Novità! Servizi per l'editoria digitale |
.
|
LIBRERIA
|
||||||||
| Nuovo! Le inchieste di terrelibere.org > Gli africani salveranno Rosarno - A3. Il vanto d'Italia | |||||||||
|
|
Chi siamo | Archivio | Autori | Corsi | Campagne | Mailing list | Contatti | |
| Fotostorie | Video | Infografiche | Podcast | Casa editrice | Libreria | Catalogo libri/eBook | Presentazioni | Recensioni |
|
Documenti > Saggio
Antonio Mazzeo: Scheda biografica | Scrivi all'autore | Tutti i documenti di questo autore Interagisci: Segnala ad un amico Organizza un incontro Condividi:
Introduzione L'assassinio di Pio La Torre si realizza proprio quando centinaia di migliaia di siciliani hanno preso coscienza del ruolo di avamposto di morte assunto dalla Sicilia nel Mediterraneo. Da una parte i poteri mafiosi hanno consolidato le alleanze e il controllo del territorio; dall'altra, l'Isola che si sta trasformando in un immenso poligono nucleare, accelerando i processi di crisi ed instabilità mondiali. Una presa di coscienza collettiva che ha condotto a mobilitazioni di massa come non se ne vedevano da decenni, dove nuovi desideri di protagonismo e di militanza moltiplicano le soggettività politiche e sociali siciliane. Pio La Torre, da qualche mese tornato a Palermo per tessere la riorganizzazione di un Partito Comunista anchilosato, spento, distante, fu tra i maggiori protagonisti dell'avvio di quella indimenticabile stagione di lotta. Contro i poteri mafiosi, per la pace, il disarmo e il no all'installazione dei missili a Comiso. L'omicidio di La Torre ebbe conseguenze determinanti nella dialettica politica interna al PCI; mutò perfino le dinamiche del movimento sociale di opposizione alla militarizzazione del territorio. Ci fu purtroppo un prima' con imponenti manifestazioni, cortei, petizioni, dibattiti, ecc; un dopo', in cui il protagonismo della lotta fu sempre meno di massa, sempre meno collettivo e sempre più individuale. Dopo l'omicidio, le grandi organizzazioni popolari, il PCI, il sindacato, le associazioni collaterali, iniziarono a defilarsi dall'impegno anti-missili e dalla lotta ai poteri criminali. Un processo di normalizzazione' della politica e della società siciliana che si affermerà per lo meno sino alla ambigua stagione di Mani Pulite e delle Stragi mafiose del '92-'93. Terrelibere ha deciso di ricordare l'impegno pacifista e antinucleare di Pio La Torre, a vent'anni dal suo sacrificio, dedicandogli uno Speciale che speriamo possa essere da stimolo per recuperare alla memoria il senso di quegli anni e di quel movimento nella storia contemporanea della Sicilia e d'Italia. Abbiamo raccolto documenti, interventi, analisi, interviste in un'archivio digitale per offrire innanzitutto una lettura di quel crimine politico-mafioso. Abbiamo recuperato alcune dichiarazioni di intellettuali, studiosi ed esperti fatte subito dopo l'eccidio, che riteniamo ancora piene di significato e di valore. Infine due brevi interventi politici dello stesso La Torre sulla centralità dell'impegno di lotta a Comiso e per Comiso, per l'affermazione della pace, del disarmo e della cooperazione tra i popoli mediterranei. Quando tornò a dirigere il partito siciliano, quell'uomo all'antica e senza fronzoli seppe diventare un inedito catalizzatore di nuove culture e di speranze giovanili ha scritto di lui l'ex vicepresidente della Commissione parlamentare antimafia Nicky Vendola. Condividiamo pienamente questo giudizio, noi che avevamo vent'anni nel 1981 e che pure rifiutavamo con intransigenza il suo pragmatismo politico e la sua moderazione'. C'è un'intera generazione di siciliani e non, che grazie a quegli anni è maturata e ha preso coscienza dei propri diritti e dei propri doveri etico-politici. Noi ne facciamo parte pienamente. Ed è a uomini e compagni come Pio La Torre che diciamo grazie, grazie per esserci incontrati, grazie per esserci scontrati, grazie per essere cresciuti, insieme. LA TORRE, COMISO E I COMUNISTI DI SICILIA Intervista a Giacomo Cagnes, ex parlamentare del PCI e fondatore del CUDIP (Comitato Unitario per il Disarmo e la Pace di Comiso) Un ricordo sofferto quello dell'on. Giacomo Cagnes, figura storica del movimento antinucleare siciliano, già sindaco della città di Comiso ed ex deputato PCI all'Assemblea Regionale Siciliana. Lui, Pio La Torre lo ha conosciuto sin dal dopoguerra, negli anni delle grandi occupazioni contadine dei latifondi, condividendone l'impegno nel Partito Comunista per l'Autonomia dell'Isola, contro la borghesia agraria in odor di mafia. Poi, trent'anni dopo, il reincontro, ancora in Sicilia, per lanciare la stagione di mobilitazione popolare contro l'installazione dei missili nucleari a Comiso e il processo di militarizzazione della regione. Una stagione breve ma intensa, un importante momento di cambiamento e rivitalizzazione del PCI siciliano. Per l'on. Cagnes non ci sono dubbi: quello di Pio La Torre fu un omicidio politico-mafioso, pianificato a livello internazionale. Un atto criminale che impedì l'affermazione del processo di democratizzazione e di sviluppo politico-sociale della Sicilia avviato con le campagne di massa contro i missili e contro la mafia. Un omicidio che indubbiamente favorì la restaurazione dei gruppi di potere moderati alla guida del partito comunista siciliano. Giacomo, siamo a vent'anni dall'assassinio di Pio La Torre. Si è parlato di omicidio eccellente', omicidio politico-mafioso', ma ciò nonostante siamo ancora lontani dal comprendere le reali identità dei mandanti e le connivenze di certi settori istituzionali. Pio La Torre sapeva di dover morire. Anche se non lo manifestava pubblicamente, aveva paura di essere nel mirino della mafia. Me lo disse Pancrazio De Pasquale. Pio, riceveva continuamente telefonate mute, un paio di volte arrivarono a minacciarlo di morte, sempre telefonicamente. Nessuno gli disse mai chi era, ma lui sapeva benissimo che era la mafia. Quando fu assassinato una parte della stampa e una parte degli inquirenti sospettarono che l'omicidio fosse stato, se non proprio materialmente compiuto, inspirato da una parte del PCI. Sono fantasie, che drammatizzano gli scontri politici duri esistenti nel P. C. I. La Torre è stato una vittima della mafia e su questo non ci possono essere dubbi, perché per tutta la sua vita questo problema lo affrontò quasi come fosse un fatto personale. Quando l'uccisero, era reduce da una legge che aveva presentato ed era riuscito a far passare per cui la magistratura veniva autorizzata a confiscare i beni ai mafiosi. Lui aveva toccato gli interessi forti della mafia. Da qui la reazione violenta e definitiva. Ma che idea ti sei fatto dell'omicidio di Pio La Torre? Quando penso all'omicidio di Pio, non posso non pensare a quello di Pier Santi Mattarella. Quanto ho pianto sulla sua bara !! Qualche settimana prima che lo assassinassero, mi aveva fatto una confidenza. Egli sapeva che il padre aveva avuto rapporti con la mafia, ma era convinto che fosse stato utilizzato dalla mafia come fiore all'occhiello, come garanzia di rispettabilità, ma che in nessun modo avesse avuto un ruolo diretto all'interno della criminalità. Sentiva il bisogno, però, di riscattare l'immagine negativa del padre e di conseguenza il proprio nome e la propria immagine. Mi disse : Giacomo, sto per fare pulizia, sto seguendo tre filoni d'indagine, se li porto a termine, il botto sarà grande . . . . . Poi si pentì della confidenza e mi pregò di non riferirla a nessuno, soprattutto nel mio partito. Per paura che la notizia venisse strumentalizzata. Ma la notizia i soliti noti l'avevano saputa lo stesso. Nella Democrazia Cristiana l'assassinio bloccò qualsiasi processo di cambiamento all'interno e nella gestione della sua politica regionale. Vuoi dire allora che qualcosa di simile è accaduto qualche mese dopo con l'assassinio di Pio La Torre. . . Sì, chi ha deciso l'eliminazione, aveva una fine capacità di lettura politica degli equilibri e delle dialettiche interne di questi due partiti di massa. Al di là dei motivi di prima lettura (per Pio l'eliminazione di un uomo testardo e pericoloso e per Pier Santi l'eliminazione di un Presidente della Regione determinato a riscattare la onorabilità della sua famiglia) c'era un obbiettivo più ampio e di più lunga distanza: bloccare un pericoloso cambiamento nei due partiti di massa della loro politica. L'appoggio esterno del P. C. I. al governo Mattarella era stato un precedente preoccupante per i suoi ipotetici sviluppi. Ho seri dubbi che la mafia locale possedesse tanta intelligenza politica di percepire che la eliminazione dei vertici dei due partiti di massa potesse avere come conseguenza immobilismi e ritardi politici di lunga distanza. Dicevi della capacità di lettura, di analisi politica dei mandanti di questi due omicidi. Pensi cioè che la mafia abbia avuto principalmente un ruolo di esecutrice e che esistevano altri soggetti dietro la morte di La Torre e Mattarella? Credo che sia spontaneo pensare questo. Io ho pensato sempre ai servizi segreti. Quelli definiti impropriamente come deviati', legati alla P2 di Licio Gelli? Si, ma anche e soprattutto a quelli americani, gli unici realmente capaci di poter leggere la complessità dei sistemi e delineare nuovi scenari politico-sociali. La grande mafia americana aveva una sua particolare vocazione alla regia di settori della politica siciliana ed italiana. La Torre fu assassinato e di certo all'interno del PCI siciliano non si è fatto molto per valorizzarne il suo estremo sacrificio e tenere viva la memoria del suo impegno di lotta per la pace e contro la mafia. C'è una questione che mi preme dire: il ritardo della costituzione di parte civile del partito al processo contro gli esecutori dell'omicidio. Essa avvenne molto, molto in ritardo. Penso che sarebbe avvenuta comunque, ma è certo che alcuni di noi, io, Pancrazio De Pasquale, altri, abbiamo fatto il diavolo a quattro, perché non comprendevamo il perché non si depositasse la costituzione di parte civile. Tutto questo per uno storico non serio o di parte può significare la spia di un partito comunista spaccato, di un partito comunista collegato alla borghesia mafiosa. Non è certamente così. Ma è certo che ci fu realmente un processo di diversificazione, all'interno del Partito, della linea politica e di governo nella regione siciliana. Sulle scelte politiche di governo non ci fu certamente unanimità. Che immagine conservi del Pio La Torre comunista? Pio La Torre appariva come l'uomo di partito, il praticone' della politica. Non si teneva nel giusto conto la sua attività intellettuale attraverso i suoi libri, la sua attività giornalistica. Pio scriveva sempre, pubblicava libri, leggeva molto. Una donna, la Saladino scrisse un libro, Sicilia terra di rapina'. Bisognerebbe leggere e ripubblicare la recensione che ha fatto di quel libro La Torre perché esprime tutta la sua concezione della Sicilia, dal tempo del separatismo, sino al Milazzismo e agli anni antecedenti la sua morte. Pio La Torre, cioè, è stato un intellettuale. Egli è una delle grandi figure della storia siciliana, una delle poche, che dovrebbe essere studiata nella scuola. Senza di lui non è possibile capire bene la dialettica delle lotte sociali in Sicilia, e il loro odierno arretramento. E del La Torre uomo? Pio era un uomo dal punto di vista umano molto singolare. Chi lo conobbe direttamente, penso a Pancrazio De Pasquale, a cui era molto legato, nonostante fossero personalità abbastanza diverse, diceva che La Torre non aveva altri palpiti umani oltre la politica. La categoria A, superiore a tutto, agli affetti, alle donne, era la politica e nella politica la lotta contro la mafia. Una fissazione a tal punto, quest'ultima, che quando venne a Palermo, il maggiore latinista italiano, Concetto Marchesi, lui a Piazza Politeama lo interruppe durante il comizio per far sentire a tutti che la sua convinzione era che il sindacalista socialista Salvatore Carnevale era stato ucciso dalla mafia, chiedendo a Marchesi di intervenire con la sua autorità di grande intellettuale, perché si denunciasse la mafia come autrice dell'omicidio. Con la decisione del governo italiano d'installare i Cruise in Sicilia, all''ossessione' della lotta alla mafia si aggiunge l'impegno, il protagonismo, nel movimento antinucleare. Si lanciò anima e corpo nel pacifismo, diversamente dal resto del partito comunista che partecipò nel movimento pacifista in Sicilia, così, come una presenza formale, senza sostanziarla di scelte ed iniziative. E' stato ucciso tre giorni prima di un comizio che avrebbe dovuto tenere a Comiso, mentre alcuni di noi facevamo lo sciopero della fame. Ricordo che venne, qualche giorno prima, a trovarci in Municipio, per chiederci di smettere lo sciopero della fame e ci invitò a salire sul palco con lui per il comizio. Rifiutammo, anche perché metà dei partecipanti allo sciopero della fame non era comunista e non avrebbero capito l'iniziativa. Glielo abbiamo detto, lui capì e ci disse ci vedremo domenica. Per lui non ci fu la domenica, perché venne barbaramente assassinato a Palermo. Il PCI del dopo La Torre non fu lo stesso del breve periodo della sua segreteria regionale nella battaglia contro i missili a Comiso. La Torre fu instancabile nel mobilitare le sezioni del PCI contro i Cruise. Dopo la sua morte i dirigenti regionali, tranne pochissime eccezioni, preferirono defilarsi dalla lotta di Comiso, pur continuando a dichiarare formalmente fedeltà all'impegno pacifista. Anzi, non mancarono le resistenze nei confronti del movimento e degli stessi compagni del PCI che avevano continuato nel loro impegno. Così è possibile riconoscere nella storia del Pci regionale per lo meno una fase precedente all'arrivo di La Torre in Sicilia, una contemporanea alla sua presenza come segretario regionale, e una successiva alla sua morte. Esistono fratture profonde tra queste tre fasi? Non ci sono rotture. Ci sono differenziazioni molto nette. Perché la concezione del partito, che esisteva allora, non ammetteva possibilità di rotture. Dobbiamo considerare, però, la storia del partito comunista in Sicilia nei tempi lunghi. Nel corso degli anni della vita di La Torre, io credo ci siano stati tre periodi. Il primo periodo è quello dopo la Liberazione, in cui il partito comunista non aveva un grande peso nella politica. Non perché non avesse personaggi capaci di dare una certa caratterizzazione, ma perché, checché se ne dica, questa fase è rappresentata dallo sviluppo impetuoso del Separatismo. Finocchiaro Aprile, che fu il capo indiscusso del Separatismo siciliano, era una personalità notevole, non solo per la sua cultura, ma anche per la probità morale. Era stato antifascista, e la parola d'ordine che aveva lanciato mobilitò gran parte della Sicilia (tutte le grandi città, Palermo, Catania, Trapani, tranne Messina e limitatamente Ragusa). La parola d'ordine era che la Sicilia doveva diventare la 49^ stella degli Stati Uniti d'America. Si capisce quale attrattiva provocasse questa parola d'ordine tra la gente, che capiva che la Sicilia poteva diventare uno Stato tra gli Stati americani. E siccome dalla Sicilia erano partiti un sacco di emigranti, che avevano fatto fortuna ed erano diventati ricchi, si comprende come questo obiettivo potesse provocare un'attrazione ideologica notevole nella gente. Nella provincia di Ragusa, la posizione separatista fu assunta da un grosso personaggio che poi, purtroppo, morì pazzo. Era il più importante avvocato penalista della provincia, l'avvocato Nifosì di Modica. Un uomo stranissimo, ricco e spregiudicato. Era tra coloro che sosteneva il separatismo armato. Fu processato, si autodifese e si fece assolvere, nonostante lo avessero trovato a bordo di una macchina carica di armi. Ciò nonostante il Separatismo naufragò presto in Sicilia. . . Beh, certo. Intanto perché accanto ad esso si delineò un altro movimento, quello a cui appartenevo io, il movimento per l'Autonomia che sosteneva che la Sicilia dovesse avere una Regione fortemente autonoma, idonea a fare leggi anche diverse da quelle dello Stato italiano, pur rimanendo all'interno dello Stato nazionale, perché nessuno poteva dimenticare l'appartenenza a un'entità territoriale, storica e culturale comune. Un'autonomia che fu detta speciale. Il filone dell'Autonomia ebbe fortuna anche perché sostenuta dai grandi partiti politici e bloccò il movimento separatista. In ciò la storia ebbe un suo peso specifico: non era possibile uno sradicamento dal passato e dal vissuto politico e diventare americani, improvvisamente, con un'altra lingua e un'altra cultura. Anche gli Usa abbandonarono l'idea della separazione della Sicilia dall'Italia. Si aggiunga che il separatismo era diretto dalla grande proprietà fondiaria o da importanti gruppi mafiosi siciliani e americani a cui non interessava risolvere la grande questione sociale siciliana, caratterizzata da arretratezza economica o da cronica disoccupazione e miseria. Anche la mafia mutò atteggiamento. Tolse il suo sostegno al Separatismo, perché Finocchiaro Aprile non garantiva i suoi interessi. E in questo contesto quale ruolo giocò il giovane La Torre? Il partito comunista, in questa situazione aveva un ruolo di classe, in particolare di tipo contadino. Pio La Torre ne fu combattivo sostenitore. Nel 1950 venne arrestato per l'occupazione delle terre a Bisaquino e resta in carcere la bellezza di 18 mesi, senza poter incontrare la madre, che era malata. La madre muore, e non gli permettono di andare ai suoi funerali. Gli nasce un bambino, gli permettono di vederlo, ma senza la moglie. Quello che denunciò con forza la questione di questa lunga carcerazione fu il compagno Bufalini, recentemente scomparso. Sollevò ufficialmente il problema della liberazione di La Torre, ponendo la questione in tutte le sedi e in maniera netta: O lo processate e lo giudicate colpevole o lo tirate fuori. Si fa il processo e Pio fu condannato a 4 mesi, quando ne aveva già trascorsi 18 in carcere. Da quel momento la sua lotta contro la mafia diventa quasi ossessiva. La mafia è un cancro e non le si può accordare nemmeno un giorno di vita in più, soleva dire. Parlavi di tre grandi fasi del partito comunista in Sicilia dopo la Liberazione. Il secondo periodo è quello che io chiamo della stagione milazziana' e che non si riferisce solo strettamente al governo regionale di Milazzo, ma che comprende anche le fasi antecedenti e successive a questo governo, gestito da un personaggio, comunque interessante, un galantuomo, un politico sincero. Il governo Milazzo venne fuori da una cultura politica che si era già sviluppata in Sicilia a vari livelli e che concretizzava un'alleanza, di fatto, fra una parte della sinistra, non tutta, perché in un primo tempo i socialisti non l'accettarono, fra il partito comunista e gli interessi che esso rappresentava (i contadini e una parte degli operai) e la proprietà contadina, media e alta. Un'alleanza con una dialettica interna rappresentata dal conviene a me e conviene a te. Tutto questo nel partito ebbe dei sostenitori forti, il più grosso dei quali fu Macaluso. Con la conseguenza di differenziazioni all'interno del partito e di una sua perdita d'identità. Pio La Torre non venne sostenuto all'interno del partito, nonostante non si fosse mai posto in netta contrapposizione al governo Milazzo. Lui sosteneva che il partito non poteva perdere la sua identità nel calderone del governo Milazzo e della sua alleanza, poiché gli interessi rappresentati dal PCI erano diversi dagli interessi rappresentati da Milazzo. Il lato positivo di questa alleanza era che permetteva al proletariato di far parte del Governo regionale in Sicilia. Una posizione che fu tuttavia marginalizzata all'interno della dirigenza regionale. Questo periodo non fu certo un periodo semplice, perché vide il contrasto tra le due fazioni, quella dei nostalgici del Milazzismo', con Russo e Macaluso in testa, e, per certi aspetti, con la partecipazione del sindacalista Feliciano Rossitto, e il gruppo di Pio La Torre, che non diventò un grosso gruppo, principalmente per le sue caratteristiche umane. Pio non era capace, incontrandoti, di domandarti Come va?' o Come sta la tua famiglia?'. Non era capace di invitarti a prendere un caffè o ad andare a cena. Erano delle caratteristiche umane che impedivano che gli si avvicinassero in tanti. Questo suo rigore morale, questa sua ossessione nei confronti della mafia, conquistò tuttavia i vertici nazionali del partito. La Torre fu sostenuto dallo stesso Enrico Berlinguer, pur essendo due personalità tanto diverse, e da Pancrazio De Pasquale. Lui credeva nella tessitura della politica; fu così eletto deputato nazionale e lì a Roma preparò la sua tomba, quando fece passare la legge sulla confisca delle proprietà dei mafiosi condannati, un atto ben differente dalle solite mozioni che venivano approvate in Parlamento contro il fenomeno mafioso. E' quello stesso gruppo dirigente che impone il ritorno in Sicilia di La Torre nel 1981? Sì sono loro, Berlinguer, De Pasquale. . . Comunque il verbo imporre è inadatto. Il gruppo avverso, sì era potente, ma nulla poteva di fronte a questo rigore morale. Nessuno poteva dire no a La Torre e poi si veniva da forti sconfitte elettorali. Lui era un testardo e continuava a ripetere voglio tornare in Sicilia. E fu lui che convinse De Pasquale a dimettersi da deputato nazionale, per candidarsi in Sicilia e fare il capogruppo del Pci all'Assemblea Regionale Siciliana. Questo me lo disse Pancrazio che mi raccontò in che modo venne convinto. La Torre gli diceva: Pancrazio, la corruzione morale - dice morale, non materiale dentro il gruppo parlamentare comunista è insostenibile e deriva dalla stagione milazziana. Non è ormai possibile continuare su questa linea, anche se ciò ci garantisce alcuni poteri. Pancrazio mi disse testualmente io ormai non ne potevo più, mi chiamava una volta al giorno, tormentava mia moglie Simona. La Torre era una specie di ariete. Alla fine De Pasquale venne a Palermo. Le resistenze a combattere integralmente quella che definisci corruzione morale' furono comunque forti, quasi vincenti, al punto di neutralizzare qualsivoglia oppositore alla linea maggioritaria rappresentata da Michelangelo Russo e Pasquale Macaluso. Certo e basta vedere come è andata dopo. Michelangelo Russo finì infatti dove poi andò a finire, Macaluso ha fatto il battitore libero per un certo periodo di tempo. Ma i colpi di coda li fecero sentire su alcuni loro oppositori, non appena possibile. Quando al congresso regionale fu eletto Achille Occhetto, io feci l'errore di prendere la parola, dicendo che non si poteva avere una dirigenza sospettata di rapporti con i poteri mafiosi di Caltanissetta. Lì, al congresso, non mi accadde nulla, perché sostenuto da De Pasquale e da altri importanti dirigenti. Però, qualche tempo dopo, le conseguenze di quella mia presa di posizione, si manifestarono in tutta la loro virulenza. Si limitarono a tre le legislature dei deputati comunisti, non per tutti ma a giudizio insindacabile della segreteria regionale del PCI. E, mentre parlo, sono costretto a constatare che le punizioni per le mie disobbedienze continuano ancora. COSA NOSTRA, I MANDANTI, LE ENTITA' ESTERNE. E L'OMICIDIO LA TORRE RESTA ANCORA AVVOLTO NEL MISTERO. . . Ma chi ha assassinato Pio La Torre e Rosario Di Salvo? E perché? Due domande a cui vent'anni di indagini e una sentenza passata in giudicato hanno dato risposte troppo parziali. Giustizia, insomma, non è stata fatta, nonostante gli ergastoli per i componenti della Cupola mafiosa (Totò Riina, Bernando Provenzano, Pippo Calò, Michele Greco, Bernando Brusca, Francesco Mannoia e Antonino Geraci), che governava Cosa nostra a Palermo nella stagione dei grandi omicidi politici dei primi anni '80. Una lunga sequela di morti eccellenti avviata dopo la visita' del finanziere Michele Sindona in Sicilia nell'estate del 1979, mandante-esecutore la Santa Alleanza tra la Mafia e le ancora ignote entità esterne'. Uno dopo l'altro, insieme al segretario regionale del Pci, altri eccellenti' dello scenario politico-istituzionale-giudiziario regionale: il segretario provinciale della Dc palermitana Michele Reina, il procuratore di Palermo Gaetano Costa, il presidente della Regione siciliana Piersanti Mattarella, il prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa, il sostituto procuratore Rocco Chinnici. Per ciò che più specificatamente riguarda gli omicidi degli esponenti politici (Reina, Mattarella, La Torre), gli inquirenti hanno ipotizzato un contesto comune' maturato nell'ambito del progetto di rilancio della solidarietà autonomistica', sperimentato in Sicilia dalla Dc e dal Pci già prima del patto di solidarietà nazionale' sancito dal governo Moro. Omicidi preventivi' cioè, per impedire la nuova convergenza sostenuta da ampi settori dei due maggiori partiti siciliani in vista di una politica di rinnovamento e rilancio sociale ed economico della Sicilia. Per bloccare questo accordo di solidarietà autonomistica', Cosa nostra, eversione di estrema destra, entità esterne' presumibilmente contigue al variegato arcipelago della massoneria deviata' (P2, Camea, ecc. ), ai servizi segreti nazionali ed internazionali, alle organizzazioni paramilitari simil Gladio', ecc. , avrebbero sottoscritto un patto d'acciaio, assegnando alle cosche criminali palermitane il ruolo di spietati esecutori. Una tesi sostenuta in tutti e tre i gradi del processo contro gli esponenti della Cupola che tuttavia è stata respinta dalla Corte giudicante, che nella sentenza ha ristretto il contesto ai fastidi', più o meno grandi, che il rinnovamento politico avrebbe potuto creare ai processi di accumulazione mafiosa di Cosa nostra. Pur provando la responsabilità di Riina, Provenzano, Calò, Greco e soci quali mandanti, posto che detti delitti erano tutti conducibili ad un interesse di comune rilievo dell'intera organizzazione criminale, la sentenza confermata dalla Cassazione dichiara implausibile un concorso esterno tra mafia e terroristi. Piersanti Mattarella fu ucciso perchè si era posto come obiettivo la moralizzazione della cosa pubblica, opponendosi ad irregolarità nell'assegnazione degli appalti. Per La Torre, invece, sarebbe stato fatale il suo impegno parlamentare concretizzatosi nel disegno di legge che introdusse la confisca dei beni mafiosi. Logica parziale, riduttiva e per lo meno storicamente imprecisa: la cosiddetta legge La Torre' infatti, fu solo successiva all'omicidio del segretario regionale comunista, ed anzi, fu propio l'efferato fatto di sangue ad accelerarne l'iter parlamentare. I giudici poi, non hanno fornito spiegazioni plausibili sull'utilizzo di un'arma anomala' da parte del gruppo di fuoco criminale, un fucile mitragliatore Thompson' di fabbricazione Usa, per anni in dotazione alle forze armate e ai gruppi speciali nordamericani. Un indizio più che inquietante per presupporre, secondo la parte civile, convergenze esterne' e parallele in quest'omicidio eccellente, in una fase storica siciliana di forte rilancio dei movimenti politici sociali della sinistra contro la criminalità organizzata e i processi di militarizzazione e nuclearizzazione del territorio. Ci sono stati omicidi come quelli del segretario regionale del Pci Pio La Torre e del presidente della Regione Piersanti Mattarella in cui, sembra, che Cosa nostra sia stata il braccio armato di entità esterne, ha ribadito il procuratore di Palermo Pietro Grasso commentando a caldo la recente sentenza di condanna all'ergastolo degli esecutori della strage del 3 settembre dell'82 in cui furono assassinati Dalla Chiesa, la moglie Emanuela Setti Carraro e l'agente di scorta Domenico Russo. In queste ipotesi ha aggiunto però il magistrato è ancora più difficile scoprire il movente del delitto perché gli stessi esecutori materiali, che in altri casi pentendosi hanno dato contributi importanti alle indagini, non ne sono a conoscenza. Omicidi eccellenti e blindati': chi spara è scelto in rappresentanza delle famiglie' vincenti e regnanti ma ignora persino l'identità delle proprie vittime. Il suo nome lo lessi il giorno dopo sul giornale ha dichiarato l'odierno collaboratore di giustizia Salvatore Cocuzza autoaccusandosi dell'assassinio di Pio La Torre. Al delitto abbiamo preso parte io, Gaetano Carollo della famiglia di Resuttana, Nino Madonia, Pino Greco Scarpuzzedda', Antonino Lucchese ed almeno uno dei Galatolo. Non posso però escludere che con funzioni di copertura vi fosse altra gente, della cui presenza io però non sono a conoscenza. Esponenti criminali di primo piano, uomini di punta dei mandamenti palermitani, segno inconfutabile di un'adesione unanime di Cosa nostra ad un progetto di destabilizzazione politica di matrice certamente più ampia e complessa. Madonia ha raccontato ai giudici Salvatore Cocuzza mi disse che avremmo dovuto attendere in piazza Turba e quando ha visto arrivare la macchina con a bordo La Torre ha messo in moto l'auto tagliando la strada alla vettura del politico e bloccandola. Sono sceso dall'auto e mi sono piazzato davanti a La Torre sparandogli con la mia Colt 45: un solo colpo al segretario del Pci e tutti gli altri all'autista, che avevo notato avere un'arma. Cocuzza riferisce però solo vaghi elementi per ricostruire i possibili moventi di quest'assassinio. Accenna di avere sentito che qualcuno si era detto infastidito dall'impegno antimafia del segretario comunista. Posso dire che la persona che fece questi discorsi ad uomini di Cosa nostra, doveva essere un politico, poiché Pino Greco Scarpuzzedda', che finì La Torre con un colpo di grazia, mi fece espresso riferimento all'attività svolta da La Torre, il quale prese per il bavero della giacca altri esponenti politici. A rilevarlo a Greco doveva essere stato un testimone. In base alle rivelazioni del collaboratore, il Tribunale di Palermo ha rinviato a giudizio per il duplice omicidio del 30 aprile del 1982, i boss Antonino Lucchese e Antonino Madonia, quest'ultimo recentemente condannato all'ergastolo quale appartenente al gruppo di fuoco che ha ucciso Dalla Chiesa. Il dibattimento avrà inizio a Palermo il prossimo 23 settembre. L'ennesimo capitolo di una storia infinita di zone d'ombra e verità sfumate. QUELLO CHE PIO LA TORRE CI FECE CAPIRE di Nichy Vendola, vicepresidente della Commissione Parlamentare Antimafia, maggio 1999. Vent'anni fa, noi ventenni lo consideravamo un destro: era un modo di sottolineare lo stile concreto e l'intuito pragmatico di quell'anomalo dirigente comunista. La mappa delle culture politiche nel gruppo dirigente del Pci era assai più ricca di quanto non dicessero certe formule semplificatorie e anche un po' manichee. Poi, quando tornò a dirigere il partito siciliano, quell'uomo all'antica e senza fronzoli seppe diventare un inedito catalizzatore di nuove culture e speranze giovanili. Pio La Torre talvolta conobbe la solitudine, anche dentro la casa grande e ordinata dei comunisti italiani. Non tutti capirono quella testardaggine, quel chiodo fisso conficcato nella sua testa austera, che era diventato il rifiuto della installazione del gioiello della tecnologia militare quei Cruise che oggi impazzano oltre Adriatico nel cuore dell'isola. Comiso divenne un simbolo, un appuntamento, l'oggetto di un movimento che seppe camminare con gambe di massa, mescolando appartenenze e fedi: non solo per rifiutare quella protesi di guerra fredda e quella promessa di guerra calda che si ergevano nello snodo cruciale del Mediterraneo, ma anche per contestarne il corollario affaristico e l'indotto di mafia. La Torre ci fece capire, con quel suo naso che sentiva odori lontani e quei suoi occhi che scrutavano in profondità: ci fece capire che i processi di militarizzazione del territorio soffocano il corpo plurale della democrazia, inducono vincoli di segretezza che coprono ogni sorta di traffici, veicolano trame spionistiche e avventurieri e una interminabile teoria di appalti e di appaltatori al di sotto di ogni sospetto. Ci spiegò che ogni segnale di guerra, implicito nell'accoglienza di quei proiettili giganteschi, non era soltanto una cattiva politica estera e cioè l'allargamento dell'area del Nemico e l'assunzione della compatibilità materiale dell'opzione bellica, ma anche una cattiva politica economica. Quei missili insomma, erano la filigrana di un modello di sviluppo. La guerra, i soldi, la mafia: ecco la santissima trinità che Pio La Torre cercò di profanare, sapendo parlare al cuore della gente semplice. Fu ucciso, assieme a Rosario Di Salvo, quel maledetto 30 aprile del 1982; quanti secoli fa? Quel pragmatico di allora, oggi sarebbe bollato come pericoloso estremista, come pacifista imbelle e inesistente, come patetico acchiappanuvole. A Comiso nacque un'intera generazione di militanti della pace e della sinistra: fummo orgogliosi e curiosi, e noi comunisti ritrovammo energie spesso depresse nei tunnel del consociativismo. Oggi siamo a Pristina, a Belgrado. E ci manca tanto il coraggio pragmatico di Pio La Torre. ![]()
Formato per la citazione:
Antonio Mazzeo, "Pio La Torre. La mafia, la pace, i missili.", terrelibere.org, 31 maggio 2002, http://www.terrelibere.it/doc/pio-la-torre-la-mafia-la-pace-i-missili |