LE CAMPAGNE Ponte sullo Stretto, chiudere la partita :: Il caso Manca :: Sos Rosarno
 .
LIBRERIA
Gli africani salveranno Rosarno. Seconda edizione Antonello Mangano Gli africani salveranno Rosarno. Seconda edizione E, probabilmente, anche l`Italia...
8 €, spese di spedizione incluse
Sì alla lupara, no al cous cous Antonello Mangano Sì alla lupara, no al cous cous Mentre la Lega vietava il kebab, la `ndrangheta si mangiava la Padania...
8 €, spese di spedizione incluse
Voi li chiamate clandestini Laura Galesi Voi li chiamate clandestini Come viene prodotto il cibo che state mangiando?...
16 €, spese di spedizione incluse
L’enigma di Attilio Manca Joan Queralt L’enigma di Attilio Manca Verità e giustizia nell’isola di Cosa Nostra...
13 €, spese di spedizione incluse
Quell’africana  che non parla neanche bene l’italiano Alberto Mossino Quell’africana che non parla neanche bene l’italiano ...
10 €, spese di spedizione incluse
Ponte sullo Stretto e mucche da mungere Luigi Sturniolo Ponte sullo Stretto e mucche da mungere Grandi infrastrutture, servizi pubblici e bolle speculative...
8 €, spese di spedizione incluse
Inchieste Rosarno - Tunisia - Giornalisti sfruttati - Mineo - Lega - Lampedusa - Attilio Manca - Migranti e campagne - A3 - Ponte - CIE
RSSRSS Archivio Autori Chi siamo Fotostorie Video Corsi Newsletter Contatti
Casa editrice terrelibere.org Catalogo libri eBook Presentazioni Recensioni Racconti Campagne Acquisto librerie
terrelibere.org > libreria > il signor micawber il padrone che non si pu licenziare
E-mail Password Genera/richiama password

Non hai libri nel tuo carrello



FAQ Libri
Guida eBook
FAQ Libri elettronici
Mappa librerie
Catalogo libriNuovo
Catalogo eBookNuovo
Recensioni (80)
Racconti (10)
Progetti (0)
Poesie (3)
Libri2 (3)
Ipertesto (11)
Diari (8)
ipertesto Il divorzio in Italia e i gelsomini del Maghreb
Babel del calcio e della droga
Il caso degli ispettori generali Verdiani e Messana



racconti La balestra
Parliamo del mare
I tifosi sognano





Il signor Micawber, il padrone che non si può licenziare - la libreria di terrelibere.org
Condividi
segnalaSegnala Condividi su Facebook
Il signor Micawber, il padrone che non si può licenziare
stats 7694 letture

Il signor Micawber, il padrone che non si può licenziare
Due libri a confronto
Crack finanziari, l`euro, i fallimenti, le privatizzazioni, il disastro occupazionale, i diritti cancellati e l’incognita delle pensioni. Basta così? I padroni del Paese – che nessuno può licenziare – ricordano un personaggio secondario di Dickens che passava da un affare strampalato ad un altro, collezionando fallimenti e pensando al suicidio, ma che alla fine affogava i dispiaceri in ottime ed abbondanti cene…
Il padrone che non si può licenziare

Un accostamento azzardato, ma interessante, tra due libri completamente diversi e scritti in epoche differenti: David Copperfield di Charles Dickens e Licenziare i padroni? di Massimo Mucchetti.

Il primo è un racconto, il secondo un saggio. Il primo è un capolavoro della letteratura mondiale, il secondo un saggio passato inosservato o quasi.

Cosa potranno mai avere in comune: parlano di uno stesso personaggio, un imprenditore che alterna arroganza e piagnistei, imprese azzardate e truffe incredibili.

Un personaggio di fantasia nel primo caso, la realtà dell’Italia di oggi nel secondo…

  

Prima o poi…

 

Prima o poi salterà fuori qualcosa”. Così ripete continuamente il signor Wilkins Micawber, un imprenditore ottimista che passa da un’avventura sconsiderata all’altra ed incrocia casualmente le vicende di David Copperfield, protagonista del celebre romanzo di Charles Dickens.

 

Una piccola parentesi. Dickens è scrittore di eccezionale ironia, dovremmo dire tipicamente inglese, ma forse non è esatto.

Tratteggia personaggi secondari quasi con divertimento, ed è con lo stesso spirito che qui si accosta il signor Micawber con una mitica figura dell’Italia degli ultimi anni: l’imprenditore, il nuovo messia che “intraprende”, rischia, produce ricchezza.

 

Il nuovo messia è stato incentivato, premiato, “sgravato”, “incubato” – nel senso di incubatrice per farlo nascere e crescere – e persino assistito nella sua fase giovanile (ricordate l’imprenditoria giovanile?).

Ma torniamo a Dickens. Il signor Micawber cambia con ottimismo l’oggetto sociale della sua impresa, con l’appoggio della moglie, chiede soldi in prestito e si ritrova permanentemente assediato dai creditori, alterna momenti di ottimismo (quelli in cui sta per “saltare fuori qualcosa”) a catastrofici abbattimenti, in cui decide – da gentiluomo inglese – di farla finita con un colpo di revolver alla tempia.

 

Questo intendimento rimarrà sempre sospeso, ed il signor Micawber saprà recuperare l’ottimismo ed avviare nuove attività.

Nel momento peggiore, arriverà in prigione per debiti, finché una provvidenziale legge gli permetterà di uscire.

 

Per un attimo, pensa di abbandonare “il mare aperto” della libera impresa per approdare al “porto sicuro” del posto fisso (ricordate queste espressioni dei sacerdoti del liberismo, che ci incitavano ad abbandonare BOT e certezze occupazionali per lanciarci nel rischio e nell’ebbrezza del gioco di Borsa?).

 

“Mai come nel decennio appena trascorso sono affluiti capitali di rischio al sistema delle imprese. Dal 1993 al 2001 tra aumenti di capitale e collocamenti sono stati versati 274 mila miliardi di lire. Nel 2000, la Borsa di Milano valeva il 70 per cento del prodotto interno lordo italiano. C’erano tutte le premesse per uscire al capitalismo senza capitali che Angelo Costa illustrava alla Costituente nel 1946.

 

Le privatizzazioni avrebbero potuto aprire la strada a nuovi soggetti dell’economia. per avviare la concorrenza, rompere le conventicole, archiviare il vecchio sistema delle scatole cinesi che assicura ai soliti noti il massimo del potere con il minimo dell’investimento. Nello stesso arco temporale, si andava esaurendo la Prima Repubblica. E le inchieste giudiziarie ponevano le premesse di un possibile rinnovamento dei codici. E invece…”

 

[Massimo Mucchetti: intervista su Licenziare i padroni? - a cura della redazione di www.feltrinelli.it]

  

Crono che divora i suoi figli

 

“Licenziare i padroni?” è una originale provocazione, un titolo che riassume lo spirito del saggio.

L’autore ripercorre la storia economica d’Italia degli ultimi cinquant’anni attraverso le vicende economico-finanziarie dei maggiori gruppi industriali.

 

Risulta evidente che tali gruppi, soprattutto negli ultimi venticinque anni, hanno distrutto ricchezza anziché crearla; alcuni che negli anni cinquanta e sessanta erano considerati leader nei loro rispettivi campi, come la Montedison nella chimica, a seguito di varie vicende politico-finanziarie si sono ridotti ad entità modeste.

L’Olivetti leader negli anni sessanta nel campo ancora inesplorato dell’elettronica e dell’informatica costretta per risollevarsi a investire nella telefonia cellulare, ben presto abbandonata con l’acquisizione di Omnitel da parte di Vodafone (in altre parole è stato creato un gioiello con una vastissima clientela, per poi consegnarla al gruppo inglese).

 

Sono note le drammatiche vicende della FIAT. Eppure questo gruppo industriale negli anni ottanta è primo in Europa per numero di auto vendute, ma una serie di scelte sbagliate come puntare sui bassi costi di produzione anziché sulla qualità, l’aver ceduto alcuni brevetti frutto di ricerche di avanguardia come il motore diesel common rail, aver puntato su modelli privi di originalità l’ha condotta verso il declino.

 

Nonostante tutti questi errori, nel 1990 la FIAT ha avuto l’occasione per ribaltare la situazione: comprare la Crysler in crisi ed entrare alla grande nel mercato americano, ma le incertezze della dirigenza fecero perdere questa occasione storica che avrebbe potuto emanciparla dalle ristrettezze del mercato domestico.

 

In questo quadro deludente sembra fare eccezione l’industria pubblica, la quale però ha agito in condizioni monopolistiche.

Insomma per dirla con le parole dell’autore:

 

“A distruggere la ricchezza sono i grandi gruppi dell’industria privata che hanno perso il treno delle nuove tecnologie e si sono impantanati in costosi scontri di potere a colpi di fusioni e acquisizioni. FIAT, Olivetti, Montedison, Pirelli, hanno consumato le risorse dell’azionariato, che nella nostra impostazione concorrono a formare la ricchezza di una comunità, con la stessa cieca determinazione Crono divorava i suoi figli.”

 

“L’Italia ha le pile scariche?”, si chiede alla fine l’autore. “Forse l’Italia non ha le pile scariche bensì le pile non adatte alla bisogna”.

 

Fuori dalla metafora si può concludere che la classe imprenditoriale della grande industria non è stata all’altezza delle situazioni che si sono presentate nel corso di questi anni.

Certamente in questa epoca di mercati globali, di grandi gruppi che si contendono i nuovi mercati la mancanza di grandi industrie italiane si fa sentire e non può essere surrogata dalla presenza, pur lodevole, come ricordato, della media e piccola industria – spesso agevolata dalle svalutazioni della lira ed oggi in grave difficoltà con l’euro - in termini di potere economico e politico.

Per il futuro se vogliamo rimanere una “potenza industriale” dobbiamo velocemente acquisire un'altra mentalità, una diversa classe imprenditoriale e non solo imprenditoriale, pena la declassificazione del nostro paese ed un conseguente depauperamento generale.

Tra l’altro, il libro non fa in tempo ad analizzare i casi Parmalat e Cirio, che aggiungono due tasselli importanti al mosaico descritto, già di per sé catastrofico.

  

Il porto sicuro

 

Stanco di tanti fallimenti (il carbone, la birra, varie forme di intermediazione…), i coniugi Micawber sembrano intenzionati ad abbandonare il mare aperto della libera intrapresa per raggiungere il posto sicuro, mediante raccomandazioni ed influenze della famiglia della moglie !

Ma non funziona neanche questo, e la signora Micawber ha subito una spiegazione per lo stupefatto David:

La verità è che il talento non è richiesto alla Dogana. L’influenza locale della mia famiglia non è servita per ottenere un impiego qualsiasi in quel settore, per un uomo delle capacità del signor Micawber. Preferiscono non avere un uomo delle capacità del signor Micawber. Mostrerebbe solo le mancanze degli altri.

 

La coppia decide che il commercio del carbone è davvero il settore giusto. Un settore in cui occorrono talento e capitali. La signora è convinta che del primo elemento il marito sia più che provvisto, del secondo occasionalmente no.

Aspettano quindi una fantomatica rimessa da Londra, che peraltro non arriverà mai ed i signori Micawber scoprono di non avere neppure i soldi per pagare, ma solo dopo una sontuosa cena a base di pesce, lombata di vitello, una pernice e budino finale.

 

Il giorno dopo, fresco del ricordo della serata trascorsa in allegria, David riceve un biglietto (sarà il primo di una lunga serie) del signor Micawber, che annuncia: “ormai il dado è tratto ! Tutto è finito !”.

 

Insomma, la rimessa non arriverà mai, i debiti non saranno pagati ed ad un gentiluomo non resta che l’estrema decisione: “il fulmine è incombente e l’albero deve cadere”.

L’albero, come è ovvio, non cadrà e passerà ad una nuova impresa… al termine della quale cambierà il nome in Mortimer per sfuggire ai creditori, non prima di aver affibbiato una cambiale scoperta ad un giovane ingenuo…

Tra piccoli imbrogli, menzogne, truffe e imprese sconclusionate i due coniugi affrontano “all’italiana” le difficoltà della vita, e sempre sono vittime: del destino, delle circostanze, della crudeltà del mondo…

 

Il dominio del Centauro

 

“E invece la Grande Occasione è stata persa. Gli uomini nuovi, i Tronchetti, gli Gnutti, i Benetton hanno fatto uso degli stessi sistemi dei vecchi, degli Agnelli, dei Ferruzzi, di Mediobanca. Chi, come Colaninno, ha creduto all’emergere di una razza padana di piccoli investitori capaci di reggere un progetto industriale di ampio respiro sulle telecomunicazioni si è dovuto accorgere a sue spese – a sue spese si fa per dire, perché qualcosa ha guadagnato – che l’obiettivo era solo la speculazione” dice ancora Mucchetti.

 

“Dal 1986 al 2001 la Fiat ha bruciato 27 mila miliardi di vecchie lire, la Olivetti 14 mila, Montedison 9 mila, la Pirelli quasi 4 mila, Finmeccanica 6 mila, l’Italcementi oltre mille…”.

 

E veniamo ad un tema centrale: le privatizzazioni.

“Chi ha creato ricchezza c’è. E può essere imbarazzante. Lo stato, per esempio, si è rivelato un imprenditore vincente.

Ma le aziende di Stato non erano il peggio?

Queste sono le balle messe in giro dai grandi gruppi privati che le volevano, e le vogliono, prendere per un tozzo di pane. Nello stesso periodo 1986-2001 nel quale i grandi privati distruggono tanta ricchezza, l’Eni genera 66 mila miliardi di nuova ricchezza, l’Enel 12 mila, Telecom Italia, nell’ultima fase della gestione pubblica 41 mila.

Si dice: bella forza, godono di posizioni monopolistiche o quasi. E’ vero. Ma è anche vero che fino al 1994, queste società perdevano o guadagnavano pochissimo. E oggi i privati in fuga dalla grande industria le cercano a tutti i costi, e in tutti i modi ne vogliono preservare le posizioni dominanti sul mercato con i relativi privilegi.

Nel libro racconto, sulla base di documenti inediti dell’Iri che erano conservati non nell’archivio di stato, ma nel cassetto della scrivania di Enrico Cuccia, il più grande banchiere italiano del Novecento, come la Sip – così si chiamava allora Telecom Italia – fosse stata offerta invano ai vari Agnelli, Pirelli, Motta, Cini e compagnia. Il senatore Giovanni Agnelli, il nonno dell’avvocato Agnelli appena scomparso, lasciò perdere osservando che il telefono era "roba da ricchi". Lo stato si è fatto imprenditore perché i privati, che avrebbero potuto gestire la grande impresa, si sono sottratti all’impegno. Le ragioni sono tante. Le responsabilità non toccano tutte ai capitalisti, ma i fatti restano quelli.

 

Per dire che la creazione di ricchezza va bene certamente quando avviene seguendo le buone regole come nel caso Luxottica. Può andare bene o male quando è protagonista un monopolio di stato: i cittadini, "azionisti" del monopolio, possono decidere, attraverso la mediazione della politica, se la ricchezza creata dall’Enel o dall’Eni debba andare, semplifico, in maggiori salari per i dipendenti dell’Enel e nell’Eni, in più cospicui dividendi per i soci o in minori tariffe per gli utenti. Non va bene invece, se la ricchezza viene generata da un monopolio privato.

 E le ragioni sono evidenti. Berlusconi, come gli altri, tende al monopolio. La politica, che dovrebbe avere per scopo il bene comune e non l’interesse personale, dovrebbe tagliare le unghie ai monopolisti. Dunque anche a Berlusconi. Ma la politica da 10 anni è Berlusconi. E Berlusconi non può tagliare le unghie a Silvio. Nel libro, per questo personaggio mezzo politico e mezzo imprenditore ho adottato la definizione che Cuccia dava di sé stesso: "Sono un Centauro", diceva il vecchio banchiere alludendo alla duplice natura dell’azionariato della sua Mediobanca, "mezzo pubblico e mezzo privato": Berlusconi è il Nuovo Centauro. Che ha scalato con minima spesa la politica e si è blindato come nessuno.

 

Se è vero che alla radice della crisi della grande industria italiana c’è l’eclisse di un padronato che trova più conveniente rifugiarsi nei monopoli, più meno ex, dei telefoni o della tv, dell’energia elettrica del gas, delle autostrade, allora il problema è come ricostruire un padronato degno di questo nome, perché unisce il potere alla responsabilità patrimoniale e al rischio assunto in prima persona.

E’ questione di regole, di leggi e di politica industriale. Di togliere dalla costituzione materiale dell’economia quella specie di articolo 18 che rende inamovibili i grandi padroni – che si chiamino azionisti di maggioranza o di riferimento, che siano banche d’affari o manager travestiti e onnipotenti non importa. E questo costituisce la materia del capitolo finale del libro che, non a caso, si intitola "Il mestiere dello stato".

 

 

Ma perché questi conti non sono stati fatti prima?

 

“Forse perché negli ultimi anni i giornalisti, e anche gli studiosi, hanno ritenuto che riconsiderare il passato, anche solo il passato prossimo, fosse una perdita di tempo. La Borsa guarda al futuro. E se la Borsa diviene l’idolo contemporaneo, se il suo modo di ragionare diventa il pensiero unico, si finisce con l’assumerne le logiche anche dove non si dovrebbe. In realtà, i grandi della finanza hanno memoria d’elefante, ma gli yuppies non sono grandi. Sanno tutto dello yield e del p-e, ma non sanno che c’è più verità nell’usuraio e sua moglie di Quentin Metsys che in un rapporto della Goldman Sachs”.

 

E - aggiungiamo – sicuramente non hanno mail letto Dickens.

 

 

 

 



Torna su Torna su