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Noam Chomsky: Scheda biografica | Scrivi all'autore | Tutti i documenti di questo autore Interagisci: Segnala ad un amico Organizza un incontro Condividi: Quest’articolo è stato
pubblicato originariamente in lingua inglese in Z Magazine, nel giugno 2000. Nel
1999 la Colombia è diventata il principale paese recettore di aiuti militari e
politici statunitensi, sostituendo la Turchia (Israele ed Egitto entrano in una
categoria speciale). La Colombia riceve più aiuti militari dagli Stati Uniti
che il resto dell’America Latina e dei Caraibi messi insieme. Il totale di
essi, nel 1999, ha raggiunto i 300 milioni di dollari, ai quali si devono
aggiungere 60 milioni di dollari in vendite di armamenti, il che rappresenta
approssimativamente un valore tre volte superiore agli aiuti del 1998. Si
prevede che questa cifra aumenti ancora di più con l’approvazione anticipata di
qualsiasi delle versioni del ‘Plan Colombia’ di Clinton, che ha sollecitato un
pacchetto di “aiuti di emergenza” per 1.600 milioni di dollari in due anni. Il
‘Plan Colombia’ è stato sottoposto alla valutazione del Congresso nell’aprile
del 2000. Nel corso degli anni ’90 la Colombia è stata, distandosi nettamente,
il principale ricettore di aiuti militari statunitensi in America Latina ed è
anche stata il paese in cui si è realizzato il maggior numero di violazioni dei
diritti umani, in conformità con questa correlazione antica e ben stabilita. [1] In
teoria, il ‘Plan Colombia’ è un programma biennale del governo colombiano per
7.500 milioni di dollari, al quale gli Stati Uniti forniscono la forza militare
e alcuni fondi per altri obiettivi, mentre il governo colombiano, l’Europa, il
FMI e la Banca Mondiale apportano circa 6.000 milioni di dollari destinati a
programmi sociali ed economici che la Colombia deve organizzare. Secondo
diplomatici non statunitensi, la bozza del ‘Plan Colombia’ era stata scritta in
inglese, non in spagnolo. Il programma militare (armamento, addestramento,
infrastrutture d’intelligence) fu stabilito alla fine del 1999, però a metà
dell’anno 2000 “il governo colombiano deve ancora presentare un programma di
investimento sociale coerente”, e pochi governi sono “disposti ad arrampicarsi
a bordo di quello che viene percepito principalmente come un progetto
statunitense per pulire il suo cortile posteriore” con mezzi che risultano
familiari a coloro che non optano per ciò che si è soliti chiamare “ignoranza
intenzionata”. [2] I
modelli sistematici sono soliti essere utili per l’apprendimento; fermiamoci un
momento, pertanto, all’esempio precedente: la Turchia. Nella sua qualità di
importante alleato militare degli Stati Uniti e di avamposto strategico, la
Turchia ha ricevuto aiuti militari sostanziali sin dall’origine della guerra
fredda. Però gli invii di armamenti sono iniziati ad aumentare
considerevolmente nel 1984. E’ evidente che ciò non aveva nulla a che vedere
con la guerra fredda. Ciò che è accaduto è che in quell’anno la Turchia avviò
una campagna di controinsorgenza in grande scala nel sud-est kurdo, che è anche
la sede delle principali basi statunitensi ed il centro della vigilanza
regionale, pertanto tutto ciò che succede lì è ben noto a Washington. Gli invii
di armamenti giunsero al culmine nel 1997. Le armi statunitensi rappresentavano
circa l’80% dell’equipaggiamento militare turco, comprese le armi pesanti
(aerei a reazione, carri armati, ecc.), e in molti casi infrangevano le
limitazioni imposte dal Congresso degli Stati Uniti. [3] Nel
1999 la Turchia aveva eliminato praticamente la resistenza kurda mediante il
terrorismo estremista e la pulizia etnica, che hanno prodotto da due a tre
milioni di rifugiati, la distruzione di 3.500 villaggi (sette volte in più che
in Kosovo durante i bombardamenti della Nato) e decine di migliaia di morti,
principalmente durante gli anni di Clinton. Già non era mancato un gran flusso
di armi statunitensi per raggiungere questi obiettivi. La Turchia può, così,
essere prescelta per ricevere i complimenti per le sue “esperienze positive” a
prova di come “alcune forti misure antiterroriste sommate al dialogo politico
con gruppi non terroristi di opposizione” possono sradicare la piaga della
violenza e le atrocità, secondo quanto c’informa l’editoriale del New York Times sull’“ultimo rapporto
annuale che descrive gli sforzi dell’amministrazione per combattere il
terrorismo” del Dipartimento di Stato. [4] Altra prova, se fosse necessaria, che
il cinismo non ha alcun limite. Pochi
giorni dopo, sono apparse maggiori informazioni sulle “positive esperienze” della
Turchia con le “forti misure antiterroriste”. La commissione parlamentare turca
dei diritti umani ha descritto “un uso esteso della tortura” da parte della
polizia e “installazioni dedite alla tortura” ed un portavoce ha informato la
stampa che le visite alla regione orientale avevano confermato le “sinistre
storie sulle torture” nelle celle dei carceri della polizia, specialmente delle
unità antiterrorismo. La commissione a reso pubblico un rapporto di sei volumi
basato su due anni di investigazioni, con fotografie ed altri dettagli, che
confermava le numerose prove esistenti sul fatto che gli abusi sono sistematici
e che proseguono senza cambiamenti significativi. Queste rivelazioni hanno
avuto poca ripercussione e si è omessa la partecipazione di Washington, però la
stampa ha argomentato – facendo uso di una retorica appassionata – la necessità
di mantenere alcune strette sanzioni contro Cuba perché le sue violazioni
contro i diritti umani sono offensive per le nostre sensibilità umanitarie.
L’indagine parlamentare sulle attuali atrocità sostenute generosamente da
Washington, hanno ricevuto forse un riconoscimento obliquo in un rapporto del
capo sezione del New York Times
Stephen Kinser sugli odierni progressi della Turchia, dimostrati dalla
disposizione dei militari a permettere di registrare filmati che “mostrano come
la tortura fosse generalizzata nelle prigioni militari” all’inizio degli anni
’80. [5] In
ogni caso, nonostante il grande successo raggiunto da uno dei più violenti
terrorismi di Stato degli anni ’90, le operazioni militari continuano, mentre i
kurdi continuano ad essere privati dei diritti più elementari. [6]
Il 1° aprile 2000, 10.000 soldati turchi hanno dato il via a nuove operazioni
sul terreno delle regioni che erano state tra le più devastate dalle campagne
di terrore Turco-statunitensi degli anni precedenti ed è stata inoltre lanciata
un’ulteriore offensiva a nord dell’Iraq per attaccare le forze della guerriglia
kurda (PKK), in una zona di esclusione aerea nella quale i kurdi sono protetti
dalla forza aerea statunitense dall’oppressore (del tempo) equivocato.
Interrogato sul rinnovo delle operazioni in Iraq, il portavoce del Dipartimento
di Stato James Rubin ha detto che la “politica (statunitense) continua ad
essere la stessa. Sosteniamo il diritto della Turchia a difendersi contro gli
attacchi del PKK, sempre che le sue incursioni siano limitate nello spazio e
nel tempo e rispettino totalmente i diritti dei civili che abitano la regione”;
si è rifiutato di rispondere alla domanda se la Turchia era stata “attaccata”,
affermando solo che gli Stati Uniti non avevano “conferme indipendenti” delle
operazioni turche in questa regione, la quale è sottoposta alla vigilanza
intensiva e ai bombardamenti regolari degli Stati Uniti. [7] Quando
stavano iniziando le nuove campagne turche, il segretario della Difesa William
Cohen prese la parola davanti al consiglio Turchia/Stati Uniti, un’occasione di
festa nella quale non sono mancate molte risa ed applausi, esprimendosi negli
stessi termini del rapporto del governo. [8]
Si felicitò con la Turchia aver partecipato al bombardamento umanitario della
Yugoslavia, apparentemente senza provare vergogna, e annunciò che la Turchia
era stata invitata a partecipare alla produzione del nuovo Joint Strike
Aircraft, esattamente per come era stato fatto con la fabbricazione degli F-16
che si utilizzano con tanti buoni risultati per le varie forme autorizzate di
pulizia etnica e per le atrocità all’interno del territorio turco, in qualità
di fedele membro della Nato. In
Colombia, tuttavia, i militari armati ed addestrati dagli Stati Uniti non hanno
schiacciato la resistenza interna, anche se essa continua a produrre il suo
tasso annuale di atrocità. Ogni anno circa 30.000 nuovi rifugiati sono espulsi
dalle proprie abitazioni, il che provoca 3.000 morti e orribili stragi. La
grande maggioranza delle atrocità sono attribuite alle forze paramilitari.
Queste forze sono strettamente vincolate ai militari, così come è stato
documentato con notevoli – e scioccanti – dettagli, ancora una volta, nel
febbraio 2000 da Human Rights Watch e nell’aprile 2000 da uno studio delle
Nazioni Unite, che informa come le forze di sicurezza colombiane – che saranno
enormemente rafforzate dal ‘Plan Colombia – siano ben relazionate con gli squadroni
della morte, forze paramilitari organizzate, e che o partecipando direttamente
ai suoi massacri o, scegliendo di non intervenire, hanno “permesso senza dubbi
che i gruppi paramilitari realizzino i loro obiettivi di sterminio”. In termini
più circospetti, il Dipartimento di Stato conferma il quadro generale nei suoi
rapporti annuali sui diritti umani, come ad esempio nel rapporto relativo
all’anno 1999, il quale conclude che “le forze di sicurezza collaborano
attivamente con membri dei gruppi paramilitari”, mentre “le forze del governo
continuano a commettere numerose ed importanti violazioni contro i diritti
umani, comprese esecuzioni extragiudiziali, ad un livello simile a quello del
1998”, anno in cui il rapporto attribuì circa l’80% delle atrocità ai militari
e ai paramilitari. La cifra è inoltre confermata dall’ufficio dell’Alto
Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, organismo diretto da
Mary Robinson. La direttrice dell’ufficio, una rispettata diplomatica svedese,
attribuisce la responsabilità per “la dimensione e la complessità del fenomeno
paramilitare” al governo colombiano e, pertanto, indirettamente, al suo
patrocinatore, gli Stati Uniti. [9] Il
ricorso alle forze paramilitari per commettere atrocità è una pratica che, per
ragioni comprensibili, è ben radicata. Negli ultimi anni la Serbia la ha
applicata in Kosovo e l’Indonesia a Timor Est (anche se in quest’ultimo caso i
fatti sono stati occultati e si è fatto riferimento alla “violenza tra le
milizie” e agli “elementi ribelli” sino a quando ciò è stato possibile). Le
pratiche degli Stati terroristi e delle potenze imperiali hanno una lunga
storia. Nel
settembre 1999, la Commissione Colombiana dei Giuristi informò che la cifra
degli assassinii era aumentata di quasi il 20% rispetto all’anno precedente e
che la proporzione attribuibile ai paramilitari era cresciuta dal 46% nel 1995
a quasi l’80% nel 1998, e che la crescita era continuata durante il 1999. Il
Difensore del Popolo del governo colombiano ha informato che le stragi – attribuibili,
nella loro stramaggioranza, ai paramilitari – erano aumentate del 68% nella
prima metà del 1999 in relazione allo stesso periodo del 1998, e che esse
venivano prodotte nella misura di una al giorno. Daniel Bland, un ricercatore
dei diritti umani che ha lavorato in Colombia la maggior parte degli anni ’90,
conclude che, solo negli ultimi tre anni, “più di un milione di contadini
disarmati sono stati massacrati dai paramilitari di destra”. Su nove persone
che Bland ha intervistato per un documentario sui diritti umani – “tre sono
stati assassinati da pistoleri paramilitari e quattro sono fuggiti con le loro
famiglie dopo aver ricevuto minacce di morte”. L’UNICEF e l’Ufficio
d’Informazione sui Diritti Umani della Colombia calcolano che nel solo periodo
luglio-agosto 1999, più di 200.000 persone sono state espulse dalle loro
abitazioni. [10] Sarebbe
ingiusto attribuire a Washington una mancanza di preoccupazione in relazione
con il terrorismo paramilitare. A seguito della pubblicazione, nell’aprile
2000, del rapporto annuale “che descrive gli sforzi dell’amministrazione per
combattere il terrorismo” dove ci si felicita con la Turchia per le sue
“esperienze positive” in questa impresa comune, il Dipartimento di Stato ha
convocato una conferenza stampa sul rapporto. Un giornalista ha chiesto al
coordinatore per l’anti-terrorismo Michael Sheehan, come mai i paramilitari
colombiani non comparissero nella lista dei gruppi terroristi annessa al
rapporto, quando il Dipartimento di Stato riconosce, già da molto tempo, le
loro responsabilità in riferimento alla maggior parte delle peggiori atrocità,
e quando i paramilitari sono sicuramente l’organizzazione terrorista più
violenta e brutale del continente americano, ed occupano perfino un’alta
posizione nella classifica mondiale. I paramilitari sono, inoltre, autori dei
crimini più gravi del terrorismo di Stato, data la loro stretta relazione con
l’establishment militare colombiano, e, pertanto, anche con gli Stati Uniti.
Sheehan ha spiegato che i paramilitari non sfuggono all’occhio vigile di
Washington, però il Dipartimento non può affrettarsi a trarre le conclusioni. I
terroristi sono identificati come tali nel rapporto solo dopo un’indagine
scrupolosa: “E’ un procedimento legale ed è stato assai meticoloso”. I paramilitari
sono “attualmente sotto inchiesta” e “se comproveremo che esistono fondamenti
per includerli nella nostra definizione legale, essi saranno designati” come
terroristi. Al
contrario, Cuba soddisfa con facilità i requisiti per essere considerata uno dei
sette Stati coinvolti nel terrorismo, come è stato dimostrato nelle 85 parole
dedicate alla questione nel documento di 107 pagine. Il Dipartimento di Stato
sarebbe “completamente” preparato per accusare giudiziariamente Cuba, ha
affermato Sheenan: dopotutto, Cuba “mantiene vincoli con differenti note
organizzazioni terroriste”, comprese le organizzazioni guerrigliere colombiane.
Queste soddisfano i meticolosi criteri del Dipartimento – per definizione,
potrebbe aggiungere un opinionista realista, dato che gli Stati Uniti si
oppongono ad esse. [11] Possiamo
ricordare che nei primi mesi del 1999, quando le stragi in Colombia venivano
eseguite con la periodicità di una al giorno, ci fu anche un aumento delle
atrocità (comprese molte stragi) a Timor Est, per opera dei comandi indonesiani
armati ed addestrati dagli Stati Uniti. In un’unica strage, in una chiesa di
Liquica il 6 aprile 1999, gli investigatori occidentali credono che 200 o più
persone siano state assassinate. Un funzionario della polizia statunitense che
si trovava lì, commenta che “ufficialmente dobbiamo fermarci con il numero di
corpi che abbiamo realmente recuperato, però il numero totale di persone
assassinate in questo distretto è molto, molto più alto, potrebbe essere
astronomico”. La storia completa non sarà mai conosciuta perché la richiesta di
mettere a disposizione esperti forensi, fatta dalla missione dell’ONU, fu
respinta dagli Stati Uniti e dai suoi alleati, a differenza del Kosovo, che in
seguito sarebbe traboccato di investigatori che cercavano d’incontrare le prove
sulle atrocità che potessero giustificare retrospettivamente il bombardamento
della NATO che, per una curiosa logica, le fece precipitare. [12] Tanto
in Colombia come a Timor Est, la conclusione a cui si è giunti è stata la stessa
che in Turchia: si dovevano sostenere gli assassini. Ci fu anche una strage
conosciuta in Kosovo, a Racak, il 15 gennaio 1999 (45 morti). Questa vicenda
ispirò, secondo quanto spiegato, tanto orrore tra gli umanitari occidentali che
fu necessario bombardare la Yugoslavia dieci settimane più tardi, con
l’aspettativa, rapidamente verificatasi, che le conseguenze sarebbero state
l’intensa escalation delle atrocità. Il torrente successivo di autoadulazione,
con pochi dubbi, ammesso che ce ne siano stati, annunciò una “nuova era” negli
assunti umanitari nella quale gli “Stati illuminati” si sarebbero dedicati
disinteressatamente alla difesa dei diritti umani, guidati da “principi e
valori” per la prima volta nella storia.[13]
Lasciando da parte i fatti reali del Kosovo, la realizzazione di essi fu
parecchio facilitata dal silenzio o dall’inganno sulla partecipazione attiva
delle stesse potenze in atrocità similari o peggiori, proprio nello stesso
periodo. Tornando
alla Colombia, importanti attivisti dei diritti umani continuano a fuggire
all’estero minacciati di morte, compreso il valoroso responsabile del gruppo
dei diritti umani vincolato alla Chiesa ‘Justicia y Paz’, il padre Javier
Giraldo, che ha svolto un ruolo fondamentale nella difesa dei diritti umani. La
AFL-CIO informa che diversi sindacalisti vengono assassinati ogni settimana, la
maggior parte dai paramilitari appoggiati dalle forze di sicurezza del governo.
Gli sfollamenti forzati nel 1998 sono stati il 20% in più che nel 1997 e sono
nuovamente aumentati nel 1999 in alcune regioni, secondo Human Rights Watch. La
Colombia ha attualmente la più grande popolazione di sfollati al mondo, dopo
Sudan ed Angola.[14] Salutata
come una avanzata democrazia da Clinton ed altri leader ed opinionisti politici
statunitensi, la Colombia ha permesso perfino che un partito indipendente (UP,
Unión Patriótica) sfiduciasse il vecchio sistema elitario di divisione del
potere. Il partito UP, fondato dai guerriglieri (soprattutto le FARC, Fuerzas
Armadas Revolucionarias de Colombia) e in parte dipendente dai suoi seguaci, fu
costretto, tuttavia, ad affrontare alcune difficoltà, compreso il rapido
assassinio di circa 3.000 attivisti, tra i quali candidati presidenziali,
sindaci e legislatori. Il risultato diede alla guerriglia alcune lezioni sulle
sue prospettive per entrare nel sistema politico.[15]
Anche Washington ha tratto lezione da questi ed altri fatti collegati,
verificatisi nello stesso periodo. L’amministrazione Clinton restò
particolarmente impressionata con l’operato del presidente César Gaviria, che
presiedette l’escalation del terrorismo di Stato, tanto impressionata che
indusse (alcuni dicono che obbligò) l’Organizzazione degli Stati Americani ad
accettarlo come segretario generale, spiegando che “egli è stato assai preoccupato
per la costruzione delle istituzioni democratiche in un paese dove a volte
risulta difficile esserlo”, cosa che è, certamente, in gran misura dovuta alle
azioni del governo di Gaviria. Una ragione più significativa, forse, è che
stava anche “preoccupato (…) per la riforma economica della Colombia e
l’integrazione economica del continente, parole in codice che si possono
interpretare con facilità. [16] Nel
frattempo, si mantengono le deplorevoli condizioni socioeconomiche, per le
quali gran parte della popolazione vive nella miseria in un paese ricco e con
una concentrazione della ricchezza e della proprietà delle terre che risulta
alta anche se paragonata con i vergognosi standard dell’America Latina in
generale. La situazione è peggiorato negli anni ’90 a causa delle “riforme
neoliberiste” formalizzate nella Costituzione del 1991, che hanno ridotto
ancora di più “la partecipazione reale della società civile” nella formulazione
delle politiche grazie a “riforme il cui obiettivo è rafforzare il potere esecutivo
e ridurre l’autonomia dei poteri giudiziario e legislativo, concentrando la
pianificazione macroeconomica nelle mani di un piccolo circolo di tecnocrati”,
legati, per giunta, a Washington. Le “riforme neoliberiste hanno dato luogo
inoltre a livelli di povertà e disuguaglianza allarmanti; approssimativamente
il 55% della popolazione colombiana vive al di sotto del livello di povertà” e
“questa situazione si è aggravata a causa di un’acuta crisi dell’agricoltura,
conseguenza, a sua volta, del programma neoliberista”, come è avvenuto in
generale in America Latina. [17] Il
rispettato presidente del Comitato Permanente Colombiano per i Diritti Umani,
l’ex ministro degli Affari Esteri, Alfredo Vásquez Carrizosa, scrive che “la
povertà e l’insufficiente riforma agraria” sono ciò che “ha fatto della
Colombia uno dei paesi più tragici dell’America Latina”, anche se allo stesso
modo di altre parti, “la violenza è stata esacerbata da fattori esterni”,
principalmente dalle iniziative dell’amministrazione Kennedy, che “ha fatto
tanto per trasformare i nostri eserciti regolari in brigate controinsorgenti”.
Queste iniziative culminarono in “ciò che è conosciuta in America Latina come
la Dottrina della Sicurezza Nazionale”, che non si preoccupa della “difesa
contro un nemico esterno”, bensì “contro un nemico interno”. La nuova
“strategia degli squadroni della morte” concede ai militari “il diritto di
combattere e sterminare lavoratori sociali, sindacalisti, uomini e donne che
non appoggiano l’establishment e che sono considerati comunisti estremisti”.
L’obiettivo generale, come spiega il maggiore specialista statunitense sulla
condizione dei diritti umani in America Latina, è stato quello di “distruggere
permanentemente una minaccia percepita dalla struttura esistente, ai privilegi
socioeconomici, eliminando la partecipazione politica della maggioranza
numerica”, le “classi popolari”. [18] Come
parte della strategia per convertire i militari latinoamericani dalla “difesa
del continente” alla “sicurezza interna” – da intendersi come la guerra contro
la popolazione interna -, Kennedy inviò una missione militare in Colombia nel
1962 guidata dal generale delle forze speciali William Yarborough. Propose
“riforme” affinché le forze di sicurezza potessero “eseguire, secondo le necessità,
attività paramilitari, sabotaggi e/o attività terroristiche contro noti
esponenti del comunismo”: gli “estremisti comunisti” a cui allude Vásquez
Carrizosa. [19] Ancora
una volta, vale la pena fare riferimento agli avvenimenti generali. Poco dopo,
Lyndon Johnson causò l’escalation della guerra di Kennedy contro il Vietnam del
Sud, che definì in questo caso “la difesa del Vietnam del Sud”, allo stesso
modo con cui la Russia chiamò la sua guerra contro l’Afganistan “la difesa
dell’Afganistan”. Nel gennaio 1965 le forze speciali degli Stati Uniti in
Vietnam del Sud ricevettero ordini costanti di “portare al termine l’operazione
di cacciare via i funzionari controllati dai Vietcong, anche con l’uso
dell’assassinio”, e, in generale, di utilizzare tecniche di “pacificazione”
tali come “imboscate, incursioni, sabotaggi e atti di terrorismo contro noti
membri dei Vietcong”, gli equivalenti dei “noti esponenti del comunismo” in
Colombia.[20] Una
commissione governativa colombiana giunse alla conclusione che “la criminalizzazione
della protesta sociale” è uno dei “principali fattori che permettono e
alimentano le violazioni dei diritti umani” da parte delle autorità militari e
di polizia e dei loro collaboratori paramilitari. Dieci anni fa, quando il
terrorismo di Stato alimentato dagli Stati Uniti stava aumentando
considerevolmente, il Ministero della Difesa fu esortato alla “guerra totale
sul terreno politico, economico e sociale”, mentre un altro funzionario
militare spiegò che la guerriglia aveva un’importanza secondaria: “Il vero
pericolo” è “che gli insorgenti hanno fatto appello alla guerra politica e
psicologica”, la guerra “per controllare gli elementi popolari” e “manipolare
le masse”. I “sovversivi” sperano d’influire sui sindacati, le università, i mezzi di comunicazione, ecc.
“Ogni individuo che in un modo o nell’altro appoggi gli obiettivi del nemico
deve essere considerato un traditore e trattato come tale”, precisava nel 1963
un manuale militare, mentre le iniziative di Kennedy s’intensificavano. Dato che
gli obiettivi ufficiali dei guerriglieri sono socialdemocratici, il circolo dei
traditori che possono essere oggetto di operazioni di terrore è amplio. [21] Negli
anni successivi, la strategia Kennedy/Yarborough si sviluppò e fu applicata con
ampiezza “nella nostra piccola regione”, termine con il quale è stato descritto
il continente americano dal segretario della Guerra di F. Roosevelt, Henry
Stimson, quando spiegava perché gli Stati Uniti avevano diritto a controllare
il proprio sistema regionale mentre quello dell’altro doveva essere
smantellato. La repressione violenta si estese a tutta l’America Latina, ad
iniziare dal cono sud e raggiungendo un orrendo culmine in America Centrale
negli anni ’80, quando i duri sostenitori di una disciplina rigorosa del nord
risposero con estrema violenza agli sforzi della Chiesa e di altri “sovversivi”
per affrontare un terribile mixer di miseria e repressione. La crescita della
Colombia sino a raggiungere la prima fila tra gli Stati criminali della “nostra
piccola regione” è in parte il risultato del declino del terrorismo di Stato
gestito dagli Stati Uniti in America Centrale, che raggiunse i suoi principali obiettivi allo stesso
modo che in Turchia dieci anni più tardi, lasciando dietro di sé una “cultura
del terrore” che “addomestica le aspettative della maggioranza” e scalza le
aspirazioni di “alternative differenti a quelle dei potenti”, nelle parole dei
gesuiti salvadoregni, che appresero la lezione con la propria amara esperienza,
cioè, di quelli che sono sopravvissuti all’assalto degli Stati Uniti. In
Colombia, tuttavia, il problema di stabilire forme condivise di democrazia e
stabilità persiste e incluso si sta acutizzando. Una maniera di affrontarlo,
sarebbe di tentare di soddisfare le necessità e le preoccupazioni della
maggioranza povera. Un’altra è quella di fornire armi ed addestramento militare
almeno per mantenere le cose come stanno. Come
era prevedibile, l’annuncio del ‘Plan Colombia’ ha spinto la guerriglia a
mettere in moto contromisure, in particolare essa ha richiesto che tutti coloro
che hanno redditi superiori ad un milione di dollari paghino una “imposta
rivoluzionaria” o dovranno affrontare la minaccia di sequestro (secondo le
parole della FARC, la minaccia del carcere per evasione fiscale). Il Financial Times di Londra spiega i
motivi: “Agli occhi delle FARC, il finanziamento è necessario per combattere il
fuoco con il fuoco. Il governo sta tentando di ottenere 1.300 milioni di
dollari in aiuti militari dagli Stati Uniti, in apparenza per operazioni
antidroga; le FARC credono che le nuove armi saranno provate su di loro. Sono
disposte ad armarsi per la battaglia”, cosa che condurrà i militari
all’escalation e che debiliterà i fragili negoziati di pace in corso. [22] Secondo
il corrispondente del New York Times,
Larry Rother, i “colombiani comuni” sono “irritati” per le negoziazioni di pace
del governo, il quale ha ceduto alle FARC una grande regione già sotto il
controllo della guerriglia, ed inoltre i “residenti amareggiati” di questa
regione si oppongono alla guerriglia. Non si cita alcuna prova. Il noto
analista militare colombiano Alfredo Rangel, vede le cose in altro modo. Rangel
“insiste nel ricordare agli intervistatori che le FARC possono contare su un
sostegno significativo nelle regioni in cui operano”, informa Alma
Guillielmoprieto. Rangel cita “la capacità delle FARC di lanciare attacchi di
sorpresa” in differenti parti del paese, un fatto che è “politicamente
significativo” perché, “in tutti i casi, un unico allarme da parte della popolazione
civile basterebbe per mettere l’esercito in allerta, e questo non succede quasi
mai”. [23] La
situazione risulta familiare. Un esempio che dovrebbe essere ben conosciuto è
quello dell’impressionante successo dell’offensiva Tet in Vietnam del Sud nel gennaio
1968, nelle città, nei villaggi e nelle aree rurali. Anche se il territorio era
occupato da più di un milione di soldati americani, con un vasto apparato
clientelare, militare e di polizia, il sollevamento della guerriglia del
Vietnam del Sud s sviluppo quasi completamente di sorpresa, senza alcun
preavvertimento, il che evidenziò quanto profondamente era radicata la
guerriglia nella popolazione locale (secondo i servizi d’intelligence
statunitensi, le forze nord-vietnamite erano confinate in gran parte nelle
regioni di frontiera). Anche se durante il corso della riedizione della storia,
si sono ideate storie più convenienti, i fatti furono così chiari al punto di
convincere le élite degli Stati Uniti che lo sforzo di schiacciare la
resistenza in Vietnam del Sud era troppo costoso per continuare in esso. Lo
stesso giorno che Rother si esprimeva sull’“irritazione dei colombiani comuni”,
il Financial Times di Londra
informava su un “foro innovatore” nella regione controllata dalle FARC, uno dei
tanti che sono stati organizzati per permettere “ai cittadini di partecipare
alle attuali conversazioni di pace”. I partecipanti giungono da tutta la
Colombia, parlano davanti alle telecamere della televisione e si riuniscono con
i principali leader delle FARC. Tra essi ci sono leader sindacali e del mondo
degli affari, allevatori ed altri. Un leader sindacale della seconda città
della Colombia, Cali, “ha dato speranza a coloro che credono che parlando
finirà il lungo conflitto del paese”, dirigendosi tanto al governo che ai
leader delle FARC. Ha diretto il suo intervento specificatamente al “signor
Marulanda”, il vecchio leader contadino delle FARC, “che minuti prima era stato
oggetto di una calorosa ovazione”, dicendogli che “la disoccupazione non è un
problema causato dalla violenza”, ma bensì “dal governo nazionale e dagli
imprenditori di questo paese”. Anche i leader del mondo degli affari sono
intervenuti, però “sono stati interrotti dal gran numero di sindacalisti che
erano venuti a parlare”. In mezzo degli “applausi dei sindacalisti”, un
portavoce delle FARC “ha spiegato con chiarezza inedita il programma economico
della sua organizzazione”, che chiede il congelamento delle privatizzazioni,
sussidi all’energia e all’agricoltura esattamente come si fa nei paesi ricchi e
che si stimoli l’economia mediante la protezione delle imprese locali. Il
rappresentante del governo, che “ha insistito tenacemente sulla crescita a
partire delle esportazioni e la partecipazione privata"” ha definito,
nonostante tutto, la dichiarazione delle FARC come “materia prima per i
negoziati”, anche se le FARC “spinte dall’evidente scontento popolare per le
politiche governative “neoliberiste”, hanno affermato che “chi ha monopolizzato
il potere” deve cedere nei negoziati. [24] E’
possibile farsi un’idea della dimensione potenziale del ‘Plan Colombia’
considerando altri progetti militari degli Stati Uniti nella regione. La stampa
salvadoregna informa su un accordo Stati Uniti/El Salvador in attesa di essere
ratificato da parte del potere legislativo salvadoregno, che permette alla
marina statunitense di utilizzare un aeroporto de El Salvador come “avamposto
per le operazioni avanzate (AOA)”, il quale si aggiunge alle operazioni AOA
nella città portuale ecuadoriana di Manta e nelle colonie olandesi di Aruba e
Curacao. Gli accordi intergovernativi permettono, secondo quanto è stato
denunciato, che gli Stati Uniti facciano un uso totalmente discrezionale degli
aerei e delle armi, senza che si permetta alcuna ispezione o controllo locali.
Gli esperti militari ecuadoriani si mostrano preoccupati di fronte alla
possibilità che la base militare di Manta si stia preparando ad "eventuali
bombardamenti aerei del tipo Kosovo, (…) ad una guerra aerea che sia condotta
dalle basi utilizzate dagli Stati Uniti nella regione e dal mare, in cui gli
aerei e i missili avrebbero un ruolo fondamentale”. [25] Il
‘Plan Colombia’ è giustificato ufficialmente con la scusa della “guerra contro
le droghe”, [26] argomento
che pochi analisti competenti prendono sul serio. La Drug Enforcement
Administration (DEA) ha dichiarato che “tutti i settori del governo” colombiano
sono coinvolti “in vicende di corruzione legate alle droghe”. Nel novembre
1998, ispettori statunitensi della dogana e della DEA hanno rinvenuto 415 chili
di cocaina e 6 chili di eroina in un aereo dell’Aeronautica Militare colombiana
che era atterrato in Florida, evento che ha condotto all’arresto di alcuni
funzionari della Forza Aerea e di altri militari. [27]
Altri osservatori hanno inoltre fatto riferimento sul distaccato ruolo dei
militari nel narcotraffico, compresi i militari statunitensi. La sposa del
colonnello James Hiett si è dichiarata colpevole dell’accusa di cospirazione
per avere introdotto eroina colombiana a New York e poco dopo è stato reso noto
che lo stesso colonnello Hiett, responsabile delle truppe statunitensi che
addestravano le forze di sicurezze colombiane in “operazioni antidroga”, “si
sarebbe dichiarato presumibilmente colpevole” per l’identica imputazione di
complicità. [28] I
paramilitari proclamano apertamente la loro dipendenza dall’affare delle
droghe. “Il leader dei paramilitari (Carlos Castaño) ha riconosciuto, in
un’intervista in un programma televisivo, che la droga assicurava il 70% dei
fondi del gruppo”, ha riportato il corrispondente John Donnelly, nel marzo
2000. Questa è stata la prima apparizione nella televisione colombiana di
Castaño, che guida la principale e più violenta delle organizzazioni
paramilitari. Castaño ha dichiarato di essere al comando di una forza di 11.200
uomini “finanziati con l’estorsione ed i profitti ottenuti da 30.000 ettari di
campi di coca nel nord di Santander”. [29]
“Gli attacchi finanziati dagli Stati Uniti non interessano però le aree
controllate dai paramilitari”, osserva Donnelly, come tanti altri. Gli obiettivi
del ‘Plan Colombia’ sono le forze della guerriglia della base contadina che
rivendicano cambi sociali interni, i quali interferirebbero con l’integrazione
della Colombia nel sistema globale nei termini che esigono gli Stati Uniti:
dominio delle élite vincolate agli interessi di potere statunitensi che stanno
garantendo l’accesso privilegiato alle fonti pregiate della Colombia, compreso
il petrolio, un elemento probabilmente determinante per il ‘Plan Colombia’. Nella
terminologia statunitense standard, i gruppi delle FARC sono “narcoguerriglie”,
un concetto utile come copertura per le operazioni di controinsorgenza, che
però è stato criticato dagli osservatori più attenti. Si concorda – ed i leader
delle FARC lo dicono – con il fatto che la guerriglia si sostiene con i fondi
provenienti dalla produzione della coca, che sottopongono ad una tassa, allo
stesso modo di come fanno con altri affari. Però “i guerriglieri sono
differenti dai trafficanti”, dice Klaus Nyholm, che gestisce il programma di
controllo delle droghe dell’ONU, il quale può contare su agenti in tutte le
regioni produttrici di droga. Nyholm crede che i fronti locali delle FARC siano
“abbastanza autonomi”. [30]
In alcune regioni “non sono assolutamente coinvolti” nella produzione di coca e
in altre “chiedono attivamente ai contadini di non coltivare (coca)”. Lo
specialista in droghe andine Ricardo Várgas, descrive il ruolo della guerriglia
come “centrato principalmente nel gravame impositivo sulle coltivazioni
illecite”. La guerriglia ha richiesto “un piano di sviluppo per i contadini”
che “permetterebbe la eradicazione della coca sulla base di coltivazioni
alternative”. “Questo è tutto quello vogliamo”, ha annunciato pubblicamente il
leader guerrigliero Marulanda, come hanno fatto anche altri portavoce della
guerriglia. [31] Però
lasciamo da parte queste questioni per considerarne altre. Perché
i contadini della Colombia coltivano coca e non altri prodotti? Le ragioni sono
comprensibili. “I contadini coltivano coca e papavero da oppio”, spiega Várgas,
“a causa della crisi del settore agricolo dei paesi latinoamericani, a cui si
aggiunge la crisi economica generale della regione”. I contadini iniziarono a
colonizzare l’Amazzonia colombiana negli anni ’50, scrive, “a partire della
violenta espulsione dei contadini, ad opera dei grandi proprietari”, scoprendo
così che la coca era “l’unico prodotto che invece era redditizio e facile da
commercializzare”. Le pressioni sui contadini aumentarono fortemente quando i
“proprietari di ranchos, gli investitori e i proprietari legali delle terre
crearono e rafforzarono eserciti privati” – i paramilitari – che “servono come
mezzo per espropriare violentemente le terre dei popoli indigeni, dei contadini
e dei coloni”, con il risultato che “i trafficanti controllano attualmente gran
parte della migliore terra della Colombia”. I battaglioni controinsorgenti
armati ed addestrati dagli Stati Uniti non attaccano i trafficanti, informa
Várgas, ma “hanno invece come obiettivo gli anelli della catena della droga più
deboli e più fragili dal punto di vista sociale: le produzioni dei contadini,
dei coloni e degli indigeni”. Lo stesso succede con le armi chimiche e
biologiche che usa Washington, utilizzate a livello sperimentale violando le
raccomandazioni dei produttori ed eludendo le obiezioni del governo colombiano
e delle associazioni agricole. Queste misure moltiplicano “i pericoli per la
popolazione civile, l’ambiente e l’agricoltura legale”, distruggono “raccolti
di alimenti legali come la yuca e il banano, le fonti idriche, il foraggio, il
bestiame e tutte le coltivazioni interessate ai programmi di sostituzione della
coca”, tra i quali i ben strutturati progetti di sviluppo gestiti dalla Chiesa,
con i quali si è tentato di promuovere le alternative alla produzione della
coca. Hanno inoltre conseguenze incerte, anche se potenzialmente gravi, “sul
delicato ambiente della selva tropicale”. [32] I
programmi tradizionali statunitensi e anche l’odierno ‘Plan Colombia’
appoggiano soprattutto le forze sociali che controllano il governo e il sistema
militare/paramilitare, che a causa della sua rapacità e violenza, sono i
principali responsabili dei problemi di oggi. I loro target sono le vittime di
sempre. Ci
sono altri fattori che spiegano l’incremento della produzione della coca. La
Colombia è stata un tempo un importante produttore di grano. La produzione si è
debilitata negli anni ’50 a seguito del programma di aiuti “Food for Peace”, un
programma che distribuiva sussidi alle imprese agricole statunitensi e faceva
sì che altri paesi “diventassero dipendenti da noi per la loro alimentazione”
(senatore Hubert Humprhrey, rappresentante degli esportatori agricoli del
middle-west), con contropartite economiche per gli Stati clienti degli Stati
Uniti, che generalmente li utilizzavano per l'acquisto di attrezzature militari
e per le operazioni controinsorgenti. Un anno prima che il presidente Bush
annunciasse la “guerra alla droga” con grande fanfara (ancora una volta),
l’accordo internazionale sul caffè fu sospeso per le pressioni statunitensi,
con la spiegazione che si trattava di “violazione del giusto commercio”. In
conseguenza, il prezzo del principale prodotto di esportazione colombiano si
ridusse di più del 40% nell’arco di due mesi. [33] Altri
fattori collegati sono stati analizzati dallo specialista in economia politica
Susan Strange. [34] Negli anni
’60 i governi del Gruppo dei 77 (G77, che attualmente include 133 paesi nei
quali vive l’80% della popolazione mondiale) fecero appello per un “nuovo
ordine economico internazionale” nel quale le necessità della grande
maggioranza della popolazione del mondo fosse la principale preoccupazione. La
Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo (UNCTAD), istituita
nel 1964 “per creare un sistema di commercio internazionale coerente con la
promozione dello sviluppo economico e sociale”, formulò proposte specifiche. Le
proposte di UNCTAD furono completamente respinte dalle grandi potenze, insieme
all’appello per un “nuovo ordine internazionale”; gli Stati Uniti, in
particolare, insistono sul fatto che “lo sviluppo non è un diritto” e che è
“assurdo” e “costituisce una pericolosa istigazione” sostenere il contrario,
secondo le disposizioni socioeconomiche della Dichiarazione Universale dei
Diritti dell’Uomo, respinte dagli Stati Uniti. Il mondo è avanzato – o, più
semplicemente, si è visto spinto – verso un nuovo ordine economico
internazionale però per una via differente che soddisfaceva le necessità di un
settore differente: per intendersi, quello degli incaricati di disegnarlo, cosa
che difficilmente può sorprendere, come nessuno dovrebbe sorprendersi del fatto
che nella dottrina comune, la formula istituita della “globalizzazione” venga
descritta come un processo inesorabile per cui “non esiste alcuna alternativa”,
come ha dichiarato significativamente Margaret Thatcher. Una
delle prime proposte di UNCTAD fu quella di un programma di stabilizzazione dei
prezzi delle materie prime, cosa che nei paesi industrializzati si fa di
routine grazie ai sussidi pubblici. Negli Stati Uniti, questa pratica si è
vista minacciata per un breve periodo di tempo, quando il Congresso passò ad
essere controllato nel 1994 da elementi di destra che sembravano credere alla
propria retorica, per la grande costernazione dei leader imprenditoriali, che
comprendono che la disciplina del mercato è per gli indifesi, e non per loro.
Presto gli ideologi novizi del libero mercato appresero migliori modalità o
furono rispediti alle loro case, però non prima che il Congresso approvasse nel
1996 la “legge della libertà agricola” per liberare l’agricoltura statunitense,
nelle parole di Newt Gingrich, dai “programmi socialisti tedesco-orientali del
New Deal”, che pose fine ai sussidi che creano distorsioni nel mercato… che
sono stati triplicati rapidamente, raggiungendo il record di 23.000 milioni di
dollari nel 1999, con le previsioni che sarebbero continuati a crescere.
Tuttavia, il mercato ha realizzato il suo miracolo: i sussidi impositivi vanno
in modo sproporzionato alle grandi imprese agricole e agli “oligopoli corporativi”
che dominano gli estremi delle entrate e delle uscite, secondo quanto osservato
da Nicholas Kristof. Chi ha potere di mercato nella catena alimentare (dalle
imprese energetiche a quelle della grande distribuzione) gode di grandi
benefici, mentre la crisi agricola, che è reale, si concentra sulla metà della
catena, sui piccoli proprietari che producono il cibo. [35] Uno
dei principi fondamentali della moderna storia economica è che i meccanismi
utilizzati dai ricchi e dai potenti per assicurarsi la protezione dello
Stato-balia non devono stare alla portata dei poveri. In conseguenza,
l’iniziativa di UNCTAD per stabilizzare i prezzi dei prodotti base fu
rapidamente respinta; la stessa organizzazione è stata completamente emarginata
e addomesticata, insieme a quelle che riflettono, per lo meno in qualche
misura, gli interessi della maggioranza globale. [36]
Nel considerare queste vicende, Strange osserva che i coltivatori furono
obbligati, così, a dedicarsi a raccolti per i quali esiste un mercato stabile. Le
imprese agricole in grande scala possono tollerare le fluttuazioni dei prezzi
dei prodotti base, compensando le perdite temporanee in qualche modo. I
contadini poveri non possono dire ai loro figli: “Non ti preoccupare, forse
avrai qualcosa da mangiare il prossimo anno”. In conseguenza di ciò, prosegue
Strange, gli imprenditori della droga non hanno avuto difficoltà ad “incontrare
contadini ben disposti a coltivare la coca, la cannabis o l’oppio”, prodotti
che sempre hanno un mercato nelle società ricche. Altri
programmi statunitensi e delle istituzioni globali che gli Stati Uniti
dominano, amplificano queste conseguenze. L’odierno piano di Clinton per la
Colombia prevede solo la concessione di scarsi fondi per finanziare raccolti
alternativi e nulla in assoluto per le regioni che sono sotto il controllo
della guerriglia, nonostante i leader delle FARC abbiano espresso ripetutamente
le loro speranze che si prevedano alternative affinché i contadini non si
vedano obbligati a coltivare coca per sopravvivere. “Alla fine del 1999 gli
Stati Uniti hanno speso in totale 750.000 dollari in programmi di sviluppo
alternativi”, informa il Centro di Politica Internazionale, “tutti in aree di
coltivazione dell’eroina e del papavero da oppio, lontane dalle pianure del sud”,
che rappresentano gli obiettivi del ‘Plan Colombia’, il quale, comunque fa
appello all’“assistenza ai civili che l’offensiva obbligherà a trasferirsi
verso il sud della Colombia”, aspetto del piano che il Centro considera
“particolarmente preoccupante”. L’amministrazione Clinton insiste inoltre – non
ponendo attenzione alle obiezioni del governo colombiano – che l’eventuale
accordo di pace deve includere misure di distruzione delle coltivazioni. [37]
Le proposte costruttive non sono proibite, pero sono questioni di altri. Gli
Stati Uniti si concentreranno sulle operazioni militari, le quali, casualmente,
beneficiano le industrie d’alta tecnologia che producono materiale militare e
che sono coinvolte in una “lobbying intensiva” a favore del ‘Plan Colombia’,
insieme alla Occidental Petroleum – che ha importanti investimenti in Colombia
– ed altre grandi imprese. [38] I
programmi del FMI-Banca Mondiale esigono inoltre, che i paesi aprano le loro
frontiere al flusso (fortemente sussidiato) dei prodotti agricoli dei paesi
ricchi, cosa che, com’è ovvio, debilita la produzione locale. I contadini
locali o sono spinti verso i quartieri urbani sottoproletari (il che fa ridurre
i livelli dei salari che pagano gli investitori stranieri) o sono istruiti
perché si convertano in “contadini razionali” e producano per il mercato
d’esportazione tentando di ottenere prezzi più alti, il che si traduce in
“coca, cannabis, oppio”. Dopo aver bene appreso le loro lezioni, essi sono
premiati con attacchi di pistoleri militari e i suoi campi sono distrutti dalle
armi chimiche e biologiche, cortesia di Washington. Qualcosa di simile accade
in tutta la regione andina. Il tema ha preso il sopravvento, anche se
brevemente, sui mezzi di comunicazione giusto quando si stava dibattendo il ‘Plan
Colombia’ a Washington. L’8 aprile 2000, il governo della Bolivia ha dichiarato
lo stato d’emergenza dopo che importanti proteste popolari avevano portato al
collasso la città di Cochabamba, la terza più popolata della Bolivia. Il motivo
delle proteste era la privatizzazione del sistema pubblico della fornitura
d’acqua e l’enorme incremento del prezzo dell’acqua, giunto ad un livello
irraggiungibile per le tasche di gran parte della popolazione. Il trasfondo è
quello di una crisi economica attribuita in parte alle politiche neoliberiste
che sono culminate nella guerra contro la droga, con la quale si è distrutta
più della metà della produzione delle foglie di coca del paese, lasciando nella
miseria i “contadini razionali”. Una settimana più tardi i coltivatori hanno
bloccato un’autostrada vicina alla capitale, La Paz, per protestare contro
l’eradicazione della foglia di coca, l’unico mezzo di sopravvivenza che resta
loro dopo le “riforme”, nel modo con cui esse si stanno applicando. Nell’informare
sulle proteste per i prezzi dell’acqua ed i programmi di eradicazione, il Financial Times osserva che “la Banca
Mondiale e il FMI hanno considerato la Bolivia come una specie di modello”, uno
dei principali successi del “consenso di Washington”, però le proteste di
aprile dimostrano che “il successo dei programmi di eradicazione del Perù e
della Bolivia hanno avuto un alto costo sociale”. Il periodico cita le parole
di un diplomatico europeo in Bolivia, il quale afferma che “sino ad un paio di
settimane fa la Bolivia era considerata un successo” – da coloro che “prendono
in considerazione” un paese senza tenere in alcuna considerazione i suoi
abitanti -. Però adesso, prosegue, “la comunità internazionale deve riconoscere
che le riforme economiche non hanno fatto realmente nulla per dare soluzione ai
sempre più importanti problemi della povertà”; al contrario li hanno aggravati.
Il segretario della conferenza episcopale della Bolivia, che mediò un accordo
per far cessare la crisi, ha descritto il movimento di protesta come “la
conseguenza della povertà estrema. Le esigenze della popolazione rurale devono
essere attese se desideriamo una pace duratura”. [39] Le
proteste di Cochabamba erano dirette contro la Banca Mondiale e la corporazione
Bechtel, con sede a San Francisco/Londra, principale potere finanziario che sta
dietro al conglomerato transnazionale che ha comprato il sistema pubblico di
fornitura delle acque in mezzo ad una serie di accuse di corruzione e
distribuzione di prebende, per poi raddoppiare i prezzi che devono essere
pagati da molti clienti poveri. Sottomessa alle pressioni della Banca, la
Bolivia ha venduto importanti risorse alle imprese private (quasi sempre
straniere). La vendita del sistema pubblico di somministrazione dell’acqua e
gli aumenti dei prezzi hanno dato luogo a mesi di proteste che sono culminati
nella manifestazione che ha paralizzato la città. Le politiche governative
hanno seguito le raccomandazioni della Banca Mondiale secondo le quali “non
deve essere assegnato alcun sussidio per ammortizzare l’aumento dei prezzi
dell’acqua a Cochabamba”; tutti i consumatori, compresi i più poveri, devono
pagare il costo completo. Attraverso Internet gli attivisti boliviani hanno
convocato proteste internazionali che hanno avuto un impatto significativo,
probabilmente amplificato dalle proteste a Washington contro le politiche della
Banca Mondiale/FMI che si stavano realizzando in quel momento. Bechtel si tirò
indietro ed il governo rescisse la vendita.[40]
Però resta d’ora in poi una lotta lunga e difficile. Quando
fu dichiarata la legge marziale in Bolivia, un rapporto sulla regione
meridionale della Colombia descriveva gli estesi timori sull’arrivo di aerei
per le fumigazioni per “lanciare il loro veleno sui campi di coca, che portano
alla distruzione anche le coltivazioni di sussistenza dei contadini, provocano
malessere sociale generalizzato e promuovono l’esplosione della violenza che
resta sempre latente”. La paura e l’angustia generalizzate riflettono “il grado
di timore e confusione a cui si è arrivati in questa parte della Colombia”. [41] Un’altra
questione può essere posta su un secondo piano non molto distante.
Semplicemente, che diritto hanno gli Stati Uniti di condurre operazioni
militari e la guerra chimica e biologica in altri paesi per distruggere
coltivazioni che non le piacciono? Possiamo lasciare da parte la cinica
risposta che i governi hanno richiesto questi “aiuti”; o un’altra. Così,
dobbiamo domandarci se altri hanno lo stesso diritto extraterritoriale alla
violenza e alla distruzione che gli Stati Uniti esigono. Il
numero di colombiani che muoiono a causa delle droghe letali prodotte negli
Stati Uniti supera il numero degli statunitensi che muoiono a causa della
cocaina ed è molto più grande in relazione alla popolazione. Nell’oriente e nel
sud-est asiatico le droghe letali prodotte dagli Stati Uniti causano milioni di
morti. Questi paesi non solo sono obbligati ad accettare i prodotti, ma anche a
promuoverli sotto la minaccia di essere sottoposti a sanzioni commerciali. Le
conseguenze della “commercializzazione e della pubblicità aggressiva delle
imprese statunitensi sono, in buona misura, responsabili di (…) un
considerevole aumento del numero dei fumatori tra le donne ed i giovani nei
paesi asiatici dove gli Stati Uniti hanno forzato le porte minacciando di
applicare severe sanzioni commerciali”, conclude una ricerca sulla salute
pubblica. [42] I cartelli
colombiani, in cambio, non hanno il permesso di sviluppare grandi campagne
propagandistiche come quelle di Joe Camel per cantare le meraviglie della
cocaina. Grazie
alla passione statunitense per il “libero commercio” e la “libertà
d’espressione” per gli annunciatori delle sostanze assassine, le esportazioni
generali delle sigarette sono aumentate enormemente, quintuplicandosi tra il
1975 e il 1996, [43] il che
illustra benissimo alcune delle conseguenze che ha per il benessere pubblico la
teologia politica fanatica che eleva il “commercio” al rango più alto tra i
valori umani, “commercio” tra virgolette perché è un concetto che, in larga misura,
è ideologicamente costruito. Pertanto,
siamo autorizzati, e dunque moralmente obbligati, a domandarci se la Colombia,
la Tailandia, la Cina ed altri obiettivi delle politiche commerciali
statunitensi e della promozione aggressiva delle esportazioni letali hanno il
diritto a fare la guerra militare, chimica e biologica contro la Carolina del
Nord. E se non ce l’hanno, perché no? Possiamo
domandarci inoltre perché non ci sono incursioni aeree della Delta Force sui
depositi e le imprese chimiche statunitensi, quando non è assolutamente segreta
la loro considerevole partecipazione nell’affare del narcotraffico. Potremmo
inoltre domandarci perché il Pentagono non si stia preparando ad attaccare il
Canada, che attualmente sta sostituendo la Colombia e il Messico quale
fornitore di marihuana; le varietà con alto potenziale si sono trasformate nel
prodotto agricolo più redditizio della Columbia Britannica e in uno dei settori
più importanti dell’economia canadese (anche nel Quebec e nel Manitoba),
crescendo di dieci volte negli ultimi due anni. O perché non si disponga ad
attaccare gli Stati Uniti, un importante produttore di marihuana con una
produzione in rapida espansione che include coltivazioni idrofoniche, e per
lungo tempo al centro della produzione di droghe illecite di alta tecnologia
(ETA, stimolanti tipo anfetamine), il settore che più rapidamente cresce nel
consumo delle droghe e che conta su 30 milioni di consumatori al mondo, il che
probabilmente supera il numero complessivo dei consumatori di eroina e cocaina.
[44] Non
si deve mancare di considerare in dettaglio le conseguenze letali delle droghe
statunitensi. Il Tribunale Supremo ha concluso recentemente che si “è
dimostrato ampiamente” che l’uso del tabacco è “forse la principale minaccia
alla salute pubblica negli Stati Uniti”, responsabile di più di 400.000 morti
all’anno, più che l’AIDS, gli incidenti automobilistici, l’alcool, gli omicidi,
le droghe illegali, i suicidi e gli incendi messi insieme; il Tribunale in
pratica, ha chiesto al Congresso di legiferare sul controllo del tabacco. Una
misura che ha fatto sì che diminuisse l’utilizzo di questa sostanza negli Stati
Uniti e che ha costretto i produttori a pagare un indennizzo sostanzioso alle
vittime, che il mercato si trasferisse all’estero, altra pratica corrente. Il
numero dei morti è incalcolabile. L’epidemiologo dell’Università di Oxford,
Richard Peto, ha stimato che nella sola Cina, dei bambini e giovani che
attualmente hanno meno di 20 anni, 50 milioni moriranno per malattie legate al
consumo di sigarette, buona parte a causa dell’alta selettività della dottrina
del “libero commercio” statunitense. [45] In
comparazione con i 400.000 morti causati dal tabacco ogni anno negli Stati
Uniti, le morti legate alle droghe hanno raggiunto la cifra record di 16.000
nel 1997. Inoltre, solo quattro su dieci dei drogati che hanno bisogno di un
trattamento lo hanno ricevuto, secondo il rapporto della Casa Bianca. [46] Questi fatti pongono sul tavolo altri
interrogativi sulle motivazioni della guerra alla droga. La serietà della
preoccupazione per l’uso degli stupefacenti è stata manifestata ancora di più
quando un comitato della camera dei rappresentanti stava considerando il ‘Plan
Colombia’ di Clinton. Il comitato ha respinto un emendamento proposto dal rappresentante
democratico Nancy Pelosi, che chiedeva il finanziamento dei servizi di
riduzione della domanda di droghe. E’ ben noto che il trattamento e la
prevenzione sono molto più efficaci delle azioni di forza. Uno studio,
particolarmente citato, della Rand Corporation patrocinato dall’esercito
statunitense e dall’Ufficio della Politica Nazionale di Controllo della Droga,
ha scoperto che i fondi utilizzati per il trattamento contro le droghe
all’interno del paese sono 23 volte più efficaci del “controllo sul paese
fonte” (il ‘Plan Colombia’ di Clinton), 11 volte più efficaci della proibizione
e 7 volte più efficaci della legislazione interna. [47] Però
il cammino meno costoso e più efficace non è proseguito. Invece di esso,
s’innesca la “guerra contro la droga” contro i contadini poveri all’estero e la
gente povera all’interno del paese; si usa la forza, e non si adottano misure
costruttive che allevino i problemi che ipoteticamente motivano il consumo, il
che necessiterebbe una piccola parte dei costi attuali. Mentre
si elabora il ‘Plan Colombia’ di Clinton alcuni alti funzionari
dell’amministrazione hanno studiato la proposta dell’Ufficio per la Gestione
del Bilancio di utilizzare 100 dei 1.300 milioni di dollari che al tempo si
pensava di spendere per il ‘Plan Colombia’, nel trattamento dei
tossicodipendenti statunitensi. L’opposizione é stata praticamente unanime,
soprattutto da parte dello “zar anti-droga”, il generale McCaffrey, per cui la
proposta é stata abbandonata. In cambio, quando Richard Nixon – in molti
aspetti l’ultimo presidente liberale – dichiarò una guerra alle droghe nel
1971, due terzi dei fondi furono utilizzati nei trattamenti di un numero record
di tossicodipendenti: si produsse una considerevole riduzione degli arresti di
persone legate alla droga e del numero dei detenuti nei carceri federali. Dal
1980, tuttavia, “la guerra contro la droga si è spostata verso il castigo dei
delinquenti, la vigilanza delle frontiere e la lotta contro la produzione nei
paesi fonte”. [48] Una
conseguenza di ciò è l’enorme incremento dei delitti (spesso senza vittime)
legati alle droghe ed un’esplosione della popolazione carceraria, che ha
raggiunto livelli molto più alti di qualsiasi altro paese industrializzato e
probabilmente il record mondiale, senza effetti evidenti sulla disponibilità o
sul prezzo delle droghe. Queste
osservazioni, che non possono sembrare oscure, portano a chiedersi cosa si
pretenda di fare con la guerra alla droga. Si riconosce apertamente che essa
non riesce ad adempiere ai suoi obiettivi dichiarati ma i metodi falliti sono
applicati con ancora più vigore, mentre i metodi efficaci per raggiungere le
mete dichiarate sono respinti. Pertanto, l’unica cosa che si può concludere
ragionevolmente è che la “guerra contro la droga”, nella maniera
particolarmente punitiva con cui é stata applicata negli ultimi vent’anni, sta
adempiendo ai suoi obiettivi, e non sta fallendo. Quali sono questi obiettivi?
Una risposta plausibile è implicita in un commento fatto dal senatore Daniel
Patrick Moynihan – uno dei pochi senatori che prestano grande attenzione alle
statistiche sociali – quando si dichiarò l’ultima fase della “guerra contro la
droga”. Quando furono adottate queste misure, Moynihan osservò: “Stiamo optando
per tenere un intenso problema criminale concentrato nelle minoranze”. Il
criminologo Michael Tonry conclude che “i pianificatori della guerra sapevano
esattamente ciò che stavano facendo”. Ciò che stavano facendo è, in primo
luogo, liberarsi della “popolazione superflua”, della “gente da eliminare”, dei
“desechables” (i “rifiuti”) come essi vengono chiamati in Colombia, dove li si
elimina con la “limpieza social”; e, in secondo luogo, di intimorire tutti gli
altri, un compito non poco importante in un periodo in cui si sta imponendo una
forma interna di “aggiustamento strutturale"” con tagli significativi per
la maggior parte della popolazione. [49] “Mentre
la guerra contro la droga solo in alcuni casi contribuisce alla salute pubblica
e alla sicurezza e sempre più spesso le degrada”, conclude un rapporto ben
documentato e perspicace, “normalmente serve agli interessi della ricchezza
privata: interessi rivelati dal modello dei vincitori e dei perdenti, degli
obiettivi e dei non obiettivi, dei recettori e dei non recettori dei fondi”, in
accordo con “i principali interessi della politica estera ed interna degli
Stati Uniti in generale” e del settore privato, che “ha una pesante influenza
sulla formulazione della politica”. [50] Possiamo
dibattere sulle motivazioni, però le conseguenze sugli Stati Uniti e sui paesi
esteri sembrano ragionevolmente chiare. [1] Sui trasferimenti di armamenti, si veda Adam
Isacson e Joy Olson, Just the Facts: A
Citizen’s Guide to U.S. Defense and Security Assistance to Latin American and
the Caribbean, Latin American Working Group and Center for International
Policy, Washington DC, 1999. Sui fatti riportati e sulle fonti qui non citate,
si vedano il mio La paura e la democrazia,
cap. 4 e 5 e il mio Il nuovo ordine
mondiale (ed il vecchio), cap. 1 e 2. Si veda inoltre Javier Giraldo,
Colombia: The Genocidal Democracy, Common Courage, 1996. Sulla correlazione si
veda Lars Schoultz, cap. 10, p. 164. Si consultino i dati sulle conferme e le
indagini più estese, che aiutano a spiegarne le ragioni, in Noam Chomsky ed
Edward Herman, Political Economy of Human Rights, vol. 1, cap. 2.1.1; Herman,
The Real Terror Network, South End, 1982, p. 126. [2] Martin Hodgson, “The coca leaf war”, Bullettin of the Atomic Scientists,
maggio/giugno 2000. Ufficialmente la Colombia sostiene che il “Plan Colombia”
costerà in totale “7.300 milioni di dollari, dei quali 4.200 saranno finanziati
dal governo colombiano e 3.100 grazie ai contributi della comunità
internazionale” e che ne saranno destinati 1.080 milioni alla “strategia
antidroga”. Comunicato stampa dell’Ambasciata di Colombia a Washington DC, 2
giugno 2000. “Ignoranza intenzionale” è l’espressione utilizzata dagli
osservatori dei diritti umani Donald Fox e Michael Glennon nel commentare la
decisione di Washington di “non vedere” il terrore che si sta portando avanti,
attraverso gli intermediari, in America Centrale. “Report to the International
Human Rights Law Group and the Washington Office on Latin America”, Washington
DC, 21 aprile 1985, Si veda inoltre Glennon, “Terrorism and ‘intentional ignorance’”,
CSM, 20 marzo 1986. [3] Sui trasferimenti di armi statunitensi si veda
Tamar Gabelnick, William Hartung and Jannifer Washburn, Arming Repression: US Arms Sales to Turkey During the Clinton
Adminitration, World Policy Institute and Federation of American
Scientists, ottobre 1999. Sulla revisione dei programmi anti-insorgenza Stati
Uniti-Turchia si veda il mio The New
Military Humanism. [4] Judith Miller, NYT, 30 aprile 2000. Gli altri grandi trionfatori nella guerra
contro il terrorismo sono la Spagna (perlomeno i membri del governo che però
non sono stati incarcerati per tortura e atrocità nelle loro attività
antiterroriste) e l’Algeria, un riferimento che rende superfluo ogni commento.
Il rapporto e l’analisi meritano uno studio molto più esteso. [5] Reuters,
9 maggio 2000; AFP, 26 maggio 2000. AP, BG, Chicago Tribune, WP
(breve estratto), 27 maggio 2000. Anne Kornbult, “Congress sees differences on
China, Cuba”, BG, 27 maggio 2000.
Kinzer, “Turkey Reviews the Darkest Hours in Its Painful Past”, NYT, 28 maggio 2000. Kinser, “Turkish
Study Finds Torture of Prisoners Is Widespread”, NYT, 4 giugno 2000, che segnala come “la popolazione,
principalmente kurda, si è lamentata particolarmente per i maltrattamenti della
polizia” nel sud-est; non è la storia completa. Sull’interpretazione di Kinser
della pulizia etnica generalizzata e sulle operazioni di terrore in Turchia
negli anni ’90, così come sul contributo di Clinton ad essa, si veda il mio The New Military Humanism, op. cit. Per
una raccolta sulle impressionanti azioni di occultamento delle atrocità e
sull’indebolimento della diplomazia statunitense nel caso recente del Nicaragua
si veda il mio Ilusiones necesarias. [6] Come mero esempio, quando si stavano
organizzando gli assalti militari d’aprile, i direttori di otto periodici di
una provincia kurda andavano incontro a possibili sentenze di condanna a tre
anni di carcere nel caso in cui venissero dichiarati colpevoli di denominare
una festività kurda come Newroz
invece di Nevroz, come si scrive
secondo l’ortografia turca (AP
Worldstream, 25 marzo 2000). [7] Reuters,
1 aprile 2000. Chris Morris, The
Guardians (Londra), 3 aprile 2000. “Arab League Denounces Turkish Incursion
Into Iraq”, Mena (Cairo), 4 aprile
2000; Kurdish News Bullettin, 1-16
aprile 2000. In una ricerca su un data base statunitense si è trovato solo un
riferimento di AP su 326 parole: Los Angeles Times, 2 aprile 2000. Rubin,
Informazione quotidiana per la stampa del Dipartimento di Stato degli Stati
Uniti; M2 Presswire. [8] Servizio federale di notizie, conferenza stampa
del Dipartimento di Stato, segretario della Difesa William Cohen: “L’importanza
della Turchia per la sicurezza internazionale del secolo XXI”, Grand Hyatt
Hotel, Washington DC, 31 marzo 2000; Charles Aldinger, “US Praises Key Nato Alley
Turkey”, Reuters, 31 marzo 2000. [9] Human Rights Watch, The Ties Bind: Colombia and Military-Paramilitary Links, febbraio
2000. Martin Hodgson, CSM, 26 aprile
2000 (rapporto delle Nazioni Unite). Dipartimento di Stato, Rapporto sui paesi relativamente ai diritti
umani, 1999 e 1998. Il rapporto del 1999 è citato da Hodgson come “la
guerra della foglia di coca”. Il direttore svedese è citato da Ana Carrigan,
“Dogs of war are loose in Colombia”, Irish
Times, 6 maggio 2000. [10] Winifred Tate, Washington Office on Latin
America (WOLE), 6 ottobre 1999. Comisión Colombiana de Juristas, “Panorama de
los derechos humanos y del derecho humanitario en Colombia: 1999”, settembre
1999; si veda Colombia Update, n. 11,
pp. 3-4, inverno/primavera 2000. Bland, “Colombia: Don’t forget the lesson of
Salvador”, LAT, 10 aprile 2000.
UNICEF, CODHES, citato da Maurice Lemoine, “The Endless Underclared Civil War”,
Le Monde Diplomatique, maggio 2000. [11] Servizio federale delle notizie, 1 maggio 2000,
conferenza stampa del Dipartimento di Stato. [12] Lindsay Murdoch, The Age (Australia), 8 aprile 2000; Barry Wain, direttore del
periodico asiatico WSJ, 17 aprile
2000. Su Timor Est e il Kosovo si vedano i miei saggi “In Retrospect” e “‘Green
Light’ for War Crimes”, pubblicati in varie edizioni nel 1999-2000, aggiornati
nel mio A New Generation Draws the Line. [13] Ibid.,
e per ulteriori dettagli e fonti The New
Military Humanism. [14] AFL-CIO, “Statement on the Situation of Labor
in Colombia and US Policy”, 17 febbraio 2000, distribuito da WOLA. Human Rights
Watch, World Report 2000, dicembre
1999. [15] Nell’aprile 2000 le FARC hanno annunciato la
formazione di un nuovo partito politico, il Movimiento Bolivariano para una
Nueva Colombia, chiamato ad “un nuovo ambiente politico, sociale ed economico
(…) che renda inutile l’uso delle armi”. AP,
30 aprile 2000, pagina web del Miami
Herald e della Reuters. El Nuevo Herald (Miami), citato dal Weekly News Update on the Americas n.
535, 30 aprile 2000. Il nuovo partito “per il momento resterà, tuttavia, nella clandestinità
per impedire che i suoi leader siano assassinati, hanno dichiarato i comandanti
delle FARC”. Vivian Sequera, AP, BG,
30 aprile 2000. [16] Steven Greenhouse, NYT, 15 marzo 1994. [17] Arlene Tikner, coordinatrice generale del
Centro de Estudios Internacionales dell’Universidad de los Andes, Bogotà,
“Colombia: Cronicicle of a Crisis Fioretold”, Current History, febbraio 1998. [18] Lars Schoultz, Human Rights and United States Policy toward Latin America,
Princeton, 1981, p. 7. Su Vásquez Carrizosa e ulteriori informazioni si vedano
i riferimenti della nota 1. [19] Michael McClintock, “American Doctrine and
Counterinsurgent State Terror”, in A. George (a cura), Western State Terrorism, Polity-Blackwell, 1991, p. 139;
McClintock, Instruments of Statecraft,
Pantheon, 1992, p. 222. [20] Ibidem, p. 227. [21] Sui programmi della guerriglia, si veda Andrés
Cala, “The Enigmatic Guerrilla: FARC’s Manuel Marulanda”, Current History, febbraio 2000; Karen De Young, “Colombia’s
Non-Drug Rebellion”, WP National Weekly,
17 aprile 2000. Si veda inoltre l’“agenda di negoziazione” delle FARC in Adam
Isacson, “The Colombian Dilemma”, International
Policy Report, Washington DC, Center for International Policy, febbraio
2000. [22] James Wilson, “Rebels tax plan outrages
Colombia”, FT, 28 aprile 2000. Si
veda inoltre Carrigan, Op. cit. [23] Larry Rohter, “Colombia Agrees to Turn Over
Territory to another Rebel Group”, NYT,
26 aprile 2000; Alma Guillelmoprieto, New
York Review, 11 maggio 2000. Si veda per un’analisi più approfondita,
Lemoine, Op. cit., dove si fa
riferimento all’attrazione che hanno le FARC su molti contadini e lavoratori,
che le considerano “l’esercito dei poveri”, specialmente le donne, che
costituiscono attualmente la terza parte dei suoi reparti, e ciò a seguito
della rottura della guerriglia con le pratiche oppressive e degradanti che sono
particolarmente dure nel fondo dell’abisso della povertà e della disperazione. [24] James Wilson, “Colombia’s citizens get the
chance to confront rebels” FT, 26
aprile 2000. [25] La Prensa
Gráfica (San Salvador), 28 aprile 2000, citato dal Weekly News Update on the Americas, n. 535, 30 aprile 2000; si
vedano inoltre le attualizzazioni precedenti qui citate. Kintto Lucas,
Interpress Service, Quito, Ecuador, 23 marzo 2000. [26] Su questi fatti e sulle analisi, si veda in
particolare Arnold Chien, Margaret Connors and Kenneth Fox, “The Drug War in
Perspective”, in J. Y. Kim, J. Millen, A. Irwin e J. Gershman, Dying for Growth, Institute for Health
and Social Justice/Partners in Health, Cambridge, MA. (Common Courage, 2000). [27] General Accounting Office, Drug Control: Narcotics Threat from Colombia Continues to Grow,
giugno 1999. [28] Alan Feuer, “US Colonel is implicated in Drug
Case”, NYT, 4 aprile 2000. [29] John Donnelly, BG, 9 marzo 2000. Si veda “Paramilitary Leader Goes Public”, Latinamerica Press (Perù), 20 marzo
2000. [30] De Young, “Colombia’s Non-Drug Rebellion”. [31] Cala, “Enigmatic Guerrilla”. Ricardo Várgas
Meza, The Revolutionary Armed Forces of
Colombia (FARC) and Illicit Drug Trade, Acción Andina (Bolivia), YNI (Paesi
Bassi), WOLA (Washington DC), giugno 1999. [32] Ibidem. Si veda inoltre Várgas, “Drug
Coltivation, Fumigation and the Conflict in Colombia” TNI and Acción Andina
Colombia, ottobre 1999; Hodgson, “La guerra de la hoja de coca”. Si veda
inoltre Larry Rohter, “Colombia Tries, Yet Cocaine Thrives”, NYT, 20 novembre 1999, sull’opposizione
del governo e dei coltivatori colombiani all’insistenza degli Stati Uniti per i
programmi di distruzione delle coltivazioni invece che per quelli di
sostituzione delle coltivazioni che essi preferiscono. Sui piani odierni di
utilizzazione di armi biologiche in aggiunta alle armi chimiche abituali si
veda “UN to Unleash Biowar Against Colombian Cocaine Plant”, AFP, 8 marzo 2000, che fa riferimento ad
un articolo pubblicato nella rivista britannica New Scientist, il 9 marzo 2000, su un piano finanziato dagli Stati
Uniti e dalle Nazioni Unite per realizzare esperimenti all’aria aperta di un
fungo (Fusarium oxysporum) sino ad
oggi provato unicamente nelle celle frigorifere del governo statunitense. “Si
sta considerando la tattica della bioguerra a causa del fracasso delle forze
anti-criminalità nell’estirpare le coltivazioni di coca”, informa AFP. I coltivatori peruviani affermano
che il fungo che ha ridotto considerevolmente la produzione della coca “ha
anche sofferto una mutazione e sta uccidendo molte coltivazioni tradizionali,
comprese quelle di banani, cacao, caffè, mais, limoni, papaya e yuca”, però “i
funzionari del governo degli Stati Uniti insistono sul fatto che le accuse che
li vincolano in qualche modo al fungo non hanno fondamento”. Eric Layman, “US
Accused of Creating Blight Killing Coca Plants and Harming Other Crops”, San Francisco Chronicle, 4 novembre
1999. [33] Walter La Feber, “The Alliances in Retrospect”,
in A. Maguire and J. W. Brown (a cura), Bordering
on Trouble: Resorces and Politics in Latin America, Adler & Adler,
1986. Joseph Treaster, “Coffee Impasse Imperils Colombia’s Drug Fight”, NYT, 24 settembre 1988. Sul programma
“Food for Peace” e le conseguenze dei “sussidi all’esportazione” degli Stati
Uniti e dell’uso di fondi complementari, si veda William Borden, The Pacific Alliance: United States Foreign
Economic Policy and Japanese Trade Recovery, 1947-1955, University of
Wisconsin Press, 1984, pp. 182 e seg. Si veda per una trattazione più generale
Tim Barry and Deb Preusch, The Soft War,
Grove, 1988. Sugli antecedenti si veda inoltre Chien, “The Drug War in
Perspective”, in Dying for Growth. [34] Susan Strange, Mad Money: When Markets Outgrow Goverments, University of Michigan,
1998, p. 127. [35] Tim Weiner, “Congress Agrees to $7,1 Billion in
Farm Aid”, NYT, 14 aprile 2000;
Nicolas Kristof, “As Life for Family Farmers Worsens, The Thoughest Wither”, NYT, 2 aprile 2000; Laurent Belsie,
“Collapse of Free-Market Farm Economy?, CSM,
23 marzo 2000. Per maggiori dettagli ed un’analisi informativa si veda National
Farmers Union, The Farm Crisis, EU
Subsidies, and Agribusiness Market Power, Saskatoon, SK, Canada, rapporto
presentato al comitato permanente sull’agricoltura e i boschi del Senato
canadese, Ottawa, 17 febbraio 2000. [36] Un esempio attuale è la reazione alla
dichiarazione del Summit del Sud de L’Avana dell’aprile 2000. La dichiarazione
condannava le forme della “globalizzazione” stabilite dall’Occidente e si
appellava alla realizzazione di “un sistema economico internazionale giusto e
democratico”, facendo enfasi sul “diritto allo sviluppo”, che gli Stati Uniti
rifiutano, e condannando inoltre “il cosiddetto “diritto” all’intervento
umanitario” e qualsiasi intervento militare ed economico che impedisca ai paesi
di sviluppare i propri “sistemi politici, economici, sociali e culturali”, con
accuse e proposte molto particolari. Com’è solito, la dichiarazione di quei
paesi che riuniscono l’80% della popolazione mondiale è stata poco diffusa o
omessa. [37] Adam Isacson, “Getting in Deeper”, Center of
International Policy, International
Policy Report, febbraio 2000; Linda Robinson, World Policy Journal, inverno 1999-2000; Cala, “Enigmatic
Guerrilla”. Larry Rohter, NYT, 20
novembre 1999, cita il “disappunto” dei funzionari colombiani, che ricevono
istruzioni dall’alto; Rohter, “To Colombians, Drug War Is Toxic Foe”, NYT, 1 maggio 2000, sulle conseguenze
delle fumigazioni che violano i regolamenti (applicati) e sulle smentite
dell’ambasciata di questo paese. Si veda la nota 32. [38] Gwen Robinson and James Wilson, FT, 30 marzo 2000; Michael Isikoff,
Gregory Vistiva, Steven Ambrus, “The Other Drug War”, Newsweek, 3 aprile 2000. [39] AP, NYT,
10 aprile 2000; Peter McFarren, AP, BG,
10 aprile 2000; Reuters, AP, 18
aprile 2000; Richard Lapper, “Anger in the Andes”, FT, 26 aprile 2000; Francis Mc Donagh, National Catholic Reporter, 28 aprile 2000. [40] Jim Scultz, The Democracy Center, Bogotà, 9
aprile 2000; San José Mercury News, 8
aprile 2000; Democracy Center, 13 aprile 2000; Pacific News Service, 13 aprile 2000; San Francisco Examiner, 19 aprile 2000; In These Times, 15 maggio 2000. [41] Kirk Semple. “Antidrug Efforts Fear in
Colombia”, BG, 10 aprile 2000. [42] Alvin Winder, Ted Chen and William Mfuko,
“Influence of American Tobacco Imports on Smoking Rates Among Women and Youth
in Asia”, International Quarterly of
Community Health Education, vol. 14, n. 4, 1993-1994, pp. 345-359; Chen and
Winder, “APACT: Its Organization and Impact on Resistance To US Tobacco
Imperialism”, International Quarterly of
Community Health Education, vol. 12, n. 1, 1991-1992, pp. 59-67. Sulle
audizioni del Dipartimento del Commercio che ha forzato i paesi asiatici ad
aprire le loro porte alle droghe letali ed alla pubblicità aggressiva
esattamente nel momento in cui George Bush annunciava la nuova “guerra alla
droga” e sulla sorprendente reazione mediatica a questi due eventi simultanei,
si veda il mio La paura alla democrazia,
op. cit., cap. 4. Sulle morti colombiane in contrapposizione a quelle
statunitensi si veda Peter Bourne, World
Development Forum, n. 6, giugno 1998, citato da Joyce Millen and Timothy
Holtz, “Transnational Corporations and the Health of the Poor”, in Kim and
others, Dying for Growth, op. cit.. [43] Sthepen Bezruchka, “Is globalization dangerous
to our health?”, Western Jounal of
Medicine, n. 172, pp. 332-334, maggio 2000. [44] Colin Nickerson, “A Nothern Border Menace”, BG, 26 aprile 2000. Programma
Internazionale delle Nazioni Unite per il Controllo delle Droghe, World Drug Report, Oxford, 1997. Si
vedano nel mio La paura alla democrazia,
op. cit., alcuni dati interessanti sui depositi e le imprese farmaceutiche e
sulla reazione di Washington. [45] Linda Greenhouse, “Excepts From (Supreme Court)
Opinions”, NYT, 22 marzo 2000. [46] John Donnelly, BG, 22 marzo 2000. [47] Opinioni contrarie dell’onorevole Nancy Pelosi
e dell’onorevole David Obey, nel rapporto 106-521 del Comitato della Camera dei
Rappresentanti sul H. R. 3908, 14 marzo 2000, distribuito da WOLA. [48] John Donnelly, BG, 21 febbraio 2000. [49] Michael Tonry, Malign Neglect: Race, Crime and Punishment in America, Oxford,
1995. Si veda Juan Pablo Ordoñez, No
Human Being Is Disposable, Columbia Human Rights Committee, Washington DC,
1995. Ordoñez è un altro attivista dei diritti umani obbligato a fuggire dal
paese a causa delle minacce di morte. Sulle conseguenze politiche per la
popolazione degli Stati Uniti, si veda Marc and Marque-Luise Miringoff, The Social Health of The Nation, Oxford,
1999, l’ultimo rapporto sugli indici di salute umana dell’Istituto Fordham per
il Rinnovamento delle Politiche Sociali, che controlla gli indicatori sociali
(come lo fanno gli organismi governativi in altri paesi industrializzati). La
sua conclusione più importante è che gli indicatori sociali hanno seguito il
PNL sino alla metà degli anni ’70 e d’allora in poi hanno iniziato a scendere,
lasciando gli Stati Uniti sotto il livello del 1959, in quella che definiscono
una “recessione sociale”. Il cambio coincide con l’inizio della
“globalizzazione” ufficiale e con la versione interna delle “riforme
neoliberiste” selettive. [50] Chien and others, “The Drug War in
Perspective”, in Kim and others, Dying
for Grouth, op. cit. Sul sistema passato e presente della giustizia
criminale si veda Randall Shelden, Controlling
the Dangerous Classes. A Critical Introduction to the History of Criminal
Justice, Allyn and Bacon, in preparazione. ![]()
Formato per la citazione:
Noam Chomsky, "Plan Colombia e Globalizzazione", terrelibere.org, 08 maggio 2003, http://www.terrelibere.it/doc/plan-colombia-e-globalizzazione |