Presenza militare, prostituzione e
crimini sessuali
Ada Trifirò, Giugno
2006
Corre
un nesso stretto e inquietante fra sfruttamento sessuale e presenza militare. Non
se ne parla mai a sufficienza o si evita di parlarne. Talvolta se ne fa semplicemente
cenno. Probabilmente lo si considera un fatto scontato. Di certo rappresenta una
costante nella storia e se ne osservano esempi ovunque.
Mario
Vargas Llosa ha costruito attorno al tema una pantomima che prende spunto da un
fatto reale. Mi riferisco alla tragicomica storia raccontata nelle pagine di
“Pantaleón y las visitadoras”. Pantaleón Pantoja è un capitano dell’esercito
peruviano, inviato in Amazzonia per organizzare un servizio di “visitatrici”
per i soldati. Ad ispirare il romanzo è il provvedimento che nel 1958
l’esercito peruviano aveva preso per permettere ai militari di stanza ad
Iquitos di “sfogare le proprie ansie sessuali”, senza aggredire le donne delle
comunità locali.
...la truppa della selva si
accoppia con le ragazze del posto… si registrano atti di violenza a iosa e i
tribunali non ce la fanno nemmeno a giudicare questi vigliacchi. Tutta l’Amazzonia
è in rivolta. Ogni giorno veniamo aggrediti con accuse e denuncie… e arrivano
persino commissioni di protesta dai villaggi più lontani.
Dopo
avere consultato specialisti, aver fatto ricorso a diete in grado di debilitare
la libidine dei soldati, la controversa soluzione trovata è quella della
costituzione di un servizio apposito perché - come dice uno degli ufficiali che
fornisce l’incarico al capitano Pantoja - <<il problema non è solo per le
signore aggredite, ma anche per le reclute condannate a vivere come caste
colombe in quel calore tanto peccaminoso>>.
In Colombia, nelle zone interessate
dal conflitto sono gli stessi attori armati a gestire e dettare le regole di
funzionamento dei locali di prostituzione e della prestazioni di sesso in
cambio di denaro. Per questa ragione decidere di andare in quelle aree comporta
per le donne notevoli pericoli. Fra le lavoratrici sessuali colombiane è un fatto
noto ma tante donne giovani e poco consapevoli o che si trovavano in situazioni
disperate, accettano di recarvisi comunque. Racconta Monica, una ragazza
colombiana che nel 2001 aveva 21 anni:
L’anno scorso sono andata nel
Vichada. Una ragazza ha detto ad una mia amica che lì gli era andato benissimo.
In quel momento non avevo soldi ma li ho presi in prestito per il biglietto e
per tutto quello che dovevamo portare: carta igienica, pastiglie, alcool.
Perché ci hanno detto lì non si trovava quasi niente e quello che c’era era
troppo caro. Noi credevamo di andare in un paese ma se c’erano dieci case era
molto. Intorno non c’erano paesi, il più vicino era a tre ore di canoa. Quando
siamo arrivate, siamo andate al locale, abbiamo pranzato e ci siamo messe nelle
stanze; poi è arrivato un miliziano e ci ha preso i documenti. Se li è portati
per passarli al computer e verificare se avevamo qualcosa a che fare con
l’esercito o con i paracos [N.d.a: paramilitari].
Noi non sapevamo che dovevamo
rimanere lì tanto tempo. Cioè, ci avevano detto che dovevamo rimanere tre mesi
ma pensavamo che era una condizione che poneva il padrone del locale. Invece
era la guerriglia che decideva… Ci tenevano sempre vigilate, perché lì erano
arrivate alcune ragazze e si erano fatte passare per prostitute invece erano
paramilitari, allora le hanno ammazzate tutte.
Io sono stata anche in zone dove
ci sono i paracos, a Doradal. Ma là non sono capace di lavorare. Io
preferisco la guerriglia ai paracos. I guerriglieri non obbligano le donne
a stare con loro perché sono guerriglieri. A loro li puniscono se lo fanno.
Invece i paracos fanno quello che vogliono; loro dicono: “Devi venire
con me gratis” e lo devi fare. Se ti dicono senza preservativo, anche. È quello
che loro dicono! Siccome loro dicono che sono tutti comandanti!
L’Italia
non è la selva amazzonica o la martoriata Colombia e generalmente le basi
militari nel nostro paese non isolano il loro personale addetto – militare e
non – dal resto della comunità “ospitante”. Ma anche nel nostro paese la
concentrazione di offerta sessuale in prossimità delle basi miliari è evidente.
Le basi USA ne sono un esempio: basti pensare a Sigonella oppure a La Maddalena e ovviamente ad
Aviano, luogo di importanza cruciale, tra l’altro, nella storia del Comitato
per i Diritti Civili delle Prostitute di Pordenone.
Aviano
era <<la meta per divertirsi, perché era sempre pieno di locali per
americani, discoteche, cose del genere… e quando ci si voleva divertire, da
Pordenone si doveva andare ad Aviano>>, dice Carla Corso nel suo
“Ritratto a tinte forti”. Da una parte, la
presenza militare americana alimentava la domanda di un certo tipo di servizi;
dall’altra le forme di violenza e le prepotenze di cui i soldati erano autori
condussero ad un importante presa di coscienza e al bisogno di auto-organizzarsi.
<<Il Comitato è nato perché eravamo semplicemente stufe di quello che
succedeva a Pordenone, di tutta la prepotenza nei confronti delle prostitute,
soprattutto da parte degli americani>>.
I militari sono
fruitori di servizi sessuali ovunque. E per un banale fatto: la guerra schiera
“uomini” e li separa da un proprio contesto affettivo; per loro, dunque,
acquistare servizi sessuali diventa un modo per soddisfare i bisogni fisici e
affettivi. E fino a qui nulla di strano! Il problema sorge quando le donne si
trovano in una situazione di costrizione o quando sono minori di età o quando
la presenza militare scatena processi che conducono ad una diffusione
dell’industria del sesso tale da alterare gli equilibri locali. O ancora quando
la brutalità della guerra o il bisogno di sopraffazione fra parti opposte
produce forme di estremizzazione della relazione di potere uomo-donna o
dominatore-dominato. Allora dallo sfruttamento sessuale si può passare alla
schiavitù vera e propria o ad altre forme di aggressione sessuale che diventano
strumento di umiliazione dell’avversario o di affermazione di forza. Si tratta
ovviamente di fenomeni ben diversi dalla semplice fruizione di servizi sessuali
ma rispetto ai quali - in situazioni limite - finisce per non esserci più un
confine chiaro.
Oltre
ad essere luogo privilegiato per lo sfruttamento sessuale, le aree di guerra sono
anche zone di provenienza per le donne vittime della tratta di esseri umani. Ancora
una volta è il caso della Colombia, secondo paese di origine in Sud America di donne
trafficate a fini di prostituzione. Oppure dell’Iraq “liberato”, da dove le ragazze vengono trafficate verso altri paesi dell’area
del Golfo per la prostituzione ma anche a scopo di sfruttamento lavorativo. Secondo
le autorità diplomatiche dei paesi interessati e il Dipartimento di Stato
Americano, sarebbero migliaia le irachene tenute in condizioni di reale
schiavitù in Siria e nello Yemen.
Paesi in guerra
uguale paesi di provenienza, dunque. E poi contesti di guerra come luoghi di
attrazione. E poi aree di guerra in quanto luoghi nei quali si commettono
atroci aggressioni che con l’acquisito di servizi sessuali non hanno più niente
a che fare ma che richiamano comunque ad un nesso forte fra affermazione del
potere e sessualità. E che coinvolgono sempre più civili insieme ai militari e
forze internazionali di pace – gli impropriamente detti “peacekeepers” - accanto
alle truppe locali. Muovendosi nello spazio e nel tempo se ne incontrano esempi
ovunque.
Le schiave sessuali dell’esercito
imperiale giapponese
Uno degli casi più
eclatanti di sfruttamento sessuale collegato alla guerra è quello delle comfort
women (le ianfu) dell’esercito imperiale giapponese: donne coreane,
taiwanesi, filippine e di altri paesi occupati dal Giappone che durante la II
guerra mondiale vennero tenute in campi di detenzione – denominati ianjo
- posti sotto il controllo dell’Esercito Imperiale giapponese ed obbligate a
prostituirsi ai soldati giapponesi. Scrive Alessia Mazzoni:
<<Il
sistema delle ianfu (...) è stato definito “il più grande ed elaborato
sistema di traffico di donne nella storia dell’umanità”. Si trattò di una forma
militarizzata di prostituzione forzata e di sfruttamento femminile la cui
dimensione sbalordì per il numero di donne coinvolte, l’internazionalità del
sistema, la capillarità dell’organizzazione militare proposta al procacciamento
delle vittime, la durata del tempo in cui fu operante e l’ampiezza dell’area e
dei paesi che interessò>>.
La misura
veniva dettata dalla necessità di preservare i soldati dal rischio di contagio
da malattie veneree ma anche per evitare gli stupri di donne civili da parte
delle truppe, che esasperavano l’antagonismo delle popolazione occupate.
Inizialmente nei postriboli venivano prostitute giapponesi ma con l’estendersi
del fronte di guerra il numero delle donne che si richiedeva era sempre più
alto. Fra il 1932 e il 1945 circa 100mila donne sono state vittima di questa
pratica e si ritiene che l’80% di loro fossero coreane. Le donne venivano
reclutate con l’inganno o con la forza da agenti di fiducia dello Stato
maggiore oppure erano i comandanti militari stessi che ne facevano richiesta ai
capi civili locali, minacciando di distruggere interi villaggi se la richiesta
non fosse stata soddisfatta.
Testimonianza di una janfu
filippina
Dodici soldati mi violentarono
uno dopo l’altro, dopo di che mi venne data un’ora di pausa. Poi seguirono altri
dodici soldati. Erano tutti allineati fuori dalla stanza aspettando il loro
turno. Sanguinavo e provavo così tanto dolore che non mi reggevo in piedi. Il
mattino seguente ero troppo debole per alzarmi… non riuscivo a mangiare.
Provavo molto dolore e la mia vagina era gonfia. Piangevo e piangevo, chiamando
mia madre. Non potevo oppormi ai soldati perché mi avrebbero uccisa. Che altro
potevo fare? Ogni giorno, dalle 2 del pomeriggio alle 10 di sera, i soldati si
allineavano fuori dalla mia stanza e dalle stanze delle altre sei donne che
c’erano. Non avevo neanche il tempo di lavarmi al termine di ogni assalto. Di
sera riuscivo solo a chiudere gli occhi e a piangere. Il mio vestito strappato
si sarebbe sbriciolato a causa della crosta formata dal seme secco dei soldati.
Mi lavavo con acqua calda e pezzi di vestito per essere pulita. Tenevo premuto
il vestito sulla mia vagina come un impacco per alleviare quel dolore e il
gonfiore.
Le atrocità
commesse a danno di queste donne sono state taciute per decenni, fino a quando -
con l’appoggio di organismi internazionali e gruppi di difesa dei diritti umani
- non inizia la denuncia pubblica. Un passaggio importante nella costruzione di
questo percorso è costituito senz’altro dalla raccolta e sistematizzazione
delle testimonianze delle ormai poche “sopravvissute”. I racconti di queste
donne rimandano a condizioni veramente spaventose.
Il potere delle basi militari
Quando Siri si sveglia è circa
mezzogiorno. Le basta svegliarsi per sapere esattamente chi o cosa è diventata.
Come mi ha spiegato, l’indolenzimento ai genitali le ricorda i quindici uomini
con cui ha fatto sesso la notte scorsa. (…) Siri lavora e vive in un bordello
di Ubon Ratchitani, città di provincia della Tailandia del nord. (…) Molti
scelgono Siri perché sembra più giovane dei suoi quindici anni; minuta, il viso
rotondo,vestita in modo da accentuare l’età acerba, potrebbe averne undici o
dodici.
Un’area
nella quale la presenza militare ha avuto un impatto mai contrastato nel tempo
è quella del Sud est Asiatico, e principalmente i paesi della regione del
Mekong: Tailandia, Laos, Cambogia, Vietnam, Myanmar.
Qui
il fenomeno della tratta ebbe una crescita vertiginosa dopo la fine degli anni ‘60,
in seguito all’installazione di basi militari USA per la guerra in Vietnam. Il
paese maggiormente investito dal fenomeno fu la Tailandia, dove i
soldati americani venivano mandati per periodi di licenza (i cosiddetti R&R,
ossia periodi di Rest and Recuperation). Attorno a questa presenza
iniziarono a nascere locali notturni e luoghi di ritrovo e intrattenimento di
vario tipo. Comiciarono così ad essere condotte nel paese donne provenienti da
Laos, Cambogia, Birmania (oggi Myanmar) e persino dalla Cina meridionale. Le
tailandesi, invece, iniziarono ad essere trafficate non più solo internamente ma
anche verso l’esterno: principalmente in Giappone.
Il
governo non contrastò minimamente il fenomeno, anzi ne favorì l’evoluzione
crescente attraverso l’approvazione di una legge denominata “Entertainment Act”,
che permise il dilagare di luoghi di ritrovo nei quali si esercitava apertamente
la prostituzione. La polizia, come in tante altre situazioni analoghe, non
interveniva anche di fronte a chiare situazioni di maltrattamento; anzi, spesso
entrava in relazione di complicità con gli stessi sfruttatori. Così, se nel
1950 erano presenti nel paese solo 20mila le prostitute, nel 1974 – secondo un
rapporto della polizia locale - circa 400mila donne e ragazze delle zone rurali
lavoravano nei soli bordelli di Bangkok.
Dopo
la fine della guerra, l’industria del sesso si espanse e il paese divenne meta
di turismo sessuale e fu solo all’inizio degli anni ’90 che il governo
tailandese introdusse una legge proibizionista, che ovviamente non è riuscita a
contrastare in maniera efficace il fenomeno.
Oggi
l’industria del sesso è uno dei settori economici trainanti in tutta l’area e l’Organizzazione
internazionale del lavoro (OIL) stima che una percentuale compresa fra il 2 e
il 14% del PIL di Indonesia, Malaysia, Filippine e Tailandia provenga proprio
dal turismo sessuale.
Scrive
Isabella Castrogiovanni, impegnata nel 2000 a Bangkok in un
programma dell’UNICEF contro lo sfruttamento sessuale minorile: <<fornire
dati certi in questo campo è un esercizio difficile e, per certi aspetti,
inutile: si tratta nella stragrande maggioranza dei casi di attività illegali che
sfuggono, pertanto, a qualsiasi statistica ufficiale. Un solo esempio
estremamente significativo: i dati sulla prostituzione minorile in Tailandia
oscillano fra la cifra minima di 30mila (Ministero della Sanità) alla cifra
massima di 800mila fornita da un’importante e seria organizzazione locale
impegnata da anni nel settore (CPCR- center for Protection of Child Rights).
Come riportato in un recente studio del Programma internazionale per
l’Eliminazione dello sfruttamento del lavoro minorile (ILO-IPEC, International
Labour Organization- International Programme for the Elimination of the
Exploitation of Child Labour), i dati più attendibili sulla prostituzione
minorile, per i metodi statistici utilizzati, sarebbero quelli forniti dalla
Commissione Nazionale per le Donne (Thai National Commission for Women) secondo
i quali il numero totale di prostitute al di sotto dei 18 anni di età in
Tailandia sarebbe stimabile fra i 30mila e i 35mila casi. Si stima, inoltre,
che lavorino in Tailandia un numero approssimativo di 16mila prostituite
straniere, delle quali il 30% sarebbe costituito da minori. Si calcola, poi,
che a partire dal 1990 circa 80mila donne e bambine siano state vittime di
traffici illegali verso la Tailandia a fini di sfruttamento sessuale, la
maggior parte in provenienza dalla Birmania, dal sud della Cina (regione dello
Yunnan) e dal Laos>>.
Dopo
la vicina guerra in Vietnam e il turismo di massa, altri processi che hanno
influito sull’incremento del fenomeno sono stati senz’altro la rapida urbanizzazione,
la disintegrazione dei modelli familiari e dei gruppi sociali di riferimento,
l’inadeguatezza dei sistemi scolastici, la crescita frenetica dei bisogni e dei
consumi. Inoltre, come fa notare ancora l’esperta dell’UNICEF, l’evoluzione dello
sfruttamento sessuale ha incontrato un humus culturale che non ne ha ostacolato
la diffusione. <<Esiste nella cultura tailandese un valore chiamato katanyu,
che tradotto significa qualcosa che vuole mostrare gratitudine ai propri
genitori per il fatto di essere stati messi al mondo e cresciuti. Uno dei modi
per esprimere tale gratitudine è quello di contribuire materialmente e
finanziariamente al sostentamento della propria famiglia di origine. E se le
opportunità di lavoro sono scarse (soprattutto per la bambine nelle zone rurali
più povere del paese) e l’unico modo per guadagnare presto i soldi è quello di
vendere il proprio corpo, la scelta diventa quasi obbligata>>.
Ma non è solo questo. <<Per il
buddismo praticato in Tailandia, le donne sono nettamente inferiori agli uomini.
- scrive Kevin Bales - Per centinaia di anni molti abitanti del Nord, in lotta
per la vita, sono stati costretti a considerare i propri figli come merci: un
cattivo raccolto, la morte di un capofamiglia, o un qualsiasi debito di una
certa entità potevano portare a vendere una figlia (mai un figlio) come schiava
o come domestica>>. Il boom economico
degli anni ’80 e ’90 e la persistente arretratezza del Nord peggiorano ancora
la situazione e oggi si può vendere una figlia “per un televisore”.
Lo stesso Vietnam non fu esente dalla
diffusione del fenomeno. Fra il 1961 e
il 1973 la guerra ha condotto in quella parte di mondo circa tre milioni di
giovani militari statunitensi, di un’età compresa tra i 18 e i 25 anni. <<È
perciò facilmente comprensibile – scrive Sylvia Ullmo - come mai i ricordi che
i “veterani” hanno conservato del loro anno di servizio in Vietnam siano
popolati dai volti delle “mama san”, le loro compagne d’una notte o di parecchi
mesi, che resero più dolci quei giorni d’inferno o d’esilio>>. E
aggiunge: <<Durante la guerra, le basi militari avevano attratto molte
giovani contadine delle campagne circostanti con la prospettiva di un impiego
ben retribuito: domestiche, lavandaie, cameriere in bar o ristoranti. Quelle
più istruite speravano di trovare lavoro come segretarie o centraliniste negli
organismi militari, nelle imprese americane o negli ospedali. Si è fatto un
gran parlare di donne di facili costumi, di incontri fugaci e della
prostituzione che si diffondeva come un cancro in una società divorata dalla
guerra. Sembra che in quegli anni in Vietnam ci siano state circa centomila
prostitute>>.
Si stima che alla fine della guerra
fossero presente a Saigon circa 500mila prostitute, pari alla popolazione
complessiva di questa città prima dell’inizio della guerra. <<Le basi
militari – scrive Paola Benevene - hanno fatto sviluppare le città asiatiche o
ne hanno fatto addirittura sorgere di nuove, semplicemente promuovendo la
creazione di locali pubblici provvisti di prostitute>>.
In Cambogia il fenomeno esplode
qualche anno dopo, dato che qui il conflitto interno si protrae fino alla fine
degli anni ’80. Nel 1991 vengono firmati gli accordi di pace e arrivano nel
paese 100mila fra soldati delle truppe di pace e funzionari delle Nazioni Unite
e di varie altre istituzioni internazionali. Al loro arrivo fa subito seguito
un vertiginoso aumento della prostituzione, soprattutto nelle principali città:
Phnom Penh e Battambang. In soli due anni, il numero di donne e ragazze
sfruttate passò da 6mila a 20mila. <<Per soddisfare la domanda di sesso a
pagamento dei soldati, che offrivano valuta pregiata, ha avuto inizio un
traffico di giovani ragazze e donne dalle aree rurali verso le città>>,
scrive Paola Monzini. Anche qui come in
Tailandia, quando le truppe internazionali hanno iniziato il loro ritiro dal
paese, il settore ha iniziato a rivolgersi alla clientela locale.
Analogo
processo si può osservare anche nella storia filippina, dove il mercato del
sesso si è sviluppato per soddisfare la domanda dei militari delle basi
statunitensi. Qui però l’evoluzione del fenomeno risale ad un periodo ancora
precedente, dato che la presenza militare americana risale alla fine della seconda
guerra mondiale.
Uno
dei casi più noti nel contesto dell’arcipelago asiatico è quello della città di
Olongapo, 130 km a Nord di Manila, alle spalle il vulcano Pinatubo. È nella
sua baia – la Subic Bay – che per anni è stata attiva la più grande base americana
di tutta l’Asia. Olonpago aveva una popolazione di circa 200mila abitanti, il
10% dei quali lavoravano per gli americani. Dai primi anni '60 la cittadina si
è lentamente trasformata in un bordello con 60mila donne e bambini al servizio
dei bisogni sessuali dei soldati americani.
All’inizio
degli anni Novanta il governo non rinnovò più la concessione e nel 1992 i
militari americani abbandonarono l’area. La base è stata riconvertita in un
centro manifatturiero che impiega 40mila persone ma l'industria del sesso è
sopravvissuta a qualunque trasformazione. Inoltre, ai vecchi padroni dei
bordelli si sono aggiunti numerosi soldati in pensione tornati per vivere sull’affare.
Nelle
Filippine i turisti sessuali vengono oggi dall'Europa, dal Giappone e dall'Australia.
Angeles City, per esempio, cresciuta anch’essa accanto ad un campo militare
americano, è meta ogni anno di migliaia di turisti australiani. In tutto il
paese, secondo le denunce dell’UNICEF, turisti e truppe militari costituiscano
ancora il 40% di quanti “comprano” servizi sessuali da minori di età.
Anche a Taipei (Taiwan) la presenza americana – dal tempo
della guerra in Corea alla fine del conflitto in Vietnam – ha dato un
importante stimolo alla prostituzione.
E si potrebbe proseguire ancora, Atlante alla mano...
Le cosiddette “missioni
di pace”
Oggi la storia si ripete nelle nuove
aree di guerra. Con caratteristiche e connotati nuovi ovviamente: siamo nel
terzo millennio e le guerre non sono più solo di aggressione o di difesa. Ormai
ha fatto la sua comparsa e si è saldamente installata nelle nostre vite la cosiddetta
“guerra umanitaria”! Ma nulla cambia. La violenza non diminuisce, i militari si
macchiano delle stesse oscenità e anche i cosiddetti “peacekeepers” non sono da
meno.
Negli ultimi anni le accuse di
coinvolgimento in fatti di prostituzione e sfruttamento sessuale non hanno risparmiato
nemmeno i militari impegnati nelle missioni di pace e centinaia sarebbero gli
episodi denunciati presso la stessa Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
Angola, Bosnia, Burundi, Cambogia, Croazia,
Repubblica Democratica del Congo, Kosovo, Guinea, Liberia; e in Mozambico, Somalia ed Ex-Jugoslavia le accuse hanno
coinvolto proprio militari italiani. In
molti di questi paesi, l’arrivo dei soldati “per il mantenimento della pace” ha
significato in particolare il rapido incremento della prostituzione infantile.
In Mozambico dopo la firma del
trattato di pace del 1992, i soldati dell’Operazione delle Nazioni Unite
(ONUMOZ) vennero accusati di aver utilizzato bambine di età compresa fra 12 e
18 anni come prostitute. Precise denuncie
sono contenute nel Rapporto sulle Conseguenze dei Conflitti Armati su Bambini e
Adolescenti, realizzato nel 1996 su incarico dell’allora Segretario Generale
dell’ONU Boutros Ghali.
In Cambogia i Caschi Blu sono stati coinvolti
in casi di stupro, prostituzione di donne e bambini e nell’applicazione di
“torture sistematiche”; la stessa UNICEF si è vista obbligata ad ammettere
l’implicazione diretta di propri addetti.
Ai Caschi Blu del MONUC
nella RD Congo sono state rivolte accuse di partecipazione in ogni genere di
attività illecite: favoreggiamento della prostituzione e pedofilia soprattutto.
Sembra che fosse piuttosto diffusa la pratica di costringere bambini in
situazione di malnutrizione ad avere rapporti sessuali con i soldati ONU, in
cambio di razioni alimentari supplementari.
Il 7 Marzo 2005 Human Rights Watch ha pubblicato un
rapporto che testimonia come i combattenti di ogni gruppo coinvolto nel
conflitto siano colpevoli di violenza sessuale diffusa e come ben poco sia
stato fatto per rallentare la violenza o perseguire i responsabili. <<Coloro
che sono stati mandati dalla comunità internazionale a proteggere la gente del
Congo hanno non solo fallito nel proteggere le donne – scrive Nicole Itano - ma
hanno contribuito al loro sfruttamento>>.
Anche l’Onu ha avviato investigazioni in proposito e - pur
concludendo che molti casi specifici non potevano essere controllati - ha affermato
che <<vi è un modulo di sfruttamento sessuale praticato dai peacekeepers
che è del tutto contrario agli standard fissati dal Dipartimento per le
operazioni di peacekeeping>>. Ma questi
“operatori di pace” rimangono sotto l'autorità dei paesi di appartenenza e raramente
sono costretti a rispondere della propria condotta.
Nel 1998 ebbe vasta eco nel nostro paese
la notizia di gravi fatti di cui erano stati responsabili i militari italiani
presenti in Somalia. Maltrattamenti,
stupri, esecuzioni sommarie, traffici di oro, avorio e opere d’arte, in un
paese che era già stato teatro dei peggiori scandali della nostra cooperazione
governativa e dell’uccisione della giornalista Ilaria Alpi. Ma le commissioni
d’inchiesta hanno concluso che si è trattato solo di casi limitati e imputabili
a responsabilità “individuali”.
Ed è di pochi giorni fa lo scandalo denunciato
da Save the Children in Liberia, paese martoriato da una guerra che impiega un
numero elevatissimo di “bambini soldato”. Qui, fra i responsabili di
favoreggiamento della prostituzione e dello sfruttamento sessuale, figurano non
solamente i militari delle forze di pace ma perfino alcuni operatori delle
cooperazione internazionale. Lo rendono evidente i risultati di una ricerca
condotta sia nei campi profughi che fra popolazioni sfollate. Nelle 300
interviste realizzate è emerso che la metà delle donne giovani interpellate – e
fra esse anche bambine di 8 anni – ha dichiarato di essere stata sfruttata
sessualmente “da presunti commercianti e in alcuni casi da operatori umanitari,
soldati del contingente di pace dell’ONU”: si trattava di prestazioni in cambio
di denaro o di aiuti alimentari.
Il fronte di guerra di fine
millennio a noi più vicino è quello dei Balcani. Qui gli scandali che coinvolgono
le forze internazionali sono gravi e documentati.
Negli anni ’90 precise accuse hanno
colpito membri delle forze di polizia internazionale impegnati in Bosnia, accusati
di essere coinvolti in un giro di prostituzione. I
poliziotti erano impiegati della Dyncorp International, compagnia
militare privata che oggi gestisce una grossa fetta della ricostruzione in Iraq.
All’accusa, formulata da una dipendente dell’azienda, la DynCorp rispose licenziando
l’accusatrice e ritirando dal paese gli accusati. Non ci furono però inchieste
ufficiali, né processi.
Ma nei Balcani il “fondo del pozzo”
è sicuramente costituito dal piccolo e martoriato Kosovo, sul quale diversi
organismi internazionali lanciano da tempo un allarme inascoltato.
Il caso del Kosovo: le accuse di
Amnesty International
Il Blues Sky sarebbe stato
posto sotto sequestro e loro [N.d.a: le ballerine] si sarebbero trovate
a spasso. Un vero peccato. Io invece avrei potuto ricavarci un bel po’
vendendone alcune alle bande di kosovari che da tempo ronzavano intorno ai
locali del nord est a caccia di ballerine professioniste per i locali di
Pristina. La gloriosa guerra di liberazione era finita da un pezzo, ma le
truppe della Kfor, la forza di pace, non se n’erano ancora andate. E come tutti
i soldati, anche loro avevano voglia di divertirsi e di scopare.
Nel 1999, dopo la
firma degli accordi di pace vi giunge una massiccia presenza internazionale:
40mila militari della missione denominata KFOR (Kosovo Force) e centinaia il
personale della missione delle Nazioni Unite per l’amministrazione ad
interim (UNMIK- United Nation Interim Mission in Kosovo), oltre al
personale di oltre 250 ONG.
Quando era passati
ancora solo pochi mesi dall’arrivo dei militari, la presenza di bordelli
attorno alle basi era già ben nota. E pian piano il Kosovo è divenuto
importante area di destinazione per le donne trafficate a scopi di
prostituzione.
Amnesty
International ha più volte lanciato l’allarme sulla gravità della situazione e
nel mese di aprile 2004 ha pubblicato i risultati di una ricerca basata su
interviste e racconti di alcune vittime che punta il dato contro la comunità
internazionale.
Già
alla fine del 1999 UNIFEM (United Nation Development Fund for Women) segnalava
la presenza di luoghi di prostituzione nelle quattro località ove si
concentravano truppe della KFOR. L’organismo internazionale affermava allora
che i militari stranieri non solo costituivano la parte più consistente di clienti
ma erano anche coinvolti nel favoreggiamento della tratta. Al centro delle
accuse i militari statunitensi per l’area di Gnjilane/Gjilan, i militari
tedeschi e di altre nazionalità a Prizren, i militari italiani a Peja e i
militari francesi a Mitrovica. Ma gradualmente le aree interessate si ampliarono.
All’inizio
del 2000 KFOR e UNMIK vengono pubblicamente indicate dalla IOM (International
Organization for Migration) come principali responsabili dell’incremento della
tratta a fini di prostituzione. Dal 1999 al 2003 si
stima che il numero dei nightclub, dei bar, ristoranti ed hotel nei quali
venivano sfruttate ragazze locali e trafficate sia passato da 18 a
circa 2000.
Secondo il rapporto
di Amnesty, nel periodo 1999-2000 il personale internazionale costituiva l’80%
dei clienti dell’industria del sesso, che poi si sarebbe espansa e
diversificata in maniera tale da incontrare anche la domanda degli uomini
locali. Molte donne intervistate dal “Legal Systems Monitoring Service”
dell’OSCE fra il 2000 e il 2001 hanno affermato che gli ufficiali di polizia
internazionale erano fra i clienti più frequenti. Nel 2002 il personale
internazionale era sceso al 30% dei clienti ma continuava a generare la parte
più rilevante dei proventi: circa l’80%. Quando il rapporto venne redatto si
stimava che i clienti delle vittime fossero costituiti per il 20% da personale
internazionale, nonostante questo non superasse il 2% dei presenti sul posto.
La maggior parte
delle donne straniere sfruttate provengono da Moldavia, Romania, Bulgaria e Ucraina; spesso vengono fatte
transitare dal Kosovo e vi permangono per un tempo, mentre la loro destinazione
finale è in Gran Bretagna o in Italia o in Nord Europa. Le condizioni di
sfruttamento non sono meno gravi che per le janfu asiatiche, sebbene in questo
caso non siano state direttamente le forze militari ad ideare, organizzare e
gestire l’affare.
Testimonianze di minori vittime della tratta
in Kosovo
Anche quanto era freddo io dovevo
vestirmi con abiti leggeri... Venivo costretta dal ‘boss’ a servire soldati e
ufficiali della polizia internazionale... Non ho mai avuto possibilità di
scappare e di lasciare quella vita miserabile, perché venivo controllata ogni
momento della mia giornata." (Ragazza albanese trafficata internamente,
12 anni).
Non ricordo di aver mai potuto
dormire a sufficienza. Andavo sempre a letto intorno alle 4 o 5 del mattino,
dopo aver pulito tutti tavoli, piatti, bicchieri e pavimenti e dopo aver
raccolto tutti i bicchieri rotti in giro per il bar. Ero esausta quando mi
mettevo a dormire e non riuscivo ad addormentarmi subito. Alle 10 o 11 del
mattino ci urlavano già di alzarci e dovevamo lavare stanze, letti e lenzuola.
I clienti venivano presto al locale e noi dovevano servirli. Ci davano da
mangiare come a degli animali e spesso ci nutrivamo solo di avanzi; dovevamo
servire i clienti fino alla sera e verso le 11 dovevamo servirli [avere sesso
con loro] nelle stanze. A volte questo servizio poteva iniziare anche prima. (Minore
trafficata internamente, 17 anni)
La ricerca ha
rivelato il coinvolgimento di donne giovanissime, anche bambine di 11 anni. Il
Centro per la Protezione delle Donne e dei Bambini (una ONG locale) nel suo
rapporto annuale del 2002 scrive che l’81% delle vittime di traffico assistite erano
minori e il 32% avevano un’età compresa fra 11 e 14 anni. Le stesse vittime hanno
raccontato dell’esistenza di “case di vendita” nelle quali venivano trasferite
dietro pagamento da un trafficante ad un altro o da un proprietario di locale
ad un altro. La tariffa poteva variare da 50 a 3.500 euro. Il
rapporto di Amnesty include testimonianze di
coercizione, sottrazione della libertà, rapimento, maltrattamenti fisici e psicologici
e persino casi di tortura.
<<Quando
arrivano in Kosovo – si legge nel documento – vengono picchiate e rapite – dai
clienti, dai “proprietari” e dall’altro staff. Molte sono virtualmente
imprigionate, rinchiuse in appartamenti, stanze o celle. Alcune diventano
schiave, essendo costrette a lavorare nei bar e nei cafè di giorno e di notte chiuse
in una stanza a servire 10-15 clienti da uomini che definiscono i loro
“proprietari”. Alcune si rendono conto che i loro salari – la ragione per la
quale hanno lasciato la propria casa – non vengono mai pagati, ma vengono
trattenuti per pagare il “debito”, per pagare arbitrariamente l’acquisto di
beni oppure il cibo e la sistemazione. Se sono malate, possono vedersi negata
l’assistenza in salute. Non hanno status legale e si vedono negati i diritti più
basilari. Alcune sono bambine di appena 12 anni. Anche se scappano dai
trafficanti e vengono “riscattate” dalla polizia, alcune donne subiscono
violazioni dei diritti umani da parte degli ufficiali>>.
<<Data
l’importanza strategica della presenza dell’Unione europea in Kosovo, con oltre
36.000 soldati in servizio nella Kfor, chiediamo che sia fatto di più, sia sul
piano finanziario che su quello legale, per contribuire a combattere una
pratica ripugnante che si svolge proprio di fronte alla nostra porta di
casa>>, ha dichiarato in occasione della presentazione del rapporto il
direttore dell’ufficio di Amnesty International presso l’Unione europea.
Tuttavia, il
personale della Missione ad interim delle Nazioni Unite in Kosovo (Unmik) e
della Forza militare internazionale in Kosovo a guida Nato (Kfor) gode di
immunità, salvo quando le inchieste vengano esplicitamente richieste
direttamente dal Segretario generale dell’Onu o, nel caso della Nato, dai
rispettivi comandanti nazionali. Nel gennaio 2001, Unmik ha adottato il
Regolamento 2001/4 sulla proibizione del traffico di esseri umani in Kosovo,
che criminalizza sia i trafficanti che le persone che consapevolmente si
servono delle prestazioni delle vittime. Secondo i dati dell’Unità traffico e
prostituzione della UMNIK (Tipu), nel periodo compreso tra gennaio 2002 e
luglio 2003, da 22 a 27 soldati della KFOR sono stati coinvolti in
crimini connessi alla tratta. Tuttavia nel rapporto si afferma che Amnesty
International non ha informazioni su eventuali procedimenti disciplinari a loro
carico e la Tipu non ha saputo dare notizie al riguardo.
Dopo la promulgazione del Trafficking
Regulation Act, UNMIK ha distribuito un codice di condotta al proprio
personale, indicando fra le altre cose una lista di locali “off-limits”: nel
gennaio 2001 erano 150 i locali off-limits, nel Luglio 2002 155, nel Gennaio
2004 200. Ma è legittimo chiedersi quanti si siano attenuti alle regole definite,
se dagli internazionali provengono ancora i proventi maggiori dell’industria
del sesso in Kosovo.
Conclusioni
Per favore, non fatemi credere
che esistano i buoni e i cattivi
In guerra solo il male ha un
senso e una ragione
Abbiate
il coraggio di guardare il lato oscuro del Sole! (…)
Per favore, non cercate di
apparire buoni
Tanto
non ci riuscirete.
(Sbancor, Canzone di guerra N.1)
Oggi – come mai prima d’ora - il mondo sembra
dividersi fra “buoni” (sicuramente buoni!) e “cattivi” (sicuramente cattivi!) e
le operazioni di guerra che fanno i “buoni” hanno sempre l’obiettivo di “liberare”
popolazioni oppresse. Ma se poi anche i cosiddetti “buoni” comprano sesso da
bambine di 12 anni oppure stuprano o quanto meno sono un anello chiave nelle
solite e antiche vicende di sfruttamento sessuale?
Forse basterebbe concludere che il
problema sta nella guerra in sé. Che la guerra fa anche questo e che è inevitabile
che accada. Allora ripudiare le varie forme di sfruttamento o violenza sessuale
ad essa legate offre una ragione in più per “ripudiare” la guerra. Tanto più
che agli orrori dei conflitti si aggiungono ormai dappertutto processi distorti
di ri-costruzione che spesso non interrompono le situazioni di violenza, anzi
le acutizzano.
Nelle ultime settimane, mentre in
Germania si preparava l’avvio dei mondiali di calcio, è stato lanciato da più
parti l’allarme sul rischio che migliaia di donne venissero “importate” nelle
città tedesche nelle quali si disputano le gare. I campanelli di allarme sono
stati suonati unanimemente e ovunque dal popolo degli ipocriti, che
generalmente dimentica che la tratta esiste 365 giorni l’anno e non solo poche
settimane ogni 4 anni. E che non abbiamo bisogno di false crociate che, invece
di liberarci dallo sfruttamento sessuale, si risolvono nella maggior parte dei
casi in aggressioni rivolte alle lavoratrici sessuali da parte delle forze
dell’ordine.
Decine di articoli si sono occupati
del tema, ma – tanto per aggiungere ipocrisia all’ipocrisia – solo prima che la
grande manifestazione calcistica prendesse il via. (Poi tutto ad applaudire i
goal e a soffrire per la propria nazionale!). E nel dibattito pubblico che ne è
nato, le donne trafficate sono divenute ancora una volta semplici “merci”,
spostate come pacchi nel mercato dei beni di consumi di massa. “Calcio e sesso
vanno assieme, anche in occasione dei prossimi mondiali. Donne importate,
vendute al migliore offerente”, recita il sommario di uno dei tanti articoli.
Si ipotizza di donne “importate”
dall’Est Europa, che potrebbero essere 40mila. La “Coalizione contro la tratta
delle donne” ha lanciato la campagna: “Comprare sesso non è uno sport. Diciamo
no alla prostituzione delle donne in Germania durante i mondiali di calcio 2006”, che però – come si
evince dal titolo - si rivolge chiaramente contro la prostituzione tout court e
non solo sulla tratta delle donne.
Anche il Dipartimento di Stato USA – in
prima fila da anni nella crociata contro la prostituzione – nel suo rapporto
annuale sulla tratta degli esseri umani, reso pubblico come di consueto
all’inizio di giugno, ha fatto cenno al “pericolo mondiali”. John Miller,
consigliere di Condoleeza Rice sulla tratta degli esseri umani, in occasione
della presentazione del rapporto ha affermato: <<… ci sono segnalazioni
di migliaia di donne trasportate dalla Germania per il sesso durante la Coppia del
Mondo>>, aggiungendo che <<c’è un legame fra prostituzione e tratta
a scopo di sfruttamento sessuale>>.
Probabilmente, ciò che più
infastidisce il mondo è il fatto che la Germania abbia
legalizzato la prostituzione (nel 2002) e che si sia preparata ad un evento
calcistico che porterà nel paese migliaia di tifosi anche con misure volte alla
riduzione del danno, come la costruzione di appositi locali in luoghi che consentano
di accedere a condizioni igieniche adeguate.
Mentre leggo la caterva di messaggi e notizie che
ogni giorno circolano in rete sull’argomento, non posso che chiedermi perché non
è mai stato lanciato con analoga forza l’allarme sul ruolo delle guerre nel
replicare determinati modelli di relazione di genere e di potere. E perché i
fatti citati nel presente documento al massimo riescano a fare notizia solo per
qualche giorno, senza suscitare la doverosa indignazione e una ferma
opposizione all’impunità.