Buenos Aires, Cúcuta, Gioia Tauro. Babel del calcio e della droga
Cosa hanno
in comune una punizione magica nello stadio di Buenos Aires, un cargo
misterioso che attracca nella foschia mattutina del porto di Gioia Tauro, il
calore inclemente di una città ai confini del Venezuela, un sindaco pittoresco
idolatrato dai suoi cittadini-tifosi, un tossico che muore con una siringa nel
braccio in un vicolo di Amsterdam, la noia di un paese calabrese che nasconde
infiniti segreti, una esclusiva serata milanese con modelle e calciatori?
Quando, al trentottesimo
del secondo tempo, Rubén Darío
Bustos segnò il terzo gol, tutta Buenos Aires entrò in uno stato profondo di
crisi e delusione. Era finita. Si profilava una eliminazione vergognosa, ad
opera di una squadra sconosciuta e colombiana: i carneadi del Cúcuta.
La partita finì 3 ad 1, ed
era la semifinale di andata della Copa Libertartadores de America,
l'equivalente di quella che in Europa ha il nome poco fascinoso di Champions'
League.
Al ritorno, lo stadio della
Bombonera era stracolmo. Uno spettacolo di passione e fuochi artificiali. Un
impianto famoso per le tribune verticali, il tifo assordante e perché su
quest'erba si consacrò il giovane Maradona, che spesso appare in tribuna a
soffrire per quella che è rimasta la sua squadra del cuore.
Il Boca Juniors è la squadra
del quartiere "genovese" della capitale argentina: le case variopinte
coi colori tipici delle barche, il porticciolo per oltre cento anni pieno di
attività, gli echi del dialetto ligure, il mito nostalgico dei cantanti di
tango e dei suonatori di bandoneon, i ricordi di quella comunità povera ed
industriosa, anarchica ed anticlericale, orgogliosa ed attiva che ha fatto la
storia centenaria dell'angolo più pittoresco di Buenos Aires.
E poi la passione frenetica,
un bacillo inestinguibile, un calore senza fine per la squadra di calcio
fondata nel 1905 da tre emigranti - ovviamente - genovesi. La società che le
statistiche FIFA indicano come la più titolata al mondo, e che oggi è di
proprietà di Mauricio Macri, miliardario e sindaco della destra.
La sera del 7 giugno 2007 era
chiaro che gli undici in campo avevano un solo compito: fare a pezzi il Cúcuta,
rimontare quel vergognoso 3 a 1. Tutto il resto era di troppo. Non potevano quei
ragazzi sconosciuti fermare la gloria del calcio argentino, la strada verso la
finale con una squadra brasiliana, dunque un avversario degno, e poi il tetto
del mondo a dicembre in Giappone contro il Milan, già sconfitto nel 2003
secondo la frequente tradizione che vede umili e concentrate squadre
latinoamericane beffare e sconfiggere spocchiosi europei.
Si gioca immersi in una
nebbia surreale. Alla fine del primo tempo l'idolo Riquelme disegna una
punizione magica. La Bonbonera esplode di gioia. Il numero 10 sulla
maglia, le movenze prima del tiro, la corsa intorno al campo: anche ai sedili
dello stadio viene in mente Maradona.
Palermo e Battaglia, di chiare origini italiane, chiudono il conto sul tre a
zero. I colombiani, che non hanno giocato malissimo, tornano a casa.
Finisce la favola, dicono
tutti. Fino a due anni fa il Cúcuta giocava in serie B. Poi la promozione,
quindi subito la vittoria del campionato. Sempre da matricola, la
partecipazione alla Libertadores. La soglia della finale, il sogno che si
interrompe a Buenos Aires. Una splendida storia latinoamericana? Fino ad un
certo punto.
Cúcuta è una città al
confine del Venezuela, famosa per i 30 gradi del suo clima crudele.
Storicamente, è ricordata per gli indios orgogliosi che rendevano difficili i collegamenti
con Cartagena, il Caribe e Maracaibo.
Il "patron" del
club è Ramiro Suarez Corzo, sindaco della città, arrestato nel 2004 con
l'accusa di “concierto para delinquir”, per l’ipotesi di strette
relazioni con l'Auc, le famigerate Autodefensas Unidas de Colombia,
paramilitari di estrema destra che combattono la guerriglia di sinistra,
difendono i privilegi dei latifondisti e sono soliti finanziarsi col
narcotraffico ed organizzarlo direttamente.
Rapimenti, stragi, omicidi
politici sono le accuse frequentissime portate da tutte le organizzazioni dei
diritti umani. Usa ed Unione Europea considerano ufficialmente le Autodefensas
come gruppo terroristico. Le peggiori atrocità del conflitto
semicenternario che insanguina la Colombia portano questa lugubre firma.
Mancuso parla
Suarez Corso fu
scarcerato dopo 8 mesi, ma sono rimaste molte ombre sulle elezioni comunali del 2003 che lo videro trionfare in una
città di mezzo milione di persone. A notarlo non sono solo organi di
informazione colombiani ma persino un articolo apparso sulla "Gazzetta
dello Sport",[1] che
ovviamente parlava principalmente della coppa, ed un altro pubblicato
nientemeno che da "Sport Illustrated", che invece si basava sulle
accuse al sindaco-presidente.
“Meno di due anni fa il Cúcuta
giocava di fronte a 200 persone in uno stadio fatiscente. Oggi si pone all'attenzione
dell'intero continente”, scrive il principale settimanale sportivo del mondo
citando l’Associated Press.
“La scalata è senza dubbio
merito di Suarez Corso, che acquistò molti giocatori offensivi ed affidò la
squadra a quello che sarebbe diventato l’allenatore della nazionale. Nel 2006
il Deportivo Cúcuta vinse il titolo. Ottenne dalla città un nuovo stadio, da 44
mila posti, che oggi è il più moderno della Colombia”.[2]
Quindi i trionfi nella Coppa Continentale.
Ad un passo dalla gloria,
prima la micidiale punizione di Riquelme e poi quelle terribili accuse che
riaffiorano.
Il capo delle Auc, Salvatore
Mancuso, si è pentito all’inizio del 2007 ed a maggio ha iniziato a “cantare”.
Poteva scegliere tra una estradizione in Italia o Stati Uniti, dove sarebbe
stato processato come uno dei maggiori narcotrafficanti del globo, oppure una
protetta carcerazione nel suo Paese. La scelta non era difficilissima.
Catturato qualche tempo fa, conosce segreti che fanno tremare tutti i potenti
della nazione. Una vicenda tragica che agli italiani può ricordare storie come
quelle di Salvatore Giuliano o Raffaele Cutolo, ma moltiplicate per mille, nel
tempo di decenni di sangue e nello spazio di una nazione intera.
Mancuso teme di essere
scaricato, non sarebbe difficile eliminarlo, e la sua unica assicurazione sulla
vita sono le sue confessioni, i nomi fatti e quelli lasciati in sospeso.
Tra i tanti personaggi
importanti citati, banchieri e amministratori di società multinazionali,
editori di giornali e generali, eroi della lotta alla droga e politici di ogni
livello, compresi un paio di ministri, non manca quello del sindaco di Cúcuta.[3]
In quelle fatidiche elezioni
sarebbero intervenute le sue milizie, col denaro e con la forza militare.
“Per
i tifosi del Cúcuta tre a uno è il punteggio di una partita trionfale”, scrive
l’agenzia di stampa colombiana Prensa Rural. “Ma per noi è soprattutto
il numero (tre) di ex comandanti delle AUC che hanno fatto il nome (uno) del
sindaco Suarez”.
“Uno.
Il primo dei capi delle AUC che ha parlato di accordi fu Jhon Mario Salazar
Sánchez, conosciuto come “el pecoso”, secondo cui l’omicidio dell’ex assessore
della regione Nort de Santander fu un favore personale chiesto ed ottenuto da
Suarez”.
“Due.
Salvatore Mancuso, nella deposizione del 16 maggio, ha parlato di un preciso
accordo per l’appoggio politico alle elezioni.
Infine,
il comandante del Frente Fronteras, Jorge Ivan Laverde Zapata, conosciuto come “El
Iguano”, accusa recentemente Suarez di aver chiesto di neutralizzare due
suoi nemici sospettati di essere membri del Fronte 33 delle FARC”.[4]
Nel 2004 Suarez fu arrestato
per ordine della Fiscalía General de la Nación, con l’accusa di essere legato
al comandante “Iguana”.
“Le uniche iguane che
conosco sono quelle del parco Santander”, rispose el alcade con una
delle sue consuete spacconate. Dopo otto mesi la libertà, e le accuse che
decadono. La popolarità che viene dal calcio aiuta a dimenticare le
imputazioni.
Il “Deportivo Cúcuta” è
l’orgoglio della Colombia, la bandiera nazionale che sfida in Coppa
Libertadores i celebri club brasiliani ed argentini.
Marmi
e infiltrati
Trentasette anni, figlio
di un emigrato siciliano, Salvatore
Mancuso è stato uno degli uomini più potenti della Colombia. Padrone di un
esercito di ottomila uomini, controllava la Colombia meridionale e molte
raffinerie.
Non c’è grande inchiesta
internazionale sul traffico della cocaina che non citi il nome di Mancuso e di
Carlos Castano, El Boiano, collaboratore della DEA nordamericana negli
ultimi anni della sua vita, morto lo scorso anno nella maniera più
imprevedibile per un tipo come lui: cause naturali.
Tra le tante inchieste
italiane che si occupano dei due, ci interessa particolarmente l’operazione “Decollo”
condotta dalla DDA di Catanzaro. Una indagine che parte dal sequestro record di
cocaina - 5.500 chili - nascosta nei container di una nave giunta nel porto di
Gioia Tauro. La droga era ingegnosamente nascosta dentro blocchi di marmo: e
questo è un particolare essenziale.
Il 28 gennaio del 2004, in
contemporanea col sequestro, vengono arrestate 150 persone tra Italia, Spagna,
Olanda, Francia, Australia, Colombia, tra i quali alcuni appartenenti ai clan
della ’ndrangheta Mancuso di Limbadi (Vibo Valentia) e Pesce di Rosarno (Reggio
Calabria).
Cocaina di altissimo
livello, pura in alcuni casi fino al 96%, tanto da far ricavare da ogni
chilogrammo almeno 6.500 dosi, che venivano immesse sul mercato ad un prezzo di
circa 70 euro l'una, permettendo di ottenere un guadagno di 455.000 euro al
chilo.
In pochi sapevano, leggendo
o scrivendo di quegli incredibili cinquemila chili, che la scoperta era il
frutto più importante di una operazione di infiltrazione degna delle migliori
pellicole americane sull’argomento.
La vicenda dell’infiltrato
in questione è pura letteratura “latinocalabrese”.
La storia comincia in un
piccolo paese a pochi chilometri da Vibo Valentia. Zungri, poche case e qualche
campanile, la vita “civica” scandita dai fatti di cronaca nera e dalla noia
della villa comunale.
Fuduli è un imprenditore del
marmo: una ditta di famiglia tartassata da estorsioni ed attentati che non
hanno bisogno di alcuna firma.
I padroni della zona sono i
Mancuso, un nome funesto che si segnala per l’ascesa continua nel mondo
criminale internazionale e che nessuno ha il coraggio neppure di nominare.
Paga, Fuduli, finché non ne
può più. Tra la ribellione che coincide con la morte e la fuga in un posto meno
difficile, sceglie la seconda ipotesi. Zungri è un paese storicamente legato al
Sud America: i contadini poveri andavano in Argentina. Il viaggio in Brasile di
Fuduli è invece degli anni ‘90.
Le cose non vanno male. Una
concessione per una cava, l’export di marmo in Italia. Le attività vanno
talmente bene che si progetta il rientro. Nel 1995, il ritorno in Italia
accompagnato dalla speranza di trovare una situazione diversa. La legge 488 -
che per troppe imprese calabresi è stata una vera mangiatoia - permette
finanziamenti a fondo perduto fino all’80% e la possibilità di ricominciare.
Ma per la ditta di marmi di
Fuduli non esiste nessuna opzione di rinascita. Alla fine del 1997 l’ennesima
imposizione. Un’assunzione forzata di un uomo agli arresti domiciliari. Un uomo
dei Mancuso. All’estorsione si affianca il cappio dell’usura.
Qualche battuta… Perché non
entrare nel traffico degli stupefacenti? Soldi facili, la fine di tutti i
problemi…
Fuduli prende tempo, non
sono di quelle decisioni che si prendono in fretta. Il fattore decisivo è quel
200% di tasso usurario che chiude ogni via d’uscita.
Il primo viaggio in Colombia
è del 1999, a trattare coi narcos per i Mancuso e per un clan della zona jonica.
Ma non era solo affare di prezzi, chilogrammi, mezzi di trasporto. Occorreva
garantire con la vita, cioè rimanere sotto il controllo della controparte fino
alla fine dell’affare.
Spesso, in situazioni
delicate o quando si tratta di grossi affari, quando la garanzia richiesta è
massima, le cosche arrivano a mandare un familiare, un pezzo grosso, che rimane
come ostaggio anche per diversi anni.
Il ruolo di Fuduli non
finisce qui. Attraverso la sua azienda organizzava anche le modalità di
spedizione. Dai porti colombiani fino Gioia Tauro, dentro i blocchi di marmo.
Il sistema funziona: tre
invii. Ma i soldi favolosi che erano stati promessi finiscono sempre nelle
solite tasche. Il sistema dell’usura non si ferma, e diventa una paradossale
partita di giro. Fuduli guadagna e fa guadagnare con la cocaina, ma deve pagare
gli strozzini, che sono sempre le stesse persone. Cinque miliardi di incassi
netti, tutti rigirati agli usurai.
In più, il clan entra nella
sua azienda con la chiara intenzione di rilevarla.
La situazione, dunque, non è
molto migliorata, con l’aggravante di rischi sempre maggiori. A fine ’99 Fuduli
contatta un colonnello di Vibo Valentia. Nomi, circostanze, prove; le tre
spedizioni dalla Colombia risultano nei documenti doganali del porto di Gioia
Tauro. Ma solo ora i militari arguiscono che i container non trasportavano solo
marmo…
Notizie ed un sequestro
La collaborazione col ROS
di Catanzaro, l’idea dell’attività sotto
copertura. Fuduli aveva conquistato la massima fiducia da parte di narcos
latinoamericani, guerriglieri di estrema destra, paramilitari di Mancuso e
delinquenti calabresi. Nessuno si accorge di nulla, ma le soffiate portano ai
primi risultati.
“Seicento chili nel porto di
Salerno. Altri 250 nel porto di Gioia Tauro, 3500 su una motovedetta fermata
nel Mediterraneo, 430 chili in Australia. Altri 600 chili in Spagna. Duecentocinquantacinque
chili in Olanda, destinati all’Italia”.
Ovviamente occorre coprire
l’infiltrato, ed nessuno deve associare i sequestri di stupefacenti a Fuduli,
che però viene rapito dai colombiani.
Il paradosso è che l’italiano
paga per l’unica partita di coca di cui non sospettava neanche l’esistenza,
quella olandese.
“Ero andato in Colombia per
una partita di 800 chili. Avevano pensato che avessi preso io i 255 chili, non
che i sequestri fossero dovuti a me. I paramilitari mi hanno portato in
montagna, mi hanno buttato in una buca per 15 giorni, senza mangiare. Era il 17
dicembre del 2002. Ho perso 10 chili. Per fortuna è intervenuto un
narcotrafficante con cui avevo fatto una certa amicizia, ha cercato di portarmi
a Bogotà, la sera eravamo in un ristorante.
Il ROS era nei pressi
dell’ambasciata già pronto, con la scusa di controllarmi i documenti mi hanno
prelevato. Sono arrivato a Roma con un volo via Spagna”.
Non ci sono più le
condizioni per proseguire con il programma di copertura, ma oltre ai sequestri
le testimonianze di Fuduli portano sotto processo alcuni dei maggiori criminali
del pianeta. La commissione parlamentare antimafia[5]
certifica del ruolo, dell’importanza, e dell’attendibilità dell’azione avviata
dal ROS e da Fuduli. [6]
Eppure, la parte più assurda
di tutta la vicenda è quella che dovrebbe essere la più normale. Fuduli non si
trova con un altro nome, un altro lavoro ed un’altra vita in qualche posto
sperduto e lontanissimo dalla Calabria.
Dopo una serie di vicende
tra Mattia Pascal e Kafka, il 21 maggio del 2007, nella piazza centrale di Vibo
Valentia, è stato costretto – da solo – ad una plateale protesta nel corso di
una manifestazione che celebrava la riapertura di un negozio chiuso per
estorsioni ed usura.
Il sottosegretario agli
Interni assicurava il suo impegno, ma c’è da credere che non sarà questa
l’ultima puntata di questa storia.
Una serata esclusiva, una serata immagine
Ad un certo punto il
giudice di Matera John Woodcock si è scocciato.
“Ma insomma” disse, “che vuol dire immagine?”.
Agli atti della sua
inchiesta, nelle conversazioni intercettate, c’era una sola parola ricorrente.
Immagine. La serata immagine. Lo facciamo, ma per fare immagine. Persino
ragazze immagine.
Fosse stato Montalbano,
avrebbe immancabilmente concluso: “ma che minchia è questa immagine?”
L’inchiesta in questione nasce
nei primi mesi del 2007 e parte dalle foto e dai ricatti che ruotano intorno a
Lele Mora, agente delle piccole stelline della televisione italiana, ma non
sembra fermarsi più da quando ha fatto la sua comparsa la polvere, la bianca,
la bamba.
Una vera serata immagine è
“con”. La serata milanese non ne può fare a meno, specie se è esclusiva. I
protagonisti sono calciatori, modelle, qualche politico, professionisti. Gente
che ama la bella vita, non si occupa di politica se non per dire che “quelli
sono tutti ladri”, odia i libri, i controlli della finanza e i comunisti; e
idolatra il denaro e l’immagine, quella parola molto milanese che indica
l’apparire, il sembrare.
Sembro “al top”, appaio “in”,
se accanto ho una modella vistosa, in tasca una prenotazione al cinque stelle,
sotto il culo una BMW fiammante, appesa alla parete la foto di una barca a Saint
Tropez.
E se ci sono alle serate
“con”, dove la preposizione indica banalmente e semplicemente la presenza della
cocaina. Una pista che si può trovare nel salotto insospettabile così come nei
bagni del locale alla moda, dove si incrociano i destini mediocri di calciatori
e soubrette, attesi all’uscita da fotografi ansiosi di trovare lo scatto dell’estorsione,
quello che può creare nocumento – ovviamente- all’immagine.
Se in passato il “jet set”
si qualificava, come suggerisce il nome, dall’uso dell’aereo, oggi sembra differirsi
dalla plebe dall’uso della cocaina. Lusso mediocre, vizio decadente, contrapposto
squallidamente al consumo di eroina che è lo stupefacente dei visitors spettrali
che muoiono nelle piazze di spaccio di Napoli e nei vicoli di tutta Europa.
La 'ndrangheta ed i
colombiani, insomma, non fanno altro che offrire risposte ad una domanda enorme
che non viene come prima dai relitti della società ma da quelle che dicono di
esserne le colonne.
Artisti, politici, uomini e
donne di spettacolo, eroi dello sport, idoli delle folle. Non c’è settore
emergente che non ami ormai quella polvere che nasce negli altipiani assolati
dell’America Latina, ed inizia un lungo viaggio che alcuni tentano a tutti i
costi di ostacolare e che troppi altri attendono con ansia.
Babel
Il regista messicano Alejandro
Gonzalez Inarritu è uno dei più apprezzati al mondo. La sua ultima pellicola,
Babel, può essere superficialmente definita un film sulla globalizzazione. Un
cacciatore giapponese regala un fucile alla sua guida marocchina, che lo vende
ad una famiglia di pastori.
I ragazzini lo usano per
giocare, ma il gioco si conclude tragicamente, con un tiro a segno in cui
rimane ferita una turista americana, madre di due bambini che la baby sitter
messicana porta al suo paese, divisa tra senso del dovere, e voglia di
partecipare al matrimonio del nipote.
Il rientro non sarà facile,
e rischiano di morire nel deserto.
Tanti drammi, milioni di
chilometri di distanza e sofferenze, meschinità e slanci che si somigliano a
Tokio come nel deserto africano o in quello del Messico.
Ma, ditemi, a quale
sceneggiatore verrebbe in mente una Babel come quella di queste pagine, che,
oltre ad essere drammatica, ripugnante, intensa, folle, crudele, è anche
assolutamente vera?