Intervista con Ugo Pecchioli, responsabile Problemi dello Stato del PCI

Giacomo Galante, “Nomi nuovi insospettabili”, in ‘L’Ora’ del 3 maggio 1982.

 

 

I cervelli della mafia, entità astratte – quasi metafisiche – che hanno nutrito di scetticismo intere generazioni di investigatori. I mandanti (quelli che contano), come si dice nel linguaggio giudiziario, impalpabili ma concrete presenze di tutti i grandi processi di mafia finiti nel nulla.

 

Ugo Pecchioli usa invece una definizione più attuale, mutuata dalla lunga e sanguinosa esperienza di lotta al terrorismo, “la direzione strategica della mafia”. Non ha dubbi, è a quel livello – meno astratto e metafisico di quel che si immagini ma pur sempre di difficile definizione – che è stato deciso l’assassinio si Pio La Torre, l’agguato mortale di piazza Turba. Oggi, fra le carte di chi indaga, qualche nuovo indizio c’è: nomi nuovi, inediti, ingenti patrimoni alimentati dai traffici della mafia. Più che sospetti, ragionevoli certezze di cui non si può, però, ancora dare concretezza di prove. Mancano leggi adeguate.

 

Ugo Pecchioli è l’uomo che nel vertice nazionale del Pci più da vicino segue i problemi dello Stato, dei suoi apparati più delicati; il “ministro degli interni” del Pci è stato detto di lui, semplificando. E’ piemontese, ha 57 anni; giovanissimo partigiano, in val D’Aosta, era capo di stato maggiore della 77^ brigata ‘Garibaldi’, ha ricevuto una decorazione al valor militare. Tra i suoi incarichi il più delicato è certamente quello di componente del comitato parlamentare di vigilanza sulla attività dei servizi segreti.

 

Gli abbiamo chiesto un’analisi più meditata del movente dell’assassinio di La Torre, un identikit, per quanto possibile, aggiornato della mafia. E poi, di sola mafia è morto La Torre? Il suo è un ragionamento ricco di riflessioni, di spunti che lo portano, intanto a una conclusione: “Uccidere La Torre è stata certamente una decisione della direzione strategica della mafia, se è possibile usare una terminologia consueta per i fatti di terrorismo. Una decisione che non può non essere stata presa in alto, dai burattinai della mafia, perché piena di implicazioni politiche”.

 

Ma perché Pio La Torre? E’ possibile una analisi più meditata del movente dell’assassinio?

“La decisione dell’omicidio è determinata dalla necessità di tutela dei diversi interessi di natura politico-mafiosa minacciati, direttamente ed indirettamente, dalle iniziative che La Torre aveva preso. Innanzi tutto quelle contro la mafia che avevano determinato alcuni segnali positivi da parte degli organi dello Stato. Non solo la nomina del generale Dalla Chiesa, ma una maggiore attenzione del governo, una ripresa della discussione parlamentare su provvedimenti nuovi di carattere fiscale e patrimoniale, i segni di una presa di coscienza della gravità del fenomeno in ambienti sempre più larghi. Insomma ricominciava ad allargarsi lo schieramento antimafia – basta ricordare le più recenti dichiarazioni del cardinale Pappalardo – cominciavano a profilarsi i primi risultati positivi”.

 

Si è parlato del movimento pacifista e del ruolo che La Torre ha avuto nella sua crescita come uno dei possibili moventi.

“E’ il secondo degli elementi di analisi. La Torre viene colpito come uomo emblematico del sorgere e del crescere impetuoso del movimento per la pace. Alla mafia poteva dare fastidio che il movimento assumesse dimensioni tali da fare cambiare decisioni già prese mettendo in discussione quindi interessi concreti legati ai miliardi che occorrono per costruire la base di missili a Comiso. Ma non è soltanto questo. E’ il fatto in sé, l’elemento scatenante: alla mafia interessa una Sicilia addormentata dove non ci siano movimenti progressisti e soprattutto unitari che riescano quindi ad aggregare forze anche interne allo schieramento di governo, settori autorevoli della gerarchia ecclesiastica, una parte del Psi, istituzioni locali. E’ questo che alla mafia dà fastidio. Naturalmente non è da escludere anche un valore di avvertimento legato tanto all’arrivo di Dalla Chiesa che alla ricorrenza del 1° maggio”.

 

Avvertimento in che senso?

“Un messaggio che può significare: caro generale non illuderti di potere usare qui lo stesso decisivo appoggio di cui ti sei avvalso nella lotta al terrorismo, non farci conto perché qui il movimento popolare lo decapitiamo. E’ quindi anche intimidazione del movimento popolare e degli apparati dello Stato. Bisogna rispondere con la più larga unità dello schieramento democratico ma occorre stare attenti a non considerare questo acquisito. Sappiamo quanto inquinamento c’è soprattutto nella Dc e anche che possono essere risvegliate importanti forze sane. Non abbiamo dimenticato Mattarella.Uccidere La Torre dunque ha voluto significare mirare ad un bersaglio importante e decisivo, compiere un atto politico della gravità eccezionale, inaudita: membro della direzione nazionale del Pci, uomo cristallino. E’ quindi indubbio il segno distintivo dell’omicidio. Senza iattanza dobbiamo però dire che chi muove le fila della mafia in questo caso ha sbagliato: il movimento popolare non rifluisce, questo delitto ha creato un sussulto antimafia non solo in Sicilia ma in tutta Italia”.

 

Lei parla di direzione strategica della mafia. E’ possibile dare corpo a questa definizione?

“Se si analizzano i grandi traffici di mafia, soprattutto la droga, si abbraccia un orizzonte molto ampio e si arriva alla rete internazionale della criminalità mafiosa: le famiglie italo-americane, le coperture finanziarie, gli agganci internazionali, uomini che girano il mondo e che dispongono di strumenti moderni e potenti per l’importazione della droga. Un giro d’affari che dà alla mafia una potenza che le consente di agire in maniera sempre più autonoma dal potere politico. E’ la mafia che determina le operazioni politiche, la scelta degli uomini. E soprattutto è una gigantesca potenza economica che diventa, anche imprenditoria e non solo per necessità di reinvestimenti degli enormi guadagni che realizza. Costruisce catene di alberghi, gestisce commerci, ha società di import-export, traffici di varia natura. Da qui il fondamentale valore che hanno nella lotta alla mafia le norme che abbiamo proposto e che ci auguriamo vengano rapidamente approvate, che consentono gli accertamenti patrimoniali con possibilità di confische ed indagini in deroga al segreto bancario”.

 

Mesi fa il governo ha comunicato di avere un elenco di 2000 nomi su cui la Finanza stava indagando. Patrimoni sospetti. Ci sono delle novità in questo settore d’indagine?

“Penso di sì, c’è qualcosa di nuovo. Alcuni apparati dello Stato hanno acquisito elementi nuovi che però, in base alle leggi vigenti, non sempre portano alla configurazione di reati. Miliardari sospetti rimangono così impuniti, anzi possono continuare a fare, tranquillamente, i loro affari. Riusciremo a colpire nel vivo degli interessi mafiosi se si individuano i patrimoni alimentati dai traffici della mafia arrivando poi alla confisca”.

 

Più volte s’è detto che di fronte alla mafia gli investigatori sono ciechi e sordi. Oltre al rafforzamento delle strutture investigative non si pone anche un problema, più delicato, di servizi di informazione?

“La lotta alla mafia non si fa certo con investigatori che non abbiano una specifica professionalità, che non abbiano acquisito una specializzazione. Occorre certamente lavorare anche sul terreno della informazione, anche con il meccanismo delle infiltrazioni. Ma la lotta alla mafia come quella al terrorismo richiede una mobilitazione popolare che porti ad una collaborazione sempre più stretta con gli apparati statali per superare ampie zone di silenzio, paura e ricatto che non pochi subiscono”. 

 

 

 

 

Articolo di Daniele Billitteri,

“Scartato il terrorismo si punta sul grande intrigo politico-affaristico-mafioso”,

in ‘Giornale di Sicilia’, 1 maggio 1982.

 

 

Palermo. Per gli inquirenti e le forze politiche non ci sono dubbi: l’omicidio di Pio La Torre e del suo autista Rosario Di Salvo è come un profilo che si può guardare da due angolazioni ma che appartiene pur sempre allo stesso volto: omicidio politico ma anche un omicidio di mafia.

 

E’ politico non soltanto per il fatto che a cadere è stato un professionista della politica ma perché esso concorre certamente a rendere meno stabile il ‘quadro’. Ma è anche omicidio di mafia perché Pio La Torre aveva dedicato questi primi otto mesi del suo ritorno alla guida del Pci siciliano a due grandi temi sui quali mobilitare il partito: la lotta alla mafa e quella alla “militarizzazione della Sicilia” nel quadro del movimento internazionale per la pace. Due temi separati soltanto in apparenza ma che, come vedremo, nel pensiero del dirigente comunista, erano intimamente legati.

 

Ai margini resta il terrorismo, cui quasi nessuno ha fatto riferimento ma che gli inquirenti tengono in considerazione più per dovere che per convinzione. C’è un solo indizio infatti che porta acqua al mulino dell’ipotesi terrorista. Alle 14,30 di ieri, cioè cinque ore dopo il delitto, qualcuno ha telefonato allo studio dell’avvocato Salvo Riela, penalista, ex deputato nazionale del Pci. Il professionista non c’era e così, a chi ha risposto, una voce maschile, appartenente quasi certamente ad un giovane, ha detto: “Qui Prima linea. Quanto accaduto stamattina è opera nostra. Dite all’avvocato Riela di informare l’agenzia Ansa”.

 

La telefonata si commenta da sola. Basterà dire che in questura ha suscitato più scetticismo che interesse.

 

La cronaca deve inoltre registrare un comunicato dell’agenzia di stampa dell’Unione Sovietica , la ‘Tass’ che, in una corrispondenza da Roma ha attribuito il delitto alle “forze reazionarie di destra”.

 

Ma veniamo all’ipotesi dell’omicidio politico-mafioso, quella che fino ad ora trova maggiore credito. Essa è costituita da una parte, diciamo così, deduttiva, che tiene conto di quanto è accaduto a Palermo negli ultimi due anni e mezzo e da una parte analitica che riguarda un futuro che l’omicidio avrebbe appunto il compito di bloccare.

 

La parte “deduttiva” è la più cara a quelli che potremmo definire gli “investigatori di prima linea”, quelli che sono stati impegnati nelle inchieste sulla mafia di questi ultimi anni, ed è sostenuta da molti magistrati, funzionari ed ufficiali delle forze di polizia. Secondo essa tutto sarebbe da ricondurre al grande potere accumulato dalla mafia degli anni Ottanta, potere sostenuto da una massa enorme di capitali provenienti dal traffico internazionale degli stupefacenti. Un traffico che, secondo gli investigatori, nessun clan poteva pretendere di gestire da solo ma che aveva determinato, al contrario, la necessità di una “pax mafiosa”, di una “società” di clan. Un nemico potente e terribile che non ammetteva bastoni fra le sue ruote neanche quando a metterceli era chi veniva pagato dallo Stato proprio per fare questo.

 

Ecco dunque la catena dei morti “eccellenti”, quella che ha soffocato nelle sue spire mortali il vicequestore Boris Giuliano, il giudice istruttore Cesare Terranova, il presidente della Regione Piersanti Mattarella, il capitano dei carabinieri Emanuele Basile, il procuratore della Repubblica Gaetano Costa.

 

Con quest’ultimo omicidio, commesso il 16 agosto del 1980, la catena si interrompe ma ne inizia un’altra, quella che mostra chiaramente quanto la “pax mafiosa” sia finita.

 

Cadono capi (Stefano Bontade e Totuccio Inzerillo), gregari (Pietro Marchese) e “soldati” (la moria di Brancaccio per fare il vuoto attorno a Totuccio Contorno e quella di Cinisi per isolare don Tano Badalamenti). Per un anno e mezzo muoiono soltanto mafiosi mentre le forze di polizia cominciano a registrare una serie di importanti successi: quattro raffinerie scoperte, una serie di processi in avanzatissima fase istruttoria già pronti per il dibattimento grazie a nuove tecniche d’indagine che individuano la figura dell’”imprenditore mafioso”.

 

Poi quest’altro omicidio. La catena è dunque ripresa? Per gli investigatori pare proprio di sì e ciò lascia credere che la frattura all’interno della mafia si sia sanata oppure che chi doveva vincere ha vinto ed ha ripreso a tessere la sua strategia.

 

Ma perché proprio Pio La Torre? Ed ecco scendere in campo la seconda parte dell’ipotesi, quella “analitica”.

 

“Il Partito comunista – dice Umberto Santino del Centro di documentazione Giuseppe Impastato – è uno dei soggetti politici più interessanti della ripresa di lotta politica contro la mafia che ha consentito di mettere a segno più di un successo. Poi c’è l’aspetto del ruolo svolto dal Pci nella questione legata ai missili di Comiso, un ruolo che viene esercitato all’interno di un movimento in crescita con i comunisti come forza decisiva. C’è aria di elezioni e questo movimento può preoccupare”.

 

Un obiettivo, dunque, impersonale? Qualsiasi segretario regionale del Pci sarebbe finito nel mirino del killer? “Pio La Torre – dice Michele Figurelli della segreteria regionale comunista – non era un uomo qualsiasi. Era un siciliano che conosceva profondamente la sua terra nella quale aveva vissuto e lottato a lungo. Ed era tornato in un momento difficilissimo di crisi della Sicilia ed in un momento in cui questa crisi provocava il pagamento di un prezzo per il Pci anche sul piano elettorale. La Torre, quindi, era consapevole di quale fosse l’obiettivo più importante: la rinascita della Sicilia. Aveva le idee molto chiare ed indicava due grandi temi: la lotta contro la militarizzazione della Sicilia e quella alla mafia ed al sistema di potere che la sostiene.

 

Aggiunge Michelangelo Russo capogruppo del Pci all’Ars: “Si pensava, evidentemente che uccidendo Mattarella si sarebbe provocata un’inversione di tendenza politica, si sarebbe messa in moto una sorta di restaurazione. Hanno dimenticato il Pci. Non a caso il delitto nasce nel fuoco di un impegno politico eccezionale di lotta per la pace e contro la mafia”.

 

“I due temi – spiega ancora Michele Figurelli – sono slegati soltanto in apparenza. La Torre non si stancava di ripetercelo. Trasformare la Sicilia in una base di guerra vuol dire farne una “terra di nessuno” dove mafiosi, servizi segreti ed avventurieri di ogni risma si coalizzeranno per cercare di dettare legge”.

 

In questo quadro Pio La Torre stava guidando il suo partito attraverso una politica “di ampio respiro” allargando un fronte di lotta che comprende settori cattolici e socialisti.

 

“Un grande movimento – dice Figurelli – che attraverso molte tappe ha risalito la china fino a giungere ai 100.000 di Comiso. La partita contro i missili è lunga e dura ma Pio era convinto che avrebbe “pagato” basta che fosse chiaro l’intreccio tra missili e mafia. Ecco, così, il tema della lotta alla mafia, lo spazio che gli ha dedicato il nostro congresso regionale conclusosi con una risoluzione specifica che una delegazione comunista guidata proprio da La Torre portò a Spadolini insieme con un promemoria su alcune nostre proposte”.

 

I convegni promossi dai comunisti, le iniziative di lotta ricevono una prima risposta. Il ministro Rognoni viene in Sicilia, incontra un po’ tutti gli “addetti ai lavori”, torna a Roma. Dopo qualche giorno, la notizia della nomina del generale Dalla Chiesa a prefetto di Palermo, una nomina cui i comunisti non si sono opposti e che ha portato a Palermo un uomo temuto dalla mafia vecchia e nuova. Pio La Torre, intanto, continuava a tessere la sua tela: incontrava spesso i magistrati impegnati nella lotta alla mafia, interveniva ai convegni. Faceva, insomma, tutto quello che distingue i “contrari” dai “nemici”.

 

 

 

Articolo di Ugo Baduel.

 “Aveva rotto la ‘grande quiete’ del potere mafioso”,

in ‘L’Unità’, 3 maggio 1982.

 

 

Palermo. Corre questo interrogativo: perché La Torre oggi? Tante risposte, tanti possibili “fili di ragionamento”, tanti possibili paradigmi indiziari. Si cerca di rispondere nelle riunioni e negli incontri di magistrati, di funzionari e ufficiali che svolgono le indagini. Si cerca di rispondere anche nei crocchi agli angoli di piazza Politeama e di piazza Massimo, e questo chiedevano, con quegli applausi tutti ben mirati e pensati, con quei volti di anziani rigati di lacrime, di giovani storditi, quei siciliani, quei cittadini di Palermo che a decine di migliaia erano in piazza ieri mattina a salutare Pio La Torre e Rosario Di Salvo. Questo si è chiesto a un certo punto del suo discorso anche Enrico Berlinguer: perché La Torre oggi?

 

La risposta sta proprio in quella capacità di suscitare movimenti di massa – come già avvenne negli anni 50, gli anni di Li Causi, alla cui scuola furono educati La Torre e tanti altri dirigenti del movimento operaio – che ancora una volta i comunisti stanno dimostrando in Sicilia.

 

Il potere mafioso ha sempre bisogno di una grande pace. Una pace generalizzata, una quiete sociale fatta di rassegnazione e di arrangiamenti spiccioli, un torpore differenziato che non attragga attenzioni, che non faccia puntare i riflettori, che non ecciti le forze dell’indagine e della repressione del crimine, che non faccia scrivere i giornali. Tanto più questa pace serve quando c’è in gioco un “business” della portata di quello di questi anni e mesi. Un “business” che coinvolge i fratelli della costa atlantica USA, che porta nell’isola la silenziosa ed esplosiva ricchezza di oltre ventimila miliardi di lire all’anno per la produzione e il traffico della droga pesante. Questo gigantesco “laboratorio” (in senso proprio di raffinerie per l’eroina e in senso metaforico) deve essere lasciato nella più grande “pace”, perché i traffici prolifichino, innocui e benefici, senza che alcuno vada a vedere di dove sorgono.

 

Pier Santi Mattarella aveva cominciato a dare qualche segno di rinnovamento nel governare questa regione. Uomo doppiamente pericoloso: figlio di un esponente politico discusso per i suoi rapporti col mondo della mafia approdò infatti a una maturazione di cattolico e democratico pensoso del bene comune, innovatore prudente ma saldo di stampo moroteo.

 

Gaetano Costa, il Procuratore, aveva impresso una svolta, diciamo così “teorica” alle indagini giudiziarie contro la mafia. Si era mosso cioè con i mezzi tecnici di un magistrato, ma con la statura di un intellettuale che minacciava di porre micidiali mine a scoppio ritardato sotto le potenti “mura di Gerico” della cittadella mafiosa.

 

Ecco, ci pare giusto ricordare questi due fra i tanti che la mafia ha assassinato in questi ultimi anni, perché la loro uccisione avviene sotto lo stesso segno politico – tutto politico – che caratterizza quella di Pio La Torre.

 

Il potere mafioso non ha bisogno di uffici studi per capire queste cose, ha antenne sensibili ed intelligenti.

 

Pio La Torre era arrivato qui caricato di un “animus” già di per sè inquietante. Era arrivato forte di una sua nuova, aggiornata cultura su ciò che era la mafia di oggi. E si era mosso subito con una capacità di mobilitazione, un attivismo, una inventiva che sconcertavano il pianeta mafioso e che facevano  presa in modo imprevisto fra la gente, fra i giovani, negli ambienti più diversi.

 

Pensiamo a questa campagna per la pace contro i missili a Comiso. Di colpo questa Sicilia, questa Comiso, diventavano una grande scritta in tedesco, in fiammingo o in svedese su cartelli portati da cortei imponenti del movimento per la pace nelle capitali d’Europa. E La Torre, il PCI, avevano insistito: un milione di firme siciliane contro la base di Comiso. Qualcosa di cui era arrivata notizia persino sui giornali degli Stati Uniti dove dell’Italia ci si occupa ben di rado.

 

E pensiamo intanto a quello che stava avvenendo in questa isola. Tavoli per le firme della pace davanti alle chiese, anche nei punti più remoti delle città e delle campagne, bene accettati dai parroci; un banchetto anche davanti al Duomo di Monreale; il cardinal Pappalardo che dice “Non posso oppormi ad un movimento che chiede la pace”; i centomila della marcia di Comiso; dieci deputati regionali dc (la DC di Sicilia) che firmano la petizione contro i missili a Comiso; il presidente dell’Assemblea Regionale, il socialista Lauricella, che si schiera per le firme; il sindacato che prima è incerto e poi si mobilita; il tavolo per le firme davanti alla stazione ferroviaria di Palermo dove fanno la coda, in arrivo da ogni provincia, casuali passanti per firmare; centomila firme solo nel capoluogo regionale dopo pochi giorni.

 

E intanto, si badi, i convegni del PCI sulla mafia e con la partecipazione di magistrati; magistrati che vanno poi al congresso regionale del PCI e parlano dalla tribuna contro la mafia. E la delegazione guidata da La Torre che va da Spadolini. E la pronta nomina di Dalla Chiesa prefetto a Palermo, nella città nella quale sino a poco tempo fa si pensava che bastasse per fare il questore uno che non era nemmeno funzionario di polizia, che era solo iscritto alla P2, come tutto merito.

 

Ma tutto questo non fa rizzare quelle tali antenne mafiose? Per una serie di ragioni anche generali e di diverso genere questo movimento stava attecchendo in modo imprevedibile. E una delle ragioni era proprio questa nuova capacità impressa al PCI di incidere, di darsi una cultura politica di massa adeguata.

 

C’è un “antico” che può finire con il coincidere con la neo-cultura del “post-moderno”. La Torre lo aveva felicemente capito. Ha ricordato un suo compagno palermitano della prima ora, Mario Collarà che è segretario della sezione “Francesco Losardo” che era da sempre, qui a Palermo, quella di La Torre: “Mi ricordo negli anni 50, quando si faceva la diffusione domenicale de L’Unità e Pio, in una mattinata, riusciva a vendere 700 copie. E quelli erano tempi nei quali qui al quartiere del “Capo” a saper leggere erano ben pochi”. E ha detto un altro compagno di quella sezione comunista palermitana, Mario Viale: “Sono stato con Pio due domeniche fa a raccogliere le firme per la pace. Era allegro, scherzava e convinceva tutti a firmare”. Ecco, appunto, l’antico che diventa messaggio moderno, che colpisce i giovani come una novità piena di fascino, come un “modo nuovo” di fare politica.

 

Questo, tutto questo, sfasciava il clima della “pax mafiosa”, quella tale pace all’ombra della quale si è potuto operare tranquilli per due anni dopo l’intimidazione degli assassinii di Mattarella e di Costa: quando le varie “famiglie” regolavano i conti tra loro (130 i morti negli ultimi 13 mesi, opportunamente “potate” le vecchie piante dei Badalamenti, degli Inzerillo, dei Bontade nella disperata lotta per il controllo del “business” dell’eroina) e la gente badava solo ai fatti suoi.

 

Ha detto Ninni Guccione, presidente regionale delle ACLI, pochi minuti dopo aver appreso la notizia dell’uccisione di La Torre: “Chi riesce a muovere le cose, ad innescare processi che comunque cambino le cose, qualcosa, che siano unitari e collettivi, qui in Sicilia ha solo una risposta, che è il piombo, la sentenza di morte”.

 

Non crediamo che sia sempre così. Questa volta il potere mafioso ha lanciato una sfida troppo ardita e dubitiamo fortemente che quel movimento che esso tanto teme, possa fermarsi – piuttosto che intensificarsi – perché il compagno Pio La Torre è stato fucilato a tradimento.

 

 

 

 

Articolo di Franco Tintori.

“A Comiso anche per ricordare Pio La Torre”,

In ‘Paese Sera’, 4 agosto 1982.

 

Comiso. Esiste ormai un legame ideale, indissolubile, tra l’opera di Pio La Torre e il movimento per la pace. Una foto scattata a Comiso, lo ritrae in piazza Fonte Diana, sotto uno striscione in cui si legge: “Sicilia senza missili, per la pace”. Era il 4 aprile scorso. Il 30, il segretario regionale del Pci veniva assassinato dalla mafia insieme all’autista Rosario Di Salvo.

 

L’indomani era atteso di nuovo nel ragusano per il comizio del 1° maggio su temi prestabiliti: la lotta contro le cosche mafiose, che già si stavano assicurando i primi appalti da mille miliardi, la sua pressante iniziativa per l’approvazione di una legge onde accertare gli arricchimenti facili, attraverso controlli dei conti in banca degli “insospettabili”. In questi giorni a Comiso è più viva che mai la sua memoria.

 

Al campo dei pacifisti, nella vicina Vittoria, si è tenuto di sera un seminario di studi, presieduto da Umberto Santino, fondatore del centro siciliano di documentazione “Giuseppe Impastato”. Profondo l’interesse dei giovani, in prevalenza stranieri, sul personaggio politico La Torre e il suo impegno. Giovanni De Martino, presidente della cooperativa autotrasportatori riuniti di Comiso (che ha messo gli uffici a disposizione del movimento per la pace, il Cudip) ricorda che appena giunse la notizia dell’agguato mortale, la popolazione comprese immediatamente di aver perso un sostenitore valido come nessun altro, nella battaglia davanti al cancello dell’ex aeroporto “Magliocco”.

 

“Avevamo occupato l’aula consiliare del municipio – dice De Martino – Eravamo al secondo giorno di sciopero della fame per protesta contro l’arrivo degli ordigni della Nato. Decidemmo di proseguire nell’iniziativa, nonostante la commozione. Il primo maggio una grande folla ebbe ad assiepare in raccoglimento proprio davanti alla struttura militare. Tutti sapevano che lì si sarebbe recato anche La Torre, se qualcuno, tramando nell’ombra, non avesse deciso che doveva mancare all’appuntamento”. Non diversamente – ricollega un ragazzo di Palermo, Alfredo Cafiso – per fini analoghi, 35 anni prima, qualcuno aveva voluto la strage di Portella delle Ginestre.

 

In quale misura, La Torre può avere contrastato il potere, e gli interessi mafiosi, nella campagna contro il nucleare? “Ha avuto senz’altro un ruolo di primo piano – spiega Umberto Santino all’auditorio -. Sotto la sua guida, il Pci, rafforzando le file dello stesso movimento, ha fatto esplodere anche le contraddizioni all’interno di un’area che la mafia considerava, soprattutto dopo la morte di Piersanti Mattarella, come totalmente sotto controllo”.

 

--- Il movimento per la pace potrebbe quindi contrastare sulla distanza la criminalità organizzata?

 

“Il delitto La Torre ha colto il movimento in una fase in cui può accadere – prosegue Umberto Santino – che nasca e si sviluppi un antagonismo contro la mafia e l’attuale assetto di potere, mentre all’isola si cerca di imporre l’esperienza del servilismo verso gli Usa. Forse il movimento non sarà in grado di impedire l’installazione della base di Comiso, però esprime una precisa tendenza, che può anche portare alla messa in crisi dell’apparato. Tutto questo, collegato ai colpi che aveva subito negli ultimi mesi l’accumulazione mafiosa, non può non avere preoccupato l’onorata società nelle sue articolazioni ed alleanze intercontinentali. Il delitto La Torre è stato quindi un grosso crimine preventivo, un alt al movimento delle sinistre, alla libertà di fare politica, di esprimere opinioni. Per scenario è stata scelta Palermo, perché la città è una delle centrali mondiali del traffico della droga (20 mila miliardi di fatturato) ed è la capitale della Sicilia dove si sta giocando una partita fondamentale all’interno della logica di militarizzazione internazionale”.

 

--- Che cosa diceva in particolare l’onorevole La Torre sui depositi e sulle rampe nucleari di Comiso?

 

“La tesi di fondo era che la Sicilia non poteva essere trasformata in un avamposto di guerra nel Mediterraneo, mare già tempestoso per troppe inquietudini. La decisione del governo circa l’installazione strategica era contraria alle grandi iniziative di pressione fatte a Ginevra per terminare la corsa al riarmo, per ridurre gli arsenali di guerra esistenti, per riprendere il corso della distensione e aprire nuovi momenti alla cooperazione tra i paesi. Ma il discorso di La Torre non era mai rivolto esclusivamente al riarmo”.

 

“Il suo ultimo intervento a Comiso – precisa Antonio Iurato, militante comunista – mirava, ad esempio, a fare chiarezza sul rapporto tra lotta per il lavoro e mobilitazione per il disarmo, binomio che nell’isola non può essere scisso in alcun modo. Analoga chiarezza – era solito raccomandare – va fatta nella coscienza di quelle migliaia di giovani ragazzi che periodicamente si trovano a Comiso per dire no ai missili. In sostanza, dobbiamo adoperarci per far vivere nella situazione disperante della Sicilia e del Mezzogiorno, la grande idea del progetto “pace e sviluppo”, questo uno dei concetti fondamentali espressi da La Torre”.

 

Attraverso l’iniziativa del centro “Impastato”, in questa maniera, il cancro chiamato mafia è entrato di prepotenza nelle riflessioni dei partecipanti alla grande assise di agosto. Unanime la decisione di lanciare un appello al movimento pacifista italiano ed internazionale per operare di più e meglio, essendovi – si legge nel documento – la consapevolezza che l’obiettivo Comiso riveste un’importanza centrale nella politica di riarmo voluta dalla Nato. Più compatta e incisiva deve diventare la lotta contro chi “esprime disprezzo nei confronti degli individui e dei popoli, ricorrendo alle intimidazioni di cui l’assassinio dell’onorevole La Torre e di Di Salvo rappresenta l’ultimo episodio in ordine di tempo, il più grave”.





LA MARCIA DI COMISO PER UNA BASE DI PACE

di Pio La Torre

in ‘L’Unità’, 11 ottobre 1982

 

 

Oggi a Comiso decine di migliaia di siciliani e con essi delegazioni provenienti da ogni parte d’Italia e d’Europa si danno appuntamento per una grande manifestazione per la pace e il disarmo e per chiedere che alla Sicilia sia evitato il destino sciagurato di essere trasformata in un avamposto nello scontro atomico tra i due blocchi militari contrapposti.

 

La scelta dell’estremo lembo a sud della Sicilia per la costruzione di una grande base di missili “Cruise” ha alimentato una polemica sul reale bersaglio degli ordigni atomici che vi si intendono installare. Come dimenticare che, nei giorni immediatamente successivi all’annuncio del governo italiano di costruire la base a Comiso, si verificava il pericoloso scontro tra aerei americani e libici nel Golfo della Sirte? E che il presidente Reagan dichiarava, in quella occasione, di aver voluto mostrare i muscoli al colonnello Gheddafi? E che, infine, quest’ultimo, replicando aspramente, chiamava anche in causa l’Italia proprio per la progettata base di Comiso?

 

L’assassinio del presidente egiziano Sadat ha portato ora nuovi elementi di inquietudine e di destabilizzazione in un’area alle soglie di casa nostra, sempre più gravata da minacce che possono da un momento all’altro precipitare e innescare processi incontrollabili. Sentiamo così avvicinarsi i rischi che dai focolai di guerra del Medio Oriente si estendono al Mediterraneo.

 

Nasce da questa realtà il bisogno di non risparmiare sforzi e iniziative che, riducendo la tensione in quest’area, contribuiscano alla ripresa di quei negoziati da cui dipende la causa della pace nel mondo.

 

L’Italia può e deve giocare un ruolo decisivo perchè il Mediterraneo diventi nel suo complesso un mare di pace, che aiuti la prospettiva della distensione e nello stesso tempo quella di un nuovo ordine internazionale fondato sul progresso e l’eliminazione degli squilibri tra nord e sud del mondo. Proprio in questa visione la Sicilia può assolvere la funzione di ponte nel dialogo fra le nazioni che si affacciano sul Mediterraneo. Non si può certo sostenere che la costruzione della base di Comiso vada in questa direzione. Anzi trasformerebbe la nostra isola in un polo di aggravamento delle tensioni in questo mare e in bersaglio predestinato nello scontro tra i blocchi contrapposti. Il popolo siciliano dirà, oggi, a Comso che intende rifiutare questo orrendo destino.

 

La Sicilia ha una storia millenaria interessata di tragedie e di sofferenze inaudite. Essa è stata più volte terra di conquista e il suo popolo ha subito le oppressioni più brutali, il cui retaggio si è espresso in miseria e arretratezza. La conquista dello Statuto dell’autonomia, nel quadro della Costituzione repubblicana, frutto della lotta antifascista e della guerra di liberazione, aveva aperto una fase di progresso civile e democratico del popolo siciliano. Questo sviluppo, conquistato con grandi lotte di popolo, è ora in crisi.

 

Negli ultimi anni in Sicilia sono accaduti dei fatti gravissimi. Il potere mafioso ha rialzato la testa e abbiamo assistito ad una sequenza drammatica di omicidi politici culminati nell’assassinio del presidente della Regione Piersanti Mattarella. Da quel momento si è accelerato il processo di degradazione della vita politica e delle stesse istituzioni autonomistiche. Il già insufficiente apparato produttivo dell’isola è duramente scosso dalla crisi economica mentre lo Stato si dimostra sempre più impotente di fronte alla violenza criminale e mafiosa che ogni giorno semina terrore e morte. E come non vedere il pericolo che la trasformazione della Sicilia in una gigantesca base di guerra spingerebbe alle estreme conseguenze i processi degenerativi già così allarmanti?

 

Il nostro no alla installazione a Comiso della base atomica tende ad impedire un avvenire davvero oscuro per il popolo siciliano. Lo dico convinto che questo oggi sia un obiettivo giusto e anche realistico.

 

Il 30 novembre inizieranno a Ginevra le trattative tra URSS e USA e al primo punto dell’agenda vi è la questione degli euromissili. La conclusione positiva della trattativa – a cui tutti devono lavorare – deve riguardare la fissazione di un equilibrio al più basso livello possibile dei missii contrapposti: gli SS-20 sovietici e i nuovi missili americani nell’Europa occidentale. Questo livello di equilibrio potrebbe essere la “soluzione zero”, cioè la non installazione dei Cruise, bilanciata da misure di pari significato per gli SS-20. Ecco perchè è raggiungibile l’obiettivo di impedire la costruzione della base a Comiso.

 

Chiedere, come noi facciamo oggi, di sospendere l’inizio dei lavori della costruzione della base è il modo più giusto ed efficace per il popolo siciliano di premere perchè la trattativa di Ginevra abbia uno sbocco positivo.

 

Quello di oggi, è pertanto, il pimo atto di una mobilitazione che nei prossimi mesi dovrà via via allargarsi come una grande fiumana di uomini e donne, di giovani e anziani di ogni ceto sociale e di ogni fede pubblica e religiosa.

 

Noi comunisti vogliamo essere soltanto una componente di questo grande movimento unitario e opereremo, con sempre maggiore consapevolezza, perchè altre forze democratiche, superando incomprensioni e strumentalizzazioni, scendano in campo per dare il loro contributo originale a questa lotta decisiva per l’avvenire del popolo siciliano e per la salvezza della pace nel mondo.


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