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Militari e prostituzione

Presenza militare, prostituzione e crimini sessuali

 

Ada Trifirò, Giugno 2006

 

 

Corre un nesso stretto e inquietante fra sfruttamento sessuale e presenza militare. Non se ne parla mai a sufficienza o si evita di parlarne. Talvolta se ne fa semplicemente cenno. Probabilmente lo si considera un fatto scontato. Di certo rappresenta una costante nella storia e se ne osservano esempi ovunque.

Mario Vargas Llosa ha costruito attorno al tema una pantomima che prende spunto da un fatto reale. Mi riferisco alla tragicomica storia raccontata nelle pagine di “Pantaleón y las visitadoras”. Pantaleón Pantoja è un capitano dell’esercito peruviano, inviato in Amazzonia per organizzare un servizio di “visitatrici” per i soldati. Ad ispirare il romanzo è il provvedimento che nel 1958 l’esercito peruviano aveva preso per permettere ai militari di stanza ad Iquitos di “sfogare le proprie ansie sessuali”, senza aggredire le donne delle comunità locali.

...la truppa della selva si accoppia con le ragazze del posto… si registrano atti di violenza a iosa e i tribunali non ce la fanno nemmeno a giudicare questi vigliacchi. Tutta l’Amazzonia è in rivolta. Ogni giorno veniamo aggrediti con accuse e denuncie… e arrivano persino commissioni di protesta dai villaggi più lontani.[1]

Dopo avere consultato specialisti, aver fatto ricorso a diete in grado di debilitare la libidine dei soldati, la controversa soluzione trovata è quella della costituzione di un servizio apposito perché - come dice uno degli ufficiali che fornisce l’incarico al capitano Pantoja - <<il problema non è solo per le signore aggredite, ma anche per le reclute condannate a vivere come caste colombe in quel calore tanto peccaminoso>>.

In Colombia, nelle zone interessate dal conflitto sono gli stessi attori armati a gestire e dettare le regole di funzionamento dei locali di prostituzione e della prestazioni di sesso in cambio di denaro. Per questa ragione decidere di andare in quelle aree comporta per le donne notevoli pericoli. Fra le lavoratrici sessuali colombiane è un fatto noto ma tante donne giovani e poco consapevoli o che si trovavano in situazioni disperate, accettano di recarvisi comunque. Racconta Monica, una ragazza colombiana che nel 2001 aveva 21 anni:

L’anno scorso sono andata nel Vichada. Una ragazza ha detto ad una mia amica che lì gli era andato benissimo. In quel momento non avevo soldi ma li ho presi in prestito per il biglietto e per tutto quello che dovevamo portare: carta igienica, pastiglie, alcool. Perché ci hanno detto lì non si trovava quasi niente e quello che c’era era troppo caro. Noi credevamo di andare in un paese ma se c’erano dieci case era molto. Intorno non c’erano paesi, il più vicino era a tre ore di canoa. Quando siamo arrivate, siamo andate al locale, abbiamo pranzato e ci siamo messe nelle stanze; poi è arrivato un miliziano e ci ha preso i documenti. Se li è portati per passarli al computer e verificare se avevamo qualcosa a che fare con l’esercito o con i paracos [N.d.a: paramilitari].

Noi non sapevamo che dovevamo rimanere lì tanto tempo. Cioè, ci avevano detto che dovevamo rimanere tre mesi ma pensavamo che era una condizione che poneva il padrone del locale. Invece era la guerriglia che decideva… Ci tenevano sempre vigilate, perché lì erano arrivate alcune ragazze e si erano fatte passare per prostitute invece erano paramilitari, allora le hanno ammazzate tutte.

Io sono stata anche in zone dove ci sono i paracos, a Doradal. Ma là non sono capace di lavorare. Io preferisco la guerriglia ai paracos. I guerriglieri non obbligano le donne a stare con loro perché sono guerriglieri. A loro li puniscono se lo fanno. Invece i paracos fanno quello che vogliono; loro dicono: “Devi venire con me gratis” e lo devi fare. Se ti dicono senza preservativo, anche. È quello che loro dicono! Siccome loro dicono che sono tutti comandanti![2]

 

L’Italia non è la selva amazzonica o la martoriata Colombia e generalmente le basi militari nel nostro paese non isolano il loro personale addetto – militare e non – dal resto della comunità “ospitante”. Ma anche nel nostro paese la concentrazione di offerta sessuale in prossimità delle basi miliari è evidente. Le basi USA ne sono un esempio: basti pensare a Sigonella oppure a La Maddalena e ovviamente ad Aviano, luogo di importanza cruciale, tra l’altro, nella storia del Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute di Pordenone.

Aviano era <<la meta per divertirsi, perché era sempre pieno di locali per americani, discoteche, cose del genere… e quando ci si voleva divertire, da Pordenone si doveva andare ad Aviano>>, dice Carla Corso nel suo “Ritratto a tinte forti”.[3] Da una parte, la presenza militare americana alimentava la domanda di un certo tipo di servizi; dall’altra le forme di violenza e le prepotenze di cui i soldati erano autori condussero ad un importante presa di coscienza e al bisogno di auto-organizzarsi. <<Il Comitato è nato perché eravamo semplicemente stufe di quello che succedeva a Pordenone, di tutta la prepotenza nei confronti delle prostitute, soprattutto da parte degli americani>>.[4]  

I militari sono fruitori di servizi sessuali ovunque. E per un banale fatto: la guerra schiera “uomini” e li separa da un proprio contesto affettivo; per loro, dunque, acquistare servizi sessuali diventa un modo per soddisfare i bisogni fisici e affettivi. E fino a qui nulla di strano! Il problema sorge quando le donne si trovano in una situazione di costrizione o quando sono minori di età o quando la presenza militare scatena processi che conducono ad una diffusione dell’industria del sesso tale da alterare gli equilibri locali. O ancora quando la brutalità della guerra o il bisogno di sopraffazione fra parti opposte produce forme di estremizzazione della relazione di potere uomo-donna o dominatore-dominato. Allora dallo sfruttamento sessuale si può passare alla schiavitù vera e propria o ad altre forme di aggressione sessuale che diventano strumento di umiliazione dell’avversario o di affermazione di forza. Si tratta ovviamente di fenomeni ben diversi dalla semplice fruizione di servizi sessuali ma rispetto ai quali - in situazioni limite - finisce per non esserci più un confine chiaro.

 

Oltre ad essere luogo privilegiato per lo sfruttamento sessuale, le aree di guerra sono anche zone di provenienza per le donne vittime della tratta di esseri umani. Ancora una volta è il caso della Colombia, secondo paese di origine in Sud America di donne trafficate a fini di prostituzione. Oppure dell’Iraq “liberato”, da dove le ragazze vengono trafficate verso altri paesi dell’area del Golfo per la prostituzione ma anche a scopo di sfruttamento lavorativo. Secondo le autorità diplomatiche dei paesi interessati e il Dipartimento di Stato Americano, sarebbero migliaia le irachene tenute in condizioni di reale schiavitù in Siria e nello Yemen.

Paesi in guerra uguale paesi di provenienza, dunque. E poi contesti di guerra come luoghi di attrazione. E poi aree di guerra in quanto luoghi nei quali si commettono atroci aggressioni che con l’acquisito di servizi sessuali non hanno più niente a che fare ma che richiamano comunque ad un nesso forte fra affermazione del potere e sessualità. E che coinvolgono sempre più civili insieme ai militari e forze internazionali di pace – gli impropriamente detti “peacekeepers” - accanto alle truppe locali. Muovendosi nello spazio e nel tempo se ne incontrano esempi ovunque.

 

 

Le schiave sessuali dell’esercito imperiale giapponese

Uno degli casi più eclatanti di sfruttamento sessuale collegato alla guerra è quello delle comfort women (le ianfu) dell’esercito imperiale giapponese: donne coreane, taiwanesi, filippine e di altri paesi occupati dal Giappone che durante la II guerra mondiale vennero tenute in campi di detenzione – denominati ianjo - posti sotto il controllo dell’Esercito Imperiale giapponese ed obbligate a prostituirsi ai soldati giapponesi. Scrive Alessia Mazzoni:

 

<<Il sistema delle ianfu (...) è stato definito “il più grande ed elaborato sistema di traffico di donne nella storia dell’umanità”. Si trattò di una forma militarizzata di prostituzione forzata e di sfruttamento femminile la cui dimensione sbalordì per il numero di donne coinvolte, l’internazionalità del sistema, la capillarità dell’organizzazione militare proposta al procacciamento delle vittime, la durata del tempo in cui fu operante e l’ampiezza dell’area e dei paesi che interessò>>.[5]

 

La misura veniva dettata dalla necessità di preservare i soldati dal rischio di contagio da malattie veneree ma anche per evitare gli stupri di donne civili da parte delle truppe, che esasperavano l’antagonismo delle popolazione occupate. Inizialmente nei postriboli venivano prostitute giapponesi ma con l’estendersi del fronte di guerra il numero delle donne che si richiedeva era sempre più alto. Fra il 1932 e il 1945 circa 100mila donne sono state vittima di questa pratica e si ritiene che l’80% di loro fossero coreane. Le donne venivano reclutate con l’inganno o con la forza da agenti di fiducia dello Stato maggiore oppure erano i comandanti militari stessi che ne facevano richiesta ai capi civili locali, minacciando di distruggere interi villaggi se la richiesta non fosse stata soddisfatta.

 

Testimonianza di una janfu filippina

Dodici soldati mi violentarono uno dopo l’altro, dopo di che mi venne data un’ora di pausa. Poi seguirono altri dodici soldati. Erano tutti allineati fuori dalla stanza aspettando il loro turno. Sanguinavo e provavo così tanto dolore che non mi reggevo in piedi. Il mattino seguente ero troppo debole per alzarmi… non riuscivo a mangiare. Provavo molto dolore e la mia vagina era gonfia. Piangevo e piangevo, chiamando mia madre. Non potevo oppormi ai soldati perché mi avrebbero uccisa. Che altro potevo fare? Ogni giorno, dalle 2 del pomeriggio alle 10 di sera, i soldati si allineavano fuori dalla mia stanza e dalle stanze delle altre sei donne che c’erano. Non avevo neanche il tempo di lavarmi al termine di ogni assalto. Di sera riuscivo solo a chiudere gli occhi e a piangere. Il mio vestito strappato si sarebbe sbriciolato a causa della crosta formata dal seme secco dei soldati. Mi lavavo con acqua calda e pezzi di vestito per essere pulita. Tenevo premuto il vestito sulla mia vagina come un impacco per alleviare quel dolore e il gonfiore.[6]

 

Le atrocità commesse a danno di queste donne sono state taciute per decenni, fino a quando - con l’appoggio di organismi internazionali e gruppi di difesa dei diritti umani - non inizia la denuncia pubblica. Un passaggio importante nella costruzione di questo percorso è costituito senz’altro dalla raccolta e sistematizzazione delle testimonianze delle ormai poche “sopravvissute”. I racconti di queste donne rimandano a condizioni veramente spaventose.

 

 

Il potere delle basi militari

 

Quando Siri si sveglia è circa mezzogiorno. Le basta svegliarsi per sapere esattamente chi o cosa è diventata. Come mi ha spiegato, l’indolenzimento ai genitali le ricorda i quindici uomini con cui ha fatto sesso la notte scorsa. (…) Siri lavora e vive in un bordello di Ubon Ratchitani, città di provincia della Tailandia del nord. (…) Molti scelgono Siri perché sembra più giovane dei suoi quindici anni; minuta, il viso rotondo,vestita in modo da accentuare l’età acerba, potrebbe averne undici o dodici.[7]

 

Un’area nella quale la presenza militare ha avuto un impatto mai contrastato nel tempo è quella del Sud est Asiatico, e principalmente i paesi della regione del Mekong: Tailandia, Laos, Cambogia, Vietnam, Myanmar.

Qui il fenomeno della tratta ebbe una crescita vertiginosa dopo la fine degli anni ‘60, in seguito all’installazione di basi militari USA per la guerra in Vietnam. Il paese maggiormente investito dal fenomeno fu la Tailandia, dove i soldati americani venivano mandati per periodi di licenza (i cosiddetti R&R, ossia periodi di Rest and Recuperation). Attorno a questa presenza iniziarono a nascere locali notturni e luoghi di ritrovo e intrattenimento di vario tipo. Comiciarono così ad essere condotte nel paese donne provenienti da Laos, Cambogia, Birmania (oggi Myanmar) e persino dalla Cina meridionale. Le tailandesi, invece, iniziarono ad essere trafficate non più solo internamente ma anche verso l’esterno: principalmente in Giappone.

Il governo non contrastò minimamente il fenomeno, anzi ne favorì l’evoluzione crescente attraverso l’approvazione di una legge denominata “Entertainment Act”, che permise il dilagare di luoghi di ritrovo nei quali si esercitava apertamente la prostituzione. La polizia, come in tante altre situazioni analoghe, non interveniva anche di fronte a chiare situazioni di maltrattamento; anzi, spesso entrava in relazione di complicità con gli stessi sfruttatori. Così, se nel 1950 erano presenti nel paese solo 20mila le prostitute, nel 1974 – secondo un rapporto della polizia locale - circa 400mila donne e ragazze delle zone rurali lavoravano nei soli bordelli di Bangkok.

Dopo la fine della guerra, l’industria del sesso si espanse e il paese divenne meta di turismo sessuale e fu solo all’inizio degli anni ’90 che il governo tailandese introdusse una legge proibizionista, che ovviamente non è riuscita a contrastare in maniera efficace il fenomeno.  

Oggi l’industria del sesso è uno dei settori economici trainanti in tutta l’area e l’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) stima che una percentuale compresa fra il 2 e il 14% del PIL di Indonesia, Malaysia, Filippine e Tailandia provenga proprio dal turismo sessuale. 

Scrive Isabella Castrogiovanni, impegnata nel 2000 a Bangkok in un programma dell’UNICEF contro lo sfruttamento sessuale minorile: <<fornire dati certi in questo campo è un esercizio difficile e, per certi aspetti, inutile: si tratta nella stragrande maggioranza dei casi di attività illegali che sfuggono, pertanto, a qualsiasi statistica ufficiale. Un solo esempio estremamente significativo: i dati sulla prostituzione minorile in Tailandia oscillano fra la cifra minima di 30mila (Ministero della Sanità) alla cifra massima di 800mila fornita da un’importante e seria organizzazione locale impegnata da anni nel settore (CPCR- center for Protection of Child Rights). Come riportato in un recente studio del Programma internazionale per l’Eliminazione dello sfruttamento del lavoro minorile (ILO-IPEC, International Labour Organization- International Programme for the Elimination of the Exploitation of Child Labour), i dati più attendibili sulla prostituzione minorile, per i metodi statistici utilizzati, sarebbero quelli forniti dalla Commissione Nazionale per le Donne (Thai National Commission for Women) secondo i quali il numero totale di prostitute al di sotto dei 18 anni di età in Tailandia sarebbe stimabile fra i 30mila e i 35mila casi. Si stima, inoltre, che lavorino in Tailandia un numero approssimativo di 16mila prostituite straniere, delle quali il 30% sarebbe costituito da minori. Si calcola, poi, che a partire dal 1990 circa 80mila donne e bambine siano state vittime di traffici illegali verso la Tailandia a fini di sfruttamento sessuale, la maggior parte in provenienza dalla Birmania, dal sud della Cina (regione dello Yunnan) e dal Laos>>.[8]    

Dopo la vicina guerra in Vietnam e il turismo di massa, altri processi che hanno influito sull’incremento del fenomeno sono stati senz’altro la rapida urbanizzazione, la disintegrazione dei modelli familiari e dei gruppi sociali di riferimento, l’inadeguatezza dei sistemi scolastici, la crescita frenetica dei bisogni e dei consumi. Inoltre, come fa notare ancora l’esperta dell’UNICEF, l’evoluzione dello sfruttamento sessuale ha incontrato un humus culturale che non ne ha ostacolato la diffusione. <<Esiste nella cultura tailandese un valore chiamato katanyu, che tradotto significa qualcosa che vuole mostrare gratitudine ai propri genitori per il fatto di essere stati messi al mondo e cresciuti. Uno dei modi per esprimere tale gratitudine è quello di contribuire materialmente e finanziariamente al sostentamento della propria famiglia di origine. E se le opportunità di lavoro sono scarse (soprattutto per la bambine nelle zone rurali più povere del paese) e l’unico modo per guadagnare presto i soldi è quello di vendere il proprio corpo, la scelta diventa quasi obbligata>>.[9] 

Ma non è solo questo. <<Per il buddismo praticato in Tailandia, le donne sono nettamente inferiori agli uomini. - scrive Kevin Bales - Per centinaia di anni molti abitanti del Nord, in lotta per la vita, sono stati costretti a considerare i propri figli come merci: un cattivo raccolto, la morte di un capofamiglia, o un qualsiasi debito di una certa entità potevano portare a vendere una figlia (mai un figlio) come schiava o come domestica>>.[10] Il boom economico degli anni ’80 e ’90 e la persistente arretratezza del Nord peggiorano ancora la situazione e oggi si può vendere una figlia “per un televisore”.

Lo stesso Vietnam non fu esente dalla diffusione del fenomeno. Fra il 1961 e il 1973 la guerra ha condotto in quella parte di mondo circa tre milioni di giovani militari statunitensi, di un’età compresa tra i 18 e i 25 anni. <<È perciò facilmente comprensibile – scrive Sylvia Ullmo - come mai i ricordi che i “veterani” hanno conservato del loro anno di servizio in Vietnam siano popolati dai volti delle “mama san”, le loro compagne d’una notte o di parecchi mesi, che resero più dolci quei giorni d’inferno o d’esilio>>. E aggiunge: <<Durante la guerra, le basi militari avevano attratto molte giovani contadine delle campagne circostanti con la prospettiva di un impiego ben retribuito: domestiche, lavandaie, cameriere in bar o ristoranti. Quelle più istruite speravano di trovare lavoro come segretarie o centraliniste negli organismi militari, nelle imprese americane o negli ospedali. Si è fatto un gran parlare di donne di facili costumi, di incontri fugaci e della prostituzione che si diffondeva come un cancro in una società divorata dalla guerra. Sembra che in quegli anni in Vietnam ci siano state circa centomila prostitute>>.[11]

Si stima che alla fine della guerra fossero presente a Saigon circa 500mila prostitute, pari alla popolazione complessiva di questa città prima dell’inizio della guerra. <<Le basi militari – scrive Paola Benevene - hanno fatto sviluppare le città asiatiche o ne hanno fatto addirittura sorgere di nuove, semplicemente promuovendo la creazione di locali pubblici provvisti di prostitute>>.[12]

In Cambogia il fenomeno esplode qualche anno dopo, dato che qui il conflitto interno si protrae fino alla fine degli anni ’80. Nel 1991 vengono firmati gli accordi di pace e arrivano nel paese 100mila fra soldati delle truppe di pace e funzionari delle Nazioni Unite e di varie altre istituzioni internazionali. Al loro arrivo fa subito seguito un vertiginoso aumento della prostituzione, soprattutto nelle principali città: Phnom Penh e Battambang. In soli due anni, il numero di donne e ragazze sfruttate passò da 6mila a 20mila. <<Per soddisfare la domanda di sesso a pagamento dei soldati, che offrivano valuta pregiata, ha avuto inizio un traffico di giovani ragazze e donne dalle aree rurali verso le città>>, scrive Paola Monzini.[13] Anche qui come in Tailandia, quando le truppe internazionali hanno iniziato il loro ritiro dal paese, il settore ha iniziato a rivolgersi alla clientela locale.

Analogo processo si può osservare anche nella storia filippina, dove il mercato del sesso si è sviluppato per soddisfare la domanda dei militari delle basi statunitensi. Qui però l’evoluzione del fenomeno risale ad un periodo ancora precedente, dato che la presenza militare americana risale alla fine della seconda guerra mondiale.

 

Uno dei casi più noti nel contesto dell’arcipelago asiatico è quello della città di Olongapo, 130 km a Nord di Manila, alle spalle il vulcano Pinatubo. È nella sua baia – la Subic Bay – che per anni è stata attiva la più grande base americana di tutta l’Asia. Olonpago aveva una popolazione di circa 200mila abitanti, il 10% dei quali lavoravano per gli americani. Dai primi anni '60 la cittadina si è lentamente trasformata in un bordello con 60mila donne e bambini al servizio dei bisogni sessuali dei soldati americani.[14]

All’inizio degli anni Novanta il governo non rinnovò più la concessione e nel 1992 i militari americani abbandonarono l’area. La base è stata riconvertita in un centro manifatturiero che impiega 40mila persone ma l'industria del sesso è sopravvissuta a qualunque trasformazione. Inoltre, ai vecchi padroni dei bordelli si sono aggiunti numerosi soldati in pensione tornati per vivere sull’affare.

Nelle Filippine i turisti sessuali vengono oggi dall'Europa, dal Giappone e dall'Australia. Angeles City, per esempio, cresciuta anch’essa accanto ad un campo militare americano, è meta ogni anno di migliaia di turisti australiani. In tutto il paese, secondo le denunce dell’UNICEF, turisti e truppe militari costituiscano ancora il 40% di quanti “comprano” servizi sessuali da minori di età.[15]

Anche a Taipei (Taiwan) la presenza americana – dal tempo della guerra in Corea alla fine del conflitto in Vietnam – ha dato un importante stimolo alla prostituzione.

E si potrebbe proseguire ancora, Atlante alla mano...

 

 

Le cosiddette “missioni di pace”

Oggi la storia si ripete nelle nuove aree di guerra. Con caratteristiche e connotati nuovi ovviamente: siamo nel terzo millennio e le guerre non sono più solo di aggressione o di difesa. Ormai ha fatto la sua comparsa e si è saldamente installata nelle nostre vite la cosiddetta “guerra umanitaria”! Ma nulla cambia. La violenza non diminuisce, i militari si macchiano delle stesse oscenità e anche i cosiddetti “peacekeepers” non sono da meno.

Negli ultimi anni le accuse di coinvolgimento in fatti di prostituzione e sfruttamento sessuale non hanno risparmiato nemmeno i militari impegnati nelle missioni di pace e centinaia sarebbero gli episodi denunciati presso la stessa Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Angola, Bosnia, Burundi, Cambogia, Croazia, Repubblica Democratica del Congo, Kosovo, Guinea, Liberia; e in Mozambico, Somalia ed Ex-Jugoslavia le accuse hanno coinvolto proprio militari italiani. In molti di questi paesi, l’arrivo dei soldati “per il mantenimento della pace” ha significato in particolare il rapido incremento della prostituzione infantile.

In Mozambico dopo la firma del trattato di pace del 1992, i soldati dell’Operazione delle Nazioni Unite (ONUMOZ) vennero accusati di aver utilizzato bambine di età compresa fra 12 e 18 anni come prostitute. Precise denuncie sono contenute nel Rapporto sulle Conseguenze dei Conflitti Armati su Bambini e Adolescenti, realizzato nel 1996 su incarico dell’allora Segretario Generale dell’ONU Boutros Ghali.[16]

In Cambogia i Caschi Blu sono stati coinvolti in casi di stupro, prostituzione di donne e bambini e nell’applicazione di “torture sistematiche”; la stessa UNICEF si è vista obbligata ad ammettere l’implicazione diretta di propri addetti.

Ai Caschi Blu del MONUC nella RD Congo sono state rivolte accuse di partecipazione in ogni genere di attività illecite: favoreggiamento della prostituzione e pedofilia soprattutto. Sembra che fosse piuttosto diffusa la pratica di costringere bambini in situazione di malnutrizione ad avere rapporti sessuali con i soldati ONU, in cambio di razioni alimentari supplementari.

Il 7 Marzo 2005 Human Rights Watch ha pubblicato un rapporto che testimonia come i combattenti di ogni gruppo coinvolto nel conflitto siano colpevoli di violenza sessuale diffusa e come ben poco sia stato fatto per rallentare la violenza o perseguire i responsabili. <<Coloro che sono stati mandati dalla comunità internazionale a proteggere la gente del Congo hanno non solo fallito nel proteggere le donne – scrive Nicole Itano - ma hanno contribuito al loro sfruttamento>>.[17]

Anche l’Onu ha avviato investigazioni in proposito e - pur concludendo che molti casi specifici non potevano essere controllati - ha affermato che <<vi è un modulo di sfruttamento sessuale praticato dai peacekeepers che è del tutto contrario agli standard fissati dal Dipartimento per le operazioni di peacekeeping>>.[18] Ma questi “operatori di pace” rimangono sotto l'autorità dei paesi di appartenenza e raramente sono costretti a rispondere della propria condotta.

Nel 1998 ebbe vasta eco nel nostro paese la notizia di gravi fatti di cui erano stati responsabili i militari italiani presenti in Somalia. Maltrattamenti, stupri, esecuzioni sommarie, traffici di oro, avorio e opere d’arte, in un paese che era già stato teatro dei peggiori scandali della nostra cooperazione governativa e dell’uccisione della giornalista Ilaria Alpi. Ma le commissioni d’inchiesta hanno concluso che si è trattato solo di casi limitati e imputabili a responsabilità “individuali”.

Ed è di pochi giorni fa lo scandalo denunciato da Save the Children in Liberia, paese martoriato da una guerra che impiega un numero elevatissimo di “bambini soldato”. Qui, fra i responsabili di favoreggiamento della prostituzione e dello sfruttamento sessuale, figurano non solamente i militari delle forze di pace ma perfino alcuni operatori delle cooperazione internazionale. Lo rendono evidente i risultati di una ricerca condotta sia nei campi profughi che fra popolazioni sfollate. Nelle 300 interviste realizzate è emerso che la metà delle donne giovani interpellate – e fra esse anche bambine di 8 anni – ha dichiarato di essere stata sfruttata sessualmente “da presunti commercianti e in alcuni casi da operatori umanitari, soldati del contingente di pace dell’ONU”: si trattava di prestazioni in cambio di denaro o di aiuti alimentari.[19]

Il fronte di guerra di fine millennio a noi più vicino è quello dei Balcani. Qui gli scandali che coinvolgono le forze internazionali sono gravi e documentati.

Negli anni ’90 precise accuse hanno colpito membri delle forze di polizia internazionale impegnati in Bosnia, accusati di essere coinvolti in un giro di prostituzione. I poliziotti erano impiegati della Dyncorp International, compagnia militare privata che oggi gestisce una grossa fetta della ricostruzione in Iraq. All’accusa, formulata da una dipendente dell’azienda, la DynCorp rispose licenziando l’accusatrice e ritirando dal paese gli accusati. Non ci furono però inchieste ufficiali, né processi.

Ma nei Balcani il “fondo del pozzo” è sicuramente costituito dal piccolo e martoriato Kosovo, sul quale diversi organismi internazionali lanciano da tempo un allarme inascoltato.

 

 

Il caso del Kosovo: le accuse di Amnesty International

 

Il Blues Sky sarebbe stato posto sotto sequestro e loro [N.d.a: le ballerine] si sarebbero trovate a spasso. Un vero peccato. Io invece avrei potuto ricavarci un bel po’ vendendone alcune alle bande di kosovari che da tempo ronzavano intorno ai locali del nord est a caccia di ballerine professioniste per i locali di Pristina. La gloriosa guerra di liberazione era finita da un pezzo, ma le truppe della Kfor, la forza di pace, non se n’erano ancora andate. E come tutti i soldati, anche loro avevano voglia di divertirsi e di scopare.[20]

 

Nel 1999, dopo la firma degli accordi di pace vi giunge una massiccia presenza internazionale: 40mila militari  della missione denominata KFOR (Kosovo Force) e centinaia il personale della missione delle Nazioni Unite per l’amministrazione ad interim (UNMIK- United Nation Interim Mission in Kosovo), oltre al personale di oltre 250 ONG.

Quando era passati ancora solo pochi mesi dall’arrivo dei militari, la presenza di bordelli attorno alle basi era già ben nota. E pian piano il Kosovo è divenuto importante area di destinazione per le donne trafficate a scopi di prostituzione.

Amnesty International ha più volte lanciato l’allarme sulla gravità della situazione e nel mese di aprile 2004 ha pubblicato i risultati di una ricerca basata su interviste e racconti di alcune vittime che punta il dato contro la comunità internazionale.[21]

Già alla fine del 1999 UNIFEM (United Nation Development Fund for Women) segnalava la presenza di luoghi di prostituzione nelle quattro località ove si concentravano truppe della KFOR. L’organismo internazionale affermava allora che i militari stranieri non solo costituivano la parte più consistente di clienti ma erano anche coinvolti nel favoreggiamento della tratta. Al centro delle accuse i militari statunitensi per l’area di Gnjilane/Gjilan, i militari tedeschi e di altre nazionalità a Prizren, i militari italiani a Peja e i militari francesi a Mitrovica. Ma gradualmente le aree interessate si ampliarono.

All’inizio del 2000 KFOR e UNMIK vengono pubblicamente indicate dalla IOM (International Organization for Migration) come principali responsabili dell’incremento della tratta a fini di prostituzione. Dal 1999 al 2003 si stima che il numero dei nightclub, dei bar, ristoranti ed hotel nei quali venivano sfruttate ragazze locali e trafficate sia passato da 18 a circa 2000.

Secondo il rapporto di Amnesty, nel periodo 1999-2000 il personale internazionale costituiva l’80% dei clienti dell’industria del sesso, che poi si sarebbe espansa e diversificata in maniera tale da incontrare anche la domanda degli uomini locali. Molte donne intervistate dal “Legal Systems Monitoring Service” dell’OSCE fra il 2000 e il 2001 hanno affermato che gli ufficiali di polizia internazionale erano fra i clienti più frequenti. Nel 2002 il personale internazionale era sceso al 30% dei clienti ma continuava a generare la parte più rilevante dei proventi: circa l’80%. Quando il rapporto venne redatto si stimava che i clienti delle vittime fossero costituiti per il 20% da personale internazionale, nonostante questo non superasse il 2% dei presenti sul posto.

La maggior parte delle donne straniere sfruttate provengono da Moldavia, Romania, Bulgaria e Ucraina; spesso vengono fatte transitare dal Kosovo e vi permangono per un tempo, mentre la loro destinazione finale è in Gran Bretagna o in Italia o in Nord Europa. Le condizioni di sfruttamento non sono meno gravi che per le janfu asiatiche, sebbene in questo caso non siano state direttamente le forze militari ad ideare, organizzare e gestire l’affare.  

 

Testimonianze di minori vittime della tratta in Kosovo

Anche quanto era freddo io dovevo vestirmi con abiti leggeri... Venivo costretta dal ‘boss’ a servire soldati e ufficiali della polizia internazionale... Non ho mai avuto possibilità di scappare e di lasciare quella vita miserabile, perché venivo controllata ogni momento della mia giornata."  (Ragazza albanese trafficata internamente, 12 anni).

 

Non ricordo di aver mai potuto dormire a sufficienza. Andavo sempre a letto intorno alle 4 o 5 del mattino, dopo aver pulito tutti tavoli, piatti, bicchieri e pavimenti e dopo aver raccolto tutti i bicchieri rotti in giro per il bar. Ero esausta quando mi mettevo a dormire e non riuscivo ad addormentarmi subito. Alle 10 o 11 del mattino ci urlavano già di alzarci e dovevamo lavare stanze, letti e lenzuola. I clienti venivano presto al locale e noi dovevano servirli. Ci davano da mangiare come a degli animali e spesso ci nutrivamo solo di avanzi; dovevamo servire i clienti fino alla sera e verso le 11 dovevamo servirli [avere sesso con loro] nelle stanze. A volte questo servizio poteva iniziare anche prima. (Minore trafficata internamente, 17 anni)[22]

 

La ricerca ha rivelato il coinvolgimento di donne giovanissime, anche bambine di 11 anni. Il Centro per la Protezione delle Donne e dei Bambini (una ONG locale) nel suo rapporto annuale del 2002 scrive che l’81% delle vittime di traffico assistite erano minori e il 32% avevano un’età compresa fra 11 e 14 anni. Le stesse vittime hanno raccontato dell’esistenza di “case di vendita” nelle quali venivano trasferite dietro pagamento da un trafficante ad un altro o da un proprietario di locale ad un altro. La tariffa poteva variare da 50 a 3.500 euro. Il rapporto di Amnesty include testimonianze di coercizione, sottrazione della libertà, rapimento, maltrattamenti fisici e psicologici e persino casi di tortura.

<<Quando arrivano in Kosovo – si legge nel documento – vengono picchiate e rapite – dai clienti, dai “proprietari” e dall’altro staff. Molte sono virtualmente imprigionate, rinchiuse in appartamenti, stanze o celle. Alcune diventano schiave, essendo costrette a lavorare nei bar e nei cafè di giorno e di notte chiuse in una stanza a servire 10-15 clienti da uomini che definiscono i loro “proprietari”. Alcune si rendono conto che i loro salari – la ragione per la quale hanno lasciato la propria casa – non vengono mai pagati, ma vengono trattenuti per pagare il “debito”, per pagare arbitrariamente l’acquisto di beni oppure il cibo e la sistemazione. Se sono malate, possono vedersi negata l’assistenza in salute. Non hanno status legale e si vedono negati i diritti più basilari. Alcune sono bambine di appena 12 anni. Anche se scappano dai trafficanti e vengono “riscattate” dalla polizia, alcune donne subiscono violazioni dei diritti umani da parte degli ufficiali>>. 

<<Data l’importanza strategica della presenza dell’Unione europea in Kosovo, con oltre 36.000 soldati in servizio nella Kfor, chiediamo che sia fatto di più, sia sul piano finanziario che su quello legale, per contribuire a combattere una pratica ripugnante che si svolge proprio di fronte alla nostra porta di casa>>, ha dichiarato in occasione della presentazione del rapporto il direttore dell’ufficio di Amnesty International presso l’Unione europea.[23]

Tuttavia, il personale della Missione ad interim delle Nazioni Unite in Kosovo (Unmik) e della Forza militare internazionale in Kosovo a guida Nato (Kfor) gode di immunità, salvo quando le inchieste vengano esplicitamente richieste direttamente dal Segretario generale dell’Onu o, nel caso della Nato, dai rispettivi comandanti nazionali. Nel gennaio 2001, Unmik ha adottato il Regolamento 2001/4 sulla proibizione del traffico di esseri umani in Kosovo, che criminalizza sia i trafficanti che le persone che consapevolmente si servono delle prestazioni delle vittime. Secondo i dati dell’Unità traffico e prostituzione della UMNIK (Tipu), nel periodo compreso tra gennaio 2002 e luglio 2003, da 22 a 27 soldati della KFOR sono stati coinvolti in crimini connessi alla tratta. Tuttavia nel rapporto si afferma che Amnesty International non ha informazioni su eventuali procedimenti disciplinari a loro carico e la Tipu non ha saputo dare notizie al riguardo.

Dopo la promulgazione del Trafficking Regulation Act, UNMIK ha distribuito un codice di condotta al proprio personale, indicando fra le altre cose una lista di locali “off-limits”: nel gennaio 2001 erano 150 i locali off-limits, nel Luglio 2002 155, nel Gennaio 2004 200. Ma è legittimo chiedersi quanti si siano attenuti alle regole definite, se dagli internazionali provengono ancora i proventi maggiori dell’industria del sesso in Kosovo.

 

 

Conclusioni 

Per favore, non fatemi credere che esistano i buoni e i cattivi

In guerra solo il male ha un senso e una ragione

Abbiate il coraggio di guardare il lato oscuro del Sole! (…)

Per favore, non cercate di apparire buoni

Tanto non ci riuscirete.

(Sbancor, Canzone di guerra N.1)[24]

 

Oggi – come mai prima d’ora - il mondo sembra dividersi fra “buoni” (sicuramente buoni!) e “cattivi” (sicuramente cattivi!) e le operazioni di guerra che fanno i “buoni” hanno sempre l’obiettivo di “liberare” popolazioni oppresse. Ma se poi anche i cosiddetti “buoni” comprano sesso da bambine di 12 anni oppure stuprano o quanto meno sono un anello chiave nelle solite e antiche vicende di sfruttamento sessuale?

 

Forse basterebbe concludere che il problema sta nella guerra in sé. Che la guerra fa anche questo e che è inevitabile che accada. Allora ripudiare le varie forme di sfruttamento o violenza sessuale ad essa legate offre una ragione in più per “ripudiare” la guerra. Tanto più che agli orrori dei conflitti si aggiungono ormai dappertutto processi distorti di ri-costruzione che spesso non interrompono le situazioni di violenza, anzi le acutizzano.

Nelle ultime settimane, mentre in Germania si preparava l’avvio dei mondiali di calcio, è stato lanciato da più parti l’allarme sul rischio che migliaia di donne venissero “importate” nelle città tedesche nelle quali si disputano le gare. I campanelli di allarme sono stati suonati unanimemente e ovunque dal popolo degli ipocriti, che generalmente dimentica che la tratta esiste 365 giorni l’anno e non solo poche settimane ogni 4 anni. E che non abbiamo bisogno di false crociate che, invece di liberarci dallo sfruttamento sessuale, si risolvono nella maggior parte dei casi in aggressioni rivolte alle lavoratrici sessuali da parte delle forze dell’ordine.

Decine di articoli si sono occupati del tema, ma – tanto per aggiungere ipocrisia all’ipocrisia – solo prima che la grande manifestazione calcistica prendesse il via. (Poi tutto ad applaudire i goal e a soffrire per la propria nazionale!). E nel dibattito pubblico che ne è nato, le donne trafficate sono divenute ancora una volta semplici “merci”, spostate come pacchi nel mercato dei beni di consumi di massa. “Calcio e sesso vanno assieme, anche in occasione dei prossimi mondiali. Donne importate, vendute al migliore offerente”, recita il sommario di uno dei tanti articoli.[25]

Si ipotizza di donne “importate” dall’Est Europa, che potrebbero essere 40mila. La “Coalizione contro la tratta delle donne” ha lanciato la campagna: “Comprare sesso non è uno sport. Diciamo no alla prostituzione delle donne in Germania durante i mondiali di calcio 2006”, che però – come si evince dal titolo - si rivolge chiaramente contro la prostituzione tout court e non solo sulla tratta delle donne.[26]

Anche il Dipartimento di Stato USA – in prima fila da anni nella crociata contro la prostituzione – nel suo rapporto annuale sulla tratta degli esseri umani, reso pubblico come di consueto all’inizio di giugno, ha fatto cenno al “pericolo mondiali”. John Miller, consigliere di Condoleeza Rice sulla tratta degli esseri umani, in occasione della presentazione del rapporto ha affermato: <<… ci sono segnalazioni di migliaia di donne trasportate dalla Germania per il sesso durante la Coppia del Mondo>>, aggiungendo che <<c’è un legame fra prostituzione e tratta a scopo di sfruttamento sessuale>>.

Probabilmente, ciò che più infastidisce il mondo è il fatto che la Germania abbia legalizzato la prostituzione (nel 2002) e che si sia preparata ad un evento calcistico che porterà nel paese migliaia di tifosi anche con misure volte alla riduzione del danno, come la costruzione di appositi locali in luoghi che consentano di accedere a condizioni igieniche adeguate.

Mentre leggo la caterva di messaggi e notizie che ogni giorno circolano in rete sull’argomento, non posso che chiedermi perché non è mai stato lanciato con analoga forza l’allarme sul ruolo delle guerre nel replicare determinati modelli di relazione di genere e di potere. E perché i fatti citati nel presente documento al massimo riescano a fare notizia solo per qualche giorno, senza suscitare la doverosa indignazione e una ferma opposizione all’impunità.



[1] Vedi: “Pantaleón y las visitadoras”, Mario Vargas Llosa, punto de lectura, España, 2000, pag.9. Traduzione mia.

[2] Per consultare la storia completa di Monica, vedi Ada Trifirò, “Donne che esercitano la prostituzione in Colombia: una storia di inequità di genere ed emarginazione”, in www.terrelibere.org

[3] Carla Corso, Sandra Landi, “Ritratto a Tinte forti”, Astrea, Giunti, Firenze 1991, pag. 90.

[4] Ibidem, pag. 173.

[5] Vedi Alessia Mazzoni, Le ‘comfort women’ dell’esercito imperiale giapponese: una questione irrisolta, in http://www.terrelibere.org/counter.php?riga=187&file=187.htm.

[6] Vedi Maria Rosa Henson, Comfort women: a Filipina’s story of prostitution and slavery under the Japanese military, Rowaman&littlefield, Maryland.1999, pag. 36-37. Citato in: Yuki Tanaka, Japan’s comfort women. Sexual slavery and prostitution during world war II and the US occupation, Routledge, New York, 2002, pag.1. Ringrazio Alessia Mazzoni per avermi messo a disposizione questa ed altre testimonianze di ex janfu tratte dall’ampia letteratura che ha costituito fonte della sua ricerca precedentemente citata.

[7] Kevin Bales, I nuovi schiavi. La merce umana nell’economia globale, Saggi Universale Economica Feltrinelli, Milano 2000, pag. 38-39.

[8] Vedi: Isabella Castrogiovanni, “Il programma UNICEF contro lo sfruttamento sessuale minorile”, www.terrelibere.org.

[9] Ibidem.

[10] Kevin Bales, cit., pag.41.

[11] Sylvia Ullmo, “I sogni infranti dei figli dei G.I. in Vietnam”, in  http://wwwesterni.unibg.it/acoma/18/5.pdf.

[12] Paola Benevene, “I diritti dell’infanzia”, in http://www.annaliistruzione.it/riviste/annali/pdf/030498/030498ar12.pdf.

[13] Vedi: Paola Monzini, “Il mercato delle donne. Prostituzione, tratta e sfruttamento”, Donzelli Editore, Roma 2002.

[14] Vedi: Claudio Jampaglia, “Mango equo contro il turismo sessuale. La storia di Shay Cullen, missionario e attivista irlandese nelle Filippine”, in Liberazione, 8 gennaio 2005. 

[15] UNICEF, “Sfruttamento sessuale dei bambini”, 2001, in www.ecplanet.com.  

[16] ONU, Impatto della Guerra sui bambini, Rapporto di Graça Machel, esperta del Segretario Generale delle Nazioni Unite, New York, 1996, citato da Paola Benevene, op.cit.

[17] “Lo stupro come arma di guerra”, di Nicole Itano, "wwnews", Aprile 2005, traduzione M. G. Di Rienzo, http://www.ecn.org/reds/donne/mondo/mondo0504Congo.html. Per consultare il rapporto di HRW, vedi in: www.hrw.org/reports/2005/drc0305.

[18] Ibidem.

[19] Vedi: “From camp to community: Liberia Study on exploitation of children”, discussion paper, in www.savethechildren.org.

[20] Massimo Carlotto, Arrivederci amore ciao, edizioni e/o, Roma 2004, pag. 54.

[21] Vedi: Amnesty International, Kosovo (Serbia and Montenegro). So does it mean that we have the rights?" Protecting the human rights of women and girls trafficked for forced prostitution in Kosovo, http://web.amnesty.org/library/index/ENGEUR700102004

[22] Testimonianze citate nel rapporto di AI. Traduzione mia.

[23] Vedi comunicato stampa del 06.05.2004, disponibile in:  http://www.terrelibere.org/terrediconfine/index.php?x=completa&riga=0991

[24] Sbancor, Diario di guerra. Critica della guerra umanitaria, Derive e Approdi, Roma 1999, pag. 9.

[25] Renato Sacco, “Cabina di prestazione”, Mosaico di Pace, Maggio 2006. In http://italy.peacelink.org/mosaico/articles/art_16256.html.

Formato per la citazione:
Ada Trifirò, "Presenza militare, prostituzione e crimini sessuali", terrelibere.org, 27 giugno 2006, http://www.terrelibere.it/doc/presenza-militare-prostituzione-e-crimini-sessuali