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Colombia_transnazionali

Il potere delle transnazionali e delle oligarchie locali

 

I maggiori gruppi finanziari internazionali e le classi dirigenti del paese hanno stretto una scellerata alleanza per appropriarsi delle ingenti risorse naturali e spartirsi il mercato. Mentre dilaga il conflitto politico e militare e si accentuano disuguaglianze e ingiustizie sociali, la Colombia è al centro degli investimenti del capitalismo neoliberista.

   

 

 

Capitolo 1

 

Il dominio delle multinazionali

 

 

Le transnazionali hanno avuto accesso senza limiti di sorta allo sfruttamento intensivo delle ricchezze naturali, concorrendo perfino alla riorganizzazione autoritaria della società colombiana. Leggi ed interventi di politica monetaria e fiscale sono stati applicati rigidamente per rendere più flessibili gli investimenti stranieri e facilitare la penetrazione dei grandi oligopoli; le privatizzazioni e le alienazioni delle imprese produttive e dei servizi dello Stato sono state condotte per attrarre sempre maggiori capitali internazionali. Si sono realizzati enormi trasferimenti di risorse dal settore pubblico a quello privato, ed il processo è stato utilizzato dalle grandi imprese multinazionali per appropriarsi di settori vitali dell’economia[1].

 

Nel paese operano attualmente circa 400 multinazionali con un giro d’affari annuo di 26.600 miliardi di pesos, equivalenti al 15% del PIL[2]. Quattro di esse compaiono nella speciale classifica annuale delle prime 10 società per fatturato ed utili; si tratta della Triton Colombia Inc., della BP Expoloration Company, della Oxycol e della Oxiandina, società operanti tutte nel settore petrolifero. Congiuntamente queste compagnie hanno totalizzato nell’anno 2000 un fatturato per 890 miliardi di pesos[3].

 

 

La rapina delle fonti energetiche naturali

 

La competizione per l’appropriazione delle importanti risorse petrolifere presenti nel sottosuolo ha duramente segnato la storia della Colombia. Intensi processi di militarizzazione del territorio e di vera e propria “pulizia etnico-sociale e politica” contro le comunità indigene e le organizzazioni della sinistra moderata e rivoluzionaria sono stati generati dalla scoperta di nuovi giacimenti e dalle opere di realizzazione degli oleodotti che assicurano il trasferimento dell’oro nero dalle regioni più interne (Arauca, Magdalena Medio, Putumayo), ai moderni terminal della costa atlantica, dove il petrolio è imbarcato verso il nord America. Attualmente la produzione petrolifera della Colombia è una delle maggiori al mondo; le riserve conosciute ammonterebbero a 2,6 milioni di barili, mentre sarebbe stato esplorato appena il 20% delle aree potenzialmente interessate. Il petrolio rappresenta la principale voce nell’esportazione del paese, incidendo sulla bilancia commerciale per circa 3,5-4 miliardi di dollari all’anno; nel 2001 l’oro nero ha generato il 4% del PIL, il 23% delle entrate fiscali e il 28% del valore delle esportazioni del paese.

 

L’estrazione petrolifera non ha costituito tuttavia un fattore di ricchezza e sviluppo per la popolazione, come è confermato da tutti gli indicatori sociali ed economici dei dipartimenti ove hanno sede i maggiori giacimenti e gli impianti di raffinazione del crudo: è qui, infatti, che oltre il 70% della popolazione vive in condizioni di estrema povertà e il 40% dei cittadini risulta disoccupato. Il modello di sfruttamento intensivo delle risorse petrolifere colombiane non è differente dalle pratiche di rapina e di iniqua ridistribuzione dei profitti che le transnazionali del settore hanno imposto in quasi tutti i maggiori paesi del Sud del mondo. Negli ultimi anni poi, la situazione è ulteriormente peggiorata grazie al nuovo “modello di associazione” varato dal governo colombiano: esso prevede la riduzione dal 50% al 30% della partecipazione nei contratti del capitale dell’impresa statale Ecopetrol (Impresa Colombiana de Petroleos), l’ampliamento dei tempi di sfruttamento per i giacimenti di gas e petrolio nelle zone ancora non esplorate, il rimborso in dollari da parte dello Stato delle spese di esplorazione effettuate dalle compagnie straniere associate, l’accelerazione dei tempi di concessione delle licenze ambientali.

 

Con la modifica della cosiddetta “legge delle regalie” realizzata nel 1999 è stato ridotto notevolmente il contributo economico che deve essere versato allo Stato dalle imprese straniere per estrarre gli idrocarburi. Grazie al nuovo schema, per i campi petroliferi scoperti nel paese non si dovrà più pagare una quota fissa del 20% sul valore della produzione, ma una tassa variabile secondo le dimensioni del giacimento che va dal 5% per i campi da cui si estraggono meno di 5.000 barili al giorno, sino al 25% per i campi dove l’estrazione è superiore ai 600.000 barili. La misura rende molto più attrattiva l’esplorazione e l’estrazione in aree ancora più piccole e a prima vista meno redditizie, ma indebolisce ulteriormente il potere di contrattazione dello Stato, ridimensionando gli introiti dell’erario. Il decreto di modifica sulle regalie è stato ripetutamente bocciato dalla Corte Costituzionale per vizi di forma, ma è stato reiterato arrogantemente dal governo. I benefici che ne sono derivati alle multinazionali sono stati enormi e ciò spiega come mai i contratti d’esplorazione sottoscritti con Ecopetrol siano passati da 1 nel 1999 a 32 nel 2000 ed a 28 nel 2001, con una produzione media di 600-650 milioni di barili all’anno[4]. L’obiettivo del governo è far sì che nei prossimi 4 anni vengano estratti 1.000 milioni di barili in più e che si dia il via all’esplorazione di 25 nuovi pozzi all’anno ed al rilevamento sismico su un’area di 12.000 chilometri quadrati.

 

Sono gli Stati Uniti il maggiore importatore di petrolio colombiano ed il paese sudamericano è il 7° esportatore di crudo verso gli USA, ai quali fornisce, insieme ai paesi confinanti di Venezuela ed Ecuador, una quantità di greggio superiore a quella proveniente dall’insieme dei paesi del Golfo Persico. Si spiega proprio con la necessità di assicurarsi il pieno controllo delle risorse petrolifere della regione andina, l’impegno militare e finanziario contenuto nel Plan Colombia. La priorità di assicurare l’investimento straniero è chiaramente espressa nello stesso testo approvato dal Congresso USA. “Con gli aiuti”, si legge nel documento approvato dal Congresso, “s’insisterà a che il governo della Colombia completi le riforme urgenti orientate ad aprire completamente la sua economia agli investimenti e al commercio estero, particolarmente all’industria petrolifera”[5].

 

Fondamentale è stata l’opera di lobbing esercitata sui politici statunitensi, repubblicani e democratici, da parte delle maggiori transnazionali petrolifere per porre la centralità geostrategica e militare della regione andina. All’inizio del 1996 le società BP-Amoco, Occidental Petroleum Corporation, Enron Corporation insieme al colosso industriale Colgate-Palmolive, costituirono la “Colombia Business Partnership”, uno speciale gruppo di lavoro per la promozione degli investimenti in Colombia che partecipò alla fase istruttoria del Congresso per predisporre il pacchetto di aiuti militari del Plan Colombia. L’impegno profuso è stato ripagato con la realizzazione di affari miliardari. La BP-Amoco, il colosso petrolifero sorto nel 1998 dalla fusione tra la British Petroleum e la Amoco di Chicago, in consorzio con la statunitense TritonEnergy, è oggi proprietaria dei più importanti pozzi petroliferi del paese, in particolare quelli di Cusiana-Cupiagua nel dipartimento del Casanare, da cui si estraggono 250.000 barili di petrolio al giorno. La BP-Amoco prevede di raddoppiare entro un paio d’anni la propria produzione in questo complesso petrolifero ed ha realizzato ulteriori unità estrattive e una nuova centrale per il processamento del crudo nel vicino municipio di Aguazul. La Oxy-Occidental opera nell’area petrolifera di Caño Limón (Arauca); in società con la Petrobas del Brasile, la Oxy ha avviato le perforazioni del giacimento di Guandó, nella valle dell’Alto Magdalena, dove si prevede l’estrazione di 500 milioni di barili; la controllata Canadian Occidental Petroleum ha invece intrapreso l’esplorazione di un immenso giacimento a 55 miglia a sud-ovest di Bogotá, in un’area denominata “Boquerón”, da cui la transnazionale spera di pompare quotidianamente oltre 300.000 barili di crudo. Dopo avere investito 100 milioni di dollari in nuove esplorazioni, la Oxy-Occidental ha recentemente comunicato di volersi invece ritirare dal progetto Gibraltar avviato nel dipartimento di Arauca, a seguito della campagna internazionale a sostegno della popolazione indigena U’wa che si oppone all’estrazione petrolifera nel proprio territorio ancestrale[6].

 

Tra le maggiori compagnie transnazionali operanti in Colombia nel settore petrolifero compaiono poi la Exxon-Mobil, la Shell, la Texaco, la BHP Billington, la Chevron e la Total; a partire del 2001 hanno fatto ingresso nel paese anche la società spagnola Cepsa, la venezuelana Tecnoil e la texana Lone Star. Cinque contratti di esplorazione petrolifera sono stati sottoscritti da Ecopetrol con la Harken Energy Corporation, compagnia su cui il presidente degli Stati Uniti George Bush vanta una rilevante partecipazione azionaria[7]; l’11,5% del pacchetto azionario della Harken è in mano invece al controverso finanziere saudita Abdullah Taha Bakhsh che congiuntamente al socio Khalid Bin Mahzouf è a capo di un impero bancario nel quale sono stati rilevanti i flussi di capitali di proprietà di Osama Bin Laden[8]. Le aree sotto contratto in Colombia della Harken Energy raggiungono un’estensione di 450.000 ettari; quattro di esse (Cámbulos, Bocachico, Bolívar, Los Olmos) si trovano nella conca del rio Magdalena, area estremamente sensibile dal punto di vista ecologico. La quinta aerea sorge invece negli Llanos orientali (Alcarávan), e produce tra i 3.000 e i 4.000 barili di crudo al giorno[9]. Le concessioni per la ricerca e lo sfruttamento petrolifero a favore dell’Harken sono state firmate dall’allora ministro dell’energia Rodrigo Villamizar, amico di Gorge W. Bush sin dai tempi dell’università, nonché suo stretto collaboratore economico durante gli anni trascorsi come governatore del Texas[10].   

 

L’acutizzazione del conflitto interno sta comunque influendo negativamente sulla produzione petrolifera e molte delle società che hanno sottoscritto i contratti d’associazione con Ecopetrol minacciano di abbandonare il paese per la sempre minore “sicurezza” degli impianti e del personale. Per affrontare questa crisi, il governo Uribe ha deciso l’adozione di una serie di misure che vanno dalla maggiore presenza militare a difesa degli impianti utilizzando i finanziamenti e le strutture del Plan Colombia, alla revisione delle procedure per la valutazione delle licenze ambientali, riducendone tempi e controlli a favore delle attività estrattive delle multinazionali. Attualmente il rilascio delle licenze ambientali per l’esplorazione dei pozzi petroliferi richiede un tempo di 12-14 mesi; il governo si è impegnato a ridurre questo periodo a soli 4-5 mesi. Il ministro dell’ambiente ha inoltre previsto la possibilità di esonerare dalle licenze ambientali quei pozzi che rispondano a particolari condizioni, come “la pre-esistenza di vie d’accesso e la garanzia che il progetto non genererà impatti sui boschi primari o nativi”. Per garantire l’assenza di impatti negativi sull’ambiente basterà una dichiarazione della società concessionaria. Il governo Uribe è inoltre intenzionato ad escludere l’impresa statale Ecopetrol da ogni futura esplorazione dei pozzi, così da assegnare in esclusiva questo delicato settore alle compagnie straniere[11].

 

Nella perversa logica di privatizzazione dei profitti e di pubblicizzazione di costi e dei rischi economici ed ambientali, il governo prevede di utilizzare ampie risorse finanziarie per potenziare la produttività dei due maggiori impianti di raffinazione del paese, quello di Barrancabermeja e quello di Cartagena. In quest’ultimo Ecopetrol sta per investire 640 milioni di dollari per giungere a raffinare 65.000 barili di greggio al giorno. La compagnia colombiana ha inoltre sottoscritto un contratto di “assistenza tecnica” per 22 milioni di dollari con la Shell Global Solutions, filiale della Royal Dutch/Slell, per migliorare i processi di raffinazione degli impianti. Ulteriori investimenti pubblici saranno destinati al miglioramento della rete degli oleodotti nazionali. Proprio queste infrastrutture hanno generato immense tragedie ambientali e drammatiche conseguenze socioeconomiche tra le popolazioni accelerando “modelli di sviluppo” altamente squilibrati e marginanti, accrescendo la depauperizzazione, la mobilità territoriale, le urbanizzazioni selvagge[12]. Buona parte degli oleodotti sono oggi gestiti dal consorzio Oleuducto Central S.A. – OCENSA, in cui compaiono come soci accanto ad Ecopetrol, la statunitense Enbridge Inc., la British Petroleum, la Total Pipeline Colombia S.A. e la TritonEnergy, ossia le stesse compagnie che controllano l’esplorazione e l’estrazione di greggio nel paese. La rete degli oleodotti assicura il trasferimento del petrolio dai complessi del Casanare e di Arauca sino alla raffineria di Barrancabermeja e al terminal di Coveñas, sull’Oceano Atlantico; la sua realizzazione negli anni ’80 e ’90 ha scatenato l’azione paramilitare nelle aree interessate dai lavori e il massacro dei contadini e dei leader comunitari che avevano dichiarato la loro opposizione per il violento impatto degli oleodotti[13]. Una parte di questi lavori sono stati appannaggio di un consorzio “italo-argentino”, costituito dalla società Saipem del gruppo ENI e dalla Techint di Buenos Aires, compagnia appartenente alla famiglia degli imprenditori italiani Rocca, titolari dello storico gruppo siderurgico Dalmine[14].

 

Nonostante una riduzione dell’11,5% nelle esportazioni, il carbone continua ad essere la seconda voce dell’export colombiano con un valore superiore ai 1.000 milioni di dollari l’anno; le multinazionali del settore concorrono al 29% dell’intero ammontare degli investimenti stranieri che nel 2002 hanno raggiunto i 407 milioni di dollari.

 

L’intero sistema estrattivo del carbone dopo la privatizzazione dell’impresa statale Carbocol (un affare di oltre 550 milioni di dollari), è in mano a tre grandi transnazionali, la compagnia sudafricana Anglo-American, la britannica BHP Billiton Company e la svizzera Glencore International AG, le quali controllano il 33% dell’intero mercato mondiale del carbone termico e il 95% di quello europeo, così da poter fissare unilateralmente il prezzo internazionale del minerale ed imporre forti rincari agli acquirenti[15]. Associatesi nel consorzio CZN S.A., le tre compagnie hanno prima acquisito Carbocol e successivamente hanno firmato un contratto per 12,5 milioni di dollari per l’esplorazione e lo sfruttamento della miniera La Patilla, nella regione settentrionale della Guajira[16]. Il 31 gennaio 2002 CZN S.A. ha poi acquistato dalla Exxon Mobil la società Interior, entrando in possesso del 100% del complesso carbonifero del Cerrejón, anch’esso nel dipartimento della Guajira, il quale assicura il 48% delle esportazioni colombiane di carbone e in cui sarebbe ospitato il 55% delle riserve totali sino ad oggi individuate nel paese[17]. La BHP Billiton controlla a sua volta i giacimenti di Cerromatoso, dove ha investito 300 milioni di dollari per raddoppiare le estrazioni e le sue esportazioni agli Stati Uniti.

 

Un ruolo rilevante nella produzione di carbone è infine esercitato dalla compagnia statunitense Drummond, presente nel paese dal 1987 presso il bacino carbonifero di La Loma, da cui estrae annualmente 15 milioni di tonnellate di minerale, ma che prevede entro la fine del 2003 di estrarne 25 milioni. La Drummond sta anche per avviare lo sfruttamento delle miniere di Guaimaral ed El Descanso, nel dipartimento di César, dove sono stimate riserve per 1.380 milioni di tonnellate[18]. In complesso i grandi gruppi stranieri prevedono entro il 2006 di accrescere del 30% la produzione di carbone colombiano e raggiungere i 55-60 milioni di tonnellate all’anno, pari ad un valore di 1.500 milioni di dollari.

 

Nonostante l’incertezza dei prezzi mondiali del carbone, oscillanti attualmente tra i 24 e i 32 dollari per tonnellata, sono favorevoli le prospettive di espansione dei fatturati per le imprese del settore, specie dopo la decisione dell’amministrazione Bush di potenziare la produzione di energia elettrica derivata dal carbone, decisione che viola apertamente gli accordi internazionali di Kyoto sull’abbattimento delle emissioni inquinanti[19]. Attualmente il 20% della generazione elettrica negli Stati Uniti dipende dal carbone colombiano e con l’avvio del nuovo programma energetico l’esportazione di carbone a questo paese dovrebbe crescere esponenzialmente. Ulteriori vantaggi deriverebbero alle transnazionali se anche l’Unione europea dovesse seguire Washington nella scelta di dare priorità alle centrali a carbone; basti pensare in proposito che già oggi l’85% del carbone del complesso del Cerrejón è destinato al mercato europeo.

 

Altro settore strategico in cui operano le transnazionali energetiche protagoniste dell’azione di pressione negli Stati Uniti per un intervento politico-militare nel conflitto colombiano, riguarda l’estrazione e la commercializzazione del gas. A puntare allo sfruttamento di gas naturali è in particolare la Chevron-Texaco, società presente da oltre 70 anni in Colombia nella produzione petrolifera e che ha avuto per anni tra i massimi dirigenti la consulente dell’amministrazione Bush per gli affari internazionali Condoleza Rice. Attualmente la Chevron-Texaco è al centro di tre grandi iniziative finanziarie: l’aumento della produzione di gas nel dipartimento della Guajira, per cui è previsto un investimento infrastrutturale di 200 milioni di dollari; la realizzazione di un gasdotto lungo 200 chilometri per garantire l’esportazione di gas al Venezuela, grazie ad un accordo con le compagnie statali Ecopetrol e PDVSA, che prevede un costo superiore ai 150 milioni di dollari; l’avvio dell’esplorazione di nuovi giacimenti in altre regioni della Colombia[20]. La Chevron-Texaco ha poi investito nel paese nel biennio 2002-03 altri 200 milioni di dollari. Buona parte di questo denaro è stato destinato ad ampliare lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi esistenti nella regione centrale dei Montes de María, dove si è scatenata una furiosa campagna delle forze paramilitari che ha causato centinaia di vittime innocenti e lo sfollamento forzato di interi villaggi.

 

Per ciò che riguarda lo sfruttamento del gas naturale è da segnalare infine il contratto firmato nel 2000 da Ecopetrol con il consorzio canadese costituito dalle compagnie Millennium Energy e Mera Petroleum; esso prevede la concessione di una vasta area della Guajira dove è prevista l’estrazione di 500 milioni di metri cubi al giorno.  

 

Il processo di dismissione di enti e società private ha favorito particolarmente le grandi società elettriche nordamericane che sono entrate in possesso di importanti impianti di produzione e delle reti di distribuzione. Le imprese elettriche della costa caraibica colombiana Electrocosta ed Electrocaribe sono state acquisite recentemente da un consorzio privato guidato dalla transnazionale texana Reliant, compagnia controllata dai fondi che ruotano attorno ai maggiori gruppi della finanza mondiale (il J. P. Morgan-Chase e il Citigroup)[21]. Titolare di vasti interessi in Brasile, Venezuela, Salvador e Messico, la Reliant è proprietaria del 2% del pacchetto azionario della Centrale idroelettrica Urrá nel dipartimento di Córdoba, la cui realizzazione da parte della società svedese Skanska Conciviles ha causato l’inondazione di 7.400 ettari di terra, con gravi conseguenze per l’ecosistema e la vita delle popolazioni native Embera[22]. La compagnia ha anche acquisito a prezzi stracciati altre due società elettriche locali, Electrificadora de Bolívar e Coreica, successivamente rivendute con ampi margini di profitto alla spagnola Unión Fenosa, società appartenente al consorzio che ha rilevato Electrocosta ed Electrocaribe[23]. Legata alla Reliant attraverso la condivisione di capitali finanziari e general manager è la società texana Enron Corp., anch’essa importante venditrice di gas ed elettricità in tutto il continente latinoamericano, finita sotto inchiesta negli Stati Uniti per un crack che ha avuto rilevanti conseguenze sull’intero sistema borsistico mondiale. È all’Enron Corp. che il governo di Bogotá ha venduto del 1996 il 38% della compagnia statale Promigás, la principale impresa di distribuzione di gas della costa atlantica[24]. La Enron controlla inoltre la società elettrica di Colón (Panama) nel Canale Interoceanico, dove grazie ad un nuovo gasdotto giunge il gas estratto nel mare della Guajira colombiana dalla Texas Petroleum-Texaco. La Enron, la Reliant e la Dynergy di proprietà del gruppo Chevron-Texaco compaiono insieme nell’inchiesta dei giudici californiani su una presunta sovrafatturazione dei costi elettrici a danno dei consumatori nordamericani[25]. Tra le altre società elettriche statunitensi operanti in Colombia c’è poi la Sithe Energy che ha acquisito gli impianti  di TermoRío, affare che ha avuto uno strascico giudiziario per un presunto giro di tangenti a favore di funzionari e politici colombiani[26].

 

Va segnalato che nel settore della produzione dell’energia elettrica molte delle compagnie nordamericane stanno operando in partnership con le maggiori aziende nazionali, in particolare con la Empresa Pública de Medellín (EPM), società in mano all’amministrazione municipale del capoluogo di Antioquia, operante nel settore della distribuzione dei servizi e della telefonia. La compagnia di Medellín sta assorbendo piccole società di distribuzione energetica della costa atlantica e sta realizzando il devastante impianto idroelettrico Porce III, che genererà 700 MW di energia da destinare all’esportazione e che ha già assorbito investimenti per 800 milioni di dollari. EPM è anche presente in alcuni paesi della regione andina: in Ecuador, ad esempio, ha sottoscritto un contratto per la fornitura di energia per un valore di 157 milioni di dollari[27].

 

Estrazione di metalli preziosi, chimica e farmaceutica sono altri settori economici in cui è smisurato lo strapotere delle compagnie straniere. Nella produzione dell’oro si spartiscono le principali concessioni la messicana Cemex, le statunitensi Frontino Gold Mines e Suramerica Gold Corporation, la britannica Anglogold. Le più note multinazionali della chimica come Monsanto, Chevron Chemical, Dow Chemical e Du Pont si contendono invece il redditizio mercato dei pesticidi e dei fertilizzanti a fini agricoli. In particolare il colosso Dow Chemical, dopo la storica fusione con la Union Cardibe, ha diversificato i suoi investimenti nella produzione di materiale plastico, garantendosi fatturati annui per oltre 30.000 milioni di dollari. Tra le 170 filiali sparse per il mondo, la Dow Chemical conta in Colombia su una delle maggiori aziende esportatrici di tutta l’America Latina, la Dow Chemical de Colombia, che negli impianti di Cartagena produce resine plastiche, poliuterano e polistireno. L’impresa esporta circa il 45% della sua produzione alla regione andina, ai Caraibi, a Cile ed Argentina. Sempre a Cartagena la Dow Chemical, in consorzio con altre compagnie straniere, punta alla realizzazione di un megaimpianto per la realizzazione di derivati polimerici (860 milioni di dollari d’investimenti), che opererebbe in accordo con la raffineria della compagnia statale petrolifera Ecopetrol.

 

Accanto alla Dow Chemical altre transnazionali chimico-farmaceutiche hanno creato in Colombia laboratori di ricerca ed industrie per i prodotti destinati al mercato andino. Tra esse compaiono la Bayer, la Tecnoquímicas S.A., la Abbot Laboratories, la Baxter, la Roche, la Schering-Plough, la Bristol Myers Squibb e la Boehringer Ingelheim.

 

 

Il business dei complessi militari-industriali

 

Il Plan Colombia ha rappresentato un’occasione unica di profitto non solo per la Monsanto e la Dow Chemical che commercializzano gli erbicidi dispersi nelle campagne, ma anche per i maggiori colossi del complesso militare-industriale statunitense. La United Technologies del Connecticut e la Bell-Textron del Texas si sono aggiudicate infatti la megacommessa di 600 milioni di dollari per la componente elicotteristica del programma di riarmo, fornendo i famigerati “Black Hawk” e i velivoli “Huey”. Come nel caso delle principali compagnie petrolifere, la United Technologies e la Bell-Textron sono state protagoniste della campagna di lobbyng durante la discussione del pacchetto finanziario del Plan Colombia. Esse offrirono perfino ai rappresentanti del Congresso l’opportunità di montare a bordo dei velivoli per un breve volo sui cieli di Washington. Queste compagnie belliche hanno inoltre donato 1,25 milioni di dollari a favore delle campagne elettorali di candidati democratici e repubblicani del 1998, cifra che sarebbe stata tre volte superiore in occasione delle presidenziali del 2000[28].

 

Le “Military Private Companies” statunitensi sono poi le principali destinatarie dei fondi stanziati per le operazioni militari, le attività d’intelligence e l’addestramento delle forze armate e della polizia colombiana. Lo scorso anno 17 di queste compagnie hanno sottoscritto con Washington contratti per più di 150 milioni di dollari. Oltre alle attività di fumigazione che come abbiamo già visto sono realizzate dalle società private DynCorp, MPRI ed Eagle Aviation Services and Technology Inc., i contratti riguardano la fornitura di attrezzature sofisticate, la gestione di operazioni di spionaggio, la “consulenza” nella lotta antiguerriglia, ecc.. L’industria Lockheed-Martin si è già aggiudicata ben 8 contratti per un valore complessivo di oltre 26 milioni di dollari. Più di 200 suoi tecnici operano nel paese assicurando l’appoggio logistico e la manutenzione agli aerei da trasporto e agli elicotteri da guerra; inoltre stanno addestrando i piloti colombiani alla guida degli elicotteri Black Hawks” e UH-2H “Huey”. Sempre in vista dell’addestramento dei militari e del personale in forza all’Istituto nazionale penitenziario, il Dipartimento USA ha sottoscritto alcuni contratti con la DynCorp Aerospace Technologies Inc. e con la DynCorp Aerospace Operations Ltda., compagnie controllate dalla DynCorp della Virginia[29]. Le attività di formazione vengono realizzate presso la base aerea di Tolemaida e presso Fort Ruker in Alabama. Ulteriori attività di addestramento in operazioni antidroga e antiguerriglia sono state assegnate alla APSS-Air Park Sales and Service, alla Arinc Inc., alla Integrated Aerosystem Inc. e alla Virginia Electronic System. Delicate missioni di controspionaggio, raccolta ed elaborazione dati sui movimenti delle organizzazioni guerrigliere sono state attribuite alle società Alion, Cambridge Communications, Man Tech, Matcom, SAIC-Science International Corp., TRW. La Northrop Grumman California Microwave Systems, filiale della Northrop Grumman Corp., una delle maggiori industrie belliche nordamericane, opera nelle regioni meridionali della Colombia grazie ad aerei sofisticatissimi in grado di captare le comunicazioni radio e di eseguire dettagliate riprese fotografiche. Le informazioni raccolte sono successivamente trasferite al Sistema di Riconoscimento” del Comando Sud delle forze armate USA, al Pentagono e alle autorità colombiane. Non meglio specificate “operazioni di consulenza” a favore del personale dell’ambasciata degli Stati Uniti a Bogotá sono state assegnate all’azienda ACS Defense[30].

 

In più di un’occasione, una “Military Private Company” ha partecipato direttamente a vere e proprie operazioni di guerra. Il 13 dicembre 1998 ad esempio, alcuni piloti della statunitense Air Scan International Inc. hanno bombardato il villaggio Santo Domingo nel dipartimento di Arauca, causando la morte di 18 persone[31]. Nell’ottica della sempre più ampia privatizzazione del conflitto interno va poi menzionato il ruolo ricoperto dalla Defense Systems Limited (DSL) di Londra, società a cui la British Petroleum affida la protezione dei propri impianti di estrazione e dell’oleodotto OCENSA[32]. La DSL si sarebbe valsa della collaborazione di una società israeliana, la Silver Shadow, che avrebbe eseguito impunemente operazioni di spionaggio a danno di leader contadini e sindacalisti. Le informazioni raccolte dagli uomini della Silver Shadow sarebbero state utilizzate dall’esercito e dai paramilitari colombiani per selezionare alcune persone poi assassinate o fatte sparire nel nulla[33].  

 

A proposito dell’intreccio civile-militare di importanti transnazionali operanti in Colombia, va segnalato il ruolo del consorzio Rand Corporation – Entrust – Carlyle – Nortel. La Rand Corporation, compagnia di consulenza per le politiche di sicurezza, è attiva nell’addestramento di gruppi paramilitari e di società di vigilantes. Una sua azienda ha ottenuto un contratto di 2,4 milioni di dollari per sviluppare le comunicazioni del Ministero della Difesa nell’ambito dei finanziamenti del Plan Colombia. Del consiglio d’amministrazione della Rand Corporation fanno parte John Reed, ex presidente del Citigroup, e Frank Carlucci, ex segretario alla difesa durante la presidenza di George Bush padre, poi passato alla guida delle telefonica Nortel, ed oggi presidente del Carlyle Group, conglomerato finanziario particolarmente attivo nel settore militare, missilistico nucleare ed aerospaziale, tra i primi dieci gruppi bellici per fatturato negli Stati Uniti[34]. Come nel caso della Harken Energy Corporation, anche il Carlyle Group non è estraneo agli affari della famiglia Bin Laden: i fondi del gruppo statunitense hanno amministrato sino all’attentato dell’11 settembre 2001 buona parte degli investimenti del Saudi Binalding Group[35]. L’attuale presidente della Rand Corporation è inoltre direttore di Entrust, società che opera nel settore della cosiddetta “sicurezza d’internet” e nello spionaggio delle informazioni circolanti sulle reti telematiche. Alcuni dei principali manager di Entrust siedono a loro volta nei consigli d’amministrazione dei colossi telefonici AT&T e Nortel, compagnia quest’ultima che ha acquisito in Colombia la società di telefonia cellulare Comcel e che ha intrapreso un’azione legale contro Telecom per il pagamento di presunti inadempimenti contrattuali in occasione del piano di potenziamento delle reti telefoniche fisse. Avvocato della Nortel in questo procedimento è il neoministro colombiano dell’Interno e della Giustizia, Fernando Londoño Hoyos.

 

 

 

Plan Colombia

I contratti sottoscritti con le compagnie private statunitensi

 

 

 

Compagnia

Importo US$

Oggetto

Sede

Personale impegnato

ACS DEFENSE

517.035

Appoggio logistico personale statunitense impegnato nel Plan Colombia

Bogotá

Imprecisato

ACS Defense

237.810

Appoggio logistico personale del governo USA impegnato nel Plan Colombia

 

Bogotá

Imprecisato

ACS Defense

196.000

Appoggio logistico personale ambasciata USA

Bogotá

Imprecisato

AIR PARK Sales and Service Inc.

1.100.000

Installazione sistemi comunicazione aerea

Apiay, Bogotá e Cartagena

Imprecisato

ALION LLC

20.000

Consulenza in attività d’intelligence

 

Bogotá

Imprecisato

ARINC Inc.

1.146.826

Manutenzione ed appoggio logistico aereo C-26

Territorio nazionale

Imprecisato

ARINC Inc.

3.557.929

Addestramento ed appoggio logistico
per l'intercettazione dei voli del narcotraffico

 

Territorio nazionale

Imprecisato

ARINC Inc.

1.549.309

Costruzione depositi carburanti in basi aeree

Territorio nazionale

Imprecisato

ARINC Engineering Services LLC

11.000.000

Installazione visori notturni in velivoli aerei

Barranquilla

Imprecisato

CAMBRIDGE COMMUNICATIONS

450.000

Fornitura componenti radar

Leticia e Trés Esquinas

Imprecisato

DYNCORP Aerospace Technologies Inc.

79.200.000

Fumigazione aerea

 

Territorio nazionale

 

Imprecisato

DYNCORP Aerospace Technologies Inc.

1.292.000

Addestramento piloti elicotteri “Black Hawk”

Fort Ruker (Alabama) e Tolemaida

 

6

DYNCORP Aerospace Operations Ltda

4.875.017

Consulenza personale civile e militare

Territorio nazionale

 

Imprecisato

INTEGRATED AEROSYSTEM Inc.

560.000

Addestramento piloti aereo “Schweizer”

Apiay,
Barranquilla e Cali

 

Imprecisato

INTEGRATED AEROSYSTEM Inc.

50.000

Fornitura ricambi e componenti elettroniche

Territorio nazionale

Imprecisato

INTEGRATED AEROSYSTEM Inc.

35.000

Addestramento piloti aerei AC-47

Apiay

Imprecisato

LOKHEED-MARTIN

4.216.748

Appoggio logistico operazioni aerei C-130B e C-130H

Bogotá

4

LOKHEED-MARTIN

2.128.663

Appoggio logistico elicotteri UH-60 “Black Hawk”

Guaymaral

6

LOKHEED-MARTIN

3.133.431

Manutenzione velivoli del Servizio Aereo della Polizia

Territorio nazionale

150

LOKHEED-MARTIN

813.000

Addestramento piloti degli elicotteri UH-60 “Black Hawk”

Tolemaida

6

LOKHEED-MARTIN

3.600.000

Addestramento piloti degli elicotteri UH-2H “Huey”

Tolemaida

6

LOKHEED-MARTIN

1.700.000

Addestramento Squadra di Assistenza
Tecnica elicotteri

Tolemaida

2

LOKHEED-MARTIN

7.500.000

Istallazione simulatori di volo 2B24

Melgar

14

LOKHEED-MARTIN

3.525.077

Installazione sistemi d’intelligence

Villa Garzón e Guaymaral

25

MAN TECH

2.146.692

Coordinamento informazioni raccolte dalle agenzie
coinvolte nel Plan Colombia

Territorio nazionale

Imprecisato

MATCOM

120.000

Coordinamento attività Forze Aeree USA e colombiane

Bogotá

1

NORTHROP GRUMMAN California Microwave Systems

 

 

8.600.000

 

Operazioni spionaggio e fotografie aeree

 

Territorio nazionale

 

Imprecisato

RENDON GROUP

2.400.000

Consulenze nel settore delle comunicazioni

Bogotá

Imprecisato

SAIC Science International Corp.

255.335

Analisi dati d'intelligence

Bogotá

Imprecisato

TRW

4.300.000

Installazione sistema radar ed elaborazione dati

Territorio nazionale

Imprecisato

VIRGINIA ELECTRONIC SYSTEM Inc.

150.000

Addestramento squadroni fluviali

 

Amazzonia

Imprecisato

 

 

 

Holding finanziarie e controllo del mercato creditizio

 

Grazie al decennio di “apertura” al capitale straniero, hanno potuto fare ingresso in Colombia le grandi multinazionali del settore assicurativo, le quali hanno creato proprie filiali o hanno scelto di acquisire consistenti pacchetti sociali sino ad assorbire le società assicurative nazionali. In questo settore si è passati da un sistema in cui le autorità statali esercitavano un certo controllo anche a difesa degli interessi dei consumatori, ad uno in cui esiste la più totale deregulation. Le leggi n. 45 del 1990 e n. 9 del 1991 hanno dato piena libertà alle compagnie per ciò che riguarda la fissazione di tariffe e la stipula di polizze e contratti assicurativi; inoltre hanno autorizzato gli investitori stranieri ad acquisire sino al 100% del patrimonio azionario di una compagnia di assicurazioni. La riforma del sistema sanitario e pensionistico ha poi dato un notevole impulso allo sviluppo delle pensioni integrative. Tra le imprese che dominano il mercato assicurativo e previdenziale, è possibile annoverare innanzitutto la spagnola Mapfre, oggi il gruppo assicurativo più grande in America Latina, presente con la controllata Mapfre Seguros de Colombia. La Mapfre ha inoltre acquisito l’intero capitale della compagnia colombiana Reaseguradora Hemisférica. Un’altra compagnia assicurativa spagnola, la Cesce, ha fatto ingresso in Segurexpo, mentre il Banco de Bilbao y Vizcaya (BBV) ha assorbito l’assicuratrice colombiana La Ganadera. Altre grandi società internazionali operano in Colombia in compartecipazione con gruppi assicurativi nazionali: la AIG, presente in Interamericana e Colmena; l’Allianz-AGF che ha recentemente elevato la sua partecipazione azionaria al 93,6% in Colseguros; la Munich Reinsurance Company, che grazie ad un investimento di 50 milioni di dollari ha acquisito il pacchetto di maggioranza di Inversura. Altre compagnie internazionali operano invece con capitale proprio al 100%: le Assicurazioni Generali di Trieste, la Royal & Sunalliance (Fenix), la Chub, la Real de Seguros dell’ABN Amro Bank.

 

In una realtà in cui Fedesarollo stima che entro il 2010 le compagnie assicuratrici giungeranno a fatturare oltre 7.000 milioni di dollari all’anno, più altri 2.700 milioni di dollari che potrebbero essere raccolti nel settore della previdenza sociale, si spiega la dura competizione in atto per acquisire le ultime compagnie nazionali sfuggite al controllo straniero. Tra le più ambite c’è certamente Previsora, compagnia di assicurazione e di gestione dei fondi pensione sino ad oggi a capitale pubblico, ma che rientra tra i piani di privatizzazione da parte del governo. Il potente Grupo Impresarial Antioqueño, da parte sua, si è detto disponibile a trasferire ad un partner straniero un’importante quota azionaria della compagnia finanziaria Corfinsura, a capo delle società assicuratrici Corporación Financiera Nacional e Suramericana. Già nel giugno 1999 il 15% di Corfinsura è passato sotto il controllo della International Finance Corporation, società di proprietà della Banca Mondiale.

 

Con le riforme del sistema bancario anche numerosi istituti di credito sono stati assorbiti dalle compagnie internazionali e il capitale straniero controlla oggi direttamente il 27% degli istituti finanziari colombiani. Anche in questo settore, come in quello assicurativo, sono forti gli interessi degli istituti di credito spagnoli: il BBV Banco Bilbao Vizcaya ha assunto il controllo del Banco Ganadero e della compagnia finanziaria Corfigan, mentre il Banco Santander è in corsa per l’acquisizione degli sportelli che il settore pubblico ha deciso di privatizzare (Bancafé, Granhahorrar, ecc.)[36]. Tra i complessi bancari internazionali maggiormente attivi vanno poi menzionati la Deutche Bank, il Banco Sudameris (proprietà del Gruppo Intesa italiano), il Credit Suisse, presente in Colombia dal 1973 quando curò la prima emissione di buoni internazionali della nazione, e la ABN Amro-Bank che oltre ad operare nel settore assicurativo e dei fondi pensione ha assorbito lo storico Banco Real de Colombia.

 

Nel settore finanziario è significativa l’opera della Darby Company, società fondata da Nicholas Brady, ex segretario del Tesoro degli Stati Uniti durante l’amministrazione di George Bush padre. La compagnia è presente nel settore petrolifero attraverso la controllata Amerad-Hess, socia minore della British Petroleum nelle attività estrattive in Cusiana. Capitali della Darby Company sono stati investiti nel maggiore quotidiano colombiano, El Tiempo, e nella società di telefonia cellulare Avantel, nell’orbita della multinazionale Motorola. La Darby offre copertura finanziaria ad alcuni progetti di strade e dighe in fase di realizzazione nel paese e ha fatto ingresso in Leasing Bolívar, in Petrosantander e in un fondo latinoamericano d’investimenti con la banca spagnola BBV[37].

 

È tuttavia il conglomerato Citigroup Inc. uno dei maggiori investitori finanziari nel mercato colombiano. Presente nel paese dal 1929, Citigroup é uno dei più importanti promotori del meeting che annualmente gli investitori stranieri realizzano a Cartagena per programmare le politiche d’intervento in Colombia[38]. Citigroup gestisce nel paese oltre 120.000 conti individuali e ricopre il ruolo di principale creditore dello Stato. Gli investimenti nel paese variano tra i 100 e i 500 milioni di dollari all’anno; nel 2001 Citibank NA, società controllata da Citigroup Inc., ha concesso al governo un credito per 250 milioni di dollari, utilizzato per il pagamento del debito estero e per “investimenti infrastrutturali” che in realtà sono stati funzionali alle privatizzazioni delle imprese pubbliche secondo il modello di aggiustamento strutturale determinato dal Fondo Monetario[39]

 

Una parte dei fondi elargiti dal Citigroup sono stati utilizzati per i piani di sfruttamento intensivo delle risorse energetiche e ciò non deve stupire più di tanto in quanto il gigante petrolifero Chevron-Texaco, tra i maggiori commercializzatori del crudo colombiano, appartiene all’impero bancario-finanziario del Citigroup. Quest’ultimo ha poi sottoscritto un’alleanza strategica con la società automobilistica Ford, sancita dall’ingresso dell’ex presidente dell’azienda automobilistica nel consiglio di amministrazione del gruppo bancario; incroci di capitali legano inoltre Citigroup alla transnazionale della chimica Du Pont, al gigante delle telecomunicazioni AT&T, all’industria militare United Technologies che ha prodotto gli elicotteri del Plan Colombia. Citigroup controlla infine la holding civile-militare Halliburton, impresa di cui è stato manager l’attuale vicepresidente degli Stati Uniti Dick Chaney e che detiene importanti pacchetti azionari della Chevron-Texaco, della Exxon-Mobil, della Monsanto e della Pepsi-Cola. Una controllata di Helliburton è la Brown & Root's, società con vasti interessi nel settore militare, attiva in Vietnam, Turchia, Cecenia, Ruanda, Bosnia e Kosovo e che ha recentemente acquistato alcuni terreni in Colombia per realizzarvi centri commerciali e ipermercati.

 

Tra i maggiori creditori dello stato colombiano compare anche il nome della Chemical Bank, banca recentemente assorbita dal colosso finanziario J. P. Morgan-Chase di proprietà delle famiglie Morgan e Rockfeller, nel cui consiglio di amministrazione siedono i rappresentanti di alcune delle più importanti multinazionali presenti in Colombia, le compagnie petrolifere Exxon-Mobil e BP-Amoco, le holding Honeywell (filiale della General Elecric) e Bechtel, la Dupont, i laboratori farmaceutici Merck e Wyeth, il gruppo editoriale Hearst noto per la pubblicazione di Cosmopolitan[40].

 

Il Morgan-Chase opera in Colombia direttamente come banca d’investimenti, come erogatore di prestiti e crediti internazionali e come società assicuratrice, attraverso il Chase Securities Inc.. Ha inoltre fatto da consulente delle autorità governative per alcuni programmi di privatizzazione, principalmente nel campo delle telecomunicazioni, e persino per il piano di risanamento del Río Bogotá. Anche la Chase Manhattan Corp., il Banco Bilbao Vizcaya, la Standard Chartered Bank e la BNP Paribas sono impegnati dal 2001 nell’esborso di importanti crediti a favore del governo colombiano. Specie nell’ultimo decennio, la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale hanno delegato ad alcune importanti banche internazionali il finanziamento dei progetti implementati in Colombia: tra esse compaiono, oltre alle già citate Citibank e Morgan-Chase, la Bank of America, la Manufacturers Hanover Trust, la Bankers Trust, la Midland Bank, la Banca di Tokyo, la First National Bank, il Credit Lyonnais [41].

 

Fusioni ed acquisizioni di società, realizzazioni di progetti ed attività nei settori delle telecomunicazioni, dei gasdotti, dell’industria della carta e della grande finanza hanno ricevuto la consulenza di importanti gruppi nordamericani come SalomonSmithBarney, Skadden, Arps, Slate Neagher & Flom Llp. La più nota Price Waterhouse Coopers di New York, attraverso il controllato Latin American Transaction Services Group, gestisce alcuni fondi d’investimento che assicurano la movimentazione di capitali tra la Colombia e gli Stati Uniti[42]. E’ sempre alle grandi società straniere che viene assegnata la realizzazione delle megaopere infrastrutturali dagli inaccettabili impatti socioambientali. In questo settore si registra l’attivismo delle imprese di costruzioni europee ed in particolare italiane. Un ruolo importante è stato ricoperto innanzitutto dall’Impregilo, società del gruppo Fiat-Agnelli, tra i realizzatori della Connessione viaria Valle d’Aburrá-Río Cauca e del cosiddetto “tunnel d’Occidente” (dipartimento di Antioquia). Il consorzio costituito da Astaldi, CMC (Cooperativa Muratori e Cementizi) e Federici (oggi assorbita da Impregilo) ha partecipato invece ai lavori per la realizzazione della centrale idroelettrica Porce II, sempre in Antioquia, la regione con gli indicatori più alti di violenza del paese[43].

 

Per ciò che riguarda l’incursione straniera nel settore della produzione industriale va segnalato l’esempio della multinazionale olandese Philips che ha aperto nel 2000 un impianto industriale nella zona franca di Bogotá per la produzione di lampadine destinate a tutto il mercato andino. La statunitense Ford, giunta una decina di anni fa in Colombia attraverso la Fondazione Ford per finanziare numerosi progetti di Ong di donne nel settore della salute sessuale e riproduttiva, ha firmato a fine anni ’90 un contratto per 100 milioni di dollari con la colombiana Neme per la produzione di parti di automobili, successivamente assemblate negli stabilimenti degli Stati Uniti e di altri paesi dell’America Latina. La Neme è anche impegnata nella produzione di fibre sintetiche per gli indumenti intimi femminili realizzati dalla Fibrexa, società in mano alla statunitense Worldtex Inc.[44].

 

Transnazionali e gestione dei servizi

 

L’ultima frontiera in materia d’investimenti stranieri è quella relativa alla prestazione dei servizi d’interesse pubblico. In quest’area, nel solo biennio 1997-1998, gli investimenti stranieri hanno raggiunto i 3.345 milioni di dollari, esclusi i capitali diretti al settore delle telecomunicazioni. Le aree su cui si sono focalizzati gli interessi maggiori degli investitori hanno riguardato quelle che in precedenza erano di esclusiva pertinenza dello Stato, come l’istruzione, i servizi pubblici, la salute, l’acqua, ecc.. Il trasferimento ai privati di buona parte di questi settori chiave è stato un processo repentino: mentre nel 1990 il valore degli investimenti stranieri nei servizi pubblici era pari a 0, dieci anni dopo aveva raggiunto i 3.119,8 milioni di dollari. Nel solo periodo 1998-2002, gli anni cioè dell’amministrazione Pastrana, gli investimenti privati nel settore della fornitura d’acqua alla popolazione sono cresciuti del 137% rispetto al periodo 1994-1998[45]. Il governo Uribe da parte sua, ha approntato un piano di privatizzazione o concessione a consorzi privati delle principali 40 società municipali di distribuzione idrica a cui guardano con particolare interesse i gruppi europei. Per la realizzazione di questo piano la Banca Mondiale ha offerto un credito di 800 milioni di dollari per i prossimi 2-3 anni[46].

 

La privatizzazione del settore idrico è stata avviata in Colombia dopo l’approvazione nel 1994 della legge 142 di riforma degli enti locali; il primo importante contratto risale al 1995, quando il municipio di Barranquilla concesse la gestione del sistema idrico ad un consorzio costituito da alcuni imprenditori privati locali (la società Triple A) ed alla spagnola Aguas de Barcelona, impresa che gestisce il sistema di distribuzione del capoluogo catalano. Nello stesso anno fu creta la società mista Aguas de Cartagena, dove ancora una volta la presenza privata era garantita dalla spagnola Aguas de Barcelona. Nel novembre 1999 è stata la volta della concessione ventennale della gestione dell’acquedotto della città di Montería (Córdoba), un affare “privato” realizzato con risorse finanziarie pubbliche, dato che è previsto un investimento infrastrutturale per 120 miliardi di pesos, di cui più del 60% sarà assicurato dall’erario statale e municipale. Il vincitore della gara di licitazione è stato il consorzio FCC, guidato dalla FCC International de Servicios del noto gruppo franco-tedesco Vivendi[47]. Nei prossimi mesi saranno privatizzate le condotte della capitale Bogotá, città con oltre 7 milioni di abitanti, a cui ambiscono oltre ad Aguas de Barcelona e Vivendi, le transnazionali Lyonnaise des Eaux (Francia), Bechtel (Stati Uniti) e Thames Water (Gran Bretagna)[48]. A breve verrà concesso ai grandi consorzi privati anche lo sfruttamento dei 45 maggiori bacini idrografici della Colombia, di cui si stima un’offerta annua superiore ad un miliardo di metri cubi d’acqua, certamente la più importante risorsa idrica dell’intero continente latinoamericano .

 

L’altro grande affare multimiliardario per i gruppi economici stranieri è stato generato dalla concessione al settore privato dei servizi di telecomunicazione. Una serie di leggi e decreti ha spianato la strada alla privatizzazione del sistema telefonico. Innanzitutto il decreto 2122 del 1992 che ha ristrutturato il Ministero delle comunicazioni, convertendolo in un ente di regolamentazione delle telecomunicazioni e privandolo delle funzioni di gestore diretto che aveva avuto sino ad allora. Contestualmente fu concessa a compagnie terze la prestazione dei servizi di telefonia di base su lunga distanza (nazionale e internazionale) e cellulare. Il successivo decreto 2123, sempre del 1992, ristrutturò l’impresa statale Telecom, trasformandola in “impresa industriale e commerciale dello Stato”, figura giuridica che ne flessibilizzò l’organizzazione, assicurandole autonomia nella stipula dei contratti e nella gestione del budget. Grazie alla legge 37 del 1993, il governo Gaviria regolamentò poi la prestazione del servizio cellulare, permettendo i contratti a rischio compartito (joint venture) ed i contratti di associazione con le imprese straniere.

 

Alla fine del 1995 l’amministrazione Samper firmò infine il “Regolamento delle telecomunicazioni” che ha garantito la concessione agli operatori privati delle comunicazioni su lunghe distanze. Fu altresì limitata la presenza delle imprese telefoniche di carattere locale nei nuovi operatori in non oltre il 35% del capitale azionario. Le maggiori imprese telefoniche a capitale pubblico operanti nei distretti di Bogotá, Medellín e Cali non poterono così consorziarsi tra loro per costituire un operatore nazionale, nonostante avessero realizzato sino ad allora importanti investimenti economici per potenziare le reti infrastrutturali ed il servizio. Esse furono costrette ad associarsi in posizione subalterna con un partner estero[49].

 

A dieci anni dalla ristrutturazione del sistema delle telecomunicazioni, la situazione è tutt’altro che soddisfacente. Nel settore della telefonia fissa la compagnia statale Telecom ha firmato 15 contratti di joint venture con 4 multinazionali per estendere le reti di telefonia locale; si tratta della giapponese Nec, della svedese Ericsson, della canadese Nortel e della tedesca Siemens[50]. Il piano, ambizioso, era quello d’installare nella capitale e nei maggiori centri urbani 1.790.000 nuove linee telefoniche; in realtà ne sono state installate 250.000 in meno ed è stato possibile venderne appena 418.000. Questo elemento, accanto ad una stima errata sul consumo e sulle entrate del settore, ha esposto Telecom ad un debito per oltre 800 milioni di dollari con le multinazionali con cui si sono sottoscritte le joint venture[51]. Dato che non sarà possibile rispettare gli impegni finanziari assunti da Telecom con i partner, è presumibile che la compagnia sarà costretta a svendere le proprie infrastrutture e i propri servizi ai giganti internazionali del settore, ipotesi particolarmente sostenuta dal nuovo governo Uribe.

 

La lotta per conquistare sempre maggiori nicchie di mercato si è focalizzata poi al settore della telefonia cellulare e ai PCS (Servizi di Comunicazione Personale). In Colombia sono già state rilasciate licenze a tre operatori internazionali ed il paese è uno di quelli in America Latina dove si è avuta la maggiore penetrazione di cellulari insieme a Brasile e Messico: nel 2001 gli abbonati erano più di 2.700.000. Nelle due maggiori compagnie cellulari operanti (Celumovil e Comcel) predomina il colosso nordamericano delle telecomunicazioni BellSouth Canada, compagnia che nel 2002 ha investito in Colombia 150 milioni di dollari, mentre ha visto aumentare le sue entrate del 35% ed i suoi clienti del 20%[52]. BellSouth controlla il 53% delle azioni di Comcel, seguita da Telecom (15%) e dalla Empresa de Telecomunicaciones de Bogotá (ETB) (32%), società che dovrebbe essere ceduta ad un consorzio costituito dall’Empresa Pública de Medellín, dalla giapponese Itochu e dalla stessa Bell[53]. Comcel, grazie ad investimenti per oltre 220 milioni di dollari, punta adesso alla conquista dei mercati a tecnologia avanzata; la società ha sottoscritto un’alleanza con Microsoft per entrare nelle Web Tv, il sistema integrato Internet-Tv, ed ha avviato l’offerta di nuovi sistemi tecnologici per la trasmissione dei dati a clienti singoli ed imprese.

 

Altre importanti multinazionali operano in Colombia nei servizi di valore aggregato (Impsat, Italcable, Entel Chile, Chile Sat), mentre alcune compagnie hanno aperto impianti di assemblaggio per componenti e tecnologia telefonica: ITT, Siemens, Northern Telecom, Ericsson[54]. Quest’ultima fornisce il 55% dei telefoni installati dalle maggiori imprese locali, principalmente Telecom, seguita da EPM, ETB ed Emcali[55]. A ciò va aggiunto che i grandi operatori internazionali su larga distanza AT&T, MCI e Sprint hanno fatto ingresso in Colombia mediante l’offerta di targhette prepagate e l’utilizzo del sistema di chiamata call back. La multinazionale AT&T, attraverso la controllata Network System, ha previsto d’investire 1.300 milioni di dollari nei prossimi dieci anni per impiantare una rete di cavi a fibre ottiche in Colombia e in altri paesi sudamericani così da facilitare le comunicazioni tra il Giappone e il Nord America[56]. Di recente hanno aperto uffici di rappresentanza nel paese per avviare ulteriori investimenti le maggiori compagnie telefoniche europee, come Telefónica de España, Stet Italia e France Telecom[57].

 

 

Gli interessi della grande distribuzione

 

Con Stati Uniti, Canada e Spagna, la Francia è tra i più attivi investitori in Colombia. Attratte dai sempre più bassi salari dei lavoratori, alcune delle principali compagnie private francesi hanno acquisito rilevanti quote azionarie di società operanti nel settore finanziario, della grande distribuzione, dell’alimentazione e dei servizi. In particolare va segnalata l’acquisizione da parte del gruppo Danone del 30% di Noel, la principale società alimentare della Colombia e una delle maggiori di tutta la regione andina; Danone punta inoltre ad acquisire l’industria che produce e commercializza il latte ed i formaggi di marca “Alpina”[58]. Gaz de France ha avviato l’esplorazione di alcune aree del paese in cui si stima la presenza di importanti riserve di gas naturali; Accor, società leader mondiale nel settore turistico e della ristorazione ha insediato a Bogotá il proprio ufficio generale per tutto il Centro America e l’area andina ed ha dato vita nel paese alle catene di alberghi a 5 stelle Sofitel e Mercure e a quelle a 3 stelle Ibis e Novotel. Accor ha inoltre sottoscritto un accordo con il “Gruppo Ardila Lulle” (Postobón) per avviare l’utilizzo del “Ticket Restaurant” nei maggiori ristoranti e nei centri commerciali del paese. Altri importanti investimenti sono in via di realizzazione da parte dei conglomerati finanziari Suez Lyonnaise, Sodexho, Vivendi, Societé Générale Groupe; il terzo produttore mondiale di tubi in cemento, Pont à Mousson ha realizzato nel paese un proprio impianto dal costo di 60 milioni di dollari, mentre il colosso internazionale dei tabacchi e dei superalcolici Pernord Ricard ha ben posizionato nelle catene dei supermercati i propri prodotti di marca “Dubonnet” e “Habana Club” e il whisky irlandese “Jameson”[59].

 

Nel settore della grande distribuzione va segnalato l’arrivo in Colombia di Carrefour, società francese che ha realizzato due nuovi ipermercati a Bogotá, uno a Cali ed uno a Medellín, con una spesa di oltre 37 milioni di dollari. Carrefour ha poi ha sottoscritto un’alleanza finanziaria con la banca colombiana Colpatria per sviluppare sistemi di finanziamento a favore dei consumi dei clienti. Nella catena di supermercati ed ipermercati Exito-Cadenalco ha fatto ingresso la multinazionale Casino, che ha apportato oltre 300 miliardi di pesos per ampliare la rete di distribuzione del paese e realizzare una catena di supermercati in Venezuela, Ecuador, Perù, Costa Rica e Panama[60].

 

Sempre per ciò che riguarda la grande distribuzione vanno segnalati gli investimenti per oltre 200 miliardi di pesos realizzati in Colombia dal gruppo Carulla-Vivero. La multinazionale in cui è determinante la presenza azionaria della compagnia statunitense Newbridge, a fine 2000 ha rilevato l’intera rete dei supermercati Comfama ed altri 50 supermercati di proprietà di piccoli imprenditori locali. Per ampliare il portafoglio dei servizi la società Carulla-Vivero ha sottoscritto un’importante alleanza con il Citigroup; attualmente controlla il 9% delle vendite dei supermercati colombiani[61]. Altro importante attore nella distribuzione è l’olandese Makro, proprietario di alcuni megastore nelle maggiori città. Nonostante la grave crisi economica affrontata dal paese, le transnazionali della distribuzione hanno visto il loro fatturato crescere del 23% nel 2001, mentre gli utili sono stati superiori del 13%.

 

Come del resto è accaduto in buona parte dei paesi del continente, anche in Colombia è in atto la penetrazione da parte delle più note catene mondiali di fast-food e pizzerie: da McDonald’s a Domino’s Pizza, da Mimo’s a Wendy’s e Kokoriko, ecc. Negli ultimi due casi, le multinazionali si sono affidate alla gestione e al marketing di importanti gruppi finanziari colombiani, come ad esempio il Grupo Superior, azionista degli istituti bancari Granahorrar e Banco Superior[62].

 

La produzione e commercializzazione di alimenti e dei prodotti igienici è saldamente in mano alla più importante transnazionale del settore, Unilever. Sono di sua proprietà le marche più richieste dai consumatori di classe media, condizionati da una pubblicità invasiva su tv ed emittenti radio: “Fruco” (salse di pomodoro e ketchup), “Rama” (margarine), “Lipton” (te e aromatiche), “Rexona”, “Pond’s” e “Sedal” (saponi e deodoranti)[63]. Unilever opera con successo nel mercato dei gelati industriali attraverso Helados La Fuente-Algida; in consorzio con la società Meals de Colombia, controlla la catena Crem Helado, leader nella produzione e commercializzazione di gelati[64]. Unilever è poi tra le compagnie che sta promuovendo nel paese la semina di palma africana.

 

Sempre per ciò che riguarda la produzione di alimenti, tra le aziende con il maggior fatturato del mercato colombiano non potevano mancare la Philip Morris-Kraft Jacobs Suchard, una delle maggiori compagnie commercializzatrici del caffè[65]; la General Foods; la Nestlè con le marche “Purina”, “La Rosa” e “Chocolac”; la Panamco-Coca Cola e la Pepsi Cola. Quest’ultima compagnia ha concesso l’imbottigliamento e la commercializzazione dei propri prodotti alla Postobón del gruppo Ardila Lulle e al gruppo venezuelano Cisneros, proprietario di Venevisión Continental ed azionista di minoranza di Canal Caracol e del canale satellitare DirectTV (insieme alla Hugues Electronics ed AT&T)[66]. Rilevante poi tra i produttori di saponi e prodotti per l’igiene personale il ruolo della Gillette, della Colgate-Palmolive e della Protecter & Gamble.

 

Da segnalare infine la crescente incursione di capitali internazionali nell’asfittico mercato editoriale colombiano: la francese Fnac del gruppo finanziario Pinault-Printemps-Redoute sta trattando l’acquisto del Círculo de Lectores, società editrice proprietaria di un’articolata rete di librerie e cartolerie[67]; la Random House Mondadori, in associazione con il gruppo tedesco Bestelsmann, sta invece investendo importanti capitali per pubblicizzare i prodotti editoriali distribuiti nel continente dalla casa editrice argentina Sudamericana, recentemente acquisita, nota per essere stata la prima a pubblicare i racconti del premio Nobel Gabriel García Márquez. La Random House Mondadori-Bestelsmann e la casa editrice spagnola Zeta hanno ormai concentrato nelle proprie mani l’intero sistema editoriale latinoamericano, ed impongono indisturbate regole e prezzi di mercato.

 

 

La crisi delle produzioni monoculturali

 

Le tesi “aperturiste” hanno avuto l’effetto di rendere del tutto indifesi i produttori colombiani di fronte alla penetrazione delle transnazionali che hanno monopolizzato la produzione e il commercio mondiale dei principali prodotti agricoli. Un modello che ha colpito soprattutto quelle produzioni monoculturali che per alcuni decenni avevano rappresentato un’importante voce dell’export e un’occasione di accumulazione della ricchezza per la borghesia nazionale. L’esempio più evidente è quello del caffè, prodotto che racchiude in sé l’immagine e la storia economica del paese. La coltivazione del caffè ha determinato trasformazioni tali da modificare irreversibilmente gli assetti della società: tra esse vanno menzionate la colonizzazione di vaste aree dei dipartimenti di Antioquia, Caldas e Cundinamarca, la crescita del mercato interno, l’affermazione di una classe imprenditrice intraprendente che ha reinvestito i profitti nell’industrializzazione, l’ampliamento del lavoro salariato, l’implementazione di nuovi rapporti capitale-lavoro, ecc.[68].

 

La crisi di questo settore ha peggiorato il panorama socioeconomico di fine anni ’90. Nonostante gli indiscutibili vantaggi qualitativi, tra il 1991 e il 2000, la produzione del caffè colombiano si é ridotta da 16 a 9 milioni di sacchi da 60 Kg, e il prodotto ha visto ridurre la propria partecipazione nel mercato mondiale di un 60%. La partecipazione del settore nella produzione totale è così passata dal 17,8% del 1990 all’8,7% del 2000, mentre la partecipazione nel totale delle esportazioni si è ridotta dal 16,4% al 10,2%[69]. Il lieve aumento delle esportazioni registrato nel 2002 non ha modificato il grave stato di crisi del settore, poiché alla forte riduzione della produzione si è associato il crollo dei prezzi del caffè sul mercato internazionale. Mentre nel 1986 la libbra di caffè si vendeva a più di 200 centesimi di dollari, agli inizi del 2001 il suo valore superava appena i 50 centesimi[70]

 

Queste forti differenze in termini di produzione e di prezzi hanno colpito principalmente i produttori più deboli del paese, anche perché la coltivazione nel particolare territorio andino colombiano si è caratterizzata per la parcellizzazione delle proprietà[71]. Attualmente la coltivazione del caffè interessa 805.000 ettari di terreno e 566.000 coltivatori, di cui il 64% piccolissimi proprietari di appezzamenti inferiori al mezzo ettaro, il 31% piccoli-medi e il 5% grandi proprietari[72]. La crisi ha spinto migliaia di piccoli coltivatori a vendere le terre ai grandi proprietari terrieri o peggio ancora a convertire i propri campi alla coltivazione delle foglie di coca e del papavero da oppio. Secondo la federazione nazionale dei produttori di caffè sarebbero già 18.000 gli ettari destinati alla produzione di questo prodotto in cui sono state seminate e occultate coltivazioni di coca. Altri 10.000 ettari sarebbero pronti ad essere inseriti nell’economia illegale del narcotraffico. La crisi del settore ha spinto poi migliaia di raccoglitori stagionali ad abbandonare le regioni del caffè per spingersi verso le aree meridionali ed amazzoniche di recente colonizzazione per competere nella raccolta di coca, dove il salario è oggi due-tre volte superiore a quello offerto ai raccoglitori di caffè.

 

“I cafeteros colombiani hanno sofferto nel settore del credito gli effetti della politica monetaria applicata dal neoliberismo”, spiega l’economista Aurelio Suárez Montoya. “La libera fluttuazione dei tassi d’interesse, grazie alla quale si è sviluppata la più orribile delle speculazioni, ha eliminato il credito di fomento; i nuovi prestiti sono stati riformulati e quelli vecchi sono stati fissati a livelli di usura, il che in molti dei casi ha significato la triplicazione dell’ammontare originario”[73]. All’assenza di una politica di stimolo dell’attività creditizia si è poi aggiunta la decisione dal governo Barco di sopprimere il 50% dei sussidi a favore dei coltivatori per l’acquisto di fertilizzanti. Questa misura è stata imposta dalla Banca Mondiale ed ha avuto come conseguenza l’aumento in un decennio dei prezzi dei fertilizzanti di due volte e mezzo rispetto al valore del caffè. Le maggiori imprese produttrici di pesticidi ricevono annualmente dai coltivatori colombiani oltre 50 milioni di dollari.

 

La ragione principale dell’odierna crisi della produzione e della contrazione della domanda di caffè colombiano trova tuttavia fondamento nell’eliminazione nel 1989 del cosiddetto “Patto sulle quote”, che assicurava ai maggiori paesi produttori prezzi e fette di mercato standard. Eliminata ogni forma di regolamentazione del mercato, i prezzi internazionali hanno raggiunto, in termini reali, la più bassa quotazione dal 1821 ed i paesi produttori hanno perso 20 miliardi di dollari negli anni ’90 rispetto al decennio precedente[74]. Il mercato mondiale del caffè ha in sé tutte le contraddizioni della globalizzazione: ai paesi produttori viene impedito il processamento e la commercializzazione del prodotto mentre i profitti sono assorbiti dalle transnazionali e dalle grandi catene di distribuzione. Il fatturato mondiale del caffè raggiunge oggi i 300 miliardi di dollari all’anno, dei quali i governi dei paesi consumatori ne ricevono 45 in imposte mentre ai produttori di oltre 50 paesi non ne arrivano più di 8 miliardi[75]. Secondo uno studio della Landell Mills Commodities, su 100 dollari ricavati nel mercato del caffè al dettaglio in Europa e Stati Uniti, 24,7 andavano all’erario dei paesi consumatori come imposte; il margine del distributore era di 9,30 dollari, quello del tostatore di 17,50, al commercializzatore all’ingrosso andavano 3 dollari mentre le entrate del produttore, dalle quali si devono dedurre i costi e le spese, raggiungevano appena i 13,2 dollari[76]. I margini di profitto e dell’iniqua distribuzione sono ancora più evidenti se si pensa che mentre il prezzo medio del caffè verde è assai inferiore ad un dollaro alla libbra, quello del caffè tostato al dettaglio vale negli Stati Uniti 3,48 dollari e quello dell’istantaneo è 10,42 dollari.

 

Il “Patto del Caffè” fu sottoscritto proprio per riequilibrare un settore in cui non solo l’offerta del prodotto supera la domanda, ma dove anche i compratori del prodotto a livello mondiale sono meno di una decina. Quattro grandi compagnie controllano più del 60% degli acquisti e il 75% della vendite al dettaglio nei grandi mercati internazionali. L’industria del caffè, per ciò che riguarda i tostatori, è sotto il controllo delle più note multinazionali del settore alimentare, la General Foods (14 milioni di sacchi), la Nestlè (13), la Sara Lee (6), la Protecter & Gamble (4), la Tchibo (4). Il commercio all’ingrosso è invece nelle mani della Neumann (13 milioni di sacchi), della Volcafé (8), della Cargill (6), della Edf-man (5) e della Esteve (4)[77]. A questa condizione di oligopolio dei consorzi transnazionali non sfugge la Colombia, dove 20 imprese controllano una quota pari al 90% del prodotto; di queste, Espinosa (società del conglomerato Kraft-General Food degli Stati Uniti), Cargill (Stati Uniti), Neumann (Germania) e Volcafé (Svizzera) controllano congiuntamente il 42,6% del totale delle esportazioni di caffè[78].

 

Le “riforme neoliberiste” hanno avuto effetti particolarmente negativi per la produzione della patata, prodotto fondamentale nella dieta colombiana. L’apertura alle importazioni straniere, anche se sino ad adesso in quantità inferiori al prodotto nazionale totale, ha spinto i prezzi verso il basso, ben al di sotto del costo di produzione, mentre i pesticidi e i concimi che rappresentano più del 70% delle spese necessarie per la raccolta delle varietà attualmente commerciate, hanno raggiunto prezzi inaccessibili per la gran parte dei produttori. Anche in questo settore lo Stato si è distinto per i drastici tagli dei crediti a favore dei coltivatori e per l’assenza di interventi atti a prevenire il deterioramento di buona parte dei terreni utilizzati per la semina e combattere alcune malattie che colpiscono i tuberi, ormai endemiche in vaste zone del paese.

 

In meno di un decennio si è consegnato il controllo della produzione ai grandi intermediari e alle imprese multinazionali che dominano l’affare della patata industriale, il cui mercato è quello delle catene di ristoranti e fast-food. I giganti McCain e Fito Lay (società quest’ultima del gruppo Pepsi Cola), hanno messo saldamente radici in Colombia per imporre le loro condizioni ai produttori locali. La modalità preferita è quella dell’agricoltura a contratto, dove le imprese distributrici selezionano i soggetti che produrranno le patate, determinano le caratteristiche e le quantità di prodotto, fissano in anticipo i prezzi di acquisto ed escludono i soggetti che non adempiono perfettamente alle norme contrattuali. Ciò comporta il fallimento di quei contadini che non possono coltivare le varietà richieste secondo valori rigidamente fissi nelle dimensioni, nella forma, nella consistenza degli zuccheri e dell’amido, nella sensibilità al freddo e al calore. Succede poi che quando il prodotto di una regione non risponde agli standard della domanda, le transnazionali preferiscono importare ciò che manca da paesi terzi o esportare a zone temperate i raccolti che sviluppano ai tropici con la cosiddetta “produzione fuori stagione”[79].

 

Qualcosa di simile sta accadendo con la produzione del latte, le cui importazioni complementari stanno destabilizzando il settore e l’equilibrio tra domanda e offerta, mettendo in ginocchio la produzione di 800.000 piccoli produttori locali. Anche in questo settore sono alcune transnazionali ad imporre le regole di mercato e tra queste sono da segnalare la Parmalat, la Nestlè, la Friesland[80], la Coberco, la Dairy Foods e la Danone. Oltre ad avere invaso il mercato nazionale con il latte in polvere acquistato in altri paesi latinoamericani, queste compagnie si sono dirette verso l’industria dei derivati lattei, dello yogurt, ecc., ad alto valore aggregato e dai maggiori utili, che però richiedono un prodotto fresco con parametri predeterminati di grassi, solidi sospesi, condizioni sanitarie, ecc. che raramente corrispondono alla produzione nazionale[81]. Mentre buona parte delle imprese nazionali di trasformazione e commercializzazione del latte sono state assorbite dalle transnazionali, i piccoli e medi produttori non possono contare su una domanda predeterminata da parte delle multinazionali, le quali preferiscono dirigersi ai paesi terzi tutte le volte che il prezzo internazionale favorisce l’acquisto all’estero di latte in polvere. Anche in questo caso le conseguenze maggiori sono l’esclusione dei prodotti qualificati come “non competitivi” o la loro destinazione ai mercati marginali, l’importazione di prodotti processati grazie agli incentivi ufficiali dei paesi d’origine e l’alterazione delle diete della popolazione consumatrice[82].

 

 

L’affaire delle banane

 

La Colombia non poteva non risentire gli effetti delle politiche che hanno segnato la produzione e la commercializzazione internazionale delle banane. Allo stesso modo del caffè, la coltivazione di questo prodotto ha segnato un’importante tappa storica nello sviluppo economico del paese, caratterizzando alcune delle fasi più drammatiche del conflitto sociale. Negli anni ‘20 fu combattuta nella regione settentrionale di Santa Marta una delle più violente lotte sociali del XX secolo, culminata in un lungo sciopero dei raccoglitori di banane che nel 1928 paralizzò le attività delle piantagioni di proprietà della multinazionale statunitense United Fruit. Gli scioperanti lottavano per migliorare le loro condizioni salariali e di lavoro; chiedevano la riduzione dell’orario settimanale e la consacrazione del riposo domenicale, la stipula di assicurazioni contro gli infortuni e il pagamento del salario in denaro e non in buoni da spendere nei magazzini della stessa impresa statunitense. Quando migliaia di lavoratori con i loro familiari occuparono la stazione di Ciénaga in attesa dell’arrivo di un negoziatore del governo da Bogotá, l’esercito represse la protesta nel sangue ucidendo a colpi di mitra e di cannone centinaia di inermi manifestanti. La vicenda fu mirabilmente raccontata dallo scrittore Gabriel García Márquez in quello che è riconosciuto come il suo capolavoro, Cent’anni di solitudine[83]. La cosiddetta “matanza en las bananeras” rappresentò un vero e proprio punto di svolta nei rapporti tra le classi lavoratrici, il capitale e lo Stato. Secondo quanto affermato dallo storico Giovanni Casetta, la vicenda “pose fine alla vecchia visione della lotta politica fondata sui valori della tradizione e dell’ordine, instaurando un diverso rapporto tra le classi dirigenti e le classi subalterne, fondato sulla violenza e sulla repressione”[84].

 

Il conflitto sociale nella provincia di Santa Marta convinse le grandi compagnie straniere ad introdurre la coltivazione delle banane in altre regioni del paese. Negli anni ’60 la zona dell’Urabá divenne una delle principali aree di produzione: oltre 20.000 ettari suddivisi in 400 aziende e 67.000 lavoratori concorrevano alla produzione del 13% della quota mondiale di banane. Anche l’Urabà non sfuggì all’opprimente modello di sfruttamento della manodopera implementata dalle grandi imprese commercializzatici in tutta l’America centrale. Grazie all’utilizzo di gruppi di vigilantes privati, i proprietari terrieri hanno si sono “disfatti” dei leader sindacali e dei braccianti più politicizzati. Nel 1988 nell’Urabá Antioqueño si consumò il massacro di 20 raccoglitori di banane che lavoravano presso le finche Honduras e La Negra da parte di un commando paramilitare diretto da alti ufficiali dell’esercito e dai boss dei cartelli del narcotraffico. La campagna paramilitare scatenata in tutta la regione permise alle compagnie di migliorare i tassi di profitto. Dal 1991 in Urabá il sistema di pagamento dei lavoratori stagionali secondo il numero delle casse di banane raccolte sostituì la retribuzione secondo le ore e i giorni di lavoro realizzati. Ciò ha comportato per le imprese una riduzione netta di oltre il 50% del costo del lavoro[85].

 

Recentemente il settore bananiero colombiano è stato vittima ancora una volta delle azioni intraprese dalle grandi imprese commercializzatici per assicurarsi sempre maggiori profitti ed una posizione di dominio delle esportazioni. A seguito dell’incremento delle aree seminate e della conseguente sovrapproduzione mondiale che si presentò a partire del 1994, i maggiori paesi produttori appartenenti alla cosiddetta “Convenzione di Lomé”[86], firmarono un accordo sulle quote con l’Unione europea, mediante il quale fu assegnata una percentuale di mercato alla produzione di ogni singolo paese. Le compagnie bananiere degli Stati Uniti guidate dalla Chiquita Brands International - rappresentata al Congresso dall’ex senatore ed ex candidato repubblicano Robert Dole - si lamentarono di fronte al governo che l’accordo ledeva i loro interessi nel mercato europeo. L’allora segretario al Commercio degli Stati Uniti con l’America Latina, Mike Kantor, avvertì i paesi latinoamericani che se  avessero messo in pratica l’accordo sarebbero stati denunciati per concorrenza sleale, secondo i principi dell’Organizzazione Mondiale per il Commercio (WTO). Nel 1996, il governo USA presentò un ricorso contro l’Unione europea sostenendo che il regime previsto dalla Convenzione di Lomé costituiva una violazione degli obblighi assunti dall’Europa con il WTO. Lo squilibrio tra gli attori in competizione era gigantesco. Da una parte le maggiori multinazionali delle banane, la Chiquita, la Del Monte e la Dole che controllano i due terzi del mercato globale e delle importazioni in Europa; dall’altra le piccole isole caraibiche, principali beneficiarie dell’accordo con l’Unione europea, che coprono congiuntamente l’8% del mercato europeo e il 3% del mercato mondiale[87].

 

In gioco non c’era tuttavia solo la modalità di ridistribuzione delle quote di mercato ma anche l’affermazione di differenti modelli di produzione e di relazione capitale-lavoro. Mentre la maggior parte della produzione mondiale è concentrata nelle grandi piantagioni dell’America Latina e del Centroamerica dove si utilizza forza lavoro a basso costo (la Chiquita impiega ad esempio più dell’85% della sua manodopera nelle piantagioni di Colombia, Costa Rica, Honduras e Panama), nei Carabi orientali la produzione è dispersa tra una miriade di aziende a conduzione familiare che possiedono e lavorano piccoli appezzamenti di terreno montagnoso, a costi necessariamente più alti.

 

L’Unione europea sembrò non cedere inizialmente alle pressioni di Washington, tuttavia dopo la minaccia nel 1998 del Senato USA d’imporle il pagamento di sanzioni per non essersi conformata alla sentenza del WTO che dava ragione alle richieste nordamericane, l’Unione europea decise di abrogare i privilegi concessi ai paesi aderenti all’Accordo di Lomé. Va segnalato che l’intervento del Senato fu intrapreso un mese dopo che la Chiquita versò 350.000 dollari al Consiglio nazionale del Partito repubblicano. Un anno prima la multinazionale aveva effettuato una donazione di 500.000 dollari a favore della campagna elettorale del Partito democratico[88].

 

Prevedibili le conseguenze a breve e medio termine del nuovo corso imposto dal WTO alla produzione bananiera specie nelle isole dei Carabi. “Sostituire il regime di protezione europeo (…) porterà sicuramente al declino di un assetto sociale vitale per l’equilibrio dei Carabi”, scrivono i ricercatori Lori Wallach e Micelle Sforza. “La scomparsa di un “ceto medio” legato alla produzione bananiera destabilizzerà le basi economiche della regione, privando migliaia di persone dei mezzi necessari per sopravvivere. In passato, l’instabilità economica della regione ha portato a sconvolgimenti sociali. Dato che l’instabilità economica è endemica nella regione – eventi metereologici o malattie delle colture hanno danneggiato l’economia bananiera – le forti tradizioni democratiche e il rispetto dei diritti umani e del lavoro che caratterizzano quei paesi rischiano seriamente di esserne travolti”[89].

 

Il governo colombiano, su pressione di Washington, ha contribuito allo smantellamento dell’accordo sottoscritto dall’Unione europea, sostenendo la posizione degli Stati Uniti di fronte al WTO[90]. E questo non è stato fatto certamente a favore dei piccoli produttori nazionali che pure concorrono al 15% della produzione diretta all’esportazione; essi, alla pari dei coltivatori delle isole caraibiche, sono gravemente discriminati dalle nuove disposizioni che invece danno pieni poteri alle società commercializzatrici che acquistano il prodotto in Colombia e che oggi sperano di accrescere dal 23% al 27% la loro partecipazione nel mercato europeo. Tra esse spiccano la potente Banadex, proprietà della Chiquita; la Uniban[91]; la Banacol che opera in Colombia e in Costa Rica in consorzio con la Del Monte e la United Brand; la Probán che è partner commerciale della Dole[92]

 

Quest’ultima società statunitense è riuscita negli ultimi anni ad acquisire il controllo di buona parte delle attività di commercializzazione della floricoltura colombiana. L’iperconcentrazione del mercato dei fiori nelle mani di appena due grandi operatori ha reso del tutto dipendenti i piccoli e medi produttori del paese, privandoli del potere di contrattazione e di fissazione dei prezzi. Ciò ha avuto anche gravi effetti sulla stessa produzione. Il caso più emblematico è rappresentato dalla società statunitense Floreal Products[93], che nel 1997 assorbì più di una trentina di imprese colombiane con sede in Miami, che curavano l’importazione e la distribuzione dei fiori negli Stati Uniti. A causa degli alti debiti contratti, la società ha rischiato il fallimento e nel 2000 si è dovuta disfare della controllata Florimex e di buona parte delle società di import-export che controllavano il mercato colombiano. Ciò ha comportato il crollo della floricoltura con la conseguente chiusura di centinaia di piccole imprese produttrici. L’Ecuador ha così soppiantato la Colombia nell’export di fiori agli Stati Uniti[94].

 

Una boccata d’ossigeno è giunta recentemente grazie all’acquisizione della Florimex da parte della Deutsche Beteiligungs AG, una delle più importanti commercializzatrici europee che rifornisce l’ambito mercato tedesco-olandese. I floricoltori colombiani hanno così potuto fare ingresso nell’Unione europea, glissando l’opposizione delle organizzazioni sindacali e delle ONG del vecchio continente verso una produzione che ricorre ad ingenti quantità di fertilizzanti e pesticidi chimici e allo sfruttamento intensivo di manodopera femminile e persino infantile.

 

 

Palma africana e controriforma agraria

 

Mentre la produzione alimentare è sempre più insufficiente e le campagne vengono sacrificate agli interessi delle transnazionali, una nuova monocoltura ha fatto ingresso con forza in Colombia, quella della palma africana. Il paese si è trasformato nel primo produttore latinoamericano di palma e nel quarto a livello mondiale, e garantisce oggi una quota pari al 2,5% della produzione totale. Il nuovo governo di Alvaro Uribe ha tuttavia varato un piano che prevede di destinare alla produzione della palma africana entro il 2020 una superficie di 640.000 ettari in aggiunta ai 190.000 oggi esistenti, in modo da poter esportare 2,7 milioni di tonnellate d’olio di palma, 25 volte in più di quanto avviene attualmente. In vista di questo obiettivo il Ministero dell’Agricoltura e la società privata Indupalma hanno attivato crediti a favore dei contadini per 88 miliardi di pesos affinché convertano a palma le loro proprietà. A spingere sulla conversione alcune importanti transnazionali, prime fra tutte la Procter & Gamble ed Unilever che monopolizzano il mercato agroindustriale colombiano[95].

 

Il programma a favore della coltivazione di palma africana ha preso il via nel 1995 nella regione del Magdalena Medio in un’area compresa tra i dipartimenti del César e del Norte de Santander, su indirizzo proprio di Indupalma, la quale controlla la totalità dell’esportazione dell’olio di palma colombiano. Questa compagnia stimolò la costituzione di una ventina di cooperative di contadini della zona, attraverso l’assegnazione di oltre 2.200 ettari di terre di cui era proprietaria, crediti, attrezzature e sementi. Successivamente Indupalma ha invece puntato allo smantellamento delle cooperative avviando la distribuzione e la parcellizzazione delle proprietà a favore degli ex soci. E’ stato promesso ad ogni contadino, attraverso crediti che raggiungono i 13 miliardi di pesos, di diventare proprietari di 10 ettari di terra in 12 anni; in cambio la compagnia si assicura un incremento della produzione per i prossimi 28 anni. Ai produttori sarà pagato il 18% del prezzo finale di vendita all’estero dell’olio.

 

Indupalma non ha mai nascosto l’intento politico che sottende al piano di coltivazione intensiva della palma nella conflittuale regione del Magdalena Medio: la creazione di centinaia di piccoli proprietari sempre più distanti dai richiami ideologici delle organizzazioni guerrigliere, disponibili ad allearsi strategicamente con la società per ampliare la frontiera agricola della palma africana dal Magdalena Medio a vaste regioni dei dipartimenti della Guajira e del Casanare. Indupalma ha definito questo programma “una riforma agraria privata”, dato che i contadini ottengono la proprietà attraverso un rapporto tra privati. Finagro, la società mista per il credito alla produzione agricola, assume il ruolo di finanziatore e garante dei prestiti che vengono sborsati dalle banche a favore dei nuovi piccoli proprietari[96]. In realtà ci troviamo di fronte ad un modello che presto sarà esteso ad altre coltivazioni intensive e che rappresenterà l’ennesima controriforma agraria dove saranno più profonde le disuguaglianze e le iniquità nella ridistribuzione dei redditi nelle campagne. “Oggi si dà impulso alle alleanze strategiche tra i grandi proprietari, le imprese transnazionali ed i contadini, con il fine di promuovere mezzadrie in grande scala per coltivare la palma africana ed altri prodotti”, scrive l’analista Héctor Mondragón. “Mediante queste alleanze, contadini e indigeni consegneranno le loro terre e il loro lavoro ai grandi allevatori e alle imprese della palma africana, del legno, del cacao, del caucciù e dello sfruttamento delle foreste, ricevendo in cambio il 20% dei loro guadagni, mentre l’80% resta in mano agli imprenditori che non dovranno pagare prestazioni sociali ai loro “alleati””[97]. Chi chiederà di negoziare migliori condizioni contrattuali con le compagnie private dovrà aspettarsi la reazione violenta delle organizzazioni paramilitari, le quali solo nel corso dell’ultimo anno hanno assassinato 14 leader sindacali del settore agricolo, alcuni dei quali erano impegnati nei negoziati sull’implementazione del programma per la palma africana[98].

 

Forti perplessità sono state espresse inoltre per i prevedibili impatti sull’ecosistema della semina su vasta scala di una pianta non nativa in America Latina e per la grande incertezza della domanda e della reale redditività del mercato internazionale dell’olio di palma. Come verificatosi con buona parte dei prodotti monoculturali destinati alle esportazioni, la palma africana ha subito negli ultimi 20 anni il crollo del suo prezzo internazionale dai 629 ai 325 dollari la tonnellata. Mentre nel primo trimestre del ’99 la produzione colombiana é aumentata del 24% e le esportazioni sono cresciute del 12%, per effetto della sovrapproduzione mondiale i prezzi internazionali sono diminuiti simultaneamente del 25% e quelli interni si sono ridotti del 31%. Le previsioni per i prossimi anni sono ancora peggiori e senza un accordo sulle quote tra i maggiori produttori internazionali il prezzo della palma africana rischia di collassare trascinando nella miseria decine di migliaia di famiglie che stanno convertendo i loro campi alla monocultura, abbandonando i tradizionali prodotti destinati al mercato interno e all’autosufficienza alimentare.

 

 

L’espansione delle coltivazioni transgeniche

 

La sperimentazione mondiale nel settore dell’agricoltura transgenica è aumentata notevolmente negli ultimi anni a seguito delle fusioni tra le compagnie transnazionali e della realizzazione di consorzi di ricerca tra le maggiori società alimentari, farmaceutiche e chimiche. Oggi un ristretto gruppo di transnazionali - tra esse spiccano Bayer, Dow Chemical, BASF, ADM, Nestlè, Monsanto, Merck, Du Pont/Pioneer - gestiscono l’affare in qualità di operatrici integrate, controllando tutto il ciclo produttivo, dalla ricerca alla produzione industriale, alla commercializzazione dei prodotti. Grandi capitali si stanno mobilitando per approfittare delle nuove opportunità e della favorevole congiuntura internazionale, specie in America Latina con l’avvicinarsi dell’entrata in vigore dell’ALCA.

 

La crescente importazione di prodotti agricoli di base ha esposto la Colombia all’invasione del mercato da parte dei cibi transgenici. Riso, soia e mais geneticamente modificati fanno ormai parte, inconsapevolmente, della dieta di milioni di cittadini e nessun organo statale ha implementato alcuna misura di controllo e verifica dei rischi per la salute dei consumatori. Ciò deriva in parte dall'inesistenza di norme che regolamentino il mercato alimentare e permettano di constatare se i cibi che s’importano sono ottenuti mediante le biotecnologie. Il Congresso si ostina poi a non ratificare il “Protocollo sulla Biosicurezza” sottoscritto nel gennaio 2000 da 133 paesi, paradossalmente nella città colombiana di Cartagena.

 

Sulle reali dimensioni dell’importazione di prodotti alimentari transgenici e del loro consumo da parte della popolazione non esistono dati certi. Il ricercatore Mauricio Mosquera Montoya ha provato a fare delle ipotesi sulla base dei dati relativi all’importazione di prodotti “a rischio” da paesi in cui le coltivazioni transgeniche si stanno rapidamente sviluppando, principalmente Stati Uniti, Canada e Argentina. “Sappiamo che la coltivazione che più si sta realizzando al mondo mediante sementi transgeniche è quella della soia; nel 1998 il 52% di questo prodotto risultava geneticamente modificato”, scrive Mosquera Montoya. “C’è poi il mais con il 30% di produzione transgenica e il cotone con il 9%. I paesi che più stanno producendo questi prodotti, sono proprio quelli da cui la Colombia acquista sempre maggiori quantità di generi alimentari: innanzitutto gli Stati Uniti, il principale partner commerciale, che nel 1998 ha esportato alla Colombia 1,79 milioni di tonnellate di mais, 15.000 tonnellate di patate e 153.000 tonnellate di soia”. Gli Stati Uniti destinano alla produzione transgenica il 74% delle aree coltivate e proprio la soia modificata geneticamente rappresenta il 38% della produzione totale, il mais transgenico il 25% e la patata il 3,5%. “Questi dati”, aggiunge Mosquera Montoya, “ci permettono di concludere che esiste un’alta probabilità che i prodotti transgenici stiano invadendo il nostro mercato, con l’aggravante che essi sono molto più competitivi e ciò danneggia i produttori nazionali, lasciati completamente disarmati davanti a siffatta globalizzazione”[99].

 

Esperti, università e politici colombiani hanno scelto di uniformarsi alle tendenze del mercato internazionale e ai modelli delle transnazionali che lo dominano, ponendo enfasi sulla necessità d’investire nella sperimentazione biotecnologica e d’implementare le coltivazioni transgeniche su vasta scala per competere “alla pari” con i grandi produttori di generi alimentari. Ciò senza rendersi conto dei costi insostenibili che i piccoli e medi coltivatori dovranno sostenere per acquisire sementi geneticamente modificate e pesticidi chimici specifici e di come le coltivazioni transgeniche alterino la produzione agricola mondiale, modificandone i ritmi e le relazioni di dipendenza dalle stagioni e dalla localizzazione geografica.

A partire dalla fine degli anni ’90, in Colombia è stata avviata a “livello sperimentale” la coltivazione di differenti varietà di prodotti agricoli geneticamente modificati e nel marzo 2002 l’ICA (l’Istituto Colombiano per l’Agricoltura) ha autorizzato la semina su vasta scala e la vendita del cotone transgenico “Bt Bollgard” prodotto dalla multinazionale Monsanto. Alla sua coltivazione sono stati destinati oltre 2.000 ettari di terra nel dipartimento settentrionale di Córdoba e nei prossimi mesi si prevede di convertire alla coltivazione di cotone Bt decine di migliaia di ettari nei dipartimenti di Huila, Tolima, Valle e nella costa atlantica. Già si ipotizza la sperimentazione a breve termine della variante Bt della patata, anch’essa introdotta dalla Monsanto per rendere il prodotto “più resistente” alle infezioni virali.

 

La decisione dell’ICA, oltre a prescindere da qualsiasi analisi sulla relazione costo-benefici di una coltivazione monoculturale il cui prezzo è in costante caduta sul mercato internazionale, è stata assunta con un provvedimento su cui hanno pesato le pressioni dell’azienda produttrice delle sementi. “L’approvazione da parte del Comitato Tecnico Nazionale (CTN) sulla Biosicurezza è avvenuta grazie ad un procedimento totalmente irregolare, che lascia del tutto privo di credibilità e obiettività questo organismo”, denuncia il Gruppo di Azioni Pubbliche dell’Università del Rosario. “Durante la riunione del CTN furono rinnovati anche i suoi membri direttivi. La cosa sorprendente in questa vicenda fu la nomina di un funzionario della Monsanto come suo vicepresidente. Oltre a finanziare i test, la multinazionale ha partecipato a tutto il procedimento di esecuzione e valutazione degli studi e dei risultati”[100].

 

Il cotone Bt possiede i geni di un batterio denominato “Bacillus thuringiensis”, che produce una tossina letale per alcuni insetti piaga. Il comitato di valutazione dell’ICA ha ignorato le prove scientifiche che hanno evidenziato come dopo breve tempo dalla sua applicazione gli insetti piaga acquisiscano la resistenza alla tossina, così da rendere del tutto inadeguato questo metodo di controllo. Una ricerca realizzata in Cina ha documentato i gravi impatti ambientali verificatisi dopo solo 5 anni dall’implementazione delle coltivazioni del cotone Bt. Le prove e il monitoraggio dei campi condotti da 4 istituti universitari pubblici, hanno provato la resistenza alla tossina Bt nel “parassita obiettivo” e l’incremento quantitativo dei parassiti dannosi secondari.

 

L’ICA ha del tutti ignorato altri studi sui possibili effetti della tossina Bt sugli insetti benefici (api, coccinelle, ecc.) che hanno una valenza di controllo biologico sui parassiti e i microrganismi del suolo. Alcuni ricercatori della New York University hanno constatato che la tossina Bt estratta da piante transgeniche non scompare nel suolo. A differenza di quella naturale, la tossina prodotta da piante modificate non viene degradata dalla componente microbica del terreno e conserva le sue proprietà insetticide, con grave rischio per gli organismi del suolo che trasformano la materia organica. L’accumulo nel terreno della tossina transgenica costituisce così una rilevante minaccia per l’ecologia del suolo. La studiosa indiana Vandana Shiva segnala in proposito quanto avvenuto nella regione di Virdarbha (India), dove in un’area di 30.000 ettari seminata con cotone Bt, il 70% di esso è stato distrutto a causa dell’insorgere di un’infermità delle radici denominata "root rot"; i semi Bt, inoltre, hanno presentato una bassa percentuale di germinazione (50%) la quale ha causato perdite milionarie agli agricoltori[101]. Nel 1998 l’intero raccolto di cotone Bt dello Stato indiano dell’Andra Pradesh è andato perduto e 500 contadini si sono suicidati per la disperazione di non poter far fronte ai debiti contratti.

 

Il cotone transgenico della Monsanto è stato sperimentato anche nel delta del Mississippi: qui, a seguito dei disastrosi raccolti del 1997, gli agricoltori hanno chiesto alla transnazionale e al suo partenr Delta-Pine un indennizzo di milioni di dollari. Il Mississippi Seed Arbitration Council ha dichiarato che il cotone Bt non ha dato i risultati che aveva pubblicizzato, invitando la Monsanto a pagare quanto richiesto dai coltivatori colpiti dall’insetto lepidottero Helicoverpa Zea, parassita del cotone, adattatosi alla tossina rilasciata dalla pianta tanto da essersi trasformato in un “superinfestante”[102]. Sempre negli Stati Uniti è stato accertato come la coltivazione del cotone Bt sia più costosa della coltivazione di cotone non transgenico, poiché ciò che viene eventualmente risparmiato dall’agricoltore in insetticidi, viene assorbito dall’alto costo della tecnologia e delle sementi. L’Università del Nord Carolina ha calcolato che i costi per il controllo degli insetti dannosi grazie all’utilizzo del cotone “Bollgard” sono stati di 27,27 dollari per acro, mentre i costi  per il controllo del cotone convenzionale sono stati inferiori di 2 dollari per acro.

 

Nel caso specifico della Colombia già si discute sui benefici reali che la biotecnologia potrebbe generare nel depresso settore cotoniero. Innanzitutto si è fatto rilevare come il cotone Bt non controlli i principali parassiti delle coltivazioni nazionali come ad esempio la “mosca del cotone”. A ciò va aggiunto che il paese avrà accesso a questa tecnologia sotto le strette condizioni del WTO relative ai cosiddetti “diritti di proprietà intellettuale” e ai contratti che sottomettono gli agricoltori agli interessi delle società proprietarie della tecnologia, che ad esempio impediscono di immagazzinare le sementi. “Con il cotone Bt”, commenta l’ambientalista Gabriel Vélez, “in Colombia può succedere quanto già accaduto con la soia RR in Argentina, dove la Monsanto controlla il 100% delle sementi utilizzate. Il loro uso ha causato la sparizione di 60.000 piccole imprese agricole produttrici di soia e conseguentemente di tutti i meccanismi di sovranità alimentare del paese, instaurando un’agricoltura senza agricoltori”[103]. La soia transgenica RR è stata introdotta in buona parte del continente americano e ne è stata avviata la sperimentazione anche in Colombia nonostante sia stata provata una resa minore del 10% rispetto alle varietà tradizionali. Si tratta di una particolare specie resistente all’erbicida “Roundup Ready” prodotto dalla stessa Monsanto, oggi utilizzato massicciamente in Colombia e Perù nei piani di eradicazione e fumigazione della coca[104].

 

La Monsanto ha avviato una persuasiva campagna di penetrazione tra gli agricoltori per imporre la sperimentazione di soia geneticamente modificata, per cui viene “consigliato” l’uso massiccio di “Roundup Ready”. Questo erbicida è anche utilizzato per le coltivazioni del cotone Bt in vaste aree del nord colombiano e la multinazionale sta obbligando gli agricoltori a comprare le sementi e l’insetticida allo stesso tempo, presentando questa formula come “biodegradabile”[105].

 

Negli ultimi due anni, transnazionali e istituti di ricerca colombiani hanno intrapreso la coltivazione sperimentale di altri prodotti agricoli modificati geneticamente. Secondo un rilevamento realizzato dal DANE, tra i principali soggetti che stanno destinando ampie risorse finanziarie al transgenico compaiono l’IBUN (Istituto di Biotecnologia dell’Universidad Nacional) che lavora alle patate resistenti al virus PLRB e al tabacco resistente all’erbicida PPT; il CIAT (Centro Internazionale di Agricoltura Tropicale) che sta sviluppando una varietà di riso resistente al virus della foglia bianca che causa riduzioni nei rendimenti produttivi; Corpica che lavora sul controllo delle infezioni batteriche, sull'accelerazione della maturazione dei prodotti e sui banani resistenti al virus CMB; il CIB-Corporación de Investigaciones, impegnato nella ricerca sulle patate resistenti agli insetti patogeni, sui biopesticidi a base batterica, sui funghi che attaccano gli insetti e sui biofiltri per eliminare i residui tossici[106].

 

Grandi investimenti sono stati realizzati nell’area della produzione del caffè. In prima linea il Centro de Investigaciones del Café della potente federazione nazionale dei cafeteros, che in partnership con la Cornell University e la Maryland University degli Stati Uniti ha avviato un approfondito studio genetico sulle piante del caffè e sul fungo Beauveria Assiana utilizzato per il “controllo biologico” dei parassiti che indeboliscono l’accrescimento della pianta. Il Centro de Investigaciones del Café sta inoltre sperimentando su grande scala in Ecuador, India e Centro America, l’utilizzo delle controverse “api africane” nella coltivazione del prodotto. Cenicana, l’istituto di ricerca per la produzione di canna da zucchero, è entrato in consorzio con alcuni centri universitari e gruppi privati di Stati Uniti, Australia, Sud Africa, Francia e Brasile per lo sviluppo della ricerca genetica sulla canna da zucchero e sui geni resistenti alle malattie in grado di creare nuove varietà con maggiori contenuti di saccarosio. In Colombia sono già stati identificati “marcatori molecolari” che hanno permesso di generare in laboratorio varietà di canne “più resistenti” a batteri ed insetti.

 

L’Istituto di Biotecnologia dell’Universidad Nacional e la Facoltà di Economia della Universidad de los Andes hanno patentato un biopesticida per combattere la cosiddetta polilla guatemalteca che causa seri danni alle produzioni di patate. I due istituti, inoltre, lavorano in consorzio per la produzione industriale di un biofertilizzante per la coltivazione del riso che promette “ampi risparmi” ai produttori. Altri studi sono in fase avanzata nel settore delle piante ornamentali e di quelle destinate alla produzione di legname. Appaiono estremamente controverse le ricerche avviate dall’istituto privato CorpoGen sul fungo patogeno Fusarium Oxysporum, per brevettare un sistema per la protezione della produzione dei fiori. Stati Uniti e l’Agenzia del Nazioni Unite per la lotta alla droga (UNDCP), premono irresponsabilmente per un utilizzo “sperimentale” nella regione andina del Fusarium Oxysporum – elaborato in laboratorio attraverso la manipolazione genetica - per la “lotta biologica” alle piante di coca, nonostante siano stati accertati da decenni i suoi effetti devastanti sulle coltivazioni “legali” e sulle foreste tropicali[107].

 

Le biotecnologie puntano infine alla patentizzazione dell’immenso patrimonio ecologico e della biodiversità che caratterizzano il paese. Meno della metà delle specie vegetali ed un numero ancora più ridotto per ciò che riguarda funghi e microrganismi sono stati identificati scientificamente sino ad oggi in Colombia. Studi e “mappature” non riguardano solo il mondo vegetale ed animale: voci sempre più qualificate denunciano l’offensiva delle transnazionali per identificare il patrimonio biogenetico e molecolare e la cosiddetta “etnopatologia” delle “popolazioni colombiane isolate”. In questo settore è trapelato un frenetico attivismo dell’Istituto di Genetica Umana dell’Universidad Javeriana di Bogotá, grazie al finanziamento straniero[108].

 

 

Devastazioni ambientali e ruolo delle transnazionali

 

Negli ultimi due decenni si è intensificata la perdita della ricchezza biologica del paese. Nella regione andina è andato perduto più del 74% della copertura forestale e dei boschi secchi tropicali resta appena l’1,5% dell’estensione originale. Sempre nella zona andina il problema dell’erosione interessa più dell’80% delle terre; la conca del rio Magdalena ha perso il 78% delle capacità produttive della pesca; le specie animali ad altissimo rischio d’estinzione sono 35 nel caso dei mammiferi, 74 per gli uccelli e 15 per i rettili. Secondo l’ultimo rapporto del PNUD, tra le principali cause del depauperamento del patrimonio naturale e della biodiversità del paese vanno segnalati i sistemi produttivi predominanti nelle zone rurali e le coltivazioni illecite “che non riconoscono né privilegiano le valutazioni di impatto ambientale a lungo termine”; l’uso di quasi metà del territorio nazionale per attività produttive non adatte, prima fra tutte l’allevamento; i processi socio-politici che hanno determinato i modelli di occupazione del territorio, causando, tra l’altro, la concentrazione della proprietà, il trasferimento violento delle popolazioni rurali verso le frontiere agricole e i sobborghi di miseria delle grandi zone urbane; l’inquinamento proveniente dai centri urbani e la contaminazione delle acque da parte dei residui industriali; i limiti strutturali delle politiche rurali, “con incentivi alla gestione di attività dall’alto impatto sull’ambiente e con una forte disattenzione alle condizioni della popolazione contadina”[109]

 

È lo stesso Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo a rilevare come le condizioni di povertà della maggior parte della popolazione rurale siano strettamente relazionate con le manifestazioni di degrado ambientale, in un doppio vincolo: la situazione di povertà si vede acutizzata dai fattori ambientali e il degrado s’intensifica a causa di un uso intensivo e mal pianificato delle risorse naturali. La fragilità dei suoli su cui gran parte dei contadini sono costretti a produrre e la deforestazione per fornire di combustibile gli abitanti rurali, sono solo due esempi di questa duplice relazione. “Nelle zone urbane l’ambiente fisico è estremamente precario”, conclude il PNUD. “Molteplici “disastri naturali” hanno origine nell’occupazione di aree ad alto rischio, da parte di persone senza altre alternative abitative. L’assenza di sistemi fognari e di vie di comunicazione adeguate costituiscono rischi gravissimi per la salute della popolazione. Le abitazioni improvvisate e la mancanza di privacy generano un ambiente di tensione propizio alla violenza intrafamiliare e tra vicini. La scarsità di zone verdi, sommata all’aggressività del paesaggio tipico dell’improvvisazione e alla notevole scarsezza delle risorse economiche nei processi urbani, intensificano l’esistenza di un habitat favorevole alla tensione e alla violenza”[110].

 

È stato poi denunciato il progressivo deterioramento delle risorse idriche. Uno studio realizzato dall’Istituto Nazionale d’Idrologia e Meteorologia (IDEAM) ha segnalato che in un anno con condizioni idroclimatiche normali, l’11% dei municipi del paese con il 13% della popolazione ha avuto un indice di scarsezza di acqua superiore al 20%. Per le Nazioni Unite con un indice simile è “assolutamente necessario bilanciare la domanda con l’offerta d’acqua per prevenire la crisi”. Secondo una proiezione realizzata sempre da IDEAM, nel 2016 il 19% dei municipi e il 38% della popolazione colombiana avrà alti indici di carenza e vulnerabilità idrica, situazione che sarà ancora più critica nelle aree delle periferie urbane, dove circa il 70% della popolazione vivrà nella quasi assoluta impossibilità di accedere all’acqua potabile[111].

 

Il paese è stato sottoposto ad un devastante processo di deforestazione e ad un’altrettanta aggressiva “riforestazione” per rispondere alle sempre maggiori richieste di legname pregiato e cellulosa da parte del mercato internazionale. In Colombia si seminano annualmente circa 7.000 ettari per la produzione commerciale di cellulosa; esistono 200.000 ettari “riforestati” che assicurano annualmente 1,5 milioni di metri cubi di legname, a cui si aggiungono altri 2,5 milioni di metri cubi apportati dal taglio dei boschi naturali[112]. Oltre 96.000 tonnellate di prodotti cartacei vengono esportati ogni anno principalmente a Stati Uniti, Venezuela, Perù ed Ecuador. Deforestazione e successiva riforestazione con specie non endogene sono attività su cui esercitano un potere monopolistico le grandi transnazionali; esse fatturano nel paese oltre 350 miliardi di pesos all’anno e l’industria della polpa, della carta e del cartone rappresenta il 4% del prodotto interno lordo e consuma l’8% di tutta l’energia utilizzata dal settore industriale[113].

 

La principale società operante in Colombia è la Smurfit Cartón de Colombia S.A., filiale della multinazionale irlandese PLC, la maggiore produttrice mondiale di scatole e imballaggi di cartone. La compagnia opera in America Latina, Europa, Cina e Stati Uniti, paese quest’ultimo dove ha recentemente acquisito la Time Industries di Chicago e la Box Board Company (Illinois). Nel 1998 il gruppo irlandese ha dato vita alla SSCC Smurfit-Stone Container Corporation, dopo essersi fuso con la principale industria cartacea degli Stati Uniti, la Stone C. Corporation. Il nuovo gigante realizza vendite annuali per un valore superiore agli 8 miliardi di dollari[114].

 

È tuttavia la Colombia il paese dove sono cresciuti enormemente gli investimenti e i fatturati del Jefferson Smurfit Group, al punto che nel 1999 la metà dei suoi guadagni derivavano proprio dalle attività in loco. Nel biennio 2000-2001 la compagnia ha investito nel paese 12 milioni di dollari solo per sviluppare la produttività delle aree forestali in cui coltiva le piante per la cellulosa[115]. L’importanza strategica della Colombia è poi confermata dalla presenza nel consiglio d’amministrazione della multinazionale di un cittadino colombiano, Gustavo Gómez Franco, amministratore delegato della Smurfit Cartón de Colombia, l’unico rappresentante che non abbia origini irlandesi o statunitensi.

 

La Cartón de Colombia fu fondata nel 1944; successivamente realizzò alcune industrie per la produzione di cellulosa a Barranquilla, Cali, Medellín e Bogotá e un potente impianto di generazione di energia a Yumbo (Cali) per la fornitura elettrica agli impianti[116]. Risale al 1986 il pieno controllo della Cartón de Colombia da parte della società irlandese, grazie all’acquisizione della Container Corporation of America, impresa di proprietà del gigante petrolifero Mobil Oil, titolare del 67% del pacchetto azionario dell’industria colombiana. Il restante pacchetto azionario restò invece nelle mani di un potente gruppo finanziario nazionale, il Grupo Carvajal. L’operazione di acquisizione costò 1.200 milioni di dollari e fu possibile grazie alla copertura finanziaria della banca nordamericana Morgan Stanley, titolare di un rilevante pacchetto azionario della Jefferson Smurfit Corporation. L’operazione permise al gruppo irlandese di trasformarsi nel principale produttore mondiale di imballaggi, ma ebbe drammatiche conseguenze occupazionali, dato che fu licenziata buona parte della manodopera dipendente della Container Corporation of America e della Cartón de Colombia, mentre fu avviata la deleteria politica di subcontrattazione di imprese terze e l’assunzione temporanea di personale[117]. “I costi relativamente bassi, grazie all’utilizzo di manodopera non qualificata, accanto alle buone condizioni climatiche, contribuiscono ai buoni risultati della Smurfit Cartón de Colombia. Però il vero segreto del suo successo consiste in un altro fattore: il suo potere politico. Ossia, la sua capacità di ottenere una legislazione favorevole per i suoi affari”, scrive il ricercatore Joe Broederick, che ha pubblicato un volume che analizza l’impatto socio-ambientale delle attività della multinazionale in Colombia. Un elemento chiave per lo strapotere della Smurfit Cartón è rappresentato dalla leadership esercitata su Acofore, l’associazione colombiana di riforestazione. È tale l’influenza politica di Acofore, che la legge n. 99 del 1993 che istituisce il Ministero dell’Ambiente assegna una rappresentanza nel Consiglio nazionale ambientale ad un esponente delle imprese private di riforestazione. Questo Consiglio ha contribuito alla previsione del cosiddetto “certificato d’incentivo forestale”, con il quale lo Stato rinuncia all’imposizione d’imposte nel settore forestale e assegna ingenti fondi a favore delle industrie di legname[118]. La legislazione degli ultimi anni ha poi dato vita ad una serie di crediti, contributi, benefici fiscali, ecc. per stimolare la cosiddetta “riforestazione”. “Con il risultato”, spiega Joe Broederick, “che la Smurfit Cartón de Colombia (e le altre grandi imprese che estraggono il legno) sono soggette ad una tassazione più che simbolica, mentre le attività di semina e gestione dei nuovi boschi destinati all’estrazione sono coperte sino al 75% dei costi dall’erario”[119].

 

Le attività della multinazionale sono state responsabili della deforestazione della regione del Pacifico. Alla Cartón de Colombia - attraverso la controllata Pulpapel - è stato concesso dal 1974 lo sfruttamento di vaste aree forestali del Bajo Calima (municipio di Buenaventura, dipartimento del Valle) e del distretto di La Paila (Cauca). Nel primo caso si trattava di un’area di oltre 60.000 ettari e la concessione “in esclusiva, a costo bassissimo e praticamente senza alcun controllo statale”, era prevista per una durata di 30 anni, anche se la compagnia preferì ritirarsi prima della conclusione della concessione scegliendo di lavorare il legname proveniente dalle aree “riforestate”. La tecnica utilizzata da Pulpapel nel Bajo Calima è stata quella del “taglio totale”, che ha richiamato nella regione una gran quantità di tagliatori che hanno contribuito al degrado della fragile e vulnerabile foresta pluviale tropicale. Da questi lavoratori indipendenti la multinazionale contina ad acquisire il legname.

 

Dopo aver disboscato le regioni prossime alla costa pacifica, la multinazionale è passata a seminare pini ed eucalipti nelle zone un tempo occupate dalla selva primaria in vari dipartimenti occidentali (Cauca, Valle, Risaralda, Quindío, Antioquia). La produzione monoculturale di pini ed eucalipti ha distrutto la diversità biologica preesistente ed è stata causa dell’impoverimento dei suoli e delle fonti idriche; in alcuni casi la “riforestazione” è stata successiva alla distruzione degli alberi autoctoni e all’espropriazione forzata delle comunità indigene[120].

 

 

 

Capitolo 2

 

Le holding familiari che dominano l’economia nazionale

 

 

Nonostante la grave crisi sociale ed economica attraversata dal paese nella seconda metà degli anni ’90, gli utili delle grandi società finanziarie sono notevolmente cresciuti. Oggi in Colombia il capitale finanziario si articola attraverso una miriade di compagnie di assicurazioni, società di capitali, imprese di progettazione urbana, società immobiliari, banche, corporazioni finanziarie e di risparmio, compagnie di finanziamento commerciale, società per il commercio estero, ecc.. Esse sono però controllate da un ristretto numero di conglomerati economici-industriali, spesso a gestione familiare, che si muovono con sempre maggiore intraprendenza sui principali mercati finanziari latinoamericani. Nel 2001 i quattro gruppi dominanti dell’economia nazionale hanno ottenuto utili per un valore di 100.000 miliardi di pesos. Questi quattro gruppi controllano da soli il 92% dell’intero sistema finanziario; più di un terzo dei profitti si concentra nelle mani del Grupo Empresarial Antioqueño, mentre un altro 28% va a due imperi economici controllati ognuno da una sola persona, i finanzieri Julio Mario Santo Domingo e Luis Carlos Sarmiento Angulo. Essi, insieme all’altro potente finanziere colombiano, Ardila Lulle, si appropriano del 36% dei 1.500 milioni di dollari ottenuti dalla crescita dell’economia nazionale e insieme a 120 filiali di transnazionali controllano l’82% delle esportazioni colombiane[121].

 

L’iperconcentrazione finanziaria che caratterizza l’economia colombiana trova ulteriore riscontro nel fatto che i gruppi Santo Domingo e Sarmiento Angulo, congiuntamente con la holding finanziaria “minore” Galinsky, controllano il 50% circa del capitale delle banche private. Da parte sua, il mercato azionario ha una concentrazione ancora più alta. Un recente studio della Sovrintendenza per i valori borsistici dimostra che la Colombia è uno dei paesi al mondo dove si registra uno degli indici di concentrazione maggiore: qui le 10 imprese più grandi assorbono il 75% del mercato azionario[122].

 

 

L’impero di don Julio Mario Santo Domingo

 

“La cosa più probabile è che sia il sindaco di questa città come la squadra di calcio, il senatore e il rappresentante alla Camera sono stati patrocinati da Don Julio Mario Santo Domingo, un uomo che nessuno ha mai visto né come cittadino né come politico, che però sta qui, nelle nostre vite quotidiane e in altri passaggi più impercettibili dell’economia, influendo sulle decisioni di ogni giorno, sull’acqua che si beve, sulle notizie che ci preoccupano, sul presidente che ci governa, sull’auto che guidiamo e sulle bevande che ci ubriacano, tutto questo in un paese dove si consuma più birra che latte pastorizzato”[123]. Con queste significative parole il giornalista Gerardo Reyes apre la sua biografia “non autorizzata” dell’uomo più potente della recente storia colombiana, capace di incidere su tutte le maggiori scelte politiche, sociali ed economiche del paese e perfino di condizionare il mercato finanziario internazionale.

 

Don Julio Mario Santo Domingo, con la moglie  Dávila e i figli Alejandro e Andrés, è a capo del maggiore conglomerato d’imprese di tutta l’America Latina, il Grupo Empresarial Bavaria, con un fatturato annuo superiore ai 13.500 miliardi di pesos. La cassa finanziaria del gruppo Santo Domingo è rappresentata da Valores Bavaria S.A.[124], società quotata in borsa, che controlla i capitali azionari di una delle maggiori banche private del paese (il Banco de Santander) e di importanti società di trasporto aereo, elicotteristico e terrestre (l’Alianza Suma che concentra le compagnie Avianca, Aces e Sam; la Helicol e la Hércules Enterprises de Panamá; la Transportes Barranquilla). A Valores Bavaria fanno riferimento numerose società finanziarie, assicuratrici e immobiliari (Almagran, Colfondos, Corporación Financiera del Norte-Cofinorte, Compañía del Litoral, Inversiones Fenicia, Inversiones Serte, Inversiones Bavaria, Inversiones Refonal, Inmobiliaria Aquila, Redes de Colombia); le società di import-export Santo Domingo & Cía, Santo Domingo Pacini, Sanpac; la rete di agenzie di viaggi Coviajes e la catena alberghiera Meliá in Costa Rica; la società Deskubra che commercializza i pacchetti turistici alle principali mete colombiane e internazionali; le società di servizi di lavoro temporaneo Auditamos, Serdan, Misión Temporal[125].

 

Nel portafoglio di Bavaria Valores sono presenti anche piccole quote azionarie del colosso mondiale della telefonia BellSouth, che detiene il pacchetto di maggioranza di Comcel, una delle maggiori società di telefonia cellulare della Colombia. Sempre per ciò che si riferisce al settore delle telecomunicazioni, la famiglia Santo Domingo domina le società internazionali Americatel Colombia, Red Colombia, Wasse Holding Corporation (con sede nelle Isole Vergini) e Valores Bavaria Internet Inc., quest’ultima presente nel settore delle nuove tecnologie e dei provider d’internet. La Valoros Bavaria ha inoltre fatto ingresso a fine anni ’90 in Orbitel, la seconda società telefonica a lunga distanza del paese[126].

 

La holding finanziaria è anche presente nel settore industriale dove controlla la C.I. Vikingos de Colombia (surgelamento prodotti ittici), la Astillero Vikingos e la Inaquímicas (settore chimico), la Parque Central Bavaria, la Celulosa Colombiana e la Reforestadora de la Costa (aziende di “riforestazione” e produzione cellulosa), la Unial, la Molino Aquila e la Pastas La Muñeca (prodotti alimentari), la Productora y Comercializadora de Alimentos PCA (società di ristorazione che gestisce la rete di fast-food “Presto”)[127]. A Valores Bavaria è infine riconducibile il possesso di importanti quote delle società Aluminio Reynolds (produzione alluminio), Finca (settore immobiliare), Agua Brisa (acqua minerale), Distribuidora Unión (grande distribuzione), Bancoquia (istituto bancario), Sudamericana (assicurazioni), Coltabaco (tabacco), Cine Colombia (sale cinematografiche), Inversiones Urbanas y Rurales (settore edilizio), Colina (produzioni agroindustriali). La holding ha fatto ingresso di recente in Carrefour, la società francese leader nella grande distribuzione che a partire del 2000 ha aperto alcuni ipermercati nelle maggiori città colombiane. Rilevanti infine gli investimenti nel settore petrolifero e dell’estrazione e commercializzazione di gas attraverso la Petroquímica del Atlántico, la Gas Natural Colombiano e la Gases del Caribe[128]. Dulcis in fundo l’enorme potenza accumulata nel campo editoriale, settore determinante per condizionare gli umori, i timori, i gusti e le scelte dell’opinione pubblica e del mondo politico. Attraverso la società Comunican S.A., il gruppo Santo Domingo controlla il quotidiano El Espectador, il settimanale Cromos, le riviste specializzate Shock, Autos e Control TV, la società multimediale Comúnica Multimedios de Colombia, la casa editrice Ediciones Vea, ma soprattutto Caracol Television, una delle maggiori emittenti radiotelevisive di tutto il continente latinoamericano[129]. Sempre nel settore delle telecomunicazioni, Valores Bavaria ha recentemente acquisito importanti pacchetti azionari di TV Cable, Latinonet e DirectTV, tra i più importanti network tv via satellite del continente; inoltre ha fatto ingresso nella proprietà di una rete radiofonica a Panama, di TVI Televisao, il terzo canale televisivo portoghese, e del network radiotelevisivo più noto del Venezuela, controllato dal potente gruppo finanziario Cisneros[130].

 

È tuttavia il settore della produzione delle birre il vero e proprio pozzo di San Patrizio dell’impero Santo Domingo. Oggi il potente gruppo imprenditoriale è al quinto posto al mondo nella produzione di birra, con vendite superiori ai 23 milioni di ettolitri l’anno. Solo in Colombia conta su 17 milioni di consumatori, la maggior parte di classe sociale bassa, che consumano annualmente 1.500 milioni di litri. La cassaforte finanziaria in cui si concentrano le attività legate al settore è Bavaria S.A. che raggruppa una ventina di imprese presenti in America Latina, Europa ed Africa dedite alla produzione di birre e bibite rinfrescanti[131]. In Colombia il portafoglio è composto da 5 società che dominano praticamente il 90% del mercato, Bavaria S.A., Aquila, El Litoral, Cervunión (produttrice delle note marche di birra “Pilsen” e “Clarita” e delle soft drink “Malta” e “Máltica”), la Cervecería Leona S.A., quest’ultima rilevata a fine 2002 al Gruppo Ardila Lulle. La casa madre Bavaria S.A. controlla poi una serie di società sussidiarie che somministrano gli ingredienti necessari (Malterías de Colombia, Maltería Tropical de Cartagena, Maltería de Techo, Maltería de Tibitó e Compañía Ecuadoriana de Maltas y Cervezas) e alcune industrie complementari all’attività di produzione e commercializzazione, come ad esempio quelle che somministrano bottiglie, tappi, cassette di plastica, etichette, imballaggi, cartelloni pubblicitari, ecc. (Cajas Plásticas S.A., Inversiones Aconcagua, Impresora del Sur, Colenvases). Il gruppo Santo Domingo possiede poi due società produttrici di succhi di frutta (Productora de Jugos e Jugos Tutti Frutti), un’azienda dedita alla produzione di concentrati per animali (Agrilsa) ed un’impresa agroforestale (Sociedad de Predios Rústicos los Volcanes).

 

Per ciò che riguarda il mercato latinoamericano Bavaria S.A. controlla in Ecuador la Cervecería Andina, la Cervecería de Guayaquil e la Compañía de Cervezas Nacionales S.A., mentre in Venezuela opera attraverso la controllata Bavaria Venezuela S.A.. A partire dal 2001 il conglomerato ha avviato un processo di penetrazione a Panama dove ha acquisito il 91,5% delle azioni della Cervecería Nacional, industria che impiega 2.000 lavoratori e totalizza guadagni per oltre 25 milioni di dollari[132]. Sempre a Panama ha poi acquisito la Cervecería Barú, società che possiede il 52% del pacchetto azionario della Coca Cola Panamá. L’ultima operazione nel continente latinoamericano risale al dicembre 2002, quando Bavaria S.A. ha assunto il controllo della società peruviana produttrice dell’omonima birra Backus and Johnston e di altre note bevande alcoliche e analcoliche distribuite a livello regionale[133].

 

Il Grupo Impresarial Santo Domingo è stato particolarmente attivo in ambito europeo. Risale all’inizio degli anni ’90 l’ingresso in Portogallo, quando a prezzi di saldo, è stato acquisito un importante pacchetto azionario di Unicer e Centralcer, le due maggiori società di birre privatizzate dal governo. Negli stessi anni Bavaria S.A. ha acquistato in Spagna l’80% della Compañía Andaluza de Cervezas e la fabbrica produttrice di soft drink La Cacerita, che controllava al tempo il 60% del mercato iberico. Il gruppo colombiano ha infine acquisito impianti di produzione di birre in Russia, Angola, Mozambico e nelle Isole Azzorre[134]. Va tuttavia rilevato che a differenza della regione andina, gli affari nel vecchio continente non sono stati positivi e nel 2002 il Grupo Impresarial Santo Domingo ha negoziato il trasferimento degli impianti portoghesi alle società Parfil SPGS S.A. e Bancu Espiritu Santo e la vendita della società spagnola Compañía Andaluza de Cervezas.

 

La concentrazione nelle mani del Grupo Bavaria della produzione di birre è stato tutt’altro che un processo indolore specie sul fronte dell’occupazione e dei diritti dei lavoratori. Esso ha significato infatti la chiusura di numerose aziende e solo in Colombia il licenziamento di oltre 400 lavoratori. I sindacati hanno tentato inutilmente di contrastare la politica di tagli e di ristrutturazione industriale, arrivando a bloccare gli impianti colombiani per 71 giorni nei primi mesi del 2001[135]. “Flessibilizzare il salario minimo e far sì che i contratti a tempo determinato si firmino con un termine superiore ai 3 mesi, magari per un anno o due senza generare il vincolo immediato obbligatorio”, è la filosofia in materia occupazionale dei top manager della Bavaria S.A.[136]. Misure che il nuovo governo Uribe ha inserito nella proposta di modifica delle normative sul lavoro, in linea con i dettami del Fondo Monetario Internazionale.

 

 

Gli interessi internazionali del gruppo Santo Domingo

 

Non è possibile comprendere la portata della forza economica e politica esercitata da don Julio Mario Santo Domingo se non si guarda alla fitta rete di relazioni, amicizie ed interessi coltivati con alcuni dei personaggi più potenti della storia contemporanea. Il magnate colombiano vanta frequentazioni con uomini politici ed intellettuali che spesso hanno ideologie e percorsi umani perfino contrastanti. Santo Domingo può passare da una cena con il Premio Nobel colombiano, Gabriel García Márquez, ad un ricevimento con gli ex presidenti USA Ronald Reagan e Gorge Bush senior; da una visita privata al sanguinario dittatore cileno Augusto Pinochet ad un pranzo di lavoro con l’ex primo ministro canadese Brian Mulroney. Consolidata è la sua amicizia con il banchiere James D. Robinson III, già presidente di American Express; inoltre Santo Domingo può contare sulle consulenze superpagate dell’ex segretario di Stato Henry Kissinger, vera eminenza grigia dell’intero continente americano, o sull’assistenza legale di Vernon Jordan, l’avvocato di Bill Clinton nel processo Lewinsky[137].

 

Julio Mario Santo Domingo ricopre il ruolo di consigliere di amministrazione dell’importante holding aerospaziale Gulfstream Aerospace Corporation, accanto all’amico-consulente Henry Kissinger, all’ex segretario di Stato Gorge Shultz, al magnate arabo Fouad Alghanum e al superbanchiere Lord Rothschild[138]. Tra le principali assistenti finanziarie del gruppo Santo Domingo, spicca il nome della banchiera Violy McCausland, già membro del consiglio di amministrazione della compagnia aerea Avianca, oggi alla presidenza di Violy, Byorum & Partners, società di consulenza finanziaria di New York che gestisce transazioni economiche superiori ai 3.000 milioni di dollari all’anno. A questa società fanno riferimento buona parte delle recenti operazioni di acquisizione di imprese pubbliche in America Latina da parte di società private nordamericane[139]. Grazie poi alla consulenza finanziaria del Chase Manhattan Bank e all’alleanza con la McCaw Cellular (la più grande società di telefonia cellulare del mondo, successivamente acquisita dal colosso nordamericano AT&T), il gruppo Santo Domingo ha potuto fare ingresso nel 1994 nella compagnia telefonica cellulare Comcel.

 

Per operare nel campo delle speculazioni finanziarie, Julio Mario Santo Domingo si è mosso attraverso la società Deltec International S.A., con sede a Panama e filiali negli Stati Uniti e Inghilterra, e le 4 società controllate Deltec Banking Corporation Limited, Deltec Panamerican Trust Limited (entrambe con sede nel paradiso fiscale delle Bahamas), Depasa Corporation di New York e Deltec Asset Management Corporation. Quest’ultima compagnia possiede un importante pacchetto azionario della Khanty Mansiysk Oil Corporation (KMOC), società petrolifera con sede negli Stati Uniti che sfrutta e commercializza il petrolio dell’oriente della Siberia. Il presidente della Deltec Asset è a sua volta membro del consiglio di amministrazione della Anadarko Petroleum Corporation, una delle società più grandi nel mondo per lo sfruttamento e la produzione di gas, con riserve per 2.300 milioni di barili ed affari nel Golfo del Messico, USA, Canada, Algeria, Qatar, Oman, Tunisia, Congo, Gabon, Venezuela ed Australia[140].

 

I capitali dell’impero Bavaria sono trasferiti internazionalmente grazie alle abili operazioni finanziarie del figlio maggiore, Julio Mario Santo Domingo Braga. Egli è socio del Grupo Alpha Investment, una società che gestisce un fondo d’investimenti con un portafoglio di 1.000 milioni di dollari all’anno e filiali in varie parti del mondo (Londra, New York, Miami, Dallas, Toronto, Ginevra, Mosca, Hong Kong, Tokio). Il Grupo Alpha ha assunto come direttore John Hock, ex direttore del settore marketing del Citibank Global Assest Management[141]; una filiale, la Alpha Investment Management, dopo essere stata attiva nel fallimentare mercato dei fondi d’investimento russi, nel febbraio 2000 ha firmanto un’alleanza strategica con la SunTrust Bank, una delle maggiori fornitrici di servizi fiduciari degli Stati Uniti. Julio Mario Santo Domingo junior è anche membro del consiglio di amministrazione delle società Highbridge Capital Corporation (HCC), con sede nelle Isole Cayman, ed Highbridge Capital Management (HCM), con sede negli Stati Uniti; si deve alla Highdbrige la recente acquisizione del pacchetto di maggioranza di Agrobands International, produttore e distributore degli alimenti “Purina” e di altri prodotti che hanno monopolizzato il mercato in Colombia nel settore della nutrizione degli animali domestici e di allevamento. Highbridge ha inoltre acquistato la Broadwing, un’impresa statunitense specializzata nei sistemi a fibre ottiche per la trasmissione d’informazioni via internet[142].

 

“Presidenti, congressisti, governatori e sindaci della Colombia devono  le loro carriere politiche e le loro vittorie elettorali all’appoggio finanziario e pubblicitario delle imprese di Julio Mario Santo Domingo. E Julio Mario deve a loro una collezione invidiabile di esoneri fiscali e assoluzioni forzate”, scrive il giornalista Gerardo Reyes[143]. Il Grupo Impresarial Bavaria si è caratterizzato infatti per essere un grande dispensatore di contributi e sponsorizzazioni elettorali a favore di candidati al Congresso e alla presidenza che, puntualmente eletti, sono stati particolarmente sensibili agli interessi e agli affari di Julio Mario Santo Domingo. Si calcola che il gruppo finanziario destini una media di 10-15.000 dollari per la campagna di un congressista di modesto profilo, sino a 50.000 dollari per un parlamentare di peso. Al finanziere Jorge Várgas Barco, ad esempio, Julio Mario Santo Domingo deve la sua inarrestabile scalata negli anni ’70 e ’80 alle maggiori industrie di birra e alla storica compagnia aerea Avianca. Un debito di riconoscenza che il magnate colombiano avrebbe poi saldato nel 1986, contribuendo all’elezione a presidente della repubblica del fratello Virgilio Barco. Un altro presidente, Julio César Turbay, alla guida del paese nel quadriennio 1978-1982, giunse a nominare Santo Domingo ambasciatore di Colombia nella Repubblica Popolare Cinese. Sei mesi dopo la nomina, il potente finanziere firmò con il governo di Pechino il primo accordo commerciale dal ristabilimento delle relazioni bilaterali con il paese asiatico nel 1980[144].

 

Negli anni successivi il gruppo Bavaria assicurò il proprio sostegno finanziario alla campagna presidenziale di César Gaviria, che come segno di ringraziamento, nominò la sposa dell’imprenditore “aggregato culturale” presso l’ambasciata colombiana a Washington, con l’effetto di liberare Santo Domingo dal pagamento delle tasse in ottemperanza alle norme vigenti negli Stati Uniti che esonerano i diplomatici e i loro familiari da ogni obbligo fiscale.

 

In occasione delle elezioni per il rinnovo del Congresso e della consulta del Partito liberale nel 1996, il gruppo Bavaria sborsò complessivamente un milione di dollari, finendo poi sotto inchiesta per i contributi illeciti a favore della contemporanea campagna presidenziale di Ernesto Samper, quando furono rilevati ingenti finanziamenti da parte dal Cartello di Cali[145]. Secondo i difensori di Fernando Botero, il cassiere della campagna di Samper, Julio Mario Santo Domingo versò attraverso la società panamense Overseas Wide Trading Inc., un totale di 1.725.000 dollari tra il primo e il secondo turno delle presidenziali, più altri 3.200.000 dollari attraverso altre operazioni finanziarie. Il denaro finì nei conti aperti presso la Chase Manahattan Bank, il Morgan Guaranty Trust, la New York Bank e la Barklay’s Bank di New York[146]. Il contributo fu particolarmente gradito da Ernesto Samper che divenuto presidente concesse a Santo Domingo importanti favori fiscali. Un anno prima di concludere il suo mandato, il 24 luglio 1997, Samper aggiudicò in forma diretta all’emittente Caracol, proprietà della Bavaria Valores, anche 87 stazioni radio sulla banda FM[147].

 

Il potere di lobbing di Santo Domingo si manifestò in tutta la sua grandezza a fine 1999, quando 75 senatori colombiani dichiararono di non poter votare un articolo mediante il quale si gravava con una tassa il consumo di birre nell’ambito della legge di riforma tributaria varato dall’allora presidente Andrés Pastrana. I parlamentari spiegarono di aver ricevuto finanziamenti dal Gruppo Santo Domingo in occasione delle loro campagne elettorali. Congiuntamente i mass media lanciarono una violenta campagna contro il presidente Pastrana, certamente il politico più avversato nella storia politico-imprenditoriale del gruppo Bavaria.

 

Andrés Pastrana non perdonava a Santo Domingo il notevole contributo economico che le società Bavaria, Cervecería Unión, Celumovil, Cerveza Aquila, Colseguros, Avianca, Malterías de Colombia, Petroleum Helicopters de Colombia, Sofasa e Inversiones Cromos, avevano versato nel 1998 a favore dell’altra candidata alla presidenza Noemí Sanín, oggi nominata da Alvaro Uribe ambasciatrice in Francia. In quell’occasione le società del gruppo spesero a favore della Sanín circa 240 milioni di pesos, oltre 150.000 dollari al cambio di allora[148]. In realtà i contrasti tra Santo Domingo e Pastrana risalirebbero ad una vicenda che vide l’immagine dell’onnipotente finanziere colombiano offuscata dalle voci su una presunta relazione con i boss del narcotraffico. A fine anni ’90 il quotidiano La Prensa, diretto da Juan Carlos Pastrana, fratello del futuro presidente, pubblicò un reportage in cui s’ipotizzavano i vincoli tra Santo Domingo ed il Cartello di Cali. Ciò era dovuto al fatto che nel 1995 il gruppo Bavaria aveva raggiunto un accordo con Miguel Rodriguez Orejuela, presidente del Club Deportivo América de Cali e già al centro di inchieste internazionali sul traffico di stupefacenti, per la sponsorizzazione della squadra calcistica attraverso la birra “Póker”, prodotta dalle industrie del Grupo Bavaria[149]. Fu un affronto che don Julio Mario Santo Domingo non avrebbe più perdonato ai Pastrana, anche perché coincise con la divulgazione di un rapporto della polizia portoghese su una presunta operazione di riciclaggio di denaro da parte di una istituzione educativa da lui creata in Portogallo. Gli agenti che sottoscrissero l’informativa furono querelati e le autorità portoghesi dovettero intervenire per smentire la veridicità del rapporto.

 

Il tema dei rapporti tra il grande capitale ed il narcotraffico in un paese che è oggi il principale produttore ed esportatore di cocaina al mondo non poteva non essere uno dei problemi più scottanti per gli oligopoli familiari che governano la Colombia. Industriali, banchieri e finanzieri hanno tentato in ogni modo di allontanare qualsivoglia dubbio sulla liceità dei capitali accumulati, specie per non incrinare la propria immagine nei mercati internazionali ove trasferiscono annualmente enormi risorse finanziarie. Il tema del narcotraffico è stato volutamente rimosso o è stato utilizzato come arma per indebolire i gruppi antagonisti. Accuse sui presunti legami d’affare con la mafia degli avversari di turno, hanno avvelenato spesso la competizione tra gli operatori economici e il clima politico e sociale. Julio Mario Santo Domingo, che pure si era dichiarato “vittima di un’oscura manovra diffamante”, si rivolse alla società d’investigazione privata più grande degli Stati Uniti, la Kroll Associates, per indagare sull’ipotesi di un’infiltrazione del narcotraffico nelle società del finanziere Ardila Lulle, suo storico avversario. Furono raccolti però solo sentori, confusi ed anonimi, su presunte attività di riciclaggio di denaro sporco in Europa realizzate da personaggi dell’entourage di Ardila Lulle[150]. Anche stavolta l’immagine del capitalismo rampante colombiano fu salva.

 

 

Ardila Lulle, il re della soft drink

 

Ardila Lulle ha combattuto da sempre una guerra a suon di pacchetti azionari per contrastare Julio Mario Santo Domingo nell’esercizio del dominio delle finanze nel paese. Una relazione difficile, segnata da reciproci tentativi di scalata e mutue cessioni di quote sociali, oggi congelata da un accordo che ha sancito il passaggio della proprietà della Cervecería Aquila da Ardila Lulle ai Santo Domingo, in cambio di una compartecipazione azionaria del magnate delle soft drink e delle telecomunicazioni nella compagnia aerea Avianca e nel conglomerato finanziario Bavaria Valores.

 

Il Gruppo Ardila Lulle è attualmente il secondo operatore economico nel paese; ad esso fa riferimento Postobón, l’impresa leader colombiana nel settore delle bevande gasate che sta affrontando la transnazionale Coca Cola nella battaglia per il monopolio del mercato nazionale. Postobón controlla le note marche di soft drink “Colombiana”, “Malta Leona”, “Manzana” e “Naranja”; i succhi di frutta “Hit” e “Mango Viche”; la birra “Cristal Oro”; le acque minerali “Agua Cristal” e “Agua Caribe”; la bevanda isotonica “Squash”. La compagnia possiede inoltre tutti gli impianti d’imbottigliamento della Pepsi Cola in Colombia.

 

Tra le maggiori proprietà del Gruppo Ardila Lulle compare dal 1978 anche una delle più antiche industrie del settore tessile del paese, Coltejer, oggi al centro di un processo di ristrutturazione che è già costato la perdita dell'impiego di centinaia di lavoratrici e lavoratori. Sempre nel settore tessile, Ardila Lulle possiede gli impianti di avanzata tecnologia Indigo e Hilatura Open End; è poi proprietario dell’impresa editoriale che pubblica il periodico El Siglo e delle società agroindustriali Agrurabá, Coltefinanciera ed Incauta, quest’ultima la principale industria di raffinazione zuccheriera colombiana[151]. Ardila Lulle ha inoltre fondato con la società inglese Tale & Lyle, la Sucromiles, impresa che opera nel campo delle biotecnologie e della trasformazione dello zucchero in materia prima per le industrie del settore chimico ed alimentare. Sempre nell’area delle biotecnologie il gruppo Ardila Lulle ha avviato attività di sperimentazione e ricerca in consorzio con società private statunitensi e canadesi, dando vita ad Altech e alla Adil System[152].

 

Pur mantenendo concentrate le maggiori attività d’investimento nel settore delle bibite, Ardila Lulle ha deciso d’inserirsi nell’affare della telefonia cellulare, acquisendo il 9,9% delle azioni della Compañía Celular de Colombia Cocelco - nell’orbita del finanziere Luis Carlos Sarmiento Angulo -, e soprattutto nel settore delle comunicazioni di massa e della radiotelevisione, dove non poteva non confrontarsi con l’antagonista di sempre, il gruppo Bavaria.

 

 

L’oligopolio radiotelevisivo

 

In Colombia esistono due grandi reti radio-televisive, ciascuna in mano ai citati conglomerati finanziari del paese: RCN di proprietà di Ardila Lulle e Caracol di proprietà di Julio Mario Santo Domingo. Queste due catene radiotelevisive nazionali controllano il 64% della potenza in kilowatt delle onde ad alta e media frequenza e l’88,1% dell’audience[153]. I network si dividono poi quasi per intero il fatturato pubblicitario, un’anomalia del sistema nazionale che limita pesantemente il pluralismo nella comunicazione giornalistica. “Questa concentrazione della proprietà economica e politica dei mass-media rafforza la classe dirigente che stabilisce meccanismi legali e formali che rendono difficile la creazione di nuovi e soprattutto indipendenti mezzi della comunicazione di massa”, scrivono i ricercatori Magda Quinterno e Ramón Jimeno, autori di un saggio sul rapporto tra i mezzi di comunicazione e la violenza in Colombia. “A differenza di altri paesi, in Colombia gli stimoli perché nuovi soggetti possano creare imprese giornalistiche sono nulli. E quando questi si sono avuti, sono stati utilizzati come meccanismi di evasione fiscale o di stimolo all’esportazione di prodotti grafici ed editoriali, ma non per ampliare l’offerta informativa interna”[154].

 

Le aziende di Ardila Lulle e del gruppo Bavaria alimentano poi con propria pubblicità le rispettive società informative. Più della metà del budget pubblicitario televisivo corrisponde infatti a pubblicità delle imprese controllate, come Avianca e Bavaria per Caracol, o le differenti bevande del gruppo di Ardila Lulle per RCN. A ciò si aggiunge la raccolta pubblicitaria delle catene radiofoniche che in Colombia, a differenza di altri paesi, corrisponde al 20% di tutti gli investimenti pubblicitari; anche in questo caso è imperante il duopolio rappresentato da Caracol ed RCN.

 

 

Il modello radiotelevisivo implementato con successo nel paese andino dai due potenti gruppi finanziari è stato esportato ad altre aree del pianeta. Caracol, ad esempio, ha sottoscritto un’alleanza con Cadena Ser, la più importante rete radiofonica della Spagna di proprietà del Grupo Prisa (l’holding dell’informazione a capo del quotidiano El País di Madrid), per cogestire investimenti a livello internazionale. In contropartita il Grupo Prisa è entrato in possesso del 19% delle azioni di Cadena Caracol, una società commerciale con sede a Miami, che produce i programmi trasmessi da 74 emittenti affiliate negli Stati Uniti. Sempre a Miami Caracol ha acquistato una delle maggiori stazioni radio locali (WSUA); a Parigi è entrata in possesso dell’emittente Radio Latina, mentre ha fatto ingresso in due network radiofonici in Cile (Caracol Música e Radio Amistad), ed in uno a Panama. Caracol ha inoltre avviato un negoziato con la Spanish Broadcasting System per giungere alla gestione di alcuni importanti operatori radio in lingua spagnola negli Stati Uniti e sta per sottoscrivere un accordo commerciale con Telemundo, uno dei giganti delle comunicazioni di massa del continente. Ciò risponde alla decisione del Grupo Empresarial Bavaria di trasformarsi in uno dei maggiori centri di comunicazione di massa del continente latinoamericano, affiancando il gruppo venezuelano Cisneros; grazie agli investimenti esteri, la società punta ad ottenere un fatturato superiore ai 50 milioni di dollari all’anno.

 

Altrettanto rilevanti sono gli investimenti internazionali realizzati da RCN. Il network, già dai primi anni ’90, ha sottoscritto un accordo di partnership con le maggiori reti radio di Perù, Ecuador, Venezuela, Argentina, Bolivia e Panama per realizzare lo scambio di pacchetti informativi e di news (“El Noticero Solar”); inoltre punta a conquistare una fetta dell’audience della città di Miami, capitale finanziaria e commerciale per tutta l’America Latina, ma soprattutto centro nevralgico delle attività di lobbing sui parlamentari del Congresso statunitense di origine ispanica. Sempre a Miami, RCN ha creato un’infrastruttura per la commercializzazione dei propri programmi radiotelevisivi[155]. RCN è inoltre socio di minoranza nel colosso radiotelevisivo latinoamericano Univisión.

 

Nonostante i network di proprietà dei gruppi Bavaria ed Ardila Lulle si siano confrontati senza esclusioni di colpi per acquisire sempre maggiori quote di mercato pubblicitario, non sono mancati gli accordi di cartello per la ridistribuzione degli spot sui rispettivi canali radiotelevisivi a danno di altre emittenti. Recentemente l’ente nazionale predisposto a verificare il rispetto della libera competizione (SIC – Superintendencia de Industria y Comercio) ha messo sotto inchiesta alcune società controllate dai due conglomerati (Bavaria, Sofasa, Celumovil, Comunicam, Cromos, PCA, Leona, Incauca, Postobón ed RCN Radio) per aver predisposto condizioni discriminatorie per la vendita e la commercializzazione degli spot pubblicitari, favorendo Caracol Televisión ed RCN Televisión, pregiudicando le reti Canal A e Cadena Uno, entrambe a capitale pubblico-privato[156]. Analoghi accordi spartitori sarebbero stati assunti da Bavaria, Postobón e Panamco-Indega (società distributrice in Colombia della Coca Cola), per la commercializzazione di bevande e la fissazione di prezzi che hanno fortemente penalizzato i consumatori.

 

 

Gli altri volti del capitalismo colombiano

 

Nel gotha della finanza nazionale, accanto ai gruppi Santo Domingo e Ardila Lulle compare l’importante entità finanziaria e bancaria di proprietà di Luis Carlos Sarmiento Angulo, che vanta un fatturato annuo di 19.200 miliardi di pesos ed utili per 42.600 milioni. Anche in questo caso il potente conglomerato finanziario si caratterizza per la rigida strutturazione familiare: i Sarmiento padre e figlio sono a capo delle società del gruppo e ne seguono la gestione direttamente, senza deleghe a terzi. L’origine del potere economico di Luis Carlos Sarmiento risale al dirompente boom del settore delle costruzioni negli anni ’70 e ’80, in cui il gruppo ha investito buona parte degli utili raccolti grazie ai versamenti dei lavoratori e delle imprese a seguito della privatizzazione del sistema pensionistico. Successivamente il gruppo ha diversificato i propri interessi puntando all’acquisizione di banche e società di assicurazione e al mercato sempre più redditizio delle telecomunicazioni.

 

I Sarmiento Angulo controllano oggi la società leader nel mercato nazionale delle pensioni integrative (Porvenir) e le banche del gruppo Aval (Banco de Bogotá, Banco Occidente, Banco Popular, AV Villas, Ahorramos, Coficolombiana, Leasing de Occidente); sono inoltre presenti nel settore assicurativo con la Seguros Alfa e la Leasing Porvenir e nel settore finanziario-borsistico con la Indufinanciera, la Aloccidente, la Fiducomercio, la Fiduciaria de Occidente, la Fiduciaria Bogotá, la Valores del Popular, la Compañía de Bolsa del Comercio e la Valore de Occidente. Il gruppo Sarmiento Angulo possiede un rilevante pacchetto azionario di Orbitel, la seconda società telefonica colombiana dopo Telecom, in cui sono presenti anche il Grupo Empresarial Bavaria e l’Empresa Pública de Medellín (EPM). Sempre per ciò che riguarda il settore della telefonia il fondo pensioni Porvenir detiene con EPM una significativa quota azionaria della compagnia Emtelsa di Manizales, privatizzata nella seconda metà degli anni ’90.

 

Un peso rilevante nell’economia e nella società colombiana è esercitato poi dal Grupo Empresarial Antioqueño, holding in cui sono presenti le maggiori famiglie imprenditrici della città industriale di Medellín e che nell’anno 2000 ha superato gli 11.000 miliardi di pesos di fatturato, ottenendo utili per 550 miliardi. Le società del gruppo spaziano dal settore finanziario e bancario (Bancolombia, Conavi e Suramericana[157]), a quello assicurativo e dei fondi pensione (Corfinsura, Protección, Administratora de Riesgos Profesionales, Suleasing, Suramericana de Seguros, Leasing Grancolombiana, Almabic, FiduColombia, Comisionista de Colombia), ed a quello delle industrie alimentari, settore in cui gli imprenditori di Antioquia vantano il controllo delle maggiori marche del paese (GEA, Nacional de Chocolates e Noel)[158]. Proprio nella produzione alimentare, il Grupo Empresarial Antioqueño ha sottoscritto accordi strategici con le maggiori transnazionali del settore: prima ha condiviso la titolarità della società Proleche con l’italiana Parmalat, a cui però a fine anni ’90 ha venduto le proprie quote azionarie; più recentemente ha ceduto il 30% del pacchetto azionario della stessa Noel alla compagnia francese Danone, che così ha potuto fare ingresso con prepotenza nel mercato colombiano, in cambio di una maggiore penetrazione del gruppo di Antioquia nella regione andina, in Centro America e nelle Antille[159].

 

Il Gruppo Empresarial Antioqueño esercita il controllo sulle maggiori aziende tessili del paese, Tejidos El Condor, Setas Colombianas, Textiles Expinal e Caribú Internacional; è presente nella produzione dei tabacchi (Coltabaco) e nell’industria estrattiva (Carbones del Caribe) e vanta una quota azionaria del 20% in Exito-Cadenalco, una delle più importanti reti di distribuzione commerciale del paese con negozi e supermercati in 30 città del paese. Sempre nel settore della grande distribuzione il gruppo di Antioquia controlla la rete di negozi Almacenes Paguemenos e a fine 1999 ha stretto un patto finanziario con i supermercati Alkosto, i quali assorbono il 7% delle vendite del mercato nazionale.

 

A generare una parte rilevante dei profitti del gruppo ha poi contribuito l’industria cementizia, uno dei pochi settori produttivi in cui la Colombia ha mostrato una certa vitalità nelle esportazioni, con tassi di crescita negli ultimi 5 anni del 50% (oltre 2,2 milioni di tonnellate di cemento inviato principalmente verso gli Stati Uniti e le isole dei Carabi). Il Grupo Empresarial Antioqueño esercita il pieno controllo nella produzione e nella commercializzazione del cemento: attraverso la cassaforte finanziaria del gruppo (la Suramericana), gli imprenditori di Antioquia possiedono la Cemento Argos (la 10^ società privata come fatturato e guadagni in Colombia nell’anno 2000), la Cementos Caribe, la Cementos del Valle, la Cemento Rioclaro, la Cementos El Cáiro, la Cementos Paz del Río, la Tolcemento e la Col Clinker. Il Grupo Empresarial Antioqueño è poi presente nel mercato sudamericano grazie alla proprietà di importanti società del settore, come la Cemento Andino in Venezuela, la Cimen di Haiti, la Cementos Colón della Repubblica Dominicana e la Corporación Incem a Panama. Queste ultime società sono state acquisite nel 2000 in consorzio con la Cementos Boyacá, società con sede in Colombia di proprietà della multinazionale Holderbank. Per questa operazione gli imprenditori di Antioquia hanno investito 100 milioni di dollari[160].

 

La presenza internazionale del Grupo Empresarial Antioqueño non si è tuttavia concentrata solo nel settore alimentare e della produzione industriale. La holding controlla infatti le società finanziarie Proinco in Ecuador, International Inc. a Porto Rico, Suleasing Internacional a Panama, mentre il 10% dei fatturati annui provengono da società assicurative che operano a Panama, Nicaragua, Guatemala, Perù, Bolivia ed Argentina. Dalla fine degli anni ’90 sono state aperte in Venezuela alcune società per la gestione dei fondi pensione e sempre in questo paese il Grupo Empresarial Antioqueño è azionista di maggioranza della società telefonica Impsat.

 

Tra i gruppi imprenditoriali colombiani che si sono caratterizzati internazionalmente per il volume degli investimenti va poi annoverata la Fundación Carvajal, presente in 18 paesi che generano annualmente il 40% degli utili ed assorbono le esportazioni del gruppo per un valore superiore ai 100 milioni di dollari. A capo dell’omonimo gruppo è presente Adolfo Carvajal, l’uomo più potente del dipartimento del Valle del Cauca; le principali attività della fondazione sono la produzione e la commercializzazione di mobili e arredamenti per ufficio (Bico, Mepal ed Ofixpres), l’editoria e le arti grafiche (la nota casa editrice Editorial Norma[161], Publicar che realizza gli indirizzari telefonici, Fesa), le telecomunicazioni (Sycom ed Escarsa, impresa telefonica operante nei dipartimenti di Córdoba e Meta), i mass media, settore in cui, attraverso la controllata Sogeco S.A., la Fundación Carvajal ha acquisito una quota azionaria delle reti televisive Tecimpre e DirectTV[162]. Una società del gruppo, Musicar, opera con successo nella prestazione di servizi musicali ed è consorziata con l’emittente radiotelevisiva Caracol.

 

La Fundación Carvajal è poi attiva nello sviluppo delle nuove tecnologie, del commercio via internet e della stampa digitale. Attraverso la controllata Cargraphics, si è consorziata con la multinazionale IBM per la realizzazione di attrezzature di stampa digitale; il consorzio possiede propri impianti a San Paolo (Brasile) e Barcellona (Spagna) ed è in grado d’imprimere sino a 250.000 libri al mese[163]. Sempre nel settore dell’industria grafica, la Fundación Carvajal ha intensificato la sua presenza in Argentina ove ha acquisito la Editorial Kapesluz; in Brasile dove ha invece acquisito l’impresa Caderbras di San Paolo, una delle maggiori produttrici di quaderni e materiale didattico del paese; in Messico dove è entrata in consorzio con l’industria editoriale Copamex; a Porto Rico dove ha assorbito la locale Corporación Gráfica. La Fundación Carvajal ha inoltre aperto propri uffici di rappresentanza negli Stati Uniti (Miami) ed è penetrata nel mercato spagnolo acquisendo le società editrici Editorial Parramón, Gránica e Belacqua[164].

 

Il Gruppo Carvajal possiede una delle maggiori imprese latinoamericane per la produzione di materiale plastico, la Carpak, con un fatturato di 80 milioni di dollari ed impianti in Colombia, Ecuador, Perù, Venezuela, Panama, Repubblica Domenicana e Messico. Tra i suoi maggiori clienti spiccano le note transnazionali del settore alimentare, Unilever e Nestlè e le importanti aziende nazionali Alpina e Nacional de Chocolates. La fondazione opera poi attraverso le controllate Plegacol e Comolsa nella produzione di materiale da imballaggio. Nella prima società è presente con una propria quota azionaria la Smurfit Cartón de Colombia, mentre la seconda azienda si è consorziata con alcune importanti multinazionali del settore (la Chinet degli Stati Uniti, la danese Hartmann Brothers, la venezuelana Promolca e la cilena C.M.P.C.) per potenziare le esportazioni nel mercato andino e centroamericano[165].

 

Dietro i maggiori 5 gruppi dell’economia colombiana compaiono altri soggetti “minori” che dopo aver accumulato enormi ricchezze finanziarie grazie alle politiche economiche implementate in Colombia, oggi preferiscono rivolgersi verso i più “sicuri” mercati esteri. Tra essi vanno menzionati il Grupo Bolívar che controlla importanti banche e società finanziarie (il Banco Davivienda, la Bolívar de Ahorros, la Delta Bolívar, la Seguros y Leasing Bolívar, la Aseguradora El Libertador e la Fiduciaria Davivienda) e che ha acquisito da poco il prestigioso Banco República de Venezuela, il quale genera annualmente guadagni per oltre 6 milioni di dollari[166]. C’è poi il gruppo finanziario in mano alla famiglia di origine libanese Fuad Char, che controlla la potente Inmobiliaria Char, alcune importanti industrie alimentari e la catena di supermercati Olímpica, al secondo posto nelle vendite dietro Exito-Cadenalco, con una quota mercato del 16%.



[1] C. Ahumada, El modelo neoliberal y su impacto en la sociedad colombiana, El Ancora Editores, Bogotá, 1998, pag. 168.

[2] Dinero, 31 agosto 2001, pag. 64.

[3] Dinero, 22 giugno 2001, pagg. 39-41.

[4] Semana, 3 giugno 2002, pag. 45.

[5] “Plan Colombia”, borrador anexo a la sustentación del proyecto de ley S1758 Aliance Act, de los senadores Coveredell, Dewine y Grasseley, in Desde Abajo, suplemento especial n. 1, ottobre 1999, pag. 10.

[6] Sulla decisione della transnazionale ha pesato la scoperta a Gibraltar di riserve petrolifere assai inferiori a quelle stimate dai tecnici. Va tuttavia precisato che quando sembrava profilarsi l’abbandono definitivo delle attività di esplorazione del territorio U’wa, nel febbraio 2003 il ministro dell’energia colombiano ha presentato alla stampa un rapporto su una “scoperta eccezionale” di petrolio che sarebbe stata fatta da Ecopetrol a Gibraltar. Il successivo 19 agosto alcuni macchinari per la perforazione di proprietà della compagnia statale hanno fatto ingresso nel territorio ancestrale U’wa per riavviare le campagne esplorative. Per un approfondimento della vicenda relativa alla pluriennale lotta della comunità U’wa contro la Oxi-Occidental si veda: A. Mazzeo, A. Trifirò, Colombia. Conflitto armato, ruolo delle multinazionali, violazione dei diritti indigeni, Palombi Editore, Roma, 2001, pagg. 45-73.

[7] La famiglia Bush è inoltre titolare della società petrolifera texana Zapata, utilizzata per finanziare operazioni coperte della CIA contro Cuba negli anni ’60.

[8] J. C. Brisard, G. Dasquié, La verità negata. Una voce fuori dal coro racconta il ruolo della finanza internazionale nella vicenda Bin Laden, Marco Tropea Editore, Milano, 2002, pagg. 176-180.

[9] Nel rapporto presentato il 20 maggio 2002 dalla Harken Energy Corporation alla Commissione di Borsa e Valori di New York si legge: “Le operazioni in Colombia al 31 marzo 2002 indicano che il 30% dei guadagni consolidati di Harken sono stati generati dalle vendite ad Ecopetrol, la compagnia petrolifera colombiana proprietà del Governo. La Colombia sta vivendo attualmente un aggravamento delle condizioni di sicurezza che potrebbe avere effetti negativi sulle operazioni colombiane di Harken così come sulla forza e le operazioni di Ecopetrol. Se Ecopetrol subirà significative condizioni avverse nelle attività, probabilmente non sarà in grado di adempiere alle sue obbligazioni finanziarie con Harken. Le operazioni colombiane di Harken potrebbero essere danneggiate direttamente dall’attività della guerriglia o in altri casi dalle minacce di azioni violente, con l’interruzione del trasporto e della consegna di voluminose quantità della produzione”.  I Memorandum della Harken Energy Corporation sono stati pubblicati integralmente da Cromos, 26 luglio 2002, pagg. 48-50.

[10] Lo scrittore Guido Piccoli racconta che Rodrigo Villamizar è stato uno degli ospiti d’onori alla cerimonia di giuramento di Gorge W. Bush come nuovo presidente degli Stati Uniti. “Bush pensò persino di promuovere il suo amico a segretario di Stato per l’Emisfero occidentale, incarico in seguito assegnato a Otto Reich. Sarebbe stato un atto di affetto e stima per l’uomo che gli faceva da consulente nella difficile “questione colombiana” e che da tempo era affetto da un cancro. Ma anche un audace atto di sfida: dal 1999, Villamizar era formalmente ricercato dalla giustizia colombiana per un clamoroso caso di corruzione, per il quale fu successivamente condannato a quattro anni di carcere” (G. Piccoli, Colombia, il paese dell’eccesso, Droga e privatizzazione della guerra civile, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 2003, pagg. 181-182).

[11] “Plan de choque”, Dinero, 1 novembre 2002, pagg. 44-47.

[12] A. Mazzeo, A. Trifirò, Colombia. Conflitto armato, ruolo delle multinazionali, violazione dei diritti indigeni, op. cit., pag. 31.

[13] A. Mazzeo, Eni, British Petroleum e gli oleodotti della morte, www.terrelibere.it/eni, 2001.

[14] La Technint insieme all’Agip del gruppo ENI costituiscono il consorzio a cui è stata affidata in Ecuador la realizzazione dell’oleodotto “OCP” che trasporterà il petrolio estratto dalla foresta amazzonica al Golfo di Guayaquil, un’opera fortemente osteggiata dalle comunità indigene e dalle organizzazioni ambientaliste internazionali. Sempre in Colombia, la Techint ha realizzato le installazioni per il processamento di crudo a Cupiagua, l’oleodotto Vasconia-Coveñas di 575 km, il gasdotto Ballena-Barrancabermeja di 220 km, l’oleodotto Cusiana-La Bellezza di 220 km e il terminal terrestre di Coveñas. La società del gruppo Tecpetrol, dedita allo sfruttamento del petrolio, è titolare di concessioni per l’estrazione di crudo nelle aree di Huila Norte e Altamizal del distretto di Cuenca (dipartimento del Valle). Attraverso la controllata Syusa (Saneamiento y Urbanización Sociedad Anónima), il gruppo Rocca ha anche realizzato la grande discarica “Doña Juana” di Bogotá.

[15] La Anglo American è una delle maggiori compagnie minerarie al mondo; è leader nello sfruttamento di oro, platino e diamanti e può contare su vasti interessi nel mercato del carbone e di altri metalli strategici-industriali e nella vendita di prodotti forestali. La BHP-Billiton è una delle maggiori società produttrici di acciaio, vanta il controllo di una delle più grandi miniere di carbone negli Stati Uniti ed è presente nello sfruttamento delle risorse minerarie in Indonesia e Sud Africa. La Glencore International è un’impresa con sede in Svizzera ed attività che vanno dallo sfruttamento delle miniere (in particolare quelle di carbone di Colombia, Sud Africa ed Australia), alla raffinazione, al processamento dei metalli e dei minerali, alla produzione di energia e di prodotti agricoli.

[16] “Los dueños del Cerrejón”, Dinero, 8 febbraio 2002, pagg. 42-45.

[17] Il 52% del complesso carbonifero del Cerrejón era già di proprietà delle tre transnazionali attraverso il controllo di Carbocol, l’ex impresa di Stato rilevata nel novembre 2000. L’estensione delle attività estrattive nel complesso carbonifero ha condotto alla distruzione di un intero villaggio (Tabaco) e all’espulsione dei suoi abitanti. Nonostante un pronunciamento della Corte Suprema ordini alla società Carbones de Cerrejón la ricostruzione di Tabaco e l’indennizzo degli abitanti, nulla è stato fatto sino ad oggi per garantire il ritorno della popolazione.

[18] Presidente della Drummon de Colombia è da 15 anni il colombiano Augusto Jiménez, già consulente di altre importanti multinazionali come la Merck Sharp & Dohme, la Mitsubishi, Alcatel e le italiane Fiat e Alitalia (Dinero, 8 giugno 2001).

[19] Dinero, 21 febbraio 2003, pag. 54.

[20] Dinero, 14 dicembre 2001, pag. 34.

[21] Morgan-Chase e Citigroup sono due dei maggiori conglomerati finanziari mondiali; numerose inchieste hanno provato il loro coinvolgimento nel riciclaggio di denaro proveniente da traffici illeciti; nel sostegno alle operazioni di guerra  e di repressione dei regimi militari più corrotti (in Cile, Argentina, Bolivia durante le dittature degli anni ’70 e ’80, nel Nicaragua di Somoza e nelle Filippine di Marcos, ecc.); nelle transazioni di armi pesanti e componenti nucleari; nelle fughe di capitali dai paesi del Sud del mondo verso i maggiori paradisi fiscali. Per approfondire il tema si veda: J. S. Henry, Banqueros y Lavadólares, Tercer Mundo Editores, Bogotá, 1996.

[22] A. Mazzeo, A. Trifirò, Colombia. Conflitto armato, ruolo delle multinazionali, violazione dei diritti indigeni, op. cit., pagg. 94-96.

[23] Dopo aver acquisito le compagnie Electrocosta ed Electrocaribe, il consorzio internazionale ha imposto un drastico ridimensionamento del numero dei dipendenti: mentre nel 1998 i lavoratori occupati erano 4.372, oggi sono 1.604. Recentemente la società spagnola Unión Fenosa ha comunicato che avvierà il licenziamento di altri 673 dipendenti delle due società elettriche. Anche questa compagnia opera in società con il ministero del Tesoro italiano, attraverso l’ENEL: Unión Fenosa e l’ente elettrico nazionale sono comproprietarie di Ufee (società operante principalmente nel settore delle energie rinnovabili), mentre in Spagna controllano il megaimpianto a ciclo combinato di Palos.

[24] El Tiempo, 7 aprile 1996.

[25] La Enron Corp., alla vigilia del crack finanziario, è entrata nel consorzio internazionale Pacific LNG con le transnazionali Repsol YPF, British Petroleum, BG Group e Bechtel per la realizzazione di un enorme gasdotto per trasportare il gas dalla selva della Bolivia alla costa pacifica, un’opera con effetti sociali ed ambientali devastanti, simili a quelli dell’oleodotto “OCP” progettato in Ecuador.

[26] H. Mondragón, “El verdadero núcleo de la ‘globalización’”, Rebelión, 2 settembre 2002.

[27] Dinero, 14 dicembre 2001.

[28] I. Vaicius, “El Plan Colombia. El debate en los Estados Unidos”, International Policy Report, Washington D.C., agosto 2000, pag. 9.

[29] La DynCorp Aerospace Operations ha sede in Gran Bretagna presso l’importante base dell’esercito di Aldershot.

[30] Associazione Nazionale Nuova Colombia, Plan  Colombia:  solo  mercenari  o intervento militare  diretto degli  USA?, www.anncol.it, aprile 2003.

[31] G. Piccoli, Colombia il paese dell’eccesso, op. cit., pag. 161.

[32] Negli anni ’80 e ’90 la Defense Systems Limited ha operato in Angola a favore dei gruppi della “contra” di estrema destra per la protezione dei giacimenti petroliferi e delle miniere di diamanti e in Sud Africa, dove ha addestrato le truppe speciali governative durante l’era dell’apartheid. Nel giugno del 1997, la DSL ha operato per conte delle Nazioni Unite nella distribuzione di aiuti umanitari in Ruanda, Burundi e Zaire. Alla fine del conflitto in Kosovo, il governo britannico ha firmato due contratti con la DSL per lo sminamento della regione, nonostante risultasse che la società aveva partecipato nella guerra della Repubblica Democratica del Congo e che la stessa era stata espulsa dall’Angola per il supporto alle attività paramilitari antigovernative. In Colombia opera attraverso la controllata Defence System Colombia.

[33] A. Mazzeo, A. Trifirò, Colombia. Conflitto armato, ruolo delle multinazionali, violazione dei diritti indigeni, op. cit., pagg. 38-41.

[34] Il gruppo finanziario Carlyle è proprietario della società BDM, alla cui presidenza siede sempre Frank Carlucci. La BDM è stata contrattata ripetutamente dal governo USA per garantire i servizi logistici alle truppe militari impegnate in operazioni internazionali. La BDM controlla interamente il capitale azionario della società di costruzioni militari Vinnell Corp., impegnata nell’addestramento della Guardia Nazionale Saudita e nella protezione dei pozzi petroliferi del paese mediorientale. Tra le altre aziende militari di proprietà del Carlyle Group compaiono la Federal Data che rifornisce di sistemi radar l’amministrazione USA e la United Defense Industries Inc., il maggiore fornitore di sistemi di lancio missilistici delle forze armate statunitensi, turche e saudite. Nel giugno 2003, Carlyle ha acquistato il 70% di Fiat Avio, la società appartenuta alla famiglia Agnelli che opera nella costruzione di caccia aerei, velivoli da trasporto e componenti missilistiche. Il restante 30% è finito invece nelle mani di Finmeccanica, il polo industriale di proprietà del ministero del Tesoro italiano. I fondi d’investimento Carlyle Group hanno a capo numerose personalità dell’entourage dell’ex presidente americano Gorge Bush. Nel consiglio d’amministrazione del gruppo finanziario compaiono infatti i nomi di James A. Baker III, ex segretario di Stato; Richard G. Barman, ex direttore dell’Office of Management and Budget; John Sununu, ex segretario generale della Casa Bianca. Nella direzione del Carlyle Group siedono inoltre l’ex premier britannico John Major e l’ex direttore della Banca Mondiale, Afsaneh Masheyekhi. Il principe saudita Al-Waleed Bin Talal, nipote di re Fahd, dispone di una partecipazione indeterminata nei fondi e George W. Bush, attuale presidente degli Stati Uniti, è stato dal 1990 al 1994 membro del consiglio d’amministrazione di Caterair, filiale del Carlyle Group (in J. C. Brisard, G. Dasquié, La verità negata, op. cit., pag. 180).

[35] La famiglia Bin Laden è stata anche azionista dell’impresa telefonica satellitare Iridium insieme a tre società del complesso militare statunitense in cui sono rilevanti i fondi d’investimento del Carlyle Group: la Martin Marietta, la Lochkeed e la Raytheon. Queste compagnie sono tra le più operative nel mercato andino. In proposito si veda: W. Goobar, Osama Bin Laden. El banquero del terror, Editorial Sudamericana, Buenos Aires, 2001, pagg. 107-113.

[36] H. Mondragón, “El ‘Plan Colombia’ proyecto para el mantenimiento de lo ‘statu quo’”. Agencia de Noticias Nueva Colombia, http://home3.swipnet.se/anncol/index.htm, 5 maggio 2000.

[37] H. Mondragón, “El verdadero núcleo de la ‘globalización’”, op. cit.

[38] V. Jaramillo, “Invertir en Colombia sí paga”, El Colombiano, 23 febbraio 2003.

[39] “Citibank strangles Colombia”, http://www.ran.org/ran_campaigns/citigroup/homev3.html, 29 maggio 2001.

[40] Va segnalato come la prima concessione petrolifera in Colombia fu assegnata nel 1905 nella regione del Magdalena Medio alla società nordamericana The Tropical Oil Company, successivamente acquisita dalla Standard Oil Company di proprietà della famiglia Rockfeller. Il governo colombiano assegnò qualche anno più tardi all’Andian National Corporation la concessione per la realizzazione di un oleodotto per trasportare il crudo da Barrancabermeja alla città atlantica di Cartagena. La concessione fu giustificata con la necessità di “abbattere il monopolio petrolifero” della Standard Oil. Si scoprì tuttavia più tardi che l’Andian National Corporation era controllata dalle banche dei Rockfeller (in J. Villegas, Petroleo colombiano, ganancia gringa, Ediciones Hombre Nuevo, Bogotá, 1973, pag. 44). 

[41] J. S. Henry, Banqueros y Lavadolares, op. cit., pag. 3.

[42] “El acceso al capital externo”, Dinero, 2 luglio 1999, pagg. 88-94.

[43] Sui gravissimi effetti socio-ambientali di queste due megaopere realizzate dalle società italiane si veda: A. Mazzeo, I crimini del capitalismo italiano: il caso Impregilo, www.terrelibere.it/impregilo, 2001.

[44] “A punta de autopartes”, Dinero, 12 febbraio 1999, pagg. 52-54.

[45] Dinero, 26 luglio 2002, pag. 39.

[46] Dinero, 10 marzo 2000, pag. 45.

[47] Vivendi con il fondo “Exelon” del Citigroup compare anche tra i maggiori azionisti della compagnia elettrica statunitense Sithe Energy che ha acquisito in Colombia la società TermoRío. Nel giugno 2003 Vivendi in consorzio con l’ENEL e l’EAS (Ente Acquedotto Siciliano) è entrata nella gestione degli acquedotti e delle dighe della Sicilia, costituendo la società Sicilacque. Il 75% delle quote azionarie è in mano a Vivendi ed ENEL, mentre il restante 25% è dell’EAS, ente sotto il controllo della Regione siciliana.

[48] “Aguas privadas”, Dinero, 5 novembre 1999, pagg. 50-53.

[49] C. Ahumada, El modelo neoliberal y su impacto en la sociedad colombiana, op. cit., pag. 170.

[50] R. Bonilla, “Las telecomunicaciones en Estados Unidos y en Colombia”, in L. A. Restrepo (editor), Estados Unidos. Potenzia y prepotencia, Tercer Mundos Editores, Santafé de Bogotá, 1998, pag. 183.

[51] Dinero, 21 aprile 2001, pag. 56.

[52] Il colosso Bell è presente in Colombia oltre che con la telefonica BellSouth, anche con l’industria militare Bell Atlantic, produttrice di una parte della componente elicotteristica del Plan Colombia. Una società controllata del gruppo Bell, la U.S. West di Denver, è proprietaria del 25% della holding delle comunicazioni Time Warner, società madre della CNN.

[53] “Conexiones pendientes”, Dinero, 26 ottobre 2001, pagg. 32-40. Secondo quanto denunciato dal sindacato dei lavoratori telefonici “Sintrateléfonos”, la vendita di ETB produrrà un danno all’erario per 1.500 milioni di pesos; essi si aggiungeranno ai 119 miliardi di pesos di perdite patrimoniali che l’impresa di Bogotá ha registrato a causa dell’inefficienza amministrativa dei propri manager.

[54] R. Bonilla, “Las telecomunicaciones en Estados Unidos y en Colombia”, op. cit., pag. 181.

[55] La svedese Ericcson è stata coinvolta in un megascandalo in America Latina: nella seconda metà degli anni ’80 avrebbe pagato tangenti miliardarie a politici e funzionari statali per ottenere importanti contratti telefonici in Colombia, Bolivia, Brasile, Costa Rica, Messico, Perù e Venezuela. Per effettuare i pagamenti, la Ericcson avrebbe utilizzato alcune compagnie di facciata e due importanti istituti bancari internazionali, il Credit Lyonnais e la Deutsch Sudamerikanische Bank (El Tiempo, 11 gennaio 1986).

[56] Portafolio, 17 marzo 1995, pag. 48.

[57] R. Bonilla, “Las telecomunicaciones en Estados Unidos y en Colombia”, op. cit., pagg. 185-186.

[58] La proprietà del gruppo Danone è frammentata fra oltre 140.000 azionisti, i principali dei quali sono i banchieri francesi Lazard (5,36%), la famiglia Agnelli (4,89%) e la società di assicurazione Axa (1,42%).

[59] “El beso francés”, Dinero, 12 febbraio 1999, pagg. 42-46.

[60] Casino è una multinazionale francese con vendite annuali superiori ai 16.500 milioni di dollari e con 5.000 supermercati ed ipermercati sparsi in tutti i continenti sotto le sigle Petit Casino, Géant, Casino, Franprix e Leader Price. Casino ha acquisito il 25% dei capitali di Exito-Cadenalco, compagnia che controlla i supermercati Exito, Ley, La Candelaria, Optimo e Pomona, e che è a capo in Venezuela della catena di distribuzione Cativen.

[61] Dinero, 12 febbraio 1999, pag. 41.

[62] Dinero, 22 giugno 2001, pag. 66.

[63] Dinero, 23 novembre 2001, pag. 48.

[64] Unilever è attualmente il principale produttore di gelati al mondo e controlla il 24% di tutte le vendite, seguita dalla Nestlè (9%).

[65] La Philip Morris-Kraft Jacobs Suchard è la produttrice delle sigarette “Marlboro” e rientra nell’orbita del complesso finanziario Citigroup.

[66] Il presidente del consorzio venezuelano Venevisión-Cisneros è Carlos Bardavano, uno dei maggiori oppositori del governo Chávez. In occasione di un recente meeting imprenditoriale a Cartagena, egli ha dichiarato: “Da parte nostra, combatteremo sino alla resa finale Chávez. Sino a quando la Colombia avrà un Governo così chiaro e noi un regime di tendenza totalitaria, ci sarà una pressione a favore del primo. Il discorso di Uribe funziona da incentivo per gli investimenti stranieri ed è difficile resistergli…”. (in V. Jaramillo, “Invertir en Colombia sí paga”, El Colombiano, 23 febbraio 2003).

[67] Il gruppo finanziario francese Pinault-Printemps-Redoute ha pure avviato un negoziato per fare ingresso nella catena di supermercati Exito-Cadenalco, di proprietà della multinazionale Casino e del Grupo Empresarial Antioqueño.

[68] Si veda in proposito: G. Casetta, Colombia e Venezuela. Il progresso negato (1870-1990), Giunti Gruppo Editoriale, Firenze, 1991, pagg. 25-28.

[69] Federcafé, Informe Gerente General 1991-2000, Bogotá, 2000.

[70] AA.VV., Políticas sociales en Colombia 1980-2000, CINEP, Bogotá, 2002, pag. 57.

[71] Va tuttavia rilevato che nonostante l’incremento numerico dei proprietari nel settore del caffè, “il processo accumulativo della grande agricoltura commerciale si realizza a danno della proprietà minore, con una ulteriore pauperizzazione dei piccoli fondi marginali e delle coltivazioni sui declivi” (G. Casetta, Colombia e Venezuela. Il progresso negato, Giunti Gruppo Editoriale, Firenze, 1991, pag. 74).

[72] F. J. Arías, “La coca y la amapola se ocultan en los cafetales”, El Colombiano, 23 febbraio 2003.

[73] A. Suárez Montoya, Modelo del FMI. Economía colombiana 1999-2000, Ediciones Aurora, Bogotá, 2002, pag. 124.

[74] Ibidem, op. cit. pag. 120.

[75] El Tiempo, 19 settembre 2000.

[76] S. Clavijo, J. C. F. Leibovich, El negocio cafetero ante al mercado libre, Tercer Mundo Editores, Bogotá, 1998, pag. 17.

[77] D. Pizano, El café en la encrucijada. Evolución y perspectivas, Alfaomega, Bogotá, 2001, pag. 49.

[78] A. Suárez Montoya, Risaralda 94-96, Editorial Andina, Manizales, 1996, pag. 55.

[79] A. Suárez Montoya, “Leche y papa: otras víctimas de las multinacionales”, Utopías, n. 97-98, pagg. 17-18.

[80] La società olandese Friesland ha recentemente acquisito due impianti nei dipartimenti meridionali del Cauca e Nariño, dove processa 45.000 tonnellate di prodotti lattei che le assicurano un fatturato annuo di 44 miliardi di pesos. La Fiesland Colombia controlla le marche “Puracé”, “Mambo” e “Bella Holanda”, distribuiti da oltre 12.000 negozi e supermercati.

[81] Per conoscere le politiche industriali dei colossi Nestlè e Parmalat  nella produzione e commercializzazione del latte e dei suoi derivati si veda il capitolo…

[82] A. Suárez Montoya, “Leche y papa: otras victimas de las multinacionales”, op. cit., pag. 18.

[83] Gabriel García Márquez racconta che l’esercito aveva piazzato le mitragliatrici intorno alla piazzetta della città in cui operava la compagnia bananiera. “Verso le dodici, in attesa di un treno che non arrivava, più di tremila persone, tra lavoratori, donne e bambini, traboccavano nello spazio scoperto davanti alla stazione e si ammassavano sulle strade adiacenti che l’esercito chiuse con file di mitragliatrici. Sembrava in quei momenti, più che un’accoglienza, una fiera allegra. Avevano fatto venire i banchi di frittelle e le baracche di bibite dalla Strada dei Turchi, e la gente sopportava di buon animo il fastidio dell’attesa e il sol rovente. Poco prima delle tre corse voce che il treno ufficiale non sarebbe arrivato fino al giorno dopo. La folla stanca esalò un sospiro di avvilimento. Un tenente dell’esercito salì allora sul tetto della stazione, dove erano piazzati quattro nidi di mitragliatrici puntate sulla folla, e ci fu lo squillo del silenzio”. L’ufficiale diede ordine di sparare sulla popolazione inerme. Alla fine della tempesta di fuoco sarebbero stati più di 3.000 i morti rimasti sul selciato della piazza. I corpi delle vittime furono caricati su un treno merci utilizzato per il trasporto delle banane, e furono successivamente gettati in mare per non lasciare traccia alcuna dell’inaudito massacro. “I militari lo negavano agli stessi parenti delle loro vittime, che affollavano l’ufficio dei comandanti in cerca di notizie. “Sarà stato solo un sogno” insistevano gli ufficiali. “A Macondo non è successo nulla, né sta succedendo né succederà mai nulla. Questo è un villaggio felice.” Così consumarono lo sterminio dei capi sindacali”. (G. García Márquez, Cent’anni di solitudine, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1982, pagg. 291-307).

[84] G. Casetta, Colombia e Venezuela. Il progresso negato, op. cit., pag. 33.

[85] H. Beltrán, Urabá. La Verdad de Cada Cual, Castello Editorial Ltda., Santafé de Bogotá, 1996, pag. 65.

[86] Si tratta delle ex colonie africane e delle isole dei Carabi e del Pacifico appartenute a Francia e Gran Bretagna.

[87] R. Bernal, “Banana Trade Vital to Caribbean”, Journal of Commerce, 3 febbraio 1999.

[88] L. Wallach, M. Sforza, Wto. Tutto quello che non vi hanno mai detto sul commercio globale, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 2001, pag. 140.

[89] “In realtà – proseguono gli autori - da un punto strettamente economico, il ricorso presentato al Wto compromette gli interessi degli Usa in una sfera più ampia. Difatti sono i primi a trarre beneficio del boom turistico caraibico, che riposa sulla sicurezza e sulla stabilità della zona. Secondo, i Carabi sono una delle poche regioni del mondo con cui gli Usa hanno un disavanzo commerciale. I Caraibi vendono le banane all’Europa e pagano in moneta sonante le esportazioni statunitensi. Terzo, gli Usa hanno investito una notevole quantità di risorse pubbliche per cercare di arrestare il flusso della droga che passa per i Carabi e il Sudamerica verso gli Usa”. (L. Wallach, M. Sforza, Wto. Tutto quello che non vi hanno mai detto sul commercio globale, op. cit., pag. 143).

[90] C. Ahumada, El modelo neoliberal y su impacto en la sociedad colombiana, op. cit., pagg. 112-113.

[91] Uniban è stata la prima società commercializzatrice fondata in Urabá (1966). Opera negli Stati Uniti attraverso la controllata Turbana Banana Corporation e dal 1987 è attiva nel mercato del Costa Rica.

[92] Le società Probán e Banacol spesso operano congiuntamente ed hanno dato vita nel 1987 all’industria di imballagi Corrugados del Darién.

[93] La Floreal Products ha sede a Blytheville (Arkansas) presso un aeroporto preso in affitto dall’US Air Force.

[94] “Mordiendo el tallo”, Dinero, 16 febbraio 2001, pagg. 44-46.

[95] “Palmas y más palmas”, Cambio, 8 aprile 2002, pagg. 34-35.

[96] “Arriba las palmas”, Cambio, 28 gennaio 2002, pagg. 78-79.

[97] H. Mondragón, “Entre la guerra y el FMI”, op. cit., pag. 16.

[98] L’1 maggio scorso è stato assassinato Juan de Jesús Gómez, presidente dipartimentale del sindacato nazionale dell’industria agroalimentare Sintrainagro; era impegnato in una trattativa contrattuale con la società Palmas del César S. A., una delle maggiori commercializzatrici dell’olio di palma.

[99] M. Mosquera Montoya, “Cultivos transgénicos: un reto ineludible”, Economía Colombiana y Conyuntura Política, n. 282, febbraio 2001, pagg. 64-69.

[100] Grupo de Acciones Públicas de la Universidad del Rosario, Algodón transgénico en Colombia, Paper, Bogotá, 6 dicembre 2002.

[101] V. Shiva, Campi di battaglia. Biodiversità e agricoltura industriale, Edizioni Ambiente, Milano, 2001, pag. 65.

[102] Ibidem, pagg. 91-93.

[103] G. Vélez, Colombia aprueba la liberación comercial del bioplaguicida transgénico, el algodón Bt de la Monsanto, www.ecoportal.net/noti02/n202.htm

, 26 maggio 2002.
Formato per la citazione:
Antonio Mazzeo, "Potere delle transnazionali e oligarchie locali", terrelibere.org, 26 dicembre 2003, http://www.terrelibere.it/doc/potere-delle-transnazionali-e-oligarchie-locali