Novità! Servizi per l'editoria digitale |
.
|
LIBRERIA
|
||||||||
| Nuovo! Le inchieste di terrelibere.org > Gli africani salveranno Rosarno - A3. Il vanto d'Italia | |||||||||
|
|
Chi siamo | Archivio | Autori | Corsi | Campagne | Mailing list | Contatti | |
| Fotostorie | Video | Infografiche | Podcast | Casa editrice | Libreria | Catalogo libri/eBook | Presentazioni | Recensioni |
|
Documenti > Inchiesta
Antonello Mangano: Scheda biografica | Scrivi all'autore | Tutti i documenti di questo autore Interagisci: Segnala ad un amico Organizza un incontro Condividi:
L’informazione è la materia prima più importante della nostra epoca. L'informatica è la scienza che gestisce la conservazione, l'elaborazione e la rappresentazione dell'informazione. Su questo, dunque, si gioca la partita decisiva che governi e multinazionali hanno iniziato da tempo. Controllare la produzione e la circolazione delle informazioni diventa decisivo, ma sicuramente fa paura la possibilità che la rete globale sia uno strumento libero ed aperto, dove la cultura e l’informazione siano autoprodotte e non imposte da pochi soggetti abituati a drogare le masse con l’infotainment. A partire da una breve storia del movimento Open Source qualche risposta e tanti interrogativi aperti.
“Hacker: qualcuno esperto o entusiasta di qualcosa” The Jargon File
Sommario
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
A questo punto, semplificando molto, diciamo che ognuno si è accorto che l’altro aveva qualcosa in più. O meglio, Il mondo MSDOS ha notato che gli altri due avevano qualcosa in più.
Apple ha un’interfaccia grafica che manca al Dos. Nasce Windows, divenuto famoso nella versione 3.1. Windows non è altro che una interfaccia grafica per il Dos, ciò che il Mac aveva già da anni.
Con Windows 95 Microsoft implementa altre soluzioni già presenti su Mac, migliorando notevolmente il prodotto ma rendendolo molto “pesante”.
Cosa si intendo con pesante? Un utente comune di Win95 finirà con l’usare solo alcune delle funzionalità presenti nel sistema, ma avrà bisogno di un processore più potente di quello che usava in precedenza. Diventa dunque ferreo il sodalizio tra Microsoft ed Intel, la casa produttrice di processori che beneficia comunque di ogni nuova uscita del sistema operativo di Gates.
Nasce un parallelismo tra le nuove versioni dei Pentium (I,II,III,…) e le nuove release di Windows. Gli aggiornamenti del software impongono l’uso di processori sempre più potenti, a tutto danno dell’utenza che in mancanza di alternative non può scegliere un’architettura adatta alle proprie esigenze e si trova a rincorrere le ultime produzioni, molte delle quali nate per esclusivi motivi di marketing (tipico esempio Windows ME – Millennium edition).
Bene o male, Windows si è fermata a WIN95. Da allora nessuna vera novità.
Ma ad un certo punto arriva Internet. E cambia tutto. Unix diventa il centro del mondo (informatico) ed i suoi standard vengono acquisiti da tutti. Così come la sua architettura: la gestione degli utenti, delle interfacce di rete e dei protocolli, i controlli di sicurezza e della stabilità dei servizi diventano fondamentali per un mondo informatico sempre più diviso tra macchine client e macchine server.
Con Internet cambia palesemente tutto. L’architettura client – server (per meglio dire: il modello di rete a stella) diventa fondamentale, a scapito di altri sistemi.
Il programma fondamentale diventa il browser, cioè il software che permette di accedere alle pagine tramite il protocollo http.
Nasce così la cosiddetta “guerra dei browser” tra Microsoft e Netscape [Explorer contro Navigator], che da dominatore del settore si trova lentamente a decadere.
Nonostante la vittoria – almeno per il momento – sul terreno del browser, in realtà Microsoft si trova in una situazione già sperimentata.
Deve copiare per vincere. E così come aveva copiato le soluzioni Mac per il desktop, adesso si trova a dover prendere ed importare da Unix non solo protocolli e standard (TCP/IP, FTP, solo per fare qualche esempio) ma anche l’architettura di base (multiutenza, permessi, etc.).
Nasce Windows NT, che successivamente darà vita a Windows 2000 e quindi ad XP. In altre parole, un sistema molto “ingombrante” e nato per i server soppianta un sistema più snello (relativamente, è chiaro) ma instabile, cioè Windows 9* (95/98/ME).
Nonostante quello che si crede, quindi, Microsoft ha clamorosamente fallito nel settore Desktop, non essendo riuscita a creare un prodotto innovativo ed adatto ad esigenze “casa/ufficio”.
A partire da queste considerazioni, molti analisti prevedono vita breve per il predominio di Bill Gates nei computer casalinghi, presto attratti da un Linux modulare, stabile, leggero e gratuito (a proposito: è clamorosamente fallito il tentativo di XP di imporre il pagamento della licenza; la “pirateria” ha vinto nuovamente).
Si sta quindi definendo una vera e propria divisione del lavoro tra questi modelli:
|
|
|
|
|
Ambienti desktop per la casa e l’ufficio |
|
|
|
|
|
|
E’ curioso notare che oggi si ripropone esattamente la differenza descritta all’inizio.
C’è un’altra differenza notevole: Apple e Microsoft sono due aziende, due grandi multinazionali.
I sistemi derivati da UNIX si sviluppano grazie alla collaborazione di un numero indefinibile di programmatori di ogni angolo del mondo.
Dal mondo Unix arriveranno applicazioni commerciali e no, esperimenti miseramente naufragati e successi mondiali (Linux), ma ogni cosa non è controllata da una sola grande azienda.
Cos’è dunque l’Open Source? Un concetto estremamente semplice, ma per capirlo a fondo occorre una premessa.
Il software è una “merce” particolare, ed assomiglia più alle opere letterarie che ad un pacco di saponette. In parole semplici, io posso acquistare un libro, ma non i diritti di riproduzione.
I diritti su un software si chiamano copyright, e possono appartenere all’autore come a chi a sottoscritto un contratto acquistandoli.
Diverso è il concetto di acquisto dell’uso del software, che concerne la possibilità di utilizzarlo, non di riprodurlo (licenza d’uso).
Ogni software, comunque, comprende una dettagliata licenza finalizzata ad indicare termini e condizioni dell’uso e della riproduzione del software.
Il software Open Source consegna all’utente (o comunque rende di pubblico dominio) sia il file compilato che il file sorgente.
Vediamo di chiarire questi concetti basilari:
|
|
|
|
file compilato -------------------------ÐÏ_ࡱ_á ÐÏ_ࡱ_á ÐÏ_ࡱ_á ÐÏ_ࡱ_á ÐÏ_ࡱ_á ÐÏ_ࡱ_á |
Il file sorgente è intelligibile sia alla macchina che all’uomo, il secondo solo alla macchina. Il primo è adatto alla modifica ed alla condivisione, il secondo alla esecuzione.
Gli utenti Windows conoscono in grande prevalenza file eseguibili, perché il codice sorgente del software non è stato mai rilasciato, né la casa produttrice ha mai manifestato intenzioni in tal senso, nonostante qualche recente cedimento dovuto alle pressioni dei governi.
Ciò suscita sempre maggiori perplessità. Cosa sappiamo del codice di Windows? Niente. E chi ci dice che all’interno del codice non siano presenti segmenti di codice in grado di carpire informazioni sul contenuto del nostro computer?
Se questo è preoccupante per un utente comune (violazione delle leggi sulla privacy), immaginate le “perplessità” a livello industriale o governativo… Anche per questo le campagne per l’introduzione del software libero prendono sempre più piede, specie nei paesi scandinavi ed in Germania.
La filosofia Open Source pretende che venga sempre distribuita una versione aperta, intelligibile a chiunque, del codice di ogni programma.
Il centro del movimento Open Source è stato per lungo tempo localizzato negli Stati Uniti, per essere più precisi in alcune Università tra le quali il MIT di Boston.
Qui viene inizialmente messa su la rete ARPANET, un sistema di comunicazione primordiale ma già contenente i principi di fondo che daranno vita ad Internet.
Tra il 1961 ed i 15 anni successivi nasce la cultura hacker parallelamente a notevoli progressi tecnologici.
Tra i documenti prodotti, va segnalato una specie di dizionario (Jargon File) che riporta anche una precisa definizione del termine:
Il centro tecnologico dell’Università di Palo Alto crea innovazioni eccezionali per l’epoca, dai desktop a finestre (windows!) fino alle stampanti laser.
Le università sono in stretto contatto tra loro, e definiscono una serie di sistemi essenziali ma efficaci per “parlarsi” immediatamente ed a basso costo. Nasce una comune cultura ed un gergo. Ci si definisce hacker, cioè colui che in grado si saper fare qualcosa al meglio, meglio degli altri ed in breve tempo.
Occorre notare che:
- non c’è alcun riferimento alla pirateria ed all’illegalità;
la questione legale è semplicemente ignorata, in base al principio: lo so fare -> lo faccio;
- ci si riferisce in genere all’informatica, ma un hacker può benissimo essere qualcuno molto bravo in qualsiasi campo;
- ci si riferisce al lato pratico della cultura; in altre parole, non è bravo chi ha un titolo oppure ha superato un esame ma chi dimostra – nella pratica – di saper fare qualcosa.
Altra importante questione. Per correttezza, infatti, occorrerebbe riferirsi sempre a GNU-Linux, in quanto Linus Thorvald ebbe a “completare” un lavoro già iniziato tempo prima.
“Il software libero è una questione di libertà. Tutti dovrebbero essere liberi di usare il software in tutto ciò che è di pubblica utilità. La differenza tra il software e gli oggetti come sedie, panini o gasolio, è che il software può essere riprodotto e modificato con molta maggiore facilità. Queste possibilità rendono il software utile o meno; noi crediamo che gli utenti devono avere la possibilità di usarlo”.
La filosofia Open Source riguarda principalmente il codice del software, non la sua gratuità. In altre parole, la disponibilità del codice sorgente è un principio inderogabile, mentre il software può essere sia gratuito che a pagamento, anche se si tende a distinguere tra uso commerciale e no.
Spesso il movimento Open Source si definisce come sostenitore del Free Software / Software libero. La traduzione italiana rende bene l’idea, mentre in inglese possono nascere confusioni derivate dal termine Free, che vuol dire sia libero che gratuito (Free of Charge).
E’ importante chiarire i passaggi della produzione di software Open Source:
Al momento della definizione della licenza, l’autore (o comunque il detentore dei diritti d’autore) decide se il software è gratuito (freeware), se l’utente è obbligato a pagare ad esempio dopo un periodo di prova al termine del quale il programma termina di funzionare (shareware) oppure si lascia all’utente l’obbligo “morale” di pagare il prodotto che si sta usando (careware).
La filosofia careware può benissimo essere estesa ad altri ambiti. Un esempio è l'abbonamento ad una radio politica: nel momento in cui rifiuto di abbonarmi posso comunque continuare a ascoltare la radio, l'unico condizionamento che mi viene posto è l'obbligo morale al mantenimento della radio.
E’ importante capire che la scelta una di queste soluzioni non è centrale nell’ambito open source.
C’è chi distribuisce software gratuito facendo poi pagare l’assistenza o la manualistica; chi distribuisce gratis versioni lite (prive di alcune caratteristiche avanzate) ed a pagamento upgrades “pro”. Non si è comunque tenuti alla gratuità ad ogni costo ma alla condivisione.
Altro concetto fondamentale è la distinzione tra hackers e crackers. Il primo concetto lo abbiamo già esaminato. Per hacker si intende qualcuno estremamente bravo in un campo specifico.
Il crackers è invece colui che cerca di rompere (to crack) un sistema, ovvero entrare senza autorizzazione in una rete o su un server, forzare il codice in maniera da rendere funzionante un applicativo tryout scaduto, etc.
Si tratta quindi di due concetti diversi che quasi sempre vengono confusi ma con significati del tutto diversi.
Naturalmente, è talvolta accaduto che via sia stata una comunanza tra i due concetti.
In altre parole, un hacker può tentare di scardinare un sistema di sicurezza, ma la differenza è nel fine. Mentre un cracker lo fa per un suo interesse (ad esempio risparmiare sul costo di una licenza), un hacker può scardinare un sistema a scopo “ludico-agonistico” (superare degli ostacoli) o dimostrativo (evidenziare i limiti del sistema) o ancora politico (ad es: entrare, lasciare un messaggio-slogan, uscire).
Un breve accenno adesso sul tema della sicurezza informatica, spesso esasperato da campagne di stampa che enfatizzano e demonizzano cose in realtà molto semplici e facilmente prevenibili, come ad esempio la distribuzione di eseguibili “maliziosi” (dannosi) per posta elettronica.
Una pratica sicuramente disprezzabile, ma che Linux previene alla fonte come tutti i sistemi Unix-like, attribuendo permessi ed autorizzazioni ad ogni file.
Al contrario, Windows permette l’esecuzione immediata di tutto, non solo come eseguibili ma anche come script (VBScript), senza alcun filtro. Ad esempio, è sufficiente includere poche righe di codice in un documento Word per produrre danni irreparabili al file system.
La storia inizia negli Stati Uniti, tra le università di Boston e Berkeley, i giganteschi laboratori di grandi aziende come Bell e AT&T e le stanze in affitto di programmatori indipendenti.
Tra abbandoni, ripartenze e
numerosi momenti entusiasmanti si sviluppa a partire dagli anni ’70 il sistema
Unix, i cui
principali
– ma non unici – fautori sono Ken Thompson e Dennis Ritchie.
La caratteristica dello sviluppo di Unix è il rilascio dei sorgenti. In altre parole, anche quando ad esempio un laboratorio decide di abbandonare un progetto, ne distribuisce comunque il codice in maniera da permettere ad altri di continuare. In questo modo nascono numerose distribuzioni, cioè versioni dello stesso programma che provano a migliorare la struttura base.
Molte distribuzioni avranno vita breve, altre scompariranno per molto tempo per poi essere riprese in seguito. Un percorso carsico insomma, come un fiume che riappare e scompare dividendosi in piccoli ruscelli che talvolta si riuniscono e spesso si dividono.
Da uno di questi ruscelli, per capirci, nascerà molto tempo dopo prima GNU e poi Linux.
Ma torniamo al 1975, quando nascono l’editor di testi VI (usato ancora oggi nella versione Vim - Vi improved) e la distribuzione BSD (Berkeley System Distribution) di Unix, una versione innovativa realizzata nella celebre università californiana e distribuita liberamente su nastro a chiunque ne facesse richiesta, al solo scopo di creare una base di utenti e riceverne riscontri in modo da correggere gli errori e creare versioni migliorative.
Negli anni successivi lo sviluppo nella direzione del networking, cioè la definizione e la gestioni di protocolli di comunicazione quali il TCP/IP che sarà alla base di Internet e delle reti in genere.
Già a metà degli anni ’80 erano definiti nel mondo Unix i protocolli che ancora oggi usiamo (HTTP, FTP, SMTP, etc.) nonostante ci fosse molta meno attenzione di adesso alle reti.
Due ambienti erano invece attentissimi già dagli anni ’60 al networking, e per ragioni opposte: i militari e le università. I primi volevano creare una rete peer to peer, senza centri cioè in grado di funzionare anche in caso di guerra o attacco nucleare (essendo i nodi indipendenti da loro, colpirne uno non avrebbe pregiudicato il funzionamento dell’intero sistema).
Le università erano invece interessate alla circolazione delle informazioni nella comunità scientifica, ad un costante feedback ed all’interazione tra i ricercatori in modo da permettere un progresso costante. In quest’ottica, vedevano un server FTP come una gigantesca biblioteca unificata tra più archivi magari distantissimi tra loro e un servizio di posta elettronica come un modo pratico ed efficace per scambiare a distanza pareri e consigli.
Dalla fine degli anni ’60 all’inizio dei ’90 si passò da 4 a 1000 computer collegati negli Stati Uniti. La rete militare era già distinta da quella scientifica (Milnet e Arpanet) e la diffusione della rete fu inizialmente resa possibile da due elementi: il protocollo Unix TCP/IP, lo stesso che viene usato oggi, ed il sistema operativo BSD, sviluppato a Berkeley (che tra l’altro nel 2002 “rinasce” come architettura base del MAC OS X, all’epoca nuovo sistema operativo in ordine di tempo della Apple).
Nel 1983, parte l’avventura di Richard Stalmann, che dà vita alla Free Software Foundation.
GNU è l’acronimo del progetto principale della fondazione, cioè una versione di Unix aperta e liberamente distribuibile. Per semplicità, FSF crea una licenza tipo che diventerà subito il manifesto vero e proprio del movimento Open Source.
La licenza, denominata GNU GPL (General Public Licence) sarà adottata un numero infinito di volte da chiunque si riconoscerà nei principi espressi da Stalmann, e sarà alla base tra l’altro di Linux.
Il progetto GNU era molto ambizioso, e prevedeva la realizzazione di un kernel del tutto nuovo (GNU/HURD) oltre che di una serie di applicativi in ambiente Unix.
I concetti enunciati – la condivisione del codice in particolare – risultarono all’esterno come principi rivoluzionari, talvolta accusati di “comunismo” da qualche manager aziendale impaurito. In realtà, l’open source non è altro che la contaminazione progressiva di un metodo da ambienti ristretti a realtà sempre più ampie.
Va incontro anche a delle difficoltà pratiche dei programmatori Usa, che si trovano a lavorare in una giungla di brevetti che li costringerebbero a pagare per l’uso di codici base largamente conosciuti.
Scrive Stalmann:
“Quando cominciai a lavorare nel laboratorio di Intelligenza Artificiale del MIT nel 1971, entrai a far parte di una comunità in cui ci si scambiavano i programmi, che esisteva già da molti anni. La condivisione del software non si limitava alla nostra comunità; è un cosa vecchia quanto i computer, proprio come condividere le ricette è antico come il cucinare. Ma noi lo facevamo più di chiunque altro.”
E’ molto importante spiegare che questa breve storia, come del resto molte altre più complete, non fa altro che citare alcuni dei protagonisti “maggiori”, ma mai come nella storia di Linux si tratta di un progetto complesso e collettivo, in cui un numero indefinibile di programmatori ha dato un contributo spesso importante. Avendo messo a disposizione il codice, a partire dal loro lavoro altri venuti dopo hanno potuto implementare soluzioni efficaci, fino a realizzare un sistema operativo completo di diffusione planetaria.
Proprio per questo sarebbe bello non leggere come talvolta accade “Linux è un sistema operativo creato da Linus Torvald”.
Analizziamo adesso alcuni passi della traduzione italiana della licenza GPL:
LICENZA PUBBLICA GENERICA (GPL) DEL PROGETTO GNU
Preambolo
Le licenze della maggior parte dei programmi hanno lo scopo di
togliere all'utente la libertà di condividere e modificare il
programma stesso. Viceversa, la Licenza Pubblica Generica GNU è intesa
a garantire la libertà di condividere e modificare il software libero,
al fine di assicurare che i programmi siano liberi per tutti i loro
utenti. Questa Licenza si applica alla maggioranza dei programmi
della Free Software Foundation e ad ogni altro programma i cui autori
hanno deciso di usare questa Licenza. […]
Chiunque può usare questa Licenza per i propri programmi.
Quando si parla di software libero (free software), ci si riferisce
alla libertà, non al prezzo. Le nostre Licenze (la GPL e la LGPL)
sono progettate per assicurarsi che ciascuno abbia la libertà di
distribuire copie del software libero (e farsi pagare per questo, se
vuole), che ciascuno riceva il codice sorgente o che lo possa ottenere
se lo desidera, che ciascuno possa modificare il programma o usarne
delle parti in nuovi programmi liberi e che ciascuno sappia di potere
fare queste cose.
Per proteggere i diritti dell'utente, abbiamo bisogno di creare delle
restrizioni che vietino a chiunque di negare questi diritti o di
chiedere di rinunciarvi. Queste restrizioni si traducono in certe
responsabilità per chi distribuisce copie del software e per chi lo
modifica.
Per esempio, chi distribuisce copie di un programma coperto da GPL,
sia gratis sia in cambio di un compenso, deve concedere ai destinatari
tutti i diritti che ha ricevuto. Deve anche assicurarsi che i
destinatari ricevano o possano ottenere il codice sorgente. E deve
mostrar loro queste condizioni di licenza, in modo che essi conoscano
i propri diritti.
Proteggiamo i diritti dell'utente in due modi: (1) proteggendo il
software con un copyright, e (2) offrendo una licenza che dia il
permesso legale di copiare, distribuire e modificare il Programma.
Inoltre, per proteggere ogni autore e noi stessi, vogliamo assicurarci
che ognuno capisca che non ci sono garanzie per i programmi coperti da
GPL. Se il programma viene modificato da qualcun altro e
ridistribuito, vogliamo che gli acquirenti sappiano che ciò che hanno
non è l'originale, in modo che ogni problema introdotto da altri non
si rifletta sulla reputazione degli autori originari.
Infine, ogni programma libero è costantemente minacciato dai brevetti
sui programmi. Vogliamo evitare il pericolo che chi ridistribuisce un
programma libero ottenga la proprietà di brevetti, rendendo in pratica
il programma cosa di sua proprietà. Per prevenire questa evenienza,
abbiamo chiarito che ogni brevetto debba essere concesso in licenza
d'uso a chiunque, o non avere alcuna restrizione di licenza d'uso.
Seguono i termini e le condizioni precisi per la copia, la
distribuzione e la modifica.
LICENZA PUBBLICA GENERICA GNU
TERMINI E CONDIZIONI PER LA COPIA, LA DISTRIBUZIONE E LA MODIFICA
[…]
1. È lecito copiare e distribuire copie letterali del codice
sorgente del Programma così come viene ricevuto, con qualsiasi mezzo,
a condizione che venga riprodotta chiaramente su ogni copia una
appropriata nota di copyright e di assenza di garanzia; che si
mantengano intatti tutti i riferimenti a questa Licenza e all'assenza
di ogni garanzia; che si dia a ogni altro destinatario del Programma
una copia di questa Licenza insieme al Programma.
È possibile richiedere un pagamento per il trasferimento fisico di una
copia del Programma, è anche possibile a propria discrezione
richiedere un pagamento in cambio di una copertura assicurativa.
2. È lecito modificare la propria copia o copie del Programma, o
parte di esso, creando perciò un'opera basata sul Programma, e copiare
o distribuire tali modifiche o tale opera secondo i termini del
precedente comma 1, a patto che siano soddisfatte tutte le condizioni
che seguono:
a) Bisogna indicare chiaramente nei file che si tratta di copie
modificate e la data di ogni modifica.
b) Bisogna fare in modo che ogni opera distribuita o pubblicata,
che in parte o nella sua totalità derivi dal Programma o da parti
di esso, sia concessa nella sua interezza in licenza gratuita ad
ogni terza parte, secondo i termini di questa Licenza.
c) Se normalmente il programma modificato legge comandi
interattivamente quando viene eseguito, bisogna fare in modo che
all'inizio dell'esecuzione interattiva usuale, esso stampi un
messaggio contenente una appropriata nota di copyright e di
assenza di garanzia (oppure che specifichi il tipo di garanzia che
si offre). Il messaggio deve inoltre specificare che chiunque può
ridistribuire il programma alle condizioni qui descritte e deve
indicare come reperire questa Licenza. Se però il programma di
partenza è interattivo ma normalmente non stampa tale messaggio,
non occorre che un'opera basata sul Programma lo stampi.
[…]
Quindi, non è nelle intenzioni di questa sezione accampare diritti, né
contestare diritti su opere scritte interamente da altri; l'intento è
piuttosto quello di esercitare il diritto di controllare la
distribuzione di opere derivati dal Programma o che lo contengano.
[…]
3. È lecito copiare e distribuire il Programma (o un'opera basata su
di esso, come espresso al comma 2) sotto forma di codice oggetto o
eseguibile secondo i termini dei precedenti commi 1 e 2, a patto che
si applichi una delle seguenti condizioni:
a) Il Programma sia corredato del codice sorgente completo, in una
forma leggibile da calcolatore, e tale sorgente sia fornito
secondo le regole dei precedenti commi 1 e 2 su di un mezzo
comunemente usato per lo scambio di programmi.
b) Il Programma sia accompagnato da un'offerta scritta, valida per
almeno tre anni, di fornire a chiunque ne faccia richiesta una
copia completa del codice sorgente, in una forma leggibile da
calcolatore, in cambio di un compenso non superiore al costo del
trasferimento fisico di tale copia, che deve essere fornita
secondo le regole dei precedenti commi 1 e 2 su di un mezzo
comunemente usato per lo scambio di programmi.
c) Il Programma sia accompagnato dalle informazioni che sono state
ricevute riguardo alla possibilità di ottenere il codice sorgente.
Questa alternativa è permessa solo in caso di distribuzioni non
commerciali e solo se il programma è stato ottenuto sotto forma di
codice oggetto o eseguibile in accordo al precedente comma B.
Per "codice sorgente completo" di un'opera si intende la forma
preferenziale usata per modificare un'opera. Per un programma
eseguibile, "codice sorgente completo" significa tutto il codice
sorgente di tutti i moduli in esso contenuti, più ogni file associato
che definisca le interfacce esterne del programma, più gli script
usati per controllare la compilazione e l'installazione
dell'eseguibile. In ogni caso non è necessario che il codice sorgente
fornito includa nulla che sia normalmente distribuito (in forma
sorgente o in formato binario) con i principali componenti del sistema
operativo sotto cui viene eseguito il Programma (compilatore, kernel,
e così via), a meno che tali componenti accompagnino l'eseguibile.
Se la distribuzione dell'eseguibile o del codice oggetto è effettuata
indicando un luogo dal quale sia possibile copiarlo, permettere la
copia del codice sorgente dallo stesso luogo è considerata una valida
forma di distribuzione del codice sorgente, anche se copiare il
sorgente è facoltativo per l'acquirente.
4. Non è lecito copiare, modificare, sublicenziare, o distribuire
il Programma in modi diversi da quelli espressamente previsti da
questa Licenza. Ogni tentativo di copiare, modificare, sublicenziare
o distribuire il Programma non è autorizzato, e farà terminare
automaticamente i diritti garantiti da questa Licenza. D'altra parte
ogni acquirente che abbia ricevuto copie, o diritti, coperti da questa
Licenza da parte di persone che violano la Licenza come qui indicato
non vedranno invalidata la loro Licenza, purché si comportino
conformemente ad essa.
5. L'acquirente non è tenuto ad accettare questa Licenza,
poiché non l'ha firmata. D'altra parte nessun altro documento
garantisce il permesso di modificare o distribuire il Programma o i
lavori derivati da esso. Queste azioni sono proibite dalla legge per
chi non accetta questa Licenza; perciò, modificando o distribuendo il
Programma o un'opera basata sul programma, si indica nel fare ciò
l'accettazione di questa Licenza e quindi di tutti i suoi termini e le
condizioni poste sulla copia, la distribuzione e la modifica del
Programma o di lavori basati su di esso.
6. Ogni volta che il Programma o un'opera basata su di esso vengono
distribuiti, l'acquirente riceve automaticamente una licenza d'uso da
parte del licenziatario originale. Tale licenza regola la copia, la
distribuzione e la modifica del Programma secondo questi termini e
queste condizioni. Non è lecito imporre restrizioni ulteriori
all'acquirente nel suo esercizio dei diritti qui garantiti. Chi
distribuisce programmi coperti da questa Licenza non e' comunque
tenuto a imporre il rispetto di questa Licenza a terzi.
7. Se, come conseguenza del giudizio di un tribunale, o di una
imputazione per la violazione di un brevetto o per ogni altra ragione
(non limitatamente a questioni di brevetti), vengono imposte
condizioni che contraddicono le condizioni di questa licenza, che
queste condizioni siano dettate dalla corte, da accordi tra le parti o
altro, queste condizioni non esimono nessuno dall'osservazione di
questa Licenza. Se non è possibile distribuire un prodotto in un modo
che soddisfi simultaneamente gli obblighi dettati da questa Licenza e
altri obblighi pertinenti, il prodotto non può essere affatto
distribuito. Per esempio, se un brevetto non permettesse a tutti
quelli che lo ricevono di ridistribuire il Programma senza obbligare
al pagamento di diritti, allora l'unico modo per soddisfare
contemporaneamente il brevetto e questa Licenza e' di non distribuire
affatto il Programma.
Se una qualunque parte di questo comma è ritenuta non valida o non
applicabile in una qualunque circostanza, deve comunque essere
applicata l'idea espressa da questo comma; in ogni altra circostanza
invece deve essere applicato questo comma nel suo complesso.
Non è nelle finalità di questo comma indurre gli utenti ad infrangere
alcun brevetto né ogni altra rivendicazione di diritti di proprietà,
né di contestare la validità di alcuna di queste rivendicazioni; lo
scopo di questo comma è unicamente quello di proteggere l'integrità
del sistema di distribuzione dei programmi liberi, che viene
realizzato tramite l'uso di licenze pubbliche. Molte persone hanno
contribuito generosamente alla vasta gamma di programmi distribuiti
attraverso questo sistema, basandosi sull'applicazione fedele di tale
sistema. L'autore/donatore può decidere di sua volontà se preferisce
distribuire il software avvalendosi di altri sistemi, e l'acquirente
non può imporre la scelta del sistema di distribuzione.
[…]
FINE DEI TERMINI E DELLE CONDIZIONI
Appendice: come applicare questi termini a nuovi programmi
Se si sviluppa un nuovo programma e lo si vuole rendere della maggiore
utilità possibile per il pubblico, la cosa migliore da fare è rendere
tale programma libero, cosicché ciascuno possa ridistribuirlo e
modificarlo sotto questi termini.
Per fare questo, si inserisca nel programma la seguente nota. La cosa
migliore da fare è mettere la nota all`inizio di ogni file sorgente,
per chiarire nel modo più efficiente possibile l'assenza di garanzia;
ogni file dovrebbe contenere almeno la nota di copyright e
l'indicazione di dove trovare l'intera nota.
<una riga per dire in breve il nome del programma e cosa fa>
Copyright (C) <anno> <nome dell'autore>
Questo programma è software libero; è lecito redistribuirlo o
modificarlo secondo i termini della Licenza Pubblica Generica GNU
come è pubblicata dalla Free Software Foundation; o la versione 2
della licenza o (a propria scelta) una versione successiva.
Questo programma è distribuito nella speranza che sia utile, ma
SENZA ALCUNA GARANZIA; senza neppure la garanzia implicita di
NEGOZIABILITÀ o di APPLICABILITÀ PER UN PARTICOLARE SCOPO. Si
veda la Licenza Pubblica Generica GNU per avere maggiori dettagli.
[…]
Da notare, tra le tante cose, che non vi è rinuncia o abolizione del diritto d’autore ma una ridefinizione dello stesso (da copyright a copyleft, tradotto in italiano come “permesso d’autore”). Il principio fondamentale è la libera circolazione delle informazioni.
In estrema sintesi abbiamo tre diritti-base:
1) il diritto di fare copie del programma e di distribuirle;
2) il diritto d’accesso al codice sorgente del software, condizione necessaria per poterlo modificare;
3) il diritto di apportare migliorie al programma.
A questo punto (e solo a questo punto…) introduciamo lo studente finlandese, che stava lavorando ad un sistema analogo a Minix, una delle versioni di Unix.
Siamo nel 1991, e Torvald riprende il lavoro fatto da GNU (in particolare il compilatore) ed assembla un kernel nuovo [kernel = nocciolo del sistema].
Come è ovvio, Stallman vorrebbe che si usasse il nome completo GNU/Linux per indicare il sistema operativo, che generalmente per ragioni di marketing viene indicato in forma abbreviata ed accompagnato dall’ormai celebre pinguino Tux.
L’interesse cresce verso questo nuovo sistema operativo, e nasce una società come Red Hat che pur mantenendo i principi di Linux (codice aperto e gratuità del sistema operativo) avvia una fortunata attività commerciale, vendendo principalmente servizi collegati (applicativi avanzati, assistenza, certificazione e formazione).
In questo periodo nascono anche le maggiori distribuzioni, quelle cioè che rimangono anche ora le più diffuse: Suse, Mandrake, Slackware, Debian,
Queste ultime sono il frutto della collaborazione di programmatori indipendenti, mentre le prime sono società che hanno sposato la causa dell’open source fin dall’inizio (molte altre ne seguiranno, ma in seguito al successo mondiale di Linux).
A partire dal 1996, nasce la versione 2.0 e Linux diventa sempre più indipendente da Linus Torvalds, che un anno dopo lascerà il posto di ricercatore presso l’università di Helsinki per trasferirsi a Santa Clara, nella celebre Silicon Valley, dove accetta il contratto di lavoro della Transmeta, una società quotata al Nasdaq che si occupa di microprocessori a basso consumo.
Il ruolo di Linus diventa quello di coordinatore dei programmatori che in tutto il mondo sviluppano le versioni successive del kernel (dispari le versioni beta-test, pari quelle stabili…)
Una scelta difficile, e discussa da molti, ma giustificata dal diretto interessato con la necessità dell’indipendenza economica che si traduce in libertà d’azione.
“Parlare di libertà ai nuovi utenti è diventato più difficile dal 1998, quando una parte della comunità decise di smettere di usare il termine free software e usare al suo posto open source. Alcune delle persone che suggerirono questo termine intendevano evitare che si confondesse free con gratis, un valido obiettivo.
D’altra parte, altre persone intendevano mettere da parte lo spirito del principio che aveva dato la spinta al movimento del software libero e al progetto GNU, puntando invece ad attrarre i dirigenti e gli utenti commerciali, molti dei quali afferiscono a una ideologia che pone il profitto al di sopra della libertà, della comunità, dei principi. Perciò la retorica di open source si focalizza sulla possibilità di creare software di buona qualità e potente ma evita deliberatamente le idee di libertà, comunità, principio.”
Questo brano è tratto da un articolo di Stalmann che mostra bene lo spaesamento dei “fondatori” del software libero di fronte alla sempre maggiore espansione di Linux e dell’informatica ad esso collegata.
Oggi Linux è una reale alternativa a Microsoft Windows e al Mac Os, così come agli altri sistemi Unix – like. Oltre che su milioni di utenti, può contare su un numero enorme di sviluppatori ed appassionati, una immensa base di eccellenti ed appassionati “impiegati” che nessuna azienda globale potrà mai vantare.
Il software libero attira sempre più enti pubblici in tutto il mondo, sia per questioni di bilancio che di sicurezza. Le licenze Microsoft e la possibile presenza di spyware (programmi che “spiano” il contenuto degli hard disk) nel codice compilato sono due ottimi argomenti contro Bill Gates, che tra l’altro hanno già convinto molti enti pubblici del Nord Europa e si vanno espandendo sempre più nei Paesi “in via di sviluppo”.
Un altro vantaggio consiste nella flessibilità di Linux, che gira praticamente su qualsiasi macchina, ed è ideale negli apparecchi con risorse limitate (palmari, computer senza hard disk, etc.).
Riassumendo, sono questi i vantaggi del sistema operativo del pinguino:
- Portabilità: gira su qualsiasi macchina, anche con poche risorse
- Flessibilità: può essere adattato direttamente dall’utente per specifiche esigenze
- Stabilità: se ben configurato, è di eccezionale stabilità (non va in crash, come spesso succede a Win)
- Gratuità, con licenza GPL
- Enorme quantità di documentazione disponibile gratuitamente in rete e numerose comunità di sviluppatori ed appassionati per un “help-desk” mondiale senza rivali (forum, newsgroup, mailing list)
- Sistema Multitasking, possibilità di eseguire in contemporanea più applicativi senza diminuire le risorse del sistema
- Stabilità e Memoria protetta, grazie alla partizione di swap ed all’uso di una ben determinata area di memoria per ogni processo il sistema mantiene integrità e stabilità anche in caso di blocco di un’applicazione (in altre parole, un singolo errore non intacca il buon funzionamento dell’intero sistema; non così per win…)
- Funzionalità multiutenza, perché diverse persone possono collegarsi al sistema contemporaneamente e gestire le proprie attività
Qualche confronto con altri sistemi operativi.
GNU/LINUX contro UNIX
GNU/Linux è una sistema operativo decisamente orientato a UNIX ma è stato sviluppato per avere ottime prestazioni su hardware comune come i normali Pc ed essere liberamente distribuibile secondo i termini della licenza GPL che lo tutela. GNU/Linux supporta un’ampia base di hardware, dalle più moderne tipologie a quello antiquato e fuori mercato. UNIX dal canto suo può vantarsi della propria stabilità in ambito server da tempo testata e stabile ma il suo contendente libero cresce rapidamente verso i medesimi obiettivi.
GNU/LINUX contro MS-DOS
MS-DOS gira solo su processori x86. Non è un sistema multi-utente e multi-tasking; è inoltre un software commerciale. In più, veniva distribuito senza utili strumenti per la gestione del networking, da cui oggi non si può più prescindere. MS-DOS è un sistema operativo molto semplice e adeguato per il tipo di hardware per il quale era destinato inizialmente.
MS-Windows NT è un sistema operativo che trae molte caratteristiche da esperienze come VMS. Questo non è un aspetto negativo, come per Linux è positivo che la passata esperienza sia stata presa ad esempio per costruire qualcosa di nuovo. Il cuore di NT è di tipo microkernel, un’architettura che paga il prezzo della modularità con l’efficienza. A parità di hardware GNU/Linux risulta più efficiente e anche sul piano della stabilità quest’ultimo può garantire maggiore stabilità del primo.
GNU/LINUX contro WINDOWS 95/98/Me
Windows (nelle varie versioni indicate) è un sistema largamente diffuso sia per l’abile campagna commerciale che per la semplicità di utilizzo offerta dall’interfaccia grafica. Esiste un ampio parco di software, nonché il supporto per la gran parte dell’hardware in commercio, ma dal punto di vista tecnico e sul piano della stabilità il paragone con GNU/Linux si mantiene abbastanza improponibile per le caratteristiche di superiorità del secondo.
Linux risulta ideale dunque non solo per l’ufficio ma soprattutto per i server, macchine sempre accese che non possono avere problemi (meglio: devono ridurli al minimo), pena la crisi di servizi spesso essenziali per l’azienda (posta elettronica, transazioni con carta di credito, distribuzione di informazioni).
E’ anche per questo che Linux in coppia con i web-server http Apache risulta oggi l’architettura più diffusa sul web. Essendo derivato da Unix, supporta in maniera “nativa” una serie di protocolli nati proprio in quell’ambiente (http, ftp, smtp) e sfrutta da sempre il protocollo di comunicazione TCP/IP.
In parole semplici, il mondo Unix nasce orientato alle reti (networking) e ne sfrutta al meglio le potenzialità.
Ma come ha reagito il mondo delle grandi aziende di fronte alla sfida lanciata da Linux? In due modi opposti. Microsoft e le aziende ad esse legate hanno scelto la strada dello scontro frontale, dichiarando esplicitamente di considerarlo una specie di demonio da combattere.
Altre aziende, tra cui IBM, che era legata a Microsoft ai tempi del primo MSDOS, ha invece deciso di montarlo sui suoi server e tra breve sui computer Desktop (destinati alla casa ed all’’ufficio).
Gli analisti, quasi all’unanimità, vedono in Linux il futuro e ne predicono una sempre maggiore diffusione su scala mondiale.
Queste dunque le questioni tecniche, che spiegano più nei dettagli le ragioni della sempre maggiore diffusione del sistema operativo Open..
D'altra parte, è vero che di Linux se ne parla moltissimo, ma è altrettanto vero che la conoscenza su questo tema non è molto diffusa.
Tuttavia, è importante capire che i vantaggi di questo sistema operativo non riguardano solo gli aspetti tecnici. Moltissime persone si sono avvicinate a questo sistema operativo pensandolo non solo come un software ma come un affascinante progetto politico.
Su Linux è stato scritto tanto, ma probabilmente l'aspetto da esplorare con più attenzione è il seguente: può essere estesa la filosofia Free software dall'informatica ad altri campi?
Abbiamo già visto che i concetti di base della filosofia free software sono i seguenti:
Come punti neuronali, diversi nodi formano un cervello globale di eccezionale potenza. In questo quadro, ogni ostacolo alla circolazione della comunicazione è un impedimento al funzionamento del cervello.
Molti grandi dirigenti importanti multinazionali hanno visto in questa filosofia il demonio del comunismo. In realtà la principale minaccia portata è rivolta ai monopoli, ed a dominio incontrastato di molte grandi aziende che pensavano di avere controllo totale sull’informatica, cioè i mezzi che veicolano le informazioni, la materia prima decisiva della nostra epoca.

Secondo il sistema dei brevetti, chiunque scriva un codice “originale” (termine oggi privo di senso) può brevettarlo, ed imporre ad altri dei diritti d’autore.
Senza alcuna esagerazione, è come se un cuoco qualunque dicesse oggi di aver inventato la pasta e ceci, andassi a brevettarla, ottenesse il brevetto e quindi imponesse a tutti i ristoratori il pagamento di royalties ogni qual volta il piatto viene cucinato.
Un’assurdità che impoverisce gli informatici ed è la fortuna degli studi legali, che su questi casi intricatissimi costruiscono ragguardevoli fortune.
La prepotenza monopolistica di Microsoft, il suo continuo ignorare e sfidare le leggi, i processi cui è stata sottoposta senza che ne ricevesse alcun insegnamento e la politica del tutto-facile che rende sempre più ignorante l’utenza hanno creato il nemico numero uno della telematica libera, che spesso vede in Bill Gates un diavolo da combattere.
Il boicottaggio di Microsoft è la parola d’ordine del movimento del software libero.
La libera circolazione delle informazioni ovviamente pone il problema serio del diritto d'autore. Sul fatto che non debbano esistere ostacoli alla libera circolazione l'accordo è quasi unanime, a parte le eccezioni di cui abbiamo detto e che sono il frutto di precisi interessi.
Un motivo di discordia e questo: ho il diritto fino a che punto di modificare le informazioni di cui sono entrato in possesso e che rimetterò in circolo?
Una concezione estrema in questa filosofia vorrebbe cancellare del tutto il diritto d'autore, partendo dalla concezione secondo cui tutto è stato scritto (in senso lato: composto, dipinto, etc.) e di conseguenza chiunque non fa altro che modificare l'ultima analisi il lavoro compiuto in passato da qualcun altro.
Ed ecco che si presenta una questione chiave: possiamo parlare del diritto d'autore a prescindere dal campo che stiamo occupando?
In altre parole: il diritto d’autore in informatica è uguale a quello della musica, oppure quello o del giornalismo d'inchiesta?
Fino a che punto si può distinguere il plagio dalla rielaborazione, l'utilizzo e l’appropriazione indebita dalla creatività, lo sfruttamento del lavoro altrui dal proficuo sviluppo / miglioramento?
Questioni aperte e, dunque, per nulla scontate. Pensiamo ad esempio che codice civile italiano assegna all'azienda il diritto d’autore delle opere realizzate dal dipendente. Anche questa una visione controversa, che assegna i diritti ad una figura terza rispetta all'autore.
Nella rete ovviamente il dibattito è ancora più avanzato. Secondo alcuni, le limitazioni relative alla libera riproduzione e circolazione di qualunque oggetto (testo, video, l'immagine) è assolutamente priva di senso ed equivale alla diffidenza dei monaci miniaturisti nei confronti della macchina da stampa costruita da Gutenberg.
In più, gli strumenti digitali permettono e facilitano in maniera impressionante l’editing, mentre la Rete è il più potente strumento di circolazione dell'informazione mai apparso sulla terra.
La legislazione e' nettamente dietro rispetto a queste nuove sfide, e l'ipotesi di una polizia globale dei controlli che punisca ogni violazione è semplicemente irrealizzabile.
Si tratta dunque, come spesso avvenuto nella storia, di una fase di trapasso da un vecchio ad un nuovo ordine?
Questi concetti sono familiari a molte avanguardie artistiche, specie nel mondo anglosassone. Se in passato lo spirito di provocazione era rivolto alla pubblica morale oppure a bersagli politici, oggi l'obiettivo preferito di molte avanguardie è proprio il diritto d'autore.
L'uso più o meno intensivo della “citazione” è qualcosa di estremamente frequente nell'ambiente artistico ma oggi tutto è reso mille volte più facile dalla diffusione delle tecnologie digitali a basso costo.
Tra la fine del 2002 l'inizio del 2003, a Chicago e New York si sono tenute due importanti mostre denominati egli “Illegal Art”, organizzate dalle aree alternativa ma patrocinate da esponenti della cultura ufficiale.
Tra i tanti interventi, quella di alcuni esperti giuristi che hanno sottolineato le contraddizioni della legislazione con lo spirito umoristico dissacratore che contraddistingue le opere esposte dagli artisti.
I bersagli preferiti delle opere sono ovviamente la cultura di massa, i fumetti, le pubblicità, ma anche la politica.
Numerose le citazioni di Warhol, il primo ad affrontare questi temi.
Curiosamente,
l'obiettivo numero uno della vis polemica degli artisti non è il
presidente degli Stati Uniti ma la Disney, colpevole di due reati: il primo è
quello di proporre modelli massificanti e culturalmente deboli;
il secondo è quello di essere il principale sostenitore della proprietà intellettuale con un'intensa attività di lobbying per l'estensione massima della legislazione; d'altronde la Disney è la società che più di altre tra i suoi incassi dallo sfruttamento dei diritti (l’illustratore Ashley Holt in Not Mickey rappresenta Topolino con tre orecchie, come a dire: non è lui, potete riprodurlo liberamente e non pagare diritti...).
Alcuni di questi artisti hanno davvero avuto a che fare in tribunale con gli avvocati di importanti multinazionali o eredi di artisti celebri, ma si sono sempre appellati alla Costituzione degli Stati Uniti, che definisce il diritto d’autore riferendosi alla creatività ed allo scambio delle idee.
Altri riferimenti importanti, il già citato Warhol ed altri esponenti della pop-art come Rauschenberg e Lichtenstein, così come la cultura musicale hip-hop, costruita sui campionamenti ed oggi paradossalmente ben integrata nell’industria discografica made in Usa.
Spesso la lotta dopo il diritto d'autore assume toni ideologici, ed una certa faciloneria individua nella sua abolizione la panacea di molti mali. Altri, invece, si rendono conto che ciò che occorre non è un’abolizione ma una ridefinizione.
Un’abolizione tout court favorirebbe senza volerlo un aumento della deregulation, una fuga verso la legge della giungla dove alla fine prevale il più forte.
I più avveduti, però, iniziano a distinguere il bersaglio individuale da quello “aziendale”. In quest’ottica, l'autore va tutelato e va sottratto allo sfruttamento dell'azienda (casa editrice, casa discografica, intermediari in genere).
Tornando al tema del monopolio, poi, aumentano le concentrazioni, le grandi aziende sono sempre meno e prendono di controllare gran parte delle produzioni, con effetti devastanti sulla cultura di massa e con ripercussioni politiche preoccupanti (omologazione, globalizzazione della cultura, propaganda politica).
“In Italia, il premier controlla incontrastato l'universo della televisione; in Francia, il Consiglio superiore dell'audiovisivo sta pensando di alleggerire il dispositivo antitrust dei media.
Oltre Atlantico, in alcune grandi città, un unico conglomerato controlla spesso televisione, radio e quotidiani locali. Gestiti come imprese ordinarie, che puntano in primo luogo al profitto, questi oligopoli forniscono informazioni in un senso quasi sempre favorevole all'ordine sociale costituito”, scrive Le Monde Diplomatique.
E mentre le concentrazioni sono sempre più preoccupanti, la battaglia vera diventa il controllo delle connessioni Internet a banda larga:
“Nel 1983 Ben Bagdikian pubblicò The Media Monopoly, in cui sosteneva che l'informazione americana si andava allontanando dai suoi vantati principi di pluralismo perché un piccolo gruppo di grosse aziende si stava via via impadronendo tutto il settore. I lettori di Bagdikian rimasero perplessi: all'epoca in America si contavano qualcosa come 1.700 quotidiani, 11.000 riviste, 9.000 stazioni radio, 1.000 emittenti televisive e 2.500 case editrici”.
“Eppure Bagdikian dimostrava che una cinquantina di multinazionali [corsivo mio], tutte «collegate da comuni interessi finanziari ad altre megaimprese e ad alcune banche internazionali di primo piano» controllavano la maggior parte di quell'enorme mercato. In mancanza di controllo, il loro potere avrebbe potuto creare un panorama mediatico in cui celebrazione del mondo degli affari, svago e argomenti leggeri avrebbero preso il posto di serie inchieste e notizie di carattere internazionale. Bagdikian sperava che il suo libro portasse ad una reazione, o stimolasse una qualche riforma. I rappresentanti eletti potevano accettare che un numero esiguo di imprese monopolizzasse il campo dell'informazione?
Oggi questa sembra una domanda assai ingenua. Dagli anni '80, il controllo sull'industria dei media si è concentrato ulteriormente e, nel 2003, il settore dell'informazione è nelle mani di dieci grandi imprese. I leader politici americani ammettono che nell'assetto normativo dei media c'è un problema; ma non quello a cui si potrebbe pensare. Per la Federal Communications Commission (Fcc), che fissa le regole in questo campo, le grandi imprese sono troppo limitate da vincoli legali. La soluzione? Una deregulation del settore. Il presidente della Fcc, Michael Powell (figlio dell'attuale segretario di stato) è del resto un integralista del mercato - «la mia religione», come egli stesso ha precisato”.
“Visto che la maggior parte delle grandi emittenti televisive, delle stazioni radio, dei giornali e delle riviste sono già in mano a poche imprese, l'offensiva in corso si concentra sull'accesso a internet e sulle norme che proibiscono a una stessa impresa di trovarsi in una situazione di monopolio su un dato mercato locale. Il controllo dell'accesso alla rete ad alta velocità è una potenziale miniera d'oro per l'industria dei media perché i proprietari dei canali in grado di fornire il «contenuto» (informazione, svago) potranno decidere ciò che verrà mandato in rete e il costo della connessione. Le grandi società di reti via cavo, come Aol-Time Warner e Comcast, hanno quindi spinto la Fcc a rivedere una legge del 1993 che proibiva loro di detenere più del 30% del mercato nazionale e che limitava le sinergie tra i produttori di programmi e i detentori delle reti via cavo”.
“Il conflitto d'interessi sarà la regola?
L'altra principale riforma in cantiere della Fcc riguarda la proprietà di media diversi sullo stesso mercato. Le regole attuali, molto precise, escludono che un conglomerato diventi l'unica fonte di informazioni in una data città o in una data regione. Un'impresa non può contemporaneamente possedere una televisione e un giornale, o un canale via cavo e uno no, o due canali televisivi a grande audience (5). Ormai questi limiti stanno scomparendo, e alcune imprese - come Viacom (proprietaria della Cbs) o News Corporation (Murdoch) - stanno protestando per il fatto che la legge le priva di quella libertà di espressione garantita dal primo emendamento della Costituzione. In alcune città, una stessa impresa possiede già, oltre al principale quotidiano (e a un giornale ispanofono), un canale via cavo di informazione continua, una televisione e una radio regionali, un sito internet di svago”.
I celebratori del mercato e della concorrenza promuovono leggi che favoriscono il monopolio:
“Ma i giganti dei media vogliono di più. Perché? Il precedente della deregulation della radio è istruttivo.
Dopo una campagna di lobbying industriale aggressiva, il Telecommunications Act del 1996 ha abolito i limiti sulla concentrazione della proprietà delle stazioni radio. E «tra il 1995 e il 2001, il numero dei proprietari si è abbassato del 25%. Nel 1996 il principale gruppo radiofonico, Westinghouse, possedeva 85 stazioni. Nel 2001 Clear Channel deteneva 1.202 radio (7)». Non c'è quindi da stupirsi che le radio americane si assomiglino tutte e propongano gli stessi programmi e gli stessi format. Ironicamente, mentre gli americani stanno imparando ad accettare il multiculturalismo, le onde radio vengono invase da una monocultura dei contenuti. Anche internet non è al sicuro: nel 1999 centodieci società si dividevano il 60% del tempo trascorso in rete dai consumatori.
Nel 2001, secondo la Boston Review, erano appena quattordici.
La concentrazione ha anche un altro effetto: i giornalisti che fanno parte di conglomerati non si occupano in maniera critica dei loro padroni. Tendono sempre di più a commentare il lancio di un film prodotto da una delle filiali della loro impresa piuttosto che a indagare, ad esempio, sui pericoli del nucleare, soprattutto quando la loro casa madre è coinvolta nella questione (Nbc news è di proprietà della General Electrics). Del resto, trattandosi di giornali quotati in borsa, i proprietari hanno il diritto a sostenere che sia una loro responsabilità favorire le «marche» di famiglia”.
“La maggior parte dei media che si occupano di informazione sono ormai diretti da manager formati nelle business schools. I loro obblighi nei confronti degli azionisti e l'attenzione rivolta alla quotazione in borsa della loro impresa hanno quasi sempre la meglio sulle proteste dei redattori e dei produttori. Quando l'informazione diventa merce, la distinzione tra le differenti produzioni giornalistiche (informazione, svago, «infotainment») perde il suo significato, e con essa il lavoro di inchiesta. Conglomerati che riuniscono società diversificate nel campo di internet e della stampa praticano correntemente il «copia-incolla» da un giornale all'altro, o da un media all'altro”.
Il tentativo di estendere la filosofia del free software ad altri ambiti è sicuramente molto interessante. La politica e l’economia sono i settori a cui ci si rivolge con maggiore frequenza.
In termini economici, si pensa a far circolare liberamente e – nei limiti del possibile – il core delle conoscenze relative alle proprie attività e sostenersi con i servizi ad essi collegati.
In tal modo potrebbero circolare liberamente l’arte, la cultura, la ricerca, le notizie. I dischi, i film, i programmi dei computer. Ma artisti, programmatori, cineasti non sarebbero ridotti sul lastrico.
Molte esperienze, con diversi esiti, sono in corso da anni anche se soprattutto in campo informatico.
“Liberare il codice, vendere i servizi”, è un tentativo affascinante anche se da solo non garantisce né il successo né l’insuccesso. Il contesto e le modalità in cui viene sperimentato risultano sempre decisivi.
Inoltre, va segnalata comunque la necessità di una maggiore attenzione alle “parole d’ordine di Linux”:
Chi si occupa di attività sociali non sempre condivide esperienze, e quanti ricercatori “nascondono” il proprio lavoro in attesa di un fantomatico editore.... Quanti giornalisti cercano lo “scoop”, quanti artisti si rifugiano nei fantasmi del diritto d’autore e molti tecnici nelle strade senza sbocco dei brevetti.
Condividere e far circolare sono vie comunque due strade necessarie, per la crescita altrui ed anche per la propria.
Nascondere, vendere, porre ostacoli alla circolazione si rivelano alla fine scelte miopi e spesso scarsamente remunerative.
Esempio di estensione della filosofia Open Source
|
|
|
|
|
Informatica |
Software |
Formazione, personalizzazione, assistenza |
|
Musica |
Album |
Concerti |
|
Gastronomia |
Ricetta |
Ristorazione |
In termini politici, va segnalata un’idea che rimette in primo piano l’aspetto informatico. Oggi molti aspetti della nostra vita sono automatizzati e di conseguenza controllati da software.
I computer controlleranno sempre più aspetti della realtà, dai congegni militari alle anagrafiche dei municipi, dalle industrie del divertimento agli strumenti didattici fino ai telefoni ed ai mezzi di trasporto.
L’elenco sarebbe troppo lungo, ovviamente, e nessuno mette in dubbio il ruolo sempre più pervasivo che il computer si appresta a rivestire.
Lasciando da parte il giudizio positivo o negativo, resta il fatto che il controllo del codice sorgente del software diventa un aspetto politico, sociale ed economico di fondamentale importanza.
Il codice diventa il mezzo di produzione immateriale ma basilare, ed è cosa ben diversa se esso è sotto il controllo di uno o più stati, di uno o più multinazionali, oppure socializzato ed aperto a tutti.
Questa sfida, secondo molti decisiva, sfugge ai più ed in questo senso è davvero allarmante il ruolo di Microsoft e la lotta in corso a livello governativo per limitare lo strapotere di questa multinazionale monopolista.
Al contrario, Linux rappresenta un esempio di codice aperto, dunque socializzato e libero.
Le implicazioni pratiche di questa dicotomia sfuggono ancora ai più, ma - a giudicare anche dalle reazioni sopra le righe di super-manager solitamente sorridenti - rappresentano la fondamentale battaglia per la libertà nel terzo millennio.