- LA TORRE, COMISO E I COMUNISTI DI SICILIA
- Intervista a Giacomo Cagnes, ex parlamentare del PCI e fondatore del CUDIP (Comitato Unitario per il Disarmo e la Pace di Comiso)
- COSA NOSTRA, I MANDANTI, LE ENTITA' ESTERNE -
Ma l'omicidio è ancora avvolto nel mistero.
- QUELLO CHE PIO LA TORRE CI FECE CAPIRE -
di Nichy Vendola, vicepresidente della Commissione Parlamentare Antimafia, maggio 1999.
- PIO LA TORRE, I MISSILI, IL MOVIMENTO PACIFISTA - Dal libro “Missili e mafia”.
- “SE FOSSE VIVO PIO LA TORRE. . . ” - “L'Unità”, 5 maggio 1999.
- LA LOTTA PER LA PACE. AVVIO DI UN NUOVO ORDINE INTERNAZIONALEdalla Relazione al IX Congresso regionale dei Comunisti siciliani, Palermo 14 gennaio 1982.
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“NOMI NUOVI INSOSPETTABILI” - Intervista con Ugo Pecchioli, responsabile Problemi dello Stato del PCI
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“SCARTATO IL TERRORISMO SI PUNTA SUL GRANDE INTRIGO POLITICO-AFFARISTICO-MAFIOSO”
- in ‘Giornale di Sicilia’, 1 maggio 1982.
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“AVEVA ROTTO LA 'GRANDE QUIETE' DEL POTERE MAFIOSO” -
in ‘L’Unità’, 3 maggio 1982.
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“A COMISO ANCHE PER RICORDARE PIO LA TORRE” -
in ‘Paese Sera’, 4 agosto 1982.
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“LA MARCIA DI COMISO PER UNA BASE DI PACE” -
di Pio La Torre - in 'L'Unità', 11 ottobre 1982
PIO LA TORRE, I MISSILI, IL MOVIMENTO PACIFISTA
di Paolo Gentiloni Alberto Spampinato Agostino Spataro
in Missili e Mafia.
La Sicilia dopo Comiso, Editori Riuniti, Roma, 1985, pagg.
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Una lucida intuizione
Negli ultimi anni sono accaduti in Sicilia fatti gravissimi.
Il potere mafioso ha rialzato la testa e abbiamo assistito a una sequenza drammatica di omicidi politici culminati nell'assassinio del presidente della regione, Pier Santi Mattarella.
Da quel momento si è accelerato il processo di degradazione della vita politica e delle stesse istituzioni autonomistiche.
Il già insufficiente apparato produttivo dell'isola è duramente scosso dalla crisi economica, mentre lo Stato si dimostra sempre più impotente di fronte alla violenza criminale e mafiosa che ogni giorno semina terrore e morte.
E come non vedere il pericolo che la trasformazione della Sicilia in una gigantesca base di guerra spingerebbe alle estreme conseguenze i processi degenerativi già così allarmanti?.
Con queste parole, sulla prima pagina dell'Unità di domenica 11 ottobre 1981, Pio La Torre denunciò per la prima volta in modo esplicito il nesso che a molti allora sembrò propagandistico e artificioso fra sottosviluppo, mafia e mssili.
Il movimento della pace muoveva i primi incerti passi; era debole e frenato dalle contrapposizioni delle forze di sinistra e da lacerazioni all'interno del sindacato; era accusato di fare il gioco di Mosca e di essere solo un paravento del Pci.
A Comiso, il sindaco socialista e i suoi assessori dispensavano illusioni a buon mercato: assicuravano che la militarizzazione della città avrebbe portato ai comisani lavoro, ricchezza, benessere, pingui commerci, favolose contropartite, vantaggi per tutti.
Il governo Spadolini aveva annunciato ufficalmente di aver scelto Comiso quale sito italiano per i 112 euromissili Cruise appena tre mesi prima, il 7 agosto, dopo mille smentite.
In Sicilia l'impressione era stata enorme ma le proteste deboli.
Del resto a Roma si faceva affidamento proprio sulla proverbiale rassegnazione dei siciliani, e di quella rassegnazione si era fatto precursore, allargando le braccia, il presidente della regione siciliana, il democristiano Mario D'Acquisto, che consultato da Palazzo Chigi a decisione già presa nonostante le prerogative costituzionali della sua carica, messo insomma davanti al fatto compiuto, non aveva neppure protestato.
Un ministro della repubblica, che aveva voluto mantenere l'anonimato, aveva seminato un certo scompiglio raccontando ai giornalisti che il governo aveva tenuto per sei mesi la scelta di Comiso nel cassetto, per un calcolo elettorale: aveva evitato così che i partiti di sinistra, e in particolare i comunisti, facessero della lotta antinucleare il cavallo di battaglia delle elezioni regionali che si erano svolte in primavera.
Fioccarono le smentite ( Cfr.
Il Mondo, 25 agosto 1981 e L'Ora, 25 e 26 agosto 1981.
), ma oggi i documenti del congresso americano confermano che in effetti la scelta di Comiso fu tenuta a lungo segreta.
Quando il governo confermò l'ipotesi più inquietante, lentamente la protesta contro la costruzione della base di Comiso, dove l'ex sindaco Giacomo Cagnes, comunista, affiancato da decine di giovani, dava vita al Cudip, il Centro unitario di iniziativa pacifista, che iniziava subito, fra la diffidenza generale, un lavoro paziente e tenace di collegamento con i movimenti antinucleari di tutto il mondo e svolgeva opera di sensibilizzazione e di orientamento della gente.
Si vide presto che il silenzio del 7 agosto esprimeva più sgomento che rassegnazione.
A Comiso si svolsero le prime manifestazioni.
All'inizio le adesioni furono limitate; ma a risvegliare drammaticamente l'attenzione giunse, il 19 agosto, lo scontro aereo nel Golfo della Sirte, durante le esercitazioni militari della VI Flotta degli Stati Uniti.
Per mostrare i muscoli a Gheddafi, il Pentagono e la Casa bianca avevano voluto che le manovre aeronavali si svolgessero in quel tratto di Mediterraneo che i libici considerano interno alle proprie acque territoriali.
Ci fu un duello aereo: i caccia americani alzatisi in volo dalla portaerei Nimitz abbatterono due caccia libici.
Quella scintilla rischiò di infiammare il Mediterraneo, evocò improvvisamente lo spettro di una guerra, che in quelle ore sembrò materializzarsi a poche decine di miglia dalle coste siciliane, a mezz'ora di volo da Comiso.
I dirigenti libici pronunciarono frasi minacciose verso la Sicilia, definendo la progettata base nucleare di Comiso una spina nel fianco del loro paese; significativamente, aggiunsero che la Libia, per difendersi, non avrebbe esitato a bombardare la Sicilia.
Parole che fecero molta impressione; dimostravano, oltretutto, che gli oppositori della base non esageravano dicendo che i Cruise, se pure puntati, secondo i piani della Nato, solo contro l'Unione Sovietica e in funzione puramente difensiva, avrebbero cancellato ogni progetto e ce n'erano in Sicilia, ambiziosi e lungamente cullati di intensificazione dei rapporti di amicizia e degli scambi commerciali, delle relazioni di buon vicinato con i paesi dell'altra sponda e del Medio oriente.
Il governo e i partiti di maggioranza cercarono di cancellare le inquietudini e i brutti sogni suscitati dallo scontro della Sirte indorando la pillola nucleare, formulando nuove promesse e lasciando intuire favolose contropartite per i siciliani docili.
Ora, l'11 ottobre, dopo lunghi preparativi per allargare il cartello delle adesioni, a Comiso si svolgeva la prima importante manifestazione pacifista.
Decine di migliaia di persone sfilavano in corteo dall'aeroporto Magliocco fino al centro del paese.
Insieme ai tanti comunisti trascinati dall'impegno in prima persona di La Torre, in testa al corteo c'erano dirigenti delle Acli, della Cgil, dell'Arci, di Dp, dei movimenti femministi e, a titolo personale, esponenti socialisti.
C'erano per la prima volta i comitati pacifisti con i loro striscioni e le bandiere iridate.
Alla vigilia le varie componenti del movimento avevano concordato parole d'ordine unificanti, e Pio La Torre, come abbiamo visto, salutava la manifestazione, significativamente, dalle colonne del giornale del suo partito e indicava quella che nei mesi successivi sarebbe diventata la piattaforma unitaria di forze di diverso orientamento, l'asse portante di questa grandiosa mobilitazione di massa, senza precedenti in Sicilia per dimensione e per varietà di consensi; oltretutto un terreno politico sul quale impegnare il partito comunista siciliano per cancellare la bruciante sconfitta elettorale di giugno, per la quale Berlinguer era andato nell'isola a rincuorare i militanti.
Alla festa dell'Unità di Catania il segretario aveva pronunciato una pubblica rampogna contro i dirigenti regionali siciliani, provocandone immediate e risentite dimissioni.
Si era cominciato allora a cercare un dirigente nazionale di prestigio che assumesse la guida del Pci siciliano.
All'annuncio che la base dei Cruise sarebbe sorta a Comiso, La Torre aveva sentito irresistibilmente il richiamo della sua terra.
E così, a cinquantatre anni, aveva deciso di tornare alla militanza politica in Sicilia.
La sua forte determinazione aveva vinto le obiezioni di amici e compagni che lo invitavano a restare a Roma dove, gli dicevano, il contributo della sua esperienza era prezioso.
Ha ricordato Enrico Berlinguer: Pio La Torre aveva compiuto la scelta di un ritorno, ben sapendo che si trattava della scelta di un posto di lotta e di lavoro pieno di difficoltà.
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) Dispiaceva, al centro nazionale del partito, privarsi della presenza operosa, generosa, cordiale di La Torre.
E a Roma egli era ben ambientato, con la sua famiglia, con gli amici.
Tuttavia egli chiese, con tenacia e forza di volontà, di tornare in Sicilia, nella sua terra ( Orazione funebre pronunciata a Palermo, in Piazza Politeama, il 2 maggio 1982.
).
Così, a fine settembre La Torre aveva lasciato il suo impegno nella segreteria nazionale del Pci, aveva rinunciato al suo prestigioso ufficio alle Botteghe Oscure ed era tornato in Sicilia.
Il 1° ottobre era stato nominato segretario regionale dei comunisti siciliani: un incarico che aveva ricoperto già vent'anni prima, dal 1962 al 1967, fino a quando cioè gli era stata affidata la segreteria regionale della Cgil.
Nel 1972 si era trasferito nella capitale con incarichi politici più importanti: deputato, commissario all'Antimafia con Li Causi e Cesare Terranova; responsabile della sezione meridionale prima e dell'organizzazione poi; da ultimo era stato all'interno della segreteria nazionale, incaricato di seguire l'attività dei movimenti europei contro il riarmo.
Questa lunga e varia esperienza, la profonda conoscenza della Sicilia, dei suoi problemi e dei sentimenti più profondi del suo popolo, l'osservazione assidua e attenta del carattere temibilmente nuovo (finanziario, politico ed eversivo), della mafia degli anni ottanta, l'apertura d'orizzonte acquisita avendo seguito da vicino le lotte per la pace su scala internazionale e prima ancora che emergesse una questione nucleare in Italia, tutte queste cose consentirono a Pio La Torre di vedere prima e con maggiore lucidità di altri che, con l'installazione dei missili nucleari a Comiso, in una Sicilia ancora in lotta con il sottosviluppo, travagliata ora dagli effetti recessivi della crisi economica e già in gran parte militarizzata, si apriva una grave prospettiva.
Questo curriculum consentiva a Pio La Torre di vedere, al di là della cortina fumogena abilmente sollevata per nasconderli, guasti, incognite e pericoli connessi all'insediamento nucleare; gli consentiva di vedere prima di altri quanto di falso ci fosse nelle rassicuranti dichiarazioni governative; gli consentiva anzi di rovesciarne il senso dicendo un no alla base che aveva motivazioni specifiche, concrete, non campanilistiche.
Il suo no ai missili perciò poteva essere condiviso, sia pure con motivazioni varie, da strati sociali diversi, da uomini e donne di ogni età e di diverso orientamento politico e ideale.
I cattolici, ad esempio, espressero la loro opposizione ai missili con motivazioni evangeliche ed etiche.
Il movimento Pax Christi chiamò tutti i credenti all'azione non violenta, alla disobbedienza civile, alla obiezione fiscale e militare (limitatamente all'impiego delle armi nucleari) affermando che su tutto ciò che a Comiso rappresenta è necessario un giudizio illuminato dalla fede e capace di innescare un'azione che manifesti la nostra carità, in un impegno fattivo per promuovere la pace e dare speranza a un mondo che vive sotto la crescente ossessione del genocidio collettivo.
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( Le strade della pace Cristiani a Comiso, a cura di frà Paolo Boldrini, Napoli, 1984.
).
Nelle settimane e nei mesi successivi al suo ritorno in Sicilia, Pio La Torre ripeté con martellante insistenza, in ogni occasione, la sua denuncia, arricchendola di motivazioni nuove, suggestive, allarmanti.
Il dirigente comunista si impegnò a spiegare alla gente nei termini più semplici in quale modo la costruzione della base avrebbe scatenato interessi mafiosi e avrebbe limitato la libertà di tutti.
Fu così, man mano che questo messaggio si propagava, che il movimento pacifista e il movimento antimafia si saldarono, dando vita a una ribellione delle coscienze, a una mobilitazione di massa che, prima in Sicilia e quindi in tutta Italia, avrebbe assunto dimensioni senza precedenti.
Installare i missili a Comiso, spiegava La Torre ai suoi compagni e alla gente, con quella semplicità di linguaggio che gli era congeniale, equivale a porre sul territorio siciliano un corpo estraneo che finirà per contagiare e corrompere ogni forma di vita democratica, finirà per inquinare e distorcere ogni prospettiva di sviluppo economico.
E i dollari tanto seducentemente promessi? Sarebbero rimasti un miraggio, come trent'anni prima, quando i petrolieri americani della Gulf Oil erano venuti a trivellare pozzi di petrolio attorno a Ragusa.
Gli appalti poi avrebbero ancora una volta fatto la fortuna degli intriganti e dei speculatori; di più, la dimensione colossale dell'affare avrebbe spinto la mafia a metterci le mani, per l'occasione le cosche avrebbero esteso la propria influenza criminale a un territorio che fino allora ne era stato toccato tanto marginalmente da apparirne immune.
Nella Sicilia tutta, così trasformata in un avamposto nucleare nel Mediterraneo, si sarebbe avuto un equivoco viavai di spie e di provocatori e, alla fine, per motivi di sicurezza sarebbero state imposte limitazioni alle libertà dei cittadini.
Dodici giorni dopo quella prima manifestazione di Comiso, in polemica con il segretario regionale della Democrazia cristiana, il dirigente comunista precisava: La Sicilia oggi corre pericoli mortali.
Tre sono le componenti che configurano la situazione di emergenza: 1) c'è il perdurare della crisi economica con l'intreccio inflazione-recessione che colpisce le parti più deboli del paese e la manovra economica di Spadolini accentua questa tendenza; 2) c'è il dilagare della violenza criminale e del potere mafioso, che mette ormai in pericolo l'incolumità e la sicurezza dei cittadini e blocca persino le iniziative imprenditoriali; 3) c'è la decisione del governo italiano di installare a Comiso la più grande base missilistica d'Europa.
In sostanza abbiamo oggi un governo che mentre è incapace di dare risposte valide alla Sicilia sul terreno del suo sviluppo economico e sociale, mentre si dimostra sempre più impotente a fronteggiare la violenza criminale e il terrorismo mafioso, decide di fare della Sicilia un avamposto militare in un Mediterraneo già caratterizzato da pericolose tensioni e focolai di guerra.
Le ultime dichiarazioni del presidente Reagan circa la possibilità di una guerra atomica limitata all'Europa, escludendo lo scontro diretto Urss-Usa, a mio avviso non si riferiscono tanto all'Europa centro-settentrionale, ma piuttosto al Mediterraneo e guardano a ciò che accade in Medio oriente e nei paesi arabi.
E i missili dislocati a Comiso, all'estremo lembo sud dell'Europa, rientrano in quella strategia americana.
Ecco perché la Sicilia corre per davvero un pericolo mortale e il popolo siciliano si pone sempre più l'interrogativo angoscioso sul destino che lo attende ( Intervista a L'Ora, 23 ottobre 1981.
).
Il concetto fu ulteriormente precisato da La Torre qualche tempo dopo su Rinascita: La scelta di Comiso, all'estremo lembo sud dell'Italia, ci dice che gli ordigni che vi si vogliono installare sono rivolti verso Sud.
E' qui, infatti, che può scoppiare quella guerra atomica limitata di cui parlano gli attuali governanti americani.
La Sicilia rischia quindi di diventare bersaglio di ritorsioni in uno scontro che va ben oltre i confini e la concezione difensiva del Patto atlantico ed è contrario agli interessi nazionali.
Va rilevato inoltre che se dovesse realizzarsi la decisione di insediare a Comiso la base dei missili Cruise, si accentuerebbero tutti i processi degenerativi delle stesse istituzioni autonomistiche ( Rinascita, 4 dicembre 1981.
).
Alla fine di quell'anno si verificava a Palermo uno strano episodio.
Al congresso provinciale della Democrazia cristiana, riunito alla Zagarella, nel grande albergo che fu degli esattori Salvo, prendeva la parola Vito Ciancimino, uomo allora molto discusso ma ancora libero, potente e influente nel suo partito, e rilasciava una dichiarazione di guerra armata contro il terrorismo.
Dalla tribuna congressuale, Ciancimino dichiarò: Se è vero, come hanno riferito i giornali, che nuclei armati di brigatisti sono stati costituiti nella nostra terra, a questo punto noi, autentici interpreti della coscienza e della fierezza, della passione, della storia, ma soprattutto del coraggio del popolo siciliano, annunciamo con la chiarezza del sole della nostra terra che non accettiamo provocazioni, non siamo disposti a tollerare che i nostri figli, le nostre mogli, i nostri parenti, i nostri amici cadano dilaniati da stragi in una piazza come piazza Fontana o in una stazione come quella di Bologna.
Questa è guerra bieca e vile.
E chi ci chiama a combattere con le armi, troverà armi e chi intende seminare morte troverà morte.
Perché noi siciliani vogliamo essere il baluardo insormontabile nella difesa della democrazia e della libertà ( L'Ora, 7 novembre 1981.
).
Quella frase minacciosa destò clamore e inquietudine, perché molto si era ipotizzato e discusso, durante i tenebrosi anni di piombo, di un sostanziale monopolio della violenza illegale in Sicilia decretato e imposto dalla mafia.
Questa barriera mafiosa, si credeva da più parti, aveva impedito al terrorismo eversivo rosso e nero di manifestarsi nell'isola.
Le parole di Ciancimino, anche perché pronunciate da un uomo circondato da una fama sinistra e notoriamente legato a interessi mafiosi, sembrarono confermare quell'ipotesi.
Le cose dette da Ciancimino, commentò Pio La Torre nell'articolo per Rinascita prima citato, ripropongono acutamente la questione dell'utilizzazione, che ancora oggi viene fatta in Sicilia, dal terrorismo mafioso quale strumento di lotta politica al servizio di tenebrosi disegni reazionari.
Diversa era la lotta alla quale il dirigente comunista voleva chiamare il popolo siciliano.
Lo disse in tutti i congressi provinciali e di sezione che si tennero in quell'inverno, e lo ripeté il 14 gennaio a Palermo, dalla tribuna del congresso regionale dei comunisti, che si concluse con la sua rielezione a segretario del Pci siciliano.
Anche stavolta nel suo discorso egli si spinse più avanti nel prospettare i termini della minaccia che i missili di Comiso proiettano sulla Sicilia.
Occorre respingere questa prospettiva, sostenne La Torre, chiamando il popolo siciliano a dire no a un destino che, prima ancora di farla diventare bersaglio della ritorsione atomica, trasformerebbe la nostra isola in un terreno di manovra di spie, terroristi e provocatori di ogni risma al soldo dei servizi segreti dei blocchi contrapposti.
Ne trarrebbero nuovo alimento il sistema di potere mafioso e i processi degenerativi delle istituzioni autonomistiche, mentre la Sicilia sarebbe condannata alla degradazione economica e sociale ( Pio La Torre, Le ragioni di una vita, Editori Riuniti, Roma, 1982, pag.
52.
).
Quando la mattina del 30 aprile 1982, otto mesi dopo il suo ritorno in Sicilia, La Torre fu barbaramente assassinato in una strada di Palermo insieme con Rosario Di Salvo, il compagno che lo proteggeva e gli faceva da autista, fu chiaro che si trattava di una esecuzione mafiosa compiuta per impedirgli di continuare quella sua azione contro i missili e contro la mafia, che stava ottenendo un seguito sempre crescente, stava conquistando le coscienze, attraversava gli ostacoli politici e ideologici e divideva al loro interno i partiti filo-nucleari.
Contro i missili, all'ultima manifestazione di Comiso, il 4 aprile 1982, La Torre era stato alla testa di un corteo di centomila persone: una fiumana umana mai vista nella cittadina iblea.
Comiso era entrata nel cuore dei pacifisti di tutto il mondo; erano presenti delegazioni di quindici paesi europei e mediterranei.
Quasi centomila cittadini della provincia di Ragusa avevano firmato la petizione popolare con la quale si chiedeva al governo di sospendere i lavori di costruzione della base per agevolare così una ripresa delle trattative ginevrine sul disarmo e una più efficace legislazione antimafia.
Fra i cinque milioni di siciliani, quella petizione aveva ottenuto un milione di firme; era una valanga umana che avanzava e minacciava di travolgere tutti gli equilibri politici consolidati.
SE FOSSE VIVO PIO LA TORRE.
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di Vincenzo Vasile
in L'Unità, 5 maggio 1999.
Pio La Torre, il dirigente comunista che legò a Comiso non solo gli ultimi anni della sua vita ma forse anche la sua sorte per mano mafiosa, sarebbe certo contento: in questa cittadina siciliana dove quasi vent'anni fa si decise di dispiegare con le batterie di centododici missili Cruise un formidabile apparato bellico per combattere l'ultimo capitolo della "guerra fredda", saranno ospitati cinquemila profughi kosovari.
La base militare in disuso, da emblema di guerra si trasforma in un'icona di solidarietà, ora che la guerra da "fredda" è diventata calda e guerreggiata.
Il mondo è cambiato, come fosse passato un secolo, da quel dicembre 1981, quando un portavoce della Nato a Bruxelles inaugurò la vicenda di Comiso con una gaffe di quelle che rivelano la distanza siderale tra gente e stanze dei bottoni: "I missili? Non preoccupatevi: li installeremo in un'area desertica della Sicilia".
La contrada sulle carte militari, è vero, si chiama "Deserto".
Ma è un nome antico, conseguenza di un'epoca lontana, quando il sud est della Sicilia era una brulla pietraia calcinata dal sole.
Deserto? Il paesaggio parla di fatica secolare e di lavoro: i muri a secco messi su, pietra su pietra, limitano come una ragnatela i confini di una campagna resa fertile dall'uomo, strappata pezzo a pezzo alla desolazione.
C'era nell'81 a Comiso uno sconosciuto e colto professore che curava la biblioteca del Municipio.
Raccolse e stampò i negativi di un fotografo locale e allestì una mostra con tutte le facce (e le braccia) dei contadini che s'erano sudata con le lotte e il lavoro un'agricoltura sviluppata: la vera e propria industria verde dei cinque, sei raccolti annuali dei primaticci coltivati in serra.
Il professore si chiamava Gesualdo Bufalino.
Aveva alcuni splendidi racconti nel cassetto.
Al Comune il sindaco, Giacomo Cagnes, era uno di quelli che nel 1944 avevano proclamato una "Repubblica" anarchica e socialista, soffocata nel sangue.
In zona - a Comiso e nella città accanto, Vittoria - le percentuali elettorali della sinistra toccavano e superavano quelle dell'Emilia Romagna.
Su questa gente dal Dna controcorrente in una Sicilia dominata dalla mafia, dove spadroneggiavano Lima, gli esattori Salvo, Ciancimino, s'abbatté come un fulmine la notizia degli euromissili.
Che furono dislocati a Comiso, non si capì mai bene se contro la "minaccia" dell'Est comunista (dopo il dispiegamento degli SS-20 sovietici del Patto di Varsavia) o contro quella del Sud del mondo.
E se Comiso non è un deserto, sicuramente si trova a Sud del Sud, nello zoccolo sudorientale dell'isola, che sulla carta geografica è a Meridione rispetto alla Tripoli di Gheddafi.
Comunque sia andata - qualsiasi fossero i veri piani degli strateghi di una guerra che per fortuna non venne mai combattuta - la bandierina della Nato fu piantata lì, in mezzo alle serre della contrada che aveva il nome ingannatore di "Deserto".
Accettata dal governo Spadolini, edificata dal governo Craxi, la base degli euromissili, poi presa in carico direttamente dagli americani, sorse sul luogo dove durante il secondo conflitto mondiale era stato costruito un aeroporto militare, il "Magliocco".
E questo scalo aveva già precorso il suo destino altalenante tra pace e guerra essendo già stato brevemente riconvertito negli anni Sessanta a supporto del lavoro dei contadini di Vittoria e Comiso, che imbarcavano sugli aerei i loro prodotti risparmiando in tempo e denaro sui trasporti.
Durò poco.
Chiuso nei primi anni Settanta, mai più riaperto, senza dar ascolto a richieste e proteste dei contadini, il "Magliocco" era stato abbandonato come un relitto in mezzo alla campagna.
La sera dell'annuncio di Bruxelles, andando a Comiso per cercare il posto della futura "base" fu persino difficile trovare la strada, ormai priva di segnalazioni.
Il cartello dell' "Alt, zona militare" arrugginito e illeggibile, un cancello sfondato, le due "piste" coltivate a carciofi, le auto delle coppiette.
Attorno a Comiso, sull'"affare Comiso", Pio La Torre, tornato proprio in quelle settimane a dirigere il partito siciliano, volle pervicacemente, ostinatamente, lanciare una grande campagna che sfociò nella raccolta di un milione di firme contro la realizzazione della "base" militare.
Una campagna controcorrente, perché considerazioni di realpolitik avrebbero forse consigliato (e molti nello stesso Pci di allora lo fecero) di evitare accuse - che pure ci furono - di appiattimento "pacifista" di fronte alla necessità di costruire un contrappeso alla minaccia del "deterrente" missilistico sovietico.
Una campagna difficile, perché la propaganda dei corrispondenti locali dell'Italia del Caf (ricordate il trio Craxi-Andreotti-Forlani?) puntava brutalmente sui "benefici" che mille appartamenti, settemila posti letto, i lavori edili e gli appalti avrebbero apportato alla zona.
Una campagna travolgente con le suore, i preti, i sindacalisti, i militanti di sinistra e migliaia di giovani impegnati in una miriade di appelli e petizioni.
Nel breve volgere di un anno crebbe una "generazione politica" che rifiutava - in anticipo sui tempi - la logica dei Muri e delle contrapposte "deterrenze" a colpi di missili.
Per Pio tutto "si teneva".
La memoria storica dell'ex animatore della prima Commissione antimafia, dell'ex sindacalista del primo dopoguerra in Sicilia, parlava del pericolo immanente di una miscela esplosiva che la base comisana avrebbe potuto innescare.
Chi andò a Comiso in quei giorni gli portò le notizie, allora pressoché inedite, di insediamenti e investimenti di mafia avvenuti in silenzio in quel lato della Sicilia ritenuto immune dalla malapianta.
"I Salvo con centinaia di ettari ad Acate, a pochi chilometri da Comiso? I Greco di casa a Vittoria, con soldi e prestanome? Finirà come negli anni Quaranta, con le spie e la mafia a braccetto, le stragi di Portella, le minacce ai lavoratori.
Stiamo rivoltando il mondo come un calzino e ce la faranno pagare", prevedeva La Torre.
Comiso, anche Comiso, colonia di mafia? L'incredibile stava avvenendo, e la campagna promossa da La Torre sottoponeva agli occhi di un'opinione pubblica nazionale sviata dall'epoca rovente del terrorismo, una minaccia ben più grave, perché connaturata nella peggiore storia d'Italia: l'intreccio della mafia con una "destra" minacciosa ed eversiva.
Pio e Rosario - Rosario Di Salvo, che diffidiamo gli archivi a registrare come "l'autista" di La Torre - li hanno ammazzati una mattina che ricordiamo calda e soffocante, ma forse non c'era il sole ed erano le lacrime a strangolare il respiro.
Stavano andando all'aeroporto di Punta Raisi a prendere il sindaco di Bologna, lo storico Renato Zangheri, che Pio aveva invitato perché parlasse il primo maggio a Portella delle Ginestre e riannodasse i fili di un discorso nazionale della sinistra su un tema di riscatto nazionale.
Ai funerali, funerali di popolo, il partito di La Torre sbagliò tutto quello che si poteva sbagliare affiancando sul palco a Enrico Berlinguer un paio di personaggi-emblema di tutto ciò che La Torre aveva combattuto.
Volarono monetine e si pianse anche di rabbia.
Sull'ordine pubblico vigilava confuso tra la folla, il neo prefetto di Palermo, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.
Falcone indagò, non credeva all'inizio a questa "pista" complessa e complessiva.
Poi lasciò nel suo computer un testamento di indagini da fare, sabotate e bloccate dai suoi "capi", in cui figurava proprio l'intrico del delitto La Torre, assieme alle indagini sulla "Gladio" siciliana e sugli appalti governati dal sistema politico-mafioso.
Quel testamento sparì, Falcone venne fatto a pezzi.
Comiso era divenuta operativa il 30 giugno 1983: su duecento ettari si costruirono una cittadella autosufficiente, il centro comando, mille appartamenti per i militari, i supermercati, le chiese, i centri sociali, gli impianti sportivi, l'aria condizionata.
Quando Falcone morì la base già non serviva più, era stata smantellata.
Il sette aprile scorso il governo aveva accolto la richiesta di riconvertirla in un grande centro di ricerca universitaria, un campus, una cittadella della pace.
E ancora ieri questa scelta strategica, voluta dai sindaci e dalle popolazioni, è stata confermata, dopo l'accoglienza - si spera provvisoria - dei profughi kosovari.
Le vittime della guerra dei Balcani non saranno sbattuti in un "deserto".
Ma troveranno ospitalità in una di quelle comunità che Elio Vittorini, che era di queste parti, chiamava "le città del mondo", monadi con le finestre aperte come occhi sul pianeta.
A sud del sud, sull'altalena incessante di guerra e pace.
Pio La Torre - La lotta per la pace.
Avvio di un nuovo ordine internazionale
dalla Relazione al IX Congresso regionale dei Comunisti siciliani, Palermo 14 gennaio 1982.
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) La verità è che oggi la politica del gruppo dirigente siciliano della DC non è più in grado di garantire il lavoro ai giovani, né il tenore di vita alle famiglie, né la sicurezza e l'incolumità dei cittadini.
A tutto ciò si aggiunge la decisione di installare a Comiso la base missilistica.
Noi abbiamo, cioè, la direzione politica nazionale e quella regionale che, mentre si dimostrano incapaci di dare risposte valide ai problemi più vitali del popolo siciliano, decidono di trasformare la nostra Isola in avamposto di guerra nel Mediterraneo.
Occorre respingere questa prospettiva, chiamando il popolo siciliano alla lotta per dire no ad un destino che, prima ancora di farla diventare bersaglio della ritorsione atomica, trasformerebbe la nostra Isola in un terreno di manovra di spie, terroristi e provocatori di ogni risma al soldo dei servizi segreti dei blocchi contrapposti.
Ne trarrebbero nuovo alimento il sistema di potere mafioso e i processi degenerativi delle istituzioni autonomiste, mentre la Sicilia sarebbe condannata alla degradazione economica e sociale.
E' da questo giudizio che noi comunisti siciliani facciamo scaturire gli obiettivi di lotta attorno a cui costruire un rinnovato schieramento democratico ed autonomista capace di indicare risposte valide alla crisi e di assumere, in prospettiva, la direzione politica della Regione.
Indichiamo quattro obiettivi fondamentali:
- per la pace e il disarmo contro la installazione della base missilistica a Comiso;
- per un piano regionale di sviluppo economico e sociale che si colleghi alla battaglia più generale del Mezzogiorno per imporre una politica di programmazione democratica a livello nazionale;
- per liberare la Sicilia dal sistema di potere mafioso;
- per il rinnovamento democratico della Regione, il decentramento dei poteri e la piena attuazione dello Statuto siciliano.
Affermiamo, cioè, che le battaglie per la pace e contro i missili, per un piano regionale di sviluppo economico e sociale fondato sulla piena valorizzazione delle risorse del territorio siciliano, per la liberazione dal potere mafioso, per la riforma democratica della Regione e la piena attuazione dello Statuto, sono momenti decisivi della stessa lotta generale per fare dell'autonomia siciliana un valido strumento per il riscatto del suo popolo.
Ed è davvero assurdo che il Segretario regionale della DC, on.
Rosario Nicoletti, ancora stamani in una ampia intervista a La Sicilia di Catania, continui a rimpiangere la politica di unità autonomista, rivendicandola per l'oggi, senza fare il minimo tentativo di misurarsi con i termini nuovi e drammatici della questione siciliana, ma indugiando sulla linea del meridionalismo straccione e senza prospettiva.
Ecco perché, oggi, combattendo all'opposizione, noi non siamo arroccati: non ci stiamo chiudendo in uno splendido isolamento.
Dall'opposizione vogliamo dispiegare, e abbiamo cominciato a dispiegare, una vasta azione unitaria per far fronte alle minacce che gravano sul nostro popolo ed essere punto di riferimento per quanti si battono per una Sicilia nuova e progredita.
Nei mesi scorsi abbiamo compiuto uno sforzo eccezionale per suscitare una grande mobilitazione del popolo siciliano per la pace, il disarmo e contro la installazione dei missili a Comiso.
Il tentativo di isolarci per bloccare in partenza quel movimento è fallito.
Dopo la straordinaria partecipazione popolare alla marcia di Comiso, c'è stata l'iniziativa della Federazione unitaria CGIL-CISL-UIL, culminata nella grande manifestazione del 29 novembre a Palermo.
In tutta l'Isola sono sorti Comitati unitari che hanno dato vita a manifestazioni nelle scuole, nei posti di lavoro, nei quartieri delle grandi città e nei principali comuni.
La Federazione regionale CGIL-CISL-UIL aveva preso impegno di convocare tutte le organizzazioni politiche, sociali, culturali e religiose che avevano aderito alla manifestazione di Palermo, per concordare le ulteriori iniziative unitarie da portare avanti.
E' esplosa, intanto, la grave crisi polacca e si è sviluppato, anche in Sicilia, il movimento di solidarietà per chiedere la fine dello stato d'assedio, la liberazione dei prigionieri politici, il ripristino delle libertà civili e la ripresa del dialogo tra le componenti fondamentali politiche, sindacali e religiose della società polacca, per dare vita ad un Governo capace di far uscire quel martoriato Paese dalla crisi.
Queste nostre richieste corrispondono agli interessi del rinnovamento democratico e socialista della Polonia, della salvezza della pace in Europa e della ripresa del processo di distensione internazionale.
Ecco perché il movimento di solidarietà con il popolo polacco e la lotta per la pace, per il disarmo e contro l'installazione dei missili a Comiso e per il successo della trattativa di Ginevra possono e debbono andare di pari passo.
E' in questa prospettiva che vogliamo concordare con tutte le forze democratiche e autonomiste una strategia di sviluppo dell'Isola che ne faccia un ponte di pace fra l'Europa e i popoli mediterranei dell'Africa settentrionale e del Medio Oriente.
Abbiamo apprezzato la proposta del Presidente dell'ARS, il compagno Lauricella, di fare del 1982 l'anno della pace del popolo siciliano, promuovendo, a questo fine, una serie di manifestazioni.
In questo campo tutte le formazioni politiche, sindacali, culturali e religiose possono dare il loro contributo.
Un gruppo di docenti, tra i più autorevoli dell'Università di Palermo, ha lanciato la proposta di un convegno delle Università e delle forze della cultura di tutti i Paesi del Mediterraneo.
A Comiso sono stati già fissati alcuni appuntamenti: uno dei movimenti giovanili e dei Comitati della pace in tutta Italia; un altro a Pasqua ad iniziativa di varie organizzazioni religiose e laiche e altri ancora per il 1° Maggio.
Noi pensiamo che bisogna preparare seriamente un convegno sui problemi dello sviluppo economico della Sicilia nel quadro dei rapporti nuovi tra la CEE e i Paesi mediterranei.
Riteniamo, infatti, che occorre stabilire una stretta connessione tra la lotta per la pace e gli obiettivi dello sviluppo economico civile e democratico della nostra Isola.
Nell'avanzare questa proposta ci muoviamo nel solco tracciato dal Comitato Centrale del nostro Partito con la carta per la pace e lo sviluppo.
Noi partiamo dal presupposto che, per salvare la pace nel mondo, sia necessario dar vita ad un nuovo ordine economico internazionale capace di avviare forme nuove di collaborazione tra tutti i popoli in maniera da ridurre, via via, le ingiustizie sociali e garantire uno sviluppo capace di superare lo squilibrio Nord-Sud.
Un ruolo decisivo, in questo campo, spetta all'Europa con il suo grande patrimonio culturale e il suo potenziale tecnico-scientifico.
Chiediamo, in particolare, che la CEE riveda la sua politica economica e dia vita ad una programmazione dello sviluppo corrispondente a questa strategia.
L'Italia è, tra i Paesi della CEE, la nazione più interessata all'avvio di una tale programmazione, anche perché deve fare i conti con la sua questione meridionale.
L'Italia deve ricercare, pertanto, un'intesa con gli altri Paesi mediterranei, membri della CEE o che aspirano ad entrarvi, per concordare una linea di condotta comune che tenda a spostare l'asse dello sviluppo dal Nord verso il Sud, attraverso una profonda revisione di tutte le politiche comunitarie, a cominciare da quella agricola che tanto penalizza oggi le colture mediterranee.
E' in questa concezione che si deve collocare la politica economica dell'Italia per caratterizzarsi coerentemente in senso meridionalistico.
L'economia italiana, e in primo luogo quella del Nord, deve affrontare i problemi gravissimi posti dalla nuova collocazione internazionale dell'Italia.
La posizione di Paese esportatore di beni di consumo di elevata qualità e di beni di investimento sofisticati non è sostenibile a lungo, di fronte al progresso qualitativo della produzione di una serie di paesi (si veda il Sud-Est asiatico) che godono dei vantaggi del basso costo del lavoro.
L'Italia può affermarsi, invece, facilmente come Paese esportatore di beni di investimento, di tecnologia media (progettazione, assistenza tecnica, finanziaria, etc.
) e di beni di consumo di qualità media e di costo competitivo.
I Paesi in via di sviluppo sono la destinazione ideale di questo tipo di esportazione.