CAMPAGNE Ponte sullo Stretto :: Attilio Manca :: Sos Rosarno MOBILE Il sito per cellulari e la nuova App per Android Novità! Servizi per l'editoria digitale
 .
LIBRERIA
Anacleto
Anacleto
Un editore in guerra contro i cialtroni. Prima puntata (gratis...)...
0 €
Pacifisti. Ecco dove siamo Luca Kocci
Pacifisti. Ecco dove siamo
2001-2011. Dieci anni di attivismo per la pace...
4.5 €
Gli africani salveranno Rosarno. Seconda edizione Antonello Mangano
Gli africani salveranno Rosarno. Seconda edizione
E, probabilmente, anche l`Italia...
8 €, spese di spedizione incluse
Sì alla lupara, no al cous cous Antonello Mangano
Sì alla lupara, no al cous cous
Mentre la Lega vietava il kebab, la `ndrangheta si mangiava la Padania...
8 €, spese di spedizione incluse
L’enigma di Attilio Manca Joan Queralt
L’enigma di Attilio Manca
Verità e giustizia nell’isola di Cosa Nostra...
13 €, spese di spedizione incluse
Quell’africana  che non parla neanche bene l’italiano Alberto Mossino
Quell’africana che non parla neanche bene l’italiano
...
10 €, spese di spedizione incluse
Nuovo! Le inchieste di terrelibere.org > Gli africani salveranno Rosarno - A3. Il vanto d'Italia
RSSRSS Chi siamo Archivio Autori Corsi Campagne Mailing list Contatti
Fotostorie Video Infografiche Podcast Casa editrice Libreria Catalogo libri/eBook Presentazioni Recensioni
Súa e la coscienza dell'Europa - terrelibere.org :: altre forme di comunicazione
Documenti > Reportage
Antonio Mazzeo:   Scheda biografica  |  Scrivi all'autore  |  Tutti i documenti di questo autore
InteragisciSegnala ad un amico    Organizza un incontro   
Condividi
  
           
sùa e la coscienza dell'europa {}

 

Autori: Ada Trifirò e Antonio Mazzeo, cooperanti italiani in Colombia.

Ecuador, settembre, 2000

 

Súa. Un villaggio di poche centinaia di anime sulla costa pacifica ecuatoriana: solo pescatori e  albergatori. Non c’è una chiesa né un ufficio pubblico; solo un telefono e gli autobus sgangherati mettono in comunicazione con l’esterno. Le barchette rudimentali con le quali i pescatori affrontano il mare, nelle ore più propizie secondo i cicli lunari, le reti stese ad asciugare, i movimenti della marea e poi pellicani e albatros ne compongono il quadro. L’attività della pesca governa la vita da tempo immemorabile e il pesce è il “frutto” locale, che si prepara non solo nei ristoranti ma a tutti gli angoli delle strade, in baracchette e locali improvvisati.

In questo villaggio semplice, dove le abitazioni dei locali sono costruzioni di legno spesso senza luce e acqua, a prima vista sembrano imperare i ritmi della natura. I “muchachos” ballano a ritmo di musica accanto ai chioschi che vendono frutta tropicale; i bambini giocano tutto il giorno tra le onde e le strade trasformate in campi di calcetto; le donne preparano “comida” a base di pesce a tutte le ore del giorno. Certamente, la maggior parte dei turisti che passano da Sùa si portano via l’incanto di una vita di altri tempi ma il mondo dell’opulenza, distruttore dei ritmi naturali, ha messo anche qui i suoi artigli.

A Súa ci è capitato di passare, come osservatori silenti e impotenti, dentro una vicenda di traffico di bambini che mai dimenticheremo.

 

Eravamo alla fine della nostre vacanze ecuatoriane: 4 giorni al mare prima di tornare in Colombia, dove lavoriamo.

Il terzo giorno della nostra permanenza notiamo, nel pomeriggio, un tipo strano sulla spiaggia. Alto, muscoloso, maglietta rossa del Borussia Dortmund, mezza età, postura da atleta, straniero; è accerchiato da ragazzi e bambini. Cominciamo ad osservarlo: scherza con loro, regala angurie e gelati, li “tocca” in maniera sospetta, li fotografa persino e li attrae con un gioco elettronico e un binocolo che lascia provare a tutti. Il primo sospetto è che si tratti di un pedofilo ma non sappiamo da dove venga perché è la prima volta che lo vedevamo nel villaggio. Nel tardo pomeriggio sparisce.

Il giorno successivo ricompare a distribuire “pacche” e carezze, frutta e gelati. Pian piano riusciamo a ricostruire i contorni della vicenda. L’uomo è un francese; due ragazzi indigeni – di circa 13 e 18\19 anni - lo accompagnano e  mediano la relazione con i bambini del posto, che gli girano intorno sempre più numerosi. E’ alloggiato in un hotel vicino al nostro.

La percezione della situazione viene resa incerta solo da un interrogativo: come è possibile che quest’uomo vada in giro per il villaggio seguito da uno sciame di ragazzini senza che intervenga nessuno del posto? Forse ci siamo sbagliati. Il controllo sociale nel posto è troppo forte, nessun comportamento anomalo o fuori posto può passare inosservato. Forse il francese è solo un clown a cui piace strappare un sorriso ad un bambino, bambino egli stesso di un paese lontano. Mancano però alcuni tasselli perché le nostre cattive impressioni si trasformino in dolorosa certezza.

Dopo averlo osservato un pomeriggio intero, ci sediamo di fronte l’hotel dove alloggia, lo vediamo entrare con i due ragazzi indigeni, poi riuscito, a salutare tutti gli altri ragazzini che vanno via tirando calci al pallone. Decidiamo di avvicinarli. Ad uno di loro, che ha circa 10 anni, chiediamo: “Chi è quel signore tanto gentile con cui parlavate prima?”. Ci risponde: “E’ un francese. Vedi, ci ha comprato il pallone e a me ha comprato questi vestiti. Si porta via in Francia un mio amico”. “Quanti anni ha il tuo amico?” “Ha 13 anni”. “E la sua mamma sa che se ne andrà?”. “Si, lei gli ha dato il permesso di portarlo via”. Poi aggiunge ammiccando: “ … tanto, poi quando arriva in Francia se lo vende, non è vero???” “E i due ragazzi con i capelli lunghi che sono con lui chi sono?” – chiediamo ancora. “Sono di Otavalo – risponde -  sono venuti a portarsi via il mio amico, lo portano ad Otavalo e da qui parte per la Francia”.

 

Perché avevamo dubitato di quanto l’evidenza ci aveva già fatto intendere? Forse perché a volte la realtà è proprio dura da accettare. A Sua i bambini che giocano per la strada e ridono felici tutto il giorno non stanno crescendo nella naturalezza ma stanno evadendo la scuola nella maggior parte dei casi, come succede in dimensioni sempre maggiori in Ecuador, e sono “articoli” in vetrina ad uso e consumo “sessuale” di ricchi stranieri quando non addirittura preda di trafficanti. E tutto questo accade con l’omertà e la condiscendenza di tutto il villaggio: per due giorni gli uomini e le donne del posto osservavano quello che noi vedevamo e i genitori vedevano tornare a casa i propri figli con abiti nuovi e regali. Nessuno è mai intervenuto.

 

Nel villaggio non c’è una sola autorità cui rivolgersi per denunciare il caso. E di chi potremmo poi fidarci in questo regno di corruzione e ingiustizie? Telefoniamo alle ong italiane che lavorano nell’area. “Forse avete fatto bene a decidere di non rivolgervi alla polizia della cittadina più vicina (Atacames): denunciare in questo paese può rivelarsi molto rischioso”. Ci confermano inoltre che le spiagge ecuatoriane sono meta costante di turismo sessuale e che da quei luoghi partono anche donne e bambini vittime del traffico di persone. Una ong locale con cui riusciamo ad essere messi in contatto ci garantisce che verificherà l’accaduto.

Partiamo da Sua alle sei del mattino del giorno dopo, una notte insonne per il dolore di non aver potuto fare di più. Sei ore di pullman fino a Quito da dove prendiamo un altro bus per Otavalo: domani, sabato, si tiene il mercato dell’artigianato e da lì proseguiremo per la Colombia. Ci sediamo sul pullman e quando sta per partire non possiamo credere ai nostri occhi: arrivano il francese, i due indigeni e il ragazzino di Súa. Le affermazioni dei bambini sono tutte vere: lo portano ad Otavalo. Lui sa che da lì sarà portato in Francia e adottato. Per ironia della sorte, continuiamo ad essere testimoni, impotenti, di questa sudicia storia. In Colombia stiamo lavorando in un progetto di cooperazione sulla prostituzione e abbiamo deciso di dedicare una parte consistente del nostro lavoro ad attività di informazione, prevenzione e denuncia del traffico. Mai, però, avremmo immaginato di trovarci tanto vicini.

 

Possiamo ipotizzare due possibilità. L’uomo francese potrebbe essere solo un pedofilo che ha assoldato i due ragazzi indigeni per aiutarlo a trovare un “articolo sessuale” che abbandonerà dopo averne abusato. La vicinanza con la Colombia del luogo dove il ragazzo viene portato, tuttavia, suggerisce altro: il ragazzo potrebbe essere portato nel paese confinante attraverso la frontiera terrestre e poi da qui essere trasferito all’estero con documenti falsi. E’ noto che il traffico di persone conta in Colombia su reti molto forti, organizzate attorno alle rotte del narcotraffico. Casi del genere, però, non consentono di escludere il traffico di organi, purtroppo una delle ragioni scatenanti della compravendita o del rapimento di minori in Sud America: la vittima ha già 13 anni ed è forse troppo grande per essere destinato al traffico con fini di pedofilia.

 

Arrivati ad Otavalo proviamo a seguirli ma li perdiamo per le strade e affollate. Forse inconsciamente, desideriamo smettere di essere testimoni di una situazione sulla quale non possiamo intervenire. Durante tutto il viaggio in autobus, con il ragazzino seduto alle nostre spalle che giocava con il giochino elettronico, è stato difficile resistere alla tentazione di prenderlo, tirarlo giù dall’autobus e correre via. Potremo dimenticare gli occhi di quel bambino e la faccia di quell’uomo?

 

Noi, cittadini del cosiddetto “nord del mondo” o “primo mondo”, quando smetteremo di cercare in località come il Sud America l’incanto di luoghi fuori dal tempo o peggio ancora la ‘sensualità’ della gente per evadere momentaneamente dai vincoli, dalla pesantezza e dalla disumanità dei ritmi di vita, di lavoro e di relazione che soffriamo? Quando smetteremo di considerare questi luoghi come meta di sfogo per i nostri desideri frustrati per iniziare a conoscere le problematiche delle realtà che attraversano e dei rischi a cui sono esposti, nella loro apertura senza riserve e anticorpi a chi arriva con le tasche piene di dollari?

Il turismo sessuale, in forme magari apparentemente innocue, è sempre più tollerato e considerato naturalmente legittimo in settori sempre più ampi delle nostre società. E così il bisogno di consumo di ‘oggetti’ sempre nuovi ed esotici delle società opulente arriva a sconvolgere la vita di luoghi che già subiscono gli effetti di altre dinamiche di dipendenza dal nord del mondo, facendone saltare il sistema di valori. Si determinano genitori che “vendono” i propri figli raccontandosi la menzogna della vita migliore che faranno in Europa e comunità marginali che finiscono per incentivare la domanda di figlie-figli prodotti “vendibili” sul mercato internazionale. Dove gli scambi si fanno in “moneta forte” e dopo la terra, l’acqua e i boschi, si cominciano a dilapidare i corpi. E l’innocenza.

 

 






torna ad inizio pagina
Formato per la citazione:
Antonio Mazzeo, "Súa e la coscienza dell'Europa", terrelibere.org, 30 dicembre 2000, http://www.terrelibere.it/doc/sa-e-la-coscienza-delleuropa