Appunti per una interpretazione antropologica del culto della patrona di Catania.
Agata incarcerata
"
Io ho la febbre nel cervello"
Verga, Storia di una capinera
Catania è città di suore e prostitute: di femmine incarcerate. Il maschio è ossessionato dal desiderio insoddisfatto di una madre onnipresente e possessiva. Da migliaia di anni, nella Piana, si celebra il culto della fertilità, si adorano le dee materne della fecondità, a partire da Iside e De-metra Dea Madre.
Eros e Thanatos trovano in questi luoghi una violenta personificazione. Il vulcano e la terra, la terra tremante ed il mare, l’acqua ed il fuoco. La potenza della natura e la debolezza umana. Il principio della vita che genera e il principio di morte che distrugge.
La storia del martirio
Quinziano: desiderio sessuale e potere
La vicenda di Agata è datata al 250 d.C. circa. Il console romano Quinziano, descritto come ricco, potente, avido e lussurioso, domina la città di Catania. Vorrebbe per sé la bella Agata, figlia di una delle migliori famiglie patrizie della città.
La giovane, tuttavia, è infervorata della nuova fede cristiana. Rifiuta il suo pretendente.
Il ruolo di Effrodissa
Quinziano non si arrende, ed affida ad Effrodissa il difficile compito di convincere la giovane. Secondo la tradizione, la carceriera di Agata esercita la prostituzione insieme alle sue numerose figlie.
Non è difficile leggere in questa contrapposizione uno scontro simbolico tra la sensualità pagana e il nuovo valore cristiano della verginità. Venere dea dell’amore contro Maria vergine. Da una lato la libera sessualità ed il godimento della carne, dall’altro il valore della castità ed il predominio dello spirito.
Effrodissa tenterà in tutti i modi di convincere Agata, ma il suo fallimento segna il predominio – almeno su un piano formale – di una nuova cultura. L’inaugurazione dell’era cristiana nella Sicilia orientale.
Il 31 dicembre del 1998 Catania ha salutato l’arrivo del nuovo anno con una rappresentazione artistica lungo la via Etnea. Si trattava di una sorta di danza sospesa tra i palazzi barocchi e di una sfilata di "carri simbolici" lungo la via. Il culmine della rappresentazione si è avuto con la danza di Venere ed Ermes sopra piazza Università.
I due ballerini, infatti, celebravano il loro amore sospesi in aria tramite dei cavi, mentre in basso Efesto - Vulcano esprimeva la propria rabbia lanciando fuoco e fiamme e lamentando la propria impotenza contro i due amanti. Nella mitologia greca, infatti, Venere è moglie di Efesto, storpio, lavoratore e genio della tecnica. Il suo amante, al contrario, esprime forza e perfezione fisica. Venere sceglie l’amore fisico e liberamente celebra il piacere. Questa celebrazione pagana avveniva nei pressi del Duomo, nei pressi dei luoghi dove si celebra Agata vergine.
Il taglio del seno
La sconfitta di Quinziano è la caduta del maschio. Il suo sesso insoddisfatto è strettamente legato al potere, alla distruzione, all’istinto di morte.
Non stupisce dunque che il console, dopo il suo fallimento, decida di punire Agata con la morte e con la tortura. Allo stesso modo, è significativo che il console ordini un letto di vetri e di carboni ardenti, un letto di sofferenze al posto del letto di piacere che la giovane ha rifiutato.
Il taglio del seno ordinato da Quinziano è chiara eliminazione del simbolo di femminilità, cancellazione del femminile da parte del maschile sconfitto.
I riferimenti freudiani, a questo punto, sono più che scontati. La donna proibita deve essere posta come tabù, ad esorcizzare l’impotenza. La donna-totem rafforza la coesione dei maschi, nel ricordo della sconfitta originaria.
Pietro e il corteo di giovani vestiti di bianco
La giovane Agata, martire a venti anni, è assistita nelle sue pene da San Pietro. Dopo la sua morte, è accompagnata da Pietro e da un corteo di giovani vestiti di abiti bianchi.
Oggi i devoti usano lo stesso abito accompagnando il fercolo in corteo. Due le interpretazioni: un residuo dell’antico culto di Demetra-Iside, oppure un meno remoto riferimento al momento in cui S.Agata divenne patrona della città, invocata dai cittadini in occasione di una calamità naturale: durante una notte, i catanesi uscirono in abito da notte (papalina nera e veste bianca) e chiamarono a gran voce Agata.
La seconda versione – del resto non in contrasto con la prima – richiama un elemento fondamentale del cattolicesimo meridionale. Il ruolo del/della patrono/a è da interpretare alla lettera: mediatori tra l’uomo e Dio, compari della città di riferimento, che stringe con loro un patto in virtù del proprio potere presso la divinità e lo rescinde nel caso questo potere si rilevi insufficiente ai bisogni degli umani.
Il parallelismo tra il culto dei santi e rapporti patrono-cliente è stato più volte sottolineato. Leonardo Sciascia ricorda che Santa Rosalia divenne patrona di Palermo perché la santa precedente non "garantiva" protezione adeguata rispetto ad una calamità che colpì la città.
"Il culto ha avuto origine con la peste che devastava la capitale siciliana quando questa si trovava sotto la protezione di Santa Cristina. Nonostante le offerte e i doni a questa santa, l’epidemia non scompariva e decimava la popolazione.
Allora i palermitani, che sono realisti, decisero di cambiare santa patrona e si rivolsero a Santa Rosalia. La peste si attenuò, poi scomparve. E’ chiaro che i palermitani hanno trattato Santa Cristina come un vecchio capomafia che ha perduto il suo potere e che doveva essere fatalmente sostituito da un capomafia più giovane e dinamico" [Sciascia 1989, 129].
La città di Messina è devota alla Madonna della Lettera, che intervenne in occasione di una terribile epidemia scongiurando la catastrofe, fermando i contagi ed in breve eliminando la malattia.
Festa del dominio maschile
Catania: via Crociferi contro San Berillo
Il centro storico della città di Catania è costruito intorno alla via Crociferi (dei portatori di Croci), fatta di splendide chiese barocche con annessi conventi ed ex-conventi; ed al quartiere popolare di San Berillo, da decenni luogo della prostituzione, costruito di vicoli e case povere in pietra lavica, al cui interno si fa l’amore a pagamento.
I due luoghi danno concretezza ai mille e ottocento anni di contrapposizione tra Agata ed Effrodissa. Così come nella dialettica servo-padrone di Hegel, i due opposti hanno bisogno l’uno dell’altro, e sarebbe inconcepibile una suora senza una prostituta, perché queste due concezioni del corpo femminile hanno saputo vivere nella reciproca "tolleranza", anche e soprattutto per dare risposta a due esigenze fondamentali del maschio che tra breve vedremo.
L’ambiente dei conventi catanesi trova una sua celebre interpretazione letteraria in "Storia di una capinera":
"Fra un mese prenderò il velo. Tutti mi colmano di carezze. Non passa giorno che il babbo o la mamma vengano a trovarmi. Hanno voluto solennizzare questo avvenimento. Ci sarà della musica, dei fuochi d’artificio, degli invitati. Il mio caro babbo sembra felice che anch’io prenda stato, com’egli dice" [Verga 1993, 66].
In nome di una vergine-totem (la Madonna, oppure Agata), la donna viene ingabbiata all’interno di uno status. La monacazione assume le forme di un rituale funebre, in cui Maria è sepolta: "M’hanno disteso sul cataletto, m’hanno coperto del drappo mortuario, hanno recitato il requiem, le campane hanno suonato…" [ibidem, 69].
Maria non ha però rinunciato ad essere donna, ed è innamorata. In un crescendo parossistico, un male la divora dentro e la consuma fino alla follia ed alla morte: "Ardo. Ho la testa piena di larve, di fiamme […] Ardo con lui ch’è il peccato, la tentazione, il demonio !!! […] Ho la febbre nel cervello" [ibidem, 83].
Il quartiere delle prostitute e la mentalità virilista catanese trovano una efficace rappresentazione in uno dei libri di Brancati, Il bell’Antonio. Il padre di Antonio identifica il figlio col suo fallo, al punto da urlare "non ho più un figlio !!!" quando il sospetto dell’impotenza manda all’aria un ottimo matrimonio. Antonio troverà la sua riabilitazione – subito gridata dal balcone, a tutta la piazza – mettendo incinta una cameriera. "Sei stato tu ! E’ stato lui !", grida la madre di Antonio, ebbra di consolazione e di gioia, mentre la cameriera - a testa bassa - piange di vergogna.
Quinziano sconfitto: l’inversione
La festa di Agata è esclusivamente una festa di uomini. Da cinque secoli si svolge in maniera pressoché identica. Le donne vi hanno un ruolo marginalissimo. Significativamente, fino ai primi anni del ‘900 uno dei momenti centrali delle celebrazioni era l’estrazione a sorte di alcuni legati di matrimonio del valore di L.50, a favore di fanciulle povere ed orfane della città.
In questo modo, si dava una dote a chi non poteva averla, e si garantiva in qualche modo ad una donna di rientrare nell’orbita di un uomo, destino desiderabilissimo per chi già aveva avuto la sfortuna di non avere il padre, e quindi era vissuta al di fuori del potere maschile "naturale" (l’estrazione a sorte, quindi, compensava tale sventura per alcune e ristabiliva l’ordine delle cose).
Se si considera che la festa celebra la sconfitta di Quinziano, la sconfitta del maschio, viene dunque da chiedersi: cosa celebra dunque l’uomo, perdipiù un uomo come quello catanese, profondamente legato alla sua virilità ?
La pulsione insoddisfatta – insegna Freud – può essere rimossa, bloccata, ma mai eliminata. Più spesso è sublimata, trasformata in rappresentazione, in un rito che sfoghi la tensione ed impedisca la nascita di nevrosi incontrollabili. Un rito di questo genere serve alla psiche collettiva per controllare la propria insoddisfazione, o meglio, la paura di una sconfitta sempre possibile, del ripetersi cioè della sconfitta di Quinziano. Può essere definito come il frutto dello scontro tra l’Es ed il super-Io collettivo.
La mentalità maschilista è fatta di vetro, è apparentemente inattaccabile ed indistruttibile, ma allo stesso tempo fragilissima. Un rito collettivo è anche cemento indispensabile per legare gli atomi di quel vetro, impedire la rottura: potremmo definire questo come un rito d’inversione, in cui una sconfitta diventa vittoria, celebrando la verginità di Agata.
Iconografia e trasformazione di Agata: da donna a vergine
L’iconografia di Agata è estremamente significativa: generalmente, viene rappresentata in due modi. Nel primo caso è una regina rigida, ricoperta di gioielli e simboli del potere temporale e di quello spirituale. Appare raffigurata a mezzo busto in posizione statica, pallida e con un casto sorriso appena accennato. Il fercolo è una gabbia vera e propria.
Nella seconda raffigurazione, è disegnata a figura intera, in atteggiamento sofferente, priva di gioielli e spesso discinta, bella e sensuale, tormentata, in posizione distesa e quasi implorante.
Nel secondo caso Agata è donna tormentata, sofferente, sensuale, colei che fece impazzire Quinziano. Nel primo è regina, icona, vergine. Tabù, e non più donna.
Perché colei che sconfisse Quinziano ferendolo a morte col rifiuto non può essere donna. Ciò annienterebbe il potere e la certezza maschile, e dunque il proprio potere e la propria identità virile.
Del resto, è significativo vedere ondeggiare i grossi ceri che accompagnano la processione, simboli fallici che sembrano avere un significato di ammonizione.
Vergine o puttana: il controllo della donna
E’ noto che dove vige il potere maschile una donna che sfugge al suo ruolo di vergine viene subito iscritta nel registro delle puttane.
Sono speculari i due modi del dominio sulla donna: l’idealizzazione come santa o il disprezzo come prostituta. Sono entrambe due forme di sopraffazione [Cfr. Lombardi Satriani 1980].
Il rapporto uomo – donna in Sicilia è però abbastanza articolato. Se è chiaro che la donna viene concepita solo all’interno di una sfera di dominio (figlia rispetto al padre, sorella rispetto al fratello, moglie rispetto al marito) al di fuori del quale si trova in una condizione di irregolarità, è però vero che il potere femminile materno assume spesso un carattere terrificante.
Nell’area della Piana di Catania, nella zona dove prosperarono le colonie della Magna Grecia (da Naxos fino a Katana e Leontinoi), il culto più diffuso era quello della dea della fecondità. Prima una originaria dea della fertilità sicula, quindi Iside, culto di origine egizia. Poi la religione greca di Demetra e Proserpina, quella romana di Cerere, fino alle sante della cristianità.
Il ruolo della madre in Sicilia è fondamentale. Le dee madri sono strettamente legate alla terra ed in particolare al grano. La Madonna Madre di Dio in molti culti locali è parente strettissima di queste divinità e ne assolve le funzioni.
Carlo Levi riferisce nel suo più noto romanzo di un culto lucano, le cui caratteristiche sono del resto riferibili al Meridione intero.
"Sugli usci di tutte le case i contadini aspettavano la processione con in mano un cesto di grano, e al suo passaggio ne buttavano a piene mani sulla Madonna, perché si ricordasse dei raccolti e portasse la buona fortuna.
La Madonna dal viso nero, tra il grano e gli animali, gli spari e le trombe, non era la pietosa Madre di Dio, ma una divinità sotterranea, nera delle ombre del grembo della terra, una Persefone contadina, una dea infernale delle messi" [Levi 1943, 104].
"La pioggia [invocata] non venne neppure nei giorni seguenti malgrado la processione […]. La Madonna dal viso nero rimase impassibile, lontana dalla pietà, sorda alle preghiere, indifferente natura. Eppure gli omaggi non le mancano: ma sono assai più simili all’omaggio dovuto alla Potenza che a quello offerto alla Carità.
Questa Madonna nera è come la terra; può far tutto, distruggere e fiorire; ma non conosce nessuno, e svolge le sue stagioni secondo una volontà incomprensibile. La Madonna nera non è, per i contadini, né buona né cattiva, è molto di più. Essa secca i raccolti e lascia morire, ma anche nutre e protegge; e bisogna adorarla" [Levi 1943, 106].
Il possesso della madre sul figlio può essere per certi aspetti più pervasivo rispetto a quello del padre sulla figlia. Freudianamente, è questa forse l’origine edipica dell’insoddisfazione maschile, che genera forme nevrotiche e rituali. Il dolore del distacco ed il desiderio del ricongiungimento non vengono adeguatamente "elaborati". Così, viene minata alla base la possibilità di un sereno rapporto con la sessualità.
Epilogo. Tutti devoti !
Analizzando la Bibbia, Robertson Smith [1972, 36] sostenne la sostanziale omologia tra attività religiosa e rituale da un lato, e l’identità politica e sociale dall’altro. Viene così sottolineata la natura "politica" della religione. Con Durkheim, questo aspetto diventerà essenziale negli studi sui fenomeni religiosi. Da un lato la religione viene vista come fattore regolativo dei rapporti sociali, in quanto spinge a conformarsi a modi di comportamento collettivi; in secondo luogo, rafforza il senso di appartenenza ad una comunità, in particolare tramite la partecipazione a rituali collettivi periodici.
In quest’ottica, la religione non è più un bisogno "spirituale" né tantomeno il frutto di un atteggiamento speculativo. Al contrario, esiste "non per la salvezza delle anime, ma per la conservazione ed il benessere della società" [ibidem, 29]. La divinità adorata rappresenta simbolicamente l’unità della società stessa. Il totem è quindi raffigurazione della società [Durkheim 1963, 229]. Fatta questa premessa, appare significativo il grido "tutti devoti tutti" ripetuto ossessivamente per tutta la notte durante la processione.
Si tratta certamente di sopravvivenze pre-moderne, anche da un punto di vista politico. Le carrozze settecentesche che accompagnano il sindaco ed il vescovo – potere temporale e potere spirituale – attraversano la processione, in un rapporto con il popolo di natura pre-democratica. Il Regno delle Due Sicilie ritorna nel rapporto tra governanti e "plebe".
Proprio la plebe violenta dei quartieri popolari, in una sorta d’inversione rituale, diventa protagonista dei festeggiamenti. Chi vive solitamente ai margini per tre giorni si trova al centro della vita cittadina: come tutti i riti d’inversione, l’effetto finale è il rafforzamento dell’ordine tradizionale. La violenza (il Thanatos da cui siamo partiti ?) è comunque l’elemento protagonista.
"Quasi una rissa sarebbe scoppiata durante la processione di quest’anno", si legge in una lettera al quotidiano catanese "La Sicilia". Il capovara ha ordinato per motivi di sicurezza di percorrere una parte del tragitto al passo anziché di corsa, come vuole la tradizione. Il capovara è stato duramente contestato, quindi ha staccato i cordoni del fercolo, dicendo: se volete correre, fatelo senza la Santa! I devoti, a questo punto, stavano per arrivare alle mani. Un’altra vivace discussione sarebbe avvenuta a causa del rientro in cattedrale, da rallentare per alcuni, da affrettare per altri. Anche in questo caso, in nome di Sant’Agata, si è sfiorata la rissa.
Riferimenti bibliografici
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1950 |
G. Campanini – G. Carboni |
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Vocabolario italiano-latino latino-italiano, |
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Paravia, Torino.
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1963 |
E. Durkheim |
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Le forme elementari della vita religiosa, |
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Comunità, Milano.
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1981 |
L.M. Lombardi Satriani |
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Antropologia culturale e analisi della cultura subalterna, |
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Rizzoli, Milano.
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W. Robertson Smith |
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Lectures on the religion of the Semites, |
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Schocken Books, New York.
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1989 |
L.Sciascia |
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La Sicilia come metafora, |
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Mondadori, Milano.
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1993 |
G.Verga |
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Storia di una capinera, |
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Newton Compton, Roma. |
Autore: Antonello Mangano
Luogo e data: Catania. Febbraio 1999