In un’Italia che tollera ormai troppo, il valore irriducibile di chi non accetta le regole del sopruso. E che può
cambiare il Paese.
"All’estero non ne vogliono. Come se avessero il tossico. Le nostre arance. E il padrone ci paga così. Ci dà le arance... E noi non sappiamo che fare. Nessuno ne vuole. Andiamo a vedere se ne vogliono a Reggio, a Villa San Giovanni, e non ne vogliono... Nessuno ne vuole."
Tra la fine del 2008 e l’inizio del 2010 Rosarno è balzata all’attenzione dei media per ben due volte. Sfruttati, ammassati in baraccopoli, emarginati e spesso aggrediti, in un crescendo di tensione e violenza i migranti lottano per il diritto al lavoro ma anche per quello alla vita. In un comune commissariato per infiltrazioni mafiose, la voce degli africani è l’unica a levarsi con forza contro le ’ndrine, e a far paura al sistema.
Un’analisi storica ed economica spiega come e perché siano proprio gli stranieri a reagire dove gli italiani si sono abituati ad accettare, vittime del racket e delle intimidazioni. Saranno gli immigrati a salvare Rosarno e forse l’Italia: “Non hanno un tetto, non hanno soldi, vivono in condizioni limite.
Al Nord non trovano lavoro, ma un clima di razzismo. Al Sud la situazione è spesso disumana. Indirettamente, in modo forse non cosciente, la loro è una reazione alla mafia, a una situazione che la mafia contribuisce a produrre”. Una tesi coraggiosa, che spiega come le ribellioni di Rosarno siano soprattutto una lotta alla ’ndrangheta, che può dare la spinta a un Paese da troppo tempo rassegnato alla malavita.
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