A.C.Doyle, Silver
Blaze
“Mafia e camorra ci
sono sempre state e ci saranno sempre, bisogna imparare a conviverci, ogni
imprenditore risolva il problema come vuole”.
Alla fine di un assolato agosto il
ministro delle Infrastrutture del governo Berlusconi II, tale Lunardi, spiega
al Paese come gestire il rapporto criminalità – grandi opere.
Dal giorno dopo in
poi segue la solita recita a soggetto. Dopo il coro di reazioni sdegnate, il
ministro si cimenta nel tentativo impossibile di fornire una spiegazione
riparatrice: “La mia battuta è stata
forse imprecisa o infelice. Lo Stato combatterà la malavita organizzata con
impegno sempre crescente ma non è onesto illudere i cittadini sulla possibilità
di sanare dall'oggi al domani questi mali profondi della nostra società”.
Ma in fondo importa
poco se davvero voleva dire questo o quest’altro. La dichiarazione di Lunardi è
importante perché finalmente ristabilisce un’aderenza fin qui smarrita tra
realtà verbale e realtà fattuale.
Osserva Antonio
Ingroia, pm a Palermo: “È proprio lo spirito di convivenza con la mafia
che in questi decenni ha consentito a Cosa nostra di diventare l'organizzazione
criminale più pericolosa in
Italia al punto di trasformarsi in una macchina
da guerra ed in un vero e proprio potere criminale che ha costantemente cercato
i rapporti con la politica e con le istituzioni”.
“Ci dobbiamo arrangiare o dobbiamo
credere nella legalità, dobbiamo accettare la cinica arrogante irrisione per
quanti ci hanno rimesso la vita o dobbiamo dare una lezione di civiltà con la
dignità del lavoro?”, ha chiesto Pina Maisano, vedova di Libero Grassi, in una
lettera al presidente Ciampi.
Secondo
l’Associazione Nazionale Magistrati le parole del ministro potrebbero
rappresentare la riproposizione del famoso "tavolino" attorno al
quale, fino a qualche tempo fa e forse anche adesso, politici, mafiosi e
imprenditori si spartivano finanziamenti pubblici e appalti”.
In effetti, il metodo
Lunardi è quello di fatto vigente da sempre, la regola aurea cui quasi tutti si
sono attenuti, imprenditori amici di Berlusconi e cooperative rosse, uomini di
governo del centrosinistra e del centro destra, pregiudicati incalliti e
tromboni frequentatori di celebrazioni antimafia.
Negli ultimi anni,
gli anni dei governi del centrosinistra, la regola Lunardi ha trovato
sistematica applicazione, nonostante chiacchiere ipocrite e antimafia da
commemorazione.
Dunque, per
gratitudine al ministro che finalmente ha messo da parte l’ipocrisia,
chiameremo Mappa Lunardi la cartina dei grandi appalti cogestiti da
imprese e criminalità organizzata, con la benedizione, l’indifferenza o il
lasciapassare dello Stato.
Occorre specificare
che vengono solo segnalati gli appalti maggiori e che le schede riassumono i
fatti in estrema sintesi. Sebbene limitate, possono però fornire un quadro di
massima, per cominciare a capire con cosa dovremmo rassegnarci a
convivere…
Calabria.
Autostrada
Salerno – Reggio Calabria [1996 - 2001].
Appaltata nel 1996
dall’appena insediato governo Prodi, rappresentava il lancio del ministro delle
opere pubbliche Antonio Di Pietro e della sua volontà di garantire trasparenza
e realizzazione delle opere.
Era il più grande
appalto del Sud all’indomani della stagione di Mani Pulite. Dalle inchieste
delle procure di Salerno e Reggio Calabria emerge che alcuni subappalti nei
rispettivi tratti sono finiti ad imprese della camorra e della ‘ndrangheta.
Già la prima
costruzione dell’autostrada fu gestita dalla criminalità calabrese, ed anzi fu
l’occasione per un salto di qualità “imprenditoriale” del crimine in Calabria.
La prova dell’estate
2001 ha messo in evidenza che i cantieri procedono a rilento, aumentando il
traffico e la pericolosità della strada, una delle peggiori per il numero di
incidenti. Ma anche al termine dei lavori non dovrebbe essere realizzata più
che una corsia d’emergenza.
Scuola allievi
ufficiali dei Carabinieri di Reggio Calabria [1998].
Centocinquanta
miliardi di appalto finiti alla ditta “Ferrocemento”, che a sua volta ha
subappaltato forniture a personaggi come Giancarlo Liberati, imprenditore
reggino indagato nell’oparazione “Porto” di cui si parla nel paragrafo
successivo. Accusa: concorso esterno in associazione mafiosa col gruppo
Piromalli – Molè. Altri tronconi dei lavori sono finiti alla EdilMil ed
all’Impegilo, che hanno ancora affidato subappalti allo stesso Liberati, che
sarebbe stato anche mediatore tra i membri della cosca Rosmini e i tecnici
dell’Edilmil, garante di un accordo per una tangente del 5% sull’importo totale
dei lavori.
Porto di Gioia
Tauro [1998 - 2000].
Il fiore
all’occhiello dell’economia calabrese, ma anche l’unico polo economico di
rilievo, è cresciuto ed è stato gestito sotto l’egida dei Piromalli,
controllori storici della Piana e dei dintorni.
“Abbiamo il passato,
il presente e il futuro”, dicevano teatralmente gli uomini del clan ai
dirigenti della Medcenter-Contship, la società che ha inventato lo scalo
marittimo calabrese facendolo diventare in breve tempo il più grande del
Mediterraneo, con tremila navi all'anno in banchina e due milioni di containers
movimentati.
All’inizio del 1999
una inchiesta della Criminalpol provava che le società di comodo dei “casati”
mafiosi della Piana di Gioia Tauro in contatto con la politica, l'economia e le
istituzioni, riuscivano a monopolizzare servizi, forniture e manodopera, a
godere di agevolazioni finanziarie e sovvenzioni comunitarie. Erano i clan a
incassare il pizzo e, addirittura, a rifornire d'acqua potabile le navi in partenza. Era la mafia a
gestire gli approdi, a regolare l'accesso al porto, a controllare le manovre
delle grandi portacontainers.
In che modo ?
Condizionando le scelte della pubblica amministrazione, godendo di coperture
politiche e fruendo quantomeno delle “disattenzioni” della Medcenter. Due anni
di indagini concluse con con 23 arresti, otto ricercati, i più bei nomi della
'ndrangheta di Gioia Tauro, di Rosarno e della Piana, dai Piromalli, ai Pesce e
ai Bellocco, presi con le mani sporche assieme ai loro "uomini di
paglia". Tra essi nomi importanti dell'imprenditoria, secondo i magistrati
inquirenti "asserviti" al clan Piromalli-Molè, come Sebastiano Zappia
e Giancarlo Liberati.
Quest'ultimo è
amministratore della Edilmil, impresa che ha lavorato alla costruzione della
Scuola allievi carabinieri di Reggio.
I due, annota il Gip,
avevano messo a disposizione di Girolamo Molè, "le loro capacità tecniche
e imprenditoriali, i loro rapporti e contatti con il mondo politico, economico
e istituzionale". Agivano insomma da “intestatari fittizi” e hanno fatto
in modo di far partecipare il gruppo criminale ai lavori che l'impresa Todini
si era aggiudicata nell'area portuale. Liberati, inoltre, secondo l'accusa, si
era adoperato per stabilire rapporti tra il clan, il deputato di Forza Italia
Amedeo Matacena, già rinviato a giudizio per associazione mafiosa, e la società
Sogesca.
Secondo i magistrati
della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria la retata, tagliando
le gambe alle imprese mafiose monopolistiche (Mariba, Babele...) che hanno
scacciato aziende concorrenti, aiuta a ristabilire la libera concorrenza.
"Pensavamo che l'arrivo di imprese
di livello internazionale, come la Contship, servisse a respingere naturalmente
gli appetiti mafiosi", spiega il procuratore aggiunto antimafia, Salvatore
Boemi, "invece abbiamo capito che i clan di Gioia Tauro, una vera
borghesia mafiosa, non hanno trascurato un bel niente di fronte alle
opportunità offerte dal porto".
L'avevano battezzata "Ultima"
questa inchiesta. Ma ultima non sarà. "La storia della 'ndrangheta è
questa", dice Mario Blasco, il capo della Criminalpol calabrese,
"rilancia proprio quando subisce i colpi più duri". Così, mentre la
Medcenter si è blindata contro incursioni 'ndranghetiste e gli investigatori si
affidano a sistemi satellitari per il controllo dei containers sbarcati, la
polizia ha "sistemato" nell'area portuale ben 150 agenti: "Ci
sarà ancora da lavorare", afferma il questore Franco Malvano.
Incominciando dalle coperture politiche che s'intravedono nel troncone
dell'indagine in cui, come testimoni, sono stati sentiti Romano Prodi, il
ministro Vincenzo Visco, l'ex sottosegretario ai Trasporti Giuseppe Soriero
("Il disegno mafioso che avevo denunciato alla Camera non è
passato"), il deputato del Ppi Armando Veneto, per anni sindaco di Palmi,
per tre governi – D’Alema II, Prodi, Amato -
sottosegretario alle finanze.
Il clan Piromalli
imponeva un pizzo di un dollaro a container. In un anno da Gioia Tauro ne
transitano circa due milioni. Ma da Gioia passano tabacco di contrabbando e
soprattutto stupefacenti.
Il 3 settembre del
1999 la guardia di Finanza sequestrava nel porto di Gioia Tauro 1450 chili di
cocaina purissima, quasi una tonnellata e mezza di droga per un valore
commerciale di 360 miliardi.
In totale 1203 pani,
uno dei più grandi sequestri mai effettuati in Europa grazie alla
collaborazione di diverse polizie del continente.
Il carico consisteva
in cocaina surgelata all’interno di fusti di frutta tropicale predisposti da
una società colombiana di import export legata ai cartelli di Medellin. Faceva
tappa a Gioia Tauro in un complicato itinerario: dalla Colombia al Guatemala,
quindi in Italia, poi in Grecia, a Salonicco, di nuovo in Italia a Trieste e
quindi a Vienna. Nella capitale austriaca è avvenuto il blitz con nove arresti:
tre olandesi, tra cui Robert Van De Bleek, uno dei più noti esponenti del
narcotraffico europeo, due slovacchi, un macedone, un cittadino austriaco e uno
greco.
Quando il carico è
arrivato in un container al porto di Gioia Tauro, ufficialmente diretto in
Macedonia, i finanzieri hanno deciso di intervenire.
“C'era una
segnalazione ben precisa e una opportunità da non perdere", ha
dichiarato il procuratore della
Repubblica di Palmi Elio Costa, che lamentava la mancanza di un sistema di
controllo video che con 35 miliardi consentirebbe di passare ai raggi X i due
milioni e mezzo di container in transito nel porto ed eviterebbe tra l’altro,
come è già stato accertato, evasioni per 55 miliardi per l'ingresso di tabacchi
di contrabbando.
Sicilia.
I lavori per la
costruzione del secondo lotto del nuovo ospedale Garibaldi avrebbero dovuto
essere assegnati con la gara d’appalto conclusa nel settembre del 1997. Vinse
la “Fratelli Costanzo”, ma l’appalto venne revocato per eccesso di ribasso. Fu
quindi avviata la revisione della gara: la “Costruzioni Generali CGP” di Giulio
Romagnoli si ritrovò prima e vinse.
Questa la vicenda ufficiale.
In realtà, Romagnoli avrebbe vinto grazie ad un accordo a tre con politici e
mafiosi. Pippo Intelisano, reggente del clan Santapaola, avrebbe garantito
l’appalto in cambio di lavori assegnati in subappalto e di una quota in denaro,
che comprendeva il servizio di protezione al cantiere.
Le accuse, dunque,
vanno dal concorso esterno in associazione mafiosa fino alla corruzione. Una
tangente da duecento milioni sarebbe stata versata all’ingegnere Franco
Mazzone, presidente della commissione che ha assegnato l’appalto.
L’accusa di turbativa
d’asta, infine, è dovuta all’irregolare sostituzione dell’offerta originaria.
Romagnoli, cioè, vinse la gara cambiando le carte in tavola ed abbassando
l’offerta. Giuseppe Mirenna, titolare di una delle ditte sconfitte nella gara,
spiega che Romagnoli si sarebbe incontrato con Pino Firrarello - deputato dell'Udr e membro della
Commissione nazionale antimafia - in un albergo romano. In questo luogo sarebbe
nato l’accordo per l'appalto.
Veniamo adesso al
primo lotto, assegnato nel 1994 nell’ambito del sistema Nicolosi-Siino. Michele
Cavallini, responsabile della cooperativa “Iter Ravennate” avrebbe versato a
Rino Nicolosi 80 milioni di tangente: si sarebbe trattato di un accordo in
ottemperanza alla regola del 2,5 % del valore delle opere. In 3 anni, l’importo
dell’appalto fu gonfiato dai 63 miliardi iniziali fino a 120.
In una precedente
inchiesta erano stati coinvolti l’imprenditore agrigentino Filippo Salamone,
l’economista ex Pci Elio Rossitto, consulente di Nicolosi, e lo stesso
Cavallini.
Tra le accuse, anche
quella di aver falsamente certificato lo stato di avanzamento dei lavori. A
volte intonaci e piastrelle erano presenti sulla carta ma inesistenti nella
realtà. Alcune aree del primo lotto erano state dichiarate pronte ma di fatto
sono ancora inagibili. Secondo Nicolosi, “l'ingresso delle cooperative rosse
avvenne senza traumi perché le stesse avevano accettato il metodo” e, dunque,
partecipavano alla spartizione.
Salvatore
Gennaro - detto Turi Innaro - è titolare
della ditta “Emt”, cui la Iter Ravennate affidò alcuni subappalti per
operazioni di sbancamento (del resto, la “Emt” figura anche nella lista dei
subappaltatori di Romagnoli). Gennaro è ritenuto il mediatore tra i mafiosi e
le imprese aggiudicatrici dell'appalto. “Le indagini su Gennaro, iniziate a
partire dal 1987, hanno consentito di appurare l’esistenza di una fitta rete di
rapporti tra lo stesso ed alcuni noti esponenti dell’organizzazione capeggiata
da Benedetto Santapaola”, affermano i giudici della DDA nel loro rapporto su
Sigonella.
La storia di Gennaro
sembra paradigmatica: da vittima di estorsioni a imprenditore complice, che
condivide i fini dell’organizzazione e ne ricava cospicui vantaggi.
Progettato in vista
delle Universiadi, lo Stadio di baseball di Palermo è risultato gestito in base
al collaudato “metodo Siino”: accordo mafia-imprenditori e tangenti per tutti.
E’ stato costruito dal consorzio formato da Romagnoli di Milano (indagati anche
a Catania per il Garibaldi ed a Siracusa per gare sospette) ed i Mollica della
provincia di Messina.
Stesso discorso a
Catania: il Tavoliere, un edificio di edilizia per studenti rimasto incompleto
per anni era stato previsto come struttura residenziale per gli atleti, in
attesa della destinazione definitiva.
Ideato a metà degli
anni ’70, era stato affidato allo IACP (Istituto autonomo case popolari) per la
progettazione ed alla Regione Sicilia per il finanziamento. Subito arrivarono
difficoltà nel reperimento fondi, e la progettazione slittò. I soldi – 67
miliardi di lire – arrivano soltanto nel 1993.
Contemporaneamente,
l’Istituto veniva commissariato dalla Regione, che affidava l’incarico al
proprio dipendente Alessandro Tusa, di area PDS-CGIL. L’ingegnere Tusa era
dirigente superiore presso l’assessorato ai Lavori pubblici ed aveva una grande
esperienza come collaudatore di opere pubbliche. Nel 1995, Tusa presentava al pubblico
il “Tavoliere”, assicurando che sarebbe stata completato prima del ’97, anno
delle Universiadi. In questo modo, gli alloggi sarebbero stati proficuamente
utilizzati (anni dopo, a gare abbondantemente concluse, risultava incompleto).
Ad agosto ’97 si
bandisce finalmente il nuovo appalto. Vince la Co.Ge.Co di Vincenzo Randazzo,
un imprenditore nativo di Grotte (Agrigento). La CGP di Romagnoli ricorre al
Tar.
Si ripropone così lo
scontro tra le due imprese già in lotta per l’appalto del Garibaldi e per gli
alloggi popolari di Librino. Sappiamo oggi che lo scontro reale riguardava
l’ala moderata e quella stragista di Cosa Nostra, rispettivamente rappresentate
da Bernando Provenzano e Vito Vitale.
In particolare,
secondo l’ipotesi della Procura di Palermo, l’iniziale vittoria della Co.Ge.Co è stata determinata
dalla volontà dei corleonesi ed in particolare di Angelo Siino. Provenzano ed i
suoi referenti catanesi sostenevano al contrario Romagnoli. Si arriva così al paradossale
risultato per cui lo scontro non è tra imprese “pulite” e ditte mafiose, come
spesso avvenuto in passato, ma tra le due ali di Cosa Nostra !
Anche altri due
appalti catanesi delle Universiadi, la Piscina di Nesima ed il Palasport di
Corso Indipendenza sono stati ottenuti dalla Romagnoli e tutto lascia
presupporre che abbia funzionato lo stesso meccanismo degli altri appalti. In
altre parole, nonostante l’isolameto del 41 bis, era Nitto Santapaola
attraverso i suoi uomini a decidere gli appalti di una manifestazione che nei
discorsi ufficiali avrebbe “mostrato al mondo il vero volto della Sicilia”.
A marzo del 1999 gli
abitanti di Messina e Palermo apprendevano che il “sogno” di un accettabile
collegamento autostradale tra le due città subiva un ennesimo stop: chiuso per
mafia, ancora una volta. Veniva revocato l’appalto da 89 miliardi
all’associazione temporanea d’imprese “TE.DI.G” che operava nel tratto tra
Caronia e Santo Stefano. Motivazione: un’informativa della prefettura di
Agrigento che individuava “fondati elementi di infiltrazione mafiosa”
nell’impresa “Tecnofin” già di proprietà di Filippo Salamone.
Le conseguenze: 300
operai a spasso, lavori sospesi, appalto da rifare e A20 che da una ventina
d’anni attende di essere completata.
Ma anche le opere
viarie non sono sfuggite al controllo del blocco sociale composto da
imprenditori complici e crimine organizzato. Nel settembre del 2001 il
Tribunale di Palermo e la Guardia di Finanza sequestrava beni mafiosi per ventitré miliardi a Nello Vadalà e Santo
Schimmenti, accusati di aver partecipato alla spartizione delle gare di appalto
bandite dall'Anas dall'88 al ‘98. Il patrimonio sequestrato per ordine del
tribunale di Palermo consisteva in società e beni mobili e immobili delle ditte
edili dei due costruttori.
Luogo di nascita:
Parma
Data di nascita: 19
luglio 1939
Incarico: Ministro
per le Infrastrutture e i Trasporti
Nato a Parma il 19
Luglio 1939. Laureato in Ingegneria civile trasporti all'Università di Padova
nel 1966.
In ambito
professionale, la sua attività inizia nel 1967 con l'Impresa COGEFAR S.p.A.,
nella quale dal 1972, come responsabile dell'ufficio Geotecnico e Geomeccanico,
segue la progettazione e la realizzazione di importanti opere in Italia ed
all'estero. Tra esse, diverse dighe (in Camerun, in Guatemala, in Kenia, ecc.
e, in Italia, a Ridracoli), gallerie e stazioni sotterranee per metropolitane (Singapore,
Atene, Lione), grandi trafori (Gran Sasso e Frejus).
All'inizio degli anni
'80 intraprende la libera professione e fonda la ROCKSOIL S.p.A, distinguendosi
per l'impegno profuso nello studio di soluzioni innovative, soprattutto nel
campo del tunnelling e delle grandi opere in sotterraneo, che trovano larga
diffusione anche al di fuori dei confini nazionali.
Nel 1982 risolve
brillantemente, utilizzando schemi progettuali innovativi, i problemi di
ripristino delle fondazioni del ponte ferroviario sul fiume Taro, parzialmente
crollato nel mese di Novembre a seguito di un'eccezionale piena. Il ponte venne
ripristinato in tempi eccezionalmente brevi e il traffico tra il nord e il sud
d'Italia riaperto addirittura prima delle ferie natalizie.
Nel 1987 acquisisce
definitiva notorietà per la riuscita gestione dell'esperimento della
tracimazione del lago formatesi nella Val Pola durante l'emergenza Valtellina.
Da allora è investito di numerosi incarichi pubblici e governativi. Fa parte
della Commissione d'inchiesta sul tragico incendio che nel marzo 1999 portò
alla chiusura del Traforo del Monte Bianco, di cui ha redatto il progetto di
ripristino.
È Presidente della
Società Italiana Gallerie ed ideatore e Presidente di "Progetto Quarta
Dimensione", nato nell'intento di sensibilizzare l'opinione pubblica sulla
necessità di utilizzare sistematicamente il sottosuolo, concepito come
"quarta dimensione" e come riserva potenziale di nuovi spazi fino ad
oggi pressoché inutilizzati.
INCARICHI
MINISTERIALI
Consigliere del
Presidente del Consiglio della Repubblica Italiana per i problemi della difesa
e conservazione del territorio in relazione alle grandi infrastrutture
(1987-88).
Membro permanente
della Commissione Grandi Rischi del Ministero per la Protezione Civile (1984-95).
Membro del Comitato
Nazionale per la difesa del suolo (Ministero LL. PP.) (1991-94).
Membro del Comitato
Tecnico Consultivo del Capo dell'Ufficio Opere Pubbliche di Emergenza.
Membro esperto (Art.
7) II e IV Sezione del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici dal 1987.
INCARICHI PUBBLICI
Presidente della
Commissione tecnico-scientifica della Regione Lombardia per la ricostruzione e
la riconversione della Valtellina e delle zone della Lombardia colpite dalle
calamità idrogeologiche del luglio 1987.
Vice-presidente della
"Commissione Valtellina" del Ministero per il Coordinamento della
Protezione Civile.
Consulente
dell'I.N.F.N. (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare) per il Progetto Gran
Sasso.
Membro della
"Commissione di esperti" costituita dalla Traforo del Monte Bianco
S.p.A. a seguito del tragico incendio del 24 marzo 1999
Membro della
commissione tecnico-scientifica mista italo/francese nominata,a seguito seguito
del tragico incendio del 24 marzo 1999, dal Comitato Comune di Amministrazione
delle Concessionarie del Traforo del Monte Bianco.
ATTIVITÀ DIDATTICA
Docente
all'Università di Padova
Negli anni accademici
1972 - 1973 e 1973 -1974 , nel "corso di geotecnica" tenuto dal Prof.
Colombo, ha collaborato in qualità di esercitatore per i temi riguardanti la
meccanica delle rocce.
Docente
all'Università di Firenze
Docente di
"Consolidamento del suolo e delle rocce" presso la Facoltà di
Ingegneria dal 1974 al 1989.
Primo relatore della
Tesi di laurea "Direttissima Roma-Firenze: studio per l'attraversamento in
sotterraneo della città di Firenze" a cui è stato attribuito il
"Premio Pontello" per la migliore laurea in ingegneria civile
1977-1978.
Docente
all'Università di Parma
Docente di
"Difesa e conservazione del suolo" presso la Facoltà di Ingegneria
dal 1989 al 1994.
Fonti:
www.palazzochigi.it, la Repubblica, quotidiani locali.
