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Documenti > Reportage
Antonio Mazzeo: Scheda biografica | Scrivi all'autore | Tutti i documenti di questo autore Interagisci: Segnala ad un amico Organizza un incontro Condividi:
Autori:
Ada Trifirò e Antonio Mazzeo, cooperanti italiani in Colombia.
Ecuador, settembre, 2000 Súa. Un villaggio di poche
centinaia di anime sulla costa pacifica ecuatoriana: solo pescatori e albergatori. Non c’è una chiesa né un
ufficio pubblico; solo un telefono e gli autobus sgangherati mettono in
comunicazione con l’esterno. Le barchette rudimentali con le quali i pescatori
affrontano il mare, nelle ore più propizie secondo i cicli lunari, le reti
stese ad asciugare, i movimenti della marea e poi pellicani e albatros ne
compongono il quadro. L’attività della pesca governa la vita da tempo
immemorabile e il pesce è il “frutto” locale, che si prepara non solo nei
ristoranti ma a tutti gli angoli delle strade, in baracchette e locali
improvvisati. In
questo villaggio semplice, dove le abitazioni dei locali sono costruzioni di
legno spesso senza luce e acqua, a prima vista sembrano imperare i ritmi della
natura. I “muchachos” ballano a ritmo di musica accanto ai chioschi che vendono
frutta tropicale; i bambini giocano tutto il giorno tra le onde e le strade
trasformate in campi di calcetto; le donne preparano “comida” a base di pesce a
tutte le ore del giorno. Certamente, la maggior parte dei turisti che passano
da Sùa si portano via l’incanto di una vita di altri tempi ma il mondo
dell’opulenza, distruttore dei ritmi naturali, ha messo anche qui i suoi
artigli. A
Súa ci è capitato di passare, come osservatori silenti e impotenti, dentro una
vicenda di traffico di bambini che mai dimenticheremo. Eravamo
alla fine della nostre vacanze ecuatoriane: 4 giorni al mare prima di tornare
in Colombia, dove lavoriamo. Il
terzo giorno della nostra permanenza notiamo, nel pomeriggio, un tipo strano
sulla spiaggia. Alto, muscoloso, maglietta rossa del Borussia Dortmund, mezza
età, postura da atleta, straniero; è accerchiato da ragazzi e bambini.
Cominciamo ad osservarlo: scherza con loro, regala angurie e gelati, li “tocca”
in maniera sospetta, li fotografa
persino e li attrae con un gioco elettronico e un binocolo che lascia provare a
tutti. Il primo sospetto è che si tratti di un pedofilo ma non sappiamo da dove
venga perché è la prima volta che lo vedevamo nel villaggio. Nel tardo
pomeriggio sparisce. Il
giorno successivo ricompare a distribuire “pacche” e carezze, frutta e gelati.
Pian piano riusciamo a ricostruire i contorni della vicenda. L’uomo è un
francese; due ragazzi indigeni – di circa 13 e 18\19 anni - lo accompagnano
e mediano la relazione con i bambini
del posto, che gli girano intorno sempre più numerosi. E’ alloggiato in un
hotel vicino al nostro. La
percezione della situazione viene resa incerta solo da un interrogativo: come è
possibile che quest’uomo vada in giro per il villaggio seguito da uno sciame di
ragazzini senza che intervenga nessuno del posto? Forse ci siamo sbagliati. Il
controllo sociale nel posto è troppo forte, nessun comportamento anomalo o
fuori posto può passare inosservato. Forse il francese è solo un clown a cui
piace strappare un sorriso ad un bambino, bambino egli stesso di un paese
lontano. Mancano però alcuni tasselli perché le nostre cattive impressioni si
trasformino in dolorosa certezza. Dopo averlo osservato un pomeriggio intero, ci sediamo di fronte l’hotel dove alloggia, lo vediamo entrare con i due ragazzi indigeni, poi riuscito, a salutare tutti gli altri ragazzini che vanno via tirando calci al pallone. Decidiamo di avvicinarli. Ad uno di loro, che ha circa 10 anni, chiediamo: “Chi è quel signore tanto gentile con cui parlavate prima?”. Ci risponde: “E’ un francese. Vedi, ci ha comprato il pallone e a me ha comprato questi vestiti. Si porta via in Francia un mio amico”. “Quanti anni ha il tuo amico?” “Ha 13 anni”. “E la sua mamma sa che se ne andrà?”. “Si, lei gli ha dato il permesso di portarlo via”. Poi aggiunge ammiccando: “ … tanto, poi quando arriva in Francia se lo vende, non è vero???” “E i due ragazzi con i capelli lunghi che sono con lui chi sono?” – chiediamo ancora. “Sono di Otavalo – risponde - sono venuti a portarsi via il mio amico, lo portano ad Otavalo e da qui parte per la Francia”. Perché
avevamo dubitato di quanto l’evidenza ci aveva già fatto intendere? Forse
perché a volte la realtà è proprio dura da accettare. A Sua i bambini che
giocano per la strada e ridono felici tutto il giorno non stanno crescendo
nella naturalezza ma stanno evadendo la scuola nella maggior parte dei casi,
come succede in dimensioni sempre maggiori in Ecuador, e sono “articoli” in
vetrina ad uso e consumo “sessuale” di ricchi stranieri quando non addirittura
preda di trafficanti. E tutto questo accade con l’omertà e la condiscendenza di
tutto il villaggio: per due giorni gli uomini e le donne del posto osservavano
quello che noi vedevamo e i genitori vedevano tornare a casa i propri figli con
abiti nuovi e regali. Nessuno è mai intervenuto. Nel
villaggio non c’è una sola autorità cui rivolgersi per denunciare il caso. E di
chi potremmo poi fidarci in questo regno di corruzione e ingiustizie?
Telefoniamo alle ong italiane che lavorano nell’area. “Forse avete fatto bene a
decidere di non rivolgervi alla polizia della cittadina più vicina (Atacames):
denunciare in questo paese può rivelarsi molto rischioso”. Ci confermano
inoltre che le spiagge ecuatoriane sono meta costante di turismo sessuale e che
da quei luoghi partono anche donne e bambini vittime del traffico di persone.
Una ong locale con cui riusciamo ad essere messi in contatto ci garantisce che
verificherà l’accaduto. Partiamo da Sua alle sei del
mattino del giorno dopo, una notte insonne per il dolore di non aver potuto
fare di più. Sei ore di pullman fino a Quito da dove prendiamo un altro bus per
Otavalo: domani, sabato, si tiene il mercato dell’artigianato e da lì
proseguiremo per la Colombia. Ci sediamo sul pullman e quando sta per partire
non possiamo credere ai nostri occhi: arrivano il francese, i due indigeni e il
ragazzino di Súa. Le affermazioni dei bambini sono tutte vere: lo portano ad
Otavalo. Lui sa che da lì sarà portato in Francia e adottato. Per ironia della
sorte, continuiamo ad essere testimoni, impotenti, di questa sudicia storia. In
Colombia stiamo lavorando in un progetto di cooperazione sulla prostituzione e
abbiamo deciso di dedicare una parte consistente del nostro lavoro ad attività
di informazione, prevenzione e denuncia del traffico. Mai, però, avremmo
immaginato di trovarci tanto vicini. Possiamo
ipotizzare due possibilità. L’uomo francese potrebbe essere solo un pedofilo
che ha assoldato i due ragazzi indigeni per aiutarlo a trovare un “articolo
sessuale” che abbandonerà dopo averne abusato. La vicinanza con la Colombia del
luogo dove il ragazzo viene portato, tuttavia, suggerisce altro: il ragazzo
potrebbe essere portato nel paese confinante attraverso la frontiera terrestre
e poi da qui essere trasferito all’estero con documenti falsi. E’ noto che il
traffico di persone conta in Colombia su reti molto forti, organizzate attorno
alle rotte del narcotraffico. Casi del genere, però, non consentono di
escludere il traffico di organi, purtroppo una delle ragioni scatenanti della
compravendita o del rapimento di minori in Sud America: la vittima ha già 13
anni ed è forse troppo grande per essere destinato al traffico con fini di
pedofilia. Arrivati
ad Otavalo proviamo a seguirli ma li perdiamo per le strade e affollate. Forse
inconsciamente, desideriamo smettere di essere testimoni di una situazione
sulla quale non possiamo intervenire. Durante tutto il viaggio in autobus, con
il ragazzino seduto alle nostre spalle che giocava con il giochino elettronico,
è stato difficile resistere alla tentazione di prenderlo, tirarlo giù
dall’autobus e correre via. Potremo dimenticare gli occhi di quel bambino e la
faccia di quell’uomo? Noi,
cittadini del cosiddetto “nord del mondo” o “primo mondo”, quando smetteremo di
cercare in località come il Sud America l’incanto di luoghi fuori dal tempo o
peggio ancora la ‘sensualità’ della gente per evadere momentaneamente dai
vincoli, dalla pesantezza e dalla disumanità dei ritmi di vita, di lavoro e di
relazione che soffriamo? Quando smetteremo di considerare questi luoghi come
meta di sfogo per i nostri desideri frustrati per iniziare a conoscere le
problematiche delle realtà che attraversano e dei rischi a cui sono esposti,
nella loro apertura senza riserve e anticorpi a chi arriva con le tasche piene
di dollari? Il
turismo sessuale, in forme magari apparentemente innocue, è sempre più tollerato
e considerato naturalmente legittimo in settori sempre più ampi delle nostre
società. E così il bisogno di consumo di ‘oggetti’ sempre nuovi ed esotici
delle società opulente arriva a sconvolgere la vita di luoghi che già subiscono
gli effetti di altre dinamiche di dipendenza dal nord del mondo, facendone
saltare il sistema di valori. Si determinano genitori che “vendono” i propri
figli raccontandosi la menzogna della vita migliore che faranno in Europa e
comunità marginali che finiscono per incentivare la domanda di figlie-figli
prodotti “vendibili” sul mercato internazionale. Dove gli scambi si fanno in
“moneta forte” e dopo la terra, l’acqua e i boschi, si cominciano a dilapidare
i corpi. E l’innocenza. ![]()
Formato per la citazione:
Antonio Mazzeo, "Súa e la coscienza dell'Europa", terrelibere.org, 30 dicembre 2000, http://www.terrelibere.it/doc/sa-e-la-coscienza-delleuropa |