Progetti
Produttivi
PROGETTO
PESCA OCEANICA: iniziato nel 1979 è passato attraverso vari disastri e
insuccessi clamorosi, con i 5 pescherecci e la nave frigorifero. Era previsto
un grosso impianto a Brava (la cittadina ove era nato l'ing. Mugne), fu
avviato, ma non finito. Allo scopo venne creata la società "Shifco",
che dispose il trasferimento dei pescherecci dopo la guerra anti Barre del '90
nelle acque del golfo di Aden, infatti l'ing. Mugne nel frattempo si era
trasferito a Saana nello Yemen.
Pesa il
sospetto che l'intera iniziativa (caratterizzata da errori di progettazione
assai gravi, a partire dalla distanza eccessiva fra la terraferma e le zone di
pesca, con conseguenti, spropositate spese per la manutenzione in mare dei
pescherecci) sia servita soprattutto ad arricchire - senza che ciò comporti
necessariamente vantazioni di illiceità - gruppi di privati tanto italiani,
quanto somali.
AZIENDA
ZOOTECNICA DI AFGOI (detta del "cinquantesimo", perché a 50 km. a sud
di Mogadiscio, presso il fiume Shebeli). In questo caso, non si può negare che
l'azienda abbia funzionato, ma la gestione, teoricamente affidata ad una
società mista italo-somala "GISOMA", era di fatto tutta nelle mani
dell'azienda italiana GIZA, poi fallita, che era la vera beneficiaria del progetto,
attualmente non esiste più nulla, solo un piccolo aeroporto per lo più
utilizzato per piccoli traffici.
AZIENDA
AGRICOLA DI JOHAR E ZUCCHERIFICIO: il progetto, consistente nella riattivazione
di azienda già esistente e nella messa a coltura di 1.300 ettari a canna da
zucchero, era collegato alla riparazione dello zuccherificio di Johar, ma
l'analisi preventiva risultò scadente e irrealistica, comportando una
lievitazione dei prezzi tale da indurre all'abbandono del progetto.
IMPIANTO
DI UREA: uno dei progetti più discussi, in quanto di fatto non è mai entrato a
regime, e per più di un motivo, dalla dipendenza, per l'energia necessaria al
funzionamento, da una raffineria di Mogadiscio a sua volta legata a dubbie
forniture irachene, alla opinabilità delle vantazioni sulle potenzialità di
mercato del prodotto stesso.
La
COSTRUZIONE DI POZZI nella zona Garoe-Bosaso dalla soc. Aquater di Pescara, una
delle società dell'AGIP, al servizio di vari villaggi.
La
COSTRUZIONE DI VASCHE PER L'ABBEVERAGGIO DEL BESTIAME dalla soc. CIRMEC di
Roccanigi (TO).
La
FORNITURA DI UN ELICOTTERO E UN AEREO che non hanno mai volato.
La
COSTRUZIONE DELLA STRADA AFGOI-MERKA di 105 km. da parte della soc. SALINI di
Roma rimasta incompiuta a causa della guerra.
Non solo
aspetti, per così dire negativi, riguardano alcuni processi di sviluppo
diffuso, che hanno invece inciso in modo più sostanziale sulle condizioni di
vita della popolazione, per le quali vale la pena di ricordare il caso, forse
unico, della nostra cooperazione, ovvero il PROGRAMMA SANITARIO NELLE REGIONI
DI HIRAN E GALGADUD. Approvato nel 1983 con uno stanziamento di 14 miliardi da
utilizzarsi per la ristrutturazione di tre ospedali, rifinanziato nel 1986 con
33 miliardi, il programma è stato realizzato progressivamente fino ad
interessare praticamente rutta la regione con una rete di centri sanitari di
villaggio, cliniche rurali, ospedali distrettuali e regionali, prendendo in
carico la formazione degli operatori sanitari ai vari livelli.
2. La Fase Giudiziaria
Tra il 1992
e la fine del 1993 l'Italia ha vissuto una stagione molto agitata a seguito
delle inchieste giudiziarie conosciute in cronaca con il termine di "Mani
pulite".
Nella
circostanza la Procura di Milano era riuscita a far venire alla luce uno dei
principali filoni del sistema della corruzione che vedeva coinvolti a vari
livelli amministratori pubblici ed imprenditori.
In questo
quadro, alcune inchieste permisero di far conoscere una realtà nella quale gli
ingenti stanziamenti per la Cooperazione con i Paesi in via di sviluppo erano
una parte non trascurabile di tutto il sistema tangentizio italiano.
Allo
scopo venne interessata anche la Procura di Roma alla quale i p.m. milanesi
trasmisero parte degli atti, che alla fine portarono ad istruire processi tanto
a Milano come a Roma.
Le
indagini permisero di scoprire progetti tanto costosi quanto inutili,
stanziamenti multimiliardari, ruberie e tangenti, con il contorno di traffici
di ogni genere, primo fra tutti, soprattutto per la Somalia, il traffico di
armi.
In
particolare a Roma si svolse il processo istruito dal PM Paraggio n. 4723/93
RGNR nei confronti di Forte, Citaristi Martinez, Lodigiani, Scaroni, relativo
proprio alla fatidica strada Garoe - Bosaso e agli appalti ad essa connessi
(aggiudicati ai consorzi SACES (Astaldi, Cogefar, Edilter) e LOFEMON
(Lodigiani, Fortunato, Montedil).
Secondo
l'accusa, il sistema corruttivo che ha accompagnato la Cooperazione ha mosso
tangenti fino al 35- 40 per cento del fatturato, facendo lievitare i costi al
di là di ogni controllo sia da parte italiana quanto da parte somala.
Le
inchieste svoltesi presso la Procura di Milano (p.m. dott.ssa Gemma Gualdi) e
la Procura di Roma (p.m. dott. Vittorio Paraggio), sulle quali si veda più
approfonditamente la parte terza della Relazione, non hanno avuto tuttavia
esiti positivi: i processi celebrati, che hanno visto imputati politici quali
Craxi, Pillitteri, Citaristi, Forte, imprenditori come Lodigiani, dirigenti
pubblici come Martinez si sono tutti chiusi con assoluzioni e archiviazioni3.
Anche i
procedimenti intentati innanzi alla Corte dei Conti hanno visto l'assoluzione
degli imputati4.
A
prescindere dalle conclusioni giudiziarie, merita in questa sede rilevare che
di fatto, la gran parte delle indagini al marzo 1994 era già iniziata e aveva
ricevuto ampia risonanza sui mass media.
In
particolare, gli aspetti osservati da Alpi e Hrovatin nel corso dell'ultima
missione a Bosaso e legati alla 'malacooperazione' - ovvero la vicenda delle
navi Shifco e la strada Garoe-Bosaso - erano già noti da tempo (semmai aspetti
di novità potevano trarsi dal collegamento tra queste vicende e,
rispettivamente, le ipotesi di traffici di armi e di rifiuti; ma su questo v. i
capitoli che precedono...).
3. La Commissione parlamentare di Inchiesta sulla Cooperazione
con i Paesi in Via di Sviluppo
Una volta
emerso il fenomeno, per la sua complessità, per la sua vastità e per il
coinvolgimento di delicati rapporti di politica internazionale, il Parlamento
italiano, benché fosse alle porte la fine anticipata della legislatura, riuscì
a varare la legge 46, del 17 gennaio 1994, istitutiva della Commissione
bicamerale di inchiesta sulla Cooperazione con i Paesi in via di sviluppo.
La
Commissione parlamentare viene insediata il 3 novembre 1994 e cominciò a
operare all'inizio del 1995, cessando tuttavia i suoi lavori con lo
scioglimento anticipato delle Camere nel 1996 e dunque chiudendosi senza la
votazione di una Relazione finale.
Pur non
riuscendo completamente nel suo intento, essendo oltretutto la Commissione
organo politico prima che giuridico-istituzionale, intendendo con ciò che non
avrebbe potuto sottendere ad altre iniziative, la Commissione riuscì a chiarire
molto delle vicende legate alla cooperazione e ai fondi che ruotando intorno a
questo tema erano stati sprecati.
La
Commissione Parlamentare ha scritto: " ...ancora una volta non sono stati
rispettati alcuni princìpi fondamentali di civiltà giuridica"5 e lo ha
evidenziato con profonda amarezza, lamentando la mancanza di adeguati strumenti
di controllo, nonché difetti dell'apparato amministrativo per la gestione
nell'ambito pubblico.
Per
meglio comprendere i fatti di cui si occupava, la Commissione, si recò, fra
l'altro in missione a Gibuti e in Somalia oltre che in Kenia, dal 29 al 31 gennaio
1996. Nell'occasione, non mancò di approfondire i possibili collegamenti tra
l'argomento principale della sua attività e l'omicidio dei giornalisti italiani
a Mogadiscio, che si assumeva connesso sia perché avvenuto proprio in uno dei
Paesi dove più criticata era l'attività di cooperazione pubblicamente
finanziata sia perché attorno agli scandali della cooperazione si concentrava -
come detto - attività professionale delle vittime.
Delle
attività svolte in occasione di quella missione si è tenuto ampiamente conto
sia nel corso dei processi che da parte di questa Commissione, soprattutto in
relazione alle testimonianze di quelle persone che nel frattempo si erano rese
irreperibili.
Nel
resoconto dei lavori svolti durante la missione, si legge: "Gli sbagli
sono stati tanti e molti soldi sono andati nelle mani sbagliate"6,
riportando inoltre anche le dichiarazioni rese dal Presidente della Repubblica
somalo, ad interim, Ali Mahdi, che affermava di condividere "lo sforzo
italiano di far luce sugli errori della Cooperazione, che ci sono stati, e
gravi".
Di quegli
errori si è occupato in modo approfondito il prof. Piero Ugolini, che operò in
Somalia dal 1986 al febbraio 1990 quale responsabile dell'unità tecnica di
cooperazione presso l'Ambasciata d'Italia a Mogadiscio. Egli nel concludere la
sua attività, consegnò all'Ambasciatore e al Direttore Generale della
Cooperazione allo Sviluppo una ampia relazione conclusiva con la quale
esprimeva varie riserve che rappresentò anche al Ministro e poi con una denuncia
penale alla Procura della Repubblica di Roma nel novembre 1992.
Nelle sue
conclusioni Ugolini lamentava l'applicazione dei criteri di esecuzione dei
progetti che avevano portato all'esecuzione delle infrastrutture, definendoli
"errori culturali e politici", definendo l'azione dell'Italia
estremamente negativa7.
Egli
inoltre esprimeva rilievi alla cooperazione italiana sia sul piano
squisitamente politico che su quello propriamente giuridico-amministrativo, per
l'incapacità di soddisfare i bisogni delle popolazioni, la salvaguardia della
vita, l'autosufficienza alimentare, la valorizzazione delle risorse, la
conservazione del patrimonio, la capacità di dare attuazione a processi di
sviluppo endogeno8.
Un altro
personaggio legato alle vicende della cooperazione in Somalia è il dott. Franco
Oliva, sentito l'8 marzo 1995. Egli lavorò a Mogadiscio, come incaricato del
Ministero Affari Esteri, Direzione Generale della Cooperazione e Sviluppo,
dall'aprile 1986 al maggio 1990 con il ruolo di responsabile amministrativo dei
progetti di emergenza. Dal 1987 ha lavorato anche ai progetti del Fai (il Fondo
Aiuti Italiani, il cui responsabile era Francesco Forte). È ritornato in
Somalia il 10 ottobre 1993, sempre come responsabile amministrativo-contabile
dei progetti di emergenza della Cooperazione e il successivo 28 ottobre venne
ferito in modo alquanto serio con la recisione dell'arteria femorale. Egli
ricondusse il suo ferimento alla sua attività professionale, ritenendo che esso
(e soprattutto i successivi interventi in suo soccorso, a suo parere
insufficienti) fosse motivato dalle accuse che egli non mancava di muovere a
dirigenti e privati in relazione alla gestione degli aiuti della Cooperazione.
Il 10
maggio 1994 egli fu sentito anche dalla dott.ssa Gualdi, il p.m. milanese che
si occupava all'epoca dei fenomeni illeciti legati ai finanziamenti della
cooperazione, nell'occasione ebbe a parlare sia dei meccanismi tecnici di
trasferimento dei fondi, sia in riferimento anche ad altri argomenti come il
duplice omicidio Alpi-Hrovatin, della società Schifo e della società Sec, senza
peraltro fornire utili informazioni se non quelle di corridoio che già
all'epoca circolavano.
Oliva
nelle sue dichiarazioni, soprattutto quelle rese al p.m. romano De Gasperis, ha
sempre individuato alcune possibili "piste" legate alla sua attività
nella Cooperazione, in particolare sostenendo che "i conflitti che si sono
verificati nel breve periodo della sua seconda missione in Somalia, e cioè poco
prima di essere ferito, hanno riguardato sempre Giancarlo Marocchino".
Ha più
volte affermato, infatti, che la Cooperazione aveva utilizzato i servizi
logistici di Marocchino, dalle scorte armate al noleggio di automezzi, ai
trasporti, ai magazzini, senza che esistesse un documento contrattuale, e che
lui si era rifiutato di pagare a Marocchino certe somme perché non gli sembrava
che ricorressero le condizioni di legittimità per dar luogo a quei pagamenti.
Al
riguardo si deve comunque osservare che al momento dell'attentato, Marocchino
si trovava in Italia a seguito della famosa espulsione.
4. Le vicende della Shifco
La
società Shifco fu oggetto di interesse giornalistico anche da parte di Ilaria
Alpi. Si tratta di una società che ebbe varie vicende ma sostanzialmente venne
utilizzata per la gestione di alcuni pescherecci che il Governo italiano donò
alla Somalia per attuare il progetto di sviluppo della pesca oceanica.
Attorno a
questa vicenda ruotano una serie di interessi, finanziamenti, arricchimenti
illeciti, e comunque essa è stata ampiamente osservata: da un lato, infatti, la
pesca non costituì mai per la Somalia quell'occasione di ripresa economica che
il progetto perseguiva, dall'altro molteplici furono i sospetti che la Shifco
ed i suoi gestori, in primo luogo l'Ing. Mugne, si attirarono (dall'anomalia
costituita dal fatto che dopo la caduta di Barre un privato si era di fatto
appropriato di un bene nazionale, la flotta, al sospetto che le navi
trasportassero non, o non solo, pesce ma anche altro, e in particolare armi).
La Commissione
non ha mancato di approfondire la vicenda, anche perché Mugne, in relazione a
questo e al traffico di armi che si assumeva si svolgesse con le sue navi, era
stato indicato come uno dei mandanti dell'omicidio Alpi-Hrovatin.
In
particolare, dai documenti acquisiti si è studiata l'evoluzione societaria e
patrimoniale della Shifco, i suoi collegamenti con altre imprese italiane, i
soggetti in essa coinvolti e le altre cointeressenze (Nel lavoro sono stati
impegnati soprattutto i consulenti ufficiali di pg appartenenti al Nucleo
G.d.F.)
1978 -
1987: Prima fase
Sulle
prime fasi del progetto di pesca oceanica non sappiamo molto e quel poco a
nostra conoscenza non è corroborato da documenti ufficiali. Ad ogni modo, una
sintesi è offerta da una nota fax della S.E.C. di Renzo Pozzo, diretta
all'avvocato Paviotti in data 02.06.1994.
Dalla
stessa si apprende che:
- Il
progetto di pesca oceanica somalo prende avvio nel 1978, allorquando l'allora
Ministro della Programmazione, Dr. Amed Habib, visitò i cantieri della S.E.C.,
rimanendone favorevolmente colpito, tanto da formulare, dopo una campagna
sperimentale di pesca che ebbe esito positivo, il "Progetto della pesca
industriale della Repubblica Somala", il quale comportò immediatamente la
stipula di un contratto, proprio con la S.E.C. di Viareggio, per la fornitura
di tre navi da pesca;
- le
prime tre navi furono costruite e consegnate al Governo Somalo fra il 1981 e il
1982: la "21 Oktoobar" (il 15.07.1981), la "Farax Oomar"
(il 30.10.1981) e la "Cusman Geedi Raage" (il 30.09.1982), prese in
consegna da una società di diritto somalo, all'uopo costituita, chiamata Somitfish;
- nella Somitfish
confluì, rilevandone il 50%, una cooperativa italiana di pesca, la Cooperpesca
(fra i cui soci figurava Giancarlo Mancinelli), il cui compito era quello di
apportare know how alla gestione della pesca;
- la
cooperazione durò, con risultati positivi, per circa due anni, fino a quando,
insorte "incomprensioni mai completamente chiarite" le tre navi
furono fermate in zona equatoriale, ove rimasero, senza manutenzione e in
progressivo deperimento, fino al 1985.
- Nel
1985 (anno di avvio del F.A.I. e della visita di Craxi e Forte in Somalia), il
governo di Siad Barre decise di riprendere l'attività di pesca, chiedendo allo
Stato Italiano in finanziamento del ripristino delle tre imbarcazioni già in
uso e, successivamente, la fornitura di altre tre navi. I lavori, accordati
dall'Italia, furono affidati alla S.E.C., la quale, nel gennaio 1987,
riconsegnò le prime tre imbarcazioni (quelle ripristinate).
Il
periodo 1978 - 1987, che vede come protagonisti la Somitfish somala e la
Cooperpesca italiana, nonché la S.E.C., e per il quale non sono disponibili
alla Commissione atti ufficiali e documenti che diano riscontri e riferimenti
certi ai fatti in narrazione, è rievocato anche nelle dichiarazioni di Omar
Mugne, rese al P.M. Pititto nel 1996, e in alcune escussioni in atti eseguite
dalla Compagna CC di Gaeta, nell'ambito di una nota indagine sul supposto
traffico di armi a mezzo delle imbarcazioni italo-somale.
Per
quanto attiene Mugne:
"II
Governo somalo acquisì, in una data che non ricordo, ma intorno al 1982 se non
ricordo male, tre navi attraverso la SACE, navi costruite dalla SEC di
Viareggio; si trattava, in particolare, delle seguenti navi: MV21 Oktober, MV Farax
Oomar, MV Cusman Ghedi Raghe. Queste tre navi, più precisamente, vennero
acquistate, attraverso la SACE, non dal Governo somalo esclusivamente, ma dal
Governo somalo (Ministero della Pesca) e da una Cooperativa Cooperpesca. ....
la Cooperpesca era costituita da Giancarlo Mancinelli che credo fosse di San
Benedetto del Tronto e da altri cittadini tutti di nazionalità italiana. ...La
società costituita dal Governo somalo e dalla Cooperpesca si chiamava Somitfish
e non so chi avesse la maggioranza, se il Governo somalo o la Cooperpesca.
..... io non ho mai ricoperto alcuna carica nell'ambito della Somitfish."
Sempre
sulle origini del progetto di pesca, riferisce in maniera diffusa il sig.
Florindo Mancinelli (fratello di Giancarlo e presidente della Cooperpesca),
innanzi ai Carabinieri di Gaeta, in data 27.06.1994.
Secondo
la versione di Mancinelli, "padrone marittimo di prima classe" e
collaboratore della S.E.C. già dal 1979, fu proprio Renzo Pozzo, che in quel momento
stava costruendo le prime tre navi per la Somalia (non precisa la data ma si
comprende che si tratta dei primi anni 80) a proporgli di aderire al progetto
di gestione della pesca in Somalia che si stava avviando. A tal fine fu
adoperata la Cooperpersca Adriatica di Silvi Marina che "era già stata
costituita o era in fase di costituzione con me (Florindo) come presidente,
come amministratore mio fratello Giancarlo ..." .
A rendere
ancora più pregnante la posizione del Pozzo, Mancinelli aggiunge che " ...
consultatomi con mio fratello accettammo la proposta del Pozzo per costituire
la Somit Fish con sede in Mogadiscio e in Silvi Marina. Tale seconda società
era costituita dal Ministero della pesca somalo e dalla nostra cooperativa
Cooperpesca Adriatica con capitale sociale di un milione di dollari e non
versato in contanti così ripartita: il 65% dal Ministero della pesca Somalo,
che si occupava di impiantare le prime spese di attracco e 35% da parte nostra
conferita per il materiale per pesca...".
Più preciso
e circostanziato sul punto, ritroviamo Mancinelli nel verbale di S.I.T.
esperito da ufficiali di P.G. della Commissione: "....Nello stesso periodo
il dr. Pozzo mi propose di entrare in rapporti d'affari con la Somalia e,
precisamente di gestire delle navi da pesca. ... A questo punto, il dr. Pozzo,
avuta a disposizione la Cooperpesca Adriatica, si mise in contatto con le
Autorità somale e avviò il rapporto commerciale senza che noi Cooperpesca
Adriatica ci esponessimo direttamente nelle transazioni....".
In questo
primo periodo compare anche un imprenditore italiano che, come vedremo,
parteciperà in maniera attiva alle fasi successive del progetto, Vito Panati,
patron della Panapesca e della P.I.A. di Gaeta. Anche lui è stato escusso dalla
P.G. di Sottili, alla quale ha tra l'altro dichiarato che: "... nel
periodo in cui venne varata la prima nave ... mi fu chiesto da Giancarlo
Mancinelli, presidente della Somitfish, di anticipare circa 300 milioni per le
spese di armamento della nave ..... Avendo appreso che il Mancinelli era stato
indirizzato a me dal dr. Renzo Pozzo ... mi rivolsi al Pozzo direttamente
affinché mi garantisse il rischio del finanziamento ....".
Ancora
una volta il Pozzo che, seppure indirettamente, contribuisce alla materiale
attivazione del progetto di pesca. Panati chiarirà di avere recuperato la somma
anticipata scalandola dal prezzo del pescato, che ha continuato ad acquistare
per circa un anno dall'inizio dell'operazione, fino all'inizio della
"crisi" di cui si è detto innanzi, continuando peraltro a finanziare
le operazioni di pesca. Panati rivela anche che "la Società di gestione
Somit Fish vedeva una partecipazione somala con la Shifco ed una parte italiana
rappresentata dai fratelli Mancinelli ed altri cittadini italiani che fungevano
da soci operativi ...".
Panati
chiarisce quindi che l'Ente di Stato somalo Shifco esiste già dai primi anni
80, nascendo di fatto insieme al progetto di pesca oceanica. Il passaggio è
determinante, sebbene privo di riscontri agli atti della Commissione, presso la
quale i primi documenti sull'Ente somalo datano febbraio 1988.
D'altra
parte nello stesso senso sono le memorie di Bernardino Costantino, commissario
della M/N "Faarax Omar", versate ai carabinieri di Gaeta. Questi
infatti precisa che "Nel 1981, (...) nacque il problema di gestione delle
stesse (si riferisce alle prime tre navi consegnate alla Somalia) non potendo
il governo somalo nella persona di Siad Barre gestire le citate navi, crearono
la società Shifko, Ente di Stato somalo, alla cui responsabilità fu posto
l'ingegnere Mugne Omar Said, nato a Brava (Somalia)".
Interpolando
le ultime due dichiarazioni, pertanto, si desume che la struttura societaria su
cui verteva la prima fase del progetto era data dall'ente di stato Shifco, già
rappresentato da Mugne, che in nome e per conto del governo Somalo, costituisce
la società di diritto somalo Somitfisch insieme alla Cooperpesca adriatica dei
fratelli Mancinelli, secondo una ripartizione azionaria di 65% e 35%. Il tutto
abbondantemente intermediato e diretto dal costruttore delle tre imbarcazioni:
Renzo Pozzo, che individua i Mancinelli (uno dei quali suo dipendente), come
partner del governo somalo, e procura il finanziamento per l'avvio delle
operazioni di pesca.
Si è già
detto che il matrimonio Shifco e Cooperpesca non durerà molto, a causa delle
"incomprensioni mai completamente chiarite" cui fa cenno la nota
S.E.C.. Sul punto appare più preciso Florindo Mancinelli, il quale nel corso
della summenzionata escussione spiega che " ... Le campagne durarono ...
sino al settembre 1983 quando il ministro della pesca Osman Giama in una
riunione infuocata, molto tesa, chiese la restituzione delle nostre azioni
della Somit Fish trovando netta opposizione di mio fratello Giancarlo ... A
seguito di tale riunione avvenne la rottura tra noi e i somali e le navi furono
fermate contro ogni nostro consiglio nel porto di Mogadiscio. Durante il
periodo di fermo delle navi le stesse continuavano ad essere seguite non da noi
ma dalla SEC .... Nel settembre 1985 a seguito di un incontro della
Cooperazione sempre d'accordo con la SEC le tre navi furono ricoverate nel
porto di Mombasa .... Nel 1987 le tre navi ripresero il mare ... sotto la
gestione della SEC ... La Somitfish era stata sciolta come pure la Cooperpesca,
nella gestione delle navi la parte che riguardava la proprietà somala era ora
svolta dalla società Shifco con amministratore l'ing. Said Omar Mugne e la
gestione tecnica delle navi era svolta dalla SEC che si avvaleva della mia
collaborazione e degli altri capitani....".
Schematizzando:
Nel 1983 si registra la frattura fra somali e cooperpesca (nessun riferimento
questa volta a Mugne); dal 1983 al 1985 le navi sono ferme nel porto di
Mogadiscio, curate dalla S.E.C.; dal 1985 al 1987 le tre imbarcazioni vengono
ripristinate (dalla S.E.C.) e nel 1987 vengono riconsegnate al governo somalo,
meglio alla Shifco presieduta da Mugne, e gestite insieme (ovviamente) alla
S.E.C.
1987 -
1990: Seconda fase
Chiudiamo
quindi la prima fase del progetto con l'uscita della Cooperpesca e con il
subentro nella gestione delle tre navi da parte della S.E.C.. Secondo quanto
dichiarato da Mugne tale passaggio è anteriore al suo ingresso nella vicenda
(in vero non esistono in atti documenti suscettibili di smentirlo se non le già
menzionate dichiarazioni di Bernardini).
Idealmente
quindi la seconda fase può aprirsi con l'avvento di Mugne, il quale data
l'inizio della sua gestione al 11 maggio 1987:
"...
io venni nominato direttore generale della Shifco, ente di Stato somalo, con
decreto del Presidente Siad Barre nr. 1148/120 dell'11 maggio 1987. È vero che
dal decreto 4.11.1989 nr. 73, che Le ho prodotto nell'occasione del mio
precedente esame, risulta che io sia stato nominato general manager, cioè
direttore generale del progetto Shifco col detto decreto. In realtà il progetto
Shifco rientrava tra altri progetti realizzati con l'assistenza del Governo
italiano per la cui esecuzione, il Governo somalo aveva costituito un apposito
ente di diritto somalo denominato "Enfais", di cui ero direttore
generale con poteri però limitati in quanto vi era un presidente con poteri di
ordinaria e straordinaria amministrazione. E perciò, io ero direttore generale
di tutti i progetti da realizzare con l'assistenza del Governo italiano, tra
essi incluso il progetto Shifco. Con il decreto nr. 73 del 4.11.1989, io, in
pratica, venivo confermato general manager per il progetto Shifco e cessavo di
esserlo con riferimento agli altri progetti ..."
A
riscontro di quanto affermato da Mugne, è disponibile agli atti della
Commissione la traduzione del citato decreto 73, con il quale in data
14.11.1989 lo stesso veniva nominato "general manager del progetto
Shifco". In effetti lo stesso decreto fa riferimento anche al decreto
1148/120 "concernete la direzione e la gestione dei progetti realizzati
con l'assistenza del Governo Italiano e la nomina del General Manager dei
progetti predetti".
Esiste
poi anche una dichiarazione di nomina, a firma del presidente dell'Enfais -
Prof. Abdirisaq Osman Hassan - di Mugne a procuratore speciale del detto ente
per il recupero delle quote azionarie Somitfish già in possesso della
Cooperpesca. L'atto è datato 6 novembre 1988 e dallo stesso si desume che a
quella data Mugne è già "Direttore Generale dell'Enfais e responsabile
diretto dell'attività del progetto della pesca esercitata dalla ex
Somitfish".
Non vi è
dubbio quindi che Mugne ha iniziato ad interessarsi al progetto di pesca non
più tardi del 1987, divenendo però "general manager" di Shifco solo
nel 1989. Tuttavia agli atti della Commissione esistono documenti che
individuano Mugne a capo di Shifco già nel 1988. D'altra parte è lo stesso
ingegnere somalo che, narrando a Pititto le iniziative assunte a seguito del
suo ingresso nel progetto, si qualifica direttore generale dell'ente in ordine
a vicende avvenute prime del 1989.
È il caso
del recupero delle quote di Somitfish già appartenute a Cooperpesca e alla
liquidazione della società mista, avvenuta 28 maggio 1988. Infatti Mugne
dichiara:
"
... nominato che fui direttore generale, io chiesi al Tribunale di Mogadiscio
di convocare l'assemblea straordinaria dei soci. Inviai l'avviso ai fratelli
Mancinelli ed anche alla SEC nella persona di Pozzo...."
"
... inviai l'avviso anche alla SEC, perché in qualche modo c'entrava nella Somitfish.
All'assemblea parteciparono, per la SEC, una persona inviata da Pozzo con
delega, per il Governo somalo partecipammo io e funzionari del Ministero della
pesca, mentre nessuno si presentò per i fratelli Mancinelli. .."
" ..non
ricordo perchè io, quale direttore generale della Shifco, invitai all'assemblea
straordinaria della Somitfish anche Pozzo della Sec...."
Mugne
glissa sulla presenza di Pozzo all'assemblea Somitfish: la ragione per la quale
la SEC fu presente, a seguito di doveroso invito da parte di Mugne è infatti
data dal fatto che la società di Viareggio all'epoca era titolare delle quote
appartenute alla Cooperpesca (il 35% del capitale sociale pari a 1 milione di
dollari = 350.000 dollari), come lo stesso Mugne dichiara:
"
... Quando io venni nominato direttore generale, la Somitfish non c'era più
perchè i soci della Cooperpesca si erano tirati fuori per contrasti con il
Ministero della Pesca e le tre navi erano ancora intestate alla Somitfish e le
azioni della società erano nelle mani della SEC ....io non so se e cosa la
Cooperpesca abbia avuto per rinunciare ai suoi diritti nella società .... non
so perché le azioni della Somitfish fossero in mano della SEC.... "
E ancora:
"
...io no so dirLe perchè, allorché io venni nominato direttore generale della
Shifco con decreto del presidente Siad Barre, le azioni della Somitfish fossero
nelle mani della Sec. Quel che posso dirLe è che tali azioni sono ancora nelle
mani della Sec. ... io non ricordo di aver ricevuto un fax di Renzo Pozzo
avente ad oggetto .... le azioni della Cooperpesca..... non so a chi siano
andate a finire le azioni della Somitfish che aveva la Cooperpesca allorché la
stessa se ne uscì dalla società. Se tali azioni finirono nelle mani della Sec, è
possibile che Cooperpesca gliele abbia trasferite. Le azioni che finirono nelle
mani della Sec erano, infatti, quelle di proprietà della Cooperpesca, perchè le
azioni di proprietà del Governo somalo rimasero di sua proprietà...."
Il
passaggio delle azioni da Cooperpesca a Pozzo è meglio ancora documentato da
una dichiarazione in carta bollata di quest'ultimo, con la quale si chiarisce
che " ... nell'ambito del mandato conferitogli dal Governo Somalo di
pagare per suo conto i debiti esteri della Somitfish, giusto l'art.9
dell'accordo di gestione congiunta tra il Governo Somalo e SEC stesso, in data
11.02.1987 (S.E.C.) ha fatto acquistare da Joint Venture s.r.l., sua
controllata, per conto e nell'interesse del Governo Somalo, la quota azionaria
del 35 % della Somit Fish da Cooperpesca Adriatica....". La nota precisa
che la quota azionaria è custodita da S.E.C. per conto e nell'interesse del
Governo Somalo e promette di far consegnare al Governo Somalo la summenzionata
quota azionaria appena saranno eseguite e superate le formalità valutarie-
bancarie per cui la medesima quota azionaria è vincolata.
Quindi le
quote di Cooperpesca, del valore nominale di 350.000 dollari, passano per
compravendita dalla cooperativa ad una controllata di S.E.C., che acquista su
disposizione di quest'ultima, la quale a sua volta dispone nell'interesse e
d'accordo con il governo Somalo, il quale pare essere il destinatario finale di
quel valore. Si segnala così quantomeno la stranezza di due punti:
a)
perché, se il possesso delle azioni da parte di S.E.C. è stato voluto dal
Governo Somalo, Mugne dichiara di non esserne al corrente?
b) perché
S.E.C. (che è una impresa privata) si accolla di fatto l'onere di tale
acquisto?
A margine
si segnala poi un'altra discrasia: Se le azioni di Somitfish sono passate da
Cooperpesca a Joint venture s.p.a., parrebbe corretto che alla assemblea
straordinaria di liquidazione intervenisse Joint Venture, mentre dalla procura
di firma datata 5.4.1988 (ALL. 09), si desume che Renzo Pozzo delega all'intervento
un tale Bertoccetti Fausto , "nella sua (di Pozzo) qualità di
Amministratore unico della Joint Fishing Company s.r.l."....
Tornando
alla questione relativa alle quote Somitfish, agli atti della Commissione sono
disponibili due telex, di cui uno datato 13 febbraio 1988 e l'altro privo di
data ma comunque prodotto nello stesso anno, trasmessi da Renzo Pozzo all'Ente
di Stato Shifco di Mogadiscio, all'attenzione di Mugne. I due documenti ci
permettono di comprendere come l'acquisto delle quote da Cooperpesca (dal
valore nominale di 350.000 dollari) da parte di S.E.C. sia stato fatto ad
esclusivo vantaggio del Governo Somalo. Il telex del 13 febbraio 1988
(anteriore alla assemblea di liquidazione della Somitfish indetta da Mugne,
alla quale - Mugne non ricorda il motivo - interviene un uomo di Pozzo, recita
infatti testualmente:
"..
La Cooperpesca ha versato a suo tempo per la Somalia circa 350.000 USD. Ciò
richiede che se vengono restituite le azioni in Italia devono rientrare USD
350.000. Ovviamente dalla Somalia non si vuole far uscire USD 350.000. Per
superare questo punto occorre che le azioni abbiano un valore zero. Per fare
questo è sufficiente che Somitfish abbatta il suo capitale sociale con le
perdite accumulate fino ad oggi. Esibendo in Italia il documento che certifica
questa operazione la Banca d'Italia restituirà, su nostra disposizione, le
azioni senza pretendere null'altro...."
Il telex
poi chiosa: " .. Spero di essere stato chiaro e di essere considerato da
te come il leale associato che sono ...".
Insomma,
l'intera questione delle quote Somitfish ed il coinvolgimento della S.E.C. non
potevano non essere al corrente di Mugne, il quale, tuttavia, come si è visto,
sull'argomento sorvola decisamente, fino a dichiarare " ...io non so dirLe
perchè, allorché io venni nominato direttore generale della Shifco con decreto
del presidente Siad Barre, le azioni della Somitfish fossero nelle mani della
Sec. Quel che posso dirLe è che tali azioni sono ancora nelle mani della Sec.
... io non ricordo di aver ricevuto un fax di Renzo Pozzo avente ad oggetto
.... le azioni della Cooperpesca ..." (!).
Non vi è
traccia di contestazioni sul punto da parte del P.M. Pititto. Appare pertanto
opportuno che su tali discrasie vengano richiesti chiarimenti.
Torniamo
alla storia del progetto di pesca, attraverso le parole di Mancinelli: "
... Nel 1987 le tre navi ripresero il mare reinsediando le campagne di pesca
sotto la gestione della SEC. ... La Somitfish era stata sciolta come pure la
Cooperpesca, nella gestione delle navi la parte che riguardava la proprietà
somala era ora svolta dalla società Shifco con amministratore l'ing. Mugne e la
gestione tecnica delle navi era svolta dalla SEC che si avvaleva della mia
collaborazione e degli altri capitani...".
La
"società Shifco" di cui parla Mancinelli, verosimilmente è l'ente di
stato di cui abbiamo parlato: per quanto disponibile agli atti della
Commissione infatti, bisognerà attendere il 1990 e la fuoriuscita della SEC,
per la costituzione di una società di diritto privato con il nome di Shifco (la
Shifco Malit di cui si dirà appresso). Comunque, il triennio 1987 - 1989 vede
la ripresa dell'attività di pesca, a mezzo delle tre imbarcazioni costruite
all'inizio degli anni 80, secondo il collaudato schema di compartecipazione
somalia - italia: al posto di Cooperpesca vi è ora la SEC, il governo Somalo,
attraverso l'ente Shifco, è rappresentato da Mugne.
Sul punto
concorda sostanzialmente Mugne il quale tra l'altro dichiara che "...
ancora prima che io venissi nominato direttore generale, era stata costituita
una società di gestione delle tre navi con la partecipazione del Ministero
della Pesca e della SEC, il cui atto costitutivo fu firmato dal Ministro della
pesca e dal dr. Renzo Pozzo per la SEC..." e ancora "...la società di
gestione delle tre navi originariamente acquistate dal Governo somalo, che si
costituì tra la SEC ed il Ministero della Pesca somalo, era regolamentata nel
senso che la SEC anticipava tutti i costi di gestione ed in cambio avrebbe
fatto proprio il 49 o il 50 per cento del profitto ..." e infine "....quando
io venni nominato direttore generale, la gestione delle tre navi che erano
state di proprietà della Somitfish e che era stata affidata, secondo quanto ho
detto, ad una società di gestione composta dal Ministero della Pesca somalo e
dalla SEC, continuò a rimanere affidata, nell'ambito del progetto Shifco, alla
stessa società di gestione in cui però presi io il posto del Ministero della
Pesca somalo...."
Di contro
si registra un sostanziale silenzio da parte della Società di Pozzo che, nella
richiamata nota riepilogativa, afferma "...Il Governo Somalo affidò la
nuova gestione ad una società interamente somala, la Shifco, alla cui
presidenza e direzione generale fu nominato l'ing. Mugne...."
Anche
Panati ricorda il periodo di gestione della SEC: " ... la SEC del dr.
Pozzo in questa seconda attivazione delle navi gestiva direttamente le unità
della società Shifco che ne era proprietaria ..." e prosegue descrivendo
la fase del distacco dalla gestione da parte di SEC, causato proprio da un suo
intervento su Mugne, dopo avere scoperto casualmente un eccesso di prelievo sui
fatturati da parte di Pozzo, circostanza che indusse l'ingegnere somalo ad
intervenire su Siad Barre per allontanare la società di Viareggio. Anche Mugne
descrive negli stessi termini la vicenda: "... dopo la mia nomina a
direttore generale, la SEC rimase nella nella società di gestione per un breve
periodo, sei mesi - un anno; ciò per contrasti gestionali tra la SEC e me, perché
la SEC pretendeva di gestire a modo suo ... Io riuscii a far uscire la SEC
dalla società di gestione in questo modo: ne parlai con il presidente Siad
Barre e questi fece intendere al Pozzo che se la SEC voleva continuare a
lavorare con la Somalia doveva uscirsene dalla società di gestione ... alla SEC
interessava costruire per conto del Governo italiano altre tre navi di cui già
si parlava come da destinare alla Somalia in dono ...".
Non vi è
precisione sui tempi, comunque, con buona approssimazione, è possibile
schematizzare la seconda fase come segue: Nel 1987 viene riavviato il progetto
di pesca oceanico attraverso le tre navi ripristinate dalla SEC e da questa
gestite direttamente con lo stesso ruolo che fu della Cooperpesca. Nello stesso
periodo (al più tardi nel febbraio 1988) Mugne diviene l'interlocutore somalo
del progetto e dopo un breve periodo, che dura almeno fino al 1989, si impone
per l'uscita della SEC dal progetto.
Negli
stessi anni, tuttavia, vengono costruite presso i cantieri di Viareggio le
altre tre imbarcazioni, finanziate dalla Cooperazione Italiana; continua la
nota SEC: "... Il Governo Somalo, incoraggiato da questo successo, chiese
al Dipartimento della Cooperazione il completamento del programma originario ed
alla SEC fu affidata la costruzione di altri due pescherecci e della nave
appoggio, che entrarono in esercizio tra il 1989 e il 1990....". Sul
punto è discorde Mugne, che pone la consegna delle nuove tre imbarcazioni, la
21 Oktober II, la 21 Oktober III e la 21 Oktober IV, fra il 1990 e il 1991.