Guerra: una lettura di genere
Non vogliamo più che la vita continui a sfuggirci di mano ogni istante; questa vita che partoriamo con dolore e amore, che intessiamo e costruiamo con coraggio e fatica, in un affanno permanente di dare vita alla vita. Non vogliamo continuare a veder cadere i nostri figli e le nostre figlie per mano dell’orrore di una guerra che costa sempre più vite alla nostra regione e al paese intero... Ieri, oggi, domani, la nostra scommessa è per la vita, nonostante la dura realtà!
(“Organización Femenina Popular” – Barrancabermeja)
1. Donne e bambine vittime della violenza socio-politica
Decine di rapporti vengono prodotti ogni anno sulla situazione dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario in Colombia; ciascuno contiene al massimo un paragrafo sulle donne. Mai si è giunti, finora, a realizzare una vera e propria analisi sull’impatto di genere di una guerra che, come la distribuzione delle risorse, la partecipazione politica, la cultura, non è neutra né equa. Donne e bambine subiscono gli effetti diretti e indiretti del conflitto non solo in quanto abitanti dei territori contesi, ma anche perché donne: per i loro legami affettivi, per la scelta di un impegno socio-politico che va oltre la rappresentazione di moglie/madre. Qui come altrove, i loro corpi diventano “campo di battaglia”.
Dal dibattito sull’argomento, che ha attraversato in particolare il movimento delle donne, è scaturita poco più di un anno fa la conformazione della Mesa de trabajo: Mujer y conflicto armado, coordinamento nazionale formato da organizzazioni della società civile, singoli intellettuali ed entità internazionali, con obiettivi di monitoraggio, ricerca e denuncia.
Nel mese di aprile del 2001 la Mesa[1] elabora il suo primo rapporto e nel novembre dello stesso anno, in occasione della visita della Relatrice speciale sulla violenza contro la donna delle Nazioni Unite, consegna alla missione internazionale e rende pubblico il “II Stato di avanzamento del rapporto sulla violenza sociopolitica contro donne e bambine”. Dalla consegna di questo rapporto, la Mesa ha continuato a lavorare nella raccolta dell’informazione, mediante la revisione di fonti secondarie e la raccolta di fonti primarie.
<<Non è stato compito facile – si legge nel rapporto – perché, in generale, i concetti e le statistiche hanno come parametro dei diritti umani il soggetto maschile. …Oltretutto, paura e mancanza di fiducia nelle istituzioni di giustizia, dovute anche agli elevati livelli di impunità, impediscono alle vittime di denunciare i fatti. A questo si aggiunge che l’informazione disponibile si trova dispersa nelle mani di diverse ONG e uffici dello Stato e tuttora iniziano solo a coordinarsi gli sforzi per radunare e sistematizzare l’informazione>>.
Secondo i dati presentati, nel periodo compreso tra ottobre del 2000 e marzo del 2001, circa due donne sono morte ogni giorno a causa della violenza socio-politica, una ogni 10 giorni è stata vittima di sparizione forzata, una ogni 17 di omicidio contro persona socialmente emarginata, una ogni 25 è morta in combattimento. Rispetto al periodo compreso tra ottobre del 1999 e settembre del 2000, emerge un preoccupante incremento delle vittime di sparizione forzata, del numero di omicidi contro persone socialmente emarginate e di minori uccise.
Le sparizioni forzate sono passate da una ogni 14 giorni a una ogni 10 giorni; gli atti di limpieza social da uno ogni 50 giorni, a uno ogni 17. Le minori uccise sono passate dalle 15 dell’anno ottobre ’99-settembre 2000 alle 13 del semestre successivo.
Durante il periodo compreso tra ottobre del 1996 e settembre del 1999, si è prodotto un incremento di oltre il 300% nel numero di donne vittime del sequestro (272 in totale) mentre è diminuito il numero di donne morte in combattimento (da una ogni 7 giorni a una ogni 25).
Tabella 1: Donne uccise durante massacri (1999)
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Totale generale |
403 |
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Totale donne |
138 |
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Donne maggiori di 18 anni |
125 |
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Donne minori di 18 anni |
10 |
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Donne incinte |
1 |
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Donne indigene |
2 |
Fonte: Defesoría del Pueblo
Per quanto gli uomini rimangano le principali vittime delle violazioni del diritto alla vita, la violenza contro le donne e in particolare la violenza sessuale da parte degli attori armati è diventata ormai una pratica abituale. Le donne colombiane vengono assassinate, desplazadas o minacciate perché fidanzate, compagne, spose, sorelle, figlie del “nemico” o perché accusate di esserne informanti. Sono vittime indirette, attraverso l’assassinio di mariti, figli, genitori; vengono violentate durante assalti e massacri. Tra le violazioni registrate, la detenzione o il sequestro temporaneo da parte degli gruppi armati, con il fine di sottoporle ad abuso sessuale o di obbligarle a lavoro domestico senza controprestazione.
Una mattina sono arrivati i paramilitari a Mapiripán (...), noi pensavamo che erano militari. Sono rimasti tutto il giorno nel villaggio (...). Sono entrati con la forza nelle nostre case, ci hanno obbligati a cucinare e a lavare i loro vestiti. Hanno messo le mani sulle donne, dicendo frasi oscene; molte le hanno violentavano e mentre agivano in questo modo si facevano delle grandi risate. [Testimonianza riportata dalla Mesa; N.d.A.]
Il fenomeno non è sconosciuto nemmeno nelle aree urbane. Angela, una giovane prostituta della città di Medellín, racconta che una sera si sono presentati nel bar dove lavorava tre uomini, proponendo ad una sua amica di andare con loro “per un lavoretto”. Lei ha accettato ed è andato via in macchina con loro. Dopo aver cambiato macchina in un garage, i tre si sono diretti fuori città, verso una villa isolata. Appena arrivati, l’hanno portata in una stanza dove c’era una montagna di roba sporca e le hanno detto che sarebbe uscita di lì solo quando avesse finito di lavare tutto. Vi è rimasta per tre giorni e tre notti; dopo l’hanno riportata in città, con un compenso di 100 mila Pesos. La ragazza ha passato tre giorni con il timore costante di essere ammazzata.
La violenza sessuale contro donne, adolescenti e bambine da parte dei gruppi armati è una realtà gravissima, per quanto non sia sufficientemente denunciata dall’informazione ufficiale. Può essere consumata durante le azioni militari oppure utilizzata come strumento di minaccia durante le incursioni ai villaggi.
I paramilitari delle AUC sono entrati a San Miguel del Tigre, Municipio di Yondó (Antioquia), il 7 dicembre del 2000. Hanno ucciso una persona, ne hanno portato via un’altra e hanno violentato una donna. [Testimonianza riportata nella rivista Noche y Niebla, N.18, ottobre- dicembre 2000, Bogotá; N.d.A.]
Io me ne sono venuta da Yurayaco (Caquetá) perché un giorno un gruppo di paramilitari alle 11 di mattina, mentre mi trovavo con i miei figli ed ero incinta mi hanno obbligata a mettermi a pancia in giù e mentre ero in quella posizione uno di loro ha abusato di mia figlia Deisi di 6 anni, introducendole un dito nella vagina. [Testimonianza riportata dalla Mesa; N.d.A.]
Tuttavia, le statistiche ufficiali non contengono la distribuzione per sesso delle uccisioni e, quando viene rilevata la morte di una donna, non si effettuano gli accertamenti necessari a determinare se è stata violata. Oltretutto, quelle che sopravvivono all’aggressione e alla violenza difficilmente denunciano, a volte anche per paura di ritorsioni.
A fine anno andavo con altre cinque ragazze a casa di una zia, quando si è fermata accanto a noi una camionetta e gli uomini che si trovavano all’interno ci hanno obbligato a salire. All’uscita dal villaggio ci hanno portato lontano dalla strada e ci hanno violentato. Credevo di morire, mi sembrava che mi stavo dissanguando e che quel corpo avrebbe mi avrebbe asfissiato. È durato molte ore, un’eternità. Sono stati i “para”. [Testimonianza riportata in: Fundación Si Mujer, Colciencias, BID, Embarazo por violación: la crisis múltiple, Cali, dicembre 2000, pg. 55; N.d.A.].
Gli autori della violenza hanno poi intimato alle donne di non raccontare nulla, minacciando di ucciderle o di fare del male ai membri delle loro famiglie; inoltre, hanno dato loro cinque giorni per lasciare il villaggio.
La Red Nacional de Mujeres de Cali’, insieme ad altre organizzazioni popolari ha iniziato a tenere un archivio con le informazioni sui casi di donne violentate dagli attori armati nel dipartimento. Secondo i primi dati elaborati, tutti i luoghi sono insicuri e a rischio di aggressione: la strada, il bus, il taxi ma primo di tutto la stessa casa. Nel febbraio di quest’anno a Cajibío (dipartimento del Cauca), tre donne della stessa famiglia, di quarantacinque, trentadue e quindici anni sono state ripetutamente violentate da un gruppo di uomini armati che ha fatto irruzione nella loro casa. Nell’aprile del 2000, un altro gruppo ha porta via dalla propria casa una donna di ventitre anni, l’ha tenuta prigioniera in una villa isolata per una settimana, violentandola ripetutamente; altre donne si trovavano in quella casa e sono state sottoposte a violenza. Nella strada Cali-Popayan, sette uomini ed una donna nel dicembre del 2000 hanno fermato un autobus, hanno separato gli uomini dalle donne e portato queste ultime su per la montagna per violentarle. [Testimonianze registrate durante l’incontro di donne contro la guerra, Barrancabermeja agosto 2001, cui ho partecipato; N.d.A.]
Gli attori armati aggrediscono, minacciano e offendono le donne perché sono solidali con il partner o perché difendono i figli e le figlie dal reclutamento forzoso. Secondo quanto riportato da un organo di stampa colombiano (rivista Cambio, 8 maggio 2000), per esempio, nella zona del Guaviare i paramilitari avrebbero violentato le mogli dei contadini che si erano arruolati nella guerriglia e, successivamente, si sarebbero vendicati anche coinvolgendo i loro figli minori nella prostituzione. L’articolo si basava su una lettera scritta da una prostituta alle autorità di Calamar (Guaviare), per denunciare il preoccupante ingresso di numerosi minori nel mercato del sesso..
Quando i paramilitari hanno portato via mio marito, sono andata da loro a chiedere che lo liberassero. Ero incinta e loro mi hanno messo il calcio dell’arma sulla pancia e mi hanno spinto via. Mi dicevano: <<è tornata di nuovo questa cagna figlia di puttana? Spariamole! Ma con che coraggio viene qui?>>. A mio marito poi lo hanno liberato, ma vivevamo sempre con l’angoscia. Per questa ragione ce ne siamo andati e ora siamo desplazados. [Testimonianza riportata dalla Mesa; N.d.A.]
Sono arrivati i Paramilitari nella fattoria bananera Agropecuaria Yerbazal (Urabá, Antioquia), hanno radunato tutti quelli che stavano lavorando e hanno chiesto chi fosse sindacalista. Dicevano che dovevano parlare con tutti i sindacalisti. Alle due del mattino è arrivato un nostro amico dicendo che mio marito era nella lista e che i paramilitari lo avrebbero ammazzato. Io non ho mai fatto parte di questo conflitto, ne sono solo stata vittima. Non ho mai partecipato a quella guerra. (…) Ho deciso di venirmene a Cartagena perché i paramilitari bussavano tutte le notti alla porta per vedere se mio marito era a casa. Così è iniziato il nostro mare di lacrime. Ma non me ne volevo andare, perché sapevo che qui avremmo sofferto tanto. [Testimonianza riportata dalla Mesa; N.d.A.]
Loro avevano detto che mia figlia, che ha 15 anni, era già in grado di entrare nel movimento. La invitavano alle riunioni per parlare della lotta armata e le dicevano di prepararsi. Di notte lei mi diceva che non voleva andare ma che aveva molta paura a contrariarli. Allora, abbiamo deciso che era meglio scappare di là, per evitare che finisse nella guerriglia. …Abbiamo lasciato tutto e ce ne siamo andate. [Testimonianza riportata in: Esta Guerra no es nuestra. Niños y desplazamiento forzado en Colombia, CODHES, UNICEF, Bogotá 2000, pag. 47; N.d.A.].
Spesso le donne sono le più esposte perché assumono il ruolo di denunciare o di mediare davanti alla sparizione o morte dei loro familiari.
Quando i paramilitari hanno rapito mio padre, loro hanno chiesto che fossi io, che ero la più giovane della famiglia, a fare la mediatrice – racconta Doris – È stato terribile! Avevo solo 17 anni, avevo paura di sbagliare e che per un mio errore lo potessero ammazzare. Poi mio padre è stato liberato, ma io non ho mai potuto superare tutta quell’angoscia. [Testimonianza da me raccolta, Medellín 2002; N.d.A.]
Quando gli attori armati pongono restrizioni alla libertà di movimento, solitamente le donne vengono incaricate di spostarsi per procurare i beni necessari alla sopravvivenza familiare, perché si crede che siano meno esposte al pericolo di esecuzioni extra giudiziarie o sparizioni forzate. Tuttavia, questo compito le fa andare incontro a maltrattamenti e ricatti.
I paramilitari avevano circondato il villaggio, io dissi loro che dovevo andare da mia madre che era molto malata. Mi dissero che per poter uscire dovevo consegnare uno dei figli o le chiavi di casa, come garanzia che sarei tornata. Ovviamente ho lasciato le chiavi, con la consapevolezza che avrei perso tutto. Quando hanno visto che non tornavo, mi hanno bruciato la casa. [Testimonianza riportata dalla Mesa; N.d.A.]
L’assenza di dati quantitativi sulle violazioni indicate impedisce di avere chiaro in quale misura ne siano responsabili i diversi attori armati. Tuttavia, vale la pena ricordare qui che i paramilitari in generale sono i principali responsabili di tutte le violazioni che si registrano in Colombia, in particolare dei massacri e dei blocchi alla libera circolazione di merci e persone. Una modalità di abuso a loro propria diventa sempre più il controllo sulla vita quotidiana delle comunità ed in particolare sul comportamento e i costumi dei giovani e delle giovani. Nelle zone sottoposte al loro controllo infatti, si proibisce l’uso del piercing, delle minigonne, dei pantaloni con vita bassa o magliette che lasciano vedere l’ombelico. La motivazione da loro addotte è che il modo di vestire delle ragazze è la causa principale della violenza sessuale. Nel municipio di El Santuario i paramilitari hanno bruciato la cintura a due ragazze perché portavano il piercing e una maglietta che mostrava l’ombelico (El Tiempo, 24 novembre 2001).
A Barrancabermeja, dopo che un tassista ha accusato due ragazze di avergli rubato il guadagno della giornata, le AUC hanno chiamato le ragazze a fornire spiegazioni. Esse hanno riconosciuto di aver sottratto il denaro all’uomo, ma dopo che questi aveva tentato di abusare sessualmente di una di loro. Come castigo, le hanno obbligate a pulire per varie ore le strade del proprio quartiere con un cartello sul petto e uno sulla schiena che indicava la loro colpa: <<Mi stanno punendo perché ho rubato>>. (El Tiempo, mercoledì 24 ottobre 2000)
Siamo state testimoni dello scherno pubblico cui sono state sottoposte dalle AUC nella regione del Sud de la Ceja (Antioquia), nel corregimiento di San José, due giovani e le loro madri, che avevano litigato per un uomo. Le donne sono state esposte al sole e alla pioggia per tutto un giorno con un cartello appeso davanti che diceva: <<Questo è il castigo imposto da chi d’ora innanzi stabilisce come si deve vivere. Per aver litigato per un uomo e per essere ruffiane e averlo permesso>>. [Testimonianza riportata in: Una mirada al conflicto armado colombiano desde la palabra, las acciones, las propuestas y los símbolos construidos por las mujeres, saggio inedito di Clara Inés Mazo López, Medellín 2001; N.d.A.]
I paramilitari (...) proibiscono alle giovani di usare gonne corte e quelle che disobbediscono vengono portate agli accampamenti, obbligate a cucinare e lavare la biancheria. [Testimonianza delle donne indigene del Cauca, riportata dalla Mesa; N.d.A.]
2. Donne e bambine desplazadas
Come in tutte le popolazioni “in fuga” del mondo, anche in Colombia il maggior numero di desplazado(a)s è costituito da donne e bambine (tra il 49% e il 58%) e si calcola che circa il 40% delle famiglie interessate dal fenomeno siano capeggiate da donne, con una media di 4 figli a carico. A queste, vanno aggiunti i nuclei in cui, nonostante la presenza di un uomo (marito, compagno, padre, suocero), effettivamente la donna è l’unica apportatrice di reddito. Il totale di donne, bambini e bambini si attesta in media intorno al 74%, ma raggiunge l’80% tra la popolazione desplazada insediata nei grossi centri urbani.
Al di là di queste informazioni quantitative, purtroppo si dispone di scarse informazioni disaggregate e non è stato studiato a fondo il diverso impatto di genere del fenomeno. Lo stesso numero di famiglie capeggiate da donne famiglia è sottostimato, dal momento che esse hanno maggiori timori rispetto agli uomini ad avvicinarsi alle autorità e dichiarare la loro presenza.
In uno studio recente realizzato a Bogotá – citato nel rapporto della Mesa – è emerso che le donne capo famiglia sono per un 40% vedove fuggite con i figli dopo la morte violente dei propri mariti mentre nel 18% dei casi sono state abbandonate dopo l’arrivo in città. Le donne che si spostano in forma dispersa – individuale o familiare, modalità dominante in Colombia – si trovano in una situazione di maggiore vulnerabilità rispetto alle donne che fuggono nell’ambito di un gruppo più o meno organizzato (come di solito accade in alcune regioni come il Magdalena Medio e l’Urabá).
Tabella 2: Donne desplazadas per la violenza (1999)
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Numero totale desplazados/as |
288.127 |
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Percentuale donne |
52% |
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Donne capofamiglia |
23% |
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Capofamiglia con sicurezza sociale |
79% |
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Età donne |
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15-19 |
2,8% |
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20-30 |
25,3% |
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31-40 |
41,5% |
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41-50 |
18,4% |
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51-60 |
6,9% |
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Più di 60 |
1% |
Fonte: CODHES
Le contadine “tradizionali” sono quelle che soffrono una perdita maggiore dell’identità sociale. Rispetto a quelle che hanno partecipato al processo di colonizzazione (le “non tradizionali”), hanno sempre vissuto in un mondo circoscritto, che si compone del contesto domestico e dei vicini. Per il fatto di non aver sperimentato prima la mobilità sociale e geografica, subiscono fratture più profonde.
Gli uomini, a causa della maggiore abitudine agli spostamenti e della maggiore esperienza sociale e politica, inizialmente reagiscono meglio alla rottura con il contesto rurale. Però nella fase di ricostruzione della vita familiare tutto si inverte. Le donne, infatti, riescono più facilmente a trovare inserimento nei lavori domestici e, nonostante i traumi, la povertà, la mancanza di spazi e tempi adatti a elaborare il dolore, si trovano di fronte alla possibilità di costruire percorsi di autonomia ed empowerment. Tuttavia, va detto che raramente riusciranno ad accedere a lavori che permettano di guadagnare più del salario minimo legale. L’ong Vamos Mujer calcola che tra le donne desplazadas a Medellín, nel 2000 buona parte di loro ha lavorato per meno della metà del minimo salariale e senza diritti a prestazioni sociali.
Sonia è una operatrice sociale e lavora con le donne desplazadas insediate nei quartieri marginali di Medellín; ne riporta la loro immensa capacità di reggere la famiglia negli accampamenti provvisori, mentre gli uomini, privati degli spazi di vita e di lavoro che ne caratterizzavano l’identità, non sono più punti di riferimento, si ubriacano e vivono le giornate in attesa del ritorno.
La loro capacità di resistenza alle avversità da cui sono state colpite si nota già poco dopo il loro arrivo in città: nel piccolo pezzetto di terra che si riescono a conquistare, cercano immediatamente di riprodurre l’orto della propria casa in campagna. È una necessità di sopravvivenza, perché lo stato distribuisce aiuti alimentari solo i primi tre mesi. Ma non solo: è anche un atto di forza impressionante. Intanto gli uomini, privati degli spazi di vita che ne caratterizzavano l’identità, si ubriacano e vivono alla giornata, in attesa del ritorno.
Per gli uomini, l’impatto si concretizza nella disoccupazione, situazione che li spoglia del ruolo di principale apportatore di reddito. Lo sradicamento dalla terra e da una vita strutturata secondo i valori tradizionali, che definiva la loro identità, provoca una lacerazione dell’universo simbolico che spinge gli uomini verso condotte aggressive o addirittura violente.
Mio marito non mi aveva mai picchiato prima di arrivare qui. Anche noi mamme ci disperiamo a vedere la difficoltà di tutto e reagiamo picchiando i ragazzi. [Testimonianza riportata dalla Mesa; N.d.A.]
Qui ci tocca soffrire la fame, la mancanza di soldi genera litigi in casa, i figli diventano aggressivi, viviamo in spazi molto piccoli. [Testimonianza riportata dalla Mesa; N.d.A.]
Le vittime provenienti da zone rurali sono quelle che hanno più figli; attualmente, la media di figli per donne in età compresa tra i 40 e i 49 anni è di 5.3. (Secondo i dati dell’Inchiesta Nazionale di Demografia e Salute, realizzata da Profamilia nel 2000, il tasso di fecondità urbana sarebbe del 2.3% e quello rurale del 3.8%)
Negli studi di caso sulla sicurezza alimentare realizzati dal Piano mondiale dell’alimentazione (PAM), da CODHES e Swiss Aid (maggio 2001), si evidenzia l’esistenza di gravi situazioni di denutrizione, la perdita del consumo chilo-calorico e un deterioramento della qualità della dieta. Lo studio ha stimato una media di consumo di 1.755 calorie/giorno per le famiglie con una donna come capofamiglia e nel caso delle famiglie insediate in aree urbane di 1.694 calorie/giorno, dato che le situa al di sotto della media di 2.100 calorie/giorno raccomandata per la pianificazione dell’assistenza alimentare in situazioni di emergenza.
L’insufficienza alimentare è ancora più grave tra i dal quarto mese posteriore al desplazamiento[2], a causa della sospensione dell’assistenza umanitaria, dei costi dell’acqua, del combustibile e degli alimenti. Solo dopo il secondo anno si raggiunge la stabilizzazione socioeconomica.
I servizi di salute rivoli alle donne desplazadas tendono a concentrarsi sui bisogni riproduttivi e tralasciano le necessità di attenzione psicosociale. Oltretutto, in molti casi le stesse preferiscono dare priorità ai figli o al marito per le visite o l’acquisto di medicine. Non ci sono interventi adeguati nemmeno rispetto all’incremento delle malattie a trasmissione sessuale, che si incremento a causa dell’affollamento negli alloggi provvisori, delle difficili condizioni igieniche e dell’abuso sessuale. Anche per i bambini non si prevedono interventi con approccio psico-sociale, né si considera l’istruzione come una priorità nell’assistenza umanitaria di emergenza. Nella popolazione desplazada si riscontrano i più bassi tassi di scolarizzazione e la situazione più grave riguarda le bambine, responsabili, di fronte alla mancanza di rete di appoggio e alla inaccessibilità dei servizi di cura, dei fratelli più piccoli e della casa quando i genitori sono al lavoro.
È frequente l’analfabetismo funzionale nelle donne adulte ma non esistono programmi di alfabetizzazione orientati all’adattamento al contesto urbano.
La consegna di aiuti alimentari di emergenza nei primi mesi è generalmente la necessità meglio soddisfatta, soprattutto nei casi di spostamenti di massa. Tuttavia, tranne alcune eccezioni, il tipo di beni che si distribuiscono è standard, non prende in considerazione le differenze di età, sesso, regione o cultura e si concentra quasi esclusivamente sull’aiuto alimentare. Molte volte, lentezze e disorganizzazione nei programmi di assistenza sono di ostacolo ad una reale partecipazione delle donne, già sovraccaricate di molteplici responsabilità.
Guardi, quando io andavo alla Croce Rossa mi dicevano sempre: <<venga domani>>. E in questo modo mi facevano andare tutta la settimana e lei capisce, ogni giorno che perdo e che non lavoro, quel giorno i miei figli non hanno di che mangiare. [Testimonianza riportata dalla Mesa; N.d.A.]
Oltretutto, dopo l’emergenza sono scarsi i programmi che appoggino nella ricerca di soluzioni a medio e lungo periodo. Nonostante l’assenza nella maggior parte dei casi di possibilità di ritorno e “ricollocazione”, molti progetti di stabilizzazione socio-economica tendono a sostenere il ritorno al luogo d’origine ed esistono pochissime iniziative con l’obiettivo dell’integrazione nei contesti urbani d’arrivo. I funzionari municipali, infatti, considerano che avviare seri programmi di attenzione può funzionare da meccanismo di attrazione per nuove ondate di arrivi.
Le contadine non riescono ad accedere facilmente né alla documentazione personale né agli atti del registro, ragion per cui hanno maggiori difficoltà ad ottenere la proprietà della terra, il credito, la casa e i servizi di educazione e salute. Questo problema è ancora più acuto nel caso delle donne indigene e afro-discendenti. L’abbandono familiare e il non riconoscimento della paternità è un altro problema che abitualmente si pone per il registro dei figli e il diritto al nome e all’eredità.
Nei pochi casi di ritorno avvenuto con successo, non sono stati adeguatamente assicurati i diritti di accesso alla terra delle donne. Nel caso delle Comunità di Pace indigene e afro dell’Atrato, della regione dell’Urabá e del Cacarica (Chocó) il diritto allo sfruttamento collettivo della terra è stato registrato solo a nome dell’uomo, lasciando la donna e i figli in una situazione di assoluta precarietà in caso di abbandono dell’uomo o separazione della coppia.
Nei documenti di politica e programmazione della RSS (Rete di solidarietà sociale), si pone enfasi sulla necessità che i programmi si costruiscano con un enfoque poblacional, intesto come prospettiva ritagliata sulle specificità di ciascun gruppo, coerentemente con l’eterogeneità, culturale, sociale ed etnica della popolazione. Di fatto, però, in nessun punto si prende espressamente in considerazione né il concetto di genere né quello di etnia; e nell’elaborazione dei progetti si da priorità alla famiglia come unità di riferimento, il che per le donne si traduce in ostacoli all’accesso in forma autonoma ai pochi servizi predisposti.
Un cenno infine alle colombiane rifugiate e/o sollecitanti rifugio nella regione andina e Panamá. Costituiscono, assieme ai bambini e alle bambine, approssimativamente il 65% della popolazione che fugge oltre le frontiere. Sulla loro vulnerabilità incide sempre più l’irrigidimento delle politiche di sicurezza nazionale dei paesi vicini e le misure che restringono il riconoscimento dello status di rifugiato/a.
3. Nelle file degli attori armati
Il rafforzamento della strategia militare genera l’esigenza di incrementare il numero dei combattenti a disposizione, tanto nelle guerriglie quanto nei gruppi paramilitari. Nella logica dell’escalation progressiva – e a qualunque costo – bambini e bambine delle aree rurali o urbane economicamente depresse si convertono in facile bersaglio del reclutamento[3]. L’UNICEF stima che circa 6000 minori, in maggioranza tra i 14 e 18 anni, siano oggi vincolati ai gruppi armati illegali; molti di loro appartengono a “comunità in fuga”. A questi si devono aggiungere i minori reclutati a forza dalle pandillas dei barrios populares delle grandi città[4].
Bambini, bambine e adolescenti fanno ingresso nei gruppi armati volontariamente o in maniera forzata, anche se il confine tra la libera scelta e la costrizione non è sempre scontato. Spesso all’origine della decisione si collocano le difficili situazioni di vita: povertà, violenza intrafamiliare, esclusione, disgregazione sociale e familiare, insufficienza e bassa qualità dei servizi di educazione e salute, mancanza di prospettive occupazionali. Per le donne, la causa può essere la ricerca di alternative ad una situazione di discriminazione in famiglia, agli eccessivi compiti domestici, alla mancanza di riconoscimento.
I racconti riportati dalle giovani che escono dai gruppi armati sono una fonte significativa per la ricostruzione delle motivazioni. Quanto, invece, alle condizioni di vita cui sono sottoposte una volta fatta la scelta di arruolarsi, purtroppo non si dispone di informazioni approfondite. Le poche a disposizione riguardano soprattutto le guerriglie, ove le donne rappresentano il 40%, mentre nei gruppi paramilitari sono solo un’esigua minoranza.
Human Rights Watch (rapporto 2001, cap. VIII, Niños soldados, citato nel rapporto della Mesa) ha intervistato una ragazza di 13 anni, Carmen, che viveva in casa di sua cugina quando i membri delle FARC-EP (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia - Ejército Popular) la reclutarono. Le dissero che avrebbe avuto una vita migliore se si fosse arruolata. La sua famiglia era instabile e la relazione con la madre negativa. Carmen decide di unirsi a loro. A Human Rights Watch racconterà che, tra i 130 membri della sua unità, circa 14 erano minori di 15 anni e almeno la metà minori di 18. Quando le chiedono di raccontare la sua infanzia, la ragazza afferma:
Mia madre se ne andava a lavorare, o meglio se ne andava a “vendere ananas” e a volte non riusciva a tornare a casa di sera e rimaneva fuori; allora restavamo con mio padre. Lui si alzava di notte e veniva a molestare mia sorella. Lei a volte cercava di gridare ma lui le tappava la bocca. Un giorno, quando avevo dieci anni, li ho scoperti. Durante la ricreazione a scuola sono tornata a casa di nascosto e ho trovato mio padre che stava abusando di lei. Quando si è accorto che lo avevo visto mi ha offerto 500 Pesos per non dire niente a mia madre.
Con frequenza, le ragazze aderiscono al conflitto pensando che verranno trattate e riconosciute come pari dagli uomini; scopriranno, invece, che i gruppi armati non sono altro che microcosmi nei quali si riproduce fedelmente, anzi in forme che la guerra non può che esasperare, la struttura maschilista e patriarcale di ordinamento della società colombiana. In nome di un cameratismo che non conosce equità, verranno sottoposte a sfruttamento nei lavori di cura, aggredite, fatte oggetto di molestie e violenza sessuale da parte dei superiori.
Stavamo percorrendo una strada e il comandante mi ha portato a fare una esplorazione per individuare il luogo adatto a fissare un accampamento. Allora, ci siamo allontanati e quando stavamo tornado ha iniziato a molestarmi. Io gli dicevo di no, perché mi faceva molta paura e non lo volevo fare. …Fu allora che mi ha preso con la forza e mi ha violentata. Io piangevo ma lui mi ha tappato la bocca e mi diceva di non arrecargli danno. Se lo avessi raccontato al primo comando del fronte, gli avrebbero tolto il rango e forse lo avrebbero fermato. …Però io ero convinta che, se lo avessi raccontato, a lui non avrebbero fatto niente mentre lui si sarebbe vendicato con me. [Testimonianza citata da Human Rights Watch)
A volte l’aggressione è un’arma di sottomissione.
Anche se loro [gli uomini; N.d.A.] non lo ammettevano, nell’organizzazione c’era una relazione gerarchica di potere e io non lo accettavo. Credo che violentarmi per lui è stato una maniera di affermare il suo potere su di me, di sottomettermi. Cosciente del fatto che non mi poteva sottomettere alle regole organizzative, doveva dimostrare di essere capace di sottomettermi almeno in questo. Negli spazi pubblici io ero più brava di lui con la parola e lui aveva bisogno di dimostrarmi che era più forte di me. [Testimonianza a me rilasciata da una donna che negli anni ’70-‘80 ha fatto parte di un gruppo urbano rivoluzionario; N.d.A.].
Un’altra forma di violenza è data dalle pratiche forzate di anticoncezione, aborto, sterilizzazione, prostituzione e schiavitù sessuale. Secondo una ricerca realizzata dalla Defensoría del Pueblo su bambine uscite dalla guerriglia nella regione di Suratá (Santander), alcune avevano la spirale e alla maggior parte venivano somministrati periodicamente anticoncezionali. Inoltre, circa il 70% di loro presentava malattie a trasmissione sessuale.
Ero arrivata da poco, da 20 giorni appena, quando mi hanno detto che mi avrebbero fatto una iniezione. Ho detto loro di no, che non avrei mai accettato, che non me la facevo applicare. …Ma la dottoressa mi ha detto che la dovevo fare. Da allora me l’hanno fatta ogni mese.
Quando sono rimasta incinta… abbiamo chiesto di poter tenere il bambino. Eravamo disposti a tutto per tenerlo… avremmo fatto qualunque cosa, avremmo persino spianato le montagne, se ce lo avessero permesso. Ma no, loro dicevano: <<Ma che dici? incinta? qui in combattimento con la pancia?>>. Le altre mi suggerivano di scappare e di tenermelo ma quella zona era tutta controllata dalla guerriglia… non c’era modo. Mi hanno costretto ad abortire, quando ero al secondo mese. Il raschiamento me l’ha fatto uno dei guerriglieri medici. Ci ho messo due mesi a riprendermi. Dopo l’aborto mi ha messo a fare la guardia e a preparare il cibo. Poi ci siamo spostati di nuovo dal Caguán verso nord. Con tempo ho superato la cosa ma non resti uguale a prima, queste esperienze ti fanno tanto male. [Testimonianza riportata dalla Mesa; N.d.A.]
Nelle zone di presenza storica del conflitto, la decisione delle ragazze di entrare nelle truppe armate si ottiene con maggiore facilità.
Una ragazza guerrigliera veniva a casa nostra, loro sono diventati amici dei miei genitori. Mi sono legata molto a lei, mi ricordo quando mi prendeva in braccio e mi faceva giocare; già da quando ero piccola io me ne volevo andare con lei. [Testimonianza riportata dalla Mesa; N.d.A.]
In ogni caso, in mancanza di alternative di mobilità socia economica e di affermazione, ragazzi e ragazze si sentono attratti dall’uniforme, dalle armi e dal potere che rappresentano.
Io volevo entrare nella guerriglia perché mi piacevano le uniformi, mi piacevano le armi, mi piaceva molto l’idea di tenere un’arma in mano. Mi piacevano le armi perché uno con le armi ha potere, uno si sente molto orgoglioso di avere un’arma. Volevo avere questo potere per sentirmi qualcuno nella vita. [Testimonianza riportata dalla Mesa; N.d.A.]
I gravi fatti che si registrano a danno delle donne nelle file della guerriglia sono motivo di delusione per tante donne che hanno creduto e continuano a credere nella possibilità della rivoluzione. Per alcune sono la conferma che la discriminazione di genere è una situazione culturale che attraversa trasversalmente tutti i settori e tutte le realtà della vita sociale e politica, un nodo fondamentale da sciogliere in vista del raggiungimento di una pace sostenibile e giusta.
Io parto dalla convinzione che non possiamo evitare di prendere parte a questa nostra guerra e così la pensano tante altre donne. …Io militavo in un gruppo urbano che operava in appoggio alla guerriglia e ne sono uscita perché un compagno mi ha violentato …Nella militanza, posso dire di aver visto le cose più schifose ma anche di aver incontrato la gente più onesta, idealista e sognatrice, con la quale puoi sederti a dipingere un mondo nuovo con la fantasia. …Però, quando si parlava delle questioni delle donne con i compagni, la conclusione era sempre la stessa: che la priorità era la rivoluzione e che qualunque interesse parziale era solo piccolo borghese. …Io credo che per la ricerca dell’equità non si possa aspettare che la rivoluzione sia avvenuta: deve essere un processo parallelo. Se nella rivoluzione la ricerca è l’equità, se con la rivoluzione vogliamo costruire una società giusta nella quale ci sia posto per tutti, allora dobbiamo costruirla parallelamente alla rivoluzione. [Testimonianza da me raccolta; N.d.A.].
4. La presenza negli spazi pubblici
Di fronte alla limitata accessibilità delle istituzioni, le donne hanno sviluppato forme di partecipazione proprie all’interno dei processi di gestione comunitaria. La vita in condizioni di emergenza, il difficile accesso ai servizi di base, la precarietà delle abitazioni, la marginalità dei quartieri di residenza, rendono indispensabile lo sviluppo di pratiche di autogestione nelle quali le donne hanno assunto un ruolo fondamentale, in forma individuale e organizzata.
A Cali, per esempio, è partita dalle donne alla fine dello scorso anno la proposta di attivare una forma di disobbedienza civile contro gli ultimi provvedimenti dell’impresa erogatrice di acqua, che ha incrementato vertiginosamente il costo del servizio per avviare i lavori di costruzione del condotto che trasporterà l’acqua comprata dai francesi.
A Medellín, sono state le donne dei quartieri popolari, appoggiate dalla Mesa de trabajo de las mujeres ed altre organizzazioni, a promuovere, sempre nel 2001, il primo cabildo popolare in Colombia. Si tratta di una sorta di “assemblea comunale di iniziativa popolare”, che convoca il consiglio eletto a rispondere dell’operato istituzionale. Anche qui la ragione dell’iniziativa furono gli esorbitanti costi che per acqua, luce e telefono sono costretti a pagare gli strati popolari.
Le donne si organizzano per fare fronte alle necessità continue imposte dalla situazione socio-politica e istituzionale, sviluppando una forma di fare politica che si basa su relazioni di solidarietà e fiducia e che, poco a poco, sta assumendo il valore di una alternativa di fronte al disincanto delle pratiche tradizionali nelle quali gli uomini sono sempre gli attori maggioritari.
Al di là degli eventi di grande coinvolgimento citati, ne sono esempio le natilleras, piccoli fondi di denaro costituiti nel quartiere con il contributo di tutti e che si attivano per sorreggere a turno chi si trovano in situazioni di difficoltà. Poi, i centri di ascolto per le donne vittima di violenza, i gruppi di volontariato nelle pastorales sociales, le associazioni, corporazioni e organizzazioni non governative formalmente costituite. Queste iniziative, per tanto tempo invisibili, si sono moltiplicate con il peggiorare della situazione e oggi si convertono in attività di rischio per le donne che se ne dedicano.
Di fatto, tante organizzazioni di donne, specialmente quelle che operano nelle aree più difficili, sono oggetto sistematicamente di atti intimidatori. Gli attori armati trovano in esse un ostacolo magari non troppo visibile ma certamente ben radicato nelle comunità. Per questa ragione cercano di cooptarlo o utilizzarlo a proprio vantaggio e, se non vi riescono, di distruggerlo. Nell’ultimo anno sono divenuti sempre più frequenti le ingerenze nelle loro attività, la richiesta di rapporti, l’intimazione a interrompere alcune attività piuttosto che altre, in alcune zone piuttosto che in altre.
Già la stessa esistenza delle organizzazioni di donne è una minaccia e una trasgressione del “dover essere” e come tale viene trattata. Quelle che non si subordinano agli interessi dei gruppi armati si vedono forzate a continuare le loro attività in condizioni permanenti di insicurezza e con frequenza sempre maggiore sono forzate ad abbandonare o trasformare i loro processi organizzativi.
Delle donne uccise tra ottobre 2000 e marzo 2001, nella maggior parte si disconosce l’attività che realizzavano. Tra quelle di cui si conosce, ventisette erano funzionarie pubbliche, tre sindacaliste, quattro attiviste nel campo dei diritti umani, quattordici insegnanti, due componenti dei partiti politici, due reinsertadas [ex- combattenti dei gruppi guerriglieri; N.d.A.] e venti attiviste sociali.
L’Asociación nacional de mujeres campesinas e indigenas de Colombia (ANMUCIC) è stata una delle principali vittime della violenza politica contro le donne; dal 1995 ad ora trenta donne dell’organizzazione sono state assassinate. Il 21 luglio del 2000, è stata assassinata a San Juan de Arama (Meta) Marleny Rincón, presidente dipartamentale; il crimine è stato perpetrato da un gruppo di uomini, presumibilmente paramilitari, i quali accusarono Marleny e suo marito di essere collaboratori della guerriglia. Il 19 agosto 2000 è stata assassinata a Zulia (Norte de Santander) Marta Cecilia Hernández. Marta era candidata al Consiglio municipale ed i paramilitari l’avevano minacciata affinché si ritirasse dalle elezioni. Otto uomini armati e in abiti civili sono arrivati a casa sua a bordo di un veicolo, obbligando lei e il marito a seguirli. Entrambi sono stati trovati morti nella discarica. La fattoria comunitaria che Marta aveva fondato è attualmente nelle mani di un gruppo paramilitare.
Le organizzazioni femminili sono colpite anche dal desplazamiento forzado, sebbene non risulti espressamente dalle statistiche nazionali. Si tratta di un’informazione non facile da ottenere, dal momento che le leader sociali che si trovano in situazione di desplazamiento cercano l’anonimato per timore di essere individuate. Questo significa che, nonostante abbiano una esperienza maggiore di relazione con le istituzioni, si vanno a trovare in una situazione di svantaggio ancora maggiore rispetto alle altre desplazadas.
Negli ultimi cinque anni, 6.300 donne dell’ANMUCIC sono state desplazadas in 18 dipartamenti. I loro compagni, mariti, figli e figlie, con sempre maggiore frequenza sono vittime di gravi violazioni. Martha Cecilia Olaya, leader del Sindacato dei Lavoratori Agricoli del Valle – Sintragricoval – è stata costretta a scappare dopo aver ricevuto minacce da parte di paramilitari e dopo che sua figlia di tredici anni è stata assassinata il 21 dicembre del 1999 nell’Alto del Rosario (Valle), presumibilmente dall’esercito.
La violenza contro le attiviste non causa solo la perdita di vite umane ma danneggia processi sociali di empowerment sviluppati a costo di tempo e risorse. Di fatto, alcune dirigenti hanno abbandonato le attività comunitarie e politiche, rinunciando agli spazi guadagnati.
L’ANMUCIC è stata forzata a interrompere le attività in quattro dipartimenti. Nel dipartimento di Cundinamarca la presidente si è vista costretta ad interrompere i programmi in corso in uno dei municipi, per via delle ritorsioni seguite al suo rifiuto di consegnare un rapporto sulle attività. Tra i progetti più osteggiati, quelle in sostegno ai desplazados. Di fatto, quest’anno la sede nazionale di attenzione per donne desplazadas è stata oggetto di minacce telefoniche e sono state notate macchine sospette nei dintorni. Per questa ragione la presidente nazionale ha dovuto cambiare residenza ed ha inoltrato una richiesta di misure cautelari alla Comisión Interamericana de Derechos Humanos (CIDH), che stabilisce provvedimenti di emergenza in materia non ancora recepiti dallo Stato Colombiano.
La diminuzione delle riunioni e la esecuzione di progetti che non generino inquietudini negli attori armati sono alcune delle strategie che l’ANMUCIC ha sviluppato per salvaguardare l’organizzazione e garantire livelli minimi di protezione a quante ne fanno parte. Queste strategie hanno avuto come risultato la diminuzione della partecipazione negli spazi di concertazione politica, cosa che ha provocato l’esclusione dei bisogni delle donne dai piani e programmi di sviluppo. Alla situazione critica che attraversano le associazioni, si aggiungono minacce e intimidazioni costanti a donne che realizzano attività comunitarie, dirigenti sindacali e insegnati. Secondo i dati della ENS (Escuela Nacional Sindical), le donne sindacaliste vittime di violazioni sono il 20% del totale.
5. La proposta delle ‘neutralità attiva’
Perché siamo più di metà della popolazione colombiana e perché non vogliamo più partorire figli che siano destinati alla guerra, per questo abbiamo il diritto di decidere sul destino del paese. (Maria Cano)
Soffocate dentro le maglie di un conflitto che cerca di sottrarre loro voce e ruolo, donne del movimento, intellettuali, accademiche e leader popolari hanno dichiarano la scelta della neutralità attiva, dando vita nel 1996 alla Ruta Pacífica de las mujeres para la solución negociada. Si sono espresse in un primo evento di protesta contro la guerra, andando in marcia – ruta appunto – verso la martoriata l’area dell’Urabá. Da quell’evento, nacque l’idea di un coordinamento stabile che continuasse a manifestare il “No” della donne alla guerra.
La Ruta Pacífica delle donne colombiane è proposta politica femminista, di carattere nazionale che propugna la risoluzione negoziata del conflitto armato. Ci dichiariamo pacifiste, antibelliche e costruttrici di un’etica della non violenza, della quale sono principi fondamentali la giustizia, la pace, l’equità, la tolleranza, l’autonomia, la libertà e il riconoscimento della differenza. Il nostro impegno cerca di rendere visibili gli effetti della guerra nella vita delle donne. Appoggiamo tutti gli sforzi che si compiono per raggiungere la negoziazione tra lo Stato e i differenti attori armati che contemplano l’urgenza di un accordo umanitario, il cessate il fuoco, il rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario. [Brano di un documento della Ruta: Quienes somos; N.d.A.]
Si rifanno alle disobbedienza pacifica delle suffragiste: <<le quali, unite dalla sorellanza e utilizzando metodi non violenti hanno messo in discussione il potere stabilito>>. Raccolgono l’esperienza delle Madri Argentine di Plaza de Mayo, delle Donne in Nero di Israele e Palestina e dei Balcani. A partire dall’agosto del 2000, hanno iniziato ad esprimersi anche come Mujeres de Negro de Colombia. L’ultimo martedì di ogni mese in diverse città, in silenzio, protestano silenziose in piazza, con abiti neri e fiori gialli: il nero in segno di lutto per i crimini commessi, il giallo per celebrare e ringraziare la vita.
Denunciano la guerra come la più atroce espressione di un modello androcentrico che governa la convivenza e sta distruggendo, in Colombia e nel mondo, le risorse naturali; che è alla base della società dei consumi e delle politiche di esproprio delle nazioni del nord nei confronti dei paesi del sud.
La ricchezza della diversità sparisce dato che la globalizzazione tende alla omogeneizzazione: omogeneizzazione delle culture, squilibrio nelle economie, monoculture in agricoltura, standardizzazione nell’industria. Le donne considerate oggetto e nello stesso tempo enormi consumatrici di oggetti. …Il potere si riduce al denaro, il potere dei pochi ricchi, il potere di pochi paesi ricchi che si impongono e impongono la propria ideologia come l’unica valida. Intanto, la creatività e la ricchezza delle differenze sono sostituite da una logica che rade tutto al suolo …Noi affermiamo che la lotta contro la globalizzazione non viene prima della lotta contro il patriarcato, perché per noi la globalizzazione e il neoliberalismo, come divenire del capitalismo, non sono altro che espressioni patriarcali. Sono espressioni di un sistema che ha come forma per imporsi la dominazione e la morte e che utilizza per dirimere i conflitti, la violenza e la guerra, attraverso i quali si impone e domina. Per questo noi guardiamo queste problematiche in maniera integrata e non parziale. …Stiamo cercando di lottare per cambiare le forme quotidiane di relazionarci, tanto pubbliche quanto politiche, per mettere in discussione la guerra e ottenere giustizia, equità e democrazia …Ne consegue la posizione etica che la Ruta Pacífica cerca di portare nelle sue proposte politiche e simboliche: introdurre la forza delle vita e della non violenza, de-costruire, dis-apprendere, de-strutturare, passo dopo passo la cultura della morte. [Brano di un della Ruta, marzo 2001; N.d.A.]
Alla Ruta Pacífica aderiscono centinaia tra ong, associazioni e gruppi informali del paese, unite dalla condivisione della “sorellanza”.
La “sorellanza” significa fidarsi, autorizzarsi mutuamente, è fedeltà, aver fiducia e appoggiarsi sulle altre donne per costruire la pace e il paese che vogliamo. La “sorellanza” tra donne ci da la forza per esprimere il nostro profondo “NO” alla guerra. Perché unite siamo di più, perché unite e con il riconoscimento reciproco possiamo esprimere a tutti gli attori del conflitto che non ci sentiamo rappresentate da nessuna delle loro azioni, le quali offendono la nostra dignità e il lascito d’amore che vogliamo consegnare ai nostri figlie e alle nostre figlie …”Sorellanza” è impegnarsi a curare le relazioni tra donne, considerandole fonte inesauribile di forza personale e collettiva. “Sorellanza” è riconoscere che da tempi antichi ci sono donne che hanno lavorato per ottenere relazioni sociali giuste ed eque, per loro stesse e per tutte noi. “Sorellanza” è riconoscere autorità alle altre donne che ci hanno autorizzato ad essere quello che siamo, alle donne che ci hanno preceduto: le nostre nonne, le madri, le zie, le sorelle, le figlie. …”Sorellanza” è affidamento – come lo chiamano le donne italiane – è riconoscere autorità e saperi ad altre donne. …L’affidamento ci porta a creare una relazione nuova tra donne riconoscendo che siamo diverse e diseguali. [Brano di un documento della Ruta e dell’OFP, agosto 2001; N.d.A.]
Dal 1996, la Ruta ha iniziato a realizzare un lavoro di comunità per la diffusione di una cultura della risoluzione dei conflitti. Come strategia per esprimere e rendere visibile il proprio messaggio politico, continua a utilizzare la marcia a “zone calde” del paese ove operano gruppi organizzati di donne. L’obiettivo è doppio: protestare contro la guerra e manifestare appoggio nei luoghi della resistenza. Dopo la marcia in Urabá, nel 1997 la meta fu Mutatá e nel 1998 a Bogotá, per l’incontro con i candidati elettorali. Nel 2000 e 2001, per due anni successi, la Ruta ha espresso la sua solidarietà e sorellanza alla Organización Femenina Popular (OFP) di Barrancabermeja. [Per un resoconto della marcia a Barrancabermeja dell’agosto 2001, vedi il documento “Donne in marcia contro la guerra”, pubblicato su questo sito; N.d.A.]
6. Il dramma dei quartieri popolari di Medellín, assediati dagli attori armati
Non ci rimane a Medellín nemmeno un’oasi di pace. Dicono che rapinano durante i battesimi, i matrimoni, le veglie e i funerali. Che in piena messa o arrivati al cimitero uccidono quelli che accompagnano i morti. Che se cade un aereo rubano sui cadaveri, che se ti investe una macchina mani caritatevoli ti rubano il portafoglio mentre ti fanno il favore di metterti su un taxi che ti porta all’ospedale. ...Che l’unica cosa sicura qui è la morte.
(Fernando Vallejo, La virgen de los sicarios)
Negli ultimi 6 anni, la Ruta Pacífica ha fatto della “neutralità attiva” la propria bandiera. Una scelta senz’altro coraggiosa, perché in Colombia dichiararsi neutrale è ancora più pericoloso che essere schierato con l’uno o l’altro dei contendenti. <<A un mio amico – racconta Beatriz durante la campagna elettorale dell’ottobre 2001 – gli hanno detto: “stai attento, che se ti metti dalla parte della guerriglia ti spariamo un colpo, ma se ti dichiari neutrale ne riceverai due”>> [Testimonianza da me raccolta; N.d.A.].
Una decisione ugualmente strategica è stata quella di voler denunciare che il conflitto è andato ormai ben oltre i confini delle aree rurali e che la meta degli attori armati è divenuta raggiungere il controllo sociale, economico e politico delle principali città, organi vitali del potere centrale. E proprio per denunciare l’urbanizzazione del conflitto, il 25 novembre del 2001 la Ruta Pacífica ha marciato dentro i quartieri popolari Medellín, divenuti negli ultimi anni campo di battaglia di una guerra all’ultimo sangue.
Medellín rappresenta geograficamente la porta di accesso alle aree strategicamente più rilevanti del paese; a ciò si deve lo scontro scatenatosi per il controllo economico, sociale e politico dei quartieri situati nella cintura periferica, ed in particolare della zona nordoccidentale, la zona centroccidentale e la zona nord orientale. La prima limita con il municipio di San Felix, dal quale si arriva a San Pedro de los Milagros per dirigersi alla zona bananiera dell’Urabá, dominata dai gruppi paramilitari. In questa parte della città, i gruppi di autodefensas stanno assediando la ‘Banda di Frank’, che non accetta di consegnare loro l’affare delle estorsioni ai conduttori degli autobus.
Nella parte alta della zona centroccidentale lo scontro è tra le milizie di FARC ed ELN, i comandi armati popolari (CAP) e i paramilitari. L’area permette il collegamento con la Vía al Mar, con la zona portuaria di Urabá e i corridoi strategici del Nudo del Paramillo, con la cordigliera Occidental e il dipartamento del Chocó. E qui che si sta sviluppando una parte delle opere del megaprogetto “Túnel de Occidente”.
La parte alta della zona nord orientale è la porta di accesso al Sur de Bolivar e alla regione del Magdaleno Medio. Qui lo scontro è da una parte tra i paramilitari e le bande che questi cercano di cooptare; dall’altra, tra le milizie delle FARC e quelle dell’ELN. In tutta l’area, gli attori armati realizzano perquisizioni, interrogatori, presenziano con scopi intimidatori alle riunioni dei gruppi di base; assassinano i loro nemici e impediscono alle madri, sorelle, figlie, mogli di avvicinarsi ai loro corpi, impediscono che si realizzi il rituale della veglia, entrano sparando nei funerali.
Le donne dei barrios hanno assunto una concretezza che a volte mi spaventa – dice un’attivista della Ruta Pacífica – Ormai lo sanno e quando un figlio non torna a casa la sera la mattina alle prime luci dell’alba si mettono già in lutto e vanno a cercarlo nella discarica più vicina. [Testimonianza registrata durante la riunione conclusiva dei lavori annuali della Ruta, dicembre 2001; N.d.A.]
Prendono possesso delle case per nascondersi o nascondere armi: generalmente prendono di mira le abitazione di donne sole capo-famiglia. Impongono limiti territoriali che non si possono oltrepassare, a volte persino il coprifuoco. La punizione minacciata per chi trasgredisce le regole consiste nella morte per gli uomini e nella violenza sessuale le donne.
Io facevo la scuola serale ma l’ho dovuta abbandonare. Non ce la faccio, ho paura ad uscire di notte. [Testimonianza da me raccolta; N.d.A.]
Nel mio quartiere è in atto in questo momento uno scontro tra bande. Hanno stabilito dei confini e chi vive al di qua non può passare dall’altra parte, altrimenti ti sparano addosso. Così, se la scuola si trova dall’altra parte, i bambini non possono andare a scuola e le donne devono fare giri immensi per poter fare la spesa. [Testimonianza da me raccolta; N.d.A.]
Nell’ottobre del 2001, 15 donne sono state uccise perché fidanzate, mogli o compagne di membri dei gruppi in contesa. [Informazione riportata in un saggio inedito, di Colorado Martha, Situación de las mujeres colombianas en medio del conflicto armado, divulgato dalla Ruta Pacífica; N.d.A.]
L’adesione al messaggio, all’attività, agli spazi di aggregazione promossi dal movimento delle donne permette di condividere il dolore, di elaborarlo, di farne uno strumento di forza e resistenza. Ma l’esercizio di “esorcizzare la paura”, per convertire la sofferenza in strumento di forza a Medellín deve essere ormai quotidiano. Il giorno della marcia, sui muri dei quartieri comparirono vari messaggi intimidatori e, dopo l’iniziativa, le minacce contro la Ruta Pacífica sono diventate più frequenti.
Nelle settimane immediatamente precedenti le elezioni politiche appena concluse, nei quartieri di Belencito, Corazón, Paris, Popular 1, Guadalupe, la situazione è divenuta insostenibile.
Nonostante gli amplissimi consensi che raccolgono neutralità e pacifismo tra le attiviste e le donne di base, sarebbe un errore ritenere che il dolore di donna, di madre, di figlia, di sposa si traduca sempre nella scelta di dire NO alle armi. Questo non vale solamente per le donne che fanno direttamente parte dei gruppi belligeranti. Vale ovviamente per quelle donne che hanno scelto e appoggiato il messaggio politico del neo eletto presidente della repubblica, Alvaro Uribe Vélez, che promette una pace che non sarà la pace di tutti, ma dei gruppi che hanno sempre detenuto i privilegi. E vale per le donne che ancora credono nella possibilità di costruire una società diversa, attraverso lo strumento delle armi.
È molto complicato spiegare quello che sento quando penso che ho quarantaquattro anni e che tutti i miei ricordi, da quando ho uso di ragione, sono della guerra. …Quello che si sente è dolore, dolore di paese. Ogni volta che succede qualcosa di grave è come se ci guardassimo in faccia e ci chiedessimo: <<e adesso che facciamo?>>.
E orami la violenza è così frequente… è così frequente che ci siamo abituati a conviverci. Arrivi persino a dirti. <<OK, va bene, facciamo parte di questa guerra, allora andiamo pure alle ultime conseguenze!>>. Ma poi ti chiedi: <<E quali saranno le ultime conseguenze?>> …Ho aderito al sogno della rivoluzione perché era compenetrato dal messaggio della giustizia ed io ho sempre creduto nella giustizia e che fosse il fondamento di tutto … Se c’è ancora una speranza per la rivoluzione io non lo so. Però credo ancora nella possibilità di costruire una società diversa. Non so, … Qualcosa deve succedere, non posso pensare che abbiamo perso. Il giorno in cui arriverò alla conclusione che non ha più senso lottare per un cambiamento, sarò già morta. [Testimonianza da me raccolta; N.d.A.]
[1] Si tratta del “Tavolo di coordinamento: Donna e conflitto armato”. La Mesa ha iniziato a riunirisi nel settembre del 2000, per iniziativa dell’Istituto Latinoamericano per i servizi legali alternativi – ILSA. Vi partecipano organizzazioni di diverso tipo come: Asociación Juana de Arco, Asociación Nacional de Mujeres Campesinas e Indígenas de Colombia (ANMUCIC), Programa Mujer y Familia de la Asociación Nacional de Usuarios Campesinos - Unidad y Reconstrucción (ANUC-UR), Corporación Casa de la Mujer, Colectivo de Mujeres Excombatientes, Colectivo María, Comisión Colombiana de Juristas, Fundación Educación y Desarrollo (FEDES), Humanizar, ILSA, Instituto de Derechos Humanos de la Escuela Superior de Administración Pública (ESAP), Ruta Pacífica de las Mujeres, Liga Internacional de Mujeres por la Paz y la Libertad (LIMPAL), Liga de Mujeres Desplazadas de Bolívar, Organización Femenina Popular (OFP) e Red Nacional de Mujeres Bogotá, tra le altre. Vi partecipano inoltre come osservatori organismi internazionali come l’Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni unite per i Rifugiati (ACNUR), l’Ufficio delle Nazioni unite per il Coordinamento degli assunti umanitari – (OCHA), agenzie di cooperazione internazionale come la Consejería en proyectos, Terre des Hommes, Save the Children e organismi di controllo dello Stato come la Defensoría del Pueblo; infine, gode dell’appoggio del Programma di Studi di genere dell’Università Nazionale. Il rapporto realizzato dalla Mesa è disponibile in lingua originale in: www.terrelibere.org.
[2] Secondo le leggi del paese, infatti, i desplazado(a)s vengono considerati in situazioni di emergenza soltanto nei primi tre mesi, dopo i quali perdono quasi totalmente l’accesso agli aiuti di emergenza.
[3] Il 95% dei bambini e delle bambine fuoriusciti(e) dal conflitto e registrati(e) nei programmi dell’Instituto Colombiano de Bienestar Familiar (ICBF) sono di provenienza rurale.
[4] Secondo Save the Children, solo a Medellín sarebbero tra 9.000 e 10.000 i minori coinvolti nelle pandillas.