Un accostamento azzardato,
ma interessante, tra due libri completamente diversi e scritti in epoche
differenti: David Copperfield di Charles Dickens e Licenziare
i padroni? di Massimo Mucchetti.
Il primo è un racconto, il
secondo un saggio. Il primo è un capolavoro della letteratura mondiale, il
secondo un saggio passato inosservato o quasi.
Cosa potranno mai avere in
comune: parlano di uno stesso personaggio, un imprenditore che alterna
arroganza e piagnistei, imprese azzardate e truffe incredibili.
Un personaggio di fantasia
nel primo caso, la realtà dell’Italia di oggi nel secondo…
Prima o poi…
“Prima o poi salterà
fuori qualcosa”. Così ripete continuamente il signor Wilkins
Micawber, un imprenditore ottimista che passa da
un’avventura sconsiderata all’altra ed incrocia casualmente le vicende di David
Copperfield, protagonista del celebre romanzo di Charles Dickens.
Una piccola parentesi. Dickens è scrittore di eccezionale ironia, dovremmo dire
tipicamente inglese, ma forse non è esatto.
Tratteggia personaggi
secondari quasi con divertimento, ed è con lo stesso spirito che qui si accosta
il signor Micawber con una mitica figura dell’Italia
degli ultimi anni: l’imprenditore, il nuovo messia che “intraprende”, rischia,
produce ricchezza.
Il nuovo messia è stato
incentivato, premiato, “sgravato”, “incubato” – nel senso di incubatrice per
farlo nascere e crescere – e persino assistito nella sua fase giovanile
(ricordate l’imprenditoria giovanile?).
Ma torniamo a Dickens. Il signor Micawber
cambia con ottimismo l’oggetto sociale della sua impresa, con l’appoggio della
moglie, chiede soldi in prestito e si ritrova permanentemente assediato dai
creditori, alterna momenti di ottimismo (quelli in cui sta per “saltare
fuori qualcosa”) a catastrofici abbattimenti, in cui decide – da gentiluomo
inglese – di farla finita con un colpo di revolver alla tempia.
Questo intendimento
rimarrà sempre sospeso, ed il signor Micawber saprà
recuperare l’ottimismo ed avviare nuove attività.
Nel momento peggiore,
arriverà in prigione per debiti, finché una provvidenziale legge gli permetterà
di uscire.
Per un attimo, pensa di
abbandonare “il mare aperto” della libera impresa per approdare al “porto
sicuro” del posto fisso (ricordate queste espressioni dei sacerdoti del
liberismo, che ci incitavano ad abbandonare BOT e certezze occupazionali per
lanciarci nel rischio e nell’ebbrezza del gioco di Borsa?).
“Mai
come nel decennio appena trascorso sono affluiti capitali di rischio al sistema
delle imprese. Dal 1993 al 2001 tra aumenti di capitale e collocamenti sono
stati versati 274 mila miliardi di lire. Nel 2000, la Borsa di Milano valeva il
70 per cento del prodotto interno lordo italiano. C’erano tutte le premesse per
uscire al capitalismo senza capitali che Angelo Costa illustrava alla
Costituente nel 1946.
Le
privatizzazioni avrebbero potuto aprire la strada a nuovi soggetti
dell’economia. per avviare la concorrenza, rompere le conventicole, archiviare
il vecchio sistema delle scatole cinesi che assicura ai soliti noti il massimo
del potere con il minimo dell’investimento. Nello stesso arco temporale, si
andava esaurendo la Prima Repubblica. E le inchieste giudiziarie ponevano le
premesse di un possibile rinnovamento dei codici. E invece…”
[Massimo
Mucchetti: intervista su Licenziare i padroni?
- a cura della redazione di www.feltrinelli.it]
Crono che divora i suoi figli
“Licenziare i padroni?” è
una originale provocazione, un titolo che riassume lo spirito del saggio.
L’autore ripercorre la
storia economica d’Italia degli ultimi cinquant’anni
attraverso le vicende economico-finanziarie dei maggiori gruppi industriali.
Risulta evidente che tali
gruppi, soprattutto negli ultimi venticinque anni, hanno distrutto ricchezza
anziché crearla; alcuni che negli anni cinquanta e sessanta erano considerati
leader nei loro rispettivi campi, come la Montedison
nella chimica, a seguito di varie vicende politico-finanziarie si sono ridotti
ad entità modeste.
L’Olivetti
leader negli anni sessanta nel campo ancora inesplorato dell’elettronica e
dell’informatica costretta per risollevarsi a investire nella telefonia
cellulare, ben presto abbandonata con l’acquisizione di Omnitel
da parte di Vodafone (in altre parole è stato
creato un gioiello con una vastissima clientela, per poi consegnarla al gruppo
inglese).
Sono note le drammatiche
vicende della FIAT. Eppure questo gruppo industriale negli anni ottanta
è primo in Europa per numero di auto vendute, ma una serie di scelte sbagliate
come puntare sui bassi costi di produzione anziché sulla qualità, l’aver ceduto
alcuni brevetti frutto di ricerche di avanguardia come il motore diesel common
rail, aver puntato su modelli privi di
originalità l’ha condotta verso il declino.
Nonostante tutti questi
errori, nel 1990 la FIAT ha avuto l’occasione per ribaltare la situazione:
comprare la Crysler in crisi ed entrare alla
grande nel mercato americano, ma le incertezze della dirigenza fecero perdere
questa occasione storica che avrebbe potuto emanciparla dalle ristrettezze del
mercato domestico.
In questo quadro deludente
sembra fare eccezione l’industria pubblica, la quale però ha agito in
condizioni monopolistiche.
Insomma per dirla con le
parole dell’autore:
“A
distruggere la ricchezza sono i grandi gruppi dell’industria privata che hanno
perso il treno delle nuove tecnologie e si sono impantanati in costosi scontri
di potere a colpi di fusioni e acquisizioni. FIAT, Olivetti,
Montedison, Pirelli, hanno
consumato le risorse dell’azionariato, che nella nostra impostazione concorrono
a formare la ricchezza di una comunità, con la stessa cieca determinazione
Crono divorava i suoi figli.”
“L’Italia ha le pile scariche?”,
si chiede alla fine l’autore. “Forse l’Italia non ha le pile scariche bensì le
pile non adatte alla bisogna”.
Fuori dalla metafora si
può concludere che la classe imprenditoriale della grande industria non è stata
all’altezza delle situazioni che si sono presentate nel corso di questi anni.
Certamente in questa epoca
di mercati globali, di grandi gruppi che si contendono i nuovi mercati la
mancanza di grandi industrie italiane si fa sentire e non può essere surrogata
dalla presenza, pur lodevole, come ricordato, della media e piccola industria –
spesso agevolata dalle svalutazioni della lira ed oggi in grave difficoltà con
l’euro - in termini di potere economico e politico.
Per il futuro se vogliamo
rimanere una “potenza industriale” dobbiamo velocemente acquisire un'altra
mentalità, una diversa classe imprenditoriale e non solo imprenditoriale, pena
la declassificazione del nostro paese ed un
conseguente depauperamento generale.
Tra l’altro, il libro non
fa in tempo ad analizzare i casi Parmalat e Cirio,
che aggiungono due tasselli importanti al mosaico descritto, già di per sé
catastrofico.
Il porto sicuro
Stanco di tanti fallimenti
(il carbone, la birra, varie forme di intermediazione…), i coniugi Micawber sembrano intenzionati ad abbandonare il mare
aperto della libera intrapresa per raggiungere il posto sicuro, mediante raccomandazioni
ed influenze della famiglia della moglie !
Ma non funziona neanche
questo, e la signora Micawber ha subito una
spiegazione per lo stupefatto David:
La
verità è che il talento non è richiesto alla Dogana. L’influenza locale della
mia famiglia non è servita per ottenere un impiego qualsiasi in quel settore,
per un uomo delle capacità del signor Micawber. Preferiscono
non avere un uomo delle capacità del signor Micawber.
Mostrerebbe solo le mancanze degli altri.
La coppia decide che il
commercio del carbone è davvero il settore giusto. Un settore in cui occorrono
talento e capitali. La signora è convinta che del primo elemento il marito sia
più che provvisto, del secondo occasionalmente no.
Aspettano quindi una
fantomatica rimessa da Londra, che peraltro non arriverà mai ed i signori Micawber scoprono di non avere neppure i soldi per pagare,
ma solo dopo una sontuosa cena a base di pesce, lombata di vitello, una pernice
e budino finale.
Il giorno dopo, fresco del
ricordo della serata trascorsa in allegria, David riceve un biglietto (sarà il
primo di una lunga serie) del signor Micawber, che
annuncia: “ormai il dado è tratto ! Tutto è finito !”.
Insomma, la rimessa non
arriverà mai, i debiti non saranno pagati ed ad un gentiluomo non resta che
l’estrema decisione: “il fulmine è incombente e l’albero deve cadere”.
L’albero, come è ovvio,
non cadrà e passerà ad una nuova impresa… al termine della quale cambierà il
nome in Mortimer per sfuggire ai creditori, non prima
di aver affibbiato una cambiale scoperta ad un giovane ingenuo…
Tra piccoli imbrogli,
menzogne, truffe e imprese sconclusionate i due coniugi affrontano
“all’italiana” le difficoltà della vita, e sempre sono vittime: del destino,
delle circostanze, della crudeltà del mondo…
Il dominio del Centauro
“E invece la Grande
Occasione è stata persa. Gli uomini nuovi, i Tronchetti, gli Gnutti, i Benetton hanno fatto
uso degli stessi sistemi dei vecchi, degli Agnelli, dei Ferruzzi,
di Mediobanca. Chi, come Colaninno,
ha creduto all’emergere di una razza padana di piccoli investitori capaci di
reggere un progetto industriale di ampio respiro sulle telecomunicazioni si è
dovuto accorgere a sue spese – a sue spese si fa per dire, perché qualcosa ha
guadagnato – che l’obiettivo era solo la speculazione” dice ancora Mucchetti.
“Dal 1986 al 2001 la Fiat
ha bruciato 27 mila miliardi di vecchie lire, la Olivetti
14 mila, Montedison 9 mila, la Pirelli
quasi 4 mila, Finmeccanica 6 mila, l’Italcementi oltre mille…”.
E veniamo ad un tema
centrale: le privatizzazioni.
“Chi
ha creato ricchezza c’è. E può essere imbarazzante. Lo stato, per esempio, si è
rivelato un imprenditore vincente.
Ma le aziende di Stato non
erano il peggio?
Queste
sono le balle messe in giro dai grandi gruppi privati che le volevano, e le
vogliono, prendere per un tozzo di pane. Nello stesso periodo 1986-2001 nel
quale i grandi privati distruggono tanta ricchezza, l’Eni genera 66 mila
miliardi di nuova ricchezza, l’Enel 12 mila, Telecom Italia, nell’ultima fase della gestione pubblica 41
mila.
Si
dice: bella forza, godono di posizioni monopolistiche o quasi. E’ vero. Ma è
anche vero che fino al 1994, queste società perdevano o guadagnavano
pochissimo. E oggi i privati in fuga dalla grande industria le cercano a tutti
i costi, e in tutti i modi ne vogliono preservare le posizioni dominanti sul
mercato con i relativi privilegi.
Nel
libro racconto, sulla base di documenti inediti dell’Iri
che erano conservati non nell’archivio di stato, ma nel cassetto della
scrivania di Enrico Cuccia, il più grande banchiere italiano del Novecento,
come la Sip – così si chiamava allora Telecom Italia – fosse stata offerta invano ai vari
Agnelli, Pirelli, Motta, Cini e compagnia. Il senatore Giovanni Agnelli, il nonno
dell’avvocato Agnelli appena scomparso, lasciò perdere osservando che il
telefono era "roba da ricchi". Lo stato si è fatto imprenditore
perché i privati, che avrebbero potuto gestire la grande impresa, si sono
sottratti all’impegno. Le ragioni sono tante. Le responsabilità non toccano
tutte ai capitalisti, ma i fatti restano quelli.
Per
dire che la creazione di ricchezza va bene certamente quando avviene seguendo
le buone regole come nel caso Luxottica. Può andare
bene o male quando è protagonista un monopolio di stato: i cittadini,
"azionisti" del monopolio, possono decidere, attraverso la mediazione
della politica, se la ricchezza creata dall’Enel o
dall’Eni debba andare, semplifico, in maggiori salari per i dipendenti dell’Enel e nell’Eni, in più cospicui dividendi per i soci o in
minori tariffe per gli utenti. Non va bene invece, se la ricchezza viene
generata da un monopolio privato.
E
le ragioni sono evidenti. Berlusconi, come gli altri,
tende al monopolio. La politica, che dovrebbe avere per scopo il bene comune e
non l’interesse personale, dovrebbe tagliare le unghie ai monopolisti. Dunque
anche a Berlusconi. Ma la politica da 10 anni è Berlusconi. E Berlusconi non può
tagliare le unghie a Silvio. Nel libro, per questo personaggio mezzo politico e
mezzo imprenditore ho adottato la definizione che Cuccia dava di sé stesso:
"Sono un Centauro", diceva il vecchio banchiere alludendo alla
duplice natura dell’azionariato della sua Mediobanca,
"mezzo pubblico e mezzo privato": Berlusconi
è il Nuovo Centauro. Che ha scalato con minima spesa la politica e si è
blindato come nessuno.
Se
è vero che alla radice della crisi della grande industria italiana c’è
l’eclisse di un padronato che trova più conveniente rifugiarsi nei monopoli,
più meno ex, dei telefoni o della tv, dell’energia elettrica del gas, delle
autostrade, allora il problema è come ricostruire un padronato degno di questo
nome, perché unisce il potere alla responsabilità patrimoniale e al rischio
assunto in prima persona.
E’
questione di regole, di leggi e di politica industriale. Di togliere dalla
costituzione materiale dell’economia quella specie di articolo 18 che rende
inamovibili i grandi padroni – che si chiamino azionisti di maggioranza o di
riferimento, che siano banche d’affari o manager travestiti e onnipotenti non
importa. E questo costituisce la materia del capitolo finale del libro che, non
a caso, si intitola "Il mestiere dello stato".
Ma perché questi conti non
sono stati fatti prima?
“Forse
perché negli ultimi anni i giornalisti, e anche gli studiosi, hanno ritenuto
che riconsiderare il passato, anche solo il passato prossimo, fosse una perdita
di tempo. La Borsa guarda al futuro. E se la Borsa diviene l’idolo
contemporaneo, se il suo modo di ragionare diventa il pensiero unico, si
finisce con l’assumerne le logiche anche dove non si dovrebbe. In realtà, i
grandi della finanza hanno memoria d’elefante, ma gli yuppies
non sono grandi. Sanno tutto dello yield e del p-e,
ma non sanno che c’è più verità nell’usuraio e sua moglie di Quentin Metsys che in un rapporto
della Goldman Sachs”.
E - aggiungiamo – sicuramente
non hanno mail letto Dickens.