‘Sopravvivere’ alla violenza domestica in Albania:
patriarcato e transizione nel Paese delle Aquile
Di Ada Trifirò, Ottobre 2006*
Su scala mondiale, una donna su tre è stata
picchiata, obbligata ad avere relazioni sessuali non desiderate o maltrattata,
spesso da parte di un membro della famiglia o da qualcuno che lei conosce.
All’inizio del XXI secolo la violenza uccide o colpisce tante donne di età
compresa fra i 14 e i 44 anni quanto il cancro. (…) La violenza di genere è
probabilmente la forma di violazione dei diritti umani più generalizzata e socialmente
tollerata. Il costo per le donne, i loro figli, le loro famiglie e le comunità
interessate è un ostacolo sostanziale alla riduzione della povertà, al
raggiungimento dell’uguaglianza fra uomini e donne e all’adempimento degli
altri Obiettivi del Millennio (UNFPA-2005).
“Se ad Elbasan ci fossero 10 case rifugio per
donne maltrattate, le riempiremmo tutte” (Luli, Direttrice del Centro Donna “Luna
Nuova”)
L’Albania si caratterizza nel
contesto europeo per essere uno dei paesi con il più alto indice di diffusione
del maltrattamento domestico: forse il paese più ampiamente e profondamente attraversato
dal fenomeno. Difficile
ovviamente stabilirne l’esatta incidenza, ma le Organizzazioni non governative (ONG) e gli organismi
internazionali impegnati sul terreno dei diritti umani concordano nel ritenere
che la violenza di genere rappresenta un serio ostacolo all’affermazione di una democrazia
sostanziale nel Paese delle Aquile.
Come altrove è un fenomeno lasciato
nell’ombra: rappresenta un tabù, non se ne parla e si ha difficoltà a portarlo
allo scoperto. Eppure negli ultimi anni il tema comincia ad essere affrontato
con serietà e coraggio, soprattutto da parte della società civile delle donne.
E l’esperienza di un piccolo Centro operante nella città di Elbasan dimostra
che per le vittime scegliere un percorso di autonomia è possibile anche in
Albania, sempre e quando il contesto socio-istituzionale metta a disposizione gli
strumenti e le risorse indispensabili.
Il Centro Donna “Luna Nuova” (in
albanese Hëna e Re) della ONG locale Tjeter Vizion è il luogo nel quale
ho lavorato per quasi due anni: da Settembre 2004 ad Aprile 2006.
Io sono solita dire che “mi ha accolto”, come solo i luoghi delle donne sanno
fare. Con le responsabili ed operatrici della casa abbiamo gestito un complesso
intervento di supporto a donne vittima della tratta a scopo di sfruttamento
sessuale. Il loro pezzo di
percorso che riguardava il sostegno a donne maltrattate non ricadeva, dunque,
direttamente nel mio ambito di lavoro. Tuttavia non poteva non esservi
intrecciato: non solo per via della coesistenza nello stesso luogo fisico dei due
filoni di intervento, ma per altre e ben più rilevanti ragioni.
Perché alla base e “dentro” il
trafficking spesso c’è la violenza. Perché molte delle donne trafficate
con le quali abbiamo lavorato erano state vittima di maltrattamento in famiglia:
da bambine o da adulte; prima, durante o dopo il processo di tratta. (Alcune
addirittura avevano subito uno stupro da una persona molto vicina già in tenera
età). E infine, perché la rigida cultura patriarcale che da secoli sorregge la
vita familiare e sociale nel paese, è senz’altro il terreno di coltura dal
quale sono scaturite – in un tortuoso passaggio di storia albanese – le
brutalità e i drammi che hanno accompagnato la tratta delle donne albanesi.
All’inizio di
quest’anno, mentre si avviava a conclusione il nostro progetto, abbiamo deciso
di procedere ad una ri-analisi dei casi seguiti sin dall’apertura del Centro, con
un’attenzione particolare alle vittime di maltrattamento e trafficking. Le
informazioni a disposizione sulle donne maltrattate accolte nell’arco di cinque
anni erano costituite in massima parte da diari, appunti e impressioni delle operatrici,
compilate minuziosamente, caso per caso e con cadenza persino quotidiana.
Materiale preziosissimo ma dal quale risultavano informazioni non omogenee. La
sua elaborazione, dunque, avrebbe richiesto risorse in quel momento non
disponibili per il gruppo, innanzitutto in termini di tempo: tempo per la
lettura comune di tutti gli schedari, per l’elaborazione di strumenti di lettura
e la realizzazione effettiva del lavoro.
In quel momento, dunque, ci siamo
dovute accontentare di ragionare sui soli dati immediatamente “sommabili”: età,
numero di figli, tipo di violenza ricevuta, durata del processo, sbocco dopo
l’uscita dalla casa, ecc.. L’estrapolazione dei dati, la loro annotazione in
una scheda di sintesi e la successiva elaborazione ha richiesto circa due mesi.
Gli indicatori e le considerazioni emerse – pur riguardando una singola realtà
del paese ed un numero limitato di casi – permettono di fare luce su alcuni
aspetti del fenomeno così come sul significato che può assumere lavorare sul
maltrattamento, oggi, in un paese come l’Albania. E da questi dati che prendo spunto
qui per le mie riflessioni.
Un fenomeno
sociale ‘invisibile’: possibili stime
Ma facciamo un passo indietro e
cerchiamo di definire meglio i contorni del fenomeno. E ce ne offrono preziosi
strumenti ricerche e indagini provenienti da autorevoli fonti: esperti e
operatori, organizzazioni locali e istituzioni internazionali. I dati numerici e le letture in
esse contenute appaiono a volte divergenti e in alcuni casi anche in apparente contraddizione;
tuttavia, i soggetti che si sono occupati di maltrattamento in Albania convergono
tutti nel sottolinearne la grave portata e il preoccupante andamento.
1) Una delle prime ricerche ad
ampio raggio venne condotta dalla ONG Refleksione nel 1996 in 11 distretti (su 36) del paese,
su un campione di 849 donne. Il 64% delle donne intervistate ammettevano di
essere state violate fisicamente o psicologicamente dal loro partner o da altri
membri della famiglia mentre il 35% era stato testimone di grave violenza
fisica e psicologica nella propria famiglia di origine.
Nello stesso anno, un’altra
ricerca condotta da una studiosa impegnata nel movimento delle donne rivelava che
circa il 40% delle intervistate avevano subito violenza fisica da parte del
partner; nelle città la percentuale risultava del 36% mentre nelle aree rurali era
più elevata (in media 46%), fino a raddoppiare in zone particolarmente marginali.
2) Nel 2000 il “Comitato Donna e
Famiglia” istituito presso la Presidenza
del Consiglio ha elaborato un documento di sintesi che si proponeva di registrare
lo stato della ricerca e degli interventi sul campo. La conclusione del gruppo
di esperti è che <<la situazione delle donne albanesi, e specialmente
l’incidenza della violenza domestica, è peggiorata negli ultimi 10
anni>>. Secondo quanto vi
si afferma, la violenza “fisica” colpirebbe in maniera particolare le donne
disoccupate e quelle residenti nelle aree rurali; per quanto riguarda le fasce
di età, più vulnerabili sarebbero le giovani fra i 20 e i 30 anni, le quali
presentano al contempo una maggiore disponibilità alla denuncia. La violenza
fisica inoltre colpirebbe maggiormente le donne poco istruite, mentre
probabilmente un più elevato grado di istruzione fornisce strumenti per incoraggiare
la comunicazione con i mariti (ma si precisa che questa conclusione è un’ipotesi
che rimane da verificare). La diffusione del maltrattamento, inoltre, non
dipenderebbe dalla religione e solo il 5% dei casi verrebbero portati in
tribunale.
3) Nel 2003,
un team internazionale condusse una ricerca su 1039 donne sposate di età
compresa fra 25 e 65 anni, residenti nella città di Tirana. Il 37% del campione
aveva avuto esperienze di violenza e il più alto rischio si riscontrava fra donne
con incarichi impiegatizi sposate con uomini senza occupazione oppure fra donne
con un grado di scolarizzazione più elevato rispetto al marito. Gli autori
affermavano che all’origine della violenza c’è il tentativo da parte degli
uomini albanesi di conservare le tradizionali gerarchie di genere, in una
delicata fase storica che ha eroso il ruolo degli uomini di guida e protezione
della famiglia. Essi inoltre osservavano che la consueta contrapposizione fra
città e campagna – e dunque la maggiore esposizione alla violenza delle donne
nelle aree rurali – perde oggi di significato, dopo 15 anni di migrazioni interne.
4) Nel 2004, nel rapporto annuale
sui diritti umani in Albania, Amnesty International include la violenza
domestica e il trafficking fra i fenomeni che richiedono un urgente intervento,
al pari della “corruzione dilagante” e della condizione dei detenuti nelle
carceri. <<Studi indipendenti hanno concluso che la violenza domestica è un
fenomeno comune – si afferma nel documento - La legge non protegge adeguatamente
le vittime, le quali ricevono i pochi servizi sociali di assistenza da
organizzazioni non governative. Il codice penale non comprende specificatamente
la violenza domestica. Ai sensi del codice di famiglia, il coniuge che sia
stato fatto oggetto di violenza domestica può chiedere alla corte che il
responsabile sia allontanato da casa, ma per mancanza di un regolamento d’attuazione,
in realtà tale misura potrebbe non essere mai applicata dal tribunale>>.
5) Nel 2005, il 5° Rapporto delle
Nazioni Unite sullo Sviluppo Umano (UNDP) in Albania si focalizza sulla povertà
e sulla situazione delle donne: ancora una volta la violenza di genere viene segnalata
con allarme; e si afferma che <<donne divorziate, donne capofamiglia,
donne maltrattate o abusate sessualmente e vittima della tratta sono
considerate le più vulnerabili e costituiscono circa il 5,2% della popolazione
femminile>>.
6) Infine, il 30 marzo scorso Amnesty
International, nell’ambito della campagna mondiale “Stop Violence against
Women”, pubblica un rapporto sulla violenza contro le donne nell’ambito
domestico. Secondo l’organismo internazionale, almeno un terzo delle donne
albanesi ha avuto esperienza di maltrattamento “fisica” all’interno della propria
famiglia mentre un numero molto più elevato subisce violenza psicologia ed
economica. Inoltre, tale fenomeno <<è ampiamente tollerato, giustificato
e scusato con riferimento alla tradizione o ad una specifica “mentalità”
albanese, anche ai più alti livelli del governo, della polizia e della magistratura>>.
Ri-conoscere la violenza e poterla
denunciarla
Una notte dalle 7 del pomeriggio
alle 4 del mattino seguente lui ha continuato a bere e a torturarmi. Ero
distesa sul divano quando ha preso un coltello da macellaio e me l’ha messo
davanti al collo e, solo perché avevo chiamato al telefono mia sorella mi ha
detto: <<Perché hai chiamato tua sorella, volevi chiedere di tuo cognato,
non di tua sorella>>. Quindi ha iniziato a picchiarmi in modo orribile.
Ero terrorizzata. Ero incinta di pochi mesi. Dopo ha bevuto un sorso di rakì
(grappa locale, n.d.a.) e si è seduto in silenzio per cinque minuti. Poi ha
preso di nuovo il coltello e con tutta la sua forza mi ha spinto la testa da
una parte e mi ha messo la mannaia sulla gola. Non so com’è possibile che il
colpo non mi abbia uccisa. Ha cominciato ad interrogarmi per scoprire chi mi
piaceva e se avevo un altro. Io non rispondevo alle sue domande perché ero
molto spaventata ma anche perché non volevo rischiare di dire la cosa
sbagliata: sapevo che poteva finire molto male. Dopo lui ha bevuto un altro
sorso e si è seduto per altri cinque minuti. Poi ha preso delle tenaglie ed ha
cominciato a strapparmi la camicetta nuova che indossavo, nel tentativo di
strapparmi i seni; poi mi ha afferrato i capelli e me li ha tagliati con un
coltello da cucina; poi ha cercato di strapparmi gli occhi fuori dalle orbite
con le dita; poi mi ha dato un pugno nella bocca, con tutta la forza che
poteva. Per tutto il tempo che mi ha torturato, si interrompeva, beveva rakì
e poi ricominciava. Verso le 4 e mezzo del mattino ho perso i sensi.
Con questa terribile testimonianza
inizia il rapporto di Amnesty International, che passa in rassegna il
lavoro sul campo, riporta le testimonianze di numerose vittime e si conclude,
come di consueto, con precise raccomandazioni al governo albanese.
<<Le donne albanesi sono
portate a credere che a loro non spettino gli stessi diritti degli uomini e che
la violenza domestica sia un elemento normale del matrimonio. Tutto questo le
spinge a non chiedere aiuto alla polizia e a non avere fiducia nel sistema
giudiziario>>, si legge nel Comunicato stampa divulgato da Amnesty
in occasione della presentazione del rapporto.
Se il fenomeno viene portato allo
scoperto con difficoltà non è soltanto perché si tratta di un tabù ma anche
perché in molti casi le donne non hanno elaborato una consapevolezza sulla
gravità dell’abuso subito. In uno studio qualitativo realizzato nel 1996 su 100
casi a Tirana, 20 donne hanno descritto l’abuso come parte normale della
propria esistenza: avevano visto le proprie madri subire le stesse aggressioni
e avevano sempre considerato senza via di uscita la propria situazione.
È chiaro che questo tipo di
percezione avrà come naturale conseguenza la “non-denuncia” e i risultati
dell’Indagine sulla salute riproduttiva condotta dal Ministero della Salute confermano
questa realtà. Emerge infatti che il 52,5% delle vittime non ne ha mai parlato
con nessuno e nelle aree rurali la percentuale è ancora più elevata. Chi ne
parla lo fa generalmente con un familiare (la madre soprattutto) mentre
soltanto il 10% si rivolge alla polizia, l’8,5% al proprio medico e il 2,8% ad
un avvocato.
Interessanti a questo proposito
risultano alcune costanti registrate nell’ambito della propria esperienza dalla
“Associazione delle donne Giuriste” di Tirana. Sebbene la violenza domestica
rappresenti il fattore principale che spinge le donne a chiedere il divorzio,
le avvocate dell’associazione affermano che le loro assistite generalmente
scelgono di non farne cenno durante il dibattimento. Le ragioni vanno dalla
vergogna alla difficoltà di fornire prove sufficienti qualora i potenziali
testimoni – che sono nella maggior parte dei casi altri familiari – non hanno
la percezione dell’abuso commesso oppure rifiutano di testimoniare per paura di
ritorsioni. Di fatto, su 511 procedimenti per divorzio curati nel 2000 presso
il Tribunale di primo grado di Tirana, solo nel 7,6% dei casi la violenza
domestica è stata citata; e analoghi sono i dati relativi agli anni successivi.
Se il contesto culturale
rappresenta un forte ostacolo alla emersione della richiesta di aiuto, l’impreparazione
dei territori a fornire risposte concrete rappresenta senz’altro un ostacolo
ulteriore alla formulazione della denuncia. A tal proposito, un grosso nodo è
rappresentato dall’assenza di una legge che riconosca la fattispecie di reato,
cui si accompagna una non adeguata preparazione dei pubblici ufficiali e
naturalmente la quasi totale assenza di servizi in sostegno delle vittime e dei
loro figli.
Nel gennaio del 2003, il “Committee
for the Elimination of Discrimination against Women” (CEDAW) delle Nazioni
Unite esortava il governo albanese a dare priorità all’individuazione di misure
volte ad attaccare la violenza contro le donne: sia nella famiglia che nella
società. Il CEDAW raccomandava anche che venisse al più presto adottata una
legge in grado di perseguire e punire i responsabili in maniera adeguata e
seria. Di sensibilizzare e formare adeguatamente pubblici ufficiali della
polizia, della magistratura, dei servizi di salute e dei servizi sociali sulle varie
forme di violenza che le donne possono subire. Di procedere ad una raccolta di
dati e informazioni in modo da avere una dimensione più chiara del fenomeno
nonché di realizzare iniziative di sensibilizzazione ad ampio raggio nelle
comunità. E ovviamente, di attivare case-rifugio in tutto il paese, in modo da
poter assicurare alle vittime protezione, assistenza legale e accompagnamento
verso l’autonomia.
Pronunzie come questa hanno senz’altro
dato forza alle battaglie che iniziavano ad articolarsi fra le nascenti
organizzazioni delle donne. Di passi avanti ovviamente se ne sono registrati,
sebbene ancora molto rimanga da fare.
Dal punto di vista delle norme, nelle
scorse legislature si è assistito alla presentazione delle prime proposte di legge.
Ma il passaggio più significativo è stato compiuto proprio all’inizio del 2006,
quando il movimento delle donne e dei difensori dei diritti umani ha fatto
giungere in Parlamento un disegno di legge di iniziativa popolare: 20mila firme
sono state raccolte in tutto il paese, per dare massima forza alle istanze
delle donne.
Sul versante dei
servizi alle vittime, si registra una situazione realmente drammatica. Ad oggi
esistono in tutto il territorio nazionale solo due case-rifugio e pochi
altri centri di ascolto e counselling. Tutte realtà che
vivono in una situazione di grave precarietà, dipendendo da finanziamenti
internazionali di durata limitata. Oltretutto va detto che solo una parte
esigua di tali finanziamenti vengono destinati al sostegno dei servizi sociali
e – dato ancora più grave - si registra una scarsa disponibilità da parte dei donatori
a sostenere il funzionamento di strutture di tipo residenziale.
La sproporzione fra potenziale
domanda e “risposte” disponibili è evidente e la dimensione dell’abbandono cui
sono consegnate le vittime del maltrattamento domestico appare totale e
irrimediabile in molte aree del paese.
Uno sguardo alla vita
delle donne
C’è chi sostiene che la
transizione in Albania abbia comportato un innalzamento del livello di violenza
all’interno della famiglia, ma su questo punto è difficile avere delle
conferme. E principalmente
in quanto durante il regime veniva negata l’esistenza di molte problematiche
sociali, di conseguenza mancano dati a partire dai quali si può procedere ad
una valutazione comparata.
Tuttavia è facilmente immaginabile
la differenza che corre fra una società sottoposta ad un regime dittatoriale,
forzatamente “disciplinata”, nella quale non si permetteva nemmeno l’emergere
di determinati comportamenti e dove l’esercizio della forza era di esclusiva
competenza statale e una società alla ricerca di una nuova identità nella quale
vige il rifiuto delle regole, l’individualismo e il bisogno sfrenato della
conquista di posizioni, risorse e vantaggi. Oltretutto, accade spesso che
grandi e rapidi cambiamenti come quelli che si sono registrati in Albania negli
ultimi anni funzionino da acceleratori di varie forme di violenza.
Ampiamente condivisa è invece l’affermazione
che si assiste oggi ad un progressiva perdita di posizioni delle donne nella vita
socio-economica e politica: sia rispetto al passato regime sia in rapporto all’attuale
posizione degli uomini.
<<Nonostante la crescita
economica – si legge nel Rapporto sullo sviluppo nazionale - ancora il 25-30%
della popolazione d’Albania vive al di sotto della soglia di povertà e uno
smisurato numero di poveri è costituito da donne. In aggiunta, un altro 30% è
molto prossimo alla linea di povertà e può essere considerato come
potenzialmente molto vulnerabile ad una caduta economica>>. E ancora:
<<… gli effetti delle riforme volte alla liberalizzazione, al
decentramento e alla privatizzazione non sono sempre stati quelli attesi. La
logica è piuttosto semplice: la crescita economica non sta raggiungendo una
percentuale significativa della popolazione e attualmente sta generando
profonde disuguaglianze. In più, la situazione delle donne e la loro posizione
sociale in Albania NON è cambiata in maniera marcata nell’ultimo decennio. C’è
un gap crescente tra ricchi e poveri, nonché un gap di opportunità e benefici
tra uomini e donne e tra settori urbani e rurali della società>>.
Durante il regime di Enver Hoxha,
in Albania, così del resto come in altri paesi del blocco comunista, una delle
componenti dell’ideologia dominante era la politica del lavoro per tutti: il
vantaggio per le donne fu di riuscire ad emergere dalla soffocante sfera
familiare. Per questa ragione le albanesi guardano a quell’epoca come ad una importante
fase di “emancipazione”, oggi in parte svanita. L’entità della perdita è
innegabile, dato che l’espulsione dal mercato del lavoro ha comportato per loro
una maggiore dipendenza dagli uomini ed una conseguente erosione della posizione
che avevano assunto nella comunità. Tuttavia le difficoltà che le donne
incontrano oggi a farsi spazio in questo società in costruzione dimostrano
anche quanto illusorie fossero certe conquiste. Il “femminismo di stato”, in
altre parole, non riuscì ad incidere nelle sfere più profonde della vita
culturale e sociale se al crollo del regime le donne vengono immediatamente
risucchiate nella dimensione domestica e riconsegnate all’autorità del pater
familias.
Secondo le Nazioni Unite, l’ineguaglianza
di genere è evidente soprattutto se si considerano i seguenti aspetti della
vita socio-economica e politica del paese: presenza nella leadership sociale e
nei processi di decision-making, partecipazione al mercato del lavoro e livello
dei salari, impatto del fenomeno del trafficking, copertura di servizi di base
(istruzione e salute innanzitutto) e naturalmente diffusione della violenza
domestica. Inoltre, le opportunità lavorative e di carriera sono ancora
limitate per le donne, le quali - secondo l’Istituto nazionale delle
statistiche - percepiscono remunerazioni che sono per il 27% più basse di
quelle degli uomini. Infine, fra uomini e donne c’è un’enorme differenza
riguardo all’accesso alla proprietà, all’iniziativa privata e al credito.
Ma non è solo Kanun
Capita spesso quando si affronta
il tema della condizione delle donne in Albania di udire la parola kanun.
Il termine in sé significa canone o codice, tuttavia il solo usarlo
rimanda ad un testo in particolare: il Codice di Leke Dukagjin (Kanuni I
Leka Dukagjinit), ossia il codice di diritto consuetudinario che per secoli
ha dettato le regole della convivenza in un’area remota del Nord del paese.
Le norme che lo costituivano sono
state tramandate oralmente di generazione in generazione, ma vennero messe per
iscritto nel 1929 da un frate francescano – padre Shtjefen Kostantin Gjeçov - e
pubblicate pochi anni dopo la sua morte dai suoi confratelli. Il fatto che sia stato scritto ci
permette adesso di conoscere contenuti che altrimenti sarebbero andati in parte
perduti, come è probabilmente accaduto per altri complessi normativi osservati –
in un passato più o meno remoto - in altre zone dell’Albania.
La posizione che il Kanun assegnava
alla donna era di assoluta subalternità rispetto agli uomini, nella famiglia come
nella società: <<dinanzi alla legge ogni individuo maschio che nasce è
ritenuto come buono e uno non si distingue (in senso di preferenza)
dall’altro>>, vi si legge. Fra le norme maggiormente discriminatorie,
quelle che riguardano il matrimonio e la relazione fra i coniugi. La “Legge
della Montagna”, infatti, attribuiva al marito il diritto di picchiare ed
umiliare pubblicamente la propria moglie: <<il marito che bastona la
moglie, non si rende responsabile dinanzi alla legge, né i parenti d’essa
potranno chiedere alcuna riparazione>>, a meno che picchiandola non
l’avesse ferita a sangue.
L’articolo forse più tristemente noto
è quello che regolava il passaggio della donna dall’autorità del padre a quella
del marito. Con il matrimonio il padre della sposa consegnava, con la stessa figlia,
anche il corredo pattuito, nel quale veniva nascosto un proiettile: era il
simbolo del potere assoluto che riceveva il marito, il quale avrebbe potuto
persino uccidere la moglie in caso di tradimento grave (ossia in caso di adulterio
o di mancato rispetto dell’ospite) senza per questo incorrere nella vendetta
del sangue.
Padre Gjeçov nel documento cita
anche proverbi e detti popolari che contribuiscono a rendere l’idea dell’assoluta
svalutazione che si faceva delle donne: <<la donna è un otre fatta solo
per sopportare>>, oppure <<il ragionar delle donne fra gli uomini è
nulla>> o <<alla donna non sta bene aprir bocca, se non quando
mangia>>.
Il regime comunista cercò di
sradicare l’antica osservanza di queste norme, non solo in difesa dei diritti
delle donne ma anche per porre i fondamenti minimi di uno stato di diritto: il
rispetto di un’unica legge su tutto il territorio nazionale. Per molti anni è
stata opinione comune che si fosse riusciti non solo a contrastarne l’applicazione
ma anche a scardinare il costrutto culturale che ne era alla base. Tuttavia, al
crollo del regime – cui seguì una fase di grossa instabilità politica e di
fragilità delle istituzioni - alcune delle sue regole tornano ad essere
osservate: l’esempio più tristemente noto è costituito dalla recrudescenza della
“vendetta del sangue”, le cui conseguenza colpiscono oggi la vita di centinaia
di famiglie albanesi.
Per quanto si assista ad un
ritorno in vigore di alcune (e solo di alcune!) norme del Kanun, rimane
il fatto che questo documento riguarda la storia – ed eventualmente in parte anche
l’attualità - solo di alcune aree del paese. E dunque non se
ne giustifica il frequente ricorso quando si parla di condizione delle donne in
Albania e, in particolare, di fenomeni come la violenza domestica o il
trafficking. Personalmente ritengo che sia più corretto analizzare il costrutto
patriarcale che sorregge la cultura albanese nel suo complesso – e di cui il Kanun
è solo un’espressione limite - rifuggendo così da soluzioni interpretative semplificatrici
e oltretutto de-responsabilizzanti per quanti da questa realtà consuetudinaria
non vengono direttamente toccati.
Il patriarcalismo e la
discriminazione di genere non riguardano soltanto alcune aree geografiche ma
sono presenti ovunque, sebbene con caratteristiche e incidenza diversa. La
cultura del possesso sul corpo delle donne costituisce il passato e purtroppo il
presente di tante zone dell’Albania. I matrimoni sono in molti casi ancora
combinati e comunque devono passare per l’approvazione della famiglia: non
perché lo dica il Kanun ma perché lo dicono i “padri”. Una donna che non
abbia una famiglia di riferimento è come se non esistesse socialmente: e lo
hanno sperimentato sulla propria pelle tante donne trafficate che hanno tentato
(o sono state costrette a tentare) un re-inserimento in patria, nonostante il
rifiuto della famiglia a riaccoglierle. Il ruolo della donna nella famiglia e
nella società continua ad essere subalterno al Nord, come al Centro e al Sud, nelle
città come nelle aree rurali, in patria come nelle comunità migranti nel mondo.
E indubbiamente svalutazione e discriminazione non possono che alimentare il
ciclo della violenza di cui le donne albanesi continuano ad essere vittima.
Donne in fuga dalla
violenza
La città di Elbasan è situata
nella fascia centrale del paese, proprio lungo la via di transito che porta
verso il confine con la
Repubblica
ex-jugoslava di Macedonia e la Grecia. Non
si può dire che presenti particolari situazioni di marginalità ma non rientra nemmeno
in quella parte di paese che ha iniziato la propria corsa sui binari della
“modernizzazione”, come si può affermare per la capitale o per città come Durazzo
o Valona, situate lungo direttrici di scambio con l’Occidente. Inoltre, alcune
delle città limitrofe che vanno a costituire l’omonima regione – soprattutto
Gramsh e Librazhd – vengono annoverate fra le zone più povere del paese.
Durante la dittatura di Hoxha, fu
costruito in essa il Kombinat Metalurgjk, un complesso siderurgico che
impiegava più di 20.000 persone - uomini e donne - provenienti dai vari
distretti dell’Albania centrale e meridionale. La fine del regime, con il
conseguente crollo del sistema economico statale, condusse alla quasi totale chiusura
del complesso e ad una conseguente esplosione della disoccupazione e di tutti i
problemi socioeconomici che ne derivarono. Secondo dati di UNDP, il 19,9% della
popolazione residente nelle aree urbane della Regione di Elbasan vive oggi con
meno di un dollaro al giorno.
Al di là della cifre
macroeconomiche, la difficile eredità di questo passato è oggi un immenso
bacino di stabilimenti: obsoleti e altamente inquinanti. Una cappa densa di
fumi tossici che si leva perennemente sulla città di Elbasan: è la prima immagine
che si presenta a chi, arrivando da Tirana, supera l’ultimo passo di montagna e
inizia a ridiscendere verso la valle del Drin I Bardhe (la Drina Bianca, cioè). Una evidente diffusione di malattie e
malformazioni di vario tipo, sulle quali non esiste documentazione alcuna. Ed
un senso diffuso di disorientamento che rende difficile trovare strumenti di
rinascita e ricostruzione socio-economica.
In questo contesto apre i battenti
nel Dicembre del 2000 il Centro Donna “Luna Nuova”. Da allora al dicembre 2005 sono
state accolti nella sua casa-rifugio 85 donne e 83 bambini: di essi, 33 donne con
i loro 63 bambini fuggivano da uomini maltrattanti.
Estrapolando i dati relativi a
questo gruppo – le donne maltrattate cioè – emerge che la maggior parte proveniva dalla
Regione di Elbasan e principalmente dalla stessa città capoluogo. È chiaro che la
presenza di un servizio con le caratteristiche del Centro Donna faciliti l’emersione
della richiesta di aiuto. Negli anni 2001 e 2002 le segnalazioni provengono
tutte da servizi presenti nella stessa città di Elbasan, mentre nei tre anni successivi
arrivano richieste di aiuto anche da altre regioni, anche perché il network di
collaborazione si va estendendo via via a livello nazionale. Quanto alla
proporzione città-villaggio, solo il 21% proviene dalle aree rurali. Segno
certamente del maggiore isolamento che scontano le donne rurali, le quali
riescono molto meno ad accedere a spazi di sostegno esterni alla famiglia. Ma anche
prova del fatto che il fenomeno è pesantemente diffuso anche nella città.
Il gruppo di età maggiormente
rappresentato è costituito da donne fra i 27 e i 29 anni (1/3 del totale); poche
invece le giovani (5 nella fascia 20-26). Si può presumere che donne sposate da
pochi anni e con bimbi ancora piccoli tentino meno di uscire dalla violenza.
Molte delle accolte, comunque, hanno figli già in età scolare ma anche bimbi
piccolissimi. Alcune addirittura hanno lasciato il marito durante la gravidanza
o subito dopo la nascita dell’ultimo figlio, evento che aveva provocato un
intensificarsi della violenza. È il caso di N., 34 anni, due figlie adolescenti
(12 e 15 anni) e un bimbo nato subito dopo la fuga. Il marito le usava violenza
da sempre e aveva continuato a maltrattarla anche durante la gravidanza. Quando
è arrivata al Centro mancavano poche settimane al parto e portava evidenti
segni di violenza. N. ha vissuto nella casa per circa otto mesi, fino a quando
non ha trovato un lavoro che le ha consentito di vivere da sola e mantenere i propri
figli.
N. è ha lasciato il Centro alla
fine di giugno del 2005. Le uscite delle donne dalla casa sono momenti vissuti
collettivamente e preparati con cura, sia dalle operatrici che dalle altre ospiti.
Segnano una tappa importante del percorso: è un distacco doloroso ma anche un
nuovo inizio. Alla festa per l’uscita di N. parteciparono la madre e la
sorella, che hanno sostenuto sempre N. da quando ha deciso di lasciare il
marito. <<Ormai ero rassegnata a vedere mia figlia nella situazione in
cui si trovava per il resto della sua vita – ha detto la madre in quella
occasione – Ammetto che non le avrei mai consigliato di lasciare suo marito.
Non credevo che esistessero in Albania posti come questo e che una donna che
vuole vivere in autonomia potesse trovare delle strade>>.
Per quanto riguarda il tipo di maltrattamento,
risulta elevatissima l’incidenza della violenza “fisica” (32 donne su 33: quasi
tutte, cioè), accompagnata da quella psicologica o da altre tipologie. Generalmente,
inoltre, si tratta di violenza agita ripetutamente.
|
Tipo di violenza
|
N° donne
|
|
Fisica/psicologica
|
24
|
|
Fisica/economica/sessuale
|
4
|
|
Fisica/psicologica/ sessuale
|
4
|
|
Psicologica
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Queste cifre sembrano dimostrare
che la violenza fisica sia molto diffusa ma la presenza di tante donne abusate
fisicamente all’interno di un servizio potrebbe significare anche che solo il
maltrattamento estremo e ripetuto spinge una donna alla fuga. Probabilmente,
invece, il solo maltrattamento psicologico o economico o sessuale non determina
una decisione di rottura.
Il maltrattante è sempre il marito
e solo in un caso – quello di una vedova – la violenza proviene dal cognato e
dai suoceri.
Il titolo di studio delle donne
non può dirsi basso: nessuna di loro è analfabeta (realtà che risulta invece frequente
fra le donne che sono state trafficate o a forte rischio di tratta), il 30% ha
terminato le superiori e oltre il 50% le scuole dell’obbligo. È un’altra
conferma della trasversalità della violenza, presente nei vari strati socio-economici
che conformano la società albanese. L’elevata frequenza nel gruppo di donne con
un buon grado di istruzione sembrerebbe inoltre suggerire che il livello di scolarizzazione
fornisce strumenti alle donne per riconoscere la violenza nonché “potere” per assumere
la decisione di uscirne.
Una conclusione interessante
emerge mettendo a confronto il titolo di studio delle donne con quello dei soggetti
maltrattanti. Risulta infatti frequente che le prime abbiamo un livello di
scolarizzazione più elevato rispetto ai secondo. Il dato si riscontra in 13 casi
(oltre 1/3 del totale) mentre solo in due casi si presenta la situazione
contraria.
La condizione lavorativa è drammatica
e certamente non può non pesare sulla situazione di dipendenza economica dal
marito. Il 36% non ha mai lavorato: e si tratta prevalentemente di donne
giovani. Un altro 15% aveva lavorato al tempo del regime nelle cooperative o
imprese agricole statali. Le donne che lavoravano al momento dell’arrivo nella
casa-rifugio generalmente svolgevano lavori umili e precari e comunque non corrispondenti
al loro titolo di studio.
La decisione di interrompere il
processo e di tornare alla situazione di partenza si è presentata in 11 casi su
33: 1/3 del totale, dunque. Generalmente l’intenzione di fare ritorno con il marito
si fa strada dopo una o poche settimane ma a volte emerge anche dopo periodi
più lunghi (1, 2, 5 mesi) e può essere collegata a varie ragioni. Alcune donne
non riescono a sopportare l’idea di essere responsabili della spaccatura della
famiglia o la sfida che comporta cercare un collocamento nel contesto
socio-economico da “separata”. Altre si arrendono di fronte alle difficoltà
economiche. Altre ancora finiscono per convincersi di poter spostare a proprio
vantaggio gli equilibri all’interno della coppia. È possibile – e le operatrici
del Centro in alcuni casi ne sono state convinte – che durante la permanenza
nel Centro, le donne abbiamo comunque acquisito strumenti che le mettono in
grado di introdurre elementi di cambiamento nella propria situazione. Ma
ovviamente si tratta di una ipotesi tutta da verificare.
Un altro gruppo è rappresentato
dalle donne che vengono riaccolte nella famiglia di origine. Anche in questi
casi generalmente la decisione viene presa poco tempo dopo l’arrivo al Centro. Il
ruolo che la famiglia di origine svolge varia a seconda delle situazioni. Talvolta
essa prova a spingere la donna a tornare con il marito oppure rifiuta qualunque
tipo di sostegno. Quando invece le propone un ritorno a casa, spesso sta
cercando di rimediare al passo che la figlia ha compiuto, che si colloca totalmente
“al fuori delle norme sociali”.
Si inquadra in questa situazione la
vicenda di L., 21 anni, madre di una bambina di 18 mesi. Al Centro ha chiesto
accoglienza per due volte ed entrambe le volte è andata via dopo pochi giorni. La
prima volta è tornata con il marito, la seconda ha scelto di andare a vivere
nella casa dei genitori e successivamente, forse su pressione di entrambe le
famiglie, è tornata di nuovo con il marito.
Sono 14 invece le donne che sono
riuscite a uscire dalla violenza e, dopo la permanenza nella casa, sono andate
a vivere da sole con i propri figli. I tempi di costruzione dell’autonomia sono
variati da 3 a 12 mesi; tuttavia soltanto due
donne ce l’hanno fatta in soli 3 mesi e grazie al sostegno della famiglia di origine.
Il tempo medio di accoglienza è stato di 5-6 mesi (6 donne in tutto), mentre per
7 di loro è stato necessario un periodo compreso fra 7 e 12 mesi: 5 donne però avevano
3 o 4 figli a carico.
Tutte hanno dovuto affrontare
barriere di non indifferente portata e per il Centro non è stato sempre facile
avere a disposizione o individuare sul territorio le risorse necessarie a
sostenere il loro processo.
Decidere di
lavorare sul maltrattamento domestico
La scelta di occuparsi di
maltrattamento in Albania – e ancor più ad Elbasan - ha certamente imposto di
mettere in campo una notevole dose di energie e di impegno. Si è trattato
senz’altro di una decisione “sfidante” rispetto alle norme sociali vigenti, che
non prevedono e non ammettono che le donne agiscano come soggetti capaci di
uscire da situazioni di sopruso, di “scegliere per sé”, di vivere e mantenere
da sole i propri figli.
Inizialmente pesava sul Centro un
inevitabile stigma: <<per tutti era il luogo che accoglieva le
“prostitute”>>, ricordano spesso le operatrici. D’altra parte, le donne
che sfidano la cultura dei padri (non solo quante decidono di abbandonare un
uomo violento ma anche coloro che le sostengono in questo percorso) in che
altro modo possono essere nominate?
Secondo le responsabili, ad agire positivamente
sull’opinione corrente ha contribuito anche l’osservazione delle esperienze
concrete delle donne. Coloro che iniziavano una vita indipendente insieme ai figli
rappresentavano un esempio tangibile dell’utilità di un Centro antiviolenza e
dei processi che vi si sostenevano. La loro non era una scelta che metteva in
discussione il ruolo della famiglia – intoccabile in Albania - ma una richiesta legittima di
rispetto dei propri diritti nonché di uno spazio affettivo funzionale alla
crescita dei figli.
Le prime resistenze da vincere
sono state indubbiamente “interne”: alcune delle operatrici si sono dovute – e
in alcuni casi si devono ancora – confrontare con una non condivisione da parte
dei familiari della loro scelta professionale e politica; altre hanno dovuto imparare
a riconoscere, e dunque affrontare, le proprie resistenze a portare sul terreno
del confronto pubblico un tema da sempre taciuto. Parlare gradualmente di maltrattamento
sta tuttavia cominciando a divenire meno faticoso: nelle stanze del Centro come
nel dialogo con le istituzioni o nella comunità.
Sul versante del sostegno delle
vittime, come si è accennato sopra, gli ostacoli sono enormi e provengono principalmente
dall’assenza di un sistema dei servizi sociali e di meccanismi di tutela
specifici riconosciuti dalla legge.
In Albania non esiste ancora un
sistema statale dei servizi. Durante il regime esistevano solo centri
residenziali per orfani, disabili e anziani e qualunque altra problematica che
la famiglia si trovasse ad affrontare rimaneva forzatamente di esclusiva competenza
privata. Dopo il ’91, la costruzione di un sistema che rispondesse ai bisogni
della collettività è proceduta con grave lentezza, così che solo pochi mesi fa è
stata approvata una legge quadro nazionale che stabilisce in maniera ancora generale
le competenze in materia di ministeri, regioni e comuni e il tipo di relazione
che questi potranno stabilire con i soggetti del privato sociale. E dovranno
passare senz’altro ancora molti anni prima di poter vedere una struttura di
servizi sociali realmente operante.
In termini concreti cosa vuol dire
questo? Vuol dire che varie tipologie di servizi (servizi all’infanzia: asili e
scuole materne; comunità alloggio; strutture volte al trattamento di soggetti
che hanno subito traumi di vario tipo o di tossicodipendenti, ecc.) sono
presenti solo nella misura in cui vengono prestati da organizzazioni del non profit,
e dunque si possono interrompere quando il progetto arriva a conclusione. Nel
paese stanno facendo la loro comparsa servizi privati di tipo “profit”, ma che ovviamente
sono accessibili solo a una ristretta minoranza della popolazione.
Sul versante della salute, la
corruzione dilagante nel comparto pubblico fa sì che la popolazione sia
costretta a pagare il personale medico e paramedico per ricevere interventi che
dovrebbero essere gratuiti, il che aggrava la condizione dei soggetti con
scarso reddito.
Per quanto concerne il diritto alla
casa, è stata recentemente approvata una legge che dispone la costruzione di abitazioni
pubbliche da attribuire a categorie svantaggiate. La legge però non ha ancora ricevuto
un’applicazione concreta. E per concludere va menzionato anche l’ambito del sostegno
all’inserimento lavorativo, nel quale lo stato è pressoché assente.
Le carenze enumerate si devono in
parte alle inevitabili lentezze di un processo di transizione come quello che
sta affrontando l’Albania. Ma non solo. Esistono anche delle responsabilità
politiche precise se gli investimenti pubblici continuano a convergere
principalmente su alcuni settori e ad escluderne altri, quasi sempre su
indicazione e/o con la piena approvazione degli organismi internazionali.
Tutti questi nodi hanno richiesto al
“Centro donna” di
estendere l’intervento ad ambiti che non sono di sua competenza, rendendo
ancora più oneroso il proprio impegno. La limitata offerta di programmi di formazione
professionale per adulti – o la scarsa rispondenza di quella esistente al
profilo delle donne interessate - ha imposto di avviare corsi di formazione all’interno
del Centro. La quasi totale paralisi che si registra nel funzionamento degli
uffici del lavoro (non ancora riorganizzati per rispondere ai mutamenti strutturali
del mercato del lavoro) ha costretto le operatrici a prendere diretti contatti
con i potenziali datori di lavoro e a trovare di volta in volta soluzioni occupazionali
per ciascuna donna.
Tuttavia, non si può affermare che
Centro sia sempre stato in grado di superare le difficoltà incontrate: non
sarebbe stato pensabile né possibile. Anzi, i limiti esistenti hanno a volte
decretato fallimenti dolorosi.
Come nel caso di D., 34 anni, una
ragazza nata e cresciuta in una città dell’Albania centrale, madre di due figli
adolescenti. Nel 2003 D. era giunta al Centro scappando dalle torture (perché
di vere torture si trattava) del marito. Noto trafficante di ogni cosa (armi,
donne, droga) aveva più di 30 anni quando D. – non ancora maggiorenne - lo
aveva sposato. Scappando, D. non era riuscita a portare con sé i figli e per
questa ragione aveva deciso di tornare a casa. Ma pochi mesi dopo scappa
nuovamente: gli stessi figli la pregano di andarsene, per sottrarsi alle
violenze. Quando, dopo l’arrivo al Centro, D. ha chiesto il divorzio, il marito
in un primo momento ha minacciato i giudici in modo da influenzare il loro
operato e successivamente è riuscito a farsi riconoscere la tutela esclusiva
dei figli. Durante la permanenza nel Centro, lui non ha mai saputo dove D. si
trovasse ma ha continuato a proferire in pubblico minacce di morte nei suoi
confronti e nei confronti delle operatrici.
D. è rimasta al Centro per più di
un anno, ma dato che non poteva uscire per motivi di sicurezza, non ha potuto avviare
un percorso di autonomizzazione. Per questa ragione alla fine ha deciso di fare
ritorno nella sua città, dove vive – come una reclusa - nella casa della madre.
Adesso spera di poter ottenere un visto di lavoro per l’Italia, dove vive la
sorella e dove, forse, può iniziare una nuova vita.
La necessità di
un intervento immediato
Il fatto che ci siano delle radici
storico-culturali profonde a questo drammatico stato di cose non vuol dire che
la violenza sia oggi per le donne albanesi un destino dal quale non è possibile
sottrarsi. In Albania come altrove, un intervento è possibile e necessario e chi
viene chiamato in causa è principalmente lo stato, che ha l’obbligo di definire
strumenti di contrasto in grado di consentire a tante donne e ai loro figli di
vivere “liberi dalla violenza”. Ed è un’opera che va intrapresa subito, pena la
persistente disparità di posizioni fra uomini e donne ma anche la perdita di
risorse preziose di cui il paese oggi ha un estremo bisogno.
Continuare a considerare la
violenza contro le donne come un “affare privato” non è più accettabile. Perché
significa non riconoscere carattere di reato ad una forma persistente e
generalizzata di violazione dei diritti umani ma anche perché i costi sociali
ed economici che ne derivano sono troppo elevati per qualunque collettività.
Nel frattempo, occorre dare valore
e stabilità a quelle poche iniziative avviate nel paese a sostegno alle vittime,
iniziative delle quali nessuno oggi – né nell’ambito istituzionale né fra gli
attori internazionali - può negare l’importanza. D’altra parte, i dati e le
riflessioni oggi a disposizione – alcuni citati in questo stesso documento –
non sarebbero stati a nostra disposizione senza la loro esistenza e il loro
paziente impegno.
Spetta a loro il ruolo di advocacy
e di pressione presso le istituzioni ma anche il compito di promuovere nella collettività
una maggior consapevolezza sul fenomeno, presupposto indispensabile per una
reale “presa in carico” collettiva. E per poter lavorare su questo fronte è
indispensabile proseguire con lo sforzo di ricerca e di sistematizzazione dei
dati, in modo da avere a disposizione strumenti d’informazione attuali e sempre
più approfonditi. Solo così è possibile rompere quel “silenzio assordante”
che circonda tante famiglie nelle quali la violenza continua a consumarsi ogni
giorno in Albania.
* La foto è di Enrico Di Giacomo ed è stata scattata nel
Centro di Elbasan circa un anno fa, durante una festa per la consegna degli attestati
di frequenza al corsi di formazione professionale. Vedi la mostra fotografica
dal titolo “Frammenti d’Albania: http://terrelibere.org/album/