Un racconto sui drammi del meridione, l`abitudine di prendersi in giro, la realtà che ti costringere a scegliere, decidere da che parte stare.
Parliamo del mare
Parliamo
del mare
Antonello Mangano
Ci sono giorni in cui ho voglia
di leggere in treno. Giorni in cui voglio leggere il treno, cioè
dedurre storie da pochi indizi avari. Altre volte, è il treno stesso a parlare,
a leggere le sue storie a voce alta. Sono le volte in cui non puoi fare a meno
di ascoltarlo.
***
Volevo terminare l’ultimo racconto
de Gli zii di Sicilia, una carrellata spietata sulla guerra di Spagna,
contadini scappati dalla fame e mandati dal fascismo a morire per una causa di
cui non capivano nulla, ad uccidere altri poveri come loro; e scritto tra
l’altro da uno che è associato solo e sempre a storie siciliane.
Provo col primo scompartimento, su
un treno regionale che si infila nel caldo di agosto. Ma iniziano subito a
parlare. Un avvocato vestito di nero, il suo cliente. Sono amici, o almeno
questa è la parola che usano per qualificare il loro rapporto.
- Siamo amici, dice l’avvocato,
corvino.
- E che? Non siamo amici?,
risponde il cliente, maniche di camicia, pelle cotta dal sole.
L’oggetto del contendere,
nell’anno 2007, è prima di tutto il confine di un podere, in seconda battuta il
tronco di un pero, infine la dignità e l’orgoglio di un uomo. La causa iniziò
nel 1980. Apprendo che il pero è abbondantemente rinsecchito vedendosi sfilare
nel corso degli anni il primo grado, le perizie giurate, le mappe del catasto,
i ricorsi in assise ed ora la costosa Cassazione.
- Il tuo avversario, il convenuto
Paravati, è un notorio imbroglione. Geometra, appartiene al vero ceto che
domina la società. Geometra, ha con facilità imbrogliato le carte, spostando di
un metro l’asse del confine.
- Ecco, dice l’attore. Ecco perché
ha vinto in appello. Un imbroglio, chiaro come il sole. Il ceto che domina.
Trionfa l’avvocato, invece del
pero lui vede una nuova parcella, le spese di trasferta a Roma, il patrocinio
in Cassazione che riluccica di assegni.
Nel 2007, penso, c’è ancora chi
brucia i propri soldi per questioni di puntiglio, per non ammettere di avere
sbagliato, o per concedere con nobiltà all’avversario: - e va bene, hai
ragione, basta con questa contesa insensata che ci toglie soldi, e ne abbiamo
pochi; e le consegna alle ville alle mercedes alle mogli ingioiellate di questi
parassiti.
***
Disgustato, cambio
scompartimento. Due ragazze, silenziose, quasi lugubri. Perfetto, apro il
libro. Due pagine, la battaglia di Valencia.
Ricominciano, avevano solo
interrotto – E sant’Onofrio, dove lo mettiamo?
- Lo so io, dice lei, dove
metterlo. Inefficace. Una mia amica mi ha portato San Ferdinando.
- Come? – dice l’amica.
-Una immaginetta miracolosa, con
dietro la vera preghiera efficace. Ha passato amministrativo e privato, pensa,
le più difficili.
- Davvero?
- Con sant’Onofrio sono stata
bocciata in procedura, dove passano tutti.
Schiacciata da tanta evidenza,
l’amica taceva.
E l’altra iniziava a leggere la
preghiera: - San Ferdinando, io ho studiato, ho fatto il mio dovere, ma aiutami
a superare questa prova, con la tua intercessione potrò superarla.
Sbirciai nell’angolo inferiore –
con approvazione ecclesiastica.
***
Nuovo scompartimento. Un prete,
due anziani. Perfetto, erano assorti nei loro pensieri. Cinque minuti di
illusione, neanche dieci pagine di lettura. L’ingresso a Càdiz.
Inizia uno, si chiama Gianni. -
Don Fulgenzio, quello lì deve andare via.
Don Fulgenzio, guance rosse,
pancia prominente, è uno di quei preti che ispira dolcezza.
E, con voce dolce, inizia a
parlare di un prete coinvolto in uno scandalo, una storia di ruberie in un
centro di assistenza per anziani, trenta persone a spasso e senza colpe, ma il
giudizio degli uomini non può sostituire quello di Dio; un altro prete accusato
di ogni sorta di reati sessuali, dalla pedofilia allo stupro di monache, ed il
meno che facesse era guardare filmati pornografici prima della messa, una eucaristia
post moderna; ma il moralismo degli uomini, così come le maldicenze ed i
pregiudizi non potevano annientare un uomo di Dio.
Fu la volta di don Bruno, che
invece aveva il vizio, la domenica sera, di invitare gli amici ed i maggiorenti
della parrocchia, le sedie messe in circolo, e lì spiattellava tutto quanto gli
dicevano in confessione, privilegiando adulteri fellatio omosessualità e
aspetti pruriginosi in genere della comunità parrocchiale, l’ecclesia.
Per don Fulgenzio il prete doveva
restare ben piantato dov’era, non era successo niente di grave e finalmente non
c’erano reati di cui doveva occuparsi lo Stato.
- Non è successo niente? - dice
uno, facendosi rosso in volto ed alzando la voce che don Fulgenzio aveva tenuto
bassissima. - Non è successo niente per lei!
Era successo che da alcune
settimane una cugina dell’interlocutore era la protagonista delle serate
domenicali, ed in particolare i dettagli della sua attività adulterina che la
signora amava riferire e che il prete amava arricchire.
All’ascolto c’era appunto il
cugino, e presto la storia era arrivata al marito, - per fortuna che siamo nel
terzo millennio, altrimenti invece che pel divorzio avremmo ringraziato don
Bruno per un paio di schioppettate.
Don Fulgenzio non era contento,
aveva una faccia densa di angosce, - questa diocesi è Sodoma, ma dove sono
capitato - aveva l’aria di pensare.
- Il vescovo mi ha mandato per
raccogliere il gregge attorno ai pastori - dice.
E anche per me era abbastanza.
***
Nello scompartimento successivo
stavano già parlando. Ma la battaglia di Guadalajara era terminata, e
questa avevo voglia di ascoltare.
Due poliziotti, di cui uno al
telefono. Accento napoletano, alto, corpulento e quasi grasso, per essere un
poliziotto. L’altro piccolo e occhiali, sembrava uno di quelli che a carnevale
non sanno che mettersi e si vestono da poliziotto.
- Rocco, Roma Otranto Catania Catania
Otranto. Papaglionti, sì Papaglionti, non vorrai che ti cerco le città per
tutto questo fottuto cognome, - dice il napoletano al collega al telefono.
Un latitante era segnalato su quel
treno. Erano in due. Stavano perlustrando i vagoni, ai sospetti chiedevano la
carta di identità.
- Cinque minuti, - dice quello con
gli occhiali. - E fammi cambiare di posto, non mi piace viaggiare controsenso.
- Tu hai troppi problemi per fare
il poliziotto. E qui una giornata tranquilla non c’è mai. E quando ci capita
una pattuglia sul regionale, che dovrebbe essere il massimo della tranquillità,
ci becchiamo un latitante di merda.
- Io mi faccio trasferire alle
pattuglie, o alle scorte.
- Il segreto è fare le notti.
Dobbiamo cercare di fare le notti. Io stavo a Gragnano, l’inferno sulla terra.
A dieci anni ti ridono in faccia, solo perché hai la divisa. Scippi rapine
omicidi. Nei giorni tranquilli. Chiedo il trasferimento. Rosarno! Non sapevo
nemmeno dove si trovava, posto tranquillo, penso. Puttana di una…
- Che ci vuoi fare, chi vuole
stare tranquillo deve lavorare al Comune. Andiamo, speriamo bene. Stasera
voglio rivedere mia figlia.
- Speriamo che non sia armato.
Vanno via, ma non ho voglia di
leggere. Salgono cinque persone, e lo scompartimento si riempie. Da un lato,
turista milanese con figlia e signora. Dall’altro, accanto a me, coppia di
indigeni.
***
Il turista si chiama Mario,
apre un quotidiano. Cronaca locale, e ne legge alla famiglia.
- Senti questa, ieri sera sul
lungomare di San Luca Marina. Alle 11.
- A che ora siamo andati via? –
chiede la moglie.
- Alle 10 - risponde la figlia
improvvisamente pallida.
- Ecco sentite: una BMW arriva alla
fine del lungomare, accosta ad una Mercedes, sparano con un mitra. Una Smart si
trova in mezzo. La gente che passeggia, scappa ed urla. Non muore nessuno, tre
feriti gravi all’ospedale più vicino. Sirene e fughe…
- Ognuna per un motivo diverso -
annotò la figlia che si chiamava Laura.
Noto accanto a me l’indigeno che
inizia a sbuffare, e ostentatamente guarda il mare, un tratto di paesaggio
molto bello.
Il signor Mario non lo vede, è
immerso nella lettura.
- Qui racconta di un omicidio del
mese passato, be’, si vede che è estate, un altro morto sul lungomare. Un
pensionato su una panchina, ucciso con un fucile di precisione da almeno un
chilometro. Un proiettile in mezzo agli occhi, non si è mosso nemmeno. Un
rivolo di sangue che scendeva. Arriva un passante, si sente male?, gli fa. Solo
al pronto soccorso capiscono come è morto, un cecchino come nemmeno a Sarajevo
sotto assedio.
- Un film dell’orrore - dice
Laura.
- Invece questa è al contrario, un
operaio di San Matteo Superiore, questo morto d’infarto, cade dal cantiere,
dall’impalcatura, e per due giorni i medici legali a cercare il proiettile.
Pare impossibile non morire ammazzati, in certi paesi.
E questa? – riprende Mario. Sei
italiani uccisi in Germania.
- Cosa? - Laura è stupefatta - e
perché?
- Sei, originari di San Luca. È la
faida. Cominciata nel 1991, mortaretti e uova marce, uno scherzo di carnevale non gradito. E
vendicato con una fucilata a canne mozze. Da allora un morto da un lato, un
morto dall’altra. Poi cinque anni circa di tregua. Fino al Natale dell’anno
scorso, quando una delle due famiglie riannoda il filo interrotto, così dice il
giornale. Ammazzano una donna. I maschi della famiglia rivale, tutti i maschi,
lasciano il paese la notte di Capodanno.
- E sono quelli che hanno trovato
in Germania?
- Probabilmente, a Duisburg. Dove
ovviamente sono tutti sconvolti, 70 bossoli esplosi, una carneficina. È
intervenuto il ministro dell’Interno italiano, a spiegare ai tedeschi cosa
significa la parola faida.
Il mio vicino a questo punto
esplode, con accento aspirato.
- E basta con queste storie, le
sappiamo queste cose, ma perché non si gode il mare? Guardi che mare.
Sei paia di occhi si spostano
verso il finestrino. La costa viola, pareti a strapiombo sul mare cristallino,
il verde smeraldo della vegetazione.
La moglie dell’indigeno fa sì con
la testa, ritmicamente approva.
- È stupendo, dice Mario.
- Cosa c’entra? - osserva la
moglie di Mario. - Noi ieri sera ci potevamo beccare un proiettile sul
lungomare.
- Permette? – dice l’uomo - Rocco Zungri.
Commerciante di carni. Rappresentante, per essere esatti. Da trent’anni faccio
queste strade, sa quante volte ho rischiato la vita per un sorpasso di un
ubriaco? Siete di Milano, mi sembra dall’accento. A Milano non ne fanno rapine?
E se uno si trova in mezzo?
- Non è la stessa cosa, - dice
Laura.
- È la stessa cosa, - si esalta
Rocco. - Solo che quando una cosa succede qui ne parla tutta l’Europa, tutti ne
approfittano per gettare fango, ma se succede al nord…
Eh, - fa la moglie, con un gesto
della mano che rotea. Se succede al nord.
Dall’altra parte silenzio, che
Rocco Zungri interpreta come personale trionfo.
- Parliamo di questo mare, di queste bellezze – riattacca
irrefrenabile. - Della magnagrecia, della cultura. E del bergamotto? Ecco,
nessuno parla del bergamotto!
Alla parola bergamotto la moglie
si agita, gli occhi si fanno di fuoco. È vero. Nessuno, nessuno che parla del
bergamotto.
Un silenzio imbarazzato cade nello
scompartimento.
- Mi presento anche io, dice la
signora milanese, - mi chiamo Ines, qualche volta ho sentito di rapine, a
Milano ho subito uno scippo. Ma mi sembra che questa sia un’altra dimensione,
questa è la cronaca di Medellin, è il bollettino di una guerra civile. Fate
qualcosa subito.
- Le bellezze, il mare, tutto
quello che vuole, dice Laura. – Ma, secondo lei, l’anno prossimo, noi torneremo
qui a passare le vacanze?
- Certo che no, - dice Rocco Zungri.
- Grazie a questi giornali, grazie alla propaganda, sicuramente pagata,
sicuramente dalle altre Pro Loco, della Sicilia, della Romagna…
- Sicuramente, annotò puntigliosa
la moglie. Le pro loco…
- Ma questo è un giornale di qui,
è un giornale locale, dice Ines.
- I peggiori nemici sono quelli
che stanno qui, ce ne sono, che non stanno zitti, che… Parlassero del mare,
delle cose positive, e ce ne sono, sa?
- Le cose positive, era l’eco
della moglie.
- Sicuramente, dice Laura. - Ma…
A questo punto entrano i due
poliziotti. – Scusate, stiamo controllando i documenti di tutti i viaggiatori.
- È successo qualcosa?, chiede la
signora Ines.
- Controlli di routine,
dice il poliziotto con gli occhiali.
- Ecco il risultato della
propaganda, ci trattano come criminali – fa Rocco.
- La propag… sta per dire la
moglie, ma il poliziotto napoletano è lì per esplodere – noi non trattiamo nessuno
come cri… - la tensione è tanta, il collega lo prende per il braccio – lascia
stare.
***
Stavano controllando il mio
documento, quando passò come un’ombra, nel corridoio. Fu un attimo. Si
guardarono negli occhi, vidi i suoi sgranati di rabbia e di paura.
I poliziotti capirono, presero le
pistole. Lui prese la sua.
Il rimbombo degli spari, poi le
urla, poi soltanto capire chi era vivo e chi era morto. Lo vedemmo a terra, il
latitante Paviglionti ed il suo sangue che si spargeva per tutto il vagone.
Poi guardammo dalla nostra parte.
Seduto, gli occhi gonfi di stupore, una rosa rossa di sangue sulla camicia
bianca, la moglie urlante, disperata: Rocco Zungri si era preso in petto il
proiettile del latitante ed aveva concluso così la sua esistenza.