Venti giorni in strada a Roma. Accanto agli invisibili che il linguaggio burocratico chiama `senza fissa dimora`. Gabriele Del Grande ha dormito accanto a loro, trascrivendo la sua esperienza senza giudizi morali o cinismo. Una storia che restituisce la durezza di una condizione estrema, ma anche vite affascinanti ed una lezione. In strada si finisce per un evento che ti piomba addosso. E che può capitare a chiunque.
Oltre seimila senza fissa dimora trascorrono il Natale di Roma in strada. E anche il Capodanno. Sono invisibili, o commiserati. Gabriele Del Grande ha dormito per una ventina di giorni accanto a loro, senza l`illusione di condividerne completamente la condizione e le sensazioni, ma anche senza l`armamentario di giudizi morali o atteggiamenti ideologici che avrebbero pregiudicato qualunque tentativo di comprensione.
Il libro si apre con una citazione dall`ultimo De André (“...col suo marchio speciale, di speciale disperazione...`) e si chiude con il Calvino de “Le città invisibili` (“L`altrove è uno specchio in negativo`). In questo testo non troverete l`adorazione del margine, la celebrazione di vite estreme, facile per chi sa di poter tornare in pochi istanti alla normalità. C`è invece tanta curiosità e voglia di capire, l`assenza di filtri, l`urgenza di raccontare i resoconti di un viaggio in un luogo lontano, ma non in termini geografici, perché si svolge nei posti a tutti familiari che circondano la Stazione Termini: il lungo corridoio di via Giolitti, le scale della metro, le panchine di marmo del binario due, la pineta di piazza dei Cinquecento. E poi la Caritas e la Comunità di Sant`Egidio. Mense e docce, cartoni e pensiline. Talvolta, pugni che spaccano il setto nasale e lame di coltello.
“Della mia prima notte per strada mi rimane soprattutto la stanchezza. E un certo senso di vergogna. Sento come il bisogno di nascondermi tra la folla, anonimo; non riesco a fermarmi, cammino avanti e indietro, in quel pullulare di genti, zaini a tracolla, borse, valigie e carrelli. Mi accorgo subito che non è affatto difficile essere trasparente agli sguardi dei viaggiatori di passaggio in una stazione…`, racconta Del Grande.
La strada è dura, violenta, una riproduzione della società ma senza ipocrisie e falsità. Occorre sopravvivere. Ma chi finisce in strada non lo fa per scelta, può capitare a chiunque: “Quante talenti e intelligenze gettate come immondizia nei cassonetti della miseria`.
Il primo obiettivo è rendersi invisibili. Charles, un ghanese, gira con giacca, cravatta e ventiquattrore. Poi cerca un angolo riparato e dorme tra i cartoni. Le leggi italiane lo hanno reso irregolare. Ha bisogno solo di un`opportunità.
Secondo obiettivo. Farsene una ragione. “Gigi è fiero dei tanti anni passati in strada. ‘Carcola che io sto come ‘n papa, nun lavoro, nun c`ho impegni, nun c`ho stress``. Irride i pendolari fermi sul primo binario. Poi confessa una vita avventurosa, prima ai margini della banda della Magliana poi in giro per l`Italia. E un amore sconfinato, una moglie che gli muore fra le braccia facendogli a pezzi l`esistenza. Se la prende con la politica, e con gli stranieri. Ormai sono troppi, hanno rovinato l`Italia. “Se avessi trovato un lavoretto. Ma ormai, a cinquant`anni…`.
Terzo e ultimo. Non pensare mai a rientrare tra i normali. E` quasi sempre un evento negativo, tragico e fatale, a buttarti sulla strada. Un amore finito, un lutto, un licenziamento, un fallimento. La prima notte è la peggiore, perché non si dorme. Il freddo e la paura non te lo permettono. Poi ti abitui, gli altri non ti vedono, appena arrivano alla stazione guardano solo i tabelloni con gli orari, le indicazioni per i gabinetti, dove si trova la biglietteria. E tu sei invisibile. Giancarlo, fiorentino, ha in testa la sua laurea in Economia, il master in management a New York e dieci anni da dirigente Benetton. Poi la moglie si ammala e muore. Tutto si sgretola in un attimo.