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Portretet dhe diqka tjeter/ Ritratti e qualcos’altro

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Portretet dhe diqka tjeter/ Ritratti e qualcos’altro
Diari dal Kosovo
Kosovo, inverno 2001-2002. Volti, immagini, emozioni da un tormentato dopoguerra
Portretet e diqka tjeter

Portretet dhe diqka tjeter

Ritratti e qualcos’altro

di Marina Mazzoni

 

Antoneta K.

Neta è la prima persona che ho conosciuto in Kosovo, sorridente e pacata mi ha accolto nella casa di Klina che per l’occasione era pulitissima. Arrivai con Stefano ed Emanuela il 10 luglio del ’01, all’aeroporto di Gjakova, in una giornata calda e afosa, appena fuori della base sminatori di Intersos bonificavano i campi intorno.

 

Antoneta, il suo nome dice la sua cristianità, il fratello maggiore, che vive in Austria si chiama Anton e col tempo si scopre che moltissimi sono i fratelli con lo stesso nome. Noi tutti la chiamiamo Neta, io ad un certo punto iniziai a chiamarla ‘ze’ stridula, ‘ze’ in albanese significa voce e la sua è particolarmente acuta, poi in quel periodo era innamorata di un militare portoghese con il labbro (buze) un po’ rotto. Quindi ‘ze’ stridula e ‘buze’ rotto, una coppia (mai esistita) ma perfetta!

 

Le voglio molto bene, dice che sono come una sua sorella, col tempo ci siamo conosciute un po’ anche se un mistero bonario mi inquieta sempre quando la penso, penso sia difficile conoscere in profondità una persona di un’altra cultura, perché i nostri passati, i nostri riferimenti sono molto diversi, quando lei mi parla della scuola in cui andava di nascosto o quando suo padre durante la guerra la faceva uscire a prendere il pane e le uova perché anche se l’ammazzavano tanto era femmina ed era meglio salvare un maschio in una prospettiva di sopravvivenza (!) si può ben capire che non è poi così semplice entrare nella vita delle persone. Oppure quando è stata profuga in Montenegro con i suoi fratelli e cugini più piccoli dove tutte le sere recitava un rosario, grano dopo grano il rosario una sera le si ruppe in mano, tanto aveva pregato.

 

Più che altro ho raccolto le sue narrazioni spesso infinite in cui lei raccontava avvenimenti inverosimili e mi chiedevo spesso dove stava il confine tra il vero e il fantasioso. Dopo un po’ di mesi smisi di chiedermi e di darmi parametri di normalità, ognuno, pensai, ha il proprio modo di dirsi e raccontarsi, io accolgo. Così lo è stato per le altre amicizie kosovare, aprire uno spazio d’ascolto dentro di me, poi una volta che il bene verso una persona si fa sentire, ecco quella è la cosa più importante.

 

Neta è una ragazza molto bella, un fisico perfetto nutrito da biscottini e yogurt, questa sua inappetenza verso il cibo sano mi ha a dire il vero spesso infastidito, come se non ammettessi vedere una persona più povera di me che si lamenta e fa la schizzinosa con il cibo! I suoi capelli sono lunghi e ricci, quando la mattina arriva con i capelli ancora bagnati perché non c’è corrente per asciugarli assomiglia molto ad Alanis Morrisette.

 

La sua casa è a Budisalc, un villaggio poco distante da Klina dove per arrivarci bisogna percorrere una strada asfaltata di qualche km che taglia in due una campagna bellissima, io amavo moltissimo quella strada, mi rilassava andarci, mi ricordo che in un paio di momenti di stanchezza mentre la percorrevo mi misi a piangere, era per me un distendermi, spesso poi accadeva di sera, al tramonto, ed è l’ora della giornata in cui sono più malinconica. Per me quindi accompagnare Neta era molto piacevole, fermarmi un po’ con la sua famiglia che per me aveva sempre mille riguardi, sorseggiare il caffè turco preparato da Aferdita (bellissimo nome albanese che significa “vicino al giorno”) la sua sorella minore, parlare delle galline e del grano con la sua mamma Pashke e i suoi fratelli minori, silenti e attenti. Il papà di Neta Bardhez (i bardhe significa bianco) è un uomo mite e buono, lavora in un’impresa come asfaltista e durante l’epoca di Tito era stato in Italia a Ferrara a fare un corso di formazione, dell’Italia si ricorda le autostrade belle e senza buchi.

 

Neta ritiene che il suo villaggio sia un paradiso, lo ama moltissimo e camminando oltre la sua casa si arriva a un piccolo monastero ortodosso abitato ora da sole tre vecchie monache vestite di nero, protette dai militi italiani o rumeni a turno. Le monache ingobbite dal tempo producono miele e raki. Lei non è mai entrata nel monastero anche se i prati appena dietro appartengono alla sua famiglia.

 

La terra, la guerra, una questione privata.

Il metoh parola greca che indicava la terra appartenente al clero ortodosso. Infatti il Kosovo in passato era chiamato Kosovo e Metohja … Quale proprietà ha questa terra??? Questioni enormi attraversano le semplici carrettiere di questi anonimi villaggi. I ocnfini politici-geografici del Kosovo furono creati per la prima volta solo nel 1945.

 

Neta ha sempre avuto la strada davanti a casa battuta da militari, durante la guerra l’esercito serbo aveva occupato la posta di Budisavci (nome serbo di Budisalc) che è a un passo dal suo cancello, spesso mi racconta che i militari mangiavano con la sua famiglia, che anche loro piangevano perché non vedevano le loro famiglie da mesi, sua madre lavava loro i vestiti e le figlie femmine facevano loro alcuni favori. Questi favori non ho mai capito cosa fossero, a volte ho visto il viso di Neta irrigidirsi ed io non ho mai fatto domande. I suoi fratelli migrati uno in Austria e uno in Cecoslovacchia quando hanno rivisto le sorelle dopo la guerra le hanno trovate molto invecchiate.

 

Neta parla moltissimo della guerra e come in ogni racconto sentito tutto è un prima della guerra che non fu certamente un tempo di pace per i ragazzi della mia generazione ma piuttosto fu un vivere a testa bassa, con un occhio rivolto al cielo e l’altro ben saldato in terra, un vigilare sommerso, una paura sottile. I racconti degli insegnanti picchiati davanti ai bambini, le ragazze prese e rilasciate qualche giorno dopo come la cugina di Neta. Ogni storia e così anche la sua è un piccolo universo di legami spezzati, nostalgie di coetanei pietrificati in marmo nero lungo le strade dei villaggi e di desideri che forse ora con il suo lavoro e il suo buon stipendio le permetteranno di diventare una buona educatrice. Infatti è scritta alla (fanta) facoltà di scienze dell’educazione di Gjakova, ogni volta che vi si reca per dare un esame c’è sempre un impiccio, un professore che manca, una data sbagliata, infatti noi diciamo che lei è iscritta a scienze della frustrazione. Sono contenta che abbia deciso di iscriversi all’università e di fare la patente è comunque iniziare un percorso di autonomia, personale, tutto suo e per una ragazza di villaggio non è poco. Suo padre desiderava per lei un buon marito albanese, magari qualcuno che vive in Europa o in America qualcuno che se la prenda e la ami per tutta la vita. Le proposte ci sono state, anche dai villaggi vicini cattolici, ovviamente perché lei è bella e la sua è una buona famiglia cattolica ma a quanto pare Neta è riuscita a mantenere e difendere la sua libertà (o solitudine). Spesso dice che non potrebbe mai innamorarsi di un albanese; questo discorso mi appare molto strano ma d’altronde è anche difficile pensare ad un amore non albanese perché la sua famiglia non gradirebbe e lei non potrebbe mai dare un dispiacere del genere a suo padre. Penso che per una ragazza di villaggio sia difficilissimo conoscersi e conoscere altro che non sia la propria casa, corte, chiesa o moschea, cugini e parenti, lavaggi di tappeti in giardino, accudimento di nipoti.

 

Ho trascorso con lei dei giorni importanti, il funerale del giovanissimo Lez il 6 gennaio del 2002, il funerale della sua nonna, il matrimonio di suo cugino, l’inaugurazione del centro educativo, il Natale, S. Stefano, il giorno del mio compleanno e due dei suoi.

 

Neta quando balla diventa una donna desiderabile e sensuale ed è una farfalla in attesa di un principe buono che la porti via; per scherzare quando passa nei villaggi e vede i cavalli nei prati cerca con lo sguardo il suo principe che furbo si nasconde dietro ai suoi sogni.

 

 

Valentina Z.

Valentina, una Venere tascabile. Piccola e nera, occhi svegli e soppraciglie molto curate, fare l’estetista fu la sua occupazione informale durante la guerra dove con le amiche e le sorelle si sedeva in riva alla Bistrica, fiume che passando da Klina raggiunge Peja e poi oltre fino alla Val Rugova e luogo dove reciprocamente e condizioni permettendo si ripeteva l’arte del farsi belle, ...“tanto non avevamo niente da fare perchè la guerra è una noia”.

 

Valentina è una delle poche persone che chiama ancora il fiume Bistrica per tutti gli altri ora è Drini i bardhe (il Drin bianco)... la riflessione che può rimanere è: ...ma i nomi propri vanno tradotti? ...neanche i fiumi hanno potuto tenere il nome serbo?! Piccole questioni se si pensa che i bambini e i ragazzi ora hanno ripreso a trascorrere le loro estati tuffandosi dentro, pescando trote e mangiando pannocchie abbrustolite. E ciò è quello che conta.

 

Subito dopo la guerra, nell’autunno del ’99 Vale è stata vicino a Como in un centro molto famoso a fare un corso di floricultura, questo posto dista circa 5 km da casa mia e magari chissà qualche volta ci sarà capitato di essere sullo stesso treno che porta a Como senza saperlo. In quel soggiorno italiano lei era l’unica ragazza del gruppo, alcuni di questi approffittando della vicinanza con la Svizzera e soprattutto della sua frontiera-groviera hanno ben deciso di allungare la strada per cercare maggior fortuna.

 

La casa di Valentina è stata bruciata più volte, lei riuscì a salvare il suo passaporto jugoslavo, un pò di biancheria intima e qualche foto... tutto il resto è andato perso, fumo nero e caliggine, la sua casa con dentro tutto ciò che una famiglia di dieci persone aveva accumulato, acquistato, tutti i doni ricevuti, tutti i ricordi conservati, tutte le bestie allevate... insomma tutta la storia quotidiana di una famiglia andata in fumo! Una famiglia che di cognome è Zefi (Giuseppe) e dove la mamma si chiama Zoja che è anche il nome della Madonna in albanese. Maria-Zoja è figlia di una donna ribelle, la nonna di Valentina, che un amore giovanile la portò tra le braccia di un uomo serbo, dalle loro carni nacque un bimbo con cognome serbo e poco dopo una feroce violenza costrinse ad una precoce vedovanza la giovane donna che fu subito dopo costretta in matrimonio ad un uomo albanese e da quel legame nacque la mamma di Valentina che ha quindi un fratello che ora vive a Belgrado e che piange la scomparsa di un figlio che non è più rientrato dal lavoro da Malisheva nell’ormai lontano ’99. Per Valentina è fatica raccontare la sua complessa storia, me la confidò come segreto e così fece pure la sua famiglia nelle ripetute cene a casa loro e dove nonostante tutto si continua spesso a parlare in serbo perchè è una lingua più bella e musicale, perchè è la lingua del Kosovo (dice suo padre). Ho un bel ricordo delle cene a casa Zefi, innanzitutto il sapore di cibi non globalizzati, il fracasso allegro dei figli di Anton robusti e sani e le discussioni infinite su cosa ne sarà del Kosovo, sugli scomparsi, su come si stava prima, sulle mucche, sulla terra, sulla puzza che si sentiva nell’aria subito dopo la guerra di case bruciate e poi sempre più a fissare con ordine le tappe di una via crucis quotidiana: alzarsi, segare la legna, accendere la stufa, lavare nell’acqua gelida le patate e accendersi una sigaretta. Tutto ciò con calma e serenità è l’unica vita che si è provato a vivere, dice suo padre che ogni volta che mi accoglie mi dice in serbo “zdravo, kako si?” e poi “ma poerchè hai imparato solo l’albanese? Qui siamo in Jugoslvia, devi imparare anche il serbo!”. Le sue parole ei suoi vestiti sempre sporchi mi ricordano una poesia di Marina Cvetaeva che dice “alle dieci la giornata è finita, talvolta sego e taglio la legna per il giorno dopo. Alle undici o alle dodici anch’io vado a letto. Sono felice del lumino accanto al guanciale, del silenzio, del quaderno, della sigaretta, talvolta del pane”.

 

Ci vuole coraggio e passione a vivere così io penso. Avere la pazienza infinita di raccontare la propria storia a quelli di Movimondo che con i loro portatili annotano il grado distruzione dell’abitazione e decidono i tempi della ricostruzione.

 

La casa di Valentina è a Drenovc, la strada è quella che da Klina va a Peja e Drenovc è una parola serba che indica un frutto, un frutto rosso che si può vedere disegnato sull’insegna del motel che si trova alla sinistra andando verso Peja. Il motel thana (thana è la traduzione di Drenovc, penso sia il ribes ma non sono sicura). Anche altre Municipalità in Kosovo hanno villaggi che si chiamano così ma questo è Drenovc i skive, Drenovc dei serbi (skive è un modo dispregiativo per chiamare i serbi) perchè gran parte delle persone che vi vivevano erano serbe, i migliori amici di Valentina erano serbi, il suo primo amore era un ragazzo serbo, tutte le case distrutte del villaggio sono di serbi o di zingari. E’ un paesaggio aspro quello che si presenta e su ciò che rimane delle case a volte c’è scritto vdekje skive morte ai serbi.

 

Valentina soffre per tutto quanto è successo alla gente del suo villaggio, non si sa più niente di loro, chissà dove saranno, chissà se ritorneranno. Il primo novembre del 2001 un gruppo di serbi è stato accompagnato dalla Kfor a pregare al cimitero del villaggio, alcuni albanesi hanno preso a sassate il pullmino che li accompagnava.

 

Ho parlato moltissimo con lei, spesso in macchina quando andavamo a Peja o Prishtina, moltissime riflessioni su tutto: sul perchè gli italiani vogliono stare in Kosovo, sul fatto che lei non si fiderebbe mai di un albanese! (eppure lei è albanese!), una volta mi ha detto che secondo lei gli albanesi hanno una psicologia sporca, sul fatto che le piacerebbe riprendere a studiare ma che ora non ha le possibilità, sul fatto che non si vorrebbe sposare ma avere solo ogni tanto delle storie.

 

Quanto tempo passato con lei e quanta nostalgia ho adesso, di lei, di sua sorella Vitoria che parla benissimo l’inglese e che lavora con ICS, di Antoneta la sua sorella maggiore, persona esemplare, calma e ferma, votata alla casa e al lavoro dei campi, di sua nonna e sua cognata che cucina benissimo e anche quando si arriva all’improvviso c’è sempre qualcosa di pronto e squisito. La famiglia Zefi è una famiglia di donne intelligenti e di uomini lavoratori, dove si parla  e si discute parecchio, dove ognuno di loro è tassello prezioso di quella che oggi il padre dice essere una vera famiglia jugoslava!

 

 

 

Klina, gio. 16 ago. ’01

consolare l’assenza

dei corpi ... della pelle

delle mani generose ...

ridursi in silenzio od essere silenti?

si hanno ancora occhi per piangere...

 

gli odori della terra insegnano

a piegarsi solo con un po’ di schiena,

l’altra meta che vigili il mondo!

con i suoi amori sconsolati e le sue terre desolate

con i pensieri scarni e spogli

come la ferrovia che sta di fronte la strada

e la casa che sta al di là della ferrovia

con le sue figlie dai pianti vergini

 

i r-umori del cielo ammoniscono

levigando come lame di coltello

la vitalità dei movimenti

ricordandoci che il futuro

ci è davanti con le sue scarpe impolverate

che per rispetto

rimangono sulla soglia ad aspettare

 

siamo tristi e siamo lieti

mangiamo il pane cotto male

chiediamo di notte sottovoce

qualche coordinata in più

per poter capire ed orientare meglio le giornate

per poter accettare con devozione di bimbo

i sentieri s-piegati male

aspri e bruni

come la pelle dei nemici

 

 

 

Klina, sab. 1 sett. ’01

ci sono dei curiosi contorni da questa finestra ...

un rettangolo di luce luminosa e di ventosa serata

e gesto mite e strappare una pagina al tempo

che passa e non ci lascia neanche un minuto

Insaziabile di fame antica e ingorda

fame da corvo

niente a che vedere con gli appetiti pigri

dei nostri piccioni

... e cosi siamo anche noi

 

qualcuno dice che il tempo scorre lungo i bordi

come a volere indicare un precipizio

una vertigine che invita al vigilare ...

con candele ad olio accese

che disegnano contorni

e profili

di confini ri-disegnati più volte

da mani che forse

vogliono solo incidere

presenze

a lungo taciute e sommerse

... come i topi golosi nella caccia

 

ma quanto è difficile

il mettere a fuoco e quante vie bruciate

nei sentieri incerti

di questi uomini:

clandestini, cittadini

residenti, resistenti

come i piedi nelle danze circolari e seducenti

senza

braccia intorno ai colli

mani intorno ai fianchi

 

... forse è questo che siamo? ... forse è questo che siamo?

 

 

 

Klina, lun. 10 sett. ’01

ci sono volti

che a guardarli

induriscono il cuore

…perché

come i movimenti

di una schiena sudata d’amore

raccontano

di una fatica seduta

ma sorretta da forti braccia

braccia di quercia

scolpite di sangue

che ricordano

l’abitudine del faticare

antico mestiere

maturo e responsabile

come il migrare

capacità di accumulare

le esperienze in pugni stretti come denti

per poi... ritornare ad essere

progetto

di marito fedele e padre responsabile

e invece

tronco di uomo

occhi diritti sulla strada

immonda menzogna

avanzo di mercato

sacchetti di plastica

 

che lasciano

sfiatati

 

 

 

Klina, lun. 8 ott. ’01

Perimetro di quadro in un’immagine di stanza

forse le persone sono immagini pittoriche ...

 

con le gonne lunghe tra le gambe strette,

i sorrisi che si riflettono nei vassoi opachi

i capelli raccolti e piegati nella stoffa

come a voler pettinare l’ordine

raccogliendo tutti i gesti che si conoscono

composti e rigorosi

come campi fertili

come ventri di madri

 

poche righe scritte di fretta

rubate all’inchiostro ricordano le spinte violente

vite come peripezie

percorsi rotondi

brandelli di passaggi a tappe

inciampati, conclusi e sigillati

 

eppure alcuni figli sono nati tra i vassoi rovesciati

i capelli spettinati

 

e le cicatrici nelle gonne

sono inverni ancora aperti

 

Ricordo il titolo di un quadro: eredità

 

 

 

Kline, dom. 15 dic. ’01

Bajram e madhe

una giornata caduta di neve

di una bianchezza elegante

bianco è il velo delle donne luttuose

che camminano chine strette in scialli d’inverno

bianche sono le voci dei piccoli

legati nelle culle

corpi distesi nello spazio ridotto

di uno sbadiglio

bianca è la mattina che paziente e festosa

aspetta la sera

e questa linea di paesaggio uguale

è senza interruzione

un paesaggio ricamato e prezioso

come i pizzi nelle valigie aperte

esposizioni di un lavorare in angoli stretti

con le dita fredde e sicure

di nubile in attesa

E’ bello sognare

di sostituirsi alle sorelle

nella stanza preziosa e immobile

che dice amore e

figli appesi ai seni bianchi

come speranze da allattare

 

 

 

Prishtine, galeria e arteve, 25 prill ’02

çdo e mire e ka nje keqe dhe çdo e keqe e ka nje te mire

(in ogni cosa buona c’è del male e in ogni cosa cattiva c’è del bene)

BLERTA ZEKA

 

ri-tratti in una serata di chiara e luminosa primavera

 

l’entrata è un invito ... a sostare nei propri pensieri percorrendo

9 giorni, 9 mesi e chissà forse nove anni!

E la giovinezza è veloce e sosta nell’impazienza

dell’appartenere

a ciò che si dice bene e a ciò che si dice male

senza concedere margine

ad un benvenuto generoso come piume di pavone

ad uno scarto veloce come un taglio nella tela

e procede a passo di tramonto maturo questo guardare

accompagnato da un piatto sicuro e mangiato di fretta

preparato da mani sincere ed esperte

mani di sorelle

rimaste nelle cucine

con le mani impastate e i pensieri feriti

nel sangue

Ma ora è notte ed io ci spero

che i vecchi possano bere con calma e lentezza

un sorso di grappa

trasparente e buona

come occhi di bimbo

sorpresi

nell’attendere il mattino

(Dedicata a Stefano Stefanski Baraldi, il mio modello preferito)

 

 

 

Gani Bajraktari

Ritratto di un artista che vive in uno dei posti, ora, più pacifici, o meglio che danno di più un senso di pace che abbia mai visto. Vicino a Zllakuqan si prosegue tra i campi e si arriva nella sua casa con giardino e studio-laboratorio, poi più in là una stalla. Un uomo alto, molto magro, i baffi da bohemienne, le dita sporche e consumate dal tabacco e dalle matite che tiene in mano per la gran parte della giornata. Nasce come scultore, sculture astratte nel marmo, pezzi di medie dimensioni, pesanti e componibili come dei lego; gran parte parte di queste sono state ditrutte durante la guerra. Ora la sua opere sono mezzi busti o busti interi di combattenti Uçk morti in guerriglia ... e qualche Madre Teresa qua e là con il suo solito sguardo buono come a voler benedire quella casa che è veramente un angolo di paradiso. Oltre a scolpire Gani disegna e a me piacciono molto i suoi disegni, alcuni di questi sono in Italia esposti in alcune gallerie grazie all’intervento di Stefano, china nera dove i personaggi sono molto più che vicini, sono uno dentro nell’altro, nello spartirsi il cibo e lo spazio intorno al tavolino rotondo, nel discutere qualche matrimonio che sà da fare nei pensieri misteriosi dei maschi albanesi. Sono tutti in bianco e nero, molti raffigurano la guerra, o meglio le persone nella guerra, alcuni sono dei vortici neri grigi.

 

I suoi quadri sono kosovari, mi verrebbe da dire! così come il suo cognome è molto interessante: bajrak deriva dal turco e significa insegna o stendardo militare, il territorio di un grande clan poteva dividersi in diversi bajrak, ciascuno sotto il proprio bajraktar un clan di medie dimensioni. In Kosovo a causa della dispersione geografica dei clan, il bajrak divenne un’unità importante e i bajraktar esercitarono un grande potere locale come amministratori, capi militari e arbitri nelle dispute.

 

Gani studiò all’Accademia di Sarajevo che lui ritiene essere una delle città più belle dei Balcani, girò l’Europa inseguendo la biennale di Venezia, le rassegne berlinese e i musei di Parigi. Ora non ha più un documento d’identità vive insegnando storia dell’arte agli svogliatissimi studenti del liceo di Klina, va al lavoro in autostop e il resto del tempo lo trascorre nei cafè a parlare con gli amici, a lavorare nel suo gelido studio e a guardare libri di espressionisti. Il suo bel figlio Luan studia all’Accademia di Prishtina e per mantenersi fa i video clip con la cantante kosovara Leonora Jakupi, Besart lavora come interprete e tuttofare alla Caritas Umbra, la sorellina diciottenne si è iscritta alla facoltà di psciologia e la moglie Rabe è famosa nel villaggio per i suoi peperoni.

 

Ho un bellissimo ricordo suo: il 25 aprile dell’anno scorso siamo andati io, Stefano, Silverio e Gani al vernissage di una mostra alla Galleria d’ate di Prishtina. La serata era di una primavera luminosa, il tramonto era uno di quelli che per chi lavora in Kosovo sono il regalo e la ricompensa più bella della natura, tramonti avvolgenti, lunghi, la linea dell’orizzonte sembra non finire mai, una pace bucolica e senza interruzione. Partiamo, appuntamento al Dollomiti con due l e via lungo la strada, l’unica che porta alla “capitale” kosovara per una serata insolita per noi di Klina così poco abituati (e forse inclini) alla vita mondana. Gani mi dice che la mia voce è bella e che quando parlo ho la leggerezza di una farfalla e che il suono assomiglia a quello della cantante arbereshe Caterina Zuccaro. Anch’io conosco quella cantante, l’ho sentita cantare e suonare la chitarra al castello di Otranto e dirci questo ci fa sorridere e continuare in una conversazione che si interrompe solo al parcheggio della biblioteca high tech di Prishtina. Da lì subito nasce uno scambio di libri che ho portato con me di poeti arbereshe, lui mi da alcune cassette di musica e mi confessa che adora i testi di Jim Morrison.

 

Quest’uomo ha l’età di mio padre, c’è una generazione che ci separa ma nell’animo c’è molta vicinanza, finalmente posso dar libero sfogo alla mia passione per la cultura albanese, che esiste ed è antica e forte come la volontà di questo ossuto, moderno ed eterno uomo di villaggio.

 

Il vernissage è molto bello, ragazzi punk, minigonne, politici, pochi internazionali, forse solo noi e portretet-ritratti, installazioni, una di queste si chiama flie, flie, flie c’è un contenitore tondo di metallo pieno di flie e chi passa ne prende un pò con le mani poi più in là sui tavoli il rinfresco continua con coca cola originale. Tra i ritratti c’è anche quello di Stefano è una scultura del suo testone duro il titolo dell’opera è S.Baraldi. Alla mostra c’è anche il canale kosovaro 21 e quando passa vicino a noi il camaramen dico che c’è anche l’originale dell’opera di Bajraktari e così Stefano viene ripreso e finisce al telegiornale del giorno dopo.

 

Fuori il sole è una palla rossa dietro le cupole della biblioteca, io mi siedo in silenzio e vicino a me un ragazzo di Peja mi offre una sigaretta forse si è sentito osservato perchè gli guardavo le All Star rosse che sono uguali alle mie. Parlando ho poi scoperto che fa parte di un gruppo di break-dance di cui conosco Sadon, un ragazzo di Klina che l’estate scorsa è venuto a salutarmi perchè tentava la fortuna in Italia passando per i boschi della Slovenia.

 

Il nostro 25 aprile prosegue in una pizzeria dove ci viene offerto tutto da Gani e Luan e questa è una cosa che si impara: se si esce anche solo a bere un caffè con un kosovaro: è impossibile offrire, si deve essere ospiti per forza. Ritornando a casa siamo tutti in silenzio, un pò stanchi, però abbiamo ancora la forza di guardare su Rai 3 Garage Olimpo, un film terribile, che avrei voluto vedere accanto ad uomo che a quel tempo abitava a Gjakova. Solo per sentirmi un pò più protetta.

 

L’ultima volta che ho visto Gani è stato nel mese di maggio scorso prima che Stefano rientrasse in Italia, ci ha fatto accomodare nella sua sala nuova, comprata con i quadri che Stefano ha venduto in Italia, una sala moderna, quasi italiana con i divani rossi e le vetrine con dentro i bicchieri del servizio bello. È molto orgoglioso di quella stanza e noi siamo i primi ospiti accolti lì dentro. Mi dà una cassetta che poi io ridarò a Besart durante l’estate, una mattina che mentre aspettavamo delle persone all’aeroporto di Gjakova siamo andati a fare il bagno al lago di Radoniq, un posto dove suo padre non l’aveva mai portato.

 

Marina Mazzoni, 2002