Il dibattito cresciuto sull`onda dei 150 anni dell`Unità d`Italia ha contrapposto rozzamente il secessionismo leghista, caratterizzato dall`egoismo e dalla cancellazione della questione meridionale, e una letteratura spesso vittimista che vede l`Unità come conquista e le responsabilità solo esterne. "Mezzogiorno alla finestra" è invece una utile ricognizione, fondamentali in tempi di animosità e retorica.
In occasione dei 150 anni dell`unità d`Italia è nata una curiosa contrapposizione tra la retorica della patria e del Risorgimento e la Lega Nord, che non ha perso occasione (metaforicamente) per “bruciare il tricolore`, come cantavano senza pudore alcuni ministri della Repubblica, nel 2006.
Ai leghisti negli ultimi mesi si è opposta una letteratura più o meno rozza, di carattere meridionalista, che tende a rivalutare il brigantaggio come guerriglia contro gli invasori del Nord. Alle analisi più sofisticate si affianca il perenne vittimismo meridionale, per cui la colpa dei mali del Sud (mancato sviluppo, etc.) va ricercato in un colpevole esterno. Non dimentichiamo che la storia è sempre storia del presente. E in questo momento ogni contrapposizione tra aree territoriali che ignora le divisioni di classe è funzionale all`obiettivo leghista. Si chiami secessione, devolution o federalismo lo scopo è chiaro: eliminare la solidarietà tra le aree del paese e imporre il più becero egoismo.
Il caso della recente alluvione in Veneto (novembre 2010) è stato paradigmatico. Sul territorio è prevalso il solito atteggiamento di contrapposizione col “male esterno` (“Fucilare gli sciacalli`, aveva urlato il presidente della provincia di Treviso a proposito di tre serbi scoperti a rubare in case alluvionate). Contemporaneamente, a Napoli la “pizza antialluvione` era il modo per raccogliere fondi diretti al Veneto e mettere simpaticamente in evidenza l`atteggiamento della giunta di Zaia, che si era rifiutata di accogliere la spazzatura campana (e che non ringrazierà i napoletani per la solidarietà mostrata). Non così la gente comune, affratellata nonostante l`atteggiamento di istituzioni, politicanti e pseudointellettuali.
In questo quadro confusionario, in cui prevalgono risentimenti e animosità, può essere quindi molto utile leggere un testo come “Mezzogiorno alla finestra` di Domenica Farinella, raro esempio di ricognizione storica delle politiche per il Sud privo di impostazioni ideologiche precostituite.
Le analisi sul tema possono essere divise in tre parti. Il primo filone è quello politico – economico: l`attenzione è focalizzata sulla diversa dotazione dei fattori produttivi e sulle decisioni dei governi riguardanti la politica economica. Il secondo può essere definito storico – culturalista: le motivazioni dell`arretratezza sarebbero culturali, a partire dalla diversità dei rispettivi percorsi storici. Il terzo, infine, è quello storico – istituzionale: la difficoltà di innescare processi di sviluppo dipenderebbe dal basso grado di senso civico e dall`inefficienza delle istituzioni locali.
I periodi storici, a loro volta, possono essere divisi in tre fasi. Il primo periodo è quello del meridionalismo classico (1861-1945), basato soprattutto su analisi e ricognizioni. Il secondo è quello del nuovo meridionalismo (1945-1992), caratterizzato dall`Intervento straordinario e dalla Cassa per il Mezzogiorno. Il terzo è caratterizzato dalla crisi del pensiero meridionalista (dal 1992 a oggi), in cui prevale l`idea dello sviluppo locale.
Il primo elemento che emerge è un Mezzogiorno dipinto spesso per luoghi comuni, dalle vulgate semplificatorie del “familismo amorale` all`eterno sottosviluppo di un`area priva di storia. Oppure, al contrario, un territorio caratterizzato da una saggezza antica e uno spirito peculiare (“lentezza, ozio e creatività da contrapporre al turbinio della modernità`, dall`introduzione di Francesco Pirone) da valorizzare e conservare. E ancora: un territorio dominato dalla mafia e senza redenzione; oppure, semplicemente, dove la mafia non fa parte del paesaggio.
La ricognizione sulle teorie meridionaliste inizia col pensiero comunista. Gramsci insiste sulle potenzialità rivoluzionarie dei contadini del Sud alleati con la classe operaia settentrionale. Inoltre accusa il ceto intellettuale meridionale di conservazione, grazie alla rete di rapporti clientelari e all`intermediazione col mondo contadino. Avvocati, insegnanti, sacerdoti, farmacisti, notai e medici garantivano il controllo sociale e una “produzione culturale` conservatrice. Il pensiero cattolico – rappresentato da Sturzo – propugnava una riforma per la piccola proprietà contadina, che avrebbe sostituito il latifondo assenteista. Una terza posizione laica (Guido Dorso) vedeva la soluzione nel rinnovamento della classe dirigente meridionale.
Il nodo del dibattito è (e rimane) quello dello sviluppo. All`approccio “dall`alto` dell`Intervento straordinario, si contrappone quello “dal basso` a partire dalla fine degli anni `90, ma i risultati non saranno migliori. L`onere dello sviluppo grava adesso sugli attori locali, spariscono i vincoli esterni e non si discute più dei rapporti tra le diverse aree del paese. E` l`era della Nuova Programmazione: rigore finanziario, riforma amministrativa ed elettorale, nuova lotta alla criminalità, attenzione alle Piccole e Medie Imprese, patti territoriali e ancora finanziamenti a pioggia (legge 488, etc).
Negli ultimi anni, quelli appunto del “Mezzogiorno alla finestra`, diventa centrale la questione settentrionale e i meridionalisti appaiono sulla difensiva (“non è vero che il Sud consuma più risorse del Nord`) o silenti, sopraffatti dall`egemonia culturale del “verbo` leghista. “Abolire il mezzogiorno`, propone Viesti nel 2003: non esiste un tipo ideale di Sud definibile in maniera omogenea, ovvero sono troppe le differenze – tanto per fare qualche esempio - tra Salento e Sicilia Occidentale, Basilicata e Calabria meridionale, hinterland napoletano e ragusano. Da un lato il Mezzogiorno è stato spesso ridotto a stereotipo, dall`altro cancellare l`idea di un elemento unitario rischia di archiviare per sempre la questione.