Per tutta l'estate i nostri e-books costano solo 2 euro e da oggi è possibile pagare con il cellulare
    La libreria di terrelibere.org
Gli africani salveranno l`Italia Gli africani salveranno l`Italia Tra la rivolta di Rosarno e razzismo quotidiano, la resistenza alle mafie
9.50 euro
Ponte sullo Stretto e mucche da mungere Ponte sullo Stretto e mucche da mungere Grandi infrastrutture, servizi pubblici e bolle speculative
8 euro, spese di spedizione incluse
Come i problemi globali diventano locali Come i problemi globali diventano locali Proteste, guerre, migrazioni e deriva securitaria
8 euro, spese di spedizione incluse
   

Guida E-Book
Mappa librerieAggiornata
Catalogo libriNuovo
Catalogo e-book
Recensioni (67)
Racconti (10)
Progetti (1)
Poesie (2)
Ipertesto (10)
Diari (8)
Domande frequenti
ipertesto Babel del calcio e della droga
Il caso degli ispettori generali Verdiani e Messana
`Es tan hermosa una mujer de pie...`



racconti La balestra
Parliamo del mare
I tifosi sognano




Condividi
segnalaSegnala    Aggiungi a FaceBook Aggiungi
compra il libro   Ordina il Libro
Odissee

Autore del Libro:
Gian Antonio Stella
Pagine: 212

Editore: Rizzoli
Anno: 2004
Formato:
stats 4834 letture
tag Tag: migranti

Odissee
Italiani sulle rotte del sogno e del dolore
terrelibere.org  
I trevisani che arrivarono a Sydney dopo essere sopravvissuti agli imbrogli di un marchese francese, il naufragio del Sirio, il colera a bordo, immensi eroismi ed indicibili vigliaccherie. Gian Antonio Stella racconta di viaggi, di tragedie ed avventure, grandi speranze e feroci disillusioni. Un racconto che si fa romanzo della nostra storia e che apre uno spaccato duro, e toccante su un passato dimenticato, del quale non possiamo fare a meno per comprendere le radici dell`Italia di oggi.

Il rapporto tra gli italiani e l’emigrazione è sicuramente schizofrenico: si va dalla voglia di rimozione di un passato imbarazzante ma vicinissimo fino alle isterie collettive per le emergenze estive, per concludere con i periodici allarmi sulla criminalità importata dagli stranieri, in un paese dove le mafie autoctone, indigene, autenticamente italiane hanno fatto qualcosa come 2.298 morti in un solo decennio.

Gli sbarchi a Lampedusa e gli allarmi sull’invasione che rientrano dopo qualche giorno, gli omicidi frettolosamente attribuiti ad albanesi e slavi ed invece commessi da italiani, senza un’ombra di scusa o di rimorso per le comunità accusate e linciate moralmente, gli orrori e le violenze gratuite nei CPT e le deliranti argomentazioni sulla loro necessità, persino le considerazioni sull’importanza di non mostrarsi “molli” per non incoraggiare nuovi arrivi fanno parte del dibattito dei media sull’argomento.

Curiosamente, come molte emergenze italiane, anche questa viene rapidamente dimenticata e sostituita da altre (l’allarme pedofilia, l’emergenza alluvione, il disastro trasporti, il caso bullismo, più saltuariamente questioni legate alla criminalità, oppure “casi” del teatrino politico più o meno coinvolgenti…). “Non esco più la sera”, si lamentava il filosofo Severino in una intervista al Corriere della Sera del 21 agosto 2006 (pagina 15, Cronache) ed esaltava città come Catania e Palermo (forse prive di problemi di sicurezza?) dove le strade erano piene di gente fino a tarda notte.

“Troppi stranieri, città cambiata. Non esco più di sera”, titolava il giornale, ed associava due elementi che nel corpo dell’articolo erano ben distinti. Infatti, il “filosofo” evidenziava soltanto questi “problemi” legati all’immigrazione: “In tram lo straniero non si alza per cedere il posto alla vecchietta. […] La donna anziana è costretta a cedere il passo alla famiglia cingalese ed a scendere dal marciapiede perché loro non si spostano. Non lo fanno apposta, sono poco abituati al galateo […]”.

Un articolo che farà un’ottima figura in una possibile antologia scritta tra 50 anni, quando magari saranno racchiuse in una raccolta le reazioni del popolo italiano di fronte al “fenomeno” emigrazione, reazioni non dissimili ma più isteriche a quanto documentato da Gian Antonio Stella nel suo “L’orda”, a proposito di nomignoli, campagne razziste, linciaggi di massa e processi sommari, cioè tutto ciò che costituì l’accoglienza riservata ai nostri nonni dal nuovo e dal nuovissimo continente. Alla fine di agosto, l’isteria collettiva anti-immigrati che colpisce Brescia e la nazione tutta porta ad una campagna d’odio contro gli stranieri, accusati di tutti gli omicidi del periodo.

Il finanziare Cottarelli viene ucciso in casa, ad Urago Mella, insieme alla moglie ed al figlio. Sembra una rapina, colpi di pistola a bruciapelo e gole tagliate. Si scatena la caccia allo straniero, richieste di espulsione di massa, articoli a profusione contro l’invasione dell’orda assassina. Ben presto le indagini si orientano in una direzione chiara: trapanesi gli assassini, coinvolti col finanziere in una truffa che permetteva ad imprese siciliane di accaparrarsi denaro pubblico. Una spedizione punitiva la strage di Urago. Subito dopo, neanche una parola di scuse, un semplice “ci siamo sbagliati”, un rossore momentaneo per gli autori di editoriali di fuoco, per i promotori delle manifestazioni di piazza, per gli untori incoscienti di un odio senza freni che avrebbe potuto travolgere tutto e tutti. In “Odissee – Italiani sulle rotte del sogno e del dolore”, Stella narra dei viaggi per raggiungere la terra promessa.

In realtà, più che dal generico bisogno, gli spostamenti erano determinati da vere compagnie commerciali della disperazione, che organizzavano, propagandavano e gestivano pubblicità, navi, logistica ed equipaggi con l’unico obiettivo di massimizzare i profitti e tenere bassi i costi, anche per voci di spesa come medici, robustezza dei natanti, preparazione dell’equipaggio. Nulla di dissimile rispetto a quanto avviene oggi tra la Libia ed i porti di Sfax, tra il Montenegro e Valona. Allora, però, non si attraversava il canale di Sicilia o quello d’Otranto, bensì l’Oceano. I grandi naufragi, come quello del Sirio, le pestilenze a bordo, i porti sudamericani che impedivano lo sbarco dopo mesi di navigazione, per timore dei contagi punteggiavano le cronache dell’epoca ma non fermavano la voglia dei contadini di tutta l’Italia, anche veneti, friulani e piemontesi, di lasciare terre brulle, fame e malaria per un futuro che i venditori di sogni dipingevano paradisiaco.

Il viaggio in Australia era un vero incubo, perché nonostante la lunghezza delle rotte gli armatori risparmiavano all’inverosimile: il Mafalda s’inabissò dopo averla scampata per ben otto volte, il Sirio andò a finire contro gli scogli dopo essere partito senza carte nautiche, il Carlo R. vagò per un tempo infinito tra Italia, Argentina e ritorno col colera che decimava i passeggeri giorno dopo giorno. I grandi piroscafi trasportavano, come sul Titanic di De Gregori, passeggeri di prima classe impegnati in balli eleganti e cene di gala, e poveri emigrati costretti in cabine orrende, ammassati e privati di ogni tutela sanitaria.

Il viaggio era una lotta per la sopravvivenza, una gara ad eliminazione, una prova darwiniana. Il diario del medico di bordo del piroscafo Giava racconta dei suoi tentativi di assicurare un minimo di prevenzione, vanificati dai privilegi assegnati a ricchi viaggiatori di prima: il ghiaccio serviva in primis per i cocktail, le medicine non erano state caricate per risparmiare, e nessun aiuto gli veniva concesso dal capitano: lo scorbuto ed il colera uccidevano per primi i bambini, tra lo strazio di madri inconsolabili. All’arrivo non era finita: i sadici esami di Ellis Island, raccontati da Crialese in Nuovomondo, oppure le verifiche sanitarie argentine, o le enclave costruite dagli australiani per evitare contaminazioni con gli italiani, universalmente ritenuti ladri, inaffidabili, passionali e violenti: svelti di mano, di coltello e privi di parola.