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Storia di Tangentopoli

Storia di Tangentopoli

Giuseppe Tomasello

 

Il sistema politico italiano basato su corruzione, concussione e finanziamenti illeciti fu messo a nudo dall’inchiesta Mani pulite scattata nel febbraio 1992. Allora si enfatizzò il ruolo catartico dell’azione giudiziaria come strumento di riscossa della società civile contro l’illegalità. Poi si gridò al complotto che cancellava una classe di governo “democraticamente eletta”. Uno studio critico sul fenomeno dove è la tangente ad affermare i rapporti di dominio e sudditanza.

 

 

Indice

 

1. Breve storia della corruzione

 

2. La natura fenomenologia della tangente

 

3. Tangentopoli e le condizioni per l’emergere di “mani pulite”

 

4. La corruzione come sistema

 

5. Cronologia di Tangentopoli

 

6. Statistiche su “mani pulite”

 

7. Osservazioni conclusive:le nuove “strategie di cura” per la corruzione

 

Bibliografia

 

Leggi e Decreti citati

 

 

 

 “Hai visto che gli sta capitando ai giudici di Mani pulite? Gli viene rinfacciato che sono loro i responsabili dei suicidi e delle morti d’infarto di alcuni imputati. Sul fatto che gli imputati erano corrotti e corruttori e si meritavano il carcere si sorvola: secondo queste anime belle il vero colpevole non è il colpevole che, in un momento di vergogna, si suicida, ma il giudice che l’ha fatto vergognare.(…)

 

Andrea Camilleri – La luna di carta

 

 

 

 

1. Breve storia della corruzione

 

La corruzione politica e la connessione tra politica e denaro è un fenomeno che è sempre esistito, e si è proposto nel corso dei millenni, in varie forme e con varia gravità[1].

 

Nell’antica Roma, anche prima di arrivare al Basso Impero, diventato proverbiale come regno della corruzione, il fenomeno ebbe dimensioni almeno dieci volte superiore a quelle dei nostri tempi. E cosa dire del sedicente integerrimo custode dell’erario romano Catone il Censore che, tra un lavacro morale e l’altro, subì oltre quaranta processi per corruzione. Tutti ricorderanno la fatidica “Delenda Carthago!”. Perché Catone ce l’aveva tanto con Cartagine? Vi è stato chi ha sostenuto che Cartagine esportava quell’olio di cui Catone era grande produttore.

 

Una grande quantità di testimonianze di autori latini e greci fa luce sui vari aspetti della corruzione politica durante la Repubblica e i primi due secoli dell’Impero: corruzione legata alle strutture clientelari della società, all’esistenza di potentati personali al di fuori e al di sopra del potere legale, all'importanza e al prestigio della ricchezza come strumento indispensabile di dominio politico. Associazioni paramafiose (clientela[2] e amicizia), corruzione elettorale e brogli[3], concussione e peculato, bustarelle, appalti e tangenti, vendita di posti e di cariche, corruzione dei giudici, potere delle raccomandazioni.[4] 

 

La corruzione e le malversazioni dei funzionari dello stato affliggevano coloro che erano sottomessi alla loro autorità. Nonostante il generoso appannaggio ricevuto, i governatori delle provincie e gli alti gradi dell'amministrazione periferica spesso approfittavano con le irregolarità più diverse della propria posizione ai danni delle popolazioni soggette a Roma. Verre, il rapace governatore della Sicilia dei tempi di Cicerone, costituiva un caso tutt’altro che isolato.[5]

 

Ma la corruzione riguardava anche i gradini inferiori dell'amministrazione statale; gli storici classici si occuparono poco di questi episodi, troppo umili per meritare la loro attenzione. Più frequentemente sono citate le frodi dei publicani, titolari di lucrosi appalti statali[6].

 

L’amministrazione della giustizia è un altro settore della vita pubblica romana toccato da ampia corruzione[7]. L’assenza di un codice e di un corpo indipendente di magistrati specializzati rendeva il giudizio un evento in buona parte dipendente dalle pressioni, se non proprio azioni di vera e propria corruzione, che le parti in causa potevano esercitare sul giudice. Numerosi sono gli esempi di come i processi fossero spesso volti a favore di un personaggio ricco e potente. I processi erano pubblici, cosa che temperava gli eccessi della corruzione dei giudici e che faceva emergere l’attività di giudici integri e imparziali come termine di confronto per l’attività di tutti gli altri.

 

Non potevano mancare le raccomandazioni, un flagello che già allora minava l’efficienza dell’amministrazione pubblica. Agli inizi della sua storia Roma era dotata di un apparato statale molto snello, ma con l’ampliarsi del dominio di Roma anche l’amministrazione statale divenne più estesa, con ciò moltiplicando i posti nelle carriere statali. La caccia al posto era l’attività principale dei rampolli dell’aristocrazia senatoriale e dei giovani rampanti delle classi emergenti. Per ottenerlo era necessario godere di influenti raccomandazioni, nelle quali non è possibile trovare traccia delle qualità specifiche che il candidato poteva vantare per occupare degnamente la posizione cui aspirava, ma solo l’esaltazione di generiche virtù e soprattutto della fedeltà del raccomandato.

 

Le tappe intermedie verso l’età moderna ci svelano tentazioni e furbizie dei grandi della storia, compresi alcuni insospettabili come Cristoforo Colombo, che scrisse: “L’oro, quale cosa meravigliosa: chiunque lo possieda è padrone di avere tutto ciò che desidera”. E il giacobino Saint Just ammetteva: “Nessuno può governare senza colpe”.

 

Dice ad esempio Sancho Pancha, l’immortale eroe di Cervantes, scudiero di don Chisciotte: “Andandomene nudo, come me ne vado in effetti, è chiaro che ho governato come un angelo” e nella Marcia di Radetzky di Joseph Roth, il personaggio del conte Chojnicki “riusciva sempre a sconfiggere i candidati avversari a forza di corruzione, di violenza e di soprusi malgrado fosse un favorito del regime e uno spregiatore di quell’istituto parlamentare”.

 

Non è una buona soluzione quella di Longanesi, che liquidava la questione con cinismo, affermando: “La morale è la conclusione delle favole”: vale almeno la pena di prendere coscienza dell’estensione di questo fenomeno, e di rifletterci un pò su.[8]

 

La corruzione politica è quindi un fenomeno che suscita reazioni contrastanti, di riprovazione e di condanna morale, talvolta di accettazione più o meno rassegnata. Può accadere che le ragioni e i sentimenti sui quali si fondano queste reazioni convivano in noi, formando un cocktail dal difficile equilibrio e dal sapore cangiante, raramente gradevole.

 

È possibile che qualcuno trovi nella lettura dei poco edificanti episodi descritti dai classici l’amara consolazione che i tempi moderni non sono peggiori di quelli antichi in quanto a corruzione. L’analisi storica può servire a sfrondare il problema della corruzione dalla retorica inutile e concentrare l'attenzione sui rimedi, in diversi casi indicati con sorprendente lucidità dai classici stessi.[9]

 

E a chi importa se Giulio Cesare era un ladro? Questa domanda non è nuova, ma non sembra aver perso nel tempo la sua attualità se è vero, come scriveva il saggista americano John Jay Chapman, che “la disonestà puramente finanziaria appare di scarsa importanza nella storia della civiltà”. E se pochi appunto ricordano il vescovo inglese Thomas Becket o il presidente americano John Quincy Adams per la loro presunta disonestà, l’impressione è che la corruzione dei grandi sia ritenuta in fondo quasi inevitabile e che in qualche caso, anzi, la percezione dei sudditi o dei cittadini sia stata quella di poter contare su una conseguente ricchezza generale e maggiori occasioni di affari o prebende per tutti. “II debito pubblico”, scriveva Coleridge nel 1823, “ha fatto ricche più persone di quante lo meritassero. È come in una mensa dove sono stati distribuiti trecento buoni ma in realtà vi è posto solo per cento”. In questo caso può darsi allora che il conflitto di interessi che grava su Berlusconi o le accuse di reati finanziari che hanno toccato un imprenditore come Calisto Tanzi, per fare due casi recenti, importino eccome; ma solo in base a qualche virtuosa e moralistica considerazione.

 

Il punto è proprio questo: se la maggioranza dei cittadini sceglie infatti a suffragio universale l’uomo che offre con pragmatica saggezza grandi speranze, o se un gran numero di risparmiatori sale volontariamente sul carro di un grande capitano d’industria che promette sogni di ricchezza, occorre allora capire quale reale consapevolezza essi abbiano del possibile vantaggio che viene dalla presunta disonestà del capo. Se non gliene importi più di tanto, insomma, o se invece quella maggioranza lo consideri un fattore rilevante e decisivo al momento di depositare la propria scheda nell'urna o nell'atto di farsi largo presso la corte del magnate di turno.

 

E non c’è dubbio che, almeno quanto le mani terse dei moralisti, così quelle luride e impastate nel fango esercitino in fondo un discreto fascino sui comuni mortali; così come i Nerone e i Caligola sono passati alla storia quanto i santi (e assai più degli onesti mediocri) e le imprese dei grandi furfanti, come ci racconta Charles Mackay in un suo celebre campionario delle follie collettive, eccitano nei secoli la memoria popolare. Poiché “la speculazione”, come ha scritto Washington Irving, “è l'avventura romantica del commercio e svilisce tutte le realtà più sobrie. Fa dello speculatore di Borsa un mago, e della Borsa un motivo d’incanto”.

 

“Che cos'è un grimaldello di fronte a un titolo azionario? Che cos’è l’ effrazione di una banca di fronte alla fondazione di una banca?” si è chiesto in passato non troppo ironicamente Bertolt Brecht. Del resto senza andare molto indietro nel tempo basterebbe citare l'ex premier inglese Margaret Thatcher: “Nessuno si ricorderebbe del Buon Samaritano se avesse avuto solo buone intenzioni. Aveva anche i soldi”. O ancora l’ex presidente francese Charles De Gaulle, secondo cui “la perfezione invocata nei Vangeli non ha mai costruito un impero. Poiché ogni uomo d’azione possiede una forte dose di egoismo, orgoglio, durezza e astuzia. Ma tutte queste cose gli saranno perdonate, anzi saranno considerate alte qualità, se egli riuscirà a usarle per ottenere grandi risultati”.[10]

 

 

 

2. Cosa dice il “Codice”

 

Il codice penale è un corpo organico di disposizioni di diritto penale. Costituisce, insieme alla Costituzione ed alle leggi speciali una delle fonti del diritto penale. Il codice penale attualmente in vigore in Italia è il frutto di un percorso legislativo durato 5 anni, dal 4 dicembre 1925, giorno in cui venne pubblicata la legge n. 2260 con la quale il governo venne delegato ad emendare il codice penale allora in vigore (cd. codice Zanardelli), al 19 ottobre 1930 giorno in cui venne promulgato il codice con Regio Decreto 19 ottobre 1930, n. 1398, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 26 novembre 1930, n. 251, supplemento ordinario.

 

Il regio decreto di promulgazione riporta in calce le firme del Re d’Italia Vittorio Emanuele dell’allora Capo del Governo Benito Mussolini, e del Ministro della Giustizia (Guardasigilli) Alfredo Rocco; anche per questo il codice penale in vigore viene chiamato “Codice Rocco”.[11]

 

Il codice penale, nonostante sia stato più volte rimaneggiato, è organizzato in 3 Libri:

 

LIBRO PRIMO - Dei reati in generale

 

LIBRO SECONDO - Dei delitti in particolare

 

LIBRO TERZO - Delle contravvenzioni in particolare

 

Il titolo II del libro secondo tratta dei delitti contro la Pubblica Amministrazione: il Capo I dei delitti dei pubblici ufficiali contro la Pubblica Amministrazione; il Capo II dei delitti dei privati contro la Pubblica Amministrazione.

 

 

È importante conoscere le figure di reato che interessano l’argomento della tesi, e che sono qui di seguito riportate:

 

Art. 317 - Concussione

Il pubblico ufficiale[12] o l'incaricato di un pubblico servizio[13], che, abusando della sua qualità o dei suoi poteri, costringe o induce taluno a dare o a promettere indebitamente, a lui o ad un terzo, denaro od altra utilità, è punito con la reclusione da quattro a dodici anni.

 

Art. 318 - Corruzione per un atto d'ufficio

Il pubblico ufficiale, che, per compiere un atto del suo ufficio, riceve, per se o per un terzo, in denaro od altra utilità, una retribuzione che non gli è dovuta, o ne accetta la promessa, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni.

Se il pubblico ufficiale riceve la retribuzione per un atto d'ufficio da lui già compiuto, la pena è della reclusione fino ad un anno.

 

Art. 319 - Corruzione per un atto contrario ai doveri d'ufficio

Il pubblico ufficiale, che, per omettere o ritardare o per aver omesso o ritardato un atto del suo ufficio, ovvero per compiere o per aver compiuto un atto contrario ai doveri di ufficio, riceve, per se o per un terzo, denaro od altra utilità, o ne accetta la promessa, è punito con la reclusione da due a cinque anni.[14]

 

Art. 319 ter - Corruzione in atti giudiziari

Se i fatti indicati negli articoli 318 e 319 sono commessi per favorire o danneggiare una parte in un processo civile, penale o amministrativo, si applica la pena della reclusione da tre a otto anni.

Se dal fatto deriva l'ingiusta condanna di taluno alla reclusione non superiore a cinque anni, la pena è della reclusione da quattro a dodici anni; se deriva l'ingiusta  condanna alla reclusione superiore a cinque anni o all'ergastolo, la pena è della reclusione da sei a venti anni.

 

Art. 320 - Corruzione di persona incaricata di un pubblico servizio

Le disposizioni dell'articolo 319 si applicano anche se il fatto è commesso da persona incaricata di un pubblico servizio[15]; quelle di cui all'articolo 318 si applicano anche alla persona incaricata di un pubblico servizio, qualora rivesta la qualità di pubblico impiegato.

In ogni caso, le pene sono ridotte in misura non superiore ad un terzo.[16]

 

Art. 322 - Istigazione alla corruzione

Chiunque offre o promette denaro od altra utilità non dovuti ad un pubblico ufficiale o ad un incaricato di un pubblico servizio che riveste la qualità di pubblico impiegato, per indurlo a compiere un atto del suo ufficio, soggiace, qualora l'offerta o la promessa non sia accettata, alla pena stabilita nel primo comma dell'articolo 318, ridotta di un terzo.

 

Se l'offerta o la promessa è fatta per indurre un pubblico ufficiale o un incaricato di un pubblico servizio ad omettere od a ritardare un atto del suo ufficio, ovvero a fare un atto contrario ai suoi doveri, il colpevole soggiace, qualora l'offerta o la promessa non sia accettata, alla pena stabilita nell'articolo 319, ridotta di un terzo.

 

La pena di cui al primo comma si applica al pubblico ufficiale o all'incaricato di un pubblico servizio che riveste la qualità di pubblico impiegato che sollecita una promessa o dazione di denaro od altra utilità da parte di un privato per le finalità indicate dall'articolo 318.

 

La pena di cui al secondo comma si applica al pubblico ufficiale o all'incaricato di un pubblico servizio che sollecita una promessa o dazione di denaro od altra utilità da parte di un privato per le finalità indicate dall'articolo 319[17].

 

Art. 323 - Abuso d'ufficio

Il pubblico ufficiale o l'incaricato di un pubblico servizio, che, al fine di procurare a se o ad altri un ingiusto vantaggio non patrimoniale o per arrecare ad altri un danno ingiusto, abusa del suo ufficio, è punito, se il fatto non costituisce più grave reato, con la reclusione fino a due anni.

Se il fatto è commesso per procurare a se o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale, la pena è della reclusione da due a cinque anni.[18]

 

Art. 326 - Rivelazione ed utilizzazione di segreti di ufficio

Il pubblico ufficiale o la persona incaricata di un pubblico servizio, che, violando i doveri inerenti alle funzioni o al servizio, o comunque abusando della sua qualità, rivela notizie di ufficio, le quali debbano rimanere segrete, o ne agevola in qualsiasi modo la conoscenza, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni.

Se l'agevolazione è soltanto colposa, si applica la reclusione fino a un anno.

Il pubblico ufficiale o la persona incaricata di un pubblico servizio, che, per procurare a se o ad altri un indebito profitto patrimoniale, si avvale illegittimamente di notizie di ufficio, le quali debbano rimanere segrete, è punito con la reclusione da due a cinque anni. Se il fatto è commesso al fine di procurare a se o ad altri un ingiusto profitto non patrimoniale o di cagionare ad altri un danno ingiusto, si applica la pena della reclusione fino a due anni.

 

Art. 327 - Eccitamento al dispregio e vilipendio delle istituzioni, delle leggi o degli atti dell'Autorità

Il pubblico ufficiale, che, nell'esercizio delle sue funzioni, eccita al dispregio delle istituzioni o alla inosservanza delle leggi, delle disposizioni dell'Autorità o dei doveri inerenti a un pubblico ufficio o servizio, ovvero fa l'apologia di fatti contrari alle leggi, alle disposizioni dell'Autorità o ai doveri predetti, è punito, quando il fatto non sia preveduto come reato da una particolare disposizione di legge, con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a lire quattrocentomila.

La disposizione precedente si applica anche al pubblico impiegato incaricato di un pubblico servizio e al ministro di un culto.

 

Art. 328 - Rifiuto di atti di ufficio. Omissione

Il pubblico ufficiale o l'incaricato del pubblico servizio, che indebitamente rifiuta un atto dell'ufficio che, per ragioni di giustizia o di sicurezza pubblica, o di ordine pubblico o di igiene e sanità, deve essere compiuto senza ritardo, è punito con la reclusione da sei mesi a due anni. Fuori dei casi previsti dal primo comma, il pubblico ufficiale o l'incaricato di un pubblico servizio, che entro trenta giorni dalla richiesta di chi vi abbia interesse non compie l'atto del suo ufficio e non risponde per esporre le ragioni del ritardo, è punito con la reclusione fino ad un anno o con la multa fino a lire due milioni. Tale richiesta deve essere redatta in forma scritta ed il termine di trenta giorni decorre dalla ricezione della richiesta stessa.

 

Art. 353 - Turbata libertà degli incanti

Chiunque, con violenza o minaccia, o con doni, promesse, collusioni o altri mezzi fraudolenti, impedisce o turba la gara nei pubblici incanti o nelle licitazioni private per conto di pubbliche Amministrazioni, ovvero ne allontana gli offerenti, è punito con la reclusione fino a due anni e con la multa da lire duecentomila a due milioni.

Se il colpevole è persona preposta dalla legge o dalla Autorità o agli incanti o alle licitazioni suddette, la reclusione è da uno a cinque anni e la multa da lire un milione a quattro milioni.

Le pene stabilite in questo articolo si applicano anche nel caso di licitazioni private per conto di privati, dirette da un pubblico ufficiale o da persona legalmente autorizzata; ma sono ridotte alla metà.

 

Art. 354 - Astensione dagli incanti

Chiunque, per denaro dato o promesso a lui o ad altri, o per altra utilità a lui data o promessa, si astiene dal concorrere agli incanti o alle licitazioni indicati nell'articolo precedente, è punito con la reclusione sino a sei mesi o con la multa fino a lire un milione.

 

 

La corruzione politico-amministrativa si realizza all’interno di un mercato nascosto nel quale sono scambiati diritti di proprietà su rendite politiche, create dall'intervento pubblico[19]. Oggetto di scambio, in altre parole, sono i diritti di proprietà su risorse amministrate o soggette a regolazione da parte dello stato: la tangente non è che una quota del valore economico di quei diritti che vengono assegnati o mantenuti nella disponibilità del corruttore privato grazie all’esercizio (o all’astensione dall’esercizio) di un potere pubblico, oppure dalla trasmissione di informazioni privilegiate. Esistono diverse fonti di precarietà e d’incertezza nel godimento dei diritti informali di proprietà scambiati nel mercato della corruzione.

 

Con l’assurgere della tangente a “legge non scritta” o “regola comune” di cui tutti sono a conoscenza, sfuma in secondo piano la sua dimensione di corrispettivo economico. Essa assume un valore simbolico, come riaffermazione di un rapporto di sudditanza. In moltissime situazioni, la tangente non è stata dunque finalizzata a specifici vantaggi o all’“acquisto” di questa o quella singola prestazione del soggetto pubblico, ma a creare e mantenere “buoni rapporti” con politici e amministratori[20]. Si è del resto sottolineato in dottrina come «la corruzione non possa essere riduttivamente considerata in riferimento esclusivo al pericolo che il singolo accadimento storico rappresenta per il successivo operato del funzionario; al contrario, essa si pone come un reato di pericolo astratto volto a tutelare anche la correttezza dei rapporti tra i consociati e la pubblica Amministrazione»[21].

 

Si pensi solamente alla natura sistemica[22] e ambientale[23] della corruzione italiana, tale da rendere la tangente nulla più che una «tassa di iscrizione al sistema di erogazione delle risorse pubbliche»[24]. Dalla presa d’atto di un tale livello di degenerazione dei rapporti tra amministrazione e privati sono scaturiti molteplici interrogativi in merito alla possibilità di localizzare, nel soggetto pubblico, responsabilità penali personali per un fatto materiale manifestatosi in un comportamento; al punto da suggerire addirittura l’introduzione di una fattispecie ad hoc[25], che permettesse di attribuire rilevanza penale ai casi nei quali il pubblico funzionario si fosse limitato ad “approfittare” dell’altrui stato di soggezione ingenerato dalla pressione psicologica esercitata dal clima di illegalità diffusa.

 

In realtà, nella stragrande maggioranza dei casi, il malcostume sistemico era sfruttato dallo stesso privato per conseguire indebiti vantaggi[26] e doveva vedere sanzionati entrambi i partner dello scambio illecito in base al reato “plurisoggettivo” di corruzione; senza, dunque, che fosse necessario mobilitare la creazione di una nuova ipotesi delittuosa di “concussione ambientale”.

 

La stessa concussione, già prevista nel nostro Codice Penale (art. 317), è parsa a qualcuno, non del tutto rispondente a una visione dei rapporti tra Stato e cittadini ispirata alla responsabilizzazione di questi ultimi nel mantenimento dell'integrità dalla pubblica amministrazione[27]; al punto da suggerire proposte dirette a rimuoverla dall’ordinamento, quanto meno nella forma dell’ “induzione”, se non della “costrizione” (peraltro di per sé inquadrabile come estorsione ex art. 629 C.p.)[28].

 

Contrariamente a visioni arcaiche di un giudice come automa cartaceo, macchina deputata a eiettare sentenze dalla sua “bocca della legge”[29] dopo aver ingerito le notitiae criminis inviate dai pubblici ministeri; non solo l’interpretazione delle norme, ma anche la loro applicazione concreta dipendono da una serie di fattori che nemmeno il più complesso apparato di disposizioni legali tassative sarebbe in grado di catalogare, prevedere e prevenire totalmente. Tra essi, oltre all’ovvia, umana[30] fallibilità delle persone che incarnano le istituzioni giudiziarie, un ruolo di assoluta preminenza nell’influenzare l’effettività delle norme e delle sanzioni penali è svolto dagli stessi destinatari dei precetti giuridici: la riduzione dello scarto tra previsione di certi fatti come reati e loro perseguimento dipende infatti soprattutto dall’adesione della collettività alla valutazione come disvalore di quei fatti, connessa peraltro al consenso nutrito nei confronti delle istituzioni.

 

Si può senz’altro affermare che, agli esordi delle inchieste di “mani pulite”, un ampio riconoscimento sociale dell'azione dei magistrati sia venuto dall’opinione pubblica, la quale dunque ha oggettivamente sostenuto, come la rivelazione di «uno scenario di corruzione che non ha precedenti nella storia delle moderne democrazie occidentali»[31]. Senza trascurare il ruolo importantissimo delle «tecniche particolarmente efficaci con cui le indagini sono state condotte», «fin dagli inizi i magistrati di “mani pulite” hanno operato con il forte e manifesto appoggio dell'opinione pubblica e anche a quello hanno dovuto il proprio successo, tanto sul piano delle indagini che su quello più personale del riconoscimento pubblico»[32].

 

Anche al di là delle intenzioni dei magistrati che la stavano seguendo, la “via giudiziaria” alla rimozione delle enormi sacche di malaffare che permeavano la vita politica e amministrativa ha esercitato una particolare forza attrattiva sull’opinione pubblica e sui media proprio per le sue intrinseche caratteristiche, appunto, giudiziarie[33].

 

La qualificazione come criminale di un certo problema sociale non può evidentemente sancire l’attribuzione di una competenza esclusiva o anche solo privilegiata nella sua trattazione al criminologo o al giurista penale. È indispensabile l’apporto di comprensione che può venire da tutti coloro che, sulla base delle più diverse estrazioni accademiche o professionali, si trovino a «fare criminologia», anche solo per il fatto di affrontare una tipologia di comportamenti che attira su di sé la reazione punitiva da parte dello Stato e, dunque, integra una o più “fattispecie di reato”.

 

Lo specifico della prospettiva penalistico-criminologica si manifesta soprattutto nel suo prendere avvio dalla constatazione che le corruzioni sono qualificate come reati dall’ordinamento giuridico vigente[34] e, dunque, danno luogo, per chi se ne renda autore, a una responsabilità penale personale e colpevole (art. 27, co. 1° Cost.), derivante dalla realizzazione di un fatto tipico - in quanto corrispondente in tutti i suoi elementi a una delle disposizioni legali che compongono la cosiddetta parte speciale del diritto penale (art. 25, co. 20 Cost.) - e antigiuridico, perché in contraddizione con l’ intero ordinamento[35].

 

La pena è qualcosa che evoca l’intero, la totalità, anche di coloro ai quali viene inflitta. Una totalità che nasce dalla sua complessità di istituzione sociale. Si è detto efficacemente che «le istituzioni penali sono strettamente connesse con altre istituzioni e sfere sociali ugualmente rilevanti, e si pongono all’interno di quei circuiti di potere, di scambio, di moralità e di sensibilità che aiutano a mantenere coesa la società. Essa è un area della vita sociale che si dilata al di fuori dei propri confini e che attinge il proprio significato tanto da queste relazioni esterne che al suo interno, raggiungendo così una profondità e una ricchezza simbolica che non si arresta alla sua funzione immediata»[36].

 

Il coinvolgimento della persona, totale e senza scampo, di chi sia giudicato e condannato in sede penale, specie ove il significato di tale esperienza estrema riceva un ulteriore coloritura personalistica e stigmatizzante da parte del contesto sociale e mediatico, attiva meccanismi difensivi naturali che, analogamente a quanto riscontrato tra i minorenni, possono portare a ritorcere il giudizio sui giudicanti, a condannare i condannanti[37]. Esemplare in tal senso l’accusa ben “poco convincente”[38], rivolta, con ossessiva insistenza dagli imputati di “tangentopoli”,in occasione di qualsiasi decisione sfavorevole adottata dai magistrati, di aver agito sulla spinta delle proprie simpatie politiche.

 

Se non «legalistico e moraleggiante», come qualcuno ha scritto[39], certo il «tono» di “mani pulite” è stato dunque molto «personalistico» e ha occultato non nella maggioranza dei magistrati (la cui azione ha creato un’ occasione forse irripetibile di riscatto civile), ma nell’opinione pubblica, nella politica e nei media, la reale percezione degli effetti dirompenti prodotti dalle corruzioni sul sistema politico ed economico. In effetti la tragedia di Tangentopoli è di non avere provocato discussioni utili in merito alle questioni su quali e quanti cambiamenti apportare per modificare i confini di pratiche come il “consociativismo”, la “lottizzazione” e il “clientelismo”[40].

 

Anche la sottile questione se le diverse fattispecie di corruzione siano da considerare come reati unici plurisoggettivi ovvero come reati distinti dal lato attivo e passivo ha potuto raccogliere dalle esperienze di questi dieci anni non pochi spunti di riflessione. Ci si è infatti spesso trovati di fronte a situazioni nelle quali la condotta del privato poteva agevolmente essere definita come corruzione, pur riscontrandosi, nell’agire del pubblico ufficiale che rivestiva il ruolo di controparte nell’illecito contratto, elementi “concessivi” o “estorsivi”. La “costruzione autonoma” della corruzione attiva e della corruzione passiva operata da certa dottrina italiana[41], contro il prevalente orientamento che configura invece la corruzione come reato plurisoggettivo a struttura bilaterale, è sembrata dunque più rispondente alle fenomenologie criminose dell’era di “tangentopoli”.

 

Di una tale prospettiva di inquadramento delle fattispecie di corruzione si sono riconosciute utili ricadute anche sull’annosa diatriba in merito ai criteri differenziali tra corruzione e concussione[42], con l’effetto per esempio di poter ravvisare tendenzialmente anche una corruzione a carico del privato, oltre che una concussione a carico del pubblico ufficiale, in caso di preminenza del vantaggio conseguito dall’ extraneus; solo una concussione del soggetto pubblico nel caso in cui tale vantaggio risultasse del tutto inadeguato rispetto “al costo” che la transazione corrotta comportava per il privato.

 

Si consideri poi la controversa individuazione di quell’ «atto», conforme o contrario ai doveri d'ufficio, cui tutte le ipotesi di corruzione previste dal Codice Penale fanno riferimento quale contropartita della tangente data o promessa dal privato.

 

L’esperienza dell’ultimo decennio ha rivelato casi gravi e frequenti caratterizzati dalla stabilità del rapporto tra i partner, tale dunque da non esaurirsi in “atti” conformi o contrari ai doveri d’ufficio, ma esteso in una continuità di relazioni nell’ambito delle quali il privato riusciva a controllare tutta l'attività del pubblico ufficiale[43].

 

Le corruzioni portate alla luce dalle inchieste giudiziarie di questi anni hanno segnato uno dei molti terreni di discrasia tra dottrina e giurisprudenza, visto che la prima è rimasta prevalentemente orientata a richiedere l’individuazione dell’atto d’ufficio compiuto o da compiersi da parte del pubblico ufficiale[44].

 

Anche di recente si è così autorevolmente rimarcata «l’essenzialità nella corruzione del garantistico ancoraggio della “retribuzione” ad uno o più atti da compiere», ancorché questi possano «anche essere non specificamente definiti», non al punto però di conferire rilevanza a un atteggiamento, da parte del pubblico ufficiale, di una generica benevolenza “a futura memoria”, che si tradurrà in atti e comportamenti dai contorni pur non integralmente previsti ma al momento del patto ugualmente preventivabili[45].

 

La presa d’atto di un’innegabile difficoltà dei tipi delittuosi vigenti ad abbracciare le fenomenologie di comportamento più diffuse e aggressive ha trovato sbocco in proposte di riforma delle fattispecie di corruzione dirette ad affrancarne la previsione proprio da un aggancio troppo rigido all’atto d'ufficio, prevedendo viceversa la punibilità della ricezione di denaro o altra utilità anche solo in relazione all’attività d’ufficio[46]. In Italia tali proposte non hanno avuto però alcun seguito legislativo. Questo allargamento della previsione normativa può evitare l’inconveniente di lasciare impuniti proprio i casi più gravi, cioè quelli in cui il privato riesce a controllare tutta l’attività del pubblico ufficiale[47].

 

In una recente ricerca criminologica[48], si è rilevato come in Italia, benché i livelli di criminalità siano più bassi rispetto agli altri paesi europei, si registrano nella popolazione sentimenti di insicurezza e paura della criminalità non inferiori a tali paesi. Tra le interpretazioni di questo dato, è stata avanzata anche quella per cui la presenza capillare della corruzione contribuirebbe «alla diffidenza del cittadino verso qualsiasi autorità, aprendo la strada a comportamenti di illegalità diffusa che contribuiscono alla percezione di insicurezza generale». Si tratta di una prospettiva, tra le molte, che vale a rimarcare l’esigenza per cui una corretta discussione del problema criminale, non solo tra gli addetti ai lavori, ma altrettanto nell’opinione pubblica e da parte dei media.

 

L’esemplarità del tema della corruzione emerge sotto vari angoli visuali, ma innanzi tutto proprio per la rilevante dannosità sociale[49] di questo reato, ripetutamente evocata nelle molte occasioni di dibattito presentatesi in questi anni.

 

Il collocarsi del fenomeno nel vitale snodo dei rapporti tra i “piani alti” dell’Economia e quelli della Politica ha finito per conferire alle dimensioni e alla natura del danno prodotto da questi fatti una portata ben superiore a quella coinvolgente il “buon andamento” e “l’imparzialità” della pubblica amministrazione ma estesa all’integrità dell’economia nazionale, alle regole della concorrenza e allo stesso funzionamento delle istituzioni democratiche, con l’esito di un’uscita degli onesti dal sistema[50]. Si afferma che la corruzione tende ad autoalimentarsi e a erodere il coraggio necessario per aderire a più elevati standard di correttezza. Una volta percepita nella sua esistenza e diffusione dalla collettività, essa riduce il rispetto per l’autorità costituita e mina la fiducia della popolazione nel fatto che l’amministrazione agisca equamente.

 

I politici, si dice, costituiscono o dovrebbero pur sempre costituire un’ élite; se questa viene giudicata corrotta, l’uomo della strada non vedrà alcuna ragione per non perseguire il proprio interesse particolare. Gli stessi soggetti pubblici vedranno indebolito il proprio coraggio di adottare provvedimenti impopolari (per esempio fiscali), tenderanno a sottrarsi alle proprie responsabilità e ai propri doveri e aumenterà tra loro e con il resto della società il livello dei conflitti e della litigiosità[51].

 

In ogni caso, quindi, a parte gli auspici di un intervento riformatore, la dottrina italiana si è generalmente mossa lungo il solco dei valori costituzionali dell’imparzialità e del buon andamento della pubblica amministrazione[52], pur sottolineandosi l’esigenza di una diversa modulazione di queste categorie in relazione per esempio alle svariate ipotesi di corruzione, tale dunque da conferire rilievo ora alla sola imparzialità nella corruzione impropria (art. 318 c.p.), ora invece anche al buon andamento nella corruzione propria (art. 319 c.p.)[53].

 

L’assunto su cui si è sostenuta l’idea per cui la fisionomia dei beni tutelati dalle fattispecie di corruzione non dovrebbe risentire dei rivolgimenti prodotti dalla rivelazione della corruzione sistemica è la seguente: non essendo intervenuto in questo stesso periodo alcun sostanziale mutamento nel quadro normativo, nessuna modificazione dovrebbe riconoscersi nella fisionomia del bene giuridico.

 

In effetti, passando in rassegna quanto intervenuto in questo decennio nella disciplina penale della corruzione, è agevole avvedersi di come, all’indomani della riforma organica (peraltro anteriore alla vicenda “mani pulite”) di cui alla legge n. 86 del 1990, le uniche modificazioni di rilievo siano derivate dalla l. n. 300 del 2000 (che ha introdotto gli art. 322-bis[54]e 322-ter[55]del Codice Penale) e, sia pure di riflesso, dal d.lgs. 231/2001[56], che ha introdotto nell’ordinamento italiano la responsabilità amministrativa dell’ente, inizialmente, oltre che per i reati di cui agli art. 316-bis, 316-ter, 640, comma 2, n. 1,640- bis e 640-ter (se commesso in danno dello Stato o di altro ente pubblico), per i soli delitti di concussione e corruzione[57].

 

Interventi che non hanno certamente alterato l’impianto  complessivo della disciplina delle corruzioni preesistente, malgrado il cospicuo numero di progetti e disegni di legge presentati negli anni passati e in parte ancora giacenti nell’attuale legislatura, volti a riformare vari aspetti di questi reati[58].

 

Il complessivo immobilismo riformatore del legislatore nazionale nella materia penale potrebbe apparire l’espressione di una sana aderenza al dettame dell’ extrema ratio della pena, visto che le novità più appariscenti registratesi durante l'ultimo decennio nella disciplina della pubblica amministrazione in senso lato si sono localizzate nell’ambito del diritto amministrativo. Si è trattato peraltro di novità  attinenti all’assetto complessivo della pubblica amministrazione[59], al decentramento[60], alla normativa sui controlli amministrativi[61], alla disciplina degli appalti[62], nonché agli effetti del procedimento e del giudicato penale sul piano disciplinare[63] nelle quali non sempre si è potuto identificare un vero rafforzamento delle difese “immunitarie” del settore pubblico nei confronti del rischio di corruzione[64].

 

In particolare, il delicato campo degli appalti pubblici, investito anche di recente da fatti corruttivi e ancora ben lontani da una definizione in sede giudiziaria[65], appare tuttora uno dei più esposti a deviazioni criminali, anche per le enormi ricchezze che esso riesce a mobilitare e per l’estensione numerica dei soggetti coinvolti[66]; un’esposizione che, pur distribuendosi tra i diversi tipi di procedura adottata, mantiene livelli particolarmente elevati nella cosiddetta “trattativa privata”, che «è una forma di contrattazione caratterizzata dall’assenza di vincoli per la pubblica amministrazione nella scelta del contraente, così che il rapporto negoziale scaturisce da un accordo diretto fra la pubblica amministrazione e la parte privata, che concorre con l'amministrazione nella definizione dei contenuti contrattuali»[67].

 

 

 

 

3. Tangentopoli e le condizioni per l'emergere di “mani pulite”

 

Tangentopoli[68] è il nome con cui fu ribattezzata dalla stampa la città di Milano all’inizio delle numerose inchieste per corruzione, concussione e finanziamento illecito dei partiti scattate dopo l’arresto del presidente del Pio Albergo Trivulzio, Mario Chiesa, avvenuto a Milano il 17 febbraio 1992. Per estensione il termine Tangentopoli è venuto ad indicare il sistema basato su corruzione, concussione e finanziamenti illeciti che, messo progessivamente a nudo nel corso dell’inchiesta mani pulite, è stato attribuito ad una parte della storia d’Italia, la cosiddetta prima repubblica (per differenziarla dalla cosiddetta seconda repubblica, cioè l’epoca successiva all’inchiesta)[69].

 

Come tutti i fenomeni complessi e ricchi di conseguenze, anche l’inchiesta giudiziaria mani pulite è stata oggetto di interpretazioni diverse e contrastanti.[70] In una prima fase hanno largamente prevalso i giudizi di carattere positivo, che enfatizzavano il ruolo catartico dell’azione giudiziaria di contrasto alla corruzione, vista come strumento di riscossa della società civile nei confronti di un sistema politico oppressivo e dominato dall’illegalità. Nel corso degli anni altre valutazioni di segno opposto si sono progressivamente affiancate a quelle precedenti, e “mani pulite” è stata di volta in volta presentata come un “golpe”, una “rivoluzione giudiziaria”, una “guerra civile”, il “braccio armato di un complotto mirante a cancellare una classe di governo democraticamente eletta”[71].

 

Si possono allora fissare alcuni punti fermi: per mani pulite si intende un insieme di indagini e di procedimenti giudiziari che hanno per oggetto reati di corruzione (intesa in senso lato, in quanto comprensiva anche di altri reati come concussione, illecito finanziamento ai partiti, turbata libertà degli incanti ecc.).

 

Il 1992 può essere individuato come il punto conclusivo della storia del “sistema dei partiti” o della “prima repubblica”. Per molti anni, ben prima della fatidica data del 17 febbraio 1992, la corruzione politica ha conosciuto in Italia un’espansione inarrestabile ed invisibile. Esemplare, in questo senso, è la ricostruzione fornita dal presidente della principale impresa italiana di costruzioni, Vincenzo Lodigiani, secondo il quale «il rapporto tra mondo imprenditoriale e politico è storicamente di stretta colleganza».

 

A suo avviso, negli anni ‘50 e ‘60, finché la Confindustria e le Società elettriche svolsero efficacemente le funzioni di “grandi elemosinieri del sistema dei partiti”, le singole imprese rimasero relativamente al riparo dalla corruzione. Ma gli scandali degli anni ‘70 ridimensionarono questi flussi di denaro, proprio mentre vi era un aumento dei costi dell’attività politica, «e allora si rese necessario per i partiti cercare e realizzare “un abboccamento” diretto con gli imprenditori che intendevano accedere al mondo delle forniture e degli appalti pubblici». Così, per esempio, l’impresa Lodigiani cominciò a seguire “la via istituzionale” alla corruzione, versando tangenti direttamente ai vertici dei maggiori partiti di governo[72].

 

L’inclusione nel sistema di protezione politica richiese il versamento di un’ imposta pari a un miliardo e mezzo l’anno. Questo meccanismo di garanzia, conclude Lodigiani, aveva una certa solidità, ma anche alcune crepe[73].

 

In un sistema politico-amministrativo nel quale le pratiche di corruzione e di finanziamento illecito divenivano gradualmente sempre più sistematiche, generalizzate e organizzate, il potere giudiziario - forte di un sistema di solide garanzie costituzionali d’indipendenza - ha conservato una sufficiente autonomia rispetto al potere politico[74].

 

E proprio dalla magistratura è partita l’iniziativa nell’azione di contrasto all’onnipresente sistema della corruzione. A iniziare da quel momento, la circolazione di informazioni sulle indagini in corso ha determinato un vero effetto-valanga: dopo i primi arresti, l’appoggio dell’opinione pubblica alle indagini in corso - evidente fin dalle sue battute iniziali - ha favorito l’azione dei magistrati e incoraggiato la divulgazione di ulteriori notizie ad opera dei mezzi di comunicazione, indebolendo nel contempo proprio quei partiti politici che fino ad allora avevano garantito la spartizione delle tangenti e la protezione degli esponenti politici sottoposti ad indagini. Mai uno scontro di questo genere si era innescato nei decenni precedenti[75].

 

Indagini potenzialmente altrettanto pericolose per i corrotti, infatti, erano state insabbiate o neutralizzate senza suscitare alcuna reazione pubblica degna di rilievo. Non si contano i casi di inquisiti che, negli anni ‘70 e ‘80, hanno usato il sostegno e la protezione politica per porsi al riparo dalle inchieste, facendosi eleggere in Parlamento e ponendosi così dietro lo schermo pressoché invalicabile dell’immunità parlamentare[76].

 

Illuminante è il caso di Antonio Natali, esponente socialista milanese e presidente della Metropolitana Milanese, nonché - secondo diverse testimonianze - ideatore della spartizione sistematica in percentuali fisse delle tangenti pagate ai partiti su ogni contratto di quell’ente, e poi dell’intero sistema di appalti pubblici dell’area milanese. Dopo il suo arresto per corruzione, nel marzo 1985, Natali ricevette manifestazioni di fortissima solidarietà dall’intero partito[77]. Durante i pochi giorni di detenzione vi fu addirittura una richiesta di visita in carcere dell’allora Presidente del Consiglio Bettino Craxi,[78]. Due anni dopo Natali fu candidato ed eletto al Senato, dove l’autorizzazione a procedere fu ripetutamente negata ai magistrati, bloccando così l’inchiesta.

 

Non è stato invece possibile offrire un equivalente sostegno politico a Mario Chiesa, data la flagranza del reato (la “mazzetta” appena pagata ancora in tasca), ma anche per il diverso scenario politico. Dopo alcuni velati tentativi di accreditare la tesi di una forzatura politica dei magistrati - data la prossimità delle elezioni politiche, previste per l’aprile successivo - Craxi in un’intervista televisiva giunse a bollare Chiesa come un “mariuolo” che getta un'ombra su tutta l’immagine di un partito che a Milano, in cinquant'anni, non ha mai avuto un pubblico amministratore condannato per reati gravi contro la pubblica amministrazione[79]. Come osserva Norberto Bobbio: «Si capisce che la maggiore o minore rilevanza dell'opinione pubblica, come opinione relativa agli atti pubblici [...], dipende dalla maggiore o minore offerta al pubblico, intesa proprio come visibilità, conoscibilità, accessibilità, e quindi controllabilità, degli atti di chi detiene il supremo potere»[80].

 

Ben presto però il sostituto procuratore Antonio Di Pietro, che dirigeva le indagini, scoprì l’esistenza di conti bancari miliardari in Svizzera: alla fine di marzo Mario Chiesa, isolato in carcere, privo di ogni appoggio da parte degli ex compagni, tradito dagli stessi appaltatori dell’ente che iniziavano a descriverlo come un instancabile concussore, cominciò a collaborare coi magistrati, dando a mani pulite una spinta propulsiva che sarebbe durata diversi anni. Il crollo dei regimi socialisti aveva nel frattempo stemperato le tradizionali contrapposizioni ideologiche, rendendo l'opinione pubblica italiana più disponibile a cambiare orientamento di voto e meno disposta a turarsi il naso[81] di fronte alla corruzione dei partiti. Le motivazioni profonde della crisi e del crollo del sistema dei partiti, infatti, hanno cause profonde, sia interne, sia legate al contesto internazionale, ed origini lontane, che risalgono almeno alla fine degli anni Settanta[82].

 

Nel mondo cattolico era in atto un processo di profonda distinzione fra religione e politica, iniziato con papa Giovanni XXIII e proseguito con Paolo VI, fino a toccare l’apice con Giovanni Paolo II, il papa polacco orientato più verso i grandi temi della politica internazionale che verso quelli interni italiani. La Dc, inoltre, doveva anche districarsi tra due richieste assolutamente inconciliabili: da un lato la disaffezione di una larga fetta dell’elettorato verso il sistema della corruzione di cui la Dc, stessa al governo per cinquant’anni, veniva vista come la principale responsabile; dall’altro l’opposizione a qualunque forma di moralizzazione del sistema da parte dei ceti clientelari che da questo sistema traevano considerevoli vantaggi.

 

Il Pci, invece, era incapace di soddisfare le esigenze dei più giovani poiché le sue strutture, il suo linguaggio, i modelli di riferimento, il modo di intendere e fare la politica erano ormai obsoleti e inadeguati a fronteggiare i problemi cui sono sensibili le nuove generazioni. Non è agevole, cioè, trovare risposte politiche convincenti ai problemi ambientali, o a quelli legati all’energia atomica, pescando nel proprio bagaglio culturale ed ideologico che si è venuto formando in un mondo del tutto diverso da quello attuale. Lo stesso concetto di antifascismo, che era stato un formidabile strumento anche elettorale, venne fatto oggetto di un primo tentativo di analisi sul piano storiografico e quindi revisionato.

 

Il sistema politico italiano subì anche gli effetti collaterali del terremoto che ha sconvolto lo scenario internazionale. Gli equilibri che tenevano in piedi il regime dei partiti, infatti, avevano ragione di esistere solo all’interno di un certo contesto internazionale, caratterizzato dalla guerra fredda, dal bipolarismo a livello planetario tra due superpotenze e dal loro contrastarsi anche sul piano culturale ed ideologico. Ma la fine del secolo segna anche la morte delle ideologie: crolla il comunismo e i regimi che ad esso si ispiravano. Inoltre il processo di integrazione europea giunge ad una fase decisiva. In questa mutata situazione internazionale, le condizioni su cui il sistema italiano si è retto, vengono improvvisamente meno. In parole povere, non essendoci più la paura del comunismo, viene meno anche la necessità, avvertita da una larga fetta di elettorato, di far confluire i voti sulla DC baluardo contro il pericolo rosso[83].

 

La crescita di nuovi movimenti (come quello referendario) e partiti che cavalcavano la protesta, dalla Lega alla Rete, ostili all’ establishment politico e sostenitori (almeno inizialmente) dell’attività dei giudici, fornì alla pubblica opinione una sponda in campo politico, contribuendo ulteriormente a indebolire i centri di potere politico coinvolti nella corruzione.

 

Un altro tassello del mosaico in cui inquadrare i successi iniziali di mani pulite è rappresentato dalla crisi economica e finanziaria che esplose in quegli anni: la stretta nella finanza pubblica da un lato accrebbe la conflittualità interna al mercato della tangente, incentivando defezioni e “confessioni” di individui insoddisfatti delle loro quote di spartizione; per un altro verso la crisi finanziaria rese ancor meno tollerabile, di fronte ai cittadini, la rivelazione dello spreco di risorse pubbliche che la corruzione portava con sé, accentuando così la reazione negativa nei confronti di partiti ed esponenti coinvolti. Di dimensioni inizialmente insospettate si è rivelata anche l’entità economica della corruzione. I primi episodi riguardavano “mazzette” di pochi milioni (qualcuno poteva perfino nasconderli nelle mutande). Si è passati a illeciti e fatti penali misurati ciascuno in miliardi o decine di miliardi[84].

 

Ma più del dato quantitativo, è quello qualitativo che conta. Rispetto agli inizi esso è considerevolmente mutato. Il salto si è avuto quando le indagini, partite da Milano, sono approdate a Roma: quando sono stato raggiunte e messe sotto osservazione le sedi centrali del potere pubblico ed economico nazionale. Per la prima volta, in Italia, si è avuta la sensazione che certi armadi potessero essere liberati dagli scheletri che li abitavano. L’Eni, l’Enimont, l’Enel, l’Anas, il dopo-terremoto in Irpinia, l’affaire del Banco ambrosiano: erano questi i nuovi emergenti capitoli di questa vicenda, che qualcuno cominciava a definire come l’89 italiano.

 

E così la Democrazia cristiana viene riacquistando il ruolo di primo piano che le spettava di diritto, a causa di quasi un cinquantennio di incontrastato potere e della conseguente occupazione dello Stato: ruolo che, per tutti i mesi iniziali della campagna di indagini, le sembrava esser sottratto dal Partito socialista. Accanto alla Dc, accanto ai socialisti della nouvelle vague, vengono ad acquistare un peso anche le altre formazioni che quel potere avevano condiviso: i socialdemocratici, i repubblicani, i liberali. Infine, il fiume limaccioso delle commistioni tra politica e affari lambì perfino le forze d’opposizione.

 

L’ingresso nell’indagine mani pulite dell’Anas, dell'Enel e dell’Irpinia ha fatto sì che si possa dire oggi che circa i tre quarti dei fatti svelati riguardavano interventi compiuti (o minacciati) sul territorio e sull’ambiente. Ancor più questo diventerà evidente quando da Milano a Roma si passò al Mezzogiorno, estendendo l’indagine dall’Irpinia all’insieme dell’attività “assistenzialistica” compiuta dall’inizio degli anni ‘80, e delle distruzioni dell’ambiente e delle regole dell’azione pubblica che ne conseguirono.

 

A mano a mano che ci si avvicina alle sedi centrali del potere, è ormai dai fatti documentati dai magistrati che appare con ogni evidenza che è “a monte” che si è avviato e promosso il processo di depotenziamento ed esautoramento delle istituzioni locali del potere: anche se ciò non può significare assolvere chi “a valle” ha aggiunto i propri errori a quelli romani.

 

Enorme il peso economico sulla società italiana: si parla di 15 mila miliardi l’anno, 150 mila miliardi tra l’82 e il ‘92. È una cifra da capogiro, che ha il pregio di illustrare con l’evidenza dei numeri il volume del rapporto tra dare e avere che si era instaurato tra la società italiana e le bande del malaffare “ordinario”. Ma non è che un dato parziale: rappresenta uno dei prezzi che la società ha pagato per Tangentopoli, non tutti.

 

Tangentopoli ha significato realizzare sul territorio interventi non necessari, e spesso dannosi. Ha significato pagare per opere mai eseguite, oppure eseguite e mai utilizzate (come le fabbriche nel Sud terremotato, o le stazioni ferroviarie a Roma per le Olimpiadi, o le strade di Ancona). Ha significato rinuncia ad effettuare i necessari controlli, a pretendere il rispetto degli accordi sottoscritti. Ha significato ridurre a zero la credibilità della pubblica amministrazione. Ha significato annullare la libera concorrenza, e insieme ogni forma di programmazione nell’interesse collettivo. Ha significato ridurre il peso dell’investimento produttivo, e accrescere quello della rendita parassitaria. Se il prezzo di ciascuno di questi elementi potesse essere tradotto in lire, la spesa complessiva che la società ha dovuto sostenere sarebbe valutabile in cifre di dimensione così grande da sfuggire alla consapevolezza comune.

 

Il regime di Tangentopoli, la collusione politico-affaristica eretta in sistema, ha caratterizzato un periodo relativamente breve della storia del nostro paese, e tuttavia, esso ha provocato una caduta dello spirito d’impresa e una perdita della capacità delle imprese di rinnovarsi e attrezzarsi: in definitiva, con un processo di deindustrializzazione, misurabile in termini di riduzione delle unità locali e degli addetti dell’apparato produttivo, incommensurabile nei suoi effetti sul futuro della società italiana e sul suo ruolo nello scenario mondiale. L’effetto più vistoso e dirompente è stato l’impatto delle vicende svelate sull’opinione pubblica, la conseguente perdita di credibilità dell’intero sistema politico, posto spietatamente in crisi.

 

Incerta, imbarazzata, tardiva, contraddittoria è stata invece la reazione della “società politica”, che solo con grande fatica ha recepito il messaggio e compreso la necessità di voltar pagina.

 

Ancor più ottusa, se così può dirsi, è apparsa nel complesso la reazione dei ceti imprenditoriali, sui quali pure ricadono (come tentiamo di documentare) non poche responsabilità per quanto è accaduto: chiusi a far barriera per difendere indiscriminatamente i rappresentanti delle proprie categorie, senza quasi ombra di riflessione critica.

 

Tutti a casa!”, era lo slogan che risuona sempre più spesso nei commenti degli organi di stampa, interpreti delle reazioni dell'opinione pubblica. Un esplicito invito al ceto politico che aveva governato, e addirittura agli esponenti di tutte le formazioni politiche su cui poggiava il sistema democratico italiano. Che occorresse un vasto ricambio del ceto politico che ha condotto a un così vistoso disastro, o che comunque lo ha ignorato o tollerato, era talmente evidente che non occorre neppure dimostrarla.

 

Ma il rinnovamento delle persone è una misura necessaria, tutt’altro che sufficiente. Il nodo decisivo rimane quello del ripristino delle regole[85].

 

Se queste condizioni descrivono lo scenario generale nel quale si inseriscono i travolgenti sviluppi dell’inchiesta, le modalità d’azione dei giudici hanno dato un contributo decisivo al suo successo. Infatti, dalla descrizione che ne è stata fornita, corrotti e corruttori coinvolti nell’inchiesta si sono trovati in un contesto di scelta corrispondente a quello del celebre “dilemma del prigioniero”, nel quale l’esito cooperativo (non confessare) era reso irraggiungibile dagli incentivi individuali ad adottare la strategia non-cooperativa (confessare), andando però incontro a un esito disastroso (per i corrotti, ossia il crollo del sistema di connivenze incrociate)[86].

 

Quando si sono diffuse le prime informazioni sul fatto che diversi indagati collaboravano coi giudici, questi ultimi hanno posto gli indagati di fronte a una secca alternativa -confessare o meno quanto sapevano - insinuando in loro il sospetto che altri avessero già parlato e prospettando, in caso di reticenza, l’applicazione di misure cautelari.

 

Come osservano i giudici di mani pulite: «la notizia della piena collaborazione di Chiesa con il magistrato inquirente [...] ha determinato alcuni pubblici amministratori ad abbandonare le cariche ricoperte e ad assumere un atteggiamento di disponibilità verso l'autorità procedente»[87].

 

La consapevolezza della massa crescente di notizie di reato in possesso dei giudici ha poi fatto il resto: gli indagati, consapevoli che le ammissioni di altri potevano metterli in guai ancora peggiori, hanno avviato una rincorsa a confessare per primi.

 

In assenza di efficaci protezioni politiche, in grado di garantire il rispetto degli instabili (se soggetti alla pressione dei giudici) patti di omertà tra i corrotti e i corruttori - anche i principali leader politici sono stati ben presto coinvolti - il sistema di omertà e connivenze incrociate è crollato come un castello di carte.

 

Dalle dinamiche di mani pulite nascono anche le premesse del conflitto tra magistratura e classe politica che si svilupperà in seguito, fino a raggiungere punte di accesa contrapposizione. C’è una prima dimensione di scontro che è, per così dire, immediata, visto che i magistrati svolgono indagini, processano e in qualche caso mettono agli arresti una fetta consistente dell’élite politica ed economica del paese.

 

A partire dal 1992, tra i principali “rischi professionali” della politica cominciò ad essere percepito anche quello di finire in manette, e come prevedibile affiorò una reazione difensiva[88]. Di qui il rinnovato impiego, da parte della classe politica, del consueto armamentario con cui da sempre si era contrastata o delegittimata l’azione dei giudici attivi sul fronte della corruzione: ai magistrati inquirenti sono andate di volta in volta le accuse di essere politicizzati o ideologizzati, affiliati ad una parte politica avversa, carrieristi, strumentalizzati, incompetenti, o anch’essi corrotti, e dunque indegni di indagare sull’altrui corruzione.

 

Ma c’è anche un altro punto di attrito: fin dagli inizi i magistrati di mani pulite hanno operato con il forte e manifesto appoggio dell’opinione pubblica e anche a quello hanno dovuto il proprio successo, tanto sul piano delle indagini quanto su quello più personale del riconoscimento pubblico[89]. Come ricorda il giudice Piercamillo Davigo: «indubbiamente abbiamo ricevuto un forte appoggio dell'opinione pubblica. Abbiamo avuto un consenso diffuso alla nostra attività»[90].

 

La crescita del grado di esposizione al pubblico dell’azione (e, inevitabilmente, anche dei tratti più personali) dei magistrati è andata avanti in parallelo con il ridursi del sostegno sia ai soggetti politici (singoli esponenti e partiti) sottoposti a indagini - la cui reputazione ha in alcuni casi ricevuto colpi decisivi - sia alla classe politica nel suo insieme, sempre più delegittimata. È cominciata così una sorta di competizione tra magistrati e classe politica per appropriarsi di una posta in palio non politica, ossia il riconoscimento pubblico, in relazione all'espandersi della funzione di controllo di correttezza politica esercitato dalla magistratura: «in maniera o implicita, o, più spesso, esplicita, che lo teorizzasse o no, la magistratura italiana ha agito tenendo conto di quanto avveniva nella sfera pubblica; e ha potuto svolgere il suo compito soprattutto grazie all'appoggio che vi ha trovato. La battaglia con la classe politica è stata combattuta per il riconoscimento e i giudizi espressi nella sfera pubblica»[91].

 

È significativo, a conferma del carattere “pubblico” e non istituzionale delle sentenze che contano, che il vero timore dei politici corrotti non fosse la punizione, ma l’essere indagati: «Ovvero, è la denuncia pubblica che consegue all’indagine della magistratura, la vera punizione, non la sentenza, la quale chi sa quando seguirà e, quando giungerà, ben poco cambierà la situazione»[92].

 

Dunque, una buona immagine e un esteso consenso nella sfera pubblica, risorse vitali per il successo e per la stessa sopravvivenza della classe politica, sono presto diventati decisivi anche per la prosecuzione delle inchieste di mani pulite.

 

La crescita del consenso all’azione dei giudici richiede rivelazioni sulle malefatte dei politici, e dunque implica una sottrazione di sostegno alla classe politica; viceversa, i politici coinvolti nelle inchieste possono riguadagnare l’appoggio del pubblico solo proclamando la propria estraneità ai fatti contestati, e dunque (implicitamente o esplicitamente) delegittimando l’azione dei magistrati come frutto di uno sbaglio (nel migliore dei casi), di un complotto, di una strumentalizzazione politica, ecc.

 

Dalla sommaria ricostruzione fornita, mani pulite nasce e si sviluppa a seguito di una serie concomitante di fattori intrecciati, dando vita a un “circolo virtuoso” per certi versi difficilmente ripetibile. Alcuni di essi, come si è visto, sono esogeni rispetto all’inchiesta, altri elementi sono invece endogeni. Un intreccio così complesso e necessariamente instabile di fattori diversi difficilmente poteva produrre risultati duraturi.

 

Le inchieste di mani pulite hanno prodotto, proprio a seguito dei loro travolgenti successi iniziali, una serie di effetti di retroazione che ne hanno progressivamente esaurito le potenzialità di sviluppo. Per un verso la classe politica ha serrato le fila, ponendo in essere una serie di provvedimenti che di fatto hanno frapposto seri ostacoli all'azione dei magistrati. Nello stesso tempo, i “nuovi” corrotti si sono addestrati ad operare in condizioni di rischio, assimilando conoscenze e abilità che li hanno resi più difficili da scoprire e sanzionare penalmente.

 

Come rileva il giudice Piercamillo Davigo: «Gli organi repressivi esercitano sulla devianza criminale la funzione tipica dei predatori: migliorano la specie predata. Abbiamo acchiappato le prede più lente, lasciando libere quelle più veloci»[93]. Se questo è vero, c’è solo da sperare che anche i “predatori”, nel frattempo, abbiano acquisito competenze in grado di migliorare le loro modalità d’azione[94].

 

Le elezioni del 5 aprile 1992 decretarono la bocciatura netta di tutti i tradizionali partiti di governo. Era il segno che una forte richiesta di rinnovamento della prassi politica che pervadeva la massa dell’elettorato, ma ancora non c’erano i soggetti nuovi, capaci di sostituirsi legittimamente ai vecchi partiti. Era iniziato, però, un processo di trasformazione che, da destra a sinistra, riguardava tutti: dopo il crollo del Muro di Berlino, il Pci di Occhetto è diventato Partito democratico della sinistra (Pds) e, successivamente Democratici di Sinistra (Ds), con questa nuova veste iniziava la corsa al governo del Paese mentre dalla sua ala sinistra si staccava il gruppo di Rifondazione Comunista; esplose il fenomeno della Lega Nord, che sotto la bandiera dell’antimeridionalismo cela una più generale intolleranza del nord ricco verso le disfunzioni del sistema politico-amministrativo; la Dc, travolta dagli scandali per la corruzione dilagante nel paese, compì, con Martinazzoli, un ultimo tentativo di sopravvivenza riassumendo l’antico nome di Partito Popolare; il Psi scomparve; il vecchio Msi, con il congresso di Fiuggi, diventò Alleanza Nazionale, sotto la guida di Gianfranco Fini[95].

 

 

 

4. La corruzione come sistema

 

Fin dagli inizi di mani pulite è emerso che la corruzione svelata dalle inchieste non era soltanto quantitativamente superiore al passato, ma anche qualitativamente diversa. Si è osservato che in molti casi di corruzione la tangente non era finalizzata all’acquisto di una contropartita specifica, come nel caso del classico scambio tra tangente e appalto, ma piuttosto all’acquisizione di una generica protezione politico-burocratica nei confronti di possibili problemi, ritardi, trattamenti sfavorevoli rispetto ai concorrenti, richieste di ulteriori tangenti non preventivate ecc., cui rischiavano di andare incontro i soggetti che avevano rapporti più frequenti ed economicamente significativi con le strutture pubbliche[96].

 

In una condizione di crisi dello Stato quale produttore di certezza, anche diritti di proprietà formalmente garantiti dall'autorità pubblica, come ad esempio quelli dell’appaltatore all’emissione dei mandati di pagamento nei tempi previsti dalla legge, o di un imprenditore alla concessione di un’autorizzazione, diventano più fragili ed aleatori. L’attività di corruzione somiglia allora alla ricerca di una sorta di “polizza assicurativa” con cui agenti pubblici e privati tentano di ristabilire condizioni minime di relativa prevedibilità e di certezza di comportamenti, trasformando in mercato l’esercizio dell’autorità pubblica[97].

 

D’altra parte, se il vantaggio in termini di riguadagnata certezza resta confinato all’interno della ristretta cerchia di corrotti e corruttori, la loro attività produce un costo - in termini di accresciuta insicurezza dei diritti ed inefficienza delle procedure - che ricade su tutti i soggetti estranei al rapporto di scambio corrotto[98]. Gli agenti pubblici corrotti, che con una mano generano incertezza dei diritti, con l'altra si mostrano disposti a vendere una protezione selettiva, ad personam, caso per caso, dalle condizioni d’imprevedibilità di cui loro stessi, con l’insieme delle loro condotte, sono gli artefici. Chi ha ripetuti contatti con una pluralità di strutture pubbliche, invece di soggiacere alle pretese di interlocutori più o meno accidentali, può così individuare controparti politiche e centri di potere da sovvenzionare periodicamente, in cambio di una protezione a largo raggio della propria attività[99].

 

In cambio di questi servizi protettivi, spesso la tangente si è trasformata in una sorta di imposta periodica, sganciata da controprestazioni specifiche, finalizzata a sanzionare “diritti” resi precari.[100]. Svincolata da un beneficio contingente, la bustarella assume le fattezze di una vera e propria imposta, versata in somma fissa ai centri di potere politico[101]. Questa modalità di erogazione delle tangenti attenua il rischio di un coinvolgimento penale, visto che è più difficile dimostrarne la natura illecita. A differenza di uno scambio contestuale tangente-appalto, un pagamento periodico può essere più facilmente dissimulato come contribuzione volontaria dell’imprenditore.

 

C’è un ulteriore campo nel quale l’incertezza è ineliminabile; essendo illegali, gli scambi occulti non possono essere garantiti dall’autorità pubblica. I soggetti coinvolti appaiono ben consapevoli del rischio di defezioni nelle intese relative alla spartizione di tangenti, sono obbligati a verificare costantemente la consistenza del flusso di tangenti attese, facendo ipotesi su chi possa avere fatto la cresta sulle quote mancanti[102].

 

Per contenere entro livelli fisiologici fonti di attrito e inconvenienti come quelli sopra descritti, che altrimenti potrebbero compromettere la capacità diffusiva del sistema di corruzione, si è consolidato in Italia un insieme estremamente resistente di regole, aspettative corrisposte, equilibri interni, competenze linguistiche[103]. Nel sistema della corruzione si sono progressivamente affermate regole di coordinamento che prescrivono con esattezza come comportarsi[104].

 

Il potere trascinante della “legge”[105] della corruzione viene descritto in maniera esemplare dalla vicenda dell'ufficio lva di Pavia, riportato dal giudice Piercamillo Davigo, nel quale ventinove impiegati furono arrestati per le tangenti riscosse in cambio di verifiche fiscali addomesticate[106].

 

L’imprenditore Fabrizio Garampelli descrive la loro evoluzione, frutto delle azioni, ma non delle intenzioni degli individui coinvolti nel sistema: «Qui ci siamo trovati in una situazione proprio da fenomeno perverso, per cui ci siamo trovati ad un certo punto avvolti noi stessi nei fatti, in una situazione che era diventata insostenibile. Come siamo partiti, non è che da un giorno all’altro ci siamo detti “beh, adesso bisogna...”. I fatti si sono poco per volta evoluti e si è arrivati ad una situazione come quella che è scoppiata [...]. Direi che negli ultimi dieci anni c’è stata una grossa evoluzione»[107]. Secondo un esattore milanese di tangenti, il socialista Sergio Radaelli: «Semplicemente tutti noi ci siamo adeguati a un sistema che va avanti dagli anni '50, e man mano che taluni i esponenti dei partiti sono stati messi nei consigli d'amministrazione delle varie aziende pubbliche avevano il compito di continuare e perpetuare il sistema, richiedendo e ricevendo soldi dalle imprese. [...] Tutti sapevamo come stavano le cose e ognuno recitava il suo copione»[108].

 

Conferma Maurizio Prada: - Il sistema è cresciuto da solo. [...] Non è esistito nessun "grande vecchio". Lo sviluppo, la crescita, la spinta alla razionalizzazione di questo sistema di finanzia- mento arrivò nel momento in cui i partiti persero la tradizionale contrapposizione ideologica»[109].

 

In questo contesto, alcuni centri di potere possono svolgere attività di composizione delle controversie e, in cambio dei loro servizi protettivi possono rivendicare una quota delle rendite politiche scambiate nel mercato della corruzione[110].

 

Nel mercato della corruzione così strutturato, un centro di potere determinante in quel contesto decisionale (la segreteria centrale di un partito, una sua frazione o corrente, un boss, un’alleanza o gruppo trasversale tra più soggetti o partiti) assume il compito di garantire la “regolarità” delle condotte[111].

 

In conclusione, mani pulite ha mostrato che nei casi in cui il fallimento dello Stato nel produrre certezza investe la sfera dei rapporti tra cittadini, imprese e agenti pubblici, alcuni soggetti politici (partiti, correnti, frazioni, comitati d’affari, “clan”, ecc.) possono specializzarsi nel rispondere alla conseguente “domanda” di protezione nelle relazioni con lo Stato. Queste organizzazioni assumono la funzione di garanti dei precari diritti di proprietà trasferiti negli scambi corrotti, o affievoliti dall’inefficienza e dall’arbitrarietà (nei tempi di risposta o negli esiti decisionali) dell’azione dello Stato[112].

 

 

 

5. Cronologia di Tangentopoli

 

Per una visione abbastanza chiara dell’arco temporale di Tangentopoli, periodo peraltro confusissimo, si è preferito usare una scansione mensile.

 

 

 

1992 – FEBBRAIO

 

Tutto comincia il 17 febbraio 1992[113], quando il pubblico ministero Antonio Di Pietro chiede ed ottiene dal GIP la cattura di Mario Chiesa, presidente socialista del Pio Albergo Trivulzio, uomo molto vicino a Bettino Craxi, che viene arrestato in fragranza di reato, avendo appena intascato sette milioni di vecchie lire da un ditta di pulizia monzese, che così comprava un appalto.

 

È l’inizio della prima inchiesta. Le notizie della corruzione in politica cominciano ad essere pubblicate da giornali e agenzie stampa[114].

 

Racconta Gherardo Colombo: (…) In realtà, era successa una cosa non eccezionale: uno di quei fatti che ogni tanto capitano, ma che prima di allora non avevano dato origine a risultati delle dimensioni di Mani pulite. Qualche giorno prima del 17, l’imprenditore Luca Magni , titolare di una società di pulizie in rapporti con il Pio Albergo Trivulzio , si era visto chiedere dal presidente del Trivulzio Mario Chiesa dei soldi per poter continuare a lavorare. Magni, invece di pagare, decise di rivolgersi ai carabinieri: Antonio Di Pietro fu incaricato delle indagini perché credo fosse il pm di turno.(...) Questa fase la conosco di riflesso, perché non sono entrato subito nell’istruttoria. Già ad aprile i dirigenti della Procura, in particolare Gerardo D’Ambrosio , ma anche Saverio Borrelli, vedendo che le inchieste stavano crescendo a vista d’occhio, mi contattarono prevedendo che nel giro di pochi giorni Di Pietro non sarebbe stato in grado di affrontare tutto da solo. In realtà, non avevo gran voglia di prendermi carico di questo lavoro: ho cominciato a essere scortato nel 1981, la tutela mi era stata appena tolta ed era prevedibile che se avessi accettato quell’incarico nel giro di poco tempo sarei tornato sotto protezione. Inoltre ero indirizzato verso un’opera di approfondimento piuttosto che verso una attività investigativa nella quale occorre essere disponibili dalla mattina alla sera. Ma poi ho risposto «sì» e sono entrato a far parte, insieme con Di Pietro, del «duo» incaricato di investigare. Abbiamo cominciato però a svelare una quantità quasi incredibile di corruzioni e così nel giro di un altro mese decisero di affiancarci anche Pier Camillo Davigo (...) [115].

 

Sembrerebbe (e Craxi il referente politico di Chiesa così subito la definisce) una “mariuolata”, negando l’esistenza di corruzione a livello nazionale, e definendo Mario Chiesa un mariuolo, una “scheggia impazzita” dell’altrimenti integro Partito Socialista. Ma, oltre i controlli incrociati, lo stesso Chiesa, dopo alcune settimane di carcere, sentendosi abbandonato e rinnegato, comincia a svelare un vasto retroscena di concussioni e corruzioni a largo raggio che va a coinvolgere numerosi esponenti della politica, della finanza e dell’imprenditoria.[116]

 

Le dichiarazioni di Chiesa, dopo che i magistrati hanno scoperto e sequestrato il suo ingente patrimonio, creato attraverso il pagamento di tangenti, e i dati fino a quel momento raccolti dagli inquirenti su esponenti politici di cui si conosceva - sia pure in assenza di prove processuali - la scarsa onestà, hanno consentito a un gruppo di magistrati della Procura della Repubblica di Milano, di estendere l’inchiesta che nell’arco di pochi mesi ha coinvolto centinaia di esponenti politici e imprenditori. Le tangenti e i contributi erano così diffusi che i magistrati parlano di dazione ambientale, una sorta di imposta implicita che gli uni versavano e gli altri ricevevano a volte senza alcuna richiesta o senza nessuna offerta.

 

Casella di testo:  Il quadro iniziale che ne deriva è di una città, Milano, dove la corruzione, la concussione e il finanziamento illecito ai partiti sono reati diffusissimi, gonfiano le spese dello Stato e degli enti locali e mettono la gestione della cosa pubblica nella mano di persone spregiudicate e disoneste.

 

Inizia così, Tangentopoli denominata anche Mani Pulite[117] condotta da un pool di magistrati dove spicca in modo particolare il P.M. Antonio Di Pietro. Gli altri magistrati del pool Mani Pulite sono: Piercamillo Davigo, Gherardo Colombo magistrato con spiccate simpatie politiche, già conosciuti, in passato, per indagini sulla loggia P2, e sui fondi neri dell’IRI; il procuratore di Milano è invece Francesco Saverio Borrelli[118].

 

 

 

1992 - MARZO

 

Che qualcosa si sia incrinato si comincia a intuire quando il potentissimo (e chiacchierato) eurodeputato democristiano  Salvo Lima viene ucciso a Palermo[119]. Successivamente si apprende dal ministro Scotti che il Viminale ha inviato ai prefetti una circolare sull’ ipotesi di un, non ben precisato, “piano di destabilizzazione”, ridimensionato immediatamente il giorno dopo[120]

 

 

 

1992 – APRILE

 

Il 5 aprile si vota per le elezioni politiche; il quadripartito ottiene una risicatissima maggioranza. Il Parlamento è frammentato con difficoltà di costituzione del governo. Il Parlamento che ne risulta è dunque debole ed è difficile arrivare ad accordi[121].

 

Durante questo mese, molti industriali e politici, specialmente della maggioranza ma anche dell’opposizione, sono arrestati con l’accusa di corruzione. Le indagini iniziano a Milano, ma si propagano velocemente ad altre città, man mano che procedono le confessioni[122]. Fondamentale per questa espansione esponenziale delle indagini è la diffusa tendenza dei leader politici di privare del proprio appoggio i politici meno importanti che venivano arrestati; questo fa sì che molti di loro si sentano traditi e spesso accusino altri politici, che a loro volta ne accusano altri ancora.

 

Nello stesso mese, Antonio Di Pietro comincia a dare fastidio; il Gico di Firenze comincia ad indagare sull’Autoparco della mafia a Milano. Nel mirino c’è il IV° distretto di polizia, lo stesso in cui Di Pietro lavorò come commissario nel 1981. 

 

Casella di testo:  Il  22 aprile vengono arrestati otto imprenditori, collaborano tutti[123]; qualche giornale comincia a parlare di Tangentopoli, la città delle tangenti e ribattezza mani pulite l’insieme delle inchieste[124].

 

 

 

1992 - MAGGIO

 

Il 2 maggio partono gli avvisi di garanzia per i parlamentari socialisti Carlo Tognoli e Paolo Pillitteri[125]. Due giorni dopo, Craxi critica i giudici e decide di commissionare la federazione di Milano nominando Giuliano Amato[126]. L’11 il sindaco di Milano Borghini si dimette, ricevendo però il mandato per costituire una giunta aperta anche agli esterni.

 

Tangentopoli si estende intanto ad altre città, e in particolare a Roma, coinvolgendo importanti imprenditori e alcuni dirigenti di partito. Parte così il primo avviso di garanzia per il tesoriere della Dc Severino Citaristi[127], coinvolto anche il capogruppo del partito repubblicano alla Camera, Antonio Del Pennino, per il reato di ricettazione nel caso delle tangenti di Milano.

 

Nello stesso giorno si cominciano le procedure per l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica[128]; le dimissioni anticipate di Cossiga dalla Presidenza della Repubblica, conducono a nuove elezioni; a camere riunite, in un clima acceso, surreale, un’arena, nuovi arresti[129] portano la contestazione in aula, dai banchi del Msi parte il grido “ladri, ladri” che si estende anche ai deputati della Lega, l’onorevole Buontempo (Msi) lancia monetine sui banchi dei Democristiani, i Verdi alzano uno striscione con la scritta “forza Di Pietro”.[130]

 

Il 20 viene arrestato il repubblicano Giacomo Properzi per concorso in ricettazione aggravata; tre giorni dopo, poco prima delle 18, sull’autostrada dell’aeroporto di Punta Raisi a Palermo viene assassinato il giudice Giovanni Falcone. Rimangono uccisi anche la moglie e tre uomini della scorta;[131] durante i successivi funerali di Stato del giudice Falcone sono moltissime le contestazioni contro i politici presenti.

 

Il 27 maggio, altri due politici, il riformista del Pds Gianni Cervetti e il socialista Renato Massari, vengono inquisiti per tangenti.

 

 

 

1992 - GIUGNO

 

All’inizio di giugno, Mario Chiesa racconta a Di Pietro che Craxi gli avrebbe chiesto di sostenere la campagna elettorale di suo figlio Bobo in cambio di protezione e incarichi politici; il giorno dopo parte una nuova raffica di arresti per lo scandalo delle tangenti: tre democristiani, due pidiessini e un socialista[132]

 

L’8 viene arrestato per corruzione Alberto Zamorani, ex vice direttore generale dell’Italstat. Il sindaco socialista di Roma Franco Carraro si dimette. Cominciano a trapelare, inoltre, indiscrezioni su finanziamenti illeciti del Pcus all’ex Pci; ma Botteghe Oscure smentisce[133].

 

Altri arresti, intanto, per Tangentopoli[134]; Craxi, che ebbe già Scalfaro nei suoi due governi come Ministro degli Interni, avanza la richiesta di salire nuovamente a Palazzo Chigi, ma l’odore di tangenti spinge Scalfaro a negarglielo, il ti massacreranno che rivolge a Craxi è inequivocabile; con il ritiro di Craxi la situazione si sblocca. Dopo lunghe consultazioni, il socialista Giuliano Amato riceve l’incarico per la formazione del nuovo governo.

 

Il 15 si scopre che anche il moralizzatore democristiano Carlo Radice Fossati ha pagato tangenti a Milano. Nel frattempo Di Pietro, nei confronti di Chiesa, rifiuta la proposta del legale che chiede il processo con patteggiamento, rifacendosi alle applicazioni del nuovo codice[135]. E, insieme ad altri venticinque imprenditori viene rinviato a giudizio per le tangenti di Milano, altri rinvii ci saranno il 28 dello stesso mese. 

 

Il 17 giugno 1992 si suicida Renato Amorese, segretario del Psi a Lodi: aveva ricevuto soltanto una informazione di garanzia. Amorese si uccide lasciando una lettera indirizzata a Di Pietro, a cui si rivolge direttamente ringraziandolo per la sensibilità dimostrata, pur nel giusto rigore delle sue funzioni. Nel frattempo, i giornali pubblicano che i finanziamenti sovietici al Pci si sarebbero fermati al 1987, ma quelli a ditte italiane sarebbero proseguiti fino a quel momento. Intanto crollano gli appalti di opere pubbliche[136]

 

 

 

1992 - LUGLIO

 

Il 3 luglio 1992, Bettino Craxi prende parola a Montecitorio, autodenunciandosi e denunciando tutti i colleghi e i partiti che per finanziarsi hanno allungato le mani; il discorso è un ammissione di colpa, una chiamata in correo, ma anche la difesa d’ufficio di una classe politica[137]; a fine discorso non vola una mosca in aula, tutti, chi più chi meno, hanno la coda di paglia.

 

Nello stesso giorno si apre il filone fiorentino con 11 arresti, contemporaneamente comincia l’operazione Mani pulite anche in Veneto[138]: quattro ordini di custodia cautelare; il giorno dopo alcuni leghisti aggrediscono due consiglieri comunali di Milano.

 

Il 9 la Camera concede l’autorizzazione a procedere contro i socialisti Pillitteri, Tognoli e Massari, il pidiessino Cervetti e il repubblicano Del Pennino per corruzione[139]. Quasi contemporaneamente, sopraggiunge l’avviso di garanzia per corruzione al potentissimo onorevole socialista Gianni De Michelis e ad altri sei imprenditori milanesi.[140]

 

Due giorni dopo, uno dei più importanti uomini d’affari italiani, Salvatore Ligresti, viene arrestato per corruzione aggravata e continuata[141].

 

Il 19 un’autobomba della mafia uccide il giudice Paolo Borsellino, procuratore della Repubblica a Marsala, e cinque agenti della scorta[142]. Al funerale degli agenti di scorta del giudice Borsellino, Scalfaro, Amato e Parisi sono aggrediti da poliziotti e amici delle vittime; l’Italia respira un clima di golpe strisciante; il 23, un rapporto dell’Arma dei Carabinieri annuncia un attentato al giudice Di Pietro[143]

 

Ricorda Gherardo Colombo: “Io, riprendendo la battuta di un indagato, nel luglio 1992 buttai lì un’idea (perché già da allora si poteva intuire come sarebbe stato difficile arrivare a una conclusione di queste investigazioni): chi avesse riferito all’autorità giudiziaria i fatti nei quali era stato coinvolto, avesse restituito il denaro ricevuto illecitamente e si fosse allontanato per un certo periodo dalla vita pubblica avrebbe potuto avere in cambio l’esenzione dalla detenzione in carcere. Questa idea raccolse delle reazioni praticamente poco apprezzabili. Ma sono ancora convinto che se si fosse pensato di risolvere al di là del carcere la questione corruzione fin da allora, forse avremmo scoperto molto, molto di più e forse le nostre indagini si sarebbero concluse molto più rapidamente, credo con vantaggio per tutti”.[144]

 

 

 

1992 - AGOSTO

 

Ad Agosto la bufera continua: Craxi fa incetta di dossier contro il magistrato, ma per ora si limita a sventolarli da lontano. Secondo Carlo Ripa di Meana, è in quei giorni che il capo della polizia Vincenzo Parisi, i vertici dei servizi segreti e del governo Amato decidono di fermare Mani Pulite. Il 5 agosto Giuliano Amato destituisce dopo soli 11 mesi il capo del Sismi generale Luigi Ramponi (volevano avere mano libera, dirà successivamente l’ufficiale).

 

Gianni De Michelis (indagato) è nominato vice segretario del Psi; il senatore democristiano Maurizio Creuso, ex segretario regionale del Veneto, riceve un’informazione di garanzia con l’accusa di corruzione[145]

 

Il 22, tre duri corsivi anonimi (forse craxiani) sull’ “Avanti!” gettano dubbi su alcuni aspetti non chiari di Mani Pulite e su Di Pietro, “tutt’altro che l’eroe di cui si parla!. Il giorno successivo l’associazione nazionale magistrati reagisce con asprezza al corsivo dell’ “Avanti!”, denunciando attacchi simili a quelli che vennero scatenati contro i giudici milanesi che indagavano su Licio Gelli e la P2. Nel frattempo scoppia lo scandalo tangenti anche ad Agrigento; il giorno dopo, arresti per tangenti nel Veneto[146]

 

Il 26, Craxi annuncia un’azione legale nei confronti di Di Pietro. Uscendo dalla segreteria socialista, Rino Formica gongola: “Bettino ha un poker d’assi, anzi una scala reale”. La risposta del “pool” non si fa attendere, il giorno dopo gli ex segretari del deputato socialista Paolo Pillitteri vengono arrestati a Milano. 

 

 

 

1992 - SETTEMBRE

 

Il 2 settembre del 1992, Sergio Moroni, giovane deputato socialista, raggiunto da due avvisi di garanzia, si toglie la vita sparandosi un colpo di fucile nel garage della sua casa bresciana[147]. Accusato di avere incassato tangenti su numerosi appalti, con una lettera al Presidente della Camera dichiara di aver agito per conto del partito e denuncia il “grande velo d’ipocrisia” steso sul sistema di finanziamento dei partiti. La gogna mediatica cui venne sottoposto, l’essere ancor prima che giudicato etichettato come un ladro, sono un peso troppo pesante per una persona fondamentalmente onesta; Moroni lascia anche una lettera ai familiari estremamente toccante. Craxi, molto commosso, al funerale del giovane deputato dichiarerà: “Hanno creato un clima infame”[148]. Claudio Martelli però si dissocia dalla posizione espressa da Craxi nei confronti dei giudici milanesi. Agli ossequi, gli “zerbinismi” di una volta, adesso la maggior parte di “amici”, colleghi, nani e ballerine girano alla larga dal leone ferito, rinnegano, spergiurano[149].

 

Ricorda Gherardo Colombo: “(…) si suicidò (…) il deputato Sergio Moroni, che aveva responsabilità nel Psi a livello regionale. Abbiamo discusso tra noi di quegli episodi così tragici, che avevamo subìto molto pesantemente. (…) E tutti questi sono fatti che pesano addosso. Ma noi abbiamo l’obbligo costituzionale (e io credo che debba essere così) di esercitare l’azione penale obbligatoriamente tutte le volte in cui ci si trova di fronte a indizi tali da far ritenere che un reato è stato commesso. Nonostante ciò, abbiamo cercato con ogni nostra capacità di evitare che altri suicidi si potessero verificare: con una attenzione direi spasmodica a fare in modo che, se si avvertiva anche il sospetto che qualcuno potesse porre in essere un gesto di questo tipo, un gesto così drammatico e nello stesso tempo così crudele, a parer mio, si prendessero tutte le misure necessarie per evitarlo[150].

 

L’8, il cardinale Martini invita i fedeli milanesi a vigilare contro il ripetersi dei fenomeni di corruzione[151]. Claudio Martelli muove aspre accuse alla politica del Psi e del suo segretario[152]; cinque giorni dopo, il governo vara il decreto legge che sequestra i beni dei politici corrotti e dei cittadini corruttori[153]

 

Ancora durante il mese di settembre, il verde milanese Basilio Rizzo denuncia a Brescia che un ex ufficiale dei carabinieri sta girando l’Italia per raccogliere notizie sulla vita privata di Di Pietro. Due amici di Tonino  ricevono offerte di denaro per raccontare che il pm fa uso di droga. L’invito viene da un tal Pagnoni, intimo di Pillitteri e della consorte Rosilde Craxi: ma tutto verrà archiviato senza troppe indagini. Il mese si chiude con una lettera di Claudio Martelli e quindici importanti esponenti socialisti che invitano Craxi a dimettersi. 

 

 

 

1992 - OTTOBRE

 

Nel frattempo si è già aperto il filone d’inchiesta sulla vendita di immobili a enti pubblici e cominciano i primi arresti[154]. L’ex vice direttore generale dell’Italstat Alberto Zamorani rivela l’esistenza di una lobby di duecento imprese che ha pagato tangenti ai partiti per vent’anni sui lavori stradali; il giorno dopo viene querelato dal Pds e dal Pri, una querela viene annunciata anche dall’ex ministro dei Lavori pubblici Gianni Prandini.

 

Intanto Vincenzo Parisi va a trovare Craxi per raccontargli della Mercedes di Di Pietro e di un suo misterioso viaggio in Svizzera con l’avvocato Giuseppe Lucibello. Poi gli mostra i tabulati Sip delle telefonate, raccolti del tutto casualmente da corpi di polizia. Sarà lo stesso Craxi a raccontarlo.

 

Il giorno 9, un misterioso detective consegna ad un altrettanto misterioso committente un rapporto di 5 pagine sulla vita privata di Di Pietro, scritto in lingua inglese. Roba da FBI, lo definirà l’ammiraglio Fulvio Martini, che è del mestiere. Il dossier ricomparirà alla procura di Brescia tre anni dopo, consegnato al pm Fabio Salamone[155] dal giornalista craxiano Filippo Facci, Casella di testo:  oggi intimo amico di Giuliano Ferrara. Secondo l’architetto Bruno De Mico (quello delle “carceri d'oro”) è in quei mesi che Salvatore Ligresti incarica il detective italoamericano De Vita di indagare sulla vita privata di Di Pietro. In quel mentre, secondo alcuni pentiti, Cosa Nostra progetta di eliminare Di Pietro insieme a Falcone e Borsellino[156].

 

Il 15 arriva la prima informazione di garanzia per l’ on. Vincenzo Balzamo, segretario amministrativo del Psi[157]. Due giorni dopo viene chiesto il rinvio a giudizio del sindaco di Roma Franco Carraro e di nove assessori della prima giunta. Il Senato concede l’autorizzazione a procedere contro il sen. Severino Citaristi, segretario amministrativo della Dc, coinvolto nell’inchiesta[158].

 

Il 26, quattordici arresti tra imprenditori, manager di cooperative e politici per tangenti per la costruzione della diga di Barberino sul Mugello; lo stesso giorno Balzamo viene colpito da infarto, morirà il 2 novembre[159]. Il mese si chiude con lo scontro aperto tra Martelli e Craxi alla direzione socialista.

 

 

 

1992 - NOVEMBRE

 

"Uccidete Di Pietro", compare questo titolo il giorno 4 novembre[160]. Due giorni prima, si era aperta l’inchiesta sui corsi di formazione «fantasma» organizzati dalla giunta regionale della Lombardia. 

 

Il 6, ben trentaquattro rinvii a giudizio in Veneto nell’ambito dell’inchiesta appalti e tangenti, tra gli accusati i segretari degli ex ministri Bernini e De Michelis. Lo stesso giorno Craxi critica Martelli e i «falsi innovatori» e indica in Giuliano Amato il leader naturale del partito[161]. Il 27 si dimette il sindaco socialista di Napoli Nello Polese e partono le richieste di autorizzazione a procedere nei confronti del ministro De Lorenzo e dell’onorevole Di Donato; il giorno dopo, Mario Chiesa, il primo imputato dell’inchiesta “Mani pulite”, viene condannato a sei anni di reclusione per tangenti e al risarcimento di sei miliardi.

 

Ricorda ancora Colombo: “Ancora nel 1992 iniziò un fenomeno, che non ebbe una lunghissima durata ma fu ben percepibile: cominciarono a formarsi addirittura delle code di persone fuori dalle nostre porte. Persone che venivano a riferire, a raccontarci episodi di corruzione o di reati simili, che noi non conoscevamo. Chissà, questo forse può essere stato favorito dalle dichiarazioni che il manager Mario Zamorani fece nell’ottobre di quell’anno uscendo da San Vittore. Zamorani disse che noi sapevamo tutto, che avremmo arrestato mille persone, forse di più. Questo ingenerò un convincimento abbastanza diffuso secondo il quale saremmo arrivati a scoprire tutto quello che c’era da scoprire. Non credo che sia stato effettivamente così, penso che di cose da scoprire ce ne siano ancora tante. Noi siamo arrivati dove siamo potuti arrivare, tenendo conto anche alle resistenze che ci sono state nei confronti del nostro lavoro”.[162]

 

 

 

1992 - DICEMBRE

 

Casella di testo:  Il mese di dicembre si apre con la condanna per l’ex ministro dei Trasporti Claudio Signorile al risarcimento allo Stato di oltre 400 milioni[163]. Il giorno dopo per l’affaire “Carceri d’oro” viene condannato l’ex ministro Franco Nicolazzi; la Camera concede anche l’autorizzazione a procedere per l’ex ministro degli Esteri socialista De Michelis. 

 

Sempre a dicembre, si svolgono le elezioni locali in 55 comuni, fra i quali Varese e Monza, dove stravincela Lega, che diventa il secondo partito nel nord, la Dc e il Psi si dimezzano, il Pds mantiene le posizioni[164].

 

E, finalmente, il 15, quello che tutti si aspettano da tempo: l’informazione di garanzia per l’on. Bettino Craxi. Il segretario dei Psi non lascia la guida del partito affermando che l’avviso di garanzia è una vera e propria aggressione personale, ma  il sistema oramai ha i piedi nella fossa[165]. Il giorno dopo la Direzione nazionale della Dc esprime rispetto per l’attività della magistratura, ma condanna i processi politici[166]. Arrivano intanto alla Camera le richieste di autorizzazione a procedere contro De Lorenzo (Pli), Di Donato (Psi) e Vito (Dc)[167].

 

Con la chiusura dell’anno vengono confermate le voci di un attentato al giudice Di Pietro. Nel suo primo messaggio di Capodanno il presidente Scalfaro invita i giudici a proseguire nelle indagini, i partiti a rinnovarsi, il Parlamento a fare le riforme e auspica un nuovo Risorgimento

 

(…)“L’inchiesta Mani Pulite, continua con scarcerazioni arbitrarie, coabitazione coatta con tossicodipendenti, portatori di Aids, piccoli criminali.

Il pool gioca a farsi dire i nomi dei pezzi grossi della politica, Di Pietro si guadagna copertine, presenze televisive, magliette con la sua effige, scritte a lui inneggianti su muri. Il suo esibizionismo, l’italiano dialettale, la gestualità, e il fatto che si iniziasse a tagliare qualche testa importante, stimolava il sadismo, e il giustizialismo più feroce degli italiani”(…)[168].

 

 

 

1993 - GENNAIO

 

Se il 1992 è l’anno horribilis (tra le altre cose il PSI festeggia i suoi cent’anni in quel di Genova), il 1993 è l’anno dove l’onta giudiziaria tocca il suo picco massimo. L’Italia è un paese con un precario assetto istituzionale, la lira svalutata e la mafia al suo spessore di violenza più acuta. Il 1993 è anche l’anno delle autobombe ai beni dello Stato: Roma, Milano, Firenze vengono colpite.

 

Già all’inizio del mese di gennaio[169] un altro suicidio, quello del geometra Roberto Spallarossa dell’ospedale San Matteo di Pavia, porta a sei il numero delle “vittime” dall’inizio di Mani Pulite[170].

 

L’8, secondo avviso di garanzia a Craxi per corruzione e violazione della legge sul finanziamento dei partiti.  Lo stesso  dichiara: mi vogliono eliminare dalla scena politica[171]. Ben quarantuno ipotesi di reato in un fascicolo di 122 pagine: è la richiesta di autorizzazione a procedere contro il segretario socialista Bettino Craxi[172]. Il giorno successivo, via libera dal Parlamento per 12 autorizzazioni a procedere; tra gli inquisiti l’ex ministro dei Trasporti Carlo Bernini (Dc), il segretario amministrativo della Dc Severino Citaristi e il parlamentare socialista Sisinio Zito[173].

 

Il 20 gennaio, in seguito ad una dichiarazione di Giacomo Mancini relativamente ad interessi del Psi, si comincia ad indagare sulla vicenda Eni-Montedison[174]; due giorni dopo viene scoperto il Conto Protezione alla filiale dell’Unione delle Banche Svizzere di Lugano che, secondo un magistrato svizzero, serviva a finanziare il Psi.

 

Il 23, torna in Italia dopo una latitanza di 8 mesi il socialista Giovanni Manzi, ex presidente della Sea, espulso da Santo Domingo; il giorno dopo, Craxi chiede che si apra un’inchiesta parlamentare sul finanziamento di tutti i partiti[175]. Casella di testo:  Martelli rifiuta l’eventuale segreteria del Psi sotto tutela di Craxi; il giorno dopo  decollano le inchieste su Enimont e Anas.

 

Negli ultimi quattro giorni di gennaio succede di tutto: l’ex ministro dei Trasporti Grandini viene coinvolto nell’inchiesta sull’Anas. Si scoprono nuove prove contro Craxi[176] e si effettua la perquisizione della sede amministrativa del Psi a Roma. A Milano Giovanni Manzi racconta la spartizione delle tangenti fra Psi, Dc, Pri e Psdi., parte il secondo avviso di garanzia per De Michelis, il settimo per Citaristi, il terzo per Craxi. Le accuse rivolte a Craxi riguardano denaro illecito dirottato su diversi conti esteri[177].

 

Il giudice Gherardo Colombo descrive la mole di lavoro del Palazzo di Giustizia affermando: “qui tutti parlano”. Si costituiscono Giorgio Casadei, segretario di De Michelis e Valerio Bitetto, socialista, ex Anas ed ex amministratore dell’Enel. E’l’arrestato n. 110[178]. Craxi afferma: “l’atmosfera non è di rinnovamento, ma di disfacimento della democrazia”[179].

 

E ancora, avvocati, giornalisti e imputati eccellenti ricevono anonimamente un cruciverba già compilato, con nomi, allusioni e sigle legate alle amicizie pericolose di Di Pietro (“San Siro”, “Rea”, “Gorrini”, “Atm”...). Chiaro invito del mittente che invita tutti ad intrupparsi nell’esercito anti-Mani Pulite.

 

 

 

1993 - FEBBRAIO

 

A febbraio, a Milano, il consigliare regionale repubblicano Antonio Savoia tenta il suicidio per timore di essere coinvolto nello scandalo tangenti. Si dimette inoltre il sindaco di Roma, Franco Carraro[180]. Il giorno dopo, il procuratore di Milano, Borrelli, dichiara che l’incursione della finanza alla Camera in cerca dei bilanci del Psi è stata in realtà solo un equivoco.

 

Il 7, si costituisce Silvano Larini, latitante da 8 mesi, considerato uomo chiave per ricostruire la mappa dei finanziamenti illeciti al Psi; due giorni dopo rivela di essere l’intestatario del Conto Protezione e chiama in causa Craxi e Martelli. L’8, arriva il secondo avviso di garanzia per Antonio Del Pennino e primo per Italico Santoro, entrambi repubblicani, per il caso Enel dove spunta anche il nome dell’ex segretario Dc Forlani.

 

Il 10, viene raggiunto da un avviso di garanzia per bancarotta fraudolenta in merito al Conto Protezione, il ministro della giustizia, Claudio Martelli, che si dimette dal governo e dal Psi[181]. Il giorno dopo, Craxi rimette il suo mandato di segretario, dopo più di sedici anni, all’assemblea socialista[182]. Il 12,  l’assemblea socialista elegge Benvenuto segretario (il 28 maggio verrà sostituito da Ottaviano del Turco)[183].

 

Casella di testo:  Viene arrestato Paolo Berlusconi[184]. Silvio Berlusconi, sgomento, raduna i giornalisti Fininvest ad Arcore e li lancia all’assalto di quel giudice in cerca di prime pagine.

 

Gli altri ministri inquisiti, Carmelo Conte, Giovanni Goria e Francesco De Lorenzo, per il momento rimangono al loro posto, Goria (Finanze) e De Lorenzo (Sanità) si dimetteranno il 19[185].

 

Il giudice Di Pietro richiede nuove regole per moralizzare il paese.

 

Il 13,  avviso di garanzia a Gabriele Cagliari presidente dell’Eni, per false comunicazioni sociali e peculato, avviso di garanzia per tangenti anche all’ex ministro del Bilancio Paolo Cirino Pomicino. Altri avvisi di garanzia per la metropolitana romana, per l’Anas e per il cosiddetto “Irpiniagate”. Due giorni dopo, imminenti avvisi di garanzia per tutta l’ex giunta dell’Eni[186] e per Raul Gardini. L’ex presidente dei Csm Ugo Zilleti viene arrestato per bancarotta.

 

Il 16 vengono raggiunti da avvisi di garanzia i sottosegretari Vito Bonsignore (Dc) e Claudio Lenoci (Psi). Nella stessa giornata, dopo 395 giorni di sindacatura di Milano, Giampiero Borghini si dimette.

 

Il giorno successivo viene interrogato per sette ore a Milano sul Conto Protezione Licio Gelli e viene incarcerata la fedele segretaria da 30 anni di Craxi, Vincenza Tomaselli, per concorso in corruzione. Altri due avvisi di garanzia per De Michelis: cooperazione ed Enel.

 

Il 19, tredicesimo avviso di garanzia a Severino Citaristi e primo a Giusi La Ganga per l’ospedale di Asti. La Ganga si dimette da capogruppo del Psi alla Camera. Arrestato intanto Enzo Carra, ex portavoce di Forlani, in merito a dichiarazioni false e reticenti sull’affare Enimont; arresto confermato per timore di un inquinamento delle prove. Avviso di garanzia anche al presidente del Psdi Antonio Cariglia per concorso in corruzione. Il giorno successivo viene arrestato Giorgio Medri, ex capo della segreteria del Pri, con l’accusa di corruzione e violazione della legge sul finanziamento dei partiti.

 

Il 22, il Presidente del Consiglio, Giuliano Amato, dichiara di non voler imporre le dimissioni ai molti sottosegretari raggiunti da avvisi di garanzia[187]. Il giorno successivo, l’intera giunta regionale veneta viene travolta da Tangentopoli. Sparisce inoltre Sergio Castellari, ex direttore generale delle Partecipazioni statali, verrà trovato morto suicida nelle campagne romane.

 

Il 24 si prepara la soluzione politica per Tangentopoli: patteggiamento della pena, confessione, restituzione dei soldi e interdizione dai pubblici uffici per i corrotti, scoppia così una bagàrre istituzionale.

 

Il giorno dopo, viene raggiunto da un avviso di garanzia per violazione della legge sul finanziamento pubblico dei partiti Giorgio La Malfa, che si dimette da segretario del Pri; avviso di garanzia anche per Lorenzo Necci, amministratore delegato delle Ferrovie e presidente dell’Enimont fra il 1889 e il 1990, e arresti domiciliari per il finanziere Gianpiero Pesenti. Il 26, avviso di garanzia per l’affare Enimont a Raul Gardini e Sergio Cragnotti.

 

Il 27 i giornali pubblicano la notizia che anche il Pds avrebbe un conto svizzero sul quale si versavano finanziamenti illeciti. Il giorno dopo viene interrogato Umberto Ortolani, finanziere della P2, già condannato a diciannove anni di carcere per il crack del Banco Ambrosiano, sulla vicenda del Conto Protezione e sui rapporti fra Psi e Banco Ambrosiano.

 

A febbraio, fa anche il suo esordio la Falange armata (oggi sospettata di legami con i servizi), con le prime minacce contro Mani Pulite.

 

 

 

1993 - MARZO

 

Viene arrestato Michele De Mita, fratello di Ciriaco, con le accuse di associazione a delinquere, truffa e falso per la ricostruzione in Irpinia. Ciriaco De Mita si dimette da presidente della Bicarnerale. Craxi dichiara alla Giunta per le autorizzazioni a procedere di essere vittima di un complotto[188].

 

Il 2 marzo a Milano viene arrestato anche Primo Greganti, ex funzionario del Pci, per il conto svizzero “Gabbietta”[189]. Ricorda Gherardo Colombo: “Il 2 marzo venne arrestato Primo Greganti . Il nome di Greganti compare spesso nei resoconti di quel periodo, perché ritengo sia stata una delle persone che ha sofferto uno dei più lunghi periodi di custodia cautelare. Greganti credo che fosse istituzionalmente legato a un partito della sinistra, non ricordo se ancora il Pci o forse già il Pds. Precedentemente erano stati arrestati anche esponenti del livello locale del Pci-Pds. Mi ricordo che così come eravamo progressivamente arrivati alle accuse contro i segretari amministrativi dei due maggiori partiti allora al governo, la Democrazia cristiana e il Partito socialista, si sarebbe poi giunti anche al coinvolgimento del segretario amministrativo nazionale del Pds, Marcello Stefanini. Il coinvolgimento dei tesorieri nazionali dava conferma del fatto che il sistema fosse effettivamente un «sistema».(...) Marcello Stefanini è stato poi prosciolto proprio in istruttoria dalle imputazioni che gli sono state mosse. Evidentemente perché non si è riusciti a dimostrare una sua responsabilità effettiva”[190](...).

 

Il 3, ancora scontri sulla soluzione politica per Tangentopoli; De Mita conferma le sue dimissioni, che vengono respinte, dalla Commissione bicamerale. Si scopre che anche la ricostruzione in Valtellina venne fatta a colpi di mazzette. Il giorno dopo,  comincia il processo a Enzo Carra; scoppiano le polemiche per le manette ai polsi e la gabbia all’imputato, mandate in onda in televisione[191]. Viene scoperto intanto un conto bancario intestato a Enza Tomaselli, segretaria di Craxi, sul quale sono stati versati 9 miliardi.

 

Il 5 marzo il governo dell’onorevole Amato approva un decreto legge che prevede: la depenalizzazione del delitto di illlecito finanziamento dei partiti con la trasformazione dello stesso in illecito amministrativo; la sostituzione della pena detentiva con un’ammenda pari al triplo della somma ottenuta illegalmente; il divieto imposto ai colpevoli di ricoprire per un certo numero di anni cariche pubbliche o rappresentanza d’imprese. Scattano subito furiose polemiche sulla “soluzione Conso”[192]. Il presidente Scalfaro rifiuta di firmare i decreti del governo in materia di Tangentopoli, e anche il procuratore capo di Milano Borrelli esprime a nome di tutti i giudici di Mani Pulite un netto dissenso ai decreti varati dal governo per uscire da Tangentopoli. In disaccordo con la soluzione politica voluta dal governo, si dimette il ministro dell’Ambiente Carlo Ripa di Meana[193]. Intanto, altro avviso di garanzia per l’ex ministro dei Lavori pubblici Gianni Prandini[194].

 

L’ 8 gli studenti della Bocconi fischiano Giuliano Amato e gridano slogan di incitamento ai magistrati di Mani pulite. Vengono intanto irrogati due anni di carcere senza condizionale a Giuseppe Ciarrapico, re delle acque minerali, per l’acquisto della Casina Valadier.

 

Il giorno successivo, viene arrestato Gabriele Cagliari, presidente dell’Eni, per aver pagato una tangente di 4 miliardi al Partito socialista. Due anni di carcere vengono irrogati anche ad Enzo Carra a causa di una tangente di 5 miliardi per l’affare Enimont. La Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera dà il via libera alle richieste dei giudici di Milano nei confronti di Craxi per ricettazione, corruzione e violazione della legge sul finanziamento dei partiti. Primo Greganti sostiene che i 621 milioni sono suoi, così come il conto Gabbietta. Di questo caso si occupa personalmente Gherardo D’Ambrosio[195].

 

L’11 marzo i magistrati di Mani pulite ipotizzano per Craxi e Martelli il reato di truffa ai danni del Banco Ambrosiano. Due giorni dopo, l’ex direttore generale dell’Anas Antonio Crespo racconta di file di imprenditori che pagavano tangenti all’ex ministro Prandini portando i soldi in scatoloni e buste della spesa.

 

Il 15, partono avvisi di garanzia per il segretario liberale Renato Altissimo e per il socialdemocratico Antonio Cariglia nell’ambito dell’inchiesta sull’Enel; due giorni dopo, il segretario del Pli si dimette[196].

 

Intanto il presidente dimissionario dell’Eni, Cagliari, dichiara di aver ereditato il sistema dei fondi neri per finanziare i partiti, chiamando in causa così il ministro del Bilancio Reviglio, già presidente dell’Eni che nega ogni coinvolgimento[197]. Nel frattempo, i magistrati romani accertano l’esistenza di un conto svizzero sul quale venivano versate le tangenti all’ex ministro Prandini. Il giorno dopo, Giuseppe Ciarrapico, che si costituirà il 19, e Mauro Leone vengono accusati di associazione a delinquere finalizzata alla truffa e di falso in bilancio per lo scandalo Safim Italsanità. La Camera concede l’autorizzazione a procedere per voto di scambio anche per il ministro liberale Francesco De Lorenzo, per il socialista Giulio Di Donato e per il democristiano Alfredo Vito.

 

Il 19 c’è l’arresto di Attilio Bastianini, vice segretario del Pli, con l’accusa di corruzione aggravata e violazione della legge sul finanziamento ai partiti. Due giorni dopo viene accusato di concorso in ricettazione e violazione della legge sul finanziamento dei partiti e si dimette Gianni Fontana, ministro dell'Agricoltura. E’ il sesto ministro dimissionario del governo Amato.

 

Il 22,  per i fondi neri dell’Assolombarda vengono indagati Renato Altissimo e Egidio Sterpa del Pli e Antonio Del Pennino e Girolamo Pellicanò del Pri[198].

 

Il 25,  viene arrestato nell’ambito dell’inchiesta sulla cooperazione con i paesi in via di sviluppo l’ambasciatore Giuseppe Santoro. Il giorno dopo sono messi sotto inchiesta diciassette parlamentari napoletani, fra i quali Scotti, Pomicino, De Lorenzo e Galasso, per tangenti sulla ricostruzione post-terremoto e sui Mondiali del 1990. 

 

Il 27, clamoroso avviso di garanzia per Giulio Andreotti accusato da sei pentiti di concorso in associazione di stampo mafioso: il leader Dc sarebbe il garante di un patto politico-mafioso[199]. Il sindaco di Napoli Nello Polese finisce in manette; la magistratura napoletana accusa Antonio Gava, già ministro dell’Interno, di associazione camorristica in seguito delle dichiarazioni del pentito Pasquale Galasso[200].

 

Casella di testo:  Il 29  Mario Segni abbandona la Dc denunciando che il tentativo di riformare questo partito dall’interno è senza speranza. Il segretario Dc Martinazzoli replica: “è finito il tormentone”. Il segretario del Psdi Carlo Vizzini si dimette non essendo più in grado di provvedere al sostentamento materiale del partito. Il giorno dopo anche il ministro delle Finanze Franco Reviglio si dimette dopo aver ricevuto un avviso di garanzia nell’inchiesta sui fondi neri dell’Eni[201].

 

Sempre a marzo, in contemporanea con la rogatoria di Di Pietro a Hong Kong sui conti di Craxi, riecco la Falange armata: “A Di Pietro uccideremo il figlio”.

 

 

 

1993 - APRILE

 

Nell’aprile del 1993 ci sono referendum importanti, stravince il sì a favore dell’abolizione del proporzionale al senato, e si sceglie così il maggioritario; gli italiani si esprimono anche per l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti e la soppressione di 3 ministeri. Amato rassegna le dimissioni dalla Presidenza del Consiglio, gli succede Carlo Azeglio Ciampi con un governo tecnico.

 

La Democrazia Cristiana chiede di indagare su fantomatici personaggi che avrebbero tenuto contatti con pentiti di mafia e camorra allo scopo di danneggiare la Dc con false rivelazioni”[202]. Il giorno dopo la procura di Roma chiede l’autorizzazione all’arresto dell’ex ministro dei Lavori pubblici Prandini che avrebbe intascato tangenti per oltre 25 miliardi sugli appalti Anas.[203].

 

Intanto, avvisi di garanzia vengono inviati sia a Giulio Andreotti, per violazione della legge sul finanziamento pubblico dei partiti, che ad Arnaldo Forlani, per ricettazione nell’ambito dell’inchiesta Anas.[204].

 

Il 7, un altro arresto eccellente, quello di Giorgio Garuzzo, direttore generale della Fiat Auto. Lo stesso giorno, il segretario di Arnaldo Forlani, Gaetano Amendola, confessa ai giudici di aver consegnato al deputato democristiano le tangenti avute dal direttore generale dell’Anas Antonio Crespo.[205]. Il giorno dopo, altre accuse per tangenti al ministro Prandini e nuovo arresto per l’ambasciatore Santoro.

 

Casella di testo:  Il 10, viene richiesta una nuova autorizzazione a procedere per l’ex ministro della Giustizia Claudio Martelli, che contesta vivacemente, accusato di aver riciclato certificati di deposito rubati. Censura del Csm a Martelli, invitato a contestare le accuse mossegli piuttosto che i giudici. Arrestato il presidente dell’Agusta Roberto D’Alessandro, accusato di estorsione continuata per una tangente di due miliardi e mezzo. Tre giorni dopo, l’ex consigliere d’amministrazione dell’Enel, Valerio Bitetto, indica nelle Coop il tramite attraverso cui giungevano finanziamenti illegali al Pci. Viene raggiunto dal terzo avviso di garanzia e si dimette il sottosegretario al Bilancio, il Dc Vito Bonsignore.

 

Il 14  parte un ordine di custodia cautelare per il finanziere Ferdinando Mach di Palmstein, vicino al Psi, accusato di concussione nell’inchiesta sulla cooperazione allo sviluppo; il giorno dopo viene chiamato in causa per tangenti anche il senatore socialista Francesco Forte.

 

Il 17  Giovanni Agnelli riconosce l’esistenza di «episodi scorretti» nei rapporti tra Fiat e politici italiani e annuncia la piena collaborazione con i giudici milanesi[206]. Il 21, lungo colloquio fra l’amministratore delegato della Fiat Cesare Romiti e il “pool”. Due giorni dopo, con una lunga lettera al Corriere della sera, Cesare Romiti invita gli industriali a fare piena luce sul sistema delle tangenti andando dal magistrato e confessando tutto.

 

Avviso di garanzia per il ministro della Difesa Salvo Andò, indagato per voto di scambio e per legami con il clan mafioso di Nítto Santapaola. Nuovo avviso di garanzia per corruzione a Claudio Martelli. Il giorno successivo il presidente del Consiglio Giuliano Amato si dimette; inoltre viene arrestato con l’accusa di concussione l’ex ministro dei Lavori pubblici, il socialdemocratico Emilio De Rose.

 

Il 27, l’ex presidente dell’Eni Gabriele Cagliari confessa ai giudici di Milano di aver versato tangenti per 26 miliardi a Dc e Psi. Il giorno dopo, viene coinvolto nell’inchiesta sulle tangenti delle Ferrovie dello Stato l’ex segretario amministrativo del Pci Renato Pollini.

 

29 aprile 1993, la Camera dei deputati nega clamorosamente per 4 volte l’autorizzazione a procedere contro Craxi, e la concede soltanto per violazione della legge sul finanziamento al partiti e corruzione richieste dalla Procura romana. I giudici di Milano decidono di presentare ricorso alla Corte costituzionale[207]. La mancata autorizzazione a procedere scatena violente reazioni, Craxi uscendo dalla sua residenza romana, l’Hotel Raphael, è oggetto di insulti, lancio di monetine, cori e sfottò. A seguito del voto della Camera si dimettono per protesta il ministro dell’ Ambiente, Francesco Rutelli  (Verdi), e i tre ministri del Pds Augusto Barbera (Rapporti col Parlamento), Vincenzo Visco (Finanze) e Luigi  Berlinguer  (Università). Manifestazioni di protesta in tutta Italia contro il voto della Camera[208]. Il caso Craxi si fa sentire anche in borsa deprezzando la lira.

 

Casella di testo:  
L'Indipendente, 30 aprile,1993 

Si costituisce intanto il direttore generale della Fiat Giorgio Garuzzo insieme all’amministratore delegato della Fiat Avio Paolo Torricelli. Si costituisce anche  il manager della Fiat Avio, Mauro Bertini, l’ultimo dei quattro dirigenti del gruppo torinese ancora latitante.

 

Avviso di garanzia al deputato democristiano Giuseppe Santonastaso accusato di concussione per gli appalti dell’aeroporto di Capodichino.

 

 

 

1993 - MAGGIO

 

Il mese di maggio si apre con l’avviso di garanzia per l’ex ministro socialista Rino Formica accusato di aver preso tangenti per gli appalti al porto di Manfredonia[209]. Il giorno dopo il Psi sostituisce undici membri della direzione inquisiti.

 

Il 6,  vengono arrestati a Napoli per corruzione Antonio e Lucio Pomicino, fratelli di Paolo, ex ministro del Bilancio. Viene inoltre formalmente indagato, per abuso di atti di ufficio, il presidente dell’lri Franco Nobili[210]; il 10, parte una raffica di arresti a Milano e a Roma per le tangenti alle FS[211].

 

L’ 11, viene arrestato Renato Pollini, ex segretario amministrativo del Pci, per corruzione e violazione della legge sul finanziamento ai partiti. Il consiglio d’amministrazione della Fiat approva il nuovo codice etico che regolerà i rapporti dei dipendenti Fiat con gli interlocutori pubblici.

 

Intanto, anche l’Università “La Sapienza” di Roma entra nell’inchiesta tangenti. Il giorno dopo il presidente dell’Iri Franco Nobili viene arrestato con l’accusa di corruzione e violazione della legge sul finanziamento ai partiti.

 

Il 13, via libera del Senato all’autorizzazione a procedere per associazione a delinquere di stampo mafioso nei confronti di Giulio Andreotti[212]. Avvisi di garanzia per il ministro dell’Ambiente, il socialista Valdo Spini, e per l’ex ministro del Commercio estero, Claudio Vitalone, nell’inchiesta sulla cooperazione allo sviluppo.

 

Casella di testo:  

Il 14 maggio, un’ autobomba esplode nel quartiere Parioli a Roma. All’attentato scampa per poco Maurizio Costanzo[213]. Avviso di garanzia all’ex segretario del Psdi Carlo Vizzini che avrebbe intascato tre miliardi e mezzo per facilitare la concessione di appalti da parte dell’Azienda telefonica di stato.

 

Il 17, il presidente dell’Olivetti Carlo De Benedetti ammette di aver dovuto pagare tangenti per 20 miliardi a Dc e Psi per ottenere commesse dal ministero delle Poste e dall’Azienda telefonica di stato[214]. Il giorno dopo a Milano si costituisce Davide Giacalone, ex collaboratore del ministro delle Poste Oscar  Mammì[215]. Il 21,  avviso di garanzia anche per la socialdemocratica Vincenza Bono Parrino, ex ministro dei Beni culturali. Per entrambi l’accusa è ricettazione e violazione della legge sul finanziamento ai partiti. Il giorno dopo, avviso di garanzia per gli stessi reati all’ex segretario repubblicano Giorgio La Malfa.

 

Il 24 dello stesso mese, l’amministratore delegato della Fiat Cesare Romiti viene messo sotto inchiesta per concorso in corruzione e violazione della legge sul finanziamento ai partiti. Due avvisi di garanzia per concussione anche al socialista Giusi La Ganga. Il giorno successivo altri avvisi di garanzia per concussione aggravata, relativamente alla ricostruzione post terremoto in Campania, per Ciriaco De Mita e Elveno Pastorelli, direttore generale della protezione civile. Viene arrestato Corrado Ferlaino, presidente del Napoli Calcio, per aver pagato tangenti per aggiudicarsi appalti nell’ambito dei Mondiali del 1990.

 

Il 27 maggio, avviso di garanzia per l’ex ministro Claudio Vitalone e ordine di custodia cautelare per il fratello Wilfredo. Il mese si chiude con l’avviso di garanzia per concussione all’ex ministro del Lavoro il democristiano Franco Marini[216].

 

A Maggio esce anche un libello anonimo, “Gli Omissis di Mani Pulite”, pubblicato da un misterioso editore irlandese e scritto - lo si scoprirà più tardi - da Filippo Facci. Parla di Di Pietro, dei suoi amici Gorrini, D’Adamo, Rea, Lucibello, Prada, e persino di un conto in Austria.

 

 

 

1993 - GIUGNO

 

Il mese comincia con i sigilli al ministero delle Poste per lo scandalo sulla spartizione delle frequenze TV[217]. Il giorno dopo, a Roma, in via dei Sabini, vicino a Palazzo Chigi, un’autobomba viene disinnescata dagli artificieri[218]. Il successivo si costituisce Salvatore Randi, amministratore delegato dell’Italtel accusato di corruzione. Secondo avviso di garanzia con l’accusa di concussione anche per il deputato del Psi Giuseppe Garesio[219]; cambiamenti ai vertici dei servizi segreti[220].

 

Il 6, crollano le forze di governo nel primo turno delle elezioni amministrative che coinvolgono 11 milioni di elettori. Precipita la Dc che tiene solo al sud, il Psi viene decimato, buon successo del Pds e della Rete, trionfo della Lega nelle prime elezioni dirette dei sindaci. Intanto viene arrestato l’ex ministro Clelio Darida (Dc)[221].

 

Al congresso dell’Associazione nazionale magistrati Di Pietro propone «incentivi» alla collaborazione processuale e «provvedimenti al fine di consentire la ripresa delle attività delle imprese secondo regole di trasparenza»[222].

 

Cominciano le voci dissonanti, il 18, Bossi afferma che Nando Dalla Chiesa è «uomo di Cosa nostra» e che i giudici di Torino sono «delinquenti». Due giorni dopo anche la Fininvest viene coinvolta nello scandalo tangenti per la campagna anti-aids, finisce dentro per tangenti il primo manager Fininvest, Aldo Brancher, prete spretato e molto devoro a Confalonieri. Ad Arcore si lustrano le armi. Il 22, l’amministratore delegato della Fininvest, Fedele Gonfalonieri, viene accusato di finanziamento illecito ai partiti per una tangente di alcune centinaia di milioni versata all’«Avanti!»[223].

 

Il 23, il costruttore Vincenzo Lodigiani afferma di aver versato cento milioni a un collaboratore della Cisl e di aver concordato un contributo con un funzionario della Uil[224]. Due giorni dopo, Maurizio Broccoletti del Sisde viene arrestato; altri due dirigenti del Sisde verranno arrestati il 26 sempre con l’accusa di peculato. Lo stesso 26, il ministro degli Esteri Nino Andreatta annuncia controlli sui fondi assegnati dalla Farnesina a Bettino Craxi nel periodo 1990-1991 per la sua attività di rappresentante dell’Onu.

 

Intanto viene scoperto un buco di 320 miliardi nel bilancio della Montedison; un altro buco di 118 miliardi viene scoperto il giorno dopo. Ordine di arresto per Vittorio Ghidella, ex amministratore delegato della Fiat Auto[225].

 

 

 

1993 - LUGLIO

 

Il mese si apre con sette nuovi arresti, fra cui anche il fratello dell’ex ministro della Sanità De Lorenzo, e 5 latitanti per lo scandalo del ritocco dei prezzi dei medicinali[226]. Due giorni dopo, Romiti viene interrogato per tre ore dai magistrati torinesi[227].

 

Il 12, Berlusconi ordina via fax al suo “Giornale” di sparare a zero sul pool. Montanelli e Orlando rifiutano: la pagheranno.

 

Due giorni dopo, la Consob dichiara falsi i bilanci della Ferruzzi. Viene arrestato a Ginevra l’ex presidente della Montedison Giuseppe Garofano che, quattro giorni dopo farà una confessione fiume.

 

Ordine di custodia per l’ex ministro Aristide Gunnella. “Il Sabato”, ciellino-sbardelliano, pubblica un succulento dossier sulle innumerevoli malefatte di Di Pietro in combutta con gli amici Claudio Dini (ex presidente della metropolitana milanese), Rea, Radaelli, D’Adamo. C’è la garçonnière, c’è il telefonino cellulare, c’è il presunto favoritismo pro Radaelli: tutta roba che tornerà utile più tardi, spacciata per nuova nel ‘97. Manca solo una precisazione: tutti i suddetti sono stati arrestati o inquisiti da Di Pietro e dal Pool[228].

 

20 luglio, ore 9.40: Gabriele Cagliari è trovato morto, con un sacchetto di plastica infilato in testa e legato al collo con una stringa da scarpe, nella sua cella del carcere di San Vittore a Milano, dove era rinchiuso da 134 giorni, e dopo mesi in cui gli avevano garantito il ritorno a casa, almeno sotto forma di arresti domiciliari[229]. È l’undicesimo suicidio di Tangentopoli, Di Pietro dichiara: “è una sconfitta”. Scoppia lo scontro sulla carcerazione preventiva fra il ministro della Giustizia Conso e i giudici milanesi.

 

23 luglio ore 9: sono passati soli tre giorni dal suicidio di  Gabriele Cagliari, quando, quasi alla stessa ora, il suo grande antagonista nella vicenda Enimont, Raul Gardini, si spara un colpo di pistola nella sua abitazione di piazza Belgioioso, in pieno centro di Milano, e muore poco dopo al Policlinico. Perchè si è ucciso? La spiegazione nel pomeriggio dello stesso giorno: vengono arrestati i vertici della Montedison: Carlo Sama, marito di Alessandra Ferruzzi e cognato di Gardini, e il finanziere socialista Sergio Cubani (sembra che un ordine di custodia fosse pronto anche per Raul Gardini).[230] Il 26  i funerali a Ravenna[231].

 

Casella di testo:  Indro Montanelli il 24 luglio 1993 sul “Giornale” scrive: “Mani Pulite poteva essere una rivoluzione pacifica, una semplice disinfestazione da espletare con tutti i crismi della legalità. Purtroppo nessuno si mosse perché il malaffare andava bene a tutti: a tutti coloro, voglio dire, politici e no, che vi erano implicati e che trovavano più comodo condividerne gli utili che assumere i rischi di una denunzia”. Il giorno dopo Garofano confessa di avere dato 280 miliardi a Dc e Psi.

 

Il 28, l’ex presidente della Consob Bruno Pazzi è inviato agli arresti domiciliari per la vicenda Enimont. Il giorno successivo, altri avvisi di garanzia sempre per l’affare Enimont a Craxi, Forlani, Cirino Pomicino, Martelli e Citaristi; informazioni di garanzia per La Malfa, Vizzini e Altissimo.

 

Il mese si chiude con  Craxi annuncia di voler togliere il disturbo e di allontanarsi dall’ltalia.  Anche Martelli rende noto con una lettera al presidente della Camera la sua intenzione di voler uscire dalla scena politica[232].

 

 

 

1993 - AGOSTO

 

All’inizio di agosto, il tribunale di Milano ordina il sequestro dei beni della famiglia Ferruzzi[233]. Il giorno successivo Mediobanca comunica che le principali imprese italiane hanno perso 11.000 miliardi e tagliato 80.000 posti di lavoro nel 1992.

 

Il 6, vengono respinte dal governo le dimissioni del capo della polizia Vincenzo Parisi; si dimette però, dalla vicepresidenza della Commissione bicamerale per le riforme istituzionali, Sergio Mattarella, accusato di aver ricevuto 50 milioni di finanziamento illeciti per la sua campagna elettorale. Il giorno dopo, il ministro dell’Interno decide lo scioglimento del consiglio comunale di Napoli.

 

Il 13, Diego Curtò presidente vicario del tribunale di Milano viene accusato di favoreggiamento nell’ambito dell’inchiesta Enimont, verrà arrestato il 3 settembre dopo aver ammesso di avere incassato una tangente di 320 milioni per la custodia delle azioni Enimont.

 

Il 16, la famiglia Ferruzzi accusa lo scomparso Gardini del dissesto finanziario, ma tutti gli amministratori del gruppo Ferruzzi vengono accusati di pessima gestione dal nuovo presidente della Montedison, Guido Rossi[234].

 

Il 19,  l’ex ministro della Sanità De Lorenzo promette di restituire i 4 miliardi di contributi illegali presi per il partito. Intanto, l’imprenditore Lodigiani continua ad insistere sul fatto di aver pagato alcuni sindacalisti, in particolare della Cisl.

 

Il 24,  parte un avviso di garanzia per il segretario amministrativo dei Pds Marcego Stefanini, per corruzione e violazione della legge sul finanziamento ai partiti; il Pds fa quadrato attorno a Stefanini. Divergenza di vedute che si trascinano fino alla fine del mese anche all’interno del pool di Mani pulite per l’avviso di garanzia a Stefanini.

 

 

 

1993 - SETTEMBRE

 

Prosegue il giallo delle «penne pulite», i giornalisti contattati da Sama per sostenere l’immagine della Montedison[235].

 

Il 12, il segretario del Movimento Sociale, Fini, si candida a sindaco di Roma[236].

 

Il 14, la Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera con un voto controverso decide di respingere la richiesta di arresto per l’ex ministro De Lorenzo. Tre giorni dopo, viene arrestata con l’accusa di corruzione la moglie del giudice Curtò, Antonia Di Pietro.

 

Arresto anche, il 18, per Marco Fredda, responsabile del patrimonio immobiliare del Pds, e nuovo ordine di custodia cautelare per Primo Greganti.  Il ministro della Giustizia Conso chiede al Csm la sospensione cautelare dalle funzioni e dallo stipendio dell’ex ministro, e magistrato, Claudio Vitalone. Due gironi dopo, i suoi due fratelli, Wilfredo e Claudio, sono accusati di bancarotta e di estorsione per aver incassato una tangente di 2 miliardi e mezzo da una cooperativa agricola.

 

Casella di testo:  Il 20, a Losanna, viene arrestato anche Duilio Poggiolini, ex direttore del servizio farmaceutico del ministero della Sanità,  implicato nell’inchiesta sulla sanità[237]. Arriva il terzo mandato di cattura per Primo Greganti per corruzione e violazione della legge sul finanziamento ai partiti; Andreotti ammette di aver dato 170 milioni a Radaelli per uno spettacolo elettorale e di averlo pregato perchè non parlasse ai giudici. 

 

Il 22, ordini di arresto per gli appalti di «Malpensa 2000», a Roberto Cappellini, ex segretario del Pds milanese, e Giovanni Donegaglia, presidente della cooperativa di Argenta. Il giorno dopo viene concessa l’utorizzazione a procedere per De Lorenzo, ma é respinta la richiesta di arresto. Sì, invece, all’autorizzazione a procedere contro l’ex ministro Gava accusato di associazione mafiosa. Rinvio a giudizio per l’ex ministro Giovanni Prandini.

 

Il 25,  si scopre che i conti in Svizzera attribuiti al Pds erano in realtà di due democristiani veronesi. Due giorni dopo vengono trovati quindici miliardi sul conto intestato alla moglie di Poggiolini. Lingotti d’oro, gioielli, monete antiche e dipinti: si scopre il 29 il tesoro accumulato da Duilio Poggiolini e da sua moglie nella loro abitazione napoletana, vengono ritrovati miliardi, persino nel puff del sofà.

 

Il pool di «Mani pulite» rimanda la decisione sulla richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti di Marcello Stefanini, tesoriere del Pds; avviso di garanzia, invece, per concorso in corruzione all’on. Barbara Pollastrini, ex segretaria del Pds milanese.

 

Racconta Andrea Padalino, allora il più giovane magistrato del “pool”: “Nel 1993, quando ormai le indagini, della Procura di Milano in tema di corruzione avevano raggiunto delle dimensioni imponenti, il Presidente della Corte di Appello, richiese l'applicazione di magistrati del Distretto al Tribunale di Milano, per far fronte ai numerosi processi che stavano per avere inizio. Fui l’unico a chiederlo e, ovviamente, venni subito accontentato. (…) La mattina del 15 settembre 1993, quando mi presentai al Presidente Tarantola ed ai colleghi della Sezione, il Presidente del Tribunale ci convocò nel suo ufficio, dicendo che non sarei stato più assegnato alla Sezione, ma a fare il G.I.P. perché quello era l'ufficio più carente di organico. Nonostante le proteste  (…) in quanto mi sentivo troppo giovane per quell'incarico, non ci fu niente da fare e, così, mi trovai giudice per le indagini preliminari. Fu un periodo di autentica fatica che riuscii a superare anche grazie all'aiuto di alcuni colleghi più anziani, lavorando anche la notte. (…) Ho vissuto in quel periodo la diffusa solidarietà verso il nostro operato, ma contemporaneamente il disagio verso le manifestazioni sotto il Palazzo di Giustizia di Milano, i fax, i consensi generalizzati. Tutto questo significava volere attribuire alla Magistratura (…) un ruolo che non le appartiene affatto: quello di farsi interprete della volontà collettiva di risanamento, più culturale che penale, della società. (…) Si sono, invece, create in quel periodo delle aspettative che non potevano e non potranno mai trovare realizzazione nell'attività del magistrato. I meccanismi che stanno alla base della diffusione della corruzione e dell’illegalità non possono essere rimossi soltanto con i processi, che possono colpire soltanto i singoli episodi, ma devono essere affrontati e cancellati in sedi diverse.” (…)[238]

 

 

 

1993 - OTTOBRE

 

All’inizio di ottobre, nell’inchiesta Mani pulite, viene effettuato il primo interrogatorio di Duilio Poggiolini, ex direttore  generale del Servizio Sanitario Nazionale[239]. Lo stesso giorno il presidente Scalfaro critica la Camera che ha respinto l’arresto di De Lorenzo e afferma che scioglierà le Camere dopo il completamento della riforma elettorale. Vengono arrestati inoltre, per tangenti, l’ex vice presidente dell’Eni Alberto Grotti, i direttori dell’Assolombarda, Daniel Krausl e del ministero dell’Industria, Vittorio Barattieri, e l’ex segretario aggiunto della Uil, Ruggero Ravenna.

 

Il 4 dello stesso mese, la procura di Milano archivia le accuse contro il tesoriere del Pds Stefanini. Viene inoltre arrestato per riciclaggio il re del grano, Francesco Ambrosio. Due giorni dopo vengono ritrovati altri quindici conti correnti per almeno dieci miliardi intestati a Poggiolini e alla moglie.

 

Il 7, il giudice per le indagini preliminari Italo Ghitti respinge la decisione del pool di Mani pulite di archiviare le accuse contro Marcello Stefanini. Scontro all’interno del “pool”: Tiziana Parenti vuole indagini più approfondite sul Pds. Il 15 vi sarà una nuova richiesta di autorizzazione a procedere contro il senatore Stefanini per frode fiscale e violazione della legge sul finanziamento ai partiti.

 

Il 13, la Camera riduce le fattispecie di immunità parlamentare: la richiesta di autorizzazione a procedere resterà solo per l’arresto, le perquisizioni e le intercettazioni. Il giorno dopo viene approvata la legge sulla custodia cautelare e l’avviso di procedimento (nuova denominazione dell’avviso di garanzia). Il tribunale della libertà ordina la scarcerazione anche di Primo Greganti.

 

Il 21, il presidente della Confeommercio, Francesco Colucci, e il suo assistente, Aldo Antoniozzi, ricevono un avviso di garanzia per truffa, falso in bilancio, appropriazione indebita e irregolare partecipazione agli utili. Il giorno dopo, attentato al Palazzo di giustizia di Padova.

 

A fine mese viene approvata la riforma dell’immunità parlamentare; viene emesso l’ordine di cattura  per Carlo De Benedetti, spiccato dal Gip Iannino, per concorso in corruzione per una tangente da dieci miliardi ai funzionari dello Stato. Resosi irreperibile, De Benedetti si costituirà il 2 a Roma e verrà trasferito a Regina Coeli dove sarà interrogato  dal pm Cordova e dal Gip Iannino; gli verranno concessi a tarda sera gli arresti domiciliari.

 

Si apre il processo a Sergio Cusani, assente in aula, consulente finanziario di Raul Gardini e legato al Psi[240]. La sorpresa politica dell’anno, sono gli effetti dirompenti dello spettacolo televisivo del cosiddetto “Processo Cusani”. Cusani è accusato di crimini collegati ad una joint venture tra ENI e Montedison, chiamata Enimont. Il processo viene diffuso sulla televisione nazionale, ed è una specie di passerella di vecchi politici messi a confronto con le loro responsabilità. Anche se Cusani non è una figura di primo piano, il fatto che i crimini di cui è accusato siano collegati all’affare Enimont coinvolge come testimoni molti politici di primo piano.

 

Il culmine del processo Cusani è quando l’ex Presidente del Consiglio, Arnaldo Forlani, rispondendo ad una domanda, dice semplicemente “Non ricordo”; nelle riprese video fatte dai giornalisti, Forlani appare molto nervoso, e non si rende conto della saliva che si accumula sulle sue labbra; questa immagine assurge a simbolo del disgusto popolare per il sistema di corruzione. Bettino Craxi invece ammette che il suo partito aveva ricevuto 93 milioni di dollari di fondi illegali. La sua difesa è “lo facevano tutti”.

 

Il dibattimento reso pubblico viene trasmesso sulle Tv come una telenovela; e diventa subito, nell’immaginario collettivo, un “processo simbolo” di tutta una classe politica ed economica del Paese, scivolata lentamente - questa è l’impressione che ne ricavano tutti - in un perverso e incontrollabile intrigo di affari-politica che ha superato ogni limite di tolleranza, e in certi casi anche psicologicamente devastante perfino per gli stessi protagonisti coinvolti. Una pochezza di vedute che dimostra che non c’è  nemmeno più una minima barriera alla serena autocritica. Così assente, che alcuni, giunti al capolinea (colpevoli o presunti colpevoli e perfino innocenti) non hanno avuto tutta quella freddezza e autorevolezza (spesso sprezzante) sempre ostentata in precedenza nella loro professione. Sono infatti tragiche,  le uscita di scena di certi personaggi coinvolti; fra cui  noti e importanti imprenditori, che, nell’angosciante solitudine interiore e nello sconforto profondo, sono ricorsi  al suicidio, sia fuori che dentro il carcere[241].

 

Anche il Partito Comunista Italiano è accusato di corruzione, ma non è possibile provare chi abbia commesso i fatti. Come dice il Pubblico Ministero Antonio Di Pietro: “La responsabilità penale è personale, non posso portare in giudizio una persona che si chiami Partito di nome e Comunista di cognome”. Il processo Enimont, che viene celebrato dopo quello a Cusani, viene seguito con molto meno interesse popolare.

 

 

 

1993 - NOVEMBRE

 

Il 2 novembre, Gianni Letta, vice presidente della Fininvest, e Adriano Galliani, presidente di Rete Italia, vengono accusati di aver versato tangenti al ministero delle Poste per le frequenze televisive. Craxi sostiene che il sistema delle tangenti l’hanno voluto gli industriali, la cui partecipazione era «consapevole, volontaria, interessata» e molto spesso «organizzata e pianifìcata». Nello stesso giorno, per Gianni Letta, il Gip De Luca respinge il mandato di cattura chiesto dallo stesso pm Cordova per il medesimo reato di De Benedetti, corruzione al Ministero delle Poste per  le concessioni televisive per il gruppo Fininvest di Berlusconi. La Cordova ha ricevuto l’inchiesta, per delicatezza rifiutata  dalla Iannino visti i rapporti di amicizia con Letta.

 

Per una sera i due grandi protagonisti dell’informazione in Italia (Tv e Giornali) e anche in fortissima contrapposizione politica (Berlusconi ha in gran segreto già formato Forza Italia e sta per scendere in campo) si trovano nella condizione di essere arrestati, tra l’altro dalle stesse persone che hanno in mano le due scottanti inchieste.

 

Il 3, Arturo, Franca e Alessandra Ferruzzi chiedono alla sorella Idina, moglie di Raul Gardini, tremila miliardi di risarcimento per le perdite subite in seguito alla gestione del marito. Il giorno dopo Carlo Sama racconta che 93 miliardi di tangenti, pagate dalla Montedison per la vicenda Enimont, furono versate allo Ior, la Banca vaticana.

 

Il 7, parte un ordine di arresto per Matilde Paola Martucci, segretaria di Riccardo Malpica. Avrebbe investito in banche italiane e estere circa 12 miliardi. Contemporaneamente, il prefetto Alessandro Voci, ex direttore del Sisde ed attuale commissario straordinario di Roma, viene arrestato con l’accusa di peculato[242].

 

Il 10, i magistrati di Napoli emettono 14 ordini di custodia cautelare per i rappresentanti delle maggiori industrie farmaceutiche: l’accusa è di corruzione. Avviso di garanzia anche per Adriano Galliani, consigliere di amministrazione della Fininvest. Tre giorni dopo si diffonde la voce che la procura di Firenze avrebbe aperto un’indagine nei confronti dei giudici di Milano per il cosiddetto Autoparco della mafia. Intanto, la corte d’appello di Milano scagiona De Benedetti. Non dovrà restituire gli 81 miliardi che ricevette dal Banco Ambrosiano dopo 65 giorni da vicepresidente[243].

 

Il 17, parte un mandato di cattura per Sergio Cragnotti, finanziere ed attuale presidente della Lazio, con l’accusa di falso in bilancio riferito a quando era consigliere di Montedison e amministratore delegato di Enimont. Cragnotti confessa il 23 di avere pagato 10 miliardi al trio Craxi-Andreotti-Forlani per sgravi fiscali sull’affare Enimont.

 

Il 22, alle elezioni amministrative, sparisce il centro[244]. Si scopre che Gardini pagò 100 miliardi ai partiti di governo per accreditarsi nei loro confronti[245].

 

L’elezione del sindaco a Roma é molto rappresentativa. Tutti si rendono conto che nella battaglia politica é assente il centro. Potenzialmente i suoi elettori sono pronti ad approdare in qualche compagine formata da un personaggio che abbia carisma o autorevolezza nel riunire sia gli “orfani” sia i moderati virtuali sempre più numerosi. Non tutti gli effettivi e i potenziali “centristi” sono disposti a convergere nel movimento bossiano. Di fatto, a fine anno, ma solo apparentemente, sembra esserci in Italia un bipolarismo abbastanza definito. In realtà non é così. In ordine sparso e senza ancora un punto di riferimento ci sono i “vaganti” e gli “orfani”. Dalle file di ex democristiani, e di ex socialisti, c’è  la  netta sensazione che una parte voglia approdare in un porto della sinistra, mentre l’altra è così disunita che si è già rassegnata al naufragio. Ad afferrare questa situazione é Berlusconi, il maggior imprenditore televisivo. Moderati disuniti e sbandati, significa sinistra vincente. E, con una sinistra al potere, la sua vita diventerebbe durissima[246]. Gli porterebbero via le televisioni e gli negherebbero i crediti bancari per le altre tante numerose attività. Attività che a fine anno ammontano a 12 mila miliardi di fatturato; ma hanno anche una forte esposizione bancaria che a fine anno, pubblica “Il Mondo”: è di oltre 4.000 miliardi[247].

 

Il giorno dopo le elezioni, all’inaugurazione del suo supermercato Shopville, a Casalecchio, Berlusconi annuncia che pensa di entrare in politica.  Dichiara che se fosse a Roma voterebbe per Fini[248]. Berlusconi ha già espresso fin dalle amministrative  il suo pensiero nei riguardi della competizione Fini-Rutelli (per carica di sindaco a Roma) apprezzando platealmente il primo. I commentatori scrivono: "Berlusconi ha sdoganato Fini! Era socialista con Craxi mentre ora scopriamo che è di destra. Che cosa ha in mente di fare?”. Alla fine del ’93 e all’inizio del ‘94, Berlusconi esce allo scoperto cercando di stringere delle alleanze sia con  AN sia con la Lega di Bossi. Una difficile impresa quella di riunire  e mettere insieme due forze politiche così diverse. A fine anno non si sa ancora chi dei tre utilizzerà gli altri. 

 

Mentre Craxi, Forlani e tutto il Caf prendono metaforiche sberle al processo Cusani, e il duo Berlusconi-Dell’Utri dà gli ultimi ritocchi all'operazione Forza Italia, il Gico di Firenze raccoglie fuori verbale le confidenze di un pentito, Salvatore Maimone, sulle ipotetiche coperture offerte alla mafia dell’Autoparco da mezza procura di Milano: Di Pietro, Spataro, Di Maggio, Nobili. Il processo Autoparco dimostrerà che l’indagine del Gico era costruita sul nulla.

 

Il 30, nel suo lungo interrogatorio, il segretario ammininistrativo della Dc Severino Citaristi dichiara che sia Forlani che De Mita erano al corrente delle tangenti. 

 

 

 

1993 - DICEMBRE

 

Iniziato il Processo Cusani, cominciano a deporre i nomi eccellenti. Si apre la “frana” delle confessioni, ma anche  delle smentite poi subito contestate da  testimoni che “cantano”. Una lunga serie ha inizio. Nel corso del mese Paolo Cirino Pomicino ammette  di aver ricevuto cinque miliardi dall’affare Enimont e di averli presi come contributi elettorali. Chiama in causa anche l’allora vicesegretario dei Psi Giuliano Amato. Le stesse cose per varie somme diranno Giorgio La Malfa del PRI[249], Renato Altissimo del PLI, Claudio Martelli del PSI, Vizzini del PSDI, Alessandro Patelli della Lega.

 

Bettino Craxi ammette ma contrattacca affermando che tutti sapevano e stavano al gioco, partiti e grandi imprese. La Camera decide di accantonare il disegno di legge Gargani per la riforma della custodia cautelare. 

 

Il 2, viene arrestato Maurizio Broccoletti, uomo chiave dei fondi neri del Sisde. Il giorno dopo, Craxi annuncia di non potere testimoniare al processo Cusani «per motivi di ordine pubblico», mentre Forlani sostiene di non avere ricevuto avvisi di garanzia.

 

Il 7, l’ex segretario amministrativo della Lega Alessandro Patelli, accusato di avere ricevuto 200 milioni dalla Montedison, confessa. Arrestato anche Mario Schimberni, ex presidente Montedison per falso in bilancio; si parla di un “buco” di 500 miliardi di lire. Tre giorni dopo, improvviso e lungo incontro fra Di Pietro e Occhetto. «Cordiale, molto importante, utile e positivo», dichiara il segretario del Pds.

 

L’11, viene condannato a due anni con la sospensiva, dopo patteggiamento e con la restituzione di cinque miliardi, l’ex deputato dc Alfredo Vito. Il giorno dopo Bossi apre a Berlusconi che si dichiara disponibile senza escludere l’apporto di Fini. Borrelli inventa l’avviso di garanzia a futura memoria, invitando a non candidarsi chi ha eventuali «scheletri nell’armadio». Anche Martelli confessa di aver ricevuto 500 milioni per la sua campagna elettorale da Sama[250].

 

Il Psi si spacca; Del Turco vince contro i fedelissimi di Craxi e convoca un’assemblea per andare con i progressisti. Anche la Dc si spacca sulle prospettive di alleanze, con i neocentristi che premono per un accordo con Berlusconi[251]. Al processo per le maxitangenti Enimont, Forlani non sa e non ricorda. Craxi contrattacca «così facevan tutti» e dichiara che dal 1987 al 1990 il Psi ha incassato «contribuzioni» per 186 miliardi[252].

 

Il 20 dicembre, Bossi va da Di Pietro e restituisce la tangente di 200 milioni ricevuta da Sama che sostiene di aver saputo che anche il Pci incassò contributi da Gardini. Di Pietro chiede la convocazione di D’Alema come testimone.

 

Il 22, Berlusconi attacca Scalfaro reo di aver sostenuto che la democrazia italiana è in grado di far fronte ai cambiamenti politici. Il giorno dopo viene scarcerato dopo cinque mesi il finanziere socialista Cusani. Non ha parlato.

 

Il 29, lunga visita di Martinazzoli nella villa di Berlusconi ad Arcore[253]. Intanto, Francesco Saverio Borrelli fa domanda per il posto di presidente della Corte d’appello di Milano; lascerà il “pool”[254]. Nel suo messaggio di fine anno Scalfaro afferma che «l’Italia sta risorgendo».

 

 

 

1994 – GENNAIO

 

L’anno si apre con una rivelazione al processo di Cusani, Marcello Portesi, ex braccio destro di Carlo Sama, che accusa Bossi di aver chiesto, e ottenuto, 200 milioni dalla Montedison per finanziare la Lega Nord[255]. Bossi ammette di aver contattato Carlo Sama, ma scarica ogni addebito sui presunti finanziamenti sull’ex tesoriere della Lega, Alessandro Patelli.

 

Il 9, a Roma esplode un ordigno davanti agli uffici della Nato all’Eur.

 

11 gennaio 1994, Emilio Fede direttore del Tg4 nell’edizione serale invita Montanelli a dimettersi da direttore del “Giornale”, che è di proprietà di Berlusconi, perchè non solo non dà spazio nel suo giornale alle opinioni di Berlusconi,  ma è in netto contrasto con la linea politica del suo editore. Montanelli malgrado la fiducia che gli accorda Berlusconi, si dimette dichiarando che la rottura è insanabile. Fonda cosi un nuovo giornale “La Voce, mentre Vittorio Feltri assume la direzione del “Giornale” dopo aver lasciato “L'Indipendente”.

 

All’inaugurazione dell’anno giudiziario il procuratore generale presso la Corte di cassazione Vittorio Sgroi critica il protagonismo dei giudici di Mani pulite e l’eccessivo peso dei pm nei processi. Due giorni dopo, Luigi Abete, presidente della Confindustria, prende le distanze da Berlusconi, dichiarando la neutralità degli imprenditori fino alla presentazione dei programmi e dei candidati.

 

Il 18, si scioglie la Dc e nascono due nuove formazioni: il Partito popolare italiano (Ppi) guidato da Martinazzoli e il Centro cristiano democratico (Ccd) dei neocentristi Casini, D’Onofrio e Mastella[256]. Il giorno successivo, ultimatum di Berlusconi; nel corso di una conferenza stampa convocata ad Arcore, invita le forze politiche moderate a trovare un accordo elettorale entro il 23 sera. In caso contrario, l’imprenditore deciderà di scendere personalmente in campo alla testa di un movimento che si chiamerà Forza Italia[257].

 

Il 26, si dimette dalla carica di presidente della Fininvest e annuncia le linee programmatiche del suo ingresso in politica per la costruzione di una coalizione alternativa alle sinistre. Con una videocassetta distribuita alle tv, informa sul suo impegno diretto in politica. Annuncia al “Popolo Italiano” che scenderà in campo schierando il suo Polo della Libertà candidandosi lui stesso alle prossime elezioni[258]. Il giorno dopo il Csm autorizza alcuni giudici, tra cui Tiziana Parenti del “pool”, a candidarsi per le elezioni politiche. Martinazzoli commenta negativamente la decisione di Berlusconi di entrare direttamente in politica. Caselli, a Palermo, fa partire una colossale inchiesta su Berlusconi e Dell’Utri per cercare di dimostrare rapporti con la mafia. Borrelli, a Milano, fa partire indagini a tappeto su tutte le società del gruppo Fininvest. Cominciano le perquisizioni nelle sedi Fininvest. Supereranno il numero di 200.

 

Il 21, il ministro degli Interni Nicola Mancino si dimette in seguito al suo coinvolgimento diretto nelle inchieste sui fondi neri del Sisde. Ciampi le respinge.

 

 

 

1994 - FEBBRAIO

 

Nella prima settimana, il pool chiede sei ordini di custodia cautelare per Dell’Utri e altri cinque manager di Publitalia.

 

Il 3, un sondaggio della Doxa rivela che Berlusconi è considerato l’uomo politico più affidabile dal 26% degli italiani, e che è lui l’uomo più adatto a risolvere i problemi dell'Italia, seguito da Ciampi con il 10% e da Occhetto e Segni con il 7%. Al Congresso di Bologna, Umberto Bossi annuncia a sorpresa l’accordo elettorale con Forza Italia, ma conferma la propria pregiudiziale nei confronti di Alleanza Nazionale di Gianfranco Fini, con il quale invece Berlusconi avrebbe già raggiunto un patto di alleanza per presentarsi assieme nel centro-sud. "Mai e poi mai con i fascisti" grida Bossi, ma poi pochi giorni dopo invitando a turarsi il naso invita a votare per il Polo della Libertà affermando che "é sempre meglio votare un riciclato come lui, che un un uomo del "polo delle sinistre". Berlusconi, magari ha cominciato male, ma ora sta andando bene. Forse é stata un'operazione...diciamo della provvidenza"[259].

 

L’11, Borrelli deduce: «Questa iperagitazione del cavalier Berlusconi... si può prestare a molte interpretazioni, non tutte nel senso dell’assoluta tranquillità di coscienza». Il pm Omboni, pochi giorni prima delle elezioni, ordina alla Digos di sequestrare le liste dei candidati della neonata Forza Italia.

 

 

 

1994 - MARZO

 

Il 6 marzo, Berlusconi annuncia a Roma le linee principali del programma elettorale all’insegna della lotta alla disoccupazione, della riduzione della pressione fiscale e del liberismo economico.

 

L’8, la procura di Milano indaga sulla Fininvest e perquisisce le sedi di Publitalia per accertare l’eventuale presenza di fondi neri nell’acquisto del giocatore Gianluigi Lentini da parte del Milan. Due giorni dopo, Berlusconi reagisce alle inchieste sulla Fininvest accusando il pool di Milano di manovre politiche contro Forza Italia.

 

Casella di testo:  

L’11, viene arrestato Paolo Berlusconi, fratello di Silvio, con l’accusa di aver pagato una tangente ai funzionari Cariplo per la vendita di tre palazzi di Milano; verrà poi assolto in Cassazione. Ammette però le tangenti versate ad alcuni politici locali, confermando di aver pagato 1 miliardo e 300 milioni alla giunta Pci-Psi di Pieve Emanuele per ottenere la concessione per costruire un campo da golf. In serata gli vengono concessi gli arresti domiciliari[260]. Il giorno dopo, Borrelli ripete: «Chi vuole candidarsi guardi nei propri armadi...».

 

Il 13, vengono resi noti i nomi dei giornalisti che sarebbero coinvolti nelle tangenti distribuite dal gruppo Montedison: sono Giuseppe Turani, di La Repubblica, Ugo Bertone de La Stampa e Osvaldo De Paolini, de Il Sole 24 Ore. Lo stesso giorno, Il Giornale associa i nomi di Piercamillo Davigo e Francesco Di Maggio al giudice corrotto Diego Curtò e a Salvatore Ligresti: sarebbero tutti legati ad una cooperativa edilizia. Non è vero niente, e Feltri verrà condannato. Intanto, Di Pietro stringe per la rogatoria a Hong Kong sul bottino di Craxi: la prova che Bettino gestiva il proprio, tramite Giancarlo Troielli, qualche decina di miliardi.

 

Il 14 marzo, vengono messi sotto inchiesta anche i dirigenti del PDS dopo le denunce di Craxi sull’illecito finanziamento dei partiti, sono indagati Occhetto, D’Alema, Stefanini, Greganti e altri.

 

Casella di testo:  Riecco puntuale, giorno 15, la Falange armata: “Ammazzeremo Di Pietro”. L’indomani Berlusconi rende visita al procuratore generale di Milano Giulio Catelani, con un esposto sui presunti abusi del pool nelle pequisizioni a Publitalia. Catelani comincia a fare la spola tra Milano e Roma, per convincere il ministero a sguinzagliare gli ispettori contro Borrelli & C.

 

Intanto, dopo la denuncia di Craxi, D’ Alema viene iscritto nel registro degli indagati per l’inchiesta sui finanziamenti all’ex Pci. D’ Alema risponde denunciando Craxi per calunnia[261]; successivamente anche Achille Occhetto viene iscritto nel registro degli indagati in seguito alle accuse di Craxi, che viene a sua volta ridenunciato per calunnia[262].

 

Il 22, viene diramata una dichiarazione riferita a Luciano Violante, presidente della Commissione antimafia, secondo cui il presidente di Publitalia Dell’Utri sarebbe indagato a Catania;  smentita da parte del parlamentare che querela il giornalista.

 

Il giorno dopo, la Digos perquisisce le sedi romane di Forza Italia, a seguito di un mandato firmato dalla procura di Palmi.

 

27 marzo 1994: prima giornata delle elezioni politiche con il nuovo sistema elettorale maggioritario. L’affluenza è del 57,3%. I risultati elettorali assegnano il 46% dei voti alla destra: Forza Italia è il primo partito e il Polo delle Libertà (Fi, An, Lega e Ccd), conquista la maggioranza assoluta alla Camera con 366 seggi e quella relativa al Senato con 154 seggi. Berlusconi a elezioni concluse, celebra il trionfo. Ma iniziano subito le prime schermaglie con Bossi, su chi deve andare a palazzo Chigi[263]. Alla fine viene chiamato dal presidente della Repubblica, che democraticamente, in quanto rappresentante del maggior partito (FI) che ha vinto le elezioni, gli affida il compito di formare il Governo. 

 

Il 29, nelle prime trattative per la formazione del nuovo governo Bossi rivendica il ruolo primario della Lega che è il primo partito come numero di parlamentari eletti. Il giorno dopo le dimissioni di Martinazzoli dalla segreteria del Ppi.

 

 

 

1994 - APRILE

 

Dopo aver disertato l’incontro tra Lega e Forza Italia, rallentando la formazione del governo, nascono nuovi contrasti tra Bossi e Berlusconi[264]. Tiziana Parenti, ex giudice del “pool” e neoeletta di Forza Italia denuncia la possibilità di infiltrazioni mafiose all’interno dei club del suo partito[265].

 

Il 16 del mese, Giulio di Donato (Psi) è il primo ex-parlamentare ad essere arrestato.

 

Casella di testo:  
(Da La Repubblica, del 29 Marzo, prima pagina)

Il 21 aprile, viene scoperta la prima tangente dello scandalo Guardia di Finanza: 80 i finanzieri arrestati ed oltre 300 gli imprenditori coinvolti. Ricorda Gherardo Colombo: Nel 1994 successe che un brigadiere della Guardia di Finanza, Pietro Di Giovanni, si vide offrire da un suo superiore, il maresciallo Nanocchio , una busta contenente dei soldi accompagnata da una frase del tipo: «Abbiamo fatto delle indagini, abbiamo fatto una verifica presso la tal società, la tal società ci ringrazia per la nostra gentilezza». Di Giovanni, invece di mettersi i soldi in tasca, andò dal suo comandante e raccontò tutto. Da quell’episodio nacque una nuova inchiesta che vedrà finire sotto accusa centinaia di appartenenti alla Guardia di Finanza. L’indagine ha portato poi al coinvolgimento del presidente del Consiglio allora in carica, l’onorevole Silvio Berlusconi, il quale, condannato in primo grado, ha visto poi ridimensionata la sua posizione in Appello, quando la Corte ha considerato prescritti tre casi e lo ha assolto nel merito dal quarto caso. Berlusconi è uscito completamente dalla vicenda con la sentenza della Cassazione che lo ha ritenuto estraneo a tutte le corruzioni contestate.

 

Parlo di questo episodio perché l’abbandono della toga da parte di Antonio Di Pietro è strettamente connesso, almeno dal punto di vista cronologico, al procedimento sull’onorevole Berlusconi. L’interrogatorio del presidente del Consiglio era previsto per il 26 novembre 1994. Nei giorni immediatamente successivi (non ricordo esattamente quando, ma forse prima di quella data) Antonio Di Pietro ci fece sapere la sua volontà. Sta di fatto che Di Pietro, che sarebbe dovuto essere presente all'interrogatorio del 26 novembre, ci comunicò la sua intenzione di andarsene[266].

 

Casella di testo:  Il 24, Cesare Romiti scrive al “Corriere” ammettendo le tangenti Fiat. Quattro giorni dopo, Sergio Cusani viene condannato a otto anni di carcere; ha impressionato le platee con i suoi silenzi. Non ha scaricato il barile, e non ha coinvolto nessuno. Chi ha avuto fiducia in lui, non ha fatto una cattiva scelta. È stato un eroe della riservatezza anche pagando di persona. Un “gentiluomo” come se ne sono visti pochi negli ultimi anni.

 

Il 29, il gip di Milano Italo Ghitti lascia il suo incarico per candidarsi alle elezioni di luglio per il rinnovo del Csm. Nell’aula del tribunale dove si attende la sentenza Cusani, viene ritrovata una finta bomba contro Di Pietro, PM nel processo. Intanto Pillitteri, in un libro scritto con Facci (Io ti conoscevo bene), mette in piazza i suoi passati con Di Pietro.

 

 

 

1994 - MAGGIO

 

L’1 Borrelli, mentre l’esecutivo è in fase di formazione, prefigura un cataclisma politico-istituzionale e il governo del pool. In un’intervista al «Corriere» si dichiara pronto a rispondere a un eventuale appello di Scalfaro.

 

Vinte le elezioni, Berlusconi, il 7, offre il ministero dell’Interno a Di Pietro, la Giustizia a Davigo. Scalfaro e Borrelli intervengono su Di Pietro e lo convincono a rifiutare. Berlusconi incassa un doppio rifiuto. Da quel momento Di Pietro è portato a ritenere di poter essere il nuovo presidente del Consiglio, dopo la caduta di Berlusconi. Molte testimonianze (Gorrini, Di Maggio, Frattini, D’Adamo) confermeranno questa aspettativa di Di Pietro.

 

Il 12, finalmente l’arresto a Napoli per l’ex ministro della Sanità Francesco De Lorenzo.

 

Il 21, la procura di Palermo chiede il rinvio a giudizio di Giulio Andreotti per associazione mafiosa[267]. Quattro giorni dopo, si diffonde in Borsa la voce di un avviso di garanzia a Silvio Berlusconi con crollo dell'indice Mib del 2,6%.

 

Il mese si chiude con una raffica di avvisi di garanzia della procura di Ravenna per i vertici di Mediobanca[268].

 

 

 

1994 - GIUGNO

 

Casella di testo:  Il mese comincia[269] con Marco Taradash, presidente della Commissione di vigilanza sulla Rai, che invoca indagini da parte della magistratura sulla lottizzazione e sulla precedente gestione della Rai[270]. Anche Berlusconi, quattro giorni dopo, attacca la Rai accusandola di pesare sulla collettività con bilanci fortemente in rosso e di essere ancora espressione di una parte politica sconfitta nelle elezioni. A giugno Di Pietro s’imbatte nelle mazzette degli industriali alla Guardia di Finanza. C’è anche la Fininvest. Nuove minacce a Di Pietro dalla Falange Armata.

 

 

 

1994 - LUGLIO

 

Il primo luglio, a elezioni avvenute e con al governo già Berlusconi, una serie di attentati colpiscono i supermercati della Standa del gruppo Fininvest a Roma, Milano, Brescia, Trento, Modena e Firenze. Mentre la Consulta e la Corte Costituzionale inizia a vagliare  il “taglio” alle Tv private del Gruppo di Berlusconi, ritenute in base all’art. 21 anticostituzionali.

 

Il 5 vengono arrestati a Milano cinque ufficiali della Guardia di Finanza. Il gen. Cerciello, si costituirà il 9 luglio.

 

Il 9, nell’ambito dell’ inchiesta Cariplo, il Gip Italo Ghitti rinvia a giudizio Craxi, Citaristi, Paolo Berlusconi, Mazzotta e altre 15 persone.

 

Il 13 luglio 1994, il governo Berlusconi promulga un decreto legge (c.d. “decreto Biondi”) che favorisce gli arresti domiciliari nella fase cautelare per la maggior parte dei crimini di corruzione, e che risparmia ai tangentisti il fastidio della custodia cautelare. I potenti personaggi indagati dall’inchiesta Mani Pulite sono così protetti, e possono evitare lo sgradito soggiorno nelle patrie galere. D’ora in avanti - dice il decreto - possono essere arrestati solo coloro che commettono reati di terrorismo, reati di mafia, e reati contro l’incolumità pubblica. Inoltre tutti gli invii di informazioni di garanzia dovranno rimanere segreti fino alla chiusura delle indagini. In pratica anche se scoperti, i ladri possono vivere tranquilli, seguitare ad operare, avvisare tutti i loro complici.

 

Sempre secondo i detrattori del premier, la tempistica della legge viene gestita con attenzione, facendola coincidere con la vittoria dell’Italia sulla Bulgaria nelle semifinali della Coppa del mondo di calcio del 1994, allo scopo di far passare sotto silenzio la legge in un paese che pensa solo ai mondiali. Vengono subito scarcerate 2000 persone colpite da custodia cautelare, tra cui i due che hanno  più di ogni altro indignato gli italiani: l’ex ministro della Sanità De Lorenzo, e Poggiolini, l’uomo che riempiva i puff con i miliardi che gli regalavano i farmaceutici per poter vendere impunemente i loro prodotti non solo inutili ma perfino dannosi alla salute degli italiani[271]. Queste immagini hanno l’effetto maggiore, in quanto il pubblico trova particolarmente odioso il furto di denaro dagli ospedali. Solo pochi giorni prima, tra l’altro, i finanzieri arrestati avevano parlato di corruzione nella Fininvest, la maggiore delle proprietà della famiglia Berlusconi.

 

Scatta immediatamente un «pronunciamento» in tv di Di Pietro, Colombo, Davigo e Greco contro il decreto. La maggior parte dei magistrati del pool Mani Pulite dichiara di rispettare le leggi dello stato, inclusa la nuova “legge salvaladri”, ma di non poter lavorare in una situazione di conflitto tra il dovere e la coscienza, chiedendo quindi di essere riassegnati ad altri incarichi.

 

Probabilmente poiché il governo non può permettersi di essere visto come un avversario del popolare pool di giudici, il decreto è frettolosamente ritirato; si parla in effetti di un “malinteso”, e lo stesso Ministro dell’Interno Roberto Maroni accusa i colleghi di governo di aver varato un testo diverso da quello che gli era stato presentato e sottoposto alla firma. Maroni dichiara di essere pronto a dimettersi se il decreto non verrà ritirato. Scoppia così  il “caso” che rischia di mettere subito in crisi il governo Berlusconi.

 

Duro l’attacco di Berlusconi, che gli intima o di smentire o di dimettersi da ministro, Bossi gli conferma il suo appoggio. In televisione Maroni viene fatto apparire come un povero deficiente che firma senza sapere quello che firma. Ma la polemica si allarga quando tutti prendono visione del vero testo. Inoltre, su una parte della stampa italiana, si scatenano indignati commenti  che raggiungono anche i lettori, che non si trattengono dal commentare con disgusto. Perfino i veri delinquenti in galera si indignano, perchè è chiaro che il decreto non è stato concepito per loro. 

 

Il 19, Borrelli congela la richiesta di trasferimento dei giudici del pool di Milano, che riprendono le indagini.

 

Con lo spauracchio di una crisi, si tenta di correggere il decreto. Ma non mancano aspri contrasti tra deputati all’interno dello stesso gruppo di maggioranza. Alla fine, dopo una serie di sedute convulse, il decreto viene respinto con 418 voti , 33 favorevoli, 41 astenuti[272]. A quanto pare a non essere d’accordo è una larghissima fetta dei deputati della stessa Forza Italia, AN, e Lega. Quindi la tesi sostenuta da Maroni -che il testo era diverso- diventa credibile.

 

Il Cavaliere rinvia il “Salvaladri” a migliore occasione. Due giorni dopo raduna amici, ministri e avvocati Fininvest ad Arcore per discutere della latitanza del fratello Paolo, del manager Salvatore Sciascia (poi condannato per tangenti) e di Scalfaro, che aveva controfirmato il decreto Biondi. Il capo dello Stato, delegittimato, non interviene[273].

 

Il 23, vengono arrestati a Catania l’ex ministro della Difesa Salvatore Andò (Psi) e l’ex presidente regionale Rino Nicolosi (Dc). Due giorni dopo vengono arrestati a Losanna Michele Finocchi e a Milano il responsabile dei servizi fiscali della Fininvest, Salvatore Sciascia.

 

Il 26 luglio, secondo mandato di cattura a carico di Paolo Berlusconi. Di Pietro in privato “consiglia” le dimissioni al presidente Berlusconi.

 

Il mese si chiude con le sentenze per il processo “Conto Protezione”: per Craxi, Martelli, Gelli, Di Donna e Larini condanne tra 5 anni e 6 mesi e 6 anni e 6 mesi. A Milano si costituisce Paolo Berlusconi, che, dopo l' interrogatorio, ottiene gli arresti domiciliari[274].

 

 

 

1994 - AGOSTO

 

Il 5, Tiziana Parenti (FI), ex P.M. del “Pool”, diventa presidente della Commissione Antimafia.

Dopo giorni di polemiche, Berlusconi e Bossi si incontrano ad Arcore e «fanno pace». Polemica per una dichiarazione di Berlusconi: «Se cade questo governo ci saranno disordini». Bossi dichiara che Berlusconi ha chiesto a Scalfaro le elezioni anticipate. Il presidente del Consiglio e il Quirinale smentiscono[275].

 

Il faccendiere craxiano Ferdinando Mach di Palmstein, latitante da un anno, parla al telefono con la zia Caterina: "Se apro bocca il primo che va dentro è Di Pietro, di cui so cose pazzesche. Me le ha dette un suo amico che poi s'è pentito". Chi sarà mai l’amico? Proprio in quei giorni, Giancarlo Gorrini ha cominciato il giro delle sette chiese tra Sergio Cusani e Paolo Berlusconi, implorando aiuto per salvare la Maa Assicurazioni, da lui stesso rapinata. In cambio, offre le memorie di Antonio Di Pietro.

 

 

 

1994 - SETTEMBRE

 

Il mese si apre con le divisioni all’interno del governo dopo la proposta dei democristiani tedeschi di creare un’Europa a due velocità, nella quale l’Italia occuperebbe la seconda fascia. Berlusconi, che ha saputo dei contrasti dentro la Lega, afferma: "Faremo allora senza!". Poi una gaffe. Berlusconi lancia un pressante invito al PPI affinchè entri nel suo governo, permettendo di andare avanti senza la Lega. “No grazie” va ripetendo Bottiglione, il filosofo del Ppi. “No a Silvio, sì a una grosse koalition  che vada da FI al PDS”.

 

Sta andando in scena l’inizio dell’ultimo atto del governo di destra con un rabbioso presidente del consiglio che inizia a ingiuriare il leader della Lega Umberto Bossi: "Traditore e rapinatore di voti, Sfasciacarrozze".

 

Casella di testo:  Tra il 3 e il 14 settembre, dopo le polemiche del decreto Biondi, alla ripresa dei lavori, sullo stesso tema s’innesca un’altra polemica. Questa volta parte da un albergo di Cernobbio, Villa d’Este, al convegno degli imprenditori, e riaccende la polemica in Parlamento. È un meeting che fa riunire attorno al tavolo i maggiori imprenditori italiani, piuttosto preoccupati, anche quelli che sono stati risparmiati dalla bufera di Tangentopoli. Un tornado che ha inquietato chi poco, chi tanto, tutti.

 

Si cercano soluzioni perché, nell’intero apparato produttivo del paese, le inchieste in corso hanno rallentato alcuni settori industriali e commerciali, e altri, quelli degli appalti pubblici, sono fermi del tutto, poichè nessuno osa più firmarli. Di Pietro, al convegno, espone una proposta di uscita da Tangentopoli, attraverso una soluzione giudiziaria per i reati passati ed un progetto legislativo per il futuro, una “soluzione legislativa” elaborata dai magistrati del “pool”[276]. È chiaro che i consensi dagli imprenditori Di Pietro li riceve, ma è anche chiaro che il messaggio è indirizzato al “potere legislativo”. 

 

Immediate le risposte e le ostili reazioni della classe politica al governo, che si sente scavalcata. In prima fila il guardasigilli e le varie commissioni della giustizia della compagine governativa.

 

Decisamente astiosi alcuni settori della maggioranza - Casini, Maiolo, Taradash ecc. - che invocano lo Stato di diritto, poichè è lesivo questo intervento della magistratura nell’ambito del potere legislativo. Il ministro Ferrara vuol denunciare tutti per attentato alla Costituzione, poi il governo decide che non è il caso.

 

Il pool dei giudici, agli attacchi ritenuti ingiustificati e troppo sbrigativi, ribadisce di voler solo dare un contributo, mettere a disposizione la propria esperienza da sottoporre comunque al giudizio del Parlamento. Il pool non intende esautorare il Parlamento, ma vuole solo contribuire con il suo lavoro, per arrivare a quelle soluzioni  che gli imprenditori stanno attendendo in tempi brevi per eliminare veleni, sospetti e soprattutto la paralisi delle attività economiche.

 

Il procuratore generale della Cassazione Vittorio Sgroj parlando del pool dichiara: “Sono intoccabili, nessuno ha il coraggio di promuovere l'azione disciplinare”. Un boss della Dc coinvolto in Tangentopoli riceve in busta anonima un dossier: Abusi, Di Pietro, con le solite storie di Liaison Dangereuses e gli immancabili tabulati Sip.

 

Il giorno 17, nuovo messaggio della Falange armata: “La vita politica e umana di Di Pietro sarà breve e verrà fermata”. Nelle stesse ore Giancarlo Gorrini sta scrivendo un promemoria su Di Pietro per un committente d’eccezione: Paolo Berlusconi. Il 27, Paolo Simonetti, brigadiere della Finanza, ex braccio destro di Tiziana Parenti molto attivo nelle indagini sul pool, annota sul computer: “Ore 17-18 c/o Edilnord...Braald (Aldo Brancher, n.d.a.): Gorrini disposto a riferire su somme estorte da DP in favore dell’amico Reale (Eleuterio Rea, n.d.a.) per corse cavalli. Fatto già a conoscenza di Preces (Cesare Previti). Ulteriori casi analoghi a conoscenza di Berpao (Paolo Berlusconi, n.d.a.)”.

 

Il 20 del mese, ancora arresti per Antonio Gava, ex ministro degli Interni e leader della Dc napoletana, con l’accusa di complicità con la camorra. Quattro giorni dopo, l’inchiesta Mani pulite coinvolge anche il mondo della moda con avvisi di garanzia a Giorgio Armani e Gianfranco Ferrè.

 

Il 29 settembre, nel giorno del 58° compleanno di Silvio Berlusconi, Sergio Cusani denuncia Di Pietro a Brescia per diffamazione e omissione di atti d’ufficio nel processo che gli è costato la condanna a 8 anni per Enimont[277]. E il generale Giuseppe Cerciello, imputato per la corruzione della Guardia di Finanza, denuncia a sua volta Borrelli, Colombo e Di Pietro al Csm per presunte manovre intorno al Gip Andrea Padalino. Come stabiliranno i giudici successivamente, si tratta di invenzioni. Ma intanto il “pool” sale, per la prima volta, sul banco degli imputati, proprio mentre chiede condanna di Paolo Berlusconi per le tangenti delle discariche e raccoglie le ultime prove sul tesoro personale di Craxi.

 

Durante questo periodo si nota uno strano attivismo del ministro Biondi che  - racconterà l’ispettore Domenico De Biase – chiede di vedere tutti gli esposti presentati contro il pool[278].

 

Il mese si chiude con la procura di Brescia iscrive nel registro degli indagati il nome di Di Pietro, a seguito delle denuncie di Cusani che ipotizzano abuso in atti d’ufficio e diffamazione[279].

 

 

 

1994 - OTTOBRE

 

Giorno 1, si rifà viva la Falange armata: Di Pietro è cotto a puntino. Due giorni dopo, Di Pietro fa arrestare Tradati, ultimo anello verso il bottino di Bettino e anche - ma questo lo si scoprirà solo un anno dopo - del mazzettone da 10 miliardi di Berlusconi a Craxi tramite All Iberian[280].

 

Il giorno dopo, Berlusconi accusa i giudici di fare «uso della giustizia a fini distorti». Il memoriale Gorrini è pronto e arriva a Paolo Berlusconi. Una mano amica infila poi l’appunto - opportunamente arricchito con ritagli di giornale, dossier del Sabato, vari anonimi, rapporti di indagini illegali della Finanza - in una busta, e la busta nella buca delle lettere di Dinacci. Il dossier, anziché essere protocollato, finisce in un cassetto del ministero.

 

Molto clamore intanto al processo Enimont; Giorgio Tradati, amico di Craxi, rivela al giudice Di Pietro di essere stato sollecitato dallo stesso Craxi a trasferire 30 miliardi dalla Svizzera, ma che si era rifiutato, al che il segretario del Psi aveva provveduto per proprio conto a cambiarne una parte in 15 chili d’oro in lingotti , depositandoli in una cassetta svizzera intestata a una certa Madame. Craxi naturalmente smentisce tutto[281].

 

Borrelli lancia al presidente del Consiglio un inedito «preavviso» di garanzia quando afferma in una intervista sul Corriere, che l’inchiesta su Telepiù ipotizza la possibilità di un coinvolgimento del vertice dell’esecutivo in una inchiesta con politici molto in alto, e che il ministro Biondi è un’imprudente. Biondi si dimette, ma il consiglio dei ministri respinge le dimissioni. Berlusconi s'infiamma e afferma che i poteri dello Stato devono rientrare nei loro ambiti e non far politica di persecuzione nei confronti di deputati votati dai cittadini. La polemica si infiamma.

 

La polemica delle insinuazioni di Borrelli, porta il 6, il consiglio dei ministri ad approvare all’unanimità una lettera-esposto contro Borrelli e diretta al Procuratore generale di cassazione Vittorio Sgroi[282].

 

Il 7, Scalfaro inoltra la lettera del Governo al CSM per il caso Borrelli. I forzisti del Csm ne chiedono il trasferimento da Milano per incompatibilità ambientale. Intanto il ministro Biondi minaccia una querela contro Borrelli, che scatena la reazione delle procure di Roma e Milano e dell’Associazione dei magistrati dove si vuole evidenziare che per la prima volta si mette sotto accusa un magistrato che sta conducendo con i suoi uomini una delicata indagine nei confronti di alcuni nomi che siedono al governo, e di non rispondere agli "attacchi gravemente insultanti ma di continuare a svolgere con equilibrio i poteri costituzionali sanciti dalla Costituzione".

 

L’8, la proposta dei saggi per i conflitti di interesse tra Berlusconi imprenditore e politico, lascia al presidente del consiglio la proprietà dei beni, a patto della loro concessione in gestione ad un fiduciario autonomo. Confalonieri invia a Catelani l’ennesimo esposto contro la persecuzione giudiziaria anti-Fininvest.

 

Il 12,  Craxi, dal suo rifugio, fa sapere al processo Enimont che i conti svizzeri erano del partito, e che sia Benvenuto che Del Turco sapevano benissimo di questi conti esteri. Ma gli interessati chiamati a confermare lo smentiscono. Anzi, il fidato ex amico Tradati afferma che con quei soldi Craxi acquistò un appartamento a New York e uno a Barcellona. Intanto Di Pietro informa il tribunale che dopo intercettazioni telefoniche, alla contessa Francesca Vacca Agusta e al suo compagno Maurizio Raggio, è stato spiccato un ordine di cattura per aver aiutato a dirottare su banche delle Bahamas i soldi provenienti dai conti svizzeri di Craxi.

 

Due giorni dopo, grande sciopero in Italia per il varo della Finanziaria votata dal governo. Molti italiani non ne condividono i capitoli che riguardano i tagli alle pensioni e alla sanità. È mobilitazione. Lavoratori, studenti, pensionati organizzano uno dei più grandi scioperi degli ultimi 20 anni. Cinque milioni di persone  (chi afferma tre milioni, mentre per Berlusconi non c’è stato nessun sciopero)  scendono in piazza; vengono poi annunciate ulteriori e prossime mobilitazioni per opporsi ai tagli programmati. Berlusconi da Mosca  ironizza: "Lo sciopero? Ho altro a cui pensare...Né uno né dieci scioperi generali possono cambiare la Finanziaria. Dite che erano in molti?  Se scendevano in piazza quelli di Forza Italia erano molto di più... più di cinque milioni". "I giornali parlano di tre milioni? significa che allora venti milioni se ne sono stati a casa!". "Le forze responsabili sono largamente prevalenti, lo sciopero è stata una scelta sbagliata e i giornali disinformano".

Casella di testo:  Battuta molto infelice. Scrive Walter Veltroni: Una sfida alla statistica.(…)  "Come è strana la vita. Berlusconi asserragliato al Cremlino, mostra un misto di disprezzo, rabbia e paura perchè nella lontana Italia milioni di lavoratori sono "discesi anche loro in campo". Non ne vuole sentir parlare. Nel suo mondo virtuale questo sciopero non c'è stato. Non può esserci stato perché contrasta con i sondaggi di Gianni Pilo. Invece è stato il più grande sciopero degli ultimi venti anni. I lavoratori sono "discesi in campo" perchè vedono nero (…) Crede solo in se stesso. Ma dove vive?”[283]. D’Alema afferma: “Solo un pazzo non può tenere conto di una simile espressione popolare.

 

Il 17,  si archivia il caso Borrelli. Il CSM ritiene all’unanimità non esserci nelle affermazioni del Capo della Procura di Milano rilasciate al Corriere, estremi di persecuzione politica nei confronti di nessuno, ma solo generici interventi ampiamente diffusi dalla tutta la stampa. Si viene a sapere che il Ministro del governo Berlusconi, Biondi, avrebbe inviato alla Procura di Milano alcuni ispettori per verificare presunte irregolarità del “pool” e chiesto poi al Procuratore Generale della Cassazione di avviare un’azione disciplinare contro Borrelli per l’intervista.

 

Il 19, il ministro dispone un’ispezione sul lavoro dei magistrati dell’inchiesta Mani pulite, accusato dal capo del governo di indagare sulle aziende e gli amici del capo del governo. Biondi completa l’opera defenestrando Mario Vaudano, capo dell’ufficio rogatorie del ministero, prezioso tramite del pool con le autorità giudiziarie svizzere. Craxi, ringalluzzito, pubblica la sua opera prima: Il Caso C.

 

Giorno 20, Giovedì: il consiglio Superiore della Magistratura dichiara di archiviare il “caso Borrelli”. Il procuratore generale presso la Cassazione non partecipa al voto e nega di aver avuto pressioni da Berlusconi. Intanto continua l’ispezione sui protagonisti di Mani pulite per cercare delle irregolarità nei comportamenti fatti nei confronti di alcuni personaggi.

 

Di Pietro chiede a Di Maggio di partecipare alla conferenza di Napoli. Riceve un rifiuto da Frattini, segretario della presidenza del Consiglio. Da qui la decisione di vendicarsi con Berlusconi a Napoli.

 

Il 24, la procura di Palermo apre un’indagine sulle Coop rosse e i rapporti con il Pds in Sicilia. Il giorno dopo, Scalfaro boccia la proposta di Previti di una commissione d’inchiesta su Tangentopoli, ribadendo l’autonomia dei giudici.

 

Alla fine del mese, finisce in manette a Parigi, Mach di Palmstein; in casa della sua ospite, Domiziana Giordano, viene ritrovato un corposo dossier su Di Pietro, frutto del lungo lavoro di alcuni agenti dei servizi francesi, con l’aggiunta di carte che somigliano prodigiosamente a quelle del dossier Gorrini. Amicone di Craxi e Cusani, Mach conserva sull’agenda tutti i numeri di Berlusconi[284].

 

 

 

1994 - NOVEMBRE

 

Casella di testo:  
La Stampa, 26 novembre 1994.
Dinacci chiama De Biase e gli consegna il dossier Gorrini, dicendo: “Me l'ha mandato Previti, che mi ha detto che Gorrini verrà presto a testimoniare”. Il pool scopre tra le carte del manager Fininvest Massimo Maria Berruti un “pass” di Palazzo Chigi, datato 8 giugno ‘94: la prova che Berruti andò a consultarsi con Berlusconi alle prime avvisaglie dell’inchiesta sulle tangenti della Finanza, prima di organizzare l’inquinamento delle prove.

 

Il 3, il ministro delle Finanze Tremonti finisce nel registro degli indagati della procura di Roma con l’accusa di abuso di atti d’ufficio nel caso Secit.

 

Il 12, oltre un milione di persone alla manifestazione di protesta sulla Finanziaria a Roma. Due giorni dopo, riunione del pool milanese, oggetto: il presidente del Consiglio.

 

Il 16,  scoppia lo scontro Berlusconi – Bossi. Si verifica una rottura nella maggioranza sulla questione delle pensioni. Berlusconi afferma che non si può governare con l’alleato e che non rimane altro da fare che ritornare alle urne.

 

Il 17, il «Corriere» indica come notizia certa filtrata dai vertici del Pds che la candidatura di Di Pietro a Palazzo Chigi era considerata come «l’ultima difesa per impedire che il Paese tornasse alle urne» e come «l’argine più alto alla piena delle elezioni anticipate».

 

18 novembre: seconda riunione del pool dove scaturisce la decisione di iscrivere il presidente del Consiglio sul registro degli indagati. L’indizio utilizzato per l’accusa è un “pass”, che si rivelerà, poi, assai dubbio.

 

Il 19, Maroni accusa Berlusconi per la mancanza di accordi con i sindacati: «Vuole lo scontro sociale». In serata smentisce indirizzando le sue accuse verso altre componenti della maggioranza.

 

Il 21, mentre gli ispettori di Biondi setacciano invano la procura di Milano, Berlusconi viene iscritto nel registro degli indagati. Nella stessa serata, Borrelli comunica telefonicamente a Scalfaro il provvedimento, prima che sia stato notificato al presidente del Consiglio stesso. Alle 20.40-20.45 dello stesso giorno, Buccini del «Corriere della Sera» telefona a Borrelli. Anche secondo Di Pietro la «fuga di notizie» parte dall’interno del pool e sostiene che: «Qualcuno commise l’errore di parlarne fuori del nostro gruppo». Scalfaro, a Nisida, nella «tarda serata», a sorpresa, parla della possibilità di un «governo del presidente» in caso di caduta dell’esecutivo presieduto da Berlusconi. Borrelli affida le indagini sulla «fuga di notizie» non alla competente procura di Brescia, ma a un pm milanese. La notizia è sul “Corriere della Sera” del 22, e desta scalpore per la coincidenza con la Conferenza a Napoli. Quel giorno, Di Pietro è a Parigi per interrogare Mach di Palmstein in carcere: non riesce, ma viene a sapere del dossier trovato a casa Giordano. Nello stesso giorno, la Procura di Milano emette un avviso di garanzia per il presidente del Consiglio Berlusconi per concorso in corruzione. In un messaggio televisivo, Berlusconi respinge le accuse e afferma di non avere intenzione di dimettersi. Le reazioni dell’interessato in un messaggio mandato in onda per sette minuti su tutte le reti: “Non mi dimetto, non ho mai corrotto nessuno, si tratta di un incidente di percorso della magistratura, di un abuso e di una strumentalizzazione infame”. “Di Pietro ha i giorni contati”, annuncia la Falange armata.

 

Casella di testo:  Il 23, Gorrini si precipita al ministero per raccontare la Di Pietro story: 100 milioni, Mercedes, debiti di Rea e quant’altro. Il nuovo ministro della Giustizia Alfredo Biondi invia alla procura di Milano ispettori per far luce sulle indagini condotte dai magistrati di Mani Pulite. Dura la reazione del procuratore aggiunto D’Ambrosio, che giudica l’ispezione illegittima. Risponde il ministro invitando  a non dare giudizi di legittimità  sull’operato del suo ministero. Berlusconi è iscritto anche  nel registro degli indagati della Procura di Roma per l’ipotesi di reato di abuso di ufficio, per pressioni sull’ex vertice Rai per un accordo sulla pubblicità.

 

Il giorno dopo, Biondi avvia ufficialmente l’inchiesta parallela e segreta su Di Pietro. Dinacci - racconterà De Biase - era stato chiaro, sostenendo: “Previti mi ha detto che bisogna distruggere Di Pietro e mi ha fatto capire che Gorrini è stato pagato”. Il giorno dopo, Di Pietro insiste con Borrelli per avere l’incarico di rappresentare la pubblica accusa nel dibattimento contro il presidente del Consiglio: “Vado io in dibattimento, quello... lo sfascio”. Di Pietro ha un comportamento opposto nei confronti di Berlusconi. Attraverso amici (D’Adamo, Lucibello, Della Valle), invia messaggi al presidente del Consiglio invitandolo a ritardare il suo interrogatorio in procura, anticipandogli la sua decisione di dimettersi. Di Pietro quindi non vuole apparire quale causa delle dimissioni di un presidente del Consiglio che si accinge a sostituire.

 

Il 26, Previti avverte amorevolmente Tonino di quel che gli stanno apparecchiando al ministero: “una polpetta avvelenata”. Di Pietro ne parla con Davigo, e comincia a scrivere con lui una memoria da inviare al Csm. Poi però cambia idea e decide di dimettersi subito.

Il 27 ne informa Borrelli, mentre la Falange armata comunica: “Di Pietro è un uomo morto”. Viene anche organizzata una manifestazione in piazza  per dare la  solidarietà a Berlusconi, al governo e alla sua maggioranza. Da Mosca, Berlusconi aveva parlato di 5 milioni; ma a dargli la solidarietà in un momento così grave, erano un molto meno, solo 10.000.

Il 29, la Cassazione trasferisce a Brescia il processo milanese sui finanzieri corrotti. Il giorno dopo, De Biase ascolta Osvaldo Rocca che, sul prestito di Gorrini, scagiona Di Pietro, dicendo:“pensava che i soldi venissero direttamente da me”. In serata, Dinacci avverte De Biase: “Ferma tutto, il 6 dicembre Di Pietro se ne va. Me l’ha detto Previti”. Nell’attesa Berlusconi continua a rinviare l’appuntamento col pool: si presenterà solo a metà dicembre, quando Di Pietro sarà già lontano[285].

 

 

 

1994 - DICEMBRE

 

Il mese si apre con il procuratore capo Borrelli che invia due lettere di protesta a Catelani e Scalfaro per le ispezioni ordinate dal ministro Biondi[286]. Il giorno dopo viene chiesto il rinvio a giudizio di 120 persone, tra cui Paolo Berlusconi, Salvatore Ligresti, Giampiero Cantoni.

 

Il 6 dicembre, Antonio Di Pietro, proprio nel giorno della requisitoria al processo Enimont, quello che ha scoperchiato la pentola della corruzione in Italia,  clamorosamente si dimette dalla magistratura. Il PM è amareggiato perchè la sua attività giudiziaria viene vista sempre in contrapposizione contro qualcosa o contro qualcuno. Le dimissioni saranno respinte, ma il 9 sono nuovamente ripresentate, aggiungendo a chi teme che entri in politica, che non ha nessuna intenzione di iniziare questa carriera. Racconta Colombo: Era la fine del 1994 e questo allontanamento da parte di Di Pietro ci mise in difficoltà, perché Antonio lavorava molto e lavorava anche molto bene. E noi, che eravamo prima in tre o in quattro, a seconda degli affiancamenti che avevamo momento per momento, ci trovammo a rimanere in due, con qualche aiuto.(...) Dovremo così aspettare fino all’autunno del 1995, quasi un anno, perché il gruppo venisse ricomposto con l’applicazione di Ilda Boccassini. Ilda Boccassini diventerà, assieme a Davigo e a me, una delle persone a cui è stato affidato molto del lavoro del terzo settore delle indagini, quello che nacque in seguito alle dichiarazioni di Stefania Ariosto e coinvolse i reati di corruzione in atti giudiziari.” (...)[287]

 

Quello stesso giorno, l'inchiesta segreta che lo riguarda va in archivio. Con una motivazione dell’ispettorato che lo scagiona completamente: “Fatti di nessuna rilevanza disciplinare”.
Ma quel dossier, ora protocollato e “nobilitato” dal timbro del ministero, passa subito di mano, per essere ripescato e riciclato qualche mese più tardi.

 

Nel frattempo, dal Ministero, negli ultimi mesi, sono partite ben due ispezioni alla procura di Palermo. La prima, di routine, è di aprile: si concentra sui pasticci al Tribunale fallimentare. Ma la seconda, straordinaria come quella contro il pool milanese, è stata disposta da Biondi in settembre. E contiene uno scandalo. Durante la prima missione, l’ispettore Enrico De Felice ha inviato un fax al commercialista siciliano Piero Di Miceli, ex craxiano ed ora forzista (ha rapporti con Previti e Biondi), sospettato dalla procura di rapporti con ambienti massonico-mafiosi, affinché lo raccomandasse presso il ministro Biondi per farlo diventare capo degli ispettori al posto di Dinacci. Il fax viene intercettato dalla Procura di Palermo, che indaga De Felice per abuso.

 

Caselli manda un avviso di garanzia al vicecapo di gabinetto di Biondi, Vincenzo Vitale (pretore a Catania e assiduo collaboratore del “Giornale”) per abuso e propagazione di segreto istruttorio: avrebbe avvertito l’amico Di Miceli che i suoi telefoni erano sotto controllo, grazie alle informazioni raccolte a Palermo dagli ispettori[288].

 

Nello stesso giorno, al processo Eni-Sai, Craxi e Citaristi sono condannati a cinque anni e sei mesi, Cusani a cinque anni, Salvatore Ligresti a tre anni. Il giorno dopo, il procuratore di Palermo Caselli, per le dimissioni di Di Pietro, critica  dai microfoni del Tg3 l’attacco alla magistratura,  indicando alcuni settori del governo Berlusconi.  Afferma che c’è il pericolo di interferenza nelle delicatissime inchieste giudiziarie già aperte. Poi parla di “delegittimazione” della giustizia, citando le violenti critiche verso i magistrati portate da Sgarbi in Tv, e  che nessuno ha reagito per tutelare le istituzioni. - Secondo Borrelli, ascoltato il 15 dal CSM, anche le dimissioni di Di Pietro  sono da ricondurre a questo clima intimidatorio.

 

L’11, Maroni, ministro dell’Interno del governo Berlusconi, fa un vago accenno a una crisi di governo e ipotizza non solo una maggioranza diversa ma anche una diversa guida. Non risparmia forti critiche  per  lo scontro in atto tra governo e magistratura. Il giorno dopo, il presidente della prima sezione penale della Corte di Cassazione Arnaldo Valente si dimette dalla magistratura, inviando una lettera al Presidente della Repubblica, deplorando l’atmosfera avvelenata e la campagna diffamatoria montata ai suoi danni.

 

Casella di testo:  Il 13, a Milano, il presidente del Consiglio Berlusconi viene interrogato per 7 ore dai giudici del “pool” riguardo alle tangenti pagate dal gruppo Fininvest alla Guardia di Finanza. Berlusconi reagisce affermando che è solo un teorema senza riscontri, e afferma che non di dimetterà dal governo. Lo stesso giorno, tutti gli 11 ispettori del ministero della Giustizia annunciano le dimissioni, che saranno poi ritirate il 16. Il giorno dopo, Berlusconi chiede la verifica della maggioranza di governo per il 21 dicembre.

 

Il 17 dicembre, scoppia la polemica sulle dichiarazioni di Giuliano Ferrara in televisione contro il presidente della Repubblica. Lo ha accusato di complottare, di essere un Concertatore di una manovra di Palazzo per rapinare voti degli italiani e ribaltare il governo”. Lo stesso premier si è dovuto scomodare di persona per fare le scuse a Scalfaro. La situazione è molto singolare, perchè il Capo del Governo in persona sconfessa il Portavoce del Governo. E quest’ultimo subito dopo prosegue dicendo: “Ho detto la verità. Anzi non l’ho detta tutta”.

 

Il 19 dicembre, i Tg di varie emittenti del gruppo Fininvest trasmettono la videocassetta di un accorato  appello di Berlusconi agli elettori contro il “tradimento” di Bossi. Il premier invoca il ritorno alle urne degli elettori. Due giorni dopo, nel suo discorso alla Camera, Berlusconi attacca la Lega con durezza, accusandolo di aver tradito gli elettori e afferma che, in caso di dimissioni, gli italiani devono tornare a votare. Altrettante accuse di tradimento sul patto elettorale sono espresse da Bossi.

 

Il 22, Silvio Berlusconi si dimette; Borrelli, in un’intervista al «Corriere», candida Di Pietro a presidente del Consiglio. Il giorno dopo, Ugo Dinacci, capo degli ispettori di Biondi, viene iscritto nel registro degli indagati della procura di Salerno con l’accusa di collusioni con la camorra.

 

 

 

1995 - GENNAIO

 

Casella di testo:  Tra gennaio e dicembre 1995: richiesta di rinvio a giudizio per Berlusconi, condanne per tutti, o quasi, i protagonisti di Enimont. A Brescia l’avvocato Taormina sollecita indagini su Di Pietro (100 milioni da Giancarlo Gorrini), che verrà assolto da tutto. Il 2 gennaio, la Regione Lombardia è nella bufera dopo la pubblicazione di una telefonata che prova l’esistenza di trattative tra i partiti nelle nomine per le Usl.

 

Il giorno dopo, il pm Carlo Nordio invia un avviso di garanzia al presidente della Lega delle Cooperative Gianfranco Pasquini, che si autosospende, e al Presidente del Comitato veneto della Lega, Giuseppe Fabbri.

 

L’11, la procura della Repubblica di Roma convoca Massimo D’Alema e Achille Occhetto per il 17 gennaio, nell’ambito dell’inchiesta sui presunti finanziamenti delle cooperative al Pci-Pds. Due giorni dopo, il Presidente della Repubblica affida a Lamberto Dini l’incarico per la formazione del nuovo governo. Berlusconi fa fuoco e fiamme contro il “ribaltone”, poi viene a sapere che il guardasigilli sarà Filippo Mancuso. E regala l’astensione.

 

Il 14, Dini annuncia che Antonio Di Pietro non entrerà a far parte dell’esecutivo; il 17 D’Alema e Occhetto sono davanti ai giudici romani nell’ambito dell’inchiesta sulle cooperative rosse.

 

 

 

1995 - FEBBRAIO

 

Dopo le condanne a Craxi, non accennano a placarsi le polemiche tra colpevolisti e innocentisti[289]. Mentre il gip di Brescia proscioglie Di Pietro dalle accuse di Cusani e un agente della scorta sventa un attentato contro Gerardo D’Ambrosio, torna in campo il Gico di Firenze con il suo capo, tenente colonnello Giuseppe Autuori, che consegna alla procura fiorentina un dossier di 263 pagine sul caso Autoparco: Una franca rivisitazione di fatti e situazioni già rappresentate. I veleni contro Di Maggio, Nobili & C., già smascherati dai giudici di Brescia, tornano in circolazione con l’aggiunta di nuove insinuazioni contro Armando Spataro e Ilda Bocassini[290].

 

 

 

1995 - MARZO

 

Cusani va a trovare Gorrini per complimentarsi della sua deposizione agli ispettori e procurarsene una copia. Poi avvicina Tradati (così almeno riferirà quest’ultimo) per invitarlo a presentarsi agli ispettori di Mancuso e denunciare pressioni del pool per incastrare Berlusconi. Mancuso blocca il decreto del governo per la creazione del “Sis” da affidare a Di Pietro.

 

 

 

1995 - APRILE

 

Di Pietro, dopo alcuni incontri con Berlusconi e Previti, fa sapere che alle successive elezioni non appoggerà nessuno, tantomeno il Polo. Prodigiosamente, il dossier Gorrini e alcuni altri ricompaiono tra le mani dell’avvocato Carlo Taormina, legale del generale Cerciello e futuro candidato di Forza Italia.

 

Il 3 aprile, Antonio Di Pietro lascia la magistratura, è lo stesso magistrato ad annunciarlo in un convegno su Mani Pulite. Intanto, il generale della Guardia di Finanza, Cerciello, accusa Di Pietro di avere indotto alcuni funzionari delle Fiamme gialle a tirarlo in ballo; dure accuse del generale a tutto il pool di Milano: «Quando ero in carcere a Peschiera, ho saputo che i magistrati volevano far dire al maresciallo Nanocchio il nome di Berlusconi». D’Ambrosio teorizza il non-diritto di Berlusconi alla difesa: «Non si tratta di un indagato come gli altri... Appellarsi al diritto di difesa va bene per un imputato normale».

 

Giorno 7, Taormina e Cerciello denunciano Di Pietro per presunte pressioni sul maresciallo Nanocchio al fine di convincerlo a tirare in ballo il generale e Berlusconi. E’ un’altra affermazione che si smonterà presto, con tanto di smentita di Nanocchio e archiviazione a Brescia, ma intanto Di Pietro è di nuovo indagato per abuso d’ufficio.

 

Il 13, a “Tempo Reale”, Berlusconi rivela che “Tonino” gli confidò di non aver condiviso l’invito a comparire nei suoi confronti. Borrelli, dopo le dichiarazioni televisive di Berlusconi, accusa Di Pietro di «colpevole silenzio».

 

Il 18, Taormina, reduce da alcuni incontri in via dell’Anima, chiede che Di Pietro testimoni al processo Cerciello per chiarire una lunga serie di vicende “oscure”: le stesse contenute nel dossier Gorrini, con l’aggiunta dell’Autoparco, di traffici d’armi e chi più ne ha più ne metta. Il tribunale respinge la richiesta, ma il missile è lanciato. Al processo Cerciello, un detenuto conferma le accuse a Di Pietro, sulle presunte pressioni sui testimoni, perchè fosse fatto il nome di Berlusconi.

 

Il 22, il ministro di Grazia e Giustizia, Mancuso, accusa Di Pietro di avere interferito con la Procura bolognese, durante le sue indagini sulla «Uno bianca», svolte come consulente della Commissione parlamentare stragi. I presidenti delle Camere rispondono che le Commissioni d’inchiesta hanno lo stesso potere dell’autorità giudiziaria.

 

 

 

1995 - MAGGIO

 

La relazione degli ispettori, che scagionano il pool dalle accuse di Biondi[291] e chiudono i lavori con un encomio solenne a Mani Pulite, non piace affatto al ministro Mancuso, che, giorno 5, avvia l’azione disciplinare contro il pool per aver “intimidito” gli ispettori, e annuncia una nuova ispezione a Milano. Non contento, chiede nuove indagini sui suicidi in carcere di Gabriele Cagliari e Sergio Moroni (salvo poi scoprire che Moroni non era mai stato arrestato). Il 19, frattanto, si scopre  che il pg Catelani, non contento di aver sollecitato in privato (negandolo in pubblico) l’ispezione ha pure promosso un’indagine informale dei carabinieri contro Borrelli, per una vicenda “equestre”[292].

 

Giorno 20, viene chiesto il rinvio a giudizio di Silvio Berlusconi per corruzione. Il 28, il pool (per una presunta irregolarità pari allo 0,06 per mille del fatturato totale) chiede il commissariamento di Publitalia.

 

 

 

1995 - GIUGNO

 

Tocca di nuovo a Di Pietro. Il pm bresciano Fabio Salamone interroga Gorrini e Pillitteri, poi, giorno 3, indaga per la seconda volta Tonino per concussione: avrebbe fatto pressioni su Gorrini e D’Adamo affinché ripianassero i debiti di gioco di Rea. L’ex inquisitore di Mani Pulite consegna alla Procura di Brescia un esposto e una querela contro ignoti per le voci diffamanti e, nello stesso tempo, consegna anche un memoriale di 121 pagine, nel quale racconta  la sua verità su tutte le accuse calunniose. Per l’intero mese ,tutte le prime pagine dei giornali si occupano della “bufera” che sta investendo il “mattatore” di Mani Pulite.

 

Dopo le ispezioni e dopo le molte polemiche sulle stesse, Panorama (che è del Gruppo Berlusconi) rivela che l’ex ministro della difesa (sempre del governo Berlusconi), senatore Previti, avrebbe fatto pervenire, nell’ottobre, prima della caduta del governo, un dossier (di un certo fantomatico Mister X) su Di Pietro all’ispettorato del ministero di Grazia e Giustizia, con circostanziate accuse sull’ex magistrato.

 

Il nome di Di Pietro viene iscritto nel registro degli indagati dalla procura di Brescia, che intende accertare alcuni ruoli avuti da Di Pietro, sull’abuso d’ufficio nell’inchiesta sulla Guardia di Finanza, su una presunta concussione, e su un altrettanto presunto prestito di denaro ricevuto da un indagato.

 

Il 5, prosegue, a Brescia, l’inchiesta sul caso Di Pietro; dopo l’incontro con il procuratore di Milano Francesco Saverio Borrelli, i magistrati di Brescia, hanno acquisito nuovi documenti su Giancarlo Gorrini, ex titolare della Maa assicurazioni, che dichiarò di avere prestato cento milioni all’ex pm. Nel frattempo, tornano a Milano gli ispettori del ministro della giustizia Mancuso per fare accertamenti sul “pool”[293]. Tre giorni dopo, il ministro della Giustizia rivela, davanti alla Commissione Stragi, di essere oggetto di minacce di morte.

 

L’11, arriva il bis: Di Pietro viene inquisito per altre concussioni ai danni di Gorrini (prestito di 100 milioni, Mercedes, pacchetto sinistri della Maa affidato allo studio della moglie Susanna Mazzoleni). “Il Giornale” torna alla carica contro Davigo: stavolta titola sulla "strana coppia Davigo-Cerciello", insinuando chissà quali traffici tra il pm e il generale inquisito per corruzione[294].

 

Il 14, c’è una nuova richiesta di rinvio a giudizio per Berlusconi: frode fiscale per la villa di Macherio. Il Cavaliere risponde con un esposto al pg della Cassazione, Ferdinando Zucconi Galli Fonseca, per ben 130 presunte fughe di notizie e per l’accanimento persecutorio del pool contro l’inerme Biscione. Nuova inchiesta a Brescia. E, il giorno dopo, terzo siluro targato Salamone: Di Pietro sotto inchiesta per abuso d’ufficio: avrebbe aiutato Rea a diventare capo dei vigili di Milano.

 

Il 22, le voci sono così insistenti su tre avvisi di garanzia, che si diffonde anche la falsa notizia che il Pm Di Pietro è stato arrestato. Nel frattempo, sale la tensione tra il Quirinale e il ministro Mancuso. Dopo le dichiarazioni del Presidente Scalfaro a proposito di un possibile tentativo di demolizione dell’opera dei magistrati del pool milanese, il ministro della Giustizia invia una nota ufficiale al presidente della Repubblica, in cui sostiene che le ispezioni ministeriali e la riapertura del caso Cagliari attengono ai suoi doveri di Guardasigilli[295].

 

Il 28, è scontro aperto sul caso Mancuso. La maggioranza che appoggia il governo ne chiede le dimissioni. Il ministro replica che se ne andrà solo se si dimetterà tutto l’esecutivo.

 

Nanocchio dichiara al pm di Brescia: «I giudici del pool di Mani pulite, e in particolare Colombo, erano decisi a colpire le aziende della Fininvest e pur di raggiungere questo obiettivo finirono col rallentare le indagini su Tangentopoli... e col trascurare quelle sulle cooperative rosse, “la cui contabilità in nero... io avevo scoperto...»[296].

 

Il 30, ci si mette anche Craxi, che inonda i giornali con il fax dei tabulati Sip sulle telefonati di Di Pietro nel 1992: "Me li diede Parisi". Vuole dimostrare che Mani Pulite è tutta un bluff, che Di Pietro era pilotato via cavo da amici avvocati e imputati. Poi si offre a Salamone: "Se vuole sentirmi su Di Pietro, sono qui".

 

 

 

1995 - LUGLIO

 

All’inizio di luglio, il pm di Milano, Fabio De Pasquale, che fu titolare dell’inchiesta su Gabriele Cagliari, viene iscritto nel registro degli indagati della Procura di Brescia. Un atto dovuto, dopo l’iniziativa del Guardasigilli che ha trasmesso gli atti dell’inchiesta ministeriale compiuta nel luglio del ‘93[297]. Il giorno dopo, proseguono le polemiche sul caso Di Pietro, che deve sostenere 18 ore di interrogatorio davanti al Pm di Brescia Salamone, che indaga sulle voci diffamatorie e sugli esposti di presunti abusi, fatti circolare o presentati, contro l’ex magistrato di Mani Pulite. Di Pietro denuncia 137 tentativi di delegittimazione ai suoi danni. Ma sono anche indagini dovute, per accertare se Di Pietro ha ricevuto minacce o pressioni per le sue “clamorose” dimissioni dalla magistratura. Alla fine dell’audizione, non è emerso nulla, e l’inchiesta viene archiviata.

 

Il 7, secondo round di 5 ore. Salamone indaga anche sul complotto che lo indusse a dimettersi dal pool: Previti, Dinacci, De Biase e Paolo Berlusconi, gli indiziati. Stefania Ariosto (oscuro personaggio di quel periodo) racconta la presunta corruzione di una serie di giudici romani da parte di Cesare Previti.

 

L’11 Luglio, la Procura di Milano emette un mandato di cattura internazionale nei confronti di Bettino Craxi. L’ex leader del PSI sarebbe espatriato alcuni giorni prima per ignota destinazione non essendo nemmeno presente in Tunisia. L’internazionalità del mandato è secondo Craxi per impedire ai magistrati di Brescia di poterlo interrogare ad Hammamet per testimoniare sul caso Di Pietro.

 

Il 19, viene svelato il mistero di “Mister X”. Paolo Berlusconi afferma davanti alla procura di Brescia di essere lui la persona che informò Previti che c’era un certo Gorrini che aveva dichiarazioni compromettenti da fare su Di Pietro. 

 

Il mese si chiude con un’ambulanza imbottita di tritolo che doveva saltare in aria all’interno del recinto del Palazzo di giustizia di Palermo. Probabile obiettivo il Procuratore capo Caselli e il sostituto Scarpinato. Il piano viene rivelato da un pentito[298].

 

 

 

1995 - AGOSTO

 

Craxi morde il freno: dà alle stampe Il Caso C. – parte seconda”, e invita Salamone a indagare su un viaggio di Di Pietro in Costarica, dove avrebbe incontrato fantomatiche "importanti personalità della finanza italiana e internazionale". Salamone prepara le valigie per Hammamet.

 

Il parlamento, il 3, riesuma il decreto Biondi e, con qualche correttivo peggiorativo, lo approva plebiscitariamente sotto il nome di Riforma della custodia cautelare: l’arresto sarà possibile solo in caso di rischi di inquinamento delle prove, pericolo di fuga o pericolosità dell’imputato. È previsto un interrogatorio del gip prima di quello con il pm, e la custodia cautelare sarà più breve. Dopo tante polemiche la legge sulla custodia cautelare e contro l’abuso delle manette, ora applicata, crea già i primi inquietanti problemi: quello di andarci cauti nel denunciare qualcuno[299]. 

 

L’11, le Procure di Bergamo e Treviso aprono un’inchiesta sulla Lega, a seguito della pubblicazione di un diario di Craxi nel quale si parla di preparativi insurrezionali nel ‘93.

 

Il 30, dieci persone arrestate in provincia di Bergamo con l’accusa di corruzione, false fatturazioni e omessi controlli sui prodotti. Al centro della vicenda la Dalmine, azienda siderurgica dell’Iri in corso di privatizzazione. I giudici sospendono dalla carica l’amministratore delegato, Sergio Noce.

 

 

 

1995 - SETTEMBRE

 

Di Pietro scopre che un agente della scorta, anziché proteggerlo, lo spiava e riferiva ai “superiori” i suoi spostamenti. Poi denuncia a Brescia che un certo Roberto Napoli, agente del Sisde, gli ha confidato di averlo spiato fin dal 1992. Napoli conferma: "Mi ordinarono di indagare su Di Pietro e su tutto il pool, non scoprii nulla di illecito, Parisi sapeva tutto". Le informative finivano anche ad un alto dirigente romano del Sisde, Bruno Contrada.

 

Il 2, Di Pietro è di nuovo al simposio degli industriali a Cernobbio. Nel parlare al seminario annuale della Confindustria, polemizza sulle ultime polemiche su Mani Pulite: Se ci sarà un colpo di spugna sul pool mobiliterò le coscienze”. Il suo intervento suscita voci su un suo prossimo impegno in politica.

 

L’indomani Berlusconi, allarmatissimo, chiama D’Adamo per sventare la minaccia: "Ingegnere, il suo amico è fuori di testa, bisogna che lei si prepari. Siamo nelle sue mani!". Seguiranno sette incontri ad Arcore, per concordare aiuti finanziari al gruppo D’Adamo, che naviga in pessime acque.

 

Il 6, il presidente della Corte costituzionale, Baldassarre, annuncia una sentenza della Consulta, secondo la quale il Pubblico ministero e il magistrato giudicante non sarebbero «uguali» di fronte alla Costituzione: chi fa le indagini non godrebbe quindi delle stesse garanzie di chi giudica.

 

Il 14 settembre, appaiono ulteriori sviluppi, dopo le indagini sulle cooperative rosse (Coop). Il Pm di Venezia Nordio invia a Massimo D’Alema, segretario del PDS, e all’ex segretario Occhetto, due avvisi di garanzia nei quali si ipotizza il reato di finanziamento illecito ai partiti e ricettazione.

 

Intanto “Il Giornale” tira in ballo Di Pietro per Affittopoli (un alloggio in via Andegari, avuto dalla Cariplo ad equo canone). E, il 15, Brescia lo indaga per l’ennesima volta: concussione e abuso d’ufficio per il piano di informatizzazione del tribunale di Milano.

 

Il 19, il procuratore generale della Cassazione chiede di archiviare le accuse del Guardasigilli contro il pool di Milano; secondo il magistrato, infatti, i giudici di Milano non avrebbero intimidito gli ispettori del ministero di Grazia e Giustizia. Il Ministro replica però di volere insistere nella sua azione disciplinare. Il giorno dopo, il ministro Mancuso definisce «supino» l’atteggiamento assunto dalla presidenza del Consiglio in merito al rinvio della discussione sulle mozioni di sfiducia individuale che lo riguardano.

 

Il 28, Franco Bassanini (Pds), a conferma dei rapporti che intercorrono tra la procura di Milano e il Pds, preannuncia ai giornalisti la requisitoria che Paolo Ielo terrà il 29. Infatti, il pm Ielo, nel corso del processo per le tangenti per la Metropolitana milanese, denuncia il comportamento di Bettino Craxi come quello di un «criminale matricolato». Numerose intercettazioni telefoniche dimostrerebbero, infatti, che Craxi ha ancora un ruolo nelle vicende politiche italiane. Il giorno dopo, da Hammamet, Craxi attacca Ielo, accusandolo di aver fatto un comizio stalinista.

 

Sempre il 29, si smonta anche il teorema mancusiano degli ispettori “intimiditi”: su proposta del pg della Cassazione, il Csm archivia l’indagine disciplinare contro Borrelli e il pool. A Milano si trascina stancamente la seconda ispezione. Craxi, preoccupato, avverte l’avvocato Salvatore Lo Giudice: "Se qualcuno in prima fila non apre il 289 (attentato agli organi costituzionali, n.d.a.) e affronta la testa del serpente, non si va da nessuna parte. L’obiettivo è la fine dell’imbroglione trafficante" (cioè di Di Pietro che, secondo Craxi, è pure un falso laureato). Falsa laurea e 289: due tra gli argomenti preferiti anche dal portavoce Ferrara.

 

 

 

1995 - OTTOBRE

 

Nuova inchiesta della procura di Brescia contro Di Pietro: questa volta è accusato di falso ideologico insieme a Borrelli, per aver firmato i verbali di alcuni interrogatori della polizia giudiziaria senza avervi presenziato per intero. Ma si indaga anche sulla deposizione dell’agente Napoli, che ha rivelato lo spionaggio continuato e illegale del Sisde ai danni del pool (dossier Achille)[300].

 

I magistrati veneziani che indagano sulle cooperative rosse respingono i sospetti di legami con Craxi, che sembrerebbero scaturire dalle intercettazioni telefoniche. Polemica con la Procura milanese[301]. Due giorni dopo, prime rivelazioni sui documenti sequestrati nell’ufficio romano di Craxi: sono stati trovati tre volumi intestati al Sisde che conterrebbero fascicoli sui magistrati milanesi Colombo e Davigo e su alcuni esponenti del Pci.

 

Intanto, le polemiche di Silvio Berlusconi sull’operato della giustizia sono aspre, subito dopo la richiesta di rinvio a giudizio fatte dai giudici di Mani Pulite  sulle presunte tangenti pagate dal gruppo Fininvest alla Guardia di Finanza. Afferma sprezzante: "Questi magistrati sono degni non di uno Stato di diritto, ma di uno Stato di polizia. E' una vera e propria persecuzione nei miei confronti"[302].

 

Mancuso, che sta per essere sfiduciato dal parlamento, fa in tempo a scatenare un supplemento di ispezione, un’inchiesta a Brescia per violazione del segreto e un’azione disciplinare al Csm. E altre azioni disciplinari chiedono gli ispettori per i pm milanesi Ilio Poppa, Gherardo Colombo, Fabio De Pasquale.

 

L’11 ottobre, dopo i vespai e le polemiche destate dal ministro Mancuso sulle ispezioni su Mani Pulite, che sono tempestivamente riiniziate, l’Associazioni magistrati insorge sostenendo che l’attività del guardasigilli riesce solo a intralciare delicatissime inchieste della giustizia, screditando l’opera dei magistrati davanti all’opinione pubblica del Paese. - I maligni affermano che probabilmente era proprio questo lo scopo. Mentre Berlusconi lo difende, sostenendo che  il Ministero di Mancuso è un presidio offerto dalla Costituzione ai cittadini che si ritengono vittime di soprusi. La magistratura non deve divenire una casta di intoccabili”.

 

Di Pietro contrattacca su Repubblica”, accusando Berlusconi di raccontare “frottole” agli italiani e di attaccare i giudici solo perchè vuole sottrarsi al loro giudizio; poi definisce Mancuso un cattivo ministro, troppo impegnato a promuovere indagini sui magistrati. (e guarda caso solo sui giudici del pool che hanno in mano le inchieste scottanti che riguardano proprio le attività di Berlusconi).

 

Lo stesso giorno Mancuso, per nulla intimidito, cerca qualche altro appiglio, promuovendo un’azione disciplinare contro il procuratore Borrelli, perchè ha violato il segreto investigativo nel telefonare e informare il presidente della Repubblica  Scalfaro con quel famoso avviso di garanzia arrivato a Napoli a Berlusconi. Borrelli precisa che Scalfaro lo seppe negli stessi minuti in cui Berlusconi veniva informato da un colonnello dei carabinieri, e che comunque il segreto investigativo è a discrezione del pm. Scandalo enorme, per un fatto che persino Tiziana Parenti giudica corretto.

 

A questo punto, il presidente del Consiglio Dini, per rispondere ai progressisti che accusano Mancuso di palese parzialità, chiede il dibattito nelle aule del Senato per una mozione di sfiducia individuale nei confronti del guardasigilli; ma Mancuso la respinge per vizio di forma, perchè Dini lo ha detto in privato e non in pubblico.

 

Nel frattempo, Berlusconi, accusato di concorso in corruzione, dovrà comparire in tribunale il 17 gennaio; lo ha deciso il gip che ha accolto le richieste del pool di Milano.

 

Il 19 ottobre, si va comunque in aula al Senato per la discussione, e qui scoppia il caso Mancuso. Il guardasigilli legge il suo discorso con stizza, con incrinature della voce, è ostinato, deciso a difendere il suo operato e anche il suo incarico. Sembra una requisitoria: contro il presidente del consiglio Dini (che ha chiesto la fiducia); contro (ma solo un vago accenno) il presidente della Repubblica Scalfaro; e contro tutti quelli che lo hanno attaccato, magistrati e giornali. Poi scoppia lo scandalo. Nel suo discorso Mancuso ha saltato cinque cartelle, proprio quelle che contengono un duro attacco al presidente Scalfaro,  che però figurano nel fascicolo dato alla stampa.  Lui si difende sostenendo che gli sono arrivate  pressioni dallo stesso Scalfaro (che smentisce) in quanto coinvolto nei fondi neri del Sisde (facendo quindi sorgere degli inquietanti dubbi), e ancora di aver ricevuto pressioni per procedere contro Fini e contro Berlusconi per vilipendio contro il capo dello Stato. (Chi mai sarà stato che ha fatto pressioni e si è rivolto proprio a un ministro di Berlusconi per danneggiare Berlusconi?)

 

Parlando alla Camera, nel giorno dell'addio, Mancuso invoca anche un’ispezione a Palermo. Poi, alludendo a due Consigli dei ministri “secretati”, lascerà cadere il sospetto che vi si fosse parlato di gravi reati commessi dal pool di Caselli.

 

Si va alle votazioni e la mozione di sfiducia individuale viene approvata. Il ministero della Giustizia è assegnato ad interim al presidente del Consiglio Dini. Mancuso esce di scena

 

Il 22, in un lungo comunicato, il Capo dello Stato replica a Mancuso e nega di avere fatto pressioni perché venisse modificata la relazione della Commissione sui fondi neri del Sisde, come invece aveva sostenuto l’ex Guardasigilli.

 

Il 27, la Corte costituzionale giudica ammissibile il ricorso presentato da Mancuso contro il Senato, la presidenza del Consiglio e la presidenza della Repubblica per la sua rimozione da ministro di Grazia e Giustizia.

 

Ma c’è un seguito. Nel 1993, Scalfaro nel polemizzare l’attacco alla sua persona, aveva lanciato il suo "Io non ci sto!". Ne approfitta nel 1995 il senatore missino Mitrotti, per presentare una denuncia contro il capo dello Stato per attentato alla Costituzione. In sostanza, con quella frase, lui avrebbe intimidito i magistrati per sottrarsi a delle indagini. Ma, l’unica cosa che stona è che Mitrotti si è ricordato di farla dopo due anni.

 

A fine mese, sentenza nel processo Enimont: il tribunale di Milano condanna Craxi a 4 anni, Forlani a 2 anni e 4 mesi, Martelli a 1 anno e Bossi a 8 mesi.

 

 

 

1995 - NOVEMBRE

 

Casella di testo:  Si comincia con una pochede: Luciano Panciroli, allenatore dell’ex moglie di Paolo Berlusconi, Mariella Bocciardo, con qualche guaio giudiziario, tenta di vendere alla Lega Nord un dossier contro Di Pietro, che sembra la fotocopia di quello di Gorrini. La donna dirà di aver avuto le carte dall’ex marito. La procura di Brescia riceve, dal gip romano Maurizio Pacioni, una denuncia contro Borrelli, Davigo, Colombo e Ghitti per omissione in atti d’ufficio e falso ideologico: avrebbero tenuto sotto scacco l’ispettore capo Ugo Dinacci tramite un’inchiesta sul figlio, l’avvocato Filippo. Pool di nuovo indagato, al gran completo.

 

Il 3, il Presidente Scalfaro lancia due moniti: uno contro l’invasione dei pm nel processo penale, l’altro contro i veleni che potrebbero compromettere la democrazia. Il baricentro delle accuse sulla persecuzione degli uomini del Polo e di Forza Italia, si sposta anche nel sud. Nei confronti della procura di Cosenza esplodono altre aggressive critiche sul ruolo e i poteri della magistratura: il Polo insorge e parla di attacchi al Parlamento.  Il motivo che ha scatenato il putiferio è un avviso di garanzia a Vittorio Sgarbi e Tiziana Maiolo per il reato ipotizzato di concorso esterno in associazione mafiosa e voto di scambio”. Le reazioni del primo, sugli schermi televisivi delle reti Fininvest, all’ora di pranzo degli italiani, gli permettono di sfoderare tutto il suo ricco repertorio.

 

Il 7 novembre, incontro di due ore tra Berlusconi e il presidente della repubblica Scalfaro, dopo le tante polemiche e gli attacchi delle ultime settimane. Ma il colloquio non ha cicatrizzato le ferite, nè ha messo ponti ai profondi contrasti sia politici che umani. Tanta freddezza e facce per nulla raggianti. Ognuno ha celato dentro di sè la propria avversione. 

 

Rimane a Milano il processo per le tangenti pagate alla Guardia di Finanza da aziende del Gruppo Fininvest. Lo ha deciso la corte di Cassazione, che ha respinto la richiesta di trasferire il processo a Brescia[303].

 

Il 14, alla riunione di Milano degli “Amici di Liberal”, l’amministratore delegato della Fiat Romiti chiede un patto istituzionale per avviare una grande riforma in senso maggioritario che porti al bipolarismo; alla riunione è presente anche Di Pietro. Il giorno dopo, nel suo intervento alla Camera, Dini usa toni forti nei confronti dei magistrati calabresi che hanno inviato avvisi di garanzia agli onorevoli Sgarbi e Maiolo, e annuncia di avere disposto un’ispezione sulla Procura di Catanzaro.

 

Il 22, un nuovo avviso di garanzia a Berlusconi per falso in bilancio e appropriazione indebita per l’acquisto della “Medusa”. Intanto un giornale rivela che esisterebbe un accordo tra il leader di Forza Italia e D’Alema per evitare le elezioni; immediate le smentite. Il pool accusa Berlusconi di aver finanziato illecitamente Craxi (21 miliardi). Il giorno dopo si viene a sapere che, secondo la Procura di Milano provenivano dalla Fininvest i 10 miliardi versati sul conto svizzero della “Northem holding” a disposizione di Craxi. Vengono emessi tre ordini di custodia cautelare nei confronti di Craxi, Giallombardo e Vanoni, manager Fininvest. Dura la reazione di Berlusconi, che sostiene: “è un teorema di uno Stato di polizia, per distruggere un avversario politico”. Quattro giorni dopo, il leader di Forza Italia riceve un invito a comparire dalla procura milanese, per rispondere sull’ipotesi di finanziamento illecito ai partiti.

 

Il mese si chiude il 29 con Antonio Di Pietro, indagato per concussione ed abuso d’ufficio, che viene interrogato per sette ore dai pm Salamone e Bonfigli.

 

 

 

1995 - DICEMBRE

 

Giorno 2, nuova telefonata Berlusconi-D’Adamo. Berlusconi: "Io ho fatto quel che dovevo fare". D’Adamo: "Perfetto". Più tardi il costruttore incontra raggiante il Cavaliere in villa e gli consegna un dossier sui suoi rapporti con Di Pietro, dove dice l’esatto contrario di quel che ha detto ai pm di Brescia. Il prezioso incartamento, rimasto nel freezer di Arcore per un anno e mezzo, tornerà d’attualità nel febbraio ‘97, scongelato e consegnato da Berlusconi alla procura di Brescia, ormai a corto di carte.

 

Il 7, il comitato servizi segreti interroga il comandante della Guardia di Finanza Costantino Berlenghi per sapere se membri del Corpo abbiano spiato il pool: il generale smentisce sdegnato; poi si scoprirà l’attività illegale di dossieraggio di vari ufficiali e sottufficiali (Simonetti, Nanocchio, Salato) e Berlenghi promuoverà un’indagine amministrativa, conclusa in fretta e furia con draconiane raccomandazioni del tipo: “Masticare gomma americana all’atto di rivolgersi ai superiori è un grave atto di maleducazione”. Simonetti e Salato verranno promossi al servizio segreto delle Fiamme Gialle.

 

Il 5 dicembre, il Gip di Brescia archivia anche le accuse di Cerciello e censura le indagini di Salamone. Il quale si prende la rivincita, giorno 20, con una raffica di richieste di rinvio a giudizio per l’ex-pm: cinque concussioni e due abusi d’ufficio.

 

Provo una grande angoscia e la situazione è assurda così commenta Antonio Di Pietro all’annuncio che la Procura di Brescia ha chiesto il rinvio a giudizio. Il giorno dopo, D’Alema e Prodi offrono all’ex pm, una candidatura nelle file dell’Ulivo  alle prossime elezioni. La Falange armata ha previsto tutto da dieci giorni: Di Pietro ha infranto i patti: adesso la sua fine è segnata.

 

Regali di Natale anche per gli altri del pool: Colombo, Davigo e Greco, indagati per le nuove accuse di Cusani su un’improbabile  missione pilotata da Tradati in Svizzera alla ricerca di carte Fininvest. Lo stesso giorno, il 22, “Il Giornale” pubblica un’intervista a Maurizio Raggio, prestanome dei conti di Craxi e latitante in Messico, realizzata sei mesi prima e rimasta - chissà perché - nel solito freezer. Raggio sostiene che Pacini Battaglia avrebbe versato 5 miliardi e rotti a Lucibello che, d’intesa con Di Pietro, li avrebbe trasferiti in Austria. Tutti gli interessati smentiscono. Compreso Raggio.

 

 

 

1996 - GENNAIO

 

Di Pietro, a copertura del suo reale progetto di ottenere l’incarico di presidente del Consiglio (progetto ormai superato per inadempienza dei promittenti), descrive ai pm bresciani un differente «Progetto strategico» al cui centro c’è l’eliminazione del gruppo Fininvest, la graduale conquista degli apparati di Stato e una megalomane esportazione di Mani pulite nel mondo[304].

 

Il 12, il gip di Brescia rinvia a giudizio i fratelli Berlusconi e D’Adamo per estorsione e attentato ai diritti politici di Di Pietro: avrebbero complottato per bloccarne la carriera politica, ma verranno assolti, anche perché la procura non presenterà in tempo la richiesta alla Camera per utilizzare le intercettazioni D’Adamo-Berlusconi.

 

Il 17, si apre a Milano il processo a Berlusconi & C per le mazzette alle Fiamme Gialle. Negli stessi giorni sempre il solito “Giornale” monta una campagna su Di Pietro golpista, per via di un paio di frasi verbalizzate a Brescia in cui l’ex pm auspicava il ricambio della classe dirigente e la divulgazione di Mani Pulite nel mondo”, con una serie di conferenze. Intanto il Gico di Firenze mette sotto controllo i telefoni di Pacini Battaglia, a caccia di notizie su Di Pietro. Pacini - che dirà poi di sospettare di essere “ascoltato” - semina vanterie a piene mani, dicendo tutto e il contrario di tutto. Parla anche di una lettera anonima, che Salamone gli avrebbe mostrato due mesi prima, su 5 milioni di franchi da lui versati a Lucibello. Stranamente verrà ritrovata in fotocopia in un suo ufficio: chi gliel’ha data? In un’altra telefonata, si scopre che un attivissimo Sergio Cusani - in attesa della sentenza definitiva - avrebbe avvicinato un’avvocatessa per convincere Pacini ad accusare Di Pietro di aver usate carte false per incastrarlo al processo Enimont. Ma Pacini, convinto che sia una grossa stronzata, rifiuta[305].

 

 

 

1996 - FEBBRAIO

 

Tutto il pool viene indagato a Brescia per abuso e violazione del segreto d’ufficio, in seguito all’ennesima denuncia di Berlusconi.

 

 

 

1996 - MARZO

 

I pm del pool condizionano fortemente la campagna elettorale a danno di FI e del Polo utilizzando una teste, Stefania Ariosto, in seguito considerata «inconferente» da Davigo e fatta oggetto di denunce per calunnia per accuse oggettivamente false da parte di ben 21 denuncianti[306].

 

Casella di testo:  E’ il mese più nero, per i pataccari anti-pool. Mentre Mani Pulite fa arrestare il capo dei gip romani Renato Squillante e varie altre toghe sporche della capitale, indagando sui presunti corruttori Previti e Berlusconi, nel parco di Arcore si apre la caccia grossa alla supertestimone Stefania Ariosto. Intanto i gip di Brescia emettono una raffica di proscioglimenti per Di Pietro: nessuna delle sette accuse di Salamone e Bonfigli, cinque concussioni e due abusi, sopravvive al vaglio dei giudici, i quali attaccano duramente le indagini, lacunose, difettose, infondate, azzardate, incongruenti, omissive, forzate”, della procura. Salamone insiste: Al processo sulle manovre per farlo dimettere, Di Pietro sarà parte lesa, ma la materia del contendere sarà la stessa. La Falange armata dice la sua: “Di Pietro si deve preoccupare molto, non più per i dossier, ma per il tritolo”.

 

 

 

1996 - MAGGIO

 

Vinte le elezioni, l’Ulivo manda a Palazzo Chigi Romano Prodi e ai Lavori Pubblici Antonio Di Pietro.

 

 

 

1996 - GIUGNO

 

Il neo ministro dei Lavori pubblici interviene alla Commissione ambiente di Montecitorio chiedendo nuove regole per la pubblica amministrazione: divieto di reinserimento nei posti più importanti per gli statali corrotti, monitoraggio sui redditi dei dipendenti, licenziamento per chi non è in grado di giustificare un tenore di vita superiore alle proprie possibilità, promozione per merito e rotazione periodica dei dirigenti[307].

 

Il procuratore capo di Brescia, Giancarlo Tarquini, si accorge all’improvviso che Salamone non può indagare su Di Pietro, visto che quest’ultimo aveva indagato su suo fratello (poi condannato a 18 mesi in Sicilia per associazione a delinquere, corruzione e turbativa d’asta). E gli toglie le inchieste sull’ex pm.

 

 

 

1996 - LUGLIO

 

Borrelli viene assolto dal Csm per la famosa telefonata a Scalfaro. Berlusconi minaccia: “Un giorno o l’altro si squarcerà il sipario e verranno a galla tante cose che, per amor di patria, ora è meglio che restino dietro il sipario”.

 

 

 

1996 - SETTEMBRE

 

Attenzione alle date! Il 12, il sociologo Giuseppe De Rita denuncia un mega-complotto di pm, polizia giudiziaria e servizi segreti che minacciano lo Stato di diritto e vogliono conquistare il potere.

 

Il 13, la Parenti afferma: Di Pietro proviene da una struttura parallela dei servizi segreti. Due giorni dopo, i giudici di La Spezia arrestano Lorenzo Necci, Pacini Battaglia, Emo Danesi ed altri. Si potrebbe pensare che l’inchiesta, gestita dal Gico di Firenze, riguardi Necci, Pacini, Danesi e compari, ma basta leggere “Il Foglio” di Ferrara per capite che la vera preda è Di Pietro.

 

Il 16, un ex maresciallo dei carabinieri, tal Giovanni Strazzeri, bussa alla procura di Brescia per consegnare un memoriale: a suo dire Di Pietro fabbricò un “pass” falso di Berruti per incastrare Berlusconi, concordò con Violante l’avviso di garanzia di Napoli e passò centinaia di verbali segreti all’“Espresso” mentre Davigo e la sua segretaria pilotavano le fughe di notizie ai giornali di sinistra per colpire gli avversari politici. Il giorno dopo, Tiziana Parenti convoca una conferenza stampa per accusare Ilda Boccassini di aver arrestato Squillante in base ad una falsa intercettazione, poi denuncia una misteriosa campagna per delegittimarla (la Parenti).

 

Il 18, il presidente Carlo Crivelli, conversando col pm Colombo, teorizza «l’uso della tecnica del bastone e della carota» nei confronti di Berlusconi[308].

 

Sempre il 18, i difensori di Berlusconi torchiano il braccio destro di Gherardo Colombo sul famoso “pass”. Sanno già  tutto del memoriale Strazzeri. Il giorno dopo, i giornali pubblicano una frase di Pacini: “Per uscire da Mani Pulite abbiamo pagato”.

 

Casella di testo:  Il 23, si apre a Brescia il processo a Berlusconi e Previti per il presunto complotto anti-Di Pietro.

 

 

 

1996 - OTTOBRE

 

Giorno 5, Berlusconi ricusa il giudice del suo processo, Carlo Crivelli, per la frase: bastone e carota.

 

Il 7, il maresciallo della Gdf, Capone, dichiara: «Il pool voleva far cadere a tutti i costi il governo Berlusconi»[309]. Il giorno dopo, l’avvocato Gaetano Pecorella chiede che si indaghi sui conti all’estero dei pm di Milano, mentre il 10, salta fuori un’altra telefonata di Pacini: “Di Pietro e Lucibello mi hanno sbancato”. Nella foga, il Gico s’è scordato di allegare anche la seconda parte della conversazione: “Io a Di Pietro i soldi non glieli ho dati, a Brescia gli stanno facendo un troiano”. E nel mirino c’è pure Borrelli, che secondo Pacini lo avrebbe chiamato tramite Di Pietro per tener fuori Necci dall’inchiesta Enimont.

 

In parlamento tiene banco la falsa notizia dell’“agente provocatore” che il procuratore di Napoli, Agostino Cordova, avrebbe infiltrato a Montecitorio: non è un provocatore e non ha mai messo piede alla Camera, ma l’inchiesta sulle mazzette della camorra a tutti i partiti napoletani per la Tav fa paura, e tutto fa brodo.

 

L’8, il capogruppo del Pds al Senato, Cesare Salvi, parte all’attacco del Pool milanese di Mani pulite: «Troppe inchieste approssimative e voglia di protagonismo dei Pm». Il Pds si divide pro e contro le posizioni di Salvi. Il giorno dopo, Anche Prodi e D’Alema si dividono sul Pool Mani pulite: pieno sostegno da parte del primo, dubbi sui metodi da parte dell’altro.

 

Berlusconi denuncia pubblicamente il ritrovamento di una microspia perfettamente funzionante nel radiatore del suo ufficio romano lasciata da chissà quale procura e parla di «libertà in pericolo». Condanna viene espressa da tutto il mondo politico. I giudici accerteranno che non funzionava per nulla e che l’aveva piazzata lo stesso uomo incaricato dal Cavaliere di bonificare l’ufficio. Intanto il parlamento si addobba in assetto di guerra contro il Grande Fratello Togato[310]. Il giorno dopo, il ministro della Giustizia Flick apre un’indagine sui pubblici ministeri di Milano e La Spezia e chiede chiarimenti sulle intercettazioni a politici.

 

Intanto anche la procura generale di Brescia si accorge che Salamone è animato da grave inimicizia e pervicace odio privato e che esiste una grave inimicizia di Salamone nei confronti di Di Pietro per motivi personali, e lo esautora definitivamente rimuovendolo. Il pm Fabio Salamone, continua ad accusare Di Pietro[311].

 

Il 23, un altro ex maresciallo, Felice Corticchia, corre a Brescia a puntellare le accuse dell’amico Strazzeri: aggiunge che Di Pietro molestava sessualmente una giornalista (che smentisce e lo denuncia a Milano per calunnia). Due giorni dopo, Di Pietro accusa i parlamentari di lavorare poco. I presidenti delle Camere, Violante e Mancino, accusano Di Pietro di giudizi avvelenati e inopportuni.

 

Il 28, scontro tra D’Alema e “L’Unità”: il quotidiano difende il Pool Mani pulite contro le critiche del segretario del Pds. E’ la prima volta che la polemica è così scoperta tra i vertici del partito e il giornale. Monito del presidente della Camera Violante ai pm: Basta con gli show. La replica: I politici non lo dicono, ma vogliono che la corruzione non sia più un reato.

 

Il 30, è il gran giorno del Gico, che recapita a La Spezia il suo rapporto contro Di Pietro: mille pagine per accusare lui di attività favoreggiatrice e/o concessiva nei confronti di Pacini, e tutto il pool di aver “coperto” il finanziere: mancano ancora 35 bobine su 42, e le sette già trascritte sono un pò incomplete, prive dei passaggi che scagionano Di Pietro e il pool, Pacini nega di aver mai pagato una lira, i pm milanesi ricordano di averlo interrogato 20 volte, chiesto undici rinvii a giudizio, inoltrato 50 rogatorie. Intanto il procuratore di Grosseto, Pietro Federico, va a raccontare a Brescia che Pacini gli confidò che Gherardo Colombo era corrotto come gli altri.

 

Negli stessi giorni una misteriosa testimone riferisce a Borrelli che a Roma qualcuno ha cercato di fabbricare un conto estero per attribuirne la disponibilità a Colombo.

 

 

 

1996 - NOVEMBRE

 

Il 3, Riunione ad Hammamet (Tunisia) tra l’ex leader socialista Bettino Craxi e i suoi fedelissimi per ricostituire il Psi. Ci sono, tra gli altri, Di Donato, Intini e la Boniver. Il giorno dopo, si viene a sapere che la Guardia di finanza sta indagando sul passato di magistrato del ministro Di Pietro e dell’intero Pool Mani pulite a seguito delle dichiarazioni del finanziere Pacini Battaglia, il quale sarebbe stato favorito dai magistrati milanesi in cambio di rivelazioni.

 

Casella di testo:  Berlusconi si domanda perché Di Pietro non sia ancora nelle patrie galere. L’indomani, giorno 6, il capo del Gico fiorentino colonnello Giuseppe Autuori - quello dell’Autoparco e che aveva indagato su Necci – dichiara in un’intervista a “Repubblica”: “Abbiamo riscontri incontrovertibili, la prova si vede a occhio nudo, manca solo il numero del conto corrente (di Di Pietro). E’ questione di giorni, forse di settimane, ma come si fa a non firmare un avviso di garanzia per Di Pietro? A Milano, per molto meno, gli indagati li mettevano in galera o addirittura li facevano suicidare”. Viene subito trasferito a Bologna[312], ma il capo dello Scico, generale Mario Iannelli, minimizza: “Un piccolo errore dovuto allo stress”. E due giorni dopo, intervistato dal “Corriere”, Autuori insiste: “Credete davvero che a Milano l’unico giudice discutibile fosse Curtò?”. Verrà subito accontentato. Di Pietro è iscritto sul registro degli indagati per falso ideologico e concorso in concussione, in quanto avrebbe costretto Pacini a versare 15 miliardi a D’Adamo, per poi incassarne 5 in combutta con Lucibello.

 

14 novembre 1996,  Di Pietro si dimette da ministro dei Lavori pubblici in polemica contro le continue accuse che gli vengono mosse da Finanza e Procura di Brescia. Le dimissioni arrivano via fax a Prodi, che le respinge invitando l’ex pm a ritornare sui suoi passi. Di Pietro non cambia idea.

 

Tutto il Pool Mani pulite finisce sotto inchiesta a Brescia per la «gestione» di Pacini Battaglia. Il giorno dopo, Brescia, che erediterà l’inchiesta spezzina su di lui, riapre il caso Autoparco, avendo finalmente ricevuto il dossier Autuori del 1995. Su dodici pm bresciani, nove indagano su Di Pietro, che, però, sarà assolto.

 

Il 20, l’onorevole Agrusti (Ppi) riferisce che il pm Tito, nel periodo in cui fece parte del pool, gli espose il disegno politico del pool contro Berlusconi: «O arriviamo prima noi a colpire Berlusconi, o arriverà prima lui a rafforzarsi...»[313]. Due giorni dopo, Eleuterio Rea rivela al “Corriere” che personaggi importanti mi hanno offerto soldi per inguaiare Antonio.

 

Il 23, Berlusconi annuncia di aver raccolto casualmente notizie agghiaccianti su Di Pietro e sul pool: roba da mettere a rischio la democrazia e che verrà fuori tra non molto tempo. Sulle prime sembra un caso di divinazione. Poi si scopre che, prima di andare a Brescia, i due marescialli Strazzeri e Corticchia erano passati da Arcore via Emilio Fede, migliorando sensibilmente il loro tenore di vita.

 

Il 26, Borrelli testimonia a Brescia sulle dimissioni di Di Pietro e conferma che fu Di Pietro ad insistere per l’invito a comparire a Berlusconi (Quello, al processo, lo sfascio io). L’ha già detto Di Pietro a verbale, lo sanno tutti, ma la cosa passa per una notizia clamorosa, la prova del Generale Complotto. Berlusconi - aspirante superprocuratore, sempre più forcaiolo - si prenota per un nuovo giro chez Tarquini: “Ho raccolto varie testimonianze, sono ben disposto a riferirle, e forse quando l’avrò fatto si potrà decidere sull’amnistia o sul condono. Il mese si chiude con l’ennesimo smacco per i pm bresciani: il gip vieta nuove intercettazioni perché, su Di Pietro, non esistono indizi di colpevolezza.

 

 

 

1996 - DICEMBRE

 

La procura di Brescia apre una nuova indagine su Di Pietro per abuso d'ufficio: avrebbe salvato Necci nell’inchiesta Enimont e Pacini nel caso Cooperazione. L’indomani, giorno 4, Craxi approfitta della generosa ospitalità di Bruno Vespa per chiedere indagini sul bottino di Di Pietro. Il giorno dopo, la perquisizione e il sequestro di documenti nella sede bolognese di Nomisma (la società di consulenza fondata da Prodi) nell’ambito dell’inchiesta sull’Alta velocità[314].

 

Casella di testo:  Il 6, Brescia ordina 68 perquisizioni a 256 uomini del Gico e dello Scico contro Di Pietro. Il dossier del Gico rivela che attorno a Di Pietro si era creata una lobby affaristico-giudiziaria che avrebbe operato fino alla fine dell’estate. Si scava anche nel pozzo di Montenero di Bisaccia, invano. Due giorni dopo, il rapporto del Gico a La Spezia finisce sul “Corriere” e diventa un feuilleton a puntate, con una raffica di accuse a Tonino e al pool che “copriva” questo e quello.

 

10 dicembre: il capo dello stato Scalfaro ha convocato i presidenti di Camera e Senato, Violante e Mancino, per discutere l’emergenza giustizia e la guerra scoppiata tra le procure. Convoca inoltre il ministro della giustizia Flick per sollecitare l’emanazione del disegno di legge di riforma della giustizia.

 

Casella di testo:  L’11, il memoriale Strazzeri esce integralmente sul “Tempo”. Il giorno dopo, i forzisti del Csm chiedono il trasferimento in blocco del pool per incompatibilità ambientale e una terza ispezione a Milano. Due giorni dopo “Il Giornale” intervista Strazzeri. Il 18, il Gico perquisisce nuovamente l’ufficio di Di Pietro a Castellanza.

 

Il 19, Berlusconi davanti ai magistrati di Brescia accusa il pool di Milano di abuso d’ufficio; ma la promessa di rivelare «notizie agghiaccianti» non viene mantenuta. Nel frattempo, il Gico va in trasferta a Roma per perquisire il ministero dei Lavori Pubblici: si indaga anche sul Di Pietro ministro, che sarebbe entrato nel governo apposta per favorire D’Adamo nell’appalto dell’interporto di Lacchiarella. Si scoprirà poi che l’appalto è di competenza del ministro dei Trasporti, ma questo è un dettaglio.

 

Il pm Pier Camillo Davigo chiede il trasferimento. Nascono polemiche: rottura con il capo della Procura Borrelli, contestazione delle prese di posizione dei politici contro l’operato del Pool, scontro con il ministro Flick sulla separazione delle carriere. Il Guardasigilli assicura che non vuole separare le carriere, ma la riforma è necessaria «per valorizzare la terziarietà del giudice e i suoi poteri»[315].

 

Il 27, il Tribunale della libertà dichiara illegittimo il blitz del 6 dicembre, smonta le accuse a Di Pietro e demolisce il rapporto del Gico. I giudici smantellano anche le accuse di concussione contro l’ex magistrato. Ma il capo dello Scico, generale Iannelli, avverte: “Nel rapporto del Gico ci sono omissis che potrebbero far considerare la vicenda sotto un altro aspetto”. A Roma intanto viene archiviata l’inchiesta su Di Pietro per presunto uso privato di aerei dei servizi segreti.

 

L’anno si chiude con il faccendiere Francesco Pacini Battaglia che scrive al procuratore capo di Milano Francesco Saverio Borrelli scusandosi con lui e con il pool di Mani pulite per aver mentito nei loro confronti (millantato credito): l’ha fatto perchè temeva di essere intercettato[316].

 

 

 

1997 – GENNAIO

 

Mentre la Bicamerale si mette all’opera per inserire in Costituzione alcune idee guida di Gelli e Craxi, a Genova un pugno di carabinieri, ex collaboratori di Tiziana Parenti, e uno strano pentito, preparano l’assalto alla Bocassini. “Il Foglio”, in mancanza di meglio, rilancia la montatura craxiana della falsa laurea di Di Pietro, a puntate.

 

 

 

1997 - FEBBRAIO

 

Giorno 1, vengono arrestati a Brescia Strazzeri e Corticchia per calunnia pluriaggravata ai danni di Di Pietro e del pool, fra gli strepiti di Berlusconi e del Polo. Il giorno successivo, la Parenti invoca ispezioni a Milano e Brescia. L’8, il pool ottiene un nuovo mandato di cattura per Corticchia: avrebbe tentato di costringere una giornalista ad accusare Di Pietro di molestie sessuali per assicurare l’impunità a Berlusconi. Si scopre pure che Corticchia, da povero in canna che era, aveva ricevuto 260 milioni, usava telefonini della Mediaset e andava e veniva da Arcore.

 

L'11, “Il Foglio” ricicla il dossier Mach di Palmstein e le vecchie accuse a Di Pietro sull’informatizzazione. Il 13, viene arrestato a Perugia il colonnello della Finanza Giangiacomo Bausone per corruzione: troppo occupato con Di Pietro, il Gico s’era scordato di segnalare le sue ipotesi di reato alla procura di La Spezia. Il 19, crolla miseramente il teorema del falso “pass”: un agente in servizio a Palazzo Chigi riferisce di averlo regolarmente compilato lui per la visita di Berruti all’allora presidente del Consiglio.

 

 

 

1997 - MARZO

 

Il 7, i giornali montano il “caso” di “Scalfaro, intercettato dal pool”: si tratta in realtà di una telefonata del ‘93, priva di qualunque rilevanza penale, tra il presidente ed un inquisito della Banca Popolare di Novara. Era quest’ultimo, non il presidente, ad essere “ascoltato”; e per iniziativa del pm Luigi Orsi, che col pool non c’entra nulla. Ma per una settimana non si parla d’altro. Cossiga, Mancuso e persino Salvi accusano Borrelli di “violazione costituzionale”. Il 14, Pacini compare in tribunale e ripete ancora una volta: Mai dato una lira a Di Pietro, mai avuto favori dal pool: Il 26, la Cassazione dà ragione al Tribunale della libertà e torto alla procura bresciana: le perquisizioni del 6 dicembre non andavano fatte, per “insussistenza” dei reati attribuiti a Di Pietro.

 

 

 

1997 - APRILE

 

I pm di Brescia chiedono il rinvio a giudizio di Di Pietro (falso ideologico), per quei verbali soltanto firmati. Boato vara la sua prima bozza anti-giudici alla Bicamerale.

 

 

 

1997 - MAGGIO

 

Giorno 10, il comitato servizi segreti presenta la relazione sul dossier Achille, denunciando le bugie dei vertici del Sisde e sparizioni di documenti: in una scheda, si parla persino di appartenenza a logge massoniche coperte di magistrati di Milano, e qualche giornale ci ricama su. Il 15, la procura di Brescia chiede la proroga dell’inchiesta Pacini-D’Adamo: ora si parla di un telefonino di Pacini usato da Di Pietro. Pacini smentisce. Francesco Greco critica il governo dell’Ulivo, che risponde con un procedimento disciplinare. Il 31, Berlusconi è di nuovo in tournée a Brescia per consegnare dopo un anno e mezzo il dossier del suo ex socio D’Adamo. Ma, ben altre carte stanno arrivando dalla Svizzera: quelle sui conti di Previti, nel mirino della Bocassini. Bisogna sistemare anche lei.

 

 

 

1997 - GIUGNO

 

È il mese del “caso Bocassini”. Così, almeno, i giornali chiamano il caso Parenti. Giorno 6, finisce dentro il colonnello Riccio, seguito a ruota dal maresciallo Angelo Piccolo, già collaboratore e “amico” della Titti. Dieci anni prima, quando la Parenti lavorava alla procura di Savona, i due avrebbero messo su una raffineria di droga nella caserma dell’Arma. E Piccolo, durante la latitanza, avrebbe beneficiato dell’ospitalità dell’amica  - ora deputata forzista - nella sua casa romana. Ma non è questo a fare scandalo sui giornali e nel Palazzo. Fanno scandalo gli strilli della Parenti, che denuncia la Bocassini per aver offerto mezzo miliardo al pentito Veronese per “toglierla di mezzo” con storie di droga. Fa scandalo una telefonata di Borrelli ai colleghi di Genova, per avere lumi sulle accuse al suo pm. Fa scandalo il tailleur indossato un certo giorno dalla Ilda. Fa scandalo la presunta intercettazione sui telefoni di casa Parenti (in realtà, era controllato il telefono di casa Piccolo, non ancora coperto da immunità parlamentare). La storia dei 500 milioni al pentito viene smentita dallo stesso pentito. E sorge il sospetto che Riccio & C. abbiano costruito quella montatura per coprire le proprie e altrui vergogne.

 

Ma ecco un nuovo “scandalo”. Giorno 11, il vicepresidente del Csm Carlo Federico Grosso (Pds) se la prende con Colombo e la Bocassini perché avrebbero taciuto ad una sua domanda su eventuali impedimenti alla nomina a procuratore generale di Roma di Vittorio Mele, autorizzando il sospetto che sul suo conto esistessero indagini. In effetti, a Milano si indaga da tempo sulle agende del faccendiere Giancarlo Rossi, nelle quali compariva pure il nome di Mele. Prontamente, giorno 12, i forzisti La Loggia e Pera chiedono un’azione disciplinare contro Borrelli, Colombo e la Bocassini.

 

Il 15, salta fuori un vecchio biglietto inviato nel ‘93 da Di Pietro a Ghitti per chiedergli l’arresto del manager Mario Maddaloni, con la risposta di Ghitti che gli consigliava di cambiare capo d’imputazione, Scandalo dei gip “appiattiti” sui pm. Tutta manna per i bicameralisti, impegnati a separare le carriere dei magistrati. Piccolo particolare: la richiesta di Di Pietro fu respinta da Ghitti.

 

 

 

1997 - LUGLIO

 

Casella di testo:  Giorno 1, Antonio D’Adamo è corso a Brescia a confermare il memoriale: la Dedra, il telefono, i 100 milioni, la garçonnière non erano prestiti ad un amico o a sua moglie (che era pure il suo legale), ma il prezzo per i favori processuali di Di Pietro a Radaelli e Prada (che Di Pietro fece arrestare nel ‘92). Quei 15 miliardi di Pacini - ricorda ora D’Adamo, in un soprassalto di memoria - gli vennero per intercessione di Tonino.

 

Riecco inoltre la Parenti agitatissima nell’ennesima conferenza stampa sul caso Riccio: “Ho denunciato la Bocassini per calunnia”. Ilda viene indagata a Brescia.

 

Il giorno dopo, Di Pietro, che guida il fronte degli scontenti delle riforme, dichiara: “Gli italiani bocceranno queste riforme. Così il Capo dello Stato non è eletto dai cittadini ma dai partiti”.

 

Il 4, Bertinotti interviene nella querelle: “Di Pietro rispunta? io direi che Di Pietro incombe”. Il giorno dopo, Berlusconi manda fulmini: “Con le prove che ho portato ai magistrati qualunque altro cittadino sarebbe già in galera”. A Brescia un giallo dietro le parole del Cavaliere[317]. Polemiche del centrodestra dopo le accuse del Cavaliere all’ex pm[318]. Il giorno successivo da ogni parte si dice: “Di Pietro ha rotto con tutti”[319].

 

Intanto a Genova: accuse, veleni, guerra tra toghe. Nuove polemiche tra le due rosse, Boccassini indagata, Parenti in fibrillazione.

 

Giorno 8: quaranta deputati forzisti chiedono l’azione disciplinare e addirittura “la sospensione” per la pm Bocassini. Il 9, D’Alema sferza Berlusconi: “Sbagliata la campagna di Forza Italia contro settori della magistratura”.

 

Tre procure nella bufera. Genova, Milano Brescia. E Di Pietro parte al contrattacco, appoggiando la procura di Genova. Esposti contro i mandanti delle accuse di D’Adamo, retromarcia del pentito che accusava la Boccassini, intercettazioni alla Parenti[320].

 

Giorno 11: Previti chiede l’estromissione della Bocassini dalle inchieste che lo riguardano.

 

Il 17 si apprende che Di Pietro sarà candidato, nel collegio senatoriale del Mugello, dall’Ulivo, con un’operazione concordata tra D’Alema e Prodi; e con Rifondazione contraria. I Verdi si spaccano. Malumori al PDS e nel PPI. Berlusconi è sferzante: “la mascherata è finita, ora si prende l’immunità parlamentare”. La procura di Genova chiede l’archiviazione della denuncia della Parenti contro la Bocassini.

 

Casella di testo:  Il 18, scoppia la bufera dopo la discesa in campo dell’ex Pm. Fini dichiara: “Mosso da interessi personali”. D’Alema, invece: “Scelta che tocca il cuore degli italiani”. Di Pietro afferma: “Su questo Paese c’è un gruppo di delinquenti che costruisce false accuse per fermare persone per bene. Ho scelto l’Ulivo perchè gioca pulito”[321]. Lo stesso giorno,  “Panorama” sbatte in copertina una vecchia foto che lo ritrae su un divano con una bella ragazza, sotto la scritta “Il grande scroccone”, e delizia i lettori con un gadget d’eccezione: Attentato al governo Berlusconi. Articolo 289 codice penale, ultima fatica di Giancarlo Kehner. Il giorno dopo, trapela da Brescia la notizia che forse Di Pietro intascò da D’Adamo i 5 miliardi e rotti di Pacini per finanziare il suo movimento politico.

 

Il 21, il sindaco polista di Milano Gabriele Albertini reintegra nello stipendio il condannato e plurinquisito Rea, affidandogli il comando del servizio Igiene e sanità. Subito dopo il buon Eleuterio, rinfrancato ed assistito da un avvocato di Forza Italia, si ricorda fulmineamente di alcuni “particolari agghiaccianti” di dieci anni fa sul conto di Di Pietro. E il 31, preceduto da un profetico articolo del “Foglio”, corre a raccontarli alla procura di Brescia (dove Salamone ha appena ricevuto un avviso di garanzia per mafia, da Caltanissetta).

 

Di Pietro - rivela Rea - salvò Radaelli nel 1989 (salvo poi arrestarlo nel ‘92), e Borrelli mentì al tribunale di Brescia quando disse di aver saputo da Di Pietro (e non da Poppa) la storia del prestito di Gorrini a Tonino. Risultato: Di Pietro di nuovo indagato per abuso d’ufficio. Essendo i fatti del 1989, il reato sarebbe comunque prescritto dal 1994, ma chi se ne importa. Berlusconi intanto entra trionfalmente in Europa: è indagato in Spagna per frode fiscale e violazione dell’antitrust televisiva. E, con grande fantasia, tuona contro i pool di Milano che piloterebbe le togas rojas madrilene.

 

 

 

1997 - AGOSTO

 

Il primo giorno di agosto scoppia lo scontro tra Forza Italia e AN. Esplode la questione della convivenza e della leadership. Berlusconi dice ad An: “ci impedite di allargarci ai confini della estrema sinistra”. Quel che colpisce è la replica di AN: “senza di lui ora avremmo Di Pietro”.

 

Il 2, duello Di Pietro-Berlusconi. Il primo: “io credo che attualmente il Polo non dia garanzie di affidabilità, non perchè non vi sono persone affidabili, ma perchè ci sono persone inaffidabili”. E il secondo replica: “Nessun problema di leadership, tanto meno di strategia. La realtà, che non si potrà tenere nascosta farà emergere con chiarezza chi è l’uomo Di Pietro, quali sono stati i suoi comportamenti” . D’Alema che invece ha candidato Di Pietro al Mugello: “l’ex pm ci porterà più consensi, ha scosso la società contro i vecchi partiti”. Sul duello: “non è tanto di Berlusconi che bisogna diffidare quanto del progetto politico del Polo.

Il 5, l’inatteso annuncio di Bertinotti che ha candidato Curzi contro il pm, spiazza l’Ulivo. C’è uno scricchiolio nella maggioranza. E il Polo per dispetto: “contro Di Pietro anche noi potremmo votare Curzi[322]. Bizzarra situazione nella sinistra e rischi di corti circuiti a destra. Due giorni dopo, nell’ambito del caso “Toghe Sporche”, si allarga l’inchiesta. Imbarazzo per una foto del ministro con il maggior indagato. Gli investigatori hanno ricostruito un “atlante di tangentopoli”. E rispuntano i protagonisti della maxitangente Enimont, il suicidio Cagliari e quello di Castellani. Tanti gli intrecci. E le accuse della Ariosto (la protagonista delle accuse degli ex amici di casa e di barca di Berlusconi) diventano meno sfumate; ritornano sulle cronache gli stessi nomi eccellenti con accuse pesanti.

 

L’11 scontro Curzi-Di Pietro, a Italia Radio in diretta il giornalista che ha sfidato il pm, riceve il dissenso del popolo di sinistra del Mugello[323]. Il parlamento approva la riforma dell’articolo 513, da un’idea di Cesare Previti.

 

Il 18, “L’Espresso” rivela che Di Pietro aveva preventivamente denunciato Rea per essersi fatto “comprare” in cambio delle nuove rivelazioni. “Il Giornale” replica il 19, intervistando nientemeno che l’autista di D’Adamo, depositario di “agghiaccianti segreti” che però non dice.

 

Il 25, Sandro Curzi, rivale di Di Pietro al Mugello, rivela elegantemente di aver ricevuto dossier anonimi sul suo conto. “Panorama”, attivissimo nella riabilitazione di Andreotti, Contrada e Carnevale e nella demolizione di Falcone e Caselli, fanatico da brivido raccoglie lampi di memoria di Rea: “Fu Borrelli a costringere Tonino alle dimissioni”. Una patacca che, almeno, ha il pregio dell’originalità.

 

 

 

1997 - SETTEMBRE

 

Tempi duri: giorno 1, la corte d’Appello di Brescia, confermando il proscioglimento di Di Pietro per le pretese concussioni ai danni di Gorrini, ricorda che le accuse dell’assicuratore non erano proprio genuine, visto che tendevano ad ottenere soldi e favori da Paolo Berlusconi e Sergio Cusani.

 

Giorno 2, la procura di Perugia demolisce il lavoro di taglia e cuci del Gico di Firenze che, ad un anno e mezzo dalle intercettazioni, non ha ancora trascritto integralmente le bobine, mentre le poche trascritte sono piene di errori.

 

Il 3, il pool di Milano chiede alla Camera il permesso di arrestare Previti, proprio mentre il Polo e mezzo Ulivo ripartono all’assalto di Caselli, saltando in groppa al tenente Carmelo Canale, assistito dall’avvocato Taormina e gentilmente ospitato dalla commissione Antimafia per seminare veleni sui pentiti e i giudici di Palermo e dare una mano a Dell’Utri, Andreotti e Berlusconi. Poi gli assaltatori ripiegano su Milano, per salvare il povero Previti. O meglio, il il primato della politica [324].

 

_____________________________

 

 

 

A questo punto la cronologia diventa di scarso interesse, l’inchiesta si trascina stancamente ancora per molti anni.

 

Le statistiche ci dicono ancora che fino alla fine 1997 la Guardia di Finanza aveva accertato reati fiscali legati a Tangentopoli per un importo di 3.609 miliardi. Sono cifre che bastano da sole a dare un’idea della diffusione in Italia del sistema della corruzione che ha riguardato arricchimenti personali, ma anche e soprattutto maniere illecite di finanziamento dei partiti mediante il sistema delle tangenti, pagate da imprenditori ad esponenti politici. Quello che le statistiche non possono però raccontarci riguarda i criteri in base ai quali, non solo il pool di Milano, ha portato avanti queste inchieste. Anche perché, pur essendo – per ammissione degli stessi magistrati inquirenti - la corruzione estesa a tutti i partiti, nessuno escluso, decapitando di fatto solo una parte della classe politica e permettendo ad un’altra di salire al potere, l’inchiesta giudiziaria mani pulite ha avuto un notevole impatto sugli assetti istituzionali del Paese.[325]

 

Ricorda Gherardo Colombo: “C’è chi ha affermato che le indagini di Mani pulite sono terminate con l’allontanamento di Di Pietro dalla magistratura. In effetti non è così. Le indagini sono proseguite fin verso il 1997-98. Certo è che, per un complesso di fattori, progressivamente è venuta meno la materia delle nostre investigazioni. E’ difficile spiegare esattamente il perché. Sta di fatto che personalmente individuo intorno al 1997-98 la fine delle indagini conosciute generalmente con il nome di Mani pulite (...)[326]. Come lui, concordiamo su questa data, anche se, per avere un’ulteriore visione d’insieme, è preferibile segnare qualche altra data significativa: 28 gennaio 1998: il Parlamento vota no all’arresto di Previti;  7 luglio 1998: condanna in primo grado di Berlusconi per corruzione; 13 luglio 1998: Craxi e Berlusconi condannati per il caso All Iberian (poi prescritti).

 

 Sempre nel 1998, Cesare Previti, ex manager Fininvest e parlamentare nelle file di Berlusconi, evita il carcere, grazie all’intervento del Parlamento, anche se Berlusconi e i suoi alleati sono all’opposizione. Craxi invece accumula diversi anni di condanne definitive, e sceglie la contumacia - secondo i suoi sostenitori, l’esilio volontario - ad Hammamet in Tunisia, dove risiede dal 1994 fino alla sua morte, il 19 gennaio 2000. Il 15 ottobre 1999, ricorre alla corte europea dei diritti dell’uomo che, il 14 giugno 2001 (dopo la morte del ricorrente) sentenza che il pool non perseguitò Craxi ma egli fu effettivamente condannato per corruzione[327].

 

Il 26 novembre 1999, Berlusconi e Previti vengono rinviati a giudizio per la prima tranche di Toghe Sporche (Sme). Il 19 ottobre 2001, Berlusconi viene assolto in Cassazione per le tangenti alla Gdf.

 

Dopo essere stato prosciolto, Di Pietro inizia la sua carriera politica, cosa che precedentemente ha escluso dicendo che non voleva sfruttare la sua popolarità, guadagnata compiendo quello che, secondo lui, è solo il suo dovere. Il movimento da lui fondato, l’Italia dei Valori, è tuttora attivo e, pur essendo indipendente e con diverse sfumature, nelle competizioni elettorali si è quasi sempre schierato con le principali coalizioni di sinistra susseguitesi negli anni.

 

L’ultimo bilancio dell’inchiesta mani pulite, condotta dal pool di magistrati della procura di Milano, risale al febbraio del 1999.

 

A sette anni dall’avvio delle indagini di Mani Pulite, il solo pool di Milano ha indagato 3.200 persone, ha chiesto 2.575 rinvii a giudizio e ha ottenuto 577 condanne, di cui 153 con sentenza passata in giudicato.

 

A Milano, su 5 mila indagati, in dieci anni si sono avute 588 condanne davanti al giudice per l’udienza preliminare e 645 davanti al tribunale. Tra le assoluzioni, moltissime sono quelle per prescrizione. Quelle nel merito, invece, sono solo il 14,5 per cento (la media italiana di assoluzioni è oltre il 20 per cento)[328].

 

Dopo la vittoria di Berlusconi nelle elezioni politiche del 2001, l’atteggiamento dei media e dell’opinione pubblica nei confronti dei giudici si presenta molto diversa da quella dell’epoca di Mani pulite: non solo è accettabile criticare apertamente i giudici per il loro operato nell’inchiesta, ma diventano sempre più rare in televisione opinioni favorevoli al pool di Milano.

 

Ovviamente, in molti sospettano che questa inversione di marcia sia legata al potere mediatico di Berlusconi. Persino Umberto Bossi, segretario della Lega Nord, si sbilancia mostrando in parlamento una corda da impiccagione a denuncia di quello che evidentemente considera un atteggiamento giustizialista della giustizia (alla quale poco tempo prima ha comunque plaudito per la “distruzione” del sistema politico tradizionale). Ancora oggi ci sono occasionali frizioni tra la Lega Nord e gli ex Democristiani ed ex Socialisti nella coalizione di Berlusconi.[329]

 

 

 

6. Statistiche su mani Pulite

 

Viene di seguito fornita una sintesi numerica dei dati della Procura della Repubblica di Milano, relativamente ai risultati delle indagini svolte dal Pool di Mani pulite di Milano. I dati coprono il periodo a partire dal 17 febbraio 1992, e sono aggiornati al 6 marzo 2002.

 

 

Pool di Mani pulite di Milano (17 febbraio 1992-6 marzo 2002)

Inchieste

Persone inquisite

oltre 5000

tra le suddette, le posizioni considerate sono state

4520

tra le posizioni considerate, quelle che il pool di Mani pulite ha trasmesso ad altre Procure per competenza territoriale sono state

1320

tra le posizioni considerate, quelle per cui il pool di Mani pulite ha richiesto il rinvio a giudizio sono state

3200

Rielaborazione dei dati ufficiali provenienti dalla Procura della Repubblica di Milano

Pool di Mani pulite di Milano (17 febbraio 1992-6 marzo 2002)

Esiti delle richieste di rinvio a giudizio

Persone condannate dal Gup o dal Tribunale

1254 (55,29%)

...... tra le persone condannate dal Gup o dal Tribunale, quelle con patteggiamento sono state

... 847 (37,35%)

...... tra le persone condannate dal Gup o dal Tribunale, quelle in rito abbreviato (Gup) o dibattimento (Tribunale), sono state

... 407 (17,95%)

Persone prosciolte dal Gup o dal Tribunale

910 (40,12%)

...... tra le persone prosciolte, quelle per estinzione del reato dovuta a prescrizione sono state

... 422 (18,61%)

...... tra le persone prosciolte, quelle per estinzione del reato dovuta a morte del reo, amnistia, oblazione o ne bis in idem sono state

... 58 (2,56%)

...... tra le persone prosciolte, quelle assolte nel merito da Gup o Tribunale (la media nazionale fu del 30%) sono state

... 430 (18,96%)

Altre posizioni (iunioni, nullità, restituzioni, stralci, ..)

104 (4,59%)

Totale procedimenti conclusi davanti a Gup o Tribunale

2268 (100%)

ancora pendenti davanti a Gup o Tribunale

 

467

 

trasmesse ad altre sedi/autorità da Gup o Tribunale

 

465

Totale

 

3200

 

Rielaborazione dei dati ufficiali provenienti dalla Procura della Repubblica di Milano

 

 

Dopo il 1994, il rischio che i processi vengano cancellati a causa della prescrizione diventa molto concreto, e la cosa è chiara sia ai giudici che ai politici. Questi ultimi (senza distinzioni tra la coalizione di Berlusconi e l’Ulivo, specialmente sotto la leadership di Massimo D’Alema) ignorano le richieste del sistema giudiziario di finanziamenti per acquistare equipaggiamenti, e promulgano leggi che, secondo molti critici, rendono i già penosamente lenti processi italiani ancora più lenti, e soggetti a prescrizione più rapida.

 

Diversi avvocati coinvolti nei processi adottano abbastanza apertamente tecniche dilatorie. In uno dei processi a Berlusconi, in cui lo si accusa di appropriazione indebita di fondi della Fininvest, allo scopo di creare fondi neri da utilizzare per tangenti e altri propositi illegittimi, un avvocato si presenta alla corte nell’ultimo giorno utile, lamentando che all’azienda il processo non è stato notificato formalmente. Anche se il processo era stato ampiamente coperto dai media (inclusi quelli della Fininvest), le formalità obbligano a ricominciarlo da capo, e alla fine Berlusconi viene prosciolto per prescrizione[330].

Casella di testo:

L’analisi delle statistiche giudiziarie sui reati di corruzione nel periodo 1984-1999 mostra chiaramente come Mani Pulite, che prende l’avvio nel 1992, registra nel 1995 un picco di persone coinvolte e di reati commessi, ma nei quattro anni successivi sembra rifluire, in termini numerici. Per avere un’idea dell’impatto dell’inchiesta, si pensi che a fronte di una media di 252 reati e 365 persone denunciate nel periodo 1984-1991, nei nove anni successivi questa media è più che quadruplicata, salendo a 1196 reati e 1885 persone denunciate.

 

Se nel 1999 il numero di reati e di persone coinvolte è ancora circa quattro volte quello antecedente il 1992, nel 2000 si registra una brusca contrazione: reati e persone denunciate sono circa la metà dell’anno precedente. Questa tendenza al ristagno di nuove indagini sembra accentuarsi nell’anno successivo. In tutto il 2001, nel distretto giudiziario di Milano, sono stati aperti solo 16 fascicoli per corruzione e 134 per concussione: «tanti quanti, nel triennio aureo di Mani pulite, se ne aprivano in un giorno»[331]. Una possibile spiegazione, piuttosto ottimistica, è che le inchieste segnino il passo semplicemente perché le pratiche illecite sono andate esaurendosi, grazie ai successi delle precedenti indagini, alla percezione di un maggiore rischio penale, all’irrobustirsi delle “barriere morali” degli amministratori pubblici, alle riforme attuate nell’ultimo decennio.

 

Si può ipotizzare anche che, la combinazione di fattori che hanno permesso l’inizio e la prosecuzione delle inchieste sulla corruzione sia venuta meno, e dunque le condizioni di fondo del sistema politico-amministrativo stiano progressivamente tornando alla preesistente condizione di equilibrio, caratterizzata da un’ alta densità di corruzione e accompagnata da irrisori livelli di rischio penale per i corrotti e i corruttori. Un elemento di riflessione scaturisce dal confronto tra il dato statistico sulla corruzione emersa e quello relativo alla sua percezione, che riflette l’opinione di una serie di osservatori privilegiati (imprenditori, giornalisti ecc.) sulla sua effettiva penetrazione nel paese. Una graduatoria annuale della percezione della diffusione del fenomeno in numerosi paesi viene predisposta da Transparency lntemational (TI), un’organizzazione non governativa che ha come fine quello di contrastare la corruzione. L’evoluzione dell’indice in Italia mostra negli ultimi anni una situazione stazionaria su livelli medio-bassi. Dopo il progresso del 2001, nel 2002 la posizione dell’Italia è di nuovo peggiorata in modo significativo, passando dal 29° al 31° posto (su 102 paesi) e da 5,5 a 5,2 punti. L’Italia costituisce un caso anomalo nel panorama delle democrazie occidentali, presentando un tasso di percezione della diffusione della corruzione superiore a quello di Estonia, Taiwan, Botswana, Namibia. Casella di testo:

 

Tra i paesi dell’Unione Europea, i livelli di corruzione percepita in Italia sono inferiori soltanto a quelli della Grecia. Se si allarga la forbice tra quantità di corruzione svelata (in rapida diminuzione) e la percezione della sua diffusione concreta (stazionaria o in lieve incremento su livelli elevati), ciò può soltanto significare che negli ultimi anni sta significativamente aumentando la quota di corruzione sommersa, e parallelamente, si sta riducendo la percezione del rischio del proporre o accettare tangenti. Casella di testo:

 

La comparazione tra statistiche sulla criminalità e indici di percezione della corruzione in Italia dimostra il perdurare di una corruzione diffusa, che tuttavia torna ad essere in larga misura sommersa. Questa tesi trova riscontro dal confronto tra alcune vicende di corruzione emerse nel corso degli anni ‘90 ed altre venute alla luce nel 2002 da cui risulta che: 1° sono esistenti e attivi i meccanismi di regolazione e di governo delle transazioni corrotte, decisivi nel favorirne l’espansione sistematica; 2° prosegue il coinvolgimento dei partiti come sedi di investimento politico dei proventi della corruzione, agenzie di protezione e di promozione della carriera di soggetti politici specializzati nella raccolti di tangenti, strumenti di salvaguardia selettiva dall’inefficienza burocratica; 3° figure abituali nel sottobosco della “vecchia” corruzione si ripresentano con immutata baldanza nei nuovi episodi: “boss degli enti pubblici”, faccendieri, “professionisti con tessera”, appaltatori e imprenditori a caccia di protezioni politiche e di prebende ecc[332].

 

Il “caso italiano”, in cui l’illegalità politico-amministrativa deborda dai suoi livelli fisiologici per invadere ogni area di azione pubblica, può essere spiegato dal ricorrere di condizioni vantaggiose a livello tanto di costi morali quanto di occasioni di corruzione. Riguardo al primo punto, il sistema di valori prevalentemente diffusi in Italia, a livello sia di élite sia di popolazione, fornisce deboli barriere alla corruzione. A questo riguardo, si possono richiamare le descrizioni di modelli culturali improntati al familismo amorale, nel quale «la pretesa di qualsiasi persona o istituzione di essere ispirata da zelo nei confronti del pubblico, piuttosto che dal vantaggio privato, sarà vista come una frode»[333]; oppure caratterizzati dalla carenza di “senso civico” e scarsità di “capitale sociale”[334]; oppure favorevoli al radicamento di subculture che legittimano la violazione delle regole dello stato a favore di gruppi ristretti, consorterie, clan, partiti, fazioni ecc. Un argomento analogo vale per gli amministratori pubblici: quando l’ingresso e la carriera nello stato sono condizionati dall’appartenenza e dalla protezione politica (o, nella migliore delle ipotesi, dall’anzianità), e non dal merito e dalle competenze tecniche, possiamo aspettarci che si indebolisca anche il cosiddetto “senso dello stato” e dunque aumenti la quota di soggetti inclini alla corruzione[335].

 

Inoltre, in Italia permangono favorevoli occasioni di corruzione anche in relazione al secondo insieme di variabili, che riflettono le caratteristiche di fondo dell’assetto politico-istituzionale. Utilizzando l’indice di TI sono state sottoposte a verifica empirica diverse ipotesi di sussistenza di nessi causali tra la presenza di corruzione ed altre variabili politiche ed economiche. Si è dimostrato che la corruzione è associata alla presenza di condizioni istituzionali chiaramente riscontrabili in Italia; in particolare, la corruzione è positivamente correlata al grado di discrezionalità, alla complessità delle leggi e all’inflazione normativa, all’ammontare di risorse amministrate dallo stato, all’inefficienza dell’amministrazione pubblica, al tempo perso dalle imprese nei loro rapporti con lo stato, al carico fiscale, alla sfiducia nel funzionamento della democrazia; e negativamente correlata con i livelli di libertà economica, la qualità dello stato di diritto, l’entità delle sanzioni penali attese[336]. Il rischio è che in Italia tenda nuovamente a consolidarsi un equilibrio ad alta densità di corruzione, nel quale sono premiati i comportamenti corrotti e scoraggiati quelli “onesti”.

 

La pratica della corruzione, a sua volta, «ha un ulteriore, potente effetto sulle preferenze tra privato e pubblico. Se agisco in questo modo, il cittadino pubblico che in me dominava prima cercherà argomenti per giustificare a se stesso la sua corruzione [...]. In tal modo la corruzione, che dapprima è una risposta all’insoddisfazione verso gli affari pubblici, diviene la determinante di una ulteriore, più profonda disaffezione che, a sua volta, prepara il terreno ad una corruzione maggiore»[337].

 

 

 

7. Osservazioni conclusive: le nuove “strategie di cura”  per la corruzione

 

L’incedere dapprima irresistibile, poi sempre più faticoso delle inchieste ha scandito i più significativi avvenimenti politici degli anni ‘90. Com’era prevedibile, l’opera di contrasto del fenomeno da parte della magistratura ha suscitato innumerevoli occasioni di attrito con il potere politico[338]. Eppure, nonostante Mani Pulite abbia avuto un peso così grande nelle dinamiche del sistema di partiti e degli assetti istituzionali, nelle sorti di esponenti dell’élite di governo e persino nell’immagine internazionale del nostro paese, nessun tentativo di porre in essere politiche pubbliche di contrasto della corruzione ha fino ad oggi trovato attuazione.

 

Di fronte alla scoperta di una corruzione capillare, l’élite di governo ha prodotto pochi e ambigui provvedimenti miranti a far fronte a questo problema di politica pubblica. La mancata riforma della struttura di occasioni e di incentivi, a seguito del fallimento delle politiche anti-corruzione, può spiegare le osservabili manifestazioni di recrudescenza del fenomeno, sopra descritte.

 

Nei primi anni di Mani Pulite, alcune riforme sono state prese a simbolo del tentativo della classe politica di rispondere alla crisi politico-istituzionale indotta dalle inchieste giudiziarie: dalla nuova legge elettorale alla modifica del regime delle immunità parlamentari. Ma quando la passione e l’interesse del pubblico si sono attenuati, e i nuovi sviluppi delle inchieste non hanno suscitato più un vasto consenso, ma divisioni o avversione, venendo denunciati come l’intromissione di una magistratura politicizzata in “sfere di legittimazione elettorale” che non le competono, anche il tema della lotta alla corruzione si è allontanato dal fuoco del dibattito[339]. Soltanto alla fine del 1996 la questione è stata recuperata ed inserita nell’agenda politica in forma strutturata, tramite i lavori di un comitato di studio e l’istituzione una commissione parlamentare anti-corruzione presso la Camera dei Deputati. Nonostante questo, al termine della XIIIa legislatura nessuna misura significativa è stata approvata in questo campo: si possono segnalare soltanto la legge n. 300 del 29 settembre 2000, con la quale l’Italia ha ratificato dopo ben 3 anni (ultima tra gli oltre 40 paesi firmatari) una convenzione Ocse che introduce la punibilità della corruzione di funzionari esteri da parte di imprenditori italiani; e la legge n. 97 del 27 marzo 2001, con la quale si è stabilita l’automaticità delle sanzioni disciplinari a seguito di procedimenti penali per reati di corruzione e concussione, sanando un vuoto normativo che permetteva a funzionari pubblici condannati in via definitiva di conservare il proprio posto di lavoro e spesso anche le stesse mansioni. Si tratta di provvedimenti positivi, ma certo di portata molto ristretta. Per il resto, la classe politica si è limitata a sfoderare un repertorio di proposte dai contenuti, in qualche caso, piuttosto ambigui.

 

Non si tratta, tuttavia, di un bilancio completamente negativo. In alcuni settori delicati, quanto a potenzialità di sviluppo della corruzione, nel corso dell’ultimo decennio qualcosa si è mosso, andando in una direzione compatibile con le indicazioni provenienti da studi ed esperienze estere. Nell’ambito degli appalti pubblici e del sistema amministrativo strativo, per esempio, vi sono state riforme di ampio respiro, potenzialmente efficaci nell’azione di prevenzione della corruzione, riguardanti lo snellimento dei procedimenti amministrativi, il recupero della capacità progettuale e di meccanismi più trasparenti di aggiudicazione dei contratti pubblici, la maggiore autonomia e responsabilità dei dipendenti pubblici, la semplificazione del sistema normativo, lo snellimento dei meccanismi di controlli, orientati più sul prodotto finale che sul processo[340].

 

Paradossalmente, sembra che si sia operato con maggior efficacia contro la corruzione quanto più la questione corruzione sfumava sullo sfondo. Al contrario, quando si è cercato intenzionalmente, o almeno espressamente, di varare misure di prevenzione e di contrasto del sistema delle tangenti, i veti, le contrapposizioni e i ricatti incrociati hanno causato il fallimento o il congelamento degli sforzi riformatori.

 

Da un altro punto di vista, nell’ultimo decennio non sono mancati neppure provvedimenti percepiti o denunciati da esperti, da magistrati o da settori dell’ opinione pubblica come tentativi della classe politica di realizzare “colpi di spugna” e “soluzioni politiche” auto-assolutorie. Questo orientamento si è assai consolidato intorno al 2000. Più che di ritardi o di insuccessi nell’azione di contrasto al fenomeno, si può parlare ormai dell’affermarsi di un principio di “cura omeopatica” della corruzione[341]. Un crescendo di iniziative e di provvedimenti legislativi della nuova maggioranza parlamentare, infatti, ha disegnato uno scenario nel quale la preoccupazione di creare nuovi incentivi e opportunità di corruzione cessa non solo di essere prioritaria, ma addirittura di esistere.

 

Per citare soltanto le misure già approvate o in dirittura d’arrivo, si possono ricordare: la legge sul falso in bilancio, che riduce le pene, abbrevia la prescrizione, rende più difficile la perseguibilità, introduce soglie di fondi neri non punibili e depenalizza diverse fattispecie; la legge che consente il rientro anonimo dei capitali illegalmente esportati all’estero; la legge sulle rogatorie internazionali, che sancisce l’inutilizzabilità -anche nei procedimenti in corso- del materiale non originale o autenticato pagina per pagina; il progetto di legge sul conflitto di interessi, che ne prevede una regolazione dalle maglie larghe e priva di efficaci strumenti di sanzione; la legge delega sulle infrastrutture e la legge obiettivo sulle grandi opere, che derogano dai principi di trasparenza e di concorrenza sanciti dalle leggi Merloni sugli appalti, sancendo l’assegnazione di ingenti quantità di risorse (250 mila miliardi nei prossimi dieci anni) tramite l’affidamento di tutta la procedura, gara per gara, a un’unica impresa privata (general contractor)[342]; l’opposizione del Governo italiano alla semplificazione della procedura europea per l’estradizione di imputati per reati di corruzione, frode, riciclaggio e altri reati finanziari commessi all’estero (il mandato di cattura europeo); la legge di riforma del Consiglio Superiore della Magistratura, che, riducendo il numero di suoi componenti e garantendo un potere di veto alla minoranza di membri di nomina politica, rischia seriamente di intralciarne l’attività; una nuova legge sul finanziamento ai partiti, che raddoppia il contributo precedentemente previsto assegnando fondi a tutti i partiti che abbiano superato l’1% dei voti; la legge sul legittimo sospetto, che rende possibile la richiesta di trasferimento dei processi in presenza di un “legittimo sospetto” sulla mancanza di imparzialità dei giudici, e ne prevede il “congelamento” in attesa della decisione definitiva della Cassazione. Questi variegati provvedimenti hanno un minimo comune denominatore: quello di realizzare condizioni più favorevoli all’attività degli aspiranti o praticanti corrotti e corruttori, accrescendone le speranze di impunità, restringendo o confondendo la linea di demarcazione dei comportamenti illeciti, ostacolando l’azione dei giudici, indebolendo l’autonomia della magistratura, indirizzando verso settori a rischio risorse da gestire con criteri maggiormente esposti alla corruzione, favorendo la frammentazione del sistema di partiti e moltiplicandone le esigenze di spesa.

 

L’obiettivo di restringere le occasioni di corruzione, naturalmente, non può rappresentare l’unico criterio-guida delle scelte e delle politiche pubbliche, ma deve essere ponderato con altri interessi altrettanto rilevanti e meritevoli di tutela. Tuttavia, è degno di nota il lineare e univoco orientamento delle ultime classi di governo nell’affrontare temi contigui o direttamente collegati al rischio-corruzione come se quest’ultimo in Italia non rappresentasse più un problema di politica pubblica, né lo fosse stato in un passato recente. Per quanto concerne le misure volte a contrastare direttamente la corruzione, degna di rilievo è soltanto la legge n. 3 del 16 gennaio 2003, che istituisce un Alto Commissario per la prevenzione e il contrasto della corruzione e delle altre forme di illecito nella Pubblica Amministrazione, posto alle dirette dipendenze funzionali del Presidente del Consiglio dei Ministri. L’Alto Commissario, avrà accesso alle banche dati delle amministrazioni per effettuare verifiche generali e accertamenti specifici, da compiersi anche mediante gli organi in temi di controllo.

 

L’aspetto sorprendente della vicenda è che tutte le commissioni di studio sulla corruzione richiamavano questo tipo di organi soltanto per sconsigliarne l’adozione, ritenuta inutile se non pericolosa, in quanto moltiplicatrice di istanze di controllo formale e strumento di potenziale accumulazione di informazioni ricattatorie. Il “gendarmone” (così designato polemicamente, durante un dibattito parlamentare) sembra tuttavia risvegliare un’attrazione inesorabile sulla classe politica: nonostante vi siano riserve sulla sua capacità di incidere realmente sui fattori che favoriscono la diffusione degli scambi occulti, l’Organo anti-corruzione ha il pregio di massimizzare la visibilità al pubblico dell’impegno politico contro questo fenomeno. Il suo valore simbolico, più che l’eventuale efficacia, sembra dunque giustificare la premura con cui esso è stato e viene riproposto, in quanto pubblica incarnazione della buona volontà della “nuova” classe politica nel farsi carico del “vecchio” problema della corruzione[343].

 

Dice Piercamillo Davigo: “Credo si possa affermare che non solo non è stato fatto nulla per contrastare e prevenire la corruzione, ma si è fatto qualcosa per impedirne la repressione. Una volta un ex ministro della Giustizia, usando l’esatto significato di Tangentopoli come sistema di corruzione e di Mani Pulite quale attività di contrasto a questo sistema, disse: «C’è chi vuole uscire da Tangentopoli e c’è chi vuole uscire da Mani Pulite». (…) Ogni tanto si sente qualche politico dire che c’è stato «un elevatissimo numero di assoluzioni». A parte il fatto che ciò non è vero (…), verrebbe voglia di rispondere che se si cambiano continuamente le regole, per fare in modo che le sentenze siano di assoluzione, è ovvio che alla fine il numero degli imputati assolti aumenti.

 

Nessuno dei meccanismi all’origine del sistema di diffusione della corruzione è stato smontato: se c’è stata, ammesso che ci sia stata, una relativa contrazione della corruzione, è comunque da ritenersi temporanea.

 

Alcuni indizi farebbero pensare che una contrazione ci sia stata, visto che dalle ultime confessioni risulta che il costo delle tangenti sia salito: segnale che il tasso di rischio è più elevato. (…)

 

In assenza di seri correttivi, prima o poi, ci troveremo però di fronte al riesplodere di queste situazioni, con un’aggravante rispetto a prima; che mentre alla scoperta di quei primi fatti l’opinione pubblica reagì con indignazione, adesso il grave rischio è che reagisca con rassegnazione e ciò significherebbe che il contesto sociale non riesce più a generare anticorpi tali da contenere entro livelli accettabili questi fenomeni[344].

 

Insiste ancora: «È indispensabile radicare l’idea, per quanto lo si possa fare per legge, che la legalità è un valore in sé. E, se è un valore in sé, gli strappi alla legalità sono di per sé un disvalore» (…) «Io credo nei valori che sono chiamato a rappresentare, e credo che la legalità sia una valore, non solo in questo Paese ma in tutto il mondo che ci somiglia o a cui diciamo di volere rassomigliare. Lo Stato di diritto per me è un valore e di conseguenza mi comporto con la fermezza che deriva dalla convinzione di una funzione demandatami dalle leggi e dalla Costituzione». Semplice, no? Legalità-illegalità. Questa dicotomia, si sa , non piace, non è a tutti gradita.

 

Davigo prova ad elencare (quel che gli appaiono) i protagonisti essenziali e i provvedimenti urgenti. Innanzitutto un’élite burocratica-amministrativa legittimata, all’altezza dei tempi e dei compiti. «Noi abbiamo bisogno di pochi funzionari molto motivati, ben preparati e conseguentemente ben pagati; non ci servono molti funzionari poco motivati e poco preparati e mal pagati». Se si vuole uscire dalla corruzione sistemica, dice il pubblico ministero, «lo Stato dovrebbe fare, a mio avviso, soltanto quello che i privati non possono fare, quello che è indispensabile che faccia in prima persona».

 

Uno Stato più leggero, dunque, e un mercato più largo e più trasparente. Meno leggi e più chiare. Meno fiscalità e più coerente e «certa». Più controlli amministrativi e meno controllo penale. Soprattutto occorre meno sudditanza e più libertà: «Raramente i cittadini pensano di essere in grado di tutelarsi con la libertà: la libertà del mercato, la libertà del voto, la libertà dell'agire. Al contrario tutti, o molti, sono sempre alla ricerca di una qualche forma di protezione da parte dello Stato».

 

C’è dunque speranza? Se lo chiedete al «dottor sottile», rivoluzionario per caso, vi risponderà così: «Io sono stato educato ai valori tradizionali del cattolicesimo e continuo a credere che le tenebre non possano prevalere sulla luce. Per questo penso che, alla lunga, le cose non potranno peggiorare». Che davvero sia così?[345]


 

 

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   [1] La corruzione è un fenomeno difficile da studiare: trattandosi di un crimine senza vittime (o, per meglio dire, di un crimine che produce costi diffusi sulla generalità dei cittadini-contribuenti, che ne sono vittime inconsapevoli) esso è per sua natura invisibile, quando si realizza con successo. Se la sua “cifra oscura” può essere estremamente elevata, i casi che emergono non sempre sono espressione fedele dell’universo nascosto della corruzione, poiché in essi sono osservabili quelle relazioni in cui qualcosa è andato storto. Non ci si può basare sulle statistiche ufficiali per stimarne l’entità quantitativa. Al contrario, queste ultime traggono in inganno: se si prende il caso italiano, prima del 1992 gli episodi di corruzione emersi in superficie sembravano rientrare in una soglia fisiologica, mentre in realtà le pratiche illecite erano diffuse in modo capillare nel sistema politico-amministrativo. Una via d’uscita da questa difficoltà consiste nel privilegiare l’analisi qualitativa. Le inchieste di “mani pulite” hanno permesso di approfondire l’analisi di numerose vicende rappresentative di corruzione, individuandone le dinamiche sottostanti, gli attori, le relazioni, le risorse scambiate. Alcuni risultati della ricerca condotta con questa metodologia sono presentati in D. della Porta -A. Vannucci, Corruzione politica e amministrazione pubblica. Risorse, attori, meccanismi, Bologna 1994; A Vannucci, Il mercato della corruzione. I meccanismi dello scambio occulto in Italia, Milano 1997.

[2] La clientela era una associazione che legava un gruppo di persone di rango inferiore a un nobile, il patrono. In cambio di tutela e di assistenza giuridica, i clienti dovevano mostrare devozione al loro patrono, rendendogli numerosi servigi. Tra patrono e cliente esisteva un legame così forte che erano esentati dal testimoniare l’uno contro l’altro.

[3] I brogli elettorali. Il campionario dei metodi per alterare il risultato elettorale era molto vario: elargizioni di denaro e di favori agli elettori, pressioni e intimidazioni al momento del voto, faziosità e corruzione dei magistrati incaricati dello spoglio dei voti e della proclamazione del vincitore. Questo campionario di irregolarità era però continuamente contrastato da iniziative volte a garantire il regolare svolgimento delle elezioni.

[4] L. Perelli – La corruzione nell’antica Roma. Tangenti malversazioni malcostume illeciti raccomandazioni - Milano, 1994.

[5] Nel 70 a.C. le città siciliane presentarono l’accusa di concussione (de repetundis) contro Verre. Per sostenere l’accusa i siciliani, dopo essersi costituiti parte civile, si rivolseno a Cicerone. Cominciò il tentativo, da parte dell’accusato, di rinviare il giudizio all’anno successivo, quando il presidente del tribunale avrebbe potuto essere più favorevole, con l’uso di una tattica dilatoria ed una serie di azioni volte a controllare le successive elezioni. Cicerone, prima ancora che Verre arrivasse a Roma, si fece portare i libri dei conti dell’acusato e del padre. Ebbe la sorpresa di scoprire che le registrazioni contabili erano scomparse. Tuttavia riuscì a recuperarne alcune che erano rimaste in archivi privati dei publicanie pose sotto sequestro scritture e beni di Verre. Cicerone si aspettava di avere il supporto di Lucio Cecilio Metello, il nuovo governatore che invece si dimostrò ostile, grazie ad un accordo che la sua famiglia aveva raggiunto con Verre. Questi si impegnava a finanziare la prossima campagna elettorale dei Metelli in cambio della loro protezione nel processo. Cicerone dovette fare le indagini da solo. Il 20 aprile si presentò in tribunale, secondo quanto stabilito, e il 27 luglio vi furono le elezioni. Vennero eletti Consoli: l’avvocato di Verre e il fratello di Lucio Metello; Pretore per i processi de repetundis e quindi futuro presidente del tribunale un altro fratello di Metello. Tra l’altro quest’ultimo era anche membro della giuria nel processo contro Verre. Gli eletti sarebbero entrati in carica a gennaio. Se si fosse riuscito a rallentare o rinviare il processo di qualche mese, l’assoluzione per Verre sarebbe stata garantita. Il 5 agosto del 70 a.C. ebbe inizio il processo a Verre; Cicerone spiazzò completamente la difesa perché anziché esporre l’accusa chiamò immediatamente a deporre i testimoni. Questo servì a guadagnare molto tempo e impedì alla difesa di chiedere una proroga per l’approfondimento delle indagini preliminari. Per 8 giorni i testimoni si avvicendarono davanti al tribunale e le testimonianze risultarono schiaccianti; Verre si diede ammalato e rinunciò ad assistere alle sedute. Il processo venne rinviato al 20 settembre e la speranza di un rinvio all’anno seguente svanì. Alla metà di settembre Verre lasciò Roma e si imbarcò per Marsiglia in volontario esilio. Alla ripresa del processo non ci fu bisogno di procedere, la fuga era una esplicita ammissione di colpevolezza. Si riuscì a contenere il risarcimento in tre milioni di sesterzi. I siciliani furono molto grati verso Cicerone al quale inviarono del grano che subito distribuì alla plebe romana. Gaio Verre venne ucciso nel 43 a.C. per ordine di Marco Antonio che lo inserì nelle liste di proscrizione per aver rifiutato di consegnare dei preziosi vasi di Corinto, che avevano attirato l’attenzione del triumviro. Fonte www.maat.it

[6] Un esempio è quello di Marco Postumio di Pyrgi, titolare di contratti di fornitura per l’esercito, il quale faceva affondare di proposito vecchie navi, dopo averle caricate di merci di poco valore, per richiedere allo stato l’indennizzo di un valore molto superiore.

[7] Il diritto romano classico, sul quale si sono formate generazioni di giuristi fino ai tempi nostri, è una elaborazione tardo-imperiale. Nei tempi più antichi la giustizia era amministrata da privati. Nell’epoca repubblicana il pretore, il magistrato pubblico incaricato dell’amministrazione giudiziaria, affidava i giudizi a un giudice scelto dalle parti o da egli stesso designato.

[8] D. Pizzagalli – www.wuzculturaespettacolo.it

[9] G. Marcello – www.gatc.it

[10] Cfr. C. A. Brioschi, Breve storia della corruzione. Dall’età antica ai giorni nostri, Milano 2004 pp. 1-2.

[11] Da Wikipedia.

[12] Art. 357 - Nozione del pubblico ufficiale - Agli effetti della legge penale, sono pubblici ufficiali coloro i quali esercitano una pubblica funzione legislativa, giudiziaria o amministrativa. Agli stessi effetti è pubblica la funzione amministrativa disciplinata da norme di diritto pubblico e da atti autoritativi e caratterizzata dalla formazione e dalla manifestazione della volontà della pubblica amministrazione o dal suo svolgersi per mezzo di poteri autoritativi o certificativi.

[13] Art. 358 - Nozione della persona incaricata di un pubblico servizio - Agli effetti della legge penale, sono incaricati di un pubblico servizio coloro i quali, a qualunque titolo, prestano un pubblico servizio. Per pubblico servizio deve intendersi un’attività disciplinata nelle stesse forme della pubblica funzione, ma caratterizzata dalla mancanza dei poteri tipici di questa ultima, e con esclusione dello svolgimento di semplici mansioni di ordine e della prestazione di opera meramente materiale.

[14] Art. 319 bis - Circostanze aggravanti - La pena è aumentata se il fatto di cui all'articolo 319 ha per oggetto il conferimento di pubblici impieghi o stipendi o pensioni o la stipulazione di contratti nei quali sia interessata l'amministrazione alla quale il pubblico ufficiale appartiene

[15] Art. 359 - Persone esercenti un servizio di pubblica necessità - Agli effetti della legge penale, sono persone che esercitano un servizio di pubblica necessità: 1) i privati che esercitano professioni forensi o sanitarie, o altre professioni il cui esercizio sia per legge vietato senza una speciale abilitazione dello Stato, quando dell'opera di essi il pubblico sia per legge obbligato a valersi; 2) i privati che, non esercitando una pubblica funzione, ne prestando un pubblico servizio, adempiono un servizio dichiarato di pubblica necessità mediante un atto della pubblica Amministrazione.

[16] Art. 321 - Pene per il corruttore - Le pene stabilite nel primo comma dell'articolo 318, nell'articolo 319, nell'articolo 319 bis, nell'articolo 319 ter e nell'articolo 320 in relazione alle suddette ipotesi degli articoli 318 e 319, si applicano anche a chi dà o promette al pubblico ufficiale o all'incaricato di un pubblico servizio il denaro od altra utilità.

[17] Per il 322 bis e ter  vedi infra pag. 11 note a piè di pagina.

[18] Art. 323 bis - Circostanza attenuante - Se i fatti previsti dagli articoli 314, 316, 316 bis, 317, 318, 319, 320, 322 e 323 sono di particolare tenuità, le pene sono diminuite.

[19] Cfr. della Porta -Vannucci, Corrupt Exchanges, New York 1992, pp. 35-39.

[20] Della Porta -Vannucci, Corruzione politica e amministrazione pubblica, p. 342.

[21] S. Seminara, Gli interessi tutelati nei reati di Corruzione, «Riv. it. dir. proc. pen.», 1993, p. 979.

[22] “Corruzione sistemica” è stata detta «una situazione in cui l’illecito è divenuto norma e... la corruzione è divenuta così regolarizzata e istituzionalizzata che l'organizzazione premia coloro che agiscono illecitamente e di fatto penalizza coloro che accettano le vecchie norme». D. della Porta -A. Vannucci, Corruzione politica e amministrazione pubblica, Bologna 1994, p. 463.

[23] La cosiddetta “concussione ambientale” è stata definita dalla dottrina come “quella situazione in cui il pubblico funzionario, approfittando del particolare stato di soggezione in cui si trova il privato cui però egli non ha dato causa, riceve o si fa promettere denaro o altra utilità non dovuti” si veda, con vari riferimenti, C. Benussi, I delitti contro la pubblica amministrazione, I, Padova 2001, p. 372.

[24] A Vannucci, Fenomenologia della tangente: la razionalità degli scambi occulti, “Etica degli affari e delle professioni”, 1993, p. 32.

[25]  Tra le proposte in tal senso si ricorda (oltre al disegno di legge n. 1871 presentato nel 1992), lo «Schema di delega legislativa per l'emanazione di un nuovo codice penale» (il cosiddetto Progetto Pagliaro di riforma del Codice Penale, «Documenti Giustizia», 1992, p. 457), che, all’art. 138 n. 5, prevedeva come “concussione ambientale” “il fatto del pubblico agente che riceve o ritiene indebitamente, per sé o per un terzo, denaro, o altra utilità patrimoniale, sfruttando l’altrui convinzione, determinata da situazioni ambientali, reali o supposte, di non poter altrimenti contare su di un trattamento imparziale”.

[26] In questo senso, Benussi, I delitti contro la pubblica amministrazione, p. 375. Cfr. M. Romano, Commentario sistematico. I delitti contro la pubblica amministrazione. I delitti dei pubblici ufficiali, Milano 2002, sub Art. 317, 33 per il quale, diversamente opinando, l’impunità del privato «a fronte di una soggezione di incerta provenienza, non legata ad alcuna condotta del soggetto pubblico, rischierebbe di incoraggiare il perpetuarsi di scambi comunque deplorevoli e di ostacolare il necessario affermarsi di rapporti con la p.a. più civili e trasparenti».

[27] Il privato cittadino il quale aderisce alla minaccia del pubblico ufficiale di compiere un atto per lui pregiudizievole pagando un’utilità al fine di ottenere un trattamento di maggior favore, manifesta con ciò una disponibilità a sovvertire i legittimi processi della pubblica amministrazione. Tale condotta rappresenta una forma di cooperazione all’indebolimento dell’integrità amministrativa, inconciliabile con una completa esenzione da responsabilità.

[28] L’unificazione delle fattispecie di corruzione e concussione è stata prevista nella cosiddetta Proposta di Cemobbio, ossia nella Proposta di legge in materia di corruzione, avanzata da un gruppo di magistrati e docenti universitari e presentata ufficialmente il 14 settembre 1994 all’Università Statale di Milano.

[29] Secondo Montesquieu, “i giudici non sono... che la bocca che pronuncia le parole della legge, esseri inanimati che non possono temperarne né la forza né il rigore” (De l’Esprit des Lois, 1748, ed. 1894, libro XI, cap. VI, p. 134).

[30] Viene da ricordare il detto ciceroniano «Cuiusvis hominis est errare, nullius nisi insipientis in errore perseverare» (Cicerone, Filipp., XII, 5), ripreso da Spinoza nella prefazione al suo Tractatus Theologico-Politicus (trad it. di S. Rizzo-F. Fergnani, Tattato teologico-politico, Torino 1991, p. 398), non a caso accostato al detto di Terenzio (Terenzio, Heauton. 77), «Homo sum, humani nil a me alienum puto».

[31] Cfr. Vannucci. Vedi infra.

[32] Cfr. A. Vannucci, La corruzione nel sistema politico italiano a dieci anni da “mani pulite”, p. 19, che ricorda anche il giudizio di Piercamillo Davigo: “indubbiamente abbiamo ricevuto un forte appoggio dell’opinione pubblica. Abbiamo avuto un consenso diffuso alla nostra attività” (Davigo, La giubba del re, p.9).

[33] G. Forti - Il diritto penale e il problema della corruzione, dieci anni dopo: da Il prezzo della tangente. La corruzione come sistema a dieci anni da “Mani Pulite” a cura di Gabrio Forti. Milano 2003.

[34] Cfr. gli artt. 317-322-ter del Codice Penale. Questo gruppo di articoli abbraccia, oltre a svariate forme di corruzione (propria e impropria, attiva e passiva, antecedente e susseguente, istigata e consumata, comune e giudiziaria), anche la concussione, (art. 317), fattispecie applicabile peraltro a comportamenti sostanzialmente assimilabili alla corruzione in senso criminologico, dal momento che in essi è comunque presente, da parte del soggetto pubblico, la strumentalizzazione del ruolo pubblico per finalità di vantaggio personale, caratteristica anche delle corruzioni in senso stretto e, da parte del soggetto privato (che nella fattispecie di concussione assume la posizione di “vittima” di un’estorsione qualificata), una dazione o promessa di denaro o altra utilità che influenza o può influenzare l’esercizio imparziale delle funzioni pubbliche. Cfr. G. Forti, La corruzione del pubblico amministratore. Linee di un indagine interdisciplinare, Milano 1992, p. 63.

[35] G. Marinucci -E. Dolcini, Diritto penale. Parte generale, Milano 2002, p. 172.

[36] D. Garland, Punishment and Modern Society (1990), trad. it. di A Ceretti, Pena e società moderna, Milano 1999, p. 317.

[37] Sulla “condanna dei condannati” come classica “tecnica di neutralizzazione” messa in atto dagli autori di reati, si veda G. Forti, L’immane concretezza, p.504.

[38] D. Nelken, Tangentopoli, in M. Barbagli-U. Gatti (a cura di), La criminalità in Italia, Bologna 2002, p. 62.

[39] Nelken, Tangentopoli, p. 63.

[40] Ibi. P. 64.

[41] Cfr. A Pagliaro, Principi di diritto penale, parte speciale, Delitti dei pubblici ufficiali contro la Pubblica Amministrazione, Milano 20009, pp. 155-160. Si veda anche Forti, L’insostenibile pesantezza della “tangente ambientale”, p. 509.

[42] Si veda Romano, Commentario sistematico. I delitti contro la pubblica amministrazione. I delitti dei pubblici ufficiali, sub Pre-Art. 318, 58 ss. Si veda anche Forti, L’insostenibile pesantezza della “tangente ambientale”, pp. 487 ss.

[43] Cfr. P. Davigo, I limiti del controllo penale e la crescita del ricorso alla repressione penale, in M. D’Alberti -R Finocchi (a cura di), Corruzione e sistema istituzionale, Bologna 1994, p. 47, che ricorda come la remunerazione al p.u. (a volte con cadenza periodica e forfettaria) non avvenga in relazione a un atto dell’ufficio o contrario al dovere d’ufficio, ma «affinché si renda disponibile al compimento o all’omissione di qualsiasi atto utile al corruttore, che dovesse rendersi necessario o anche solo opportuno nell’interesse dell’erogante»; anche se l’atto oggetto del mercimonio non viene individuato, la disponibilità del p.u., con il suo inserimento nel “libro paga”, determina una potenziale disparità di trattamento a favore del corruttore, tale da far desistere i controinteressati dal partecipare a una gara d’appalto.

[44] Cfr., per tutti, Benussi, I delitti contro la pubblica amministrazione, pp. 437-438.

[45] Romano, Commentario sistematico. I delitti contro la pubblica amministrazione. Delitti dei pubblici ufficiali, subArt. 318, 29.

[46] Così per esempio la Proposta di Cernobbio già citata. Cfr. anche F. Stella, La filosofia  della proposta anticorruzione, «Riv. trim. dir. peno econ.», 1994, pp. 925 ss.; D. Pulitanò, Alcune risposte alle critiche verso la proposta, ibi, pp. 948 ss.

[47]Pagliaro, Principi, p. 173, nota 70.

[48] A. Alvazzi Del Frate, L’Italia: confronto con gli altri paesi, in M. Barbagli-U. Gatti (a cura di), La criminalità in Italia, Bologna 2002, pp. 290-293.

[49] Per un recente e stimolante sviluppo del concetto di dannosità sociale in ambito penalistico, si veda Palazzo, Introduzione, pp. 126-142. Cfr. anche Id., I confini della tutela Penale: selezione dei beni e criteri di criminalizzazione, «Riv. it. dir. proc. pen.», 1992, pp. 453 ss. e spec. pp. 478-480.

[50] Vannucci, Fenomenologia della tangente, p. 31.

[51] Su vari “circoli viziosi” caratteristici della dinamica della corruzione in particolare tra corruzione in sé, malamministrazione, clientelismo e criminalità organizzata - si veda della Porta-Vannucci, Corruzione politica e amministrazione pubblica, pp. 461 ss.

[52] Cfr. Benussi, I delitti contro la pubblica amministrazione, pp. 348-350, 414-415. Si veda anche Pagliaro, Principi di diritto penale, parte speciale, pp. 105-106, 150.

[53] Benussi, I delitti contro la pubblica amministrazione, pp. 429-430, 462-465.

[54] Art. 322-bis - Peculato, concussione, corruzione e istigazione alla corruzione di membri degli organi delle Comunità europee e di funzionari delle Comunità europee e di Stati esteri. Le disposizioni degli articoli 314, 316, da 317 a 320 e 322, terzo e quarto comma, si applicano anche: 1) ai membri della Commissione delle Comunità europee, del Parlamento europeo, della Corte di Giustizia e della Corte dei Conti delle Comunità europee; 2) ai funzionari e agli agenti assunti per contratto a norma dello statuto dei funzionari delle Comunità europee o del regime applicabile agli agenti delle Comunità europee; 3) alle persone comandate dagli Stati membri o da qualsiasi ente pubblico o privato presso le Comunità europee, che esercitino funzioni corrispondenti a quelle dei funzionari o agenti delle Comunità europee; 4) ai membri e agli addetti a enti costituiti sulla base dei Trattati che istituiscono le Comunità europee; 5) a coloro che, nell’ambito di altri Stati membri dell’Unione europea, svolgono funzioni e attività corrispondenti a quelle dei pubblici ufficiali e degli incaricati di un pubblico servizio. Le disposizioni degli articoli 321 e 322, primo e secondo comma, si applicano anche se il denaro o altra utilità è dato, offerto o promesso: 1) alle persone indicate nel primo comma del presente articolo; 2) a persone che esercitano funzioni o attività corrispondenti a quelle dei pubblici ufficiali e degli incaricati di un pubblico servizio nell’ambito di altri Stati esteri o organizzazioni pubbliche internazionali, qualora il fatto sia commesso per procurare a sé o ad altri un indebito vantaggio in operazioni economiche internazionali. Le persone indicate nel primo comma sono assimilate ai pubblici ufficiali, qualora esercitino funzioni corrispondenti, e agli incaricati di un pubblico servizio negli altri casi.

[55] Art. 322-ter Confisca. Nel caso di condanna, o di applicazione della pena su richiesta delle parti a norma dell’articolo 444 del codice di procedura penale, per uno dei delitti previsti dagli articoli da 314 a 320, anche se commessa dai soggetti indicati nell'articolo 322-bis, primo comma, è sempre ordinata la confisca dei beni che ne costituiscono il profitto o il prezzo, salvo che appartengano a persona estranea al reato, ovvero, quando essa non è possibile, la confisca di beni, di cui il reo ha la disponibilità, per un valore corrispondente a tale prezzo. Nel caso di condanna, o di applicazione della pena a norma dell’articolo 444 del codice di procedura penale, per il delitto previsto dall’articolo 321, anche se commesso ai sensi dell’articolo 322-bis, secondo comma, è sempre ordinata la confisca dei beni che ne costituiscono il profitto salvo che appartengano a persona estranea al reato, ovvero, quando essa non è possibile, la confisca di beni, di cui il reo ha la disponibilità, per un valore corrispondente a quello di detto profitto e, comunque, non inferiore a quello del denaro o delle altre utilità date o promesse al pubblico ufficiale o all’incaricato di pubblico servizio o agli altri soggetti indicati nell’articolo 322-bis, secondo comma. Nei casi di cui ai commi primo e secondo, il giudice, con la sentenza di condanna, determina le somme di denaro o individua i beni assoggettati a confisca in quanto costituenti il profitto o il prezzo del reato ovvero in quanto di valore corrispondente al profitto o al prezzo del reato.

[56] D.Igs. 8 giugno 2001, n. 231, «Disciplina della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni anche prive di personalità giuridica, a norma dell’articolo 1° della legge 29 settembre 2000, n. 300.

[57] Art. 25 Concussione e corruzione. 1. In relazione alla commissione dei delitti di cui agli articoli 318, 321 e 322, commi 1 e 3, del codice penale, si applica la sanzione pecuniaria fino a duecento quote. 2. In relazione alla commissione dei delitti di cui agli articoli 319, 319-ter, comma l, 321, 322, commi 2 e 4, del codice penale, si applica all’ente la sanzione pecuniaria da duecento a seicento quote. 3. In relazione alla commissione dei delitti di cui agli articoli 317,319, aggravato ai sensi dell'articolo 319-bis quando dal fatto l’ente ha conseguito un profitto di rilevante entità, 319-ter, comma 2, e 321 del codice penale, si applica all’ente la sanzione pecuniaria da trecento a ottocento quote. 4. Le sanzioni pecuniarie previste per i delitti di cui ai commi da 1 a 3 si applicano all’ente anche quando tali delitti sono stati commessi dalle persone indicate negli articoli 320 e 322-bis. 5. Nei casi di condanna per uno dei delitti indicati nei commi 2 e 3, si applicano le sanzioni interdittive previste dall'articolo 9, comma 2, per una durata non inferiore ad un anno.

[58] Da una ricerca condotta sulle proposte di legge attualmente pendenti al Parlamento (XIV legislatura), risultano 17 i progetti di legge nel cui titolo, compare “corruzione” e 35 quelli in cui tale termine è presente nel testo della scheda.

[59] Ricordiamo in particolare, oltre alla legge 7 agosto 1990, n. 241, riguardante il procedimento amministrativo, la legge 8 giugno 1990, n. 142, il d.lgs. 3 febbraio 1993, n. 29, il d.P.R. 25 gennaio 1994, n. 144, il d.P.R 9 maggio 1994, n. 487, il d. p.c.m. 16 settembre 1994, n. 716, la legge 23 dicembre 1994, ci n. 724, il d.lgs. 31 marzo 1998, n. 80, il d.lgs. 30 marzo 2001, n. 165.

[60] Cfr. già la legge 15 marzo 1997, n. 59, recante «Delega al Governo per il conferimento di funzioni e compiti alle regioni ed enti locali, per la riforma della Pubblica Amministrazione e per la semplificazione amministrativa», il dlgs. 31 marzo 1998 n. 112 e, da ultima, la legge costituzionale 18 ottobre 2001 n. 3.

[61] La materia dei controlli amministrativi ha necessariamente risentito delle riforme volte alla cosiddetta devolution, favorendo una tendenza a privilegiare i controlli interni, e invece a produrre una progressiva diminuzione, per numero e per importanza, dei controlli esterni. Al riguardo si può ricordare quanto affermato, nel Discorso di inaugurazione dell’anno giudiziario 2002, dal Procuratore Generale presso la Corte dei Conti Vincenzo Apicella, secondo cui “una soluzione che attribuisca alle Regioni, anzi, in definitiva ad ogni singola Regione, il potere di legiferare in modo esclusivo e autonomo in materia di controlli, porterebbe inevitabilmente ad una proliferazione di modelli e di procedure che creerebbero inammissibili difformità in tema di gestione delle pubbliche risorse, difficoltà nell’applicazione del diritto comunitario, disparità di trattamento tra cittadini delle diverse parti d’Italia, minerebbe alla base l’attuazione del principio di solidarietà, e determinerebbe, persino, qualche impaccio alla circolazione sull’intero territorio nazionale all’attività imprenditoriale privata”; “a questo punto”, “resta da dare risposta alla domanda a quale più generale materia appartenga il sistema dei controlli sulle Regioni e se questo rientri nella potestà esclusiva dello Stato o in quella concorrente dello Stato o delle Regioni, oppure in quella generale, attribuita dall’art. 117 Cost., novellato, alle sole Regioni”.

[62] Cfr. in materia la legge Il febbraio 1994, n. 109 (legge Merloni), recante «La nuova legge quadro in materia di lavori pubblici», e successive modifiche; il d.lgs. 17 marzo 1995, n. 157, intitolato «Attuazione della direttiva 92/50/CEE in materia di appalti pubblici di servizi», e successive modifiche; il d.lgs. 24 luglio 1992, n. 358, recante «Testo unico delle disposizioni in materia di appalti pubblici di forniture, in attuazione delle direttive 77/62/CEE, 80/767/CEE e 88/295/CEE», e successive modifiche. In particolare la cosiddetta legge Merloni ha ridotto le possibilità di ricorrere alle procedure di aggiudicazione maggiormente arbitrarie e discriminatorie; ha previsto l’affidamento dell’attività progettuale e dell’attività di supervisione dei lavori in capo agli uffici tecnici (interni) delle amministrazioni, con lo scopo di ridurre il ricorso a modifiche ed integrazioni dei progetti originali; ha previsto un numero minimo e massimo di partecipanti alla gara d’appalto (che deve essere portata a conoscenza degli interessati attraverso adeguate forme di pubblicità), al fine di evitare decisioni arbitrarie degli amministratori pubblici; ha stabilito poi un obbligo di programmazione triennale dei contratti pubblici e un obbligo di necessaria copertura finanziaria totale del progetto; ha stabilito, inoltre, che debbano essere fissati tempi di esecuzione e costi. La legge esclude poi la possibilità di revisione dei prezzi e prevede un aumento delle penalità stabilite per i ritardi nell’adempimento degli obblighi contrattuali. Essa, infine, sembra aver ridotto le opportunità di corruzione attraverso l’introduzione di nuovi vincoli formali. Nonostante ciò, come denunciato tempo fa proprio dall’Autorità di vigilanza sui lavori pubblici nel suo rapporto annuale al Parlamento (Autorità di Vigilanza sui Lavori Pubblici, Relazione Annuale al Parlamento: 1999, Roma 2000, p. 55) la realtà è ancora abbastanza lontana rispetto a quanto normativamente prescritto. A questo va aggiunto, infine, che alcune recentissime modifiche della legge Merloni attuate soprattutto con legge l0 agosto 2002, n. 166, sembrano in parte limitare i miglioramenti apportati dal testo originario della legge.

[63] Di particolare rilievo in materia, la legge 27 marzo 2001, n. 97, sul rapporto tra procedimento penale e procedimento disciplinare e sugli effetti del giudicato penale nei confronti dei dipendenti delle amministrazioni pubbliche, che ha modificato l’art. 653 del Codice di Procedura Penale e ha introdotto, nell'art. 445, comma l, una clausola di riserva rispetto alla previsione generale secondo cui la sentenza di patteggiamento «non ha efficacia nei giudizi civili o amministrativi».

[64] Con riguardo alle iniziative di cosiddetta devolution, si è affermato per esempio che «il trasferimento di numerose funzioni e di ingenti risorse dal centro alla periferia, a partire dagli anni settanta, è stato accompagnato dall’aumento dei reati contro la pubblica amministrazione commessi in sede locale. Vari fattori possono spiegare il fenomeno. In generale, gli enti locali appaiono come luoghi privilegiati di possibili decisioni corrotte, per via dell’alto numero di amministratori politici e di provvedimenti individualizzati che in essi sono adottati e della minore esperienza delle burocrazie. Inoltre, nel caso italiano la moltiplicazione e il rafforzamento dei centri di potere locale non ha dato luogo ad una corrispondente crescita di responsabilità della classe politica locale, [...] essendo [tra l’altro] inadeguato l’ammontare delle indennità previste per gli incarichi degli amministratori. Alcuni di questi ultimi hanno, così, trovato conveniente tessere una serie di rapporti di scambio, da un lato con gli organi centrali erogatori di risorse, dall’altro con le imprese e con gli interessi privati. [...] [A questo] vanno aggiunte l’inadeguatezza e la politicizzazione dei controlli previsti per gli enti locali, che hanno contribuito in taluni casi a espandere ulteriormente in direzione dei controllori, anziché a contrastare, le reti di transazioni occulte» (si veda Comitato di studio sulla prevenzione della corruzione, La lotta alla corruzione, pp. 21 ss.).

[65] Cfr. per esempio «Corriere della Sera», 14 febbraio 2003, pp. 16 e 18, che riferisce delle indagini sulle corruzioni (e comparaggi) di medici (tangenti per la prescrizione di farmaci o per l’acquisto di protesi cardiache brasiliane) e di funzionari e impiegati dell’Anas (durante l’ultima alluvione in Lombardia, sarebbe stato simulato anche uno smottamento, per intascare mazzette.. ).

[66] Si è stimato che siano più di 50.000 le imprese, di varie dimensioni, operanti sul mercato pubblico degli appalti. Si rileva del resto la marcata «atomizzazione.. del mercato italiano degli appalti pubblici, con correlativa proliferazione dei centri decisionali e conseguente aumento proporzionale delle occasioni di corruzione; ciò comporta che l’elevato numero di appalti “piccoli”, ossia di poco valore, sia nettamente superiore ai grandi appalti: dei 215.784 appalti banditi tra il 1995 e il 1999, l’84,3% ha riguardato contratti di valore inferiore al miliardo di lire (cfr. della Porta -Vannucci, Corruption and Public Contracts: Some Lessons from the ltalian Case, p. 2 del dattiloscritto, che sul punto richiama l’Autorità di Vigilanza sui Lavori Pubblici, Relazione Annuale al Parlamento: 1999, pp. 36 ss.).

[67] G. Forti - Il diritto penale e il problema della corruzione, dieci anni dopo: da Il prezzo della tangente. La corruzione come sistema a dieci anni da “Mani Pulite” a cura di Gabrio Forti. Milano 2003.

[68] Da Wikipedia, l’enciclopedia libera (www.wikipedia.it) .

[69] Da Wikipedia, l’enciclopedia libera (www.wikipedia.it) .

[70] Per un’ampia ricostruzione delle inchieste giudiziarie di mani pulite cfr. G. Barbacetto/P. Gomez/M. Travaglio, Mani pulite. La vera storia, Roma 2002.

[71] Forti G., Il diritto penale e il problema della corruzione, dieci anni dopo: da Il prezzo della tangente. La corruzione come sistema a dieci anni da “Mani Pulite” . Cit.

[72] «Sia Citaristi che Balzamo [segretari amministrativi nazionali di Dc e Psi] intorno ai primi anni della seconda metà degli anni '80 mi dissero che era necessario concordare in maniera sistematica e continuativa un contributo che la Lodigiani (come del resto le altre imprese) avrebbe dovuto versare nelle casse della Dc e Psi, indipendentemente dai singoli appalti o commesse che di volta in volta l’impresa avrebbe potuto aggiudicarsi [...]. In cambio di tale disponibilità essi garantivano, a nome dei loro partiti, gli opportuni interventi nei confronti di coloro che gestivano le commesse che la Lodigiani riceveva onde evitare ostruzionismi di sorta».

[73] «Attraverso il predetto sistema la Lodigiani spa di regola è riuscita ad evitare ostruzionismi da parte delle autorità locali nella gestione degli appalti. Naturalmente non sempre con ciò siamo riusciti ad evitare richieste di denaro da parte di amministratori locali. [...] In pratica il sistema non ha tenuto in quei posti ove è venuta a mancare una leadership forte tale da garantire stabilità nei rapporti tra imprese e partiti» Cfr. AA. VV., Tangentopoli, pp. 39-44.

[74] Il teorico della democrazia, Alexis de Tocqueville, osserva che il potere giudiziario “è particolarmente adatto alle esigenze della libertà, in tempi in cui l'occhio e la mano del sovrano si insinuano continuamente in tutte le più piccole azioni umane e in cui i privati, troppo deboli per proteggersi da soli, sono troppo separati gli uni dagli altri per potere contare sull'aiuto dei propri simili. La forza dei tribunali è stata, in ogni tempo, la maggior garanzia che si possa offrire all'indipendenza individuale; ma ciò è vero soprattutto nei secoli democratici”. (cfr. A de Tocqueville, La democrazia in America [1835], UTET, Torino 1991, p. 819).

[75] Sul rapporto tra magistratura e classe politica, in relazione al problema della corruzione, cfr. D. della Porta/A Vannucci, Magistrati e corruzione politica: la felice anomalia del caso italiano, in I. Diamanti/M. Lazar (a cura di), Stanchi di miracoli. Il sistema politico italiano in cerca di normalità, Milano 1997, pp. 115-130.

[76] L’istituto dell’autorizzazione a procedere, del cui ripristino si sono fatti carico nelle ultime legislature numerosi progetti di legge, era diventato l’espediente istituzionalizzato per garantire una salvaguardia da sanzioni penali ai più influenti politici corrotti. Così Vincenzo D’Urso, assistente dell’ex segretario amministrativo del Psi Vincenzo Balzamo, ricevette da quest’ultimo l’ammonimento: “Non prendere mai una lira da nessuno, perché io ho l’immunità parlamentare e tu no” (cfr. "L'Espresso», 14 febbraio 1993, p. 53). Fino al 1987, solo il 19% delle richieste di autorizzazione a procedere della magistratura sono state accolte dal Parlamento. Per quel che riguarda i ministri, su oltre 400 richieste soltanto un ministro è stato posto in stato d’accusa dalla commissione inquirente (cfr. F. Cazzola, Della corruzione. Fisiologia e patologia di un sistema politico, Il Mulino, Bologna 1988, p. 113).

[77] «La notizia ha suscitato per tutto il giorno reazioni di grande dolore e d'indignazione. [...] Non c’è stato socialista milanese importante che non si sia subito mobilitato per Natali. Del sindaco Carlo Tognoli si racconta che è rimasto alzato tutta la notte per avere notizie dell'accaduto e per poter aiutare il leader di una delle istituzioni cittadine e il vecchio compagno di sempre» Cfr. Il Giorno, 24 marzo 1985.

[78] «avendo quest'ultimo espresso la necessità di parlare con l'imputato di problemi politici ed organizzativi del partito [...]. Si ignora se il permesso in questione fu oppure no utilizzato dall’onorevole Craxi, atteso che di lì a poco il Natali fu scarcerato» Cfr. Camera dei Deputati, Domanda d’autorizzazione a procedere, doc. IV, n. 202, 1993, pp. 12-13.

[79] Cfr. G.M. Bellu/S. Bonsanti, Il crollo, Roma-Bari 1993, p. 122.

[80] Cfr. N. Bobbio, La democrazia e il potere invisibile, «Rivista Italiana di Scienza Politica», 1980,2, pp. 181-203, specie p. 186.

[81] Secondo la nota espressione coniata nel 1976 da lndro Montanelli per invitare gli elettori a votare Dc, nonostante gli scandali che l’avevano investita.

[82] A. Vannucci, La corruzione nel sistema politico italiano a dieci anni da “mani pulite” da Il prezzo della tangente. La corruzione come sistema a dieci anni da “mani pulite”, Cit.

[83] Tangentopoli e il crollo dei partiti. www.storiaXXIsecolo.it

[84] Le valutazioni più attendibili sull'entità complessiva di Tangentopoli oscillano tra i 10 e i 15 mila miliardi all'anno. Cfr. P. Della Seta/E. Salzano, premessa degli autori al libro: "L'Italia a sacco: Come nei terribili anni 80 è nata e si è diffusa Tangentopoli", Ed. Riuniti, Roma 1993, www.osservatoriosullalegalita.org, articolo del 3 febbraio 2002.

 

[85] Piero Della Seta ed Edoardo Salzano, premessa degli autori al libro: L'Italia a sacco: Come nei terribili anni 80 è nata e si è diffusa Tangentopoli, Cit.

[86] Per un'analisi del crollo del sistema della corruzione come conseguenza di condizioni di “dilemma del prigioniero” cfr. A Vannucci, La razionalità occulta della corruzione politica, in A.A. Martino/F. Ruggeri (a cura di), Scelta razionale e azione politica, Milano 1995, pp. 113-132. Sulle possibilità di riforma dei profili penalistici dei reati di corruzione e concussione, con particolare riferimento alla possibile introduzione di meccanismi premiali e all’unificazione e semplificazione delle fattispecie, cfr. P. Davigo, I limiti del controllo penale e la nascita del ricorso alla repressione penale, in M. D’Alberti/R Finocchi (a cura di), Corruzione e sistema istituzionale, Il Mulino, Bologna 1994, pp. 41-54; G. Forti, L’insostenibile pesantezza della “tangente ambientale”: in Attualità di disciplina e disagi applicativi nel rapporto corruzione-concussione. Cit.

[87] Cfr. Camera dei Deputati, Domanda d'autorizzazione a procedere, doc. VI, XI legislatura, n. 81, 31 luglio 1992, p. 3.

[88] Come osserva Pizzorno, il problema dei rapporti conflittuali tra politica e magistratura «covava sotto le ceneri sin dagli anni Settanta», da quando cioè i magistrati cominciarono (con alterne fortune) a mettere sotto inchiesta politici ritenuti corrotti: sin da allora, prima che l’opinione pubblica se ne accorgesse, la classe politica cominciò a vedere la magistratura, o certi settori di essa, come possibile attore politico, potenziale alleato in certi casi, pericoloso nemico in altri» (cfr. A Pizzorno, Il potere dei giudici. Stato democratico e controllo della virtù, Laterza, Roma-Bari 1998, p. 3).

[89] lbi, p. 96.

[90] P. Davigo, La giubba del re. Intervista sulla corruzione, Laterza, Roma-Bari 1998, p. 96.

[91] Cfr. Pizzorno, il potere dei giudici, p. 98.

[92] lbi, p. 114.

[93] Cfr. Barbacetto/ Gomez/ Travaglio, Mani pulite, p. 678.

[94] A. Vannucci, La corruzione nel sistema politico italiano a dieci anni da “mani pulite”. Tratto da “Il prezzo della tangente – La corruzione come sistema a dieci anni da “mani pulite”. Cit.

[95] Tangentopoli e il crollo dei partiti. www.storiaXXIsecolo.it

[96] Secondo un esattore milanese di tangenti, l’esponente Dc Maurizio Prada: “Il discorso dell’aggancio delle somme che noi percepivamo a specifici contratti cominciava a diventare poco sostenibile per noi; [...] si era iniziato un discorso di sganciamento. Per intenderci, l’idea era quella che le imprese [...] ci avrebbero versato del denaro non come percentuale sui lavori effettivamente assunti, ma come versamento di carattere generale che, ovviamente, sottintendeva un atteggiamento di favore, o quantomeno di non disfavore, nei confronti dell’impresa che avrebbe versato il denaro”. Cfr. A Carlucci, Tangentomani, Baldini & Castaldi, Milano 1992, p. 10.

[97] Cfr. S. Belligni, Il volto simoniaco del potere. Scritti su democrazia e mercati di autorità, Il Mulino, Torino 1998.

[98] Cfr. Vannucci, Il mercato della corruzione, pp. 109-113.

[99] Come osserva l’imprenditore Vincenzo Lodigiani: “Nell’assegnazione degli appalti e delle forniture e poi nella gestione di tutto l’iter contrattuale possono capitare e di fatto capitano mille inconvenienti (…) ed allora vi è la necessità di evitare che i legali rappresentanti, o chi per essi all’interno degli enti pubblici appaltanti, rendano difficile, (…) la vita dell’impresa. La Lodigiani, invece di dover sottostare ogni volta (…), ha cercato di garantirsi trattando a livello centrale direttamente con le segreterie nazionali dei partiti”. Cfr. AA. VV., Tangentopoli, p. 42.

[100] Questa la testimonianza di un dirigente dell’impresa Icomec: «Si è sempre trattato di un discorso complessivo, per cui l’Icomec si impegnava a pagare e l’ente a tenere un comportamento favorevole nei confronti di tutte le varie esigenze che l’esecuzione del rapporto presentava. Non era pertanto necessario trattare di volta in volta se il lavoro veniva ampliato. La persona con cui avevamo trattato all’inizio era la stessa con cui aggiustavamo le cose in seguito». Cfr. Tribunale di Milano, Sentenza n. 3182/89, 22 dicembre 1989, p. 17.

[101] Afferma l’ex procuratore capo di Milano, Francesco Saverio Borrelli: «La mia sensazione è che [l'intreccio affari-politica] sia stato qualcosa che è cresciuto nel tempo, spontaneamente. E una volta constatato che in fondo era così faci- le sposare gli interessi di chi governava con quelli di chi intendeva lavorare a fare affari, e che era possibile ottenere questo accordo tacitando anche le opposizioni, il fenomeno è cresciuto spontaneamente da solo, di giorno in giorno, sempre più velocemente”. (cfr. AA. VV., Mani Pulite, Panorama., ottobre 1992, supplemento, pp. 48-49).

[102] «Quasi sempre chi riceveva dei soldi tendeva a raccontare ai complici di averne ricevuti meno del previsto. Accadeva quasi a ogni passaggio. E più erano i passaggi più si accentuava questa dispersione in mille rivoli». Cfr. Davigo, La giubba del re, p. 89.

[103] Mario Chiesa parla addirittura di un galateo della corruzione, inteso come insieme di regole di condotta che rende improbabile ogni incomprensione e permette di condurre in porto gli scambi occulti col minimo rischio e senza imbarazzi. La descrizione della prima consegna di tangenti al suo protettore politico Tognoli sembra la rappresentazione di un copione già scritto: “Gli consegno la busta con dentro i quattrini. Con naturalezza, come offrire un caffè a un amico. Tognoli ringrazia, non pone nessuna domanda. Sa benissimo che nella busta ci sono i soldi, ma non chiede né da dove vengano, né da quale appalto siano saltati fuori, né quale sia stata la percentuale della tangente. C'è un galateo delle mazzette. Si prende e si ringrazia, senza dimostrare curiosità” (cfr. M. Andreoli, Andavamo in Piazza Duomo, Sperling & Kupfer, Milano 1993, pp. 61-26).

[104] «Mi sono trovato, afferma un funzionario dell’Atm condannato per corruzione, in un meccanismo che viveva di vita propria, ma coinvolgente, e non ho saputo sottrarmi ad esso». Cfr. Tribunale di Milano, Sentenza n. 1891/91, 15 maggio 1991, p. 94.

[105] L’ex vice sindaco di Reggio Calabria, Agatino Licandro, sostiene: “Di solito si crede che il tangentismo sia il passaggio dei quattrini da una tasca all’altra. Una cosa semplice, facile, una ruberia che sa di mano lesta, una volgarità. Invece, non è così. È complicatissimo spiegare come è fatto il mondo delle tangenti. E non è facile capire se non si ha la pazienza di addentrarsi in meccanismi differenziati, spesso sofisticati. Non un’orgia di arrembaggi, ma una realtà di regole, rapporti, convenzioni solide, un linguaggio dove sfumature e sottolineature assumono la solennità della firma di un contratto”. Cfr. A. Licandro/A. Varano, La città dolente. Confessioni di un sindaco corrotto. Einaudi, Torino 1993, p. 18.

[106] Un dipendente spiega così le ragioni del suo coinvolgimento: «Lei non può capire, perché fa parte di un mondo dove la scelta tra essere onesti e disonesti è una scelta individuale, dipende la lei. A me le 250mila lire le ha messe in mano il mio capo e dopo 15 giorni di lavoro avevo perfettamente capito che aria tirava in quegli uffici, non avrebbero tollerato la presenza di una persona onesta perché avrebbe costituito un pericolo per tutti». Cfr. Ferrara -Davigo, Obbedire ai potenti?, p. 138.

[107] Cfr. trascrizione del dibattimento trasmessa da Un giorno in pretura, RaiTre, 22 febbraio 1993.

[108] Cfr. «L’Espresso», 21 giugno 1992, p. 27.

[109] Cfr. AA.VV., Mani Pulite, p. 25.

[110] Come osservano i giudici milanesi: “Tali somme [le tangenti] solo in parte - e non sempre - venivano trattenute da coloro che le avevano richieste o comunque ricevute, più spesso venivano a loro volta versate ad esponenti politici i quali, ricoprissero o meno cariche pubbliche, avevano o avrebbero successivamente svolto una funzione di garanzia (direttamente ovvero attraverso la loro influenza su chi le cariche pubbliche ricopriva) in ordine alla vincita della gara, alla favorevole gestione del contratto”. Cfr. Camera dei Deputati, Domanda d’autorizzazione a procedere, doc. IV; n. 266, 13 aprile 1993, p. 2.

[111] A titolo di esempio, nell’appalto per la costruzione dell’ospedale di Lecco emerse una contestazione nella ripartizione prevista per la tangente pagata dall'impresa Cogefar. Racconta l’esponente Dc Gianstefano Frigerio: «Papi [amministratore della Cogefar] aveva versato una prima rata ai politici locali di Lecco, la seconda l’aveva data a me, e per la terza si vedeva buio. [...] Non riuscimmo a raggiungere un'intesa». Si rese allora necessario l’intervento della segreteria nazionale del partito: «Papi - prosegue Frigerio - mi confidò che era stata organizzata una riunione a Roma, in piazza del Gesù. Vi avevano partecipato, oltre allo stesso Papi, il senatore Cesare Golfari e Citaristi [segretario amministrativo nazionale], che ne era stato il promotore» (…) «Venne deciso che la terza mazzetta [...] sarebbe finita nelle casse della Dc di Lecco. Papi mi disse che doveva agire come da disposizioni di Citaristi». Cfr. "Panorama», 18 ottobre 1992, p. 54. Anche le tangenti pagate per sette anni dall’imprenditore Filippo Salomone in appalti siciliani sarebbero andate ad esponenti nazionali della Dc e del Psi, il cui ruolo era «scongiurare eventuali contrasti che potevano sorgere in sede locale per la spartizione». Prosegue l’imprenditore: «Avevo appreso da Nicolosi e da Mannino che vi era stato un accordo tra la Dc romana e quella siciliana, nel senso che le contribuzioni dovute andavano versate direttamente a Roma... aggiungo di aver appreso dall’on. Capria e dall’on. Buttitta che un accordo identico era stato stipulato all’interno del Psi tra Roma e la Sicilia».[111] Cfr. «La Repubblica», 7 agosto 1993, p. 5.

[112] A. Vannucci - La corruzione nel sistema politico italiano a dieci anni da “mani pulite”. Cit.

[113] Il racconto dei fatti è in parte ripreso dalla “Storia di Tangentopoli con nomi e cognomi” scritta da Marco Travaglio per «Micromega» e integrato con altre fonti; gran parte delle fasi più intricate tra il 1992 e il 1997 sono state tratte da vari giornali dell’epoca.

[114] "Milano - L'ingegner Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio, una casa di riposo per anziani, è stato arrestato questa sera dai carabinieri con l'accusa di concussione. Le indagini, condotte per un intero anno dalla procura della repubblica di Milano, sono state coordinate dal dottor Antonio Di Pietro" (Comun. Ansa, 17 febbraio, ore 22,16)

"Milano - L'arresto di Mario Chiesa è avvenuto in flagranza di reato, subito dopo aver intascato una busta con sette milioni, una rata di quella che doveva essere la tangente per concedere l'appalto a una impresa di pulizie. L'accordo prevedeva il pagamento del 10 per cento su un affare di 140 milioni. (Ib. ore 14.08)

"Milano - L'ufficio stampa del Psi ha comunicato che il Presidente del Trivulzio, Mario Chiesa, è stato espulso dal partito" (Ib. ore 18.27).

[115] Tangentopoli: storia di Mani Pulite (1992 - 1997) di Gherardo Colombo. www.corriere.it

[116] "Il Primo ministro inquisito -  Venezia - Il ministro dei trasporti Carlo Bernini ha reso noto di aver ricevuto, "con totale sorpresa", un avviso di garanzia in relazione agli appalti per la realizzazione della terza corsia sull'autostrada Venezia-Padova" (Comun. Ansa, 5 marzo, ore 19.50).

[117] “Mani pulite invece è un termine forgiato appositamente per le indagini sulla corruzione nate nel febbraio 1992. In questo caso, credo sia stato tratto lo spunto dal codice utilizzato dai carabinieri. La sigla iniziale, infatti, era «MP» perché i carabinieri comunicavano tra loro utilizzando per riconoscersi i termini «Mike» e «Papa»: «MP», appunto, da cui Mani pulite”. Tangentopoli: storia di Mani Pulite (1992 - 1997) di Gherardo Colombo. www.corriere.it.

[118] È la prima goccia che inizia a scavare nella pietra degli scandali. Poi la goccia diventa un alluvione, un tornado. Seguono 25 mesi di bufere giudiziarie coinvolgendo personaggi considerati da sempre intoccabili. Vengono alla luce la corruzione e gli illeciti finanziari delle imprese per il finanziamento ai partiti i cui beneficiari, sembra, che proprio tutti (in base alle loro dichiarazioni di innocenza “perchè lo facevano tutti”) lavorassero per il bene del Paese, per il mantenimento di quella politica che promuove il pluralismo e la libera espressione (ma non certo quella dei piccoli e miseri partiti dell'opposizione, senza mezzi e potere). La Politica, la Finanza, l’Imprenditoria ne vengono sconvolte. Nei prossimi 25 mesi ci saranno: 4525 personaggi che hanno provato il carcere, 25.400 avvisi di garanzia, 10 suicidi eccellenti, 1069 parlamentari e uomini politici coinvolti. www.manipulite.it.

[119] 12/03/1992.

[120] 18/03/1992.

[121] Le elezioni anticipate arriveranno dopo due anni, nel 1994.

[122] Una situazione grottesca accade quando un politico socialista confessa immediatamente tutti i propri crimini a due carabinieri che arrivano a casa sua, per poi scoprire che erano venuti semplicemente per notificargli una multa.

[123] Il 28 arresto di Epifanio Li Calzi e Sergio Soave (Pds).

[124] "Milano - L'inchiesta sulle tangenti del Pio Albergo Trivulzio è stata chiamata "Mani pulite" dai carabinieri" (Comunicato Ansa, 23 aprile, ore 14.29).

[125] "Milano - Tocca agli ex  sindaci di Milano Tognoli e Pillitteri - Hanno dichiarato di aver ricevuto avvisi di garanzia - che ipotizzano il reato di ricettazione- dai giudici che indagano sullo scandalo delle tangenti. L'ipotesi è di aver ricevuto denaro da Mario Chiesa, ex presidente del Pio Albergo Trivulzio" ( Ib. 2 maggio, ore 18.32).

[126] Vengono arrestati: Massimo Ferlini (Pds) e i segretari cittadini e regionali della Dc, Maurizio Prada e Gianstefano Frigerio. In prigione anche Enzo Papi della Cogefar (Fiat) (06/05/1992). L’8 vengono arrestati due assessori della Regione Lombardia, uno socialista e l’altro democristiano, per concussione. 

[127] "Roma - Il senatore Severino Citaristi, segretario amministrativo della Dc, ha reso noto di avere ricevuto un'informazione di garanzia per avere avuto 700 milioni da un imprenditore come finanziamento al suo partito". (Ib. 12 maggio, ore 20.10).

[128] Il 25, Oscar Luigi Scalfaro diventa il nono presidente della Repubblica.

[129] Prada, Frigerio, Rezzonico, Calderoni, della Democrazia Cristiana e Fiacchini e Sportelli del Partito Socialista Italiano.

[130] G. Franciosi – www.cronologia.it

[131] Il 23 maggio 1992 il giudice del pool antimafia Giovanni Falcone fu ucciso insieme a sua moglie e a tre guardie del corpo in un impressionante attentato mafioso, mentre percorreva in auto l’autostrada dall’aeroporto di Palermo-Punta Raisi alla città, all’altezza di Capaci; un intero tratto di autostrada fu fatto saltare in aria al suo passaggio per ucciderlo. Pochi mesi dopo fu assassinato anche il collega di Falcone, Paolo Borsellino, con un’autobomba piazzata in via d’Amelio, che fu fatta scoppiare quando Borsellino stava suonando il campanello della casa di sua madre, proprio lì davanti. Si ipotizzò un possibile mandante politico per il doppio attentato, ma alla fine l’ipotesi venne accantonata come priva di fondamento. Tuttavia, in un’intervista rilasciata pochi giorni prima dell’assassinio di Falcone, Borsellino rivela che la Procura di Palermo in quel momento sta indagando sui rapporti tra Silvio Berlusconi, Marcello Dell’Utri e Vittorio Mangano. Da Wikipedia, l’enciclopedia libera (www.wikipedia.it) .

[132] 03/06/1992.

[133] 10/06/1992.

[134] Si rende irreperibile Giovanni Manzi, presidente socialista degli aeroporti milanesi; avvisi di garanzia per il ministro dei Lavori pubblici, il democristiano Giovanni Prandini, all’ex ministro dei Trasporti democristiano Giorgio Santuz, e al responsabile organizzativo della Dc Luigi Baruffì (14/06/1992).

[135] “Caro Di Pietro, è meglio che si riguardi. Le faranno la guerra con disonestà, che è la loro arma migliore... Già hanno detto che lei è manovrato di Tizio, Caio e Sempronio... che lei fa il gioco oscuro di oscuri golpisti... che lei è un esaltato e agisce non per spirito di giustizia, ma per farsi bello con le folle... Ora diranno che lei in  fondo non è uno stinco di santo e troveranno qualche calunniatore disposto a buttare lì qualche pettegolezzo velenoso... Se riescono a smontare lei, smontano anche l'inchiesta. La sua fortuna è di essere bravo e libero: cioè invidiato”. (Vittorio Feltri, «L’Indipendente», 15 giugno 1992) www.geocities.com.

[136] 21/06/1992.

[137] “I partiti, specie quelli che contano su apparati grandi, medi o piccoli, giornali, attività propagandistiche, promozionali e associative, e con essi molte e varie strutture politiche operative, hanno ricorso e ricorrono all’uso di risorse aggiuntive in forma irregolare od illegale. Se gran parte di questa materia deve essere considerata materia puramente criminale allora gran parte del sistema sarebbe un sistema criminale. Non credo che ci sia nessuno in quest’aula, responsabile politico di organizzazioni importanti che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo: presto o tardi i fatti si incaricherebbero di dichiararlo spergiuro. E del resto andando alla ricerca dei fatti, si è dimostrato e si dimostrerà che tante sorprese non sono in realtà mai state tali.”

[138] 06/07/1992.

[139] "Milano - Anche imprenditori e funzionari dentro "Mani pulite". - Dopo le ultime misure giudiziarie prese nell'ambito dell'inchiesta, le persone coinvolte sono 73, di cui 61 arrestate o agli arresti domiciliari: 43 politici (17 Psi, 15 Dc, 8 Pds, 2 Pri, 1 Psdi), di cui dieci parlamentari; tre funzionari; 27 imprenditori o dirigenti d'azienda". (Comunicato Ansa, 12 luglio, ore 17,12)

[140] "Venezia - Avviso a Gianni De Michelis - Un'informazione di garanzia, in cui si ipotizza il reato di corruzione per una serie di appalti nel Veneto, è stata inviata dalla procura di Venezia all'ex ministro degli esteri socialista Gianni De Michelis" ( Ib. 14 luglio, ore 17.21).

[141] Tornerà in libertà il 25 novembre successivo. Il 18 luglio, avvisi di garanzia dei giudici milanesi anche ai deputati Silvio Lega, vice segretario della Dc, e Bruno Tabacci, democristiano ed ex presidente della giunta regionale lombarda, per concussione, ricettazione e violazione della legge sul finanziamento ai partiti.

[142] Il giorno dopo duemila fra poliziotti e carabinieri vengono inviati in Sicilia e ottocento soldati sono utilizzati a Palermo in operazioni di sorveglianza. I più importanti boss siciliani in carcere vengono trasferiti nel penitenziario di Pianosa.

[143] Il giorno dopo viene arrestato un dirigente Fiat che avrebbe pagato tangenti per due miliardi e settecento milioni per ottenere appalti della metropolitana milanese. Il mese si chiude con l’arresto di Loris Zaffra, capogruppo del Psi al Comune di Milano, con l’accusa di avere incassato diverse mazzette (30/07/1992).

[144] Tangentopoli: storia di Mani Pulite (1992 - 1997) di Gherardo Colombo, cit.

[145] I carabinieri arrestano il sindaco socialista di Varese, accusato di corruzione. Il 12, informazioni di garanzia per il senatore democristiano Cesare Golfari e il deputato socialista Pierluigi Polverari (06/08/1992).

[146] Il segretario regionale democristiano e il vice presidente socialista della provincia di Treviso e a Salerno, l’ex senatore del Psi Nicola Trotta (24/08/1992).

[147] "Brescia - Suicida l'onorevole Moroni - L'ex segretario regionale del PSI lombardo, on. Sergio Moroni, 45 anni, coinvolto nella vicenda milanese delle tangenti con due informazioni di garanzia, è stato trovato morto nella cantina della sua bitazione. Si è ucciso sparandosi un colpo di fucile". (Comunicato Ansa. 2 settembre, ore 23.00).

[148] G. Franciosi cit.

[149] 04/09/1992.

[150] Tangentopoli: storia di Mani Pulite (1992 - 1997) di Gherardo Colombo, cit.

[151] Il 7, ventidue fra amministratori (tre ex sindaci, consiglieri provinciali e regionali), imprenditori, e politici (i parlamentari Nucara del Pri, Bruno Napoli e Bruno Manti della Dc) vengono arrestati per un’inchiesta su appalti e tangenti a Reggio Calabria.

[152] 12/09/1992.

[153] Il 23, sette arresti tra politici e manager pubblici per tangenti a Roma. Nel frattempo, la Lega nord trionfa nelle elezioni provinciali di Mantova raggiungendo il 34%. Crollano Dc e Psi (28/09/1992).

[154] 03/10/1992.

[155] Nel 1995 furono avviate molte indagini contro Di Pietro, il quale anni dopo fu assolto da tutte le accuse, mentre su Berlusconi vennero formulate altre accuse di corruzione. Si scoprì poi che il principale accusatore di Di Pietro, il magistrato bresciano Fabio Salamone, era il fratello di un uomo contro il quale lo stesso Di Pietro aveva sostenuto l'accusa, e che era stato condannato a 18 mesi di carcere per vari reati di corruzione. Ci volle comunque del tempo prima che le autorità se ne rendessero conto, e riassegnassero Salamone ad altri incarichi. Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

[156] R. Guma - Cronologia di Tangentopoli - www.osservatoriosullalegalita.org, articolo del 7 novembre 2001.

[157] "Roma - Il segretario amministrativo del Psi, Vincenzo Balzamo, non ha smentito le voci di un’informazione di garanzia per corruzione e violazione della legge sul finanziamento dei partiti". (Comunicato Ansa 15 ottobre, ore 20.01). Il 9, ad Ancona era già stato arrestato il re degli appalti Edoardo Longarini, editore di sedici Gazzette locali e presidente dell’Ancona calcio.

[158] 21/10/1992.

[159] "Roma - Balzamo colpito da "infarto cardiaco esteso". È stato ricoverato in clinica (Ib. 26 ottobre, ore 20.29).

"Roma - Balzamo è morto - Il segretario amministrativo del PSI è morto stamani alle ore 9 nell'ospedale di San Raffaele, dove era ricoverato dal 26 ottobre". (Ib. 2 novembre, ore 10.03). Due giorni dopo, a Roma, vengono arrestati il capo gruppo consiliare del Psdi e l’ex deputato socialista Nevol Querci per illeciti in acquisti immobiliari. Il giorno successivo inizia l’inchiesta sul “voto di scambio” a Napoli; la magistratura napoletana effettua un tentativo di sequestro negli uffici del ministro liberale De Lorenzo, dei deputati socialista Di Donato e democristiano Vito.

[160] (Roberto Gugliotta e Pietro Suber. L’Unità, 4 Nov 1992)."La notizia trapelata da Milano é emersa nel corso delle indagini della Direzione distrettuale antimafia di Firenze sul consorzio mafioso che aveva la sua base operativa nell'autoparco milanese. La mafia aveva dato ordine di eliminare il magistrato. La notizia  é stata tenuta segreta per oltre quindici giorni e tale sarebbe rimasta se non ci fosse stata una fuga di notizie. L'irruzione nell'autoparco del 17 ottobre portò alla luce oltre ad armi e stupefacenti, carte con materiale scottante di una delle aziende di tangentopoli sotto inchiesta, un libro paga su cui l'organizzazione registrava i pagamenti a coloro che erano disposti a collaborare; gente insospettabile, annidata nei settori più delicati dell'apparato statale. Documenti che hanno fatto sobbalzare i più smaliziati investigatori". (Giorgio Sgherri, L’Unità). Su quest’ordine di uccidere Di Pietro verrà poi fuori la “confessione-intervista” di un pentito, su Sette, n. 25, Supplemento del Corriere della Sera, 1998. (Intervista di Roberto Gugliotta e Pietro Suber, a Maurizio Avola, condannato per l’omicidio di Giuseppe Fava). “Nel ‘92 doveva morire Di Pietro. L'omicidio si doveva fare dalle parti di Bergamo, dove viveva Di Pietro. Per lui era pronta un'autobomba come per Falcone. Si decise il piano in un vertice all'hotel Excelsior di Roma. Per eseguire l'attentato avevano scelto proprio me. Quell'assassinio sarebbe servito a togliere dai guai alcuni amici politici e imprenditori che erano indagati dal magistrato...Alla fine non se ne fece nulla perchè disse lo zio Nitto, i socialisti non avevano rispettato certi accordi. Ricordo che durante una riunione successiva venne stabilito: "Cazzi loro, non facciamo nessun favore ai socialisti dopo che ci hanno traditi...”. “In quel vertice a Enna si era parlato anche di un partito nuovo, formato da persone non compromesse con la politica. In realtà il nostro obiettivo era spingere questa formazione a fare gli interessi di Cosa Nostra: soprattutto eliminare il 41 bis e screditare i pentiti. Solo un anno dopo, nel 1993, capimmo di chi si trattava. Me lo disse D'Agata in carcere: Dobbiamo votare Forza Italia perchè é il partito che ci difenderà. La bomba alla Standa di Catania fu un mezzo per costringere Marcello Dell'Utri a patteggiare con la famiglia. Non è un caso che gli attentati siano terminati dopo che Dell'Utri, a quanto si diceva nella famiglia, era sceso a parlare con Nitto Santapaola”. Intervento dei due intervistatori “Ma si rende conto che, con le rapine dell'anno scorso, la sua credibilità, quando fa certe affermazioni , é molto compromessa?”. “Io collaboro sempre, senza aver mai ritrattato nulla”.

[161] Tre giorni dopo, addirittura centotrentatré amministratori e presunti mafiosi vengono rinviati a giudizio in Calabria per l’inchiesta sulle collusioni tra ‘ndrangheta e politica.

[162] Tangentopoli: storia di Mani Pulite (1992 - 1997) di Gherardo Colombo, cit.

[163] Nonché la richiesta di cinque autorizzazioni a procedere nei confronti dei Dc Marco Ravaglioli e Gabriele Mori, del liberale Paolo Battistuzzi, del socialdemocratico Robinio Costi e del missino Teodoro Buontempo per il censimento dei beni comunali di Roma (10/12/1992).

[164] 14/12/1992.

[165] "Roma - La segreteria del Psi ha confermato l’invio di una informazione di garanzia all’onorevole Bettino Craxi". (Comunicato Ansa,. 15 dicembre, ore 14.01)

"I reati ipotizzati sarebbero concorso in corruzione, ricettazione e violazione della legge sul finanziamento dei partiti. A determinare la decisione della magistratura sarebbe stata la testimonianza dell'ex segretario del Psi Giacomo Mancini". ( Ib. 14.05).

I magistrati milanesi parlano di un giro di affari di 36 miliardi. Craxi definisce le accuse una “aggressione politica”. Nasce un problema: è possibile che il segretario di un partito, anche se non ha trattenuto un soldo delle tangenti versate sul suo partito, ignori che i suoi tesorieri violano una legge che li riguarda così da vicino a da loro votata in Parlamento?

“Fu alla fine del 1992, esattamente il 15 di dicembre, che la Procura di Milano emise un’informazione di garanzia nei confronti dell’onorevole Bettino Craxi. Gli episodi contestati riguardavano soprattutto la Metropolitana milanese. L’onorevole Craxi, mi pare nel luglio di quello stesso anno, aveva spiegato alla Camera come esistesse alla fin fine un rapporto tra il finanziamento dei partiti e le imprese: un finanziamento sostanzialmente nascosto che era, allora come ora, vietato dalla legge”.(...) Tangentopoli: storia di Mani Pulite (1992 - 1997) di Gherardo Colombo, cit.

[166] “Che i giudici mirassero non a moralizzare bensì a condizionare la politica è una menzogna. Onorevole Craxi, cosa vuole che importi a Di Pietro delle finalità politiche. I giudici lavorano tranquilli, in assoluta serenità: sanno che i cittadini sono dalla loro parte. Come dalla loro parte siamo stati noi, sempre” (Vittorio Feltri, L’Indipendente, 16 dicembre 1992) www.geocities.com.

[167] Il 29 viene arrestato il segretario della Federazione socialista di Parma Claudio Belletti per corruzione.

[168] G. Franciosi cit.

[169] 04/01/1993. Lo stesso giorno, il ministro dell’Intemo Mancino annuncia che la mafia progettava un attentato al leader della Rete Leoluca Orlando. Successivamente alle indiscrezioni pubblicate da alcuni giornali americani, il pentito Leonardo Messina indica Andreotti come politico vicino alle cosche (07/01/1993).

[170] 07/01/1993.

[171] Il giorno dopo, Mani pulite approda a Roma, scattano le manette per un appalto di pulizie all’Ente Eur.

[172] 13/01/1993.

[173] Il 18  vengono inquisiti il presidente Giuseppe Carbone e il procuratore generale della Corte dei conti Emidio Di Giambattista accusati di abuso d’uffìcio e falsi in atto pubblico.

[174] In merito a questo filone, il 26 gennaio, i magistrati ordinano la perquisizione di casa e ufficio dell’ex presidente della Montedison Giuseppe Garofano.

[175] L’appello cade nel vuoto, la commissione sarà votata il 19 gennaio 2000, giorno in cui proprio lo stesso Bettino Craxi morirà.

[176] 28/01/1993.

[177] “Milano, Sei informazioni di garanzia a parlamentari sono state emesse dai giudici milanesi di "Mani pulite": per Bettino Craxi, Gianni De Michelis, Paris dell'Unto (Psi), Bruno Tabacci (Dc), Giorgio Moschetti e Severino Citaristi (Dc)”. (Comun. Ansa 29 gennaio ore 17.09).

"Per Bettino Craxi è la terza informazione di garanzia dei giudici milanesi; De Michelis è inquisito anche per l'inchiesta veneziana sulle tangenti; per Citaristi è la settima informazione (sei dei giudici milanesi, una da quelli veneziani". ( Ib. ore 18.12).

"Roma - Il Psi ha protestato per la perquisizione degli uffici della sede centrale del Psi a Roma, ordinata dalla magistratura milanese". (Ib. ore 18.52).

[178] 31/01/1993.

[179] 30/01/1993.

[180] 03/02/1993 inoltre partono: l’ottavo avviso di garanzia per Severino Citaristi, il quarto per Bettino Craxi e il secondo per Paolo Pillitteri.

[181] " Roma - Claudio Martelli ministro della giustizia si è dimesso". (Comun. Ansa, 10 febbraio, ore 15.34)"

Roma - In un comunicato, il ministro afferma che, apprese dalla stampa notizie del suo coinvolgimento nella indagine sul "Conto Protezione", ha chiesto ai giudici di essere ascoltato. "Ne ho ricevuta risposta - ha detto- il preannuncio di un avviso di garanzia" (Ib. ore 15.41).

[182] "Roma - " Il mio mandato di segretario è oggi formalmente a disposizione". Queste parole sono contenute nelle pagine conclusive della relazione che il segretario del PSI Bettino Craxi sta per tenere all'assemblea nazionale (testo anticipato alla stampa) (Comun. Ansa, 11 febbraio, ore 18.00). Dopo 16 anni e 7 mesi di regno incontrastato, un applauso lungo e fragoroso accompagna il suo discorso, a lui succede nella fase più dura del partito, l’ex sindacalista della UIL Giorgio Benvenuto.

[183] "Roma - Giorgio Benvenuto è stato eletto segretario del PSI". (Ib. 12 febbraio, ore 17.51)

[184] 11/02/1993.

[185] Le dimissioni di De Lorenzo sono causate dagli arresti domiciliari di suo padre accusato di aver intascato una mazzetta di 1 miliardo e 700 milioni.

[186] Dal 1970 al 1980. l’Eni costituì fondi neri per rifornire i partiti: 40% a Dc e Psi, 10% a Psdi e Pri.

[187] Vengono arrestati nello stesso giorno, Francesco Mattioli, direttore finanziario della Fiat, e Antonio Mosconi, amministratore delegato della Toro Assicurazioni, con l’accusa di violazione della legge sul finanziamento ai partiti e corruzione aggravata.

[188] 02/03/1993.

[189] Il compagno G - Primo Greganti viene arrestato per la prima volta il primo marzo 1993. Ordine di custodia firmato dal gip Italo Ghitti su richiesta di Antonio Di Pietro. Il pool Mani pulite lo accusa di corruzione, per aver ricevuto in Svizzera 621 milioni dal gruppo Ferruzzi, fra il 1990 e il 1992, per appalti Enel. Denaro che rappresentava la prima delle due quote riservate al Pci-Pds delle tangenti concordate con il sistema dei partiti (l’1,6 per cento sul valore delle commesse). A parlarne ai magistrati milanesi è Lorenzo Panzavolta, amministratore della Calcestruzzi di Ravenna, cioè l’uomo che provvide materialmente ai versamenti estero su estero. Si accerterà successivamente che vi furono tre versamenti: uno sul conto “Gabbietta” intestato a Greganti presso la Banca di Lugano; uno sul conto presso la Banca del Gottardo di Zurigo, sempre nella disponibilità di Greganti; uno consegnato brevi manu nello stesso 1992 al “compagno G”. Greganti è da qualche anno un funzionario – prima ufficiale, poi ufficioso - dell’amministrazione di Botteghe Oscure. Racconta Panzavolta, plenipotenziario di Raul Gardini per il settore dell’edilizia, che per gli appalti di desolforazione delle centrali elettriche in tutta Italia (lavori per un totale oltre 3 mila miliardi), la sua impresa concordò con Dc, Psi e Pci-Pds una quota di 1 miliardo e 242 milioni per ciascun partito. Furono Valerio Bitetto, potentissimo consigliere di amministrazione socialista dell’Enel, e il tesoriere nazionale del Garofano Vincenzo Balzamo a comunicargli che bisognava pagare anche Botteghe Oscure. Poi si presentò da lui Greganti a battere cassa. Panzavolta, che pure sapeva chi fosse Greganti (“era conosciuto da tutti lì in giro, a Ravenna, come esponente del Partito comunista e aveva rapporti con la cooperativa Cmc”), chiese a Gardini di verificare che fosse proprio lui l’emissario del Pci-Pds per gli appalti Enel. Gardini verificò: “Mi disse che avrebbe fatto un controllo e mi confermò che Greganti era l’interlocutore giusto e che potevo andare avanti”. Greganti chiese e incassò quel miliardo e rotti per conto del Pci-Pds nella partita dell’Enel: in cambio di appalti alle cooperative rosse e del voto favorevole del consigliere Zorzoli alle delibere del Cda dell’ente energetico pubblico. Il fatto è che poi quei soldi li tenne per sé: in parte (circa 700 milioni) li usò per acquistare un appartamento in via Tirso a Roma, dove trasferì in blocco la sua numerosa famiglia, in parte (500 milioni, della seconda tangente Panzavolta, più interessi) li tenne parcheggiati in Svizzera sul conto estero numerato. Prendeva i soldi per il partito, ma quella volta – a differenza di altre – se li tenne. Da La vera storia del caso Greganti. Il Pci-Pds rubava come gli altri. Di Marco Travaglio Micromega , www.osservatoriosullalegalita.org, articolo del 17 giugno 2003.

[190] Tangentopoli: storia di Mani Pulite (1992 - 1997) di Gherardo Colombo. cit.

[191] Il gioco dell’umiliazione pubblica, porta alle immagini del Democristiano Carra ex portavoce di Forlani ammanettato davanti a telecamere e fotografi. Forlani parla di metodi da Gestapo. G. Franciosi cit.

[192] Dal tentativo governativo si evince la volontà di trovare una soluzione complessiva e rapida ad una forma illecita, non occasionale ma sistematica, che richiede un lavoro di anni da parte di organi giudiziari già lenti di per sé con lo spettro incombente della prescrizione dei reati da un lato e la possibilità di essere ragggiunti da un'informazione di garanzia in ogni momento dall'altro. La reazione suscitata dal decreto è molto aspra e il presidente Scalfaro si rifiuterà di firmarlo. www.manipulite.it

[193] 07/03/1993.

[194] 06/03/1993.

[195] Perché il coordinatore del pool indagò personalmente proprio su Greganti? “Per colmare una lacuna nelle indagini della Parenti (entrata nel “Pool” il 27 marzo, aggregata per far fronte alla mole di lavoro che aumenta di giorno in giorno sulle spalle di Di Pietro, Colombo e Davigo Ndr.), la cui animosità nei confronti del Pds rischiava di esporci a una brutta nasata in parlamento, in sede di autorizzazione a procedere, o davanti al gip in udienza preliminare. Così, in qualità di capo-pool, anche operativo, diedi una controllata al fascicolo. (…) Suggerii di aspettare, di comportarci come con tutti gli altri parlamentari: facciamo altre indagini, poi se avremo elementi procederemo. La Parenti sembrò convincersi, senonchè qualche giorno dopo [24 luglio ’93] annunciò di aver iscritto Stefanini sul registro. Era un bel guaio, perché bisognava “avvisarlo” subito e trovare qualcosa a suo carico entro 30 giorni, se volevamo chiedere l’autorizzazione a procedere. Altrimenti archiviare, precludendoci la possibilità di indagare ancora con più calma. Di fronte al fatto compiuto, decisi di firmare anch’io l’avviso e chiesi a Gherardo Colombo di fare altrettanto. Lei, quasi subito, partì per le ferie lasciandoci una bozza di richiesta di autorizzazione a procedere, piuttosto scarna, praticamente priva di elementi. Se l’avessimo spedita così in parlamento, ci avrebbero riso in faccia. (…) Ci mettemmo dunque a indagare come pazzi. (…) Ripresi quindi anche i verbali d’interrogatorio di Greganti e in uno scoprii che aveva dichiarato di aver acquistato un appartamento per sé, contraendo un mutuo di 450 milioni: segno che l’aveva pagato almeno il doppio, visto che nessuna banca concede mutui per oltre la metà del valore dell’immobile. (…) e,una quindicina di giorni prima, aveva prelevato 329 milioni dalla provvista Panzavolta (i 621 milioni versati prima sul conto Gabbietta e poi da questo passati sul conto Sorgente). Fu così che saltò fuori una fotocopia del compromesso per 1 miliardo e mezzo di lire,(…). A quel punto non c’era dubbio che Greganti i soldi della tangente li aveva in parte utilizzati per comprarsi quella casa, mentre non avevamo elementi per affermare che una sola lira di quel miliardo e rotti fosse finita nelle casse del Pds. (…) La Parenti non fiata, nessun dissenso. Ma, appena uscita dall’ufficio, ricomincia ad attaccare i colleghi accusandoli di non voler andare a fondo sulle tangenti rosse”. Gherardo D’Ambrosio, da La vera storia del caso Greganti. Il PCI-PDS rubava come gli altri. Cit. Ricorda Gherardo Colombo: Tiziana Parenti è stata forse l’unica persona, tra quelle che si sono occupate della corruzione nella Procura di Milano, con la quale non si è creato un legame effettivo. Tanto è vero che poi ha deciso di prendere un’altra strada”. Tangentopoli: storia di Mani Pulite (1992 - 1997) di Gherardo Colombo. cit.

[196] 15/03/1993 Richiesta di autorizzazione a procedere anche per l’ex ministro del Mezzogiorno, il Dc Riccardo Misasi, con l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso e estorsione.

[197] 17/03/1993.

[198] Due giorni dopo, comincia l’inchiesta sulla Tangentopoli napoletana. Perquisite le sedi di tutti i partiti, ad eccezione di verdi e radicali.

[199] Atti d’accusa della Procura di Palermo. - Dossier Andreotti -  Doc.IV, n. 102. - Domanda al Presidente del Senato per l’autorizzazione a procedere contro il senatore Giulio Andreotti, n. a Roma il 14.1.1919.   27 marzo 1993, per i reati di cui agli articoli 110 e 416 del codice penale; e agli articoli 110 e 416 bis del codice penale (associazione per delinquere; associazione di tipo mafioso). Trasmessa dal Ministro di grazia e giustizia (Conso) il 27 marzo 1993 Procura Della Repubblica – Tribunale di Palermo - Direzione Distrettuale Antimafia.

[200] Il 7 aprile successivo, pesanti accuse verranno mosse dai giudici napoletani nei confronti di Antonio Gava; si sarebbe accordato con la camorra per ottenere la liberazione dell’ex assessore regionale Ciro Cirillo, sequestrato dalle Br.  Rapporti con la criminalità organizzata vengono contestati anche all’ex ministro del Bilancio Paolo Cirino Pomicino, ai parlamentari Dc Alfredo Vito e Vincenzo Meo e al socialista Raffaele Mastrantuono.

[201] Il 31 vengono concessi al numero tre della Fiat Francesco Paolo Mattioli gli arresti domiciliari dopo 38 giorni di detenzione.

[202] 02/04/1993. “Delegittimando i pentiti, gli imputati dei processi di mafia si assicurano l'impunibilità... Svalutare la deposizione di chi ha commesso un reato e si è ravveduto significa smantellare interi castelli accusatori. Ecco perché i socialisti sono tra quelli che urlano con maggior vigore contro i pentiti... Nelle deposizioni dei pentiti (che non vanno scambiati per oracoli, ma neppure respinti a priori, e sottoposti a meticolose verifiche) vi saranno forzature e falsità, ma non solo quelle. È impossibile che tutto il castello accusatorio su Andreotti sia parto della fantasia (malata o remunerata) dei picciotti passati dalla piovra alla Giustizia” (Vittorio Feltri, L’Indipendente, 4 dicembre 1992 e 21 aprile 1993). www.geocities.com .

[203] 04/04/1993. Lo stesso giorno, il socialista Francesco Carraro viene rieletto per la terza volta in extremis sindaco di Roma da una maggioranza nella quale sono molti gli inquisiti.

[204] 05/04/1993. Si dimettono a Roma i due vice-sindaci Oscar Mammì e Enzo Forcella.

[205] 08/04/1993. In carcere per lo scandalo degli aiuti al Terzo mondo l’ambasciatore a Buenos Aires Claudio Moreno.

[206] Due giorni dopo, sono dimissionarie la giunta di Roma e quella del consiglio regionale del Lazio. Il successivo viene commissariato il consiglio comunale di Roma.

 

[207] “Roma - Per Bettino Craxi la Camera ha concesso l'autorizzazione a procedere per l'ipotesi di corruzione, limitatamente a Roma, e per la violazione della legge sul finanziamento dei partiti. Respinta l'ipotesi di corruzione a Milano e di ricettazione sia a Roma che a Milano; respinta anche la richiesta di perquisizione” (Comunicato Ansa, 29 aprile, ore 20.09).

[208] E qualche giornale commenta così: “Hanno vinto i ladri”, Così è stato assolto:  Allegria!"...."siamo in un Paese, peggio che sudamericano, a questo punto”, “Scandalo alla Camera. I deputati hanno assolto Craxi.....”, “La realtà supera ogni losca immaginazione”.

[209] 03/05/1993.

[210] 07/05/1993.

[211] L’8 era inoltre arrivato un avviso di garanzia all’ambasciatore italiano a Varsavia, Giuseppe Balboni Acqua, per abuso di atti di ufficio nell’ambito dell’inchiesta sulla cooperazione allo sviluppo.

[212] “Roma - Il Senato ha concesso l'autorizzazione  a procedere contro il senatore  Giulio Andreotti per l’ipotesi di associazione per delinquere di stampo mafioso. Anche Andreotti ha votato a favore”. (Comun. Ansa, 13 maggio, ore 14,17).

“Roma - Il senatore Giulio Andreotti è stato sentito, su sua richiesta, dal procuratore della repubblica di Roma, Vittorio Mele, in relazione all'inchiesta sull'omicidio di Mino Pecorelli, trovato morto il 20 marzo 1979. Secondo il "pentito" Buscetta, Pecorelli sarebbe stato ammazzato dalla mafia "per far piacere" a Andreotti” (Comunic. Ansa. 26 maggio, ore 19.56).

[213] Nel dramma Italia tornano le stragi: Ore 21.40 del 14 maggio – Un’autobomba o un ordigno posto sotto un auto esplode a Roma in via Fauro nel quartiere Parioli. Ventitre feriti, (una donna anziana morirà dopo qualche giorno in seguito allo spavento) molti danni agli edifici (un centinaio di appartamenti). Ore 01.00 del 27 maggio - A Firenze un furgoncino con 100 chili di esplosivo salta in aria in via dei Georgofili, vicino alla Galleria degli Uffizi. Cinque morti, 29 feriti, crollo della Torre dei Pulci, sede dell’Accademia dei Georgofili, danni al corridoio vasariano degli Uffizi. Ore 23.15 del 27-28 luglio – Un’autobomba esplode a Milano in via Palestro. Muoiono tre vigili del fuoco e un vigile urbano accorsi sul posto, muore anche un giovane marocchino che dormiva su una vicina panchina. Alla stessa ora a Roma, due potenti ordigni esplodono, uno a Piazza San Giovanni in Laterano, l’altro davanti alla chiesa di San Giorgio al Velabro. Una decina di feriti, e ingenti danni al patrimonio artistico. Una telefonata di poca consistenza li attribuisce ad una fantomatica “Falange Armata”. Ma secondo molti è la mafia, che manda un segnale. Ma a chi? E per conto di chi? Il 2 gennaio è stato arrestato Aldo Madonia; il 15 gennaio catturato Totò Riina; il 18 maggio  arrestato Nitto Santapaola; il 2 giugno catturato Giuseppe Pulvirenti. Questi i grandi capi ma, negli ultimi 17 mesi, sono stati anche catturati 204 latitanti ad elevato rischio criminale, tutti nomi di spicco appartenenti alla mafia, alla camorra, alla n’drangheta e alla sacra corona unita. Non dimentichiamo che sempre negli stessi 17 mesi, è stato assassinato il 12 marzo del ‘92 Salvo Lima; il successivo 23 maggio è avvenuta la “Strage di Capaci” con la morte di Falcone;  e, il 19 luglio, a meno di due mesi di distanza, l’assassinio di Paolo Borsellino. La politica in Italia è allo sfascio; non ci sono più referenti politici, quindi protezioni. Si invia un messaggio a qualcuno che ha tutto l’interesse a suscitare una nuova strategia della tensione: "Sono atti terroristici che vogliono produrre effetti destabilizzanti" Afferma su otto colonne il Capo della Polizia, su Il Messaggero del 15 maggio. Ma fatti più destabilizzante di Tangentopoli, dentro i partiti, in Italia non ci sono mai stati in tutta la sua storia. Ma allora chi ha questo interesse? Un nuovo partito, un nuovo referente, un nuovo protettore? www.cronologia.it

[214] Arrestati i massoni dirigenti del Monte dei Paschi di Siena per aver incassato tangenti da un imprenditore in cambio di finanziamenti.

[215] Il 19, la procura di Verona emette quindici ordini di custodia cautelare nei confronti di esponenti politici locali e amministratori delle Usl. Il giorno dopo avvisi di garanzia per i deputati socialisti Bruno Landi, Raffaele Rotiroti, Agostino Marianetti e al senatore Dc Giorgio Moschetti per gli appalti all’Università La Sapienza.

[216] 31/05/1993.

[217] 01/06/1993. Ordini di arresto per concussione per tutti i componenti dell’ex giunta provinciale di Catania.

[218] Viene indagato l’amministratore delegato dell’Ifi Gianluigi Gambetti. Si dimette il provveditore generale del Monte dei Paschi di Siena Carlo Zini, già colpito da avviso di garanzia per corruzione.

[219] «Nel prosieguo delle indagini sono emersi reati non più riferibili alla sola area milanese, bensì riferibili ad appalti pubblici (e più in generale rapporti con la pubblica amministrazione) intervenuti nella regione Lombardia e non solo. [...] Si è altresì potuto constatare che lo stesso metodo di aggiudicazione e gestione degli appalti veniva applicato a contrattazioni riguardanti i lavori sulle strade nazionali e sulle autostrade, la vendita di immobili ad enti pubblici, istituti penitenziari e centrali Enel [...], interessando l’intero territorio nazionale. L’illecito evidenziato dalle indagini è apparso di dimensioni impressionanti» Cfr. Camera dei Deputati, Domanda d’autorizzazione a procedersi, doc. IV, n.402, 3 giugno 1993, p. 2.

[220] 04/06/1993.

[221] 07/06/1993.

[222] 10/06/1993.

[223] Lo stesso giorno, viene posta sotto sequestro la casa napoletana di Paolo Cirimo Pomicino, forse comprata con una mazzetta di 4 miliardi.

[224] Il 28 del mese, all’apertura del congresso della Cisl D’Antoni si dichiara estraneo alle tangenti che l’imprenditore Lodigiani asserisce di aver versato a Cisl e Uil.

[225] 29/06/1993.

[226] 05/07/1993. Nuovo ordine di custodia cautelare per Salvatore Ligresti.

[227] L’8 viene arrestato il numero due dei Beni culturali Francesco Sisinni per truffa allo stato, corruzione e falso ideologico.

[228] 17/07/1993. Il 19  partono quattro ordini di arresto per alti funzionari del Sisde. Viene chiesto anche l’arresto dell’ex ministro della Sanità De Lorenzo.

[229] L’ex presidente dell’Eni, nominato al vertice nel 1989, su designazione di Bettino Craxi e Claudio Martelli, Cagliari aveva ricevuto in febbraio un avviso di garanzia per peculato e false comunicazioni societarie; nell’acquisto delle azioni Enimont da Raul Gardini lo stato avrebbe pagato (su 2.805) mille miliardi in più del dovuto. Il 9 marzo era stato arrestato con l’accusa di corruzione. Gabriele Cagliari  aveva spiegato davanti ai giudici “è un vecchio sistema che serviva a finanziare principalmente il Psi e la Dc”. Cagliari scrisse un’ultima lettera per la famiglia, moglie, figli, nipotini; lettera dove manifestava l’impossibilità di resistere alla vergogna e alle mortificazioni del carcere. La moglie restituirà 6 miliardi di tangenti.

[230] Richiamandosi alle sue imprese marinare, la rivista americana Time commenterà così la morte di Gardini: "Egli sarà  ricordato come un brillante simbolo del suo tempo, un capitano d'industria e un marinaio di livello mondiale, che ha pilotato le sue imprese e i suoi yacht da un milione di dollari con gioioso abbandono. Ha lavorato duro per 60 anni allo scopo di coltivare questa immagine, in un mondo dove i miti contano più spesso dei fatti".

[231] I potenti, va dicendo qualche psichiatra, psicologo, sociologo. non sanno perdere, non hanno mai imparato a soffrire, loro non sono abituati a perdere. Non sono disposti ad essere soccombenti davanti a una accusa.

[232] 30/07/1993.

[233] 03/08/1993.

[234] 30/08/1993.

[235] 07/09/1993.

[236] 13/09/1993.

[237] Il giorno dopo, sul treno Palermo-Torino, bloccato alla stazione Ostiense di Roma su segnalazione del Sisde, viene  trovata un’ altra bomba. Dalle indagini emergera la responsabilita (deviata) di un uomo del  Sisde stesso.

[238] R. Guma: Così Mani Pulite mi ha cambiato. Intervista ad Andrea Padalino. Cfr. www.osservatoriosullalegalita.org, articolo del 17 febbraio 2002.

[239] 01/10/1993. Racconta al magistrato Di Pietro il meccanismo perverso che regolava  il mercato dei farmaci (anche internazionale). Compensi astronomici e regali di preziosi per favorire alcune industrie farmaceutiche. Che le stesse case versavano contributi per i vari convegni scientifici. Che lo stesso premio Nobel dato a una ricercatrice italiana ha seguito questo iter di favoritismi; premiando i ricercatori l'industria che li aveva in ruolo otteneva così il quasi monopolio di un farmaco commercializzato.

[240] 28/10/1993.

[241] www.cronologia.it

[242] 08/11/1993.

[243] 16/11/1993.

[244] "Declino del voto ideologico. Roma - La ricerca del Censis mostra anche il declino del voto ideologico: la stragrande maggioranza degli elettori preferisce definirsi ricorrendo alle categorie di destra (16,16), di centro (13,9), di sinistra (19,6),  moderato (10,2),  progressista ( 12,6). Soltanto il 4,4 per cento si definisce comunista e soltanto l'un per cento fascista". (Comun. Ansa).

[245] www.cronologia.it.

[246] Enzo Biagi - in seguito - commenterà ironicamente che Berlusconi si è dimenticato di dire “quale Paese voleva salvare, se l’Italia oppure Arcore, cioè le sue aziende?”.

[247] “I punti di vista restano diversi. Per Mediobanca l’esposizione finanziaria netta della Fininvest nel 1992 era di 3428 miliardi. Per la casa del biscione la cifra giusta era 3.333 miliardi. Ma anche rispettando la classificazione degli uomini di Alfredo Messina, direttore finanziario del gruppo, l'indebitamento netto cresce a un ritmo rilevante.(…) Dai 3.333 miliardi si è passati secondo quanto risulta al "Mondo" a 3.800 miliardi a fine 1993.
Quasi 500 miliardi in più. Che fanno salire nonostante il raffreddamento dei tassi, gli oneri finanziari a 400 miliardi, un vero salasso. Per Berlusconi é il conto più amaro da pagare. Si tratta di una specie di super dividendo, da versare non nelle casseforti di famiglia ma in quello delle banche creditrici”. (Da Il Mondo, 10/17 Gennaio, 1994). Se Berlusconi non “scende in campo” e alle elezioni vince il centrosinistra, le banche con le nomine “rosse” chiederebbero subito il rientro dei 3.800 miliardi.

[248] "Torino - Il presidente della Fininvest Silvio Berlusconi ha dichiarato in un'intervista alla Stampa  di essere pronto a scendere nell'arena politica se il polo moderato abdica al proprio ruolo di governo, preferendo dividersi anzichè unirsi contro il "rassemblement" della sinistra"(Comun. Ansa, 23 novembre, ore 07.00)

"Voi dovete diventare dei missionari, anzi degli apostoli, vi spiegherò il Vangelo di Forza Italia,
il Vangelo secondo Silvio"
. (Il Messaggero 04/04/1995).

[249] Trecento milioni da Sama (Montedison). 02/12/1993.

[250] 13/12/1993.

[251] 16/12/1993.

[252] 17/12/1993.

[253] Tra Natale ‘93 e Capodanno ‘94, prima di "scendere in campo" si da, ampio risalto su molti giornali a un sondaggio della Swg dove su un campione di 800 italiani, rappresentativo di tutte le classi di età, il 38,1% affermava che nel 1993 il personaggio più positivo per l'economia è il capo del governo Ciampi, ma il personaggio Berlusconi lo incalza da vicino con il 36% dei consensi. Consensi di una fascia di elettori fra i 18 e 34 anni, mentre il gradimento però decresce con l'aumentare dell'età del campione. (Un altro sondaggio però dice esattamente il contrario). www.cronologia.it.

[254] 30/12/1993.

[255] 01/01/1994.

[256] Il giorno dopo, in seguito all’apertura di un’inchiesta sui lavori della centrale Enel di Gioia Tauro scattano gli arresti per i massimi vertici dirigenziali dell’azienda.

[257] In realtà, la fondazione del movimento era già avvenuta davanti a un notaio nell’ ottobre del ‘93, ed è già tutto pronto. Ricorda Enzo Biagi: Quando decise di entrare in politica, Berlusconi mi chiamò e mi disse "Entro in politica", gli risposi che stava commettendo un errore. E lui "caro Biagi, se non entro in politica, mi fanno fallire". Questo é la prova che non é vero che i giudici lo perseguitano perché é entrato in politica. Quando poi disse agli italiani dalla Tv che lo faceva per il Paese non precisò se il paese era l'Italia o Arcore”. Enzo Biagi. Corriere della Sera 21/05/1998).

[258] “Scende in campo” il personaggio più noto dell’Italia. È Lui il fondatore, trascinatore e quasi unico protagonista del movimento che battezza col nome di Forza Italia. La “chiave d’accensione”  per mettere in moto la “macchina” elettorale e poi il “marchingegno” di un’alleanza politica molto singolare con i “Due Poli”: uno con la Lega Nord e l’altro con il MSI-AN. Non senza problemi e insofferenze (e tanti insulti del primo nei confronti del secondo). Fa credere agli italiani che vuole evitare che i “cosacchi rossi” arrivino a San Pietro, ma in effetti quello che teme è che i potenziali  futuri direttori delle banche, eletti dai “rossi”,  vadano a mettere le tende nel parco di Arcore. Le banche sono realiste, rivolgono lo sguardo e si adeguano al vincitore. Del resto da anni ai vertici bancari, ma anche nei consigli di amministrazione, le poltrone sono occupate dai politici dei partiti che vincono le elezioni. Potrebbero, gli esperti della finanza nei consigli di amministrazione, subito dopo il “cambio della guardia” chiedere al cavaliere di “rientrare” dai debiti, che sono tanti. A paventare questa eventualità è proprio Il Mondo, del 10 gennaio, che fa in tasca al gruppo i conti, molto negativi. Nello suo staff per la "discesa in campo" sono molti a gioire ma sono molti i preoccupati - scrive Ettore Tamos, sul “Il Mondo”, (cit. sopra), pag 124: "C'è chi lo fa per piaggeria. E chi per non rovinare la festa. Ma anche se si uniscono al coro degli evviva che rimbalzano dalla villa di Arcore al quartiere generale di Forza Italia, a Milano, molti fedelissimi di Silvio Berlusconi voterebbero no. No all'impegno politico di sua emittenza. ...Più che un consiglio di buon senso sembra un grido di allarme. Che rende bene l'idea di come il vertice manageriale del gruppo Fininvest, nella holding e nelle aziende operative, sta vivendo la vigilia del tanto atteso annuncio. Con la preoccupante prospettiva di gestire un conglomerato di 12 mila miliardi senza il carisma del leader. Lo sapeva bene Fedele Confalonieri, vicepresidente della Fininvest, quando mostrava segnali di evidente insofferenza ai progetti di Berlusconi in politica. E lo sa bene Franco Tatò chiamato a gestire la ristrutturazione del gruppo in un momento così delicato. Con problemi organizzativi e di politica aziendale che si sommano con la definizione dei bilanci del 1993, un esercizio pesante che impone rapide decisioni di ristrutturazione e rilancio. Con o senza il cavaliere. "Vengono messi nel preventivo quelli che qualcuno chiama eufemisticamente effetti collaterali di natura diversa: attacco dagli schieramenti politici contrari a Berlusconi; caduta dell'alone di simpatia intorno ai prodotti del gruppo, dai giornali alla tv, fino ai centri commerciali; provvedimenti legislativi penalizzanti; minore interesse dei partner internazionali; pressioni delle banche creditrici allarmate!".www.cronologia.it.

[259] Intervista sul Corriere della Sera del 28 febbraio 1994. Giuliano Ferrara sempre sullo stesso quotidiano esprime la sua idea con il titolo "I partiti devono avere un'anima, Silvio mostri la sua"....Ci sono due Berlusconi. Uno mi piace , l'altro no. Quello che mi piace sta ferocemente lottando contro l'altro, ma c'è il rischio che soccomba....Mi piace di lui l'imprenditore mite e determinato, liberale in politica e liberista in economia....Poi c'è quel Berlusconi su uno sfondo troppo azzurro, che si rifugia nel linguaggio della pubblicità, e che sembra intenzionato a rifornire di argomenti i suoi avversari, soprattutto quando lo accusano di essere di plastica e cipria, di limitare il suo interesse per la politica al suo interesse di imprenditore. Le imprese, che hanno un'etica, non sono obbligate ad avere un'anima, cioè una forza e un'identità. Ma il consenso dei cittadini é una cosa diversa dall'opzione d'acquisto dei consumatori. I partiti e i movimenti un'anima la debbono avere. Berlusconi ce l'ha. Perchè ha deciso di nasconderla?".

[260] “Paolo Berlusconi si è presentato alla Guardia di Finanza di Milano, dove gli è stato notificato l’ordine di custodia cautelare per fatti corruttivi nella vendita di immobili al Fondo pensioni Cariplo”. (Comunicato Ansa, 11 febbraio, 1994, ore 12.52).

[261] 16/03/1994.

[262] 19/03/1994.

[263] I titoli dei giornali riportano i commenti degli avversari dopo la sconfitta: i Verdi, con Ripa Di Meana: “Pieno rispetto della volontà popolare, ma in qualche modo legittima l'utilizzazione assolutamente golpista  dei mezzi televisivi fatta dal nostro antagonista”. Amarezza alla Rete di Orlando, con una riflessione “Saranno dati veri? E se sì, sembra che il risultato complessivo dia la maggioranza al Polo, ma non mi pare che sul piano politico ci siano le condizioni per fare un governo vero”. Bertinotti pur guadagnando voti, ammette la sconfitta dei progressisti:  “Niente da dire sulla vittoria, ma ci sarà da riflettere sulla forza che é scesa in campo: tutto il complesso della comunicazione di massa”. Anche tra i vincitori, le polemiche non mancano. Bossi é irruente dopo che a urne chiuse Berlusconi ha subito affermato “Mi auguro di poter assumere la responsabilità di governo”. Il capo della Lega é sprezzante con l’alleato, ed esclude di poter partecipare a un governo con la “destra forcaiola dei fascisti”. Al Cavaliere lancia da altre righe un piccolo siluro: Aspetti di fare pubblicità a se stesso, con lui  come capo del governo significa avere un affarista che si troverebbe a fare i conti tutti i giorni con i suoi interessi”. Scalfari su Repubblica del 29 marzo a pagina 10 di Repubblica:Bossi ha buoni motivi per essere scontento. Il suo movimento era nato per spazzare via la vecchia struttura di potere. Ha ragione ad essere preoccupato, anzi indignato, anzi furibondo: tanta fatica per ritrovarsi ingabbiato. Non é lui ad aver attirato Berlusconi nella rete, ma è lui ad esserne rimasto intrappolato. Ma ormai é andata così e non saranno le invettive ora a cambiare la situazione”. E ancora: “La sinistra ha commesso errori? Probabilmente sì. Avrebbe vinto se non li avesse commessi? Probabilmente no. “Soffia un vento di destra” disse con molta preoccupazione una settimana fa Umberto Eco. Il vento non dipende dagli errori della sinistra; ma dal fatto che l’immagine che la maggioranza del paese ha di sé in questa fase della sua trasformazione concede assai poco ai valori dei quali la sinistra é portatrice. Il paese vuol cavalcare  il suo individualismo senza impacci e con il minor numero di regole possibile... Comincia ora un periodo difficile”. “Soffia il vento della destra”. Ha fatto molta impressione ieri notte la manifestazione missina in piazza del Popolo, tra saluti fascisti e inneggiare inni d'un tempo che si sperava fosse stato definitivamente sepolto. Ma questo ha voluto la maggioranza degli elettori e questo é accaduto". Polemiche? "La sconfitta di Martinazzoli e Segni piaccia o no è una notizia, e contro le notizie è inutile polemizzare". Scalfari concludeva così il suo articolo di prima pagina: "Ciascuno ora dimostrerà quel sa fare e sarà giudicato per ciò che fa. L'epoca dei pastrocchi è definitivamente chiusa. Questo almeno è un risultato positivo per tutti”. I commenti dei perdenti si sprecano e le polemiche sono così forti che  raggiungono in crescendo i livelli degli anatemi medioevali: “E' un Governo quello di Berlusconi abusivo e clandestino”, “È un chiaro dispregio del mandato elettorale”, “Una iniziativa politica immorale”, “È la violazione di una regola parlamentare e democratica”“Costoro hanno tradito l’autentica volontà degli elettori”.

Qualche frase di Berlusconi:“Non chiamatelo partito. La gente non vuol più sentire questa parola”; “Stiamo costruendo un non-partito, un movimento all'americana. Non esisteranno sezioni, burocrazia, correnti”; “Forza Italia è il primo tentativo storico, dal '45, di creare un partito liberale di massa”; “È tempo di cambiar sistema. La società civile l'ha capito. E storce il naso di fronte al riproporsi dei vecchi partiti e della vecchia politica”; “Siamo uomini nuovi alla politica, che vengono dalla trincea del lavoro e delle professioni, il meglio di un Paese pulito, ragionevole, moderno”; “Basta con i vecchi arnesi della politica!”; “Abbiamo sostituito la vecchia classe politica con manager, uomini d’affari, docenti senza legami col passato”; “Ho detto dei “no” a molti per evitare l'ingresso nel governo di gente che ne avrebbe compromesso l'immagine, avrebbero dato un'immagine di vecchio”; “Occhio alle vecchie volpi”. Dal discorso del 24 marzo. www.cronologia.it.

[264] 04/04/1994.

[265] 12/04/1994.

[266] Tangentopoli: storia di Mani Pulite (1992 - 1997) di Gherardo Colombo. Cit.

[267] Fra i tanti dispiaceri  dentro la DC, arriva quello più clamoroso, verso il più rappresentativo dei suoi personaggi, l’unico non toccato da Tangentopoli, con sempre nel carniere un sacco di voti, e che ora fanno gola a molti. Lazio e Sicilia erano voti Dc, e il controllore era lui. La Procura di Palermo chiede il rinvio a giudizio. Deve rispondere dall’accusa  di concorso in associazione per delinquere semplice e mafiosa. Lima in Sicilia gli procurava 240.000 voti. Sono le prime battute di un lungo cammino della nuova politica italiana; che, con una girandola di accuse spesso infamanti, porterà ad una guerra verso quelle (e solo quelle) Procure che hanno (come del resto era loro compito) gestito Mani Pulite, oppure verso i “Pentiti mafiosi”. Per destabilizzarle ogni cosa si studiano ogni sorta di complotti: chi indaga é a sua volta indagato, e chi è indagato diventa accusatore e si presenta come vittima di persecuzioni politiche. www.cronologia.it.

[268] 30/05/1994.

[269] 03/06/1994.

[270]Se l'elettorato italiano fosse stato quello degli anni 80 o anche solo quello del ‘92, in tali condizioni, i progressisti avrebbero vinto. Invece hanno perduto: il Paese è cambiato è avvenuta  una “Rivoluzione culturale”. Per decenni gli italiani avevano votato per i partiti-valori: per il cattolicesimo politico, il socialismo democratico, il comunismo.... Se Berlusconi ha avuto successo, é esattamente per le ragioni per cui egli é delegittimato sia dai popolari che dai progressisti: cioè di non presentarsi in nome dei valori.... Berlusconi cominciò a vincere quando disse di preferire Fini a Rutelli. .... È caduto un mondo, non la sinistra soltanto o il cattolicesimo politico.... La sinistra deve sapere che il popolo è cambiato (…): e la cosa più assurda che gli uomini della sinistra possono fare é di assumere la parte di Catone, praticando un Aventino minore verso il Signore Del Governo e della Fininvest e i suoi alleati. Il pensiero debole andava bene con il governo Ciampi. Ma non con il governo Berlusconi, che ha grinta e potrebbe persino averne troppa (…) se manca quello che tutti invochiamo da anni: l'alternativa"”. (G. Baget Bozzo - Panorama, 3 giugno 1994, pag 17).

[271] 15/07/1994.

[272] 21/07/1994.

[273] Fra gli articoli ricordiamo  che c’erano anche quelli sulla restrizione della stampa. Condannabili i giornalisti che vengono in possesso di notizie di avvisi di garanzia e pubblicano i nomi dei destinatari. Insomma un "pasticciaccio" che indigna ancor di più gli italiani. Anche se il ministro della giustizia è Alfredo Biondi, molti sospettano che il decreto sia stato scritto da Cesare Previti, un avvocato della Fininvest di Berlusconi.

[274] 29/07/1994.

[275] 13,15 e 31/08/1994.

[276] 03/09/1994.

[277] “L’incredibile gragnuola di ko subiti da Craxi nel mese di ottobre non rimane senza conseguenze. Anzi, la reazione del cosiddetto “esule” e dei suoi amici non si fa attendere. Il 29 settembre, mentre il pool mette le mani su Tradati, Sergio Cusani annuncia di aver presentato alla procura di Brescia, attraverso l’avvocato Spazzali, un esposto di 50 pagine sulle presunte irregolarità commesse da Di Pietro nel primo processo Enimont, quello concluso con la sua condanna a 8 anni di carcere. Cusani detesta Di Pietro, cordialmente ricambiato. E lo accusa non solo di averlo ingiuriato durante la requisitoria (“tre volte ladro, bugiardo, traditore…”), ma di non aver nemmeno prodotto in Tribunale alcuni documenti che, a suo dire, dimostrano come il gruppo Ferruzzi fosse rimasto vittima di una gigantesca concussione da parte del sistema dei partiti. Il che, secondo Cusani, avrebbe potuto ribaltare l’esito del suo processo e risparmiargli la condanna. Il 30 settembre il pm bresciano Guglielmo Ascione conferma che Di Pietro è iscritto nel registro degli indagati per abuso in atti d’ufficio e diffamazione. Nessuno insorge contro la “fuga di notizie”. Soltanto AN difende il magistrato. “Un atto dovuto – dice Fini – non può ledere il prestigio di un uomo come Di Pietro”. Colombo garantisce di non aver “mai visto Antonio così giù”. “Io trovo le prove e quelli mi indagano”, sbotta Di Pietro dopo tre ore di interrogatorio del solito Tradati. Poi chiede ai colleghi di Brescia di trasmettergli il documento indicato da Cusani, così da poterlo subito esibire al processo Enimont. Si tratta di un promemoria inviato a suo tempo via fax a Gardini, nel quale Cusani riassumeva la situazione di stallo che si era creata nella contesa tra Eni e Montedison e le posizioni dei diversi protagonisti. Il Tribunale di Milano respingerà quel documento, perché “irrilevante e inintelligibile”. La procura di Brescia chiederà ed otterrà l’archiviazione della denuncia. E la stessa fine faranno le altre tre presentate da Cusani nei mesi successivi: sulle confessioni estorte a suon di manette, sull’appiattimento dei giudici sui pm e sulla “sete di potere” di Di Pietro”.G. Barbaceto/ P. Gomez/M. Travaglio “Mani Pulite – La vera storia” Ed. Riuniti, cap. 5. Tutti contro il pool p.264.

[278] Da Cinque anni vissuti vergognosamente, www.misteriditalia.com.

[279] 30/09/1994.

[280] Buttiglione mette in guardia gli altri partiti contro il tentativo della destra di utilizzare il giudice Di Pietro contro Berlusconi nel caso di un coinvolgimento di quest’ultimo in un avviso di garanzia che molti danno per certo e imminente. Mentre Di Pietro tace, in effetti tutti gli altri partiti fanno a gara per attirarlo nella propria coalizione e alcuni danno per certo che il giudice ha per loro delle simpatie ideologiche e alcune affinità di pensiero. Tutti lo vogliono anche se non sanno affatto come la pensa. Molto probabilmente Di Pietro ha capito che deve indovinare il tempo giusto per scendere nel campo politico per non farsi bruciare. Ma singolari e discordanti sono gli apprezzamenti nella stessa coalizione del Polo. Berlusconi e tutta FI lo teme o lo detesta, mentre AN con La Russa e Tremaglia dicono che Di Pietro sarebbe il migliore dei presidenti del Consiglio, il migliore dei riformatori. Molti elettori seguitano a non capirci più nulla.

[281] 05/10/1994.

[282] (Ferrara la rende pubblica sul Corriere) dove si deplora il comportamento del Capo della Procura di Milano, ravvedendoci la volontà di impedire il legittimo svolgimento dell’azione del governo. Si invoca l’articolo 289 del C.P. che punisce fino a 24 anni, chiunque attenti contro gli organi costituzionali. Scalfaro smorza i toni della infuocata polemica e considera (dopo un vertice con la maggioranza) questa lettera un esposto e non una denuncia. Rimane comunque il fatto - che molti ritengono grave - che il governo ha censurato il comportamento di Borrelli.

[283] Unità, 15 ottobre,’94, prima pagina.

 

[284] 30/10/1994. Da Cinque anni vissuti vergognosamente cit.

[285] Da Cinque anni vissuti vergognosamente cit.; vedi anche Cronologia di un attentato (Panorama, 18/07/97) www.osservatoriosullalegalita.org, articolo del 14 giugno 2001.

[286] 02/12/1994.

[287] Tangentopoli: storia di Mani Pulite (1992 - 1997) di Gherardo Colombo.  cit.

[288] Da Cinque anni vissuti vergognosamente cit.

[289] Desta scalpore nel corso del mese, il 7, l’identificazione dei responsabili degli attentati a Firenze avvenuti il 27 maggio 1993. Sono incolpati Leoluca Bagarella e Giovanni Brusca, due esponenti della mafia. Restano da capire le motivazioni, cioè a che cosa serva alla mafia un attentato a Firenze nel maggio del ’93, mentre è in corso a Milano una “strage” di indagati a Tangentopoli. In Gennaio c’è stato l’avviso di garanzia a Craxi, e il 27 marzo a Palermo parte l’avviso ad Andreotti per attività mafiosa in base alle dichiarazioni di tre pentiti: "Sarebbero Tommaso Buscetta e Francesco Mannoia i “pentiti” che avrebbero cominciato a parlare dei rapporti tra mafia e politica e avrebbero coinvolto Giulio Andreotti" (Comun. Ansa, 9, aprile 1993, ore 19.31) – “Il "pentito" Baldassarre Di Maggio  parla di un incontro che sarebbe avvenuto in Sicilia e in cui Totò Riina avrebbe baciato Giulio Andreotti e Salvo Lima” (Comun. Ansa, 20 aprile, ‘93, ore 15.21). Mentre a Milano nello sfascio politico seguito a Tangentopoli si costituisce in gran segreto Forza Italia; in Sicilia contemporaneamente nasce il movimento “L’altra Sicilia” e “Sicilia Libera” (movimento che si scopre successivamente essere espressione diretta della mafia),  che poi confluirà alle elezioni politiche del ‘94,  nel Polo di Forza Italia, che sull’isola fa una ottimo risultato, travasando l’intero 42,2% della DC (Andreottiana) nel il proprio carniere. Proprio ad Andreotti,  in questi giorni di febbraio 1995, arriva il (fantomatico) “conto” da pagare che qualcuno (chi?) mette (tempestivamente) all’ “incasso” proprio nel  1993, facendo scendere in campo il pentito Buscetta & C, che per sei anni si accaniranno (senza prove) su Andreotti (che andrà completamente assolto nel 1999). www.cronologia.it.

[290] www.cronologia.it. Vedi anche Da Cinque anni vissuti vergognosamente cit.

[291] “Nessun rilievo può essere mosso ai magistrati milanesi, i quali non paiono aver esorbitato dai limiti imposti dalla legge nell’esercizio dei loro poteri” (relazione finale degli ispettori inviati dal Governo Berlusconi , 15 maggio 1995).

[292] Mesi prima, su un settimanale, Borrelli era stato ritratto al galoppatoio su un cavallo con la sigla “G.G.” sulla sella. Sigla che secondo un anonimo, corrisponde al Giancarlo Gorrini. Informato della cosa, Borrelli denuncia Catelani al Csm. La sigla è di tal Giovanni Gennari, vecchio proprietario dell’animale. Ma intanto, per qualche giorno, i giornali non parlano d’altro.

[293] 06/06/1995.

[294] In realtà il pm s’era iscritto con altri magistrati ad una cooperativa nata per costruire alloggi, e se n’era andato qualche giorno dopo l’ingresso di Cerciello (che comunque, all’epoca, era il numero uno della Guardia di Finanza milanese, neppure sfiorato da sospetti).

[295] 26/06/1995.

[296] Il Giornale 28/06/1995.

[297] 01/07/1995.

[298] 30/07/1995.

[299] Infatti a Bolzano, il 24 agosto, un uomo, denunciato per violenza da una ragazza, viene arrestato; ma applicando la nuova norma sulla custodia cautelativa, viene scarcerato, e lui si vendica subito, tornando dalla ragazza che lo ha denunciato, per ucciderla. La ragazza viene salvata in tempo.

[300] Nessuno scoprirà mai chi fosse questo Achille, anche perché il capo del servizio Gaetano Marino negherà per mesi l’esistenza stessa del fascicolo, salvo poi consegnarlo con tante scuse al comitato di controllo sui servizi segreti.

[301] 01/10/1995.

[302] 04/10/1995.

[303] 10/11/1995.

[304] Panorama, 18/07/97 - www.osservatoriosullalegalita.org, articolo del 14 giugno 2001.

[305] Cinque anni vissuti vergognosamente cit.

[306] Panorama, 18/07/97 cit.

[307] 19/06/1996.

[308] Panorama, 18/07/97 cit.

[309] Panorama, 18/07/97 cit.

[310] 11/10/1996.

[311] 18/10/1996.

[312] 09/11/1996.

[313] Panorama, 18/07/97 cit.

[314] L’inchiesta è nelle mani del pm Geremia, lo stesso che ha chiesto il rinvio a giudizio di Prodi nell’inchiesta Cirio.

[315] 23/12/1996.

[316] 31/12/1996.

[317] Gasparri dichiara: “quel che emerge è un Polo che si contrappone alla magistratura, bisogna valutare quindi l'impatto di certe affermazioni”.

[318] Nessun commento dai politici di sinistra. Flores d’Arcais direttore di MicroMega scrive: “Comunque, il silenzio del PDS di fronte all’arrogante diktat di Berlusconi di togliere di mezzo Di Pietro mandandolo in galera, lascia allibiti. Forse e' questo il prezzo dell'accordo con Berlusconi”.

[319] Manconi dichiara: “l'Ulivo finora ha gia' fatto troppo per lui. L'attacco di Berlusconi? Il Cavaliere dimostra una sola cosa: c'è in lui un curioso intreccio di calcolo e ingenuità. Nel calcolo ha approfittato dell'isolamento di Di Pietro e del venir meno della sponda rappresentata da AN; l'ingenuità nell'aver confermata in maniera cosi' vistosa il suo interesse personale per l'accordo sulla giustizia”.

[320] Enzo Bianco dichiara: “smettetela venite a Catania a farvi una buona vacanza”. Mentre da AN Gianni Alemanno “la questione giustizia può avere una forte influenza negativa sulle fortune del Polo, come è successo nelle scorse elezioni. Il Cavaliere rischia molto, le critiche devono essere costruttive, altrimenti la gente non le apprezza, anzi si ritorcono contro chi le fa. In autunno dovremo noi di AN riequilibrare il Polo rispetto alla posizione di Forza Italia. Se loro vanno tutti a poppa, noi dobbiamo metterci a prua della nave. Il Cavaliere o risolve i suoi problemi o si esclude da ogni altro ruolo istituzionale”.

[321] La popolarità di Di Pietro è in calo, ma rafforza l’Ulivo. Più della metà degli italiani (58%) non sanno però se è di destra o di sinistra. Perdono consensi tutti gli altri leader.

[322] Storace dice “tra i due dell’Ulivo non avrei dubbi, meglio il comunista che il traditore”. La Mussolini (An) “Sandro? un uomo vero, lo voterei!!”.

[323] La trasmissione è una Caporetto. Due ore di botta e risposta. 35 telefonate contro, solo 6 a favore di cui una del Polo. Fra l'altro “O ti sei venduto o non sei più comunista come una volta”. - La più ricorrente accusa: “Fai il gioco del Polo”. “Come farai a ingoiare i voti di An”. Commenta il satirico Staino: “Incoerente, e rifondazione prenderà una batosta terribile”.

 

[324] Marco Travaglio - www.manipulite.it

[325] Cinque anni vissuti vergognosamente - www.misteriditalia.com.

[326] Tangentopoli: storia di Mani Pulite (1992 - 1997) di Gherardo Colombo. Cit.

[327] Cour européenne des droits de l’homme . Deuxième Section Décision sur la recevabilité de la requête n° 63226/00 présentée par Benedetto Craxi III contre l’Italie - La Cour européenne des Droits de l’Homme (deuxième section), siégeant le 14 juin 2001 en une chambre composée de MM. C.L. Rozakis, président, A.B. Baka, G. Bonello, Mme V. Straznicka, M. M. Fischbach, Mme M. Tsatsa-Nikolovska, M. V. Zagrebelsky, juges, et de M. E. Fribergh, greffier de section, Vu la requête susmentionnée introduite le 15 octobre 1999 et enregistrée le 24 novembre 2000, Après en avoir délibéré, rend la décision suivante: En Fait ( …) Le requérant, Benedetto Craxi, était un ressortissant italien, (…) En Droit 1. Le requérant se plaint de l’iniquité de la procédure pénale contre lui et du manque d'impartialité des juridictions nationales.(…) Rien dans le dossier ne permet de penser que dans l’évaluation de ces arguments et des éléments à charge les juges qui se sont prononcés sur le fond aient été influencés par les affirmations contenues dans la presse. (…) A cet égard, il échet de rappeler que le requérant a été condamné pour corruption et non pour ses idées politiques, et que rien dans les décisions judiciaires rendues dans le cadre de l'affaire Metropolitana Milanese ne permet de conclure qu’elles ont été influencées par des éléments autres que les faits matériels à la base des chefs d’accusation. (…) Quant à la conférence tenue par M. Di Pietro, dans la mesure où elle concerne le requérant, la Cour ne voit pas en quoi les affirmations mises en cause par ce dernier pourraient faire croire à la poursuite de buts de nature politique ou porter atteinte aux principes du procès équitable et de la présomption d’innocence. Elle souligne à cet égard que la conférence en question a eu lieu bien après la condamnation du requérant en première instance, et donc à une époque où l’opinion publique avait depuis longtemps connaissance de l’inscription du nom de M. Craxi dans le registre des personnes accusées. (…) Dans ces circonstances, la Cour ne saurait déceler aucune apparence de violation des droits garantis par l’article 8 de la Convention. Il s’ensuit que ce grief doit être rejeté comme manifestement mal fondé, en application de l’article 35 §§ 3 et 4 de la Convention. Par ces motifs, la Cour, à l’unanimité, Déclare la requête irrecevable. Erik Fribergh Christos Rozakis Greffier Président. www.osservatoriosullalegalita.org, articolo del 14 giugno 2001.

[328] Cfr. Mani Pulite: Tutti assolti? a cura di Elisa Marito Bollettino Osservatorio (fonte: Mani Pulite) www.osservatoriosullalegalita.org, articolo del 9 maggio 2003.

[329] "I magistrati milanesi abusavano della carcerazione preventiva per estorcere confessioni agli indagati" (Silvio Berlusconi, 30 Settembre 2002). Da Wikipedia, l’enciclopedia libera (www.wikipedia.it).

[330] Da Wikipedia, l’enciclopedia libera (www.wikipedia.it) .

[331] Cfr. Barbacetto/Gomez/Travaglio, Mani pulite, p. 677.

[332] A. Vannucci, La corruzione nel sistema politico italiano a dieci anni da “mani pulite”'. Cit.

[333] Cfr. E.C. Banfield, The Moral Basis of Backward Society, Free Press, New York 1967, p. 95.

[334] 32 Cfr. RD. Putnam, Making Democracy Work: Civic Traditions in Modern Italy, Princeton  University Press, Princeton 1993.

[335] Cfr. D. della Porta/A Vannucci, Un paese anormale. Come la classe politica ha perso l’occasione di Mani Pulite, Laterza, Bari-Roma 1999, pp. 114-119.

[336] http://www.transparency.org/working_papers/lambsdorff/lambsdorff-eresearch. html.

[337] Cfr. A.O. Hirschman, Felicità privata e felicità pubblica, Il Mulino, Bologna 1983, p. 135.

[338] “La magistratura ha svolto, in questi anni, un indubbio compito di riabilitazione della legalità (mettendo in crisi settori di ceto politico del vecchio sistema) e di controllo della legalità nell’esercizio delle pubbliche funzioni; nel contempo, però, tale delicato e vasto campo di indagine non ha potuto avere, come necessario contrappeso in uno Stato di diritto, un adeguato sistema di garanzie”. Cfr. “Questione penale” e democrazia autoritaria di Giovanni Russo Spena (da Democrazia e Giustizialismo -1995- ed. RGF). www.osservatoriosullalegalita.org articolo del 14 novembre 2001.

[339] Forti G., Il diritto penale e il problema della corruzione, dieci anni dopo. Cit.

[340] Per un’analisi dettagliata dei risultati ottenuti tra il 1992 e il 1998 dalla classe politica italiana nella lotta alla corruzione, dei suoi limiti e delle conseguenze che questa ha avuto sul sistema politico, cfr. della Porta/Vannucci, Un paese anormale.

[341] Il termine è preso a prestito da una breve poesia di Stefano Benni, che così commentava la nomina a ministro dell’Interno di Antonio Gava, del quale era stata denunciata la contiguità al crimine organizzato: “Gava contro la mafia / è in pratica / il primo esempio politico / di cura omeopatica” (S. Benni, Ballate, Feltrinelli, Milano 1993, p. 81).

[342] Questi provvedimenti, che sanciscono una sorta di 'emergenza permanente' nella gestione delle gare, sacrificano trasparenza e controllo all'esigenza di abbreviare i tempi di spesa, assegnando ampi poteri discrezionali di ,decidere le modalità d'impiego delle risorse. In altri termini, sono reintrodotte per legge le condizioni più propizie allo sviluppo di transazioni corrotte in un settore, quello degli appalti pubblici, che storicamente si è rivelato il più 'sensibile' allo sviluppo degli scambi occulti (cfr. della Porta -Vannucci, Corruzione politica e amministrazione pubblica, pp. 105-113). Con le nuove leggi in materia, «in un mercato come quello italiano, ancora molto protetto, chiuso alla concorrenza internazionale e povero di operatori, le imprese in grado di.fungere da "generai contractor" sono due o tre. Ed è prevedibile che questi grossi colossi privilegiati, in accordo con la politica, azzerino la concorrenza, si spartiscano il mercato e producano "a cascata" un sistema di appalti e subappalti precostituito, lottizzato, costoso e inquinato» (cfr. Barbacetto/Gomez/Travaglio, Mani pulite, p. 678).

[343] Cfr. A. Vannucci, La corruzione nel sistema politico italiano a dieci anni da “mani pulite”. Cit.

[344] P. Davigo, Gli intatti meccanismi della corruzione sistemica, tratto da: Il prezzo della tangente. La corruzione come sistema a dieci anni da “Mani Pulite” a cura di G. Forti. Cit.

[345] Il PM di Mani Pulite si racconta in un libro, di G. D’Avanzo Cfr. La Repubblica, 18 giugno 1998; www.osservatoriosullalegalita.org, articolo del 28 settembre 2001.

Formato per la citazione:
Giuseppe Tomasello, "Storia di Tangentopoli", terrelibere.org, 10 marzo 2007, http://www.terrelibere.it/doc/storia-di-tangentopoli