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Volo di passeri
Territori palestinesi
Un volo verso la morte, quella di Muhammed, un bambino palestinese come tanti, colpevole solo di essere nato nella propria terra.
Muhammed era appena un bambino di 10 anni. Una vita troppo corta per perderla. Considerevole esperienza se sei un bambino palestinese.
E Muhammed era un bambino palestinese, uno dei tanti. Amava giocare con gli amichetti nel cortile dietro la casa.
E’ un cortile piccolo, circa nove metri quadrati in mezzo agli edifici e al lato di una stradina sufficientemente stretta da permettere il passaggio di un solo veicolo alla volta. Lì i bambini si sentono sicuri. Le jeeps israeliane non riescono a passare e da lì i bambini possono tirar loro le pietre senza essere raggiunti dalle pallottole.
Lì i vicini parcheggiamo le nostre auto e, nonostante lo spazio si riduca ancor più, il gioco diventa più interessante.
All’angolo del cortile c’è un cumulo di calcestruzzi, ferri arrugginiti e pietre, queste tipiche pietre color deserto che abbondano in ciò che rimane di terra palestinese.
I calcestruzzi non mancano qui. Costruzione e distruzione li seminano ovunque.
Quasi tutti i pomeriggi i bambini si radunano nel cortile. Il gioco è sempre lo stesso. Oggi stanno utilizzando i giocattoli nuovi ricevuti per il Ramadan.
I genitori comprano giocattoli e vestiti nuovi ai bambini per la festa di El Ahid, il giorno dopo la fine del Ramadan.
Il Ramadan è una grande festa, le preghiere nella moschea iniziano alle quattro del mattino. Tutti i giorni l’Imam puntuale inizia le preghiere. E alle quattro è il primo pasto del giorno, dopo sarà digiuno totale sino al secondo appello dell’Imam nel pomeriggio, dipendendo dalla posizione della luna, fra le quattro e le cinque del pomeriggio. Così durante tutto il mese, sempre seguendo la luna.
I pomeriggi del Ramadan sono uno spettacolo, tutti vanno di fretta comprando e allestendo la tavola per l’inizio del banchetto. Non appena sentono la voce dell’Imam, in pochi minuti tutto e tutti scompaiono: i negozi si chiudono in fretta, ancor più rapidamente di quando arrivano le jeeps israeliane o le auto dai vetri oscurati che utilizzano le forze speciali per le incursioni dirette ad assassinare o sequestrare qualcuno.
L’unica differenza è il silenzio che infine cade sulla città durante le due ore del banchetto.
Durante il Ramadan quasi tutte le donne utilizzano il velo per coprirsi i capelli completamente. Oramai portare il velo è divenuto un abito consolidato. La quasi totalità delle donne nei Territori Palestinesi Occupati “si è messa il velo”; alcune lo hanno deciso per disperazione, altre per obbligazione, alcune nella ricerca di speranza e altre per assenza di speranza.
Il velo è un poco come la fede, la necessità di non perdere o recuperare la speranza persa, la ricerca di protezione da parte di uno degli dei che si crede abitino il cielo, l’obbligo imposto alle donne sposate o in “età per sposarsi”. Il velo imposto è un tema molto difficile, la società è divisa intorno a questo, c’è molto dibattito interno, interno alle famiglie e interno agli amici. Non c’è dibattito interno alla società, la repressione religiosa è più forte del sentire comune e della possibilità di espressione “democratica”.
La democrazia è come il comunismo, tutti hanno l’idea generale e in alcuni esiste il convincimento che sarebbe qualcosa di molto buono per l’umanità, però nessuno sa come praticarlo, nessuno sa come fare affinché la concezione ideale ed il pubblico clamore trasformino stati e società in stati democratici e società comuniste (in questo caso bisogna prestare attenzione all’ordine dei fattori, al cambiarlo credo che pure il prodotto cambierebbe, e chissà sia stato questo errore di applicazione matematica ciò che ha provocato il gran distastro).
Sono contraddittori i sentimenti che provoca una donna con il velo integrale, il burqa afgano per capirci.
Ogni giorno incontro sempre più donne coperte completamente, e ogni giorno avverto il timore, la repressione, la disperazione crescente.
Le donne arabe sono donne di una forza straordinaria, di una stabilità impressionante, di una sicurezza in se stesse senza paragoni. Sono loro che portano il peso della famiglia, che producono e riproducono affinché questa società non muoia. Velano per i figli, gli cercano lavoro, gli cercano famiglia.
E’ sulla pietre seminate in questo suolo che si cimenta la resistenza del popolo palestinese.
Prima le donne non usavano il velo come oggi, il fenomeno si è diffuso dopo la seconda Intifada, la lotta popolare contro l’occupazione israeliana scoppiata in due occasioni, la prima nel 1986 e la seconda nel 2000.
La seconda Intifada iniziò quando Sharon, il primo ministro israeliano decise di imporre i suoi stivali invasori in terra sacra: la spianata delle moschee in Gerusalemme. Il prezzo della provocazione è stato un’altra porzione di terra occupata e la mattanza giornaliera di palestinesi che sembra non avere fine.
Le due Intifada sono state diverse, una iniziò per ribellione e l’altra in risposta ad una provocazione. Nella prima Intifada la maggioranza dei partiti sono stati obbligati a seguire il Fronte Popolare per la Liberazione Nazionale (FPLP), di matrice marxista leninista. La seconda Intifada porta il nome Al-Aqsa, come la moschea principale, come l’organizzazione Brigate dei Martiri di Al Aqsa che con Hamas sono i due gruppi che stanno guadagnando sempre più consenso. Ambedue di matrice religiosa.
I militanti dell’FPLP si sono dispersi quasi tutti, molti sono finiti in carcere, nelle carceri israeliane e, anche, per la vergogna della storia, in quelle palestinesi dove, inoltre, non pochi sono morti per le torture sofferte.
Di quelli che sono sopravvissuti, alcuni sono isolati, molti sono incarcerati, alcuni sono nel Fronte Democratico per la Liberazione Nazionale, una divisone sorta nell’epoca della repressione interna ed oggi parte del governo palestinese. Altri, infine, continuano ad essere perseguiti.
Alcuni giorni fa sono entrati in città i corpi speciali israeliani, hanno circondato una casa, dentro c’era un compagno del FPLP riunito con i suoi famigliari e amici, non sono riusciti a prenderlo quindi hanno arrestato tutti gli altri, bendati e ammanettati, detenuti chissà dove e chissà sino a quando.
Detenzione amministrativa la chiamano. Diciotto giorni di interrogatorio senza sosta, di tortura, di pressione psicologica utilizzando le armi più meschine, il pianto dei bambini, la voce che chiede del padre, la minaccia di arrestare tutta la famiglia. Non esiste palestinese che non sia stato detenuto, che non abbia un famigliare o un amico detenuto o assassinato.
Il gioco dei bambini nel cortile è sempre lo stesso, giocano all’Intifada o all’occupazione. Alcuni interpretano i palestinesi e altri gli israeliani. E litigano sempre per la stessa cosa, tutti vogliono essere gli israeliani perché sono più forti, più equipaggiati e vincono sempre. Tutti vogliono vincere.
Oggi stanno giocando all’occupazione: una bambina sta reggendo un pezzo di cartone che pretende rappresentare una casa palestinese che altri bambini, interpretando gli israeliani, cercano di demolire. E così andranno avanti per tutto il pomeriggio, non cambiano il gioco, non cambiano i ruoli, né il modo di giocare.
Oggi Muhammed non è andato a giocare con gli altri bambini. E’ sul tetto della casa, l’altro spazio per il gioco, sta preparando una trappola per passeri per poi venderli al mercato.
Sta lavorando duramente, vuole che la trappola funzioni, ha bisogno di soldi. Il Ramadan è finito e in casa non ci sono più soldi.
Non c’è lavoro nei Territori Palestinesi Occupati. Il muro e l’impossibilità di entrare in Israele per lavorare ha lanciato alla disoccupazione quasi il 50% della forza lavorativa palestinese. Questo ha provocato una crisi economica interna, le piccole attività sono quasi paralizzate e si è prodotta ancor più disoccupazione e minore potere d’acquisto. E come se non bastasse, ultimamente gli israeliani hanno proibito l’ingresso alle città palestinesi agli arabi-israeliani (palestinesi le cui città sono state incorporate ad Israele nel 1948 con l’inizio dell’occupazione), che venivano il sabato per fare provvigioni di merce per tutta la settimana aiutando così l’economia interna.
Gli stranieri, pochi, entriamo nei Territori con difficoltà e, anche noi, all’inizio dell’anno abbiamo ricevuto per iscritto la proibizione ad entrare nei Territori pena l’espulsione. Alcuni sono stati espulsi, altri continuiamo qui, nei Territori. Ovviamente sino a quando faremo loro comodo, perché con gli aiuti internazionali possono ovviare alle responsabilità previste nella IV Convenzione Internazionale di Ginevra, secondo la quale tutte le potenze occupanti devono provvedere al sostenimento e protezione della popolazione occupata.
Il tema degli aiuti umanitari non ha una soluzione facile: se al proporzionarli favoriamo in qualche modo Israele, andarsene significherebbe lasciare il campo libero senza osservatori, lasciare completamente rinchiusa e senza relazioni la popolazione palestinese.
La costruzione del muro sta avanzando inesorabilmente, è un serpente interminabile, una ferita sanguinante nella terra di Palestina, una ferita che non potrà mai essere rimarginata. Non è solo il muro ma anche la caduta dell’economia, l’impossibilità di commercializzare liberamente (si produce solo quello che si può esportare in Israele e quando Israele decide di importare), la disoccupazione crescente, la mancanza di spazi di vita, l’impossibilità di viaggiare, di muoversi, di andare al fiume, al mare, in montagna, la vita nel cemento e la sovrappopolazione dei campi profughi.
La striscia di Gaza è una trappola mortale, lo spazio è ridotto ai minimi termini, solo reinventando Atlantide, la città sommersa, si riuscirebbe a creare spazio per vivere.
Ciò nonostante più che la mancanza di spazio di vita e dell’imprigionamento dentro il muro è la mancanza di prospettive, di un progetto politico credibile, di una dirigenza onesta e compromessa con il suo popolo, che sta portando la popolazione alla depressione e alla violenza nelle sue relazioni sociali quotidiane. Molti si chiedono: resistere e morire per cosa?
La rabbia e l’umiliazione giornaliera del vivere una vita incarcerata e controllata riescono a sfociare solo nel martirio, nell’estrema difesa, nella guerra interna e nel fatalismo religioso (inschiallah, se dio vuole, è la frase frequente).
Troppe le responsabilità politiche di questa situazione, troppe le responsabilità di chi ha lasciato si arrivasse a tanto. Troppi morti pesano in quelle coscienze. Incrostati nelle sedie del potere, dopo aver lasciato correre (contribuito e favorito affinché corresse) tanto sangue, hanno finito per uccidere anche la speranza.
Il re ormai è nudo, ma ancorato e mantenuto al potere.
Per non dover affrontare i rischi e le umiliazioni di attraversare un posto di blocco militare, la maggioranza dei palestinesi oramai non si muove più. In tutti i modi sono sempre meno i posti dove possono andare. In Gerusalemme, Nablus, Jenin, Tulkarem, Qalqilya, entra solamente chi vive lì, così come nella maggioranza dei villaggi.
Vedendo come gli israeliani introducono misure repressive per rinchiudere sempre più i Territori penso stiano sperimentando la teoria del caos. Un sistema chiuso dove introducono variabili a poco a poco per studiare le reazioni del sistema. Ogni variabile comporta un’esplosione rappresentabile. La soluzione del sistema sarà il suo controllo definitivo o la sua autodistruzione. E come tutti i sistemi, una volta comprovata la sua efficacia e possibilità di soluzione, si può applicare in qualsiasi parte. Pertanto invito i matematici a studiare il contro-sistema prima che la sua applicazione sia fattibile.
Muhammed ha finito di costruire la sua trappola per passeri, è felice ed orgoglioso della sua trappola, non può fallire, sicuramente prenderà qualche passerotto.
E’ tardo pomeriggio, gli amichetti stanno ancora giocando e lui si avventura nei campi di fronte al muro di separazione. Sa che non deve avvicinarsi al muro.
Otto metri di altezza, quasi otto volte la sua statura. Prima di arrivare al muro c’è un recinto di filo spinato elettrificato e dopo dicono ci sia una striscia di terra minata.
Sarebbe impossibile per Muhammed avvicinarsi, e non pensa di farlo, ha paura di questo serpente invasore di cemento e filo spinato. Ha visto mentre lo stavano costruendo, è andato con i suoi amici a tirare pietre ai soldati per cercare di fermare i lavori, ha ascoltato le preoccupazioni dei suoi genitori, sa dei suoi fratelli e cugini incarcerati, ha partecipato nel funerale del suo vicino assassinato, ha visto piangere sua madre nella disperazione di non sapere più nulla di suo figlio ricercato dagli israeliani.
Ha solo dieci anni, troppo pochi per morire, abbastanza per un bambino palestinese per imparare sulla pena di vivere.
Sta avanzando in silenzio e lentamente in mezzo al campo con la sua trappola in mano, ha avvistato alcuni passerotti, sono vicini al mostro di cemento.
Qualche passo ancora e riuscirà a prenderli.
Sta stendendo la sua trappola con le mani tese in alto quando la raffica assassina lo centra diritto alla testa.
Si alzano in volo i passeri spaventati, anche Muhammed intraprende il suo volo, verso la morte.
“Una figura sospettosa si era avvicinata al muro” diranno le fonti israeliane e farà loro coro la stampa mondiale, in tutti i modi, fuori dal muro, nessuno potrà ascoltare il grido di un bambino le cui ali sono state tagliate troppo presto, nessuno vuole sapere del dolore di un popolo per i suoi figli assassinati, feriti, maltrattati, incarcerati al nascere colpevoli di essere nati nella loro terra.
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