Storia
di Tangentopoli
Giuseppe Tomasello
Il sistema politico italiano basato su
corruzione, concussione e finanziamenti illeciti fu messo a nudo dall’inchiesta Mani pulite scattata nel
febbraio 1992. Allora si enfatizzò il ruolo catartico dell’azione giudiziaria
come strumento di riscossa della società civile contro l’illegalità. Poi si
gridò al complotto che cancellava una classe di governo “democraticamente
eletta”. Uno studio critico sul fenomeno dove è la tangente ad affermare i
rapporti di dominio e sudditanza.
Indice
1. Breve storia della corruzione
2. La natura fenomenologia della tangente
3. Tangentopoli e le condizioni per l’emergere di “mani
pulite”
4. La corruzione come sistema
5. Cronologia di Tangentopoli
6. Statistiche su “mani pulite”
7. Osservazioni conclusive:le nuove “strategie di cura” per
la corruzione
Bibliografia
Leggi e Decreti citati
“Hai visto che gli sta capitando ai
giudici di Mani pulite? Gli viene rinfacciato che sono loro i responsabili dei
suicidi e delle morti d’infarto di alcuni imputati. Sul fatto che gli imputati
erano corrotti e corruttori e si meritavano il carcere si sorvola: secondo
queste anime belle il vero colpevole non è il colpevole che, in un momento di
vergogna, si suicida, ma il giudice che l’ha fatto vergognare.(…)”
Andrea Camilleri – La luna di carta
1. Breve storia della corruzione
La corruzione politica e la
connessione tra politica e denaro è un fenomeno che è sempre esistito, e si è
proposto nel corso dei millenni, in varie forme e con varia gravità.
Nell’antica Roma, anche prima di
arrivare al Basso Impero, diventato proverbiale come regno della corruzione, il
fenomeno ebbe dimensioni almeno dieci volte superiore a quelle dei nostri
tempi. E cosa dire del sedicente integerrimo custode dell’erario romano Catone
il Censore che, tra un lavacro morale e l’altro, subì oltre quaranta processi
per corruzione. Tutti ricorderanno la fatidica “Delenda Carthago!”. Perché
Catone ce l’aveva tanto con Cartagine? Vi è stato chi ha sostenuto che
Cartagine esportava quell’olio di cui Catone era grande produttore.
Una grande quantità di testimonianze
di autori latini e greci fa luce sui vari aspetti della corruzione politica
durante la Repubblica e i primi due secoli dell’Impero: corruzione legata alle
strutture clientelari della società, all’esistenza di potentati personali al di
fuori e al di sopra del potere legale, all'importanza e al prestigio della
ricchezza come strumento indispensabile di dominio politico. Associazioni
paramafiose (clientela e
amicizia), corruzione elettorale e brogli,
concussione e peculato, bustarelle, appalti e tangenti, vendita di posti e di
cariche, corruzione dei giudici, potere delle raccomandazioni.
La corruzione e le malversazioni dei
funzionari dello stato affliggevano coloro che erano sottomessi alla loro
autorità. Nonostante il generoso appannaggio ricevuto, i governatori delle
provincie e gli alti gradi dell'amministrazione periferica spesso approfittavano
con le irregolarità più diverse della propria posizione ai danni delle
popolazioni soggette a Roma. Verre, il rapace governatore della Sicilia dei
tempi di Cicerone, costituiva un caso tutt’altro che isolato.
Ma la corruzione riguardava anche i
gradini inferiori dell'amministrazione statale; gli storici classici si
occuparono poco di questi episodi, troppo umili per meritare la loro
attenzione. Più frequentemente sono citate le frodi dei publicani,
titolari di lucrosi appalti statali.
L’amministrazione della giustizia è
un altro settore della vita pubblica romana toccato da ampia corruzione.
L’assenza di un codice e di un corpo indipendente di magistrati specializzati
rendeva il giudizio un evento in buona parte dipendente dalle pressioni, se non
proprio azioni di vera e propria corruzione, che le parti in causa potevano
esercitare sul giudice. Numerosi sono gli esempi di come i processi fossero
spesso volti a favore di un personaggio ricco e potente. I processi erano
pubblici, cosa che temperava gli eccessi della corruzione dei giudici e che
faceva emergere l’attività di giudici integri e imparziali come termine di
confronto per l’attività di tutti gli altri.
Non potevano mancare le
raccomandazioni, un flagello che già allora minava l’efficienza
dell’amministrazione pubblica. Agli inizi della sua storia Roma era dotata di
un apparato statale molto snello, ma con l’ampliarsi del dominio di Roma anche
l’amministrazione statale divenne più estesa, con ciò moltiplicando i posti
nelle carriere statali. La caccia al posto era l’attività principale dei
rampolli dell’aristocrazia senatoriale e dei giovani rampanti delle classi
emergenti. Per ottenerlo era necessario godere di influenti raccomandazioni,
nelle quali non è possibile trovare traccia delle qualità specifiche che il
candidato poteva vantare per occupare degnamente la posizione cui aspirava, ma
solo l’esaltazione di generiche virtù e soprattutto della fedeltà del
raccomandato.
Le tappe intermedie verso l’età
moderna ci svelano tentazioni e furbizie dei grandi della storia, compresi
alcuni insospettabili come Cristoforo Colombo, che scrisse: “L’oro, quale
cosa meravigliosa: chiunque lo possieda è padrone di avere tutto ciò che
desidera”. E il giacobino Saint Just ammetteva: “Nessuno può governare
senza colpe”.
Dice ad esempio Sancho Pancha,
l’immortale eroe di Cervantes, scudiero di don Chisciotte: “Andandomene
nudo, come me ne vado in effetti, è chiaro che ho governato come un angelo”
e nella Marcia di Radetzky di Joseph Roth, il personaggio del conte
Chojnicki “riusciva sempre a sconfiggere i candidati avversari a forza di
corruzione, di violenza e di soprusi malgrado fosse un favorito del regime e
uno spregiatore di quell’istituto parlamentare”.
Non è una buona soluzione quella di
Longanesi, che liquidava la questione con cinismo, affermando: “La morale è
la conclusione delle favole”: vale almeno la pena di prendere coscienza
dell’estensione di questo fenomeno, e di rifletterci un pò su.
La corruzione politica è quindi un
fenomeno che suscita reazioni contrastanti, di riprovazione e di condanna
morale, talvolta di accettazione più o meno rassegnata. Può accadere che le
ragioni e i sentimenti sui quali si fondano queste reazioni convivano in noi,
formando un cocktail dal difficile equilibrio e dal sapore cangiante, raramente
gradevole.
È possibile che qualcuno trovi nella
lettura dei poco edificanti episodi descritti dai classici l’amara consolazione
che i tempi moderni non sono peggiori di quelli antichi in quanto a corruzione.
L’analisi storica può servire a sfrondare il problema della corruzione dalla
retorica inutile e concentrare l'attenzione sui rimedi, in diversi casi
indicati con sorprendente lucidità dai classici stessi.
E a chi importa se Giulio Cesare era
un ladro? Questa domanda non è nuova, ma non sembra aver perso nel tempo la sua
attualità se è vero, come scriveva il saggista americano John Jay Chapman, che “la
disonestà puramente finanziaria appare di scarsa importanza nella storia della
civiltà”. E se pochi appunto ricordano il vescovo inglese Thomas Becket o
il presidente americano John Quincy Adams per la loro presunta disonestà,
l’impressione è che la corruzione dei grandi sia ritenuta in fondo quasi
inevitabile e che in qualche caso, anzi, la percezione dei sudditi o dei
cittadini sia stata quella di poter contare su una conseguente ricchezza
generale e maggiori occasioni di affari o prebende per tutti. “II debito
pubblico”, scriveva Coleridge nel 1823, “ha fatto ricche più persone di
quante lo meritassero. È come in una mensa dove sono stati distribuiti trecento
buoni ma in realtà vi è posto solo per cento”. In questo caso può darsi
allora che il conflitto di interessi che grava su Berlusconi o le accuse di
reati finanziari che hanno toccato un imprenditore come Calisto Tanzi, per fare
due casi recenti, importino eccome; ma solo in base a qualche virtuosa e
moralistica considerazione.
Il punto è proprio questo: se la
maggioranza dei cittadini sceglie infatti a suffragio universale l’uomo che
offre con pragmatica saggezza grandi speranze, o se un gran numero di
risparmiatori sale volontariamente sul carro di un grande capitano d’industria
che promette sogni di ricchezza, occorre allora capire quale reale
consapevolezza essi abbiano del possibile vantaggio che viene dalla presunta
disonestà del capo. Se non gliene importi più di tanto, insomma, o se invece
quella maggioranza lo consideri un fattore rilevante e decisivo al momento di
depositare la propria scheda nell'urna o nell'atto di farsi largo presso la
corte del magnate di turno.
E non c’è dubbio che, almeno quanto
le mani terse dei moralisti, così quelle luride e impastate nel fango
esercitino in fondo un discreto fascino sui comuni mortali; così come i Nerone
e i Caligola sono passati alla storia quanto i santi (e assai più degli onesti
mediocri) e le imprese dei grandi furfanti, come ci racconta Charles Mackay in
un suo celebre campionario delle follie collettive, eccitano nei secoli la
memoria popolare. Poiché “la speculazione”, come ha scritto Washington
Irving, “è l'avventura romantica del commercio e svilisce tutte le realtà
più sobrie. Fa dello speculatore di Borsa un mago, e della Borsa un motivo
d’incanto”.
“Che cos'è un grimaldello di fronte
a un titolo azionario? Che cos’è l’ effrazione di una banca di fronte alla
fondazione di una banca?” si è chiesto in passato non troppo ironicamente Bertolt Brecht. Del
resto senza andare molto indietro nel tempo basterebbe citare l'ex premier
inglese Margaret Thatcher: “Nessuno si ricorderebbe del Buon Samaritano se
avesse avuto solo buone intenzioni. Aveva anche i soldi”. O ancora l’ex
presidente francese Charles De Gaulle, secondo cui “la perfezione invocata
nei Vangeli non ha mai costruito un impero. Poiché ogni uomo d’azione possiede
una forte dose di egoismo, orgoglio, durezza e astuzia. Ma tutte queste cose
gli saranno perdonate, anzi saranno considerate alte qualità, se egli riuscirà
a usarle per ottenere grandi risultati”.
2.
Cosa dice il “Codice”
Il codice penale è un corpo organico
di disposizioni di diritto
penale. Costituisce, insieme alla Costituzione ed alle leggi
speciali una delle fonti del diritto
penale. Il codice penale attualmente in vigore in Italia è il frutto di un percorso
legislativo durato 5 anni, dal 4
dicembre 1925, giorno in cui
venne pubblicata la legge n. 2260 con la
quale il governo venne delegato
ad emendare il codice penale allora in vigore (cd. codice Zanardelli), al 19 ottobre 1930 giorno in cui venne promulgato il codice
con Regio Decreto 19 ottobre 1930, n. 1398, pubblicato sulla Gazzetta
Ufficiale del 26
novembre 1930, n. 251,
supplemento ordinario.
Il regio decreto di promulgazione
riporta in calce le firme del Re d’Italia Vittorio Emanuele
dell’allora Capo del Governo Benito Mussolini, e
del Ministro della Giustizia (Guardasigilli)
Alfredo Rocco; anche
per questo il codice penale in vigore viene chiamato “Codice Rocco”.
Il codice penale, nonostante sia
stato più volte rimaneggiato, è organizzato in 3 Libri:
LIBRO PRIMO - Dei reati in generale
LIBRO SECONDO - Dei delitti in
particolare
LIBRO TERZO - Delle contravvenzioni
in particolare
Il titolo II del libro secondo
tratta dei delitti contro la Pubblica Amministrazione: il Capo I dei delitti dei pubblici
ufficiali contro la
Pubblica Amministrazione;
il Capo II dei delitti dei privati contro la Pubblica Amministrazione.
È importante conoscere le figure di
reato che interessano l’argomento della tesi, e che sono qui di seguito
riportate:
Art. 317 - Concussione
Il pubblico ufficiale o l'incaricato di un pubblico
servizio, che, abusando della sua qualità o
dei suoi poteri, costringe o induce taluno a dare o a promettere indebitamente,
a lui o ad un terzo, denaro od altra utilità, è punito con la reclusione da
quattro a dodici anni.
Art. 318 - Corruzione per un atto
d'ufficio
Il pubblico ufficiale, che, per
compiere un atto del suo ufficio, riceve, per se o per un terzo, in denaro od
altra utilità, una retribuzione che non gli è dovuta, o ne accetta la promessa,
è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni.
Se il pubblico ufficiale riceve la
retribuzione per un atto d'ufficio da lui già compiuto, la pena è della
reclusione fino ad un anno.
Art. 319 - Corruzione per un atto
contrario ai doveri d'ufficio
Il pubblico ufficiale, che, per
omettere o ritardare o per aver omesso o ritardato un atto del suo ufficio,
ovvero per compiere o per aver compiuto un atto contrario ai doveri di ufficio,
riceve, per se o per un terzo, denaro od altra utilità, o ne accetta la
promessa, è punito con la reclusione da due a cinque anni.
Art. 319 ter - Corruzione in atti
giudiziari
Se i fatti indicati negli articoli
318 e 319 sono commessi per favorire o danneggiare una parte in un processo
civile, penale o amministrativo, si applica la pena della reclusione da tre a
otto anni.
Se dal fatto deriva l'ingiusta
condanna di taluno alla reclusione non superiore a cinque anni, la pena è della
reclusione da quattro a dodici anni; se deriva l'ingiusta condanna alla
reclusione superiore a cinque anni o all'ergastolo, la pena è della reclusione
da sei a venti anni.
Art. 320 - Corruzione di persona
incaricata di un pubblico servizio
Le disposizioni dell'articolo 319 si
applicano anche se il fatto è commesso da persona incaricata di un pubblico
servizio; quelle di cui all'articolo 318 si
applicano anche alla persona incaricata di un pubblico servizio, qualora
rivesta la qualità di pubblico impiegato.
In ogni caso, le pene sono ridotte
in misura non superiore ad un terzo.
Art. 322 - Istigazione alla
corruzione
Chiunque offre o promette denaro od
altra utilità non dovuti ad un pubblico ufficiale o ad un incaricato di un
pubblico servizio che riveste la qualità di pubblico impiegato, per indurlo a
compiere un atto del suo ufficio, soggiace, qualora l'offerta o la promessa non
sia accettata, alla pena stabilita nel primo comma dell'articolo 318, ridotta
di un terzo.
Se l'offerta o la promessa è fatta
per indurre un pubblico ufficiale o un incaricato di un pubblico servizio ad
omettere od a ritardare un atto del suo ufficio, ovvero a fare un atto
contrario ai suoi doveri, il colpevole soggiace, qualora l'offerta o la
promessa non sia accettata, alla pena stabilita nell'articolo 319, ridotta di
un terzo.
La pena di cui al primo comma si
applica al pubblico ufficiale o all'incaricato di un pubblico servizio che
riveste la qualità di pubblico impiegato che sollecita una promessa o dazione
di denaro od altra utilità da parte di un privato per le finalità indicate
dall'articolo 318.
La pena di cui al secondo comma si
applica al pubblico ufficiale o all'incaricato di un pubblico servizio che
sollecita una promessa o dazione di denaro od altra utilità da parte di un
privato per le finalità indicate dall'articolo 319.
Art. 323 - Abuso d'ufficio
Il pubblico ufficiale o l'incaricato
di un pubblico servizio, che, al fine di procurare a se o ad altri un ingiusto
vantaggio non patrimoniale o per arrecare ad altri un danno ingiusto, abusa del
suo ufficio, è punito, se il fatto non costituisce più grave reato, con la
reclusione fino a due anni.
Se il fatto è commesso per procurare
a se o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale, la pena è della reclusione da
due a cinque anni.
Art. 326 - Rivelazione ed
utilizzazione di segreti di ufficio
Il pubblico ufficiale o la persona
incaricata di un pubblico servizio, che, violando i doveri inerenti alle
funzioni o al servizio, o comunque abusando della sua qualità, rivela notizie
di ufficio, le quali debbano rimanere segrete, o ne agevola in qualsiasi modo
la conoscenza, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni.
Se l'agevolazione è soltanto
colposa, si applica la reclusione fino a un anno.
Il pubblico ufficiale o la persona
incaricata di un pubblico servizio, che, per procurare a se o ad altri un
indebito profitto patrimoniale, si avvale illegittimamente di notizie di
ufficio, le quali debbano rimanere segrete, è punito con la reclusione da due a
cinque anni. Se il fatto è commesso al fine di procurare a se o ad altri un
ingiusto profitto non patrimoniale o di cagionare ad altri un danno ingiusto,
si applica la pena della reclusione fino a due anni.
Art. 327 - Eccitamento al dispregio
e vilipendio delle istituzioni, delle leggi o degli atti dell'Autorità
Il pubblico ufficiale, che,
nell'esercizio delle sue funzioni, eccita al dispregio delle istituzioni o alla
inosservanza delle leggi, delle disposizioni dell'Autorità o dei doveri
inerenti a un pubblico ufficio o servizio, ovvero fa l'apologia di fatti
contrari alle leggi, alle disposizioni dell'Autorità o ai doveri predetti, è
punito, quando il fatto non sia preveduto come reato da una particolare
disposizione di legge, con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a
lire quattrocentomila.
La disposizione precedente si
applica anche al pubblico impiegato incaricato di un pubblico servizio e al
ministro di un culto.
Art. 328 - Rifiuto di atti di
ufficio. Omissione
Il pubblico ufficiale o l'incaricato
del pubblico servizio, che indebitamente rifiuta un atto dell'ufficio che, per
ragioni di giustizia o di sicurezza pubblica, o di ordine pubblico o di igiene
e sanità, deve essere compiuto senza ritardo, è punito con la reclusione da sei
mesi a due anni. Fuori dei casi previsti dal primo comma, il pubblico ufficiale
o l'incaricato di un pubblico servizio, che entro trenta giorni dalla richiesta
di chi vi abbia interesse non compie l'atto del suo ufficio e non risponde per
esporre le ragioni del ritardo, è punito con la reclusione fino ad un anno o
con la multa fino a lire due milioni. Tale richiesta deve essere redatta in
forma scritta ed il termine di trenta giorni decorre dalla ricezione della
richiesta stessa.
Art. 353 - Turbata libertà degli
incanti
Chiunque, con violenza o minaccia, o
con doni, promesse, collusioni o altri mezzi fraudolenti, impedisce o turba la
gara nei pubblici incanti o nelle licitazioni private per conto di pubbliche
Amministrazioni, ovvero ne allontana gli offerenti, è punito con la reclusione
fino a due anni e con la multa da lire duecentomila a due milioni.
Se il colpevole è persona preposta
dalla legge o dalla Autorità o agli incanti o alle licitazioni suddette, la
reclusione è da uno a cinque anni e la multa da lire un milione a quattro
milioni.
Le pene stabilite in questo articolo
si applicano anche nel caso di licitazioni private per conto di privati,
dirette da un pubblico ufficiale o da persona legalmente autorizzata; ma sono
ridotte alla metà.
Art. 354 - Astensione dagli incanti
Chiunque, per denaro dato o promesso
a lui o ad altri, o per altra utilità a lui data o promessa, si astiene dal
concorrere agli incanti o alle licitazioni indicati nell'articolo precedente, è
punito con la reclusione sino a sei mesi o con la multa fino a lire un milione.
La corruzione
politico-amministrativa si realizza all’interno di un mercato nascosto nel
quale sono scambiati diritti di proprietà su rendite politiche, create
dall'intervento pubblico.
Oggetto di scambio, in altre parole, sono i diritti di proprietà su risorse
amministrate o soggette a regolazione da parte dello stato: la tangente non è
che una quota del valore economico di quei diritti che vengono assegnati o
mantenuti nella disponibilità del corruttore privato grazie all’esercizio (o
all’astensione dall’esercizio) di un potere pubblico, oppure dalla trasmissione
di informazioni privilegiate. Esistono diverse fonti di precarietà e
d’incertezza nel godimento dei diritti informali di proprietà scambiati nel
mercato della corruzione.
Con l’assurgere della
tangente a “legge non scritta” o “regola comune” di cui tutti sono a
conoscenza, sfuma in secondo piano la sua dimensione di corrispettivo
economico. Essa assume un valore simbolico, come riaffermazione di un rapporto
di sudditanza. In moltissime situazioni, la tangente non è stata dunque
finalizzata a specifici vantaggi o all’“acquisto” di questa o quella singola
prestazione del soggetto pubblico, ma a creare e mantenere “buoni rapporti” con
politici e amministratori. Si è
del resto sottolineato in dottrina come «la corruzione non possa essere
riduttivamente considerata in riferimento esclusivo al pericolo che il singolo
accadimento storico rappresenta per il successivo operato del funzionario; al
contrario, essa si pone come un reato di pericolo astratto volto a tutelare
anche la correttezza dei rapporti tra i consociati e la pubblica
Amministrazione».
Si pensi solamente alla
natura sistemica e
ambientale della
corruzione italiana, tale da rendere la tangente nulla più che una «tassa di
iscrizione al sistema di erogazione delle risorse pubbliche».
Dalla presa d’atto di un tale livello di degenerazione dei rapporti tra
amministrazione e privati sono scaturiti molteplici interrogativi in merito
alla possibilità di localizzare, nel soggetto pubblico, responsabilità penali personali
per un fatto materiale manifestatosi in un comportamento; al punto
da suggerire addirittura l’introduzione di una fattispecie ad hoc,
che permettesse di attribuire rilevanza penale ai casi nei quali il pubblico
funzionario si fosse limitato ad “approfittare” dell’altrui stato di soggezione
ingenerato dalla pressione psicologica esercitata dal clima di illegalità
diffusa.
In realtà, nella
stragrande maggioranza dei casi, il malcostume sistemico era sfruttato dallo
stesso privato per conseguire indebiti vantaggi
e doveva vedere sanzionati entrambi i partner dello scambio illecito in
base al reato “plurisoggettivo” di corruzione; senza, dunque, che fosse
necessario mobilitare la creazione di una nuova ipotesi delittuosa di
“concussione ambientale”.
La stessa concussione, già
prevista nel nostro Codice Penale (art. 317), è parsa a qualcuno, non del
tutto rispondente a una visione dei rapporti tra Stato e cittadini ispirata
alla responsabilizzazione di questi ultimi nel mantenimento dell'integrità
dalla pubblica amministrazione; al
punto da suggerire proposte dirette a rimuoverla dall’ordinamento, quanto meno
nella forma dell’ “induzione”, se non della “costrizione” (peraltro di per sé
inquadrabile come estorsione ex art. 629 C.p.).
Contrariamente a visioni
arcaiche di un giudice come automa cartaceo, macchina deputata a
eiettare sentenze dalla sua “bocca della legge”
dopo aver ingerito le notitiae criminis inviate dai pubblici ministeri;
non solo l’interpretazione delle norme, ma anche la loro applicazione concreta
dipendono da una serie di fattori che nemmeno il più complesso apparato di
disposizioni legali tassative sarebbe in grado di catalogare, prevedere
e prevenire totalmente. Tra essi, oltre all’ovvia, umana
fallibilità delle persone che incarnano le istituzioni giudiziarie, un ruolo di
assoluta preminenza nell’influenzare l’effettività delle norme e delle sanzioni
penali è svolto dagli stessi destinatari dei precetti giuridici: la riduzione
dello scarto tra previsione di certi fatti come reati e loro perseguimento
dipende infatti soprattutto dall’adesione della collettività alla valutazione
come disvalore di quei fatti, connessa peraltro al consenso nutrito nei
confronti delle istituzioni.
Si può senz’altro affermare che,
agli esordi delle inchieste di “mani pulite”, un ampio riconoscimento sociale
dell'azione dei magistrati sia venuto dall’opinione pubblica, la quale dunque
ha oggettivamente sostenuto, come la rivelazione di «uno scenario di corruzione
che non ha precedenti nella storia delle moderne democrazie occidentali».
Senza trascurare il ruolo importantissimo delle «tecniche particolarmente
efficaci con cui le indagini sono state condotte», «fin dagli inizi i
magistrati di “mani pulite” hanno operato con il forte e manifesto appoggio
dell'opinione pubblica e anche a quello hanno dovuto il proprio successo, tanto
sul piano delle indagini che su quello più personale del riconoscimento
pubblico».
Anche al di là delle
intenzioni dei magistrati che la stavano seguendo, la “via giudiziaria” alla
rimozione delle enormi sacche di malaffare che permeavano la vita politica e
amministrativa ha esercitato una particolare forza attrattiva sull’opinione
pubblica e sui media proprio per le sue intrinseche caratteristiche,
appunto, giudiziarie.
La qualificazione come criminale di
un certo problema sociale non può evidentemente sancire l’attribuzione di una
competenza esclusiva o anche solo privilegiata nella sua trattazione al
criminologo o al giurista penale. È indispensabile l’apporto di comprensione
che può venire da tutti coloro che, sulla base delle più diverse estrazioni
accademiche o professionali, si trovino a «fare criminologia», anche solo per
il fatto di affrontare una tipologia di comportamenti che attira su di sé la
reazione punitiva da parte dello Stato e, dunque, integra una o più
“fattispecie di reato”.
Lo specifico della prospettiva
penalistico-criminologica si manifesta soprattutto nel suo prendere avvio dalla
constatazione che le corruzioni sono qualificate come reati dall’ordinamento
giuridico vigente e,
dunque, danno luogo, per chi se ne renda autore, a una responsabilità
penale personale e colpevole (art. 27, co. 1° Cost.), derivante dalla
realizzazione di un fatto tipico - in quanto corrispondente in tutti i
suoi elementi a una delle disposizioni legali che compongono la
cosiddetta parte speciale del diritto penale (art. 25, co. 20 Cost.) - e
antigiuridico, perché in contraddizione con l’ intero ordinamento.
La pena è qualcosa che evoca
l’intero, la totalità, anche di coloro ai quali viene inflitta. Una totalità
che nasce dalla sua complessità di istituzione sociale. Si è detto
efficacemente che «le istituzioni penali sono strettamente connesse con
altre istituzioni e sfere sociali ugualmente rilevanti, e si pongono
all’interno di quei circuiti di potere, di scambio, di moralità e di
sensibilità che aiutano a mantenere coesa la società. Essa è un area della vita sociale che si
dilata al di fuori dei propri confini e che attinge il proprio significato
tanto da queste relazioni esterne che al suo interno, raggiungendo così una
profondità e una ricchezza simbolica che non si arresta alla sua funzione
immediata».
Il coinvolgimento della
persona, totale e senza scampo, di chi sia giudicato e condannato in sede
penale, specie ove il significato di tale esperienza estrema riceva un
ulteriore coloritura personalistica e stigmatizzante da parte del contesto
sociale e mediatico, attiva meccanismi difensivi naturali che, analogamente a
quanto riscontrato tra i minorenni, possono portare a ritorcere il giudizio sui
giudicanti, a condannare i condannanti.
Esemplare in tal senso l’accusa ben “poco convincente”,
rivolta, con ossessiva insistenza dagli imputati di “tangentopoli”,in occasione
di qualsiasi decisione sfavorevole adottata dai magistrati, di aver agito sulla
spinta delle proprie simpatie politiche.
Se non «legalistico e
moraleggiante», come qualcuno ha scritto, certo
il «tono» di “mani pulite” è stato dunque molto «personalistico»
e ha occultato non nella maggioranza dei magistrati (la cui azione ha creato
un’ occasione forse irripetibile di riscatto civile), ma nell’opinione
pubblica, nella politica e nei media, la reale percezione degli effetti
dirompenti prodotti dalle corruzioni sul sistema politico ed economico. In
effetti la tragedia di Tangentopoli è di non avere provocato discussioni
utili in merito alle questioni su quali e quanti cambiamenti apportare per
modificare i confini di pratiche come il “consociativismo”, la “lottizzazione”
e il “clientelismo”.
Anche la sottile
questione se le diverse fattispecie di corruzione siano da considerare come
reati unici plurisoggettivi ovvero come reati distinti dal lato attivo e
passivo ha potuto raccogliere dalle esperienze di questi dieci anni non pochi
spunti di riflessione. Ci si è infatti spesso trovati di fronte a situazioni
nelle quali la condotta del privato poteva agevolmente essere definita come
corruzione, pur riscontrandosi, nell’agire del pubblico ufficiale che rivestiva
il ruolo di controparte nell’illecito contratto, elementi “concessivi” o
“estorsivi”. La “costruzione autonoma” della corruzione attiva e della
corruzione passiva operata da certa dottrina italiana,
contro il prevalente orientamento che configura invece la corruzione come reato
plurisoggettivo a struttura bilaterale, è sembrata dunque più rispondente alle
fenomenologie criminose dell’era di “tangentopoli”.
Di una tale prospettiva
di inquadramento delle fattispecie di corruzione si sono riconosciute utili
ricadute anche sull’annosa diatriba in merito ai criteri differenziali tra
corruzione e concussione, con
l’effetto per esempio di poter ravvisare tendenzialmente anche una corruzione
a carico del privato, oltre che una concussione a carico del pubblico ufficiale,
in caso di preminenza del vantaggio conseguito dall’ extraneus; solo una
concussione del soggetto pubblico nel caso in cui tale vantaggio risultasse del
tutto inadeguato rispetto “al costo” che la transazione corrotta comportava per
il privato.
Si consideri poi la
controversa individuazione di quell’ «atto», conforme o contrario ai doveri
d'ufficio, cui tutte le ipotesi di corruzione previste dal Codice Penale fanno
riferimento quale contropartita della tangente data o promessa dal privato.
L’esperienza dell’ultimo
decennio ha rivelato casi gravi e frequenti caratterizzati dalla stabilità del
rapporto tra i partner, tale dunque da non esaurirsi in “atti” conformi o
contrari ai doveri d’ufficio, ma esteso in una continuità di relazioni
nell’ambito delle quali il privato riusciva a controllare tutta l'attività
del pubblico ufficiale.
Le corruzioni portate
alla luce dalle inchieste giudiziarie di questi anni hanno segnato uno dei
molti terreni di discrasia tra dottrina e giurisprudenza, visto che la prima è
rimasta prevalentemente orientata a richiedere l’individuazione dell’atto
d’ufficio compiuto o da compiersi da parte del pubblico ufficiale.
Anche di recente si è
così autorevolmente rimarcata «l’essenzialità nella corruzione del
garantistico ancoraggio della “retribuzione” ad uno o più atti da compiere»,
ancorché questi possano «anche essere non specificamente definiti», non
al punto però di conferire rilevanza a un atteggiamento, da parte del pubblico
ufficiale, di una generica benevolenza “a futura memoria”, che si tradurrà in
atti e comportamenti dai contorni pur non integralmente previsti ma al momento
del patto ugualmente preventivabili.
La presa d’atto di un’innegabile
difficoltà dei tipi delittuosi vigenti ad abbracciare le fenomenologie di
comportamento più diffuse e aggressive ha trovato sbocco in proposte di riforma
delle fattispecie di corruzione dirette ad affrancarne la previsione proprio da
un aggancio troppo rigido all’atto d'ufficio, prevedendo viceversa la
punibilità della ricezione di denaro o altra utilità anche solo in relazione
all’attività d’ufficio. In
Italia tali proposte non hanno avuto però alcun seguito legislativo. Questo
allargamento della previsione normativa può evitare l’inconveniente di lasciare
impuniti proprio i casi più gravi, cioè quelli in cui il privato riesce a
controllare tutta l’attività del pubblico ufficiale.
In una recente ricerca
criminologica, si è
rilevato come in Italia, benché i livelli di criminalità siano più bassi
rispetto agli altri paesi europei, si registrano nella popolazione sentimenti
di insicurezza e paura della criminalità non inferiori a tali paesi. Tra le
interpretazioni di questo dato, è stata avanzata anche quella per cui la
presenza capillare della corruzione contribuirebbe «alla diffidenza del
cittadino verso qualsiasi autorità, aprendo la strada a comportamenti di
illegalità diffusa che contribuiscono alla percezione di insicurezza generale».
Si tratta di una prospettiva, tra le molte, che vale a rimarcare l’esigenza per
cui una corretta discussione del problema criminale, non solo tra gli addetti
ai lavori, ma altrettanto nell’opinione pubblica e da parte dei media.
L’esemplarità del tema della
corruzione emerge sotto vari angoli visuali, ma innanzi tutto proprio per la
rilevante dannosità sociale di
questo reato, ripetutamente evocata nelle molte occasioni di dibattito
presentatesi in questi anni.
Il collocarsi del fenomeno nel
vitale snodo dei rapporti tra i “piani alti” dell’Economia e quelli della
Politica ha finito per conferire alle dimensioni e alla natura del danno
prodotto da questi fatti una portata ben superiore a quella coinvolgente il
“buon andamento” e “l’imparzialità” della pubblica amministrazione ma estesa
all’integrità dell’economia nazionale, alle regole della concorrenza e allo
stesso funzionamento delle istituzioni democratiche, con l’esito di un’uscita
degli onesti dal sistema. Si
afferma che la corruzione tende ad autoalimentarsi e a erodere il coraggio
necessario per aderire a più elevati standard di correttezza. Una volta
percepita nella sua esistenza e diffusione dalla collettività, essa riduce il
rispetto per l’autorità costituita e mina la fiducia della popolazione nel
fatto che l’amministrazione agisca equamente.
I politici, si dice, costituiscono o
dovrebbero pur sempre costituire un’ élite; se questa viene giudicata
corrotta, l’uomo della strada non vedrà alcuna ragione per non perseguire il
proprio interesse particolare. Gli stessi soggetti pubblici vedranno indebolito
il proprio coraggio di adottare provvedimenti impopolari (per esempio fiscali),
tenderanno a sottrarsi alle proprie responsabilità e ai propri doveri e
aumenterà tra loro e con il resto della società il livello dei conflitti e
della litigiosità.
In ogni caso, quindi, a parte gli auspici
di un intervento riformatore, la dottrina italiana si è generalmente mossa
lungo il solco dei valori costituzionali dell’imparzialità e del buon andamento
della pubblica amministrazione, pur
sottolineandosi l’esigenza di una diversa modulazione di queste categorie in
relazione per esempio alle svariate ipotesi di corruzione, tale dunque da
conferire rilievo ora alla sola imparzialità nella corruzione impropria (art.
318 c.p.), ora invece anche al buon andamento nella corruzione propria (art.
319 c.p.).
L’assunto su cui si è sostenuta
l’idea per cui la fisionomia dei beni tutelati dalle fattispecie di corruzione
non dovrebbe risentire dei rivolgimenti prodotti dalla rivelazione della
corruzione sistemica è la seguente: non essendo intervenuto in questo stesso
periodo alcun sostanziale mutamento nel quadro normativo, nessuna modificazione
dovrebbe riconoscersi nella fisionomia del bene giuridico.
In effetti, passando in rassegna
quanto intervenuto in questo decennio nella disciplina penale della corruzione,
è agevole avvedersi di come, all’indomani della riforma organica (peraltro
anteriore alla vicenda “mani pulite”) di cui alla legge n. 86 del 1990, le
uniche modificazioni di rilievo siano derivate dalla l. n. 300 del 2000 (che ha
introdotto gli art. 322-bise 322-terdel
Codice Penale) e, sia pure di riflesso, dal d.lgs. 231/2001,
che ha introdotto nell’ordinamento italiano la responsabilità amministrativa
dell’ente, inizialmente, oltre che per i reati di cui agli art. 316-bis,
316-ter, 640, comma 2, n. 1,640- bis e 640-ter (se commesso
in danno dello Stato o di altro ente pubblico), per i soli delitti di
concussione e corruzione.
Interventi che non hanno certamente
alterato l’impianto complessivo della disciplina delle corruzioni
preesistente, malgrado il cospicuo numero di progetti e disegni di legge
presentati negli anni passati e in parte ancora giacenti nell’attuale
legislatura, volti a riformare vari aspetti di questi reati.
Il complessivo
immobilismo riformatore del legislatore nazionale nella materia penale
potrebbe apparire l’espressione di una sana aderenza al dettame dell’ extrema
ratio della pena, visto che le novità più appariscenti registratesi durante
l'ultimo decennio nella disciplina della pubblica amministrazione in senso lato
si sono localizzate nell’ambito del diritto amministrativo. Si è trattato
peraltro di novità attinenti all’assetto complessivo della pubblica
amministrazione, al
decentramento, alla
normativa sui controlli amministrativi, alla
disciplina degli appalti, nonché
agli effetti del procedimento e del giudicato penale sul piano disciplinare
nelle quali non sempre si è potuto identificare un vero rafforzamento delle
difese “immunitarie” del settore pubblico nei confronti del rischio di
corruzione.
In particolare, il
delicato campo degli appalti pubblici, investito anche di recente da fatti
corruttivi e ancora ben lontani da una definizione in sede giudiziaria,
appare tuttora uno dei più esposti a deviazioni criminali, anche per le enormi
ricchezze che esso riesce a mobilitare e per l’estensione numerica dei soggetti
coinvolti; un’esposizione
che, pur distribuendosi tra i diversi tipi di procedura adottata, mantiene
livelli particolarmente elevati nella cosiddetta “trattativa privata”, che «è
una forma di contrattazione caratterizzata dall’assenza di vincoli per la
pubblica amministrazione nella scelta del contraente, così che il rapporto
negoziale scaturisce da un accordo diretto fra la pubblica amministrazione e la
parte privata, che concorre con l'amministrazione nella definizione dei
contenuti contrattuali».
3. Tangentopoli e le condizioni per l'emergere di “mani
pulite”
Tangentopoli è il
nome con cui fu ribattezzata dalla stampa la città di Milano all’inizio delle numerose
inchieste per corruzione,
concussione e finanziamento illecito dei partiti scattate
dopo l’arresto del presidente del Pio Albergo Trivulzio, Mario
Chiesa, avvenuto a Milano il 17 febbraio 1992. Per estensione il termine Tangentopoli è
venuto ad indicare il sistema basato su corruzione, concussione e finanziamenti
illeciti che, messo progessivamente a nudo nel corso dell’inchiesta mani pulite, è stato
attribuito ad una parte della storia d’Italia, la
cosiddetta prima
repubblica (per differenziarla dalla cosiddetta seconda
repubblica, cioè l’epoca successiva all’inchiesta).
Come tutti i fenomeni complessi e ricchi di conseguenze,
anche l’inchiesta giudiziaria mani pulite è stata oggetto di interpretazioni
diverse e contrastanti. In una
prima fase hanno largamente prevalso i giudizi di carattere positivo, che
enfatizzavano il ruolo catartico dell’azione giudiziaria di contrasto alla
corruzione, vista come strumento di riscossa della società civile nei confronti
di un sistema politico oppressivo e dominato dall’illegalità. Nel corso degli
anni altre valutazioni di segno opposto si sono progressivamente affiancate a
quelle precedenti, e “mani pulite” è stata di volta in volta presentata come un
“golpe”, una “rivoluzione giudiziaria”, una “guerra civile”, il “braccio armato
di un complotto mirante a cancellare una classe di governo democraticamente
eletta”.
Si possono allora
fissare alcuni punti fermi: per mani pulite si intende un insieme di
indagini e di procedimenti giudiziari che hanno per oggetto reati di corruzione
(intesa in senso lato, in quanto comprensiva anche di altri reati come concussione,
illecito finanziamento ai partiti, turbata libertà degli incanti ecc.).
Il 1992 può essere
individuato come il punto conclusivo della storia del “sistema dei partiti” o
della “prima repubblica”. Per molti anni, ben prima della fatidica data del 17
febbraio 1992, la corruzione politica ha conosciuto in Italia un’espansione
inarrestabile ed invisibile. Esemplare, in questo senso, è la ricostruzione
fornita dal presidente della principale impresa italiana di costruzioni,
Vincenzo Lodigiani, secondo il quale «il rapporto tra mondo imprenditoriale
e politico è storicamente di stretta colleganza».
A suo avviso, negli anni
‘50 e ‘60, finché la Confindustria e le Società elettriche svolsero
efficacemente le funzioni di “grandi elemosinieri del sistema dei partiti”,
le singole imprese rimasero relativamente al riparo dalla corruzione. Ma gli
scandali degli anni ‘70 ridimensionarono questi flussi di denaro, proprio
mentre vi era un aumento dei costi dell’attività politica, «e allora si
rese necessario per i partiti cercare e realizzare “un abboccamento” diretto
con gli imprenditori che intendevano accedere al mondo delle forniture e degli
appalti pubblici». Così, per esempio, l’impresa Lodigiani cominciò a
seguire “la via istituzionale” alla corruzione, versando tangenti direttamente
ai vertici dei maggiori partiti di governo.
L’inclusione nel sistema
di protezione politica richiese il versamento di un’ imposta pari a un
miliardo e mezzo l’anno. Questo meccanismo di garanzia, conclude Lodigiani,
aveva una certa solidità, ma anche alcune crepe.
In un sistema
politico-amministrativo nel quale le pratiche di corruzione e di finanziamento
illecito divenivano gradualmente sempre più sistematiche, generalizzate e
organizzate, il potere giudiziario - forte di un sistema di solide garanzie
costituzionali d’indipendenza - ha conservato una sufficiente autonomia
rispetto al potere politico.
E proprio dalla
magistratura è partita l’iniziativa nell’azione di contrasto all’onnipresente
sistema della corruzione. A iniziare da quel momento, la circolazione di
informazioni sulle indagini in corso ha determinato un vero effetto-valanga:
dopo i primi arresti, l’appoggio dell’opinione pubblica alle indagini in corso
- evidente fin dalle sue battute iniziali - ha favorito l’azione dei magistrati
e incoraggiato la divulgazione di ulteriori notizie ad opera dei mezzi di
comunicazione, indebolendo nel contempo proprio quei partiti politici che fino
ad allora avevano garantito la spartizione delle tangenti e la protezione degli
esponenti politici sottoposti ad indagini. Mai uno scontro di questo genere si
era innescato nei decenni precedenti.
Indagini potenzialmente
altrettanto pericolose per i corrotti, infatti, erano state insabbiate o
neutralizzate senza suscitare alcuna reazione pubblica degna di rilievo. Non si
contano i casi di inquisiti che, negli anni ‘70 e ‘80, hanno usato il sostegno
e la protezione politica per porsi al riparo dalle inchieste, facendosi
eleggere in Parlamento e ponendosi così dietro lo schermo pressoché
invalicabile dell’immunità parlamentare.
Illuminante è il caso di
Antonio Natali, esponente socialista milanese e presidente della Metropolitana
Milanese, nonché - secondo diverse testimonianze - ideatore della spartizione
sistematica in percentuali fisse delle tangenti pagate ai partiti su ogni
contratto di quell’ente, e poi dell’intero sistema di appalti pubblici dell’area
milanese. Dopo il suo arresto per corruzione, nel marzo 1985, Natali ricevette
manifestazioni di fortissima solidarietà dall’intero partito.
Durante i pochi giorni di detenzione vi fu addirittura una richiesta di visita
in carcere dell’allora Presidente del Consiglio Bettino Craxi,.
Due anni dopo Natali fu candidato ed eletto al Senato, dove l’autorizzazione a
procedere fu ripetutamente negata ai magistrati, bloccando così l’inchiesta.
Non è stato invece
possibile offrire un equivalente sostegno politico a Mario Chiesa, data la
flagranza del reato (la “mazzetta” appena pagata ancora in tasca), ma anche per
il diverso scenario politico. Dopo alcuni velati tentativi di accreditare la
tesi di una forzatura politica dei magistrati - data la prossimità delle
elezioni politiche, previste per l’aprile successivo - Craxi in un’intervista
televisiva giunse a bollare Chiesa come un “mariuolo” che “getta
un'ombra su tutta l’immagine di un partito che a Milano, in cinquant'anni, non
ha mai avuto un pubblico amministratore condannato per reati gravi contro la
pubblica amministrazione”. Come
osserva Norberto Bobbio: «Si capisce che la maggiore o minore rilevanza
dell'opinione pubblica, come opinione relativa agli atti pubblici [...], dipende
dalla maggiore o minore offerta al pubblico, intesa proprio come visibilità,
conoscibilità, accessibilità, e quindi controllabilità, degli atti di chi detiene
il supremo potere».
Ben presto però il
sostituto procuratore Antonio Di Pietro, che dirigeva le indagini, scoprì l’esistenza
di conti bancari miliardari in Svizzera: alla fine di marzo Mario Chiesa,
isolato in carcere, privo di ogni appoggio da parte degli ex compagni, tradito
dagli stessi appaltatori dell’ente che iniziavano a descriverlo come un
instancabile concussore, cominciò a collaborare coi magistrati, dando a mani
pulite una spinta propulsiva che sarebbe durata diversi anni. Il crollo dei regimi
socialisti aveva nel frattempo stemperato le tradizionali contrapposizioni
ideologiche, rendendo l'opinione pubblica italiana più disponibile a cambiare
orientamento di voto e meno disposta a “turarsi il naso”
di fronte alla corruzione dei partiti. Le motivazioni profonde della crisi e
del crollo del sistema dei partiti, infatti, hanno cause profonde, sia interne,
sia legate al contesto internazionale, ed origini lontane, che risalgono almeno
alla fine degli anni Settanta.
Nel mondo cattolico era
in atto un processo di profonda distinzione fra religione e politica, iniziato
con papa Giovanni XXIII e proseguito con Paolo VI, fino a toccare l’apice con
Giovanni Paolo II, il papa polacco orientato più verso i grandi temi della
politica internazionale che verso quelli interni italiani. La Dc, inoltre, doveva
anche districarsi tra due richieste assolutamente inconciliabili: da un lato la
disaffezione di una larga fetta dell’elettorato verso il sistema della
corruzione di cui la Dc, stessa al governo per cinquant’anni, veniva vista come
la principale responsabile; dall’altro l’opposizione a qualunque forma di
moralizzazione del sistema da parte dei ceti clientelari che da questo sistema traevano
considerevoli vantaggi.
Il Pci, invece, era
incapace di soddisfare le esigenze dei più giovani poiché le sue strutture, il
suo linguaggio, i modelli di riferimento, il modo di intendere e fare la
politica erano ormai obsoleti e inadeguati a fronteggiare i problemi cui sono
sensibili le nuove generazioni. Non è agevole, cioè, trovare risposte politiche
convincenti ai problemi ambientali, o a quelli legati all’energia atomica,
pescando nel proprio bagaglio culturale ed ideologico che si è venuto formando
in un mondo del tutto diverso da quello attuale. Lo stesso concetto di antifascismo,
che era stato un formidabile strumento anche elettorale, venne fatto oggetto di
un primo tentativo di analisi sul piano storiografico e quindi revisionato.
Il sistema politico
italiano subì anche gli effetti collaterali del terremoto che ha sconvolto lo
scenario internazionale. Gli equilibri che tenevano in piedi il regime dei
partiti, infatti, avevano ragione di esistere solo all’interno di un certo
contesto internazionale, caratterizzato dalla guerra fredda, dal bipolarismo a
livello planetario tra due superpotenze e dal loro contrastarsi anche sul piano
culturale ed ideologico. Ma la fine del secolo segna anche la morte delle
ideologie: crolla il comunismo e i regimi che ad esso si ispiravano. Inoltre il
processo di integrazione europea giunge ad una fase decisiva. In questa mutata
situazione internazionale, le condizioni su cui il sistema italiano si è retto,
vengono improvvisamente meno. In parole povere, non essendoci più la paura del
comunismo, viene meno anche la necessità, avvertita da una larga fetta di
elettorato, di far confluire i voti sulla DC baluardo contro il pericolo
rosso.
La crescita di nuovi
movimenti (come quello referendario) e partiti che cavalcavano la protesta,
dalla Lega alla Rete, ostili all’ establishment politico e sostenitori
(almeno inizialmente) dell’attività dei giudici, fornì alla pubblica opinione
una sponda in campo politico, contribuendo ulteriormente a indebolire i centri
di potere politico coinvolti nella corruzione.
Un altro tassello del
mosaico in cui inquadrare i successi iniziali di mani pulite è rappresentato
dalla crisi economica e finanziaria che esplose in quegli anni: la stretta
nella finanza pubblica da un lato accrebbe la conflittualità interna al mercato
della tangente, incentivando defezioni e “confessioni” di individui
insoddisfatti delle loro quote di spartizione; per un altro verso la crisi
finanziaria rese ancor meno tollerabile, di fronte ai cittadini, la rivelazione
dello spreco di risorse pubbliche che la corruzione portava con sé, accentuando
così la reazione negativa nei confronti di partiti ed esponenti coinvolti. Di dimensioni inizialmente insospettate si è rivelata anche
l’entità economica della corruzione. I primi episodi riguardavano “mazzette” di
pochi milioni (qualcuno poteva perfino nasconderli nelle mutande). Si è passati
a illeciti e fatti penali misurati ciascuno in miliardi o decine di miliardi.
Ma più del dato
quantitativo, è quello qualitativo che conta. Rispetto agli inizi esso è
considerevolmente mutato. Il salto si è avuto quando le indagini, partite da
Milano, sono approdate a Roma: quando sono stato raggiunte e messe sotto
osservazione le sedi centrali del potere pubblico ed economico nazionale. Per
la prima volta, in Italia, si è avuta la sensazione che certi armadi potessero
essere liberati dagli scheletri che li abitavano. L’Eni, l’Enimont, l’Enel, l’Anas,
il dopo-terremoto in Irpinia, l’affaire del Banco ambrosiano: erano questi
i nuovi emergenti capitoli di questa vicenda, che qualcuno cominciava a definire
come l’89 italiano.
E così la Democrazia
cristiana viene riacquistando il ruolo di primo piano che le spettava di
diritto, a causa di quasi un cinquantennio di incontrastato potere e della
conseguente occupazione dello Stato: ruolo che, per tutti i mesi iniziali della
campagna di indagini, le sembrava esser sottratto dal Partito socialista.
Accanto alla Dc, accanto ai socialisti della nouvelle vague, vengono ad
acquistare un peso anche le altre formazioni che quel potere avevano condiviso:
i socialdemocratici, i repubblicani, i liberali. Infine, il fiume limaccioso
delle commistioni tra politica e affari lambì perfino le forze d’opposizione.
L’ingresso nell’indagine
mani pulite dell’Anas, dell'Enel e dell’Irpinia ha fatto sì che si possa
dire oggi che circa i tre quarti dei fatti svelati riguardavano interventi
compiuti (o minacciati) sul territorio e sull’ambiente. Ancor più questo
diventerà evidente quando da Milano a Roma si passò al Mezzogiorno, estendendo
l’indagine dall’Irpinia all’insieme dell’attività “assistenzialistica” compiuta
dall’inizio degli anni ‘80, e delle distruzioni dell’ambiente e delle regole
dell’azione pubblica che ne conseguirono.
A mano a mano che ci si
avvicina alle sedi centrali del potere, è ormai dai fatti documentati dai magistrati
che appare con ogni evidenza che è “a monte” che si è avviato e promosso il
processo di depotenziamento ed esautoramento delle istituzioni locali del
potere: anche se ciò non può significare assolvere chi “a valle” ha aggiunto i
propri errori a quelli romani.
Enorme il peso economico
sulla società italiana: si parla di 15 mila miliardi l’anno, 150 mila miliardi tra
l’82 e il ‘92. È una cifra da capogiro, che ha il pregio di illustrare con l’evidenza
dei numeri il volume del rapporto tra dare e avere che si era instaurato tra la
società italiana e le bande del malaffare “ordinario”. Ma non è che un dato
parziale: rappresenta uno dei prezzi che la società ha pagato per Tangentopoli,
non tutti.
Tangentopoli ha
significato realizzare sul territorio interventi non necessari, e spesso
dannosi. Ha significato pagare per opere mai eseguite, oppure eseguite e mai
utilizzate (come le fabbriche nel Sud terremotato, o le stazioni ferroviarie a
Roma per le Olimpiadi, o le strade di Ancona). Ha significato rinuncia ad
effettuare i necessari controlli, a pretendere il rispetto degli accordi
sottoscritti. Ha significato ridurre a zero la credibilità della pubblica
amministrazione. Ha significato annullare la libera concorrenza, e insieme ogni
forma di programmazione nell’interesse collettivo. Ha significato ridurre il
peso dell’investimento produttivo, e accrescere quello della rendita
parassitaria. Se il prezzo di ciascuno di questi elementi potesse essere
tradotto in lire, la spesa complessiva che la società ha dovuto sostenere
sarebbe valutabile in cifre di dimensione così grande da sfuggire alla
consapevolezza comune.
Il regime di
Tangentopoli, la collusione politico-affaristica eretta in sistema, ha
caratterizzato un periodo relativamente breve della storia del nostro paese, e
tuttavia, esso ha provocato una caduta dello spirito d’impresa e una perdita
della capacità delle imprese di rinnovarsi e attrezzarsi: in definitiva, con un
processo di deindustrializzazione, misurabile in termini di riduzione delle
unità locali e degli addetti dell’apparato produttivo, incommensurabile nei
suoi effetti sul futuro della società italiana e sul suo ruolo nello scenario
mondiale. L’effetto più vistoso e dirompente è stato l’impatto delle vicende
svelate sull’opinione pubblica, la conseguente perdita di credibilità dell’intero
sistema politico, posto spietatamente in crisi.
Incerta, imbarazzata,
tardiva, contraddittoria è stata invece la reazione della “società politica”,
che solo con grande fatica ha recepito il messaggio e compreso la necessità di
voltar pagina.
Ancor più ottusa, se
così può dirsi, è apparsa nel complesso la reazione dei ceti imprenditoriali,
sui quali pure ricadono (come tentiamo di documentare) non poche responsabilità
per quanto è accaduto: chiusi a far barriera per difendere indiscriminatamente
i rappresentanti delle proprie categorie, senza quasi ombra di riflessione
critica.
“Tutti a casa!”, era lo slogan che risuona sempre più spesso nei
commenti degli organi di stampa, interpreti delle reazioni dell'opinione
pubblica. Un esplicito invito al ceto politico che aveva governato, e
addirittura agli esponenti di tutte le formazioni politiche su cui poggiava il
sistema democratico italiano. Che occorresse un vasto ricambio del ceto
politico che ha condotto a un così vistoso disastro, o che comunque lo ha
ignorato o tollerato, era talmente evidente che non occorre neppure
dimostrarla.
Ma il rinnovamento delle
persone è una misura necessaria, tutt’altro che sufficiente. Il nodo decisivo
rimane quello del ripristino delle regole.
Se queste condizioni
descrivono lo scenario generale nel quale si inseriscono i travolgenti sviluppi
dell’inchiesta, le modalità d’azione dei giudici hanno dato un contributo
decisivo al suo successo. Infatti, dalla descrizione che ne è stata fornita,
corrotti e corruttori coinvolti nell’inchiesta si sono trovati in un contesto
di scelta corrispondente a quello del celebre “dilemma del prigioniero”, nel
quale l’esito cooperativo (non confessare) era reso irraggiungibile dagli
incentivi individuali ad adottare la strategia non-cooperativa (confessare),
andando però incontro a un esito disastroso (per i corrotti, ossia il crollo
del sistema di connivenze incrociate).
Quando si sono diffuse
le prime informazioni sul fatto che diversi indagati collaboravano coi giudici,
questi ultimi hanno posto gli indagati di fronte a una secca alternativa
-confessare o meno quanto sapevano - insinuando in loro il sospetto che altri
avessero già parlato e prospettando, in caso di reticenza, l’applicazione di
misure cautelari.
Come osservano i giudici
di mani pulite: «la notizia della piena collaborazione di Chiesa con il
magistrato inquirente [...] ha determinato alcuni pubblici amministratori ad
abbandonare le cariche ricoperte e ad assumere un atteggiamento di
disponibilità verso l'autorità procedente».
La consapevolezza della
massa crescente di notizie di reato in possesso dei giudici ha poi fatto il
resto: gli indagati, consapevoli che le ammissioni di altri potevano metterli
in guai ancora peggiori, hanno avviato una rincorsa a confessare per primi.
In assenza di efficaci
protezioni politiche, in grado di garantire il rispetto degli instabili (se
soggetti alla pressione dei giudici) patti di omertà tra i corrotti e i
corruttori - anche i principali leader politici sono stati ben presto
coinvolti - il sistema di omertà e connivenze incrociate è crollato come un
castello di carte.
Dalle dinamiche di mani
pulite nascono anche le premesse del conflitto tra magistratura e classe
politica che si svilupperà in seguito, fino a raggiungere punte di accesa
contrapposizione. C’è una prima dimensione di scontro che è, per così dire,
immediata, visto che i magistrati svolgono indagini, processano e in qualche
caso mettono agli arresti una fetta consistente dell’élite politica ed
economica del paese.
A partire dal 1992, tra
i principali “rischi professionali” della politica cominciò ad essere percepito
anche quello di finire in manette, e come prevedibile affiorò una reazione
difensiva. Di
qui il rinnovato impiego, da parte della classe politica, del consueto
armamentario con cui da sempre si era contrastata o delegittimata l’azione dei
giudici attivi sul fronte della corruzione: ai magistrati inquirenti sono
andate di volta in volta le accuse di essere politicizzati o ideologizzati,
affiliati ad una parte politica avversa, carrieristi, strumentalizzati,
incompetenti, o anch’essi corrotti, e dunque indegni di indagare sull’altrui
corruzione.
Ma c’è anche un altro
punto di attrito: fin dagli inizi i magistrati di mani pulite hanno
operato con il forte e manifesto appoggio dell’opinione pubblica e anche a
quello hanno dovuto il proprio successo, tanto sul piano delle indagini quanto
su quello più personale del riconoscimento pubblico.
Come ricorda il giudice Piercamillo Davigo: «indubbiamente abbiamo
ricevuto un forte appoggio dell'opinione pubblica. Abbiamo avuto un consenso
diffuso alla nostra attività».
La crescita del grado di
esposizione al pubblico dell’azione (e, inevitabilmente, anche dei tratti più
personali) dei magistrati è andata avanti in parallelo con il ridursi del
sostegno sia ai soggetti politici (singoli esponenti e partiti) sottoposti a
indagini - la cui reputazione ha in alcuni casi ricevuto colpi decisivi - sia
alla classe politica nel suo insieme, sempre più delegittimata. È cominciata
così una sorta di competizione tra magistrati e classe politica per
appropriarsi di una posta in palio non politica, ossia il riconoscimento
pubblico, in relazione all'espandersi della funzione di controllo di
correttezza politica esercitato dalla magistratura: «in maniera o
implicita, o, più spesso, esplicita, che lo teorizzasse o no, la magistratura
italiana ha agito tenendo conto di quanto avveniva nella sfera pubblica; e ha
potuto svolgere il suo compito soprattutto grazie all'appoggio che vi ha
trovato. La battaglia con la classe politica è stata combattuta per il
riconoscimento e i giudizi espressi nella sfera pubblica».
È significativo, a
conferma del carattere “pubblico” e non istituzionale delle sentenze che
contano, che il vero timore dei politici corrotti non fosse la punizione, ma l’essere
indagati: «Ovvero, è la denuncia pubblica che consegue all’indagine
della magistratura, la vera punizione, non la sentenza, la quale chi sa quando
seguirà e, quando giungerà, ben poco cambierà la situazione».
Dunque, una buona
immagine e un esteso consenso nella sfera pubblica, risorse vitali per il
successo e per la stessa sopravvivenza della classe politica, sono presto
diventati decisivi anche per la prosecuzione delle inchieste di mani pulite.
La crescita del consenso
all’azione dei giudici richiede rivelazioni sulle malefatte dei politici, e
dunque implica una sottrazione di sostegno alla classe politica; viceversa, i
politici coinvolti nelle inchieste possono riguadagnare l’appoggio del pubblico
solo proclamando la propria estraneità ai fatti contestati, e dunque
(implicitamente o esplicitamente) delegittimando l’azione dei magistrati come
frutto di uno sbaglio (nel migliore dei casi), di un complotto, di una
strumentalizzazione politica, ecc.
Dalla sommaria
ricostruzione fornita, mani pulite nasce e si sviluppa a seguito di una serie
concomitante di fattori intrecciati, dando vita a un “circolo virtuoso” per
certi versi difficilmente ripetibile. Alcuni di essi, come si è visto, sono esogeni
rispetto all’inchiesta, altri elementi sono invece endogeni. Un
intreccio così complesso e necessariamente instabile di fattori diversi
difficilmente poteva produrre risultati duraturi.
Le inchieste di mani
pulite hanno prodotto, proprio a seguito dei loro travolgenti successi
iniziali, una serie di effetti di retroazione che ne hanno progressivamente
esaurito le potenzialità di sviluppo. Per un verso la classe politica ha
serrato le fila, ponendo in essere una serie di provvedimenti che di fatto
hanno frapposto seri ostacoli all'azione dei magistrati. Nello stesso tempo, i “nuovi”
corrotti si sono addestrati ad operare in condizioni di rischio, assimilando
conoscenze e abilità che li hanno resi più difficili da scoprire e sanzionare
penalmente.
Come rileva il giudice
Piercamillo Davigo: «Gli organi repressivi esercitano sulla devianza
criminale la funzione tipica dei predatori: migliorano la specie predata.
Abbiamo acchiappato le prede più lente, lasciando libere quelle più veloci».
Se questo è vero, c’è solo da sperare che anche i “predatori”, nel frattempo,
abbiano acquisito competenze in grado di migliorare le loro modalità d’azione.
Le elezioni del 5 aprile
1992 decretarono la bocciatura netta di tutti i tradizionali partiti di
governo. Era il segno che una forte richiesta di rinnovamento della prassi
politica che pervadeva la massa dell’elettorato, ma ancora non c’erano i
soggetti nuovi, capaci di sostituirsi legittimamente ai vecchi partiti. Era
iniziato, però, un processo di trasformazione che, da destra a sinistra,
riguardava tutti: dopo il crollo del Muro di Berlino, il Pci di Occhetto è
diventato Partito democratico della sinistra (Pds) e, successivamente
Democratici di Sinistra (Ds), con questa nuova veste iniziava la corsa al
governo del Paese mentre dalla sua ala sinistra si staccava il gruppo di
Rifondazione Comunista; esplose il fenomeno della Lega Nord, che sotto la
bandiera dell’antimeridionalismo cela una più generale intolleranza del nord
ricco verso le disfunzioni del sistema politico-amministrativo; la Dc, travolta
dagli scandali per la corruzione dilagante nel paese, compì, con Martinazzoli,
un ultimo tentativo di sopravvivenza riassumendo l’antico nome di Partito
Popolare; il Psi scomparve; il vecchio Msi, con il congresso di Fiuggi, diventò
Alleanza Nazionale, sotto la guida di Gianfranco Fini.
4. La corruzione come sistema
Fin dagli inizi di mani
pulite è emerso che la corruzione svelata dalle inchieste non era soltanto quantitativamente
superiore al passato, ma anche qualitativamente diversa. Si è
osservato che in molti casi di corruzione la tangente non era finalizzata
all’acquisto di una contropartita specifica, come nel caso del classico scambio
tra tangente e appalto, ma piuttosto all’acquisizione di una generica protezione
politico-burocratica nei confronti di possibili problemi, ritardi,
trattamenti sfavorevoli rispetto ai concorrenti, richieste di ulteriori
tangenti non preventivate ecc., cui rischiavano di andare incontro i soggetti
che avevano rapporti più frequenti ed economicamente significativi con le
strutture pubbliche.
In una condizione di
crisi dello Stato quale produttore di certezza, anche diritti di proprietà formalmente
garantiti dall'autorità pubblica, come ad esempio quelli dell’appaltatore
all’emissione dei mandati di pagamento nei tempi previsti dalla legge, o di un
imprenditore alla concessione di un’autorizzazione, diventano più fragili ed
aleatori. L’attività di corruzione somiglia allora alla ricerca di una sorta di
“polizza assicurativa” con cui agenti pubblici e privati tentano di ristabilire
condizioni minime di relativa prevedibilità e di certezza di comportamenti,
trasformando in mercato l’esercizio dell’autorità pubblica.
D’altra parte, se il
vantaggio in termini di riguadagnata certezza resta confinato all’interno della
ristretta cerchia di corrotti e corruttori, la loro attività produce un costo -
in termini di accresciuta insicurezza dei diritti ed inefficienza delle
procedure - che ricade su tutti i soggetti estranei al rapporto di scambio
corrotto. Gli
agenti pubblici corrotti, che con una mano generano incertezza dei diritti, con
l'altra si mostrano disposti a vendere una protezione selettiva, ad
personam, caso per caso, dalle condizioni d’imprevedibilità di cui loro
stessi, con l’insieme delle loro condotte, sono gli artefici. Chi ha ripetuti
contatti con una pluralità di strutture pubbliche, invece di soggiacere alle
pretese di interlocutori più o meno accidentali, può così individuare controparti
politiche e centri di potere da sovvenzionare periodicamente, in cambio di una
protezione a largo raggio della propria attività.
In cambio di questi
servizi protettivi, spesso la tangente si è trasformata in una sorta di imposta
periodica, sganciata da controprestazioni specifiche, finalizzata a sanzionare “diritti”
resi precari..
Svincolata da un beneficio contingente, la bustarella assume le fattezze di una
vera e propria imposta, versata in somma fissa ai centri di potere politico.
Questa modalità di erogazione delle tangenti attenua il rischio di un
coinvolgimento penale, visto che è più difficile dimostrarne la natura
illecita. A differenza di uno scambio contestuale tangente-appalto, un
pagamento periodico può essere più facilmente dissimulato come contribuzione
volontaria dell’imprenditore.
C’è un ulteriore campo
nel quale l’incertezza è ineliminabile; essendo illegali, gli scambi occulti
non possono essere garantiti dall’autorità pubblica. I soggetti coinvolti
appaiono ben consapevoli del rischio di defezioni nelle intese relative alla
spartizione di tangenti, sono obbligati a verificare costantemente la
consistenza del flusso di tangenti attese, facendo ipotesi su chi possa avere
fatto la cresta sulle quote mancanti.
Per contenere entro livelli
fisiologici fonti di attrito e inconvenienti come quelli sopra descritti, che
altrimenti potrebbero compromettere la capacità diffusiva del sistema di
corruzione, si è consolidato in Italia un insieme estremamente resistente di
regole, aspettative corrisposte, equilibri interni, competenze linguistiche.
Nel sistema della corruzione si sono progressivamente affermate regole di
coordinamento che prescrivono con esattezza come comportarsi.
Il potere trascinante
della “legge” della
corruzione viene descritto in maniera esemplare dalla vicenda dell'ufficio lva
di Pavia, riportato dal giudice Piercamillo Davigo, nel quale ventinove
impiegati furono arrestati per le tangenti riscosse in cambio di verifiche
fiscali addomesticate.
L’imprenditore Fabrizio
Garampelli descrive la loro evoluzione, frutto delle azioni, ma non
delle intenzioni degli individui coinvolti nel sistema: «Qui ci siamo
trovati in una situazione proprio da fenomeno perverso, per cui ci siamo
trovati ad un certo punto avvolti noi stessi nei fatti, in una situazione che
era diventata insostenibile. Come siamo partiti, non è che da un giorno all’altro
ci siamo detti “beh, adesso bisogna...”. I fatti si sono poco per volta evoluti
e si è arrivati ad una situazione come quella che è scoppiata [...]. Direi che
negli ultimi dieci anni c’è stata una grossa evoluzione».
Secondo un esattore milanese di tangenti, il socialista Sergio Radaelli: «Semplicemente
tutti noi ci siamo adeguati a un sistema che va avanti dagli anni '50, e man
mano che taluni i esponenti dei partiti sono stati messi nei consigli
d'amministrazione delle varie aziende pubbliche avevano il compito di
continuare e perpetuare il sistema, richiedendo e ricevendo soldi dalle
imprese. [...] Tutti sapevamo come stavano le cose e ognuno recitava il suo
copione».
Conferma Maurizio Prada:
- Il sistema è cresciuto da solo. [...] Non è esistito nessun "grande
vecchio". Lo sviluppo, la crescita, la spinta alla razionalizzazione di
questo sistema di finanzia- mento arrivò nel momento in cui i partiti persero
la tradizionale contrapposizione ideologica».
In questo contesto,
alcuni centri di potere possono svolgere attività di composizione delle
controversie e, in cambio dei loro servizi protettivi possono rivendicare una
quota delle rendite politiche scambiate nel mercato della corruzione.
Nel mercato della
corruzione così strutturato, un centro di potere determinante in quel contesto
decisionale (la segreteria centrale di un partito, una sua frazione o corrente,
un boss, un’alleanza o gruppo trasversale tra più soggetti o partiti)
assume il compito di garantire la “regolarità” delle condotte.
In conclusione, mani
pulite ha mostrato che nei casi in cui il fallimento dello Stato nel
produrre certezza investe la sfera dei rapporti tra cittadini, imprese e agenti
pubblici, alcuni soggetti politici (partiti, correnti, frazioni, comitati d’affari,
“clan”, ecc.) possono specializzarsi nel rispondere alla conseguente “domanda”
di protezione nelle relazioni con lo Stato. Queste organizzazioni assumono la
funzione di garanti dei precari diritti di proprietà trasferiti negli scambi
corrotti, o affievoliti dall’inefficienza e dall’arbitrarietà (nei tempi di
risposta o negli esiti decisionali) dell’azione dello Stato.
5. Cronologia di Tangentopoli
Per una
visione abbastanza chiara dell’arco temporale di Tangentopoli, periodo peraltro
confusissimo, si è preferito usare una scansione mensile.
1992 – FEBBRAIO
Tutto comincia il 17 febbraio 1992,
quando il pubblico ministero Antonio Di Pietro chiede
ed ottiene dal GIP la cattura di Mario
Chiesa, presidente
socialista del Pio Albergo Trivulzio, uomo molto vicino a Bettino Craxi, che viene
arrestato in fragranza di reato, avendo appena intascato sette milioni di
vecchie lire da un ditta di pulizia monzese, che così comprava un appalto.
È l’inizio della prima inchiesta. Le notizie della
corruzione in politica cominciano ad essere pubblicate da giornali e agenzie
stampa.
Racconta Gherardo Colombo: (…) In realtà, era successa una cosa non
eccezionale: uno di quei fatti che ogni tanto capitano, ma che prima di allora
non avevano dato origine a risultati delle dimensioni di Mani pulite. Qualche
giorno prima del 17, l’imprenditore Luca Magni
, titolare di una società di pulizie in rapporti con il Pio Albergo Trivulzio , si era visto chiedere dal
presidente del Trivulzio Mario Chiesa dei
soldi per poter continuare a lavorare. Magni, invece di pagare, decise di
rivolgersi ai carabinieri: Antonio Di Pietro fu
incaricato delle indagini perché credo fosse il pm di turno.(...) Questa fase la conosco di
riflesso, perché non sono entrato subito nell’istruttoria. Già ad aprile i
dirigenti della Procura, in particolare Gerardo D’Ambrosio
, ma anche Saverio Borrelli, vedendo che le
inchieste stavano crescendo a vista d’occhio, mi contattarono prevedendo che
nel giro di pochi giorni Di Pietro non sarebbe stato in grado di affrontare
tutto da solo. In realtà, non avevo gran voglia di prendermi carico di questo
lavoro: ho cominciato a essere scortato nel 1981, la tutela mi era stata appena
tolta ed era prevedibile che se avessi accettato quell’incarico nel giro di
poco tempo sarei tornato sotto protezione. Inoltre ero indirizzato verso
un’opera di approfondimento piuttosto che verso una attività investigativa
nella quale occorre essere disponibili dalla mattina alla sera. Ma poi ho risposto
«sì» e sono entrato a far parte, insieme con Di Pietro, del «duo» incaricato di
investigare. Abbiamo cominciato però a svelare una quantità quasi incredibile
di corruzioni e così nel giro di un altro mese decisero di affiancarci anche Pier Camillo Davigo (...)
Sembrerebbe (e Craxi il referente
politico di Chiesa così subito la definisce) una “mariuolata”, negando l’esistenza di corruzione a
livello nazionale, e definendo Mario Chiesa un mariuolo, una “scheggia
impazzita” dell’altrimenti integro Partito Socialista. Ma, oltre i controlli incrociati,
lo stesso Chiesa, dopo alcune settimane di carcere, sentendosi abbandonato e
rinnegato, comincia a svelare un vasto retroscena di concussioni e corruzioni a
largo raggio che va a coinvolgere numerosi esponenti della politica, della
finanza e dell’imprenditoria.
Le dichiarazioni di Chiesa, dopo che i magistrati hanno
scoperto e sequestrato il suo ingente patrimonio, creato attraverso il
pagamento di tangenti,
e i dati fino a quel momento raccolti dagli inquirenti su esponenti politici di
cui si conosceva - sia pure in assenza di prove processuali - la scarsa onestà,
hanno consentito a un gruppo di magistrati della Procura della Repubblica di
Milano, di estendere l’inchiesta che nell’arco di pochi mesi ha coinvolto
centinaia di esponenti politici e imprenditori. Le tangenti e i contributi
erano così diffusi che i magistrati parlano di dazione ambientale, una
sorta di imposta implicita che gli uni versavano e gli altri ricevevano a volte
senza alcuna richiesta o senza nessuna offerta.
Il quadro iniziale che ne deriva è
di una città, Milano, dove la corruzione, la concussione e il finanziamento
illecito ai partiti sono reati diffusissimi, gonfiano le spese dello Stato e
degli enti locali e mettono la gestione della cosa pubblica nella mano di
persone spregiudicate e disoneste.
Inizia così, Tangentopoli
denominata anche Mani Pulite condotta da un
pool di magistrati dove spicca in modo particolare il P.M. Antonio Di Pietro. Gli altri
magistrati del pool Mani Pulite sono: Piercamillo Davigo, Gherardo
Colombo magistrato con spiccate simpatie politiche, già conosciuti, in passato,
per indagini sulla loggia P2, e sui fondi neri dell’IRI; il procuratore di
Milano è invece Francesco Saverio Borrelli.
1992 - MARZO
Che qualcosa si
sia incrinato si comincia a intuire quando il potentissimo (e chiacchierato)
eurodeputato democristiano Salvo Lima viene ucciso a Palermo.
Successivamente si apprende dal ministro Scotti che il Viminale ha inviato ai
prefetti una circolare sull’ ipotesi di un, non ben precisato, “piano di
destabilizzazione”, ridimensionato immediatamente il giorno dopo.
1992 – APRILE
Il 5 aprile si vota per le elezioni
politiche; il quadripartito ottiene una risicatissima maggioranza. Il Parlamento
è frammentato con difficoltà di costituzione del governo. Il Parlamento che ne
risulta è dunque debole ed è difficile arrivare ad accordi.
Durante questo mese, molti
industriali e politici, specialmente della maggioranza ma anche dell’opposizione,
sono arrestati con l’accusa di corruzione. Le indagini iniziano a Milano, ma si propagano velocemente
ad altre città, man mano che procedono le confessioni.
Fondamentale per questa espansione esponenziale delle indagini è la diffusa
tendenza dei leader politici di privare del proprio appoggio i politici meno
importanti che venivano arrestati; questo fa sì che molti di loro si sentano
traditi e spesso accusino altri politici, che a loro volta ne accusano altri
ancora.
Nello stesso mese, Antonio Di Pietro
comincia a dare fastidio; il Gico di Firenze comincia ad indagare sull’Autoparco
della mafia a Milano. Nel mirino c’è il IV° distretto di polizia, lo stesso in
cui Di Pietro lavorò come commissario nel 1981.
Il 22 aprile vengono arrestati
otto imprenditori, collaborano tutti; qualche
giornale comincia a parlare di Tangentopoli, la città delle tangenti e ribattezza mani pulite l’insieme
delle inchieste.
1992 - MAGGIO
Il 2 maggio partono gli avvisi di
garanzia per i parlamentari socialisti Carlo Tognoli e Paolo Pillitteri.
Due giorni dopo, Craxi critica i giudici e decide di commissionare la
federazione di Milano nominando Giuliano Amato.
L’11 il sindaco di Milano Borghini si dimette, ricevendo però il mandato per
costituire una giunta aperta anche agli esterni.
Tangentopoli si estende intanto ad
altre città, e in particolare a Roma, coinvolgendo importanti imprenditori e
alcuni dirigenti di partito. Parte così il primo
avviso di garanzia per il tesoriere della Dc Severino Citaristi, coinvolto anche il
capogruppo del partito repubblicano alla Camera, Antonio Del Pennino, per il
reato di ricettazione nel caso delle tangenti di Milano.
Nello stesso
giorno si cominciano le procedure per l’elezione del nuovo Presidente della
Repubblica;
le dimissioni
anticipate di Cossiga dalla Presidenza della Repubblica, conducono a nuove
elezioni; a camere riunite, in un clima acceso, surreale, un’arena, nuovi
arresti portano la contestazione in aula,
dai banchi del Msi parte il grido “ladri, ladri” che si estende anche ai
deputati della Lega, l’onorevole Buontempo (Msi) lancia monetine sui banchi dei
Democristiani, i Verdi alzano uno striscione con la scritta “forza Di Pietro”.
Il 20 viene arrestato il
repubblicano Giacomo Properzi per concorso in ricettazione aggravata; tre giorni dopo, poco prima delle 18, sull’autostrada dell’aeroporto
di Punta Raisi a Palermo viene assassinato il giudice Giovanni Falcone.
Rimangono uccisi anche la moglie e tre uomini della scorta; durante
i successivi funerali di Stato del giudice Falcone sono moltissime le contestazioni
contro i politici presenti.
Il 27 maggio, altri due politici, il riformista
del Pds Gianni Cervetti e il socialista Renato Massari, vengono inquisiti per
tangenti.
1992 - GIUGNO
All’inizio di giugno, Mario Chiesa
racconta a Di Pietro che Craxi gli avrebbe chiesto di sostenere la campagna
elettorale di suo figlio Bobo in cambio di protezione e incarichi politici; il giorno
dopo parte una nuova raffica di arresti per lo scandalo delle tangenti: tre
democristiani, due pidiessini e un socialista.
L’8 viene arrestato per corruzione
Alberto Zamorani, ex vice direttore generale dell’Italstat. Il sindaco
socialista di Roma Franco Carraro si dimette. Cominciano a trapelare, inoltre,
indiscrezioni su finanziamenti illeciti del Pcus all’ex Pci; ma Botteghe Oscure
smentisce.
Altri arresti, intanto, per
Tangentopoli; Craxi, che ebbe già Scalfaro nei
suoi due governi come Ministro degli Interni, avanza la richiesta di salire
nuovamente a Palazzo Chigi, ma l’odore di tangenti spinge Scalfaro a negarglielo,
il “ti massacreranno” che rivolge a Craxi è inequivocabile; con il ritiro di
Craxi la situazione si sblocca. Dopo
lunghe consultazioni, il socialista Giuliano Amato riceve l’incarico per la
formazione del nuovo governo.
Il 15 si scopre che anche il moralizzatore
democristiano Carlo Radice Fossati ha pagato tangenti a Milano. Nel
frattempo Di Pietro,
nei confronti di Chiesa, rifiuta la proposta del legale che chiede il processo
con patteggiamento, rifacendosi alle applicazioni del nuovo codice. E, insieme ad
altri venticinque imprenditori viene rinviato a giudizio per le tangenti di
Milano, altri rinvii ci saranno il 28 dello stesso mese.
Il 17 giugno 1992 si suicida Renato Amorese, segretario del Psi a Lodi: aveva
ricevuto soltanto una informazione di garanzia. Amorese si uccide lasciando una
lettera indirizzata a Di Pietro, a cui si rivolge direttamente ringraziandolo
per la sensibilità dimostrata, pur nel giusto rigore delle sue funzioni. Nel
frattempo, i giornali pubblicano che i finanziamenti sovietici al Pci si
sarebbero fermati al 1987, ma quelli a ditte italiane sarebbero proseguiti fino
a quel momento. Intanto crollano gli appalti di opere pubbliche.
1992 - LUGLIO
Il 3 luglio 1992, Bettino Craxi
prende parola a Montecitorio, autodenunciandosi e denunciando tutti i colleghi
e i partiti che per finanziarsi hanno allungato le mani; il discorso è un
ammissione di colpa, una chiamata in correo, ma anche la difesa d’ufficio di
una classe politica; a
fine discorso non vola una mosca in aula, tutti, chi più chi meno, hanno la
coda di paglia.
Nello stesso giorno si apre il
filone fiorentino con 11 arresti, contemporaneamente comincia l’operazione Mani
pulite anche in Veneto:
quattro ordini di custodia cautelare; il giorno dopo alcuni leghisti
aggrediscono due consiglieri comunali di Milano.
Il 9 la Camera concede l’autorizzazione
a procedere contro i socialisti Pillitteri, Tognoli e Massari, il pidiessino
Cervetti e il repubblicano Del Pennino per corruzione. Quasi
contemporaneamente, sopraggiunge l’avviso di garanzia per corruzione al
potentissimo onorevole socialista Gianni De Michelis e ad altri sei
imprenditori milanesi.
Due giorni dopo, uno dei più
importanti uomini d’affari italiani, Salvatore Ligresti, viene arrestato per
corruzione aggravata e continuata.
Il 19 un’autobomba della mafia
uccide il giudice Paolo Borsellino, procuratore della Repubblica a Marsala, e
cinque agenti della scorta. Al
funerale degli agenti di scorta del giudice Borsellino, Scalfaro, Amato e
Parisi sono aggrediti da poliziotti e amici delle vittime; l’Italia respira un
clima di golpe strisciante; il 23, un rapporto dell’Arma dei Carabinieri
annuncia un attentato al giudice Di Pietro.
Ricorda Gherardo Colombo: “Io,
riprendendo la battuta di un indagato, nel luglio 1992 buttai lì un’idea
(perché già da allora si poteva intuire come sarebbe stato difficile arrivare a
una conclusione di queste investigazioni): chi avesse riferito all’autorità
giudiziaria i fatti nei quali era stato coinvolto, avesse restituito il denaro
ricevuto illecitamente e si fosse allontanato per un certo periodo dalla vita
pubblica avrebbe potuto avere in cambio l’esenzione dalla detenzione in
carcere. Questa idea raccolse delle reazioni praticamente poco apprezzabili. Ma
sono ancora convinto che se si fosse pensato di risolvere al di là del carcere
la questione corruzione fin da allora, forse avremmo scoperto molto, molto di
più e forse le nostre indagini si sarebbero concluse molto più rapidamente,
credo con vantaggio per tutti”.
1992 - AGOSTO
Ad Agosto la bufera continua: Craxi
fa incetta di dossier contro il magistrato, ma per ora si limita a sventolarli
da lontano. Secondo Carlo Ripa di Meana, è in quei giorni che il capo della
polizia Vincenzo Parisi, i vertici dei servizi segreti e del governo Amato
decidono di fermare Mani Pulite. Il 5 agosto Giuliano Amato destituisce
dopo soli 11 mesi il capo del Sismi generale Luigi Ramponi (“volevano
avere mano libera”, dirà successivamente l’ufficiale).
Gianni De Michelis (indagato) è
nominato vice segretario del Psi; il senatore democristiano Maurizio Creuso, ex
segretario regionale del Veneto, riceve un’informazione di garanzia con l’accusa
di corruzione.
Il 22, tre duri corsivi anonimi
(forse craxiani) sull’ “Avanti!” gettano “dubbi su alcuni aspetti non
chiari di Mani Pulite e su Di Pietro, “tutt’altro che l’eroe di cui si
parla!”. Il giorno successivo l’associazione nazionale magistrati
reagisce con asprezza al corsivo dell’ “Avanti!”, denunciando attacchi simili a
quelli che “vennero scatenati contro i giudici milanesi che indagavano
su Licio Gelli e la P2”. Nel frattempo scoppia lo scandalo tangenti
anche ad Agrigento; il giorno dopo, arresti per tangenti nel Veneto.
Il 26, Craxi annuncia un’azione
legale nei confronti di Di Pietro. Uscendo dalla segreteria socialista,
Rino Formica gongola: “Bettino ha un poker d’assi, anzi una scala reale”. La
risposta del “pool” non si fa attendere, il giorno dopo gli ex segretari
del deputato socialista Paolo Pillitteri vengono arrestati a Milano.
1992 - SETTEMBRE
Il 2 settembre
del 1992, Sergio Moroni, giovane deputato socialista, raggiunto da due avvisi
di garanzia, si toglie la vita sparandosi un colpo di fucile nel garage della
sua casa bresciana. Accusato di avere incassato tangenti
su numerosi appalti, con una lettera al Presidente della Camera dichiara di
aver agito per conto del partito e denuncia il “grande velo d’ipocrisia”
steso sul sistema di finanziamento dei partiti. La gogna mediatica cui venne
sottoposto, l’essere ancor prima che giudicato etichettato come un ladro, sono
un peso troppo pesante per una persona fondamentalmente onesta; Moroni lascia anche
una lettera ai familiari estremamente toccante. Craxi, molto commosso, al
funerale del giovane deputato dichiarerà: “Hanno creato un clima infame”. Claudio Martelli però si dissocia dalla
posizione espressa da Craxi nei confronti dei giudici milanesi. Agli ossequi, gli “zerbinismi” di una volta, adesso la
maggior parte di “amici”, colleghi, nani e ballerine girano alla larga dal
leone ferito, rinnegano, spergiurano.
Ricorda Gherardo
Colombo: “(…)
si suicidò (…) il deputato Sergio Moroni, che
aveva responsabilità nel Psi a livello regionale. Abbiamo discusso tra noi di
quegli episodi così tragici, che avevamo subìto molto pesantemente. (…) E tutti
questi sono fatti che pesano addosso. Ma noi abbiamo l’obbligo costituzionale
(e io credo che debba essere così) di esercitare l’azione penale
obbligatoriamente tutte le volte in cui ci si trova di fronte a indizi tali da
far ritenere che un reato è stato commesso. Nonostante ciò, abbiamo cercato con
ogni nostra capacità di evitare che altri suicidi si potessero verificare: con
una attenzione direi spasmodica a fare in modo che, se si avvertiva anche il
sospetto che qualcuno potesse porre in essere un gesto di questo tipo, un gesto
così drammatico e nello stesso tempo così crudele, a parer mio, si prendessero
tutte le misure necessarie per evitarlo”.
L’8, il cardinale Martini invita i
fedeli milanesi a vigilare contro il ripetersi dei fenomeni di corruzione.
Claudio Martelli muove aspre accuse alla politica del Psi e del suo segretario;
cinque giorni dopo, il governo vara il decreto legge che sequestra i beni dei
politici corrotti e dei cittadini corruttori.
Ancora durante il mese di settembre,
il verde milanese Basilio Rizzo denuncia a Brescia che un ex ufficiale dei
carabinieri sta girando l’Italia per raccogliere notizie sulla vita privata di
Di Pietro. Due amici di Tonino ricevono offerte di denaro per
raccontare che il pm fa uso di droga. L’invito viene da un tal Pagnoni, intimo
di Pillitteri e della consorte Rosilde Craxi: ma tutto verrà archiviato senza
troppe indagini. Il mese si chiude con una lettera di Claudio Martelli e
quindici importanti esponenti socialisti che invitano Craxi a dimettersi.
1992 - OTTOBRE
Nel frattempo si è già aperto il
filone d’inchiesta sulla vendita di immobili a enti pubblici e cominciano i
primi arresti. L’ex
vice direttore generale dell’Italstat Alberto Zamorani rivela l’esistenza di
una lobby di duecento imprese che ha pagato tangenti ai partiti per vent’anni
sui lavori stradali; il giorno dopo viene querelato dal Pds e dal Pri, una
querela viene annunciata anche dall’ex ministro dei Lavori pubblici Gianni
Prandini.
Intanto Vincenzo Parisi va a trovare
Craxi per raccontargli della Mercedes di Di Pietro e di un suo misterioso
viaggio in Svizzera con l’avvocato Giuseppe Lucibello. Poi gli mostra i
tabulati Sip delle telefonate, raccolti “del tutto casualmente da corpi
di polizia”. Sarà lo stesso Craxi a raccontarlo.
Il giorno 9, un misterioso detective
consegna ad un altrettanto misterioso committente un rapporto di 5 pagine sulla
vita privata di Di Pietro, scritto in lingua inglese. “Roba da FBI”,
lo definirà l’ammiraglio Fulvio Martini, che è del mestiere. Il dossier
ricomparirà alla procura di Brescia tre anni dopo, consegnato al pm Fabio
Salamone dal
giornalista craxiano Filippo Facci,
oggi intimo amico di Giuliano
Ferrara. Secondo l’architetto Bruno De Mico (quello delle “carceri d'oro”) è in
quei mesi che Salvatore Ligresti incarica il detective italoamericano De Vita
di indagare sulla vita privata di Di Pietro. In quel mentre, secondo alcuni
pentiti, Cosa Nostra progetta di eliminare Di Pietro insieme a Falcone e
Borsellino.
Il 15 arriva la prima informazione
di garanzia per l’ on. Vincenzo Balzamo, segretario amministrativo del Psi.
Due giorni dopo viene chiesto il rinvio a giudizio del sindaco di Roma Franco
Carraro e di nove assessori della prima giunta. Il Senato concede l’autorizzazione
a procedere contro il sen. Severino Citaristi, segretario amministrativo della
Dc, coinvolto nell’inchiesta.
Il 26, quattordici arresti tra
imprenditori, manager di cooperative e politici per tangenti per la costruzione
della diga di Barberino sul Mugello; lo stesso giorno Balzamo viene colpito da
infarto, morirà il 2 novembre. Il
mese si chiude con lo scontro aperto tra Martelli e Craxi alla direzione
socialista.
1992 - NOVEMBRE
"Uccidete Di Pietro", compare questo
titolo il giorno 4 novembre. Due giorni
prima, si era aperta l’inchiesta sui corsi di formazione «fantasma» organizzati dalla
giunta regionale della Lombardia.
Il 6, ben trentaquattro rinvii a
giudizio in Veneto nell’ambito dell’inchiesta appalti e tangenti, tra gli
accusati i segretari degli ex ministri Bernini e De Michelis. Lo stesso giorno Craxi
critica Martelli e i «falsi innovatori» e indica in Giuliano Amato il
leader naturale del partito. Il 27
si dimette il sindaco socialista di Napoli Nello Polese e partono le richieste
di autorizzazione a procedere nei confronti del ministro De Lorenzo e dell’onorevole
Di Donato; il giorno dopo, Mario Chiesa, il primo imputato dell’inchiesta “Mani
pulite”, viene condannato a sei anni di reclusione per tangenti e al
risarcimento di sei miliardi.
Ricorda ancora Colombo: “Ancora
nel 1992 iniziò un fenomeno, che non ebbe una lunghissima durata ma fu ben
percepibile: cominciarono a formarsi addirittura delle code di persone fuori
dalle nostre porte. Persone che venivano a riferire, a raccontarci episodi di
corruzione o di reati simili, che noi non conoscevamo. Chissà, questo forse può
essere stato favorito dalle dichiarazioni che il manager Mario Zamorani fece nell’ottobre di quell’anno
uscendo da San Vittore. Zamorani disse che noi sapevamo tutto, che avremmo
arrestato mille persone, forse di più. Questo ingenerò un convincimento abbastanza
diffuso secondo il quale saremmo arrivati a scoprire tutto quello che c’era da
scoprire. Non credo che sia stato effettivamente così, penso che di cose da scoprire ce ne siano ancora tante.
Noi siamo arrivati dove siamo potuti arrivare, tenendo conto anche alle
resistenze che ci sono state nei confronti del nostro lavoro”.
1992 - DICEMBRE
Il
mese di dicembre si apre con la condanna per l’ex ministro dei Trasporti Claudio
Signorile al risarcimento allo Stato di oltre 400 milioni.
Il giorno dopo per l’affaire “Carceri d’oro” viene condannato l’ex
ministro Franco Nicolazzi; la Camera concede anche l’autorizzazione a procedere
per l’ex ministro degli Esteri socialista De Michelis.
Sempre a dicembre, si svolgono le elezioni locali in 55
comuni, fra i quali Varese e Monza, dove stravincela Lega, che diventa il
secondo partito nel nord, la Dc e il Psi si dimezzano, il Pds mantiene le
posizioni.
E, finalmente, il 15, quello che
tutti si aspettano da tempo: l’informazione di garanzia per l’on. Bettino Craxi.
Il segretario dei Psi non lascia la guida del partito affermando che l’avviso
di garanzia è una vera e propria aggressione
personale, ma il sistema oramai ha i piedi nella fossa.
Il giorno dopo la Direzione nazionale della Dc esprime rispetto per l’attività
della magistratura, ma condanna “i processi politici”.
Arrivano intanto alla Camera le richieste di autorizzazione a procedere contro
De Lorenzo (Pli), Di Donato (Psi) e Vito (Dc).
Con la chiusura dell’anno vengono
confermate le voci di un attentato al giudice Di Pietro. Nel suo primo
messaggio di Capodanno il presidente Scalfaro invita i giudici a proseguire
nelle indagini, i partiti a rinnovarsi, il Parlamento a fare le riforme e
auspica “un nuovo Risorgimento”.
(…)“L’inchiesta
Mani Pulite, continua con scarcerazioni arbitrarie, coabitazione coatta con
tossicodipendenti, portatori di Aids, piccoli criminali.
Il pool gioca a
farsi dire i nomi dei pezzi grossi della politica, Di Pietro si guadagna
copertine, presenze televisive, magliette con la sua effige, scritte a lui
inneggianti su muri. Il suo esibizionismo, l’italiano dialettale, la
gestualità, e il fatto che si iniziasse a tagliare qualche testa importante,
stimolava il sadismo, e il giustizialismo più feroce degli italiani”(…).
1993 - GENNAIO
Se il 1992 è
l’anno horribilis (tra le altre
cose il PSI festeggia i suoi cent’anni in quel di Genova), il 1993 è l’anno
dove l’onta giudiziaria tocca il suo picco massimo. L’Italia è un paese con un
precario assetto istituzionale, la lira svalutata e la mafia al suo spessore di
violenza più acuta. Il 1993 è anche l’anno delle autobombe ai beni dello Stato:
Roma, Milano, Firenze vengono colpite.
Già all’inizio
del mese di gennaio un altro suicidio, quello del geometra
Roberto Spallarossa dell’ospedale San Matteo di Pavia, porta a sei il numero
delle “vittime” dall’inizio di Mani Pulite.
L’8, secondo avviso di garanzia a
Craxi per corruzione e violazione della legge sul finanziamento dei
partiti. Lo stesso dichiara: “mi vogliono eliminare dalla
scena politica”.
Ben quarantuno ipotesi di reato in un fascicolo di 122 pagine: è la richiesta
di autorizzazione a procedere contro il segretario socialista Bettino Craxi.
Il giorno successivo, via libera dal Parlamento per 12 autorizzazioni a procedere;
tra gli inquisiti l’ex ministro dei Trasporti Carlo Bernini (Dc), il segretario
amministrativo della Dc Severino Citaristi e il parlamentare socialista Sisinio
Zito.
Il 20 gennaio, in seguito ad una
dichiarazione di Giacomo Mancini relativamente ad interessi del Psi, si
comincia ad indagare sulla vicenda Eni-Montedison;
due giorni dopo viene scoperto il Conto Protezione alla filiale dell’Unione
delle Banche Svizzere di Lugano che, secondo un magistrato svizzero, serviva a
finanziare il Psi.
Il 23, torna in Italia dopo una
latitanza di 8 mesi il socialista Giovanni Manzi, ex presidente della Sea,
espulso da Santo Domingo; il giorno dopo, Craxi chiede che si apra un’inchiesta
parlamentare sul finanziamento di tutti i partiti.
Martelli rifiuta l’eventuale segreteria del Psi sotto tutela di Craxi; il
giorno dopo decollano le inchieste su Enimont e Anas.
Negli ultimi quattro giorni di
gennaio succede di tutto: l’ex ministro dei Trasporti Grandini viene coinvolto
nell’inchiesta sull’Anas. Si scoprono nuove prove contro Craxi
e si effettua la perquisizione della sede amministrativa del Psi a Roma. A Milano
Giovanni Manzi racconta la spartizione delle tangenti fra Psi, Dc, Pri e Psdi.,
parte il secondo avviso di garanzia per De Michelis, il settimo per Citaristi, il
terzo per Craxi. Le accuse rivolte a Craxi riguardano denaro illecito
dirottato su diversi conti esteri.
Il giudice Gherardo Colombo descrive
la mole di lavoro del Palazzo di Giustizia affermando: “qui tutti parlano”.
Si costituiscono Giorgio Casadei, segretario di De Michelis e Valerio Bitetto,
socialista, ex Anas ed ex amministratore dell’Enel. E’l’arrestato n. 110.
Craxi afferma: “l’atmosfera non è di rinnovamento, ma di disfacimento della
democrazia”.
E ancora, avvocati, giornalisti e
imputati eccellenti ricevono anonimamente un cruciverba già compilato, con
nomi, allusioni e sigle legate alle amicizie pericolose di Di Pietro (“San Siro”,
“Rea”, “Gorrini”, “Atm”...). Chiaro invito del mittente che invita tutti ad
intrupparsi nell’esercito anti-Mani Pulite.
1993 - FEBBRAIO
A febbraio, a Milano, il consigliare
regionale repubblicano Antonio Savoia tenta il suicidio per timore di essere
coinvolto nello scandalo tangenti. Si dimette inoltre il sindaco di Roma,
Franco Carraro. Il
giorno dopo, il procuratore di Milano, Borrelli, dichiara che l’incursione
della finanza alla Camera in cerca dei bilanci del Psi è stata in realtà solo
un equivoco.
Il 7, si costituisce Silvano Larini,
latitante da 8 mesi, considerato uomo chiave per ricostruire la mappa dei
finanziamenti illeciti al Psi; due giorni dopo rivela di essere l’intestatario
del Conto Protezione e chiama in causa Craxi e Martelli. L’8, arriva il secondo
avviso di garanzia per Antonio Del Pennino e primo per Italico Santoro, entrambi
repubblicani, per il caso Enel dove spunta anche il nome dell’ex segretario Dc
Forlani.
Il 10, viene raggiunto da un avviso
di garanzia per bancarotta fraudolenta in merito al Conto Protezione, il
ministro della giustizia, Claudio Martelli, che si dimette dal governo e dal
Psi. Il
giorno dopo, Craxi rimette il suo mandato di segretario, dopo più di sedici
anni, all’assemblea socialista. Il
12, l’assemblea socialista elegge Benvenuto segretario (il 28 maggio verrà
sostituito da Ottaviano del Turco).
Viene
arrestato Paolo Berlusconi. Silvio
Berlusconi, sgomento, raduna i giornalisti Fininvest ad Arcore e li lancia all’assalto
di quel “giudice in cerca di prime pagine”.
Gli altri ministri inquisiti,
Carmelo Conte, Giovanni Goria e Francesco De Lorenzo, per il momento rimangono
al loro posto, Goria (Finanze) e De Lorenzo (Sanità) si dimetteranno il 19.
Il giudice Di Pietro richiede nuove
regole per moralizzare il paese.
Il 13, avviso di garanzia a
Gabriele Cagliari presidente dell’Eni, per false comunicazioni sociali e
peculato, avviso di garanzia per tangenti anche all’ex ministro del Bilancio
Paolo Cirino Pomicino. Altri avvisi di garanzia per la metropolitana romana,
per l’Anas e per il cosiddetto “Irpiniagate”. Due giorni dopo, imminenti avvisi
di garanzia per tutta l’ex giunta dell’Eni e per
Raul Gardini. L’ex presidente dei Csm Ugo Zilleti viene arrestato per
bancarotta.
Il 16 vengono raggiunti da avvisi di
garanzia i sottosegretari Vito Bonsignore (Dc) e Claudio Lenoci (Psi). Nella
stessa giornata, dopo 395 giorni di sindacatura di Milano, Giampiero Borghini
si dimette.
Il giorno successivo viene interrogato
per sette ore a Milano sul Conto Protezione Licio Gelli e viene incarcerata la
fedele segretaria da 30 anni di Craxi, Vincenza Tomaselli, per concorso in
corruzione. Altri due avvisi di garanzia per De Michelis: cooperazione ed Enel.
Il 19, tredicesimo avviso di
garanzia a Severino Citaristi e primo a Giusi La Ganga per l’ospedale di Asti.
La Ganga si dimette da capogruppo del Psi alla Camera. Arrestato intanto Enzo
Carra, ex portavoce di Forlani, in merito a dichiarazioni false e reticenti
sull’affare Enimont; arresto confermato per timore di un inquinamento delle
prove. Avviso di garanzia anche al presidente del Psdi Antonio Cariglia per
concorso in corruzione. Il giorno successivo viene arrestato Giorgio Medri, ex
capo della segreteria del Pri, con l’accusa di corruzione e violazione della
legge sul finanziamento dei partiti.
Il 22, il Presidente del Consiglio, Giuliano
Amato, dichiara di non voler imporre le dimissioni ai molti sottosegretari
raggiunti da avvisi di garanzia. Il
giorno successivo, l’intera giunta regionale veneta viene travolta da
Tangentopoli. Sparisce inoltre Sergio Castellari, ex direttore generale delle
Partecipazioni statali, verrà trovato morto suicida nelle campagne romane.
Il 24 si prepara la soluzione
politica per Tangentopoli: patteggiamento della pena, confessione, restituzione
dei soldi e interdizione dai pubblici uffici per i corrotti, scoppia così una bagàrre
istituzionale.
Il giorno dopo, viene raggiunto
da un avviso di garanzia per violazione della legge sul finanziamento pubblico
dei partiti Giorgio La Malfa, che si dimette da segretario del Pri; avviso di
garanzia anche per Lorenzo Necci, amministratore delegato delle Ferrovie e
presidente dell’Enimont fra il 1889 e il 1990, e arresti domiciliari per il
finanziere Gianpiero Pesenti. Il 26, avviso di garanzia per l’affare Enimont a
Raul Gardini e Sergio Cragnotti.
Il 27 i giornali pubblicano la
notizia che anche il Pds avrebbe un conto svizzero sul quale si versavano
finanziamenti illeciti. Il giorno dopo viene interrogato Umberto Ortolani,
finanziere della P2, già condannato a diciannove anni di carcere per il crack
del Banco Ambrosiano, sulla vicenda del Conto Protezione e sui rapporti fra Psi
e Banco Ambrosiano.
A febbraio, fa anche il suo esordio
la Falange armata (oggi sospettata di legami con i servizi), con le prime
minacce contro Mani Pulite.
1993 - MARZO
Viene arrestato Michele De Mita,
fratello di Ciriaco, con le accuse di associazione a delinquere, truffa e falso
per la ricostruzione in Irpinia. Ciriaco De Mita si dimette da presidente della
Bicarnerale. Craxi dichiara alla Giunta per le autorizzazioni a procedere di
essere vittima di un complotto.
Il 2 marzo a Milano viene arrestato
anche Primo Greganti, ex funzionario del Pci, per il conto svizzero “Gabbietta”.
Ricorda Gherardo Colombo: “Il 2 marzo venne arrestato Primo Greganti . Il nome di Greganti compare spesso
nei resoconti di quel periodo, perché ritengo sia stata una delle persone che
ha sofferto uno dei più lunghi periodi di custodia cautelare. Greganti credo
che fosse istituzionalmente legato a un partito della sinistra, non ricordo se
ancora il Pci o forse già il Pds. Precedentemente erano stati arrestati anche
esponenti del livello locale del Pci-Pds. Mi ricordo che così come eravamo
progressivamente arrivati alle accuse contro i segretari amministrativi dei due
maggiori partiti allora al governo, la Democrazia cristiana e il Partito
socialista, si sarebbe poi giunti anche al coinvolgimento del segretario amministrativo nazionale del Pds, Marcello
Stefanini. Il coinvolgimento dei tesorieri nazionali dava conferma del
fatto che il sistema fosse effettivamente un «sistema».(...) Marcello Stefanini
è stato poi prosciolto proprio in istruttoria dalle imputazioni che gli sono
state mosse. Evidentemente perché non si è riusciti a dimostrare una sua
responsabilità effettiva”(...).
Il 3, ancora scontri sulla soluzione
politica per Tangentopoli; De Mita conferma le sue dimissioni, che vengono respinte,
dalla Commissione bicamerale. Si scopre che anche la ricostruzione in
Valtellina venne fatta a colpi di mazzette. Il giorno dopo, comincia
il processo a Enzo Carra; scoppiano le polemiche per le manette ai polsi e la
gabbia all’imputato, mandate in onda in televisione. Viene scoperto intanto un conto bancario intestato
a Enza Tomaselli, segretaria di Craxi, sul quale sono stati versati 9 miliardi.
Il 5 marzo
il governo dell’onorevole Amato approva un
decreto legge che prevede: la depenalizzazione del delitto di illlecito
finanziamento dei partiti con la trasformazione dello stesso in illecito
amministrativo; la sostituzione della pena detentiva con un’ammenda pari al triplo
della somma ottenuta illegalmente; il divieto imposto ai colpevoli di ricoprire
per un certo numero di anni cariche pubbliche o rappresentanza d’imprese.
Scattano subito furiose polemiche sulla “soluzione Conso”. Il
presidente Scalfaro rifiuta di firmare i decreti del governo in materia di
Tangentopoli, e anche il procuratore capo di Milano Borrelli esprime a nome di
tutti i giudici di Mani Pulite un netto dissenso ai decreti varati dal
governo per uscire da Tangentopoli. In disaccordo con la soluzione politica
voluta dal governo, si dimette il ministro dell’Ambiente Carlo Ripa di Meana.
Intanto, altro avviso di garanzia per l’ex ministro dei Lavori pubblici Gianni
Prandini.
L’ 8 gli studenti della Bocconi
fischiano Giuliano Amato e gridano slogan di incitamento ai magistrati di Mani
pulite. Vengono intanto irrogati due anni di carcere senza condizionale a
Giuseppe Ciarrapico, re delle acque minerali, per l’acquisto della Casina
Valadier.
Il giorno successivo, viene arrestato
Gabriele Cagliari, presidente dell’Eni, per aver pagato una tangente di 4
miliardi al Partito socialista. Due anni di carcere vengono irrogati anche ad
Enzo Carra a causa di una tangente di 5 miliardi per l’affare Enimont. La
Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera dà il via libera alle
richieste dei giudici di Milano nei confronti di Craxi per ricettazione,
corruzione e violazione della legge sul finanziamento dei partiti. Primo
Greganti sostiene che i 621 milioni sono suoi, così come il conto Gabbietta. Di
questo caso si occupa personalmente Gherardo D’Ambrosio.
L’11 marzo i magistrati di Mani
pulite ipotizzano per Craxi e Martelli il reato di truffa ai danni del
Banco Ambrosiano. Due giorni dopo, l’ex direttore generale dell’Anas Antonio
Crespo racconta di file di imprenditori che pagavano tangenti all’ex ministro
Prandini portando i soldi in scatoloni e buste della spesa.
Il 15, partono avvisi di garanzia
per il segretario liberale Renato Altissimo e per il socialdemocratico Antonio
Cariglia nell’ambito dell’inchiesta sull’Enel; due giorni dopo, il segretario
del Pli si dimette.
Intanto il presidente dimissionario
dell’Eni, Cagliari, dichiara di aver ereditato il sistema dei fondi neri per
finanziare i partiti, chiamando in causa così il ministro del Bilancio
Reviglio, già presidente dell’Eni che nega ogni coinvolgimento.
Nel frattempo, i magistrati romani accertano l’esistenza di un conto svizzero
sul quale venivano versate le tangenti all’ex ministro Prandini. Il giorno
dopo, Giuseppe Ciarrapico, che si costituirà il 19, e Mauro Leone vengono accusati
di associazione a delinquere finalizzata alla truffa e di falso in bilancio per
lo scandalo Safim Italsanità. La Camera concede l’autorizzazione a procedere
per voto di scambio anche per il ministro liberale Francesco De Lorenzo, per il
socialista Giulio Di Donato e per il democristiano Alfredo Vito.
Il 19 c’è l’arresto di Attilio
Bastianini, vice segretario del Pli, con l’accusa di corruzione aggravata e
violazione della legge sul finanziamento ai partiti. Due giorni dopo viene accusato
di concorso in ricettazione e violazione della legge sul finanziamento dei
partiti e si dimette Gianni Fontana, ministro dell'Agricoltura. E’ il sesto
ministro dimissionario del governo Amato.
Il 22, per i fondi neri dell’Assolombarda
vengono indagati Renato Altissimo e Egidio Sterpa del Pli e Antonio Del Pennino
e Girolamo Pellicanò del Pri.
Il 25, viene arrestato nell’ambito
dell’inchiesta sulla cooperazione con i paesi in via di sviluppo l’ambasciatore
Giuseppe Santoro. Il giorno dopo sono messi sotto inchiesta diciassette parlamentari
napoletani, fra i quali Scotti, Pomicino, De Lorenzo e Galasso, per tangenti
sulla ricostruzione post-terremoto e sui Mondiali del 1990.
Il 27, clamoroso avviso di garanzia
per Giulio Andreotti accusato da sei pentiti di concorso in associazione di
stampo mafioso: il leader Dc sarebbe il garante di un patto politico-mafioso.
Il sindaco di Napoli Nello Polese finisce in manette; la magistratura
napoletana accusa Antonio Gava, già ministro dell’Interno, di associazione
camorristica in seguito delle dichiarazioni del pentito Pasquale Galasso.
Il 29
Mario Segni abbandona la Dc denunciando che “il tentativo di riformare
questo partito dall’interno è senza speranza”. Il segretario Dc Martinazzoli
replica: “è finito il tormentone”. Il segretario del Psdi Carlo Vizzini
si dimette non essendo più in grado di provvedere al sostentamento materiale
del partito. Il giorno dopo anche il ministro delle Finanze Franco Reviglio si
dimette dopo aver ricevuto un avviso di garanzia nell’inchiesta sui fondi neri
dell’Eni.
Sempre a marzo, in contemporanea con
la rogatoria di Di Pietro a Hong Kong sui conti di Craxi, riecco la Falange
armata: “A Di Pietro uccideremo il figlio”.
1993 - APRILE
Nell’aprile del
1993 ci sono referendum importanti, stravince il sì a favore dell’abolizione
del proporzionale al senato, e si sceglie così il maggioritario; gli italiani
si esprimono anche per l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti e la
soppressione di 3 ministeri. Amato rassegna le dimissioni dalla Presidenza del
Consiglio, gli succede Carlo Azeglio Ciampi con un governo tecnico.
La Democrazia Cristiana chiede di
indagare su fantomatici personaggi che “avrebbero tenuto contatti con
pentiti di mafia e camorra” allo scopo di danneggiare la Dc con false
rivelazioni”. Il
giorno dopo la procura di Roma chiede l’autorizzazione all’arresto dell’ex
ministro dei Lavori pubblici Prandini che avrebbe intascato tangenti per oltre
25 miliardi sugli appalti Anas..
Intanto, avvisi di garanzia vengono
inviati sia a Giulio Andreotti, per violazione della legge sul finanziamento
pubblico dei partiti, che ad Arnaldo Forlani, per ricettazione nell’ambito dell’inchiesta
Anas..
Il 7, un altro arresto eccellente, quello
di Giorgio Garuzzo, direttore generale della Fiat Auto. Lo stesso giorno, il
segretario di Arnaldo Forlani, Gaetano Amendola, confessa ai giudici di aver
consegnato al deputato democristiano le tangenti avute dal direttore generale
dell’Anas Antonio Crespo.. Il
giorno dopo, altre accuse per tangenti al ministro Prandini e nuovo arresto per
l’ambasciatore Santoro.
Il 10,
viene richiesta una nuova autorizzazione a procedere per l’ex ministro della
Giustizia Claudio Martelli, che contesta vivacemente, accusato di aver
riciclato certificati di deposito rubati. Censura del Csm a Martelli, invitato
a contestare le accuse mossegli piuttosto che i giudici. Arrestato il
presidente dell’Agusta Roberto D’Alessandro, accusato di estorsione continuata
per una tangente di due miliardi e mezzo. Tre giorni dopo, l’ex consigliere d’amministrazione
dell’Enel, Valerio Bitetto, indica nelle Coop il tramite attraverso cui
giungevano finanziamenti illegali al Pci. Viene raggiunto dal terzo avviso di
garanzia e si dimette il sottosegretario al Bilancio, il Dc Vito Bonsignore.
Il 14 parte un ordine di
custodia cautelare per il finanziere Ferdinando Mach di Palmstein, vicino al
Psi, accusato di concussione nell’inchiesta sulla cooperazione allo sviluppo;
il giorno dopo viene chiamato in causa per tangenti anche il senatore
socialista Francesco Forte.
Il 17 Giovanni Agnelli
riconosce l’esistenza di «episodi scorretti» nei rapporti tra
Fiat e politici italiani e annuncia la piena collaborazione con i giudici
milanesi. Il 21,
lungo colloquio fra l’amministratore delegato della Fiat Cesare Romiti e il “pool”.
Due giorni dopo, con una lunga lettera al Corriere della sera, Cesare Romiti
invita gli industriali a fare piena luce sul sistema delle tangenti “andando
dal magistrato e confessando tutto”.
Avviso di garanzia per il ministro
della Difesa Salvo Andò, indagato per voto di scambio e per legami con il clan
mafioso di Nítto Santapaola. Nuovo avviso di garanzia per corruzione a Claudio
Martelli. Il giorno successivo il presidente del Consiglio Giuliano Amato
si dimette; inoltre viene arrestato con l’accusa di concussione l’ex ministro
dei Lavori pubblici, il socialdemocratico Emilio De Rose.
Il 27, l’ex presidente dell’Eni
Gabriele Cagliari confessa ai giudici di Milano di aver versato tangenti per 26
miliardi a Dc e Psi. Il giorno dopo, viene coinvolto nell’inchiesta sulle
tangenti delle Ferrovie dello Stato l’ex segretario amministrativo del Pci
Renato Pollini.
29 aprile 1993, la Camera dei
deputati nega clamorosamente per 4 volte l’autorizzazione a procedere contro
Craxi, e la concede soltanto per violazione della legge sul finanziamento al
partiti e corruzione richieste dalla Procura romana. I giudici di Milano
decidono di presentare ricorso alla Corte costituzionale.
La mancata
autorizzazione a procedere scatena violente reazioni, Craxi uscendo dalla sua
residenza romana, l’Hotel Raphael, è oggetto di insulti, lancio di monetine,
cori e sfottò. A seguito del voto della Camera si dimettono per
protesta il ministro dell’ Ambiente, Francesco Rutelli (Verdi), e i tre
ministri del Pds Augusto Barbera (Rapporti col Parlamento), Vincenzo Visco
(Finanze) e Luigi Berlinguer (Università). Manifestazioni di
protesta in tutta Italia contro il voto della Camera.
Il caso Craxi si fa sentire anche in borsa deprezzando la lira.
Si costituisce intanto il direttore
generale della Fiat Giorgio Garuzzo insieme all’amministratore delegato della
Fiat Avio Paolo Torricelli. Si costituisce anche il manager della Fiat Avio,
Mauro Bertini, l’ultimo dei quattro dirigenti del gruppo torinese ancora
latitante.
Avviso di garanzia al deputato
democristiano Giuseppe Santonastaso accusato di concussione per gli appalti
dell’aeroporto di Capodichino.
1993 - MAGGIO
Il mese di maggio si apre con l’avviso
di garanzia per l’ex ministro socialista Rino Formica accusato di aver preso
tangenti per gli appalti al porto di Manfredonia.
Il giorno dopo il Psi sostituisce undici membri della direzione inquisiti.
Il 6, vengono arrestati a
Napoli per corruzione Antonio e Lucio Pomicino, fratelli di Paolo, ex ministro
del Bilancio. Viene inoltre formalmente indagato, per abuso di atti di ufficio,
il presidente dell’lri Franco Nobili; il
10, parte una raffica di arresti a Milano e a Roma per le tangenti alle FS.
L’ 11, viene arrestato Renato
Pollini, ex segretario amministrativo del Pci, per corruzione e violazione
della legge sul finanziamento ai partiti. Il consiglio d’amministrazione della
Fiat approva il nuovo codice etico che regolerà i rapporti dei dipendenti Fiat
con gli interlocutori pubblici.
Intanto, anche l’Università “La
Sapienza” di Roma entra nell’inchiesta tangenti. Il giorno dopo il presidente
dell’Iri Franco Nobili viene arrestato con l’accusa di corruzione e violazione
della legge sul finanziamento ai partiti.
Il 13, via libera del Senato
all’autorizzazione a procedere per associazione a delinquere di stampo mafioso
nei confronti di Giulio Andreotti. Avvisi
di garanzia per il ministro dell’Ambiente, il socialista Valdo Spini, e per l’ex
ministro del Commercio estero, Claudio Vitalone, nell’inchiesta sulla
cooperazione allo sviluppo.
Il 14 maggio, un’ autobomba esplode nel quartiere Parioli a
Roma. All’attentato scampa per poco Maurizio Costanzo.
Avviso di garanzia all’ex segretario del Psdi Carlo Vizzini che avrebbe
intascato tre miliardi e mezzo per facilitare la concessione di appalti da
parte dell’Azienda telefonica di stato.
Il 17, il presidente dell’Olivetti
Carlo De Benedetti ammette di aver dovuto pagare tangenti per 20 miliardi a Dc
e Psi per ottenere commesse dal ministero delle Poste e dall’Azienda telefonica
di stato. Il
giorno dopo a Milano si costituisce Davide Giacalone, ex collaboratore del
ministro delle Poste Oscar Mammì. Il 21,
avviso di garanzia anche per la socialdemocratica Vincenza Bono Parrino, ex ministro dei Beni
culturali. Per entrambi l’accusa è ricettazione e violazione della legge sul
finanziamento ai partiti. Il giorno dopo, avviso di garanzia per gli stessi
reati all’ex segretario repubblicano Giorgio La Malfa.
Il 24 dello stesso mese, l’amministratore
delegato della Fiat Cesare Romiti viene messo sotto inchiesta per concorso in
corruzione e violazione della legge sul finanziamento ai partiti. Due avvisi di
garanzia per concussione anche al socialista Giusi La Ganga. Il giorno successivo altri avvisi di garanzia per concussione
aggravata, relativamente alla ricostruzione post terremoto in Campania, per
Ciriaco De Mita e Elveno Pastorelli, direttore generale della protezione
civile. Viene arrestato Corrado Ferlaino, presidente del Napoli Calcio, per
aver pagato tangenti per aggiudicarsi appalti nell’ambito dei Mondiali del
1990.
Il 27 maggio, avviso di garanzia per
l’ex ministro Claudio Vitalone e ordine di custodia cautelare per il fratello
Wilfredo. Il mese si chiude con l’avviso di garanzia per concussione all’ex
ministro del Lavoro il democristiano Franco Marini.
A Maggio esce anche un libello
anonimo, “Gli Omissis di Mani Pulite”, pubblicato da un misterioso
editore irlandese e scritto - lo si scoprirà più tardi - da Filippo Facci.
Parla di Di Pietro, dei suoi amici Gorrini, D’Adamo, Rea, Lucibello, Prada, e
persino di un conto in Austria.
1993 - GIUGNO
Il mese comincia con i sigilli al
ministero delle Poste per lo scandalo sulla spartizione delle frequenze TV.
Il giorno dopo, a Roma, in via dei Sabini,
vicino a Palazzo Chigi, un’autobomba viene disinnescata dagli artificieri. Il successivo si costituisce Salvatore Randi,
amministratore delegato dell’Italtel accusato di corruzione. Secondo avviso di
garanzia con l’accusa di concussione anche per il deputato del Psi Giuseppe
Garesio; cambiamenti
ai vertici dei servizi segreti.
Il 6, crollano le forze di
governo nel primo turno delle elezioni amministrative che coinvolgono 11
milioni di elettori. Precipita la Dc che tiene solo al sud, il Psi viene decimato,
buon successo del Pds e della Rete, trionfo della Lega nelle prime elezioni
dirette dei sindaci. Intanto viene arrestato l’ex ministro Clelio Darida (Dc).
Al congresso dell’Associazione
nazionale magistrati Di Pietro propone «incentivi» alla
collaborazione processuale e «provvedimenti al fine di consentire la
ripresa delle attività delle imprese secondo regole di trasparenza».
Cominciano le voci dissonanti, il 18, Bossi
afferma che Nando Dalla Chiesa è «uomo di Cosa nostra» e che i
giudici di Torino sono «delinquenti». Due giorni dopo anche la
Fininvest viene coinvolta nello scandalo tangenti per la campagna anti-aids, finisce
dentro per tangenti il primo manager Fininvest, Aldo Brancher, prete spretato e
molto devoro a Confalonieri. Ad Arcore si lustrano le armi. Il 22, l’amministratore
delegato della Fininvest, Fedele Gonfalonieri, viene accusato di finanziamento
illecito ai partiti per una tangente di alcune centinaia di milioni versata all’«Avanti!».
Il 23, il costruttore Vincenzo
Lodigiani afferma di aver versato cento milioni a un collaboratore della Cisl e
di aver concordato un contributo con un funzionario della Uil.
Due giorni dopo, Maurizio Broccoletti del Sisde viene arrestato; altri due
dirigenti del Sisde verranno arrestati il 26 sempre con l’accusa di peculato. Lo
stesso 26, il ministro degli Esteri Nino Andreatta annuncia controlli sui fondi
assegnati dalla Farnesina a Bettino Craxi nel periodo 1990-1991 per la sua attività
di rappresentante dell’Onu.
Intanto viene scoperto un buco di
320 miliardi nel bilancio della Montedison; un altro buco di 118 miliardi viene
scoperto il giorno dopo. Ordine di arresto per Vittorio Ghidella, ex
amministratore delegato della Fiat Auto.
1993 - LUGLIO
Il mese si apre con sette nuovi
arresti, fra cui anche il fratello dell’ex ministro della Sanità De Lorenzo, e
5 latitanti per lo scandalo del ritocco dei prezzi dei medicinali.
Due giorni dopo, Romiti viene interrogato per tre ore dai magistrati torinesi.
Il 12, Berlusconi ordina via fax al
suo “Giornale” di sparare a zero sul pool. Montanelli e Orlando rifiutano: la
pagheranno.
Due giorni dopo, la Consob dichiara
falsi i bilanci della Ferruzzi. Viene arrestato a Ginevra l’ex presidente della
Montedison Giuseppe Garofano che, quattro giorni dopo farà una confessione
fiume.
Ordine di custodia per l’ex ministro
Aristide Gunnella. “Il Sabato”, ciellino-sbardelliano, pubblica un
succulento dossier sulle innumerevoli malefatte di Di Pietro in combutta con
gli amici Claudio Dini (ex presidente della metropolitana milanese), Rea,
Radaelli, D’Adamo. C’è la garçonnière, c’è il telefonino cellulare, c’è il
presunto favoritismo pro Radaelli: tutta roba che tornerà utile più tardi,
spacciata per nuova nel ‘97. Manca solo una precisazione: tutti i suddetti sono
stati arrestati o inquisiti da Di Pietro e dal Pool.
20 luglio, ore
9.40: Gabriele Cagliari è trovato morto, con un sacchetto di plastica infilato
in testa e legato al collo con una stringa da scarpe, nella sua cella del
carcere di San Vittore a Milano, dove era rinchiuso da 134 giorni, e dopo mesi
in cui gli avevano garantito il ritorno a casa, almeno sotto forma di arresti
domiciliari. È l’undicesimo
suicidio di Tangentopoli, Di Pietro dichiara: “è una sconfitta”. Scoppia lo scontro
sulla carcerazione preventiva fra il ministro della Giustizia Conso e i giudici
milanesi.
23 luglio ore 9:
sono passati soli tre giorni dal suicidio di Gabriele Cagliari, quando,
quasi alla stessa ora, il suo grande antagonista nella vicenda Enimont, Raul Gardini,
si spara un colpo di pistola nella sua abitazione di piazza Belgioioso, in
pieno centro di Milano, e muore poco dopo al Policlinico. Perchè si è ucciso? La
spiegazione nel pomeriggio dello stesso giorno: vengono arrestati i vertici
della Montedison: Carlo Sama, marito di Alessandra Ferruzzi e cognato di
Gardini, e il finanziere socialista Sergio Cubani (sembra che un ordine di
custodia fosse pronto anche per Raul Gardini). Il 26 i funerali a Ravenna.
Indro
Montanelli il 24 luglio 1993 sul “Giornale” scrive: “Mani Pulite poteva essere una
rivoluzione pacifica, una semplice disinfestazione da espletare con tutti i
crismi della legalità. Purtroppo nessuno si mosse perché il malaffare andava bene
a tutti: a tutti coloro, voglio dire, politici e no, che vi erano implicati e
che trovavano più comodo condividerne gli utili che assumere i rischi di una
denunzia”. Il
giorno dopo Garofano confessa di avere dato 280 miliardi a Dc e Psi.
Il 28, l’ex presidente della Consob
Bruno Pazzi è inviato agli arresti domiciliari per la vicenda Enimont. Il giorno successivo, altri avvisi di
garanzia sempre per l’affare Enimont a Craxi, Forlani, Cirino Pomicino,
Martelli e Citaristi; informazioni di garanzia per La Malfa, Vizzini e
Altissimo.
Il mese si chiude con Craxi
annuncia di voler togliere il disturbo e di allontanarsi dall’ltalia. Anche
Martelli rende noto con una lettera al presidente della Camera la sua
intenzione di voler uscire dalla scena politica.
1993 - AGOSTO
All’inizio di agosto, il tribunale
di Milano ordina il sequestro dei beni della famiglia Ferruzzi.
Il giorno successivo Mediobanca comunica che le principali imprese italiane
hanno perso 11.000 miliardi e tagliato 80.000 posti di lavoro nel 1992.
Il 6, vengono respinte dal
governo le dimissioni del capo della polizia Vincenzo Parisi; si dimette però, dalla
vicepresidenza della Commissione bicamerale per le riforme istituzionali,
Sergio Mattarella, accusato di aver ricevuto 50 milioni di finanziamento
illeciti per la sua campagna elettorale. Il giorno dopo, il ministro dell’Interno
decide lo scioglimento del consiglio comunale di Napoli.
Il 13, Diego Curtò presidente
vicario del tribunale di Milano viene accusato di favoreggiamento nell’ambito
dell’inchiesta Enimont, verrà arrestato il 3 settembre dopo aver ammesso di avere incassato una tangente di 320 milioni per
la custodia delle azioni Enimont.
Il 16, la famiglia Ferruzzi accusa lo scomparso Gardini del
dissesto finanziario, ma tutti gli amministratori del gruppo Ferruzzi vengono
accusati di pessima gestione dal nuovo presidente della Montedison, Guido Rossi.
Il 19, l’ex ministro della
Sanità De Lorenzo promette di restituire i 4 miliardi di contributi illegali
presi per il partito. Intanto, l’imprenditore Lodigiani continua ad insistere
sul fatto di aver pagato alcuni sindacalisti, in particolare della Cisl.
Il 24, parte un avviso di
garanzia per il segretario amministrativo dei Pds Marcego Stefanini, per
corruzione e violazione della legge sul finanziamento ai partiti; il Pds fa
quadrato attorno a Stefanini. Divergenza di vedute che si trascinano fino alla
fine del mese anche all’interno del pool di Mani pulite per l’avviso di
garanzia a Stefanini.
1993 - SETTEMBRE
Prosegue il giallo delle «penne
pulite», i giornalisti contattati da Sama per sostenere l’immagine della
Montedison.
Il 12, il segretario del Movimento Sociale,
Fini, si candida a sindaco di Roma.
Il 14, la Giunta per le
autorizzazioni a procedere della Camera con un voto controverso decide di
respingere la richiesta di arresto per l’ex ministro De Lorenzo. Tre giorni
dopo, viene arrestata con l’accusa di corruzione la moglie del giudice Curtò,
Antonia Di Pietro.
Arresto anche, il 18, per Marco
Fredda, responsabile del patrimonio immobiliare del Pds, e nuovo ordine di
custodia cautelare per Primo Greganti. Il ministro della Giustizia Conso
chiede al Csm la sospensione cautelare dalle funzioni e dallo stipendio dell’ex
ministro, e magistrato, Claudio Vitalone. Due gironi dopo, i suoi due fratelli,
Wilfredo e Claudio, sono accusati di bancarotta e di estorsione per aver
incassato una tangente di 2 miliardi e mezzo da una cooperativa agricola.
Il 20, a Losanna, viene arrestato anche Duilio Poggiolini, ex direttore del servizio farmaceutico del ministero
della Sanità, implicato nell’inchiesta sulla sanità.
Arriva il terzo mandato di cattura per Primo Greganti per corruzione e
violazione della legge sul finanziamento ai partiti; Andreotti ammette di aver
dato 170 milioni a Radaelli per uno spettacolo elettorale e di averlo pregato
perchè non parlasse ai giudici.
Il 22, ordini di arresto per gli
appalti di «Malpensa 2000», a Roberto Cappellini, ex segretario
del Pds milanese, e Giovanni Donegaglia, presidente della cooperativa di
Argenta. Il giorno dopo viene concessa l’utorizzazione a procedere per De Lorenzo,
ma é respinta la richiesta di arresto. Sì, invece, all’autorizzazione a
procedere contro l’ex ministro Gava accusato di associazione mafiosa. Rinvio a
giudizio per l’ex ministro Giovanni Prandini.
Il 25, si scopre che i conti
in Svizzera attribuiti al Pds erano in realtà di due democristiani veronesi.
Due giorni dopo vengono trovati quindici miliardi sul conto intestato alla
moglie di Poggiolini. Lingotti d’oro, gioielli, monete antiche e dipinti: si
scopre il 29 il tesoro accumulato da Duilio Poggiolini e da sua moglie nella
loro abitazione napoletana, vengono ritrovati miliardi, persino nel puff del
sofà.
Il pool di «Mani pulite» rimanda la
decisione sulla richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti di
Marcello Stefanini, tesoriere del Pds; avviso di garanzia, invece, per concorso
in corruzione all’on. Barbara Pollastrini, ex segretaria del Pds milanese.
Racconta Andrea Padalino, allora il
più giovane magistrato del “pool”: “Nel 1993, quando ormai le indagini, della
Procura di Milano in tema di corruzione avevano raggiunto delle dimensioni
imponenti, il Presidente della Corte di Appello, richiese l'applicazione di
magistrati del Distretto al Tribunale di Milano, per far fronte ai numerosi
processi che stavano per avere inizio. Fui l’unico a chiederlo e, ovviamente,
venni subito accontentato. (…) La mattina del 15 settembre 1993, quando mi
presentai al Presidente Tarantola ed ai colleghi della Sezione, il Presidente
del Tribunale ci convocò nel suo ufficio, dicendo che non sarei stato più
assegnato alla Sezione, ma a fare il G.I.P. perché quello era l'ufficio più
carente di organico. Nonostante le proteste (…) in quanto mi sentivo troppo
giovane per quell'incarico, non ci fu niente da fare e, così, mi trovai giudice
per le indagini preliminari. Fu un periodo di autentica fatica che riuscii a
superare anche grazie all'aiuto di alcuni colleghi più anziani, lavorando anche
la notte. (…) Ho vissuto in quel periodo la diffusa solidarietà verso il nostro
operato, ma contemporaneamente il disagio verso le manifestazioni sotto il
Palazzo di Giustizia di Milano, i fax, i consensi generalizzati. Tutto
questo significava volere attribuire alla Magistratura (…) un ruolo che non le
appartiene affatto: quello di farsi interprete della volontà collettiva di
risanamento, più culturale che penale, della società. (…) Si sono, invece,
create in quel periodo delle aspettative che non potevano e non potranno mai
trovare realizzazione nell'attività del magistrato. I meccanismi che stanno
alla base della diffusione della corruzione e dell’illegalità non possono
essere rimossi soltanto con i processi, che possono colpire soltanto i singoli
episodi, ma devono essere affrontati e cancellati in sedi diverse.” (…)
1993 - OTTOBRE
All’inizio di ottobre, nell’inchiesta Mani pulite, viene
effettuato il primo interrogatorio di Duilio Poggiolini, ex direttore
generale del Servizio Sanitario Nazionale. Lo
stesso giorno il presidente Scalfaro critica la Camera che ha respinto l’arresto
di De Lorenzo e afferma che scioglierà le Camere dopo il completamento della
riforma elettorale. Vengono arrestati inoltre, per tangenti, l’ex vice
presidente dell’Eni Alberto Grotti, i direttori dell’Assolombarda, Daniel
Krausl e del ministero dell’Industria, Vittorio Barattieri, e l’ex segretario
aggiunto della Uil, Ruggero Ravenna.
Il 4 dello stesso mese, la procura di Milano archivia le
accuse contro il tesoriere del Pds Stefanini. Viene inoltre arrestato per
riciclaggio il re del grano, Francesco Ambrosio. Due giorni dopo vengono
ritrovati altri quindici conti correnti per almeno dieci miliardi intestati a
Poggiolini e alla moglie.
Il 7, il giudice per le indagini preliminari Italo Ghitti respinge
la decisione del pool di Mani pulite di archiviare le accuse contro Marcello Stefanini.
Scontro all’interno del “pool”: Tiziana Parenti vuole indagini più approfondite
sul Pds. Il 15 vi sarà una nuova richiesta di autorizzazione a procedere
contro il senatore Stefanini per frode fiscale e violazione della legge sul
finanziamento ai partiti.
Il 13, la Camera riduce le fattispecie di immunità
parlamentare: la richiesta di autorizzazione a procedere resterà solo per l’arresto,
le perquisizioni e le intercettazioni. Il giorno dopo viene approvata la legge
sulla custodia cautelare e l’avviso di procedimento (nuova denominazione dell’avviso
di garanzia). Il tribunale della libertà ordina la scarcerazione anche di Primo
Greganti.
Il 21, il presidente della Confeommercio, Francesco Colucci,
e il suo assistente, Aldo Antoniozzi, ricevono un avviso di garanzia per
truffa, falso in bilancio, appropriazione indebita e irregolare partecipazione
agli utili. Il giorno dopo, attentato al Palazzo di giustizia di Padova.
A fine mese viene approvata la riforma dell’immunità
parlamentare; viene emesso l’ordine di cattura per Carlo De Benedetti,
spiccato dal Gip Iannino, per concorso in corruzione per una tangente da dieci
miliardi ai funzionari dello Stato. Resosi irreperibile, De Benedetti si
costituirà il 2 a Roma e verrà trasferito a Regina
Coeli dove sarà interrogato dal pm Cordova e dal Gip Iannino; gli
verranno concessi a tarda sera gli arresti domiciliari.
Si apre il processo a Sergio Cusani, assente in aula,
consulente finanziario di Raul Gardini e legato al Psi.
La sorpresa politica
dell’anno, sono gli effetti dirompenti dello spettacolo televisivo del
cosiddetto “Processo Cusani”. Cusani è accusato di crimini collegati ad una joint venture tra
ENI e Montedison,
chiamata Enimont.
Il processo viene diffuso sulla televisione nazionale,
ed è una specie di passerella di vecchi politici messi a confronto con le loro
responsabilità. Anche se Cusani non è una figura di primo piano, il fatto che i
crimini di cui è accusato siano collegati all’affare Enimont coinvolge come
testimoni molti politici di primo piano.
Il culmine del processo Cusani è quando l’ex Presidente del Consiglio, Arnaldo Forlani,
rispondendo ad una domanda, dice semplicemente “Non ricordo”; nelle
riprese video fatte dai giornalisti, Forlani appare molto nervoso, e non si rende
conto della saliva che si accumula sulle sue labbra; questa immagine assurge a
simbolo del disgusto popolare per il sistema di corruzione. Bettino Craxi
invece ammette che il suo partito aveva ricevuto 93 milioni di dollari di fondi
illegali. La sua difesa è “lo facevano tutti”.
Il dibattimento reso pubblico
viene trasmesso sulle Tv come una telenovela; e diventa subito, nell’immaginario
collettivo, un “processo simbolo” di tutta una
classe politica ed economica del Paese, scivolata lentamente - questa è l’impressione
che ne ricavano tutti - in un perverso e incontrollabile intrigo di
affari-politica che ha superato ogni limite di tolleranza, e in certi casi
anche psicologicamente devastante perfino per gli stessi protagonisti
coinvolti. Una pochezza di vedute che dimostra che non c’è
nemmeno più una minima barriera alla serena autocritica. Così assente, che
alcuni, giunti al capolinea (colpevoli o presunti colpevoli e perfino
innocenti) non hanno avuto tutta quella freddezza e autorevolezza (spesso
sprezzante) sempre ostentata in precedenza nella loro professione. Sono infatti
tragiche, le uscita di scena di certi personaggi coinvolti; fra cui
noti e importanti imprenditori, che, nell’angosciante solitudine interiore e
nello sconforto profondo, sono ricorsi al suicidio, sia fuori che dentro
il carcere.
Anche il Partito Comunista Italiano è accusato di corruzione, ma non è
possibile provare chi abbia commesso i fatti. Come dice il Pubblico
Ministero Antonio
Di Pietro: “La responsabilità penale è personale, non posso
portare in giudizio una persona che si chiami Partito di nome e Comunista di
cognome”. Il processo Enimont, che viene celebrato dopo quello a Cusani, viene
seguito con molto meno interesse popolare.
1993 - NOVEMBRE
Il 2 novembre, Gianni Letta, vice presidente della
Fininvest, e Adriano Galliani, presidente di Rete Italia, vengono accusati di
aver versato tangenti al ministero delle Poste per le frequenze televisive. Craxi
sostiene che il sistema delle tangenti l’hanno voluto gli industriali, la cui
partecipazione era «consapevole, volontaria, interessata» e molto spesso
«organizzata e pianifìcata». Nello stesso giorno, per Gianni Letta,
il Gip De Luca respinge il mandato di cattura chiesto dallo stesso pm Cordova
per il medesimo reato di De Benedetti, corruzione al Ministero delle Poste
per le concessioni televisive per il gruppo Fininvest di Berlusconi. La
Cordova ha ricevuto l’inchiesta, per delicatezza rifiutata dalla Iannino visti
i rapporti di amicizia con Letta.
Per una sera i due grandi protagonisti dell’informazione in
Italia (Tv e Giornali) e anche in fortissima contrapposizione politica
(Berlusconi ha in gran segreto già formato Forza Italia e sta per scendere in
campo) si trovano nella condizione di essere arrestati, tra l’altro dalle
stesse persone che hanno in mano le due scottanti inchieste.
Il 3, Arturo,
Franca e Alessandra Ferruzzi chiedono alla sorella Idina, moglie di Raul Gardini,
tremila miliardi di risarcimento per le perdite subite in seguito alla gestione
del marito. Il giorno dopo Carlo Sama racconta che 93 miliardi di tangenti,
pagate dalla Montedison per la vicenda Enimont, furono versate allo Ior, la Banca
vaticana.
Il 7, parte un ordine di arresto per Matilde Paola Martucci,
segretaria di Riccardo Malpica. Avrebbe investito in banche italiane e estere
circa 12 miliardi. Contemporaneamente, il prefetto Alessandro Voci, ex
direttore del Sisde ed attuale commissario straordinario di Roma, viene
arrestato con l’accusa di peculato.
Il 10, i magistrati di Napoli emettono 14 ordini di custodia
cautelare per i rappresentanti delle maggiori industrie farmaceutiche: l’accusa
è di corruzione. Avviso di garanzia anche per Adriano Galliani, consigliere di
amministrazione della Fininvest. Tre giorni dopo si diffonde la voce che la
procura di Firenze avrebbe aperto un’indagine nei confronti dei giudici di
Milano per il cosiddetto Autoparco della mafia. Intanto, la corte d’appello di
Milano scagiona De Benedetti. Non dovrà restituire gli 81 miliardi che
ricevette dal Banco Ambrosiano dopo 65 giorni da vicepresidente.
Il 17, parte un mandato di cattura per Sergio
Cragnotti, finanziere ed attuale presidente della Lazio, con l’accusa di falso
in bilancio riferito a quando era consigliere di Montedison e amministratore
delegato di Enimont. Cragnotti confessa il 23 di avere pagato 10 miliardi
al trio Craxi-Andreotti-Forlani per sgravi fiscali sull’affare Enimont.
Il 22, alle elezioni amministrative, sparisce il centro.
Si scopre che Gardini pagò 100 miliardi ai partiti di governo per accreditarsi
nei loro confronti.
L’elezione del sindaco a Roma é
molto rappresentativa. Tutti si rendono conto che nella battaglia politica é assente il
centro. Potenzialmente i suoi elettori sono pronti ad approdare in qualche
compagine formata da un personaggio che abbia carisma o autorevolezza nel
riunire sia gli “orfani” sia i moderati virtuali sempre più numerosi. Non tutti
gli effettivi e i potenziali “centristi” sono disposti a convergere nel
movimento bossiano. Di fatto, a fine anno, ma solo apparentemente, sembra
esserci in Italia un bipolarismo abbastanza definito. In realtà non é così. In
ordine sparso e senza ancora un punto di riferimento ci sono i “vaganti” e gli
“orfani”. Dalle file di ex democristiani, e di ex socialisti, c’è
la netta sensazione che una parte voglia approdare in un porto della
sinistra, mentre l’altra è così disunita che si è già rassegnata al naufragio.
Ad afferrare questa situazione é Berlusconi, il maggior imprenditore
televisivo. Moderati disuniti e sbandati, significa sinistra vincente.
E, con una sinistra al potere, la sua vita diventerebbe durissima. Gli
porterebbero via le televisioni e gli negherebbero i crediti bancari per le
altre tante numerose attività. Attività che a fine anno ammontano a 12 mila
miliardi di fatturato; ma hanno anche una forte esposizione bancaria che a fine
anno, pubblica “Il Mondo”: è di oltre 4.000 miliardi.
Il giorno dopo le elezioni, all’inaugurazione del suo
supermercato Shopville, a Casalecchio, Berlusconi annuncia che pensa di entrare
in politica. Dichiara che se fosse a Roma voterebbe per Fini.
Berlusconi ha già
espresso fin dalle amministrative il suo pensiero nei riguardi della
competizione Fini-Rutelli (per carica di sindaco a Roma) apprezzando
platealmente il primo. I commentatori scrivono: "Berlusconi ha sdoganato Fini! Era socialista
con Craxi mentre ora scopriamo che è di destra. Che cosa ha in mente di fare?”.
Alla
fine del ’93 e all’inizio del ‘94, Berlusconi esce allo scoperto cercando di
stringere delle alleanze sia con AN sia con la Lega di Bossi. Una
difficile impresa quella di riunire e mettere insieme due forze
politiche così diverse. A fine anno non si sa ancora chi dei tre utilizzerà gli
altri.
Mentre Craxi, Forlani e tutto il Caf prendono metaforiche sberle
al processo Cusani, e il duo Berlusconi-Dell’Utri dà gli ultimi ritocchi
all'operazione Forza Italia, il Gico di Firenze raccoglie fuori verbale le
confidenze di un pentito, Salvatore Maimone, sulle ipotetiche coperture offerte
alla mafia dell’Autoparco da mezza procura di Milano: Di Pietro, Spataro, Di
Maggio, Nobili. Il processo Autoparco dimostrerà che l’indagine del Gico era
costruita sul nulla.
Il 30, nel suo lungo interrogatorio, il segretario
ammininistrativo della Dc Severino Citaristi dichiara che sia Forlani che De
Mita erano al corrente delle tangenti.
1993 - DICEMBRE
Iniziato il Processo Cusani, cominciano a deporre i nomi eccellenti.
Si apre la “frana” delle confessioni, ma anche delle smentite poi subito
contestate da testimoni che “cantano”. Una lunga serie ha inizio. Nel
corso del mese Paolo Cirino Pomicino ammette di aver ricevuto cinque
miliardi dall’affare Enimont e di averli presi come contributi elettorali.
Chiama in causa anche l’allora vicesegretario dei Psi Giuliano Amato. Le stesse
cose per varie somme diranno Giorgio La Malfa del PRI,
Renato Altissimo del PLI, Claudio Martelli del PSI, Vizzini del PSDI, Alessandro
Patelli della Lega.
Bettino Craxi ammette ma contrattacca affermando che tutti
sapevano e stavano al gioco, partiti e grandi imprese. La Camera decide di
accantonare il disegno di legge Gargani per la riforma della custodia
cautelare.
Il 2, viene arrestato Maurizio Broccoletti, uomo chiave dei
fondi neri del Sisde. Il giorno dopo, Craxi annuncia di non potere testimoniare
al processo Cusani «per motivi di ordine pubblico», mentre Forlani
sostiene di non avere ricevuto avvisi di garanzia.
Il 7, l’ex segretario amministrativo della Lega Alessandro
Patelli, accusato di avere ricevuto 200 milioni dalla
Montedison, confessa. Arrestato anche Mario Schimberni, ex presidente
Montedison per falso in bilancio; si parla di un “buco” di 500 miliardi di lire.
Tre giorni dopo, improvviso e lungo incontro fra Di Pietro e Occhetto. «Cordiale,
molto importante, utile e positivo», dichiara il segretario del Pds.
L’11, viene condannato a due anni con la sospensiva, dopo
patteggiamento e con la restituzione di cinque miliardi, l’ex deputato dc
Alfredo Vito. Il giorno dopo Bossi apre a Berlusconi che si dichiara
disponibile senza escludere l’apporto di Fini. Borrelli inventa l’avviso di
garanzia a futura memoria, invitando a non candidarsi chi ha eventuali «scheletri
nell’armadio». Anche Martelli confessa di aver ricevuto 500 milioni per
la sua campagna elettorale da Sama.
Il Psi si spacca; Del Turco vince contro i fedelissimi di
Craxi e convoca un’assemblea per andare con i progressisti. Anche la Dc si
spacca sulle prospettive di alleanze, con i neocentristi che premono per un
accordo con Berlusconi. Al
processo per le maxitangenti Enimont, Forlani non sa e non ricorda. Craxi contrattacca
«così facevan tutti» e dichiara che dal 1987 al 1990 il Psi ha incassato
«contribuzioni» per 186 miliardi.
Il 20 dicembre, Bossi va da Di Pietro e restituisce la
tangente di 200 milioni ricevuta da Sama che sostiene di aver saputo che anche
il Pci incassò contributi da Gardini. Di Pietro chiede la convocazione di D’Alema
come testimone.
Il 22, Berlusconi attacca Scalfaro reo di aver
sostenuto che la democrazia italiana è in grado di far fronte ai cambiamenti
politici. Il giorno dopo viene scarcerato dopo cinque mesi il finanziere
socialista Cusani. Non ha parlato.
Il 29, lunga visita di Martinazzoli nella villa di
Berlusconi ad Arcore. Intanto,
Francesco Saverio Borrelli fa domanda per il posto di presidente della Corte d’appello
di Milano; lascerà il “pool”. Nel
suo messaggio di fine anno Scalfaro afferma che «l’Italia sta risorgendo».
1994 – GENNAIO
L’anno si apre con una rivelazione al processo di Cusani,
Marcello Portesi, ex braccio destro di Carlo Sama, che accusa Bossi di aver
chiesto, e ottenuto, 200 milioni dalla Montedison per finanziare la Lega Nord.
Bossi ammette di aver contattato Carlo Sama, ma scarica ogni addebito sui
presunti finanziamenti sull’ex tesoriere della Lega, Alessandro Patelli.
Il 9, a Roma esplode un ordigno davanti agli uffici della
Nato all’Eur.
11 gennaio 1994, Emilio Fede
direttore del Tg4 nell’edizione serale invita Montanelli a dimettersi da
direttore del “Giornale”, che è di proprietà di Berlusconi, perchè non
solo non dà spazio nel suo giornale alle opinioni di Berlusconi, ma è in
netto contrasto con la linea politica del suo editore. Montanelli malgrado la
fiducia che gli accorda Berlusconi, si dimette dichiarando che “la
rottura è insanabile”. Fonda cosi un nuovo giornale “La Voce”, mentre Vittorio
Feltri assume la direzione del “Giornale” dopo aver
lasciato “L'Indipendente”.
All’inaugurazione dell’anno giudiziario il procuratore
generale presso la Corte di cassazione Vittorio Sgroi critica il protagonismo
dei giudici di Mani pulite e l’eccessivo peso dei pm nei processi. Due giorni
dopo, Luigi Abete, presidente della Confindustria, prende le distanze da
Berlusconi, dichiarando la neutralità degli imprenditori fino alla
presentazione dei programmi e dei candidati.
Il 18, si scioglie la Dc e nascono due nuove formazioni: il
Partito popolare italiano (Ppi) guidato da Martinazzoli e il Centro cristiano
democratico (Ccd) dei neocentristi Casini, D’Onofrio e Mastella.
Il giorno successivo, ultimatum
di Berlusconi; nel corso di una conferenza stampa convocata ad Arcore, invita
le forze politiche moderate a trovare un accordo elettorale entro il 23 sera.
In caso contrario, l’imprenditore deciderà di scendere personalmente in campo
alla testa di un movimento che si chiamerà Forza Italia.
Il 26, si dimette dalla carica di presidente della Fininvest
e annuncia le linee programmatiche del suo ingresso in politica per la
costruzione di una coalizione alternativa alle sinistre. Con una videocassetta distribuita
alle tv, informa sul suo impegno diretto in politica. Annuncia al “Popolo
Italiano” che scenderà in campo schierando il suo Polo della Libertà
candidandosi lui stesso alle prossime elezioni. Il giorno dopo il
Csm autorizza alcuni giudici, tra cui Tiziana Parenti del “pool”, a candidarsi
per le elezioni politiche. Martinazzoli commenta negativamente la decisione di
Berlusconi di entrare direttamente in politica. Caselli, a Palermo, fa partire
una colossale inchiesta su Berlusconi e Dell’Utri per cercare di dimostrare
rapporti con la mafia.
Borrelli, a Milano, fa
partire indagini a tappeto su tutte le società del gruppo Fininvest. Cominciano
le perquisizioni nelle sedi Fininvest. Supereranno il numero di 200.
Il 21, il ministro degli Interni Nicola
Mancino si dimette in seguito al suo coinvolgimento diretto nelle inchieste sui
fondi neri del Sisde. Ciampi le respinge.
1994 - FEBBRAIO
Nella prima settimana, il pool chiede sei ordini di custodia
cautelare per Dell’Utri e altri cinque manager di Publitalia.
Il 3, un sondaggio della Doxa rivela che Berlusconi è
considerato l’uomo politico più affidabile dal 26% degli italiani, e che è lui “l’uomo più
adatto a risolvere i problemi dell'Italia”, seguito da
Ciampi con il 10% e da Occhetto e Segni con il 7%. Al Congresso di Bologna, Umberto
Bossi annuncia a sorpresa l’accordo elettorale con Forza Italia, ma conferma la
propria pregiudiziale nei confronti di Alleanza Nazionale di Gianfranco Fini,
con il quale invece Berlusconi avrebbe già raggiunto un patto di alleanza per
presentarsi assieme nel centro-sud. "Mai e poi mai con i fascisti"
grida Bossi, ma poi pochi giorni dopo invitando a turarsi il naso invita a
votare per il Polo della Libertà affermando che "é sempre meglio votare un riciclato come lui, che un un uomo
del "polo delle sinistre". Berlusconi, magari ha cominciato male, ma
ora sta andando bene. Forse é stata un'operazione...diciamo della provvidenza".
L’11, Borrelli deduce: «Questa iperagitazione del
cavalier Berlusconi... si può prestare a molte interpretazioni, non tutte nel
senso dell’assoluta tranquillità di coscienza». Il pm Omboni, pochi giorni
prima delle elezioni, ordina alla Digos di sequestrare le liste dei candidati
della neonata Forza Italia.
1994 - MARZO
Il 6 marzo, Berlusconi annuncia a Roma le linee principali
del programma elettorale all’insegna della lotta alla disoccupazione, della
riduzione della pressione fiscale e del liberismo economico.
L’8, la procura di Milano indaga sulla Fininvest e
perquisisce le sedi di Publitalia per accertare l’eventuale presenza di fondi
neri nell’acquisto del giocatore Gianluigi Lentini da parte del Milan. Due
giorni dopo, Berlusconi reagisce alle inchieste sulla Fininvest accusando il
pool di Milano di manovre politiche contro Forza Italia.
L’11, viene arrestato Paolo
Berlusconi, fratello di Silvio, con l’accusa di aver pagato una tangente ai
funzionari Cariplo per la vendita di tre palazzi di Milano; verrà poi assolto
in Cassazione. Ammette
però le tangenti versate ad alcuni politici locali, confermando di aver pagato
1 miliardo e 300 milioni alla giunta Pci-Psi di Pieve Emanuele per ottenere la
concessione per costruire un campo da golf. In serata gli vengono concessi gli
arresti domiciliari. Il giorno
dopo, Borrelli ripete: «Chi vuole candidarsi guardi nei propri armadi...».
Il 13, vengono resi noti i nomi dei giornalisti che
sarebbero coinvolti nelle tangenti distribuite dal gruppo Montedison: sono
Giuseppe Turani, di “La Repubblica”, Ugo Bertone de “La
Stampa” e Osvaldo De Paolini, de “Il Sole 24 Ore”. Lo
stesso giorno, “Il Giornale” associa i nomi di Piercamillo Davigo
e Francesco Di Maggio al giudice corrotto Diego Curtò e a Salvatore Ligresti:
sarebbero tutti legati ad una cooperativa edilizia. Non è vero niente, e Feltri
verrà condannato. Intanto, Di Pietro stringe per la rogatoria a Hong Kong sul
bottino di Craxi: la prova che Bettino gestiva il proprio, tramite Giancarlo
Troielli, qualche decina di miliardi.
Il 14 marzo, vengono messi sotto inchiesta anche i dirigenti
del PDS dopo le denunce di Craxi sull’illecito finanziamento dei partiti, sono
indagati Occhetto, D’Alema, Stefanini, Greganti e altri.
Riecco puntuale, giorno 15, la
Falange armata: “Ammazzeremo Di Pietro”. L’indomani Berlusconi rende
visita al procuratore generale di Milano Giulio Catelani, con un esposto sui
presunti abusi del pool nelle pequisizioni a Publitalia. Catelani comincia a
fare la spola tra Milano e Roma, per convincere il ministero a sguinzagliare
gli ispettori contro Borrelli & C.
Intanto, dopo la denuncia di Craxi, D’ Alema viene iscritto
nel registro degli indagati per l’inchiesta sui finanziamenti all’ex Pci. D’
Alema risponde denunciando Craxi per calunnia;
successivamente anche Achille Occhetto viene iscritto nel registro degli
indagati in seguito alle accuse di Craxi, che viene a sua volta ridenunciato
per calunnia.
Il 22, viene diramata una dichiarazione riferita a Luciano
Violante, presidente della Commissione antimafia, secondo cui il presidente di
Publitalia Dell’Utri sarebbe indagato a Catania; smentita da parte del
parlamentare che querela il giornalista.
Il giorno dopo, la Digos perquisisce le sedi romane di Forza
Italia, a seguito di un mandato firmato dalla procura di Palmi.
27 marzo 1994: prima giornata delle elezioni politiche con
il nuovo sistema elettorale maggioritario. L’affluenza è del 57,3%. I risultati
elettorali assegnano il 46% dei voti alla destra: Forza Italia è il primo
partito e il Polo delle Libertà (Fi, An, Lega e Ccd), conquista la maggioranza
assoluta alla Camera con 366 seggi e quella relativa al Senato con 154 seggi. Berlusconi a elezioni concluse,
celebra il trionfo. Ma iniziano subito le prime schermaglie con Bossi, su chi
deve andare a palazzo Chigi. Alla fine viene chiamato dal
presidente della Repubblica, che democraticamente, in quanto rappresentante del
maggior partito (FI) che ha vinto le elezioni, gli affida il compito di formare
il Governo.
Il 29, nelle prime trattative per la
formazione del nuovo governo Bossi rivendica il ruolo primario della Lega che è
il primo partito come numero di parlamentari eletti. Il giorno dopo le dimissioni
di Martinazzoli dalla segreteria del Ppi.
1994 - APRILE
Dopo aver disertato l’incontro tra Lega e Forza Italia,
rallentando la formazione del governo, nascono nuovi contrasti tra Bossi e
Berlusconi.
Tiziana Parenti, ex giudice del “pool” e neoeletta di Forza Italia denuncia la
possibilità di infiltrazioni mafiose all’interno dei club del suo partito.
Il 16 del mese, Giulio di Donato (Psi) è il primo
ex-parlamentare ad essere arrestato.
Il 21 aprile, viene scoperta la
prima tangente dello scandalo Guardia di Finanza: 80
i finanzieri arrestati ed oltre 300 gli imprenditori coinvolti. Ricorda
Gherardo Colombo: “Nel 1994 successe che un brigadiere della
Guardia di Finanza, Pietro Di Giovanni, si
vide offrire da un suo superiore, il maresciallo
Nanocchio , una busta contenente dei soldi accompagnata da una
frase del tipo: «Abbiamo fatto delle indagini, abbiamo fatto una verifica
presso la tal società, la tal società ci ringrazia per la nostra gentilezza».
Di Giovanni, invece di mettersi i soldi in tasca, andò dal suo comandante e
raccontò tutto. Da quell’episodio nacque una nuova inchiesta che vedrà finire
sotto accusa centinaia di appartenenti alla Guardia
di Finanza. L’indagine ha portato poi al coinvolgimento del presidente del Consiglio allora in carica, l’onorevole
Silvio Berlusconi, il quale, condannato in primo grado, ha visto poi
ridimensionata la sua posizione in Appello, quando la Corte ha considerato
prescritti tre casi e lo ha assolto nel merito dal quarto caso. Berlusconi è
uscito completamente dalla vicenda con la sentenza della Cassazione che lo ha
ritenuto estraneo a tutte le corruzioni contestate.
Parlo di questo episodio perché l’abbandono della toga da
parte di Antonio Di Pietro è strettamente connesso, almeno dal punto di vista
cronologico, al procedimento sull’onorevole Berlusconi. L’interrogatorio del presidente del Consiglio era previsto
per il 26 novembre 1994. Nei giorni immediatamente successivi (non
ricordo esattamente quando, ma forse prima di quella data) Antonio Di Pietro ci
fece sapere la sua volontà. Sta di fatto che Di Pietro, che sarebbe dovuto
essere presente all'interrogatorio del 26 novembre, ci comunicò la sua
intenzione di andarsene”.
Il 24, Cesare
Romiti scrive al “Corriere” ammettendo le tangenti Fiat. Quattro giorni dopo, Sergio Cusani viene condannato a
otto anni di carcere; ha impressionato le platee con i suoi silenzi. Non ha
scaricato il barile, e non ha coinvolto nessuno. Chi ha avuto fiducia in lui,
non ha fatto una cattiva scelta. È stato un eroe della riservatezza anche
pagando di persona. Un “gentiluomo” come se ne sono visti pochi negli ultimi
anni.
Il 29, il gip di Milano Italo Ghitti lascia il suo incarico
per candidarsi alle elezioni di luglio per il rinnovo del Csm. Nell’aula del
tribunale dove si attende la sentenza Cusani, viene ritrovata una finta bomba contro Di Pietro, PM nel processo. Intanto
Pillitteri, in un libro scritto con Facci (Io ti conoscevo bene), mette
in piazza i suoi passati con Di Pietro.
1994 - MAGGIO
L’1 Borrelli, mentre
l’esecutivo è in fase di formazione, prefigura un cataclisma
politico-istituzionale e il governo del pool. In un’intervista al «Corriere» si
dichiara pronto a rispondere a un eventuale appello di Scalfaro.
Vinte le elezioni, Berlusconi, il 7,
offre il ministero dell’Interno a Di Pietro, la Giustizia a Davigo. Scalfaro e
Borrelli intervengono su Di Pietro e lo convincono a rifiutare. Berlusconi
incassa un doppio rifiuto. Da quel momento Di Pietro è portato a ritenere di
poter essere il nuovo presidente del Consiglio, dopo la caduta di Berlusconi.
Molte testimonianze (Gorrini, Di Maggio, Frattini, D’Adamo) confermeranno
questa aspettativa di Di Pietro.
Il 12, finalmente l’arresto a Napoli
per l’ex ministro della Sanità Francesco De Lorenzo.
Il 21, la procura di Palermo chiede
il rinvio a giudizio di Giulio Andreotti per associazione mafiosa.
Quattro giorni dopo, si diffonde in Borsa la voce di un avviso di garanzia a
Silvio Berlusconi con crollo dell'indice Mib del 2,6%.
Il mese si chiude con una raffica di
avvisi di garanzia della procura di Ravenna per i vertici di Mediobanca.
1994 - GIUGNO
Il
mese comincia con
Marco Taradash, presidente della Commissione di vigilanza sulla Rai, che invoca
indagini da parte della magistratura sulla lottizzazione e sulla precedente
gestione della Rai
1994 - LUGLIO
Il primo luglio, a elezioni avvenute e con al governo già
Berlusconi, una serie di attentati colpiscono i supermercati della Standa del
gruppo Fininvest a Roma, Milano, Brescia, Trento, Modena e Firenze. Mentre la
Consulta e la Corte
Costituzionale inizia
a vagliare il “taglio” alle Tv private del Gruppo di Berlusconi, ritenute
in base all’art. 21 anticostituzionali.
Il 5 vengono arrestati a Milano cinque ufficiali della
Guardia di Finanza. Il gen. Cerciello, si costituirà il 9 luglio.
Il 9, nell’ambito dell’ inchiesta Cariplo, il Gip Italo
Ghitti rinvia a giudizio Craxi, Citaristi, Paolo Berlusconi, Mazzotta e altre
15 persone.
Il 13 luglio
1994, il governo Berlusconi
promulga un decreto legge (c.d. “decreto Biondi”) che favorisce gli arresti
domiciliari nella fase cautelare per la maggior parte dei crimini di corruzione,
e che risparmia ai tangentisti il fastidio della custodia cautelare. I potenti personaggi indagati dall’inchiesta Mani Pulite sono
così protetti, e possono evitare lo sgradito soggiorno nelle patrie galere.
D’ora in avanti - dice
il decreto - possono essere arrestati solo coloro che commettono reati di
terrorismo, reati di mafia, e reati contro l’incolumità pubblica. Inoltre tutti
gli invii di informazioni di garanzia dovranno rimanere segreti fino alla
chiusura delle indagini. In pratica anche se scoperti, i ladri possono vivere
tranquilli, seguitare ad operare, avvisare tutti i loro complici.
Sempre secondo i detrattori del premier, la tempistica della
legge viene gestita con attenzione, facendola coincidere con la vittoria dell’Italia
sulla Bulgaria nelle
semifinali della Coppa del mondo di calcio del 1994, allo scopo
di far passare sotto silenzio la legge in un paese che pensa solo ai mondiali. Vengono subito scarcerate 2000
persone colpite da custodia cautelare, tra cui i due che hanno più di
ogni altro indignato gli italiani: l’ex ministro della Sanità De Lorenzo, e
Poggiolini, l’uomo che riempiva i puff con i miliardi che gli regalavano i
farmaceutici per poter vendere impunemente i loro prodotti non solo inutili ma
perfino dannosi alla salute degli italiani. Queste immagini
hanno l’effetto maggiore, in quanto il pubblico trova particolarmente odioso il
furto di denaro dagli ospedali. Solo pochi giorni prima, tra l’altro, i
finanzieri arrestati avevano parlato di corruzione nella Fininvest, la maggiore
delle proprietà della famiglia Berlusconi.
Scatta immediatamente un «pronunciamento» in tv di Di
Pietro, Colombo, Davigo e Greco contro il decreto. La maggior parte dei
magistrati del pool
Mani Pulite dichiara di rispettare le leggi dello stato, inclusa la nuova “legge
salvaladri”, ma di non poter lavorare in una situazione di conflitto tra il
dovere e la coscienza, chiedendo quindi di essere riassegnati ad altri
incarichi.
Probabilmente poiché il governo non può permettersi di
essere visto come un avversario del popolare pool di giudici, il decreto è
frettolosamente ritirato; si parla in effetti di un “malinteso”, e lo stesso
Ministro dell’Interno Roberto
Maroni accusa
i colleghi di governo di aver varato un testo diverso da quello che gli era
stato presentato e sottoposto alla firma. Maroni dichiara di
essere pronto a dimettersi se il decreto non verrà ritirato. Scoppia così il “caso” che
rischia di mettere subito in crisi il governo Berlusconi.
Duro l’attacco di Berlusconi, che
gli intima o di smentire o di dimettersi da ministro, Bossi gli conferma il suo appoggio. In televisione Maroni viene fatto
apparire come un povero deficiente che firma senza sapere quello che firma. Ma
la polemica si allarga quando tutti prendono visione del vero testo.
Inoltre, su una parte della stampa italiana, si scatenano indignati
commenti che raggiungono anche i lettori, che non si trattengono dal
commentare con disgusto. Perfino i veri delinquenti in galera si indignano,
perchè è chiaro che il decreto non è stato concepito per loro.
Il 19, Borrelli congela la richiesta di trasferimento dei
giudici del pool di Milano, che riprendono le indagini.
Con lo spauracchio di una crisi,
si tenta di correggere il decreto. Ma non mancano aspri contrasti tra deputati
all’interno dello stesso gruppo di maggioranza. Alla fine, dopo una serie
di sedute convulse, il decreto viene respinto con 418 voti , 33 favorevoli, 41
astenuti. A quanto pare a
non essere d’accordo è una larghissima fetta dei deputati della stessa
Forza Italia, AN, e Lega. Quindi la tesi sostenuta da Maroni -che il testo era
diverso- diventa credibile.
Il Cavaliere rinvia il “Salvaladri” a migliore occasione.
Due giorni dopo raduna amici, ministri e avvocati Fininvest ad Arcore per
discutere della latitanza del fratello Paolo, del manager Salvatore Sciascia
(poi condannato per tangenti) e di Scalfaro, che aveva controfirmato il decreto
Biondi. Il capo dello Stato, delegittimato, non interviene.
Il 23, vengono arrestati a Catania l’ex ministro della
Difesa Salvatore Andò (Psi) e l’ex presidente regionale Rino Nicolosi (Dc). Due
giorni dopo vengono arrestati a Losanna Michele Finocchi e a Milano il
responsabile dei servizi fiscali della Fininvest, Salvatore Sciascia.
Il 26 luglio, secondo mandato di cattura a
carico di Paolo Berlusconi. Di Pietro in privato “consiglia” le dimissioni al
presidente Berlusconi.
Il mese si chiude con le sentenze per il processo “Conto
Protezione”: per Craxi, Martelli, Gelli, Di Donna e Larini condanne tra 5 anni
e 6 mesi e 6 anni e 6 mesi. A Milano si costituisce Paolo Berlusconi, che, dopo
l' interrogatorio, ottiene gli arresti domiciliari.
1994 - AGOSTO
Il 5, Tiziana Parenti (FI), ex P.M. del “Pool”, diventa presidente
della Commissione Antimafia.
Dopo giorni di polemiche, Berlusconi e Bossi si incontrano
ad Arcore e «fanno pace». Polemica per una dichiarazione di Berlusconi: «Se
cade questo governo ci saranno disordini». Bossi dichiara che Berlusconi ha
chiesto a Scalfaro le elezioni anticipate. Il presidente del Consiglio e il
Quirinale smentiscono.
Il faccendiere craxiano Ferdinando Mach di Palmstein,
latitante da un anno, parla al telefono con la zia Caterina: "Se apro bocca il primo che va dentro è Di
Pietro, di cui so cose pazzesche. Me le ha dette un suo amico che poi s'è
pentito". Chi sarà mai l’amico? Proprio in quei giorni, Giancarlo
Gorrini ha cominciato il giro delle sette chiese tra Sergio Cusani e Paolo
Berlusconi, implorando aiuto per salvare la Maa Assicurazioni, da lui stesso rapinata. In cambio,
offre le memorie di Antonio Di Pietro.
1994 - SETTEMBRE
Il mese si apre con le divisioni all’interno del governo
dopo la proposta dei democristiani tedeschi di creare un’Europa a due velocità,
nella quale l’Italia occuperebbe la seconda fascia. Berlusconi, che ha saputo dei
contrasti dentro la Lega, afferma: "Faremo
allora senza!". Poi una gaffe. Berlusconi lancia un pressante invito
al PPI affinchè entri nel suo governo, permettendo di andare avanti senza la
Lega. “No grazie” va ripetendo Bottiglione, il filosofo del Ppi. “No
a Silvio, sì a una grosse koalition che vada da FI al PDS”.
Sta andando in scena l’inizio dell’ultimo
atto del governo di destra con un rabbioso presidente del consiglio che inizia
a ingiuriare il leader della Lega Umberto Bossi: "Traditore e rapinatore di
voti, Sfasciacarrozze".
Tra il 3 e il 14
settembre, dopo le polemiche del decreto Biondi, alla ripresa dei
lavori, sullo stesso tema s’innesca un’altra polemica. Questa volta parte da un
albergo di Cernobbio, Villa d’Este, al convegno degli imprenditori, e riaccende
la polemica in Parlamento. È un meeting che fa riunire attorno al tavolo i
maggiori imprenditori italiani, piuttosto preoccupati, anche quelli che sono
stati risparmiati dalla bufera di Tangentopoli. Un tornado che ha inquietato
chi poco, chi tanto, tutti.
Si cercano soluzioni perché, nell’intero
apparato produttivo del paese, le inchieste in corso hanno rallentato alcuni
settori industriali e commerciali, e altri, quelli degli appalti pubblici, sono
fermi del tutto, poichè nessuno osa più firmarli. Di Pietro, al convegno, espone una
proposta di uscita da Tangentopoli, attraverso una soluzione giudiziaria per i
reati passati ed un progetto legislativo per il futuro, una “soluzione legislativa”
elaborata dai magistrati del “pool”. È chiaro che i consensi dagli imprenditori Di Pietro
li riceve, ma è anche chiaro che il messaggio è indirizzato al “potere
legislativo”.
Immediate le risposte e le ostili
reazioni della classe politica al governo, che si sente scavalcata. In prima
fila il guardasigilli e le varie commissioni della giustizia della compagine
governativa.
Decisamente astiosi alcuni settori
della maggioranza - Casini, Maiolo, Taradash ecc. - che invocano lo Stato di
diritto, poichè è lesivo questo intervento della magistratura nell’ambito del
potere legislativo. Il ministro Ferrara vuol denunciare
tutti per attentato alla Costituzione, poi il governo decide che non è il caso.
Il pool dei giudici, agli attacchi
ritenuti ingiustificati e troppo sbrigativi, ribadisce di voler solo dare un
contributo, mettere a disposizione la propria esperienza da sottoporre comunque
al giudizio del Parlamento. Il pool non intende esautorare il Parlamento,
ma vuole solo contribuire con il suo lavoro, per arrivare a quelle
soluzioni che gli imprenditori stanno attendendo in tempi brevi per
eliminare veleni, sospetti e soprattutto la paralisi delle attività economiche.
Il procuratore generale della Cassazione Vittorio Sgroj
parlando del pool dichiara: “Sono intoccabili, nessuno ha il coraggio di
promuovere l'azione disciplinare”. Un boss della Dc coinvolto in
Tangentopoli riceve in busta anonima un dossier: “Abusi, Di Pietro”,
con le solite storie di Liaison Dangereuses e gli immancabili tabulati Sip.
Il giorno 17, nuovo messaggio della Falange armata: “La
vita politica e umana di Di Pietro sarà breve e verrà fermata”. Nelle
stesse ore Giancarlo Gorrini sta scrivendo un promemoria su Di Pietro per un
committente d’eccezione: Paolo Berlusconi. Il 27, Paolo Simonetti, brigadiere
della Finanza, ex braccio destro di Tiziana Parenti molto attivo nelle indagini
sul pool, annota sul computer: “Ore 17-18 c/o Edilnord...Braald (Aldo
Brancher, n.d.a.): Gorrini disposto a riferire su somme estorte da DP in favore
dell’amico Reale (Eleuterio Rea, n.d.a.) per corse cavalli. Fatto già a
conoscenza di Preces (Cesare Previti). Ulteriori casi analoghi a conoscenza di
Berpao (Paolo Berlusconi, n.d.a.)”.
Il 20 del mese, ancora arresti per Antonio Gava, ex ministro
degli Interni e leader della Dc napoletana, con l’accusa di complicità con la camorra. Quattro giorni dopo, l’inchiesta Mani
pulite coinvolge anche il mondo della moda con avvisi di garanzia a Giorgio
Armani e Gianfranco Ferrè.
Il 29 settembre, nel giorno del 58° compleanno di Silvio
Berlusconi, Sergio Cusani denuncia Di Pietro a Brescia per diffamazione e
omissione di atti d’ufficio nel processo che gli è costato la condanna a 8 anni
per Enimont. E il
generale Giuseppe Cerciello, imputato per la corruzione della Guardia di
Finanza, denuncia a sua volta Borrelli, Colombo e Di Pietro al Csm per presunte
manovre intorno al Gip Andrea Padalino. Come stabiliranno i giudici
successivamente, si tratta di invenzioni. Ma intanto il “pool” sale, per la prima
volta, sul banco degli imputati, proprio mentre chiede condanna di Paolo
Berlusconi per le tangenti delle discariche e raccoglie le ultime prove sul
tesoro personale di Craxi.
Durante questo periodo si nota uno strano attivismo del
ministro Biondi che - racconterà l’ispettore Domenico De Biase – “chiede
di vedere tutti gli esposti presentati contro il pool”.
Il mese si chiude con la procura di Brescia iscrive nel
registro degli indagati il nome di Di Pietro, a seguito delle denuncie di
Cusani che ipotizzano abuso in atti d’ufficio e diffamazione.
1994 - OTTOBRE
Giorno 1, si rifà viva la Falange armata: “Di Pietro
è cotto a puntino”. Due giorni dopo, Di Pietro fa arrestare Tradati,
ultimo anello verso il bottino di Bettino e anche - ma questo lo si scoprirà
solo un anno dopo - del mazzettone da 10 miliardi di Berlusconi a Craxi tramite
All Iberian.
Il giorno dopo, Berlusconi accusa i giudici di fare «uso
della giustizia a fini distorti». Il memoriale Gorrini è pronto e arriva
a Paolo Berlusconi. Una mano amica infila poi l’appunto - opportunamente
arricchito con ritagli di giornale, dossier del “Sabato”, vari
anonimi, rapporti di indagini illegali della Finanza - in una busta, e la busta
nella buca delle lettere di Dinacci. Il dossier, anziché essere protocollato,
finisce in un cassetto del ministero.
Molto clamore intanto al processo Enimont; Giorgio Tradati, amico di Craxi,
rivela al giudice Di Pietro di essere stato sollecitato dallo stesso Craxi a
trasferire 30 miliardi dalla Svizzera, ma che si era rifiutato, al che il
segretario del Psi aveva provveduto per proprio conto a cambiarne una parte in
15 chili d’oro in lingotti , depositandoli in una cassetta svizzera intestata a
una certa Madame. Craxi naturalmente smentisce tutto.
Borrelli lancia al presidente del Consiglio un inedito
«preavviso» di garanzia quando afferma in una intervista sul Corriere, che l’inchiesta su
Telepiù ipotizza la possibilità di un coinvolgimento del vertice dell’esecutivo
in una “inchiesta con politici molto in alto”, e che il ministro
Biondi è un’imprudente. Biondi si dimette, ma il consiglio dei ministri
respinge le dimissioni. Berlusconi s'infiamma e afferma “che i poteri dello Stato devono
rientrare nei loro ambiti e non far politica di persecuzione nei confronti di
deputati votati dai cittadini”. La polemica si infiamma.
La polemica delle insinuazioni di
Borrelli, porta il 6, il consiglio dei ministri ad approvare all’unanimità una
lettera-esposto contro Borrelli e diretta al Procuratore generale di cassazione
Vittorio Sgroi.
Il 7, Scalfaro inoltra la lettera
del Governo al CSM per il caso Borrelli. I forzisti del Csm ne chiedono il
trasferimento da Milano per incompatibilità ambientale. Intanto il ministro Biondi
minaccia una querela contro Borrelli, che scatena la reazione delle procure di
Roma e Milano e dell’Associazione dei magistrati dove si vuole evidenziare che
per la prima volta si mette sotto accusa un magistrato che sta conducendo con i
suoi uomini una delicata indagine nei confronti di alcuni nomi che siedono al
governo, e di non rispondere agli "attacchi gravemente insultanti ma di continuare a svolgere con
equilibrio i poteri costituzionali sanciti dalla Costituzione".
L’8, la proposta dei saggi per i conflitti di interesse tra
Berlusconi imprenditore e politico, lascia al presidente del consiglio la
proprietà dei beni, a patto della loro concessione in gestione ad un fiduciario
autonomo. Confalonieri invia a Catelani l’ennesimo esposto contro la
persecuzione giudiziaria anti-Fininvest.
Il 12, Craxi,
dal suo rifugio, fa sapere al processo Enimont che i conti svizzeri erano del
partito, e che sia Benvenuto che Del Turco sapevano benissimo di questi conti
esteri. Ma gli interessati chiamati a confermare lo smentiscono. Anzi, il
fidato ex amico Tradati afferma che con quei soldi Craxi acquistò un
appartamento a New York e uno a Barcellona. Intanto Di Pietro informa il
tribunale che dopo intercettazioni telefoniche, alla contessa Francesca Vacca
Agusta e al suo compagno Maurizio Raggio, è stato spiccato un ordine di cattura
per aver aiutato a dirottare su banche delle Bahamas i soldi provenienti dai
conti svizzeri di Craxi.
Due giorni dopo, grande sciopero
in Italia per il varo della Finanziaria votata dal governo. Molti
italiani non ne condividono i capitoli che riguardano i tagli alle
pensioni e alla sanità. È mobilitazione. Lavoratori, studenti, pensionati
organizzano uno dei più grandi scioperi degli ultimi 20 anni. Cinque milioni di
persone (chi afferma tre milioni, mentre per Berlusconi non c’è stato
nessun sciopero) scendono in piazza; vengono poi annunciate ulteriori e
prossime mobilitazioni per opporsi ai tagli programmati. Berlusconi da
Mosca ironizza: "Lo sciopero? Ho altro a cui pensare...Né uno né dieci
scioperi generali possono cambiare la Finanziaria. Dite che erano in molti? Se
scendevano in piazza quelli di Forza Italia erano molto di più... più di cinque
milioni". "I giornali parlano di tre milioni? significa che
allora venti milioni se ne sono stati a casa!". "Le
forze responsabili sono largamente prevalenti, lo sciopero è stata una scelta
sbagliata e i giornali disinformano".
Battuta molto
infelice. Scrive Walter Veltroni: “Una
sfida alla statistica.(…) "Come
è strana la
vita. Berlusconi asserragliato al Cremlino, mostra un misto di disprezzo, rabbia e paura
perchè nella lontana Italia milioni di lavoratori sono "discesi anche loro
in campo". Non ne vuole sentir parlare. Nel suo mondo virtuale questo
sciopero non c'è stato. Non può esserci stato perché contrasta con i sondaggi
di Gianni Pilo. Invece è stato il più grande sciopero degli ultimi venti anni.
I lavoratori sono "discesi in campo" perchè vedono nero (…) Crede
solo in se stesso. Ma dove vive?”. D’Alema afferma: “Solo un pazzo non
può tenere conto di una simile espressione popolare”.
Il 17, si
archivia il caso Borrelli. Il CSM ritiene all’unanimità non esserci nelle
affermazioni del Capo della Procura di Milano rilasciate al Corriere, estremi
di persecuzione politica nei confronti di nessuno, ma solo generici interventi
ampiamente diffusi dalla tutta la stampa. Si viene a sapere
che il Ministro del governo Berlusconi, Biondi, avrebbe inviato alla Procura di
Milano alcuni ispettori per verificare presunte irregolarità del “pool” e
chiesto poi al Procuratore Generale della Cassazione di avviare un’azione
disciplinare contro Borrelli per l’intervista.
Il 19, il ministro dispone un’ispezione
sul lavoro dei magistrati dell’inchiesta Mani pulite, accusato dal capo del governo di
indagare sulle aziende e gli amici del capo del governo. Biondi completa l’opera
defenestrando Mario Vaudano, capo dell’ufficio rogatorie del ministero,
prezioso tramite del pool con le autorità giudiziarie svizzere. Craxi,
ringalluzzito, pubblica la sua opera prima: Il Caso C.
Giorno 20, Giovedì: il consiglio Superiore della Magistratura dichiara di
archiviare il “caso Borrelli”. Il procuratore generale presso la Cassazione non
partecipa al voto e nega di aver avuto pressioni da Berlusconi. Intanto
continua l’ispezione sui protagonisti di Mani pulite per cercare delle
irregolarità nei comportamenti fatti nei confronti di alcuni personaggi.
Di Pietro chiede a Di Maggio di partecipare alla conferenza
di Napoli. Riceve un rifiuto da Frattini, segretario della presidenza del
Consiglio. Da qui la decisione di vendicarsi con Berlusconi a Napoli.
Il 24, la procura di Palermo apre un’indagine sulle Coop
rosse e i rapporti con il Pds in Sicilia. Il giorno dopo, Scalfaro boccia la
proposta di Previti di una commissione d’inchiesta su Tangentopoli, ribadendo l’autonomia
dei giudici.
Alla fine del mese, finisce in manette a Parigi, Mach di
Palmstein; in casa della sua ospite, Domiziana Giordano, viene ritrovato un
corposo dossier su Di Pietro, frutto del lungo lavoro di alcuni agenti dei
servizi francesi, con l’aggiunta di carte che somigliano prodigiosamente a
quelle del dossier Gorrini. Amicone di Craxi e Cusani, Mach conserva sull’agenda
tutti i numeri di Berlusconi.
1994 - NOVEMBRE
Dinacci chiama De Biase e gli
consegna il dossier Gorrini, dicendo: “Me l'ha mandato Previti, che mi ha
detto che Gorrini verrà presto a testimoniare”. Il pool scopre tra le carte
del manager Fininvest Massimo Maria Berruti un “pass” di Palazzo Chigi, datato
8 giugno ‘94: la prova che Berruti andò a consultarsi con Berlusconi alle prime
avvisaglie dell’inchiesta sulle tangenti della Finanza, prima di organizzare l’inquinamento
delle prove.
Il 3, il ministro delle Finanze Tremonti finisce nel
registro degli indagati della procura di Roma con l’accusa di abuso di atti d’ufficio
nel caso Secit.
Il 12, oltre un milione di persone alla manifestazione di
protesta sulla Finanziaria a Roma. Due giorni dopo, riunione del pool milanese,
oggetto: il presidente del Consiglio.
Il 16, scoppia lo scontro Berlusconi – Bossi. Si verifica
una rottura nella maggioranza sulla questione delle pensioni. Berlusconi
afferma che non si può governare con l’alleato e che non rimane altro da fare
che ritornare alle urne.
Il 17, il «Corriere» indica come notizia certa filtrata dai
vertici del Pds che la candidatura di Di Pietro a Palazzo Chigi era considerata
come «l’ultima difesa per impedire che il Paese tornasse alle urne» e
come «l’argine più alto alla piena delle elezioni anticipate».
18 novembre: seconda riunione del pool dove scaturisce la
decisione di iscrivere il presidente del Consiglio sul registro degli indagati.
L’indizio utilizzato per l’accusa è un “pass”, che si rivelerà, poi, assai
dubbio.
Il 19, Maroni accusa Berlusconi per la mancanza di accordi
con i sindacati: «Vuole lo scontro sociale». In serata smentisce
indirizzando le sue accuse verso altre componenti della maggioranza.
Il 21, mentre gli ispettori di Biondi setacciano invano la
procura di Milano, Berlusconi viene iscritto nel registro degli indagati. Nella
stessa serata, Borrelli comunica telefonicamente a Scalfaro il provvedimento,
prima che sia stato notificato al presidente del Consiglio stesso. Alle
20.40-20.45 dello stesso giorno, Buccini del «Corriere della Sera» telefona a
Borrelli. Anche secondo Di Pietro la «fuga di notizie» parte dall’interno del
pool e sostiene che: «Qualcuno commise l’errore di parlarne fuori del
nostro gruppo». Scalfaro, a Nisida, nella «tarda serata»,
a sorpresa, parla della possibilità di un «governo del presidente»
in caso di caduta dell’esecutivo presieduto da Berlusconi. Borrelli affida le
indagini sulla «fuga di notizie» non alla competente procura di Brescia, ma a
un pm milanese. La notizia è sul “Corriere della Sera” del 22, e desta scalpore
per la coincidenza con la Conferenza a Napoli. Quel giorno, Di Pietro è a
Parigi per interrogare Mach di Palmstein in carcere: non riesce, ma viene a
sapere del dossier trovato a casa Giordano. Nello stesso giorno, la Procura di
Milano emette un avviso di garanzia per il presidente del Consiglio Berlusconi
per concorso in corruzione. In un messaggio televisivo, Berlusconi respinge le
accuse e afferma di non avere intenzione di dimettersi. Le reazioni dell’interessato
in un messaggio mandato in onda per sette minuti su tutte le reti: “Non mi
dimetto, non ho mai corrotto nessuno, si tratta di un incidente di percorso
della magistratura, di un abuso e di una strumentalizzazione infame”. “Di
Pietro ha i giorni contati”, annuncia la Falange armata.
Il 23, Gorrini si precipita al
ministero per raccontare la
Di Pietro story: 100
milioni, Mercedes, debiti di Rea e quant’altro. Il nuovo ministro della
Giustizia Alfredo Biondi invia alla procura di Milano ispettori per far
luce sulle indagini condotte dai magistrati di Mani Pulite. Dura la reazione
del procuratore aggiunto D’Ambrosio, che giudica l’ispezione illegittima.
Risponde il ministro invitando a non “dare giudizi di
legittimità sull’operato del suo ministero”. Berlusconi è iscritto
anche nel registro degli indagati della Procura di Roma per l’ipotesi di
reato di abuso di ufficio, per pressioni sull’ex vertice Rai per un accordo
sulla pubblicità.
Il giorno dopo, Biondi avvia ufficialmente l’inchiesta
parallela e segreta su Di Pietro. Dinacci - racconterà De Biase - era stato
chiaro, sostenendo: “Previti mi ha detto che bisogna distruggere Di Pietro e
mi ha fatto capire che Gorrini è stato pagato”. Il giorno dopo, Di Pietro
insiste con Borrelli per avere l’incarico di rappresentare la pubblica accusa
nel dibattimento contro il presidente del Consiglio: “Vado io in
dibattimento, quello... lo sfascio”. Di Pietro ha un comportamento opposto
nei confronti di Berlusconi. Attraverso amici (D’Adamo, Lucibello, Della
Valle), invia messaggi al presidente del Consiglio invitandolo a ritardare il
suo interrogatorio in procura, anticipandogli la sua decisione di dimettersi.
Di Pietro quindi non vuole apparire quale causa delle dimissioni di un
presidente del Consiglio che si accinge a sostituire.
Il 26, Previti avverte amorevolmente Tonino di quel che gli
stanno apparecchiando al ministero: “una polpetta avvelenata”. Di Pietro
ne parla con Davigo, e comincia a scrivere con lui una memoria da inviare al
Csm. Poi però cambia idea e decide di dimettersi subito.
Il 27 ne informa Borrelli, mentre la Falange armata
comunica: “Di Pietro è un uomo morto”. Viene anche organizzata una
manifestazione in piazza per dare la solidarietà a Berlusconi, al
governo e alla sua maggioranza. Da Mosca, Berlusconi aveva parlato di 5
milioni; ma a dargli la solidarietà in un momento così grave, erano un molto
meno, solo 10.000.
Il 29, la Cassazione trasferisce a Brescia il processo
milanese sui finanzieri corrotti. Il giorno dopo, De Biase ascolta Osvaldo
Rocca che, sul prestito di Gorrini, scagiona Di Pietro, dicendo:“pensava che
i soldi venissero direttamente da me”. In serata, Dinacci avverte De Biase:
“Ferma tutto, il 6 dicembre Di Pietro se ne va. Me l’ha detto Previti”.
Nell’attesa Berlusconi continua a rinviare l’appuntamento col pool: si
presenterà solo a metà dicembre, quando Di Pietro sarà già lontano.
1994 - DICEMBRE
Il mese si apre con il procuratore capo Borrelli che invia
due lettere di protesta a Catelani e Scalfaro per le ispezioni ordinate dal
ministro Biondi. Il
giorno dopo viene chiesto il rinvio a giudizio di 120 persone, tra cui Paolo
Berlusconi, Salvatore Ligresti, Giampiero Cantoni.
Il 6 dicembre, Antonio Di Pietro, proprio nel giorno della
requisitoria al processo Enimont, quello che ha scoperchiato la pentola della
corruzione in Italia, clamorosamente si dimette dalla magistratura. Il PM
è amareggiato perchè la sua attività giudiziaria viene vista sempre in
contrapposizione contro qualcosa o contro qualcuno. Le dimissioni saranno
respinte, ma il 9 sono nuovamente ripresentate, aggiungendo a chi teme che
entri in politica, che non ha nessuna intenzione di iniziare questa carriera.
Racconta Colombo: “Era la fine del
1994 e questo allontanamento da parte di Di Pietro ci mise in difficoltà,
perché Antonio lavorava molto e lavorava anche molto bene. E noi, che eravamo
prima in tre o in quattro, a seconda degli affiancamenti che avevamo momento
per momento, ci trovammo a rimanere in due, con qualche aiuto.(...) Dovremo
così aspettare fino all’autunno del 1995, quasi un anno, perché il gruppo
venisse ricomposto con l’applicazione di Ilda
Boccassini. Ilda Boccassini diventerà, assieme a Davigo e a me, una
delle persone a cui è stato affidato molto del lavoro del terzo settore delle
indagini, quello che nacque in seguito alle dichiarazioni di Stefania Ariosto e coinvolse i reati di
corruzione in atti giudiziari.” (...)
Quello stesso giorno, l'inchiesta segreta che lo riguarda va
in archivio. Con una motivazione dell’ispettorato che lo scagiona
completamente: “Fatti di nessuna rilevanza disciplinare”.
Ma quel dossier, ora protocollato e “nobilitato” dal timbro del ministero,
passa subito di mano, per essere ripescato e riciclato qualche mese più tardi.
Nel frattempo, dal Ministero, negli ultimi mesi, sono
partite ben due ispezioni alla procura di Palermo. La prima, di routine, è di
aprile: si concentra sui pasticci al Tribunale fallimentare. Ma la seconda,
straordinaria come quella contro il pool milanese, è stata disposta da Biondi
in settembre. E contiene uno scandalo. Durante la prima missione, l’ispettore
Enrico De Felice ha inviato un fax al commercialista siciliano Piero Di Miceli,
ex craxiano ed ora forzista (ha rapporti con Previti e Biondi), sospettato
dalla procura di rapporti con ambienti massonico-mafiosi, affinché lo
raccomandasse presso il ministro Biondi per farlo diventare capo degli
ispettori al posto di Dinacci. Il fax viene intercettato dalla Procura di
Palermo, che indaga De Felice per abuso.
Caselli manda un avviso di garanzia al vicecapo di gabinetto
di Biondi, Vincenzo Vitale (pretore a Catania e assiduo collaboratore del “Giornale”)
per abuso e propagazione di segreto istruttorio: avrebbe avvertito l’amico Di
Miceli che i suoi telefoni erano sotto controllo, grazie alle informazioni
raccolte a Palermo dagli ispettori.
Nello stesso giorno, al processo Eni-Sai, Craxi e Citaristi
sono condannati a cinque anni e sei mesi, Cusani a cinque anni, Salvatore
Ligresti a tre anni. Il giorno dopo, il procuratore di Palermo Caselli, per le
dimissioni di Di Pietro, critica dai microfoni del Tg3 l’attacco alla
magistratura, indicando alcuni settori del governo Berlusconi.
Afferma che c’è il pericolo di interferenza nelle delicatissime inchieste
giudiziarie già aperte. Poi parla di “delegittimazione” della giustizia,
citando le violenti critiche verso i magistrati portate da Sgarbi in Tv,
e che nessuno ha reagito per tutelare le istituzioni. - Secondo Borrelli,
ascoltato il 15 dal CSM, anche le dimissioni di Di Pietro sono da
ricondurre a questo clima intimidatorio.
L’11, Maroni, ministro dell’Interno del governo Berlusconi,
fa un vago accenno a una crisi di governo e ipotizza non solo una maggioranza
diversa ma anche una diversa guida. Non risparmia forti critiche
per lo scontro in atto tra governo e magistratura. Il giorno dopo, il
presidente della prima sezione penale della Corte di Cassazione Arnaldo Valente
si dimette dalla magistratura, inviando una lettera al Presidente della
Repubblica, deplorando l’atmosfera avvelenata e la campagna diffamatoria
montata ai suoi danni.
Il 13, a Milano, il presidente del Consiglio Berlusconi viene
interrogato per 7 ore dai giudici del “pool” riguardo alle tangenti pagate dal
gruppo Fininvest alla Guardia di Finanza. Berlusconi reagisce affermando che è
solo un teorema senza riscontri, e afferma che non di dimetterà dal governo. Lo
stesso giorno, tutti gli 11 ispettori del ministero della Giustizia annunciano
le dimissioni, che saranno poi ritirate il 16. Il giorno dopo, Berlusconi
chiede la verifica della maggioranza di governo per il 21 dicembre.
Il 17
dicembre, scoppia la polemica sulle dichiarazioni di Giuliano Ferrara in
televisione contro il presidente della Repubblica. Lo ha accusato di
complottare, di essere un “Concertatore di una manovra di Palazzo per rapinare voti degli italiani
e ribaltare il governo”. Lo stesso premier si è dovuto scomodare di persona per fare le scuse a
Scalfaro. La situazione è molto singolare, perchè il Capo del Governo in
persona sconfessa il Portavoce del Governo. E quest’ultimo subito dopo prosegue
dicendo: “Ho detto la verità. Anzi non l’ho detta tutta”.
Il 19 dicembre, i Tg di varie emittenti del gruppo Fininvest
trasmettono la videocassetta di un accorato appello di Berlusconi agli
elettori contro il “tradimento” di Bossi. Il premier invoca il ritorno alle
urne degli elettori. Due giorni dopo, nel suo discorso alla Camera, Berlusconi
attacca la Lega con durezza, accusandolo di aver tradito gli elettori e afferma
che, in caso di dimissioni, gli italiani devono tornare a votare. Altrettante accuse di tradimento
sul patto elettorale sono espresse da Bossi.
Il 22, Silvio Berlusconi si dimette; Borrelli,
in un’intervista al «Corriere», candida Di Pietro a presidente del Consiglio. Il
giorno dopo, Ugo Dinacci, capo degli ispettori di Biondi, viene iscritto nel
registro degli indagati della procura di Salerno con l’accusa di collusioni con
la camorra.
1995 - GENNAIO
Tra gennaio e
dicembre 1995:
richiesta di rinvio a giudizio per Berlusconi, condanne per tutti, o quasi, i
protagonisti di Enimont. A Brescia l’avvocato Taormina sollecita indagini su Di
Pietro (100 milioni da Giancarlo Gorrini), che verrà assolto da tutto. Il 2 gennaio,
la Regione Lombardia è nella bufera dopo la
pubblicazione di una telefonata che prova l’esistenza di trattative tra i
partiti nelle nomine per le Usl.
Il giorno dopo, il pm Carlo Nordio invia un avviso di
garanzia al presidente della Lega delle Cooperative Gianfranco Pasquini, che si
autosospende, e al Presidente del Comitato veneto della Lega, Giuseppe Fabbri.
L’11, la procura della Repubblica di Roma convoca Massimo D’Alema
e Achille Occhetto per il 17 gennaio, nell’ambito dell’inchiesta sui presunti
finanziamenti delle cooperative al Pci-Pds. Due giorni dopo, il Presidente
della Repubblica affida a Lamberto Dini l’incarico per la formazione del nuovo
governo. Berlusconi fa fuoco e fiamme contro il “ribaltone”, poi viene a sapere
che il guardasigilli sarà Filippo Mancuso. E regala l’astensione.
Il 14, Dini annuncia che Antonio Di Pietro non entrerà a far
parte dell’esecutivo; il 17 D’Alema e Occhetto sono davanti ai giudici romani
nell’ambito dell’inchiesta sulle cooperative rosse.
1995 - FEBBRAIO
Dopo le condanne a Craxi, non
accennano a placarsi le polemiche tra colpevolisti e innocentisti. Mentre il gip di Brescia proscioglie Di Pietro dalle
accuse di Cusani e un agente della scorta sventa un attentato contro Gerardo D’Ambrosio,
torna in campo il Gico di Firenze con il suo capo, tenente colonnello Giuseppe
Autuori, che consegna alla procura fiorentina un dossier di 263 pagine sul caso
Autoparco: “Una franca rivisitazione di fatti e situazioni già
rappresentate”. I veleni contro Di Maggio, Nobili & C., già
smascherati dai giudici di Brescia, tornano in circolazione con l’aggiunta di
nuove insinuazioni contro Armando Spataro e Ilda Bocassini.
1995 - MARZO
Cusani va a trovare Gorrini per complimentarsi della sua
deposizione agli ispettori e procurarsene una copia. Poi avvicina Tradati (così
almeno riferirà quest’ultimo) per invitarlo a presentarsi agli ispettori di
Mancuso e denunciare pressioni del pool per incastrare Berlusconi. Mancuso
blocca il decreto del governo per la creazione del “Sis” da affidare a Di
Pietro.
1995 - APRILE
Di Pietro, dopo alcuni incontri con
Berlusconi e Previti, fa sapere che alle successive elezioni non appoggerà
nessuno, tantomeno il Polo. Prodigiosamente, il dossier Gorrini e alcuni altri
ricompaiono tra le mani dell’avvocato Carlo Taormina, legale del generale
Cerciello e futuro candidato di Forza Italia.
Il 3 aprile, Antonio Di Pietro
lascia la magistratura, è lo stesso magistrato ad annunciarlo in un convegno su
Mani Pulite. Intanto, il generale della Guardia di Finanza, Cerciello,
accusa Di Pietro di avere indotto alcuni funzionari delle Fiamme gialle a
tirarlo in ballo; dure accuse del generale a tutto il pool di Milano: «Quando
ero in carcere a Peschiera, ho saputo che i magistrati volevano far dire al
maresciallo Nanocchio il nome di Berlusconi». D’Ambrosio teorizza il
non-diritto di Berlusconi alla difesa: «Non si tratta di un indagato come
gli altri... Appellarsi al diritto di difesa va bene per un imputato normale».
Giorno 7, Taormina e Cerciello
denunciano Di Pietro per presunte pressioni sul maresciallo Nanocchio al fine
di convincerlo a tirare in ballo il generale e Berlusconi. E’ un’altra affermazione
che si smonterà presto, con tanto di smentita di Nanocchio e archiviazione a
Brescia, ma intanto Di Pietro è di nuovo indagato per abuso d’ufficio.
Il 13, a “Tempo Reale”, Berlusconi rivela che “Tonino” gli confidò
di non aver condiviso l’invito a comparire nei suoi confronti. Borrelli, dopo
le dichiarazioni televisive di Berlusconi, accusa Di Pietro di «colpevole
silenzio».
Il 18, Taormina, reduce da alcuni
incontri in via dell’Anima, chiede che Di Pietro testimoni al processo
Cerciello per chiarire una lunga serie di vicende “oscure”: le stesse contenute
nel dossier Gorrini, con l’aggiunta dell’Autoparco, di traffici d’armi e chi
più ne ha più ne metta. Il tribunale respinge la richiesta, ma il missile è
lanciato. Al processo Cerciello, un detenuto conferma le accuse a Di Pietro,
sulle presunte pressioni sui testimoni, perchè fosse fatto il nome di
Berlusconi.
Il 22, il ministro di Grazia e
Giustizia, Mancuso, accusa Di Pietro di avere interferito con la Procura
bolognese, durante le sue indagini sulla «Uno bianca», svolte come consulente
della Commissione parlamentare stragi. I presidenti delle Camere rispondono che
le Commissioni d’inchiesta hanno lo stesso potere dell’autorità giudiziaria.
1995 - MAGGIO
La relazione degli ispettori, che
scagionano il pool dalle accuse di Biondi e
chiudono i lavori con un encomio solenne a Mani Pulite, non piace
affatto al ministro Mancuso, che, giorno 5, avvia l’azione disciplinare contro
il pool per aver “intimidito” gli ispettori, e annuncia una nuova ispezione a
Milano. Non contento, chiede nuove indagini sui suicidi in carcere di Gabriele
Cagliari e Sergio Moroni (salvo poi scoprire che Moroni non era mai stato
arrestato). Il 19, frattanto, si scopre che il pg Catelani, non contento
di aver sollecitato in privato (negandolo in pubblico) l’ispezione ha pure
promosso un’indagine informale dei carabinieri contro Borrelli, per una vicenda
“equestre”.
Giorno 20, viene chiesto il rinvio a
giudizio di Silvio Berlusconi per corruzione. Il 28,
il pool (per una presunta irregolarità pari allo 0,06 per mille del fatturato
totale) chiede il commissariamento di Publitalia.
1995 - GIUGNO
Tocca di nuovo a Di Pietro. Il pm bresciano Fabio Salamone
interroga Gorrini e Pillitteri, poi, giorno 3, indaga per la seconda volta
Tonino per concussione: avrebbe fatto pressioni su Gorrini e D’Adamo affinché
ripianassero i debiti di gioco di Rea. L’ex inquisitore di Mani Pulite consegna alla
Procura di Brescia un esposto e una querela contro ignoti per le voci
diffamanti e, nello stesso tempo, consegna anche un memoriale di 121 pagine,
nel quale racconta la sua verità su tutte le accuse calunniose. Per l’intero
mese ,tutte le prime pagine dei giornali si occupano della “bufera” che sta
investendo il “mattatore” di Mani Pulite.
Dopo le ispezioni e dopo le molte
polemiche sulle stesse, Panorama (che è del Gruppo Berlusconi) rivela
che l’ex ministro della difesa (sempre del governo Berlusconi), senatore
Previti, avrebbe fatto pervenire, nell’ottobre, prima della caduta del governo,
un dossier (di un certo fantomatico Mister X) su Di Pietro all’ispettorato del
ministero di Grazia e Giustizia, con circostanziate accuse sull’ex magistrato.
Il nome di Di Pietro viene
iscritto nel registro degli indagati dalla procura di Brescia, che intende
accertare alcuni ruoli avuti da Di Pietro, sull’abuso d’ufficio nell’inchiesta
sulla Guardia di Finanza, su una presunta concussione, e su un altrettanto
presunto prestito di denaro ricevuto da un indagato.
Il 5, prosegue, a Brescia, l’inchiesta
sul caso Di Pietro; dopo l’incontro con il procuratore di Milano Francesco
Saverio Borrelli, i magistrati di Brescia, hanno acquisito nuovi documenti su
Giancarlo Gorrini, ex titolare della Maa assicurazioni, che dichiarò di avere
prestato cento milioni all’ex pm. Nel frattempo, tornano a Milano gli ispettori del
ministro della giustizia Mancuso per fare accertamenti sul “pool”. Tre giorni dopo,
il ministro della Giustizia rivela, davanti alla Commissione Stragi, di essere
oggetto di minacce di morte.
L’11, arriva il bis: Di Pietro viene inquisito per altre
concussioni ai danni di Gorrini (prestito di 100 milioni, Mercedes, pacchetto
sinistri della Maa affidato allo studio della moglie Susanna Mazzoleni). “Il Giornale”
torna alla carica contro Davigo: stavolta titola sulla "strana
coppia Davigo-Cerciello", insinuando chissà quali traffici tra il
pm e il generale inquisito per corruzione.
Il 14, c’è una nuova richiesta di rinvio a giudizio per
Berlusconi: frode fiscale per la villa di Macherio. Il Cavaliere risponde con un
esposto al pg della Cassazione, Ferdinando Zucconi Galli Fonseca, per ben 130
presunte fughe di notizie e per l’accanimento persecutorio del pool contro l’inerme
Biscione. Nuova inchiesta a Brescia. E, il giorno dopo, terzo siluro targato
Salamone: Di Pietro sotto inchiesta per abuso d’ufficio: avrebbe aiutato Rea a
diventare capo dei vigili di Milano.
Il 22, le voci sono così
insistenti su tre avvisi di garanzia, che si diffonde anche la falsa notizia
che il Pm Di Pietro è stato arrestato. Nel frattempo, sale la tensione tra il Quirinale e il
ministro Mancuso. Dopo le dichiarazioni del Presidente Scalfaro a proposito di
un possibile tentativo di demolizione dell’opera dei magistrati del pool
milanese, il ministro della Giustizia invia una nota ufficiale al presidente
della Repubblica, in cui sostiene che le ispezioni ministeriali e la riapertura
del caso Cagliari attengono ai suoi doveri di Guardasigilli.
Il 28, è scontro aperto sul caso Mancuso. La maggioranza che
appoggia il governo ne chiede le dimissioni. Il ministro replica che se ne
andrà solo se si dimetterà tutto l’esecutivo.
Nanocchio dichiara al pm di Brescia: «I giudici del pool
di Mani pulite, e in particolare Colombo, erano decisi a colpire le aziende
della Fininvest e pur di raggiungere questo obiettivo finirono col rallentare
le indagini su Tangentopoli... e col trascurare quelle sulle cooperative rosse,
“la cui contabilità in nero... io avevo scoperto...».
Il 30, ci si mette anche Craxi, che inonda i giornali con il
fax dei tabulati Sip sulle telefonati di Di Pietro nel 1992: "Me li
diede Parisi". Vuole dimostrare che Mani Pulite è tutta un
bluff, che Di Pietro era pilotato via cavo da amici avvocati e imputati. Poi si
offre a Salamone: "Se vuole sentirmi su Di Pietro, sono qui".
1995 - LUGLIO
All’inizio di luglio, il pm di
Milano, Fabio De Pasquale, che fu titolare dell’inchiesta su Gabriele Cagliari,
viene iscritto nel registro degli indagati della Procura di Brescia. Un atto
dovuto, dopo l’iniziativa del Guardasigilli che ha trasmesso gli atti dell’inchiesta
ministeriale compiuta nel luglio del ‘93. Il
giorno dopo, proseguono
le polemiche sul caso Di Pietro, che deve sostenere 18 ore di interrogatorio
davanti al Pm di Brescia Salamone, che indaga sulle voci diffamatorie e sugli
esposti di presunti abusi, fatti circolare o presentati, contro l’ex
magistrato di Mani Pulite. Di Pietro denuncia 137 tentativi di
delegittimazione ai suoi danni. Ma sono anche indagini dovute, per accertare se Di Pietro
ha ricevuto minacce o pressioni per le sue “clamorose” dimissioni dalla
magistratura. Alla fine dell’audizione, non è emerso nulla, e l’inchiesta viene
archiviata.
Il 7, secondo round di 5 ore.
Salamone indaga anche sul complotto che lo indusse a dimettersi dal pool:
Previti, Dinacci, De Biase e Paolo Berlusconi, gli indiziati. Stefania Ariosto
(oscuro personaggio di quel periodo) racconta la presunta corruzione di una
serie di giudici romani da parte di Cesare Previti.
L’11 Luglio, la
Procura di Milano emette un mandato di cattura internazionale nei confronti di
Bettino Craxi. L’ex leader del PSI sarebbe espatriato alcuni giorni prima per
ignota destinazione non essendo nemmeno presente in Tunisia. L’internazionalità
del mandato è secondo Craxi per impedire ai magistrati di Brescia di poterlo
interrogare ad Hammamet per testimoniare sul caso Di Pietro.
Il 19, viene svelato
il mistero di “Mister X”. Paolo Berlusconi afferma davanti alla procura di
Brescia di essere lui la persona che informò Previti che c’era un certo Gorrini
che aveva dichiarazioni compromettenti da fare su Di Pietro.
Il mese si chiude
con un’ambulanza imbottita di tritolo che
doveva saltare in aria all’interno del recinto del Palazzo di giustizia di
Palermo. Probabile obiettivo il Procuratore capo Caselli e il sostituto
Scarpinato. Il piano viene rivelato da un pentito.
1995 - AGOSTO
Craxi morde il freno: dà alle stampe
“Il Caso C. – parte seconda”, e invita Salamone a indagare su un
viaggio di Di Pietro in Costarica, dove avrebbe incontrato fantomatiche "importanti
personalità della finanza italiana e internazionale". Salamone prepara
le valigie per Hammamet.
Il parlamento, il 3, riesuma il
decreto Biondi e, con qualche correttivo peggiorativo, lo approva
plebiscitariamente sotto il nome di “Riforma della custodia cautelare”: l’arresto sarà possibile solo in caso di rischi di
inquinamento delle prove, pericolo di fuga o pericolosità dell’imputato. È previsto
un interrogatorio del gip prima di quello con il pm, e la custodia cautelare
sarà più breve. Dopo
tante polemiche la legge sulla custodia cautelare e contro l’abuso delle
manette, ora applicata, crea già i primi inquietanti problemi: quello di
andarci cauti nel denunciare qualcuno.
L’11, le Procure di Bergamo e
Treviso aprono un’inchiesta sulla Lega, a seguito della pubblicazione di un
diario di Craxi nel quale si parla di preparativi insurrezionali nel ‘93.
Il 30, dieci persone arrestate in
provincia di Bergamo con l’accusa di corruzione, false fatturazioni e omessi
controlli sui prodotti. Al centro della vicenda la Dalmine, azienda siderurgica
dell’Iri in corso di privatizzazione. I giudici sospendono dalla carica l’amministratore
delegato, Sergio Noce.
1995 - SETTEMBRE
Di Pietro scopre che un agente della scorta, anziché proteggerlo,
lo spiava e riferiva ai “superiori” i suoi spostamenti. Poi denuncia a Brescia
che un certo Roberto Napoli, agente del Sisde, gli ha confidato di averlo
spiato fin dal 1992. Napoli conferma: "Mi ordinarono di indagare su
Di Pietro e su tutto il pool, non scoprii nulla di illecito, Parisi sapeva
tutto". Le informative finivano anche ad un alto dirigente romano
del Sisde, Bruno Contrada.
Il 2, Di Pietro è di nuovo al simposio degli industriali a Cernobbio. Nel parlare al seminario annuale
della Confindustria, polemizza sulle ultime polemiche su Mani Pulite: “Se ci sarà un colpo di spugna sul pool mobiliterò le
coscienze”. Il suo intervento suscita voci su un suo prossimo
impegno in politica.
L’indomani Berlusconi, allarmatissimo, chiama D’Adamo per sventare
la minaccia: "Ingegnere, il suo amico è fuori di testa, bisogna che lei si
prepari. Siamo nelle sue mani!". Seguiranno sette incontri ad
Arcore, per concordare aiuti finanziari al gruppo D’Adamo, che naviga in
pessime acque.
Il 6, il presidente della Corte costituzionale, Baldassarre,
annuncia una sentenza della Consulta, secondo la quale il Pubblico ministero e
il magistrato giudicante non sarebbero «uguali» di fronte alla Costituzione:
chi fa le indagini non godrebbe quindi delle stesse garanzie di chi giudica.
Il 14 settembre,
appaiono ulteriori sviluppi, dopo le indagini sulle cooperative rosse (Coop).
Il Pm di Venezia Nordio invia a Massimo D’Alema, segretario del PDS, e all’ex
segretario Occhetto, due avvisi di garanzia nei quali si ipotizza il reato di
finanziamento illecito ai partiti e ricettazione.
Intanto “Il Giornale” tira in ballo Di Pietro per
Affittopoli (un alloggio in via Andegari, avuto dalla Cariplo ad equo canone).
E, il 15, Brescia lo indaga per l’ennesima volta: concussione e abuso d’ufficio
per il piano di informatizzazione del tribunale di Milano.
Il 19, il procuratore generale della Cassazione chiede di
archiviare le accuse del Guardasigilli contro il pool di Milano; secondo il
magistrato, infatti, i giudici di Milano non avrebbero intimidito gli ispettori
del ministero di Grazia e Giustizia. Il Ministro replica però di volere
insistere nella sua azione disciplinare. Il giorno dopo, il ministro Mancuso
definisce «supino» l’atteggiamento assunto dalla presidenza del Consiglio in
merito al rinvio della discussione sulle mozioni di sfiducia individuale che lo
riguardano.
Il 28, Franco Bassanini (Pds), a conferma dei rapporti che
intercorrono tra la procura di Milano e il Pds, preannuncia ai giornalisti la
requisitoria che Paolo Ielo terrà il 29. Infatti, il pm Ielo, nel corso del
processo per le tangenti per la Metropolitana milanese, denuncia il
comportamento di Bettino Craxi come quello di un «criminale matricolato».
Numerose intercettazioni telefoniche dimostrerebbero, infatti, che Craxi ha
ancora un ruolo nelle vicende politiche italiane. Il giorno dopo, da Hammamet,
Craxi attacca Ielo, accusandolo di aver fatto un comizio stalinista.
Sempre il 29, si smonta anche il teorema mancusiano degli
ispettori “intimiditi”: su proposta del pg della Cassazione, il Csm archivia l’indagine
disciplinare contro Borrelli e il pool. A Milano si trascina stancamente la
seconda ispezione. Craxi, preoccupato, avverte l’avvocato Salvatore Lo Giudice:
"Se qualcuno in prima fila non apre il 289 (attentato agli organi
costituzionali, n.d.a.) e affronta la testa del serpente, non si va da nessuna
parte. L’obiettivo è la fine dell’imbroglione trafficante" (cioè di Di
Pietro che, secondo Craxi, è pure un falso laureato). Falsa laurea e 289: due
tra gli argomenti preferiti anche dal portavoce Ferrara.
1995 - OTTOBRE
Nuova inchiesta della procura di
Brescia contro Di Pietro: questa volta è accusato di falso ideologico insieme a
Borrelli, per aver firmato i verbali di alcuni interrogatori della polizia
giudiziaria senza avervi presenziato per intero. Ma si indaga anche sulla
deposizione dell’agente Napoli, che ha rivelato lo spionaggio continuato e
illegale del Sisde ai danni del pool (dossier Achille).
I magistrati veneziani che indagano
sulle cooperative rosse respingono i sospetti di legami con Craxi, che
sembrerebbero scaturire dalle intercettazioni telefoniche. Polemica con la
Procura milanese. Due
giorni dopo, prime rivelazioni sui documenti sequestrati nell’ufficio romano di
Craxi: sono stati trovati tre volumi intestati al Sisde che conterrebbero
fascicoli sui magistrati milanesi Colombo e Davigo e su alcuni esponenti del
Pci.
Intanto, le polemiche di Silvio Berlusconi
sull’operato della giustizia sono aspre, subito dopo la richiesta di rinvio a
giudizio fatte dai giudici di Mani Pulite sulle presunte tangenti pagate
dal gruppo Fininvest alla Guardia di Finanza. Afferma sprezzante: "Questi magistrati sono degni non di uno Stato
di diritto, ma di uno Stato di polizia. E' una vera e propria persecuzione nei
miei confronti".
Mancuso, che sta per essere
sfiduciato dal parlamento, fa in tempo a scatenare un supplemento di ispezione,
un’inchiesta a Brescia per violazione del segreto e un’azione disciplinare al
Csm. E altre azioni disciplinari chiedono gli ispettori per i pm milanesi Ilio
Poppa, Gherardo Colombo, Fabio De Pasquale.
L’11 ottobre, dopo i vespai e le polemiche destate dal
ministro Mancuso sulle ispezioni su Mani Pulite, che sono tempestivamente riiniziate,
l’Associazioni magistrati insorge sostenendo che l’attività del guardasigilli
riesce solo a intralciare delicatissime inchieste della giustizia, screditando
l’opera dei magistrati davanti all’opinione pubblica del Paese. - I maligni
affermano “che probabilmente era proprio questo lo scopo”. Mentre Berlusconi lo difende,
sostenendo che il Ministero di Mancuso è un presidio offerto dalla
Costituzione ai cittadini che si ritengono “vittime di soprusi”. La magistratura non deve
divenire una “casta di intoccabili”.
Di Pietro
contrattacca su “Repubblica”, accusando Berlusconi di raccontare “frottole”
agli italiani e di attaccare i giudici solo perchè vuole sottrarsi al loro
giudizio; poi definisce Mancuso un cattivo ministro, troppo impegnato a
promuovere indagini sui magistrati. (e guarda caso solo sui giudici del pool
che hanno in mano le inchieste scottanti che riguardano proprio le attività di
Berlusconi).
Lo stesso giorno
Mancuso, per nulla intimidito, cerca qualche altro appiglio, promuovendo un’azione
disciplinare contro il procuratore Borrelli, perchè ha violato il segreto
investigativo nel telefonare e informare il presidente della Repubblica
Scalfaro con quel famoso avviso di garanzia arrivato a Napoli a Berlusconi. Borrelli precisa che Scalfaro lo
seppe negli stessi minuti in cui Berlusconi veniva informato da un colonnello
dei carabinieri, e che comunque il segreto investigativo è a discrezione del
pm. Scandalo enorme, per un fatto che persino Tiziana Parenti giudica corretto.
A questo punto,
il presidente del Consiglio Dini, per rispondere ai progressisti che accusano
Mancuso di palese parzialità, chiede il dibattito nelle aule del Senato per una
mozione di sfiducia individuale nei confronti del guardasigilli; ma Mancuso la respinge
per vizio di forma, perchè “Dini lo ha detto in privato e non in pubblico”.
Nel frattempo, Berlusconi, accusato
di concorso in corruzione, dovrà comparire in tribunale il 17 gennaio; lo ha
deciso il gip che ha accolto le richieste del pool di Milano.
Il 19 ottobre, si
va comunque in aula al Senato per la discussione, e qui scoppia il “caso Mancuso”. Il
guardasigilli legge il suo discorso con stizza, con incrinature della voce, è
ostinato, deciso a difendere il suo operato e anche il suo
incarico. Sembra una requisitoria: contro il presidente del consiglio Dini
(che ha chiesto la fiducia); contro (ma solo un vago accenno) il presidente
della Repubblica Scalfaro; e contro tutti quelli che lo hanno attaccato,
magistrati e giornali. Poi scoppia lo scandalo. Nel suo discorso Mancuso ha
saltato cinque cartelle, proprio quelle che contengono un duro attacco al
presidente Scalfaro, che però figurano nel fascicolo dato alla
stampa. Lui si difende sostenendo che gli sono arrivate pressioni
dallo stesso Scalfaro (che smentisce) in quanto coinvolto nei fondi neri del
Sisde (facendo quindi sorgere degli inquietanti dubbi), e ancora di aver
ricevuto pressioni per procedere contro Fini e contro Berlusconi per vilipendio
contro il capo dello Stato. (Chi mai sarà stato che ha fatto pressioni e si è
rivolto proprio a un ministro di Berlusconi per danneggiare Berlusconi?)
Parlando alla Camera, nel giorno
dell'addio, Mancuso invoca anche un’ispezione a Palermo. Poi, alludendo a due
Consigli dei ministri “secretati”, lascerà cadere il sospetto che vi si fosse
parlato di gravi reati commessi dal pool di Caselli.
Si va alle
votazioni e la mozione di sfiducia individuale viene approvata. Il ministero
della Giustizia è assegnato ad interim al presidente del Consiglio Dini.
Mancuso esce di scena
Il 22, in un lungo comunicato, il Capo dello Stato replica a Mancuso
e nega di avere fatto pressioni perché venisse modificata la relazione della
Commissione sui fondi neri del Sisde, come invece aveva sostenuto l’ex
Guardasigilli.
Il 27, la Corte costituzionale
giudica ammissibile il ricorso presentato da
Mancuso contro il Senato, la presidenza del Consiglio e la presidenza della
Repubblica per la sua rimozione da ministro di Grazia e Giustizia.
Ma c’è un
seguito. Nel 1993, Scalfaro nel polemizzare l’attacco alla sua persona, aveva
lanciato il suo "Io non ci sto!". Ne approfitta
nel 1995 il senatore missino Mitrotti, per presentare una denuncia contro il
capo dello Stato per “attentato alla Costituzione”. In sostanza,
con quella frase, lui avrebbe intimidito i magistrati per sottrarsi a delle
indagini. Ma, l’unica cosa che stona è che Mitrotti si è ricordato di farla
dopo due anni.
A fine mese, sentenza nel processo
Enimont: il tribunale di Milano condanna Craxi a 4 anni, Forlani a 2 anni e 4
mesi, Martelli a 1 anno e Bossi a 8 mesi.
1995 - NOVEMBRE
Si
comincia con una pochede: Luciano Panciroli, allenatore dell’ex moglie
di Paolo Berlusconi, Mariella Bocciardo, con qualche guaio giudiziario, tenta
di vendere alla Lega Nord un dossier contro Di Pietro, che sembra la fotocopia
di quello di Gorrini. La donna dirà di aver avuto le carte dall’ex marito. La
procura di Brescia riceve, dal gip romano Maurizio Pacioni, una denuncia contro
Borrelli, Davigo, Colombo e Ghitti per omissione in atti d’ufficio e falso
ideologico: avrebbero tenuto sotto scacco l’ispettore capo Ugo Dinacci tramite
un’inchiesta sul figlio, l’avvocato Filippo. Pool di nuovo indagato, al gran
completo.
Il 3, il Presidente Scalfaro lancia
due moniti: uno contro l’invasione dei pm nel processo penale, l’altro contro i
veleni che potrebbero compromettere la democrazia. Il baricentro delle
accuse sulla persecuzione degli uomini del Polo e di Forza Italia, si sposta
anche nel sud. Nei confronti della procura di Cosenza esplodono altre
aggressive critiche sul ruolo e i poteri della magistratura: il Polo insorge e
parla di attacchi al Parlamento. Il motivo che ha scatenato il putiferio
è un avviso di garanzia a Vittorio Sgarbi e Tiziana Maiolo per il reato
ipotizzato di “concorso esterno in associazione mafiosa e
voto di scambio”.
Le reazioni del primo, sugli schermi televisivi delle reti Fininvest,
all’ora di pranzo degli italiani, gli permettono di sfoderare tutto il suo
ricco repertorio.
Il 7 novembre, incontro di due ore
tra Berlusconi e il presidente della repubblica Scalfaro, dopo le tante
polemiche e gli attacchi delle ultime settimane. Ma il colloquio non ha
cicatrizzato le ferite, nè ha messo ponti ai profondi contrasti sia politici
che umani. Tanta freddezza e facce per nulla raggianti. Ognuno ha celato dentro
di sè la propria avversione.
Rimane a Milano il processo per le tangenti pagate alla Guardia
di Finanza da aziende del Gruppo Fininvest. Lo ha deciso la corte di
Cassazione, che ha respinto la richiesta di trasferire il processo a Brescia.
Il 14, alla riunione di Milano degli “Amici di Liberal”, l’amministratore
delegato della Fiat Romiti chiede un patto istituzionale per avviare una grande
riforma in senso maggioritario che porti al bipolarismo; alla riunione è
presente anche Di Pietro. Il giorno dopo, nel suo intervento alla Camera, Dini
usa toni forti nei confronti dei magistrati calabresi che hanno inviato avvisi
di garanzia agli onorevoli Sgarbi e Maiolo, e annuncia di avere disposto un’ispezione
sulla Procura di Catanzaro.
Il 22, un nuovo avviso di garanzia a Berlusconi per falso in
bilancio e appropriazione indebita per l’acquisto della “Medusa”. Intanto un
giornale rivela che esisterebbe un accordo tra il leader di Forza Italia e D’Alema
per evitare le elezioni; immediate le smentite. Il pool accusa Berlusconi di
aver finanziato illecitamente Craxi (21 miliardi). Il giorno dopo si viene a
sapere che, secondo la Procura di Milano provenivano dalla Fininvest i 10 miliardi
versati sul conto svizzero della “Northem holding” a disposizione di Craxi. Vengono
emessi tre ordini di custodia cautelare nei confronti di Craxi, Giallombardo e
Vanoni, manager Fininvest. Dura la reazione di Berlusconi, che sostiene: “è
un teorema di uno Stato di polizia, per distruggere un avversario politico”. Quattro giorni dopo, il leader di
Forza Italia riceve un invito a comparire dalla procura milanese, per
rispondere sull’ipotesi di finanziamento illecito ai partiti.
Il mese si chiude il 29 con Antonio Di Pietro, indagato per
concussione ed abuso d’ufficio, che viene interrogato per sette ore dai pm Salamone
e Bonfigli.
1995 - DICEMBRE
Giorno 2, nuova telefonata Berlusconi-D’Adamo. Berlusconi:
"Io ho fatto quel che dovevo fare". D’Adamo: "Perfetto".
Più tardi il costruttore incontra raggiante il Cavaliere in villa e gli
consegna un dossier sui suoi rapporti con Di Pietro, dove dice l’esatto
contrario di quel che ha detto ai pm di Brescia. Il prezioso incartamento,
rimasto nel freezer di Arcore per un anno e mezzo, tornerà d’attualità nel
febbraio ‘97, scongelato e consegnato da Berlusconi alla procura di Brescia,
ormai a corto di carte.
Il 7, il comitato servizi segreti interroga il comandante
della Guardia di Finanza Costantino Berlenghi per sapere se membri del Corpo
abbiano spiato il pool: il generale smentisce sdegnato; poi si scoprirà l’attività
illegale di dossieraggio di vari ufficiali e sottufficiali (Simonetti,
Nanocchio, Salato) e Berlenghi promuoverà un’indagine amministrativa, conclusa
in fretta e furia con draconiane raccomandazioni del tipo: “Masticare gomma
americana all’atto di rivolgersi ai superiori è un grave atto di maleducazione”.
Simonetti e Salato verranno promossi al servizio segreto delle Fiamme Gialle.
Il 5 dicembre, il Gip di Brescia archivia anche le accuse di
Cerciello e censura le indagini di Salamone. Il quale si prende la rivincita, giorno
20, con una raffica di richieste di rinvio a giudizio per l’ex-pm: cinque
concussioni e due abusi d’ufficio.
“Provo una grande
angoscia e la situazione è assurda” così commenta Antonio Di Pietro all’annuncio
che la Procura di Brescia ha chiesto il rinvio a giudizio. Il giorno dopo, D’Alema
e Prodi offrono all’ex pm, una candidatura nelle file dell’Ulivo alle
prossime elezioni. La Falange armata ha previsto tutto da dieci giorni: “Di Pietro
ha infranto i patti: adesso la sua fine è segnata”.
Regali di Natale anche per gli altri del pool: Colombo,
Davigo e Greco, indagati per le nuove accuse di Cusani su un’improbabile
missione pilotata da Tradati in Svizzera alla ricerca di carte Fininvest. Lo
stesso giorno, il 22, “Il Giornale” pubblica un’intervista a Maurizio Raggio,
prestanome dei conti di Craxi e latitante in Messico, realizzata sei mesi prima
e rimasta - chissà perché - nel solito freezer. Raggio sostiene che Pacini
Battaglia avrebbe versato 5 miliardi e rotti a Lucibello che, d’intesa con Di
Pietro, li avrebbe trasferiti in Austria. Tutti gli interessati smentiscono.
Compreso Raggio.
1996 - GENNAIO
Di Pietro, a copertura del suo reale progetto di ottenere
l’incarico di presidente del Consiglio (progetto ormai superato per
inadempienza dei promittenti), descrive ai pm bresciani un differente «Progetto
strategico» al cui centro c’è l’eliminazione del gruppo Fininvest, la graduale
conquista degli apparati di Stato e una megalomane esportazione di Mani
pulite nel mondo.
Il 12, il gip di Brescia rinvia a giudizio i fratelli
Berlusconi e D’Adamo per estorsione e attentato ai diritti politici di Di
Pietro: avrebbero complottato per bloccarne la carriera politica, ma verranno
assolti, anche perché la procura non presenterà in tempo la richiesta alla
Camera per utilizzare le intercettazioni D’Adamo-Berlusconi.
Il 17, si apre a Milano il processo a Berlusconi & C per
le mazzette alle Fiamme Gialle. Negli stessi giorni sempre il solito “Giornale”
monta una campagna su “Di Pietro golpista”, per via di un paio di
frasi verbalizzate a Brescia in cui l’ex pm auspicava “il ricambio della
classe dirigente e la divulgazione di Mani Pulite nel mondo”, con
una serie di conferenze. Intanto il Gico di Firenze mette sotto controllo i
telefoni di Pacini Battaglia, a caccia di notizie su Di Pietro. Pacini - che
dirà poi di sospettare di essere “ascoltato” - semina vanterie a piene mani,
dicendo tutto e il contrario di tutto. Parla anche di una lettera anonima, che
Salamone gli avrebbe mostrato due mesi prima, su 5 milioni di franchi da lui
versati a Lucibello. Stranamente verrà ritrovata in fotocopia in un suo
ufficio: chi gliel’ha data? In un’altra telefonata, si scopre che un
attivissimo Sergio Cusani - in attesa della sentenza definitiva - avrebbe
avvicinato un’avvocatessa per convincere Pacini ad accusare Di Pietro di aver
usate carte false per incastrarlo al processo Enimont. Ma Pacini, convinto che
sia “una grossa stronzata”, rifiuta.
1996 - FEBBRAIO
Tutto il pool viene indagato a
Brescia per abuso e violazione del segreto d’ufficio, in seguito all’ennesima
denuncia di Berlusconi.
1996 - MARZO
I pm del pool condizionano fortemente la campagna elettorale
a danno di FI e del Polo utilizzando una teste, Stefania Ariosto, in seguito
considerata «inconferente» da Davigo e fatta oggetto di denunce per calunnia
per accuse oggettivamente false da parte di ben 21 denuncianti.
E’ il mese più nero, per i pataccari
anti-pool. Mentre Mani Pulite fa arrestare il capo dei gip romani Renato
Squillante e varie altre toghe sporche della capitale, indagando sui presunti
corruttori Previti e Berlusconi, nel parco di Arcore si apre la caccia grossa
alla supertestimone Stefania Ariosto. Intanto i gip di Brescia emettono una
raffica di proscioglimenti per Di Pietro: nessuna delle sette accuse di
Salamone e Bonfigli, cinque concussioni e due abusi, sopravvive al vaglio dei
giudici, i quali attaccano duramente le indagini, “lacunose, difettose,
infondate, azzardate, incongruenti, omissive, forzate”, della procura.
Salamone insiste: “Al processo sulle manovre per farlo dimettere, Di
Pietro sarà parte lesa, ma la materia del contendere sarà la stessa”. La
Falange armata dice la sua: “Di Pietro si deve preoccupare molto, non più per
i dossier, ma per il tritolo”.
1996 - MAGGIO
Vinte le elezioni, l’Ulivo manda a
Palazzo Chigi Romano Prodi e ai Lavori Pubblici Antonio Di Pietro.
1996 - GIUGNO
Il neo ministro dei Lavori pubblici
interviene alla Commissione ambiente di Montecitorio chiedendo nuove regole per
la pubblica amministrazione: divieto di reinserimento nei posti più importanti
per gli statali corrotti, monitoraggio sui redditi dei dipendenti,
licenziamento per chi non è in grado di giustificare un tenore di vita superiore
alle proprie possibilità, promozione per merito e rotazione periodica dei
dirigenti.
Il procuratore capo di Brescia,
Giancarlo Tarquini, si accorge all’improvviso che Salamone non può indagare su
Di Pietro, visto che quest’ultimo aveva indagato su suo fratello (poi
condannato a 18 mesi in Sicilia per associazione a delinquere, corruzione e
turbativa d’asta). E gli toglie le inchieste sull’ex pm.
1996 - LUGLIO
Borrelli viene assolto dal Csm per
la famosa telefonata a Scalfaro. Berlusconi minaccia: “Un giorno o l’altro
si squarcerà il sipario e verranno a galla tante cose che, per amor di patria,
ora è meglio che restino dietro il sipario”.
1996 - SETTEMBRE
Attenzione alle date! Il 12, il sociologo Giuseppe De Rita
denuncia un mega-complotto di “pm, polizia giudiziaria e servizi segreti
che minacciano lo Stato di diritto e vogliono conquistare il potere”.
Il 13, la Parenti afferma: “Di Pietro proviene da una
struttura parallela dei servizi segreti”. Due giorni dopo, i giudici di
La Spezia arrestano Lorenzo Necci, Pacini Battaglia, Emo Danesi ed altri. Si
potrebbe pensare che l’inchiesta, gestita dal Gico di Firenze, riguardi Necci,
Pacini, Danesi e compari, ma basta leggere “Il Foglio” di Ferrara per capite
che la vera preda è Di Pietro.
Il 16, un ex maresciallo dei carabinieri, tal Giovanni
Strazzeri, bussa alla procura di Brescia per consegnare un memoriale: a suo
dire Di Pietro fabbricò un “pass” falso di Berruti per incastrare Berlusconi,
concordò con Violante l’avviso di garanzia di Napoli e passò centinaia di
verbali segreti all’“Espresso” mentre Davigo e la sua segretaria pilotavano le
fughe di notizie ai giornali di sinistra per “colpire gli avversari
politici”. Il giorno dopo, Tiziana Parenti convoca una conferenza stampa
per accusare Ilda Boccassini di aver arrestato Squillante in base ad una falsa
intercettazione, poi denuncia una misteriosa campagna per delegittimarla (la
Parenti).
Il 18, il presidente Carlo Crivelli, conversando col pm
Colombo, teorizza «l’uso della tecnica del bastone e della carota»
nei confronti di Berlusconi.
Sempre il 18, i difensori di Berlusconi torchiano il braccio
destro di Gherardo Colombo sul famoso “pass”. Sanno già tutto del
memoriale Strazzeri. Il giorno dopo, i giornali pubblicano una frase di Pacini:
“Per uscire da Mani Pulite abbiamo pagato”.
Il 23, si apre a Brescia il processo
a Berlusconi e Previti per il presunto complotto anti-Di Pietro.
1996 - OTTOBRE
Giorno 5, Berlusconi ricusa il giudice del suo processo,
Carlo Crivelli, per la frase: “bastone e carota”.
Il 7, il maresciallo della Gdf, Capone,
dichiara: «Il pool voleva far cadere a tutti i costi il governo Berlusconi». Il giorno dopo, l’avvocato Gaetano Pecorella
chiede che si indaghi sui conti all’estero dei pm di Milano, mentre il 10,
salta fuori un’altra telefonata di Pacini: “Di Pietro e Lucibello mi hanno
sbancato”. Nella foga, il Gico s’è scordato di allegare anche la seconda
parte della conversazione: “Io a Di Pietro i soldi non glieli ho dati, a
Brescia gli stanno facendo un troiano”. E nel mirino c’è pure Borrelli, che
secondo Pacini lo avrebbe chiamato tramite Di Pietro per tener fuori Necci dall’inchiesta
Enimont.
In parlamento tiene banco la falsa notizia dell’“agente
provocatore” che il procuratore di Napoli, Agostino Cordova, avrebbe infiltrato
a Montecitorio: non è un provocatore e non ha mai messo piede alla Camera, ma l’inchiesta
sulle mazzette della camorra a tutti i partiti napoletani per la Tav fa paura,
e tutto fa brodo.
L’8, il capogruppo del Pds al Senato, Cesare Salvi, parte
all’attacco del Pool milanese di Mani pulite: «Troppe inchieste
approssimative e voglia di protagonismo dei Pm». Il Pds si divide pro e
contro le posizioni di Salvi. Il giorno dopo, Anche Prodi e D’Alema si dividono
sul Pool Mani pulite: pieno sostegno da parte del primo, dubbi sui metodi da
parte dell’altro.
Berlusconi denuncia pubblicamente il ritrovamento di una
microspia “perfettamente funzionante” nel radiatore del suo
ufficio romano lasciata da chissà quale procura e parla di «libertà in
pericolo». Condanna viene espressa da tutto il mondo politico. I giudici
accerteranno che non funzionava per nulla e che l’aveva piazzata lo stesso uomo
incaricato dal Cavaliere di bonificare l’ufficio. Intanto il parlamento si
addobba in assetto di guerra contro il Grande Fratello Togato.
Il giorno dopo, il ministro della Giustizia Flick apre un’indagine sui pubblici
ministeri di Milano e La Spezia e chiede chiarimenti sulle intercettazioni a
politici.
Intanto anche la procura generale di Brescia si accorge che
Salamone è animato da “grave inimicizia e pervicace odio privato”
e che “esiste una grave inimicizia di Salamone nei confronti di Di
Pietro per motivi personali”, e lo esautora definitivamente
rimuovendolo. Il pm Fabio Salamone, continua ad accusare Di Pietro.
Il 23, un altro ex maresciallo, Felice Corticchia, corre a
Brescia a puntellare le accuse dell’amico Strazzeri: aggiunge che Di Pietro
molestava sessualmente una giornalista (che smentisce e lo denuncia a Milano
per calunnia). Due giorni dopo, Di Pietro accusa i parlamentari di lavorare
poco. I presidenti delle Camere, Violante e Mancino, accusano Di Pietro di
giudizi avvelenati e inopportuni.
Il 28, scontro tra D’Alema e “L’Unità”: il quotidiano
difende il Pool Mani pulite contro le critiche del segretario del Pds.
E’ la prima volta che la polemica è così scoperta tra i vertici del partito e
il giornale. Monito del presidente della Camera Violante ai pm: “Basta
con gli show”. La replica: “I politici non lo dicono, ma vogliono
che la corruzione non sia più un reato”.
Il 30, è il gran giorno del Gico, che recapita a La Spezia
il suo rapporto contro Di Pietro: mille pagine per accusare lui di “attività
favoreggiatrice e/o concessiva” nei confronti di Pacini, e tutto il pool
di aver “coperto” il finanziere: mancano ancora 35 bobine su 42, e le sette già
trascritte sono un pò incomplete, prive dei passaggi che scagionano Di Pietro e
il pool, Pacini nega di aver mai pagato una lira, i pm milanesi ricordano di
averlo interrogato 20 volte, chiesto undici rinvii a giudizio, inoltrato 50
rogatorie. Intanto il procuratore di Grosseto, Pietro Federico, va a raccontare
a Brescia che Pacini gli confidò che Gherardo Colombo era corrotto “come
gli altri”.
Negli stessi giorni una misteriosa testimone riferisce a
Borrelli che a Roma qualcuno ha cercato di fabbricare un conto estero per
attribuirne la disponibilità a Colombo.
1996 - NOVEMBRE
Il 3, Riunione ad Hammamet (Tunisia) tra l’ex leader
socialista Bettino Craxi e i suoi fedelissimi per ricostituire il Psi. Ci sono,
tra gli altri, Di Donato, Intini e la Boniver. Il giorno dopo, si viene a sapere che la Guardia di
finanza sta indagando sul passato di magistrato del ministro Di Pietro e
dell’intero Pool Mani pulite a seguito delle dichiarazioni del
finanziere Pacini Battaglia, il quale sarebbe stato favorito dai magistrati
milanesi in cambio di rivelazioni.
Berlusconi si domanda perché Di
Pietro non sia ancora “nelle patrie galere”. L’indomani, giorno
6, il capo del Gico fiorentino colonnello Giuseppe Autuori - quello dell’Autoparco
e che aveva indagato su Necci – dichiara in un’intervista a “Repubblica”: “Abbiamo
riscontri incontrovertibili, la prova si vede a occhio nudo, manca solo il
numero del conto corrente (di Di Pietro). E’ questione di giorni, forse di
settimane, ma come si fa a non firmare un avviso di garanzia per Di Pietro? A
Milano, per molto meno, gli indagati li mettevano in galera o addirittura li
facevano suicidare”. Viene subito trasferito a Bologna,
ma il capo dello Scico, generale Mario Iannelli, minimizza: “Un piccolo
errore dovuto allo stress”. E due giorni dopo, intervistato dal “Corriere”,
Autuori insiste: “Credete davvero che a Milano l’unico giudice discutibile
fosse Curtò?”. Verrà subito accontentato. Di Pietro è iscritto sul registro
degli indagati per falso ideologico e concorso in concussione, in quanto avrebbe
costretto Pacini a versare 15 miliardi a D’Adamo, per poi incassarne 5 in combutta con Lucibello.
14 novembre 1996, Di Pietro si dimette da
ministro dei Lavori pubblici in
polemica contro le continue accuse che gli vengono mosse da Finanza e Procura
di Brescia. Le dimissioni arrivano via fax a Prodi, che le respinge invitando
l’ex pm a ritornare sui suoi passi. Di Pietro non cambia idea.
Tutto il Pool Mani pulite finisce sotto inchiesta a
Brescia per la «gestione» di Pacini Battaglia. Il giorno dopo, Brescia, che
erediterà l’inchiesta spezzina su di lui, riapre il caso Autoparco, avendo
finalmente ricevuto il dossier Autuori del 1995. Su dodici pm bresciani, nove
indagano su Di Pietro, che, però, sarà assolto.
Il 20, l’onorevole Agrusti (Ppi) riferisce che il pm Tito,
nel periodo in cui fece parte del pool, gli espose il disegno politico del pool
contro Berlusconi: «O arriviamo prima noi a colpire Berlusconi, o arriverà
prima lui a rafforzarsi...». Due giorni dopo, Eleuterio
Rea rivela al “Corriere” che “personaggi importanti mi hanno offerto
soldi per inguaiare Antonio”.
Il 23, Berlusconi annuncia di aver raccolto casualmente “notizie
agghiaccianti” su Di Pietro e sul pool: roba da mettere “a
rischio la democrazia” e che “verrà fuori tra non molto tempo”.
Sulle prime sembra un caso di divinazione. Poi si scopre che, prima di andare a
Brescia, i due marescialli Strazzeri e Corticchia erano passati da Arcore via
Emilio Fede, migliorando sensibilmente il loro tenore di vita.
Il 26, Borrelli testimonia a Brescia sulle dimissioni di Di
Pietro e conferma che fu Di Pietro ad insistere per l’invito a comparire a
Berlusconi (“Quello, al processo, lo sfascio io”). L’ha già detto
Di Pietro a verbale, lo sanno tutti, ma la cosa passa per una notizia
clamorosa, la prova del Generale Complotto. Berlusconi - aspirante
superprocuratore, sempre più forcaiolo - si prenota per un nuovo giro chez
Tarquini: “Ho raccolto varie testimonianze, sono ben disposto a riferirle, e
forse quando l’avrò fatto si potrà decidere sull’amnistia o sul condono”.
Il mese si chiude con l’ennesimo smacco per i pm bresciani: il gip vieta nuove
intercettazioni perché, su Di Pietro, non esistono indizi di colpevolezza.
1996 - DICEMBRE
La procura di Brescia apre una nuova indagine su Di Pietro
per abuso d'ufficio: avrebbe salvato Necci nell’inchiesta Enimont e Pacini nel
caso Cooperazione. L’indomani, giorno 4, Craxi approfitta della generosa
ospitalità di Bruno Vespa per chiedere indagini “sul bottino di Di
Pietro”. Il giorno dopo, la perquisizione e il sequestro di documenti
nella sede bolognese di Nomisma (la società di consulenza fondata da Prodi)
nell’ambito dell’inchiesta sull’Alta velocità.
Il 6, Brescia ordina 68
perquisizioni a 256 uomini del Gico e dello Scico contro Di Pietro. Il dossier
del Gico rivela che attorno a Di Pietro si era creata una lobby
affaristico-giudiziaria che avrebbe operato fino alla fine dell’estate. Si
scava anche nel pozzo di Montenero di Bisaccia, invano. Due giorni dopo, il
rapporto del Gico a La Spezia finisce sul “Corriere” e diventa un feuilleton
a puntate, con una raffica di accuse a Tonino e al pool che “copriva” questo e
quello.
10 dicembre: il capo dello stato Scalfaro ha convocato i
presidenti di Camera e Senato, Violante e Mancino, per discutere l’emergenza
giustizia e la guerra scoppiata tra le procure. Convoca inoltre il ministro
della giustizia Flick per sollecitare l’emanazione del disegno di legge di
riforma della giustizia.
L’11, il memoriale Strazzeri esce
integralmente sul “Tempo”. Il giorno dopo, i forzisti del Csm chiedono il
trasferimento in blocco del pool per incompatibilità ambientale e una terza
ispezione a Milano. Due giorni dopo “Il Giornale” intervista Strazzeri. Il 18,
il Gico perquisisce nuovamente l’ufficio di Di Pietro a Castellanza.
Il 19, Berlusconi davanti ai magistrati di Brescia accusa il
pool di Milano di abuso d’ufficio; ma la promessa di rivelare «notizie
agghiaccianti» non viene mantenuta. Nel frattempo, il Gico va in
trasferta a Roma per perquisire il ministero dei Lavori Pubblici: si indaga
anche sul Di Pietro ministro, che sarebbe entrato nel governo apposta per
favorire D’Adamo nell’appalto dell’interporto di Lacchiarella. Si scoprirà poi
che l’appalto è di competenza del ministro dei Trasporti, ma questo è un
dettaglio.
Il pm Pier Camillo Davigo chiede il trasferimento. Nascono
polemiche: rottura con il capo della Procura Borrelli, contestazione delle
prese di posizione dei politici contro l’operato del Pool, scontro con il
ministro Flick sulla separazione delle carriere. Il Guardasigilli assicura che
non vuole separare le carriere, ma la riforma è necessaria «per
valorizzare la terziarietà del giudice e i suoi poteri».
Il 27, il Tribunale della libertà dichiara “illegittimo”
il blitz del 6 dicembre, smonta le accuse a Di Pietro e demolisce il rapporto
del Gico. I giudici smantellano anche le accuse
di concussione contro l’ex magistrato. Ma il capo dello Scico, generale
Iannelli, avverte: “Nel rapporto del Gico ci sono omissis che potrebbero far
considerare la vicenda sotto un altro aspetto”. A Roma intanto viene
archiviata l’inchiesta su Di Pietro per presunto uso privato di aerei dei
servizi segreti.
L’anno si chiude con il faccendiere Francesco Pacini
Battaglia che scrive al procuratore capo di Milano Francesco Saverio Borrelli
scusandosi con lui e con il pool di Mani pulite per aver mentito nei
loro confronti (millantato credito): l’ha fatto perchè temeva di essere
intercettato.
1997 – GENNAIO
Mentre la Bicamerale si mette all’opera
per inserire in Costituzione alcune idee guida di Gelli e Craxi, a Genova un
pugno di carabinieri, ex collaboratori di Tiziana Parenti, e uno strano pentito,
preparano l’assalto alla Bocassini. “Il Foglio”, in mancanza di meglio,
rilancia la montatura craxiana della falsa laurea di Di Pietro, a puntate.
1997 - FEBBRAIO
Giorno 1, vengono arrestati a
Brescia Strazzeri e Corticchia per calunnia pluriaggravata ai danni di Di
Pietro e del pool, fra gli strepiti di Berlusconi e del Polo. Il giorno
successivo, la Parenti invoca ispezioni a Milano e Brescia. L’8, il pool
ottiene un nuovo mandato di cattura per Corticchia: avrebbe tentato di
costringere una giornalista ad accusare Di Pietro di molestie sessuali “per
assicurare l’impunità a Berlusconi”. Si scopre pure che Corticchia, da
povero in canna che era, aveva ricevuto 260 milioni, usava telefonini della
Mediaset e andava e veniva da Arcore.
L'11, “Il Foglio” ricicla il dossier
Mach di Palmstein e le vecchie accuse a Di Pietro sull’informatizzazione. Il
13, viene arrestato a Perugia il colonnello della Finanza Giangiacomo Bausone
per corruzione: troppo occupato con Di Pietro, il Gico s’era scordato di
segnalare le sue ipotesi di reato alla procura di La Spezia. Il 19, crolla miseramente il teorema del falso “pass”:
un agente in servizio a Palazzo Chigi riferisce di averlo regolarmente
compilato lui per la visita di Berruti all’allora presidente del Consiglio.
1997 - MARZO
Il 7, i giornali montano il “caso”
di “Scalfaro, intercettato dal pool”: si tratta in realtà di una telefonata del
‘93, priva di qualunque rilevanza penale, tra il presidente ed un inquisito
della Banca Popolare di Novara. Era quest’ultimo, non il presidente, ad essere “ascoltato”;
e per iniziativa del pm Luigi Orsi, che col pool non c’entra nulla. Ma per una
settimana non si parla d’altro. Cossiga, Mancuso e persino Salvi accusano
Borrelli di “violazione costituzionale”. Il 14, Pacini compare in tribunale e
ripete ancora una volta: “Mai dato una lira a Di Pietro, mai avuto
favori dal pool”: Il 26, la Cassazione dà ragione al Tribunale della
libertà e torto alla procura bresciana: le perquisizioni del 6 dicembre non
andavano fatte, per “insussistenza” dei reati attribuiti a Di Pietro.
1997 - APRILE
I pm di Brescia chiedono il rinvio a
giudizio di Di Pietro (falso ideologico), per quei verbali soltanto firmati.
Boato vara la sua prima bozza anti-giudici alla Bicamerale.
1997 - MAGGIO
Giorno 10, il comitato servizi
segreti presenta la relazione sul dossier Achille, denunciando le bugie dei
vertici del Sisde e sparizioni di documenti: in una scheda, si parla persino di
“appartenenza a logge massoniche coperte di magistrati di Milano”,
e qualche giornale ci ricama su. Il 15, la procura di Brescia chiede la proroga
dell’inchiesta Pacini-D’Adamo: ora si parla di un telefonino di Pacini usato da
Di Pietro. Pacini smentisce. Francesco Greco critica il governo dell’Ulivo, che
risponde con un procedimento disciplinare. Il 31, Berlusconi è di nuovo in
tournée a Brescia per consegnare dopo un anno e mezzo il dossier del suo ex
socio D’Adamo. Ma, ben altre carte stanno arrivando dalla Svizzera: quelle sui
conti di Previti, nel mirino della Bocassini. Bisogna sistemare anche lei.
1997 - GIUGNO
È il mese del “caso Bocassini”.
Così, almeno, i giornali chiamano il caso Parenti. Giorno 6, finisce dentro il
colonnello Riccio, seguito a ruota dal maresciallo Angelo Piccolo, già
collaboratore e “amico” della Titti. Dieci anni prima, quando la Parenti
lavorava alla procura di Savona, i due avrebbero messo su una raffineria di
droga nella caserma dell’Arma. E Piccolo, durante la latitanza, avrebbe
beneficiato dell’ospitalità dell’amica - ora deputata forzista - nella
sua casa romana. Ma non è questo a fare scandalo sui giornali e nel Palazzo.
Fanno scandalo gli strilli della Parenti, che denuncia la Bocassini per aver
offerto mezzo miliardo al pentito Veronese per “toglierla di mezzo” con storie
di droga. Fa scandalo una telefonata di Borrelli ai colleghi di Genova, per
avere lumi sulle accuse al suo pm. Fa scandalo il tailleur indossato un certo
giorno dalla Ilda. Fa scandalo la presunta intercettazione sui telefoni di casa
Parenti (in realtà, era controllato il telefono di casa Piccolo, non ancora
coperto da immunità parlamentare). La storia dei 500 milioni al pentito viene
smentita dallo stesso pentito. E sorge il sospetto che Riccio & C. abbiano
costruito quella montatura per coprire le proprie e altrui vergogne.
Ma ecco un nuovo “scandalo”. Giorno
11, il vicepresidente del Csm Carlo Federico Grosso (Pds) se la prende con
Colombo e la Bocassini perché avrebbero taciuto ad una sua domanda su eventuali
impedimenti alla nomina a procuratore generale di Roma di Vittorio Mele, autorizzando
il sospetto che sul suo conto esistessero indagini. In effetti, a Milano si
indaga da tempo sulle agende del faccendiere Giancarlo Rossi, nelle quali
compariva pure il nome di Mele. Prontamente, giorno 12, i forzisti La Loggia e
Pera chiedono un’azione disciplinare contro Borrelli, Colombo e la Bocassini.
Il 15, salta fuori un vecchio
biglietto inviato nel ‘93 da Di Pietro a Ghitti per chiedergli l’arresto del
manager Mario Maddaloni, con la risposta di Ghitti che gli consigliava di
cambiare capo d’imputazione, Scandalo dei gip “appiattiti” sui pm. Tutta manna
per i bicameralisti, impegnati a separare le carriere dei magistrati. Piccolo
particolare: la richiesta di Di Pietro fu respinta da Ghitti.
1997 - LUGLIO
Giorno 1, Antonio D’Adamo è corso a
Brescia a confermare il memoriale: la Dedra, il telefono, i 100 milioni, la garçonnière
non erano prestiti ad un amico o a sua moglie (che era pure il suo legale), ma
il prezzo per i favori processuali di Di Pietro a Radaelli e Prada (che Di
Pietro fece arrestare nel ‘92). Quei 15 miliardi di Pacini - ricorda ora D’Adamo,
in un soprassalto di memoria - gli vennero per intercessione di Tonino.
Riecco inoltre la Parenti agitatissima nell’ennesima
conferenza stampa sul caso Riccio: “Ho denunciato la Bocassini per calunnia”.
Ilda viene indagata a Brescia.
Il giorno dopo, Di Pietro, che
guida il fronte degli scontenti delle riforme, dichiara: “Gli italiani
bocceranno queste riforme. Così il Capo dello Stato non è eletto dai cittadini
ma dai partiti”.
Il 4, Bertinotti interviene nella querelle: “Di
Pietro rispunta? io direi che Di Pietro incombe”. Il giorno dopo, Berlusconi manda fulmini: “Con le prove che ho portato
ai magistrati qualunque altro cittadino sarebbe già in galera”. A Brescia
un giallo dietro le parole del Cavaliere.
Polemiche del centrodestra dopo le accuse del Cavaliere all’ex pm. Il giorno successivo da ogni parte
si dice: “Di Pietro ha rotto con tutti”.
Intanto a Genova: accuse, veleni, guerra tra
toghe. Nuove polemiche tra le due rosse, Boccassini indagata, Parenti in
fibrillazione.
Giorno 8: quaranta deputati forzisti chiedono l’azione
disciplinare e addirittura “la sospensione” per la pm Bocassini. Il 9, D’Alema sferza
Berlusconi: “Sbagliata la campagna di Forza Italia contro settori della
magistratura”.
Tre procure nella bufera. Genova, Milano
Brescia. E Di Pietro parte al contrattacco, appoggiando la procura di Genova.
Esposti contro i mandanti delle accuse di D’Adamo, retromarcia del pentito che
accusava la Boccassini, intercettazioni alla Parenti.
Giorno 11: Previti chiede l’estromissione della Bocassini
dalle inchieste che lo riguardano.
Il 17 si
apprende che Di Pietro sarà candidato, nel collegio senatoriale del
Mugello, dall’Ulivo, con un’operazione concordata tra
D’Alema e Prodi; e con Rifondazione contraria. I Verdi si spaccano. Malumori al
PDS e nel PPI. Berlusconi è sferzante: “la mascherata è finita, ora si
prende l’immunità parlamentare”. La procura di Genova chiede
l’archiviazione della denuncia della Parenti contro la Bocassini.
Il 18, scoppia la bufera
dopo la discesa in campo dell’ex Pm. Fini dichiara: “Mosso da interessi
personali”. D’Alema, invece: “Scelta che tocca il cuore degli italiani”.
Di Pietro afferma: “Su questo Paese c’è un gruppo di delinquenti che
costruisce false accuse per fermare persone per bene. Ho scelto l’Ulivo perchè
gioca pulito”. Lo stesso giorno, “Panorama” sbatte in
copertina una vecchia foto che lo ritrae su un divano con una bella ragazza,
sotto la scritta “Il grande scroccone”, e delizia i lettori con un gadget d’eccezione:
“Attentato al governo Berlusconi. Articolo 289 codice penale”,
ultima fatica di Giancarlo Kehner. Il giorno dopo, trapela da Brescia la
notizia che forse Di Pietro intascò da D’Adamo i 5 miliardi e rotti di Pacini
per finanziare il suo movimento politico.
Il 21, il sindaco polista di Milano Gabriele Albertini
reintegra nello stipendio il condannato e plurinquisito Rea, affidandogli il
comando del servizio Igiene e sanità. Subito dopo il buon Eleuterio, rinfrancato
ed assistito da un avvocato di Forza Italia, si ricorda fulmineamente di alcuni
“particolari agghiaccianti” di dieci anni fa sul conto di Di Pietro. E il 31,
preceduto da un profetico articolo del “Foglio”, corre a raccontarli alla
procura di Brescia (dove Salamone ha appena ricevuto un avviso di garanzia per
mafia, da Caltanissetta).
Di Pietro - rivela Rea - salvò Radaelli nel 1989 (salvo poi
arrestarlo nel ‘92), e Borrelli mentì al tribunale di Brescia quando disse di
aver saputo da Di Pietro (e non da Poppa) la storia del prestito di Gorrini a
Tonino. Risultato: Di Pietro di nuovo indagato per abuso d’ufficio. Essendo i
fatti del 1989, il reato sarebbe comunque prescritto dal 1994, ma chi se ne
importa. Berlusconi intanto entra trionfalmente in Europa: è indagato in Spagna
per frode fiscale e violazione dell’antitrust televisiva. E, con grande
fantasia, tuona contro i pool di Milano che piloterebbe le togas rojas
madrilene.
1997 - AGOSTO
Il primo giorno di agosto scoppia lo scontro tra Forza Italia
e AN. Esplode la questione della convivenza e della leadership. Berlusconi dice
ad An: “ci impedite di allargarci ai confini della estrema sinistra”.
Quel che colpisce è la replica di AN: “senza di lui ora avremmo Di Pietro”.
Il 2, duello Di Pietro-Berlusconi. Il
primo: “io credo che attualmente il Polo non dia garanzie di affidabilità,
non perchè non vi sono persone affidabili, ma perchè ci sono persone
inaffidabili”. E il secondo replica: “Nessun problema di leadership,
tanto meno di strategia. La realtà, che non si potrà tenere nascosta farà
emergere con chiarezza chi è l’uomo Di Pietro, quali sono stati i suoi
comportamenti” . D’Alema che invece ha candidato Di Pietro al Mugello: “l’ex
pm ci porterà più consensi, ha scosso la società contro i vecchi partiti”. Sul
duello: “non è tanto di Berlusconi che bisogna diffidare quanto del progetto
politico del Polo”.
Il 5, l’inatteso annuncio di Bertinotti che ha candidato Curzi
contro il pm, spiazza l’Ulivo. C’è uno scricchiolio nella maggioranza. E il Polo
per dispetto: “contro Di Pietro anche noi potremmo votare Curzi”.
Bizzarra situazione nella sinistra e rischi di corti circuiti a destra. Due
giorni dopo, nell’ambito del caso “Toghe Sporche”, si
allarga l’inchiesta. Imbarazzo per una foto del ministro con il maggior
indagato. Gli investigatori hanno ricostruito un “atlante di tangentopoli”. E
rispuntano i protagonisti della maxitangente Enimont, il suicidio Cagliari e
quello di Castellani. Tanti gli intrecci. E le accuse della Ariosto (la
protagonista delle accuse degli ex amici di casa e di barca di Berlusconi)
diventano meno sfumate; ritornano sulle cronache gli stessi nomi eccellenti con
accuse pesanti.
L’11 scontro Curzi-Di Pietro, a Italia Radio in
diretta il giornalista che ha sfidato il pm, riceve il dissenso del popolo di
sinistra del Mugello. Il parlamento approva la riforma dell’articolo 513,
da un’idea di Cesare Previti.
Il 18, “L’Espresso” rivela che Di Pietro aveva
preventivamente denunciato Rea per essersi fatto “comprare” in cambio delle
nuove rivelazioni. “Il Giornale” replica il 19, intervistando nientemeno che l’autista
di D’Adamo, depositario di “agghiaccianti segreti” che però non dice.
Il 25, Sandro Curzi, rivale di Di Pietro al Mugello, rivela
elegantemente di aver ricevuto dossier anonimi sul suo conto. “Panorama”,
attivissimo nella riabilitazione di Andreotti, Contrada e Carnevale e nella
demolizione di Falcone e Caselli, “fanatico da brivido” raccoglie
lampi di memoria di Rea: “Fu Borrelli a costringere Tonino alle dimissioni”.
Una patacca che, almeno, ha il pregio dell’originalità.
1997 - SETTEMBRE
Tempi duri: giorno 1, la corte d’Appello
di Brescia, confermando il proscioglimento di Di Pietro per le pretese
concussioni ai danni di Gorrini, ricorda che le accuse dell’assicuratore non
erano proprio genuine, visto che tendevano ad ottenere soldi e favori da Paolo
Berlusconi e Sergio Cusani.
Giorno 2, la procura di Perugia
demolisce il lavoro di taglia e cuci del Gico di Firenze che, ad un anno e
mezzo dalle intercettazioni, non ha ancora trascritto integralmente le bobine,
mentre le poche trascritte sono piene di errori.
Il 3, il pool di Milano chiede alla
Camera il permesso di arrestare Previti, proprio mentre il Polo e mezzo Ulivo
ripartono all’assalto di Caselli, saltando in groppa al tenente Carmelo Canale,
assistito dall’avvocato Taormina e gentilmente ospitato dalla commissione
Antimafia per seminare veleni sui pentiti e i giudici di Palermo e dare una
mano a Dell’Utri, Andreotti e Berlusconi. Poi gli assaltatori ripiegano su
Milano, per salvare il povero Previti. O meglio, il “il primato della
politica”
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A questo punto la cronologia diventa
di scarso interesse, l’inchiesta si trascina stancamente ancora per molti anni.
Le statistiche ci dicono ancora che
fino alla fine 1997 la Guardia di Finanza aveva accertato reati fiscali legati
a Tangentopoli per un importo di 3.609 miliardi. Sono cifre che bastano da sole
a dare un’idea della diffusione in Italia del sistema della corruzione che ha
riguardato arricchimenti personali, ma anche e soprattutto maniere illecite di
finanziamento dei partiti mediante il sistema delle tangenti, pagate da
imprenditori ad esponenti politici. Quello che le statistiche non possono però
raccontarci riguarda i criteri in base ai quali, non solo il pool di Milano, ha
portato avanti queste inchieste. Anche perché, pur essendo – per ammissione
degli stessi magistrati inquirenti - la corruzione estesa a tutti i partiti,
nessuno escluso, decapitando di fatto solo una parte della classe politica e
permettendo ad un’altra di salire al potere, l’inchiesta giudiziaria mani
pulite ha avuto un notevole impatto sugli assetti istituzionali del Paese.
Ricorda Gherardo Colombo: “C’è chi
ha affermato che le indagini di Mani pulite sono terminate con l’allontanamento
di Di Pietro dalla magistratura. In effetti non è così. Le indagini sono
proseguite fin verso il 1997-98. Certo è che, per un complesso di fattori,
progressivamente è venuta meno la materia delle nostre investigazioni. E’
difficile spiegare esattamente il perché. Sta di
fatto che personalmente individuo intorno al 1997-98 la fine delle indagini
conosciute generalmente con il nome di Mani pulite (...).
Come lui, concordiamo su questa data, anche se, per avere un’ulteriore visione
d’insieme, è preferibile segnare qualche altra data significativa: 28 gennaio 1998: il Parlamento vota no all’arresto di
Previti; 7 luglio 1998: condanna in primo grado di Berlusconi per
corruzione; 13 luglio 1998: Craxi e Berlusconi condannati per il caso All
Iberian (poi prescritti).
Sempre nel 1998, Cesare Previti, ex manager Fininvest e
parlamentare nelle file di Berlusconi, evita il carcere, grazie all’intervento
del Parlamento, anche se Berlusconi e i suoi alleati sono all’opposizione.
Craxi invece accumula diversi anni di condanne definitive, e sceglie la contumacia - secondo i
suoi sostenitori, l’esilio volontario - ad
Hammamet
in Tunisia, dove risiede
dal 1994 fino alla sua morte, il 19 gennaio 2000. Il 15 ottobre 1999, ricorre alla corte europea
dei diritti dell’uomo che, il 14 giugno 2001 (dopo la morte del ricorrente) sentenza
che il pool non perseguitò Craxi ma egli fu effettivamente condannato per
corruzione.
Il 26 novembre 1999, Berlusconi e Previti vengono
rinviati a giudizio per la prima tranche di Toghe Sporche (Sme). Il 19 ottobre
2001, Berlusconi viene assolto in Cassazione per le tangenti alla Gdf.
Dopo essere stato prosciolto, Di
Pietro inizia la sua carriera politica, cosa che precedentemente ha escluso
dicendo che non voleva sfruttare la sua popolarità, guadagnata compiendo quello
che, secondo lui, è solo il suo dovere. Il movimento da lui fondato, l’Italia dei Valori,
è tuttora attivo e, pur essendo indipendente e con diverse sfumature, nelle
competizioni elettorali si è quasi sempre schierato con le principali
coalizioni di sinistra susseguitesi negli anni.
L’ultimo bilancio dell’inchiesta mani
pulite, condotta dal pool di magistrati della procura di Milano, risale al
febbraio del 1999.
A sette anni dall’avvio delle
indagini di Mani Pulite, il solo pool di Milano ha indagato 3.200
persone, ha chiesto 2.575 rinvii a giudizio e ha ottenuto 577 condanne, di cui
153 con sentenza passata in giudicato.
A Milano, su 5 mila indagati, in
dieci anni si sono avute 588 condanne davanti al giudice per l’udienza
preliminare e 645 davanti al tribunale. Tra le assoluzioni, moltissime sono
quelle per prescrizione. Quelle nel merito, invece, sono solo il 14,5 per cento
(la media italiana di assoluzioni è oltre il 20 per cento).
Dopo la vittoria di Berlusconi nelle
elezioni politiche del 2001, l’atteggiamento
dei media e dell’opinione pubblica nei confronti dei giudici si presenta molto
diversa da quella dell’epoca di Mani pulite: non solo è accettabile
criticare apertamente i giudici per il loro operato nell’inchiesta, ma diventano
sempre più rare in televisione opinioni favorevoli al pool di Milano.
Ovviamente, in molti sospettano che
questa inversione di marcia sia legata al potere mediatico di Berlusconi.
Persino Umberto
Bossi, segretario della Lega Nord, si sbilancia
mostrando in parlamento una corda da impiccagione
a denuncia di quello che evidentemente considera un atteggiamento giustizialista
della giustizia (alla quale poco tempo prima ha comunque plaudito per la “distruzione”
del sistema politico tradizionale). Ancora oggi ci sono occasionali frizioni
tra la Lega Nord e gli ex Democristiani ed ex
Socialisti nella coalizione di Berlusconi.
6. Statistiche su mani Pulite
Viene di
seguito fornita una sintesi numerica dei dati della Procura della Repubblica di Milano, relativamente ai risultati
delle indagini svolte dal Pool
di Mani pulite di Milano. I dati coprono il periodo a partire dal 17 febbraio 1992, e sono aggiornati al 6 marzo 2002.
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Pool di Mani pulite di Milano (17 febbraio 1992-6 marzo 2002)
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Inchieste
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Persone inquisite
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oltre 5000
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tra le suddette, le posizioni
considerate sono state
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4520
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tra le posizioni considerate,
quelle che il pool di Mani pulite ha trasmesso ad altre Procure per
competenza territoriale sono state
|
1320
|
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tra le posizioni considerate,
quelle per cui il pool di Mani pulite ha richiesto il rinvio
a giudizio sono state
|
3200
|
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Rielaborazione dei dati ufficiali provenienti dalla Procura della Repubblica di Milano
|
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Pool di Mani pulite di Milano (17 febbraio 1992-6 marzo 2002)
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Esiti delle richieste di rinvio a giudizio
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Persone condannate dal Gup o dal Tribunale
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1254 (55,29%)
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...... tra le persone condannate dal Gup o dal Tribunale,
quelle con patteggiamento sono state
|
... 847 (37,35%)
|
|
...... tra le persone condannate dal Gup o dal Tribunale,
quelle in rito abbreviato (Gup) o dibattimento (Tribunale), sono state
|
... 407 (17,95%)
|
|
Persone prosciolte
dal Gup o dal Tribunale
|
910 (40,12%)
|
|
...... tra le persone prosciolte, quelle per estinzione
del reato dovuta a prescrizione
sono state
|
... 422 (18,61%)
|
|
...... tra le persone prosciolte, quelle per estinzione
del reato dovuta a morte del reo, amnistia, oblazione o ne bis in idem sono
state
|
... 58 (2,56%)
|
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...... tra le persone prosciolte, quelle assolte nel
merito da Gup o Tribunale (la media nazionale fu del 30%) sono state
|
... 430 (18,96%)
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Altre posizioni (iunioni,
nullità, restituzioni, stralci, ..)
|
104 (4,59%)
|
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Totale procedimenti conclusi
davanti a Gup o Tribunale
|
2268 (100%)
|
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ancora pendenti davanti a Gup o
Tribunale
|
467
|
|
trasmesse ad altre sedi/autorità
da Gup o Tribunale
|
465
|
|
Totale
|
3200
|
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Rielaborazione dei dati ufficiali provenienti dalla Procura della Repubblica di Milano
|
Dopo il 1994,
il rischio che i processi vengano cancellati a causa della prescrizione diventa
molto concreto, e la cosa è chiara sia ai giudici che ai politici. Questi
ultimi (senza distinzioni tra la coalizione di Berlusconi e l’Ulivo,
specialmente sotto la leadership di Massimo D’Alema)
ignorano le richieste del sistema giudiziario di finanziamenti per acquistare
equipaggiamenti, e promulgano leggi che, secondo molti critici, rendono i già
penosamente lenti processi italiani ancora più lenti, e soggetti a prescrizione
più rapida.
Diversi avvocati coinvolti nei processi adottano abbastanza
apertamente tecniche dilatorie. In uno dei processi a Berlusconi, in cui lo si
accusa di appropriazione indebita di fondi della Fininvest, allo scopo di
creare fondi
neri da utilizzare per tangenti e altri propositi illegittimi, un
avvocato si presenta alla corte nell’ultimo giorno utile, lamentando che all’azienda
il processo non è stato notificato formalmente. Anche se il processo era stato
ampiamente coperto dai media (inclusi quelli della Fininvest), le formalità
obbligano a ricominciarlo da capo, e alla fine Berlusconi viene prosciolto per
prescrizione.

L’analisi delle
statistiche giudiziarie sui reati di corruzione nel periodo 1984-1999 mostra
chiaramente come Mani Pulite, che prende l’avvio nel 1992, registra nel
1995 un picco di persone coinvolte e di reati commessi, ma nei quattro anni
successivi sembra rifluire, in termini numerici. Per avere un’idea dell’impatto
dell’inchiesta, si pensi che a fronte di una media di 252 reati e 365 persone
denunciate nel periodo 1984-1991, nei nove anni successivi questa media è più
che quadruplicata, salendo a 1196 reati e 1885 persone denunciate.
Se nel 1999 il numero di
reati e di persone coinvolte è ancora circa quattro volte quello antecedente il
1992, nel 2000 si registra una brusca contrazione: reati e persone denunciate
sono circa la metà dell’anno precedente. Questa tendenza al ristagno di nuove
indagini sembra accentuarsi nell’anno successivo. In tutto il 2001, nel
distretto giudiziario di Milano, sono stati aperti solo 16 fascicoli per
corruzione e 134 per concussione: «tanti quanti, nel triennio aureo di
Mani pulite, se ne aprivano in un giorno».
Una possibile spiegazione, piuttosto ottimistica, è che le inchieste segnino il
passo semplicemente perché le pratiche illecite sono andate esaurendosi, grazie
ai successi delle precedenti indagini, alla percezione di un maggiore rischio
penale, all’irrobustirsi delle “barriere morali” degli amministratori pubblici,
alle riforme attuate nell’ultimo decennio.
Si può ipotizzare anche
che, la combinazione di fattori che hanno permesso l’inizio e la prosecuzione
delle inchieste sulla corruzione sia venuta meno, e dunque le condizioni di
fondo del sistema politico-amministrativo stiano progressivamente tornando alla
preesistente condizione di equilibrio, caratterizzata da un’ alta densità di
corruzione e accompagnata da irrisori livelli di rischio penale per i corrotti
e i corruttori. Un elemento di riflessione scaturisce dal confronto tra il dato
statistico sulla corruzione emersa e quello relativo alla sua percezione, che
riflette l’opinione di una serie di osservatori privilegiati (imprenditori,
giornalisti ecc.) sulla sua effettiva penetrazione nel paese. Una graduatoria
annuale della percezione della diffusione del fenomeno in numerosi paesi viene
predisposta da Transparency lntemational (TI), un’organizzazione non
governativa che ha come fine quello di contrastare la corruzione. L’evoluzione dell’indice in Italia mostra negli ultimi
anni una situazione stazionaria su livelli medio-bassi. Dopo il progresso del
2001, nel 2002 la posizione dell’Italia è di nuovo peggiorata in modo
significativo, passando dal 29° al 31° posto (su 102 paesi) e da 5,5 a 5,2 punti. L’Italia costituisce un caso anomalo nel panorama
delle democrazie occidentali, presentando un tasso di percezione della
diffusione della corruzione superiore a quello di Estonia, Taiwan, Botswana,
Namibia. 
Tra i paesi dell’Unione
Europea, i livelli di corruzione percepita in Italia sono inferiori soltanto a
quelli della Grecia. Se si allarga la forbice tra quantità di corruzione
svelata (in rapida diminuzione) e la percezione della sua diffusione
concreta (stazionaria o in lieve incremento su livelli elevati), ciò può
soltanto significare che negli ultimi anni sta significativamente aumentando
la quota di corruzione sommersa, e parallelamente, si sta riducendo la
percezione del rischio del proporre o accettare tangenti. 
La comparazione tra
statistiche sulla criminalità e indici di percezione della corruzione in Italia
dimostra il perdurare di una corruzione diffusa, che tuttavia torna ad essere
in larga misura sommersa. Questa tesi trova riscontro dal confronto tra alcune
vicende di corruzione emerse nel corso degli anni ‘90 ed altre venute alla luce
nel 2002 da cui risulta che: 1° sono esistenti e attivi i meccanismi di
regolazione e di governo delle transazioni corrotte, decisivi nel favorirne
l’espansione sistematica; 2° prosegue il coinvolgimento dei partiti come sedi
di investimento politico dei proventi della corruzione, agenzie di protezione e
di promozione della carriera di soggetti politici specializzati nella raccolti
di tangenti, strumenti di salvaguardia selettiva dall’inefficienza burocratica;
3° figure abituali nel sottobosco della “vecchia” corruzione si ripresentano
con immutata baldanza nei nuovi episodi: “boss degli enti pubblici”,
faccendieri, “professionisti con tessera”, appaltatori e imprenditori a caccia
di protezioni politiche e di prebende ecc.
Il “caso italiano”, in
cui l’illegalità politico-amministrativa deborda dai suoi livelli fisiologici per
invadere ogni area di azione pubblica, può essere spiegato dal ricorrere di
condizioni vantaggiose a livello tanto di costi morali quanto di occasioni di
corruzione. Riguardo al primo punto, il sistema di valori prevalentemente
diffusi in Italia, a livello sia di élite sia di popolazione, fornisce
deboli barriere alla corruzione. A questo riguardo, si possono richiamare le
descrizioni di modelli culturali improntati al familismo amorale, nel
quale «la pretesa di qualsiasi persona o istituzione di essere ispirata da
zelo nei confronti del pubblico, piuttosto che dal vantaggio privato, sarà
vista come una frode»;
oppure caratterizzati dalla carenza di “senso civico” e scarsità di “capitale
sociale”;
oppure favorevoli al radicamento di subculture che legittimano la violazione
delle regole dello stato a favore di gruppi ristretti, consorterie, clan,
partiti, fazioni ecc. Un argomento analogo vale per gli amministratori
pubblici: quando l’ingresso e la carriera nello stato sono condizionati dall’appartenenza
e dalla protezione politica (o, nella migliore delle ipotesi, dall’anzianità),
e non dal merito e dalle competenze tecniche, possiamo aspettarci che si
indebolisca anche il cosiddetto “senso dello stato” e dunque aumenti la quota
di soggetti inclini alla corruzione.
Inoltre, in Italia
permangono favorevoli occasioni di corruzione anche in relazione al secondo
insieme di variabili, che riflettono le caratteristiche di fondo dell’assetto
politico-istituzionale. Utilizzando l’indice di TI sono state sottoposte a
verifica empirica diverse ipotesi di sussistenza di nessi causali tra la
presenza di corruzione ed altre variabili politiche ed economiche. Si è
dimostrato che la corruzione è associata alla presenza di condizioni
istituzionali chiaramente riscontrabili in Italia; in particolare, la
corruzione è positivamente correlata al grado di discrezionalità, alla
complessità delle leggi e all’inflazione normativa, all’ammontare di risorse
amministrate dallo stato, all’inefficienza dell’amministrazione pubblica, al
tempo perso dalle imprese nei loro rapporti con lo stato, al carico fiscale,
alla sfiducia nel funzionamento della democrazia; e negativamente correlata con
i livelli di libertà economica, la qualità dello stato di diritto, l’entità
delle sanzioni penali attese. Il
rischio è che in Italia tenda nuovamente a consolidarsi un equilibrio ad alta
densità di corruzione, nel quale sono premiati i comportamenti corrotti e
scoraggiati quelli “onesti”.
La pratica della
corruzione, a sua volta, «ha un ulteriore, potente effetto sulle preferenze
tra privato e pubblico. Se agisco in questo modo, il cittadino pubblico che in
me dominava prima cercherà argomenti per giustificare a se stesso la sua
corruzione [...]. In tal modo la corruzione, che dapprima è una risposta
all’insoddisfazione verso gli affari pubblici, diviene la determinante di una
ulteriore, più profonda disaffezione che, a sua volta, prepara il terreno ad
una corruzione maggiore».
7. Osservazioni conclusive: le nuove “strategie di
cura” per la corruzione
L’incedere dapprima
irresistibile, poi sempre più faticoso delle inchieste ha scandito i più
significativi avvenimenti politici degli anni ‘90. Com’era prevedibile, l’opera
di contrasto del fenomeno da parte della magistratura ha suscitato innumerevoli
occasioni di attrito con il potere politico.
Eppure, nonostante Mani Pulite abbia avuto un peso così grande nelle
dinamiche del sistema di partiti e degli assetti istituzionali, nelle sorti di
esponenti dell’élite di governo e persino nell’immagine internazionale
del nostro paese, nessun tentativo di porre in essere politiche pubbliche di
contrasto della corruzione ha fino ad oggi trovato attuazione.
Di fronte alla scoperta
di una corruzione capillare, l’élite di governo ha prodotto pochi e
ambigui provvedimenti miranti a far fronte a questo problema di politica
pubblica. La mancata riforma della struttura di occasioni e di incentivi, a
seguito del fallimento delle politiche anti-corruzione, può spiegare le
osservabili manifestazioni di recrudescenza del fenomeno, sopra descritte.
Nei primi anni di Mani
Pulite, alcune riforme sono state prese a simbolo del tentativo della
classe politica di rispondere alla crisi politico-istituzionale indotta dalle
inchieste giudiziarie: dalla nuova legge elettorale alla modifica del regime
delle immunità parlamentari. Ma quando la passione e l’interesse del pubblico
si sono attenuati, e i nuovi sviluppi delle inchieste non hanno suscitato più
un vasto consenso, ma divisioni o avversione, venendo denunciati come l’intromissione
di una magistratura politicizzata in “sfere di legittimazione elettorale” che
non le competono, anche il tema della lotta alla corruzione si è allontanato
dal fuoco del dibattito.
Soltanto alla fine del 1996 la questione è stata recuperata ed inserita nell’agenda
politica in forma strutturata, tramite i lavori di un comitato di studio e l’istituzione
una commissione parlamentare anti-corruzione presso la Camera dei Deputati.
Nonostante questo, al termine della XIIIa legislatura nessuna misura
significativa è stata approvata in questo campo: si possono segnalare soltanto
la legge n. 300 del 29 settembre 2000, con la quale l’Italia ha ratificato dopo
ben 3 anni (ultima tra gli oltre 40 paesi firmatari) una convenzione Ocse che
introduce la punibilità della corruzione di funzionari esteri da parte di
imprenditori italiani; e la legge n. 97 del 27 marzo 2001, con la quale si è
stabilita l’automaticità delle sanzioni disciplinari a seguito di procedimenti
penali per reati di corruzione e concussione, sanando un vuoto normativo che
permetteva a funzionari pubblici condannati in via definitiva di conservare il
proprio posto di lavoro e spesso anche le stesse mansioni. Si tratta di
provvedimenti positivi, ma certo di portata molto ristretta. Per il resto, la
classe politica si è limitata a sfoderare un repertorio di proposte dai
contenuti, in qualche caso, piuttosto ambigui.
Non si tratta, tuttavia,
di un bilancio completamente negativo. In alcuni settori delicati, quanto a
potenzialità di sviluppo della corruzione, nel corso dell’ultimo decennio
qualcosa si è mosso, andando in una direzione compatibile con le indicazioni
provenienti da studi ed esperienze estere. Nell’ambito degli appalti pubblici e
del sistema amministrativo strativo, per esempio, vi sono state riforme di
ampio respiro, potenzialmente efficaci nell’azione di prevenzione della
corruzione, riguardanti lo snellimento dei procedimenti amministrativi, il
recupero della capacità progettuale e di meccanismi più trasparenti di
aggiudicazione dei contratti pubblici, la maggiore autonomia e responsabilità
dei dipendenti pubblici, la semplificazione del sistema normativo, lo
snellimento dei meccanismi di controlli, orientati più sul prodotto finale che
sul processo.
Paradossalmente, sembra
che si sia operato con maggior efficacia contro la corruzione quanto più
la questione corruzione sfumava sullo sfondo. Al contrario, quando si è cercato
intenzionalmente, o almeno espressamente, di varare misure di
prevenzione e di contrasto del sistema delle tangenti, i veti, le
contrapposizioni e i ricatti incrociati hanno causato il fallimento o il
congelamento degli sforzi riformatori.
Da un altro punto di
vista, nell’ultimo decennio non sono mancati neppure provvedimenti percepiti o
denunciati da esperti, da magistrati o da settori dell’ opinione pubblica come
tentativi della classe politica di realizzare “colpi di spugna” e “soluzioni
politiche” auto-assolutorie. Questo orientamento si è assai consolidato intorno
al 2000. Più che di ritardi o di insuccessi nell’azione di contrasto al
fenomeno, si può parlare ormai dell’affermarsi di un principio di “cura
omeopatica” della corruzione. Un
crescendo di iniziative e di provvedimenti legislativi della nuova maggioranza
parlamentare, infatti, ha disegnato uno scenario nel quale la preoccupazione di
creare nuovi incentivi e opportunità di corruzione cessa non solo di essere
prioritaria, ma addirittura di esistere.
Per citare soltanto le
misure già approvate o in dirittura d’arrivo, si possono ricordare: la
legge sul falso in bilancio, che riduce le pene, abbrevia la prescrizione,
rende più difficile la perseguibilità, introduce soglie di fondi neri non
punibili e depenalizza diverse fattispecie; la legge che consente il rientro
anonimo dei capitali illegalmente esportati all’estero; la legge sulle
rogatorie internazionali, che sancisce l’inutilizzabilità -anche nei
procedimenti in corso- del materiale non originale o autenticato pagina
per pagina; il progetto di legge sul conflitto di interessi, che ne prevede una
regolazione dalle maglie larghe e priva di efficaci strumenti di sanzione; la
legge delega sulle infrastrutture e la legge obiettivo sulle grandi opere, che
derogano dai principi di trasparenza e di concorrenza sanciti dalle leggi
Merloni sugli appalti, sancendo l’assegnazione di ingenti quantità di risorse
(250 mila miliardi nei prossimi dieci anni) tramite l’affidamento di tutta la
procedura, gara per gara, a un’unica impresa privata (general contractor);
l’opposizione del Governo italiano alla semplificazione della procedura europea
per l’estradizione di imputati per reati di corruzione, frode, riciclaggio e
altri reati finanziari commessi all’estero (il mandato di cattura europeo); la
legge di riforma del Consiglio Superiore della Magistratura, che, riducendo il
numero di suoi componenti e garantendo un potere di veto alla minoranza di
membri di nomina politica, rischia seriamente di intralciarne l’attività; una
nuova legge sul finanziamento ai partiti, che raddoppia il contributo
precedentemente previsto assegnando fondi a tutti i partiti che abbiano
superato l’1% dei voti; la legge sul legittimo sospetto, che rende possibile la
richiesta di trasferimento dei processi in presenza di un “legittimo sospetto”
sulla mancanza di imparzialità dei giudici, e ne prevede il “congelamento” in
attesa della decisione definitiva della Cassazione. Questi variegati
provvedimenti hanno un minimo comune denominatore: quello di realizzare
condizioni più favorevoli all’attività degli aspiranti o praticanti corrotti e
corruttori, accrescendone le speranze di impunità, restringendo o confondendo
la linea di demarcazione dei comportamenti illeciti, ostacolando l’azione dei
giudici, indebolendo l’autonomia della magistratura, indirizzando verso settori
a rischio risorse da gestire con criteri maggiormente esposti alla corruzione,
favorendo la frammentazione del sistema di partiti e moltiplicandone le
esigenze di spesa.
L’obiettivo di
restringere le occasioni di corruzione, naturalmente, non può rappresentare l’unico
criterio-guida delle scelte e delle politiche pubbliche, ma deve essere
ponderato con altri interessi altrettanto rilevanti e meritevoli di tutela.
Tuttavia, è degno di nota il lineare e univoco orientamento delle ultime classi
di governo nell’affrontare temi contigui o direttamente collegati al
rischio-corruzione come se quest’ultimo in Italia non rappresentasse più
un problema di politica pubblica, né lo fosse stato in un passato recente. Per
quanto concerne le misure volte a contrastare direttamente la
corruzione, degna di rilievo è soltanto la legge n. 3 del 16 gennaio 2003, che
istituisce un Alto Commissario per la prevenzione e il contrasto della
corruzione e delle altre forme di illecito nella Pubblica Amministrazione,
posto alle dirette dipendenze funzionali del Presidente del Consiglio dei
Ministri. L’Alto Commissario, avrà accesso alle banche dati delle
amministrazioni per effettuare verifiche generali e accertamenti specifici, da
compiersi anche mediante gli organi in temi di controllo.
L’aspetto sorprendente
della vicenda è che tutte le commissioni di studio sulla corruzione
richiamavano questo tipo di organi soltanto per sconsigliarne l’adozione,
ritenuta inutile se non pericolosa, in quanto moltiplicatrice di istanze di
controllo formale e strumento di potenziale accumulazione di informazioni
ricattatorie. Il “gendarmone” (così designato polemicamente, durante un
dibattito parlamentare) sembra tuttavia risvegliare un’attrazione inesorabile
sulla classe politica: nonostante vi siano riserve sulla sua capacità di
incidere realmente sui fattori che favoriscono la diffusione degli scambi
occulti, l’Organo anti-corruzione ha il pregio di massimizzare la visibilità
al pubblico dell’impegno politico contro questo fenomeno. Il suo valore
simbolico, più che l’eventuale efficacia, sembra dunque giustificare la premura
con cui esso è stato e viene riproposto, in quanto pubblica incarnazione della
buona volontà della “nuova” classe politica nel farsi carico del “vecchio”
problema della corruzione.
Dice Piercamillo Davigo:
“Credo si possa affermare che non solo non è stato fatto nulla per
contrastare e prevenire la corruzione, ma si è fatto qualcosa per impedirne la repressione. Una volta un ex ministro della
Giustizia, usando l’esatto significato di Tangentopoli come sistema di
corruzione e di Mani Pulite quale attività di contrasto a questo sistema,
disse: «C’è chi vuole uscire da Tangentopoli e c’è chi vuole uscire da Mani Pulite». (…) Ogni tanto si sente qualche
politico dire che c’è stato «un elevatissimo numero di assoluzioni». A parte il
fatto che ciò non è vero (…), verrebbe voglia di rispondere che se si
cambiano continuamente le regole, per fare in modo che le sentenze siano di
assoluzione, è ovvio che alla fine il numero degli imputati assolti aumenti.
Nessuno
dei meccanismi all’origine del sistema di diffusione della corruzione è stato
smontato: se c’è stata, ammesso che ci sia stata, una relativa contrazione
della corruzione, è comunque da ritenersi temporanea.
Alcuni
indizi farebbero pensare che una contrazione ci sia stata, visto che dalle
ultime confessioni risulta che il costo delle tangenti sia salito: segnale che
il tasso di rischio è più elevato. (…)
In
assenza di seri correttivi, prima o poi, ci troveremo però di fronte al
riesplodere di queste situazioni, con un’aggravante rispetto a prima; che
mentre alla scoperta di quei primi fatti l’opinione pubblica reagì con
indignazione, adesso il grave rischio è che reagisca con rassegnazione e ciò
significherebbe che il contesto sociale non riesce più a generare anticorpi
tali da contenere entro livelli accettabili questi fenomeni.
Insiste
ancora: «È indispensabile radicare l’idea, per quanto lo si possa fare per
legge, che la legalità è un valore in sé. E, se è un valore in sé, gli strappi
alla legalità sono di per sé un disvalore» (…) «Io credo nei valori che
sono chiamato a rappresentare, e credo che la legalità sia una valore, non solo
in questo Paese ma in tutto il mondo che ci somiglia o a cui diciamo di volere
rassomigliare. Lo Stato di diritto per me è un valore e di conseguenza mi
comporto con la fermezza che deriva dalla convinzione di una funzione
demandatami dalle leggi e dalla Costituzione». Semplice, no?
Legalità-illegalità. Questa dicotomia, si sa , non piace, non è a tutti
gradita.
Davigo
prova ad elencare (quel che gli appaiono) i protagonisti essenziali e i
provvedimenti urgenti. Innanzitutto un’élite burocratica-amministrativa
legittimata, all’altezza dei tempi e dei compiti. «Noi abbiamo bisogno di
pochi funzionari molto motivati, ben preparati e conseguentemente ben pagati;
non ci servono molti funzionari poco motivati e poco preparati e mal pagati».
Se si vuole uscire dalla corruzione sistemica, dice il pubblico ministero,
«lo Stato dovrebbe fare, a mio avviso, soltanto quello che i privati non
possono fare, quello che è indispensabile che faccia in prima persona».
Uno
Stato più leggero, dunque, e un mercato più largo e più trasparente. Meno leggi
e più chiare. Meno fiscalità e più coerente e «certa». Più controlli
amministrativi e meno controllo penale. Soprattutto occorre meno sudditanza e
più libertà: «Raramente i cittadini pensano di essere in grado di tutelarsi
con la libertà: la libertà del mercato, la libertà del voto, la libertà
dell'agire. Al contrario tutti, o molti, sono sempre alla ricerca di una
qualche forma di protezione da parte dello Stato».
C’è
dunque speranza? Se lo chiedete al «dottor sottile», rivoluzionario per caso,
vi risponderà così: «Io sono stato educato ai valori tradizionali del
cattolicesimo e continuo a credere che le tenebre non possano prevalere sulla
luce. Per questo penso che, alla lunga, le cose non potranno peggiorare».
Che davvero sia così?
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funzioni e compiti alle regioni ed enti locali, per la riforma della Pubblica
Amministrazione e per la semplificazione amministrativa”; Decreto
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in materia di appalti pubblici di forniture, in attuazione delle direttive
77/62/CEE, 80/767/CEE e 88/295/CEE”, e successive modifiche; Decreto
Legislativo 17 marzo 1995, n. 157, intitolato “Attuazione della direttiva
92/50/CEE in materia di appalti pubblici di servizi”, e successive modifiche;
Decreto Legislativo 8 giugno 2001, n. 231, “Disciplina della responsabilità
amministrativa delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni
anche prive di personalità giuridica, a norma dell’articolo 1l della legge 29
settembre 2000, n. 300”; Legge
7 agosto 1990, n. 241; Legge 8 giugno 1990, n. 142; D.Lgs. 3 febbraio 1993, n.
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ottobre 2001 n. 3; Legge l0 agosto 2002, n. 166, Legge 27 marzo 2001, n. 97.
La clientela era una associazione
che legava un gruppo di persone di rango inferiore a un nobile, il patrono.
In cambio di tutela e di assistenza giuridica, i clienti dovevano
mostrare devozione al loro patrono, rendendogli numerosi servigi. Tra patrono e
cliente esisteva un legame così forte che erano esentati dal testimoniare l’uno
contro l’altro.
I brogli elettorali.
Il campionario dei metodi per alterare il risultato elettorale era molto vario:
elargizioni di denaro e di favori agli elettori, pressioni e intimidazioni al
momento del voto, faziosità e corruzione dei magistrati incaricati dello
spoglio dei voti e della proclamazione del vincitore. Questo campionario di
irregolarità era però continuamente contrastato da iniziative volte a garantire
il regolare svolgimento delle elezioni.
L. Perelli – La corruzione
nell’antica Roma. Tangenti malversazioni malcostume illeciti raccomandazioni
- Milano, 1994.
Nel 70 a.C. le città siciliane presentarono l’accusa di concussione (de repetundis) contro Verre. Per
sostenere l’accusa i siciliani, dopo essersi costituiti parte civile, si
rivolseno a Cicerone. Cominciò il tentativo, da parte dell’accusato, di
rinviare il giudizio all’anno successivo, quando il presidente del tribunale
avrebbe potuto essere più favorevole, con l’uso di una tattica dilatoria ed una
serie di azioni volte a controllare le successive elezioni. Cicerone, prima
ancora che Verre arrivasse a Roma, si fece portare i libri dei conti
dell’acusato e del padre. Ebbe la sorpresa di scoprire che le registrazioni
contabili erano scomparse. Tuttavia riuscì a recuperarne alcune che erano
rimaste in archivi privati dei publicanie pose sotto sequestro scritture e beni
di Verre. Cicerone si aspettava di avere il supporto di Lucio Cecilio Metello,
il nuovo governatore che invece si dimostrò ostile, grazie ad un accordo che la
sua famiglia aveva raggiunto con Verre. Questi si impegnava a finanziare la
prossima campagna elettorale dei Metelli in cambio della loro protezione nel
processo. Cicerone dovette fare le indagini da solo. Il 20 aprile si presentò
in tribunale, secondo quanto stabilito, e il 27 luglio vi furono le elezioni.
Vennero eletti Consoli: l’avvocato di Verre e il fratello di Lucio Metello;
Pretore per i processi de repetundis e
quindi futuro presidente del tribunale un altro fratello di Metello. Tra
l’altro quest’ultimo era anche membro della giuria nel processo contro Verre.
Gli eletti sarebbero entrati in carica a gennaio. Se si fosse riuscito a
rallentare o rinviare il processo di qualche mese, l’assoluzione per Verre sarebbe
stata garantita. Il 5 agosto del 70 a.C.
ebbe inizio il processo a Verre; Cicerone spiazzò completamente la difesa
perché anziché esporre l’accusa chiamò immediatamente a deporre i testimoni.
Questo servì a guadagnare molto tempo e impedì alla difesa di chiedere una
proroga per l’approfondimento delle indagini preliminari. Per 8 giorni i
testimoni si avvicendarono davanti al tribunale e le testimonianze risultarono
schiaccianti; Verre si diede ammalato e rinunciò ad assistere alle sedute. Il
processo venne rinviato al 20 settembre e la speranza di un rinvio all’anno
seguente svanì. Alla metà di settembre Verre lasciò Roma e si imbarcò per
Marsiglia in volontario esilio. Alla ripresa del processo non ci fu bisogno di
procedere, la fuga era una esplicita ammissione di colpevolezza. Si riuscì a
contenere il risarcimento in tre milioni di sesterzi. I siciliani furono molto
grati verso Cicerone al quale inviarono del grano che subito distribuì alla
plebe romana. Gaio Verre venne ucciso nel 43 a.C. per ordine di Marco Antonio che lo inserì nelle liste di
proscrizione per aver rifiutato di consegnare dei preziosi vasi di Corinto, che
avevano attirato l’attenzione del triumviro. Fonte www.maat.it
Un esempio è quello di Marco
Postumio di Pyrgi, titolare di contratti di fornitura per l’esercito, il quale
faceva affondare di proposito vecchie navi, dopo averle caricate di merci di
poco valore, per richiedere allo stato l’indennizzo di un valore molto
superiore.
Il diritto romano classico, sul
quale si sono formate generazioni di giuristi fino ai tempi nostri, è una
elaborazione tardo-imperiale. Nei tempi più antichi la giustizia era
amministrata da privati. Nell’epoca repubblicana il pretore, il magistrato
pubblico incaricato dell’amministrazione giudiziaria, affidava i giudizi a un
giudice scelto dalle parti o da egli stesso designato.
D. Pizzagalli –
www.wuzculturaespettacolo.it
G. Marcello – www.gatc.it
Cfr. C. A. Brioschi, Breve
storia della corruzione. Dall’età antica ai giorni nostri, Milano 2004 pp.
1-2.
Art. 357 - Nozione del pubblico
ufficiale - Agli effetti della legge penale, sono pubblici ufficiali coloro
i quali esercitano una pubblica funzione legislativa, giudiziaria o
amministrativa. Agli stessi effetti è pubblica la funzione amministrativa
disciplinata da norme di diritto pubblico e da atti autoritativi e
caratterizzata dalla formazione e dalla manifestazione della volontà della
pubblica amministrazione o dal suo svolgersi per mezzo di poteri autoritativi o
certificativi
Art. 358 - Nozione della persona
incaricata di un pubblico servizio - Agli effetti della legge penale, sono
incaricati di un pubblico servizio coloro i quali, a qualunque titolo, prestano
un pubblico servizio. Per pubblico servizio deve intendersi un’attività
disciplinata nelle stesse forme della pubblica funzione, ma caratterizzata
dalla mancanza dei poteri tipici di questa ultima, e con esclusione dello
svolgimento di semplici mansioni di ordine e della prestazione di opera
meramente materiale.
Art. 319 bis - Circostanze
aggravanti - La pena è aumentata se il fatto di cui all'articolo 319 ha per oggetto il conferimento di pubblici impieghi o stipendi
o pensioni o la stipulazione di contratti nei quali sia interessata
l'amministrazione alla quale il pubblico ufficiale appartiene
Art. 359 - Persone esercenti un
servizio di pubblica necessità - Agli effetti della legge penale, sono
persone che esercitano un servizio di pubblica necessità: 1) i privati che
esercitano professioni forensi o sanitarie, o altre professioni il cui
esercizio sia per legge vietato senza una speciale abilitazione dello Stato,
quando dell'opera di essi il pubblico sia per legge obbligato a valersi; 2) i
privati che, non esercitando una pubblica funzione, ne prestando un pubblico servizio,
adempiono un servizio dichiarato di pubblica necessità mediante un atto della
pubblica Amministrazione.
Art. 321 - Pene per il
corruttore - Le pene stabilite nel primo comma dell'articolo 318,
nell'articolo 319, nell'articolo 319 bis, nell'articolo 319 ter e nell'articolo
320 in relazione alle suddette ipotesi
degli articoli 318 e 319, si applicano anche a chi dà o promette al pubblico
ufficiale o all'incaricato di un pubblico servizio il denaro od altra utilità.
Per il 322 bis e ter vedi infra
pag. 11 note a piè di pagina.
Art. 323 bis - Circostanza
attenuante - Se i fatti previsti dagli articoli 314, 316, 316 bis, 317,
318, 319, 320, 322 e 323 sono di particolare tenuità, le pene sono diminuite.
Cfr. della Porta -Vannucci, Corrupt
Exchanges, New York 1992, pp. 35-39.
Della Porta -Vannucci, Corruzione
politica e amministrazione pubblica, p. 342.
S. Seminara, Gli interessi
tutelati nei reati di Corruzione, «Riv. it. dir. proc. pen.», 1993, p. 979.
“Corruzione sistemica” è
stata detta «una situazione in cui l’illecito è divenuto norma e... la
corruzione è divenuta così regolarizzata e istituzionalizzata che
l'organizzazione premia coloro che agiscono illecitamente e di fatto penalizza
coloro che accettano le vecchie norme». D. della Porta -A. Vannucci, Corruzione
politica e amministrazione pubblica, Bologna 1994, p. 463.
La cosiddetta “concussione
ambientale” è stata definita dalla dottrina come “quella situazione in
cui il pubblico funzionario, approfittando del particolare stato di soggezione
in cui si trova il privato cui però egli non ha dato causa, riceve o si fa
promettere denaro o altra utilità non dovuti” si veda, con vari
riferimenti, C. Benussi, I delitti contro la pubblica amministrazione, I,
Padova 2001, p. 372.
A Vannucci, Fenomenologia della
tangente: la razionalità degli scambi occulti, “Etica degli affari e delle
professioni”, 1993, p. 32.
Tra le proposte in tal senso si
ricorda (oltre al disegno di legge n. 1871 presentato nel 1992), lo «Schema di
delega legislativa per l'emanazione di un nuovo codice penale» (il cosiddetto
Progetto Pagliaro di riforma del Codice Penale, «Documenti Giustizia», 1992, p.
457), che, all’art. 138 n. 5, prevedeva come “concussione ambientale” “il fatto
del pubblico agente che riceve o ritiene indebitamente, per sé o per un terzo,
denaro, o altra utilità patrimoniale, sfruttando l’altrui convinzione,
determinata da situazioni ambientali, reali o supposte, di non poter altrimenti
contare su di un trattamento imparziale”.
In questo senso, Benussi, I
delitti contro la pubblica amministrazione, p. 375. Cfr. M. Romano, Commentario
sistematico. I delitti contro la pubblica amministrazione. I delitti dei
pubblici ufficiali, Milano 2002, sub Art. 317, 33 per il quale,
diversamente opinando, l’impunità del privato «a fronte di una soggezione di
incerta provenienza, non legata ad alcuna condotta del soggetto pubblico,
rischierebbe di incoraggiare il perpetuarsi di scambi comunque deplorevoli e di
ostacolare il necessario affermarsi di rapporti con la p.a. più civili e
trasparenti».
Il privato cittadino il quale
aderisce alla minaccia del pubblico ufficiale di compiere un atto per lui
pregiudizievole pagando un’utilità al fine di ottenere un trattamento di
maggior favore, manifesta con ciò una disponibilità a sovvertire i legittimi
processi della pubblica amministrazione. Tale condotta rappresenta una forma di
cooperazione all’indebolimento dell’integrità amministrativa, inconciliabile
con una completa esenzione da responsabilità.
L’unificazione delle fattispecie di
corruzione e concussione è stata prevista nella cosiddetta Proposta di
Cemobbio, ossia nella Proposta di legge in materia di corruzione, avanzata da
un gruppo di magistrati e docenti universitari e presentata ufficialmente il 14
settembre 1994 all’Università Statale di Milano.
Secondo Montesquieu, “i giudici
non sono... che la bocca che pronuncia le parole della legge, esseri inanimati
che non possono temperarne né la forza né il rigore” (De l’Esprit des Lois,
1748, ed. 1894, libro XI, cap. VI, p. 134).
Viene da ricordare il detto
ciceroniano «Cuiusvis hominis est errare, nullius nisi insipientis in errore
perseverare» (Cicerone, Filipp., XII, 5), ripreso da Spinoza nella
prefazione al suo Tractatus Theologico-Politicus (trad it. di S. Rizzo-F.
Fergnani, Tattato teologico-politico, Torino 1991, p. 398), non a caso
accostato al detto di Terenzio (Terenzio, Heauton. 77), «Homo sum, humani
nil a me alienum puto».
Cfr. Vannucci. Vedi infra.
Cfr. A. Vannucci, La corruzione
nel sistema politico italiano a dieci anni da “mani pulite”, p. 19,
che ricorda anche il giudizio di Piercamillo Davigo: “indubbiamente abbiamo
ricevuto un forte appoggio dell’opinione pubblica. Abbiamo avuto un consenso
diffuso alla nostra attività” (Davigo, La giubba del re, p.9).
G. Forti - Il diritto penale e
il problema della corruzione, dieci anni dopo: da Il prezzo della
tangente. La corruzione come sistema a dieci anni da “Mani Pulite” a cura
di Gabrio Forti. Milano 2003.
Cfr. gli artt. 317-322-ter del
Codice Penale. Questo gruppo di articoli abbraccia, oltre a svariate forme di
corruzione (propria e impropria, attiva e passiva, antecedente e susseguente,
istigata e consumata, comune e giudiziaria), anche la concussione, (art. 317),
fattispecie applicabile peraltro a comportamenti sostanzialmente assimilabili
alla corruzione in senso criminologico, dal momento che in essi è comunque
presente, da parte del soggetto pubblico, la strumentalizzazione del ruolo
pubblico per finalità di vantaggio personale, caratteristica anche delle
corruzioni in senso stretto e, da parte del soggetto privato (che nella
fattispecie di concussione assume la posizione di “vittima” di un’estorsione
qualificata), una dazione o promessa di denaro o altra utilità che influenza o
può influenzare l’esercizio imparziale delle funzioni pubbliche. Cfr. G. Forti,
La corruzione del pubblico amministratore. Linee di un indagine
interdisciplinare, Milano 1992, p. 63.
G. Marinucci -E. Dolcini, Diritto
penale. Parte generale, Milano 2002, p. 172.
D. Garland, Punishment and
Modern Society (1990), trad. it. di A Ceretti, Pena e società moderna,
Milano 1999, p. 317.
Sulla “condanna dei condannati”
come classica “tecnica di neutralizzazione” messa in atto dagli autori di
reati, si veda G. Forti, L’immane concretezza, p.504.
D. Nelken, Tangentopoli, in M.
Barbagli-U. Gatti (a cura di), La criminalità in Italia, Bologna 2002,
p. 62.
Nelken, Tangentopoli, p. 63.
Cfr. A Pagliaro, Principi di
diritto penale, parte speciale, Delitti dei pubblici ufficiali contro la Pubblica Amministrazione, Milano 20009, pp. 155-160. Si veda anche Forti, L’insostenibile
pesantezza della “tangente ambientale”, p. 509.
Si veda Romano, Commentario
sistematico. I delitti contro la pubblica amministrazione. I delitti dei
pubblici ufficiali, sub Pre-Art. 318, 58 ss. Si veda anche Forti, L’insostenibile
pesantezza della “tangente ambientale”, pp. 487 ss.
Cfr. P. Davigo, I limiti del
controllo penale e la crescita del ricorso alla repressione penale, in M.
D’Alberti -R Finocchi (a cura di), Corruzione e sistema istituzionale, Bologna
1994, p. 47, che ricorda come la remunerazione al p.u. (a volte con cadenza
periodica e forfettaria) non avvenga in relazione a un atto dell’ufficio o
contrario al dovere d’ufficio, ma «affinché si renda disponibile al
compimento o all’omissione di qualsiasi atto utile al corruttore, che dovesse
rendersi necessario o anche solo opportuno nell’interesse dell’erogante»;
anche se l’atto oggetto del mercimonio non viene individuato, la disponibilità
del p.u., con il suo inserimento nel “libro paga”, determina una potenziale
disparità di trattamento a favore del corruttore, tale da far desistere i
controinteressati dal partecipare a una gara d’appalto.
Cfr., per tutti, Benussi, I delitti
contro la pubblica amministrazione, pp. 437-438.
Romano, Commentario sistematico. I
delitti contro la pubblica amministrazione. Delitti dei pubblici ufficiali,
subArt. 318, 29.
Così per esempio la Proposta di
Cernobbio già citata. Cfr. anche F. Stella, La filosofia della proposta
anticorruzione, «Riv. trim. dir. peno econ.», 1994, pp. 925 ss.; D.
Pulitanò, Alcune risposte alle critiche verso la proposta, ibi, pp. 948
ss.
Pagliaro, Principi, p. 173, nota 70.
A. Alvazzi Del Frate, L’Italia:
confronto con gli altri paesi, in M. Barbagli-U. Gatti (a cura di), La
criminalità in Italia, Bologna 2002, pp. 290-293.
Per un recente e stimolante
sviluppo del concetto di dannosità sociale in ambito penalistico, si veda
Palazzo, Introduzione, pp. 126-142. Cfr. anche Id., I confini della
tutela Penale: selezione dei beni e criteri di criminalizzazione, «Riv. it.
dir. proc. pen.», 1992, pp. 453 ss. e spec. pp. 478-480.
Vannucci, Fenomenologia della
tangente, p. 31.
Su vari “circoli viziosi”
caratteristici della dinamica della corruzione in particolare tra corruzione in
sé, malamministrazione, clientelismo e criminalità organizzata - si veda della
Porta-Vannucci, Corruzione politica e amministrazione pubblica, pp. 461
ss.
Cfr. Benussi, I delitti contro
la pubblica amministrazione, pp. 348-350, 414-415. Si veda anche Pagliaro, Principi
di diritto penale, parte speciale, pp. 105-106, 150.
Benussi, I delitti contro la
pubblica amministrazione, pp. 429-430, 462-465.
Art. 322-bis - Peculato,
concussione, corruzione e istigazione alla corruzione di membri degli organi
delle Comunità europee e di funzionari delle Comunità europee e di Stati
esteri. Le disposizioni degli articoli 314, 316, da 317 a 320 e 322, terzo e quarto comma, si applicano anche: 1) ai
membri della Commissione delle Comunità europee, del Parlamento europeo, della
Corte di Giustizia e della Corte dei Conti delle Comunità europee; 2) ai
funzionari e agli agenti assunti per contratto a norma dello statuto dei
funzionari delle Comunità europee o del regime applicabile agli agenti delle
Comunità europee; 3) alle persone comandate dagli Stati membri o da qualsiasi
ente pubblico o privato presso le Comunità europee, che esercitino funzioni
corrispondenti a quelle dei funzionari o agenti delle Comunità europee; 4) ai
membri e agli addetti a enti costituiti sulla base dei Trattati che
istituiscono le Comunità europee; 5) a coloro che, nell’ambito di altri Stati
membri dell’Unione europea, svolgono funzioni e attività corrispondenti a
quelle dei pubblici ufficiali e degli incaricati di un pubblico servizio. Le
disposizioni degli articoli 321 e 322, primo e secondo comma, si applicano
anche se il denaro o altra utilità è dato, offerto o promesso: 1) alle persone
indicate nel primo comma del presente articolo; 2) a persone che esercitano
funzioni o attività corrispondenti a quelle dei pubblici ufficiali e degli
incaricati di un pubblico servizio nell’ambito di altri Stati esteri o
organizzazioni pubbliche internazionali, qualora il fatto sia commesso per procurare
a sé o ad altri un indebito vantaggio in operazioni economiche internazionali.
Le persone indicate nel primo comma sono assimilate ai pubblici ufficiali,
qualora esercitino funzioni corrispondenti, e agli incaricati di un pubblico
servizio negli altri casi.
Art. 322-ter Confisca. Nel
caso di condanna, o di applicazione della pena su richiesta delle parti a norma
dell’articolo 444 del codice di procedura penale, per uno dei delitti previsti
dagli articoli da 314 a 320, anche se commessa dai soggetti
indicati nell'articolo 322-bis, primo comma, è sempre ordinata la confisca dei
beni che ne costituiscono il profitto o il prezzo, salvo che appartengano a
persona estranea al reato, ovvero, quando essa non è possibile, la confisca di
beni, di cui il reo ha la disponibilità, per un valore corrispondente a tale
prezzo. Nel caso di condanna, o di applicazione della pena a norma
dell’articolo 444 del codice di procedura penale, per il delitto previsto
dall’articolo 321, anche se commesso ai sensi dell’articolo 322-bis, secondo
comma, è sempre ordinata la confisca dei beni che ne costituiscono il profitto
salvo che appartengano a persona estranea al reato, ovvero, quando essa non è
possibile, la confisca di beni, di cui il reo ha la disponibilità, per un valore
corrispondente a quello di detto profitto e, comunque, non inferiore a quello
del denaro o delle altre utilità date o promesse al pubblico ufficiale o
all’incaricato di pubblico servizio o agli altri soggetti indicati
nell’articolo 322-bis, secondo comma. Nei casi di cui ai commi primo e secondo,
il giudice, con la sentenza di condanna, determina le somme di denaro o
individua i beni assoggettati a confisca in quanto costituenti il profitto o il
prezzo del reato ovvero in quanto di valore corrispondente al profitto o al
prezzo del reato.
D.Igs. 8 giugno 2001, n. 231,
«Disciplina della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle
società e delle associazioni anche prive di personalità giuridica, a norma
dell’articolo 1° della legge 29 settembre 2000, n. 300.
Art. 25 Concussione e corruzione.
1. In relazione alla commissione dei
delitti di cui agli articoli 318, 321 e 322, commi 1 e 3, del codice penale, si
applica la sanzione pecuniaria fino a duecento quote. 2. In relazione alla commissione dei delitti di cui agli articoli
319, 319-ter, comma l, 321, 322, commi 2 e 4, del codice penale, si applica
all’ente la sanzione pecuniaria da duecento a seicento quote. 3. In relazione alla commissione dei delitti di cui agli articoli
317,319, aggravato ai sensi dell'articolo 319-bis quando dal fatto l’ente ha
conseguito un profitto di rilevante entità, 319-ter, comma 2, e 321 del codice
penale, si applica all’ente la sanzione pecuniaria da trecento a ottocento
quote. 4. Le sanzioni pecuniarie previste per i delitti di cui ai commi da 1 a 3 si applicano all’ente anche quando tali delitti sono stati commessi
dalle persone indicate negli articoli 320 e 322-bis. 5. Nei casi di condanna
per uno dei delitti indicati nei commi 2 e 3, si applicano le sanzioni
interdittive previste dall'articolo 9, comma 2, per una durata non inferiore ad
un anno.
Da una ricerca condotta sulle
proposte di legge attualmente pendenti al Parlamento (XIV legislatura),
risultano 17 i progetti di legge nel cui titolo, compare “corruzione” e 35
quelli in cui tale termine è presente nel testo della scheda.
Ricordiamo in particolare, oltre
alla legge 7 agosto 1990, n. 241, riguardante il procedimento amministrativo,
la legge 8 giugno 1990, n. 142, il d.lgs. 3 febbraio 1993, n. 29, il d.P.R. 25
gennaio 1994, n. 144, il d.P.R 9 maggio 1994, n. 487, il d. p.c.m. 16 settembre
1994, n. 716, la legge 23 dicembre 1994, ci n. 724, il d.lgs. 31 marzo 1998, n.
80, il d.lgs. 30 marzo 2001, n. 165.
Cfr. già la legge 15 marzo 1997, n.
59, recante «Delega al Governo per il conferimento di funzioni e compiti alle
regioni ed enti locali, per la riforma della Pubblica Amministrazione e per la
semplificazione amministrativa», il dlgs. 31 marzo 1998 n. 112 e, da ultima, la
legge costituzionale 18 ottobre 2001 n. 3.
La materia dei controlli
amministrativi ha necessariamente risentito delle riforme volte alla cosiddetta
devolution, favorendo una tendenza a privilegiare i controlli interni, e invece
a produrre una progressiva diminuzione, per numero e per importanza, dei
controlli esterni. Al riguardo si può ricordare quanto affermato, nel Discorso
di inaugurazione dell’anno giudiziario 2002, dal Procuratore Generale presso la
Corte dei Conti Vincenzo Apicella, secondo cui “una soluzione che
attribuisca alle Regioni, anzi, in definitiva ad ogni singola Regione, il
potere di legiferare in modo esclusivo e autonomo in materia di controlli,
porterebbe inevitabilmente ad una proliferazione di modelli e di procedure che
creerebbero inammissibili difformità in tema di gestione delle pubbliche
risorse, difficoltà nell’applicazione del diritto comunitario, disparità di
trattamento tra cittadini delle diverse parti d’Italia, minerebbe alla base
l’attuazione del principio di solidarietà, e determinerebbe, persino, qualche
impaccio alla circolazione sull’intero territorio nazionale all’attività
imprenditoriale privata”; “a questo punto”, “resta da dare
risposta alla domanda a quale più generale materia appartenga il sistema dei
controlli sulle Regioni e se questo rientri nella potestà esclusiva dello Stato
o in quella concorrente dello Stato o delle Regioni, oppure in quella generale,
attribuita dall’art. 117 Cost., novellato, alle sole Regioni”.
Cfr. in materia la legge Il febbraio 1994, n. 109 (legge Merloni), recante «La nuova
legge quadro in materia di lavori pubblici», e successive modifiche; il d.lgs.
17 marzo 1995, n. 157, intitolato «Attuazione della direttiva 92/50/CEE in
materia di appalti pubblici di servizi», e successive modifiche; il d.lgs. 24
luglio 1992, n. 358, recante «Testo unico delle disposizioni in materia di
appalti pubblici di forniture, in attuazione delle direttive 77/62/CEE,
80/767/CEE e 88/295/CEE», e successive modifiche. In particolare la cosiddetta
legge Merloni ha ridotto le possibilità di ricorrere alle procedure di
aggiudicazione maggiormente arbitrarie e discriminatorie; ha previsto
l’affidamento dell’attività progettuale e dell’attività di supervisione dei
lavori in capo agli uffici tecnici (interni) delle amministrazioni, con lo scopo
di ridurre il ricorso a modifiche ed integrazioni dei progetti originali; ha
previsto un numero minimo e massimo di partecipanti alla gara d’appalto (che
deve essere portata a conoscenza degli interessati attraverso adeguate forme di
pubblicità), al fine di evitare decisioni arbitrarie degli amministratori
pubblici; ha stabilito poi un obbligo di programmazione triennale dei contratti
pubblici e un obbligo di necessaria copertura finanziaria totale del progetto;
ha stabilito, inoltre, che debbano essere fissati tempi di esecuzione e costi.
La legge esclude poi la possibilità di revisione dei prezzi e prevede un
aumento delle penalità stabilite per i ritardi nell’adempimento degli obblighi
contrattuali. Essa, infine, sembra aver ridotto le opportunità di corruzione
attraverso l’introduzione di nuovi vincoli formali. Nonostante ciò, come
denunciato tempo fa proprio dall’Autorità di vigilanza sui lavori pubblici nel
suo rapporto annuale al Parlamento (Autorità di Vigilanza sui Lavori Pubblici, Relazione
Annuale al Parlamento: 1999, Roma 2000, p. 55) la realtà è ancora
abbastanza lontana rispetto a quanto normativamente prescritto. A questo va
aggiunto, infine, che alcune recentissime modifiche della legge Merloni attuate
soprattutto con legge l0 agosto 2002, n. 166, sembrano in parte limitare i
miglioramenti apportati dal testo originario della legge.
Di particolare rilievo in materia,
la legge 27 marzo 2001, n. 97, sul rapporto tra procedimento penale e
procedimento disciplinare e sugli effetti del giudicato penale nei confronti
dei dipendenti delle amministrazioni pubbliche, che ha modificato l’art. 653
del Codice di Procedura Penale e ha introdotto, nell'art. 445, comma l, una
clausola di riserva rispetto alla previsione generale secondo cui la sentenza di
patteggiamento «non ha efficacia nei giudizi civili o amministrativi».
Con riguardo alle iniziative di
cosiddetta devolution, si è affermato per esempio che «il trasferimento di
numerose funzioni e di ingenti risorse dal centro alla periferia, a partire
dagli anni settanta, è stato accompagnato dall’aumento dei reati contro la
pubblica amministrazione commessi in sede locale. Vari fattori possono spiegare
il fenomeno. In generale, gli enti locali appaiono come luoghi privilegiati di
possibili decisioni corrotte, per via dell’alto numero di amministratori
politici e di provvedimenti individualizzati che in essi sono adottati e della
minore esperienza delle burocrazie. Inoltre, nel caso italiano la
moltiplicazione e il rafforzamento dei centri di potere locale non ha dato
luogo ad una corrispondente crescita di responsabilità della classe politica
locale, [...] essendo [tra l’altro] inadeguato l’ammontare delle
indennità previste per gli incarichi degli amministratori. Alcuni di questi
ultimi hanno, così, trovato conveniente tessere una serie di rapporti di
scambio, da un lato con gli organi centrali erogatori di risorse, dall’altro
con le imprese e con gli interessi privati. [...] [A questo] vanno
aggiunte l’inadeguatezza e la politicizzazione dei controlli previsti per gli
enti locali, che hanno contribuito in taluni casi a espandere ulteriormente in
direzione dei controllori, anziché a contrastare, le reti di transazioni
occulte» (si veda Comitato di studio sulla prevenzione della corruzione, La
lotta alla corruzione, pp. 21 ss.).
Cfr. per esempio «Corriere della
Sera», 14 febbraio 2003, pp. 16 e 18, che riferisce delle indagini sulle
corruzioni (e comparaggi) di medici (tangenti per la prescrizione di farmaci o
per l’acquisto di protesi cardiache brasiliane) e di funzionari e impiegati
dell’Anas (durante l’ultima alluvione in Lombardia, sarebbe stato simulato
anche uno smottamento, per intascare mazzette.. ).
Si è stimato che siano più di
50.000 le imprese, di varie dimensioni, operanti sul mercato pubblico degli
appalti. Si rileva del resto la marcata «atomizzazione.. del mercato italiano
degli appalti pubblici, con correlativa proliferazione dei centri decisionali e
conseguente aumento proporzionale delle occasioni di corruzione; ciò comporta
che l’elevato numero di appalti “piccoli”, ossia di poco valore, sia nettamente
superiore ai grandi appalti: dei 215.784 appalti banditi tra il 1995 e il 1999,
l’84,3% ha riguardato contratti di valore inferiore al miliardo di lire (cfr.
della Porta -Vannucci, Corruption and Public Contracts: Some Lessons from
the ltalian Case, p. 2 del dattiloscritto, che sul punto richiama
l’Autorità di Vigilanza sui Lavori Pubblici, Relazione Annuale al Parlamento:
1999, pp. 36 ss.).
G. Forti - Il diritto penale e
il problema della corruzione, dieci anni dopo: da Il prezzo della
tangente. La corruzione come sistema a dieci anni da “Mani Pulite” a cura
di Gabrio Forti. Milano 2003.
Per un’ampia ricostruzione delle
inchieste giudiziarie di mani pulite cfr. G. Barbacetto/P. Gomez/M. Travaglio, Mani
pulite. La vera storia, Roma 2002.
Forti G., Il diritto penale e il
problema della corruzione, dieci anni dopo: da Il prezzo della tangente.
La corruzione come sistema a dieci anni da “Mani Pulite” . Cit.
«Sia Citaristi che Balzamo
[segretari amministrativi nazionali di Dc e Psi] intorno ai primi anni della
seconda metà degli anni '80 mi dissero che era necessario concordare in maniera
sistematica e continuativa un contributo che la Lodigiani (come del resto le altre imprese)
avrebbe dovuto versare nelle casse della Dc e Psi, indipendentemente dai
singoli appalti o commesse che di volta in volta l’impresa avrebbe potuto
aggiudicarsi [...]. In cambio di tale disponibilità essi garantivano, a
nome dei loro partiti, gli opportuni interventi nei confronti di coloro che
gestivano le commesse che la Lodigiani riceveva onde evitare ostruzionismi di
sorta».
«Attraverso il predetto sistema
la Lodigiani spa di regola è riuscita ad evitare ostruzionismi da parte delle
autorità locali nella gestione degli appalti. Naturalmente non sempre con ciò
siamo riusciti ad evitare richieste di denaro da parte di amministratori
locali. [...] In pratica il sistema non ha tenuto in quei posti ove è
venuta a mancare una leadership forte tale da garantire stabilità nei rapporti
tra imprese e partiti» Cfr. AA. VV., Tangentopoli, pp. 39-44.
Il teorico della democrazia, Alexis
de Tocqueville, osserva che il potere giudiziario “è particolarmente adatto
alle esigenze della libertà, in tempi in cui l'occhio e la mano del sovrano si
insinuano continuamente in tutte le più piccole azioni umane e in cui i
privati, troppo deboli per proteggersi da soli, sono troppo separati gli uni
dagli altri per potere contare sull'aiuto dei propri simili. La forza dei
tribunali è stata, in ogni tempo, la maggior garanzia che si possa offrire
all'indipendenza individuale; ma ciò è vero soprattutto nei secoli democratici”.
(cfr. A de Tocqueville, La democrazia in America [1835], UTET, Torino
1991, p. 819).
Sul rapporto tra magistratura e
classe politica, in relazione al problema della corruzione, cfr. D. della
Porta/A Vannucci, Magistrati e corruzione politica: la felice anomalia del
caso italiano, in I. Diamanti/M. Lazar (a cura di), Stanchi di miracoli.
Il sistema politico italiano in cerca di normalità, Milano 1997, pp.
115-130.
L’istituto dell’autorizzazione a
procedere, del cui ripristino si sono fatti carico nelle ultime legislature
numerosi progetti di legge, era diventato l’espediente istituzionalizzato per
garantire una salvaguardia da sanzioni penali ai più influenti politici corrotti.
Così Vincenzo D’Urso, assistente dell’ex segretario amministrativo del Psi
Vincenzo Balzamo, ricevette da quest’ultimo l’ammonimento: “Non prendere mai
una lira da nessuno, perché io ho l’immunità parlamentare e tu no” (cfr.
"L'Espresso», 14 febbraio 1993, p. 53). Fino al 1987, solo il 19% delle
richieste di autorizzazione a procedere della magistratura sono state accolte
dal Parlamento. Per quel che riguarda i ministri, su oltre 400 richieste
soltanto un ministro è stato posto in stato d’accusa dalla commissione
inquirente (cfr. F. Cazzola, Della corruzione. Fisiologia e patologia di un
sistema politico, Il Mulino, Bologna 1988, p. 113).
«La notizia ha suscitato per
tutto il giorno reazioni di grande dolore e d'indignazione. [...] Non
c’è stato socialista milanese importante che non si sia subito mobilitato per
Natali. Del sindaco Carlo Tognoli si racconta che è rimasto alzato tutta la
notte per avere notizie dell'accaduto e per poter aiutare il leader di una
delle istituzioni cittadine e il vecchio compagno di sempre» Cfr. Il
Giorno, 24 marzo 1985.
«avendo quest'ultimo espresso la
necessità di parlare con l'imputato di problemi politici ed organizzativi del
partito [...]. Si ignora se il permesso in questione fu oppure no
utilizzato dall’onorevole Craxi, atteso che di lì a poco il Natali fu
scarcerato» Cfr. Camera dei Deputati, Domanda d’autorizzazione a
procedere, doc. IV, n. 202, 1993, pp. 12-13.
Cfr. G.M. Bellu/S. Bonsanti, Il
crollo, Roma-Bari 1993, p. 122.
Cfr. N. Bobbio, La democrazia e
il potere invisibile, «Rivista Italiana di Scienza Politica», 1980,2, pp.
181-203, specie p. 186.
Secondo la nota espressione coniata
nel 1976 da lndro Montanelli per invitare gli elettori a votare Dc, nonostante
gli scandali che l’avevano investita.
A. Vannucci, La corruzione nel
sistema politico italiano a dieci anni da “mani pulite” da Il prezzo
della tangente. La corruzione come sistema a dieci anni da “mani pulite”,
Cit.
Tangentopoli e il crollo dei
partiti. www.storiaXXIsecolo.it
Le
valutazioni più attendibili sull'entità complessiva di Tangentopoli oscillano
tra i 10 e i 15 mila miliardi all'anno. Cfr. P. Della Seta/E. Salzano, premessa
degli autori al libro: "L'Italia a sacco: Come nei terribili anni 80 è
nata e si è diffusa Tangentopoli", Ed. Riuniti, Roma 1993, www.osservatoriosullalegalita.org, articolo
del 3 febbraio 2002.
Piero Della Seta ed Edoardo
Salzano, premessa degli autori al libro: L'Italia a sacco: Come nei
terribili anni 80 è nata e si è diffusa Tangentopoli, Cit.
Per un'analisi del crollo del
sistema della corruzione come conseguenza di condizioni di “dilemma del
prigioniero” cfr. A Vannucci, La razionalità occulta della corruzione
politica, in A.A. Martino/F. Ruggeri (a cura di), Scelta razionale e
azione politica, Milano 1995, pp. 113-132. Sulle possibilità di riforma dei
profili penalistici dei reati di corruzione e concussione, con particolare
riferimento alla possibile introduzione di meccanismi premiali e all’unificazione
e semplificazione delle fattispecie, cfr. P. Davigo, I limiti del controllo
penale e la nascita del ricorso alla repressione penale, in M. D’Alberti/R
Finocchi (a cura di), Corruzione e sistema istituzionale, Il Mulino, Bologna
1994, pp. 41-54; G. Forti, L’insostenibile pesantezza della “tangente
ambientale”: in Attualità di disciplina e disagi applicativi nel
rapporto corruzione-concussione. Cit.
Cfr. Camera dei Deputati, Domanda
d'autorizzazione a procedere, doc. VI, XI legislatura, n. 81, 31 luglio
1992, p. 3.
Come osserva Pizzorno, il problema
dei rapporti conflittuali tra politica e magistratura «covava sotto le
ceneri sin dagli anni Settanta», da quando cioè i magistrati cominciarono (con
alterne fortune) a mettere sotto inchiesta politici ritenuti corrotti: sin
da allora, prima che l’opinione pubblica se ne accorgesse, la classe politica
cominciò a vedere la magistratura, o certi settori di essa, come possibile
attore politico, potenziale alleato in certi casi, pericoloso nemico in altri»
(cfr. A Pizzorno, Il potere dei giudici. Stato democratico e controllo della
virtù, Laterza, Roma-Bari 1998, p. 3).
P. Davigo, La giubba del re. Intervista
sulla corruzione, Laterza, Roma-Bari 1998, p. 96.
Cfr. Pizzorno, il potere dei giudici,
p. 98.
Cfr. Barbacetto/ Gomez/ Travaglio, Mani
pulite, p. 678.
A. Vannucci, La corruzione nel
sistema politico italiano a dieci anni da “mani pulite”. Tratto da “Il
prezzo della tangente – La corruzione come sistema a dieci anni da “mani
pulite”. Cit.
Tangentopoli e il crollo dei
partiti. www.storiaXXIsecolo.it
Secondo un esattore milanese di
tangenti, l’esponente Dc Maurizio Prada: “Il discorso dell’aggancio delle
somme che noi percepivamo a specifici contratti cominciava a diventare poco
sostenibile per noi; [...] si era iniziato un discorso di sganciamento.
Per intenderci, l’idea era quella che le imprese [...] ci avrebbero
versato del denaro non come percentuale sui lavori effettivamente assunti, ma
come versamento di carattere generale che, ovviamente, sottintendeva un
atteggiamento di favore, o quantomeno di non disfavore, nei confronti
dell’impresa che avrebbe versato il denaro”. Cfr. A Carlucci, Tangentomani,
Baldini & Castaldi, Milano 1992, p. 10.
Cfr. S. Belligni, Il volto
simoniaco del potere. Scritti su democrazia e mercati di autorità, Il
Mulino, Torino 1998.
Cfr. Vannucci, Il mercato della
corruzione, pp. 109-113.
Come osserva l’imprenditore
Vincenzo Lodigiani: “Nell’assegnazione degli appalti e delle forniture e poi
nella gestione di tutto l’iter contrattuale possono capitare e di fatto
capitano mille inconvenienti (…) ed allora vi è la necessità di evitare
che i legali rappresentanti, o chi per essi all’interno degli enti pubblici
appaltanti, rendano difficile, (…) la vita dell’impresa. La Lodigiani,
invece di dover sottostare ogni volta (…), ha cercato di garantirsi
trattando a livello centrale direttamente con le segreterie nazionali dei
partiti”. Cfr. AA. VV., Tangentopoli, p. 42.
Questa la testimonianza di un
dirigente dell’impresa Icomec: «Si è sempre trattato di un discorso
complessivo, per cui l’Icomec si impegnava a pagare e l’ente a tenere un
comportamento favorevole nei confronti di tutte le varie esigenze che
l’esecuzione del rapporto presentava. Non era pertanto necessario trattare di
volta in volta se il lavoro veniva ampliato. La persona con cui avevamo
trattato all’inizio era la stessa con cui aggiustavamo le cose in seguito».
Cfr. Tribunale di Milano, Sentenza n. 3182/89, 22 dicembre 1989,
p. 17.
Afferma l’ex procuratore capo di
Milano, Francesco Saverio Borrelli: «La mia sensazione è che [l'intreccio
affari-politica] sia stato qualcosa che è cresciuto nel tempo, spontaneamente.
E una volta constatato che in fondo era così faci- le sposare gli interessi di
chi governava con quelli di chi intendeva lavorare a fare affari, e che era
possibile ottenere questo accordo tacitando anche le opposizioni, il fenomeno è
cresciuto spontaneamente da solo, di giorno in giorno, sempre più velocemente”.
(cfr. AA. VV., Mani Pulite, Panorama., ottobre 1992, supplemento,
pp. 48-49).
«Quasi sempre chi riceveva dei
soldi tendeva a raccontare ai complici di averne ricevuti meno del previsto.
Accadeva quasi a ogni passaggio. E più erano i passaggi più si accentuava questa
dispersione in mille rivoli». Cfr. Davigo, La giubba del re, p. 89.
Mario Chiesa parla addirittura di
un galateo della corruzione, inteso come insieme di regole di condotta che
rende improbabile ogni incomprensione e permette di condurre in porto gli
scambi occulti col minimo rischio e senza imbarazzi. La descrizione della prima
consegna di tangenti al suo protettore politico Tognoli sembra la
rappresentazione di un copione già scritto: “Gli consegno la busta con
dentro i quattrini. Con naturalezza, come offrire un caffè a un amico. Tognoli
ringrazia, non pone nessuna domanda. Sa benissimo che nella busta ci sono i
soldi, ma non chiede né da dove vengano, né da quale appalto siano saltati
fuori, né quale sia stata la percentuale della tangente. C'è un galateo delle
mazzette. Si prende e si ringrazia, senza dimostrare curiosità” (cfr. M.
Andreoli, Andavamo in Piazza Duomo, Sperling & Kupfer, Milano 1993,
pp. 61-26).
«Mi sono trovato, afferma un
funzionario dell’Atm condannato per corruzione, in un meccanismo che viveva
di vita propria, ma coinvolgente, e non ho saputo sottrarmi ad esso». Cfr.
Tribunale di Milano, Sentenza n. 1891/91, 15 maggio 1991, p. 94.
L’ex vice sindaco di Reggio
Calabria, Agatino Licandro, sostiene: “Di solito si crede che il tangentismo
sia il passaggio dei quattrini da una tasca all’altra. Una cosa semplice,
facile, una ruberia che sa di mano lesta, una volgarità. Invece, non è così. È
complicatissimo spiegare come è fatto il mondo delle tangenti. E non è facile
capire se non si ha la pazienza di addentrarsi in meccanismi differenziati,
spesso sofisticati. Non un’orgia di arrembaggi, ma una realtà di regole,
rapporti, convenzioni solide, un linguaggio dove sfumature e sottolineature
assumono la solennità della firma di un contratto”. Cfr. A. Licandro/A.
Varano, La città dolente. Confessioni di un sindaco corrotto. Einaudi, Torino
1993, p. 18.
Un dipendente spiega così le
ragioni del suo coinvolgimento: «Lei non può capire, perché fa parte di un
mondo dove la scelta tra essere onesti e disonesti è una scelta individuale,
dipende la lei.
A me le 250mila
lire le ha messe in mano il mio capo e dopo 15 giorni di lavoro avevo
perfettamente capito che aria tirava in quegli uffici, non avrebbero tollerato
la presenza di una persona onesta perché avrebbe costituito un pericolo per
tutti». Cfr.
Ferrara -Davigo, Obbedire ai potenti?, p. 138.
Cfr. trascrizione del dibattimento
trasmessa da Un giorno in pretura, RaiTre, 22 febbraio 1993.
Cfr. «L’Espresso», 21 giugno 1992,
p. 27.
Cfr. AA.VV., Mani Pulite, p. 25.
Come osservano i giudici milanesi: “Tali
somme [le tangenti] solo in parte - e non sempre - venivano trattenute
da coloro che le avevano richieste o comunque ricevute, più spesso venivano a
loro volta versate ad esponenti politici i quali, ricoprissero o meno cariche
pubbliche, avevano o avrebbero successivamente svolto una funzione di garanzia
(direttamente ovvero attraverso la loro influenza su chi le cariche pubbliche
ricopriva) in ordine alla vincita della gara, alla favorevole gestione del
contratto”. Cfr. Camera dei Deputati, Domanda d’autorizzazione a
procedere, doc. IV; n. 266, 13 aprile 1993, p. 2.
A titolo di esempio, nell’appalto
per la costruzione dell’ospedale di Lecco emerse una contestazione nella
ripartizione prevista per la tangente pagata dall'impresa Cogefar. Racconta
l’esponente Dc Gianstefano Frigerio: «Papi [amministratore della
Cogefar] aveva versato una prima rata ai politici locali di Lecco, la
seconda l’aveva data a me, e per la terza si vedeva buio. [...] Non
riuscimmo a raggiungere un'intesa». Si rese allora necessario l’intervento
della segreteria nazionale del partito: «Papi - prosegue Frigerio - mi
confidò che era stata organizzata una riunione a Roma, in piazza del Gesù. Vi
avevano partecipato, oltre allo stesso Papi, il senatore Cesare Golfari e
Citaristi [segretario amministrativo nazionale], che ne era stato il
promotore» (…) «Venne deciso che la terza mazzetta [...] sarebbe
finita nelle casse della Dc di Lecco. Papi mi disse che doveva agire come da
disposizioni di Citaristi». Cfr. "Panorama», 18 ottobre 1992, p. 54.
Anche le tangenti pagate per sette anni dall’imprenditore Filippo Salomone in
appalti siciliani sarebbero andate ad esponenti nazionali della Dc e del Psi,
il cui ruolo era «scongiurare eventuali contrasti che potevano sorgere in
sede locale per la spartizione». Prosegue l’imprenditore: «Avevo appreso
da Nicolosi e da Mannino che vi era stato un accordo tra la Dc romana e quella
siciliana, nel senso che le contribuzioni dovute andavano versate direttamente
a Roma... aggiungo di aver appreso dall’on. Capria e dall’on. Buttitta che un
accordo identico era stato stipulato all’interno del Psi tra Roma e la Sicilia».
A. Vannucci - La corruzione nel
sistema politico italiano a dieci anni da “mani pulite”. Cit.
Il racconto dei fatti è in parte
ripreso dalla “Storia di Tangentopoli con nomi e cognomi” scritta da
Marco Travaglio per «Micromega» e integrato con altre fonti; gran parte delle
fasi più intricate tra il 1992 e il 1997 sono state tratte da vari giornali
dell’epoca.
"Milano - L'ingegner Mario Chiesa, presidente
del Pio Albergo Trivulzio, una casa di riposo per anziani, è stato arrestato
questa sera dai carabinieri con l'accusa di concussione. Le indagini, condotte
per un intero anno dalla procura della repubblica di Milano, sono state
coordinate dal dottor Antonio Di Pietro" (Comun. Ansa, 17 febbraio, ore
22,16)
"Milano -
L'arresto di Mario Chiesa è avvenuto in flagranza di reato, subito dopo aver
intascato una busta con sette milioni, una rata di quella che doveva essere la
tangente per concedere l'appalto a una impresa di pulizie. L'accordo prevedeva
il pagamento del 10 per cento su un affare di 140 milioni. (Ib. ore 14.08)
"Milano - L'ufficio
stampa del Psi ha comunicato che il Presidente del Trivulzio, Mario Chiesa, è
stato espulso dal partito" (Ib. ore 18.27).
Tangentopoli: storia di Mani
Pulite (1992 - 1997) di Gherardo Colombo. www.corriere.it
"Il Primo ministro inquisito - Venezia -
Il ministro dei trasporti Carlo Bernini ha reso noto di aver ricevuto,
"con totale sorpresa", un avviso di garanzia in relazione agli
appalti per la realizzazione della terza corsia sull'autostrada
Venezia-Padova" (Comun. Ansa, 5 marzo, ore 19.50).
“Mani pulite invece è un termine
forgiato appositamente per le indagini sulla corruzione nate nel febbraio 1992. In questo caso, credo sia stato tratto lo spunto dal
codice utilizzato dai carabinieri. La sigla iniziale, infatti, era «MP» perché
i carabinieri comunicavano tra loro utilizzando per riconoscersi i termini
«Mike» e «Papa»: «MP», appunto, da cui Mani pulite”. Tangentopoli: storia di Mani
Pulite (1992 - 1997) di Gherardo Colombo. www.corriere.it.
È la prima goccia che inizia a scavare nella pietra
degli scandali. Poi la goccia diventa un alluvione, un tornado. Seguono 25 mesi
di bufere giudiziarie coinvolgendo personaggi considerati da sempre
intoccabili. Vengono alla luce la corruzione e gli illeciti finanziari delle
imprese per il finanziamento ai partiti i cui beneficiari, sembra, che proprio
tutti (in base alle loro dichiarazioni di innocenza “perchè lo facevano tutti”)
lavorassero per il bene del Paese, per il mantenimento di quella politica che
promuove il pluralismo e la libera espressione (ma non certo quella dei piccoli
e miseri partiti dell'opposizione, senza mezzi e potere). La Politica, la
Finanza, l’Imprenditoria ne vengono sconvolte. Nei prossimi 25 mesi ci
saranno: 4525 personaggi che hanno provato il carcere, 25.400 avvisi
di garanzia, 10 suicidi eccellenti, 1069 parlamentari e uomini
politici coinvolti. www.manipulite.it.
Una situazione grottesca accade
quando un politico socialista confessa immediatamente tutti i propri crimini a
due carabinieri che
arrivano a casa sua, per poi scoprire che erano venuti semplicemente per
notificargli una multa.
Il 28
arresto di Epifanio Li Calzi e Sergio Soave (Pds).
"Milano - L'inchiesta sulle tangenti del Pio
Albergo Trivulzio è stata chiamata "Mani pulite" dai
carabinieri" (Comunicato Ansa, 23 aprile, ore 14.29).
"Milano - Tocca agli ex sindaci di Milano
Tognoli e Pillitteri - Hanno dichiarato di aver ricevuto avvisi di garanzia -
che ipotizzano il reato di ricettazione- dai giudici che indagano sullo
scandalo delle tangenti. L'ipotesi è di aver ricevuto denaro da Mario Chiesa,
ex presidente del Pio Albergo Trivulzio" ( Ib. 2 maggio, ore 18.32).
Vengono arrestati: Massimo Ferlini
(Pds) e i segretari cittadini e regionali della Dc, Maurizio Prada e
Gianstefano Frigerio. In prigione anche Enzo Papi della Cogefar (Fiat)
(06/05/1992). L’8 vengono arrestati due assessori della Regione Lombardia, uno
socialista e l’altro democristiano, per concussione.
"Roma - Il senatore Severino Citaristi,
segretario amministrativo della Dc, ha reso noto di avere ricevuto
un'informazione di garanzia per avere avuto 700 milioni da un imprenditore come
finanziamento al suo partito". (Ib. 12 maggio, ore 20.10).
Il 25,
Oscar Luigi Scalfaro diventa il nono presidente della Repubblica.
Prada, Frigerio, Rezzonico, Calderoni, della
Democrazia Cristiana e Fiacchini e Sportelli del Partito Socialista Italiano.
G. Franciosi – www.cronologia.it
Il 23 maggio 1992 il giudice del pool antimafia Giovanni Falcone fu ucciso insieme a
sua moglie e a tre guardie del corpo in un impressionante attentato mafioso, mentre percorreva in auto
l’autostrada dall’aeroporto di Palermo-Punta Raisi alla città,
all’altezza di Capaci; un intero
tratto di autostrada fu fatto saltare in aria al suo passaggio per ucciderlo.
Pochi mesi dopo fu assassinato anche il collega di Falcone, Paolo Borsellino, con
un’autobomba
piazzata in via d’Amelio, che fu fatta scoppiare quando Borsellino stava
suonando il campanello della casa di sua madre, proprio lì davanti. Si ipotizzò
un possibile mandante politico per il doppio attentato, ma alla fine l’ipotesi
venne accantonata come priva di fondamento. Tuttavia, in un’intervista
rilasciata pochi giorni prima dell’assassinio di Falcone, Borsellino rivela che
la Procura di Palermo in quel momento sta indagando sui rapporti tra Silvio Berlusconi,
Marcello Dell’Utri e Vittorio
Mangano. Da Wikipedia, l’enciclopedia libera (www.wikipedia.it) .
Si rende irreperibile Giovanni
Manzi, presidente socialista degli aeroporti milanesi; avvisi di garanzia
per il ministro dei Lavori pubblici, il democristiano Giovanni Prandini, all’ex
ministro dei Trasporti democristiano Giorgio Santuz, e al responsabile
organizzativo della Dc Luigi Baruffì (14/06/1992).
“Caro Di Pietro, è meglio che si
riguardi. Le faranno la guerra con disonestà, che è la loro arma migliore...
Già hanno detto che lei è manovrato di Tizio, Caio e Sempronio... che lei fa il
gioco oscuro di oscuri golpisti... che lei è un esaltato e agisce non per
spirito di giustizia, ma per farsi bello con le folle... Ora diranno che lei
in fondo non è uno stinco di santo e troveranno qualche calunniatore
disposto a buttare lì qualche pettegolezzo velenoso... Se riescono a smontare
lei, smontano anche l'inchiesta. La sua fortuna è di essere bravo e libero:
cioè invidiato”. (Vittorio Feltri, «L’Indipendente», 15 giugno 1992) www.geocities.com.
“I partiti, specie quelli che
contano su apparati grandi, medi o piccoli, giornali, attività
propagandistiche, promozionali e associative, e con essi molte e varie
strutture politiche operative, hanno ricorso e ricorrono all’uso di risorse
aggiuntive in forma irregolare od illegale. Se gran parte di questa materia
deve essere considerata materia puramente criminale allora gran parte del
sistema sarebbe un sistema criminale. Non credo che ci sia nessuno in
quest’aula, responsabile politico di organizzazioni importanti che possa
alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo: presto
o tardi i fatti si incaricherebbero di dichiararlo spergiuro. E del resto
andando alla ricerca dei fatti, si è dimostrato e si dimostrerà che tante
sorprese non sono in realtà mai state tali.”
"Milano - Anche imprenditori e funzionari dentro
"Mani pulite". - Dopo le ultime misure giudiziarie prese nell'ambito
dell'inchiesta, le persone coinvolte sono 73, di cui 61 arrestate o agli
arresti domiciliari: 43 politici (17 Psi, 15 Dc, 8 Pds, 2 Pri, 1 Psdi), di cui
dieci parlamentari; tre funzionari; 27 imprenditori o dirigenti
d'azienda". (Comunicato Ansa, 12 luglio, ore 17,12)
"Venezia - Avviso a Gianni De Michelis -
Un'informazione di garanzia, in cui si ipotizza il reato di corruzione per una
serie di appalti nel Veneto, è stata inviata dalla procura di Venezia all'ex
ministro degli esteri socialista Gianni De Michelis" ( Ib. 14 luglio, ore
17.21).
Tornerà in libertà il 25 novembre
successivo. Il 18 luglio, avvisi di garanzia dei giudici milanesi anche ai
deputati Silvio Lega, vice segretario della Dc, e Bruno Tabacci, democristiano
ed ex presidente della giunta regionale lombarda, per concussione, ricettazione
e violazione della legge sul finanziamento ai partiti.
Il giorno dopo duemila fra
poliziotti e carabinieri vengono inviati in Sicilia e ottocento soldati sono
utilizzati a Palermo in operazioni di sorveglianza. I più importanti boss
siciliani in carcere vengono trasferiti nel penitenziario di Pianosa.
Il giorno dopo viene arrestato un
dirigente Fiat che avrebbe pagato tangenti per due miliardi e settecento
milioni per ottenere appalti della metropolitana milanese. Il mese si
chiude con l’arresto di Loris Zaffra, capogruppo del Psi al Comune di Milano,
con l’accusa di avere incassato diverse mazzette (30/07/1992).
Tangentopoli: storia di Mani
Pulite (1992 - 1997) di Gherardo Colombo, cit.
I carabinieri arrestano il sindaco
socialista di Varese, accusato di corruzione. Il 12, informazioni di garanzia
per il senatore democristiano Cesare Golfari e il deputato socialista Pierluigi
Polverari (06/08/1992).
Il segretario regionale
democristiano e il vice presidente socialista della provincia di Treviso e a
Salerno, l’ex senatore del Psi Nicola Trotta (24/08/1992).
"Brescia - Suicida l'onorevole Moroni - L'ex
segretario regionale del PSI lombardo, on. Sergio Moroni, 45 anni, coinvolto
nella vicenda milanese delle tangenti con due informazioni di garanzia, è stato
trovato morto nella cantina della sua bitazione. Si è ucciso sparandosi un
colpo di fucile". (Comunicato Ansa. 2 settembre, ore 23.00).
Tangentopoli: storia di Mani
Pulite (1992 - 1997) di Gherardo Colombo, cit.
Il 7, ventidue fra amministratori
(tre ex sindaci, consiglieri provinciali e regionali), imprenditori, e politici
(i parlamentari Nucara del Pri, Bruno Napoli e Bruno Manti della Dc) vengono
arrestati per un’inchiesta su appalti e tangenti a Reggio Calabria.
Il 23, sette arresti tra politici e
manager pubblici per tangenti a Roma. Nel frattempo, la Lega nord trionfa nelle
elezioni provinciali di Mantova raggiungendo il 34%. Crollano Dc e Psi
(28/09/1992).
Nel 1995 furono avviate molte indagini contro Di
Pietro, il quale anni dopo fu assolto da tutte le accuse, mentre su Berlusconi
vennero formulate altre accuse di corruzione. Si scoprì poi che il principale
accusatore di Di Pietro, il magistrato bresciano Fabio
Salamone, era il fratello di un uomo contro il quale lo stesso Di
Pietro aveva sostenuto l'accusa, e che era stato condannato a 18 mesi di
carcere per vari reati di corruzione. Ci volle comunque del tempo prima che le
autorità se ne rendessero conto, e riassegnassero Salamone ad altri incarichi. Da
Wikipedia, l’enciclopedia libera.
"Roma - Il segretario amministrativo del Psi, Vincenzo
Balzamo, non ha smentito le voci di un’informazione di garanzia per corruzione
e violazione della legge sul finanziamento dei partiti". (Comunicato Ansa
15 ottobre, ore 20.01). Il 9, ad Ancona era già stato
arrestato il re degli appalti Edoardo Longarini, editore di sedici Gazzette
locali e presidente dell’Ancona calcio.
"Roma - Balzamo colpito da "infarto
cardiaco esteso". È stato ricoverato in clinica (Ib. 26 ottobre, ore
20.29).
"Roma -
Balzamo è morto - Il segretario amministrativo del PSI è morto stamani
alle ore 9 nell'ospedale di San Raffaele, dove era ricoverato dal 26 ottobre".
(Ib. 2 novembre, ore 10.03). Due giorni dopo, a Roma, vengono arrestati il capo gruppo
consiliare del Psdi e l’ex deputato socialista Nevol Querci per illeciti in
acquisti immobiliari. Il giorno successivo inizia l’inchiesta sul “voto di
scambio” a Napoli; la magistratura napoletana effettua un tentativo di
sequestro negli uffici del ministro liberale De Lorenzo, dei deputati
socialista Di Donato e democristiano Vito.
(Roberto Gugliotta e Pietro Suber. L’Unità, 4 Nov
1992)."La notizia trapelata da Milano é emersa nel corso delle indagini
della Direzione distrettuale antimafia di Firenze sul consorzio mafioso che
aveva la sua base operativa nell'autoparco milanese. La mafia aveva dato ordine
di eliminare il magistrato. La notizia é stata tenuta segreta per oltre
quindici giorni e tale sarebbe rimasta se non ci fosse stata una fuga di
notizie. L'irruzione nell'autoparco del 17 ottobre portò alla luce oltre ad
armi e stupefacenti, carte con materiale scottante di una delle aziende di
tangentopoli sotto inchiesta, un libro paga su cui l'organizzazione registrava
i pagamenti a coloro che erano disposti a collaborare; gente insospettabile,
annidata nei settori più delicati dell'apparato statale. Documenti che hanno
fatto sobbalzare i più smaliziati investigatori". (Giorgio
Sgherri, L’Unità). Su quest’ordine di uccidere Di Pietro verrà poi fuori la
“confessione-intervista” di un pentito, su Sette, n. 25, Supplemento del
Corriere della Sera, 1998. (Intervista di Roberto Gugliotta e Pietro Suber, a
Maurizio Avola, condannato per l’omicidio di Giuseppe Fava). “Nel ‘92 doveva
morire Di Pietro. L'omicidio si doveva fare dalle parti di Bergamo, dove viveva
Di Pietro. Per lui era pronta un'autobomba come per Falcone. Si decise il piano
in un vertice all'hotel Excelsior di Roma. Per eseguire l'attentato avevano
scelto proprio me. Quell'assassinio sarebbe servito a togliere dai guai alcuni
amici politici e imprenditori che erano indagati dal magistrato...Alla fine non
se ne fece nulla perchè disse lo zio Nitto, i socialisti non avevano rispettato
certi accordi. Ricordo che durante una riunione successiva venne stabilito:
"Cazzi loro, non facciamo nessun favore ai socialisti dopo che ci hanno
traditi...”. “In quel vertice a Enna si era parlato anche di un partito
nuovo, formato da persone non compromesse con la politica. In realtà il nostro
obiettivo era spingere questa formazione a fare gli interessi di Cosa Nostra:
soprattutto eliminare il 41 bis e screditare i pentiti. Solo un anno dopo, nel
1993, capimmo di chi si trattava. Me lo disse D'Agata in carcere: Dobbiamo
votare Forza Italia perchè é il partito che ci difenderà. La bomba alla Standa
di Catania fu un mezzo per costringere Marcello Dell'Utri a patteggiare con la famiglia. Non è un caso che
gli attentati siano terminati dopo che Dell'Utri, a quanto si diceva nella
famiglia, era sceso a parlare con Nitto Santapaola”. Intervento dei
due intervistatori “Ma si rende conto che, con le rapine dell'anno scorso,
la sua credibilità, quando fa certe affermazioni , é molto compromessa?”. “Io
collaboro sempre, senza aver mai ritrattato nulla”.
Tre giorni dopo, addirittura
centotrentatré amministratori e presunti mafiosi vengono rinviati a giudizio in
Calabria per l’inchiesta sulle collusioni tra ‘ndrangheta e politica.
Tangentopoli: storia di Mani
Pulite (1992 - 1997) di Gherardo Colombo, cit.
Nonché la richiesta di cinque
autorizzazioni a procedere nei confronti dei Dc Marco Ravaglioli e Gabriele
Mori, del liberale Paolo Battistuzzi, del socialdemocratico Robinio Costi e del
missino Teodoro Buontempo per il censimento dei beni comunali di Roma
(10/12/1992).
"Roma - La segreteria del Psi ha confermato
l’invio di una informazione di garanzia all’onorevole Bettino Craxi".
(Comunicato Ansa,. 15 dicembre, ore 14.01)
"I reati
ipotizzati sarebbero concorso in corruzione, ricettazione e violazione della
legge sul finanziamento dei partiti. A determinare la decisione della
magistratura sarebbe stata la testimonianza dell'ex segretario del Psi Giacomo
Mancini". ( Ib. 14.05).
I magistrati milanesi parlano di
un giro di affari di 36 miliardi. Craxi definisce le accuse una “aggressione
politica”. Nasce un problema: è possibile che il segretario di un partito,
anche se non ha trattenuto un soldo delle tangenti versate sul suo partito,
ignori che i suoi tesorieri violano una legge che li riguarda così da vicino a
da loro votata in Parlamento?
“Fu alla fine del 1992, esattamente il 15 di dicembre, che
la Procura di Milano emise un’informazione di garanzia nei confronti
dell’onorevole Bettino Craxi. Gli episodi
contestati riguardavano soprattutto la Metropolitana milanese. L’onorevole
Craxi, mi pare nel luglio di quello stesso anno, aveva spiegato alla Camera
come esistesse alla fin fine un rapporto tra il finanziamento dei partiti e le
imprese: un finanziamento sostanzialmente nascosto che era, allora come ora,
vietato dalla legge”.(...)
Tangentopoli: storia di Mani Pulite (1992 - 1997) di Gherardo Colombo, cit.
“Che i giudici mirassero non a
moralizzare bensì a condizionare la politica è una menzogna. Onorevole Craxi,
cosa vuole che importi a Di Pietro delle finalità politiche. I giudici lavorano
tranquilli, in assoluta serenità: sanno che i cittadini sono dalla loro parte.
Come dalla loro parte siamo stati noi, sempre” (Vittorio Feltri,
L’Indipendente, 16 dicembre 1992) www.geocities.com.
Il 29 viene arrestato il segretario
della Federazione socialista di Parma Claudio Belletti per corruzione.
04/01/1993. Lo stesso giorno, il
ministro dell’Intemo Mancino annuncia che la mafia progettava un attentato al
leader della Rete Leoluca Orlando. Successivamente alle indiscrezioni
pubblicate da alcuni giornali americani, il pentito Leonardo Messina indica
Andreotti come politico vicino alle cosche (07/01/1993).
Il giorno dopo, Mani pulite
approda a Roma, scattano le manette per un appalto di pulizie all’Ente Eur.
Il 18 vengono inquisiti il
presidente Giuseppe Carbone e il procuratore generale della Corte dei conti
Emidio Di Giambattista accusati di abuso d’uffìcio e falsi in atto pubblico.
In merito a questo filone, il
26 gennaio, i magistrati ordinano la perquisizione di casa e ufficio
dell’ex presidente della Montedison Giuseppe Garofano.
L’appello cade nel vuoto, la commissione sarà votata il
19 gennaio 2000, giorno in cui proprio lo stesso Bettino Craxi morirà.
“Milano, Sei informazioni di
garanzia a parlamentari sono state emesse dai giudici milanesi di "Mani
pulite": per Bettino Craxi, Gianni De Michelis, Paris dell'Unto (Psi),
Bruno Tabacci (Dc), Giorgio Moschetti e Severino Citaristi (Dc)”. (Comun.
Ansa 29 gennaio ore 17.09).
"Per Bettino Craxi è la terza informazione di garanzia
dei giudici milanesi; De Michelis è inquisito anche per l'inchiesta veneziana
sulle tangenti; per Citaristi è la settima informazione (sei dei giudici
milanesi, una da quelli veneziani". ( Ib. ore 18.12).
"Roma - Il Psi ha protestato per la perquisizione degli
uffici della sede centrale del Psi a Roma, ordinata dalla magistratura
milanese". (Ib. ore 18.52).
03/02/1993 inoltre partono:
l’ottavo avviso di garanzia per Severino Citaristi, il quarto per Bettino Craxi
e il secondo per Paolo Pillitteri.
" Roma - Claudio Martelli ministro della
giustizia si è dimesso". (Comun. Ansa, 10 febbraio, ore 15.34)"
Roma - In un
comunicato, il ministro afferma che, apprese dalla stampa notizie del suo
coinvolgimento nella indagine sul "Conto Protezione", ha chiesto ai
giudici di essere ascoltato. "Ne ho ricevuta risposta - ha detto- il
preannuncio di un avviso di garanzia" (Ib. ore 15.41).
"Roma - " Il mio mandato di segretario è
oggi formalmente a disposizione". Queste parole sono contenute nelle
pagine conclusive della relazione che il segretario del PSI Bettino Craxi sta
per tenere all'assemblea nazionale (testo anticipato alla stampa) (Comun. Ansa,
11 febbraio, ore 18.00). Dopo 16 anni e 7 mesi di regno incontrastato, un
applauso lungo e fragoroso accompagna il suo discorso, a lui succede nella fase
più dura del partito, l’ex sindacalista della UIL Giorgio Benvenuto.
"Roma - Giorgio Benvenuto è stato eletto
segretario del PSI". (Ib. 12 febbraio, ore 17.51)
Le dimissioni di De Lorenzo sono
causate dagli arresti domiciliari di suo padre accusato di aver intascato una
mazzetta di 1 miliardo e 700 milioni.
Dal 1970 al 1980. l’Eni costituì
fondi neri per rifornire i partiti: 40% a Dc e Psi, 10% a Psdi e Pri.
Vengono arrestati nello stesso
giorno, Francesco Mattioli, direttore finanziario della Fiat, e Antonio
Mosconi, amministratore delegato della Toro Assicurazioni, con l’accusa di
violazione della legge sul finanziamento ai partiti e corruzione aggravata.
Il compagno G - Primo Greganti
viene arrestato per la prima volta il primo marzo 1993. Ordine di custodia
firmato dal gip Italo Ghitti su richiesta di Antonio Di Pietro. Il pool Mani
pulite lo accusa di corruzione, per aver ricevuto in Svizzera 621 milioni dal
gruppo Ferruzzi, fra il 1990 e il 1992, per appalti Enel. Denaro che
rappresentava la prima delle due quote riservate al Pci-Pds delle tangenti
concordate con il sistema dei partiti (l’1,6 per cento sul valore delle
commesse). A parlarne ai magistrati milanesi è Lorenzo Panzavolta,
amministratore della Calcestruzzi di Ravenna, cioè l’uomo che provvide
materialmente ai versamenti estero su estero. Si accerterà successivamente che
vi furono tre versamenti: uno sul conto “Gabbietta” intestato a Greganti presso
la Banca di Lugano; uno sul conto presso la Banca del Gottardo di Zurigo,
sempre nella disponibilità di Greganti; uno consegnato brevi manu nello stesso
1992 al “compagno G”. Greganti è da qualche anno un funzionario – prima ufficiale,
poi ufficioso - dell’amministrazione di Botteghe Oscure. Racconta Panzavolta,
plenipotenziario di Raul Gardini per il settore dell’edilizia, che per gli
appalti di desolforazione delle centrali elettriche in tutta Italia (lavori per
un totale oltre 3 mila miliardi), la sua impresa concordò con Dc, Psi e Pci-Pds
una quota di 1 miliardo e 242 milioni per ciascun partito. Furono Valerio
Bitetto, potentissimo consigliere di amministrazione socialista dell’Enel, e il
tesoriere nazionale del Garofano Vincenzo Balzamo a comunicargli che bisognava
pagare anche Botteghe Oscure. Poi si presentò da lui Greganti a battere cassa.
Panzavolta, che pure sapeva chi fosse Greganti (“era conosciuto da tutti lì in
giro, a Ravenna, come esponente del Partito comunista e aveva rapporti con la cooperativa Cmc”), chiese a Gardini di verificare
che fosse proprio lui l’emissario del Pci-Pds per gli appalti Enel. Gardini
verificò: “Mi disse che avrebbe fatto un controllo e mi confermò che
Greganti era l’interlocutore giusto e che potevo andare avanti”. Greganti
chiese e incassò quel miliardo e rotti per conto del Pci-Pds nella partita
dell’Enel: in cambio di appalti alle cooperative rosse e del voto favorevole
del consigliere Zorzoli alle delibere del Cda dell’ente energetico pubblico. Il
fatto è che poi quei soldi li tenne per sé: in parte (circa 700 milioni) li usò
per acquistare un appartamento in via Tirso a Roma, dove trasferì in blocco la
sua numerosa famiglia, in parte (500 milioni, della seconda tangente
Panzavolta, più interessi) li tenne parcheggiati in Svizzera sul conto estero
numerato. Prendeva i soldi per il partito, ma quella volta – a differenza di
altre – se li tenne. Da La vera storia del caso Greganti. Il Pci-Pds rubava
come gli altri. Di Marco Travaglio Micromega , www.osservatoriosullalegalita.org, articolo
del 17 giugno 2003.
Tangentopoli: storia di Mani
Pulite (1992 - 1997) di Gherardo Colombo. cit.
Il gioco dell’umiliazione pubblica, porta alle
immagini del Democristiano Carra ex portavoce di Forlani ammanettato davanti a
telecamere e fotografi. Forlani parla di metodi da Gestapo. G.
Franciosi cit.
Dal tentativo governativo si evince
la volontà di trovare una soluzione complessiva e rapida ad una forma illecita,
non occasionale ma sistematica, che richiede un lavoro di anni da parte di
organi giudiziari già lenti di per sé con lo spettro incombente della
prescrizione dei reati da un lato e la possibilità di essere ragggiunti da
un'informazione di garanzia in ogni momento dall'altro. La reazione suscitata
dal decreto è molto aspra e il presidente Scalfaro si rifiuterà di firmarlo.
www.manipulite.it
Perché il coordinatore del pool
indagò personalmente proprio su Greganti? “Per colmare una lacuna nelle
indagini della Parenti (entrata nel “Pool” il 27 marzo, aggregata per far
fronte alla mole di lavoro che aumenta di giorno in giorno sulle spalle di Di
Pietro, Colombo e Davigo Ndr.), la cui animosità nei confronti del Pds
rischiava di esporci a una brutta nasata in parlamento, in sede di
autorizzazione a procedere, o davanti al gip in udienza preliminare. Così, in
qualità di capo-pool, anche operativo, diedi una controllata al fascicolo. (…)
Suggerii di aspettare, di comportarci come con tutti gli altri
parlamentari: facciamo altre indagini, poi se avremo elementi procederemo. La
Parenti sembrò convincersi, senonchè qualche giorno dopo [24 luglio ’93]
annunciò di aver iscritto Stefanini sul registro. Era un bel guaio, perché
bisognava “avvisarlo” subito e trovare qualcosa a suo carico entro 30 giorni,
se volevamo chiedere l’autorizzazione a procedere. Altrimenti archiviare,
precludendoci la possibilità di indagare ancora con più calma. Di fronte al
fatto compiuto, decisi di firmare anch’io l’avviso e chiesi a Gherardo Colombo
di fare altrettanto. Lei, quasi subito, partì per le ferie lasciandoci una
bozza di richiesta di autorizzazione a procedere, piuttosto scarna,
praticamente priva di elementi. Se l’avessimo spedita così in parlamento, ci
avrebbero riso in faccia. (…) Ci mettemmo dunque a indagare come pazzi. (…)
Ripresi quindi anche i verbali d’interrogatorio di Greganti e in uno scoprii
che aveva dichiarato di aver acquistato un appartamento per sé, contraendo un
mutuo di 450 milioni: segno che l’aveva pagato almeno il doppio, visto che
nessuna banca concede mutui per oltre la metà del valore dell’immobile. (…)
e,una quindicina di giorni prima, aveva prelevato 329 milioni dalla
provvista Panzavolta (i 621 milioni versati prima sul conto Gabbietta e poi da
questo passati sul conto Sorgente). Fu così che saltò fuori una fotocopia del
compromesso per 1 miliardo e mezzo di lire,(…). A quel punto non c’era
dubbio che Greganti i soldi della tangente li aveva in parte utilizzati per
comprarsi quella casa, mentre non avevamo elementi per affermare che una sola
lira di quel miliardo e rotti fosse finita nelle casse del Pds. (…) La
Parenti non fiata, nessun dissenso. Ma, appena uscita dall’ufficio, ricomincia
ad attaccare i colleghi accusandoli di non voler andare a fondo sulle tangenti
rosse”. Gherardo D’Ambrosio, da La vera storia del caso Greganti. Il
PCI-PDS rubava come gli altri. Cit. Ricorda Gherardo Colombo: Tiziana Parenti è stata forse
l’unica persona, tra quelle che si sono occupate della corruzione nella Procura
di Milano, con la quale non si è creato un legame effettivo. Tanto è vero che
poi ha deciso di prendere un’altra strada”. Tangentopoli: storia di Mani Pulite
(1992 - 1997) di Gherardo Colombo. cit.
15/03/1993 Richiesta di
autorizzazione a procedere anche per l’ex ministro del Mezzogiorno, il Dc
Riccardo Misasi, con l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso e
estorsione.
Due giorni dopo, comincia
l’inchiesta sulla Tangentopoli napoletana. Perquisite le sedi di tutti i
partiti, ad eccezione di verdi e radicali.
Atti d’accusa della Procura di Palermo. - Dossier
Andreotti - Doc.IV, n. 102. - Domanda al Presidente del Senato per
l’autorizzazione a procedere contro il senatore Giulio Andreotti, n. a Roma il
14.1.1919. 27 marzo 1993, per i reati di cui agli articoli 110 e 416 del
codice penale; e agli articoli 110 e 416 bis del codice penale (associazione
per delinquere; associazione di tipo mafioso). Trasmessa dal Ministro di grazia
e giustizia (Conso) il 27 marzo 1993 Procura Della Repubblica – Tribunale di
Palermo - Direzione Distrettuale Antimafia.
Il 7 aprile successivo, pesanti
accuse verranno mosse dai giudici napoletani nei confronti di Antonio Gava; si
sarebbe accordato con la camorra per ottenere la liberazione dell’ex assessore
regionale Ciro Cirillo, sequestrato dalle Br. Rapporti con la criminalità
organizzata vengono contestati anche all’ex ministro del Bilancio Paolo Cirino
Pomicino, ai parlamentari Dc Alfredo Vito e Vincenzo Meo e al socialista
Raffaele Mastrantuono.
Il 31 vengono concessi al numero
tre della Fiat Francesco Paolo Mattioli gli arresti domiciliari dopo 38 giorni
di detenzione.
02/04/1993. “Delegittimando i
pentiti, gli imputati dei processi di mafia si assicurano l'impunibilità...
Svalutare la deposizione di chi ha commesso un reato e si è ravveduto significa
smantellare interi castelli accusatori. Ecco perché i socialisti sono tra
quelli che urlano con maggior vigore contro i pentiti... Nelle deposizioni dei
pentiti (che non vanno scambiati per oracoli, ma neppure respinti a priori, e
sottoposti a meticolose verifiche) vi saranno forzature e falsità, ma non solo
quelle. È impossibile che tutto il castello accusatorio su Andreotti sia parto
della fantasia (malata o remunerata) dei picciotti passati dalla piovra alla
Giustizia” (Vittorio Feltri, L’Indipendente, 4 dicembre 1992 e 21 aprile
1993). www.geocities.com
04/04/1993. Lo stesso giorno, il
socialista Francesco Carraro viene rieletto per la terza volta in extremis
sindaco di Roma da una maggioranza nella quale
sono molti gli inquisiti.
05/04/1993. Si dimettono a Roma i
due vice-sindaci Oscar Mammì e Enzo Forcella.
08/04/1993. In carcere per lo
scandalo degli aiuti al Terzo mondo l’ambasciatore a Buenos Aires Claudio
Moreno.
Due giorni dopo, sono dimissionarie
la giunta di Roma e quella del consiglio regionale del Lazio. Il successivo
viene commissariato il consiglio comunale di Roma.
“Roma - Per Bettino Craxi la Camera ha concesso
l'autorizzazione a procedere per l'ipotesi di corruzione, limitatamente a Roma,
e per la violazione della legge sul finanziamento dei partiti. Respinta
l'ipotesi di corruzione a Milano e di ricettazione sia a Roma che a Milano;
respinta anche la richiesta di perquisizione” (Comunicato Ansa, 29 aprile, ore
20.09).
E qualche giornale commenta così: “Hanno vinto
i ladri”, “Così
è stato assolto: Allegria!"...."siamo in un Paese, peggio che
sudamericano, a questo punto”, “Scandalo alla Camera. I deputati hanno
assolto Craxi.....”, “La realtà supera ogni losca immaginazione”.
L’8 era inoltre arrivato un avviso
di garanzia all’ambasciatore italiano a Varsavia, Giuseppe Balboni Acqua, per
abuso di atti di ufficio nell’ambito dell’inchiesta sulla cooperazione allo
sviluppo.
“Roma - Il Senato ha concesso l'autorizzazione
a procedere contro il senatore Giulio Andreotti per l’ipotesi di
associazione per delinquere di stampo mafioso. Anche Andreotti ha votato a
favore”. (Comun. Ansa, 13 maggio, ore 14,17).
“Roma - Il
senatore Giulio Andreotti è stato sentito, su sua richiesta, dal procuratore
della repubblica di Roma, Vittorio Mele, in relazione all'inchiesta
sull'omicidio di Mino Pecorelli, trovato morto il 20 marzo 1979. Secondo il
"pentito" Buscetta, Pecorelli sarebbe stato ammazzato dalla mafia
"per far piacere" a Andreotti” (Comunic. Ansa. 26 maggio, ore 19.56).
Nel dramma Italia tornano le stragi: Ore 21.40 del 14
maggio – Un’autobomba o un ordigno posto sotto un auto esplode a Roma in via
Fauro nel quartiere Parioli. Ventitre feriti, (una donna
anziana morirà dopo qualche giorno in seguito allo spavento) molti danni agli edifici (un
centinaio di appartamenti). Ore 01.00 del 27 maggio - A Firenze un furgoncino
con 100 chili di esplosivo salta in aria in via dei Georgofili, vicino alla
Galleria degli Uffizi. Cinque morti, 29 feriti, crollo della Torre dei Pulci,
sede dell’Accademia dei Georgofili, danni al corridoio vasariano degli Uffizi. Ore
23.15 del 27-28 luglio – Un’autobomba esplode a Milano in via Palestro. Muoiono
tre vigili del fuoco e un vigile urbano accorsi sul posto, muore anche un
giovane marocchino che dormiva su una vicina panchina. Alla stessa ora a Roma,
due potenti ordigni esplodono, uno a Piazza San Giovanni in Laterano, l’altro
davanti alla chiesa di San Giorgio al Velabro. Una decina di feriti, e ingenti
danni al patrimonio artistico. Una telefonata di poca consistenza li
attribuisce ad una fantomatica “Falange Armata”. Ma secondo molti è la mafia,
che manda un segnale. Ma a chi? E per conto di chi? Il 2 gennaio è stato
arrestato Aldo Madonia; il 15 gennaio catturato Totò Riina; il 18 maggio
arrestato Nitto Santapaola; il 2 giugno catturato Giuseppe
Pulvirenti. Questi i grandi capi ma, negli ultimi 17 mesi, sono stati anche
catturati 204 latitanti ad elevato rischio criminale, tutti nomi di spicco
appartenenti alla mafia, alla camorra, alla n’drangheta e alla sacra corona
unita. Non dimentichiamo che sempre negli stessi 17 mesi, è stato assassinato
il 12 marzo del ‘92 Salvo Lima; il successivo 23 maggio è avvenuta la “Strage di Capaci” con
la morte di Falcone; e, il 19 luglio, a meno di due mesi di distanza,
l’assassinio di Paolo Borsellino. La politica in Italia è allo sfascio; non ci
sono più referenti politici, quindi protezioni. Si invia un messaggio a
qualcuno che ha tutto l’interesse a suscitare una nuova strategia della
tensione: "Sono atti terroristici che vogliono produrre effetti
destabilizzanti" Afferma su otto colonne il Capo della Polizia, su Il
Messaggero del 15 maggio. Ma fatti più destabilizzante di Tangentopoli,
dentro i partiti, in Italia non ci sono mai stati in tutta la sua storia. Ma
allora chi ha questo interesse? Un nuovo partito, un nuovo referente, un nuovo
protettore? www.cronologia.it
Arrestati i massoni dirigenti del
Monte dei Paschi di Siena per aver incassato tangenti da un imprenditore in
cambio di finanziamenti.
Il 19, la procura di Verona emette
quindici ordini di custodia cautelare nei confronti di esponenti politici
locali e amministratori delle Usl. Il giorno dopo avvisi di garanzia per i
deputati socialisti Bruno Landi, Raffaele Rotiroti, Agostino Marianetti e al
senatore Dc Giorgio Moschetti per gli appalti all’Università La Sapienza.
01/06/1993. Ordini di arresto per concussione
per tutti i componenti dell’ex giunta provinciale di Catania.
Viene indagato l’amministratore
delegato dell’Ifi Gianluigi Gambetti. Si dimette il provveditore generale del
Monte dei Paschi di Siena Carlo Zini, già colpito da avviso di garanzia per
corruzione.
«Nel prosieguo delle indagini
sono emersi reati non più riferibili alla sola area milanese, bensì riferibili
ad appalti pubblici (e più in generale rapporti con la pubblica
amministrazione) intervenuti nella regione Lombardia e non solo. [...]
Si è altresì potuto constatare che lo stesso metodo di aggiudicazione e
gestione degli appalti veniva applicato a contrattazioni riguardanti i lavori
sulle strade nazionali e sulle autostrade, la vendita di immobili ad enti
pubblici, istituti penitenziari e centrali Enel [...], interessando
l’intero territorio nazionale. L’illecito evidenziato dalle indagini è
apparso di dimensioni impressionanti» Cfr. Camera dei Deputati, Domanda
d’autorizzazione a procedersi, doc. IV, n.402, 3 giugno 1993, p. 2.
Lo stesso giorno, viene posta sotto
sequestro la casa napoletana di Paolo Cirimo Pomicino, forse comprata con una
mazzetta di 4 miliardi.
Il 28 del mese, all’apertura
del congresso della Cisl D’Antoni si dichiara estraneo alle tangenti che
l’imprenditore Lodigiani asserisce di aver versato a Cisl e Uil.
05/07/1993. Nuovo ordine di
custodia cautelare per Salvatore Ligresti.
L’8 viene arrestato il numero due
dei Beni culturali Francesco Sisinni per truffa allo stato, corruzione e falso
ideologico.
17/07/1993. Il 19 partono
quattro ordini di arresto per alti funzionari del Sisde. Viene chiesto anche
l’arresto dell’ex ministro della Sanità De Lorenzo.
L’ex presidente dell’Eni, nominato al vertice nel
1989, su designazione di Bettino Craxi e Claudio Martelli, Cagliari aveva
ricevuto in febbraio un avviso di garanzia per peculato e false comunicazioni
societarie; nell’acquisto delle azioni Enimont da Raul Gardini lo stato avrebbe
pagato (su 2.805) mille miliardi in più del dovuto. Il 9 marzo era stato
arrestato con l’accusa di corruzione. Gabriele Cagliari aveva spiegato
davanti ai giudici “è un vecchio sistema che serviva a finanziare
principalmente il Psi e la Dc”. Cagliari scrisse un’ultima lettera per la
famiglia, moglie, figli, nipotini; lettera dove manifestava l’impossibilità di
resistere alla vergogna e alle mortificazioni del carcere. La moglie restituirà 6 miliardi di
tangenti.
Richiamandosi alle sue imprese marinare, la rivista
americana Time commenterà così la morte di Gardini: "Egli sarà
ricordato come un brillante simbolo del suo tempo, un capitano d'industria e un
marinaio di livello mondiale, che ha pilotato le sue imprese e i suoi yacht da
un milione di dollari con gioioso abbandono. Ha lavorato duro per 60 anni allo
scopo di coltivare questa immagine, in un mondo dove i miti contano più spesso
dei fatti".
I potenti, va dicendo qualche psichiatra, psicologo,
sociologo. non sanno perdere, non hanno mai imparato a soffrire, loro non sono
abituati a perdere. Non sono disposti ad essere soccombenti davanti a una
accusa.
Il giorno dopo, sul treno
Palermo-Torino, bloccato alla stazione Ostiense di Roma su segnalazione del
Sisde, viene trovata un’ altra bomba. Dalle indagini emergera la
responsabilita (deviata) di un uomo del Sisde stesso.
01/10/1993. Racconta al magistrato
Di Pietro il meccanismo perverso che regolava il mercato dei farmaci
(anche internazionale). Compensi astronomici e regali di preziosi per favorire
alcune industrie farmaceutiche. Che le stesse case versavano contributi per i
vari convegni scientifici. Che lo stesso premio Nobel dato a una ricercatrice
italiana ha seguito questo iter di favoritismi; premiando i ricercatori
l'industria che li aveva in ruolo otteneva così il quasi monopolio di un
farmaco commercializzato.
"Declino del voto ideologico. Roma - La ricerca
del Censis mostra anche il declino del voto ideologico: la stragrande
maggioranza degli elettori preferisce definirsi ricorrendo alle categorie di
destra (16,16), di centro (13,9), di sinistra (19,6), moderato
(10,2), progressista ( 12,6). Soltanto il 4,4 per cento si definisce
comunista e soltanto l'un per cento fascista". (Comun. Ansa).
Enzo Biagi - in seguito - commenterà ironicamente che
Berlusconi si è dimenticato di dire “quale Paese voleva salvare, se l’Italia
oppure Arcore, cioè le sue aziende?”.
“I punti di vista restano diversi. Per Mediobanca
l’esposizione finanziaria netta della Fininvest nel 1992 era di 3428 miliardi.
Per la casa del biscione la cifra giusta era 3.333 miliardi. Ma anche
rispettando la classificazione degli uomini di Alfredo Messina, direttore
finanziario del gruppo, l'indebitamento netto cresce a un ritmo rilevante.(…) Dai 3.333 miliardi si è
passati secondo quanto risulta al "Mondo" a 3.800 miliardi a fine
1993.
Quasi 500
miliardi in più. Che fanno salire nonostante il raffreddamento dei tassi, gli
oneri finanziari a 400 miliardi, un vero salasso. Per Berlusconi é il conto più
amaro da pagare. Si tratta di una specie di super dividendo, da versare non
nelle casseforti di famiglia ma in quello delle banche creditrici”. (Da Il Mondo, 10/17 Gennaio,
1994). Se Berlusconi non “scende in
campo” e alle elezioni vince il centrosinistra, le banche con le nomine “rosse”
chiederebbero subito il rientro dei 3.800 miliardi.
"Torino
- Il presidente della Fininvest Silvio Berlusconi ha dichiarato in
un'intervista alla Stampa di essere pronto a scendere nell'arena politica
se il polo moderato abdica al proprio ruolo di governo, preferendo dividersi
anzichè unirsi contro il "rassemblement" della sinistra"(Comun. Ansa, 23 novembre, ore 07.00)
"Voi dovete diventare dei missionari, anzi degli
apostoli, vi spiegherò il Vangelo di Forza Italia,
il Vangelo secondo Silvio". (Il Messaggero
04/04/1995).
Trecento milioni da Sama
(Montedison). 02/12/1993.
Tra Natale ‘93 e Capodanno ‘94, prima di "scendere
in campo" si da, ampio risalto su molti giornali a un sondaggio della Swg
dove su un campione di 800 italiani, rappresentativo di tutte le
classi di età, il 38,1% affermava che nel 1993 il personaggio più positivo per
l'economia è il capo del governo Ciampi, ma il personaggio Berlusconi lo
incalza da vicino con il 36% dei consensi. Consensi di una fascia di elettori
fra i 18 e 34 anni, mentre il gradimento però decresce con l'aumentare dell'età
del campione. (Un altro sondaggio però dice esattamente il contrario).
www.cronologia.it.
Il giorno dopo, in seguito
all’apertura di un’inchiesta sui lavori della centrale Enel di Gioia Tauro
scattano gli arresti per i massimi vertici dirigenziali dell’azienda.
In realtà, la fondazione del movimento era già
avvenuta davanti a un notaio nell’ ottobre del ‘93, ed è già tutto pronto. Ricorda
Enzo Biagi: “Quando decise di entrare in politica, Berlusconi mi
chiamò e mi disse "Entro in politica", gli risposi che stava
commettendo un errore. E lui "caro Biagi, se non entro in politica, mi
fanno fallire". Questo é la prova che non é vero che i giudici lo
perseguitano perché é entrato in politica. Quando poi disse agli italiani dalla
Tv che lo faceva per il Paese non precisò se il paese era l'Italia o Arcore”. Enzo Biagi. Corriere della Sera
21/05/1998).
“Scende in campo” il personaggio più noto
dell’Italia. È Lui il fondatore, trascinatore e quasi unico protagonista del
movimento che battezza col nome di Forza Italia. La “chiave d’accensione”
per mettere in moto la “macchina” elettorale e poi il “marchingegno” di
un’alleanza politica molto singolare con i “Due Poli”: uno con la Lega Nord e l’altro con il
MSI-AN. Non senza problemi e insofferenze (e tanti insulti del primo nei
confronti del secondo). Fa credere agli italiani che vuole evitare che i
“cosacchi rossi” arrivino a San Pietro, ma in effetti quello che teme è che i
potenziali futuri direttori delle banche, eletti dai “rossi”,
vadano a mettere le tende nel parco di Arcore. Le banche sono realiste,
rivolgono lo sguardo e si adeguano al vincitore. Del resto da anni ai
vertici bancari, ma anche nei consigli di amministrazione, le poltrone sono
occupate dai politici dei partiti che vincono le elezioni. Potrebbero, gli
esperti della finanza nei consigli di amministrazione, subito dopo il “cambio
della guardia” chiedere al cavaliere di “rientrare” dai debiti, che sono tanti.
A paventare questa eventualità è proprio Il Mondo, del 10 gennaio, che
fa in tasca al gruppo i conti, molto negativi. Nello suo staff per la
"discesa in campo" sono molti a gioire ma sono molti i preoccupati -
scrive Ettore Tamos, sul “Il Mondo”, (cit. sopra), pag 124: "C'è
chi lo fa per piaggeria. E chi per non rovinare la festa. Ma anche se si
uniscono al coro degli evviva che rimbalzano dalla villa di Arcore al quartiere
generale di Forza Italia, a Milano, molti fedelissimi di Silvio Berlusconi
voterebbero no. No all'impegno politico di sua emittenza. ...Più che un
consiglio di buon senso sembra un grido di allarme. Che rende bene l'idea di
come il vertice manageriale del gruppo Fininvest,
nella holding e nelle aziende operative, sta vivendo la vigilia del tanto
atteso annuncio. Con la preoccupante prospettiva di gestire un conglomerato di
12 mila miliardi senza il carisma del leader. Lo sapeva bene Fedele
Confalonieri, vicepresidente della Fininvest, quando mostrava segnali di
evidente insofferenza ai progetti di Berlusconi in politica. E lo sa bene
Franco Tatò chiamato a gestire la ristrutturazione del gruppo in un momento
così delicato. Con problemi organizzativi e di politica aziendale che si
sommano con la definizione dei bilanci del 1993, un esercizio pesante che
impone rapide decisioni di ristrutturazione e rilancio. Con o senza il
cavaliere. "Vengono messi nel preventivo quelli che qualcuno chiama
eufemisticamente effetti collaterali di natura diversa: attacco dagli
schieramenti politici contrari a Berlusconi; caduta dell'alone di simpatia
intorno ai prodotti del gruppo, dai giornali alla tv, fino ai centri commerciali;
provvedimenti legislativi penalizzanti; minore interesse dei partner
internazionali; pressioni delle banche creditrici allarmate!".www.cronologia.it.
Intervista sul Corriere della Sera del 28 febbraio
1994. Giuliano Ferrara sempre sullo stesso quotidiano esprime la sua idea con
il titolo "I partiti
devono avere un'anima, Silvio mostri la sua"....Ci sono due Berlusconi.
Uno mi piace , l'altro no. Quello che mi piace sta ferocemente lottando contro
l'altro, ma c'è il rischio che soccomba....Mi piace di lui l'imprenditore mite
e determinato, liberale in politica e liberista in economia....Poi c'è quel
Berlusconi su uno sfondo troppo azzurro, che si rifugia nel linguaggio della
pubblicità, e che sembra intenzionato a rifornire di argomenti i suoi avversari,
soprattutto quando lo accusano di essere di plastica e cipria, di limitare il
suo interesse per la politica al suo interesse di imprenditore. Le imprese, che
hanno un'etica, non sono obbligate ad avere un'anima, cioè una forza e
un'identità. Ma il consenso dei cittadini é una cosa diversa dall'opzione
d'acquisto dei consumatori. I partiti e i movimenti un'anima la debbono avere.
Berlusconi ce l'ha. Perchè ha deciso di nasconderla?".
“Paolo Berlusconi si è
presentato alla Guardia di Finanza di Milano, dove gli è stato notificato
l’ordine di custodia cautelare per fatti corruttivi nella vendita di immobili
al Fondo pensioni Cariplo”. (Comunicato Ansa, 11 febbraio, 1994, ore
12.52).
I titoli dei giornali riportano i commenti degli
avversari dopo la sconfitta: i Verdi, con Ripa Di Meana: “Pieno rispetto della volontà popolare, ma in qualche
modo legittima l'utilizzazione assolutamente golpista dei mezzi
televisivi fatta dal nostro antagonista”. Amarezza alla Rete di Orlando, con
una riflessione “Saranno
dati veri? E se sì, sembra che il risultato complessivo dia la maggioranza al
Polo, ma non mi pare che sul piano politico ci siano le condizioni per fare un
governo vero”. Bertinotti pur guadagnando voti, ammette la sconfitta dei
progressisti: “Niente
da dire sulla vittoria, ma ci sarà da riflettere sulla forza che é scesa in
campo: tutto il complesso della comunicazione di massa”. Anche tra i vincitori, le
polemiche non mancano. Bossi é irruente dopo che a urne chiuse Berlusconi ha
subito affermato “Mi auguro
di poter assumere la responsabilità di governo”. Il capo della Lega é
sprezzante con l’alleato, ed esclude di poter partecipare a un governo con la “destra forcaiola dei fascisti”. Al Cavaliere lancia da altre
righe un piccolo siluro: “Aspetti di fare pubblicità a se stesso, con lui come capo del
governo significa avere un affarista che si troverebbe a fare i conti tutti i
giorni con i suoi interessi”. Scalfari su Repubblica del 29 marzo a pagina
10 di Repubblica:“Bossi ha buoni motivi per essere scontento. Il suo movimento era nato
per spazzare via la vecchia struttura di potere. Ha ragione ad essere
preoccupato, anzi indignato, anzi furibondo: tanta fatica per ritrovarsi
ingabbiato. Non é lui ad aver attirato Berlusconi nella rete, ma è lui ad
esserne rimasto intrappolato. Ma ormai é andata così e non saranno le invettive
ora a cambiare la situazione”. E ancora: “La sinistra ha commesso errori? Probabilmente sì.
Avrebbe vinto se non li avesse commessi? Probabilmente no. “Soffia un vento di
destra” disse con molta preoccupazione una settimana fa Umberto Eco. Il vento
non dipende dagli errori della sinistra; ma dal fatto che l’immagine che la
maggioranza del paese ha di sé in questa fase della sua trasformazione concede assai
poco ai valori dei quali la sinistra é portatrice. Il paese vuol
cavalcare il suo individualismo senza impacci e con il minor numero di
regole possibile... Comincia ora un periodo difficile”. “Soffia il vento della
destra”. Ha fatto molta impressione ieri notte la manifestazione missina in
piazza del Popolo, tra saluti fascisti e inneggiare inni d'un tempo che si
sperava fosse stato definitivamente sepolto. Ma questo ha voluto la maggioranza
degli elettori e questo é accaduto". Polemiche? "La sconfitta di Martinazzoli e Segni piaccia o
no è una notizia, e contro le notizie è inutile polemizzare". Scalfari concludeva così il suo
articolo di prima pagina: "Ciascuno
ora dimostrerà quel sa fare e sarà giudicato per ciò che fa. L'epoca dei
pastrocchi è definitivamente chiusa. Questo almeno è un risultato positivo per
tutti”.
I commenti dei perdenti si sprecano e le polemiche sono così forti che
raggiungono in crescendo i livelli degli anatemi medioevali: “E' un Governo
quello di Berlusconi abusivo e clandestino”, “È un chiaro dispregio del
mandato elettorale”, “Una iniziativa politica immorale”, “È la
violazione di una regola parlamentare e democratica”, “Costoro
hanno tradito l’autentica volontà degli elettori”.
Qualche frase di Berlusconi:“Non chiamatelo partito.
La gente non vuol più sentire questa parola”; “Stiamo
costruendo un non-partito, un movimento all'americana. Non esisteranno sezioni,
burocrazia, correnti”; “Forza Italia è il primo tentativo storico, dal
'45, di creare un partito liberale di massa”; “È tempo di cambiar
sistema. La società civile l'ha capito. E storce il naso di fronte al
riproporsi dei vecchi partiti e della vecchia politica”; “Siamo uomini
nuovi alla politica, che vengono dalla trincea del lavoro e delle professioni,
il meglio di un Paese pulito, ragionevole, moderno”; “Basta con i vecchi
arnesi della politica!”; “Abbiamo sostituito la vecchia classe politica
con manager, uomini d’affari, docenti senza legami col passato”; “Ho
detto dei “no” a molti per evitare l'ingresso nel governo di gente che ne
avrebbe compromesso l'immagine, avrebbero dato un'immagine di vecchio”; “Occhio
alle vecchie volpi”. Dal discorso del 24 marzo. www.cronologia.it.
Tangentopoli: storia di Mani
Pulite (1992 - 1997) di Gherardo Colombo. Cit.
Fra i tanti dispiaceri dentro la DC, arriva
quello più clamoroso, verso il più rappresentativo dei suoi personaggi, l’unico
non toccato da Tangentopoli, con sempre nel carniere un sacco di voti, e che
ora fanno gola a molti. Lazio e Sicilia erano voti Dc, e il controllore era
lui. La Procura di Palermo chiede il rinvio a giudizio. Deve rispondere
dall’accusa di concorso in associazione per delinquere semplice e
mafiosa. Lima in Sicilia gli procurava 240.000 voti. Sono le prime battute
di un lungo cammino della nuova politica italiana; che, con una girandola di
accuse spesso infamanti, porterà ad una guerra verso quelle (e solo quelle)
Procure che hanno (come del resto era loro compito) gestito Mani Pulite, oppure
verso i “Pentiti mafiosi”. Per destabilizzarle ogni cosa si studiano ogni
sorta di complotti: chi indaga é a sua volta indagato, e chi è indagato diventa
accusatore e si presenta come vittima di persecuzioni politiche.
www.cronologia.it.
“Se l'elettorato italiano fosse
stato quello degli anni 80 o anche solo quello del ‘92, in tali condizioni, i
progressisti avrebbero vinto. Invece hanno perduto: il Paese è cambiato è
avvenuta una “Rivoluzione culturale”. Per decenni gli italiani avevano
votato per i partiti-valori: per il cattolicesimo politico, il socialismo
democratico, il comunismo.... Se Berlusconi ha avuto successo, é esattamente
per le ragioni per cui egli é delegittimato sia dai popolari che dai
progressisti: cioè di non presentarsi in nome dei valori.... Berlusconi
cominciò a vincere quando disse di preferire Fini a Rutelli. .... È caduto un mondo,
non la sinistra soltanto o il cattolicesimo politico.... La sinistra deve
sapere che il popolo è cambiato (…): e la cosa più assurda che gli uomini
della sinistra possono fare é di assumere la parte di Catone, praticando un
Aventino minore verso il Signore Del Governo e della Fininvest e i suoi
alleati. Il pensiero debole andava bene con il governo Ciampi. Ma non con
il governo Berlusconi, che ha grinta e potrebbe persino averne troppa (…) se
manca quello che tutti invochiamo da anni: l'alternativa"”. (G. Baget
Bozzo - Panorama, 3 giugno 1994, pag 17).
Fra gli articoli ricordiamo che c’erano anche
quelli sulla restrizione della stampa. Condannabili i giornalisti che vengono
in possesso di notizie di avvisi di garanzia e pubblicano i nomi dei
destinatari. Insomma un "pasticciaccio" che indigna ancor di più
gli italiani. Anche se il ministro della giustizia è Alfredo Biondi, molti
sospettano che il decreto sia stato scritto da Cesare Previti, un
avvocato della Fininvest di Berlusconi.
“L’incredibile gragnuola di ko
subiti da Craxi nel mese di ottobre non rimane senza conseguenze. Anzi, la
reazione del cosiddetto “esule” e dei suoi amici non si fa attendere. Il 29 settembre,
mentre il pool mette le mani su Tradati, Sergio Cusani annuncia di aver
presentato alla procura di Brescia, attraverso l’avvocato Spazzali, un esposto
di 50 pagine sulle presunte irregolarità commesse da Di Pietro nel primo
processo Enimont, quello concluso con la sua condanna a 8 anni di carcere.
Cusani detesta Di Pietro, cordialmente ricambiato. E lo accusa non solo di
averlo ingiuriato durante la requisitoria (“tre volte ladro, bugiardo,
traditore…”), ma di non aver nemmeno prodotto in Tribunale alcuni documenti
che, a suo dire, dimostrano come il gruppo Ferruzzi fosse rimasto vittima di
una gigantesca concussione da parte del sistema dei partiti. Il che, secondo
Cusani, avrebbe potuto ribaltare l’esito del suo processo e risparmiargli la condanna. Il 30 settembre il pm bresciano Guglielmo Ascione
conferma che Di Pietro è iscritto nel registro degli indagati per abuso in atti
d’ufficio e diffamazione. Nessuno insorge contro la “fuga di notizie”. Soltanto
AN difende il magistrato. “Un atto dovuto – dice Fini – non può
ledere il prestigio di un uomo come Di Pietro”. Colombo garantisce di non
aver “mai visto Antonio così giù”. “Io trovo le prove e quelli mi
indagano”, sbotta Di Pietro dopo tre ore di interrogatorio del solito
Tradati. Poi chiede ai colleghi di Brescia di trasmettergli il documento
indicato da Cusani, così da poterlo subito esibire al processo Enimont. Si
tratta di un promemoria inviato a suo tempo via fax a Gardini, nel quale Cusani
riassumeva la situazione di stallo che si era creata nella contesa tra Eni e
Montedison e le posizioni dei diversi protagonisti. Il Tribunale di Milano
respingerà quel documento, perché “irrilevante e inintelligibile”. La
procura di Brescia chiederà ed otterrà l’archiviazione della denuncia. E la
stessa fine faranno le altre tre presentate da Cusani nei mesi successivi:
sulle confessioni estorte a suon di manette, sull’appiattimento dei giudici sui
pm e sulla “sete di potere” di Di Pietro”.G. Barbaceto/
P. Gomez/M. Travaglio “Mani Pulite – La vera storia” Ed. Riuniti, cap.
5. Tutti contro il pool p.264.
Da Cinque anni vissuti
vergognosamente, www.misteriditalia.com.
Buttiglione mette in guardia gli altri partiti contro
il tentativo della destra di utilizzare il giudice Di Pietro contro Berlusconi
nel caso di un coinvolgimento di quest’ultimo in un avviso di garanzia che
molti danno per certo e imminente. Mentre Di Pietro tace, in effetti tutti gli
altri partiti fanno a gara per attirarlo nella propria coalizione e alcuni
danno per certo che il giudice ha per loro delle simpatie ideologiche e alcune
affinità di pensiero. Tutti lo vogliono anche se non sanno affatto come la pensa. Molto probabilmente Di
Pietro ha capito che deve indovinare il tempo giusto per scendere nel campo
politico per non farsi bruciare. Ma singolari e discordanti sono gli
apprezzamenti nella stessa coalizione del Polo. Berlusconi e tutta FI lo teme o
lo detesta, mentre AN con La Russa e Tremaglia dicono che Di Pietro sarebbe il
migliore dei presidenti del Consiglio, il migliore dei riformatori. Molti
elettori seguitano a non capirci più nulla.
(Ferrara la rende pubblica sul Corriere) dove si
deplora il comportamento del Capo della Procura di Milano, ravvedendoci la
volontà di impedire il legittimo svolgimento dell’azione del governo. Si invoca
l’articolo 289 del C.P. che punisce fino a 24 anni, chiunque attenti contro gli
organi costituzionali. Scalfaro smorza i toni della infuocata polemica e
considera (dopo un vertice con la maggioranza) questa lettera un esposto e non
una denuncia. Rimane comunque il fatto - che molti ritengono grave - che il
governo ha censurato il comportamento di Borrelli.
Unità, 15 ottobre,’94, prima pagina.
30/10/1994. Da Cinque anni
vissuti vergognosamente cit.
Da Cinque anni vissuti
vergognosamente cit.; vedi anche Cronologia di un attentato (Panorama,
18/07/97) www.osservatoriosullalegalita.org,
articolo del 14 giugno 2001.
Tangentopoli: storia di Mani
Pulite (1992 - 1997) di Gherardo Colombo. cit.
Da Cinque anni vissuti
vergognosamente cit.
Desta scalpore nel corso del mese, il 7,
l’identificazione dei responsabili degli attentati a Firenze avvenuti il 27
maggio 1993. Sono incolpati Leoluca Bagarella e Giovanni Brusca, due esponenti
della mafia. Restano da capire le motivazioni, cioè a che cosa serva alla mafia
un attentato a Firenze nel maggio del ’93, mentre è in corso a Milano una
“strage” di indagati a Tangentopoli. In Gennaio c’è stato l’avviso di
garanzia a Craxi, e il 27 marzo a Palermo parte l’avviso ad Andreotti per
attività mafiosa in base alle dichiarazioni di tre pentiti: "Sarebbero
Tommaso Buscetta e Francesco Mannoia i “pentiti” che avrebbero cominciato a
parlare dei rapporti tra mafia e politica e avrebbero coinvolto Giulio
Andreotti" (Comun. Ansa, 9, aprile 1993, ore 19.31) – “Il
"pentito" Baldassarre Di Maggio parla di un incontro che
sarebbe avvenuto in Sicilia e in cui Totò Riina avrebbe baciato Giulio
Andreotti e Salvo Lima” (Comun. Ansa, 20 aprile, ‘93, ore 15.21). Mentre a
Milano nello sfascio politico seguito a Tangentopoli si costituisce in gran
segreto Forza Italia; in Sicilia contemporaneamente nasce il movimento
“L’altra Sicilia” e “Sicilia Libera” (movimento che si scopre successivamente
essere espressione diretta della mafia), che poi confluirà alle elezioni
politiche del ‘94, nel Polo di Forza Italia, che sull’isola fa una ottimo
risultato, travasando l’intero 42,2% della DC (Andreottiana) nel il proprio carniere.
Proprio ad Andreotti, in questi giorni di febbraio 1995, arriva il
(fantomatico) “conto” da pagare che qualcuno (chi?) mette (tempestivamente)
all’ “incasso” proprio nel 1993, facendo scendere in campo il pentito
Buscetta & C, che per sei anni si accaniranno (senza prove) su Andreotti
(che andrà completamente assolto nel 1999). www.cronologia.it.
“Nessun rilievo può essere mosso
ai magistrati milanesi, i quali non paiono aver esorbitato dai limiti imposti
dalla legge nell’esercizio dei loro poteri” (relazione finale degli
ispettori inviati dal Governo Berlusconi , 15 maggio 1995).
Mesi prima, su un settimanale,
Borrelli era stato ritratto al galoppatoio su un cavallo con la sigla “G.G.”
sulla sella. Sigla che secondo un anonimo, corrisponde al Giancarlo Gorrini. Informato
della cosa, Borrelli denuncia Catelani al Csm. La sigla è di tal Giovanni
Gennari, vecchio proprietario dell’animale. Ma intanto, per qualche giorno, i
giornali non parlano d’altro.
In realtà il pm s’era iscritto con
altri magistrati ad una cooperativa nata per costruire alloggi, e se n’era
andato qualche giorno dopo l’ingresso di Cerciello (che comunque, all’epoca,
era il numero uno della Guardia di Finanza milanese, neppure sfiorato da
sospetti).
Infatti a Bolzano, il 24 agosto, un uomo, denunciato
per violenza da una ragazza, viene arrestato; ma applicando la nuova norma
sulla custodia cautelativa, viene scarcerato, e lui si vendica subito, tornando
dalla ragazza che lo ha denunciato, per ucciderla. La ragazza viene salvata in
tempo.
Nessuno scoprirà mai chi fosse
questo Achille, anche perché il capo del servizio Gaetano Marino negherà per
mesi l’esistenza stessa del fascicolo, salvo poi consegnarlo con tante scuse al
comitato di controllo sui servizi segreti.
Cinque anni vissuti
vergognosamente cit.
L’inchiesta è nelle mani del pm
Geremia, lo stesso che ha chiesto il rinvio a giudizio di Prodi nell’inchiesta
Cirio.
Gasparri dichiara: “quel che
emerge è un Polo che si contrappone alla magistratura, bisogna valutare quindi
l'impatto di certe affermazioni”.
Nessun commento dai politici di
sinistra. Flores d’Arcais direttore di MicroMega scrive: “Comunque, il
silenzio del PDS di fronte all’arrogante diktat di Berlusconi di togliere di
mezzo Di Pietro mandandolo in galera, lascia allibiti. Forse e' questo il
prezzo dell'accordo con Berlusconi”.
Manconi
dichiara: “l'Ulivo finora ha gia' fatto troppo per lui. L'attacco di
Berlusconi? Il Cavaliere dimostra una sola cosa: c'è in lui un curioso
intreccio di calcolo e ingenuità. Nel calcolo ha approfittato dell'isolamento
di Di Pietro e del venir meno della sponda rappresentata da AN; l'ingenuità
nell'aver confermata in maniera cosi' vistosa il suo interesse personale per
l'accordo sulla giustizia”.
Enzo Bianco dichiara: “smettetela
venite a Catania a farvi una buona vacanza”. Mentre da AN Gianni Alemanno “la
questione giustizia può avere una forte influenza negativa sulle fortune del
Polo, come è successo nelle scorse elezioni. Il Cavaliere rischia molto, le
critiche devono essere costruttive, altrimenti la gente non le apprezza, anzi
si ritorcono contro chi le fa. In autunno dovremo noi di AN
riequilibrare il Polo rispetto alla posizione di Forza Italia. Se loro vanno
tutti a poppa, noi dobbiamo metterci a prua della nave. Il Cavaliere o risolve
i suoi problemi o si esclude da ogni altro ruolo istituzionale”.
La popolarità
di Di Pietro è in calo, ma rafforza l’Ulivo. Più della metà degli italiani
(58%) non sanno però se è di destra o di sinistra. Perdono consensi tutti gli
altri leader.
Storace dice “tra i due
dell’Ulivo non avrei dubbi, meglio il comunista che il traditore”. La
Mussolini (An) “Sandro? un uomo vero, lo voterei!!”.
La trasmissione è una Caporetto.
Due ore di botta e risposta. 35 telefonate contro, solo 6 a favore di cui una del Polo. Fra l'altro “O ti sei venduto o non sei più
comunista come una volta”. - La più ricorrente accusa: “Fai il gioco del Polo”.
“Come farai a ingoiare i voti di An”. Commenta il satirico Staino: “Incoerente,
e rifondazione prenderà una batosta terribile”.
Marco Travaglio - www.manipulite.it
Cinque anni vissuti
vergognosamente - www.misteriditalia.com.
Tangentopoli: storia di Mani
Pulite (1992 - 1997) di Gherardo Colombo. Cit.
Cour
européenne des droits de l’homme . Deuxième Section Décision sur la recevabilité de la requête n° 63226/00
présentée par Benedetto Craxi III contre l’Italie - La Cour européenne des Droits de l’Homme (deuxième
section), siégeant le 14 juin 2001 en une chambre composée de MM. C.L. Rozakis,
président, A.B. Baka, G. Bonello, Mme V. Straznicka, M. M. Fischbach, Mme M.
Tsatsa-Nikolovska, M. V. Zagrebelsky, juges, et de M. E. Fribergh, greffier de
section, Vu la requête susmentionnée introduite le 15 octobre 1999 et
enregistrée le 24 novembre 2000, Après en avoir délibéré, rend la décision
suivante: En Fait ( …) Le requérant, Benedetto Craxi, était un ressortissant
italien, (…) En Droit 1. Le requérant se plaint de l’iniquité de la
procédure pénale contre lui et du manque d'impartialité des juridictions
nationales.(…) Rien dans le dossier ne permet de penser
que dans l’évaluation de ces arguments et des éléments à charge les juges qui
se sont prononcés sur le fond aient été influencés par les affirmations
contenues dans la presse. (…) A cet égard, il échet de rappeler que le
requérant a été condamné pour corruption et non pour ses idées politiques, et
que rien dans les décisions judiciaires rendues dans le cadre de l'affaire
Metropolitana Milanese ne permet de conclure qu’elles ont été influencées par
des éléments autres que les faits matériels à la base des chefs d’accusation.
(…) Quant à la conférence tenue par M. Di Pietro, dans la mesure où elle
concerne le requérant, la Cour ne voit pas en quoi les affirmations mises en
cause par ce dernier pourraient faire croire à la poursuite de buts de nature
politique ou porter atteinte aux principes du procès équitable et de la
présomption d’innocence. Elle souligne à cet égard que la conférence en
question a eu lieu bien après la condamnation du requérant en première
instance, et donc à une époque où l’opinion publique avait depuis longtemps
connaissance de l’inscription du nom de M. Craxi dans le registre des personnes
accusées. (…) Dans ces circonstances, la Cour ne saurait déceler aucune
apparence de violation des droits garantis par l’article 8 de la Convention. Il s’ensuit que ce grief doit
être rejeté comme manifestement mal fondé, en application de l’article 35 §§ 3
et 4 de la
Convention. Par
ces motifs, la Cour, à l’unanimité, Déclare la requête irrecevable. Erik Fribergh Christos Rozakis
Greffier Président. www.osservatoriosullalegalita.org,
articolo del 14 giugno 2001.
Cfr. Barbacetto/Gomez/Travaglio, Mani
pulite, p. 677.
A. Vannucci, La corruzione nel
sistema politico italiano a dieci anni da “mani pulite”'. Cit.
Cfr. E.C. Banfield, The
Moral Basis of Backward Society, Free Press, New York 1967, p. 95.
32 Cfr. RD. Putnam, Making
Democracy Work: Civic Traditions in Modern Italy, Princeton University
Press, Princeton 1993.
Cfr. D. della Porta/A Vannucci, Un
paese anormale. Come la classe politica ha perso l’occasione di Mani Pulite,
Laterza, Bari-Roma 1999, pp. 114-119.
http://www.transparency.org/working_papers/lambsdorff/lambsdorff-eresearch.
html.
Cfr. A.O. Hirschman, Felicità
privata e felicità pubblica, Il Mulino, Bologna 1983, p. 135.
“La magistratura ha svolto, in
questi anni, un indubbio compito di riabilitazione della legalità (mettendo in
crisi settori di ceto politico del vecchio sistema) e di controllo della
legalità nell’esercizio delle pubbliche funzioni; nel contempo, però, tale
delicato e vasto campo di indagine non ha potuto avere, come necessario
contrappeso in uno Stato di diritto, un adeguato sistema di garanzie”. Cfr.
“Questione penale” e democrazia autoritaria di Giovanni Russo Spena (da
Democrazia e Giustizialismo -1995- ed. RGF). www.osservatoriosullalegalita.org articolo del
14 novembre 2001.
Forti G., Il diritto penale e il
problema della corruzione, dieci anni dopo. Cit.
Per un’analisi dettagliata dei
risultati ottenuti tra il 1992 e il 1998 dalla classe politica italiana nella
lotta alla corruzione, dei suoi limiti e delle conseguenze che questa ha avuto
sul sistema politico, cfr. della Porta/Vannucci, Un paese anormale.
Il termine è preso a prestito da
una breve poesia di Stefano Benni, che così commentava la nomina a ministro
dell’Interno di Antonio Gava, del quale era stata denunciata la contiguità al
crimine organizzato: “Gava contro la mafia / è in pratica / il primo esempio
politico / di cura omeopatica” (S. Benni, Ballate, Feltrinelli, Milano
1993, p. 81).
Questi provvedimenti, che
sanciscono una sorta di 'emergenza permanente' nella gestione delle gare,
sacrificano trasparenza e controllo all'esigenza di abbreviare i tempi di
spesa, assegnando ampi poteri discrezionali di ,decidere le modalità d'impiego
delle risorse. In altri termini, sono reintrodotte per legge le condizioni più
propizie allo sviluppo di transazioni corrotte in un settore, quello degli
appalti pubblici, che storicamente si è rivelato il più 'sensibile' allo
sviluppo degli scambi occulti (cfr. della Porta -Vannucci, Corruzione
politica e amministrazione pubblica, pp. 105-113). Con le nuove
leggi in materia, «in un mercato come quello italiano, ancora molto
protetto, chiuso alla concorrenza internazionale e povero di operatori, le
imprese in grado di.fungere da "generai contractor" sono due o tre.
Ed è prevedibile che questi grossi colossi privilegiati, in accordo con la
politica, azzerino la concorrenza, si spartiscano il mercato e producano
"a cascata" un sistema di appalti e subappalti precostituito,
lottizzato, costoso e inquinato» (cfr. Barbacetto/Gomez/Travaglio, Mani
pulite, p. 678).
Cfr. A. Vannucci, La corruzione
nel sistema politico italiano a dieci anni da “mani pulite”. Cit.
P. Davigo, Gli intatti
meccanismi della corruzione sistemica, tratto da: Il prezzo della
tangente. La corruzione come sistema a dieci anni da “Mani Pulite” a cura
di G. Forti. Cit.