Il potere delle transnazionali e delle oligarchie locali
I maggiori gruppi finanziari internazionali e le classi
dirigenti del paese hanno stretto una scellerata alleanza per appropriarsi delle ingenti risorse naturali e spartirsi il mercato. Mentre dilaga il conflitto politico e militare e si
accentuano disuguaglianze e ingiustizie sociali, la Colombia è al centro degli
investimenti del capitalismo neoliberista.
Capitolo 1
Il dominio delle multinazionali
Le transnazionali hanno avuto
accesso senza limiti di sorta allo sfruttamento intensivo delle ricchezze
naturali, concorrendo perfino alla riorganizzazione
autoritaria della società colombiana. Leggi ed interventi di politica monetaria
e fiscale sono stati applicati rigidamente per rendere più flessibili gli
investimenti stranieri e facilitare la penetrazione dei grandi oligopoli; le
privatizzazioni e le alienazioni delle imprese produttive e dei servizi dello
Stato sono state condotte per attrarre sempre maggiori
capitali internazionali. Si sono realizzati enormi trasferimenti di risorse dal
settore pubblico a quello privato, ed il processo è stato utilizzato dalle
grandi imprese multinazionali per appropriarsi di
settori vitali dell’economia.
Nel paese operano attualmente
circa 400 multinazionali con un giro d’affari annuo di 26.600 miliardi di pesos,
equivalenti al 15% del PIL.
Quattro di esse compaiono nella speciale classifica
annuale delle prime 10 società per fatturato ed utili; si tratta della Triton
Colombia Inc., della BP Expoloration Company, della Oxycol e
della Oxiandina, società operanti tutte nel settore petrolifero.
Congiuntamente queste compagnie hanno totalizzato
nell’anno 2000 un fatturato per 890 miliardi di pesos.
La rapina delle fonti energetiche naturali
La competizione per l’appropriazione
delle importanti risorse petrolifere presenti nel sottosuolo
ha duramente segnato la storia della Colombia. Intensi processi di
militarizzazione del territorio e di vera e propria “pulizia etnico-sociale e
politica” contro le comunità indigene e le organizzazioni della sinistra
moderata e rivoluzionaria sono stati generati dalla
scoperta di nuovi giacimenti e dalle opere di realizzazione degli oleodotti che
assicurano il trasferimento dell’oro nero dalle regioni più interne (Arauca,
Magdalena Medio, Putumayo), ai moderni terminal della costa atlantica, dove il
petrolio è imbarcato verso il nord America. Attualmente
la produzione petrolifera della Colombia è una delle maggiori al mondo; le
riserve conosciute ammonterebbero a 2,6 milioni di barili, mentre sarebbe stato
esplorato appena il 20% delle aree potenzialmente interessate. Il petrolio
rappresenta la principale voce nell’esportazione del paese, incidendo sulla
bilancia commerciale per circa 3,5-4 miliardi di dollari all’anno;
nel 2001 l’oro nero ha generato il 4% del PIL, il 23% delle entrate fiscali e
il 28% del valore delle esportazioni del paese.
L’estrazione petrolifera non ha
costituito tuttavia un fattore di ricchezza e sviluppo per la popolazione, come è confermato da tutti gli indicatori sociali ed
economici dei dipartimenti ove hanno sede i maggiori giacimenti e gli impianti
di raffinazione del crudo: è qui, infatti, che oltre il 70% della popolazione
vive in condizioni di estrema povertà e il 40% dei cittadini risulta
disoccupato. Il modello di sfruttamento intensivo delle risorse petrolifere
colombiane non è differente dalle pratiche di rapina e di iniqua
ridistribuzione dei profitti che le transnazionali del settore hanno imposto in
quasi tutti i maggiori paesi del Sud del mondo. Negli ultimi anni poi, la
situazione è ulteriormente peggiorata grazie al nuovo “modello di associazione” varato dal governo colombiano: esso prevede
la riduzione dal 50% al 30% della partecipazione nei contratti del capitale
dell’impresa statale Ecopetrol (Impresa Colombiana de Petroleos),
l’ampliamento dei tempi di sfruttamento per i giacimenti di gas e petrolio
nelle zone ancora non esplorate, il rimborso in dollari da parte dello Stato
delle spese di esplorazione effettuate dalle compagnie straniere associate,
l’accelerazione dei tempi di concessione delle licenze ambientali.
Con la modifica della cosiddetta
“legge delle regalie” realizzata nel 1999 è stato ridotto notevolmente il
contributo economico che deve essere versato allo Stato dalle imprese straniere
per estrarre gli idrocarburi. Grazie al nuovo schema, per i campi petroliferi
scoperti nel paese non si dovrà più pagare una quota fissa del 20% sul valore
della produzione, ma una tassa variabile secondo le
dimensioni del giacimento che va dal 5% per i campi da cui si estraggono meno
di 5.000 barili al giorno, sino al 25% per i campi dove l’estrazione è
superiore ai 600.000 barili. La misura rende molto più attrattiva
l’esplorazione e l’estrazione in aree ancora più piccole e a prima vista meno
redditizie, ma indebolisce ulteriormente il potere di contrattazione dello
Stato, ridimensionando gli introiti dell’erario. Il decreto di modifica sulle
regalie è stato ripetutamente bocciato dalla Corte Costituzionale per vizi di
forma, ma è stato reiterato arrogantemente dal governo. I benefici che ne sono
derivati alle multinazionali sono stati enormi e ciò spiega come mai i
contratti d’esplorazione sottoscritti con Ecopetrol siano passati da 1
nel 1999 a 32 nel 2000 ed a 28 nel 2001, con una produzione media di 600-650
milioni di barili all’anno. L’obiettivo del governo è far sì che nei
prossimi 4 anni vengano estratti 1.000 milioni di
barili in più e che si dia il via all’esplorazione di 25 nuovi pozzi all’anno
ed al rilevamento sismico su un’area di 12.000 chilometri quadrati.
Sono gli Stati Uniti il maggiore
importatore di petrolio colombiano ed il paese sudamericano è
il 7° esportatore di crudo verso gli USA, ai quali fornisce, insieme ai paesi
confinanti di Venezuela ed Ecuador, una quantità di greggio superiore a quella
proveniente dall’insieme dei paesi del Golfo Persico. Si spiega proprio con la
necessità di assicurarsi il pieno controllo delle risorse petrolifere della
regione andina, l’impegno militare e finanziario contenuto nel Plan Colombia.
La priorità di assicurare l’investimento straniero è
chiaramente espressa nello stesso testo approvato dal Congresso USA.
“Con gli aiuti”, si legge nel documento approvato dal Congresso, “s’insisterà a
che il governo della Colombia completi le riforme
urgenti orientate ad aprire completamente la sua economia agli investimenti e
al commercio estero, particolarmente all’industria petrolifera”.
Fondamentale è stata l’opera di lobbing
esercitata sui politici statunitensi, repubblicani e democratici, da parte
delle maggiori transnazionali petrolifere per porre la centralità geostrategica
e militare della regione andina. All’inizio del 1996 le società BP-Amoco,
Occidental Petroleum Corporation, Enron Corporation insieme al
colosso industriale Colgate-Palmolive, costituirono la “Colombia
Business Partnership”, uno speciale gruppo di lavoro per la promozione
degli investimenti in Colombia che partecipò alla fase istruttoria del
Congresso per predisporre il pacchetto di aiuti militari del Plan Colombia.
L’impegno profuso è stato ripagato con la realizzazione di affari
miliardari. La BP-Amoco, il colosso petrolifero sorto nel 1998 dalla
fusione tra la British Petroleum e la Amoco
di Chicago, in consorzio con la statunitense TritonEnergy, è oggi
proprietaria dei più importanti pozzi petroliferi del paese, in particolare
quelli di Cusiana-Cupiagua nel dipartimento del Casanare, da cui si estraggono
250.000 barili di petrolio al giorno. La BP-Amoco prevede di raddoppiare
entro un paio d’anni la propria produzione in questo complesso petrolifero ed
ha realizzato ulteriori unità estrattive e una nuova
centrale per il processamento del crudo nel vicino municipio di Aguazul. La Oxy-Occidental opera nell’area petrolifera di Caño
Limón (Arauca); in società con la Petrobas del Brasile, la Oxy ha
avviato le perforazioni del giacimento di Guandó, nella valle dell’Alto
Magdalena, dove si prevede l’estrazione di 500 milioni di barili; la
controllata Canadian Occidental Petroleum ha invece intrapreso
l’esplorazione di un immenso giacimento a 55 miglia a sud-ovest di Bogotá, in
un’area denominata “Boquerón”, da cui la transnazionale spera di pompare
quotidianamente oltre 300.000 barili di crudo. Dopo avere investito 100 milioni
di dollari in nuove esplorazioni, la Oxy-Occidental
ha recentemente comunicato di volersi invece ritirare dal progetto Gibraltar
avviato nel dipartimento di Arauca, a seguito della campagna internazionale a
sostegno della popolazione indigena U’wa che si oppone all’estrazione
petrolifera nel proprio territorio ancestrale.
Tra le maggiori compagnie transnazionali operanti in Colombia nel
settore petrolifero compaiono poi la Exxon-Mobil,
la Shell, la Texaco, la BHP Billington, la Chevron
e la Total; a partire del 2001 hanno fatto ingresso nel paese anche la
società spagnola Cepsa, la venezuelana Tecnoil e la texana Lone
Star. Cinque contratti di esplorazione petrolifera
sono stati sottoscritti da Ecopetrol con la Harken Energy Corporation,
compagnia su cui il presidente degli Stati Uniti George Bush vanta una
rilevante partecipazione azionaria;
l’11,5% del pacchetto azionario della Harken è in mano invece al controverso
finanziere saudita Abdullah Taha Bakhsh che congiuntamente al socio Khalid Bin
Mahzouf è a capo di un impero bancario nel quale sono stati rilevanti i flussi
di capitali di proprietà di Osama Bin Laden. Le aree sotto
contratto in Colombia della Harken Energy raggiungono
un’estensione di 450.000 ettari; quattro di esse (Cámbulos, Bocachico, Bolívar, Los Olmos) si trovano nella conca del rio
Magdalena, area estremamente sensibile dal punto di vista ecologico. La quinta
aerea sorge invece negli Llanos orientali (Alcarávan),
e produce tra i 3.000 e i 4.000 barili di crudo al giorno[9]. Le concessioni per la ricerca e lo
sfruttamento petrolifero a favore dell’Harken sono state
firmate dall’allora ministro dell’energia Rodrigo Villamizar, amico di Gorge W.
Bush sin dai tempi dell’università, nonché suo stretto collaboratore economico
durante gli anni trascorsi come governatore del Texas.
L’acutizzazione del conflitto interno sta comunque
influendo negativamente sulla produzione petrolifera e molte delle società che
hanno sottoscritto i contratti d’associazione con Ecopetrol minacciano
di abbandonare il paese per la sempre minore “sicurezza” degli impianti e del
personale. Per affrontare questa crisi, il governo Uribe ha deciso l’adozione
di una serie di misure che vanno dalla maggiore presenza militare a difesa
degli impianti utilizzando i finanziamenti e le strutture del Plan Colombia,
alla revisione delle procedure per la valutazione
delle licenze ambientali, riducendone tempi e controlli a favore delle attività
estrattive delle multinazionali. Attualmente il
rilascio delle licenze ambientali per l’esplorazione dei pozzi petroliferi
richiede un tempo di 12-14 mesi; il governo si è impegnato a ridurre questo
periodo a soli 4-5 mesi. Il ministro dell’ambiente ha inoltre previsto la
possibilità di esonerare dalle licenze ambientali quei pozzi che rispondano a particolari condizioni, come “la pre-esistenza
di vie d’accesso e la garanzia che il progetto non genererà impatti sui boschi
primari o nativi”. Per garantire l’assenza di impatti
negativi sull’ambiente basterà una dichiarazione della società concessionaria.
Il governo Uribe è inoltre intenzionato ad escludere l’impresa statale Ecopetrol
da ogni futura esplorazione dei pozzi, così da assegnare in esclusiva questo
delicato settore alle compagnie straniere.
Nella perversa logica di privatizzazione dei profitti e di
pubblicizzazione di costi e dei rischi economici ed ambientali, il governo prevede di utilizzare ampie risorse finanziarie per
potenziare la produttività dei due maggiori impianti di raffinazione del paese,
quello di Barrancabermeja e quello di Cartagena. In quest’ultimo Ecopetrol
sta per investire 640 milioni di dollari per giungere a raffinare 65.000 barili
di greggio al giorno. La compagnia colombiana ha
inoltre sottoscritto un contratto di “assistenza tecnica” per 22 milioni di
dollari con la Shell Global Solutions, filiale della Royal
Dutch/Slell, per migliorare i processi di raffinazione degli impianti. Ulteriori investimenti pubblici saranno destinati al
miglioramento della rete degli oleodotti nazionali. Proprio
queste infrastrutture hanno generato immense tragedie ambientali e
drammatiche conseguenze socioeconomiche tra le popolazioni accelerando “modelli
di sviluppo” altamente squilibrati e marginanti, accrescendo la
depauperizzazione, la mobilità territoriale, le urbanizzazioni selvagge. Buona parte degli oleodotti sono oggi gestiti dal consorzio Oleuducto Central S.A. –
OCENSA, in cui compaiono come soci accanto ad Ecopetrol, la
statunitense Enbridge Inc., la British Petroleum, la Total Pipeline
Colombia S.A. e la TritonEnergy, ossia le stesse compagnie che
controllano l’esplorazione e l’estrazione di greggio nel paese. La rete degli
oleodotti assicura il trasferimento del petrolio dai complessi del Casanare e di Arauca sino alla raffineria di Barrancabermeja e al
terminal di Coveñas, sull’Oceano Atlantico; la sua realizzazione negli anni ’80
e ’90 ha scatenato l’azione paramilitare nelle aree interessate dai lavori e il
massacro dei contadini e dei leader comunitari che avevano dichiarato la loro
opposizione per il violento impatto degli oleodotti. Una parte di questi lavori sono stati appannaggio di un consorzio “italo-argentino”,
costituito dalla società Saipem del gruppo ENI e dalla Techint
di Buenos Aires, compagnia appartenente alla famiglia degli imprenditori
italiani Rocca, titolari dello storico gruppo siderurgico Dalmine.
Nonostante
una riduzione dell’11,5% nelle esportazioni, il carbone continua ad essere la
seconda voce dell’export colombiano con un valore superiore ai 1.000 milioni di
dollari l’anno; le multinazionali del settore concorrono al 29% dell’intero
ammontare degli investimenti stranieri che nel 2002 hanno raggiunto i 407
milioni di dollari.
L’intero sistema estrattivo del carbone dopo la privatizzazione
dell’impresa statale Carbocol (un affare di oltre 550 milioni di
dollari), è in mano a tre grandi transnazionali, la compagnia sudafricana Anglo-American,
la britannica BHP Billiton Company e la svizzera Glencore
International AG, le quali controllano il 33% dell’intero mercato mondiale
del carbone termico e il 95% di quello europeo, così da poter fissare
unilateralmente il prezzo internazionale del minerale ed imporre forti rincari
agli acquirenti.
Associatesi nel consorzio CZN S.A., le tre compagnie hanno prima acquisito Carbocol
e successivamente hanno firmato un contratto per 12,5 milioni di dollari per
l’esplorazione e lo sfruttamento della miniera La Patilla, nella regione
settentrionale della Guajira.
Il 31 gennaio 2002 CZN S.A. ha poi acquistato dalla Exxon
Mobil la società Interior, entrando in possesso del 100% del
complesso carbonifero del Cerrejón, anch’esso nel dipartimento della Guajira,
il quale assicura il 48% delle esportazioni colombiane di carbone e in cui
sarebbe ospitato il 55% delle riserve totali sino ad oggi individuate nel paese. La BHP Billiton controlla a sua
volta i giacimenti di Cerromatoso, dove ha investito 300 milioni di dollari per
raddoppiare le estrazioni e le sue esportazioni agli Stati Uniti.
Un ruolo rilevante nella produzione di carbone è infine esercitato
dalla compagnia statunitense Drummond, presente nel paese dal 1987
presso il bacino carbonifero di La Loma, da cui estrae
annualmente 15 milioni di tonnellate di minerale, ma che prevede entro la fine
del 2003 di estrarne 25 milioni. La Drummond sta anche per avviare lo
sfruttamento delle miniere di Guaimaral ed El Descanso, nel dipartimento di
César, dove sono stimate riserve per 1.380 milioni di tonnellate. In complesso i grandi gruppi stranieri
prevedono entro il 2006 di accrescere del 30% la produzione di carbone
colombiano e raggiungere i 55-60 milioni di tonnellate all’anno,
pari ad un valore di 1.500 milioni di dollari.
Nonostante l’incertezza dei prezzi mondiali del carbone, oscillanti attualmente tra i 24 e i 32 dollari per tonnellata, sono
favorevoli le prospettive di espansione dei fatturati per le imprese del
settore, specie dopo la decisione dell’amministrazione Bush di potenziare la
produzione di energia elettrica derivata dal carbone, decisione che viola
apertamente gli accordi internazionali di Kyoto sull’abbattimento delle
emissioni inquinanti.
Attualmente il 20% della generazione elettrica negli
Stati Uniti dipende dal carbone colombiano e con l’avvio del nuovo programma
energetico l’esportazione di carbone a questo paese dovrebbe crescere
esponenzialmente. Ulteriori vantaggi deriverebbero
alle transnazionali se anche l’Unione europea dovesse seguire Washington nella
scelta di dare priorità alle centrali a carbone; basti pensare in proposito che
già oggi l’85% del carbone del complesso del Cerrejón è destinato al mercato
europeo.
Altro settore strategico in cui operano le transnazionali energetiche
protagoniste dell’azione di pressione negli Stati Uniti per un intervento
politico-militare nel conflitto colombiano, riguarda l’estrazione e la commercializzazione del gas. A puntare allo sfruttamento di
gas naturali è in particolare la Chevron-Texaco, società presente da
oltre 70 anni in Colombia nella produzione petrolifera e che ha avuto per anni
tra i massimi dirigenti la consulente
dell’amministrazione Bush per gli affari internazionali Condoleza Rice. Attualmente la Chevron-Texaco è al centro di tre
grandi iniziative finanziarie: l’aumento della produzione di gas nel
dipartimento della Guajira, per cui è previsto un investimento infrastrutturale
di 200 milioni di dollari; la realizzazione di un gasdotto lungo 200 chilometri
per garantire l’esportazione di gas al Venezuela, grazie ad un accordo con le
compagnie statali Ecopetrol e PDVSA, che prevede un costo
superiore ai 150 milioni di dollari; l’avvio dell’esplorazione di nuovi
giacimenti in altre regioni della Colombia. La Chevron-Texaco ha poi
investito nel paese nel biennio 2002-03 altri 200 milioni di dollari. Buona
parte di questo denaro è stato destinato ad ampliare
lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi esistenti nella regione centrale dei
Montes de María, dove si è scatenata una furiosa
campagna delle forze paramilitari che ha causato centinaia di vittime innocenti
e lo sfollamento forzato di interi villaggi.
Per ciò che riguarda lo sfruttamento del gas naturale
è da segnalare infine il contratto firmato nel 2000 da Ecopetrol con il
consorzio canadese costituito dalle compagnie Millennium Energy e Mera
Petroleum; esso prevede la concessione di una vasta area della Guajira dove
è prevista l’estrazione di 500 milioni di metri cubi al giorno.
Il processo di dismissione di enti e società
private ha favorito particolarmente le grandi società elettriche nordamericane
che sono entrate in possesso di importanti impianti di produzione e delle reti
di distribuzione. Le imprese elettriche della costa caraibica colombiana Electrocosta
ed Electrocaribe sono state acquisite recentemente da un consorzio
privato guidato dalla transnazionale texana Reliant, compagnia
controllata dai fondi che ruotano attorno ai maggiori gruppi della finanza
mondiale (il J. P. Morgan-Chase e il Citigroup). Titolare di vasti
interessi in Brasile, Venezuela, Salvador e Messico, la Reliant è
proprietaria del 2% del pacchetto azionario della Centrale idroelettrica
Urrá nel dipartimento di Córdoba, la cui realizzazione da parte della
società svedese Skanska Conciviles ha causato l’inondazione di 7.400
ettari di terra, con gravi conseguenze per l’ecosistema e la vita delle
popolazioni native Embera.
La compagnia ha anche acquisito a prezzi stracciati altre due società
elettriche locali, Electrificadora de Bolívar e Coreica, successivamente rivendute con ampi margini di profitto alla
spagnola Unión Fenosa, società appartenente al consorzio che ha rilevato
Electrocosta ed Electrocaribe. Legata alla Reliant attraverso
la condivisione di capitali finanziari e general manager è
la società texana Enron Corp., anch’essa importante venditrice di gas ed
elettricità in tutto il continente latinoamericano, finita sotto inchiesta
negli Stati Uniti per un crack che ha avuto rilevanti conseguenze sull’intero
sistema borsistico mondiale. È all’Enron Corp. che il governo di Bogotá
ha venduto del 1996 il 38% della compagnia statale Promigás, la
principale impresa di distribuzione di gas della costa
atlantica.
La Enron controlla inoltre la società elettrica
di Colón (Panama) nel Canale Interoceanico, dove grazie ad un nuovo gasdotto
giunge il gas estratto nel mare della Guajira colombiana dalla Texas
Petroleum-Texaco. La Enron, la Reliant
e la Dynergy di proprietà del gruppo Chevron-Texaco compaiono
insieme nell’inchiesta dei giudici californiani su una presunta
sovrafatturazione dei costi elettrici a danno dei consumatori nordamericani. Tra le altre società elettriche
statunitensi operanti in Colombia c’è poi la Sithe Energy che ha
acquisito gli impianti di TermoRío, affare che ha avuto uno
strascico giudiziario per un presunto giro di tangenti a favore di funzionari e
politici colombiani.
Va segnalato che nel settore della produzione dell’energia elettrica
molte delle compagnie nordamericane stanno operando in partnership con le
maggiori aziende nazionali, in particolare con la Empresa
Pública de Medellín (EPM), società in mano all’amministrazione
municipale del capoluogo di Antioquia, operante nel settore della distribuzione
dei servizi e della telefonia. La compagnia di Medellín sta assorbendo piccole
società di distribuzione energetica della costa atlantica e sta realizzando il
devastante impianto idroelettrico Porce III, che genererà 700 MW di energia da destinare all’esportazione e che ha già
assorbito investimenti per 800 milioni di dollari. EPM è anche presente
in alcuni paesi della regione andina: in Ecuador, ad esempio, ha sottoscritto
un contratto per la fornitura di energia per un valore
di 157 milioni di dollari.
Estrazione di metalli preziosi, chimica e farmaceutica sono altri
settori economici in cui è smisurato lo strapotere delle compagnie straniere.
Nella produzione dell’oro si spartiscono le principali concessioni la messicana
Cemex, le statunitensi Frontino Gold
Mines e Suramerica Gold Corporation, la britannica Anglogold.
Le più note multinazionali della chimica come Monsanto, Chevron
Chemical, Dow Chemical e Du Pont si contendono invece il
redditizio mercato dei pesticidi e dei fertilizzanti a fini agricoli. In
particolare il colosso Dow Chemical, dopo la storica fusione con la Union Cardibe, ha diversificato i suoi
investimenti nella produzione di materiale plastico, garantendosi fatturati
annui per oltre 30.000 milioni di dollari. Tra le 170 filiali sparse per il
mondo, la Dow Chemical conta in Colombia su una delle maggiori aziende
esportatrici di tutta l’America Latina, la Dow Chemical de Colombia, che
negli impianti di Cartagena produce resine plastiche, poliuterano e
polistireno. L’impresa esporta circa il 45% della sua produzione alla regione andina,
ai Caraibi, a Cile ed Argentina. Sempre a Cartagena la Dow Chemical, in
consorzio con altre compagnie straniere, punta alla realizzazione
di un megaimpianto per la realizzazione di derivati polimerici (860 milioni di
dollari d’investimenti), che opererebbe in accordo con la raffineria della
compagnia statale petrolifera Ecopetrol.
Accanto alla Dow Chemical altre transnazionali
chimico-farmaceutiche hanno creato in Colombia laboratori di ricerca ed industrie
per i prodotti destinati al mercato andino. Tra esse
compaiono la Bayer, la Tecnoquímicas S.A., la Abbot
Laboratories, la Baxter, la Roche, la Schering-Plough,
la Bristol Myers Squibb e la Boehringer Ingelheim.
Il business dei complessi militari-industriali
Il Plan Colombia ha
rappresentato un’occasione unica di profitto non solo per la Monsanto e
la Dow Chemical che commercializzano gli erbicidi dispersi nelle
campagne, ma anche per i maggiori colossi del complesso militare-industriale statunitense.
La United Technologies del Connecticut e la Bell-Textron
del Texas si sono aggiudicate infatti la megacommessa di 600 milioni di dollari
per la componente elicotteristica del programma di riarmo, fornendo i
famigerati “Black Hawk” e i velivoli “Huey”. Come nel caso delle principali
compagnie petrolifere, la United Technologies e
la Bell-Textron sono state protagoniste della campagna di lobbyng
durante la discussione del pacchetto finanziario del Plan Colombia. Esse
offrirono perfino ai rappresentanti del Congresso l’opportunità di montare a
bordo dei velivoli per un breve volo sui cieli di Washington. Queste compagnie
belliche hanno inoltre donato 1,25 milioni di dollari a favore delle campagne
elettorali di candidati democratici e repubblicani del 1998, cifra che sarebbe
stata tre volte superiore in occasione delle
presidenziali del 2000.
Le “Military Private Companies”
statunitensi sono poi le principali destinatarie dei fondi stanziati per le
operazioni militari, le attività d’intelligence e l’addestramento delle forze
armate e della polizia colombiana. Lo scorso anno 17 di queste compagnie hanno sottoscritto con
Washington contratti per più di 150 milioni di dollari. Oltre alle
attività di fumigazione che come abbiamo già visto sono realizzate dalle
società private DynCorp, MPRI ed Eagle Aviation Services and
Technology Inc.,
i contratti riguardano la fornitura di attrezzature sofisticate, la gestione di
operazioni di spionaggio, la “consulenza” nella lotta antiguerriglia, ecc..
L’industria Lockheed-Martin si è già aggiudicata ben 8 contratti per un valore
complessivo di oltre 26 milioni di dollari. Più di 200 suoi tecnici operano nel
paese assicurando l’appoggio logistico e la manutenzione agli aerei da
trasporto e agli elicotteri da guerra; inoltre stanno addestrando i piloti
colombiani alla guida degli elicotteri “Black Hawks” e UH-2H “Huey”. Sempre in vista dell’addestramento dei
militari e del personale in forza all’Istituto nazionale penitenziario, il
Dipartimento USA ha sottoscritto alcuni contratti con la DynCorp
Aerospace Technologies Inc. e con la DynCorp Aerospace Operations Ltda., compagnie
controllate dalla DynCorp della Virginia. Le attività di formazione vengono realizzate presso la base aerea di Tolemaida e
presso Fort Ruker in Alabama. Ulteriori attività di
addestramento in operazioni antidroga e antiguerriglia sono state assegnate
alla APSS-Air Park Sales and Service, alla Arinc Inc., alla Integrated Aerosystem Inc. e alla Virginia
Electronic System. Delicate missioni di controspionaggio, raccolta ed
elaborazione dati sui movimenti delle organizzazioni guerrigliere sono state
attribuite alle società Alion, Cambridge Communications, Man
Tech, Matcom, SAIC-Science
International Corp., TRW. La Northrop Grumman California Microwave Systems, filiale della Northrop Grumman Corp., una delle
maggiori industrie belliche nordamericane, opera nelle regioni meridionali
della Colombia grazie ad aerei sofisticatissimi in grado di captare le
comunicazioni radio e di eseguire dettagliate riprese fotografiche. Le
informazioni raccolte sono successivamente trasferite
al “Sistema di Riconoscimento”
del Comando Sud delle forze armate USA, al Pentagono e alle autorità
colombiane. Non meglio specificate “operazioni di consulenza” a favore del
personale dell’ambasciata degli Stati Uniti a Bogotá sono state assegnate all’azienda ACS Defense.
In più di un’occasione, una “Military
Private Company” ha partecipato direttamente a vere e proprie operazioni di
guerra. Il 13 dicembre 1998 ad esempio, alcuni piloti della statunitense Air
Scan International Inc. hanno bombardato il villaggio Santo Domingo nel
dipartimento di Arauca, causando la morte di 18
persone.
Nell’ottica della sempre più ampia privatizzazione del
conflitto interno va poi menzionato il ruolo ricoperto dalla Defense Systems
Limited (DSL) di Londra, società a cui la British Petroleum
affida la protezione dei propri impianti di estrazione e dell’oleodotto OCENSA. La DSL si sarebbe valsa della
collaborazione di una società israeliana, la Silver Shadow, che avrebbe
eseguito impunemente operazioni di spionaggio a danno di leader contadini e
sindacalisti. Le informazioni raccolte dagli uomini della Silver Shadow
sarebbero state utilizzate dall’esercito e dai paramilitari colombiani per
selezionare alcune persone poi assassinate o fatte sparire nel nulla.
A proposito dell’intreccio
civile-militare di importanti transnazionali operanti
in Colombia, va segnalato il ruolo del consorzio Rand Corporation – Entrust
– Carlyle – Nortel. La Rand Corporation, compagnia di consulenza per
le politiche di sicurezza, è attiva nell’addestramento di gruppi paramilitari e
di società di vigilantes. Una sua azienda ha ottenuto
un contratto di 2,4 milioni di dollari per
sviluppare le comunicazioni del Ministero della Difesa nell’ambito dei
finanziamenti del Plan Colombia. Del consiglio
d’amministrazione della Rand Corporation fanno parte John Reed, ex
presidente del Citigroup, e Frank Carlucci, ex segretario alla difesa
durante la presidenza di George Bush padre, poi passato alla guida delle telefonica Nortel, ed oggi presidente del Carlyle
Group, conglomerato finanziario particolarmente attivo nel settore
militare, missilistico nucleare ed aerospaziale, tra i primi dieci gruppi
bellici per fatturato negli Stati Uniti.
Come nel caso della Harken Energy Corporation,
anche il Carlyle Group non è estraneo agli affari della famiglia Bin
Laden: i fondi del gruppo statunitense hanno amministrato sino all’attentato
dell’11 settembre 2001 buona parte degli investimenti del Saudi Binalding
Group.
L’attuale presidente della Rand Corporation è inoltre direttore di Entrust, società che opera nel settore della
cosiddetta “sicurezza d’internet” e nello spionaggio delle informazioni
circolanti sulle reti telematiche. Alcuni dei principali manager di Entrust siedono a loro volta nei consigli
d’amministrazione dei colossi telefonici AT&T e Nortel,
compagnia quest’ultima che ha acquisito in Colombia la società di telefonia
cellulare Comcel e che ha intrapreso un’azione legale contro Telecom
per il pagamento di presunti inadempimenti contrattuali in occasione del piano
di potenziamento delle reti telefoniche fisse. Avvocato della Nortel in questo
procedimento è il neoministro colombiano dell’Interno e della Giustizia,
Fernando Londoño Hoyos.
Plan Colombia
I contratti sottoscritti con le
compagnie private statunitensi
|
Compagnia
|
Importo US$
|
Oggetto
|
Sede
|
Personale impegnato
|
|
ACS DEFENSE
|
517.035
|
Appoggio logistico personale
statunitense impegnato nel Plan Colombia
|
Bogotá
|
Imprecisato
|
|
ACS Defense
|
237.810
|
Appoggio logistico personale del
governo USA impegnato nel Plan Colombia
|
Bogotá
|
Imprecisato
|
|
ACS Defense
|
196.000
|
Appoggio logistico personale
ambasciata USA
|
Bogotá
|
Imprecisato
|
|
AIR PARK Sales and
Service Inc.
|
1.100.000
|
Installazione
sistemi comunicazione aerea
|
Apiay, Bogotá e Cartagena
|
Imprecisato
|
|
ALION LLC
|
20.000
|
Consulenza in attività
d’intelligence
|
Bogotá
|
Imprecisato
|
|
ARINC Inc.
|
1.146.826
|
Manutenzione ed appoggio logistico
aereo C-26
|
Territorio nazionale
|
Imprecisato
|
|
ARINC Inc.
|
3.557.929
|
Addestramento ed appoggio
logistico
per l'intercettazione dei voli del narcotraffico
|
Territorio nazionale
|
Imprecisato
|
|
ARINC Inc.
|
1.549.309
|
Costruzione depositi carburanti in
basi aeree
|
Territorio nazionale
|
Imprecisato
|
|
ARINC Engineering Services LLC
|
11.000.000
|
Installazione visori notturni in
velivoli aerei
|
Barranquilla
|
Imprecisato
|
|
CAMBRIDGE COMMUNICATIONS
|
450.000
|
Fornitura componenti
radar
|
Leticia e Trés Esquinas
|
Imprecisato
|
|
DYNCORP Aerospace Technologies
Inc.
|
79.200.000
|
Fumigazione aerea
|
Territorio nazionale
|
Imprecisato
|
|
DYNCORP Aerospace Technologies
Inc.
|
1.292.000
|
Addestramento piloti elicotteri
“Black Hawk”
|
Fort Ruker (Alabama) e Tolemaida
|
6
|
|
DYNCORP Aerospace Operations Ltda
|
4.875.017
|
Consulenza personale civile e
militare
|
Territorio nazionale
|
Imprecisato
|
|
INTEGRATED AEROSYSTEM Inc.
|
560.000
|
Addestramento piloti aereo
“Schweizer”
|
Apiay,
Barranquilla e Cali
|
Imprecisato
|
|
INTEGRATED AEROSYSTEM Inc.
|
50.000
|
Fornitura ricambi e componenti elettroniche
|
Territorio nazionale
|
Imprecisato
|
|
INTEGRATED AEROSYSTEM Inc.
|
35.000
|
Addestramento piloti aerei AC-47
|
Apiay
|
Imprecisato
|
|
LOKHEED-MARTIN
|
4.216.748
|
Appoggio logistico
operazioni aerei C-130B e C-130H
|
Bogotá
|
4
|
|
LOKHEED-MARTIN
|
2.128.663
|
Appoggio logistico
elicotteri UH-60
“Black Hawk”
|
Guaymaral
|
6
|
|
LOKHEED-MARTIN
|
3.133.431
|
Manutenzione velivoli del Servizio
Aereo della Polizia
|
Territorio nazionale
|
150
|
|
LOKHEED-MARTIN
|
813.000
|
Addestramento piloti degli
elicotteri UH-60 “Black Hawk”
|
Tolemaida
|
6
|
|
LOKHEED-MARTIN
|
3.600.000
|
Addestramento piloti degli
elicotteri UH-2H “Huey”
|
Tolemaida
|
6
|
|
LOKHEED-MARTIN
|
1.700.000
|
Addestramento Squadra di Assistenza
Tecnica elicotteri
|
Tolemaida
|
2
|
|
LOKHEED-MARTIN
|
7.500.000
|
Istallazione simulatori di volo 2B24
|
Melgar
|
14
|
|
LOKHEED-MARTIN
|
3.525.077
|
Installazione sistemi
d’intelligence
|
Villa Garzón e Guaymaral
|
25
|
|
MAN TECH
|
2.146.692
|
Coordinamento informazioni
raccolte dalle agenzie
coinvolte nel Plan Colombia
|
Territorio nazionale
|
Imprecisato
|
|
MATCOM
|
120.000
|
Coordinamento attività Forze Aeree
USA e colombiane
|
Bogotá
|
1
|
|
NORTHROP
GRUMMAN California
Microwave Systems
|
8.600.000
|
Operazioni spionaggio e fotografie
aeree
|
Territorio nazionale
|
Imprecisato
|
|
RENDON GROUP
|
2.400.000
|
Consulenze nel settore delle comunicazioni
|
Bogotá
|
Imprecisato
|
|
SAIC Science International Corp.
|
255.335
|
Analisi dati d'intelligence
|
Bogotá
|
Imprecisato
|
|
TRW
|
4.300.000
|
Installazione sistema radar ed elaborazione dati
|
Territorio nazionale
|
Imprecisato
|
|
VIRGINIA ELECTRONIC SYSTEM Inc.
|
150.000
|
Addestramento squadroni fluviali
|
Amazzonia
|
Imprecisato
|
Holding finanziarie e controllo del
mercato creditizio
Grazie al decennio
di “apertura” al capitale straniero, hanno potuto fare ingresso in Colombia le
grandi multinazionali del settore assicurativo, le quali hanno creato proprie
filiali o hanno scelto di acquisire consistenti pacchetti sociali sino ad
assorbire le società assicurative nazionali. In questo settore si è passati da
un sistema in cui le autorità statali esercitavano un certo controllo anche a
difesa degli interessi dei consumatori, ad uno in cui esiste la più totale
deregulation. Le leggi n. 45 del 1990 e n. 9 del 1991 hanno dato piena libertà
alle compagnie per ciò che riguarda la fissazione di tariffe e la stipula di polizze e contratti assicurativi; inoltre hanno
autorizzato gli investitori stranieri ad acquisire sino al 100% del patrimonio
azionario di una compagnia di assicurazioni. La riforma del sistema sanitario e
pensionistico ha poi dato un notevole impulso allo
sviluppo delle pensioni integrative. Tra le imprese che
dominano il mercato assicurativo e previdenziale, è possibile annoverare
innanzitutto la spagnola Mapfre, oggi il gruppo assicurativo più grande
in America Latina, presente con la controllata Mapfre Seguros de Colombia.
La Mapfre ha inoltre acquisito l’intero capitale della compagnia
colombiana Reaseguradora Hemisférica. Un’altra compagnia assicurativa
spagnola, la Cesce, ha fatto ingresso in Segurexpo, mentre il Banco
de Bilbao y Vizcaya (BBV) ha assorbito l’assicuratrice colombiana La
Ganadera. Altre grandi società internazionali operano in Colombia in
compartecipazione con gruppi assicurativi nazionali: la AIG,
presente in Interamericana e Colmena; l’Allianz-AGF che ha
recentemente elevato la sua partecipazione azionaria al 93,6% in Colseguros;
la Munich Reinsurance Company, che grazie ad un investimento di 50
milioni di dollari ha acquisito il pacchetto di maggioranza di Inversura.
Altre compagnie internazionali operano invece con capitale proprio al 100%: le Assicurazioni
Generali di Trieste, la Royal & Sunalliance (Fenix), la Chub,
la Real de Seguros dell’ABN Amro Bank.
In una realtà in cui Fedesarollo
stima che entro il 2010 le compagnie assicuratrici giungeranno a fatturare
oltre 7.000 milioni di dollari all’anno, più altri
2.700 milioni di dollari che potrebbero essere raccolti nel settore della
previdenza sociale, si spiega la dura competizione in atto per acquisire le
ultime compagnie nazionali sfuggite al controllo straniero. Tra le più ambite
c’è certamente Previsora, compagnia di assicurazione
e di gestione dei fondi pensione sino ad oggi a
capitale pubblico, ma che rientra tra i piani di privatizzazione da parte del
governo. Il potente Grupo Impresarial Antioqueño, da parte sua, si è
detto disponibile a trasferire ad un partner straniero un’importante quota
azionaria della compagnia finanziaria Corfinsura, a capo delle società
assicuratrici Corporación Financiera Nacional e Suramericana. Già
nel giugno 1999 il 15% di Corfinsura è passato sotto il controllo della International Finance Corporation, società di
proprietà della Banca Mondiale.
Con le riforme del sistema bancario
anche numerosi istituti di credito sono stati assorbiti dalle compagnie
internazionali e il capitale straniero controlla oggi direttamente il 27% degli
istituti finanziari colombiani. Anche in questo
settore, come in quello assicurativo, sono forti gli interessi degli istituti di
credito spagnoli: il BBV Banco Bilbao Vizcaya ha assunto il controllo
del Banco Ganadero e della compagnia finanziaria Corfigan, mentre
il Banco Santander è in corsa per l’acquisizione degli sportelli che il
settore pubblico ha deciso di privatizzare
Nel settore finanziario è significativa l’opera della Darby Company, società
fondata da Nicholas Brady, ex segretario del Tesoro degli Stati Uniti durante
l’amministrazione di George Bush padre. La compagnia è presente nel settore
petrolifero attraverso la controllata Amerad-Hess, socia minore della British
Petroleum nelle attività estrattive in Cusiana. Capitali della Darby
Company sono stati investiti nel maggiore quotidiano colombiano, El
Tiempo, e nella società di telefonia cellulare Avantel, nell’orbita
della multinazionale Motorola. La Darby offre copertura
finanziaria ad alcuni progetti di strade e dighe in fase di realizzazione
nel paese e ha fatto ingresso in Leasing Bolívar, in Petrosantander
e in un fondo latinoamericano d’investimenti con la banca spagnola BBV.
È tuttavia il conglomerato Citigroup
Inc. uno dei maggiori investitori finanziari nel mercato colombiano. Presente nel paese dal 1929, Citigroup é uno dei più
importanti promotori del meeting che annualmente gli investitori stranieri
realizzano a Cartagena per programmare le politiche d’intervento in Colombia. Citigroup gestisce nel paese
oltre 120.000 conti individuali e ricopre il ruolo di principale creditore
dello Stato. Gli investimenti nel paese variano tra i 100 e i 500 milioni di
dollari all’anno; nel 2001 Citibank NA, società
controllata da Citigroup Inc., ha concesso al governo un credito per 250
milioni di dollari, utilizzato per il pagamento del debito estero e per
“investimenti infrastrutturali” che in realtà sono stati funzionali alle
privatizzazioni delle imprese pubbliche secondo il modello di aggiustamento
strutturale determinato dal Fondo Monetario.
Una parte dei fondi elargiti dal Citigroup
sono stati utilizzati per i piani di sfruttamento
intensivo delle risorse energetiche e ciò non deve stupire più di tanto in
quanto il gigante petrolifero Chevron-Texaco, tra i maggiori
commercializzatori del crudo colombiano, appartiene all’impero
bancario-finanziario del Citigroup. Quest’ultimo ha poi sottoscritto
un’alleanza strategica con la società automobilistica Ford, sancita
dall’ingresso dell’ex presidente dell’azienda automobilistica nel consiglio di amministrazione del gruppo bancario; incroci di capitali
legano inoltre Citigroup alla transnazionale della chimica Du Pont,
al gigante delle telecomunicazioni AT&T, all’industria militare United
Technologies che ha prodotto gli elicotteri del Plan Colombia. Citigroup
controlla infine la holding civile-militare Halliburton,
impresa di cui è stato manager l’attuale vicepresidente degli Stati Uniti Dick
Chaney e che detiene importanti pacchetti azionari della Chevron-Texaco,
della Exxon-Mobil, della Monsanto e della Pepsi-Cola. Una
controllata di Helliburton è la Brown & Root's,
società con vasti interessi nel settore militare, attiva in Vietnam, Turchia,
Cecenia, Ruanda, Bosnia e Kosovo e che ha recentemente acquistato alcuni
terreni in Colombia per realizzarvi centri commerciali e ipermercati.
Tra i maggiori creditori dello stato
colombiano compare anche il nome della Chemical Bank, banca recentemente
assorbita dal colosso finanziario J. P. Morgan-Chase di proprietà delle
famiglie Morgan e Rockfeller, nel cui consiglio di amministrazione
siedono i rappresentanti di alcune delle più importanti multinazionali presenti
in Colombia, le compagnie petrolifere Exxon-Mobil e BP-Amoco, le
holding Honeywell (filiale della General Elecric) e Bechtel,
la Dupont, i laboratori farmaceutici Merck e Wyeth, il
gruppo editoriale Hearst noto per la pubblicazione di Cosmopolitan.
Il Morgan-Chase opera in
Colombia direttamente come banca d’investimenti, come erogatore di prestiti e
crediti internazionali e come società assicuratrice, attraverso il Chase
Securities Inc..
Ha inoltre fatto da consulente delle autorità governative per alcuni programmi
di privatizzazione, principalmente nel campo delle telecomunicazioni, e persino
per il piano di risanamento del Río Bogotá. Anche la Chase Manhattan Corp., il Banco
Bilbao Vizcaya, la Standard Chartered Bank e la BNP Paribas
sono impegnati dal 2001 nell’esborso di importanti crediti a favore del governo
colombiano. Specie nell’ultimo decennio, la Banca Mondiale e il Fondo Monetario
Internazionale hanno delegato ad alcune importanti banche internazionali il
finanziamento dei progetti implementati in Colombia: tra esse
compaiono, oltre alle già citate Citibank e Morgan-Chase, la Bank
of America, la Manufacturers Hanover Trust, la Bankers Trust,
la Midland Bank, la Banca di Tokyo, la First National Bank,
il Credit Lyonnais .
Fusioni ed acquisizioni di società, realizzazioni
di progetti ed attività nei settori delle telecomunicazioni, dei gasdotti,
dell’industria della carta e della grande finanza
hanno ricevuto la consulenza di importanti gruppi nordamericani come SalomonSmithBarney,
Skadden, Arps, Slate Neagher & Flom Llp. La più nota Price
Waterhouse Coopers di New York, attraverso il controllato Latin American
Transaction Services Group, gestisce alcuni fondi d’investimento che
assicurano la movimentazione di capitali tra la Colombia e gli Stati Uniti. E’ sempre alle grandi società straniere
che viene assegnata la realizzazione delle megaopere
infrastrutturali dagli inaccettabili impatti socioambientali. In questo settore
si registra l’attivismo delle imprese di costruzioni europee ed in particolare italiane. Un ruolo importante è stato
ricoperto innanzitutto dall’Impregilo, società del gruppo Fiat-Agnelli,
tra i realizzatori della Connessione viaria Valle d’Aburrá-Río Cauca e del
cosiddetto “tunnel d’Occidente” (dipartimento di Antioquia).
Il consorzio costituito da Astaldi, CMC (Cooperativa
Muratori e Cementizi) e Federici (oggi assorbita da Impregilo)
ha partecipato invece ai lavori per la realizzazione della centrale
idroelettrica Porce II, sempre in Antioquia, la regione con gli
indicatori più alti di violenza del paese.
Per ciò che riguarda l’incursione
straniera nel settore della produzione industriale va
segnalato l’esempio della multinazionale olandese Philips che ha aperto
nel 2000 un impianto industriale nella zona franca di Bogotá per la produzione
di lampadine destinate a tutto il mercato andino. La statunitense Ford,
giunta una decina di anni fa in Colombia attraverso la
Fondazione Ford per finanziare numerosi progetti di Ong di donne nel
settore della salute sessuale e riproduttiva, ha firmato a fine anni ’90 un
contratto per 100 milioni di dollari con la colombiana Neme per la
produzione di parti di automobili, successivamente assemblate negli
stabilimenti degli Stati Uniti e di altri paesi dell’America Latina. La Neme
è anche impegnata nella produzione di fibre sintetiche per gli indumenti intimi
femminili realizzati dalla Fibrexa, società in mano alla statunitense Worldtex
Inc..
Transnazionali e gestione dei servizi
L’ultima frontiera in materia
d’investimenti stranieri è quella relativa alla
prestazione dei servizi d’interesse pubblico. In quest’area, nel solo biennio
1997-1998, gli investimenti stranieri hanno raggiunto i 3.345
milioni di dollari, esclusi i capitali diretti al settore delle
telecomunicazioni. Le aree su cui si sono focalizzati gli interessi maggiori
degli investitori hanno riguardato quelle che in
precedenza erano di esclusiva pertinenza dello Stato, come l’istruzione, i
servizi pubblici, la salute, l’acqua, ecc.. Il trasferimento ai privati di
buona parte di questi settori chiave è stato un processo repentino: mentre nel
1990 il valore degli investimenti stranieri nei servizi pubblici era pari a 0,
dieci anni dopo aveva raggiunto i 3.119,8 milioni di dollari. Nel solo periodo
1998-2002, gli anni cioè dell’amministrazione
Pastrana, gli investimenti privati nel settore della fornitura d’acqua alla
popolazione sono cresciuti del 137% rispetto al periodo 1994-1998. Il governo Uribe da parte sua, ha
approntato un piano di privatizzazione o concessione a
consorzi privati delle principali 40 società municipali di distribuzione idrica
a cui guardano con particolare interesse i gruppi europei. Per la realizzazione di questo piano la Banca Mondiale ha offerto
un credito di 800 milioni di dollari per i prossimi 2-3 anni.
La privatizzazione
del settore idrico è stata avviata in Colombia dopo l’approvazione nel 1994
della legge 142 di riforma degli enti locali; il primo importante contratto
risale al 1995, quando il municipio di Barranquilla concesse la gestione del
sistema idrico ad un consorzio costituito da alcuni imprenditori privati locali
(la società Triple A) ed alla spagnola Aguas de Barcelona,
impresa che gestisce il sistema di distribuzione del capoluogo catalano. Nello
stesso anno fu creta la società mista Aguas de Cartagena, dove ancora
una volta la presenza privata era garantita dalla spagnola Aguas de
Barcelona. Nel novembre 1999 è stata la volta della concessione ventennale
della gestione dell’acquedotto della città di Montería
(Córdoba), un affare “privato” realizzato con risorse finanziarie pubbliche,
dato che è previsto un investimento infrastrutturale per 120 miliardi di pesos,
di cui più del 60% sarà assicurato dall’erario statale e municipale. Il
vincitore della gara di licitazione è stato il consorzio FCC, guidato
dalla FCC International de Servicios del noto gruppo franco-tedesco Vivendi. Nei prossimi mesi saranno privatizzate
le condotte della capitale Bogotá, città con oltre 7 milioni di
abitanti, a cui ambiscono oltre ad Aguas de Barcelona e Vivendi,
le transnazionali Lyonnaise des Eaux (Francia), Bechtel (Stati
Uniti) e Thames Water (Gran Bretagna). A breve verrà
concesso ai grandi consorzi privati anche lo sfruttamento dei 45 maggiori
bacini idrografici della Colombia, di cui si stima un’offerta annua superiore
ad un miliardo di metri cubi d’acqua, certamente la più importante risorsa
idrica dell’intero continente latinoamericano .
L’altro grande affare multimiliardario per i gruppi
economici stranieri è stato generato dalla concessione
al settore privato dei servizi di telecomunicazione. Una serie di leggi e
decreti ha spianato la strada alla privatizzazione del
sistema telefonico. Innanzitutto il decreto 2122 del 1992 che ha ristrutturato
il Ministero delle comunicazioni, convertendolo in un ente di regolamentazione delle telecomunicazioni e privandolo delle
funzioni di gestore diretto che aveva avuto sino ad allora. Contestualmente fu
concessa a compagnie terze la prestazione dei servizi di telefonia di base su lunga distanza (nazionale e internazionale) e
cellulare. Il successivo decreto 2123, sempre del 1992, ristrutturò l’impresa
statale Telecom, trasformandola in “impresa industriale e commerciale
dello Stato”, figura giuridica che ne flessibilizzò l’organizzazione,
assicurandole autonomia nella stipula dei contratti e
nella gestione del budget. Grazie alla legge 37 del 1993, il governo Gaviria regolamentò poi la prestazione del servizio cellulare,
permettendo i contratti a rischio compartito (joint venture) ed i contratti di
associazione con le imprese straniere.
Alla fine del 1995 l’amministrazione Samper firmò
infine il “Regolamento delle telecomunicazioni” che ha
garantito la concessione agli operatori privati delle comunicazioni su
lunghe distanze. Fu altresì limitata la presenza delle imprese telefoniche di
carattere locale nei nuovi operatori in non oltre il 35% del capitale
azionario. Le maggiori imprese telefoniche a capitale pubblico operanti nei
distretti di Bogotá, Medellín e Cali non
poterono così consorziarsi tra loro per costituire un operatore nazionale,
nonostante avessero realizzato sino ad allora
importanti investimenti economici per potenziare le reti infrastrutturali ed il
servizio. Esse furono costrette ad associarsi in posizione subalterna
con un partner estero.
A dieci anni dalla ristrutturazione del sistema delle telecomunicazioni,
la situazione è tutt’altro che soddisfacente. Nel settore della telefonia fissa
la compagnia statale Telecom ha firmato 15 contratti di joint venture
con 4 multinazionali per estendere le reti di telefonia locale; si tratta della
giapponese Nec, della svedese Ericsson, della canadese Nortel
e della tedesca Siemens.
Il piano, ambizioso, era quello d’installare nella capitale e nei maggiori
centri urbani 1.790.000 nuove linee telefoniche; in realtà ne sono state
installate 250.000 in meno ed è stato possibile venderne appena 418.000. Questo
elemento, accanto ad una stima errata sul consumo e sulle entrate del settore,
ha esposto Telecom ad un debito per oltre 800 milioni di dollari con le
multinazionali con cui si sono sottoscritte le joint venture. Dato che non sarà possibile rispettare
gli impegni finanziari assunti da Telecom con i partner, è presumibile
che la compagnia sarà costretta a svendere le proprie infrastrutture e i propri
servizi ai giganti internazionali del settore, ipotesi particolarmente
sostenuta dal nuovo governo Uribe.
La lotta per conquistare sempre maggiori nicchie di mercato si è focalizzata poi al settore
della telefonia cellulare e ai PCS (Servizi di Comunicazione Personale). In
Colombia sono già state rilasciate licenze a tre operatori internazionali ed il
paese è uno di quelli in America Latina dove si è avuta la maggiore
penetrazione di cellulari insieme a Brasile e Messico: nel 2001 gli abbonati
erano più di 2.700.000. Nelle due maggiori compagnie cellulari operanti (Celumovil
e Comcel) predomina il colosso nordamericano delle telecomunicazioni BellSouth
Canada, compagnia che nel 2002 ha investito in Colombia 150 milioni di
dollari, mentre ha visto aumentare le sue entrate del 35% ed i suoi clienti del
20%.
BellSouth controlla il 53% delle azioni di Comcel, seguita da Telecom
(15%) e dalla Empresa de Telecomunicaciones de
Bogotá (ETB) (32%), società che dovrebbe essere ceduta ad un
consorzio costituito dall’Empresa Pública de Medellín, dalla giapponese Itochu e dalla stessa Bell. Comcel, grazie ad investimenti
per oltre 220 milioni di dollari, punta adesso alla conquista dei mercati a
tecnologia avanzata; la società ha sottoscritto un’alleanza con Microsoft
per entrare nelle Web Tv, il sistema integrato
Internet-Tv, ed ha avviato l’offerta di nuovi sistemi tecnologici per la
trasmissione dei dati a clienti singoli ed imprese.
Altre importanti multinazionali
operano in Colombia nei servizi di valore aggregato (Impsat, Italcable,
Entel Chile, Chile Sat), mentre alcune compagnie hanno aperto
impianti di assemblaggio per componenti e tecnologia
telefonica: ITT, Siemens, Northern Telecom, Ericsson. Quest’ultima fornisce il 55% dei
telefoni installati dalle maggiori imprese locali, principalmente Telecom,
seguita da EPM, ETB ed Emcali. A
ciò va aggiunto che i grandi operatori internazionali su larga distanza AT&T,
MCI e Sprint hanno fatto ingresso in Colombia mediante l’offerta
di targhette prepagate e l’utilizzo del sistema di chiamata call back.
La multinazionale AT&T, attraverso la controllata Network
System, ha previsto d’investire 1.300 milioni di dollari nei prossimi dieci
anni per impiantare una rete di cavi a fibre ottiche in Colombia e in altri
paesi sudamericani così da facilitare le comunicazioni tra il Giappone e il
Nord America.
Di recente hanno aperto uffici di rappresentanza nel paese per avviare ulteriori investimenti le maggiori compagnie telefoniche
europee, come Telefónica de España, Stet Italia e France
Telecom.
Gli interessi della grande distribuzione
Con Stati Uniti, Canada e Spagna, la Francia è tra i più attivi investitori in Colombia.
Attratte dai sempre più bassi salari dei lavoratori, alcune delle principali
compagnie private francesi hanno acquisito rilevanti quote azionarie di società
operanti nel settore finanziario, della grande
distribuzione, dell’alimentazione e dei servizi. In particolare va segnalata
l’acquisizione da parte del gruppo Danone del 30% di
Noel, la principale società alimentare della Colombia e una delle
maggiori di tutta la regione andina; Danone punta inoltre ad acquisire
l’industria che produce e commercializza il latte ed i formaggi di marca
“Alpina”.
Gaz de France ha avviato l’esplorazione di alcune
aree del paese in cui si stima la presenza di importanti riserve di gas
naturali; Accor, società leader mondiale nel settore turistico e della
ristorazione ha insediato a Bogotá il proprio ufficio generale per tutto il
Centro America e l’area andina ed ha dato vita nel paese alle catene di
alberghi a 5 stelle Sofitel e Mercure e a quelle a 3 stelle Ibis
e Novotel. Accor ha inoltre sottoscritto un accordo con il
“Gruppo Ardila Lulle” (Postobón) per avviare l’utilizzo del “Ticket
Restaurant” nei maggiori ristoranti e nei centri commerciali del paese. Altri
importanti investimenti sono in via di realizzazione da parte dei conglomerati
finanziari Suez Lyonnaise, Sodexho, Vivendi, Societé
Générale Groupe; il terzo produttore mondiale di tubi in cemento, Pont à
Mousson ha realizzato nel paese un proprio impianto dal costo di 60 milioni
di dollari, mentre il colosso internazionale dei tabacchi e dei superalcolici Pernord
Ricard ha ben posizionato nelle catene dei
supermercati i propri prodotti di marca “Dubonnet” e “Habana Club” e il whisky
irlandese “Jameson”.
Nel settore della grande distribuzione va
segnalato l’arrivo in Colombia di Carrefour, società francese che ha
realizzato due nuovi ipermercati a Bogotá, uno a Cali ed uno a Medellín, con una spesa di oltre 37 milioni di dollari. Carrefour
ha poi ha sottoscritto un’alleanza finanziaria con la
banca colombiana Colpatria per sviluppare sistemi di finanziamento a favore
dei consumi dei clienti. Nella catena di supermercati ed ipermercati Exito-Cadenalco
ha fatto ingresso la multinazionale Casino, che
ha apportato oltre 300 miliardi di pesos per ampliare la rete di
distribuzione del paese e realizzare una catena di supermercati in Venezuela,
Ecuador, Perù, Costa Rica e Panama.
Sempre per ciò che riguarda la grande
distribuzione vanno segnalati gli investimenti per oltre 200 miliardi di pesos
realizzati in Colombia dal gruppo Carulla-Vivero. La multinazionale in
cui è determinante la presenza azionaria della
compagnia statunitense Newbridge, a fine 2000 ha rilevato l’intera rete
dei supermercati Comfama ed altri 50 supermercati di proprietà di
piccoli imprenditori locali. Per ampliare il portafoglio dei servizi la società
Carulla-Vivero ha sottoscritto un’importante alleanza con il Citigroup;
attualmente controlla il 9% delle vendite dei
supermercati colombiani.
Altro importante attore nella distribuzione è l’olandese Makro,
proprietario di alcuni megastore nelle maggiori città.
Nonostante la grave crisi economica affrontata dal
paese, le transnazionali della distribuzione hanno visto il loro fatturato
crescere del 23% nel 2001, mentre gli utili sono stati superiori del 13%.
Come del resto è accaduto in buona
parte dei paesi del continente, anche in Colombia è in atto la penetrazione da
parte delle più note catene mondiali di fast-food e pizzerie: da McDonald’s
a Domino’s Pizza, da Mimo’s a Wendy’s e Kokoriko,
ecc. Negli ultimi due casi, le multinazionali si sono affidate alla gestione e
al marketing di importanti gruppi finanziari
colombiani, come ad esempio il Grupo Superior, azionista degli istituti
bancari Granahorrar e Banco Superior.
La produzione e commercializzazione di alimenti
e dei prodotti igienici è saldamente in mano alla più importante transnazionale
del settore, Unilever. Sono di sua proprietà le marche più richieste dai
consumatori di classe media, condizionati da una pubblicità invasiva su tv ed
emittenti radio: “Fruco” (salse di pomodoro e ketchup), “Rama” (margarine),
“Lipton” (te e aromatiche), “Rexona”, “Pond’s” e
“Sedal” (saponi e deodoranti).
Unilever opera con successo nel mercato dei gelati industriali
attraverso Helados La Fuente-Algida; in consorzio con la società Meals
de Colombia, controlla la catena Crem Helado, leader nella
produzione e commercializzazione di gelati. Unilever è poi tra le compagnie
che sta promuovendo nel paese la semina di palma
africana.
Sempre per ciò che riguarda la produzione di
alimenti, tra le aziende con il maggior fatturato del mercato colombiano non
potevano mancare la Philip Morris-Kraft Jacobs Suchard, una delle
maggiori compagnie commercializzatrici del caffè;
la General Foods; la Nestlè con le marche “Purina”, “La Rosa” e
“Chocolac”; la Panamco-Coca Cola e la Pepsi Cola. Quest’ultima
compagnia ha concesso l’imbottigliamento e la commercializzazione dei propri
prodotti alla Postobón del gruppo Ardila Lulle
e al gruppo venezuelano Cisneros, proprietario di Venevisión Continental
ed azionista di minoranza di Canal Caracol e del canale satellitare DirectTV
(insieme alla Hugues Electronics ed AT&T). Rilevante poi tra i produttori di
saponi e prodotti per l’igiene personale il ruolo
della Gillette, della Colgate-Palmolive e della Protecter
& Gamble.
Da segnalare infine la crescente incursione di capitali internazionali
nell’asfittico mercato editoriale colombiano: la francese Fnac del
gruppo finanziario Pinault-Printemps-Redoute sta
trattando l’acquisto del Círculo de
Lectores, società editrice
proprietaria di un’articolata rete di librerie e cartolerie; la Random House Mondadori, in
associazione con il gruppo tedesco Bestelsmann, sta invece investendo
importanti capitali per pubblicizzare i prodotti editoriali distribuiti nel
continente dalla casa editrice argentina Sudamericana, recentemente
acquisita, nota per essere stata la prima a pubblicare i racconti del premio
Nobel Gabriel García Márquez. La Random House
Mondadori-Bestelsmann e la casa editrice spagnola Zeta hanno ormai
concentrato nelle proprie mani l’intero sistema editoriale latinoamericano, ed
impongono indisturbate regole e prezzi di mercato.
La crisi delle produzioni monoculturali
Le tesi “aperturiste” hanno avuto l’effetto
di rendere del tutto indifesi i produttori colombiani
di fronte alla penetrazione delle transnazionali che hanno monopolizzato la
produzione e il commercio mondiale dei principali prodotti agricoli. Un modello
che ha colpito soprattutto quelle produzioni monoculturali che per alcuni
decenni avevano rappresentato un’importante voce
dell’export e un’occasione di accumulazione della ricchezza per la borghesia
nazionale. L’esempio più evidente è quello del caffè, prodotto che racchiude in
sé l’immagine e la storia economica del paese. La coltivazione del caffè ha
determinato trasformazioni tali da modificare irreversibilmente gli assetti
della società: tra esse vanno menzionate la
colonizzazione di vaste aree dei dipartimenti di Antioquia, Caldas e Cundinamarca,
la crescita del mercato interno, l’affermazione di una classe imprenditrice
intraprendente che ha reinvestito i profitti nell’industrializzazione,
l’ampliamento del lavoro salariato, l’implementazione di nuovi rapporti
capitale-lavoro, ecc..
La crisi di questo settore ha
peggiorato il panorama socioeconomico di fine anni
’90. Nonostante gli indiscutibili vantaggi qualitativi, tra il 1991 e il 2000,
la produzione del caffè colombiano si é ridotta da 16
a 9 milioni di sacchi da 60 Kg, e il prodotto ha visto ridurre la propria
partecipazione nel mercato mondiale di un 60%. La partecipazione del settore
nella produzione totale è così passata dal 17,8% del 1990 all’8,7%
del 2000, mentre la partecipazione nel totale delle esportazioni si è ridotta
dal 16,4% al 10,2%.
Il lieve aumento delle esportazioni registrato nel 2002 non ha
modificato il grave stato di crisi del settore, poiché alla forte riduzione
della produzione si è associato il crollo dei prezzi del caffè sul mercato
internazionale. Mentre nel 1986 la libbra di caffè si
vendeva a più di 200 centesimi di dollari, agli inizi del 2001 il suo valore
superava appena i 50 centesimi.
Queste forti differenze in termini
di produzione e di prezzi hanno colpito principalmente i produttori più deboli
del paese, anche perché la coltivazione nel particolare territorio andino
colombiano si è caratterizzata per la parcellizzazione
delle proprietà.
Attualmente la coltivazione del caffè interessa
805.000 ettari di terreno e 566.000 coltivatori, di cui il 64% piccolissimi
proprietari di appezzamenti inferiori al mezzo ettaro, il 31% piccoli-medi e il
5% grandi proprietari.
La crisi ha spinto migliaia di piccoli coltivatori a vendere le terre ai grandi
proprietari terrieri o peggio ancora a convertire i propri campi alla
coltivazione delle foglie di coca e del papavero da oppio. Secondo la
federazione nazionale dei produttori di caffè sarebbero già 18.000 gli ettari
destinati alla produzione di questo prodotto in cui sono state seminate e
occultate coltivazioni di coca. Altri 10.000 ettari sarebbero pronti ad essere
inseriti nell’economia illegale del narcotraffico. La crisi del settore ha
spinto poi migliaia di raccoglitori stagionali ad abbandonare
le regioni del caffè per spingersi verso le aree meridionali ed amazzoniche di
recente colonizzazione per competere nella raccolta di coca, dove il salario è
oggi due-tre volte superiore a quello offerto ai raccoglitori di caffè.
“I cafeteros colombiani hanno
sofferto nel settore del credito gli effetti della politica monetaria applicata
dal neoliberismo”, spiega l’economista Aurelio Suárez Montoya. “La libera
fluttuazione dei tassi d’interesse, grazie alla quale si è sviluppata la più
orribile delle speculazioni, ha eliminato il credito di fomento; i nuovi
prestiti sono stati riformulati e quelli vecchi sono stati fissati a livelli di usura, il che in molti dei casi ha significato la
triplicazione dell’ammontare originario”. All’assenza di una politica di stimolo dell’attività creditizia si è poi aggiunta la decisione dal
governo Barco di sopprimere il 50% dei sussidi a favore dei coltivatori per
l’acquisto di fertilizzanti. Questa misura è stata imposta dalla Banca Mondiale
ed ha avuto come conseguenza l’aumento in un decennio
dei prezzi dei fertilizzanti di due volte e mezzo rispetto al valore del caffè.
Le maggiori imprese produttrici di pesticidi ricevono annualmente dai
coltivatori colombiani oltre 50 milioni di dollari.
La ragione principale dell’odierna
crisi della produzione e della contrazione della domanda di
caffè colombiano trova tuttavia fondamento nell’eliminazione nel 1989 del
cosiddetto “Patto sulle quote”, che assicurava ai maggiori paesi produttori
prezzi e fette di mercato standard. Eliminata ogni forma di regolamentazione
del mercato, i prezzi internazionali hanno raggiunto, in termini reali, la più
bassa quotazione dal 1821 ed i paesi produttori hanno perso 20 miliardi di
dollari negli anni ’90 rispetto al decennio precedente. Il mercato mondiale del caffè ha in sé
tutte le contraddizioni della globalizzazione: ai paesi produttori viene impedito il processamento e la commercializzazione del
prodotto mentre i profitti sono assorbiti dalle transnazionali e dalle grandi
catene di distribuzione. Il fatturato mondiale del caffè raggiunge oggi i 300
miliardi di dollari all’anno, dei quali i governi dei
paesi consumatori ne ricevono 45 in imposte mentre ai produttori di oltre 50
paesi non ne arrivano più di 8 miliardi.
Secondo uno studio della Landell Mills Commodities, su 100 dollari
ricavati nel mercato del caffè al dettaglio in Europa e Stati Uniti, 24,7
andavano all’erario dei paesi consumatori come imposte; il margine del
distributore era di 9,30 dollari, quello del tostatore di 17,50, al commercializzatore
all’ingrosso andavano 3 dollari mentre le entrate del produttore, dalle quali
si devono dedurre i costi e le spese, raggiungevano appena i 13,2 dollari. I margini di profitto e dell’iniqua
distribuzione sono ancora più evidenti se si pensa che mentre il prezzo medio
del caffè verde è assai inferiore ad un dollaro alla libbra, quello del caffè
tostato al dettaglio vale negli Stati Uniti 3,48 dollari e quello
dell’istantaneo è 10,42 dollari.
Il “Patto del Caffè” fu sottoscritto
proprio per riequilibrare un settore in cui non solo l’offerta del prodotto
supera la domanda, ma dove anche i compratori del prodotto a livello mondiale sono meno di una decina. Quattro grandi compagnie
controllano più del 60% degli acquisti e il 75% della vendite
al dettaglio nei grandi mercati internazionali. L’industria del caffè, per ciò
che riguarda i tostatori, è sotto il controllo delle più note multinazionali
del settore alimentare, la General Foods (14 milioni di sacchi), la Nestlè
(13), la Sara Lee (6), la Protecter
& Gamble (4), la Tchibo (4). Il commercio all’ingrosso è invece
nelle mani della Neumann (13 milioni di sacchi), della Volcafé
(8), della Cargill (6), della Edf-man
(5) e della Esteve (4).
A questa condizione di oligopolio dei consorzi
transnazionali non sfugge la Colombia, dove 20 imprese controllano una quota
pari al 90% del prodotto; di queste, Espinosa (società del conglomerato Kraft-General
Food degli Stati Uniti), Cargill (Stati Uniti), Neumann
(Germania) e Volcafé (Svizzera) controllano congiuntamente il 42,6% del
totale delle esportazioni di caffè.
Le “riforme neoliberiste” hanno
avuto effetti particolarmente negativi per la produzione della patata, prodotto
fondamentale nella dieta colombiana. L’apertura alle importazioni straniere,
anche se sino ad adesso in quantità inferiori al
prodotto nazionale totale, ha spinto i prezzi verso il basso, ben al di sotto
del costo di produzione, mentre i pesticidi e i concimi che rappresentano più
del 70% delle spese necessarie per la raccolta delle varietà attualmente
commerciate, hanno raggiunto prezzi inaccessibili per la gran parte dei
produttori. Anche in questo settore lo Stato si è distinto per i drastici tagli dei crediti a favore dei coltivatori e per
l’assenza di interventi atti a prevenire il deterioramento di buona parte dei
terreni utilizzati per la semina e combattere alcune malattie che colpiscono i
tuberi, ormai endemiche in vaste zone del paese.
In meno di un decennio si è
consegnato il controllo della produzione ai grandi intermediari e alle imprese
multinazionali che dominano l’affare della patata industriale, il cui mercato è
quello delle catene di ristoranti e fast-food. I giganti McCain e Fito
Lay (società quest’ultima del gruppo Pepsi Cola), hanno messo
saldamente radici in Colombia per imporre le loro condizioni ai produttori
locali. La modalità preferita è quella
dell’agricoltura a contratto, dove le imprese distributrici selezionano i
soggetti che produrranno le patate, determinano le caratteristiche e le
quantità di prodotto, fissano in anticipo i prezzi di acquisto ed escludono i
soggetti che non adempiono perfettamente alle norme contrattuali. Ciò comporta
il fallimento di quei contadini che non possono coltivare le varietà richieste
secondo valori rigidamente fissi nelle dimensioni, nella forma, nella
consistenza degli zuccheri e dell’amido, nella sensibilità al freddo e al
calore. Succede poi che quando il prodotto di una regione non risponde agli
standard della domanda, le transnazionali preferiscono importare ciò che manca
da paesi terzi o esportare a zone temperate i raccolti che sviluppano ai
tropici con la cosiddetta “produzione fuori stagione”.
Qualcosa di simile sta accadendo con la produzione del latte, le cui
importazioni complementari stanno destabilizzando il
settore e l’equilibrio tra domanda e offerta, mettendo in ginocchio la
produzione di 800.000 piccoli produttori locali. Anche
in questo settore sono alcune transnazionali ad imporre le regole di mercato e
tra queste sono da segnalare la Parmalat, la Nestlè, la Friesland, la Coberco, la Dairy Foods
e la Danone. Oltre ad avere invaso il mercato nazionale con il latte in
polvere acquistato in altri paesi latinoamericani, queste compagnie si sono
dirette verso l’industria dei derivati lattei, dello yogurt, ecc., ad alto valore aggregato e dai maggiori utili, che però
richiedono un prodotto fresco con parametri predeterminati di grassi, solidi
sospesi, condizioni sanitarie, ecc. che raramente corrispondono alla produzione
nazionale.
Mentre buona parte delle imprese nazionali di trasformazione e
commercializzazione del latte sono state assorbite
dalle transnazionali, i piccoli e medi produttori non possono contare su una
domanda predeterminata da parte delle multinazionali, le quali preferiscono
dirigersi ai paesi terzi tutte le volte che il prezzo internazionale favorisce
l’acquisto all’estero di latte in polvere. Anche in
questo caso le conseguenze maggiori sono l’esclusione dei prodotti qualificati
come “non competitivi” o la loro destinazione ai mercati marginali,
l’importazione di prodotti processati grazie agli incentivi ufficiali dei paesi
d’origine e l’alterazione delle diete della popolazione consumatrice.
L’affaire delle banane
La Colombia non poteva non risentire gli effetti delle politiche che
hanno segnato la produzione e la commercializzazione
internazionale delle banane. Allo stesso modo del caffè, la coltivazione di
questo prodotto ha segnato un’importante tappa storica nello sviluppo economico
del paese, caratterizzando alcune delle fasi più drammatiche del conflitto
sociale. Negli anni ‘20 fu combattuta nella regione settentrionale di Santa
Marta una delle più violente lotte sociali del XX
secolo, culminata in un lungo sciopero dei raccoglitori di banane che nel 1928
paralizzò le attività delle piantagioni di proprietà della multinazionale
statunitense United Fruit. Gli scioperanti lottavano per migliorare le
loro condizioni salariali e di lavoro; chiedevano la riduzione dell’orario
settimanale e la consacrazione del riposo domenicale, la stipula
di assicurazioni contro gli infortuni e il pagamento del salario in denaro e
non in buoni da spendere nei magazzini della stessa impresa statunitense.
Quando migliaia di lavoratori con i loro familiari occuparono la stazione di
Ciénaga in attesa dell’arrivo di un negoziatore del
governo da Bogotá, l’esercito represse la protesta nel sangue ucidendo a colpi
di mitra e di cannone centinaia di inermi manifestanti. La vicenda fu
mirabilmente raccontata dallo scrittore Gabriel García Márquez in quello che è riconosciuto come il suo capolavoro, Cent’anni di
solitudine.
La cosiddetta “matanza en las bananeras” rappresentò un vero e proprio
punto di svolta nei rapporti tra le classi lavoratrici, il capitale e lo Stato.
Secondo quanto affermato dallo storico Giovanni Casetta, la vicenda “pose fine
alla vecchia visione della lotta politica fondata sui valori della tradizione e
dell’ordine, instaurando un diverso rapporto tra le classi dirigenti e le classi
subalterne, fondato sulla violenza e sulla
repressione”.
Il conflitto sociale nella provincia di Santa Marta convinse le grandi
compagnie straniere ad introdurre la coltivazione delle banane in altre regioni
del paese. Negli anni ’60 la zona dell’Urabá divenne una delle principali aree
di produzione: oltre 20.000 ettari suddivisi in 400 aziende e 67.000 lavoratori
concorrevano alla produzione del 13% della quota mondiale di
banane. Anche l’Urabà non sfuggì all’opprimente
modello di sfruttamento della manodopera implementata dalle grandi imprese
commercializzatici in tutta l’America centrale. Grazie all’utilizzo di gruppi
di vigilantes privati, i proprietari terrieri hanno si sono “disfatti” dei leader sindacali e dei braccianti più
politicizzati. Nel 1988 nell’Urabá Antioqueño si consumò il massacro di 20
raccoglitori di banane che lavoravano presso le finche Honduras e La Negra da
parte di un commando paramilitare diretto da alti ufficiali dell’esercito e dai
boss dei cartelli del narcotraffico. La campagna paramilitare scatenata in
tutta la regione permise alle compagnie di migliorare i tassi di profitto. Dal
1991 in Urabá il sistema di pagamento dei lavoratori stagionali secondo il
numero delle casse di banane raccolte sostituì la retribuzione secondo le ore e
i giorni di lavoro realizzati. Ciò ha comportato per le imprese una riduzione
netta di oltre il 50% del costo del lavoro.
Recentemente il settore bananiero colombiano è stato vittima ancora una
volta delle azioni intraprese dalle grandi imprese commercializzatici per
assicurarsi sempre maggiori profitti ed una posizione di dominio delle
esportazioni. A seguito dell’incremento delle aree seminate e della conseguente
sovrapproduzione mondiale che si presentò a partire del 1994, i maggiori paesi
produttori appartenenti alla cosiddetta “Convenzione di Lomé”, firmarono un accordo sulle quote con
l’Unione europea, mediante il quale fu assegnata una percentuale di mercato
alla produzione di ogni singolo paese. Le compagnie
bananiere degli Stati Uniti guidate dalla Chiquita Brands International
- rappresentata al Congresso dall’ex senatore ed ex candidato repubblicano
Robert Dole - si lamentarono di fronte al governo che l’accordo ledeva i loro
interessi nel mercato europeo. L’allora segretario al Commercio degli Stati
Uniti con l’America Latina, Mike Kantor, avvertì i paesi latinoamericani che
se avessero messo in pratica l’accordo sarebbero stati denunciati per
concorrenza sleale, secondo i principi dell’Organizzazione Mondiale per il
Commercio (WTO). Nel 1996, il governo USA presentò un
ricorso contro l’Unione europea sostenendo che il regime previsto dalla
Convenzione di Lomé costituiva una violazione degli obblighi assunti
dall’Europa con il WTO. Lo squilibrio tra gli attori in competizione era
gigantesco. Da una parte le maggiori multinazionali delle banane, la Chiquita,
la Del Monte e la Dole che controllano i due terzi del mercato globale e delle importazioni in Europa; dall’altra le
piccole isole caraibiche, principali beneficiarie dell’accordo con l’Unione
europea, che coprono congiuntamente l’8% del mercato europeo e il 3% del
mercato mondiale.
In gioco non c’era tuttavia solo la modalità
di ridistribuzione delle quote di mercato ma anche l’affermazione di differenti
modelli di produzione e di relazione capitale-lavoro. Mentre la maggior parte
della produzione mondiale è concentrata nelle grandi piantagioni dell’America
Latina e del Centroamerica dove si utilizza forza lavoro a basso costo (la Chiquita
impiega ad esempio più dell’85% della sua manodopera nelle piantagioni di
Colombia, Costa Rica, Honduras e Panama), nei Carabi orientali la produzione è
dispersa tra una miriade di aziende a conduzione
familiare che possiedono e lavorano piccoli appezzamenti di terreno montagnoso,
a costi necessariamente più alti.
L’Unione europea sembrò non cedere
inizialmente alle pressioni di Washington, tuttavia dopo la minaccia nel 1998
del Senato USA d’imporle il pagamento di sanzioni per
non essersi conformata alla sentenza del WTO che dava ragione alle richieste
nordamericane, l’Unione europea decise di abrogare i privilegi concessi ai
paesi aderenti all’Accordo di Lomé. Va segnalato che l’intervento del Senato fu
intrapreso un mese dopo che la Chiquita versò 350.000 dollari al
Consiglio nazionale del Partito repubblicano. Un anno prima la multinazionale
aveva effettuato una donazione di 500.000 dollari a
favore della campagna elettorale del Partito democratico.
Prevedibili le
conseguenze a breve e medio termine del nuovo corso imposto dal WTO alla
produzione bananiera specie nelle isole dei Carabi. “Sostituire il regime di
protezione europeo (…) porterà sicuramente al declino di un assetto sociale
vitale per l’equilibrio dei Carabi”, scrivono i ricercatori Lori Wallach e
Micelle Sforza. “La scomparsa di un “ceto medio”
legato alla produzione bananiera destabilizzerà le
basi economiche della regione, privando migliaia di persone dei mezzi necessari
per sopravvivere. In passato, l’instabilità economica della regione ha portato
a sconvolgimenti sociali. Dato che l’instabilità economica è endemica nella
regione – eventi metereologici o malattie delle colture hanno danneggiato
l’economia bananiera – le forti tradizioni democratiche e il rispetto dei
diritti umani e del lavoro che caratterizzano quei paesi rischiano seriamente
di esserne travolti”.
Il governo colombiano, su pressione
di Washington, ha contribuito allo smantellamento dell’accordo sottoscritto
dall’Unione europea, sostenendo la posizione degli Stati Uniti di fronte al WTO. E questo non è
stato fatto certamente a favore dei piccoli produttori nazionali che pure
concorrono al 15% della produzione diretta all’esportazione; essi, alla pari
dei coltivatori delle isole caraibiche, sono gravemente discriminati dalle
nuove disposizioni che invece danno pieni poteri alle società
commercializzatrici che acquistano il prodotto in Colombia e che oggi sperano
di accrescere dal 23% al 27% la loro partecipazione nel mercato europeo. Tra esse spiccano la potente Banadex, proprietà della Chiquita;
la Uniban;
la Banacol che opera in Colombia e in Costa Rica in consorzio con la Del
Monte e la United Brand; la Probán che è partner commerciale
della Dole
Quest’ultima società statunitense è
riuscita negli ultimi anni ad acquisire il controllo di buona parte delle
attività di commercializzazione della floricoltura
colombiana. L’iperconcentrazione del mercato dei fiori nelle mani di appena due
grandi operatori ha reso del tutto dipendenti i
piccoli e medi produttori del paese, privandoli del potere di contrattazione e
di fissazione dei prezzi. Ciò ha avuto anche gravi effetti sulla stessa
produzione. Il caso più emblematico è rappresentato
dalla società statunitense Floreal Products, che nel 1997 assorbì più di una
trentina di imprese colombiane con sede in Miami, che curavano l’importazione e
la distribuzione dei fiori negli Stati Uniti. A causa degli alti debiti contratti,
la società ha rischiato il fallimento e nel 2000 si è dovuta disfare
della controllata Florimex e di buona parte delle società di
import-export che controllavano il mercato colombiano. Ciò ha comportato il
crollo della floricoltura con la conseguente chiusura di centinaia di piccole
imprese produttrici. L’Ecuador ha così soppiantato la Colombia nell’export di
fiori agli Stati Uniti.
Una boccata d’ossigeno è giunta
recentemente grazie all’acquisizione della Florimex da parte della Deutsche
Beteiligungs AG, una delle più importanti commercializzatrici europee che
rifornisce l’ambito mercato tedesco-olandese. I floricoltori colombiani hanno
così potuto fare ingresso nell’Unione europea, glissando l’opposizione delle
organizzazioni sindacali e delle ONG del vecchio continente verso una
produzione che ricorre ad ingenti quantità di fertilizzanti e pesticidi chimici
e allo sfruttamento intensivo di manodopera femminile e persino infantile.
Palma africana e controriforma
agraria
Mentre la produzione alimentare è
sempre più insufficiente e le campagne vengono
sacrificate agli interessi delle transnazionali, una nuova monocoltura ha fatto
ingresso con forza in Colombia, quella della palma africana. Il paese si è trasformato
nel primo produttore latinoamericano di palma e nel quarto a livello mondiale,
e garantisce oggi una quota pari al 2,5% della produzione totale. Il nuovo
governo di Alvaro Uribe ha tuttavia varato un piano
che prevede di destinare alla produzione della palma africana entro il 2020 una
superficie di 640.000 ettari in aggiunta ai 190.000 oggi esistenti, in modo da
poter esportare 2,7 milioni di tonnellate d’olio di palma, 25 volte in più di
quanto avviene attualmente. In vista di questo obiettivo
il Ministero dell’Agricoltura e la società privata Indupalma hanno
attivato crediti a favore dei contadini per 88 miliardi di pesos
affinché convertano a palma le loro proprietà. A spingere sulla
conversione alcune importanti transnazionali, prime fra tutte la Procter
& Gamble ed Unilever che monopolizzano il mercato
agroindustriale colombiano.
Il programma a favore della
coltivazione di palma africana ha preso il via nel 1995 nella regione del Magdalena Medio in un’area compresa tra i dipartimenti
del César e del Norte de Santander, su indirizzo proprio di Indupalma,
la quale controlla la totalità dell’esportazione dell’olio di palma colombiano.
Questa compagnia stimolò la costituzione di una ventina di cooperative di contadini della zona, attraverso l’assegnazione di oltre
2.200 ettari di terre di cui era proprietaria, crediti, attrezzature e sementi.
Successivamente Indupalma ha invece puntato
allo smantellamento delle cooperative avviando la distribuzione e la
parcellizzazione delle proprietà a favore degli ex soci. E’ stato promesso ad
ogni contadino, attraverso crediti che raggiungono i 13 miliardi di pesos,
di diventare proprietari di 10 ettari di terra in 12
anni; in cambio la compagnia si assicura un incremento della produzione per i
prossimi 28 anni. Ai produttori sarà pagato il 18% del prezzo finale di vendita
all’estero dell’olio.
Indupalma non ha mai nascosto l’intento
politico che sottende al piano di coltivazione intensiva della palma nella
conflittuale regione del Magdalena Medio: la creazione
di centinaia di piccoli proprietari sempre più distanti dai richiami ideologici
delle organizzazioni guerrigliere, disponibili ad allearsi strategicamente con
la società per ampliare la frontiera agricola della palma africana dal
Magdalena Medio a vaste regioni dei dipartimenti della Guajira e del Casanare. Indupalma
ha definito questo programma “una riforma agraria privata”, dato
che i contadini ottengono la proprietà attraverso un rapporto tra
privati. Finagro, la società mista per il credito alla produzione
agricola, assume il ruolo di finanziatore e garante dei prestiti che vengono sborsati dalle banche a favore dei nuovi piccoli
proprietari.
In realtà ci troviamo di fronte ad un modello che presto sarà esteso ad altre
coltivazioni intensive e che rappresenterà l’ennesima controriforma agraria
dove saranno più profonde le disuguaglianze e le iniquità nella ridistribuzione
dei redditi nelle campagne. “Oggi si dà impulso alle alleanze strategiche tra i
grandi proprietari, le imprese transnazionali ed i contadini, con il fine di
promuovere mezzadrie in grande scala per coltivare la palma africana ed altri
prodotti”, scrive l’analista Héctor Mondragón. “Mediante queste alleanze,
contadini e indigeni consegneranno le loro terre e il loro lavoro ai grandi
allevatori e alle imprese della palma africana, del legno, del cacao, del
caucciù e dello sfruttamento delle foreste, ricevendo in cambio il 20% dei loro
guadagni, mentre l’80% resta in mano agli imprenditori
che non dovranno pagare prestazioni sociali ai loro “alleati””. Chi chiederà di negoziare migliori
condizioni contrattuali con le compagnie private dovrà
aspettarsi la reazione violenta delle organizzazioni paramilitari, le quali
solo nel corso dell’ultimo anno hanno assassinato 14 leader sindacali del
settore agricolo, alcuni dei quali
Forti perplessità sono state
espresse inoltre per i prevedibili impatti sull’ecosistema della semina su
vasta scala di una pianta non nativa in America Latina e per la grande incertezza
della domanda e della reale redditività del mercato internazionale dell’olio di palma. Come verificatosi con buona parte dei
prodotti monoculturali destinati alle esportazioni, la palma africana ha subito
negli ultimi 20 anni il crollo del suo prezzo internazionale dai 629 ai 325
dollari la tonnellata. Mentre nel primo trimestre del
’99 la produzione colombiana é aumentata del 24% e le esportazioni sono
cresciute del 12%, per effetto della sovrapproduzione mondiale i prezzi
internazionali sono diminuiti simultaneamente del 25% e quelli interni si sono
ridotti del 31%. Le previsioni per i prossimi anni sono ancora peggiori e senza
un accordo sulle quote tra i maggiori produttori internazionali
il prezzo della palma africana rischia di collassare trascinando nella
miseria decine di migliaia di famiglie che stanno convertendo i loro campi alla
monocultura, abbandonando i tradizionali prodotti destinati al mercato interno
e all’autosufficienza alimentare.
L’espansione delle coltivazioni
transgeniche
La sperimentazione mondiale nel
settore dell’agricoltura transgenica è aumentata notevolmente negli ultimi anni
a seguito delle fusioni tra le compagnie transnazionali e della realizzazione di consorzi di ricerca tra le maggiori società
alimentari, farmaceutiche e chimiche. Oggi un ristretto gruppo di
transnazionali - tra esse spiccano Bayer, Dow
Chemical, BASF, ADM, Nestlè, Monsanto, Merck,
Du Pont/Pioneer - gestiscono l’affare in qualità di operatrici integrate,
controllando tutto il ciclo produttivo, dalla ricerca alla produzione
industriale, alla commercializzazione dei prodotti. Grandi capitali si stanno
mobilitando per approfittare delle nuove opportunità e della favorevole
congiuntura internazionale, specie in America Latina con l’avvicinarsi
dell’entrata in vigore dell’ALCA.
La crescente importazione di
prodotti agricoli di base ha esposto la Colombia all’invasione del mercato da
parte dei cibi transgenici. Riso, soia e mais geneticamente modificati fanno
ormai parte, inconsapevolmente, della dieta di milioni di
cittadini e nessun organo statale ha implementato alcuna misura di controllo e
verifica dei rischi per la salute dei consumatori. Ciò deriva in parte
dall'inesistenza di norme che regolamentino il mercato
alimentare e permettano di constatare se i cibi che s’importano sono ottenuti
mediante le biotecnologie. Il Congresso si ostina poi a non ratificare il
“Protocollo sulla Biosicurezza” sottoscritto nel gennaio 2000 da 133 paesi,
paradossalmente nella città colombiana di Cartagena.
Sulle reali dimensioni
dell’importazione di prodotti alimentari transgenici e del loro consumo da
parte della popolazione non esistono dati certi. Il ricercatore Mauricio
Mosquera Montoya ha provato a fare delle ipotesi sulla base dei dati relativi all’importazione di prodotti “a rischio” da paesi
in cui le coltivazioni transgeniche si stanno rapidamente sviluppando,
principalmente Stati Uniti, Canada e Argentina. “Sappiamo che la coltivazione
che più si sta realizzando al mondo mediante sementi transgeniche è quella
della soia; nel 1998 il 52% di questo prodotto risultava
geneticamente modificato”, scrive Mosquera Montoya. “C’è poi il mais con il 30%
di produzione transgenica e il cotone con il 9%. I paesi che più stanno
producendo questi prodotti, sono proprio quelli da cui la Colombia acquista
sempre maggiori quantità di generi alimentari:
innanzitutto gli Stati Uniti, il principale partner commerciale, che nel 1998
ha esportato alla Colombia 1,79 milioni di tonnellate di mais, 15.000
tonnellate di patate e 153.000 tonnellate di soia”. Gli Stati Uniti destinano
alla produzione transgenica il 74% delle aree coltivate e proprio la soia
modificata geneticamente rappresenta il 38% della produzione totale, il mais transgenico
il 25% e la patata il 3,5%. “Questi dati”, aggiunge
Mosquera Montoya, “ci permettono di concludere che
esiste un’alta probabilità che i prodotti transgenici stiano invadendo il
nostro mercato, con l’aggravante che essi sono molto più competitivi e ciò
danneggia i produttori nazionali, lasciati completamente disarmati davanti a
siffatta globalizzazione”.
Esperti,
università e
politici colombiani hanno scelto di uniformarsi alle tendenze del mercato
internazionale e ai modelli delle transnazionali che lo dominano, ponendo
enfasi sulla necessità d’investire nella sperimentazione biotecnologica e
d’implementare le coltivazioni transgeniche su vasta scala per competere “alla
pari” con i grandi produttori di generi alimentari. Ciò senza rendersi conto
dei costi insostenibili che i piccoli e medi coltivatori dovranno sostenere per
acquisire sementi geneticamente modificate e pesticidi chimici specifici e di
come le coltivazioni transgeniche alterino la produzione agricola mondiale,
modificandone i ritmi e le relazioni di dipendenza dalle stagioni e dalla localizzazione geografica.
A partire dalla fine degli anni ’90,
in Colombia è stata avviata a “livello sperimentale” la coltivazione di
differenti varietà di prodotti agricoli geneticamente modificati e nel marzo
2002 l’ICA (l’Istituto Colombiano per l’Agricoltura) ha autorizzato la semina
su vasta scala e la vendita del cotone transgenico “Bt Bollgard” prodotto dalla
multinazionale Monsanto. Alla sua coltivazione sono stati destinati
oltre 2.000 ettari di terra nel dipartimento settentrionale di Córdoba e nei
prossimi mesi si prevede di convertire alla coltivazione di cotone Bt decine di
migliaia di ettari nei dipartimenti di Huila, Tolima,
Valle e nella costa atlantica. Già si ipotizza la
sperimentazione a breve termine della variante Bt della patata, anch’essa
introdotta dalla Monsanto per rendere il prodotto “più resistente” alle
infezioni virali.
La decisione dell’ICA, oltre a
prescindere da qualsiasi analisi sulla relazione costo-benefici di una
coltivazione monoculturale il cui prezzo è in costante
caduta sul mercato internazionale, è stata assunta con un provvedimento su cui
hanno pesato le pressioni dell’azienda produttrice delle sementi.
“L’approvazione da parte del Comitato Tecnico Nazionale (CTN) sulla
Biosicurezza è avvenuta grazie ad un procedimento totalmente irregolare, che
lascia del tutto privo di credibilità e obiettività
questo organismo”, denuncia il Gruppo di Azioni Pubbliche dell’Università del
Rosario. “Durante la riunione del CTN furono rinnovati
anche i suoi membri direttivi. La cosa sorprendente in questa vicenda fu la
nomina di un funzionario della Monsanto come suo vicepresidente. Oltre a
finanziare i test, la multinazionale ha partecipato a tutto il procedimento di esecuzione e valutazione degli studi e dei risultati”.
Il cotone Bt possiede i geni di un
batterio denominato “Bacillus thuringiensis”, che produce una tossina letale
per alcuni insetti piaga. Il comitato di valutazione dell’ICA ha ignorato le
prove scientifiche che hanno evidenziato come dopo breve tempo dalla sua
applicazione gli insetti piaga acquisiscano la
resistenza alla tossina, così da rendere del tutto inadeguato questo metodo di controllo.
Una ricerca realizzata in Cina ha documentato i gravi impatti ambientali
verificatisi dopo solo 5 anni dall’implementazione delle coltivazioni del
cotone Bt. Le prove e il monitoraggio dei campi condotti da 4 istituti
universitari pubblici, hanno provato la resistenza alla tossina Bt nel
“parassita obiettivo” e l’incremento quantitativo dei parassiti dannosi
secondari.
L’ICA ha del tutti ignorato altri
studi sui possibili effetti della tossina Bt sugli
insetti benefici (api, coccinelle, ecc.) che hanno una
valenza di controllo biologico sui parassiti e i microrganismi del suolo. Alcuni
ricercatori della New York University hanno constatato
che la tossina Bt estratta da piante transgeniche non scompare nel suolo. A
differenza di quella naturale, la tossina prodotta da piante modificate non viene degradata dalla componente microbica del terreno e
conserva le sue proprietà insetticide, con grave rischio per gli organismi del
suolo che trasformano la materia organica. L’accumulo nel terreno della tossina
transgenica costituisce così una rilevante minaccia per l’ecologia del suolo. La studiosa indiana Vandana Shiva segnala in proposito
quanto avvenuto nella regione di Virdarbha (India), dove in un’area di
30.000 ettari seminata con cotone Bt, il 70% di esso è
stato distrutto a causa dell’insorgere di un’infermità delle radici denominata
"root rot"; i semi Bt, inoltre, hanno presentato una bassa
percentuale di germinazione (50%) la quale ha causato perdite milionarie agli
agricoltori.
Nel 1998 l’intero raccolto di cotone Bt dello Stato indiano dell’Andra Pradesh
è andato perduto e 500 contadini si sono suicidati per
la disperazione di non poter far fronte ai debiti contratti.
Il cotone transgenico della Monsanto
è stato sperimentato anche nel delta del Mississippi: qui, a seguito dei
disastrosi raccolti del 1997, gli agricoltori hanno chiesto alla transnazionale
e al suo partenr Delta-Pine un indennizzo di milioni di dollari. Il
Mississippi Seed Arbitration Council ha dichiarato che il cotone Bt non ha dato
i risultati che aveva pubblicizzato, invitando la Monsanto a pagare
quanto richiesto dai coltivatori colpiti dall’insetto lepidottero Helicoverpa
Zea, parassita del cotone, adattatosi alla tossina rilasciata dalla pianta
tanto da essersi trasformato in un “superinfestante”. Sempre negli
Stati Uniti è stato accertato come la coltivazione del cotone Bt sia più
costosa della coltivazione di cotone non transgenico, poiché ciò che viene eventualmente risparmiato dall’agricoltore in
insetticidi, viene assorbito dall’alto costo della tecnologia e delle sementi.
L’Università del Nord Carolina ha calcolato che i costi per il controllo degli
insetti dannosi grazie all’utilizzo del cotone “Bollgard” sono
stati di 27,27 dollari per acro, mentre i costi per il controllo
del cotone convenzionale sono stati inferiori di 2 dollari per acro.
Nel caso specifico della Colombia già
si discute sui benefici reali che la biotecnologia potrebbe generare nel
depresso settore cotoniero. Innanzitutto si è fatto rilevare
come il cotone Bt non controlli i principali parassiti delle
coltivazioni nazionali come ad esempio la “mosca del cotone”. A ciò va aggiunto
che il paese avrà accesso a questa tecnologia sotto le strette condizioni del
WTO relative ai cosiddetti “diritti di proprietà
intellettuale” e ai contratti che sottomettono gli agricoltori agli interessi
delle società proprietarie della tecnologia, che ad esempio impediscono di
immagazzinare le sementi. “Con il cotone Bt”, commenta l’ambientalista Gabriel
Vélez, “in Colombia può succedere quanto già accaduto con la soia RR in
Argentina, dove la Monsanto controlla il 100% delle sementi utilizzate.
Il loro uso ha causato la sparizione di 60.000 piccole imprese agricole
produttrici di soia e conseguentemente di tutti i meccanismi di sovranità
alimentare del paese, instaurando un’agricoltura senza agricoltori”.
La soia transgenica RR è stata introdotta in buona parte del continente
americano e ne è stata avviata la sperimentazione
anche in Colombia nonostante sia stata provata una resa minore del 10% rispetto
alle varietà tradizionali. Si tratta di una particolare specie resistente
all’erbicida “Roundup Ready” prodotto dalla stessa Monsanto, oggi
utilizzato massicciamente in Colombia e Perù nei piani di eradicazione
e fumigazione della coca.
La Monsanto ha avviato una
persuasiva campagna di penetrazione tra gli agricoltori per imporre la
sperimentazione di soia geneticamente modificata, per cui
viene “consigliato” l’uso massiccio di “Roundup Ready”. Questo erbicida è anche
utilizzato per le coltivazioni del cotone Bt in vaste aree del nord colombiano
e la multinazionale sta obbligando gli agricoltori a comprare le sementi e
l’insetticida allo stesso tempo, presentando questa formula come
“biodegradabile”.
Negli ultimi due anni,
transnazionali e istituti di ricerca colombiani hanno intrapreso la
coltivazione sperimentale di altri prodotti agricoli
modificati geneticamente. Secondo un rilevamento realizzato dal DANE, tra i
principali soggetti che stanno destinando ampie risorse finanziarie al transgenico compaiono l’IBUN (Istituto di
Biotecnologia dell’Universidad Nacional) che lavora alle patate resistenti al
virus PLRB e al tabacco resistente all’erbicida PPT; il CIAT (Centro
Internazionale di Agricoltura Tropicale) che sta sviluppando una varietà di
riso resistente al virus della foglia bianca che causa riduzioni nei rendimenti
produttivi; Corpica che lavora sul controllo delle infezioni batteriche,
sull'accelerazione della maturazione dei prodotti e sui banani resistenti al
virus CMB; il CIB-Corporación de Investigaciones, impegnato nella
ricerca sulle patate resistenti agli insetti patogeni, sui biopesticidi a base
batterica, sui funghi che attaccano gli insetti e sui biofiltri per eliminare i
residui tossici.
Grandi investimenti sono stati
realizzati nell’area della produzione del caffè. In prima
linea il Centro de Investigaciones del Café della potente federazione
nazionale dei cafeteros, che in partnership con la Cornell University e
la Maryland University degli Stati Uniti ha avviato un approfondito studio
genetico sulle piante del caffè e sul fungo Beauveria Assiana utilizzato
per il “controllo biologico” dei parassiti che indeboliscono l’accrescimento
della pianta. Il Centro de Investigaciones del Café sta inoltre
sperimentando su grande scala in Ecuador, India e Centro America, l’utilizzo
delle controverse “api africane” nella coltivazione del prodotto. Cenicana,
l’istituto di ricerca per la produzione di canna da zucchero, è entrato in
consorzio con alcuni centri universitari e gruppi privati di Stati Uniti,
Australia, Sud Africa, Francia e Brasile per lo sviluppo della ricerca genetica
sulla canna da zucchero e sui geni resistenti alle malattie in grado di creare
nuove varietà con maggiori contenuti di saccarosio. In Colombia sono già stati
identificati “marcatori molecolari” che hanno permesso di generare in
laboratorio varietà di canne “più resistenti” a batteri ed insetti.
L’Istituto di Biotecnologia dell’Universidad Nacional e la Facoltà di Economia della Universidad de los Andes hanno patentato
un biopesticida per combattere la cosiddetta polilla guatemalteca che
causa seri danni alle produzioni di patate. I due istituti, inoltre, lavorano
in consorzio per la produzione industriale di un biofertilizzante per la
coltivazione del riso che promette “ampi risparmi” ai produttori. Altri studi sono in fase avanzata nel settore delle piante ornamentali e di
quelle destinate alla produzione di legname. Appaiono estremamente
controverse le ricerche avviate dall’istituto privato CorpoGen sul fungo
patogeno Fusarium Oxysporum, per brevettare un sistema per la protezione
della produzione dei fiori. Stati Uniti e l’Agenzia del
Nazioni Unite per la lotta alla droga (UNDCP), premono
irresponsabilmente per un utilizzo “sperimentale” nella regione andina del Fusarium
Oxysporum – elaborato in laboratorio attraverso la manipolazione genetica -
per la “lotta biologica” alle piante di coca, nonostante siano stati accertati
da decenni i suoi effetti devastanti sulle coltivazioni “legali” e sulle
foreste tropicali.
Le biotecnologie puntano infine alla
patentizzazione dell’immenso patrimonio ecologico e della biodiversità che caratterizzano il paese. Meno della metà
delle specie vegetali ed un numero ancora più ridotto per ciò che riguarda
funghi e microrganismi sono stati identificati scientificamente sino ad oggi in
Colombia. Studi e “mappature” non riguardano solo il mondo vegetale ed
animale: voci sempre più qualificate denunciano l’offensiva delle
transnazionali per identificare il patrimonio biogenetico e molecolare e la
cosiddetta “etnopatologia” delle “popolazioni colombiane isolate”. In questo
settore è trapelato un frenetico attivismo dell’Istituto di Genetica Umana dell’Universidad Javeriana di Bogotá, grazie al
finanziamento straniero.
Devastazioni ambientali e ruolo
delle transnazionali
Negli ultimi due decenni si è
intensificata la perdita della ricchezza biologica del paese. Nella regione
andina è andato perduto più del 74% della copertura forestale e dei boschi
secchi tropicali resta appena l’1,5% dell’estensione
originale. Sempre nella zona andina il problema dell’erosione interessa più
dell’80% delle terre; la conca del rio Magdalena ha
perso il 78% delle capacità produttive della pesca; le specie animali ad
altissimo rischio d’estinzione sono 35 nel caso dei mammiferi, 74 per gli
uccelli e 15 per i rettili. Secondo l’ultimo rapporto del PNUD, tra le
principali cause del depauperamento del patrimonio naturale e della
biodiversità del paese vanno segnalati i sistemi produttivi predominanti nelle
zone rurali e le coltivazioni illecite “che non riconoscono né privilegiano le valutazioni di impatto ambientale a lungo
termine”; l’uso di quasi metà del territorio nazionale per attività produttive
non adatte, prima fra tutte l’allevamento; i processi socio-politici che hanno
determinato i modelli di occupazione del territorio, causando, tra l’altro, la
concentrazione della proprietà, il trasferimento violento delle popolazioni
rurali verso le frontiere agricole e i sobborghi di miseria delle grandi zone
urbane; l’inquinamento proveniente dai centri urbani e la contaminazione delle
acque da parte dei residui industriali; i limiti strutturali delle politiche
rurali, “con incentivi alla gestione di attività dall’alto impatto
sull’ambiente e con una forte disattenzione alle condizioni della popolazione
contadina”.
È lo stesso Programma delle Nazioni
Unite per lo Sviluppo a rilevare come le condizioni di povertà della maggior
parte della popolazione rurale siano strettamente relazionate con le
manifestazioni di degrado ambientale, in un doppio vincolo: la situazione di
povertà si vede acutizzata dai fattori ambientali e il
degrado s’intensifica a causa di un uso intensivo e mal pianificato delle
risorse naturali. La fragilità dei suoli su cui gran parte dei contadini sono costretti a produrre e la deforestazione per fornire di
combustibile gli abitanti rurali, sono solo due esempi di questa duplice
relazione. “Nelle zone urbane l’ambiente fisico è estremamente
precario”, conclude il PNUD. “Molteplici “disastri naturali” hanno origine
nell’occupazione di aree ad alto rischio, da parte di
persone senza altre alternative abitative. L’assenza di sistemi fognari e di
vie di comunicazione adeguate costituiscono rischi gravissimi per la salute
della popolazione. Le abitazioni improvvisate e la mancanza di privacy generano
un ambiente di tensione propizio alla violenza intrafamiliare e tra vicini. La
scarsità di zone verdi, sommata all’aggressività del paesaggio tipico
dell’improvvisazione e alla notevole scarsezza delle risorse economiche nei
processi urbani, intensificano l’esistenza di un habitat favorevole alla
tensione e alla violenza”.
È stato poi denunciato il
progressivo deterioramento delle risorse idriche. Uno studio realizzato
dall’Istituto Nazionale d’Idrologia e Meteorologia (IDEAM) ha segnalato che in
un anno con condizioni idroclimatiche normali, l’11% dei municipi del paese con
il 13% della popolazione ha avuto un indice di scarsezza di acqua
superiore al 20%. Per le Nazioni Unite con un indice simile è “assolutamente
necessario bilanciare la domanda con l’offerta d’acqua per prevenire la crisi”.
Secondo una proiezione realizzata sempre da IDEAM, nel 2016 il 19% dei municipi
e il 38% della popolazione colombiana avrà alti indici di carenza
e vulnerabilità idrica, situazione che sarà ancora più critica nelle aree delle
periferie urbane, dove circa il 70% della popolazione vivrà nella quasi
assoluta impossibilità di accedere all’acqua potabile.
Il paese è stato sottoposto ad un
devastante processo di deforestazione e ad un’altrettanta aggressiva
“riforestazione” per rispondere alle sempre maggiori
richieste di legname pregiato e cellulosa da parte del mercato
internazionale. In Colombia si seminano annualmente circa 7.000 ettari per la
produzione commerciale di cellulosa; esistono 200.000 ettari “riforestati” che
assicurano annualmente 1,5 milioni di metri cubi di legname, a cui si aggiungono
altri 2,5 milioni di metri cubi apportati dal taglio dei boschi naturali.
Oltre 96.000 tonnellate di prodotti cartacei vengono
esportati ogni anno principalmente a Stati Uniti, Venezuela, Perù ed Ecuador.
Deforestazione e successiva riforestazione con specie non endogene sono
attività su cui esercitano un potere monopolistico le grandi transnazionali;
esse fatturano nel paese oltre 350 miliardi di pesos all’anno
e l’industria della polpa, della carta e del cartone rappresenta il 4% del
prodotto interno lordo e consuma l’8% di tutta l’energia utilizzata dal settore
industriale.
La principale società operante in
Colombia è la Smurfit Cartón de Colombia S.A., filiale della multinazionale
irlandese PLC, la maggiore produttrice mondiale di scatole e imballaggi
di cartone. La compagnia opera in America Latina, Europa, Cina e Stati Uniti,
paese quest’ultimo dove ha recentemente acquisito la Time
Industries di Chicago e la Box Board Company (Illinois). Nel 1998 il
gruppo irlandese ha dato vita alla SSCC Smurfit-Stone Container Corporation,
dopo essersi fuso con la principale industria cartacea degli Stati Uniti, la Stone
C. Corporation. Il nuovo gigante realizza vendite annuali per un valore
superiore agli 8 miliardi di dollari.
È tuttavia la Colombia il paese dove
sono cresciuti enormemente gli investimenti e i fatturati del
Jefferson Smurfit Group, al punto che nel 1999 la metà dei suoi guadagni
derivavano proprio dalle attività in loco. Nel biennio 2000-2001 la compagnia
ha investito nel paese 12 milioni di dollari solo per sviluppare la
produttività delle aree forestali in cui coltiva le piante per la cellulosa.
L’importanza strategica della Colombia è poi confermata dalla presenza nel
consiglio d’amministrazione della multinazionale di un cittadino colombiano,
Gustavo Gómez Franco, amministratore delegato della Smurfit Cartón de
Colombia, l’unico rappresentante che non abbia
origini irlandesi o statunitensi.
La Cartón de Colombia fu
fondata nel 1944; successivamente realizzò alcune
industrie per la produzione di cellulosa a Barranquilla, Cali, Medellín e Bogotá e un potente impianto di
generazione di energia a Yumbo (Cali) per la fornitura elettrica agli impianti.
Risale al 1986 il pieno controllo della Cartón de Colombia da parte
della società irlandese, grazie all’acquisizione della Container
Corporation of America, impresa di proprietà del gigante petrolifero Mobil
Oil, titolare del 67% del pacchetto azionario dell’industria colombiana. Il
restante pacchetto azionario restò invece nelle mani di un potente gruppo
finanziario nazionale, il Grupo Carvajal. L’operazione di acquisizione costò 1.200 milioni di dollari e fu
possibile grazie alla copertura finanziaria della banca nordamericana Morgan
Stanley, titolare di un rilevante pacchetto azionario della Jefferson
Smurfit Corporation. L’operazione permise al gruppo irlandese di
trasformarsi nel principale produttore mondiale di imballaggi,
ma ebbe drammatiche conseguenze occupazionali, dato che fu licenziata buona
parte della manodopera dipendente della Container Corporation of America
e della Cartón de Colombia, mentre fu avviata la deleteria politica di
subcontrattazione di imprese terze e l’assunzione temporanea di personale.
“I costi relativamente bassi, grazie all’utilizzo di manodopera non
qualificata, accanto alle buone condizioni climatiche, contribuiscono ai buoni
risultati della Smurfit Cartón de Colombia. Però
il vero segreto del suo successo consiste in un altro fattore: il suo potere
politico. Ossia, la sua capacità di ottenere una legislazione
favorevole per i suoi affari”, scrive il ricercatore Joe Broederick, che ha
pubblicato un volume che analizza l’impatto socio-ambientale delle attività
della multinazionale in Colombia. Un elemento chiave per lo strapotere
della Smurfit Cartón è rappresentato dalla
leadership esercitata su Acofore, l’associazione colombiana di
riforestazione. È tale l’influenza politica di Acofore,
che la legge n. 99 del 1993 che istituisce il Ministero dell’Ambiente assegna
una rappresentanza nel Consiglio nazionale ambientale ad un esponente delle
imprese private di riforestazione. Questo Consiglio ha contribuito alla
previsione del cosiddetto “certificato d’incentivo forestale”, con il quale lo Stato
rinuncia all’imposizione d’imposte nel settore forestale e assegna ingenti
fondi a favore delle industrie di legname. La legislazione degli ultimi anni ha
poi dato vita ad una serie di crediti, contributi, benefici fiscali, ecc. per
stimolare la cosiddetta “riforestazione”. “Con il risultato”, spiega Joe
Broederick, “che la Smurfit Cartón de Colombia (e le altre grandi
imprese che estraggono il legno) sono soggette ad una tassazione più che
simbolica, mentre le attività di semina e gestione dei nuovi boschi destinati
all’estrazione sono coperte sino al 75% dei costi dall’erario”.
Le attività della multinazionale
sono state responsabili della deforestazione della regione del
Pacifico. Alla Cartón de Colombia - attraverso la controllata Pulpapel
- è stato concesso dal 1974 lo sfruttamento di vaste aree forestali del Bajo
Calima (municipio di Buenaventura, dipartimento del Valle)
e del distretto di La Paila (Cauca). Nel primo caso si trattava di un’area di
oltre 60.000 ettari e la concessione “in esclusiva, a costo bassissimo e praticamente senza alcun controllo statale”, era prevista
per una durata di 30 anni, anche se la compagnia preferì ritirarsi prima della
conclusione della concessione scegliendo di lavorare il legname proveniente
dalle aree “riforestate”. La tecnica utilizzata da Pulpapel nel Bajo
Calima è stata quella del “taglio totale”, che ha richiamato nella regione una
gran quantità di tagliatori che hanno contribuito al degrado della fragile e
vulnerabile foresta pluviale tropicale. Da questi lavoratori
indipendenti la multinazionale contina ad acquisire il legname.
Dopo aver disboscato le regioni
prossime alla costa pacifica, la multinazionale è passata a seminare pini ed
eucalipti nelle zone un tempo occupate dalla selva
primaria in vari dipartimenti occidentali (Cauca, Valle, Risaralda, Quindío, Antioquia). La produzione
monoculturale di pini ed eucalipti ha distrutto la
diversità biologica preesistente ed è stata causa dell’impoverimento dei suoli
e delle fonti idriche; in alcuni casi la “riforestazione” è stata successiva
alla distruzione degli alberi autoctoni e all’espropriazione forzata delle
comunità indigene.
Capitolo 2
Le holding familiari che dominano
l’economia nazionale
Nonostante la grave crisi sociale ed economica
attraversata dal paese nella seconda metà degli anni ’90, gli utili delle
grandi società finanziarie sono notevolmente cresciuti. Oggi in Colombia il
capitale finanziario si articola attraverso una miriade di compagnie di assicurazioni, società di capitali, imprese di
progettazione urbana, società immobiliari, banche, corporazioni finanziarie e
di risparmio, compagnie di finanziamento commerciale, società per il commercio
estero, ecc.. Esse sono però controllate da un ristretto numero di conglomerati
economici-industriali, spesso a gestione familiare, che si muovono con sempre
maggiore intraprendenza sui principali mercati finanziari latinoamericani. Nel
2001 i quattro gruppi dominanti dell’economia nazionale hanno ottenuto utili
per un valore di 100.000 miliardi di pesos. Questi quattro gruppi
controllano da soli il 92% dell’intero sistema finanziario; più di un terzo dei
profitti si concentra nelle mani del Grupo Empresarial Antioqueño,
mentre un altro 28% va a due imperi economici controllati ognuno da una sola
persona, i finanzieri Julio Mario Santo Domingo e Luis Carlos Sarmiento Angulo.
Essi, insieme all’altro potente finanziere colombiano, Ardila
Lulle, si appropriano del 36% dei 1.500 milioni di dollari ottenuti dalla
crescita dell’economia nazionale e insieme a 120 filiali di transnazionali
controllano l’82% delle esportazioni colombiane.
L’iperconcentrazione finanziaria che
caratterizza l’economia colombiana trova ulteriore
riscontro nel fatto che i gruppi Santo Domingo e Sarmiento Angulo,
congiuntamente con la holding finanziaria “minore” Galinsky, controllano
il 50% circa del capitale delle banche private. Da parte sua, il mercato
azionario ha una concentrazione ancora più alta. Un recente studio della
Sovrintendenza per i valori borsistici dimostra che la Colombia è uno dei paesi
al mondo dove si registra uno degli indici di concentrazione maggiore: qui le
10 imprese più grandi assorbono il 75% del mercato azionario.
L’impero di don Julio Mario Santo
Domingo
“La cosa più probabile è che sia il
sindaco di questa città come la squadra di calcio, il senatore e il
rappresentante alla Camera sono stati patrocinati da Don Julio Mario Santo
Domingo, un uomo che nessuno ha mai visto né come cittadino né come politico,
che però sta qui, nelle nostre vite quotidiane e in altri passaggi più
impercettibili dell’economia, influendo sulle decisioni di ogni
giorno, sull’acqua che si beve, sulle notizie che ci preoccupano, sul
presidente che ci governa, sull’auto che guidiamo e sulle bevande che ci
ubriacano, tutto questo in un paese dove si consuma più birra che latte
pastorizzato”.
Con queste significative parole il giornalista Gerardo
Reyes apre la sua biografia “non autorizzata” dell’uomo più potente della
recente storia colombiana, capace di incidere su tutte le maggiori scelte
politiche, sociali ed economiche del paese e perfino di condizionare il mercato
finanziario internazionale.
Don Julio Mario Santo Domingo, con
la moglie Dávila e i figli Alejandro e Andrés, è a capo del maggiore
conglomerato d’imprese di tutta l’America Latina, il Grupo Empresarial
Bavaria, con un fatturato annuo superiore ai 13.500 miliardi di pesos.
La cassa finanziaria del gruppo Santo Domingo è rappresentata
da Valores Bavaria S.A., società quotata in borsa, che
controlla i capitali azionari di una delle maggiori banche private del paese
(il Banco de Santander) e di importanti società di trasporto aereo,
elicotteristico e terrestre (l’Alianza Suma che concentra le compagnie Avianca,
Aces e Sam; la Helicol e la Hércules Enterprises de
Panamá; la Transportes Barranquilla). A Valores Bavaria fanno
riferimento numerose società finanziarie, assicuratrici e immobiliari (Almagran,
Colfondos, Corporación Financiera del Norte-Cofinorte, Compañía del Litoral, Inversiones Fenicia, Inversiones
Serte, Inversiones Bavaria, Inversiones Refonal, Inmobiliaria
Aquila, Redes de Colombia); le società di import-export
Santo Domingo & Cía, Santo Domingo Pacini, Sanpac; la rete di agenzie di
viaggi Coviajes e la catena alberghiera Meliá in Costa Rica; la
società Deskubra che commercializza i pacchetti turistici alle
principali mete colombiane e internazionali; le società di servizi di lavoro
temporaneo Auditamos, Serdan, Misión Temporal.
Nel portafoglio di Bavaria
Valores sono presenti anche piccole quote azionarie del colosso mondiale
della telefonia BellSouth, che detiene il pacchetto di maggioranza di Comcel,
una delle maggiori società di telefonia cellulare della
Colombia. Sempre per ciò che si riferisce al settore delle telecomunicazioni,
la famiglia Santo Domingo domina le società internazionali Americatel
Colombia, Red Colombia, Wasse Holding Corporation (con sede
nelle Isole Vergini) e Valores Bavaria Internet Inc., quest’ultima presente nel settore
delle nuove tecnologie e dei provider d’internet. La Valoros Bavaria ha
inoltre fatto ingresso a fine anni ’90 in Orbitel,
la seconda società telefonica a lunga distanza del paese.
La holding finanziaria è anche presente
nel settore industriale dove controlla la C.I. Vikingos de Colombia
(surgelamento prodotti ittici), la Astillero Vikingos e la Inaquímicas (settore chimico), la Parque
Central Bavaria, la Celulosa Colombiana e la Reforestadora de la
Costa (aziende di “riforestazione” e produzione cellulosa), la Unial,
la Molino Aquila e la Pastas La Muñeca (prodotti alimentari), la Productora
y Comercializadora de Alimentos PCA (società di ristorazione che gestisce
la rete di fast-food “Presto”). A Valores Bavaria è infine
riconducibile il possesso di importanti quote delle
società Aluminio Reynolds (produzione alluminio), Finca (settore
immobiliare), Agua Brisa (acqua minerale), Distribuidora Unión
(grande distribuzione), Bancoquia (istituto bancario), Sudamericana
(assicurazioni), Coltabaco (tabacco), Cine Colombia (sale
cinematografiche), Inversiones Urbanas y Rurales (settore edilizio), Colina
(produzioni agroindustriali). La holding ha fatto
ingresso di recente in Carrefour, la società francese leader nella
grande distribuzione che a partire del 2000 ha aperto alcuni ipermercati nelle
maggiori città colombiane. Rilevanti infine gli investimenti nel settore
petrolifero e dell’estrazione e commercializzazione di gas attraverso la Petroquímica del Atlántico, la Gas Natural Colombiano e
la Gases del Caribe.
Dulcis in fundo l’enorme potenza accumulata nel campo editoriale, settore determinante per condizionare gli umori, i timori, i gusti e
le scelte dell’opinione pubblica e del mondo politico. Attraverso la società Comunican
S.A., il
gruppo Santo Domingo controlla il quotidiano El Espectador, il
settimanale Cromos, le riviste specializzate Shock, Autos
e Control TV, la società multimediale Comúnica Multimedios de
Colombia, la casa editrice Ediciones Vea, ma soprattutto Caracol
Television, una delle maggiori emittenti radiotelevisive di tutto il
continente latinoamericano.
Sempre nel settore delle telecomunicazioni, Valores Bavaria ha
recentemente acquisito importanti pacchetti azionari di TV Cable, Latinonet
e DirectTV, tra i più importanti network tv via
satellite del continente; inoltre ha fatto ingresso nella proprietà di
una rete radiofonica a Panama, di TVI Televisao, il terzo canale
televisivo portoghese, e del network radiotelevisivo più noto del Venezuela,
controllato dal potente gruppo finanziario Cisneros.
È tuttavia il settore della
produzione delle birre il vero e proprio pozzo di San Patrizio dell’impero
Santo Domingo. Oggi il potente gruppo imprenditoriale è al quinto posto al
mondo nella produzione di birra, con vendite superiori ai 23 milioni di ettolitri l’anno. Solo in Colombia conta su 17 milioni di
consumatori, la maggior parte di classe sociale bassa, che consumano
annualmente 1.500 milioni di litri. La cassaforte finanziaria in cui si
concentrano le attività legate al settore è Bavaria
S.A. che raggruppa una ventina di imprese presenti in America Latina,
Europa ed Africa dedite alla produzione di birre e bibite rinfrescanti.
In Colombia il portafoglio è composto da 5 società che
dominano praticamente il 90% del mercato, Bavaria S.A., Aquila, El
Litoral, Cervunión (produttrice delle note marche di birra “Pilsen”
e “Clarita” e delle soft drink “Malta” e “Máltica”), la Cervecería Leona S.A., quest’ultima rilevata a fine 2002
al Gruppo Ardila Lulle. La casa madre Bavaria S.A. controlla poi
una serie di società sussidiarie che somministrano gli
ingredienti necessari (Malterías de Colombia, Maltería Tropical de Cartagena, Maltería de Techo, Maltería de Tibitó e Compañía Ecuadoriana de Maltas y Cervezas) e alcune industrie complementari
all’attività di produzione e commercializzazione, come ad esempio quelle che
somministrano bottiglie, tappi, cassette di plastica, etichette, imballaggi,
cartelloni pubblicitari, ecc. (Cajas Plásticas S.A., Inversiones Aconcagua,
Impresora del Sur, Colenvases). Il gruppo Santo Domingo
possiede poi due società produttrici di succhi di frutta (Productora de
Jugos e Jugos Tutti Frutti), un’azienda dedita alla produzione di
concentrati per animali (Agrilsa) ed un’impresa agroforestale (Sociedad
de Predios Rústicos los Volcanes).
Per ciò che riguarda il mercato
latinoamericano Bavaria S.A. controlla
in Ecuador la Cervecería Andina, la Cervecería de Guayaquil e la Compañía de Cervezas Nacionales S.A., mentre in Venezuela opera
attraverso la controllata Bavaria Venezuela S.A.. A partire dal 2001 il
conglomerato ha avviato un processo di penetrazione a Panama dove ha acquisito
il 91,5% delle azioni della Cervecería Nacional, industria che impiega 2.000
lavoratori e totalizza guadagni per oltre 25 milioni di dollari.
Sempre a Panama ha poi acquisito la Cervecería Barú, società che possiede il 52% del
pacchetto azionario della Coca Cola Panamá. L’ultima operazione nel
continente latinoamericano risale al dicembre 2002, quando Bavaria S.A.
ha assunto il controllo della società peruviana produttrice dell’omonima birra Backus
and Johnston e di altre note bevande alcoliche e
analcoliche distribuite a livello regionale.
Il Grupo Impresarial Santo
Domingo è stato particolarmente attivo in ambito europeo. Risale all’inizio
degli anni ’90 l’ingresso in Portogallo, quando a prezzi di saldo, è stato acquisito
un importante pacchetto azionario di Unicer e Centralcer,
le due maggiori società di birre privatizzate dal governo. Negli stessi anni Bavaria
S.A. ha acquistato in Spagna l’80% della Compañía Andaluza de Cervezas e la fabbrica produttrice di soft drink La Cacerita, che controllava al tempo il
60% del mercato iberico. Il gruppo colombiano ha infine acquisito impianti di
produzione di birre in Russia, Angola, Mozambico e nelle Isole Azzorre.
Va tuttavia rilevato che a differenza della regione andina, gli affari nel
vecchio continente non sono stati positivi e nel 2002
il Grupo Impresarial Santo Domingo ha negoziato il trasferimento degli
impianti portoghesi alle società Parfil SPGS S.A. e Bancu Espiritu
Santo e la vendita della società spagnola Compañía Andaluza de Cervezas.
La concentrazione nelle mani del Grupo
Bavaria della produzione di birre è stato
tutt’altro che un processo indolore specie sul fronte dell’occupazione e dei
diritti dei lavoratori. Esso ha significato infatti la
chiusura di numerose aziende e solo in Colombia il licenziamento di oltre 400
lavoratori. I sindacati hanno tentato inutilmente di contrastare la politica di
tagli e di ristrutturazione industriale, arrivando a bloccare gli impianti
colombiani per 71 giorni nei primi mesi del 2001. “Flessibilizzare il salario minimo e
far sì che i contratti a tempo determinato si firmino con un termine superiore
ai 3 mesi, magari per un anno o due senza generare il vincolo immediato
obbligatorio”, è la filosofia in materia occupazionale dei top manager della Bavaria
S.A..
Misure che il nuovo governo Uribe ha inserito nella proposta di modifica delle
normative sul lavoro, in linea con i dettami del Fondo Monetario
Internazionale.
Gli interessi internazionali del
gruppo Santo Domingo
Non è possibile comprendere la
portata della forza economica e politica esercitata da don Julio Mario Santo Domingo
se non si guarda alla fitta rete di relazioni, amicizie ed interessi coltivati
con alcuni dei personaggi più potenti della storia contemporanea. Il magnate
colombiano vanta frequentazioni con uomini politici ed intellettuali che spesso
hanno ideologie e percorsi umani perfino contrastanti. Santo Domingo può passare da una cena con il Premio Nobel colombiano, Gabriel
García Márquez, ad un
ricevimento con gli ex presidenti USA Ronald Reagan e Gorge Bush senior;
da una visita privata al sanguinario dittatore cileno Augusto Pinochet ad un
pranzo di lavoro con l’ex primo ministro canadese Brian Mulroney. Consolidata è
la sua amicizia con il banchiere James D. Robinson III, già presidente di American Express; inoltre Santo Domingo può
contare sulle consulenze superpagate dell’ex segretario di Stato Henry
Kissinger, vera eminenza grigia dell’intero continente americano, o
sull’assistenza legale di Vernon Jordan, l’avvocato di Bill Clinton nel
processo Lewinsky.
Julio Mario Santo Domingo ricopre il
ruolo di consigliere di amministrazione
dell’importante holding aerospaziale Gulfstream Aerospace Corporation,
accanto all’amico-consulente Henry Kissinger, all’ex segretario di Stato Gorge
Shultz, al magnate arabo Fouad Alghanum e al superbanchiere Lord Rothschild.
Tra le principali assistenti finanziarie del gruppo Santo Domingo,
spicca il nome della banchiera Violy McCausland, già membro del consiglio di amministrazione della compagnia aerea Avianca,
oggi alla presidenza di Violy, Byorum & Partners, società di
consulenza finanziaria di New York che gestisce transazioni economiche
superiori ai 3.000 milioni di dollari all’anno. A questa società fanno riferimento buona parte delle recenti operazioni di
acquisizione di imprese pubbliche in America Latina da parte di società private
nordamericane.
Grazie poi alla consulenza finanziaria del Chase Manhattan Bank e
all’alleanza con la McCaw Cellular (la più grande
società di telefonia cellulare del mondo, successivamente acquisita dal colosso
nordamericano AT&T), il gruppo Santo Domingo ha potuto fare
ingresso nel 1994 nella compagnia telefonica cellulare Comcel.
Per operare nel campo delle speculazioni
finanziarie, Julio Mario Santo Domingo si è mosso attraverso la società Deltec
International S.A.,
con sede a Panama e filiali negli Stati Uniti e Inghilterra, e le 4 società
controllate Deltec Banking Corporation Limited, Deltec Panamerican
Trust Limited (entrambe con sede nel paradiso fiscale delle Bahamas), Depasa
Corporation di New York e Deltec Asset Management Corporation.
Quest’ultima compagnia possiede un importante pacchetto azionario della Khanty
Mansiysk Oil Corporation (KMOC), società petrolifera con sede negli Stati
Uniti che sfrutta e commercializza il petrolio dell’oriente della
Siberia. Il presidente della Deltec Asset è a sua volta membro
del consiglio di amministrazione della Anadarko
Petroleum Corporation, una delle società più grandi nel mondo per lo
sfruttamento e la produzione di gas, con riserve per 2.300 milioni di barili ed
affari nel Golfo del Messico, USA, Canada, Algeria, Qatar, Oman, Tunisia,
Congo, Gabon, Venezuela ed Australia.
I capitali dell’impero Bavaria
sono trasferiti internazionalmente grazie alle abili
operazioni finanziarie del figlio maggiore, Julio Mario Santo Domingo Braga.
Egli è socio del Grupo Alpha Investment, una società che gestisce un
fondo d’investimenti con un portafoglio di 1.000 milioni di dollari all’anno e filiali in varie parti del mondo (Londra, New
York, Miami, Dallas, Toronto, Ginevra, Mosca, Hong Kong, Tokio). Il Grupo
Alpha ha assunto come direttore John Hock, ex direttore del settore
marketing del Citibank Global Assest Management; una filiale, la Alpha
Investment Management, dopo essere stata attiva nel fallimentare mercato
dei fondi d’investimento russi, nel febbraio 2000 ha firmanto un’alleanza
strategica con la SunTrust Bank, una delle maggiori fornitrici di
servizi fiduciari degli Stati Uniti. Julio Mario Santo Domingo junior è anche
membro del consiglio di amministrazione delle società Highbridge
Capital Corporation (HCC), con sede nelle Isole Cayman, ed Highbridge
Capital Management (HCM), con sede negli Stati Uniti; si deve alla Highdbrige
la recente acquisizione del pacchetto di maggioranza di Agrobands
International, produttore e distributore degli alimenti “Purina” e di altri
prodotti che hanno monopolizzato il mercato in Colombia nel settore della
nutrizione degli animali domestici e di allevamento. Highbridge ha
inoltre acquistato la Broadwing, un’impresa statunitense specializzata
nei sistemi a fibre ottiche per la trasmissione d’informazioni via internet.
“Presidenti, congressisti,
governatori e sindaci della Colombia devono le loro carriere politiche e
le loro vittorie elettorali all’appoggio finanziario e pubblicitario delle
imprese di Julio Mario Santo Domingo. E Julio Mario deve a loro una collezione
invidiabile di esoneri fiscali e assoluzioni forzate”,
scrive il giornalista Gerardo Reyes. Il Grupo Impresarial Bavaria si
è caratterizzato infatti per essere un grande
dispensatore di contributi e sponsorizzazioni elettorali a favore di candidati
al Congresso e alla presidenza che, puntualmente eletti, sono stati
particolarmente sensibili agli interessi e agli affari di Julio Mario Santo
Domingo. Si calcola che il gruppo finanziario destini una media di 10-15.000
dollari per la campagna di un congressista di modesto profilo, sino a 50.000
dollari per un parlamentare di peso. Al finanziere Jorge Várgas Barco, ad
esempio, Julio Mario Santo Domingo deve la sua inarrestabile scalata negli anni
’70 e ’80 alle maggiori industrie di birra e alla storica compagnia aerea Avianca.
Un debito di riconoscenza che il magnate colombiano avrebbe
poi saldato nel 1986, contribuendo all’elezione a presidente della repubblica
del fratello Virgilio Barco. Un altro presidente, Julio César Turbay,
alla guida del paese nel quadriennio 1978-1982, giunse a nominare Santo Domingo
ambasciatore di Colombia nella Repubblica Popolare Cinese. Sei mesi dopo la
nomina, il potente finanziere firmò con il governo di Pechino il primo accordo
commerciale dal ristabilimento delle relazioni bilaterali con il paese asiatico
nel 1980.
Negli anni successivi il gruppo Bavaria
assicurò il proprio sostegno finanziario alla campagna presidenziale di César
Gaviria, che come segno di ringraziamento, nominò la sposa dell’imprenditore
“aggregato culturale” presso l’ambasciata colombiana a Washington, con
l’effetto di liberare Santo Domingo dal pagamento delle tasse in ottemperanza
alle norme vigenti negli Stati Uniti che esonerano i
diplomatici e i loro familiari da ogni obbligo fiscale.
In occasione delle elezioni per il
rinnovo del Congresso e della consulta del Partito liberale nel 1996, il gruppo
Bavaria sborsò complessivamente un milione di dollari, finendo poi sotto
inchiesta per i contributi illeciti a favore della contemporanea campagna
presidenziale di Ernesto Samper, quando furono
rilevati ingenti finanziamenti da parte dal Cartello di Cali. Secondo i difensori di Fernando
Botero, il cassiere della campagna di Samper, Julio Mario Santo Domingo versò
attraverso la società panamense Overseas Wide Trading Inc., un totale di 1.725.000 dollari
tra il primo e il secondo turno delle presidenziali, più altri 3.200.000
dollari attraverso altre operazioni finanziarie. Il denaro finì nei conti
aperti presso la Chase Manahattan Bank, il Morgan Guaranty Trust,
la New York Bank e la Barklay’s Bank di New York.
Il contributo fu particolarmente gradito da Ernesto Samper che divenuto
presidente concesse a Santo Domingo importanti favori fiscali. Un anno prima di concludere il suo mandato, il 24 luglio
1997, Samper aggiudicò in forma diretta all’emittente Caracol, proprietà
della Bavaria Valores, anche 87 stazioni radio sulla banda FM.
Il potere di lobbing di Santo
Domingo si manifestò in tutta la sua grandezza a fine 1999, quando 75 senatori
colombiani dichiararono di non poter votare un articolo mediante il quale si
gravava con una tassa il consumo di birre nell’ambito della legge di riforma tributaria varato dall’allora presidente Andrés
Pastrana. I parlamentari spiegarono di aver ricevuto finanziamenti dal Gruppo
Santo Domingo in occasione delle loro campagne elettorali. Congiuntamente i
mass media lanciarono una violenta campagna contro il presidente Pastrana,
certamente il politico più avversato nella storia politico-imprenditoriale del
gruppo Bavaria.
Andrés Pastrana non perdonava a
Santo Domingo il notevole contributo economico che le società Bavaria, Cervecería Unión, Celumovil, Cerveza
Aquila, Colseguros, Avianca, Malterías de Colombia, Petroleum Helicopters de
Colombia, Sofasa e Inversiones Cromos, avevano versato nel
1998 a favore dell’altra candidata alla presidenza Noemí Sanín, oggi nominata da Alvaro Uribe
ambasciatrice in Francia. In quell’occasione le società del gruppo spesero a
favore della Sanín
circa 240 milioni di pesos, oltre 150.000 dollari al cambio di allora.
In realtà i contrasti tra Santo Domingo e Pastrana risalirebbero ad una vicenda
che vide l’immagine dell’onnipotente finanziere
colombiano offuscata dalle voci su una presunta relazione con i boss del
narcotraffico. A fine anni ’90 il quotidiano La
Prensa, diretto da Juan Carlos Pastrana, fratello del futuro presidente,
pubblicò un reportage in cui s’ipotizzavano i vincoli tra Santo Domingo ed il
Cartello di Cali. Ciò era dovuto al fatto che nel 1995
il gruppo Bavaria aveva raggiunto un accordo con Miguel Rodriguez
Orejuela, presidente del Club Deportivo América de Cali e già al centro
di inchieste internazionali sul traffico di stupefacenti, per la sponsorizzazione
della squadra calcistica attraverso la birra “Póker”, prodotta dalle industrie
del Grupo Bavaria.
Fu un affronto che don Julio Mario Santo Domingo non avrebbe più perdonato ai
Pastrana, anche perché coincise con la divulgazione di un rapporto della
polizia portoghese su una presunta operazione di riciclaggio di denaro da parte
di una istituzione educativa da lui creata in
Portogallo. Gli agenti che sottoscrissero l’informativa furono querelati e le
autorità portoghesi dovettero intervenire per smentire la veridicità del
rapporto.
Il tema dei rapporti tra il grande capitale ed il narcotraffico in un paese che è oggi
il principale produttore ed esportatore di cocaina al mondo non poteva non
essere uno dei problemi più scottanti per gli oligopoli familiari che governano
la Colombia. Industriali, banchieri e finanzieri hanno
tentato in ogni modo di allontanare qualsivoglia dubbio sulla liceità dei
capitali accumulati, specie per non incrinare la propria immagine nei mercati
internazionali ove trasferiscono annualmente enormi risorse finanziarie.
Il tema del narcotraffico è stato volutamente rimosso o è stato utilizzato come
arma per indebolire i gruppi antagonisti. Accuse sui presunti legami d’affare
con la mafia degli avversari di turno, hanno avvelenato spesso la competizione
tra gli operatori economici e il clima politico e sociale. Julio Mario Santo
Domingo, che pure si era dichiarato “vittima di un’oscura manovra diffamante”,
si rivolse alla società d’investigazione privata più grande degli Stati Uniti,
la Kroll Associates, per indagare sull’ipotesi di un’infiltrazione del
narcotraffico nelle società del finanziere Ardila
Lulle, suo storico avversario. Furono raccolti però solo sentori, confusi ed
anonimi, su presunte attività di riciclaggio di denaro sporco in Europa
realizzate da personaggi dell’entourage di Ardila
Lulle.
Anche stavolta l’immagine del capitalismo rampante
colombiano fu salva.
Ardila Lulle, il re della soft drink
Ardila Lulle ha combattuto da sempre una guerra a
suon di pacchetti azionari per contrastare Julio Mario Santo Domingo
nell’esercizio del dominio delle finanze nel paese. Una relazione difficile,
segnata da reciproci tentativi di scalata e mutue cessioni di quote sociali,
oggi congelata da un accordo che ha sancito il passaggio della proprietà della Cervecería Aquila da Ardila
Lulle ai Santo Domingo, in cambio di una compartecipazione azionaria del
magnate delle soft drink e delle telecomunicazioni nella compagnia aerea Avianca
e nel conglomerato finanziario Bavaria Valores.
Il Gruppo Ardila Lulle è attualmente il secondo operatore economico nel paese; ad
esso fa riferimento Postobón, l’impresa leader colombiana nel settore
delle bevande gasate che sta affrontando la transnazionale Coca Cola
nella battaglia per il monopolio del mercato nazionale. Postobón
controlla le note marche di soft drink “Colombiana”, “Malta Leona”, “Manzana” e
“Naranja”; i succhi di frutta “Hit” e “Mango Viche”; la birra “Cristal Oro”; le
acque minerali “Agua Cristal” e “Agua Caribe”; la bevanda isotonica “Squash”.
La compagnia possiede inoltre tutti gli impianti d’imbottigliamento della Pepsi
Cola in Colombia.
Tra le maggiori proprietà del Gruppo
Ardila Lulle compare dal 1978 anche una delle più antiche industrie del
settore tessile del paese, Coltejer, oggi al centro di un processo di
ristrutturazione che è già costato la perdita
dell'impiego di centinaia di lavoratrici e lavoratori. Sempre nel settore
tessile, Ardila Lulle possiede gli impianti di avanzata
tecnologia Indigo e Hilatura Open End; è poi proprietario
dell’impresa editoriale che pubblica il periodico El Siglo e delle
società agroindustriali Agrurabá, Coltefinanciera ed Incauta,
quest’ultima la principale industria di raffinazione zuccheriera colombiana.
Ardila Lulle ha inoltre fondato con la società inglese Tale & Lyle,
la Sucromiles, impresa che opera nel campo delle biotecnologie e della
trasformazione dello zucchero in materia prima per le industrie del settore
chimico ed alimentare. Sempre nell’area delle biotecnologie il gruppo Ardila
Lulle ha avviato attività di sperimentazione e ricerca in consorzio con società
private statunitensi e canadesi, dando vita ad Altech e alla Adil System.
Pur mantenendo concentrate le maggiori
attività d’investimento nel settore delle bibite, Ardila Lulle ha deciso
d’inserirsi nell’affare della telefonia cellulare, acquisendo il 9,9% delle
azioni della Compañía Celular de Colombia Cocelco - nell’orbita del finanziere Luis
Carlos Sarmiento Angulo -, e soprattutto nel settore delle comunicazioni di
massa e della radiotelevisione, dove non poteva non confrontarsi con l’antagonista
di sempre, il gruppo Bavaria.
L’oligopolio radiotelevisivo
In Colombia esistono due grandi reti
radio-televisive, ciascuna in mano ai citati conglomerati finanziari del paese:
RCN di proprietà di Ardila Lulle e Caracol di proprietà di Julio
Mario Santo Domingo. Queste due catene radiotelevisive nazionali controllano il
64% della potenza in kilowatt delle onde ad alta e media frequenza e l’88,1% dell’audience. I network si dividono poi quasi per intero
il fatturato pubblicitario, un’anomalia del sistema nazionale che limita
pesantemente il pluralismo nella comunicazione giornalistica. “Questa
concentrazione della proprietà economica e politica dei mass-media rafforza la
classe dirigente che stabilisce meccanismi legali e formali che rendono
difficile la creazione di nuovi e soprattutto indipendenti mezzi della
comunicazione di massa”, scrivono i ricercatori Magda Quinterno e Ramón Jimeno,
autori di un saggio sul rapporto tra i mezzi di comunicazione e la violenza in
Colombia. “A differenza di altri paesi, in Colombia
gli stimoli perché nuovi soggetti possano creare imprese giornalistiche sono
nulli. E quando questi si sono avuti, sono stati utilizzati come meccanismi di evasione fiscale o di stimolo all’esportazione di
prodotti grafici ed editoriali, ma non per ampliare l’offerta informativa
interna”.
Le aziende di Ardila Lulle e del
gruppo Bavaria alimentano poi con propria pubblicità le rispettive società
informative. Più della metà del budget pubblicitario televisivo corrisponde infatti a pubblicità delle imprese controllate, come Avianca
e Bavaria per Caracol, o le differenti bevande del gruppo di
Ardila Lulle per RCN. A ciò si aggiunge la raccolta pubblicitaria delle
catene radiofoniche che in Colombia, a differenza di altri
paesi, corrisponde al 20% di tutti gli investimenti pubblicitari; anche in
questo caso è imperante il duopolio rappresentato da Caracol ed RCN.
Il modello radiotelevisivo implementato
con successo nel paese andino dai due potenti gruppi finanziari è stato
esportato ad altre aree del pianeta. Caracol, ad esempio, ha
sottoscritto un’alleanza con Cadena Ser, la più importante rete
radiofonica della Spagna di proprietà del Grupo
Prisa (l’holding dell’informazione a capo del quotidiano El País di Madrid), per cogestire investimenti a livello
internazionale. In contropartita il Grupo Prisa è entrato in possesso
del 19% delle azioni di Cadena Caracol, una
società commerciale con sede a Miami, che produce i programmi trasmessi da 74
emittenti affiliate negli Stati Uniti. Sempre a Miami Caracol ha
acquistato una delle maggiori stazioni radio locali (WSUA); a Parigi è
entrata in possesso dell’emittente Radio Latina, mentre ha fatto ingresso
in due network radiofonici in Cile (Caracol Música e Radio Amistad),
ed in uno a Panama. Caracol ha inoltre avviato un negoziato con la Spanish
Broadcasting System per giungere alla gestione di alcuni
importanti operatori radio in lingua spagnola negli Stati Uniti e sta per
sottoscrivere un accordo commerciale con Telemundo, uno dei giganti
delle comunicazioni di massa del continente. Ciò risponde alla decisione del Grupo
Empresarial Bavaria di trasformarsi in uno dei maggiori centri di
comunicazione di massa del continente latinoamericano, affiancando il gruppo
venezuelano Cisneros; grazie agli investimenti esteri, la società punta ad
ottenere un fatturato superiore ai 50 milioni di dollari all’anno.
Altrettanto rilevanti sono gli
investimenti internazionali realizzati da RCN. Il network, già dai primi
anni ’90, ha sottoscritto un accordo di partnership con le maggiori reti radio
di Perù, Ecuador, Venezuela, Argentina, Bolivia e Panama per realizzare lo
scambio di pacchetti informativi e di news (“El Noticero Solar”); inoltre punta
a conquistare una fetta dell’audience della città di Miami, capitale
finanziaria e commerciale per tutta l’America Latina, ma soprattutto centro
nevralgico delle attività di lobbing sui parlamentari del Congresso statunitense
di origine ispanica. Sempre a Miami, RCN ha
creato un’infrastruttura per la commercializzazione
dei propri programmi radiotelevisivi. RCN è inoltre socio di
minoranza nel colosso radiotelevisivo latinoamericano Univisión.
Nonostante i network di proprietà
dei gruppi Bavaria ed Ardila Lulle
si siano confrontati senza esclusioni di colpi per acquisire sempre maggiori
quote di mercato pubblicitario, non sono mancati gli accordi di cartello per la
ridistribuzione degli spot sui rispettivi canali radiotelevisivi a danno di
altre emittenti. Recentemente l’ente nazionale predisposto a verificare il
rispetto della libera competizione (SIC – Superintendencia de Industria y Comercio) ha messo sotto inchiesta alcune società
controllate dai due conglomerati (Bavaria, Sofasa, Celumovil,
Comunicam, Cromos, PCA, Leona, Incauca, Postobón
ed RCN Radio) per aver predisposto condizioni discriminatorie per la
vendita e la commercializzazione degli spot pubblicitari, favorendo Caracol
Televisión ed RCN Televisión, pregiudicando le reti Canal A e
Cadena Uno, entrambe a capitale pubblico-privato. Analoghi accordi spartitori sarebbero
stati assunti da Bavaria, Postobón e Panamco-Indega
(società distributrice in Colombia della Coca Cola), per la commercializzazione di bevande e la fissazione di prezzi che
hanno fortemente penalizzato i consumatori.
Gli altri volti del capitalismo colombiano
Nel gotha della finanza nazionale,
accanto ai gruppi Santo Domingo e Ardila Lulle compare l’importante entità
finanziaria e bancaria di proprietà di Luis Carlos Sarmiento Angulo, che vanta
un fatturato annuo di 19.200 miliardi di pesos ed utili per 42.600
milioni. Anche in questo caso il potente conglomerato finanziario si
caratterizza per la rigida strutturazione familiare: i
Sarmiento padre e figlio sono a capo delle società del gruppo e ne
seguono la gestione direttamente, senza deleghe a terzi. L’origine del potere
economico di Luis Carlos Sarmiento risale al dirompente boom del settore delle
costruzioni negli anni ’70 e ’80, in cui il gruppo ha investito buona parte
degli utili raccolti grazie ai versamenti dei lavoratori e delle imprese a
seguito della privatizzazione del sistema pensionistico.
Successivamente il gruppo ha diversificato i propri
interessi puntando all’acquisizione di banche e società di assicurazione e al
mercato sempre più redditizio delle telecomunicazioni.
I Sarmiento Angulo controllano oggi la
società leader nel mercato nazionale delle pensioni integrative (Porvenir)
e le banche del gruppo Aval (Banco de Bogotá, Banco Occidente,
Banco Popular, AV Villas, Ahorramos, Coficolombiana,
Leasing de Occidente); sono inoltre presenti nel settore assicurativo
con la Seguros Alfa e la Leasing
Porvenir e nel settore finanziario-borsistico con la Indufinanciera,
la Aloccidente, la Fiducomercio, la Fiduciaria de Occidente,
la Fiduciaria Bogotá, la Valores del Popular, la Compañía de Bolsa del Comercio e la Valore de Occidente. Il
gruppo Sarmiento Angulo possiede un rilevante pacchetto azionario di Orbitel, la seconda società telefonica colombiana
dopo Telecom, in cui sono presenti anche il Grupo Empresarial Bavaria
e l’Empresa Pública de Medellín (EPM). Sempre per ciò che riguarda il settore
della telefonia il fondo pensioni Porvenir
detiene con EPM una significativa quota azionaria della compagnia Emtelsa
di Manizales, privatizzata nella seconda metà degli anni ’90.
Un peso rilevante nell’economia e
nella società colombiana è esercitato poi dal Grupo Empresarial Antioqueño,
holding in cui sono presenti le maggiori famiglie
imprenditrici della città industriale di Medellín e che nell’anno 2000 ha superato
gli 11.000 miliardi di pesos di fatturato, ottenendo utili per 550
miliardi. Le società del gruppo spaziano dal settore finanziario e bancario (Bancolombia,
Conavi e Suramericana), a quello assicurativo e dei fondi
pensione (Corfinsura, Protección, Administratora de Riesgos
Profesionales, Suleasing, Suramericana de Seguros, Leasing
Grancolombiana, Almabic, FiduColombia, Comisionista de
Colombia), ed a quello delle industrie alimentari,
settore in cui gli imprenditori di Antioquia vantano il controllo delle
maggiori marche del paese (GEA, Nacional de Chocolates e Noel).
Proprio nella produzione alimentare, il Grupo Empresarial Antioqueño ha
sottoscritto accordi strategici con le maggiori transnazionali del settore:
prima ha condiviso la titolarità della società Proleche con l’italiana Parmalat,
a cui però a fine anni ’90 ha venduto le proprie quote
azionarie; più recentemente ha ceduto il 30% del pacchetto azionario della
stessa Noel alla compagnia francese Danone, che così ha potuto
fare ingresso con prepotenza nel mercato colombiano, in cambio di una maggiore
penetrazione del gruppo di Antioquia nella regione andina, in Centro America e
nelle Antille.
Il Gruppo Empresarial Antioqueño
esercita il controllo sulle maggiori aziende tessili del paese, Tejidos El
Condor, Setas Colombianas, Textiles Expinal e Caribú
Internacional; è presente nella produzione dei tabacchi (Coltabaco)
e nell’industria estrattiva (Carbones del Caribe) e vanta una quota
azionaria del 20% in Exito-Cadenalco, una delle più importanti reti di
distribuzione commerciale del paese con negozi e supermercati in 30 città del
paese. Sempre nel settore della grande distribuzione
il gruppo di Antioquia controlla la rete di negozi Almacenes Paguemenos
e a fine 1999 ha stretto un patto finanziario con i supermercati Alkosto,
i quali assorbono il 7% delle vendite del mercato nazionale.
A generare una parte rilevante dei
profitti del gruppo ha poi contribuito l’industria cementizia, uno dei pochi
settori produttivi in cui la Colombia ha mostrato una certa vitalità nelle
esportazioni, con tassi di crescita negli ultimi 5 anni del 50% (oltre 2,2
milioni di tonnellate di cemento inviato principalmente verso
gli Stati Uniti e le isole dei Carabi). Il Grupo Empresarial
Antioqueño esercita il pieno controllo nella produzione e nella
commercializzazione del cemento: attraverso la cassaforte finanziaria del
gruppo (la Suramericana), gli imprenditori di Antioquia
possiedono la Cemento Argos (la 10^ società privata come fatturato e
guadagni in Colombia nell’anno 2000), la Cementos Caribe, la Cementos
del Valle, la Cemento Rioclaro, la Cementos El Cáiro, la Cementos
Paz del Río, la Tolcemento e la Col Clinker. Il Grupo Empresarial
Antioqueño è poi presente nel mercato sudamericano grazie alla proprietà di importanti società del settore, come la Cemento Andino
in Venezuela, la Cimen di Haiti, la Cementos Colón della
Repubblica Dominicana e la Corporación Incem a Panama. Queste ultime
società sono state acquisite nel 2000 in consorzio con la Cementos Boyacá,
società con sede in Colombia di proprietà della multinazionale Holderbank.
Per questa operazione gli imprenditori di Antioquia
hanno investito 100 milioni di dollari.
La presenza internazionale del Grupo
Empresarial Antioqueño non si è tuttavia concentrata solo nel settore
alimentare e della produzione industriale. La holding
controlla infatti le società finanziarie Proinco in Ecuador, International
Inc. a Porto Rico, Suleasing Internacional a Panama, mentre il 10%
dei fatturati annui provengono da società assicurative che operano a Panama,
Nicaragua, Guatemala, Perù, Bolivia ed Argentina. Dalla fine degli anni ’90
sono state aperte in Venezuela alcune società per la gestione dei fondi
pensione e sempre in questo paese il Grupo Empresarial Antioqueño è
azionista di maggioranza della società telefonica Impsat.
Tra i gruppi imprenditoriali
colombiani che si sono caratterizzati internazionalmente
per il volume degli investimenti va poi annoverata la Fundación Carvajal,
presente in 18 paesi che generano annualmente il 40% degli utili ed assorbono
le esportazioni del gruppo per un valore superiore ai 100 milioni di dollari. A
capo dell’omonimo gruppo è presente Adolfo Carvajal, l’uomo più potente del
dipartimento del Valle del Cauca; le principali
attività della fondazione sono la produzione e la commercializzazione di mobili
e arredamenti per ufficio (Bico, Mepal ed Ofixpres),
l’editoria e le arti grafiche (la nota casa editrice Editorial Norma,
Publicar che realizza gli indirizzari telefonici, Fesa), le
telecomunicazioni (Sycom ed Escarsa, impresa telefonica operante
nei dipartimenti di Córdoba e Meta), i mass media, settore in cui, attraverso
la controllata Sogeco S.A., la Fundación Carvajal ha acquisito
una quota azionaria delle reti televisive Tecimpre e DirectTV.
Una società del gruppo, Musicar, opera con successo nella prestazione di
servizi musicali ed è consorziata con l’emittente radiotelevisiva Caracol.
La Fundación Carvajal è poi
attiva nello sviluppo delle nuove tecnologie, del commercio via internet e
della stampa digitale. Attraverso la controllata Cargraphics, si è
consorziata con la multinazionale IBM per la realizzazione di attrezzature di stampa digitale; il consorzio possiede
propri impianti a San Paolo (Brasile) e Barcellona (Spagna) ed è in grado
d’imprimere sino a 250.000 libri al mese. Sempre nel settore dell’industria
grafica, la Fundación Carvajal ha intensificato la sua presenza in
Argentina ove ha acquisito la Editorial Kapesluz;
in Brasile dove ha invece acquisito l’impresa Caderbras di San Paolo,
una delle maggiori produttrici di quaderni e materiale didattico del paese; in
Messico dove è entrata in consorzio con l’industria editoriale Copamex;
a Porto Rico dove ha assorbito la locale Corporación Gráfica. La Fundación
Carvajal ha inoltre aperto propri uffici di rappresentanza negli Stati
Uniti (Miami) ed è penetrata nel mercato spagnolo acquisendo le società
editrici Editorial Parramón, Gránica e Belacqua.
Il Gruppo Carvajal possiede
una delle maggiori imprese latinoamericane per la produzione di materiale
plastico, la Carpak, con un fatturato di 80 milioni di dollari ed
impianti in Colombia, Ecuador, Perù, Venezuela, Panama, Repubblica Domenicana e
Messico. Tra i suoi maggiori clienti spiccano le note transnazionali del
settore alimentare, Unilever e Nestlè e le importanti aziende
nazionali Alpina e Nacional de Chocolates. La fondazione opera
poi attraverso le controllate Plegacol e Comolsa nella produzione
di materiale da imballaggio. Nella prima società è presente con una propria
quota azionaria la Smurfit Cartón de Colombia, mentre la seconda azienda
si è consorziata con alcune importanti multinazionali del settore (la Chinet
degli Stati Uniti, la danese Hartmann Brothers, la venezuelana Promolca
e la cilena C.M.P.C.) per potenziare le esportazioni nel mercato andino
e centroamericano.
Dietro i maggiori 5 gruppi
dell’economia colombiana compaiono altri soggetti “minori” che dopo aver
accumulato enormi ricchezze finanziarie grazie alle politiche economiche
implementate in Colombia, oggi preferiscono rivolgersi verso i più “sicuri”
mercati esteri. Tra essi vanno menzionati il Grupo
Bolívar che
controlla importanti banche e società finanziarie (il Banco Davivienda,
la Bolívar de Ahorros,
la Delta Bolívar, la Seguros y Leasing Bolívar, la Aseguradora El Libertador
e la Fiduciaria Davivienda) e che ha acquisito da poco il prestigioso Banco
República de Venezuela, il quale genera annualmente guadagni per oltre 6
milioni di dollari.
C’è poi il gruppo finanziario in mano alla famiglia di origine
libanese Fuad Char, che controlla la potente Inmobiliaria Char, alcune
importanti industrie alimentari e la catena di supermercati Olímpica, al secondo posto nelle vendite
dietro Exito-Cadenalco, con una quota mercato del 16%.
Il 52% del complesso carbonifero
del Cerrejón era già di proprietà delle tre
transnazionali attraverso il controllo di Carbocol, l’ex impresa di Stato
rilevata nel novembre 2000. L’estensione delle attività estrattive nel
complesso carbonifero ha condotto alla distruzione di un intero villaggio
(Tabaco) e all’espulsione dei suoi abitanti. Nonostante un
pronunciamento della Corte Suprema ordini alla società Carbones de Cerrejón
la ricostruzione di Tabaco e l’indennizzo degli abitanti, nulla è stato fatto
sino ad oggi per garantire il ritorno della popolazione.
Il gruppo finanziario Carlyle è proprietario
della società BDM, alla cui presidenza siede sempre Frank Carlucci. La BDM
è stata contrattata ripetutamente dal governo USA per
garantire i servizi logistici alle truppe militari impegnate in operazioni
internazionali. La BDM controlla interamente il capitale azionario della
società di costruzioni militari Vinnell Corp., impegnata nell’addestramento
della Guardia Nazionale Saudita e nella protezione dei pozzi petroliferi del
paese mediorientale. Tra le altre aziende militari di proprietà del Carlyle
Group compaiono la Federal Data che rifornisce di sistemi radar
l’amministrazione USA e la United Defense
Industries Inc., il maggiore fornitore di sistemi di lancio missilistici
delle forze armate statunitensi, turche e saudite. Nel giugno 2003, Carlyle
ha acquistato il 70% di Fiat Avio, la società appartenuta alla famiglia
Agnelli che opera nella costruzione di caccia aerei, velivoli da trasporto e componenti missilistiche. Il restante 30% è finito invece
nelle mani di Finmeccanica, il polo industriale di proprietà del
ministero del Tesoro italiano. I fondi d’investimento Carlyle
Group hanno a capo numerose personalità dell’entourage dell’ex presidente
americano Gorge Bush. Nel consiglio d’amministrazione del gruppo finanziario
compaiono infatti i nomi di James A. Baker III, ex
segretario di Stato; Richard G. Barman, ex direttore
dell’Office of Management and Budget; John Sununu, ex segretario generale della
Casa Bianca. Nella direzione del Carlyle Group siedono inoltre
l’ex premier britannico John Major e l’ex direttore della Banca Mondiale,
Afsaneh Masheyekhi. Il principe saudita Al-Waleed Bin Talal, nipote di re Fahd,
dispone di una partecipazione indeterminata nei fondi
e George W. Bush, attuale presidente degli Stati Uniti, è stato dal 1990 al
1994 membro del consiglio d’amministrazione di Caterair, filiale del Carlyle
Group (in J. C. Brisard, G. Dasquié, La verità negata, op. cit., pag. 180).
“Conexiones pendientes”, Dinero,
26 ottobre 2001, pagg. 32-40. Secondo quanto denunciato dal sindacato dei
lavoratori telefonici “Sintrateléfonos”, la vendita di ETB
produrrà un danno all’erario per 1.500 milioni di pesos; essi si
aggiungeranno ai 119 miliardi di pesos di perdite patrimoniali che
l’impresa di Bogotá ha registrato a causa dell’inefficienza amministrativa dei
propri manager.
, 26
maggio 2002.