Il professor Carabattola era convinto di essere un uomo
fortunato. Ogni mattina, da un quarto di secolo, apriva l’armadio ancor prima
di lavarsi i denti o attivare i pensieri.
Prendeva tra le mani un paio di calzoni e li
accarezzava. Duri, ruvidi, qua e là schizzi di fango. Poi sceglieva un bel paio
di pantaloni di velluto, morbidi al tatto, e li lisciava.
“Coglione”, esclamava a questo punto invariabilmente. “A stare a
sentire a te…”. I calzoni in questione erano del padre che era una bestia,
bestia da soma sotto padrone. Il professor Carabattola disprezzava con tutte le
sue forze il lavoro e la fatica.
Il corso era una festa di voci e scollature. Il professor Carabattola
sguazzava con la felicità di un bambino tra i sorrisi e le risate rumorose,
incurante del resto del pianeta. “Ma, i libri ?”, gli disse un giorno uno dei
suoi amici più cari, quelli che potevano aspettarsi risposte. Nello specifico,
l’amico non riusciva a capacitarsi di come Carabattola avesse potuto arrivare
dove era, e cioè in un ambiente pieno di libri, pur trattandoli con sovrana
indifferenza e la sostanziale diffidenza del contadino nei confronti della
carta sovrimpressa.
“E’ semplice”, rispose. E andò a prendere un libro. “Vedi questo
tavolino ?”, e fece per dargli una scossa. “Traballa”, rispose l’amico.
“Traballa”, confermò Carabattola.
E propose: “Salici sopra”. L’amico atteggiò le labbra e gli
zigomi a significare: “No, perché non sono scemo”. Carabattola prese il libro e
lo sistemò sotto la gamba più corta. Senza parlare e senza ulteriori verifiche
mise un piede sulla sedia e salì sul tavolo. “Vedi ? Traballa ? E per caso ho
dovuto leggere il libro ?”
Carabattola aveva un merito solamente. Dovendo esprimere un
concetto, ricorreva a concrete metafore mettendo insieme pochi suoni, alcuni
oggetti e non più di tre immagini. In questo modo, riusciva ad esprimere con
efficacia ciò che i suoi colleghi scrivevano malamente in tre tomi annotati.
Nella metafora del tavolo, Carabattola aveva espresso rapidamente
l’uso e la concezione strumentale che lui aveva della cultura. Un puntello al
tavolo della carriera, che ora gli permetteva di guardare il resto dall’alto
verso il basso.
Carabattola era clericale integralista nei giorni pari e laico
pensatore in quelli dispari. A seconda delle correnti, nostalgico fascista o
partigiano intrepido. Aveva fatto parte del partito degli onesti ed era
tesserato onorario di quello dei farabutti.
“Ma come fai ?”, gli chiese uno dei soliti amici. “Lo vedi quel
barometro ?”. “Bello, pezzo raro”, disse l’amico che ci teneva a sembrare
intenditore.
“Non serve ad un cazzo”, disse l’elegante Carabattola. “Se piove,
che ci puoi fare ? Se c’è umido, non ti consuma lo stesso le ossa ? Io invece
ho un barometro utile per davvero, e ce l’ho nella testa, è il barometro
politico, e quello serve, perché se sai che tempo fa i reumatismi non li
prendi”.
Ed accompagnò la sua metafora, una delle meno riuscite per la
verità, con una grassa risata ed una scomposta grattata ai testicoli.
Carabattola ignorava del tutto l’arte di cesellare i vocaboli;
non sapeva assolutamente che con poche parole è possibile far scoppiare un
cuore umano per rabbia o per amore; che sommando vocali a consonanti si può far
apparire in pochi istanti un mondo nuovo ed una prospettiva sconosciuta.
Al contrario, era maestro della parola strumentale; signore dello
scambio; pesava con saggezza il detto e il non detto, teneva sullo sfondo il
ricatto ed usava il sottinteso come uno stiletto affilato, discreto ma doloroso
al momento dell’uso.
Gli scambi erano i fili complessi di quella ragnatela che era la
sua carriera.
In anni bui e dolorosi per fortuna seppelliti da montagne di
insulti e cartelloni pubblicitari, era assai arduo essere allo stesso tempo
clericale e far carriera. Carabattola seppe con astuzia mascherare la sua fede,
rispolverandola come nuova quando i corvi rialzarono le teste e predicarono con
foga rinnovata il timore dell’inferno e la necessità delle clientele.
La fede di Carabattola era un misto di paganesimo magnogreco e
vita quotidiana. Il suo santo patrono, Onofrio, somigliava come ruolo
strutturale e persino nel viso a Borromeo. Due santi, ognuno nel suo paradiso
ed entrambi al posto giusto, avevano reso forte ed indistruttibile la fede di
Carabattola. Che però si rivolgeva ad ognuno nei modi, nei tempi e nelle forme
dovute.
Nella sua cappella privata, fatta costruire dopo il primo
miracolo, una laurea confezionata in 37 mesi, Carabattola portava quotidiani
omaggi a S.Onofrio, suo protettore e patrono.
Spilorcio in maniera oscena, non si risparmiava in fatto di cere
e lumini, in maniera che Onofrio fosse onorato in modo adeguato.
E Onofrio era senza dubbio riconoscente, come dimostravano i
frequenti interventi e le innumerevoli occasioni in cui aveva prestato la sua
opera risolutiva.
Carabattola vedeva – senza saperlo, va da sé – Onofrio come uno
di quegli déi dell’Olimpo che intervenivano senza sportività sui campi di
battaglia e negli affari privati dei loro protetti, infantili vanitosi ed
irrazionali al pari dei mortali.
Onofrio, purtroppo, non aveva un’aria da dio greco ma una
bonarietà pacioccona che senza dubbio lo facilitò nel rimanere imperturbabile
di fronte ai tremendi racconti che Carabattola gli sciorinava.
Bonario e pacioccone, ascoltava ed immancabilmente interveniva,
come ad esempio quando mantenne indenne da conseguenze il suo figlioccio che si
lasciò volgarmente andare provocato da una troietta che entrò un giorno sola in
stanza in istituto sculettando con una minigonna di due centimetri ed uscendo
dopo 467 secondi urlando discinta e triviale farfugliando di carabinieri. In
realtà era una psicopatica cui bastò la vista di S.Onofrio benedicente per
riportarla alla ragione ed ad una femminea condiscendenza.
Purtroppo era quello il caso in cui Onofrio doveva con maggiore
frequenza intervenire. Un giorno stanco disse a Carabattola: “Basta. Occorre
recuperare la virtù della continenza”.
Era un periodo difficile, la situazione più grave del previsto,
al punto che Carabattola dovette per la prima volta ricorrere ai suoi due santi
in contemporanea ed in sinergia.
“Il fatto è”, confessò Carabattola un giorno ad un suo intimo
amico durante discussioni da taverna, “che tanto bene di Dio così a portata di
mano, non me l’aspettavo, ecco. Mi sono ritrovato il piatto pieno di cento
portate, e con quale coraggio devo rimanere digiuno !?!”.
Anna Rosa viveva dentro una circonferenza all’interno della quale
erano collocate semplicemente le speranza di papà e mamma di vederla laureata
prima e unica nella storia del paese, i libri di testo e gli appunti del corso
monografico, il sabato in pizzeria con qualche amica.
Il resto del mondo e dei fatti viveva al di fuori di queste
colonne d’Ercole, nonostante qualche telegiornale provasse senza successo a
portare sciagure d’altri mondi alla portata di Anna Rosa.
La ragazza seguiva le lezioni con la partecipazione con cui
andava a Messa, ed il professore davvero era un essere superiore
indipendentemente ed al di là del suo volto, del colore della sua cravatta e
del taglio di capelli.
Carabattola portava abitualmente giacca verde, camicia rosa,
cravatta viola, scarpe lucide e capelli a spazzola. Anche nei momenti
imbarazzanti in cui si grattava pubblicamente i testicoli, per Anna Rosa
rimaneva pur sempre “un professore”, razza eletta.
Riflettendo per qualche istante, se Anna Rosa non avesse avuto
idee come questa, quasi tutte le sconcezze di questa storia non avrebbero avuto
ossigeno per sopravvivere.
“Professore, professore”, cinguettò Anna Rosa che per la prima
volta provava l’ebbrezza di essere ricevuta da un membro della razza eletta. E
per nulla fu turbata dalla cravatta con le paperette disegnate ed il foulard
viola pallido che Carabattola giudicava segno di incalcolabile stile. Dopo aver
fatto tagliare le basette da campiere che gli scherni ripetuti non ritenevano
segno di eleganza, Carabattola si era fatto tingere i capelli in considerazione
del fatto che i capelli brizzolati facilitavano le conquiste e l’aria da uomo
maturo e colto.
Ma Anna Rosa con la sua camicetta bianca e i capelli biondo
cenere non notava questi particolari né badava all’odore di tabacco e di
profumo francese malamente mescolati insieme.
Anna Rosa non era in quell’angusta stanza ma già in paese a
raccontare dell’incontro che mai una della sua stirpe avrebbe mai sognato,
considerando che l’uomo più importante che i suoi avi avevano incontrato era
stato l’esattore delle tasse o il maresciallo delle guardie borboniche.
Carabattola, va da sé, confuse l’aria sognante della ragazza come
un segno di arrendevolezza. L’equivoco surriscaldò il sangue del docente, e
quello che in breve ne seguì scompigliò in poco tempo la camicetta ed i
pensieri della ragazza.
Anna Rosa sognava un principe azzurro che giungesse sul cavallo
bianco sulla spiaggia di Roccella Jonica, e nei suoi sogni romantici non
avevano trovato posto manacce pelose e labbra bavose.
Al pallore della fanciulla Carabattola rispose con un sorriso
sguaiato, secondo la consueta tecnica di voltare in burla le situazioni
incresciose o immature.
Si rese però conto che l’irruenza aveva provocato lacerazioni nei
tessuti, e la sua esperienza gli diceva che questi davano più problemi
immediati di quelle dell’anima e dei sensi di colpa in genere.
La ragazza mise fine a questa scena senza parole uscendo
velocemente, cercando di ignorare gli sguardi dei curiosi e andando a casa a
cambiarsi, per poi prendere silenziosamente il pullman per il paese, indecisa
se tacere o parlare di quel bruto triviale infiltratosi chissà come tra gli
esseri superiori.
I colleghi che videro la ragazza uscire sconvolta tenendosi il
seno sorrisero complici o s’inscurirono indignati, ma tutti erano accomunati
dalla buona abitudine di non proferire parola.
Carabattola non se la prese molto, e calcolò tra sé che aveva
altre 2579 probabilità – pari alla popolazione femminile della facoltà sotto i
29 anni – di non fare cilecca.
Quando al circolo del suo paese raccontò il fatto tra pernacchie,
riferimenti dettagliati all’anatomia femminile e particolari inventati o
gonfiati, suscitò l’orgoglio dei presenti che erano davvero contenti di aver
esportato un vero gallo ed importato a maggior prestigio del paese un
professorone.
Solo l’avvocato rimase con l’aria scura ed imbronciata, ma dato
che aveva fama di finocchio nessuno ci badò.
Carabattola, esaltato dal suo trionfo, provò a sfotterlo: “E meno
male per la verginella che non c’era Bartolomeo, che sennò ci strappava pure le
mutande”. Uno scroscio di riso fu uno schiaffo per l’avvocato, che però aveva
pronta la risposta, che doveva in tali circostanze essere definitiva: “E meno
male che in mezzo a noi c’è il sacerdote, che è amico, così l’estrema unzione
ce la può fare all’occorrenza”.
La battuta funerea mise prevedibilmente il silenzio nella sala.
Gli amici giudicarono poco sportiva e sleale la ribattuta dell’avvocato. Non
era stato offeso direttamente, quindi perché mai tirava in ballo la morte ? A
questo punto occorreva la spiegazione, altrimenti la situazione si faceva
pesante.
Il farmacista, che aveva in antipatia Carabattola, provò a
stemperare la tensione ipotizzando a caso: “Vuole dire l’avvocato che c’è il
rischio che intervengano i Carabinieri ?”.
“Macché Carabinieri, i familiari con lo schioppo !”. I volti
pallidi esprimevano con chiarezza che a questo nessuno, stranamente, aveva
pensato. La ragazza veniva mantenuta a studiare dai familiari ! Non era una
sgualdrina che viveva da sola ! Ma come aveva fatto quel coglione di
Carabattola a non pensarci !
Lunedì il professore ricevette una discreta telefonata che lo
invitava a recarsi in caserma alle 3 del pomeriggio. Tutto era stato
predisposto in considerazione della delicatezza della situazione. Era giunta
una telefonata anonima, e non era il caso di infangare un docente per quella che
poteva essere benissimo un’azionaccia di un invidioso.
Anna Rosa non aveva rivelato nulla, ed era indecisa persino col
confessore la domenica. Pensò che tutto poteva risolversi gettando la camicetta
nel cassonetto, inventando una scusa e togliendo la materia di Carabattola dal
piano di studi.
I Carabinieri avevano deciso di sentire prima il docente.
Carabattola arrivò in caserma irritatissimo, dicendo che in tale modo si
facevano saltargli rilevantissimi impegni di lavoro e personali, e che non era
questo il modo di trattare un galantuomo, per di più pro-fes-so-re (attenta
scansione di sillabe) e che meglio avrebbero fatto a dare la caccia ai
farabutti che vanno in giro specialmente la sera che non si può più uscire…
Il piantone si sorbì in silenzio la predica, indispettito che non
si trattasse di uno di quegli scippatori sedicenni che calmavano a cinghiate
sulla schiena.
Un tenente tolse tutti dalle spine, “Prego professore, si
accomodi”, e a Carabattola vennero i brividi sentendo che trattavasi di continentale.
La situazione fu presto spiegata, e Carabattola ebbe ancora
occasione di indignarsi per il tempo che facevano perdere ad un luminario
come lui, per cosa poi ?, telefonata anonima, infamia più infamia che sia
possibile concepire, dettata da invidia, chiaro.
“L’invidia è la cosa peggiore che c’è al mondo”.
Senza dubbio, professore. “Ma a me interessa una risposta,
semplicemente: dopodiché la questione è chiusa per sempre o aperta. Quello che
diceva la telefonata anonima è vero o non è vero ?”.
Carabattola era combattuto. Da un lato sapeva bene che allo
sbirro si dice sempre di no, dall’altro perché negare di fronte ad un uomo
quella che era un’azione di cui – da uomini – andare fieri ? Pensò in aggiunta
che i continentali proprio uomini non sono, e questo era da mettere nel conto.
Carabattola pensava di rado, e ancora più di rado in caserma. Era
sempre lui a fare domande a studentelli che terrorizzava con sadismo, ed essere
dall’altra parte non era piacevole.
Questi secondi di attesa lo mettevano irrimediabilmente nei guai.
“No”, disse. “Dovremo sentire la ragazza”, concluse il tenente.
Carabattola si recò la sera stessa da S.Onofrio provvisto di una
grandiosa riserva di lumini gialli e rossi, candele di ogni misura, immaginette
e statuine. Anche in questo caso non ci fu bisogno di molte parole, perché
Onofrio comprendeva, con le sue guanciotte rosse e la sua aria misericordiosa.
“La misericordia è la cosa più bella. Gli sbirri non hanno misericordia,
S.Onofrio mio”.
Il santo si disse d’accordo, ma diede anche un consiglio pratico:
due santi sono meglio di uno.
Anna Rosa si trovava per la seconda volta in quella stanza. In
realtà, da quel giorno, c’era stata di nuovo ma in orrendi incubi. Carabattola
entrò con le mani in tasca, e dietro di lui un omone che lei riconobbe solo
perché lo aveva visto in televisione e sul giornale locale.
I miracoli del santo terreno superarono in potenza quelli di
Onofrio, che per un po’ ne fu risentito e accettava a stento i lumini. La
famiglia di Anna Rosa, sei fratelli, fu investita da attacchi di genialità che
in poco tempo generarono un odontoiatra, due veterinari, una commercialista e
Anna Rosa luce del diritto italiano, almeno stando alla sua media voto.
Pecora nera della famiglia, un ragazzino di 13 anni troppo
giovane da laureare, nonostante gli impeti di entusiasmo di Carabattola che
voleva a tutti costi fargli avere almeno un diploma.