Nostalgia
e dolore*
di Fatos Lubonja
La mia vita’ è colata via come
miele sulla roccia
Nell’inverno del 1983, quando ero
già in prigione da nove anni, fui chiuso in una cella di rigore nel campo di
Qaff-Bari. Il campo, situato tra i monti dell’Albania settentrionale, sorgeva
accanto a una miniera di rame e pirite dove i prigionieri lavoravano
alternandosi in tre turni. D’inverno la temperatura scendeva solitamente sotto
lo zero e quando - per il capriccio di un carceriere – finii in isolamento,
aveva raggiunto i meno 19. Le celle erano un inferno polare: il soffitto
perennemente coperto da uno strato di ghiaccio, l’acqua gelata.
Avevo con me un compagno di
sventura: un disgraziato di nome Tomorr Allajbeu, finito lì per essersi
rifiutato di lavorare nella miniera.
Non so come siamo riusciti a
sopportare quel freddo spavetoso. Di giorno battevamo i piedi in continuazione;
di notte ci svegliavamo ogni dieci minuti, alzandoci o stando seduti a natiche
strette per diminuire il più possibile la superficie corporea a contatto con il
ghiaccio. Tutta la nostra umanità si esauriva nel tentativo di restare vivi.
Durante i nostri interminabili
andirivienti su e giù per la cella, Tomorr, che non solo era più anziano ma
stava in cella di rigore da più giorni di me, tanto che gli si erano già
gonfiate le gambe, continuava a ripetere una frase che continuo a sentire con
la stessa chiarezza di diciannove anni fa: <<La mia vita è colata via
come miele sulla roccia>>. Si riferiva alle api di montagna che fanno il
miele tra le rocce, lontano dai luoghi abitati: un miele che non viene raccolto
né mangiato da nessuno. Diceva così perché, nato in una famiglia perseguitata
dal regime comunista fin dal 1945, aveva trascorso una vita di disagi e
tormenti tra una deportazione e l’altra. Non ricordava un solo momento in cui
uno dei suoi famigliari non fosse in prigione.
Un giorno più freddo degli altri,
Tomorr si mise a imprecare e a dire che voleva farla finita con quella vita da
cani. Per consolarlo gli ricordai che, nonostante tutto, la vita poteva anche
essere bella (o forse interessante, non ricordo bene). <<Già>>
rispose lui, <<parli bene perché hai una vita migliore a cui paragonarla.
Ma io, che cosa ho da ricordare?>>. Intendeva dire che io potevo
confrontare i miei nove anni di prigionia (tanti erano allora) con i ventitre
anni di vita precedenti l’arresto, quando ero un privilegiato perché figlio di
uno dei membri del Comitato Centrale.
<<Tu hai qualcosa a cui
paragonarla, io no. La mia vita è colata via come miele sulla roccia>>, ripeteva
Tomorr in continuazione. Da un lato aveva ragione, dall’altro no. Gli davo
ragione perché capivo la sua disperazione, ma al tempo stesso aveva torto: io
non ero né capace di creare quel miscuglio di buono e cattivo a cui si
riferiva, ne tanto meno di dividere la mia vita in due parti distinte.
Le visite alle mie
prigioni
Un antico proverbio indiano dice:
“Chi si è lavato nelle acque del Gange tornerà a morire sulle sue rive”.
Dopo la mia scarcerazione,
avvenuta nel 1991, sono tornato sui luoghi dove avevo trascorso diciassette
anni della mia vita: imprigionato a poco più di ventitre anni, rilasciato a
quaranta. Al campo di Spac, dove avevo trascorso undici anni, sono tornato due
volte. La prima, nel 1993.
Pensavo che l’avrei trovato come
l’avevo lasciato nel 1987, dopo essere stato trasferito nella prigione di
Burrel. E invece dovetti accorgermi, con uno strano senso di dolore, che il
luogo non era più come lo ricordavo. La cella di rigore, dove nel 1979 avevo
trascorso i mesi più difficili della mia vita per essermi rifiutato di lavorare
nella miniera, era sparita. Si trovava in un basso edificio isolato: i
montanari dovevano averlo smantellato con facilità, portandosi via tutto quello
che c’era da prendere. Sparite le torri di guardia, spariti i reticolari che
circondavano l’altura dentro la quale si trovava la miniera e che, specie di
notte, conferivano al lungo un aspetto allucinante (il filo spinato se l’erano
preso i montanari per recintare i terreni avuti in proprietà).
Quando, a distanza di anni, tornai
nuovamente sul luogo, constatai che tutto era peggiorato. Non si poteva più
entrare nella miniera, le gallerie erano allagate. Le pietre franate dalla
montagna avevano coperto i sentieri lungo i quali i prigionieri si recavano al
lavoro. I maggiori saccheggi li aveva subiti il campo di prigionia, dove non
restava più un solo pezzo di materiale da costruzione. I grandi cumoli di terra
scavata nella miniera erano coperti d’erba.
Me ne andai accorgendomi con
inspiegabile dolore di non aver più ben presente la vera natura di quel posto,
e senza riuscire a capire perché la cosa mi facesse tanto male. Ad addolorarmi
era soprattutto la sparizione delle gallerie e della cella di rigore, testimoni
muti delle mie più terribili sofferenze.
Negli anni successivi visitai
anche il campo-prigione di Ballsh, dove i prigionieri politici avevano
trascorso anni a costruire una raffineria di petrolio e dove ero stato per tre
anni. Di fronte alla raffineria, nel punto di cui secondo i miei ricordi avrebbe
dovuto trovarsi il campo, vidi delle costruzioni che ricordavano vagamente una
di quelle serre in cooperativa, oggi trasformate in scheletri, che costellano
le strade dell’Albania postcomunista. Non riuscivo a credere che si trattasse
del l’ex campo di prigionia.
Un passante, interrogato in
proposito, mi confermò che si trattava proprio dei resti delle vecchie
baracche: quelle baracche così particolari, una volta traboccanti di dolore
umano e di episodi fuori del comune, ma oggi simili a un cimitero di pali di
cemento e travi di ferro. Mi avvicinai a quella specie di discarica nella
speranza di riconoscere qualcosa, ma ormai non restava più niente: spariti gli
spiazzi in cemento tra le baracche dove i prigionieri sedevano a giocare a
domino o a scacchi, sparita la cucina con i caratteristici forni in mattoni,
spariti i cessi e i rubinetti.
Alla fine, in mezzo a quella
montagna di ferraglia arrugginita scoprii un cosa che ravvivò i miei ricordi.
Tra due baracche, c’erano ancora i resti di una scala in cemento
misteriosamnete risparmiati dalla distruzione e ricoperti di vegetazione
selvatica. Quella scala era la più importante di tutto il campo, poiché dal suo
gradino superiore si vedeva la strada dalla quale arrivavano i famigliari in
visita. Là in cima i prigionieri aspettavano per ore, spiando da lontano i
parenti carichi di fagotti. Finito l’incontro, risalivano di corsa la scala per
vederli ancora una volta e seguirli con lo sguardo finché non erano
completamente spariti. Anchi’io, per tre anni di seguito, avevo spiato con il
cuore in gola l’arrivo dei miei parenti.
La nostalgia dello
scrittore
È nostalgia quello che provo per
la mia vita in prigione, senza dubbio il periodo più difficile che abbia
vissuto durante la dittatura comunista? È nostalgia ciò che mi spinge a
visitare i luoghi in cui ho sofferto? A un certo punto ho cominciato a pormi
alcune domande sulla vera natura di questa nostalgia. In un primo momento ho
pensato che si trattasse del rimpianto per esperienze ed emozioni
particolarmente intense, per tutto ciò che di bello o doloroso, ma comunque
diverso, era successo prima e dopo la mia prigione. Tutto il periodo della
prigione era stato praticolarmente intenso.
Ripensandoci, non riuscivo mai a
separare nettamente le emozioni tristi da quelle allegre, il che non significa
che non riuscissi a distinguerle. Non riuscivo neanche a fonderle insieme in
quel miscuglio di cui parlava il mio amico Tomorr, morto prima di riuscire a
vedere la fine del regime totalitario. Ma il fatto stesso che Tomorr non
riuscisse a nutrire il minimo rimpianto per la vita sotto la dittatura mi ha
indotto a ritenere che si dovesse adottare un atteggiamento diverso, un altro
modo di rimpiangere ciò che ci ha fatto soffrire. Forse occorreva una filosofia
della vita che Tomorr, perseguitato fin dall’infanzia, non era riuscito a
elaborare.
Nella catena di avvenimenti che
compongono la vita di un uomo si distinguono due diversi filoni. Da una parte
stanno gli avvenimenti che accadono in modo conforme alla nostra volontà, alle
nostre inclinazioni, alla nostra vocazione e alla nostra personalità; ossia
secondo i nostri bisogni interni e la nostra visione della vita, e che quindi
rappresentano uno scopo. Dall’altra stanno gli avvenimenti che avvengono
per volontà altrui, di dei o dittatori che siano, e che rappresentano il destino
o il fato.
Il problema della vita sta tutto
nel conciliare il nostro destino con il nostro scopo (amor fati). Ci si
può riuscire con la passività, con la rassegnazione alla sorte, e in tale
rassegnazione trovare l’armonia spirituale e la pace, come accade agli eroi di
Eschilo e di Sofocle. Però ci si può anche riuscire con l’opposizione, la lotta
per realizzare se stessi partecipando agli eventi proposti dal caso, usandoli
come spunto per realizzare la nostra volontà e “vedendo” in quel che ci capita
una “ conferma” delle nostre aspirazioni.
Può darsi che l’aspirazione a
diventare scrittore, che era appunto il mio scopo, mi abbia aiutato ad
affrontare la sofferenza in un modo diverso da quello di Tomorr. Il particolare
miscuglio di giorni felici e infelici di cui parlava il mio amico non ha mai
significato per me il confondere tra loro due mondi separati. Ho sempre
ricordato gli anni belli e gli anni difficili con la stessa nostalgia: la
nostalgia dello scrittore. Una nostalgia che, come la memoria, è sempre stata
selettiva.
Non ripenso alla mia gioventù come
a un periodo composto di bei momenti, ma piuttosto come a un periodo i cui
eventi hanno formato il mio rapporto con la dittatura, mi hanno aiutato a
conoscere meglio sia il regime sia me stesso, circostanza che oggi sfrutto
nelle mie opere. Non mi pare di provare nostalgie d’altro genere. Presi nel
loro insieme, quegli eventi fanno parte di un tutto indivisibile che è il
processo tra il mio destino e il mio scopo.
Quando siete felici guardate nelle
profondità del vostro cuore e scoprirete che ciò che ora vi sta dando gioia è
soltanto ciò che prima vi ha dato dispiacere.
Quando siete addolorati guardate
nuovamente nel vostro cuore e vedrete che in verità voi state piangendo per ciò
che prima era la vostra delizia.[1]
*Pubblicato in: Nostalgia. Saggi sul rimpianto
del comunismo, a cura di Filip Modrezejewski e Monika Sznajderman, Bruno
Mondadori, Milano 2003, pp.91-95.