2003 / Una rilettura del capolavoro di Carlo Levi
Cristo si ferma nuovamente
“Cristo si è fermato a Eboli” è stato pubblicato nel
1945. Come è noto, si tratta del diario dello scrittore e pittore Carlo Levi,
confinato (“mandato in vacanza”, direbbe un famoso caratterista che da qualche
anno dice di essere il Presidente del Consiglio italiano) dal fascismo nei
ridenti paesi (“paesaggi lunari”, li definisce lo scrittore) della Lucania.
Oggi quel libro straordinario rischia di tornare
incredibilmente d’attualità. Non certo come opera letteraria, perché da quel
punto di vista non è mai passato di moda: per lo stile vivo, l’interesse delle
piccole storie narrate, la partecipazione umana e l’intelligenza dello
scrittore.
Oggi quel libro rischia di essere ripreso da chiunque
si interessi di Sud. Come trattato socio-economico che spiega, interpreta,
svela meccanismi sociali, piccolezza, formae
mentis della provincia meridionale.
Quella provincia che – tolte poche aree metropolitane,
Napoli Palermo Catania Bari – è
il Sud.
Un antefatto. Il Corriere della Sera – nella penultima
settimana di novembre 2003 – pubblica un’inchiesta a puntate sulla scomparsa –
o comunque sullo stato comatoso – del ceto medio italiano.
La flessibilità e le privatizzazioni hanno devastato
una struttura sociale che si basava – e si basa ancora - sulla figura
dell’impiegato, sul Fantozzi accessoriato di utilitaria, famigliola,
elettrodomestici ed appartamentino.
Dipendenti pubblici precarizzati e blocco delle
assunzioni. Le privatizzazioni dei grandi enti. Persino le banche che ristrutturano
e puntano al web ed ai servizi telefonici, assumendo meno persone e comunque con
meno garanzie, trasformando in un “lavoratore pieno di dubbi quello che era il
candidato ideale per sposare la figlia dell’italiano medio”.
Un quadro preoccupante, a tratti drammatico e reso
ancora più pesante dalle facili cassandre che preannunciano: “al momento non si
avvertono grandi catastrofi perché ancora regge il sistema delle pensioni, che
fa da ammortizzatore sociale. Ma appena si avvertiranno – per fortuna non
subito – gli effetti delle varie riforme delle pensioni, allora sarà il
disastro”.
Queste analisi si riferiscono al paese tutto, che
avverte questi sintomi in maniera disuguale. Al Sud tutto va moltiplicato per
cento. Nella provincia del Sud per mille.
E qui torniamo a Levi. Il libro è istruttivo, e ci
ricorda quando c’era la povertà, una sola automobile per tutto il paese, i
bambini con le pance gonfie e gli “americani” che tornano da New York e mettono
su una casetta che sembra un palazzo rispetto alle catapecchie circostanti.
E’ passato un secolo, sembrerebbe. Oggi “accogliamo”
con fastidio cittadini che arrivano da paesi poveri dell’Albania e del Marocco,
e discutiamo con accanimento su come e se farli arrivare, se e come ne abbiamo
bisogno, se è troppo distante la nostra dalla loro cultura.
Siamo sicuri che sia passato tanto tempo, che
l’arricchimento del nostro territorio sia un processo irreversibile e non una
fase momentanea, durata pochi decenni, simile a quanto accaduto a paesi come
Brasile, Argentina, Venezuela che ad inizio secolo accoglievano contadini
veneti e calabresi i cui discendenti oggi cercano in tutti i modi di
raggiungere la stessa terra che i loro nonni lasciarono in fretta?
Nel frattempo, ri-leggiamo le pagine illuminanti di
Levi.
“La piccola borghesia
non ha mezzi sufficienti per vivere col decoro necessario, per fare la vita del
galantuomo. Tutti i giovani di qualche valore, e quelli appena capaci di fare
la propria strada, lasciano il paese. I più avventurati vanno in America, come
i cafoni; gli altri a Napoli o a Roma; e in paese non tornano più.
In paese ci
restano gli scarti, coloro che non sanno far nulla, i difettosi nel corpo, gli
inetti, gli oziosi: la noia e l’avidità li rendono malvagi. Questa classe
degenerata deve – per vivere – poter dominare i contadini e assicurarsi in
paese i posti remunerati di maestro, di farmacista, di prete, di maresciallo
dei carabinieri, e così via.
E’ dunque
questione di vita o di morte avere personalmente in mano il potere; essere noi
o i nostri parenti o i nostri compari ai posti di comando. Di qui la lotta
continua per arraffare il potere tanto necessario e desiderato e toglierlo agli
altri”.
***
Il Sud aveva trovato una buona soluzione a questa
terribile contraddizione. Lo Stato. Lo Stato da succhiare, spolpare, mangiare a
bocconi.
Uno Stato cadaverico che si nutre della propria
carogna.
Lo Stato da possedere, occupare. Un pezzo di Stato per
ciascuno, e non importa se con una pensione d’invalidità del tutto usurpata o
con un posto pubblico sudato e vinto col concorso.
Tutti galantuomini, tutti ceto medio. L’utilitaria la
seconda casa i figli a cui non manca niente e che vanno a studiare, fanno
l’università e diventano meglio di noi, ci trattano da ignoranti e pensano per
sé ad un futuro radioso.
Ci sarà l’Europa, l’era delle opportunità, saremo
tutti imprenditori, lo Stato ci finanzia e l’UE pure, daremo vita alle nostre
idee benedette dalle stelline onnipresenti della saggia Europa.
E’ il delirio delle espressioni aziendaliste:
-
diventare imprenditori di sé stessi
-
investire nelle opportunità
-
creare un valore aggiunto alla propria vita.
Persino
la scuola ed il percorso scolastico vengono assimilati alle vicende di una “fabbrichetta”:
-
l’offerta formativa
-
il bilancio delle competenze
-
il debito formativo
-
i crediti
-
il dirigente scolastico
Poi il risveglio. Brusco e dolorosissimo. Puoi fare lo
stagista, il borsista, puoi lavorare in maniera informale, puoi fare insomma
tutto ma una sola cosa no, ché equivale alla peggior bestemmia: metterti in
tasca un contratto di lavoro a tempo indeterminato.
Tutti pretendono che tu abbia esperienza, ma nessuno ti
dà la possibilità di creartela questa stramaledetta esperienza. E poi la
violenza più sottile e perversa, importata direttamente dagli Usa e tanto
nordamericana quanto la statua della Libertà: una voce che dice: la colpa è tua,
sei un perdente.
Così la vita diventa una giungla dove ogni giorno devi
combattere, attento a non urtare i nervi del capo, non mostrare agli altri di
essere nei fatti un pezzente, attento a pensare concepire organizzare
mentalmente quello che ti sta capitando.
***
I cantori del mercato, gli esaltati della competizione
globale, tutti gli irresponsabili che negli anni passati hanno celebrato le
meraviglie del modello americano così come le magnifiche sorti dell’euro-europa,
oggi sono sostanzialmente spariti. Il costume italiano prevede il canto in
coro, e quando qualcuno inizia ad intonare una canzone che appare destinata al
successo, è ben difficile che non trovi numerosi cantori disposti ad
accompagnarlo.
Adesso è il momento delle lacrime di coccodrillo.
Accidenti! Nascono pochi bambini, gli italiani sono destinati all’estinzione?
Introduciamo provvidenze e contribuzioni. I pensionati non riescono ad
acquistare nemmeno un sacchetto di mele? Ci vuole il calmiere dei prezzi! I
cinesi sono dei concorrenti micidiali? Mettiamo i dazi doganali!
***
Levi raccontava dei contadini lucani fuori dalla
storia, da tutte le storie, a partire dai Romani fino ai garibaldini ed al
fascismo.
Tutto parte di un esterno che per loro significava
sfruttamento, guerra, brutalità. Motivazioni strane ed inafferrabili,
assimilate al destino. Le tasse come le grandinate.
Sarebbe interessante, alla fine del 2003, tornare
nella Lucania che il governo vorrebbe ridotta a pattumiera nucleare e chiedere
dell’Euro.
Un flagello esterno ed estraneo, risponderebbero. Un’altra
invenzione di quelli di Roma (o di Bruxelles, fa poca differenza) alle prese
con una concezione del mondo misteriosa ed ostile.
Ma gli effetti delle trovate del potere – il mercato l’euro
la flessibilità – pur essendo deliri ideologici e forse rivincite sui “lacci”
imposti dal movimento popolare dal dopoguerra in poi – hanno effetti drammatici
sulla vita di tutti.
Specie su quel ceto medio impoverito ed impaurito
della provincia meridionale. Che oggi si chiede se Cristo si è fermato
nuovamente. E che si arrampica ai rimasugli dello Stato generoso con la disperazione
del naufrago che punta le unghie al relitto della nave.
Servirebbe Levi per descrivere – un esempio fra i
tanti – le “elezioni di Pontopoli”, ovvero le comunali 2003 nella città di
Messina.
Un esercito di candidati, galoppini, portaborse. Una
tempesta di pieghevoli ed una invasione di manifesti colorati. Un tentativo
patetico di occupare un posto di consigliere di quartiere, una sedia al
municipio, un brandello di potere per la “pole position” in quella che si sogna
come la “grande spartizione”, i cantieri del Ponte – o più semplicemente – la corsa
al posto nei concorsi truffaldinamente annunciati e mai partiti.
E mentre i commenti si perdevano banalmente nel
commento “sportivo” sulla competizione destra-sinistra, ogni sera partivano e
partono, tristi come i cafoni di Levi, giovani laureati e operai senza lavoro per
il Nord, terre dove Cristo non si è fermato.