LE CAMPAGNE Ponte sullo Stretto, chiudere la partita :: Il caso Manca :: Sos Rosarno
 .
LIBRERIA
Gli africani salveranno Rosarno. Seconda edizione Antonello Mangano Gli africani salveranno Rosarno. Seconda edizione E, probabilmente, anche l`Italia...
8 €, spese di spedizione incluse
Sì alla lupara, no al cous cous Antonello Mangano Sì alla lupara, no al cous cous Mentre la Lega vietava il kebab, la `ndrangheta si mangiava la Padania...
8 €, spese di spedizione incluse
Voi li chiamate clandestini Laura Galesi Voi li chiamate clandestini Come viene prodotto il cibo che state mangiando?...
16 €, spese di spedizione incluse
L’enigma di Attilio Manca Joan Queralt L’enigma di Attilio Manca Verità e giustizia nell’isola di Cosa Nostra...
13 €, spese di spedizione incluse
Quell’africana  che non parla neanche bene l’italiano Alberto Mossino Quell’africana che non parla neanche bene l’italiano ...
10 €, spese di spedizione incluse
Ponte sullo Stretto e mucche da mungere Luigi Sturniolo Ponte sullo Stretto e mucche da mungere Grandi infrastrutture, servizi pubblici e bolle speculative...
8 €, spese di spedizione incluse
Inchieste Rosarno - Tunisia - Giornalisti sfruttati - Mineo - Lega - Lampedusa - Attilio Manca - Migranti e campagne - A3 - Ponte - CIE
RSSRSS Archivio Autori Chi siamo Fotostorie Video Corsi Newsletter Contatti
Casa editrice terrelibere.org Catalogo libri eBook Presentazioni Recensioni Racconti Campagne Acquisto librerie
terrelibere.org > libreria > albania nostalgia e dolore
E-mail Password Genera/richiama password

Non hai libri nel tuo carrello



FAQ Libri
Guida eBook
FAQ Libri elettronici
Mappa librerie
Catalogo libriNuovo
Catalogo eBookNuovo
Recensioni (80)
Racconti (10)
Progetti (0)
Poesie (3)
Libri2 (3)
Ipertesto (11)
Diari (8)
ipertesto Il divorzio in Italia e i gelsomini del Maghreb
Babel del calcio e della droga
Il caso degli ispettori generali Verdiani e Messana



racconti La balestra
Parliamo del mare
I tifosi sognano





Albania: "Nostalgia e dolore" - la libreria di terrelibere.org
Condividi
segnalaSegnala Condividi su Facebook
Compra su
Albania: "Nostalgia e dolore"
stats 9345 letture

Albania: "Nostalgia e dolore"
Memoria delle prigioni
E` possibile provare nostalgia per i luoghi della prigionia e per periodi bui della propria esistenza? Per Fatos Lubonja è possibile, se quei luoghi e quegli anni "fanno parte di un tutto indivisibile che è il processo di fusione tra il proprio destino e il proprio scopo": nel suo caso tra il destino di prigioniero politico e l`aspirazione a diventare scrittore. Una riflessione intensa e vitale sul significato che i lunghi anni di reclusione hanno avuto nella vita di Lubonja, pubblicata all`interno di una raccolta di saggi edita da Bruno Mondadori nel 2003.
Nostalgia e dolore

Nostalgia e dolore*

 

di Fatos Lubonja

 

 

La mia vita’ è colata via come miele sulla roccia

 

Nell’inverno del 1983, quando ero già in prigione da nove anni, fui chiuso in una cella di rigore nel campo di Qaff-Bari. Il campo, situato tra i monti dell’Albania settentrionale, sorgeva accanto a una miniera di rame e pirite dove i prigionieri lavoravano alternandosi in tre turni. D’inverno la temperatura scendeva solitamente sotto lo zero e quando - per il capriccio di un carceriere – finii in isolamento, aveva raggiunto i meno 19. Le celle erano un inferno polare: il soffitto perennemente coperto da uno strato di ghiaccio, l’acqua gelata.

 

Avevo con me un compagno di sventura: un disgraziato di nome Tomorr Allajbeu, finito lì per essersi rifiutato di lavorare nella miniera.

 

Non so come siamo riusciti a sopportare quel freddo spavetoso. Di giorno battevamo i piedi in continuazione; di notte ci svegliavamo ogni dieci minuti, alzandoci o stando seduti a natiche strette per diminuire il più possibile la superficie corporea a contatto con il ghiaccio. Tutta la nostra umanità si esauriva nel tentativo di restare vivi.

 

Durante i nostri interminabili andirivienti su e giù per la cella, Tomorr, che non solo era più anziano ma stava in cella di rigore da più giorni di me, tanto che gli si erano già gonfiate le gambe, continuava a ripetere una frase che continuo a sentire con la stessa chiarezza di diciannove anni fa: <<La mia vita è colata via come miele sulla roccia>>. Si riferiva alle api di montagna che fanno il miele tra le rocce, lontano dai luoghi abitati: un miele che non viene raccolto né mangiato da nessuno. Diceva così perché, nato in una famiglia perseguitata dal regime comunista fin dal 1945, aveva trascorso una vita di disagi e tormenti tra una deportazione e l’altra. Non ricordava un solo momento in cui uno dei suoi famigliari non fosse in prigione.

 

Un giorno più freddo degli altri, Tomorr si mise a imprecare e a dire che voleva farla finita con quella vita da cani. Per consolarlo gli ricordai che, nonostante tutto, la vita poteva anche essere bella (o forse interessante, non ricordo bene). <<Già>> rispose lui, <<parli bene perché hai una vita migliore a cui paragonarla. Ma io, che cosa ho da ricordare?>>. Intendeva dire che io potevo confrontare i miei nove anni di prigionia (tanti erano allora) con i ventitre anni di vita precedenti l’arresto, quando ero un privilegiato perché figlio di uno dei membri del Comitato Centrale.

 

<<Tu hai qualcosa a cui paragonarla, io no. La mia vita è colata via come miele sulla roccia>>, ripeteva Tomorr in continuazione. Da un lato aveva ragione, dall’altro no. Gli davo ragione perché capivo la sua disperazione, ma al tempo stesso aveva torto: io non ero né capace di creare quel miscuglio di buono e cattivo a cui si riferiva, ne tanto meno di dividere la mia vita in due parti distinte.

 

 

Le visite alle mie prigioni

 

Un antico proverbio indiano dice: “Chi si è lavato nelle acque del Gange tornerà a morire sulle sue rive”.

Dopo la mia scarcerazione, avvenuta nel 1991, sono tornato sui luoghi dove avevo trascorso diciassette anni della mia vita: imprigionato a poco più di ventitre  anni, rilasciato a quaranta. Al campo di Spac, dove avevo trascorso undici anni, sono tornato due volte. La prima, nel 1993.

 

Pensavo che l’avrei trovato come l’avevo lasciato nel 1987, dopo essere stato trasferito nella prigione di Burrel. E invece dovetti accorgermi, con uno strano senso di dolore, che il luogo non era più come lo ricordavo. La cella di rigore, dove nel 1979 avevo trascorso i mesi più difficili della mia vita per essermi rifiutato di lavorare nella miniera, era sparita. Si trovava in un basso edificio isolato: i montanari dovevano averlo smantellato con facilità, portandosi via tutto quello che c’era da prendere. Sparite le torri di guardia, spariti i reticolari che circondavano l’altura dentro la quale si trovava la miniera e che, specie di notte, conferivano al lungo un aspetto allucinante (il filo spinato se l’erano preso i montanari per recintare i terreni avuti in proprietà).

 

Quando, a distanza di anni, tornai nuovamente sul luogo, constatai che tutto era peggiorato. Non si poteva più entrare nella miniera, le gallerie erano allagate. Le pietre franate dalla montagna avevano coperto i sentieri lungo i quali i prigionieri si recavano al lavoro. I maggiori saccheggi li aveva subiti il campo di prigionia, dove non restava più un solo pezzo di materiale da costruzione. I grandi cumoli di terra scavata nella miniera erano coperti d’erba.

 

Me ne andai accorgendomi con inspiegabile dolore di non aver più ben presente la vera natura di quel posto, e senza riuscire a capire perché la cosa mi facesse tanto male. Ad addolorarmi era soprattutto la sparizione delle gallerie e della cella di rigore, testimoni muti delle mie più terribili sofferenze.

 

Negli anni successivi visitai anche il campo-prigione di Ballsh, dove i prigionieri politici avevano trascorso anni a costruire una raffineria di petrolio e dove ero stato per tre anni. Di fronte alla raffineria, nel punto di cui secondo i miei ricordi avrebbe dovuto trovarsi il campo, vidi delle costruzioni che ricordavano vagamente una di quelle serre in cooperativa, oggi trasformate in scheletri, che costellano le strade dell’Albania postcomunista. Non riuscivo a credere che si trattasse del l’ex campo di prigionia.

 

Un passante, interrogato in proposito, mi confermò che si trattava proprio dei resti delle vecchie baracche: quelle baracche così particolari, una volta traboccanti di dolore umano e di episodi fuori del comune, ma oggi simili a un cimitero di pali di cemento e travi di ferro. Mi avvicinai a quella specie di discarica nella speranza di riconoscere qualcosa, ma ormai non restava più niente: spariti gli spiazzi in cemento tra le baracche dove i prigionieri sedevano a giocare a domino o a scacchi, sparita la cucina con i caratteristici forni in mattoni, spariti i cessi e i rubinetti.

 

Alla fine, in mezzo a quella montagna di ferraglia arrugginita scoprii un cosa che ravvivò i miei ricordi. Tra due baracche, c’erano ancora i resti di una scala in cemento misteriosamnete risparmiati dalla distruzione e ricoperti di vegetazione selvatica. Quella scala era la più importante di tutto il campo, poiché dal suo gradino superiore si vedeva la strada dalla quale arrivavano i famigliari in visita. Là in cima i prigionieri aspettavano per ore, spiando da lontano i parenti carichi di fagotti. Finito l’incontro, risalivano di corsa la scala per vederli ancora una volta e seguirli con lo sguardo finché non erano completamente spariti. Anchi’io, per tre anni di seguito, avevo spiato con il cuore in gola l’arrivo dei miei parenti.

 

 

La nostalgia dello scrittore

 

È nostalgia quello che provo per la mia vita in prigione, senza dubbio il periodo più difficile che abbia vissuto  durante la dittatura comunista? È nostalgia ciò che mi spinge a visitare i luoghi in cui ho sofferto? A un certo punto ho cominciato a pormi alcune domande sulla vera natura di questa nostalgia. In un primo momento ho pensato che si trattasse del rimpianto per esperienze ed emozioni particolarmente intense, per tutto ciò che di bello o doloroso, ma comunque diverso, era successo prima e dopo la mia prigione. Tutto il periodo della prigione era stato praticolarmente intenso.

 

Ripensandoci, non riuscivo mai a separare nettamente le emozioni tristi da quelle allegre, il che non significa che non riuscissi a distinguerle. Non riuscivo neanche a fonderle insieme in quel miscuglio di cui parlava il mio amico Tomorr, morto prima di riuscire a vedere la fine del regime totalitario. Ma il fatto stesso che Tomorr non riuscisse a nutrire il minimo rimpianto per la vita sotto la dittatura mi ha indotto a ritenere che si dovesse adottare un atteggiamento diverso, un altro modo di rimpiangere ciò che ci ha fatto soffrire. Forse occorreva una filosofia della vita che Tomorr, perseguitato fin dall’infanzia, non era riuscito a elaborare.

 

Nella catena di avvenimenti che compongono la vita di un uomo si distinguono due diversi filoni. Da una parte stanno gli avvenimenti che accadono in modo conforme alla nostra volontà, alle nostre inclinazioni, alla nostra vocazione e alla nostra personalità; ossia secondo i nostri bisogni interni e la nostra visione della vita, e che quindi rappresentano uno scopo. Dall’altra stanno gli avvenimenti che avvengono per volontà altrui, di dei o dittatori che siano, e che rappresentano il destino o il fato.

 

Il problema della vita sta tutto nel conciliare il nostro destino con il nostro scopo (amor fati). Ci si può riuscire con la passività, con la rassegnazione alla sorte, e in tale rassegnazione trovare l’armonia spirituale e la pace, come accade agli eroi di Eschilo e di Sofocle. Però ci si può anche riuscire con l’opposizione, la lotta per realizzare se stessi partecipando agli eventi proposti dal caso, usandoli come spunto per realizzare la nostra volontà e “vedendo” in quel che ci capita una “ conferma” delle nostre aspirazioni.

 

Può darsi che l’aspirazione a diventare scrittore, che era appunto il mio scopo, mi abbia aiutato  ad affrontare la sofferenza in un modo diverso da quello di Tomorr. Il particolare miscuglio di giorni felici e infelici di cui parlava il mio amico non ha mai significato per me il confondere tra loro due mondi separati. Ho sempre ricordato gli anni belli e gli anni difficili con la stessa nostalgia: la nostalgia dello scrittore. Una nostalgia che, come la memoria, è sempre stata selettiva.

 

Non ripenso alla mia gioventù come a un periodo composto di bei momenti, ma piuttosto come a un periodo i cui eventi hanno formato il mio rapporto con la dittatura, mi hanno aiutato a conoscere meglio sia il regime sia me stesso, circostanza che oggi sfrutto nelle mie opere. Non mi pare di provare nostalgie d’altro genere. Presi nel loro insieme, quegli eventi fanno parte di un tutto indivisibile che è il processo tra il mio destino e il mio scopo.

 

Quando siete felici guardate nelle profondità del vostro cuore e scoprirete che ciò che ora vi sta dando gioia è soltanto ciò che prima vi ha dato dispiacere.

 

Quando siete addolorati guardate nuovamente nel vostro cuore e vedrete che in verità voi state piangendo per ciò che prima era la vostra delizia.[1]

 

 

*Pubblicato in: Nostalgia. Saggi sul rimpianto del comunismo, a cura di Filip Modrezejewski e Monika Sznajderman, Bruno Mondadori, Milano 2003, pp.91-95.



[1] Kahil Gibran, Il Profeta, Feltrinelli, Milano 2000, pp.29-30, n.d.t.



Torna su Torna su