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‘Sopravvivere’ alla violenza domestica in Albania - terrelibere.org :: altre forme di comunicazione
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Violenza domestica in albania

‘Sopravvivere’ alla violenza domestica in Albania:

patriarcato e transizione nel Paese delle Aquile

 

 

Di Ada Trifirò, Ottobre 2006*

 

 

Su scala mondiale, una donna su tre è stata picchiata, obbligata ad avere relazioni sessuali non desiderate o maltrattata, spesso da parte di un membro della famiglia o da qualcuno che lei conosce. All’inizio del XXI secolo la violenza uccide o colpisce tante donne di età compresa fra i 14 e i 44 anni quanto il cancro. (…) La violenza di genere è probabilmente la forma di violazione dei diritti umani più generalizzata e socialmente tollerata. Il costo per le donne, i loro figli, le loro famiglie e le comunità interessate è un ostacolo sostanziale alla riduzione della povertà, al raggiungimento dell’uguaglianza fra uomini e donne e all’adempimento degli altri Obiettivi del Millennio (UNFPA-2005).[1]

 

“Se ad Elbasan ci fossero 10 case rifugio per donne maltrattate, le riempiremmo tutte” (Luli, Direttrice del Centro Donna “Luna Nuova”)

 

L’Albania si caratterizza nel contesto europeo per essere uno dei paesi con il più alto indice di diffusione del maltrattamento domestico: forse il paese più ampiamente e profondamente attraversato dal fenomeno. Difficile ovviamente stabilirne l’esatta incidenza, ma le Organizzazioni non governative (ONG) e gli organismi internazionali impegnati sul terreno dei diritti umani concordano nel ritenere che la violenza di genere rappresenta un serio ostacolo all’affermazione di una democrazia sostanziale nel Paese delle Aquile.

 

Come altrove è un fenomeno lasciato nell’ombra: rappresenta un tabù, non se ne parla e si ha difficoltà a portarlo allo scoperto. Eppure negli ultimi anni il tema comincia ad essere affrontato con serietà e coraggio, soprattutto da parte della società civile delle donne. E l’esperienza di un piccolo Centro operante nella città di Elbasan dimostra che per le vittime scegliere un percorso di autonomia è possibile anche in Albania, sempre e quando il contesto socio-istituzionale metta a disposizione gli strumenti e le risorse indispensabili.

 

Il Centro Donna “Luna Nuova” (in albanese Hëna e Re) della ONG locale Tjeter Vizion è il luogo nel quale ho lavorato per quasi due anni: da Settembre 2004 ad Aprile 2006.[2] Io sono solita dire che “mi ha accolto”, come solo i luoghi delle donne sanno fare. Con le responsabili ed operatrici della casa abbiamo gestito un complesso intervento di supporto a donne vittima della tratta a scopo di sfruttamento sessuale.[3] Il loro pezzo di percorso che riguardava il sostegno a donne maltrattate non ricadeva, dunque, direttamente nel mio ambito di lavoro. Tuttavia non poteva non esservi intrecciato: non solo per via della coesistenza nello stesso luogo fisico dei due filoni di intervento, ma per altre e ben più rilevanti ragioni.

 

Perché alla base e “dentro” il trafficking spesso c’è la violenza. Perché molte delle donne trafficate con le quali abbiamo lavorato erano state vittima di maltrattamento in famiglia: da bambine o da adulte; prima, durante o dopo il processo di tratta. (Alcune addirittura avevano subito uno stupro da una persona molto vicina già in tenera età). E infine, perché la rigida cultura patriarcale che da secoli sorregge la vita familiare e sociale nel paese, è senz’altro il terreno di coltura dal quale sono scaturite – in un tortuoso passaggio di storia albanese – le brutalità e i drammi che hanno accompagnato la tratta delle donne albanesi.

 

All’inizio di quest’anno, mentre si avviava a conclusione il nostro progetto, abbiamo deciso di procedere ad una ri-analisi dei casi seguiti sin dall’apertura del Centro, con un’attenzione particolare alle vittime di maltrattamento e trafficking. Le informazioni a disposizione sulle donne maltrattate accolte nell’arco di cinque anni erano costituite in massima parte da diari, appunti e impressioni delle operatrici, compilate minuziosamente, caso per caso e con cadenza persino quotidiana. Materiale preziosissimo ma dal quale risultavano informazioni non omogenee. La sua elaborazione, dunque, avrebbe richiesto risorse in quel momento non disponibili per il gruppo, innanzitutto in termini di tempo: tempo per la lettura comune di tutti gli schedari, per l’elaborazione di strumenti di lettura e la realizzazione effettiva del lavoro.

In quel momento, dunque, ci siamo dovute accontentare di ragionare sui soli dati immediatamente “sommabili”: età, numero di figli, tipo di violenza ricevuta, durata del processo, sbocco dopo l’uscita dalla casa, ecc.. L’estrapolazione dei dati, la loro annotazione in una scheda di sintesi e la successiva elaborazione ha richiesto circa due mesi. Gli indicatori e le considerazioni emerse – pur riguardando una singola realtà del paese ed un numero limitato di casi – permettono di fare luce su alcuni aspetti del fenomeno così come sul significato che può assumere lavorare sul maltrattamento, oggi, in un paese come l’Albania. E da questi dati che prendo spunto qui per le mie riflessioni.[4]

 

 

Un fenomeno sociale ‘invisibile’: possibili stime

Ma facciamo un passo indietro e cerchiamo di definire meglio i contorni del fenomeno. E ce ne offrono preziosi strumenti ricerche e indagini provenienti da autorevoli fonti: esperti e operatori, organizzazioni locali e istituzioni internazionali. I dati numerici e le letture in esse contenute appaiono a volte divergenti e in alcuni casi anche in apparente contraddizione; tuttavia, i soggetti che si sono occupati di maltrattamento in Albania convergono tutti nel sottolinearne la grave portata e il preoccupante andamento.

 

1) Una delle prime ricerche ad ampio raggio venne condotta dalla ONG Refleksione nel 1996 in 11 distretti (su 36) del paese, su un campione di 849 donne. Il 64% delle donne intervistate ammettevano di essere state violate fisicamente o psicologicamente dal loro partner o da altri membri della famiglia mentre il 35% era stato testimone di grave violenza fisica e psicologica nella propria famiglia di origine.[5]

Nello stesso anno, un’altra ricerca condotta da una studiosa impegnata nel movimento delle donne rivelava che circa il 40% delle intervistate avevano subito violenza fisica da parte del partner; nelle città la percentuale risultava del 36% mentre nelle aree rurali era più elevata (in media 46%), fino a raddoppiare in zone particolarmente marginali.[6]

 

2) Nel 2000 il “Comitato Donna e Famiglia” istituito presso la Presidenza del Consiglio ha elaborato un documento di sintesi che si proponeva di registrare lo stato della ricerca e degli interventi sul campo. La conclusione del gruppo di esperti è che <<la situazione delle donne albanesi, e specialmente l’incidenza della violenza domestica, è peggiorata negli ultimi 10 anni>>.[7] Secondo quanto vi si afferma, la violenza “fisica” colpirebbe in maniera particolare le donne disoccupate e quelle residenti nelle aree rurali; per quanto riguarda le fasce di età, più vulnerabili sarebbero le giovani fra i 20 e i 30 anni, le quali presentano al contempo una maggiore disponibilità alla denuncia. La violenza fisica inoltre colpirebbe maggiormente le donne poco istruite, mentre probabilmente un più elevato grado di istruzione fornisce strumenti per incoraggiare la comunicazione con i mariti (ma si precisa che questa conclusione è un’ipotesi che rimane da verificare). La diffusione del maltrattamento, inoltre, non dipenderebbe dalla religione e solo il 5% dei casi verrebbero portati in tribunale.

 

3) Nel 2003, un team internazionale condusse una ricerca su 1039 donne sposate di età compresa fra 25 e 65 anni, residenti nella città di Tirana. Il 37% del campione aveva avuto esperienze di violenza e il più alto rischio si riscontrava fra donne con incarichi impiegatizi sposate con uomini senza occupazione oppure fra donne con un grado di scolarizzazione più elevato rispetto al marito. Gli autori affermavano che all’origine della violenza c’è il tentativo da parte degli uomini albanesi di conservare le tradizionali gerarchie di genere, in una delicata fase storica che ha eroso il ruolo degli uomini di guida e protezione della famiglia. Essi inoltre osservavano che la consueta contrapposizione fra città e campagna – e dunque la maggiore esposizione alla violenza delle donne nelle aree rurali – perde oggi di significato, dopo 15 anni di migrazioni interne.[8]

 

4) Nel 2004, nel rapporto annuale sui diritti umani in Albania, Amnesty International include la violenza domestica e il trafficking fra i fenomeni che richiedono un urgente intervento, al pari della “corruzione dilagante” e della condizione dei detenuti nelle carceri. <<Studi indipendenti hanno concluso che la violenza domestica è un fenomeno comune – si afferma nel documento - La legge non protegge adeguatamente le vittime, le quali ricevono i pochi servizi sociali di assistenza da organizzazioni non governative. Il codice penale non comprende specificatamente la violenza domestica. Ai sensi del codice di famiglia, il coniuge che sia stato fatto oggetto di violenza domestica può chiedere alla corte che il responsabile sia allontanato da casa, ma per mancanza di un regolamento d’attuazione, in realtà tale misura potrebbe non essere mai applicata dal tribunale>>.[9]

 

5) Nel 2005, il 5° Rapporto delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Umano (UNDP) in Albania si focalizza sulla povertà e sulla situazione delle donne: ancora una volta la violenza di genere viene segnalata con allarme; e si afferma che <<donne divorziate, donne capofamiglia, donne maltrattate o abusate sessualmente e vittima della tratta sono considerate le più vulnerabili e costituiscono circa il 5,2% della popolazione femminile>>.[10]

 

6) Infine, il 30 marzo scorso Amnesty International, nell’ambito della campagna mondiale “Stop Violence against Women”, pubblica un rapporto sulla violenza contro le donne nell’ambito domestico. Secondo l’organismo internazionale, almeno un terzo delle donne albanesi ha avuto esperienza di maltrattamento “fisica” all’interno della propria famiglia mentre un numero molto più elevato subisce violenza psicologia ed economica. Inoltre, tale fenomeno <<è ampiamente tollerato, giustificato e scusato con riferimento alla tradizione o ad una specifica “mentalità” albanese, anche ai più alti livelli del governo, della polizia e della magistratura>>.[11] 

 

 

Ri-conoscere la violenza e poterla denunciarla

 

Una notte dalle 7 del pomeriggio alle 4 del mattino seguente lui ha continuato a bere e a torturarmi. Ero distesa sul divano quando ha preso un coltello da macellaio e me l’ha messo davanti al collo e, solo perché avevo chiamato al telefono mia sorella mi ha detto: <<Perché hai chiamato tua sorella, volevi chiedere di tuo cognato, non di tua sorella>>. Quindi ha iniziato a picchiarmi in modo orribile. Ero terrorizzata. Ero incinta di pochi mesi. Dopo ha bevuto un sorso di rakì (grappa locale, n.d.a.) e si è seduto in silenzio per cinque minuti. Poi ha preso di nuovo il coltello e con tutta la sua forza mi ha spinto la testa da una parte e mi ha messo la mannaia sulla gola. Non so com’è possibile che il colpo non mi abbia uccisa. Ha cominciato ad interrogarmi per scoprire chi mi piaceva e se avevo un altro. Io non rispondevo alle sue domande perché ero molto spaventata ma anche perché non volevo rischiare di dire la cosa sbagliata: sapevo che poteva finire molto male. Dopo lui ha bevuto un altro sorso e si è seduto per altri cinque minuti. Poi ha preso delle tenaglie ed ha cominciato a strapparmi la camicetta nuova che indossavo, nel tentativo di strapparmi i seni; poi mi ha afferrato i capelli e me li ha tagliati con un coltello da cucina; poi ha cercato di strapparmi gli occhi fuori dalle orbite con le dita; poi mi ha dato un pugno nella bocca, con tutta la forza che poteva. Per tutto il tempo che mi ha torturato, si interrompeva, beveva rakì e poi ricominciava. Verso le 4 e mezzo del mattino ho perso i sensi.

 

Con questa terribile testimonianza inizia il rapporto di Amnesty International, che passa in rassegna il lavoro sul campo, riporta le testimonianze di numerose vittime e si conclude, come di consueto, con precise raccomandazioni al governo albanese.

 

<<Le donne albanesi sono portate a credere che a loro non spettino gli stessi diritti degli uomini e che la violenza domestica sia un elemento normale del matrimonio. Tutto questo le spinge a non chiedere aiuto alla polizia e a non avere fiducia nel sistema giudiziario>>, si legge nel Comunicato stampa divulgato da Amnesty in occasione della presentazione del rapporto.[12]

 

Se il fenomeno viene portato allo scoperto con difficoltà non è soltanto perché si tratta di un tabù ma anche perché in molti casi le donne non hanno elaborato una consapevolezza sulla gravità dell’abuso subito. In uno studio qualitativo realizzato nel 1996 su 100 casi a Tirana, 20 donne hanno descritto l’abuso come parte normale della propria esistenza: avevano visto le proprie madri subire le stesse aggressioni e avevano sempre considerato senza via di uscita la propria situazione.[13] 

 

È chiaro che questo tipo di percezione avrà come naturale conseguenza la “non-denuncia” e i risultati dell’Indagine sulla salute riproduttiva condotta dal Ministero della Salute confermano questa realtà. Emerge infatti che il 52,5% delle vittime non ne ha mai parlato con nessuno e nelle aree rurali la percentuale è ancora più elevata. Chi ne parla lo fa generalmente con un familiare (la madre soprattutto) mentre soltanto il 10% si rivolge alla polizia, l’8,5% al proprio medico e il 2,8% ad un avvocato.[14]

 

Interessanti a questo proposito risultano alcune costanti registrate nell’ambito della propria esperienza dalla “Associazione delle donne Giuriste” di Tirana. Sebbene la violenza domestica rappresenti il fattore principale che spinge le donne a chiedere il divorzio, le avvocate dell’associazione affermano che le loro assistite generalmente scelgono di non farne cenno durante il dibattimento. Le ragioni vanno dalla vergogna alla difficoltà di fornire prove sufficienti qualora i potenziali testimoni – che sono nella maggior parte dei casi altri familiari – non hanno la percezione dell’abuso commesso oppure rifiutano di testimoniare per paura di ritorsioni. Di fatto, su 511 procedimenti per divorzio curati nel 2000 presso il Tribunale di primo grado di Tirana, solo nel 7,6% dei casi la violenza domestica è stata citata; e analoghi sono i dati relativi agli anni successivi.[15] 

 

Se il contesto culturale rappresenta un forte ostacolo alla emersione della richiesta di aiuto, l’impreparazione dei territori a fornire risposte concrete rappresenta senz’altro un ostacolo ulteriore alla formulazione della denuncia. A tal proposito, un grosso nodo è rappresentato dall’assenza di una legge che riconosca la fattispecie di reato, cui si accompagna una non adeguata preparazione dei pubblici ufficiali e naturalmente la quasi totale assenza di servizi in sostegno delle vittime e dei loro figli.

 

Nel gennaio del 2003, il “Committee for the Elimination of Discrimination against Women” (CEDAW) delle Nazioni Unite esortava il governo albanese a dare priorità all’individuazione di misure volte ad attaccare la violenza contro le donne: sia nella famiglia che nella società. Il CEDAW raccomandava anche che venisse al più presto adottata una legge in grado di perseguire e punire i responsabili in maniera adeguata e seria. Di sensibilizzare e formare adeguatamente pubblici ufficiali della polizia, della magistratura, dei servizi di salute e dei servizi sociali sulle varie forme di violenza che le donne possono subire. Di procedere ad una raccolta di dati e informazioni in modo da avere una dimensione più chiara del fenomeno nonché di realizzare iniziative di sensibilizzazione ad ampio raggio nelle comunità. E ovviamente, di attivare case-rifugio in tutto il paese, in modo da poter assicurare alle vittime protezione, assistenza legale e accompagnamento verso l’autonomia.  

 

Pronunzie come questa hanno senz’altro dato forza alle battaglie che iniziavano ad articolarsi fra le nascenti organizzazioni delle donne. Di passi avanti ovviamente se ne sono registrati, sebbene ancora molto rimanga da fare.

 

Dal punto di vista delle norme, nelle scorse legislature si è assistito alla presentazione delle prime proposte di legge. Ma il passaggio più significativo è stato compiuto proprio all’inizio del 2006, quando il movimento delle donne e dei difensori dei diritti umani ha fatto giungere in Parlamento un disegno di legge di iniziativa popolare: 20mila firme sono state raccolte in tutto il paese, per dare massima forza alle istanze delle donne.[16]

 

Sul versante dei servizi alle vittime, si registra una situazione realmente drammatica. Ad oggi esistono in tutto il territorio nazionale solo due case-rifugio e pochi altri centri di ascolto e counselling.[17] Tutte realtà che vivono in una situazione di grave precarietà, dipendendo da finanziamenti internazionali di durata limitata. Oltretutto va detto che solo una parte esigua di tali finanziamenti vengono destinati al sostegno dei servizi sociali e – dato ancora più grave - si registra una scarsa disponibilità da parte dei donatori a sostenere il funzionamento di strutture di tipo residenziale.

La sproporzione fra potenziale domanda e “risposte” disponibili è evidente e la dimensione dell’abbandono cui sono consegnate le vittime del maltrattamento domestico appare totale e irrimediabile in molte aree del paese.  

 

 

Uno sguardo alla vita delle donne

C’è chi sostiene che la transizione in Albania abbia comportato un innalzamento del livello di violenza all’interno della famiglia, ma su questo punto è difficile avere delle conferme.[18] E principalmente in quanto durante il regime veniva negata l’esistenza di molte problematiche sociali, di conseguenza mancano dati a partire dai quali si può procedere ad una valutazione comparata.[19]

 

Tuttavia è facilmente immaginabile la differenza che corre fra una società sottoposta ad un regime dittatoriale, forzatamente “disciplinata”, nella quale non si permetteva nemmeno l’emergere di determinati comportamenti e dove l’esercizio della forza era di esclusiva competenza statale e una società alla ricerca di una nuova identità nella quale vige il rifiuto delle regole, l’individualismo e il bisogno sfrenato della conquista di posizioni, risorse e vantaggi. Oltretutto, accade spesso che grandi e rapidi cambiamenti come quelli che si sono registrati in Albania negli ultimi anni funzionino da acceleratori di varie forme di violenza.[20]

 

Ampiamente condivisa è invece l’affermazione che si assiste oggi ad un progressiva perdita di posizioni delle donne nella vita socio-economica e politica: sia rispetto al passato regime sia in rapporto all’attuale posizione degli uomini.

 

<<Nonostante la crescita economica – si legge nel Rapporto sullo sviluppo nazionale - ancora il 25-30% della popolazione d’Albania vive al di sotto della soglia di povertà e uno smisurato numero di poveri è costituito da donne. In aggiunta, un altro 30% è molto prossimo alla linea di povertà e può essere considerato come potenzialmente molto vulnerabile ad una caduta economica>>. E ancora: <<… gli effetti delle riforme volte alla liberalizzazione, al decentramento e alla privatizzazione non sono sempre stati quelli attesi. La logica è piuttosto semplice: la crescita economica non sta raggiungendo una percentuale significativa della popolazione e attualmente sta generando profonde disuguaglianze. In più, la situazione delle donne e la loro posizione sociale in Albania NON è cambiata in maniera marcata nell’ultimo decennio. C’è un gap crescente tra ricchi e poveri, nonché un gap di opportunità e benefici tra uomini e donne e tra settori urbani e rurali della società>>.[21]

 

Durante il regime di Enver Hoxha, in Albania, così del resto come in altri paesi del blocco comunista, una delle componenti dell’ideologia dominante era la politica del lavoro per tutti: il vantaggio per le donne fu di riuscire ad emergere dalla soffocante sfera familiare. Per questa ragione le albanesi guardano a quell’epoca come ad una importante fase di “emancipazione”, oggi in parte svanita. L’entità della perdita è innegabile, dato che l’espulsione dal mercato del lavoro ha comportato per loro una maggiore dipendenza dagli uomini ed una conseguente erosione della posizione che avevano assunto nella comunità. Tuttavia le difficoltà che le donne incontrano oggi a farsi spazio in questo società in costruzione dimostrano anche quanto illusorie fossero certe conquiste. Il “femminismo di stato”, in altre parole, non riuscì ad incidere nelle sfere più profonde della vita culturale e sociale se al crollo del regime le donne vengono immediatamente risucchiate nella dimensione domestica e riconsegnate all’autorità del pater familias.

 

Secondo le Nazioni Unite, l’ineguaglianza di genere è evidente soprattutto se si considerano i seguenti aspetti della vita socio-economica e politica del paese: presenza nella leadership sociale e nei processi di decision-making, partecipazione al mercato del lavoro e livello dei salari, impatto del fenomeno del trafficking, copertura di servizi di base (istruzione e salute innanzitutto) e naturalmente diffusione della violenza domestica. Inoltre, le opportunità lavorative e di carriera sono ancora limitate per le donne, le quali - secondo l’Istituto nazionale delle statistiche - percepiscono remunerazioni che sono per il 27% più basse di quelle degli uomini. Infine, fra uomini e donne c’è un’enorme differenza riguardo all’accesso alla proprietà, all’iniziativa privata e al credito.

 

 

Ma non è solo Kanun

Capita spesso quando si affronta il tema della condizione delle donne in Albania di udire la parola kanun. Il termine in sé significa canone o codice, tuttavia il solo usarlo rimanda ad un testo in particolare: il Codice di Leke Dukagjin (Kanuni I Leka Dukagjinit), ossia il codice di diritto consuetudinario che per secoli ha dettato le regole della convivenza in un’area remota del Nord del paese.

 

Le norme che lo costituivano sono state tramandate oralmente di generazione in generazione, ma vennero messe per iscritto nel 1929 da un frate francescano – padre Shtjefen Kostantin Gjeçov - e pubblicate pochi anni dopo la sua morte dai suoi confratelli.[22] Il fatto che sia stato scritto ci permette adesso di conoscere contenuti che altrimenti sarebbero andati in parte perduti, come è probabilmente accaduto per altri complessi normativi osservati – in un passato più o meno remoto - in altre zone dell’Albania.

 

La posizione che il Kanun assegnava alla donna era di assoluta subalternità rispetto agli uomini, nella famiglia come nella società: <<dinanzi alla legge ogni individuo maschio che nasce è ritenuto come buono e uno non si distingue (in senso di preferenza) dall’altro>>, vi si legge. Fra le norme maggiormente discriminatorie, quelle che riguardano il matrimonio e la relazione fra i coniugi. La “Legge della Montagna”, infatti, attribuiva al marito il diritto di picchiare ed umiliare pubblicamente la propria moglie: <<il marito che bastona la moglie, non si rende responsabile dinanzi alla legge, né i parenti d’essa potranno chiedere alcuna riparazione>>, a meno che picchiandola non l’avesse ferita a sangue.

 

L’articolo forse più tristemente noto è quello che regolava il passaggio della donna dall’autorità del padre a quella del marito. Con il matrimonio il padre della sposa consegnava, con la stessa figlia, anche il corredo pattuito, nel quale veniva nascosto un proiettile: era il simbolo del potere assoluto che riceveva il marito, il quale avrebbe potuto persino uccidere la moglie in caso di tradimento grave (ossia in caso di adulterio o di mancato rispetto dell’ospite) senza per questo incorrere nella vendetta del sangue.

 

Padre Gjeçov nel documento cita anche proverbi e detti popolari che contribuiscono a rendere l’idea dell’assoluta svalutazione che si faceva delle donne: <<la donna è un otre fatta solo per sopportare>>, oppure <<il ragionar delle donne fra gli uomini è nulla>> o <<alla donna non sta bene aprir bocca, se non quando mangia>>.[23]

 

Il regime comunista cercò di sradicare l’antica osservanza di queste norme, non solo in difesa dei diritti delle donne ma anche per porre i fondamenti minimi di uno stato di diritto: il rispetto di un’unica legge su tutto il territorio nazionale. Per molti anni è stata opinione comune che si fosse riusciti non solo a contrastarne l’applicazione ma anche a scardinare il costrutto culturale che ne era alla base. Tuttavia, al crollo del regime – cui seguì una fase di grossa instabilità politica e di fragilità delle istituzioni - alcune delle sue regole tornano ad essere osservate: l’esempio più tristemente noto è costituito dalla recrudescenza della “vendetta del sangue”, le cui conseguenza colpiscono oggi la vita di centinaia di famiglie albanesi.[24]

 

Per quanto si assista ad un ritorno in vigore di alcune (e solo di alcune!) norme del Kanun, rimane il fatto che questo documento riguarda la storia – ed eventualmente in parte anche l’attualità - solo di alcune aree del paese.[25] E dunque non se ne giustifica il frequente ricorso quando si parla di condizione delle donne in Albania e, in particolare, di fenomeni come la violenza domestica o il trafficking. Personalmente ritengo che sia più corretto analizzare il costrutto patriarcale che sorregge la cultura albanese nel suo complesso – e di cui il Kanun è solo un’espressione limite - rifuggendo così da soluzioni interpretative semplificatrici e oltretutto de-responsabilizzanti per quanti da questa realtà consuetudinaria non vengono direttamente toccati.

 

Il patriarcalismo e la discriminazione di genere non riguardano soltanto alcune aree geografiche ma sono presenti ovunque, sebbene con caratteristiche e incidenza diversa. La cultura del possesso sul corpo delle donne costituisce il passato e purtroppo il presente di tante zone dell’Albania. I matrimoni sono in molti casi ancora combinati e comunque devono passare per l’approvazione della famiglia: non perché lo dica il Kanun ma perché lo dicono i “padri”. Una donna che non abbia una famiglia di riferimento è come se non esistesse socialmente: e lo hanno sperimentato sulla propria pelle tante donne trafficate che hanno tentato (o sono state costrette a tentare) un re-inserimento in patria, nonostante il rifiuto della famiglia a riaccoglierle. Il ruolo della donna nella famiglia e nella società continua ad essere subalterno al Nord, come al Centro e al Sud, nelle città come nelle aree rurali, in patria come nelle comunità migranti nel mondo. E indubbiamente svalutazione e discriminazione non possono che alimentare il ciclo della violenza di cui le donne albanesi continuano ad essere vittima.

 

 

Donne in fuga dalla violenza

La città di Elbasan è situata nella fascia centrale del paese, proprio lungo la via di transito che porta verso il confine con la Repubblica ex-jugoslava di Macedonia e la Grecia. Non si può dire che presenti particolari situazioni di marginalità ma non rientra nemmeno in quella parte di paese che ha iniziato la propria corsa sui binari della “modernizzazione”, come si può affermare per la capitale o per città come Durazzo o Valona, situate lungo direttrici di scambio con l’Occidente. Inoltre, alcune delle città limitrofe che vanno a costituire l’omonima regione – soprattutto Gramsh e Librazhd – vengono annoverate fra le zone più povere del paese.[26]

 

Durante la dittatura di Hoxha, fu costruito in essa il Kombinat Metalurgjk, un complesso siderurgico che impiegava più di 20.000 persone - uomini e donne - provenienti dai vari distretti dell’Albania centrale e meridionale. La fine del regime, con il conseguente crollo del sistema economico statale, condusse alla quasi totale chiusura del complesso e ad una conseguente esplosione della disoccupazione e di tutti i problemi socioeconomici che ne derivarono. Secondo dati di UNDP, il 19,9% della popolazione residente nelle aree urbane della Regione di Elbasan vive oggi con meno di un dollaro al giorno.[27]

 

Al di là della cifre macroeconomiche, la difficile eredità di questo passato è oggi un immenso bacino di stabilimenti: obsoleti e altamente inquinanti. Una cappa densa di fumi tossici che si leva perennemente sulla città di Elbasan: è la prima immagine che si presenta a chi, arrivando da Tirana, supera l’ultimo passo di montagna e inizia a ridiscendere verso la valle del Drin I Bardhe (la Drina Bianca, cioè). Una evidente diffusione di malattie e malformazioni di vario tipo, sulle quali non esiste documentazione alcuna. Ed un senso diffuso di disorientamento che rende difficile trovare strumenti di rinascita e ricostruzione socio-economica.

 

In questo contesto apre i battenti nel Dicembre del 2000 il Centro Donna “Luna Nuova”. Da allora al dicembre 2005 sono state accolti nella sua casa-rifugio 85 donne e 83 bambini: di essi, 33 donne con i loro 63 bambini fuggivano da uomini maltrattanti.

 

Estrapolando i dati relativi a questo gruppo – le donne maltrattate cioè – emerge che la maggior parte proveniva dalla Regione di Elbasan e principalmente dalla stessa città capoluogo. È chiaro che la presenza di un servizio con le caratteristiche del Centro Donna faciliti l’emersione della richiesta di aiuto. Negli anni 2001 e 2002 le segnalazioni provengono tutte da servizi presenti nella stessa città di Elbasan, mentre nei tre anni successivi arrivano richieste di aiuto anche da altre regioni, anche perché il network di collaborazione si va estendendo via via a livello nazionale. Quanto alla proporzione città-villaggio, solo il 21% proviene dalle aree rurali. Segno certamente del maggiore isolamento che scontano le donne rurali, le quali riescono molto meno ad accedere a spazi di sostegno esterni alla famiglia. Ma anche prova del fatto che il fenomeno è pesantemente diffuso anche nella città.

 

Il gruppo di età maggiormente rappresentato è costituito da donne fra i 27 e i 29 anni (1/3 del totale); poche invece le giovani (5 nella fascia 20-26). Si può presumere che donne sposate da pochi anni e con bimbi ancora piccoli tentino meno di uscire dalla violenza. Molte delle accolte, comunque, hanno figli già in età scolare ma anche bimbi piccolissimi. Alcune addirittura hanno lasciato il marito durante la gravidanza o subito dopo la nascita dell’ultimo figlio, evento che aveva provocato un intensificarsi della violenza. È il caso di N., 34 anni, due figlie adolescenti (12 e 15 anni) e un bimbo nato subito dopo la fuga. Il marito le usava violenza da sempre e aveva continuato a maltrattarla anche durante la gravidanza. Quando è arrivata al Centro mancavano poche settimane al parto e portava evidenti segni di violenza. N. ha vissuto nella casa per circa otto mesi, fino a quando non ha trovato un lavoro che le ha consentito di vivere da sola e mantenere i propri figli.

 

N. è ha lasciato il Centro alla fine di giugno del 2005. Le uscite delle donne dalla casa sono momenti vissuti collettivamente e preparati con cura, sia dalle operatrici che dalle altre ospiti. Segnano una tappa importante del percorso: è un distacco doloroso ma anche un nuovo inizio. Alla festa per l’uscita di N. parteciparono la madre e la sorella, che hanno sostenuto sempre N. da quando ha deciso di lasciare il marito. <<Ormai ero rassegnata a vedere mia figlia nella situazione in cui si trovava per il resto della sua vita – ha detto la madre in quella occasione – Ammetto che non le avrei mai consigliato di lasciare suo marito. Non credevo che esistessero in Albania posti come questo e che una donna che vuole vivere in autonomia potesse trovare delle strade>>.  

 

Per quanto riguarda il tipo di maltrattamento, risulta elevatissima l’incidenza della violenza “fisica” (32 donne su 33: quasi tutte, cioè), accompagnata da quella psicologica o da altre tipologie. Generalmente, inoltre, si tratta di violenza agita ripetutamente.

 

Tipo di violenza

N° donne

Fisica/psicologica

24

Fisica/economica/sessuale

4

Fisica/psicologica/ sessuale

4

Psicologica

1

 

Queste cifre sembrano dimostrare che la violenza fisica sia molto diffusa ma la presenza di tante donne abusate fisicamente all’interno di un servizio potrebbe significare anche che solo il maltrattamento estremo e ripetuto spinge una donna alla fuga. Probabilmente, invece, il solo maltrattamento psicologico o economico o sessuale non determina una decisione di rottura.

 

Il maltrattante è sempre il marito e solo in un caso – quello di una vedova – la violenza proviene dal cognato e dai suoceri.

 

Il titolo di studio delle donne non può dirsi basso: nessuna di loro è analfabeta (realtà che risulta invece frequente fra le donne che sono state trafficate o a forte rischio di tratta), il 30% ha terminato le superiori e oltre il 50% le scuole dell’obbligo. È un’altra conferma della trasversalità della violenza, presente nei vari strati socio-economici che conformano la società albanese. L’elevata frequenza nel gruppo di donne con un buon grado di istruzione sembrerebbe inoltre suggerire che il livello di scolarizzazione fornisce strumenti alle donne per riconoscere la violenza nonché “potere” per assumere la decisione di uscirne.

 

Una conclusione interessante emerge mettendo a confronto il titolo di studio delle donne con quello dei soggetti maltrattanti. Risulta infatti frequente che le prime abbiamo un livello di scolarizzazione più elevato rispetto ai secondo. Il dato si riscontra in 13 casi (oltre 1/3 del totale) mentre solo in due casi si presenta la situazione contraria.

 

La condizione lavorativa è drammatica e certamente non può non pesare sulla situazione di dipendenza economica dal marito. Il 36% non ha mai lavorato: e si tratta prevalentemente di donne giovani. Un altro 15% aveva lavorato al tempo del regime nelle cooperative o imprese agricole statali. Le donne che lavoravano al momento dell’arrivo nella casa-rifugio generalmente svolgevano lavori umili e precari e comunque non corrispondenti al loro titolo di studio.   

 

La decisione di interrompere il processo e di tornare alla situazione di partenza si è presentata in 11 casi su 33: 1/3 del totale, dunque. Generalmente l’intenzione di fare ritorno con il marito si fa strada dopo una o poche settimane ma a volte emerge anche dopo periodi più lunghi (1, 2, 5 mesi) e può essere collegata a varie ragioni. Alcune donne non riescono a sopportare l’idea di essere responsabili della spaccatura della famiglia o la sfida che comporta cercare un collocamento nel contesto socio-economico da “separata”. Altre si arrendono di fronte alle difficoltà economiche. Altre ancora finiscono per convincersi di poter spostare a proprio vantaggio gli equilibri all’interno della coppia. È possibile – e le operatrici del Centro in alcuni casi ne sono state convinte – che durante la permanenza nel Centro, le donne abbiamo comunque acquisito strumenti che le mettono in grado di introdurre elementi di cambiamento nella propria situazione. Ma ovviamente si tratta di una ipotesi tutta da verificare.

 

Un altro gruppo è rappresentato dalle donne che vengono riaccolte nella famiglia di origine. Anche in questi casi generalmente la decisione viene presa poco tempo dopo l’arrivo al Centro. Il ruolo che la famiglia di origine svolge varia a seconda delle situazioni. Talvolta essa prova a spingere la donna a tornare con il marito oppure rifiuta qualunque tipo di sostegno. Quando invece le propone un ritorno a casa, spesso sta cercando di rimediare al passo che la figlia ha compiuto, che si colloca totalmente “al fuori delle norme sociali”.

 

Si inquadra in questa situazione la vicenda di L., 21 anni, madre di una bambina di 18 mesi. Al Centro ha chiesto accoglienza per due volte ed entrambe le volte è andata via dopo pochi giorni. La prima volta è tornata con il marito, la seconda ha scelto di andare a vivere nella casa dei genitori e successivamente, forse su pressione di entrambe le famiglie, è tornata di nuovo con il marito.

 

Sono 14 invece le donne che sono riuscite a uscire dalla violenza e, dopo la permanenza nella casa, sono andate a vivere da sole con i propri figli. I tempi di costruzione dell’autonomia sono variati da 3 a 12 mesi; tuttavia soltanto due donne ce l’hanno fatta in soli 3 mesi e grazie al sostegno della famiglia di origine. Il tempo medio di accoglienza è stato di 5-6 mesi (6 donne in tutto), mentre per 7 di loro è stato necessario un periodo compreso fra 7 e 12 mesi: 5 donne però avevano 3 o 4 figli a carico. 

 

Tutte hanno dovuto affrontare barriere di non indifferente portata e per il Centro non è stato sempre facile avere a disposizione o individuare sul territorio le risorse necessarie a sostenere il loro processo.

 

 

Decidere di lavorare sul maltrattamento domestico

La scelta di occuparsi di maltrattamento in Albania – e ancor più ad Elbasan - ha certamente imposto di mettere in campo una notevole dose di energie e di impegno. Si è trattato senz’altro di una decisione “sfidante” rispetto alle norme sociali vigenti, che non prevedono e non ammettono che le donne agiscano come soggetti capaci di uscire da situazioni di sopruso, di “scegliere per sé”, di vivere e mantenere da sole i propri figli.

 

Inizialmente pesava sul Centro un inevitabile stigma: <<per tutti era il luogo che accoglieva le “prostitute”>>, ricordano spesso le operatrici. D’altra parte, le donne che sfidano la cultura dei padri (non solo quante decidono di abbandonare un uomo violento ma anche coloro che le sostengono in questo percorso) in che altro modo possono essere nominate?

 

Secondo le responsabili, ad agire positivamente sull’opinione corrente ha contribuito anche l’osservazione delle esperienze concrete delle donne. Coloro che iniziavano una vita indipendente insieme ai figli rappresentavano un esempio tangibile dell’utilità di un Centro antiviolenza e dei processi che vi si sostenevano. La loro non era una scelta che metteva in discussione il ruolo della famiglia – intoccabile in Albania - ma una richiesta legittima di rispetto dei propri diritti nonché di uno spazio affettivo funzionale alla crescita dei figli.

 

Le prime resistenze da vincere sono state indubbiamente “interne”: alcune delle operatrici si sono dovute – e in alcuni casi si devono ancora – confrontare con una non condivisione da parte dei familiari della loro scelta professionale e politica; altre hanno dovuto imparare a riconoscere, e dunque affrontare, le proprie resistenze a portare sul terreno del confronto pubblico un tema da sempre taciuto. Parlare gradualmente di maltrattamento sta tuttavia cominciando a divenire meno faticoso: nelle stanze del Centro come nel dialogo con le istituzioni o nella comunità.

 

Sul versante del sostegno delle vittime, come si è accennato sopra, gli ostacoli sono enormi e provengono principalmente dall’assenza di un sistema dei servizi sociali e di meccanismi di tutela specifici riconosciuti dalla legge.

 

In Albania non esiste ancora un sistema statale dei servizi. Durante il regime esistevano solo centri residenziali per orfani, disabili e anziani e qualunque altra problematica che la famiglia si trovasse ad affrontare rimaneva forzatamente di esclusiva competenza privata.  Dopo il ’91, la costruzione di un sistema che rispondesse ai bisogni della collettività è proceduta con grave lentezza, così che solo pochi mesi fa è stata approvata una legge quadro nazionale che stabilisce in maniera ancora generale le competenze in materia di ministeri, regioni e comuni e il tipo di relazione che questi potranno stabilire con i soggetti del privato sociale. E dovranno passare senz’altro ancora molti anni prima di poter vedere una struttura di servizi sociali realmente operante.

 

In termini concreti cosa vuol dire questo? Vuol dire che varie tipologie di servizi (servizi all’infanzia: asili e scuole materne; comunità alloggio; strutture volte al trattamento di soggetti che hanno subito traumi di vario tipo o di tossicodipendenti, ecc.) sono presenti solo nella misura in cui vengono prestati da organizzazioni del non profit, e dunque si possono interrompere quando il progetto arriva a conclusione. Nel paese stanno facendo la loro comparsa servizi privati di tipo “profit”, ma che ovviamente sono accessibili solo a  una ristretta minoranza della popolazione.

 

Sul versante della salute, la corruzione dilagante nel comparto pubblico fa sì che la popolazione sia costretta a pagare il personale medico e paramedico per ricevere interventi che dovrebbero essere gratuiti, il che aggrava la condizione dei soggetti con scarso reddito.

 

Per quanto concerne il diritto alla casa, è stata recentemente approvata una legge che dispone la costruzione di abitazioni pubbliche da attribuire a categorie svantaggiate. La legge però non ha ancora ricevuto un’applicazione concreta. E per concludere va menzionato anche l’ambito del sostegno all’inserimento lavorativo, nel quale lo stato è pressoché assente.

 

Le carenze enumerate si devono in parte alle inevitabili lentezze di un processo di transizione come quello che sta affrontando l’Albania. Ma non solo. Esistono anche delle responsabilità politiche precise se gli investimenti pubblici continuano a convergere principalmente su alcuni settori e ad escluderne altri, quasi sempre su indicazione e/o con la piena approvazione degli organismi internazionali.

 

Tutti questi nodi hanno richiesto al “Centro donna” di estendere l’intervento ad ambiti che non sono di sua competenza, rendendo ancora più oneroso il proprio impegno. La limitata offerta di programmi di formazione professionale per adulti – o la scarsa rispondenza di quella esistente al profilo delle donne interessate - ha imposto di avviare corsi di formazione all’interno del Centro. La quasi totale paralisi che si registra nel funzionamento degli uffici del lavoro (non ancora riorganizzati per rispondere ai mutamenti strutturali del mercato del lavoro) ha costretto le operatrici a prendere diretti contatti con i potenziali datori di lavoro e a trovare di volta in volta soluzioni occupazionali per ciascuna donna.

 

Tuttavia, non si può affermare che Centro sia sempre stato in grado di superare le difficoltà incontrate: non sarebbe stato pensabile né possibile. Anzi, i limiti esistenti hanno a volte decretato fallimenti dolorosi.

 

Come nel caso di D., 34 anni, una ragazza nata e cresciuta in una città dell’Albania centrale, madre di due figli adolescenti. Nel 2003 D. era giunta al Centro scappando dalle torture (perché di vere torture si trattava) del marito. Noto trafficante di ogni cosa (armi, donne, droga) aveva più di 30 anni quando D. – non ancora maggiorenne - lo aveva sposato. Scappando, D. non era riuscita a portare con sé i figli e per questa ragione aveva deciso di tornare a casa. Ma pochi mesi dopo scappa nuovamente: gli stessi figli la pregano di andarsene, per sottrarsi alle violenze. Quando, dopo l’arrivo al Centro, D. ha chiesto il divorzio, il marito in un primo momento ha minacciato i giudici in modo da influenzare il loro operato e successivamente è riuscito a farsi riconoscere la tutela esclusiva dei figli. Durante la permanenza nel Centro, lui non ha mai saputo dove D. si trovasse ma ha continuato a proferire in pubblico minacce di morte nei suoi confronti e nei confronti delle operatrici.

 

D. è rimasta al Centro per più di un anno, ma dato che non poteva uscire per motivi di sicurezza, non ha potuto avviare un percorso di autonomizzazione. Per questa ragione alla fine ha deciso di fare ritorno nella sua città, dove vive – come una reclusa - nella casa della madre. Adesso spera di poter ottenere un visto di lavoro per l’Italia, dove vive la sorella e dove, forse, può iniziare una nuova vita.

 

 

La necessità di un intervento immediato

Il fatto che ci siano delle radici storico-culturali profonde a questo drammatico stato di cose non vuol dire che la violenza sia oggi per le donne albanesi un destino dal quale non è possibile sottrarsi. In Albania come altrove, un intervento è possibile e necessario e chi viene chiamato in causa è principalmente lo stato, che ha l’obbligo di definire strumenti di contrasto in grado di consentire a tante donne e ai loro figli di vivere “liberi dalla violenza”. Ed è un’opera che va intrapresa subito, pena la persistente disparità di posizioni fra uomini e donne ma anche la perdita di risorse preziose di cui il paese oggi ha un estremo bisogno.

 

Continuare a considerare la violenza contro le donne come un “affare privato” non è più accettabile. Perché significa non riconoscere carattere di reato ad una forma persistente e generalizzata di violazione dei diritti umani ma anche perché i costi sociali ed economici che ne derivano sono troppo elevati per qualunque collettività.

 

Nel frattempo, occorre dare valore e stabilità a quelle poche iniziative avviate nel paese a sostegno alle vittime, iniziative delle quali nessuno oggi – né nell’ambito istituzionale né fra gli attori internazionali - può negare l’importanza. D’altra parte, i dati e le riflessioni oggi a disposizione – alcuni citati in questo stesso documento – non sarebbero stati a nostra disposizione senza la loro esistenza e il loro paziente impegno.

 

Spetta a loro il ruolo di advocacy e di pressione presso le istituzioni ma anche il compito di promuovere nella collettività una maggior consapevolezza sul fenomeno, presupposto indispensabile per una reale “presa in carico” collettiva. E per poter lavorare su questo fronte è indispensabile proseguire con lo sforzo di ricerca e di sistematizzazione dei dati, in modo da avere a disposizione strumenti d’informazione attuali e sempre più approfonditi. Solo così  è possibile rompere quel “silenzio assordante”[28] che circonda tante famiglie nelle quali la violenza continua a consumarsi ogni giorno in Albania.  

 

 

* La foto è di Enrico Di Giacomo ed è stata scattata nel Centro di Elbasan circa un anno fa, durante una festa per la consegna degli attestati di frequenza al corsi di formazione professionale. Vedi la mostra fotografica dal titolo “Frammenti d’Albania: http://terrelibere.org/album/

 



[1]State of World Population 2005. The promise of equality: Gender Equity, Reproductive Health and the Millennium Development goals”. Disponibile nel sito di UNFPA: http://www.unfpa.org/upload/lib_pub_file/493_filename_en_swp05.pdf, traduzione mia.

[2] Il Centro Donna “Luna Nuova” è attivo da dicembre 2000. Tjeter Vizion è uno dei più interessanti attori del privato sociale oggi presente in Albania. Oltre al Centro Donna, gestisce un Centro di aggregazione giovanile, una comunità alloggio per minori e due appartamenti protetti per adolescenti. L’associazione opera in stretta collaborazione con le istituzioni locali ed ha avviato iniziative pilota di ‘impresa sociale’. Per informazioni e/o contatti: tjetervision@albmail.com.

[3] Si trattava di un progetto finanziato dalla Commissione Europea e promosso dalla ONG italiana CIES -Centro Informazione Educazione allo Sviluppo- di Roma (www.cies.it) che con Tjeter Vizion ha progettato e implementato l’intervento.

[4] Questo lavoro è stato condotto dall’intera equipe del Centro ed è con stima e affetto che voglio nominare qui tutte le donne che ne fanno o ne hanno fatto parte. Innanzitutto le responsabili: Mirela Gjoni e Luljeta Qose, rispettivamente referente per l’area donna della ONG (Tjeter Vizion) e direttrice della casa. Poi le operatrici: Aida, Alketa, Alma, Blerta, Eriona, Eva, Florina, Rezarta, Zamira. E infine Marina Mazzoni, rappresentante del CEFA (ONG di Bologna che finanzia e sostiene il Centro sin dalla sua nascita), che ha sostenuto e partecipato al percorso. I dati relativi alle vittime di maltrattamento accolte dal Centro che citerò nel paragrafo dal titolo “Donne in fuga dalla violenza” sono stati già divulgati in Albania in un libretto da titolo Violenza di genere, maltrattamento e trafficking: L’esperienza del Centro Donna “Luna Nuova”, di cui ho curato la preparazione e redazione. Tuttavia è bene precisare che – a partire da quei dati - faccio nel corso di questo documento riflessioni personali che potrebbero non coincidere con le opinioni delle mie “compagne di viaggio”.

[5] Miria S., “Duna ndaj grave dhe tabute psikosociale qe e favorizojne ate”, Botim e shoqates Refleksione (pubblicazione dell’associazione Refleksione), Tirana 1996.

[6] Kaci B., “Dhuna kunder grave – Nje problem kombetar” (La violenza contro le donne - Un problema nazionale), Tirana 1996. 

[7] “Mapping of existing information on domestic violence in Albania”, supported by The National Committee of Women and Family (Republika e Shqiperise) and UNICEF, October 2000, Tirana, Albania. Consultabile nella seguente pagina: http://www.unece.org.

[8] Genc Burazeri, Enver Roshi, Rachel Jewkes, Susanne Jordan, Vesna Bjegovic, Ulrich Laaser, "Factors associated with spousal physical violence in Albania: cross sectional study", British Medical Journal Volume 331, pp 197-201. 23 July 2005, Citato: in Euro-Reporters,  http://euro-reporters.com/. A mio avviso i due spaccati del fenomeno del maltrattamento non sono in contrapposizione ma si completano a vicenda, in quanto individuano due situazioni dalle quali può scaturire una elevata vulnerabilità alla violenza: una grave assenza di “potere” che rende la donna indifesa oppure una autorevole posizione sociale che mette in crisi la percezione che di sé ha il marito, inducendolo a voler dimostrare con la violenza la sua supremazia.

[9] Vedi Amnesty International - Sezione italiana, “Rapporto 2005”,  16.05.2005, http://www.amnesty.it/pressroom/ra2005/albania.html.

[10] “Pro-Poor & Pro-women policies & Development in Albania, Approaches to Operationalising the MDGs in Albania”, 2005 National Human Development Report Albania, (Seda, Sustainable Economic Development Agency, Tirana; UNDP, United Nations Deveploment Programme, Albania), pag. 54.

[11]Albania: Violence against Women in the Family: ‘It's not her shame’”, 30 March 2006, http://web.amnesty.org/library/Index/ENGEUR110022006?open&of=ENG-373.

[12] Amnesty International, Comunicato stampa, Roma, 30 marzo 2006: http://www.amnesty.it/pressroom/comunicati/CS35-2006.html

[13] Edlira Haxhiymeri, “Domestic violence in Albania” dissertation, University of Tirana, 1996. Ricerca citata da AI 2006, pag.5.

[14] Silva Bino, “Violence against women”, Chapter 15, Albania Reproductive Health Survey, pp.313-324.

[15] Informazione citata in “Albania: Violence against Women in the Family: ‘It's not her shame’”, cit. Detta ONG ha cambiato recentemente la sua denominazione, trasformandosi in “Ufficio per la difesa civile” (Zyre per nisma ligyore).

[16] L’iniziativa – coordinata dall’“Ufficio per la difesa civile” - ha coinvolto decine di ONG che si occupano di diritti umani. L’arrivo della legge in Parlamento (il 23 gennaio 2006) è stato salutato con un evento di grande significato. Tuttavia, ad oggi l’unico avanzamento in sede legislativa è costituito dal nuovo Codice di famiglia (2003), che stabilisce alcuni provvedimenti per la protezione delle vittime oltre a misure volte ad assicurare l’equità e la non discriminazione nelle cause di divorzio riguardo alla proprietà e alla custodia e mantenimento dei figli.

[17] La prima è sorta a Tirana nel 1998; la seconda, come si è già detto, è quella gestita dal Centro Donna di Elbasan.

[18] Secondo il Dipartimento di Medicina Forense, il fenomeno si è incrementato negli ultimi 5 anni. Fra il 2001 e il 2003 il 71% dei casi ricevuti riguardano vittime di violenza all’interno della famiglia e il 68% di loro sono donne, la maggior parte casalinghe di età compresa fra i 20 e i 40 anni, aggredite dai propri mariti. Dati citati in: AI, 2006.

[19] Gëzim Tushi, funzionario presso la Direzione dei Servizi Sociali Statali (Sh.S.Sh), in un’intervista che mi ha rilasciato nel febbraio del 2005, afferma: <<Molti problemi sociali c’erano già in passato ma venivano completamente tenuti nascosti. Per esempio nel periodo del comunismo non si poteva parlare di prostituzione o di droga o di abbandono scolastico o di anziani abbandonati. Non si poteva parlare di bambini di strada, di traffici di bambini o di minori non accompagnati. Non si parlava di tanti problemi sociali: o perché non esistevano o perché erano nascosti dal regime>>.

[20] Secondo una ricerca realizzata nel 2005, nel 6,1% delle famiglie si erano registrati crimini collegati all’uso di armi da fuoco nei precedenti 12 mesi. Si stima inoltre che la maggioranza di omicidi commessi con armi da fuoco abbia avuto luogo all’interno della famiglia. Ricerca citata da AI 2006, pag. 4.

[21] Vedi UNDP 2005, pag. 15. Si noti che l’Albania, classificata al 56° posto al mondo se i considerano i principali indicatori di sviluppo, scende al 72° posto se si prendono in considerazione fattori relativi alla posizione delle donne.

[22] Shtjefen Kostantin Gjeçov, Kanuni I Leka Dukagjinit (Veper postume), 1933, Shkoder, Albania. Nel 1941 il testo fu pubblicato nel nostro paese dalla Reale Accademia d’Italia: Stefano Cost. Gjieciov, “Codice di Lek Dukagjin, ossia Diritto Consuetudinario delle Montagne d’Albania”, a cura di P. Giorgio Fishta e Giuseppe Schirò, Roma 1941.

[23] S.C. Gjeciov, op. cit, pag. 314, par. 886. Questa e le successive citazioni contenutistiche del Kanun sono tratte dalla mia tesi di laurea: “La condizione della donna in Albania: dal Kanun di Lek Dukagjin al regime di Enver Hoxha”, anno accademico 1992-1993, facoltà di Scienze Politiche, Università degli Studi di Messina.

[24] Forma di giustizia privata che decreta la risposta ad un omicidio con l’uccisione dell’omicida o di uno dei suoi parenti maschi, giungendo fino alla terza generazione. Appena una famiglia cade in vendetta, tutti i maschi della famiglia sono costretti a nascondersi per sfuggire alla morte. Ma ormai la violenza scatenata da queste catene di sangue finisce per colpire anche le donne. Secondo i dati forniti dalle autorità scolastiche, 1450 bambini sono costretti ad abbandonare la scuola ogni anno per ragioni legate alla vendetta. Il fenomeno si registra soprattutto nelle regioni di Scutari, Lezhe, Kukës e Dibra (vedi UNDP 2005).

[25] Va precisato che le migrazioni interne hanno avuto l’effetto di ampliare l’area di vigenza di tali regole: anche alle periferie di Tirana, per esempio, vivono famiglie rinchiuse nelle case a causa della vendetta del sangue.

[26] Secondo i dati di UNDP (2005), i distretti più poveri sono: Kukes, Has, Tropoje, Dibër, Malësi e Madhe, Bulqizë, Librazhd e Gramsh, ove il 46% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà. In tali distretti risiede l’80% delle famiglie che beneficiano della cosiddetta “assistenza sociale”, ossia di un assegno mensile da parte dello Stato, che non riesce neppure a soddisfare le necessità più elementari. Per una descrizione più ampia dei nodi che oggi presenta la transizione albanese, si veda anche un altro mio testo pubblicato sul sito terrelibere.org: “Politiche di ‘sviluppo’, povertà e situazione delle donne in Albania”: http://terrelibere.org/terredicondine/index.php?x=completa&riga=01325. E ovviamente lo stesso rapporto di UNDP.

[27] “Promoting local development through the MDG-s, Elbasan Region”, UNDP 2003, pag.18. Disponibile anche nel sito di UNDP in Albania: http://www.un.org.al/.

[28] È il titolo di uno dei testi più interessanti che la nostra letteratura sul maltrattamento annoveri oggi: Patrizia Romito, “Un silenzio assordante. La violenza occultata su donne e minori”, Franco Angeli, 2005.

Formato per la citazione:
Ada Trifirò, "‘Sopravvivere’ alla violenza domestica in Albania", terrelibere.org, 13 ottobre 2006, http://www.terrelibere.it/doc/sopravvivere-alla-violenza-domestica-in-albania