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Antonio Mazzeo: Scheda biografica | Scrivi all'autore | Tutti i documenti di questo autore Interagisci: Segnala ad un amico Organizza un incontro Condividi: Colombia Violazioni dei diritti indigeni e distruzione delle risorse
“Noi popoli Embera, Senues, Tules e Chamíes, che abitiamo in 25 municipi, in Urabá e nell’Occidente Antioqueño, accerchiati da un’onda di violenza e morte, comparabile solo a quella vissuta dai nostri progenitori durante la conquista degli Spagnoli, siamo obbligati a dichiarare la nostra neutralità di fronte al conflitto armato e alle distinte forze protagoniste”.
1. Le popolazioni indigene di Colombia: guardiane della madre terra, custodi della vita
La lotta contro il colosso della Oxy ha portato alla ribalta internazionale la questione del piccolo popolo di Arauca, che è riuscito ad opporre una significativa battuta d’arresto ad un disegno di appropriazione e distruzione. Tuttavia, attualmente nel paese tutte le principali comunità discendenti dai nativi sono coinvolti in uno scontro impari che non accenna ad arrestarsi.
Nel contesto Centro e Sud americano, la Colombia è uno dei paesi nei quali l’estinzione degli indigeni è stata più grave. Stimati in un milione circa, essi rappresentano oggi solo l’1,7% della popolazione; si suddividono in 90 nazionalità e parlano 84 lingue. La degenerazione del conflitto e i processi innescati dal modello economico neoliberale investono oggi in maniera particolare proprio le loro comunità, indubbiamente le più vulnerabili dal punto di vista sociale, economico e culturale.
Secondo il rapporto sullo sviluppo umano delle Nazioni Unite, il 60% della popolazione indigena di Colombia è oggi minore di 15 anni, il 23% ha un’età compresa tra i 5 e i 9 anni, il 34% tra i 16 e i 45 anni e solo il 6% è maggiore di 45 anni. Si caratterizza, quindi, per una crescita demografica stazionaria, dovuta all’alta mortalità infantile, e per un’aspettativa di vita assai bassa, inferiore del 20% rispetto alla media nazionale. L’80%, inoltre, vive in condizioni di estrema povertà e il 74% riceva salari inferiori al minimo legale (attualmente intorno alle 280.000 lire mensili); i municipi ad alta componente indigena o afrocolombiana, infine, sono quelli che fanno registrare i maggiori indici di povertà e di necessità basiche insoddisfatte.
Tra le determinanti principali di questa situazione, la grande rilevanza economica dei loro territori ancestrali, meta dei più grossi e spietati gruppi di interesse transnazionali. La terra e le risorse naturali di cui le popolazioni indigene sono i tradizionali custodi sono quelle che hanno scatenato la nuova campagna di colonizzazione forzata dei gruppi armati, delle multinazionali e del narcotraffico. Mentre la costituzione del 1991 riconosce loro il diritto alla titolazione collettiva dei territori ancestrali, di fatto è in atto un vero e proprio processo di pulizia etnica che rischia di azzerare una resistenza durata 500 anni.
La situazione fronteggiata dai chibcha del Cesar, dagli Embera dei dipartimenti di Córdoba, Antioquia, Chocó e dell’Eje cafetero e dagli indigeni del Cauca è un chiaro esempio di una lotta impari, che rischia di risolversi a grave danno di preziosi ecosistemi, garanti della vita sul pianeta.
2. Gli indigeni chibcha del dipartimento del Cesar
Noi siamo, per essenza e cultura, uomini e donne di pace. (…) Al principio si assegnò ad ogni popolo una legge, una lingua ed un territorio, perché ne avesse cura e compisse la propria missione di popolo. Gli indigeni della Sierra Nevada di Santa Marta hanno la missione di preservare l’equilibrio non solo nella Sierra, ma anche di tutta la Natura; e gli esseri umani fanno parte di questo equilibrio. La Sierra rappresenta una Kankurwa (il tempio sacro) che è il centro cerimoniale. Questa terra è un tempio sacro, che non deve essere violato né utilizzato per fini differenti da quelli di residenza dei quattro popoli che vi abitano e adempimento della legge dell’origine.
Il nostro territorio è delimitato dalla linea nera, che è una linea immaginaria che circonda la Sierra e definisce i luoghi importanti di scambio e lavoro spirituale dei nostri Mamos per rispondere alla natura e mantenere l’equilibrio. È per questo che non dobbiamo uscire dalla nostra terra e da questi limiti perché staremmo abbandonando la nostra missione e tutta la nostra cultura. (…)
La guerra non è il modo di essere degli indigeni. Noi siamo, per essenza e cultura, uomini e donne di pace. Sappiamo che il sangue versato sulla terra danneggia: danneggia l’uomo e la terra. La missione degli indigeni non è la ricerca della ricchezza ma il mantenimento dell’equilibrio, però questo obiettivo si rompe per la perdita dei luoghi sacri, la colonizzazione;ed ora a causa della guerra.
La guerra è una forma di difesa di interessi creati dai non indigeni, nella quale ora stanno cercando di coinvolgere anche noi. Ogni lotta che disconosca i nostri principi e la nostra cosmogenesi, pone a rischio la permanenza culturale dei nostri popoli; uccidere un fratello è come tagliare un albero: si taglia la vita, si perde l’armonia, il mondo perde l’equilibrio, si disonora la terra. (Dichiarazione dei popoli indigeni del Cesar)
Il dipartimento del Cesar è ubicato nella parte settentrionale della Colombia. È considerato parte della regione caraibica, nonostante presenti una grande diversità culturale interna. Secondo i dati del DANE (Istituto nazionale delle statistiche), la regione ha una popolazione di 961.535 abitanti, dei quali circa 36.000 sono indigeni, anch’essi come gli U’wa appartenenti al gruppo linguistico chibcha.
Nel dipartimento sono presenti i popoli indigeni Kogi, Kankuamu, Iku, Wiwa e Yukpa; essi risiedono nella Sierra Nevada di Santa Marta e nel nord della Serranía del Perijá. Tradizionalmente i chibcha si considerano “guardiani della Madre Terra”.
La Sierra Nevada è la più alta catena montuosa del mondo tra quelle situate vicino al mare, con picchi che raggiungono i 5.800 metri di altitudine e con varietà climatiche sorprendentemente diverse, che permettono di ospitare l’intera biodiversità tropicale.
Sino all’epoca della conquista spagnola, nella sierra vivevano diverse comunità, la più importante delle quali il gruppo Tayrona, basato su una complessa organizzazione sociale e politica. I Tayrona raggiunsero un elevato grado di sviluppo culturale, artistico e tecnologico, si difesero strenuamente dalla colonizzazione, ma dopo meno di un secolo di guerre furono completamente sterminati dagli eserciti spagnoli. Attualmente le comunità indigene che vivono nella Sierra Nevada di Santa Marta sono i Kogi, gli Ika (noti anche come Arhuaco) e i Sanká (o anche Arsarío o Malayo). Insieme, le tre comunità raggiungono i 25.000 abitanti. L’autorità è esercitata dai Mama, custodi della cultura e responsabili dell’ordine sociale e spirituale della comunità.
Più recentemente, la regione della Sierra Nevada di Santa Marta è stata una tra le più colpite dal processo di occupazione da parte dei nuovi coloni (richiamati nella zona dalla bonanza economica derivata dalla coltivazione intensiva della droga), e dalle campagne militari di eradicazione chimica realizzate dal governo colombiano con la collaborazione delle agenzie degli Stati Uniti. Risale al 1975 la prima grande operazione di bombardamento aereo contro le coltivazioni di droga della sierra (operación Condor).
L’attacco indiscriminato contro i villaggi delle popolazioni indigene ebbe come effetto il desplazamiento d’intere comunità, l’atomizzazione delle coltivazioni illecite e il loro trasferimento in altre regioni del paese. Sette anni più tardi fu lanciata una nuova operazione di eradicazione, utilizzando pericolosi erbicidi delle coltivazioni di marijuana. Furono bombardati altresì villaggi indigeni: alcuni bambini della comunità Arhuacos vennero colpiti a morte. Nel 1984 l’esercito intervenne nuovamente nella Sierra Nevada per sloggiare con la forza le popolazioni indigene e permettere la prima sperimentazione massiccia del glifosato, il composto chimico altamente cancerogeno oggi utilizzato in forma massiccia su tutto il territorio della Colombia dalle forze armate nazionali e da alcune società private nordamericane.
L’acutizzazione dei conflitti nella Sierra Nevada di Santa Marta e nella Serranía del Perijá registratasi negli ultimi cinque anni, ha intensificato la violazione dei diritti umani dei popoli indigeni che vi risiedono. Per questa ragione e per prevenire ulteriori violazioni, i Cabildos indigeni hanno richiesto la visita di una missione internazionale di carattere umanitario. L’appello è stato accolto nell’agosto 2000 dall’“Ufficio dell’Alto commissariato per i diritti umani delle Nazioni Unite”, dalla OIM (Organizzazione Internazionale delle Migrazioni), e da una serie di istituzioni statali ed organizzazioni non governative colombiane, che hanno inviato nella regione propri osservatori.
La missione ha denunciato: <<l’incremento delle azioni armate, la sostituzione delle autorità statale con quella degli attori armati, i processi di desplazamiento silenzioso, le fumigazioni indiscriminate, l’ignoranza e l’indifferenza del paese per ciò che sta accadendo nel dipartimento del Cesar, non solo ai popoli indigeni ma anche alla popolazione contadina e urbana>> (Utopia N. 9, settembre 2000, pagg. 21-23).
3. Popoli ostaggio degli attori armati
Il popolo Arhuaco (Iku) abita il versante sud-orientale della Sierra Nevada di Santa Marta, conta approssimativamente su una popolazione di 18.000 indigeni ed è organizzato all’interno della riserva in 28 unità comunitarie. A partire dal 1990 è stato vittima di una serie di omicidi selettivi contro governatori e leader, eseguiti tanto dalla guerriglia che dai paramilitari ed organismi di sicurezza dello Stato. Secondo quanto rilevato dalla missione internazionale <<le file degli attori armati si sono convertite in uno sbocco per coloro che vogliono allontanarsi dall’autorità indigena. Mentre l’esercito e le autodefensas offrono denaro alle persone che chiedono di lavorare come informatori, l’insorgenza usa la forza o tattiche concrete di seduzione ideologica o sessuale, approfittando del momento in cui le giovani sono più vulnerabili. Anche quando l’ingresso è volontario non è permesso abbandonare la guerriglia>>.
Nel monte Inarwa (Alguacil), luogo sacro per gli indigeni, l’esercito nazionale ha installato una base militare e numerose antenne radio. L’occupazione militare di parte della riserva ha già comportato gravi violazioni e nefaste conseguenze socioambientali. I cabildos hanno denunciato furti di bestiame, attività abusive di caccia da parte dei soldati e l’inquinamento dei campi a causa delle acque nere fuoriuscite dalla base. Diversi animali della zona sono morti dopo essersi abbeverati nei pozzi d’acqua limitrofi a miniere realizzate nei pressi dell’infrastruttura militare. A ciò si aggiunge l’occupazione dei territori della riserva da parte della popolazione mestiza. Gli osservatori internazionali hanno denunciato i pericoli derivanti da <<una grande competizione con i coloni per l’uso e il possesso della terra, dal momento che la riserva non è protetta e i contadini vivono all’interno di essa. I promotori di coltivazioni illegali (che pagano sino a 10.000 lire al giorno) esercitano una pressione economica importante affinché si coltivi nelle zone indigene, che sono più protette>>.
Altro gruppo etnico pesantemente minacciato dagli attori armati è il popolo Kankuamu, ubicato nel versante sud-orientale della Sierra Nevada, nei pressi della città di Valledupar, in un’area di circa 18.000 chilometri quadrati.
Dagli anni ’80 sono iniziate le incursioni della guerriglia, che tentava di assumere le funzioni di controllo ed organizzazione sociale, in assenza delle entità statali e di politiche di assistenza e protezione della popolazione indigena. In risposta, i grandi latifondisti del dipartimento organizzarono gruppi paramilitari, intervenute per la prima volta nel 1990 nella comunità di Río Seco, con il massacro di undici indigeni. Nella decade successiva, le incursioni paramilitari sono cresciute in violenza ed intensità.
La missione degli osservatori ha potuto verificare direttamente <<l’installazione di check-point da parte delle autodefensas per eseguire omicidi, impedire i liberi spostamenti della popolazione, per sequestrare beni alimentari e ridurre la possibilità di approvvigionamento>>. Inoltre ha segnalato il desplazamiento massiccio e forzato di 300 famiglie di varie comunità verso la città di Valledupar, dove hanno trovato rifugio in zone marginali, prive di infrastrutture e servizi basici, mentre le autorità locali non hanno implementato alcun programma di accoglienza sanitaria ed educativa. <<L’esercito nazionale effettua pattugliamenti utilizzando militari con il volto coperto da passamontagna: il che viene interpretato come una prova di connessione con i gruppi di autodefensas. Si presenta il reclutamento forzato dei giovani da parte di tutti i gruppi armati, mentre le donne giovani sono sottoposte a pressioni da parte dei gruppi armati per svolgere il compito di informatrici>>.
Nei combattimenti tra forze armate, gruppi guerriglieri e paramilitari, la popolazione è stata utilizzata come scudo umano e resa bersaglio di mitragliamenti e bombardamenti, che hanno distrutto abitazioni, negozi e le infrastrutture di telecomunicazione. Le comunità visitate hanno, inoltre, denunciato l’indiscriminata fumigazione delle coltivazioni legali che ha colpito gravemente i raccolti, la salute di adulti e bambini, oltre ad aver contribuito all’erosione e all’infertilità dei terreni. <<L’INCORA [Istituto nazionale per la riforma agraria; N.d.A.] ha bloccato lo studio socioeconomico finalizzato alla costituzione della “riserva Kamkuamu”, situazione che pone in alto grado di vulnerabilità la permanenza e il controllo indigeno sul territorio>>.
Nella parte orientale della Sierra, a circa quattro ore da Valledupar, è invece ubicato il popolo Wiwa, conosciuto come Arsarío o Malayo, che divide la riserva con una parte del popolo Kogi. Secondo l’Alto commissariato Onu per i diritti umani, indigeni Wiwa e Kogi <<sono sottomessi ai lavori forzati per la costruzione della strada per Marwamake da parte del Fronte 59 delle Farc>>. In passato i due gruppi etnici avevano respinto l’ipotesi di realizzazione di vie stradali sul loro territorio per poter preservare i campi utilizzati per l’autosufficienza alimentare.
4. La fumigazione della Serranía del Perijá
Nella regione piedimontana orientale della Sierra Nevada sorge la Serranía del Perijá, abitata dal popolo indigeno Yukpa, titolare di quattro riserve (Sokorpa, Iroka, Menkue, El Coso) estese nei municipi di La Paz, Codazzi e Becerril. L’area totale della riserva è di 25.000 ettari, ma meno del 10% di questo territorio è realmente in possesso dei nativi ed utilizzato per le coltivazioni. Il resto del territorio è invece in mano a coloni o contadini o non è fertile perché collocato all’interno delle aspre colline e dei picchi della Serranía. L’aggravarsi del conflitto ha spinto buona parte della popolazione ad abbandonare le riserve. Sempre secondo le segnalazioni della missione internazionale di verifica nel Cesar, un gruppo di un centinaio di indigeni Iroka si è trasferito nel municipio di Codazzi, <<ove non ha ricevuto nessuna attenzione da parte dello Stato>>. Solo alcune organizzazioni di volontariato hanno garantito un unico pasto quotidiano, con uno scarso apporto in termini proteici e calorici, il che ha generato alti livelli di denutrizione.
Ad una medesima situazione di desplazamiento sono esposte le comunità di Menkue ed El Coso con 1.300 abitanti. <<Il popolo Yukpa è in un processo accelerato di estinzione di fronte all’indolenza dello Stato>> denuncia il rapporto. Le piccole coltivazioni di yuca, mais, banano e caffè delle comunità sono state inoltre colpite contemporaneamente dalla fumigazione delle coltivazioni di papavero da oppio dei coloni nella Serranía. Durante l’azione militare sono state colpite tutte le riserve indigene della regione. Agli effetti della fumigazione chimica si sono aggiunti i bombardamenti di alcuni villaggi, che hanno causato la fuga dei residenti. Numerosi bambini indigeni sono risultati intossicati; uno di essi è morto per non essere stato curato negli ospedali di Codazzi e Valledupar, dove era stato condotto.
Allo stesso modo, si sono presentati bombardamenti nella Riserva di El Coso. Qui, il 12 maggio 2000, è stata realizzata un’incursione da parte degli uomini del “Settimo comando operativo” dell’esercito, responsabili del furto di provviste e dell’ingiustificato sequestro dei veicoli da trasporto della comunità. In quella occasione, i soldati hanno obbligato gli indigeni a caricare acqua sotto la minaccia delle armi.
Dabeiba era una giovane indigena di grande bellezza, che visse per un tempo con i primi Katíos, insegnando loro tutti le arti e i mestieri utili alla vita e alla loro formazione. Dabeida insegnava attraverso l’esempio: era molto prudente e buona e fu rispettata da tutti gli indigeni del tempo. Lei era scesa dal cielo di Caragabí.Le sue belle mani tessevano delicati cestini, stuoie o soffietti per ravvivare il fuoco. Lavorava intrecciando la paglia e così insegnò ai Katíos l’attività di produzione delle ceste. Insegnò loro anche a ripulire la ceramica e a migliorare i lavori di terracotta. Fu lei che fece conoscere ai progenitori i colori che usiamo per dipingere il corpo. La frutta dell’albero di jaguá o chiparrá, debitamente preparata, che produce un succo quasi indelebile e l’achote e la guija o canyi, che danno una forte tintura rossa. Dabeida insegnò anche ad usare come profumo l’olio della pianta di anamú. Per abbellire e proteggere i denti, Dabeiba insegnò a usare l’huito o chiai, o quidía, o curadenti che è una pianta con la quale si anneriscono come se fossero coperti da brillante e fine smalto nero. Insegnò l’agricoltura, la cura del focolare domestico, dei figli e degli animali. Indicò loro come costruire le case sulle palafitte. Quando le genti appresero le sue arti, Dabeida dovette ritornare al cielo perché Caracabí la reclamava…” (Luis Fernando Velez, Relatos tradicionale de la cultura Embera, Medellín, Universidad de Antioquia, 1990)
5. La difesa delle acque del popolo Embera
Le comunità indigene Embera sono attualmente tra le più numerose e organizzate della Colombia, ma forse più dei fratelli U’wa sono vittima del conflitto e della sistematica violazione dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario.
Abitano prevalentemente nei dipartimenti di Córdoba, Antioquia, Chocó e del cosiddetto Eje cafetero (l’area di produzione del caffè), nella regione nordoccidentale della Colombia. Al loro interno presentano differenze in accordo alla zona in cui vivono; la distinzione principale è quella tra Eyabida (uomini della montagna) e Dabida (uomini del río). Tra gli Eyabida, a sua volta, s’incontrano gli Embera Katío e i Chamie, i più colpiti dai devastanti megaprogetti di sfruttamento delle risorse idriche in avanzata fase di realizzazione da parte di imprese private nazionali e internazionali.
Gli Embera dell’Alto Sinú, appartengono al gruppo Embera Katío che abita la parte alta della conca del Río Sinú, in un’area di oltre 103.000 ettari che conforma la riserva Êbêra Katío del Alto Sinú, riconosciuta dallo Stato nel dicembre 1998. Questo territorio coincide in gran parte con il Parco Nazionale Naturale del Paramillo e comprende i fiumi Esmeralda (Kuranzadó), Verde (Iwagadó), Cruz Grande (Kiparadó) e la parte alta del río Sinú (Keradó).
Il territorio Embera è il luogo meglio conservato del parco ed ospita l’ultima area esistente del bosco caraibico colombiano. Qui il Río Sinú protegge con il suo corso d’acqua l’ecosistema della selva umida, pesantemente compromesso dai processi scatenati dalla colonizzazione e dall’estrazione del legno.
La popolazione attuale è stimata in 2.400 persone, raggruppate in 450 famiglie attorno ai corsi dei fiumi Kuranzadó, Keradó e Iwagadó. Un recente studio demografico afferma che il 62.7% della popolazione è minore di 18 anni e solo il 4.8% supera i 50. La speranza di vita non supera i 50 anni e la morbilità è associata a malattie come il parassitismo, le malattie respiratorie, diarroiche e quelle derivate da carenze alimentari, come anemie e denutrizione.
La copertura a livello di salute è bassissima; altrettanto ridotta quella dell’educazione e dei servizi basici (acqua potabile, raccolta dei rifiuti ed escrementi, ecc.).
Tradizionalmente, l’attività economica era incentrata sulla raccolta di frutta, la caccia e la pesca; oggi però si basa principalmente sull’agricoltura e, per un ristretto settore della popolazione, sull’estrazione selettiva del legno. Le attività agricole, finalizzate prevalentemente alla coltivazione di platano e mais, sono rotatorie e vengono realizzate per mezzo di tecniche basate sui ritmi della natura. In alcune regioni, le comunità si sono vincolate all’economia di mercato iniziando a produrre caffè, riso, cacao e prodotti di artigianato. L’estrazione del legno, purtroppo, ha causato una grave crisi culturale, sociale ed economica che le comunità stanno cercando di affrontare attraverso la realizzazione di progetti di riforestazione, lo stimolo della produzione agricola, la protezione dei luoghi di caccia, l’allevamento di specie animali minori.
I gruppi familiari Embera del Alto Sinú si sono organizzati in comunità; attualmente esistono 21 asentamientos politico-amministrativi, coordinati da un cabildo guidato dal suo Governatore e dalla Nokowera (moglie del governatore).
Il principale rito degli Embera è il canto di Jai, realizzato dal Jaibaná, l’autorità spirituale tradizionale, che cura le malattie, elimina le piaghe, protegge i territori da animali pericolosi e dai cattivi Jais (spiriti). Particolarmente ricca è la cultura mitologica. Al movimento delle ali della “grande aquila del mare” essi imputano l’origine delle tempeste e degli uragani; l’interpretazione dei sogni è necessaria per prevedere l’esito della caccia.
Come gli U’wa, gli Embera manifestano un forte vincolo con il territorio ancestrale: solo in esso è possibile la vita. All’esterno non è più possibile essere Embera, né esercitare le proprie abilità o trasmettere le conoscenze alle nuove generazioni attraverso la vita quotidiana e i riti. La visione del mondo del popolo Embera è strettamente relazionata con il fiume. Il Río Sinú (Keradó), i suoi torrenti, le paludi e la vita presente in essi, sono elementi presenti cantati e celebrati in tutti i miti. Il fiume (Do) da il nome ai luoghi che attraversa e crea gli elementi che caratterizzano il territorio: Apartadó (Río del platano), Chigorodó (Río de guadua), Chibugadó (Río dell’abbraccio), Pawarandó (Río dell’acqua calda).
È il río che ha garantito nei secoli gli spostamenti delle comunitá e la mobilizzazione dei prodotti, assicurando la sopravvivenza del popolo e della sua cultura. L’acqua è origine della vita. Karagabí (il Creatore) diede l’acqua al mondo, affinchè la formica egoista Jenzerá non la monopolizasse. Per questo, Jenené (l’albero grande del bosco), fece uscire l’acqua affinché la gente, i pesci e gli animali potessero bere e vivere. Oggi Jenzerá desidera ancora una volta monopolizzare l’acqua; gli si oppone la lotta degli Embera, nuova Jenené, fonte di vita.
6. Il progetto Urrá e la interconnessione elettrica continentale
Urrá è una parola Embera: significa “piccola ape”. Oggi questo termine è legato alla realizzazione di una centrale idroelettrica sul Río Sinú, nel territorio della riserva indigena. <<Un’opera dal devastante impatto ambientale denominata con un elemento della nostra cultura, non come mezzo di riconoscimento ma bensì di sottomissione>>, denunciano i governatori delle comunità indigene. In realtà, i lavori per la costruzione della centrale hanno già causato lo sterminio dei pesci del río e della sua conca e hanno distrutto la comunicazione fluviale tra l'alto Sinú e la savana della regione di Córdoba. Inoltre, hanno generato una spirale di inaudite violenze (omicidi di leader indigeni, esodi di comunità, impoverimento generale, ecc.).
La lunga storia della idroelettrica di Urrà prende avvio nel 1951, quando un programma di sviluppo idrico del dipartimento di Bolivar suggerisce di realizzare sul fiume Sinú, nello ‘stretto di Urrá’, l’area per il bacino. Venti anni più tardi la Corporación Eléctrica del Caribe affida uno studio di fattibilità per un progetto idroelettrico per oltre 340.000 kilowatt, studio completato nel 1977, nel quale non si farà menzione alcuna all'esistenza degli indigeni nell’area. Nello stesso anno viene dichiarata l'utilità pubblica della zona di Urrá e si sottoscrive un accordo con la società russa Energomachexport, per la progettazione e la costruzione dell'impianto idroelettrico; le opere civili vengono invece appaltate alla società svedese Skanska Conciviles.
Nel 1992 partono i lavori di convogliamento del bacino, affidati alla Empresa Multipropósito Urrá S.A.. Il progetto viene localizzato a 30 km a sud del municipio di Tierralta (guarda caso una delle aree maggiormente sottoposte al tallone di ferro delle bande paramilitari di Carlos Castaño), nella regione meridionale del dipartimento di Córdova. La sua dimensione è enorme. L'area da inondare, infatti, si estende su 7.400 ettari di terreno, come dire il sacrificio di 21.7 ettari per produrre un megawatt di energia elettrica. Esorbitanti inoltre, i costi di realizzazione. Per la progettazione di “Urrá I” viene stimata una spesa di 800 milioni di dollari, cioè 2.350 dollari per ogni kilowatt prodotto, quando per progetti analoghi il prezzo dello stesso kilowatt va dai 1.100 ai 1.350 dollari. E questo per una centrale la cui vita utile è prevista per un periodo inferiore a 20 anni.
Gli studi di impatto ambientale presentati dalla “Urrá S.A.” avevano minimizzato gli eventuali danni. Tuttavia erano stati prontamente smentiti dalle ricerche di alcuni esperti indipendenti, tra cui il professore universitario Alberto Alzate, autore del libro "L'impatto sociale di Urrá", in cui denunciava come il progetto per il bacino idroelettrico avrebbe condotto ad una vera controriforma sociale nella regione. <<Le proteine in potere dei poveri, pescatori del medio e basso Sinú ed indigeni Embera, passano in mano ai grandi proprietari terrieri che accrescono le loro proprietà e i territori destinati a pascolo estensivo, approfittando del prosciugamento del pantano e della regolazione del corso del Sinú, a spese soprattutto dei contadini senza terra che ottenevano un raccolto in estate, nelle terre prima inondabili>>. A causa del suo coraggioso impegno contro il progetto “Urrà I”, Alberto Alzate è stato assassinato nel 1996.
Gli Embera hanno individuato un centinaio di impatti negativi all’ambiente e alla vita comunitaria da parte del progetto. Tra essi in particolare, la decomposizione di più di 7.000 ettari di biomassa e l'alterazione di importanti ecosistemi (la landa, la selva umida, le zone paludosi e l'estuario del fiume); la modifica della dinamica delle speci pescicole per l'interruzione del corso delle acque superiori e la scomparsa di speci come il bocachico; il danneggiamento dell'economia dei pescatori del basso Sinú; il potenziamento del conflitto interetnico e l'attrazione del conflitto armato; l'alterazione dei modelli culturali associati al lavoro e la sospensione del sistema tradizionale di trasporto per il fiume; la penetrazione del cuneo salino nell'estuario; il desplazamiento forzato della popolazione; l'inondazione delle terre maggiormente fertili e dei luoghi sacri del territorio del popolo Embera.
Per opporsi alla realizzazione della centrale idroelettrica, le autorità indigene locali hanno intrapreso una lotta giudiziaria simile a quella dei fratelli U’wa. Il 20 marzo del 1998 le comunità dei fiumi Sinú, Verde e Beguidó presentavano un'azione di tutela contro la “Empresa Urrá” e il municipio di Tierralta per la violazione dei propri diritti fondamentali davanti al Tribunale superiore di Córdova, il quale si dichiarò “organo non competente”, così come la Corte Suprema d’appello. L’azione fu sottoposta allora al vaglio della Corte Costituzionale nel giugno ‘98. Il 30 luglio, a pochi giorni dall'inizio del riempimento del bacino, la Corte ordinava di sospendere le operazioni.
Il 10 novembre 1998 lo stesso organismo decideva di tutelare i diritti fondamentali alla sopravvivenza, all'integrità fisica, culturale, sociale ed economica, alla partecipazione e al giusto processo del popolo Embera Katío dell'Alto Sinú, e imponeva alla “Empresa Urrá” d'indennizzare il popolo Embera con un sussidio alimentare e di trasporto per tutti i membri e per 20 anni. Ordinava, inoltre, la realizzazione di una consultazione prima del riempimento del bacino, la partecipazione delle comunità nei benefici dello sfruttamento delle risorse naturali e il finanziamento di un piano destinato alla riconversione delle attività estinte di raccolta frutta, caccia e pesca.
Come nel caso delle perforazioni petrolifere in territorio U’wa, le risoluzioni dell’Alta corte sono rimaste lettera morta e il processo di devastazione prosegue inarrestabile. A metà novembre 2000 il governo colombiano ha concesso per 5 anni le operazioni di manutenzione della centrale idroelettrica Urrà al consorzio russo Volemek, composto dalle società Che Volzhskaya ed Emec Ltda.
7. Il sangue Embera inonda le acque del fiume sacro
Il governo colombiano ha deciso di giocare la carta della divisione e della corruzione per minare la lotta contro la realizzazione del bacino. Nell’ultimo anno è stato avviato un procedimento di consultazione illegale con il settore dissidente del popolo Embera e l'Alcaldía di Tierralta ha registrato, con irregolarità, la nomina dei governatori del Río Sinú e del Río Verde. Nonostante la richiesta del Cabildo Mayor Embera di non sottoscrivere accordi separati con le comunità della zona, le autorità statali hanno anche tentato di ottenere l'autorizzazione dei governatori indigeni a favore della diga prima del processo di consultazione delle popolazioni del basso e medio Sinú. Contemporaneamente, i ministri dell’Interno e dell’Ambiente e i dirigenti dell’impresa “Urrá”, hanno firmato accordi in materia d’indennizzazione delle terre espropriate con un settore minoritario Embera. Le autorità legittime della Comunità hanno risposto unanimemente respingendo un’intesa che <<offre terra per l’uso esclusivo di un gruppo quando il territorio è di tutti, aggravando ancora di più la situazione di divisione interna e la crisi culturale del nostro popolo>>.
Parallelamente a questo processo, si sono intensificati omicidi e intimidazioni ad opera dei gruppi paramilitari contro l’organizzazione indigena del Río Sinú e Verde. Il 30 gennaio 1998 i paramilitari impedivano il transito fluviale della popolazione, incendiavano alcune imbarcazioni ed assassinavano il leader indigeno Alejandro Domico. Infine minacciavano di massacrare tre comunità dei fiumi Sinú, Esmeralda e Verde, che erano così costrette a spostarsi verso altri municipi della regione. Quando da parte del sindaco di Tierralta e della società “Urrà S.A.” furono finalmente riconosciuti i legittimi cabildos per iniziare la concertazione secondo i termini ordinati dalla Corte Costituzionale, il 24 aprile 1998 è stato assassinato nella propria abitazione il leader e portavoce del processo di negoziazione, Lucindo Domicó Cabrera. Il successivo 15 giugno i paramilitari facevano sparire un altro leader Embera, Rubén Darío Mosquera Pernía, sequestrato da un’autombulanza che lo conduceva all’ospedale di Tierralta, dopo il ferimento nel corso di un attacco armato contro il villaggio di Saiza, ai limiti del territorio della riserva Embera. Due mesi più tardi (25 agosto 1998) veniva assassinato nella propria abitazione Alonso Domico Jarupia, leader spirituale del popolo Embera del río Sinú. Uguale sorte toccò a Mario Calderón, un sacerdote gesuita che operava a Tierralta, accanto ad un altro religioso, Sergio Restrepo, anch'egli assassinato. Mario Calderón aveva abbandonato il sacerdozio, però continuava la sua vocazione ecologista organizzando forum contro la diga di Urrá, l'ultimo dei quali si realizzò il 16 aprile del 1997, un mese prima della sua uccisione.
Per accelerare la frantumazione sociale e sottomettere la popolazione alla legge del terrore, le organizzazioni paramilitari si sono accanite in particolare contro il municipio di Tierralta. I primi giorni del gennaio ’99, gli uomini delle Auc (Autodefensas Unidas de Colombia) hanno sequestrato ad un posto di blocco istituito all’ingresso della cittadina una quarantina di abitanti, in seguito assassinati e fatti sparire in una fossa comune. Tra le vittime undici indigeni della comunità Embera Katío, che nei giorni successivi riceveva ulteriori gravi intimidazioni dai paramilitari, e come denunciato dai leader indigeni, dallo stesso sindaco del municipio. Molti membri della comunità erano così costretti ad abbandonare la propria terra.
Le Auc tornavano a colpire Tierralta nei mesi di settembre ed ottobre del 1999, massacrando una ventina di contadini, tra cui alcuni indigeni. La popolazione di un intero quartiere, oltre quattrocento famiglie, era costretta ad abbandonare la cittadina per trovare rifugio nel dipartimento di Antioquia. Tierralta è stata anche vittima di operazioni di rastrellamento da parte di una colonna delle Farc, che il 13 luglio ’99 si macchiava dell’omicidio di due rappresentanti degli Embera Katío, accusati di collaborazionismo con i paramilitari.
La Defensoría del Pueblo, organismo statale deputato alle difesa dei diritti umani, ha presentato nel 2000 una lista con dieci casi di assassini, torture, sfollamenti e altre violazioni da parte dei guerriglieri e dei gruppi delle autodefensas contro la comunità indigena dell’etnia Embera-Katío del Río Verde e la riserva di Iwagado.
Nel settembre 2000 la nazione Embera dell’Alto Sinú è stata nuovamente colpita dal paramilitarismo. Un commando delle Auc ha assassinato quattro leader comunitari e costretto oltre duecento indigeni a fuggire verso Chigorodó. Le vittime, secondo la Defensoría del Pueblo, <<aspiravano a costituirsi in comunità di pace per esigere dagli attori armati il rispetto dei loro diritti come colombiani e popolazione civile non combattente>>. Negli stessi giorni, venti indigeni della comunità Widó sono stati sequestrati in un punto del Río Verde denominato Bocas, mentre trasportavano in canoa attrezzature e materiali di un progetto di sviluppo agricolo delle comunità fluviali. Nella comunità di Zorando (Río Verde) è stato invece assassinato il promotore di salute Januario Cabrera Lana, presumibilmente da quattro uomini appartenenti alla guerriglia.
<<Gli affari in gioco sono veramente alti>> denuncia il Cabildo Mayor degli Embera dell’Alto Sinú. <<Da una parte si tratta della privatizzazione della produzione e della distribuzione di energia; dall’altra, della relazione tra la vendita di elettricità e quella di gas naturale e in particolare della loro interconnessione continentale, dall’Alaska sino alla Terra del Fuoco>>.
Gli interessi economici che si muovono dietro la realizzazione del bacino sono realmente molteplici e di rilevanza geostrategica. Recentemente il governo colombiano ha avviato la privatizzazione delle imprese elettriche della Costa Caraibica colombiana, a favore delle quali fu pianificata la costruzione della idroelettrica di Urrá. Esse sarebbero oggi di proprietà di un consorzio diretto dalla transnazionale texana Reliant, con vasti interessi in Brasile, Venezuela, Salvador e Messico, e proprietaria direttamente del 2% del pacchetto azionario della “Urrà S.A.”. Legata alla Reliant è la texana Enron, anch’essa importante venditrice di gas ed elettricità in tutto il continente. La Enron controlla la società elettrica di Colón (Panama) in pieno Canale Interoceanico, dove giungerà presto il gas estratto nel mare della Guajira colombiana, dalla Texas Petroleum - Texaco.
La Enron inoltre, sta realizzando in società con la Shell un gigantesco gasdotto per trasporare il gas dalle selve della Bolivia. L’alleanza tra la Shell e la Texas Petroleum ha per obiettivo contrastare lo strapotere dei gruppi di recente fusione BP-Amoco ed Esso-Mobil. I gruppi Enron e Reliant sostengono direttamente l’operazione di mercato di Shell e Texaco, che conta sulle ‘simpatie’ del presidente degli Stati Uniti George Bush (azionista di una controllata della società texana), e del presidente colombiano Andrés Pastrana, notoriamente sensibile agli interessi degli imprenditori del petrolio e dell’energia nordamericani.
Proprio Pastrana in occasione di un suo viaggio ad Houston (fine 2000) ha lanciato pubblicamente il piano di privatizzazione delle maggiori imprese elettriche del paese, la Isa e l’Isagen, quest’ultima proprietaria del 5% delle azioni della “Urrá S.A.”.
Agli ingenti affari che ruotano attorno alla diga di Urrà, non sono estranei gli interessi dei maggiori gruppi finanziari colombiani: Sarmiento Angulo (con la Corporación Financiera del Valle), Santodomingo e il Sindicato Antioqueño. Essi controllano inoltre il mercato del gas, attraverso l’impresa Promigas e la distribuzione della benzina, attraverso Terpel, progressivamente scorporata da Ecopetrol e privatizzata a favore della multinazionale Shell. Questi gruppi finanziari sono quelli che più spingono per una “legittimazione” politica del paramilitarismo, chiedendone la partecipazione ad un tavolo di trattativa con le autorità istituzionali.
L’opposizione sindacale allo smantellamento del patrimonio energetico statale è già stato pagata duramente, come dimostrato dagli omicidi di Jorge Luis Ortega, principale dirigente degli operai del settore elettrico della Costa dei Caraibi e del presidente del sindacato della società elettrica di Sucre, entrambi colpiti durante lo sciopero statale dell’ottobre 1998.
8. Gli indigeni del dipartimento di Antioquia
Di fronte al conflitto armato dichiariamo la nostra neutralità (…) a tutti i suoi protagonisti. (…) Noi popoli Embera, Senues, Tules e Chamíes, che abitiamo in 25 municipi, nell’Urabá e nell’Occidente Antioqueño, accerchiati da un’onda di violenza e morte, comparabile solo a quella vissuta dai nostri progenitori durante la conquista degli Spagnoli, davanti alla pressione che stiamo subendo dai vari attori armati che transitano nei nostri territori, occupano i nostri tetti e pretendono che s’intervenga a favore di uno dei gruppi in conflitto, siamo obbligati a dichiarare la nostra neutralità di fronte al conflitto armato e alle diverse forze protagoniste.
Ciò significa che non accettiamo il reclutamento da parte di nessuna forza armata, si chiami guerriglia, autodefensas o esercito. Vuol dire che non saremo informatori di nessuno dei combattenti, che non saremo guide, né trasportatori, né postini, ne sentinelle.
Vuol dire che qualsiasi indigeno che si arruoli nelle file dei contendenti, lo farà per suo proprio conto e a suo rischio, che non rappresenta l’organizzazione e che dovrà rispondere per le conseguenze della sua decisione.
Vuol dire, inoltre, che non abbiamo modo alcuno di opporci a che giungano alle nostre capanne o case, che passino sulle nostre terre e che prendano l’acqua che beviamo: che rifiutiamo qualunque responsabilità al riguardo.
Il conflitto in Urabá non è solo tra gli uomini. I processi di colonizzazione disorganizzata, il taglio dei boschi, l’erosione e la contaminazione da parte di pesticidi e additivi chimici sta causando gravi danni alle fonti naturali. La violenza contro la natura è grande e disumana come quella che si esercita tra gli uomini.
Non è possibile pensare ad un patto di pace in Urabá senza tener conto della madre terra e del rispetto che essa merita. (Dichiarazione di neutralità di fronte al conflitto colombiano, pronunciata durante l’incontro dell’“Organización Indígena de Antioquia – Oia – del 1994)
Si è già parlato delle forti mire del capitale internazionale sulle immense risorse del dipartimento di Antioquia, ove s’incontrano le principali fonti naturali, idriche ed energetiche e le terre più fertili. Queste zone coincidono in modo sorprendente con quelle dove più intenso e violento è lo scenario del conflitto colombiano e dove si è esteso il controllo dei gruppi paramilitari.
Nonostante la ferma volontà delle comunità di dichiarasi neutrali di fronte al conflitto che insanguina la regione, gli attori armati continuano le loro indiscriminate aggressioni contro i territori indigeni ricchi in biodiversità, acqua e risorse minerarie. Essi sono stati trasformati in zone di confronto militare e di reclutamento, addestramento e retroguardia per i differenti gruppi armati.
In Antioquia vivono attualmente circa 16.000 indigeni, appartenenti a 4 gruppi etnici: gli Embera, i Chamí, i Tules e i Senúes, che occupano 300.000 ettari di terra, in gran parte boschi naturali e selva. Gli indigeni antioqueños hanno proprie autorità amministrative (chiamate sailas tra i Tules e cabildos tra gli altri gruppi etnici) da 15 anni raggruppate nell’Organización Indígena de Antioquia (OIA), a sua volta parte dell’Organización Nacional Indígena de Colombia (ONIC).
Secondo l’OIA, negli ultimi sei anni sono stati assassinati o fatti sparire una settantina di rappresentanti delle istituzioni locali, insegnanti, promotori di salute e leader delle comunità. A questa strategia di morte selettiva, si sono accompagnati i continui furti di beni, utensili, raccolti e animali comunitari da parte dei differenti attori del conflitto, il divieto a realizzare le attività necessarie a garantire la sopravvivenza quotidiana (raccolta di viveri, coltivazioni, pesca e caccia), il desplazamiento di una ventina di comunità dai loro territori tradizionali, l’imposizione di decisioni che hanno spinto alcuni indigeni a partecipare al conflitto creando rivalità tra le comunità. <<I nostri territori sono stati convertiti in un carcere, in un campo di concentramento, dove moriamo per fame, denutrizione, mancanza di vaccini e attenzione medica, paura, incertezza, solitudine. Queste fatti stanno causando lentamente il genocidio del popolo Embera>>.
Lo Stato non è mai intervenuto per prevenire crimini e violazioni. <<Al contrario – denuncia l’OIA – ha sospeso il processo di attribuzione delle terre e il risanamento dei territori indigeni, promuovendo grandi progetti e opere infrastrutturali senza consultare i popoli interessati, violando i diritti sanciti dalla Costituzione, non compiendo atti concreti nella lotta contro l’impunità di chi viola i diritti umani>> (vedi rapporto pubblicato dalla OIA a fine 2000, nel quale si ricostruisce l’escalation delle violazioni al diritto internazionale umanitario che si sono registrate negli ultimi anni).
Gli indigeni di Antioquia sono tra i soggetti sociali più impegnati a favore del processo di pace e di democratizzazione delle asfittiche istituzioni colombiane. Durante il Congresso Indigeno di Antioquia tenutosi a Medellín nel giugno del 2000, la OIA ha varato un documento in cui si delinea una precisa strategia in difesa del diritto umanitario. Vi si afferma, tra l’altro: <<Esigiamo che non venga criminalizzata la protesta sociale e la soluzione politica negoziata del conflitto armato. Insistiamo sulla necessità di procedere nei dialoghi di pace, ampliandoli con una presenza decisa della società civile. Chiediamo in maniera urgente e proritaria, la discussione e l’implementazione del cessate il fuoco, la restituzione di ostaggi, sequestrati e desaparecidos e la definizione di accordi tra le parti>>.
Di fronte all’intolleranza degli attori armati e all’indisponibilità di ampi settori della società colombiana al dialogo, l’OIA ha deciso di rispondere alle armi con la “politica della parola”. <<Ciò significa dialogare con tutti i gruppi armati che occupano i nostri territori, riaffermando di fronte al paese la nostra autonomia e la volontà di non partecipare alla guerra, legittimati dagli irrinunciabili diritti che abbiamo conquistato con la nostra lotta e con le sofferenze sopportate per secoli. Per sostenere la soluzione politica negoziata del conflitto armato, abbiamo invitato il nuovo comitato esecutivo a costituire una “Comunità permanente di dialogo e negoziazione”, con la finalità di ottenere la firma di accordi umanitari con i gruppi armati, arrestare la violenza contro le comunità indigene e richiedere la punizione per gli assassini dei nostri fratelli>>.
Tra le iniziative delle comunità indigene di Antioquia, la campagna Para que Embera Viva (Affinché gli Embera vivano), lanciata per ottenere la solidarietà internazionale e coordinare le azioni necessarie a garantire la sopravvivenza delle comunità minacciate. Un’iniziativa che subito dopo il suo avvio ha avuto il suo primo martire: il 2 marzo 2000 è stato sequestrato e fatto sparire l’indigenista Jairo Bedoya Hoyos, ex parlamentare e coordinatore della campagna. L’uomo sarebbe stato fermato da un gruppo paramilitare nel municipio di Envigado, dove si trovava per partecipare all’Assemblea della Società Civile per la Pace.
9. Il tributo delle comunità indigene nell’Urabá antioqueñoLa parte settentrionale del dipartimento di Antioquia comprende la regione dell’Urabá, il più importante centro di produzione di banane e frutta tropicale della Colombia, da sempre in mano alle multinazionali del settore. La regione è stata vittima nell’ultimo ventennio di efferate stragi di braccianti in sciopero e di pesanti violazioni alle comunità afrocolombiane e indigene residenti, maggioritarie nell’area.
È nell’Urabá antioqueño che l’OIA ha pagato recentemente dolorosi tributi. L’1 agosto del 2000, tre suoi attivisti sono stati assassinati in due differenti incursioni armate. La prima si è verificata nella comunità di Saundó della Riserva Yaberaradó, dove appartenenti alle Farc uccidevano davanti ai loro familiari Julio Domicó, governatore locale delle comunità indigene di Saundó, Juradó Alto, Congo e Mina, ed Amanda Niaza, leader delle donne Embera del municipio di Chicorodó. Nella stessa giornata cadeva sotto i colpi di un gruppo armato il medico tradizionale della comunità di Congo, Jesús Antonio Domicó. Il successivo 17 settembre nel municipio di Chigorodó si realizzavano altri gravi fatti di violenza, che costringevano numerose famiglie ad abbandonare le abitazioni. Un gruppo armato ha tentato di uccidere nell’Alto de Guapá l’indigeno Eluvin Domicó, salvatosi miracolosamente; tuttavia, sua madre, un bambino e altre due donne uscite per cercarlo, sono risultate scomparse.
Ancora più drammatica la situazione registratasi nella regione meridionale dell’Urabá, sul corso del Medio Atrato tra i municipi di Vigía del Fuerte e Murindó. L’area, all’interno del cosiddetto Chocó biogeografico, ospita sei riserve indigene e undici comunità. Gli indigeni vi abitano accanto alla popolazione afrocolombiana, accomunati dalla miseria in un’area ricchissima in biodiversità e, nel contempo, marginalizzata dalla politica statale.
A partire dal 1997, i territori collettivi delle comunità della zona di Murindó, sono stati gravemente colpiti dalla disputa territoriale tra gli attori armati. La popolazione è stata vittima di violenze ed omicidi selettivi, assedi, reclutamenti forzati, detenzioni arbitrarie, desplazamientos di massa, intimidazioni contro le proprie organizzazioni rappresentative. I villaggi maggiormente colpiti sono stati quelli di Guaguas e Bartolo. Quest’ultimo ospitava la popolazione nera e il gruppo etnico Cordobés; dopo la distruzione totale delle abitazioni, le due comunità si sono disperse nel dipartimento di Antioquia.
A fine agosto 2000, per denunciare la sistematica violazione dei diritti della comunità indigena dell’Alto Guayabal (Atrato Medio) e il preoccupante allestimento di infrastrutture militari nell’area da parte dell’esercito colombiano, duecento indigeni hanno occupato per diversi giorni il Municipio di Murindó. Questa comunità era stata costretta nei mesi precedenti a fuggire, a seguito di un bombardamento aereo dell’esercito. <<Due aerei e tre elicotteri – hanno denunciato i leader della comunità – sorvolarono la comunità e spararono contro di noi. Quando tornammo al villaggio tre mesi dopo, ci rendemmo conto che erano state assassinate tre persone tra coloro che avevano deciso di non fuggire>>.
Purtroppo non è stata questa l’unica incursione dell’esercito colombiano contro la popolazione Embera di Antioquia. Sei indigeni (tra cui una donna incinta e quattro bambini) sono morti il 28 marzo ’98 durante il bombardamento dei militari contro il villaggio di Mutatá. Sei mesi più tardi, sempre a Mutatá, i paramilitari delle ACCU (Autodefensas Campesinas de Córdoba y Urabá), trucidavano due donne indigene della comunità di Nusidó, mentre due soldati della 17^ brigata dell’esercito violentavano due donne Embera in presenza dei propri figli e mariti. In seguito alle minacce dei paramilitari e ai sempre più violenti scontri tra le forze armate e la guerriglia, cinquecento indigeni erano costretti ad abbandonare il municipio. Un ulteriore desplazamiento di ventotto famiglie Embera si registrava il successivo 9 ottobre, quando il 57° fronte delle Farc uccideva quattro contadini e due indigeni, dopo averne bruciato le abitazioni. Alla fine del 2000 erano circa 700 gli indigeni che avevano trovato rifugio nel municipio di Mutatá, riparati sotto teloni di plastica.
10. Sottosviluppo e violazioni nella zona di Murrí (Frontino)
Ad ovest del dipartimento di Antioquia, tra i municipi di Frontino e Dabeiba, è ubicata la zona di Murrí, dove sono state riconosciute le riserve di Murrí-Pantano e Chaquenoda, con una popolazione Embera di 3.000 abitanti, organizzate in 18 comunità ed un ‘Cabildo mayor’ associato alla OIA.
In questa aerea la situazione è progressivamente peggiorata a partire dal 1995. Gli attori armati in lotta per il controllo del territorio effettuano detenzioni illegali, aggressioni verbali e fisiche, minacce ed attentati, impediscono la libera circolazione e il transito dei veicoli in una parte significativa del territorio, limitano l’accesso al mercato. Ciò ha posto seriamente a rischio la sicurezza alimentare della comunità indigena, aggravando le condizioni di salute di bambini, donne e anziani. L’incidenza delle malattie e la denutrizione hanno innalzato l’indice di mortalità. Secondo gli ultimi dati in possesso dell’OIA, a causa delle precarie condizioni sanitarie ed alimentari, nel 1997 sono deceduti venti bambini e dieci adulti, mentre nel primo trimestre del 1998 sono morti quindici bambini e due adulti.
Contemporaneamente si sono fatte sempre più sanguinose le incursioni armate nell’area di Murrí: nel 1998, sette indigeni sono stati uccisi e altri tre sono stati fatti sparire dalle Auc e dalle Farc. Ancora cinque indigeni del gruppo etnico Embera sono stati assassinati nel luglio 1999 dai paramilitari nel vicino municipio di Frontino. Il leader indigeno Higino Siniguí, è stato invece fatto sparire dalle Accu il 12 gennaio del 2000. Il successivo 28 marzo è stato rinvenuto nella strada verso l’Alto di Nutibara (Murrí), con evidenti segni di tortura, il corpo di un ragazzino di 12 anni con difficoltà di linguaggio, Rubén Dario Bailarín. Due giorni prima era stato desaparecido il rappresentante della comunità di Pegadó Remigio Bailarín.
Detti crimini si sono verificati dopo che un gruppo della guerriglia aveva realizzato un’incursione a Nutibara (municipio di Frontino), uno dei territori con maggiore popolazione Embera-Katío del dipartimento di Antioquia. Sempre nella zona di Murrí, il 30 giugno è stato rinvenuto il corpo di Joselino Bailarín, governatore della comunità di Canaverales. Era stato sequestrato da uomini delle autodefensas nel villaggio di Nutibara, mentre si stava dirigendo a Medellín per partecipare al Congresso Indigeno di Antioquia.
Sulla popolazione indigena non sono mancate le violenze da parte dei guerriglieri delle Farc. Il 4 maggio 2000, sono stati minacciati di morte il governatore della comunità di Jenaturadó e due membri del Cabildo Mayor di Frontino. Una ventina di giorni più tardi, ancora le Farc assassinavano Hernando de Jesús Bailarín, maestro indigeno nella comunità di Amparradó.
11. Gli Embera del Chocó e i megaprogetti
Il Chocó, la regione occidentale della Colombia, bagnata dall’oceano Pacifico, ha una ricchezza in biodiversità seconda solo alla foresta amazzonica e come quest’ultima è al centro di un programma intensivo di deforestazione e sfruttamento delle risorse del sottosuolo che genera ulteriore inequità e sottosviluppo tra le popolazioni autoctone.
Vi si trovano giacimenti minerari d’importanza strategica per la siderurgia, l’industria elettrometallurgica ed aerospaziale e la produzione di energia nucleare: bauxite, manganesio, cobalto radioattivo, cromo, nichel e petrolio. La regione, inoltre, apporta alla produzione nazionale il 69% della pesca marittima, il 42% del legname pregiato, l’82% del platino, mentre le numerose miniere di oro della zona assicurano il 14% della produzione nazionale del metallo prezioso. Data la sua ubicazione come punto di incontro dei due oceani, il Chocó riveste poi un’importanza geostrategica per il continente, specie per la realizzazione di alcuni megaprogetti sui quali si basano le maggiori politiche economiche e militari del secolo XXI.
Novemila miliardi di lire sono stati destinati alla costruzione di un canale che collegherà il Pacifico all’Atlantico, che a differenza di quello di Panama permetterà il transito di navi di 250.000 tonnelate, di portaerei atomiche e sottomarini in immersione. Sono inoltre previste la costruzione di due porti commerciali, di una rete stradale nella selva d’interconnessione con la via Panamericana, di una linea ferroviaria per il trasporto delle risorse minerarie, di un enorme impianto idroelettrico, di una base navale e un poligono militare a Bahía Malaga e di un porto fluviale a Malaguita.
L’implementazione di questo “piano di sviluppo”, su cui premono gli interessi economici delle multinazionali e quelli strategico-militari degli Stati Uniti, comporterà la distruzione dell’area forestale, la modifica dei corsi dei fiumi, la desertificazione e la cementificazione di vasti territori. Le popolazioni residenti, consapevoli del dissennato impatto socioambientale del “piano di sviluppo”, vi si oppongo tenacemente ma le classi dirigenti del paese hanno adottato contro di esse la strategia della violenza, dello sradicamento, del genocidio etnico.
L’implementazione di questo “piano di sviluppo”, su cui premono gli interessi economici delle multinazionali e quelli strategico-militari degli Stati Uniti, comporterà la distruzione dell’area forestale, la modifica dei corsi dei fiumi, la desertificazione e la cementificazione di vasti territori. Le popolazioni residenti, principalmente quelle indigene, consapevoli del dissennato impatto socioambientale delle megaopere, si oppongono tenacemente. In risposta, le classi dirigenti colombiane hanno adottato la strategia della violenza, dello sradicamento, del genocidio etnico.
In Chocó sono presenti tre gruppi indigeni: gli Embera, i Wounaán e i Tule. Secondo un censimento del 1994, sarebbero in totale 31.403, distribuiti in 5631 famiglie e 219 comunità. A seguito dell’approvazione della costituzione del 1991, le comunità hanno ottenuto la titolarità su quasi il 70% delle terre su cui abitavano tradizionalmente. Da queste terre oggi sono cacciati per via delle dinamiche in atto.
L’esodo delle popolazioni di origine afrocolombiana ed indigena dai villaggi del Chocó, è un fenomeno relativamente nuovo. Le prime incursioni massive delle organizzazioni paramilitari si registrano nel 1996, in particolare contro le comunità insediate sulla strada Quibdó-Medellín, importante via di comunicazione interdipartimentale, oggi impercorribile e pressoché disabitata. Tra le comunità più colpite, quella di Sabaleta, al chilometro 15 della strada Quibdó-Medellín, definitivamente abbandonata nel giugno del '98, quando le ACCU uccidevano alcuni leader indigeni e ottenevano il pieno controllo del territorio, prossimo ad un’importante miniera d’oro della regione. Nello stesso anno, le Autodefensas Campesinas intraprendevano una vasta offensiva militare per il controllo del municipio di Riosucio, area strategica per la realizzazione del progetto più ambizioso nel Chocó, il cosiddetto “Canale interoceanico”. Uno dopo l’altro cadevano sotto il fuoco paramilitare i più significativi esponenti indigeni dell’etnia Embera e i rappresentanti dei campesinos.
L’organizzazione indigena Embera Wounán del Chocó – l’OREWA’ – sottolinea come il 2000 abbia visto l’incremento nelle uccisioni di leader e membri delle comunità (15 sino ad ottobre) e nelle sparizioni forzate eseguite da appartenenti alla guerriglia, ai paramilitari e all’esercito nazionale. <<Le nostre comunità hanno dovuto lasciare le riserve e spostarsi verso i centri urbani o verso il vicino territorio di Panama. L’attenzione statale in materia di salute ed educazione si è fatta ancora più precaria e si è registrato un crollo nella qualità della vita in generale. Le sempre più frequenti delle operazioni di fumigazione delle forze armate hanno pregiudicato il territorio e la salute>> (Rapporto presentato dalla Orewá a Quidbó, nel día de la raza, il 12 ottobre 2000).
L’Orewá ha puntato il dito in particolare contro le contiguità sempre più evidenti in Chocó tra le forze armate e i gruppi paramilitari, principali responsabili del processo di espulsione. Il cordone paramilitare ha cominciato a stringersi nella regione al soldo delle multinazionali e del capitale finanziario nazionale cresciuto grazie al narcotraffico e al riciclaggio del denaro sporco.
12. Le comunità indigene prime vittime delle fumigazioni del Plan Colombia
A seguito dell’azione repressiva dello Stato sulle zone cocalere del dipartimento meridionale di Nariño (al confine con l’Ecuador), intrapresa con la prima fase del “Plan Colombia”, è in atto il progressivo trasferimento di vasti settori della popolazione indigena verso i territori circostanti e in particolare nei municipi di Mallama e Ricaurte
Queste comunità appartengono tutti al gruppo etnico Awá, circa 21.000 persone che vivono in un resguardo di 300.000 ettari di selva umida tropicale nei municipi di Barbacoas, Ricaurte e Tumaco. Le autorità tradizionali Awá si sono organizzate unitariamente nell’Unipa (Unidad Indigena del Popolo Awá) e hanno ottenuto il riconoscimento ad implementare autonomamente programmi sanitari, di educazione in lingua natia, e di esercizio della giustizia interna.
Attualmente gli Awá sono costretti a difendersi dall’occupazione abusiva del loro territorio da parte dei produttori di coca e dei gruppi criminali che monopolizzano il processamento e la vendita della cocaina e dai drammatici effetti ambientali causati dalla coltivazione e la trasformazione della droga. <<Lo sviluppo delle coltivazioni illecite nella regione pacifica nariñense – denunciano le autorità Awá – sta danneggiando enormemente le nostre comunità, innanzitutto perché contrastano con la nostra economia tradizionale, basata sulle piccole coltivazioni cicliche, la produzione del latte, la pesca, la raccolta di frutti di bosco e l’allevamento in piccola scala di uccelli e maiali. In secondo luogo, accelerano il processo d’impoverimento organico del suolo e il nostro territorio è già costituito da terre poco fertili. Le coltivazioni di coca, per le alte quantità di sostanze chimiche ed insetticidi richieste, causano la morte della madre terra, trasformando le riserve in un deserto>>.
La devastazione ambientale procede accanto ai processi di disgregazione sociale e dei valori culturali tradizionali indigeni. <<Si stanno generando alti gradi di violenza tra le giovani generazioni, ci sono attacchi, furti, dispute e morti, ed è il sangue indigeno dei nostri figli che sta pagando la bonanza di quest’affare>>.
Le riserve di Awá nel dipartimento di Nariño hanno, inoltre, subito nel 2000 gli effetti diretti delle fumigazioni con il composto cancerogeno glifosato da parte dei mezzi aerei delle forze armate.
Durante le prime tre settimane del mese di settembre sono state portate a termine operazioni di eradicazione aerea in varie zone del municipio di Tumaco, che hanno colpito le riserve del Gran Rosario (oltre 153 famiglie investite dalle fumigazioni), di Santa Rosita (15 famiglie) e Feliciana (20 famiglie). Ingenti i danni alle coltivazioni di banano, patate, mais, yuca e frutta e alle aree per la pescicoltura realizzate con fondi statali. <<La fumigazione indiscriminata ha lasciato queste comunità senza i loro alimenti mentre le sostanze tossiche sono arrivate anche in ampie aree di bosco umido tropicale primario, in terre non adatte per l’agricoltura, però nelle quali s’incontrano speci animali commestibili e diverse specie vegetali base nella nostra medicina tradizionale>>.
Questo è quanto hanno denunciato gli esponenti di Unipa, i quali raccontano anche della morte per avvelenamento di migliaia di galline, maiali, uccelli, conigli e altri piccoli mammiferi. <<Il pregiudizio più grande – conclude Unipa – è stato causato alle fonti d’acqua e alla salute umana, con la comparsa di dolori alle ossa, vomito, nausea, febbre e altri malesseri specialmente tra la popolazione infantile e gli anziani>>.
Quanto accaduto nel dipartimento di Nariño si aggiunge a vicende analoghe subite negli ultimi due anni da altre comunità indigene, vittime di attacchi indiscriminati e fumigazioni con composti chimici. Due giovani ragazze indigene, per esempio, sono morte il 13 febbraio ’99 in seguito ad un’operazione di fumigazione della polizia, nel settore di Caquiona, dipartimento del Cauca. Nel Guaviare, dove è stata fumigata una superficie di 96.000 ettari di terra (cioè quattro volte le aree che secondo le autorità militari sono destinate nella regione alla produzione di coca), ci sono stati mitragliamenti indiscriminati a danno dei coltivatori e delle comunità indigene, e sono state colpite decine di aziende agricole con danni incalcolabili alle coltivazioni.
Ancora più drammatico il bilancio tra le comunità indigene della foresta amazzonica colombiana. Il 12 febbraio 1999, l’aeronautica ha bombardato un villaggio indigeno dell’etnia Puinave sito sulla Laguna de Cacao, nel municipio di Inirida (Guainia). L’operazione militare ha causato la distruzione di abitazioni e campi coltivati e la morte di due abitanti, mentre altre 196 persone sono state costrette ad abbandonare la zona. Nel municipio di Jambalo (Cauca), l’8 aprile ’99, un gruppo di elicotteri delle forze armate ha bombardato una vasta zona rurale, costringendo alla fuga oltre cinquecento membri della comunità indigena Paeces.
Una commissione d’inchiesta ha appurato che i bombardamenti avevano causato la morte degli animali d’allevamento e la distruzione di numerose abitazioni. Un attacco privo di qualsiasi giustificazione, brutale, gratuito, contro un gruppo che si è caratterizzato per la neutralità attiva nel conflitto e la ricerca di un originale processo di democrazia partecipativa e di difesa dei valori culturali al punto di ottenere recentemente il Premio nazionale per la pace indetto dalle maggiori testate giornalistiche e televisive colombiane. Un premio pagato però a caro prezzo. Secondo il Consejo Regional Indígena del Cauca (CRIC), oltre 500 indigeni Paeces sono stati assassinati a partire dal 1971, anno in cui è iniziata la lotta per il recupero delle proprie terre.
Formato per la citazione:
Antonio Mazzeo, "Violazioni dei diritti indigeni e distruzione delle risorse", terrelibere.org, 30 dicembre 2000, http://www.terrelibere.it/doc/violazioni-dei-diritti-indigeni-e-distruzione-delle-risorse |