Neoliberismo, ingiustizia e povertà in Colombia
di Antonio Mazzeo
Introduzione
Una nuova ondata di repressioni e
violenze si sta abbattendo sulla Colombia. Massacri di popolazioni inermi,
genocidi di comunità indigene, assassinii selettivi di leader politici e
sindacalisti, attentati di incerta matrice terroristico-mafiosa, hanno avuto
una rapida escalation dopo l’inatteso esito della consultazione referendaria
che lo scorso anno ha bocciato le proposte di modifica costituzionale del
presidente Alvaro Uribe Vélez, tendenti a rafforzare autoritariamente il ruolo
dell’esecutivo e delle forze armate.
Ancora una volta la violenza
stravolge i ritmi quotidiani di una popolazione che ha già pagato prezzi
incommensurabili in termini di vite spezzate, esili forzati, povertà ed
emarginazione; e la violenza non è però un elemento strutturale - quasi
congenito - del paese come in tanti vorrebbero far credere, ma è frutto della
reazione dei ceti oligarchici dominanti alle istanze di maggiore giustizia redistributiva
ed uguaglianza politica e sociale.
Soffocata dal circolo vizioso sottosviluppo-guerra-sottosviluppo,
la Colombia sta subendo l’aggressiva penetrazione del capitale transnazionale e
delle strategie di controllo militar-imperiale degli Stati Uniti. Con la nuova
fase del cosiddetto Plan Colombia tendente all’annientamento delle
organizzazioni guerrigliere e alla emarginazione dei nuovi soggetti sociali che
hanno scelto la via non armata per un’alternativa ai modelli economici e
sociali dominanti, Washington sta estendendo il suo intervento militare a tutta
la regione andina, contro i governi latinoamericani che si oppongono fermamente
alla dollarizzazione e all’apertura selvaggia ai prodotti e ai capitali
nordamericani.
Se c’è un paese in cui si esprimono
apertamente le contraddizioni delle ricette imposte dagli organismi
internazionali come il Fondo Monetario e la Banca Mondiale, questo è certamente
la Colombia. Per circa 60 anni esso ha avuto un tasso di crescita positivo e la
sua economia era una delle più stabili del continente; l’implementazione delle
riforme strutturali all’inizio degli anni ’90 hanno l’hanno invece condotto
alla perdita della sovranità economica e monetaria, alla recessione più acuta e
ai maggiori livello di disuguaglianza sociale di tutto il XX secolo.
Contemporaneamente il conflitto interno, i crimini e le violazioni dei diritti
umani hanno assunto dimensioni difficilmente paragonabili con quelli di altri
scacchieri planetari strumentalmente più monitorati dalla comunità internazionale.
Oggi la Colombia può essere assunta a modello paradigmatico delle
contraddizioni generate dai processi della cosiddetta globalizzazione che il
capitale finanziario tenta di affermare nel Nord e nel Sud del mondo.
Questa ricerca punta ad analizzare
il sistema economico che domina il paese sudamericano; le concezioni
neoliberiste che l’establishment sta sperimentando con conseguenze devastanti
in termini di privazione dei diritti economici e sociali di milioni di persone;
le responsabilità dei maggiori organismi finanziari internazionali e il ruolo
del capitale oligopolistico nazionale nei processi di sfruttamento delle
risorse economiche; la sempre maggiore dipendenza dai mercati internazionali e
dai diktat delle transnazionali. Gli indicatori socioeconomici e gli indici di
povertà raggiunti con l’implementazione del piano neoliberista ed autoritario
rafforzano le tesi di coloro che sostengono da tempo come non esista percorso
credibile di pace che non passi dalla risoluzione radicale delle cause di ingiustizia
sociale e di crisi di sviluppo che segnano la storia recente della Colombia.
Il paese dell’indigenza
Trentatremilioni di colombiani, oltre il 67% della
popolazione, vivono attualmente al di sotto della linea di povertà e di questi
11 milioni sono indigenti, ossia dispongono di un reddito quotidiano inferiore
ad un dollaro che non assicura loro condizioni vitali minime di nutrizione. Si
presenta così la Colombia del terzo millennio: un paese che la FAO inserisce
tra i primi dieci più affamati al mondo, dove la povertà si moltiplica
esponenzialmente colpendo ogni anno un milione e mezzo di persone in più e il
numero di bambini che muoiono nel primo anno di vita è cresciuto da 380.000 a
500.000 negli ultimi cinque anni.
Le stime della Banca Mondiale e del Dipartimento
Nazionale di Pianificazione (DNP) rivelano un quadro ancora più drammatico: nel
quadriennio 1997-2000, gli anni più violenti della crisi che ha messo in
ginocchio l’economia nazionale, la povertà estrema è cresciuta di tre punti passando
dal 23% al 26%, il consumo nazionale si é ridotto del 5,12%, mentre il prodotto
pro capite è passato dai 2.472 dollari a meno di 1.900 dollari. La povertà
nelle aree urbane, che tra il 1978 e il 1995 si era ridotta del 20%, nel 2000 è
tornata ai livelli di tredici anni prima mentre nelle zone rurali la situazione
si è fatta ancora più grave: oggi l'84,9% della popolazione delle campagne
colombiane vive al di sotto degli standard minimi di sopravvivenza e oltre il
40% di essa è indigente. Nelle aree
rurali l’indice di povertà di Sen è passato dallo 0.46 del 1991 allo 0.63 del
1999.
Il 48% della popolazione che vive in condizioni di
miseria è costituita da minori di età inferiore ai 15 anni. Secondo il rapporto
del 1998 della Defensoría
del Pueblo, il 38,9% della popolazione infantile - cioè 6
milioni e mezzo tra bambine e bambini - vivono in situazioni di povertà, mentre
un altro 17,5% (approssimativamente 1.137.500 bambine/i) vivono in condizioni
di vera e propria miseria.
Secondo la Cepal, la Commissione Economica per
l’America Latina ed i Caraibi, per riuscire a contenere la povertà in Colombia
sarebbe necessario che l’economia del paese crescesse del 5,7% all’anno nei
prossimi 15 anni, mentre si dovrebbe avere un tasso di crescita annuo del PIL
del 4% per tornare ai livelli di povertà rilevati nel 1995. Sono tassi di
crescita che nessuno tra i politici o economisti più ottimisti prevede di
ottenere almeno sino al 2006. Il governo di Alvaro Uribe Vélez, con facile
populismo, si sbilancia stimando la crescita del PIL per i prossimi anni del
2-2,5%, mentre il sistema bancario e finanziario privato prevede una crescita
di poco inferiore al 2%. È già
molto pertanto se si riuscirà a mantenere il tasso di crescita degli anni 2000
e 2001, valore complessivo insufficiente tuttavia a garantire il pieno recupero
del PIL ai livelli precedenti al crollo del 1999, anno in cui il prodotto
interno è stato addirittura negativo, -5% secondo il Banco de la República, -4,5% secondo il Banco Interamericano de Desarrollo
(Banco Interamericano per lo Sviluppo) che ha segnalato come la riduzione è
stata del -13,1% se i dati vengono disaggregati e riferiti al solo settore
industriale.
Dalla seconda metà degli anni ’90, parallelamente alla
crescita esponenziale del numero dei nuovi poveri, si sono evidenziati il netto
peggioramento degli Indici di Sviluppo Umano e una maggiore disuguaglianza nella distribuzione del reddito tra le varie fasce
sociali della popolazione. La
rapida caduta negli indicatori dello sviluppo sociale evidenziata dal rapporto
del Programma delle Nazioni Unite per lo
Sviluppo (UNDP-PNUD) del 1999, ha
relegato la Colombia al 57° posto nella speciale classifica dello Sviluppo
Umano. Due anni più tardi, i notevoli squilibri interni accentuati dalla grave
crisi di fine secolo hanno spinto la Colombia al 68° posto di questa
classifica. Se poi si guarda ai singoli dipartimenti del paese dove persistono
grandi differenze sociali, la situazione è ancora più grave. In regioni come il
Chocó, Nariño e Caquetá, caratterizzate da ampia miseria e dall’assenza di
servizi sociali ed infrastrutture, l’indice
è inferiore allo 0,70 rispetto alla media nazionale, valore che se comparato a
livello internazionale farebbe occupare a questi dipartimenti un posto
inferiore a 100 tra i 174 paesi presi in considerazione da UNDP-PNUD.
I maggiori indici d’ingiustizia sociale e
ineguaglianza si rilevano principalmente nelle aree rurali del paese. “In
Colombia è evidente l’esistenza di enormi brecce sociali tra le zone urbane e
le zone rurali dato che la povertà colpisce particolarmente la campagna”,
sottolinea il rapporto del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo. Nel
1997 la speranza di vita della popolazione rurale era di quasi due anni minore
di quella urbana. Il tasso di analfabetismo tra gli abitanti delle campagne
raggiunge il 20%, 5 punti in più dell’indice registrato tra la popolazione
urbana. Il PIL degli abitanti rurali è appena il 50% di quello della città.
Popolazione colombiana in condizioni
di miseria e povertà
|
Anno
|
1996
|
1997
|
1998
|
1999
|
2000
|
|
Popolazione
|
38.611.487
|
39.297.159
|
39.563.938
|
40.093.062
|
41.178.987
|
|
Miseria
|
7.209.889
|
7.101.616
|
7.060.425
|
8.391.086
|
9.654.722
|
|
Povertà
|
20.373.774
|
19.773.975
|
20.363.779
|
22.066.702
|
24.610.844
|
Fonte: E. Baldión, E. Niña,
Conyuntura Económica e Indicadores Sociales, SISD-DNP. Boletín N.
30, Bogotá, 2001.
Popolazione al di sotto della linea
di povertà (LP) e della linea d’indigenza (LI)
anni 1997-2000
|
|
1997
|
1998
|
1999
|
2000
|
|
Totale nazionale
|
|
|
|
|
|
LP
|
50,3%
|
51,5%
|
56,3%
|
59,8%
|
|
LI
|
18,1%
|
17,9%
|
19,7%
|
23,4%
|
|
Zone urbane
|
|
|
|
|
|
LP
|
39,1%
|
41,8%
|
47,2%
|
51%
|
|
LI
|
8,3%
|
10,1%
|
11,7%
|
15,8%
|
|
Zone rurali
|
|
|
|
|
|
LP
|
78,9%
|
75,8%
|
79,6%
|
82,6%
|
|
LI
|
42,9%
|
37,5%
|
40,3%
|
43,4%
|
Fonte: SISD, Boletín estadístico, n. 30, Bogotà, 2001 (in Economía Política y Conyuntura Política, n. 228, febbraio 2002, pag. 83).
L’esclusione sociale e la
concentrazione della ricchezza
Oltre alla crescita delle povertà e
del sottosviluppo nel paese, nell’ultimo decennio si è assistito
all’accelerazione del processo di concentrazione dei redditi in mano a poche
élite economiche: la Colombia é il primo paese in America Latina e il secondo
al mondo nelle scale della disuguaglianza. Secondo un recente rapporto della
Banca Mondiale, mentre il 50% più povero della popolazione riceve il 17,6% dei
redditi, il 20% più ricco ne riceve il 55%. Oggi il 20% della popolazione
(oltre otto milioni di abitanti) accede ad appena il 2,4% del reddito nazionale.
Dal 1997 sino all’anno 2000 l’indice
GINI che misura la concentrazione dei redditi é passato dallo 0.54 allo 0.59
(più si avvicina ad 1 e più la disuguaglianza è assoluta). Eppure nel corso
degli anni ’80 la distribuzione dei redditi in Colombia era andata
progressivamente migliorando e l’indice GINI si era ridotto da 0.492 del 1980
allo 0.470 nel 1989. A
partire però del 1993 la distribuzione della ricchezza tra le fasce sociali è
andata via via peggiorando, sino a sfiorare lo 0.60 lo scorso anno.
La distribuzione dei redditi in
relazione ai decili offre una prospettiva ancora più precisa. Nel corso degli
anni ’90 i tre primi decili hanno visto ridotta la loro partecipazione nel
reddito totale, mentre i decili 7, 8 e 9 li hanno visti aumentare. Per ogni
peso che riceveva il 10% più povero della popolazione del paese all’inizio
degli anni ‘90, il 10% più ricco ne riceveva 40 pesos; alla fine del decennio i
ricchi ricevevano 80 pesos per ogni peso che era ricevuto dalla fascia sociale
più povera. L’aumento della breccia tra ricchi e poveri nella società
colombiana è ulteriormente confermata dal fatto che nel 1991 il livello dei
redditi del 10% più ricco della popolazione era 52 volte il reddito del 10% più
povero; nel 1999 era 78 volte superiore; nel 2000 la differenza dei redditi tra
i più ricchi e i più poveri è aumentata di 80 volte.
Mentre la distanza tra ricchi e
poveri nei paesi del nord Europa mantiene un rapporto di 6 a 1, in Colombia il
rapporto è di 46 a 1. Il
paese, come sottolinea l’economista Libardo Sarmiento Anzola, si distingue come
la principale realtà sudamericana che non ha “incorporato il valore
dell’uguaglianza e dei diritti civili nella sua vita quotidiana e nella sua
organizzazione sociale. Il modello dello sviluppo adottato, oltre a mantenere e
riprodurre le disuguaglianze tra ricchi e poveri, genera una rigida segmentazione,
aumenta la distanza sociale tra i differenti settori e rende difficili i
meccanismi di mobilità e crescita sociale”. Come ha
amaramente rilevato lo stesso UNDP-PNUD, la crescita della disuguaglianza in
Colombia negli anni ’90 è equivalsa ad una retrocessione di dieci anni negli
indici di sviluppo del paese.
Le misure economiche di stampo
neoliberista e le politiche del cosiddetto aggiustamento imposte dai principali
organismi finanziari internazionali hanno beneficiato unicamente poco meno del
3% della popolazione colombiana, accentuando la discriminazione e l’ingiustizia
sociale: i principali gruppi economici del paese si appropriano oggi del 36%
del prodotto interno e le maggiori cinque compagnie finanziarie controllano il
92% delle attività del settore. A riprova del sistema di esclusione sociale
imperante in Colombia è utile soffermarsi poi sui dati relativi all’accesso ai
crediti bancari. I 2.000 maggiori debitori hanno assorbito da soli il 75% del
credito commerciale concesso dal sistema finanziario. Così, nonostante esistano
in Colombia più di un milione di imprese informali, più di 12.000 stabilimenti
manifatturieri formali e innumerevoli stabilimenti commerciali, soltanto 2.000
persone naturali e giuridiche hanno accesso alla maggior parte del credito
commerciale, il quale rappresenta più del 60% di tutto il credito esistente
nell’economia.
Partecipazione di ogni decile nel reddito totale
|
Decile
|
1991
|
1993
|
1996
|
1997
|
1998
|
1999
|
|
1
|
0.92
|
0.74
|
0.63
|
0.63
|
0.63
|
0.35
|
|
2
|
2.09
|
1.78
|
1.96
|
1.98
|
1.95
|
1.68
|
|
3
|
2.94
|
2.58
|
2.88
|
2.94
|
2.79
|
2.75
|
|
4
|
3.84
|
3.43
|
3.82
|
3.89
|
3.68
|
3.67
|
|
5
|
4.81
|
4.41
|
4.83
|
4.98
|
4.69
|
4.73
|
|
6
|
5.98
|
5.60
|
6.11
|
6.38
|
5.92
|
6.02
|
|
7
|
7.54
|
7.11
|
7.78
|
8.19
|
7.54
|
7.86
|
|
8
|
9.86
|
9.50
|
10.41
|
10.88
|
10.17
|
10.53
|
|
9
|
14.08
|
13.96
|
15.23
|
16.09
|
15.55
|
15.62
|
|
10
|
47.93
|
50.90
|
46.36
|
44.05
|
47.09
|
46.79
|
|
Totale
|
100
|
100
|
100
|
100
|
100
|
100
|
Fonte:
AA.VV., Políticas sociales en Colombia 1980-2000, CINEP, Bogotá,
2002, p. 61.
Violenza, disuguaglianza e
sottosviluppo
Sul peggioramento degli indici di
Sviluppo Umano ha inciso la crescita della violenza nel paese specie
nell’ultimo decennio, e soprattutto la riduzione della speranza di vita degli
uomini: attualmente la popolazione maschile ha un’età media inferiore tra i due
e i sei anni rispetto agli abitanti dei paesi con indici di sviluppo
socio-economico similari a quelli della Colombia. Senza gli effetti del grave
conflitto che insanguina il paese da oltre cinquant’anni, oggi la speranza di
vita degli uomini dovrebbe essere intorno ai 67-68 anni.
La violenza caratterizza le regioni ed
i dipartimenti colombiani dove oltre ad una maggiore presenza degli attori
armati si verificano alti indici di disuguaglianza e forti concentrazioni di
risorse e ricchezze naturali. Le relazioni dirette tra i fattori socioeconomici
e la violenza che sta dilaniando il paese sono state sottolineate dal sociologo
Alfredo Sarmiento: “Quando esiste un alto livello di ricchezza accompagnato da
livelli di disuguaglianza altrettanto alti e la partecipazione politica ed i
livelli medi di educazione sono bassi, esiste un 30% di probabilità in più che
il municipio abbia livelli di violenza crescenti e che l’azione statale non
corregga in modo apprezzabile questa tendenza”.
A differenza di ciò che comunemente
si pensa in riferimento alla recente storia colombiana, la violenza non è un
fenomeno strutturale o endemico, quasi connaturato alla psicologia collettiva
di un popolo intero. In questo paese latinoamericano le cifre relative ai tassi
d’omicidio presentano due grandi picchi ascendenti che corrispondono ai periodi
in cui più forti sono stati i cambiamenti di tipo economico, sociale e
politico: i decenni ‘50-’60 e la fase successiva agli anni ’80. Tra questi due
periodi – gli anni ’70 – il tasso degli omicidi è diminuito su standard simili
a quelli delle altre nazioni dell’area. È sempre il sociologo Alfredo Sarmiento
a rilevare come ciò testimoni alcune dinamiche che hanno caratterizzato la
storia recente della Colombia: l’induzione dei cambi strutturali mediante l’uso
della violenza; l’uso della violenza stessa come meccanismo privilegiato di
regolazione dell’accumulazione nell’economia colombiana e come mezzo di
dissuasione del conflitto di classe tra capitale e lavoro. “Sono false le tesi
che affermano l’esistenza di una cultura della violenza poiché i tassi d’omicidio
non presentano un comportamento strutturale, autonomo, continuo e sostenuto
negli ultimi 52 anni”, afferma Alfredo Sarmiento. Tuttavia, aggiunge il
sociologo, la violenza avrebbe smesso di essere negli ultimi anni un efficace
meccanismo di regolazione del conflitto sociale, poiché essa si è generalizzata
in tutti gli ambiti della società con conseguenze negative sull’economia e sul
flusso degli investimenti stranieri, minacciando la sostenibilità del paese e
la stabilità regionale andina.
Parallelamente allo sviluppo del
conflitto e degli indici di violenza, gli anni ’80 e ’90 sono stati
caratterizzati da una crisi sempre più profonda del potere giudiziario e
dell’esercizio stesso della giustizia. Quest’ultima si caratterizza in Colombia per essere un ulteriore
elemento socialmente escludente: l’accesso è costoso e discriminatorio a danno
delle classi povere, la proliferazione e l’instabilità delle norme giuridiche
impedisce l’azione a coloro che non solo non possiedono i mezzi per pagare un
avvocato che li rappresenti di fronte alle autorità, ma che neanche dispongono
delle informazioni necessarie per sapere se e come procedere. L’eccessiva
presenza di norme e regolamenti ha poi condotto ad un’alta congestione dei
procedimenti civili e penali esaminati e in conseguenza a livelli d’impunità
sociale inaccettabilmente elevati. Oggi l’impunità sociale supera il 70% dei
casi, mentre è pressoché totale l’impunità relativa alla violazione dei diritti
umani da parte delle istituzioni responsabili della sicurezza e dell’ordine
pubblico o dei differenti gruppi armati.
La sfiducia nella giustizia è
diffusa e attraversa trasversalmente tutte le classi sociali. Secondo
un’inchiesta del DANE, il dipartimento statale che cura la riscossione delle
imposte, solo il 20,9% dei delitti verrebbe denunciato alle autorità, il che
rappresenta una “criminalità occulta” del 79,1%. Questa proporzione raggiunge l’88,1%
nel caso di delitti contro l’ordine economico e sociale, l’84,6% nei delitti
contro la libertà individuale ed altre garanzie costituzionali, l’80,3% nei
delitti contro il patrimonio economico.
L’indagine statistica del DANE è stata realizzata vent’anni fa, prima cioè
dell’inarrestabile ondata di violenza politica e “comune” che ha messo in
ginocchio la società colombiana. La sfiducia nelle istituzioni crea una ulteriore
spirale di violenza, in quanto la giustizia e la riparazione ai torti subiti
viene perseguita in prima persona o attraverso la delega ai gruppi armati
privati, la cui proliferazione ha moltiplicato il numero di stragi e assassinii,
consolidando il ruolo della Colombia come il paese con il maggiore indice di
morti ammazzati al mondo, con un valore di 93 vittime per ogni 100.000
abitanti, quasi cinque volte superiore alla media dell’America Latina.
La violazione sistematica dei
diritti sociali
Aumento della povertà e delle
necessità basiche insoddisfatte, crescita degli indici di disuguaglianza,
diminuzione dell’assistenza scolare tra le fasce più deboli della popolazione,
riduzione del ritmo delle affiliazioni ai regimi contributivi e sussidiari
della salute, aumento del tasso e della durata della disoccupazione hanno
colpito particolarmente il capitale umano condannando la stramaggioranza della
popolazione a disumane condizioni di sottosviluppo socioeconomico e culturale.
Nei fatti, l’ultimo decennio ha rappresentato un vero e proprio collasso dei
diritti sociali (salute, istruzione, casa, lavoro) e sempre più ampi settori di
popolazione si sono viste negare l’accesso ad essi.
Per ciò che riguarda il settore
abitativo, sarebbero oltre 1.500.000 gli alloggi mancanti in tutto il paese,
mentre il governo stima il deficit nel numero delle abitazioni a 706.000 unità
per le famiglie di strato basso e 353.000 per quelle di strato medio. Avere una
casa non significa tuttavia godere delle condizioni minime di vivibilità e
servizi. Il 5,3% delle abitazioni è infatti carente di servizi basici, mentre
un altro 4,8% è completamente sfornito di energia elettrica, acquedotto, fogne
e del servizio di raccolta dei rifiuti. In termini quantitativi si calcola che
in Colombia 10 milioni di abitanti siano esclusi dal servizio di distribuzione
dell’acqua, mentre sarebbero 16 milioni coloro che vivono in abitazioni in cui
non sono state allacciate le fognature. La copertura degli acquedotti raggiunge
solo il 40% della popolazione rurale, mentre per le fognature, solo il 30%
degli abitanti delle zone di campagna ne risulta fornito. Nella regione
settentrionale dell’Urabá, dove il 90% della popolazione è
iscritta ai livelli 1 e 2 del SISBEN, appena
il 44% degli abitanti accede all’acqua potabile ed il 30% a servizi fognari,
fattori che incidono sui notevoli standard di denutrizione e sugli alti tassi
di malattie di origine idrica che si registrano nella regione (diarree, parassitosi
intestinali, ecc.). Al
deficit nella rete idrica e fognaria si aggiunge il fatto che il 93% delle
acque nere viene immesso nell’ambiente senza alcuna forma di trattamento,
contribuendo negativamente agli alti indici di degrado ambientale che caratterizzano
le aree abitate del paese.
Le fasce più deboli della società
sono anche quelle che pagano il prezzo più alto delle politiche di privatizzazione
e ristrutturazione del sistema sanitario. Nel solo periodo 1998-2000, la
copertura in salute si è ridotta dal 57 al 50% della popolazione totale,
cosicché oggi un cittadino su due non riceve alcuna assistenza sanitaria. Se
poi si guarda alla composizione sociale di coloro che hanno avuto accesso ai
servizi di salute, i dati confermano l’enorme breccia apertasi tra i ricchi e i
poveri del paese: mentre nei due ultimi segmenti della popolazione più povera (decili
1 e 2) risulta coperto solo il 38% di essa, nei due segmenti più ricchi (decili
9 e 10), la copertura raggiunge il 78%. Oggi l’affiliazione al sistema riguarda il 52,65% del totale
della popolazione, mentre nel regime sussidiario, la percentuale è di appena il
44%.
Le prospettive future sono peggiori
anche in conseguenza del notevole disavanzo finanziario accumulato dal sistema
sanitario nazionale dopo la riforma del 1993 (Legge 100), che paradossalmente
puntava a garantire la copertura universale della popolazione entro la fine del
XX secolo. Mentre i fondi del settore sanitario sono aumentati da 1.350
miliardi di pesos del 1993 a 3.340 miliardi del 1999, le riserve si sono
ridotte quasi a zero ed il deficit per l'anno 2002 è stato di 221 miliardi di
pesos. Le riserve previste per assistere 14 milioni di persone si sono ridotte
infatti da 335 miliardi del 1999 a 4 miliardi e 95 milioni nel 2001. La maggior
parte delle 33.000 cliniche, ospedali e consultori esistenti (conosciuti
genericamente come IPS) s’incontrano in bancarotta o con problemi finanziari e
i 23,5 milioni di affiliati – 14 milioni dal regime contributivo e 9,5 milioni
da quello sussidiario – sono minacciati dal crollo del settore.
Nel 2000, le entrate del sistema
sanitario hanno raggiunto un totale di 429.456 milioni di pesos ed i
trasferimenti a favore delle EPS (Entità Prestatrici di Servizi) hanno
raggiunto i 510.588 milioni di pesos, con un deficit di 81.132 milioni. La
legge di riforma del ’93 stimava che i contribuenti, salariati e indipendenti,
sarebbero stati 16,5 milioni, ma nell’anno 2001 il numero di essi è stato
inferiore ai 6 milioni. L’errore nella proiezione di 10,5 milioni di
contribuenti in più è stato spiegato dalle sempre maggiori pratiche di evasione,
dagli enormi sprechi del sistema sanitario pubblico e privato e dalla
corruzione regnante nell’affiliazione al regime sussidiario dove le compagnie e
le grandi aziende sanitarie private sono state beneficiate dall’aumento delle
persone affiliate, le quali sono passate dai 4,8 milioni nel 1995 ai 9,5
milioni nel 2000.
Il sistema contributivo è stato
caratterizzato dall’evasione della stramaggioranza dei lavoratori indipendenti.
Solo il 10% di essi risulterebbero affiliati al regime; in questo modo il
sistema sanitario nazionale, solo nel 1997, avrebbe perso qualcosa come 2.200
miliardi di pesos, sia per la non affiliazione al sistema e sia per la ridotta
dichiarazione dei redditi realmente percepiti dai contribuenti.
A ciò si aggiungono i
devastanti effetti della crisi economica e occupazionale i quali hanno
comportato il
deterioramento della qualità della vita dei colombiani e la progressiva riduzione del
numero dei contribuenti al sistema sanitario. Mentre nel 1998 il 63% degli affiliati contribuiva
opportunamente al regime sanitario, nel 1999 questa percentuale si è ridotta al
47%. Ogni
volta che un lavoratore perde un impiego, l’impresa cessa di versare i contributi
all’AFP, all’ISS (l’Istituto per la Previdenza Sociale), alla Cassa di
Compensazione o all’EPS, così la persona e la sua famiglia, oltre ad essere
disoccupata, resta del tutto senza protezione sociale.
Le conseguenze sulle condizioni di
salute generale della popolazione sono fortemente preoccupanti, specie per le
fasce più deboli economicamente e per i minori. Secondo l’ultimo rapporto di UNDP-PNUD,
la forte diminuzione alla
fine degli anni ‘90 delle spese per la salute pubblica come percentuale del PIL,
ha avuto come immediata conseguenza la caduta degli indici di copertura della
vaccinazione dei bambini minori di un anno di età, passati nel periodo compreso
tra il 1996 e il 1999, da valori superiori al 90% ad altri appena vicini al
70%. Oggi in Colombia più di 180.000 bambini minori di 12
mesi sono completamente privi di protezione sanitaria mentre solo tre bambini su quattro risultano
vaccinati contro il morbillo. Al 18% dei bambini non è stata assicurata la
vaccinazione contro la tubercolosi e quest’ultima infermità rischia di tornare
a mietere sempre più vittime: i casi di tubercolosi hanno raggiunto l’indice di
21,7 ogni 100.000 abitanti. Oltre 72.000 persone con età inferiore ai 50 anni risultano
affette da Aids, i
casi di malaria hanno raggiunto la cifra record di 451,8 ogni 100.000 abitanti,
mentre l’incidenza delle malattie psicologiche e mentali, a seguito dell’aumento della
violenza e della povertà, costituisce oggi il 40% della cause di consulta
sanitaria.
Particolarmente preoccupante la sempre
più alta presenza nel paese di persone con handicap fisici e/o mentali. Il 2,6%
delle famiglie colombiane ha a carico almeno una persona con handicap che lo rendono
invalido alle attività lavorative. In termini numerici significa la presenza di
750.000 persone, quasi tutte prive di qualsiasi forma di intervento e
protezione statale. In un altro 4% delle famiglie almeno uno dei membri è
affetto da problemi di alcolismo ed abuso di sostanze stupefacenti, ma l’indice
è ancora più alto nei centri urbani, dove sono ancora una volta le famiglie più
povere ad essere maggiormente vittime della tossicodipendenza. Il 7% di esse
soffre di questi problemi, rispetto ad un 3% delle fasce sociali più ricche.
Per ciò che riguarda la salute
sessuale e riproduttiva, è stato segnalato come ogni anno più di 100.000 donne
diano alla luce un figlio senza alcuna attenzione medica.
L’insufficienza dei programmi educativi e l’assenza di una efficace politica di
prevenzione, hanno causato l’aumento delle maternità indesiderate, specie tra
le giovani minorenni. Il 3,1% delle adolescenti che vivono nelle aree urbane e
il 6,2% delle adolescenti residenti nelle zone rurali stanno attendendo un
figlio; il 14,6% delle adolescenti di città e il 25,7% delle adolescenti di
campagna sono diventate madri ad un’età che va dai 15 ai 19 anni. L’uso di anticoncezionali
è ancora assai basso in tutte le fasce di età, ma nel caso delle adolescenti, secondo
l’organizzazione non governativa Profamilia, il 49,3% di esse non
avrebbe mai utilizzato anticoncezionali.
Tinte ancora più fosche se si guarda
al sistema previdenziale. Solo il 19,8% della popolazione economicamente attiva
è coperta dal sistema pensionistico; tra i lavoratori appena il 45,9% di essi
risulta affiliato al regime generale previdenziale e tra essi solo il 22% sta
apportando qualcosa ai fondi privati di pensione o ad entità come il SEGURO
SOCIAL, CAJANAL o CAPRECOM. Il sistema rischia pertanto il collasso: il debito
del sistema delle pensioni equivale ad oltre il 200% del Prodotto Interno Lordo
mentre si riduce a dismisura il numero dei contribuenti.
Secondo la Sovrintendenza Bancaria alla chiusura del terzo trimestre del 1999,
su 3.318.356 persone che erano affiliate al regime privato delle pensioni, più
della metà non versava i contributi da oltre sei mesi.
Analfabetismo e cattiva qualità
dell’educazione
Per ciò che riguarda il diritto
all’educazione, la Colombia vanta uno dei record negativi di tutto il
continente. Il paese ha uno dei più bassi livelli di alfabetizzazione dell’America
Latina, preceduto solo dal Messico. I gravi ritardi del settore educativo hanno
aperto una breccia intollerabile tra la Colombia e gli altri paesi. Per
raggiungere i livelli del Cile, il paese con il maggior indice di sviluppo
umano della regione, la Colombia dovrebbe aumentare la sua speranza di vita di
quattro anni e mezzo; incrementare di quattro punto in percentuale il tasso di alfabetizzazione
degli adulti e di sei punti il tasso d’immatricolazione scolastica a tutti i
livelli (primaria, secondaria e superiore); raddoppiare infine il suo Prodotto
Interno pro capite.
Attualmente l’8,6% della popolazione
colombiana risulta analfabeta (circa 2,3 milioni di persone), mentre la
scolarità media è di 7,7 anni, anche se la discriminazione di genere in questo
settore è ancora evidente, dato che negli ultimi vent’anni si è confermata la
differenza di un punto di percentuale nei tassi d’analfabetismo tra la
popolazione femminile e quella maschile. Relativamente
ai differenti gradi d’istruzione, l’accesso al sistema educativo riguarda
l’83,6% degli aventi diritto per la scuola primaria, il 62,7% per la
secondaria, e appena il 15,1% per l’istruzione universitaria.
Il tasso medio di analfabetismo non
permette di valutare la dimensione delle forti disuguaglianze in tema di
accesso all’istruzione che si registrano tra i differenti dipartimenti del
paese e tra i residenti nelle aree urbane o in quelle rurali. Nonostante si sia
verificata una diminuzione relativa dell’analfabetismo di circa 0,3 punti all’anno
tra il 1985 e il 1997 (il tasso di analfabetismo vent’anni fa era del 12,2%),
la differenza tra le aree è aumentata: nel 1985 l’analfabetismo rurale era 3,1
volte quello urbano, mentre nel 1997 era 4,1 volte più grande. Il Dipartimento
Nazionale di Pianificazione ha stimato che 5 abitanti su 100 nelle zone urbane
sono analfabeti, mentre nelle aree rurali l’analfabetismo riguarda 19 persone
su 100. Le discriminazioni appaiono ancora più nette se si prendono a
riferimento i dipartimenti del paese e in particolare quelli della costa
atlantica e pacifica, dove è maggioritaria la presenza di popolazione afrodiscendente.
Mentre a Bogotá e nel dipartimento industriale del Valle il tasso
d’analfabetismo è considerevolmente inferiore alla media nazionale (2% circa), nei
dipartimenti di Córdoba e del Chocó - tra i più poveri del paese - il 20% della
popolazione risulta analfabeta, un valore due volte superiore che nel resto
della Colombia.
Queste notevoli disuguaglianze
all’interno del paese sono evidenziate anche dai livelli di accesso ed
assistenza scolastica dei bambini. Oggi circa 2,2 milioni di minori di ambo i
sessi restano fuori dal sistema educativo. A
livello prescolare, nelle città l’assistenza è dell’82%, mentre nelle campagne
è di appena il 50%; ciò significa che restano fuori dal sistema educativo 18
bambini su 100 nelle città e 1 ogni 2 nelle campagne. Per ciò che riguarda
l'istruzione primaria, resta fuori dal sistema educativo il 5% dei bambini di
città di età compresa tra i 7 e gli 11 anni, mentre nelle campagne l’evasione
colpisce il 12% di questo gruppo di popolazione. Va aggiunto poi che il 35%
delle alunne e degli alunni della scuola primaria si ritirano nei primi tre
anni e ciò li converte praticamente in “analfabeti funzionali”. Per ciò che
riguarda le differenze tra i dipartimenti, la diserzione in Chocó raggiunge
livelli del 67%.
Tra il 1997 e il 2000, gli anni
dell’amministrazione del conservatore Andrés Pastrana, si è registrata una
preoccupante diminuzione dell’assistenza scolastica nella fascia di età
compresa tra i 12 e i 25 anni (dal 76,9% al 75, 4% per le ragazze e i ragazzi
tra i 12 e i 17 anni, e dal 27% al 25,1% per i giovani tra i 18 e i 25 anni). A
partire dello stesso periodo è stata inoltre evidenziata una riduzione delle
iscrizioni della popolazione di sesso femminile a causa dell’acutizzarsi dei
problemi economici che obbligano le adolescenti alla diserzione per aiutare in
casa i propri familiari o a ricercare attività lavorative per ammortizzare
l’impatto del repentino crollo dei redditi delle famiglie. Sono inoltre
diminuite le persone dedite esclusivamente allo studio in quanto sempre più
soggetti fanno ingresso nel mercato del lavoro per trasformarsi in
studenti-lavoratori.
Se si fa riferimento ai decili di
reddito, si può osservare che la diminuzione dell’assistenza nella scuola secondaria
si è verificata nella popolazione più povera (decili da 1 a 6); di contro,
l’assistenza nell’istruzione superiore ed universitaria è diminuita in tutti i decili,
con il conseguente peggioramento generale nel capitale umano in Colombia.
In sintesi tra i più discriminati in tema di accesso all’istruzione i bambini
tra i 5 e i 6 anni ed i giovani tra i 18 e i 24 anni delle famiglie di strato
sociale 1 e 2. L’educazione universitaria e prescolare è cioè un privilegio
quasi esclusivo delle famiglie che godono dei redditi più alti, come denuncia
UNDP-PNUD nel suo più recente rapporto sullo Sviluppo Umano.
Ciò comporta una spirale in cui la disuguaglianza nella distribuzione dei
redditi danneggia la formazione del capitale umano che a sua volta incide
negativamente sulla crescita economica del paese. Poiché la dimensione del
capitale umano determina proporzionalmente i redditi della popolazione, ecco
che il suo deterioramento si ripercuote poi sulla distribuzione dei redditi
approfondendo la breccia tra le fasce sociali.
A tutto ciò si accompagna il fatto
che gli anni ’90 del XX secolo sono stati caratterizzati dal progressivo
peggioramento in termini di qualità dell’offerta educativa e formativa. La
crescita di questa offerta è stata certamente frenata da problemi istituzionali
come l’eccessivo centralismo dell’amministrazione, la scarsa coordinazione del
sistema, l’insufficienza dei canali d’informazione e la bassa partecipazione
delle famiglie e della comunità nel processo educativo. La Colombia, come del
resto buona parte dei paesi del continente latinoamericano, paga i notevoli
ritardi accumulati per aggiornare il rapporto tra società reale e sistema
educativo, soprattutto per ciò che riguarda la cosiddetta “educazione iniziale”
(scuola materna e pre-scolare). Uno studio realizzato da un’equipe di ricerca
colombo-peruviana ha sottolineato come la legislazione di questi due paesi non
ne abbia previsto l’obbligatorietà, dando per supposta la presenza costante
della madre nel nucleo familiare, ignorando invece come sempre più donne
lavorino fuori della famiglia. “L’educazione iniziale è confusa con le guardarías, finalizzate alla cura dei bambini durante l’assenza
dei genitori”, si legge nel rapporto conclusivo del gruppo di ricerca. “In esse
non sono previste né l’attenzione alimentare o la stimolazione del mondo
sensoriale, né la diagnosi di deficienze o d’inabilità correggibili mediante
interventi appropriati”. Ulteriori limiti caratterizzano poi l’educazione di
base primaria e secondaria: essa è formale, mnemonica, pecca in eccesso di
erudizione, ed è poco orientata al lavoro e alla comprensione della vita
contemporanea. “L’educazione di base non prepara lo studente né alla vita
sociale né al lavoro”, continua il rapporto dei ricercatori colombo-peruviani.
“Dopo aver effettuato 12 anni di studio, lo studente esce senza alcuna
formazione tecnica che gli permetta d’incontrare un lavoro adeguato e, nella
maggior parte dei casi, egli deve realizzare studi addizionali se aspira ad
entrare nell’università. Lo spazio scolare è assai poco utilizzato per offrire
al futuro cittadino una formazione civica completa che gli permetta di
comportarsi in una società democratica. Spesso, l’esperienza scolare è distante
dai valori democratici di libertà, responsabilità e partecipazione. Ciò
rafforza le tendenze autoritarie della formazione in ambito familiare e
presenta problemi al cittadino adulto nello sviluppo di un’autentica coscienza
democratica”.
Studi e ricerche hanno analizzato
come e quanto l’inadeguata qualità dell’insegnamento influisca sui processi di
apprendimento e sul grado di istruzione delle nuove generazioni. Nel 1993, ad
esempio, alcuni ricercatori di Fedesarrollo (la Federazione che riunisce
i maggiori imprenditori del paese), hanno sottolineato come nella scuola
primaria i bambini stessero apprendendo meno della metà di quello che
dovrebbero apprendere secondo i programmi vigenti.
Per ciò che riguarda l’educazione secondaria, le statistiche rivelano che negli
istituti pubblici un quarto degli studenti non riesce a superare il livello
minimo delle prove linguistiche e solo il 20% di essi raggiunge un livello
ottimo tra il 7° e il 9° anno di corso. Sempre nella scuola secondaria negli
ultimi anni si è ridotto di quattro punti il tasso di promozione da una classe
all’altra, passando dall’89,7% all’85,7%. Ancora Fedesarrollo,
nell’analizzare i risultati delle prove di esame finale di maturità secondaria,
ha rilevato la flessione dei rendimenti degli allievi: mentre all’inizio degli
anni ’80 una terza parte degli studenti si ubicava nella categoria di basso
rendimento, nel 1990 la cifra era salita al 46%. La Colombia si situa oggi al
penultimo posto tra i paesi latinoamericani per ciò che riguarda i test sugli
apprendimenti nelle aree matematiche e scientifiche.
Relativamente all’educazione
superiore ed universitaria, gli studiosi rilevano standard di qualità
accademica assai ridotti e una proliferazione delle istituzioni private
all’interno del sistema che non ha comparazioni in tutta l’America Latina. Una
ricerca realizzata nel 1989 ha censito 286 istituzioni di educazione superiore,
di cui solo il 30% pubbliche, le quali offrivano 2.094 piani di studio. La “privatizzazione”
dell’educazione universitaria è altresì confermata dall’elevata percentuale
delle immatricolazioni nel settore privato, il 58% del totale, contro il 35%
che si registra nel resto dei paesi latinoamericani.
L’infanzia negata di milioni di colombiani
Diserzione, abbandoni, perdita di efficienza
del sistema educativo hanno creato una massa enorme di giovani e
pre-adolescenti che sono costretti a cercare lavoro a tutti i costi, subendo un
nuovo processo di emarginazione e violazione della propria identità e dei
propri diritti. Circa 2,7 milioni di giovani in età compresa tra i 12 e i 17
anni lavorano oggi in condizioni precarie nel settore informale. Si calcola che
la metà di essi non ricevano alcun salario, specialmente le ragazze che sono
impiegate in lavori domestici come cameriere, baby-sitter, ecc.; nel caso in
cui viene corrisposta una qualche forma di retribuzione essa oscilla tra il 25%
e l’80% del salario minimo legale. Il
20-25% di questi giovani sono poi costretti a lavorare in attività ad altissimo
rischio, in particolare nel settore edilizio, metalmeccanico, nel commercio
ambulante e nella prostituzione. Trentamila i minori tra i 5 e i 14 anni che
operano settore minerario, costretti a sforzi fisici pari a quelli degli adulti ed esposti a
gravi affezioni respiratorie.
Il lavoro minorile sempre più spesso
vissuto in condizioni di semi-schiavitù, è solo un aspetto e purtroppo neanche
il più grave, della vita quotidiana di buona parte dell’infanzia colombiana.
Infanzia negata, vittima prioritaria del conflitto, del modello economico
neoliberista e del processo di esclusione che ne deriva. Attualmente il 54%
della popolazione infantile non soddisfa le sue necessità di base. La povertà e
l’indigenza ha assunto una netta fisionomia generazionale. Il 20% della
popolazione infantile colombiana soffre la malnutrizione e la denutrizione
cronica colpisce il 2,8% dei minori. Le percentuali sono ancora maggiori nelle
aree del paese caratterizzatesi per l’intensificazione della violenza e della
lotta per lo sfruttamento intensivo delle risorse naturali. Nel dipartimento di
Antioquia, ad esempio, il tasso di mortalità infantile per denutrizione è di
20.33 su 100.000 bambini inferiori ai 5 anni di età e costituisce il 4,5% delle
cause di morte in questo gruppo.
Qui nel 2001 si sono contati 146 bambini morti in conseguenza della
denutrizione. Secondo uno studio del Governo regionale e del DANE, nel
dipartimento ogni due giorni muore un bambino per mancanza di alimenti. Tra i
minori di 7 anni in Antioquia, i nutrizionisti hanno trovato un indice di
denutrizione cronica del 32,7%, globale del 25,6%, acuta del 19,9%.
Una delle cause più frequenti di
morte nella popolazione giovanile è tuttavia rappresentata dalla violenza e
dalla guerra. Gli indici di mortalità hanno raggiunto il 28 per mille e circa
il 48% dei minori di 18 anni è vittima di maltrattamenti in ambito familiare. I
bambini ed i giovani di ambo i sessi sono vittima di abusi e violenza sessuale
e questi delitti godono di un’impunità pressoché totale (solo nell’1,7% dei
casi viene detenuto il colpevole e si giunge ad una sentenza finale in appena
il 18,3% dei casi). Si stima che il numero dei minori sottoposti a sfruttamento
sessuale è aumentato del 600% tra il 1986 e il 1998 e che sarebbero 25.000 i
minori sfruttati sessualmente. La ong Profamilia, nella sua Inchiesta
su Demografia e Salute in Colombia ha calcolato che il 3,1% delle
adolescenti colombiane sono state costrette con la forza a tenere relazioni
sessuali.
I giovani al di sotto dei 18 anni
rappresentano il 55% degli sfollati del conflitto e alla stragrande maggioranza
di essi non è stato garantito alcun accesso alle strutture educative e ai
servizi di salute dei luoghi di destinazione. Si stima che 6/7.000 tra bambine
e bambini siano stati arruolati dai diversi gruppi armati protagonisti del
conflitto. Il 18% di essi avrebbe ucciso almeno in un’occasione o avrebbe
partecipato a torture di ostaggi, mentre un altro 13% avrebbe partecipato ad
operazioni di sequestro. Il 28% sarebbe già stato ferito almeno una volta in
combattimento.
L’UNICEF ha denunciato che gli attori della guerra in Colombia si sono resi
responsabili dell’avvio alla prostituzione forzata di minori di 14 anni ed
hanno violentato donne e bambine dei gruppi avversari per seminare odio e
rendere inconciliabili le parti.
Tasso di assistenza scolastica
secondo i decili di reddito ed età – anni 1997 e 2000
|
|
|
5-6 anni
|
|
7-11 anni
|
|
12-17 anni
|
|
18-25 anni
|
|
Decili
|
1997
|
2000
|
1997
|
2000
|
1997
|
2000
|
1997
|
2000
|
|
1
|
51.7
|
64.3
|
86.4
|
88.3
|
69.4
|
59.7
|
12.8
|
10.6
|
|
2
|
58.7
|
67.5
|
88.3
|
90.0
|
72.6
|
59.4
|
16.3
|
9.5
|
|
3
|
65.2
|
70.2
|
90.8
|
89.0
|
83.5
|
65.1
|
14.2
|
10.2
|
|
4
|
68.5
|
76.1
|
91.8
|
94.4
|
79.5
|
66.3
|
11.9
|
9.8
|
|
5
|
71.7
|
78.0
|
93.8
|
94.2
|
61.3
|
67.1
|
11.7
|
10.4
|
|
6
|
75.8
|
83.9
|
93.9
|
94.0
|
71.4
|
70.4
|
16.1
|
10.7
|
|
7
|
82.4
|
88.4
|
94.0
|
94.1
|
72.9
|
74.1
|
15.9
|
14.3
|
|
8
|
90.3
|
91.1
|
97.4
|
96.0
|
65.4
|
73.8
|
17.3
|
14.2
|
|
9
|
90.2
|
93.6
|
97.7
|
96.8
|
70.3
|
79.2
|
22.3
|
19.5
|
|
10
|
90.7
|
95.7
|
97.4
|
97.8
|
70.4
|
83.6
|
32.6
|
27.1
|
|
Totale
|
70.4
|
77.8
|
92.0
|
92.8
|
71.4
|
68.4
|
17.6
|
13.9
|
Fonte: SISD, Boletín estadístico, n. 30, Bogotá, 2001 (in Economía Política y Conyuntura Política, n. 228, febbraio 2002, pag. 84).
Disoccupazione ed occupazione
informale in Colombia
La crisi sociale che ha colpito il
paese a partire della seconda metà degli anni ’90 e le drastiche misure di
aggiustamento economico implementate dai differenti governi succedutisi hanno
avuto conseguenze devastanti sull’occupazione e il mondo del lavoro. Se nel
1993 il 7,8% della popolazione economicamente attiva risultava disoccupato,
dieci anni più tardi la percentuale ha raggiunto la cifra del 21%. Si tratta
del più alto tasso di disoccupazione mai raggiunto nella storia nazionale e il
maggiore di tutto il continente dell’America Latina. In termini quantitativi si
stimano attualmente in 3 milioni i colombiani senza occupazione, il doppio di
quelli registrati appena nel 1997.
Contemporaneamente tra gli
“occupati” e i “sottoccupati” è cresciuta notevolmente l’informalità del
rapporto di lavoro, ossia l’inesistenza di alcun tipo di vincolo contrattuale,
di prestazioni e contributi sociali. Il settore informale oggi rappresenta il
56% dell’occupazione a livello nazionale e interessa particolarmente i settori
del commercio, dei servizi, dell’industria manifatturiera e della produzione di
abbigliamento ed alimenti, tutte attività dove impera il sistema della subcontrattazione
e della produzione per conto terzi (“maquila”). Solo nel commercio
l’informalità caratterizza il rapporto del 78% degli occupati, mentre nel
settore delle costruzioni e dell’agricoltura il 72% circa.
Per coloro che hanno la sorte di accedere
ad un’occupazione, il reddito non garantisce i livelli minimi di sopravvivenza:
il 77% dei lavoratori colombiani percepisce appena un salario minimo (circa 100
dollari al mese), un altro 15% due salari minimi e solo l’8% più di due.
Disoccupazione, sottoccupazione ed
occupazione informale hanno spiccate caratteristiche generazionali e di genere.
I giovani in età compresa tra i 20 e i 25 anni contano su un tasso di
disoccupazione del 34,3%, mentre la disoccupazione femminile è del 24,2%, il
doppio di quanto accadeva appena 7 anni fa. Può
essere affermato che il grosso della disoccupazione strutturale, quella originata
dalla mancata corrispondenza tra l’offerta e la domanda di lavoro e che ha a
che vedere con il ciclo economico, è rappresentato da donne di età compresa tra
i 25 e i 35 anni con livello scolare medio. Se poi si guarda alla fascia
sociale di provenienza delle donne, il numero delle disoccupate degli strati 1
e 2 del SISBEN è superiore al 60%, mentre tra le sfollate dal conflitto il tasso
di disoccupazione sfiora il 90%.
La discriminazione di genere del
mercato del lavoro si è certamente acutizzata con l’intensificarsi della crisi
economica di fine secolo. Se è vero che tra il 1991 e il 1998 le donne hanno
avuto sempre tassi di disoccupazione più alti degli uomini, è pur vero che la
percentuale di disoccupate è cresciuta in quel periodo di 1,4 punti, contro i
2,7 punti degli uomini. contro in quel periodo di
1,4 donne disoccupate è 're.stazioni e contributi socialiQuando invece
la crisi esplode dirompente a partire del 1998, in un solo anno il tasso di
disoccupazione femminile è aumentato di altri 3,8 punti in percentuale,
superiore alla crescita della disoccupazione maschile (+2,8%).
La discriminazione tra generazioni e
sesso trova ulteriore conferma se si guarda al fenomeno della disoccupazione
dal punto di vista dell’offerta di lavoro. È possibile notare infatti come in
questi ultimi anni sia cresciuto particolarmente il cosiddetto “Tasso di
Partecipazione Globale” (TGB), che è passato dal 59,9% al 64,9%, quando invece
tra il 1993 e il 1996 esso era diminuito dell’1,1%. Questo cambiamento si
spiega principalmente con l’aumento nella partecipazione delle donne e dei
giovani di età compresa tra i 18 e i 24 anni nell’offerta di manodopera nel
mercato del lavoro. Questo fenomeno è intrinsecamente legato all’incremento del
tasso di disoccupazione di coloro che percepivano una maggiore remunerazione
all’interno della famiglia e che spesso erano gli unici titolari di reddito
(generalmente gli uomini tra i 25 e i 55 anni di età). Ciò ha costretto gli
altri membri della famiglia (donne, anziani e bambini) a fare ingresso nel
marcato del lavoro per poter mantenere i già insufficienti livelli di consumo.
Questo fenomeno ha tuttavia inasprito la competizione sociale per il lavoro e
la spirale povertà-disoccupazione-precarietà. Si
spiega così come mai la disoccupazione non sia selettiva solo in termini di età
e sesso ma come colpisca soprattutto le fasce socioeconomiche con i minori
redditi. Il 48% dei nuovi disoccupati nelle zone urbane tra il 1997 e il 1998,
corrisponde infatti a persone dei tre decili inferiori di reddito pro-capite.
Alla crescita sostenuta dei tassi di
disoccupazione si aggiunge infine l’aumento drammatico nella sua durata. La
percentuale di disoccupati che vivono in questa condizione per meno di quattro settimane
è diminuita dal 22% del 1997 all’11% del 2000, mentre le persone che attendono
25 o più settimane per conseguire un’occupazione è aumentato nello stesso arco
di tempo dal 45% al 65%. Ciò significa che i due terzi della popolazione che
cerca lavoro affronta problemi strutturali, per la soluzione dei quali sarebbe
necessario implementare un piano governativo a lungo termine da finanziare con
risorse aggiuntive nell’ambito di una radicale politica di trasformazione socioeconomica
del paese. Come invece vedremo le amministrazioni hanno scelto la scorciatoia
delle riforme monetarie neoliberiste tendenti a frenare l’inflazione e che invece
hanno aggravato le contraddizioni del mercato del lavoro e spinto verso il
basso i salari. Ciò che a prima vista potrebbe sembrare paradossale, appare
sotto quest’ottica del tutto coerente: il livello record del numero di
disoccupati coincide oggi con i più bassi livelli del tasso d’inflazione
ufficiale degli ultimi anni (l’8,75% del 2001 contro il 21,64% di appena un
lustro fa).
Apertura economica, globalizzazione
e disoccupazione
Tra i fattori che hanno
particolarmente determinato il rallentamento del ritmo di occupazione,
l’Organizzazione Internazionale per il Lavoro (OIL) segnala l’introduzione
dell’apertura dell’economia e l’aumento delle spese fiscali che congiuntamente
hanno generato una breccia esterna ed un’altra di tipo fiscale; la situazione
politica vigente tra il 1996 e il 1997, anni in cui si è consumata la
delegittimazione internazionale dell’amministrazione di Ernesto Samper (a causa
dei finanziamenti del narcotraffico della campagna presidenziale), ed i suoi
effetti sugli investimenti e la produzione privata; il cambio nella
composizione all’interno dei settori produttivi a seguito dell’apertura
economica, della rivalutazione della moneta e delle trasformazioni tecnologiche
introdotte; ed infine, lo squilibrio esistente tra la domanda e l’offerta di
occupazione a tutti i differenti livelli di qualificazione.
I vari governi succedutisi negli
anni ’90, sposando le formule dell’economia neoclassica, erano convinti che la
crescita economica e del PIL avrebbe stimolato di per sé la crescita
dell’occupazione. Oggi è sotto gli occhi di tutti come invece non ci sia stata
alcuna dipendenza diretta dell’occupazione dalla crescita degli indicatori
economici. Nonostante il boom della prima metà degli anni ’90, non ci sono
state ripercussioni positive sull’occupazione: tra il 1990 e il 1995 l’economia
è cresciuta del 35,2%, mentre la disoccupazione è scesa appena di 3,1 punti. La
disoccupazione è poi raddoppiata nei tre anni successivi toccando il 15,8% del
giugno 1998, periodo in cui appena iniziava a manifestarsi la recessione.
Nonostante il lieve recupero del Prodotto Interno e della produzione nei primi
due anni del XXI secolo (+3% con un incremento delle ore straordinarie nelle
industrie del 22%), il tasso di disoccupazione ha proseguito ad espandersi sino
a raggiungere l’attuale cifra record.
Di fronte all’assenza dell’atteso
“balzo” dell’attività economica, gli ultimi due governi in particolare
(Amministrazione Pastrana ed Uribe) hanno presentato alcune proposte relative
alla flessibilità del mercato occupazionale, basate sulla riduzione dei costi
del lavoro, attraverso la diminuzione dei salari. Una misura che ovunque sia
stata adottata non ha avuto alcuna conseguenza sulla domanda di lavoro ma che
invece ne ha peggiorato la qualità ed ha acutizzato la stagnazione dei consumi.
“Questa posizione sconosce che la disoccupazione attuale risponde più a fattori
strutturali, come la restrizione della domanda, la perdita di competitività
dell’industria, la rivalutazione del peso, gli alti tassi d’interesse, la
restrizione della bilancia dei pagamenti, ecc. E da questo punto di vista, il
costo del lavoro, come variabile che spiega la disoccupazione, passa in secondo
piano”, spiega un’équipe di docenti universitari che ha condotto
un’interessante ricerca sulle “politiche sociali” del governo di Andrés Pastrana.
Gli studi realizzati dalla stessa Controlaría General de la Nación (l’equivalente della nostra Corte dei Conti),
sottolineano poi come gli effetti sull’occupazione delle politiche di flessibililizzazione
del mercato del lavoro siano stati contrastanti e con un bilancio nettamente a
favore dell’offerta sulla domanda di lavoro che ha incrementato il tasso di
disoccupazione. Se da una parte infatti i minori salari hanno stimolato le
imprese a contrattare nuova manodopera, i nuclei familiari hanno visto ridotte
le loro entrate per la riduzione dei salari, cosicché sempre più appartenenti
ad essi sono stati costretti a fare ingresso nel mercato del lavoro,
ingrossando le file dei disoccupati. “La flessibilizzazione”, conclude la Controlaría General, “si tira poi dietro la precarizzazione degli impieghi
odierni, accrescendo la breccia tra i lavoratori qualificati e quelli che non
lo sono, aumentando di conseguenza disuguaglianza e povertà”.
Queste condizioni sono state ideali
per imprenditori e capitalisti, i quali hanno visto crescere profitti e potere
d’accumulazione ed hanno potuto implementare un circolo vizioso di sempre più
lavoro con meno salario e più disoccupati disposti a lavorare per sempre meno
salario. Negli anni ’90 il salario minimo è cresciuto in modo minore rispetto
all’inflazione e la riduzione dei salari reali degli operai, statali e privati,
è stata stimata in un 20% circa. Già nel 1997, cioè prima della grave crisi
economica che ha ulteriormente ridotto il potere di acquisto delle famiglie
povere, un lavoratore colombiano contrattato regolarmente a tempo indeterminato
da una multinazionale guadagnava 6,5 volte in meno di un lavoratore
nordamericano, 2,25 volte in meno di un lavoratore argentino, 2 volte in meno
di uno brasiliano e superava di molto poco il lavoratore subcontrattato
messicano ed ecuadoriano. Ciononostante tra le misure di politica economica
adottate dal governo Uribe compare il congelamento dei salari per tutti i dipendenti
con un reddito pari o superiore a due salari minimi legali vigenti. Una misura
che a breve termine non potrà fare altro che accentuare precarizzazione e
flessibilità con un ulteriore giro di vite alle forme della rappresentanza
sindacale e politica.
L’ampliamento generalizzato delle
forme di lavoro precario, dei part-time, ecc., ha già avuto conseguenze
estremamente negative in tema di diritti dei lavoratori. “La frammentazione del
lavoro, sommata allo sviluppo tecnologico, permettono al capitale un maggiore
sfruttamento, come anche un maggiore controllo sulla forza lavoro”, scrive
l’economista Margarita Toro. “Il cambio nel regime d’accumulazione è, allora,
un processo pieno di contraddizioni. Da una parte riduce il proletariato
industriale; e dall’altro aumenta il sottoproletariato, il lavoro precario, o i
salariati del settore dei servizi, incorpora massivamente le donne ed esclude i
più giovani e i più anziani”. Ciò
crea ulteriore eterogeneità e frammentazione della classe lavoratrice che
s’indebolisce contrattualmente di fronte al capitale, il quale può così
sviluppare i suoi margini di accumulazione accrescendo disuguaglianze ed
ingiustizie sociali. Sotto il ricatto dei licenziamenti di massa, la borghesia
industriale ha imposto il cambio nelle forme di contrattazione che le hanno permesso
una riduzione dei costi di circa il 50% in dieci anni. Nel settore pubblico e
in quello privato, attraverso la forma di affidamento della produzione e dei
servizi a terzi avviata a fine anni ’90, ha avuto il sopravvento la modalità
delle cooperative di lavoratori, la quale ha permesso una nuova riduzione dei
costi lavorativi che raggiunge oggi il 75%.
Diritti sindacali, contratti collettivi e salari sono condizioni che non
appartengono più al vissuto quotidiano di milioni di lavoratori colombiani.
Colombia: crescita, benessere ed uguaglianza negli
anni 1980-2002
|
Anni
|
Crescita PIL
|
Spesa sociale – PIL
|
Tasso di disoccupazione
|
Indice concentrazione di GINI
|
Povertà – redditi
|
Povertà NBI
|
|
1980
|
4,1
|
7,4
|
9,7
|
0,542
|
59,1
|
55,4
|
|
1981
|
2,3
|
8,1
|
8,2
|
n.d.
|
n.d.
|
n.d.
|
|
1982
|
0,9
|
8,1
|
9,1
|
n.d.
|
n.d.
|
n.d.
|
|
1983
|
1,9
|
8,5
|
11,7
|
n.d
|
n.d.
|
n.d.
|
|
1984
|
3,8
|
9,4
|
13,4
|
n.d
|
n.d.
|
n.d.
|
|
1985
|
3,8
|
7,7
|
14,1
|
n.d
|
n.d.
|
n.d.
|
|
1986
|
6,9
|
7,4
|
13,8
|
n.d
|
n.d.
|
42,9
|
|
1987
|
5,6
|
7,4
|
11,8
|
n.d
|
n.d.
|
n.d.
|
|
1988
|
4,2
|
7,2
|
11,2
|
0,554
|
59,2
|
39,4
|
|
1989
|
3,5
|
7,6
|
9,9
|
n.d.
|
n.d.
|
n.d.
|
|
1990
|
3,7
|
7,5
|
10,5
|
n.d.
|
n.d.
|
36,3
|
|
1991
|
2,4
|
7,1
|
9,8
|
0,554
|
57,7
|
35,6
|
|
1992
|
3,8
|
7,4
|
9,2
|
0,564
|
55,8
|
35,5
|
|
1993
|
5,4
|
8,2
|
7,9
|
0,584
|
56,4
|
n.d.
|
|
1994
|
5,8
|
8,3
|
7,6
|
0,569
|
54,4
|
n.d.
|
|
1995
|
5,2
|
10,6
|
8,7
|
0,556
|
55,0
|
n.d.
|
|
1996
|
2,1
|
12,6
|
11,9
|
0,561
|
53,8
|
n.d.
|
|
1997
|
3,4
|
13,1
|
12,1
|
0,540
|
54,2
|
26,9
|
|
1998
|
0,6
|
13,3
|
15,7
|
0,560
|
55,7
|
26,3
|
|
1999
|
-4,2
|
13,9
|
19,5
|
0,589
|
56,3
|
24,9
|
|
2000
|
2,8
|
10,8
|
17,5
|
0,591
|
59,8
|
22,9
|
|
2001
|
1,5
|
9,6
|
18,6
|
0,598
|
62,1
|
22,3
|
|
2002
|
1,2
|
8,5
|
18,9
|
0,601
|
68,0
|
22,0
|
Fonte: L. Sarmiento Anzola, La distruzione dello Stato
sociale in Colombia, www.terrelibere.it,
2003.
La discriminazione del lavoro
femminile
Sempre maggiori discriminazioni e
sfruttamento caratterizzano il lavoro femminile in Colombia con la conseguenza
che si è ulteriormente allargata la forbice salariale tra uomini e donne. Le maggiori necessità delle famiglie
di ottenere nuove entrate hanno condotto ad un aumento notevole del lavoro
femminile: nel 1990 erano il 35% le donne lavoratrici, nel 2000 esse
rappresentavano il 40% dell’intera popolazione femminile.
Due terzi delle
occupate guadagna però meno di un salario minimo legale, mentre solo il 16%
delle lavoratrici guadagna più di due salari minimi. Se si comparano questi
dati con quelli della popolazione maschile, la differenza è enorme: gli uomini
che guadano meno di un salario minimo sono il 43% (-23%), mentre quelli che
guadagnano più di due salari minimi sono il 25% degli occupati (+9%).
La sempre più evidente riduzione dei
salari è poi un fenomeno che colpisce più le donne che gli uomini. Dal 1988 al
1996 per questi ultimi la riduzione è stata del 10.6% mentre per le donne è
stata del 13.5%. Si è
calcolato che nel
settore manifatturiero una donna riceve un salario inferiore di un quinto
rispetto a quello percepito da un uomo per svolgere identiche attività con
identici livelli di formazione tecnica od istruzione; nel commercio le
differenze di trattamento sono ancora più grandi ed una donna percepisce un
terzo del salario ricevuto da un uomo.
La partecipazione delle donne nella
generazione dei redditi da lavoro è un terzo settore dove si evidenziano forti
discriminazioni di genere. Mentre il 60% della popolazione occupata a livello
urbano è rappresentato da uomini, la proporzione dei redditi non mantiene la
stessa proporzione tra i sessi. Nonostante la partecipazione delle donne nel
reddito da lavoro sia aumentata progressivamente sino a raggiungere una
crescita di quasi nove punti in percentuale tra il 1991 e il 1997, gli uomini
continuano ad appropriarsi di più del 70% del reddito da lavoro urbano. A
partire del 1998 gli uomini hanno visto però aumentare di nuovo la loro
partecipazione di quattro punti in percentuale rispetto all’anno precedente,
evidenziando così la vulnerabilità delle donne nei periodi di recessione. La
partecipazione nei redditi da lavoro nell’area rurale favorisce poi ancora di
più gli uomini rispetto alle aree urbane: nelle campagne questi ultimi si
appropriano dell’80% di essi.
Nei periodi di crisi economica la
vulnerabilità delle donne è maggiore anche in termini di perdita
dell’occupazione, cosicché la disoccupazione assume connotati sempre più
femminili. Se si guarda ad esempio all’occupazione industriale in generale, una
delle più colpite dall’odierna crisi economica, negli ultimi dieci anni la
manodopera femminile si è ridotta dal 21% al 16,6%.
Proprio nel settore industriale-produttivo si vanno ad accentuare la
subordinazione, la precarietà e la concentrazione delle lavoratrici in
particolari attività e funzioni. L’economista Margarita Toro parla in proposito
di “mascolinizzazione delle industrie tradizionali” e “femminilizzazione delle
industrie decentrate”. Nelle prime (industria alimentare, tessile e delle
calzature), si è privilegiato il lavoro delle donne sino a quando non è stato
previsto il processo di meccanizzazione degli impianti. Questo processo ha
causato la riduzione dei posti di lavoro ed essi si sono fatti sempre più
specializzati e tecnicizzati e sono stati affidati principalmente ad uomini.
L’occupazione femminile si è invece indirizzata verso le cosiddette “industrie
decentrate”, dove il processo è caratterizzato dalla frammentazione produttiva
e dall’assemblaggio di parti e componenti i cui procedimenti iniziali e finali
sono eseguiti nei paesi del nord America e dell’Europa. “L’accesso delle donne
a questo settore”, aggiunge Margarita Toro, ha una relazione diretta con la
riduzione dei costi della manodopera e con il passaggio dall’industria pesante
a quella d’assemblaggio, considerato un lavoro meccanico e ripetitivo e per la
destrezza manuale delle donne”.
Queste attività caratterizzate da alienazione e mortificazione delle rispettive
soggettività sono particolarmente sviluppate e presenti nell’area metropolitana di Medellín, la seconda città più grande del paese. Esse interessano la produzione di
vestiario e la manifattura in generale e le imprese finalizzate
all’esportazione di fiori, dove lo sfruttamento del lavoro raggiunge livelli di
vera e propria semi-schiavitù e le donne sono soggette alla rapida mutazione
delle condizioni e dei carichi di lavoro, senza limiti prestabiliti d’orario e
con compensi che variano secondo la stagione e il prodotto.
È pertanto l’informalità a
contraddistinguere l’occupazione femminile, che resta estranea all’applicazione
delle legislazioni sul lavoro vigenti. “All’interno del nuovo regime di accumulazione
esiste una correlazione tra la flessibilità nei mercati del lavoro, lo stile
dello sviluppo neoliberista e la maggiore precarietà dell’occupazione
femminile”, aggiunge Margarita Toro. “Ciò è dovuto, da una parte, alla
deregulation del binomio capitale/lavoro, proprio dello stile di sviluppo e,
dall’altra, al fatto che essa riproduce e riafferma la segregazione verticale
per le donne nel generare e mantenere posti di lavoro immodificabili
all’interno della gerarchia occupazionale”.
Il modello di sviluppo neoliberista
non ha assolutamente contribuito alla costruzione della donna come lavoratrice
piena bensì ha strutturato una identità frammentata, dove essa deve adempiere
in condizioni di maggiore precarietà ai ruoli storico-sociali-biologici
(maternità e riproduzione della forza lavoro) e di generatrice di ingressi per
la famiglia. Il
cosiddetto aggiustamento strutturale delle economie latinoamericane ha imposto
alle donne lavoratrici, principalmente quelle dei settori medi e popolari, la
responsabilità di amministrare i cambi avversi e minimizzare con il loro
intervento i danni prodotti ai membri della famiglia. “Oltre a soffrire per
l’incremento del lavoro per generare redditi e coprire le necessità basiche, le
donne sono usualmente vittime di tensioni familiari, dell’incremento della
violenza intrafamiliare, degli abbandoni da parte degli sposi”, scrive la
sociologa Natasha Loayza Castro.
L’incremento del numero delle donne capofamiglia in Colombia e nel resto dei
paesi latinoamericani è anch’esso uno degli effetti sociali
dell’implementazione nel continente delle ricette economiche e monetarie
neoliberiste. Si
calcola che oggi il 25% delle famiglie delle aree urbane e il 17% di quelle
delle zone rurali sono rette da donne, e ciò ha dato vita al complesso fenomeno
sociale della cosiddetta “femminilizzazione della povertà”, la
caratterizzazione di genere cioè del processo d’impoverimento generale che
colpisce le società del Sud del mondo.
Distribuzione del reddito secondo i
sessi
|
Reddito
|
Uomini
|
Donne
|
|
Sino ad un salario minimo legale
|
20,6%
|
34,5%
|
|
Da 1 a 2
|
51,8%
|
45,3%
|
|
Da 2 a 3
|
11,5%
|
10,7%
|
|
Da 3 a 4
|
5,8%
|
4,3%
|
|
Da 4 a 5
|
2,1%
|
1,5%
|
|
D 5 a 6
|
2,6%
|
1,5%
|
|
Più di 6 SML
|
5,5%
|
2,1%
|
|
Totale
|
|
100%
|
Fonte: A. Libardo Sarmiento, El Trabajo de las Mujeres en
Colombia, Bogotá, 2001, pag. 47.
Contesto economico e sociale in
Colombia – anni 1996-2000
|
Anno
|
Crescita
PIL
|
Tasso disoccupazione
|
Povertà
|
Indice sviluppo umano
|
Classifica secondo indice sviluppo
umano
|
|
1996
|
11,9
|
2,0%
|
52,8%
|
0,840
|
49
|
|
1997
|
12,1
|
3,2%
|
50,3%
|
0,848
|
51
|
|
1998
|
15,7
|
0,6%
|
51,5%
|
0,850
|
53
|
|
1999
|
19,5
|
-4,8%
|
56,3%
|
0,768
|
57
|
|
2000
|
20,5
|
2,8%
|
61,5%
|
0,764
|
68
|
Fonte: A. Yepes, “Quién se beneficia del ajuste, la guerra y
el libre mercado?”, Paper, Bogotá.
Organismi finanziari internazionali
ed apertura dei mercati
“Le ricette neoliberiste hanno
prodotto bassi tassi di crescita economica, la più grande caduta nel XX secolo
della produzione industriale e del prodotto interno lordo, l’incremento
smisurato delle importazioni e il deficit praticamente permanente nella
bilancia commerciale, la massiccia distruzione di posti di lavoro, le perdite
generalizzate dei piccoli e medi produttori, la riduzione dei redditi dei
lavoratori e la contrazione della domanda e del mercato interno”.
Così l’economista Carlos Alberto Olaya sintetizza gli effetti più vistosi e più
devastanti dell’implementazione in Colombia delle ricette economiche di stampo
neoliberista, su mandato dei maggiori organismi finanziari internazionali e
della Casa Bianca. A partire dai primi anni ’50 le politiche macroeconomiche
del paese sono state determinate, in gran misura, dai tecnocrati della Banca
Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale. La prima istituzione ha promosso
in Colombia oltre 150 progetti e più di un migliaio di lavori analitici su
tutti i temi relativi allo “sviluppo”; attraverso il controllato Banco
Interamericano de Recontrucción y Fomento
(BIRF), ha finanziato progetti nei settori industriali, agricoli, dei
trasporti, dei servizi pubblici, della salute, dell’educazione e delle
infrastrutture comunitarie. Il Fondo Monetario, da parte sua, ha determinato la
politica creditizia, bancaria, cambiaria, fiscale e monetaria condizionando il
debito esterno ed interno e la gestione delle finanze pubbliche.
È indubbio che le dottrine e le concezioni sullo
sviluppo della Banca Mondiale e dell’FMI sono state funzionali all’egemonia
capitalista mondiale, al rafforzamento del settore finanziario e delle
transnazionali e agli interessi della tecnocrazia e delle borghesie nazionali.
Esse hanno di fatto generalizzato lo sfruttamento del lavoro e la spoliazione
delle risorse naturali, hanno riprodotto povertà e indigenza, hanno accresciuto
la disuguaglianza di genere e tra le classi sociali, hanno generato gravi
impatti ambientali.
Come segnalato dall’economista Libardo Sarmiento Anzola,
è stato il sempre maggiore indebitamento del paese e la conseguente dipendenza
dagli organismi di credito a caratterizzare lo sviluppo economico-sociale della
Colombia. “Questa dipendenza”, scrive lo studioso, “unita al servilismo verso
lo straniero delle élite colombiane, ha fatto sì che il paese sia sempre pilota
nello sperimentare le differenti concezioni dello sviluppo che gli organismi
multilaterali impongono ai paesi dipendenti e più deboli”.
Tutti i governi colombiani
succedutesi negli ultimi venti anni, a partire del presidente Betancur, per
proseguire con Virgilio Barco, César Gaviria, Ernesto Samper, Andrés Pastrana
sino all’attuale capo di stato Alvaro Uribe, hanno approvato, sviluppato ed acutizzato
le misure economiche di stampo neoliberista. L’anno di svolta nell’apertura ai
capitali e alle merci straniere fu tuttavia il 1990, presidente Barco, già
direttore esecutivo della Banca Mondiale ed ex ambasciatore negli Stati Uniti,
quando su pressione della Banca Mondiale vennero adottate ampie riforme tese
alla liberalizzazione del mercato similari a quelle già adottate in altri paesi
latinoamericani. Fu così lanciato il Programma per la Modernizzazione
dell’Economia Colombiana (PMEC), meglio conosciuto come “politica di apertura”;
in cambio il paese ricevette l’autorizzazione ad accedere al cosiddetto credito
“Challenger” promosso dalla stessa Banca Mondiale. Il credito, come sarebbe
avvenuto da allora in poi con tutti i successivi esborsi degli organismi
finanziari internazionali, non fu destinato agli investimenti produttivi ma venne
utilizzato in buona parte per pagare il debito estero contratto con la Banca
Mondiale. In proposito è stato stimato che nell’anno finanziario 1989-1990, la
Colombia pagò circa 600 milioni di dollari all’istituto internazionale, contro
un prestito ricevuto di circa 350 milioni di dollari.
Il Programma per la Modernizzazione
dell’Economia Colombiana (PMEC) non fu altro che la riproposizione sul fronte
interno degli interventi di stabilizzazione e aggiustamento strutturale
prescritti dal Fondo Monetario Internazionale: completa apertura dell’economia al
mercato, al capitale e agli investimenti privati internazionali, dolorosi tagli
alla spesa pubblica, l’eliminazione dei sussidi sociali, la privatizzazione
delle imprese statali e delle banche che erano state acquistate durante una
crisi finanziaria all’inizio degli anni ’80 (il Banco Tequendama, il Banco
del Comercio, il Bancolombia, il Banco de los Trabajadores).
Il governo diede avvio alla riduzione delle tariffe doganali e alla progressiva
eliminazione di quote e licenze d’importazione, liberalizzò il marcato del
lavoro facilitando il licenziamento dei dipendenti, diede promozione ai fondi
privati pensionistici come alternativa alla sicurezza sociale. Furono inoltre
eliminati i controlli sui cambi che erano stati istituiti 50 anni prima, fu
legalizzato il mercato parallelo delle divise straniere e si autorizzò i
cittadini del paese a possedere conti bancari ed ottenere prestiti all’estero.
Queste misure di politica cambiaria attrassero nel paese ingenti quantità di
divisa straniera che ebbero come effetto la rivalutazione del peso colombiano.
Attraverso l’artificiale meccanismo dei “prezzi di cambio minimi e massimi
quotidiani” si permise agli investitori di conoscere in anticipo il valore di
cambio della moneta nazionale con il dollaro; ciò ha ulteriormente fomentato la
speculazione finanziaria e grazie alla sicurezza relativa sul tasso di cambio
in ogni momento, molti investitori “hanno potuto prelevare dollari e depositarli
quando hanno voluto”.
Politica monetaria e narcoeconomia
Per tutti gli anni ’90 l’attenzione
dei governi è stata focalizzata sull’obiettivo di conseguire la stabilità
economica attraverso la riduzione dell’inflazione e l’aggiustamento fiscale. Le
misure macroeconomiche si sono riflesse sul lato monetario in un aumento del
tasso d’interesse reale e come abbiamo già visto nella eccessiva rivalutazione
della moneta nazionale. Secondo i piani delle istituzioni finanziarie e
monetarie, ciò avrebbe dovuto favorire le esportazioni e l’occupazione, così da
riattivare la crescita economica del paese. L’apertura ai capitali
internazionali e la politica monetaria neoliberale ha invece accelerato il
processo di crisi socioeconomica con una caduta degli investimenti e del
risparmio, l’espansione del deficit fiscale e della bilancia dei conti
correnti, l’aumento del tasso di disoccupazione.
Secondo il Banco Interamericano de Desarrollo l’ingresso netto annuale
di dollari in Colombia è cresciuto dai 2.707 milioni nel 1993 ai 5.290 milioni
del 1998, con un picco nel 1996 di 7.098 milioni di dollari.
L’ingresso di capitali non si è però diretto verso attività produttive e
stimolatrici della crescita dell’occupazione, ma al contrario si è centrato
nelle attività prettamente speculative, nell’acquisizione di estese proprietà
agricole riconvertite a pascolo e nel settore delle costruzioni. Questo
processo ha ulteriormente concentrato il sistema finanziario in mano ai
maggiori gruppi finanziari privati del paese. Ad
aggravare il panorama, il fatto poi che la movimentazione di capitali ha
promosso tra la popolazione aspettative di accumulazione estremamente rapida
della ricchezza, le quali a loro volta hanno generato investimenti altamente
speculativi, la depressione del risparmio, l’aumento del numero dei fallimenti
di imprese e società.
A medio termine tutto ciò ha causato
un aumento della sfiducia degli investitori stranieri che hanno preferito
dirottare i flussi finanziari su altre aree della regione andina. Come sottolineato
dall’UNDP-PNUD: “i movimenti erratici e imprevedibili dei capitali internazionali
ne hanno accentuato la volatilità. Il modo con cui ha risposto la politica
monetaria agli shock esterni ha generato incertezza e disoccupazione. Oltre
alla volatilità originata dalle fluttuazioni dei capitali internazionali,
l’intensificazione della violenza ha turbato il panorama economico (…) La
mancanza di fiducia degli investitori stranieri ha iniziato ad essere espressa
negli indicatori delle agenzie che qualificano il rischio-paese”.
Va tuttavia aggiunto che nelle brevi
fasi in cui si sono potuti registrare grandi flussi di capitali in Colombia, da
più parti se ne è denunciata la provenienza illecita e il conseguente rischio
di penetrazione criminale nell’economia nazionale. Nel 1994 ad esempio, fu la
stessa DEA, il Dipartimento anti-narcotici degli Stati Uniti, ad esprimere
forte preoccupazione per la movimentazione di denaro che si era verificata a
seguito dell’implementazione delle nuove politiche economiche che avevano
progressivamente eliminato verifiche e controlli sui cambi. Per le autorità
statunitensi ciò aveva facilitato l’introduzione nel paese di grandi quantità di
denaro proveniente dal narcotraffico e la privatizzazione delle banche aveva
permesso ai capi della droga di acquisirle e sviluppare una struttura “legale”
per il riciclaggio del denaro sporco. Le inchieste giudiziarie hanno dimostrato
che questo è avvenuto ad esempio con l’acquisizione del Banco de los Trabajadores,
messo all’asta dallo Stato e rilevato dal narcotrafficante Gilberto Rodriguez Orejuela,
padrino del Cartello di Cali.
L’economista Francisco Thoumi, noto
studioso sulle relazioni economia-narcotraffico in Colombia, ha evidenziato
come con la penetrazione dell’industria illegale e il reinvestimento dei
profitti della droga il disimpegno dell’economia colombiana non sia
assolutamente migliorato. “È idea comune, specialmente fuori dal paese, che
l’economia nazionale si sia beneficiata dei grandi profitti della droga. Questa
potrebbe essere vera a breve termine, però a lungo termine è un’illusione. La
maggior parte degli economisti che hanno studiato questo punto sono d’accordo
che, alla fine, l’industria delle droghe illegali abbia avuto un effetto
negativo sull’economia colombiana. In particolare, questa industria ha agito da
catalizzatore accelerando il processo di ‘perdita della legittimità del regime’,
che ha contribuito alla stagnazione del paese. Questo processo ha prodotto una
notevole caduta della fiducia, ha aumentato i costi delle transazioni e ha
contribuito all’aumento della violenza e dell’impunità, provocando la fuga di
capitali “puliti” e maggiori costi per la sicurezza”.
L’accresciuto indice di criminalità nel paese negli anni ’90 ha inoltre
contribuito alla diminuzione del tasso di crescita dei redditi nel paese. Uno
studio recente del BID (Banco Interamericano de Desarrollo) ha rilevato
come il costo del crimine in termini di crescita perduta ha superato
annualmente il 2% del Prodotto Interno, valore che non include gli effetti a
lungo termine sulla produttività e sulla formazione del capitale.
Le controriforme sociali degli anni novanta
Fu tuttavia l’amministrazione
guidata da César Gaviria, attuale presidente dell’OEA, l’Organizzazione degli
Stati Americani, a varare le riforme che hanno avuto le conseguenze più
rilevanti sulla vita di milioni di colombiani. Nel 1990 fu approvata la nuova
legge di regolamentazione del lavoro che limitò ampiamente i diritti dei
lavoratori. Nota come “legge 50”, essa modificò la giornata e la settimana
lavorativa; nello specifico, l’articolo 20 ha previsto che nelle imprese create
successivamente all’entrata in vigore della legge, potevano essere stabiliti
turni di lavoro quotidiani di 6 ore per un totale di 36 ore settimanali, in
maniera temporale o definitiva, in modo da assicurare che l’impresa potesse
operare senza interruzioni, sette giorni alla settimana. Grazie a questo nuovo
modello produttivo non fu più previsto il pagamento ad impiegati ed operai
dello straordinario per il lavoro notturno, domenicale o festivo, furono peggiorate
le condizioni lavorative e modificate radicalmente le politiche sulla
contrattazione, fu generalizzato l’impiego temporaneo e a tempo parziale.
La riforma del lavoro ha legittimato
altre tipologie di contratti fortemente mortificanti in termini di dignità e
retribuzioni: il lavoro a domicilio, il cosiddetto “lavoro volontario” come nel
caso delle madri comunitarie, le attività di “consulenza”, ecc.. Nel settore
delle costruzioni, del commercio e dell’agricoltura sono proliferati i
cosiddetti “contratti verbali”, dove non sono previsti né l’affiliazione al
sistema di previdenza sociale, né orari di lavoro e incarichi stabiliti, né il
rispetto dei parametri salariali previsti a norma di legge. Nello Stato e negli
enti locali sono state congelate le nuove assunzioni, sostituite dalle
cosiddette “nomine parallele” attraverso i contratti amministrativi per la
prestazione di servizi; si è inoltre passati all’utilizzo delle cooperative di
lavoro associato, specie nella gestione di servizi educativi, nettezza urbana,
trasporti, ecc., che esime gli enti da qualsiasi relazione lavorativa e
giuridica con i dipendenti in forza alle cooperative. Questa situazione ha
fatto sì che nel 2000, secondo una stima del DANE, il 46,6% degli occupati
salariati non contava su un contratto di lavoro scritto[85].
La “legge 50” ha poi introdotto un
regolamento del lavoro minorile che viola esplicitamente le norme internazionali in materia ed espone
ampie fasce di giovani allo sfruttamento. Il governo ha legalizzato i “lavori
leggeri” per i bambini tra i 12 e i 14 anni sino a 4 ore al giorno o 24 ore
alla settimana, quando invece l’Accordo 138 del 1983 dell’Organizzazione
Internazionale del Lavoro stabilisce che l’età minima d’ingresso nel mercato
del lavoro deve essere di 15 anni per i paesi industrializzati e di 14 per i
meno sviluppati. La
riforma del lavoro del 1990 ha introdotto infine gravi restrizioni all’organizzazione
dei lavoratori e all’esercizio del diritto di sciopero. È stato stabilito ad
esempio un termine di 10 giorni lavorativi perché i sindacati possano indire
uno sciopero o accettino la decisione di un tribunale arbitrale, mentre nel
vecchio codice del lavoro non si fissava nessun termine per assumere tale
decisione. L’articolo 62 ha previsto inoltre che in caso di indizione dello
sciopero, esso vada iniziato in un periodo compreso tra i 2 e i 10 giorni
lavorativi successivi.
Grazie ai poteri straordinari
concessi dalla nuova Costituzione, nel dicembre 1992 il governo decretò
un’importante riforma amministrativa che ristrutturò, fuse e soppresse diverse
istituzioni ufficiali. La riforma fu orientata in primo luogo a debilitare il
ruolo economico dello Stato e a spianare il cammino alla privatizzazione delle
imprese pubbliche. Allo stesso modo si cambiò la natura giuridica di alcune
imprese che furono convertite in imprese industriali e commerciali dello Stato
e obbligate a competere direttamente con il settore privato nella
somministrazione di beni e servizi.
Alcune delle compagnie particolarmente colpite dal provvedimento furono la
telefonica Telecom, la società postale Adpostal, l’istituto di
previdenza ISS (Instituto de Seguros Sociales); esse perdettero
sempre maggiori fette di mercato a favore della concorrenza privata mentre il
costo dei servizi fu spinto rapidamente verso l’alto.
La riforma amministrativa del
dicembre 1992 ha poi avuto gravi ripercussioni sull’occupazione. Secondo un
rapporto di Fenaltrase (la Federazione nazionale dei lavoratori del
settore statale), il processo di “modernizzazione neoliberista” dello Stato ha
provocato in meno di un anno una riduzione di 69.778 posti di lavoro, mentre
altri 53.000 furono i tagli nei primi sei mesi del 1994. Le istituzioni e le
imprese statali che eliminarono più posti di lavoro furono il Ministero delle
Opere Pubbliche, il Dipartimento di pianificazione nazionale, la Cassa Agraria,
i Servizi di salute. Tra il 1991 e il 1993 furono inoltre licenziati 14.380
lavoratori delle Ferrovie dello Stato e degli Enti portuali a seguito della
loro dismissione o del trasferimento dei servizi ai privati.
Ancora più drammatiche le
conseguenze dell’approvazione, il 23 dicembre 1993, della cosiddetta “Legge
100”, meglio nota come “Riforma della Salute e della Sicurezza Sociale”,
presentata dall’allora senatore Alvaro Uribe Vélez nel quadro del processo di
“decentramento” e di trasferimento ai municipi della gestione e della spesa dei
servizi base (istruzione, sanità, ecc.). “Il nuovo sistema introdotto è in
linea con i principi delle politiche neoliberiste”, commenta l’economista
Consuelo Ahumada, “la cui spina dorsale si basa sul debilitamento del ruolo
dello Stato come fornitore dei servizi sociali e sulla privatizzazione delle
imprese pubbliche. In conseguenza, si ricorre sempre di più agli sforzi degli
individui e delle comunità per fornire questi servizi in modo da alleggerire il
potere centrale nell’adempimento delle proprie responsabilità”.
Per ciò che riguarda più specificatamente le norme relative alla sanità, la
riforma ha previsto due regimi di accesso della popolazione: il cosiddetto
SISBEN (regime sussidiario), che avrebbe dovuto beneficiare le famiglie di
strato 1, 2 e 3 (basso e medio-basso), ma che per motivi di deficit statale è
stato limitato solo allo strato 1 e 2; e il regime contributivo, a cui
appartengono tutte le persone che hanno un’occupazione formale e stabile ed i
rispettivi nuclei familiari, le quali hanno la libertà di scegliere qualsiasi
istituzione, pubblica o privata, che abbia ottenuto la certificazione ufficiale
come “Impresa Promotrice della Salute” (EPS).
Questo sistema fu presentato dal
governo Gaviria come il grande salto verso la copertura universale che sarebbe
stata garantita entro l’anno 2000 e che nelle intenzioni avrebbe assicurato un
sussidio temporaneo agli indigenti attraverso un fondo finanziato con l’1% dei
redditi dei lavoratori retribuiti con più di quattro salari minimi legali.
Dieci anni dopo l’entrata in vigore di questa legge, si è concordi ad affermare
che il sistema sanitario colombiano si è invece caratterizzato come un modello altamente
escludente ove viene impedito l’acceso ai servizi di pronto soccorso e
ospedalieri delle fasce più deboli, con il peggioramento e la riduzione dei
servizi territoriali che in precedenza erano prestati dal sistema in forma
gratuita e che oggi invece in qualità d’Imprese Sociali dello Stato, devono
rispondere a rigidi criteri di redditività. Anche i servizi offerti dal regime
contributivo si sono caratterizzati per il bassissimo livello e la riduzione
dell’offerta. Le entità e le istituzioni esecutrici sono soggette infatti al
Piano Obbligatorio di Salute (POS), che generalmente copre solo i primi due
livelli di attenzione e lascia senza alcuna protezione il terzo livello,
comprendente gli interventi chirurgici, i trattamenti ospedalieri prolungati e
le infermità terminali.
Fortemente contraddittoria si è rilevata la stessa componente solidale che era
stata presentata a fondamento della riforma sanitaria. Essendo di natura
temporanea, il sussidio a favore delle fasce sociali più povere non rappresenta
una soluzione di fondo alla somministrazione dei servizi sanitari; inoltre
fornisce un alibi pretestuoso alle classi dirigenti per non implementare una
politica statale orientata ad alleviare le condizioni economiche dei settori
più bisognosi e riattivare l’apparato produttivo del paese con lo scopo di
generare nuovi posti di lavoro. Da sottolineare poi come in tutti questi anni
non è stato fatto alcun tentativo per mettere in pratica una politica redistributiva
che costringesse i settori più ricchi a sussidiare questo servizio a favore
delle classi più povere.
Un giro di vite è stato realizzato
dalla “legge 100” anche nel settore pensionistico e della previdenza sociale.
Le quote prelevate dagli stipendi e dai salari dei dipendenti per
l’accantonamento delle pensioni sono state elevate dall’8% al 13%; è stato
innalzato il numero di settimane lavorative necessarie ai fini del cumulo pensionistico
ed è stato dato il via ai fondi pensionistici privati, la cui gestione è
monopolizzata da appena due-tre gruppi finanziari nazionali. I governi hanno
favorito in tutti i modi il trasferimento degli accantonamenti dei lavoratori
dalle strutture pubbliche ai fondi privati: a meno di 8 anni dall’entrata in
vigore della “legge 100”, degli 8,7 milioni di lavoratori colombiani
regolarmente affiliati, il 48% di essi contribuiva ai fondi pensioni privati.
L’esodo dei dipendenti dal Seguro Social ha avuto come conseguenza il
prosciugamento delle casse statali; il deficit odierno del sistema pensionistico
è di 350 mila miliardi di pesos, due volte il valore del PIL. Di contro i
risparmi finiti nelle casse dei fondi privati sono cresciuti esponenzialmente.
Hanno influito particolarmente all’attuale grave stato di crisi del sistema
previdenziale statale altri elementi: lo sperpero amministrativo e la corruzione
imperante nelle istituzioni statali e gli
ingiustificati benefici riservati dai regimi speciali pensionistici ai
dipendenti delle forze militari, del Congresso, del Banco de la República,
delle Corti, del Magistero, di Ecopetrol e del Seguro Social.
Ad essi si sono aggiunti l’aumento della speranza di vita della popolazione,
l’incremento della disoccupazione, la riduzione dei redditi dei lavoratori e
del numero di coloro che contribuiscono finanziariamente al sistema. Mentre in
passato il rapporto tra il numero dei lavoratori attivi ed i giubilati era di
11 a 1, oggi questo rapporto è passato a 3.7 contribuenti ogni pensionato.
La politica di drastici tagli alla
spesa sociale
Nonostante l’approvazione dell’ampio
pacchetto di riforme sociali ed economiche di stampo neoliberista, i maggiori
organismi finanziari internazionali espressero la propria insoddisfazione su
come il governo colombiano stava procedendo in tema di tagli alle spese
pubbliche e sociali e di riduzione dei salari reali. A conclusione di una sua
missione in Colombia nel 1995, il Fondo Monetario Internazionale, nel
denunciare i “pericoli imminenti legati allo squilibrio delle finanze pubbliche
e dell’aumento del costo della vita” insistette sulla “necessità urgente” di
frenare la crescita della spesa e degli investimenti statali e di aumentare le
tariffe dei servizi del settore pubblico, in particolare dell’elettricità e dei
telefoni. L’FMI propose l’ulteriore diminuzione dei trasferimenti di fondi
statali agli enti locali, istituzioni a cui dovevano essere cedute sempre
maggiori responsabilità in tema di organizzazione e gestione dei servizi
relativi alla salute, all’educazione e alle politiche sociali. Venne altresì
suggerito al Banco de la República l’aumento dei tassi d’interesse per
frenare la domanda di denaro.
Saranno i governi susseguitesi nella seconda metà degli anni ’90, in
particolare quelli guidati da Ernesto Samper prima e Andrés Pastrana dopo, a
piegarsi sommessamente alle indicazioni del Fondo Monetario, contribuendo ad
accelerare la crisi economica e ad ampliare la breccia tra le classi sociali.
È stato stimato che nel solo biennio
1998-99 gli investimenti pubblici sono stati ridotti di un 25% e sono stati
licenziati oltre 5.000 impiegati statali e decine di migliaia di dipendenti degli
enti locali, in buona parte del settore educativo, dell’agricoltura e dei
trasporti. La
tendenza allo “strangolamento degli investimenti pubblici”, trova conferma
soprattutto analizzando le singole voci di spesa del budget dello Stato.
Durante gli anni del governo Pastrana, ad esempio, mentre le spese di
funzionamento sono rimaste costanti, l'investimento pubblico è stato sostituito
dal pagamento dei debiti, passando così da una percentuale del 20% del PIL nel
1998 al 10% nel 2002. Le spese sociali come percentuale della spesa pubblica
sono passate dal 36% del 1998 al 31% del 1999. Nello stesso periodo è diminuita
drasticamente la spesa per l’istruzione (dal 10,9% all’8,2%), per la sanità
(dall’8,1% al 6,4%); per le abitazioni (dall’1,2% allo 0,5%), per la fornitura di
acqua potabile (dallo 0,89% allo 0,57%). Solo la voce di budget relativa alle
spese militari e alla difesa ha mantenuto lo stesso livello in percentuale del
Prodotto Interno (il 3,8%).
Se poi si guarda alla reale finalità
delle spese sociali è facilmente determinabile il loro valore prettamente
assistenziale, in cui è del tutto assente un programma a largo respiro che
eviti la riproduzione della povertà e della disuguaglianza, tenda alla
riduzione del tasso di disoccupazione e dell’informalità del lavoro, punti all’aumento
delle coperture nei settori dell’istruzione e della sanità. Ancora una volta cioè
la linea delle politiche e dei piani di sviluppo ha puntato alla crescita dei
meri indicatori economici e all’accumulazione dei capitali privati, escludendo
la componente sociale e i fini realmente democratici dello sviluppo e della
giustizia sociale.
Composizione della spesa nel
Bilancio dello Stato colombiano
|
Voce
|
1998
|
1999
|
2000
|
2001
|
2002
|
|
Funzionamento
|
51%
|
54%
|
53%
|
49%
|
50%
|
|
Pagamento debito
|
29%
|
36%
|
36%
|
39%
|
40%
|
|
Investimenti
|
20%
|
10%
|
11%
|
12%
|
10%
|
Fonte: Contraloría General de la República,
Las inconsistencias del presupuesto general de la Nación, Bogotá, 2002.
Spese statali destinate ad
investimenti reali come percentuale
del PIL
|
Anno
|
1998
|
1999
|
2000
|
2001
|
|
Totale
della spesa sociale
|
3.45
|
2.57
|
2.28
|
1.95
|
|
Acqua
potabile
|
0.07
|
0
|
0
|
0.02
|
|
Cultura,
ricreazione e sport
|
0.08
|
0.03
|
0.02
|
0.02
|
|
Istruzione
|
0.59
|
0.08
|
0.12
|
0.11
|
|
Occupazione
e sicurezza sociale
|
1.18
|
0.79
|
0.74
|
0.52
|
|
Spese
sociali nelle aree rurali
|
0.09
|
0.01
|
0.01
|
0.04
|
|
Case
popolari
|
0.27
|
0.32
|
0.34
|
0.30
|
|
Salute e
sicurezza sociale
|
0.65
|
0.56
|
0.22
|
0.43
|
|
Infanzia
e ICBF
|
0.48
|
0.47
|
0.44
|
0.45
|
Fonte: Departamento Nacional de Planeación,
Indicatores de Coyuntura Económica, agosto 2001.
L’aggiustamento strutturale dell’era
Pastrana
Nel dicembre del 1999, pochi giorni
prima che si concludesse il peggiore anno per l’economia del paese di tutto il
XX secolo, il governo conservatore diretto da Andrés Pastrana sottoscriveva con
il Fondo Monetario Internazionale il cosiddetto “Acuerdo de Facilidades Extendidas”,
che obbligava la Colombia a realizzare un nuovo programma di aggiustamento
macroeconomico entro un periodo di tre anni, sotto la stretta supervisione
dell’entità internazionale. Ancora una volta le componenti fondamentali del
piano puntavano alla riduzione del deficit fiscale e delle spese sociali, al
raggiungimento ad ogni costo dell’equilibrio delle finanze dello Stato e
all’implementazione di una politica fortemente recessiva, onde assicurare il
pagamento del debito estero a favore della comunità finanziaria internazionale.
Venivano così avviate le cosiddette “riforme di seconda generazione”, attraverso
la “razionalizzazione della spesa delle entità territoriali”, il congelamento
dei salari ed una nuova stretta sul piano tributario e pensionistico.
Sono state ancora una volta le
classi più povere a pagare il costo sociale dell’aggiustamento fiscale e
finanziario imposto da Fondo Monetario: venivano riformate e ulteriormente
peggiorate le condizioni previste dalla legge 100 su pensioni e sicurezza
sociale e quelle previste dalla legge 50 sul lavoro; inoltre, con
l’approvazione nel 2001 della “legge 120” sulla cosiddetta “decentralizzazione
territoriale”, il governo trasferiva a municipi e dipartimenti l’onere di
captare e gestire le risorse in tema di sanità ed istruzione, anche attraverso
l’emissione di buoni di debito pubblico o alla contrazione di crediti esterni.
Come rilevato dall’economista Consuelo Ahumada, la legge 120 nel debilitare
ulteriormente le funzioni dello Stato centrale, “atomizza il territorio
nazionale tanto nell’aspetto finanziario come in quello relativo alla sua
funzione sociale”. “In secondo luogo - aggiunge la studiosa - si introducono i
criteri di efficienza e di redditività nella prestazione dei servizi pubblici,
espressi nell’idea che il consumatore, che adesso, nella visione del mercato,
appare principalmente come “cliente”, debba essere colui che paga per essi”.
Per ampli settori della popolazione che soffrono la carenza di servizi basici e
di risorse finanziarie, tanto a livello urbano come a quello rurale, la
possibilità di accedere ad essi diventava ancora più difficile.
Per assicurare la copertura futura
nella somministrazione di beni e servizi, le autorità governative autorizzavano
insostenibili incrementi dei tributi locali e acceleravano il processo di
privatizzazione di enti, istituti e società pubbliche. L’IVA veniva estesa a
sempre nuovi prodotti – in particolare i beni di consumo più popolari - e veniva
creato, con “carattere transitorio”, il prelievo del 2 per mille sulle
transazioni finanziarie e bancarie, imposta elevata al 3 per mille nel 2000 e
che continua ad essere applicata sino ad oggi. Il governo decretava altresì la
sopratassa sulla benzina che congiuntamente con i rialzi internazionali del
prezzo del greggio, ha contribuito all’impennata del costo del carburante e di
conseguenza dell’intero sistema dei trasporti pubblici.
Onde rimediare alla grave crisi che
ha colpito la Colombia nel 1998, il governo Pastrana decideva poi di eliminare
la banda di cambio, svalutare il peso ed avviare una politica monetaria
espansionista. La svalutazione ha avuto due effetti immediati: da una parte ha
spinto i prezzi verso l’alto; dall’altra ha accresciuto il debito esterno, sia
pubblico che privato. Allo scopo di stimolare gli investimenti si è tentato di
ridurre i tassi d’interesse, tuttavia essi si sono mantenuti assai alti in
termini reali rispetto gli standard internazionali: più o meno il 7% annui.
L’effetto di questi sforzi è stato pari a zero in quanto la domanda e l’offerta
di credito avevano già risentito gravemente della crisi e non è stato possibile
riguadagnare la fiducia degli investitori e ad impedire la progressiva fuga di
capitali.
Alla riduzione degli investimenti
pubblici si sono così sommati gli effetti della riduzione degli investimenti
del settore privato e straniero, che accanto alla crescita della disoccupazione,
alla depressione della domanda aggregata, alla riduzione delle entrate fiscali
della Nazione e delle entità territoriali, hanno contribuito ad accentuare la
crisi economica e sociale e a deteriore la qualità della vita dei colombiani.
Come è stato rilevato dagli autori della ricerca del CINEP di Bogotá sulle “Politiche sociali in Colombia nel periodo
1980-2000”: “La trasformazione radicale della struttura economica – conseguenza
dell’errata politica di liberalizzazione commerciale e cambiaria applicata
negli anni ’90 – ha avuto un’incidenza così negativa del benessere della
popolazione al punto di annullare i successi che erano stati conseguiti nel
decennio precedente. L’apertura economica e la politica monetaria e cambiaria
che l’hanno resa possibile, hanno generato una dinamica perversa, che si è
evidenziata con il deterioramento della produzione, la perdita della
competitività e il peggioramento dei principali indicatori sociali”.
La svendita degli enti e delle
compagnie statali
Con gli accordi sottoscritti nel
1999 con il Fondo Monetario, la Colombia si è impegnata ad accelerare la
privatizzazione del sistema bancario e delle imprese statali, nonché ad
incrementare la partecipazione del settore privato nella fornitura di servizi e
nella realizzazione dei progetti infrastrutturali, come ad esempio la
costruzione di vie, ferrovie ed aeroporti, ecc.. Il Piano nazionale di sviluppo
per il quadriennio 1999-2002 (Cambio para construir la paz), e il
successivo testo di presentazione del Plan Colombia, hanno impegnato il
governo a “stimolare la partecipazione dei privati nei settori degli acquedotti
e delle reti fognarie; la concessione dell’amministrazione delle reti viarie;
degli aeroporti regionali; delle piccole centrali idroelettriche e delle reti
di distribuzione; dei fiumi, dei canali navigabili e dei porti della rete
fluviale nazionale; così come la prestazione dei servizi di telecomunicazione”.
Nell’elenco dei beni pubblici da svendere al capitale nazionale ed
internazionale predisposto dall’amministrazione Pastrana, comparivano l’Istituto
per la Sicurezza Sociale, i maggiori enti elettrici (Isa ed Isagen)
ed altre 14 imprese di distribuzione locali, l’impresa statale per l’estrazione
di materiale fossile Carbocol e il complesso carbonifero di Cerrejón, l’impresa per l’estrazione di nichel Cerromatoso,
le società di telecomunicazioni di Bogotá e
di Pereira, gli scali aerei internazionali di Bogotá, Medellín, Cartagena, Barranquilla
e Cali, le reti fluviali del Meta, dell’Orinoco e del Putumayo.
Si stabiliva inoltre la liquidazione delle banche pubbliche (il Banco de
Colombia, il Banco Popular, il Banco Central Hipotecario).
L’unico istituto di credito pubblico a sfuggire alla privatizzazione è stato il
Banco Agrario creato dal governo nel giugno 1999 in sostituzione della
sparita Caja Agraria. L’amministrazione Pastrana ha inoltre promosso
l’ingresso nella telefonia cellulare di tre compagnie private in cui è
rilevante la presenza di capitali esteri.
Il processo di privatizzazione sta
procedendo a tappe forzate con la nuova amministrazione Uribe eletta nel 2002. È
già stato dato il via alla vendita di Emcali (l’impresa pubblica
elettrica di Cali) e di Bancafé, la seconda banca del sistema
finanziario colombiano, dotata di 280 filiali nazionali e due sportelli a Miami
e Panama. Nel caso di Bancafé è stato sottolineato da più parti che con
la sua privatizzazione il governo riceverà appena un quarto del denaro speso
per il suo salvataggio qualche anno prima; inoltre il processo si realizza proprio
quando l’istituto fa registrare un’importante ripresa finanziaria (nel 2002
l’attivo è stato di 5.200 milioni di pesos contro i 2.400 milioni dell’anno
precedente). Il
governo Uribe ha inoltre avviato la concessione ai privati di alcuni importanti
tratti stradali e non nasconde di volersi disfare della compagnia statale
petrolifera Ecopetrol e della compagnia nazionale telefonica Telecom,
quest’ultima indebitatasi con gli operatori stranieri per più di 1.300 milioni
di dollari.
Le privatizzazioni hanno già
generato frodi e corruzioni miliardarie a danno dell’erario. Come è stato
evidenziato dall’economista Suárez Montoya
“non solo si sono vendute imprese pubbliche a prezzi stracciati, come nei casi Termo-Tasajero,
che valeva 115 milioni ed è stato venduto per 18, o Termo-Cartagena, che
costava 130 milioni ed è stato venduto per 30, ma la spoliazione di questi beni
ha diminuito notevolmente il contributo che tutte le imprese dello Stato
assicurano al bilancio del Governo”. Nel 1992, su ogni 100 pesos di entrate
della Repubblica, le imprese pubbliche ne apportavano 22; nel 1997 ne
apportavano appena 5. “Se queste imprese fossero rimaste in mani statali”,
aggiunge l’economista, “non sarebbe stato necessario ricorrere in modo tanto
spropositato ai prestiti del capitale finanziario, gli stessi che tengono il
paese al bordo del fallimento”.
Modello neoliberista e crisi della democrazia
L’applicazione del modello neoliberista
nel paese ha avuto importanti riflessi sulla vita politica accentuando la spinta
autoritaria e la perdita di prestigio delle istituzioni democratiche, in
particolar modo di quelle a carattere rappresentativo. Nella sfera politica
queste tendenze si sono manifestate con la concentrazione ogni volta maggiore
dei processi fondamentali di assunzione delle decisioni da parte delle élite
neoliberali e con la definitiva emarginazione delle vecchie classi dirigenti e
dei ceti popolari dal reale esercizio del potere. Elite neoliberali che si sono
formate professionalmente nelle maggiori istituzioni finanziarie internazionali
(Fondo Monetario e Banca Mondiale) e nei selettivi corsi universitari presso la
esclusiva Universidad de los Andes di Bogotá, convertitasi dagli anni ’70 nella fonte principale per la
formazione dei leader politici e di governo e dei manager privati.
Grazie alle riforme istituzionali
avviate con la nuova Costituzione del 1991 - disegnata da un Congresso
Costituente uscito da una elezione che registrò l’astensione dell’84% degli
aventi diritto al voto - l’esecutivo si è particolarmente rafforzato a scapito
dell’autonomia degli altri due rami del potere statale (Parlamento ed
istituzioni giudiziarie). La Carta del 1991 ha assicurato le più ampie
prerogative al presidente della Repubblica nei differenti campi della vita
istituzionale e socioeconomica. Tra esse risaltano la pianificazione e
l’assunzione delle decisioni sul terreno economico, le relazioni internazionali
e la riorganizzazione dell’amministrazione pubblica e del ramo giudiziario,
questioni nelle quali il Congresso aveva avuto in passato una maggiore
iniziativa. Nella sezione corrispondente alla struttura dello Stato, la nuova
Costituzione ha identificato espressamente il presidente della Repubblica come
“Capo di Stato e del governo”, “simbolo dell’unità nazionale”, “Comandante
Supremo delle Forze Armate e come tale, responsabile della loro direzione” ed
“autorità amministrativa suprema”. Egli ha il “potere di eliminare o fondere
entità pubbliche e modificare la struttura dei ministeri, dipartimenti
amministrativi e altri organismi nazionali”. Ampissimi poteri vengono
assicurati all’Esecutivo nella programmazione economica, nelle politiche fiscali,
nell’elaborazione del bilancio nazionale e nella gestione del debito e del
commercio estero. La delegittimazione del Congresso in tema economico e
finanziario è stata poi formalizzata dalle norme che assicurano piena autonomia
al Banco de la República nella predisposizione delle politiche
monetarie, cambiarie e creditizie del paese.
Il cosiddetto processo di
“modernizzazione” dello Stato colombiano è stato accompagnato da un
rafforzamento del suo apparato repressivo con il fine di affrontare la protesta
e la mobilizzazione sociale generate dalle riforme socio-economiche di stampo
neoliberista. “Diverse riforme del sistema giudiziario concepite all’interno
della lotta contro le organizzazioni del narcotraffico e della guerriglia”,
scrive l’economista Consuelo Ahumada, “sono state utilizzate allo scopo di
criminalizzare la protesta sociale, in particolar modo quella proveniente dai
lavoratori organizzati”.
Si tratta di una strategia che ha
permesso la rottura della tradizione democratica e di annullare ogni resistenza
ai disegni egemonici degli Stati Uniti e del capitale transnazionale, spianando
la strada alle nuove élite neoliberali nella conquista del potere dello Stato.
A partire dalla seconda metà degli anni ’90, mentre da un lato i governi
moltiplicavano le misure a favore degli investimenti stranieri e del
consolidamento del modello neoliberista, dall’altro garantivano sempre maggiori
concessioni agli interessi geostrategici nordamericani.
L’egemonia USA nella politica
colombiana è stata segnata dal trionfo elettorale di Andrés Pastrana all’inizio
del 1998, dopo la crisi dei rapporti bilaterali negli anni dell’amministrazione
Samper sulla cui elezione pesava l’ombra dei contributi finanziari da parte dei
cartelli della droga. “L’amministrazione Clinton e gli investitori del suo
paese”, scrive Consuelo Ahumada, “avevano espresso con chiarezza il loro favore
per il candidato conservatore e il settore finanziario si è incaricato di
mostrare ciò che sarebbe accaduto nel caso in cui avesse vinto il suo
avversario liberale. Quando infatti si realizzò il trionfo di Horacio Serpa
nella prima tornata delle elezioni presidenziali, il tasso d’interesse
raggiunse livelli senza precedenti, un fatto che i sostenitori di Pastrana
vollero mostrare come la reazione “spontanea” del mercato all’instabilità
generata da questo risultato”.
L’inattesa elezione al secondo turno del candidato conservatore ha aperto il
nuovo corso delle relazioni tra i due paesi e ha reso possibile l’articolato
piano d’intervento militare degli Stati Uniti nell’area andina avallato da Andrés
Pastrana con l’implementazione del Plan Colombia e l’accettazione tout
court dell’agenda nordamericana contro il narcotraffico e il “narcoterrorismo”.
Esso ha imposto alla Colombia norme e procedimenti penali che violano apertamente
le garanzie costituzionali, come il ristabilimento dell’estradizione dei
colombiani, la fumigazione chimica per eradicare le coltivazioni illegali, “la
presenza crescente e continua dei marine nel territorio e l’intromissione
permanente dei suoi funzionari in tutte le questioni della vita nazionale”.
L’espansione del debito estero e del deficit fiscale
Ad aggravare le condizioni sociali
ed economiche del paese ha contribuito l’espansione del deficit statale e
dell’indebitamento con l’estero. Le contraddizioni delle misure di politica
monetaria accanto all’enorme deficit delle finanze pubbliche spiegano come mai sia
bastata una crisi finanziaria internazionale come quella che colpì la Russia
nell’agosto 1998, perché crollasse il flusso di capitali dall’estero e la
nazione conoscesse la più grave delle recessioni della sua storia economica.
La Colombia è oggi uno dei paesi al
mondo maggiormente indebitati e secondo il Banco de la República, le
quattro variabili del debito estero sono rappresentate dai prestiti contratti
con le banche multilaterali, dal debito contratto a seguito di accordi da
nazione a nazione attraverso organismi ufficiali di credito, dal debito
contrattato con i mercati di capitali mediante l’emissione di buoni e infine
dal debito commerciale generato dai flussi delle esportazioni.
Secondo le stime ufficiali nel 1990 il valore complessivo del debito estero
colombiano era di 14.966 milioni di dollari; sette anni più tardi il debito
aveva toccato i 29.454 milioni di dollari, corrispondenti a 16.192 milioni di
dollari di debito pubblico e 13.262 milioni di dollari di debiti privati garantiti
dallo Stato. Nel
2001 il debito estero è ulteriormente cresciuto in termini reali del 18%,
raggiungendo i 49.000 milioni di dollari. Il valore corrisponde al 57,2% del
Prodotto Interno Lordo ed è tre volte maggiore di quanto era all’inizio degli
anni ‘90, con l’aggravante che nel triennio 2002-2004 la Colombia ha dovuto cancellare
con i creditori esteri ammortizzazioni e interessi per un valore annuo pari al
4,8% del PIL.
Questi dati, di per sé drammatici, sono stati messi in discussione dalla stessa
Corte dei conti colombiana che ha stimato il solo debito pubblico in 119.000
miliardi di pesos, cifra pari al 63% del PIL, dato molto più alto di quello
registrato dall’Argentina (il 49%) o dal Brasile (il 60%). Se a ciò sommiamo il
debito privato che ha la copertura dello Stato, il valore totale del debito
(pubblico e privato, interno ed esterno) raggiunge i 64.000 milioni di dollari
(l’82% del PIL colombiano).
Parallelamente all’espansione dei
debiti contratti si è registrata la vertiginosa crescita degli interessi che il
paese deve pagare annualmente per il debito estero; può essere affermato che la
priorità delle spese dello Stato è ormai rappresentata dal servizio del debito
pubblico. A fine 2000 gli interessi pagati sul debito raggiungevano i 7.488
milioni di dollari e il servizio del debito ha rappresentato il 36,2%
dell’intero bilancio statale (il 41% l’anno successivo).
Mentre nel 1993 il servizio del debito rappresentava il 30% delle entrate
tributarie della Nazione, nel 1999 esso servizio assorbiva l’87% di tutte le
entrate. I pagamenti del debito estero costano al paese cinque volte più dell’istruzione
e tre volte più dell’istruzione e della sanità messe insieme. I servizi del
debito hanno moltiplicato il deficit fiscale, poiché per ogni 100 dollari
prestati se ne devono pagare 30 d’interessi, una condizione del tutto
differente a quella di dieci anni fa quando per la stessa somma prestata si
pagavano 8,60 dollari d’interessi. Va
aggiunto che negli ultimi due anni lo Stato ha immesso nelle banche più di
12.000 miliardi di pesos per evitare il collasso totale del sistema
finanziario. Così buona parte dei cosiddetti “Fondi per la Pace” per 500
milioni di dollari emessi dal governo, dei crediti internazionali finanziati a
favore del paese nell’ambito degli “aiuti sociali” del Plan Colombia (250
milioni di dollari) e una gran parte del prodotto della tassa del 3 per mille
sulle operazioni bancarie, invece di essere destinati agli investimenti e allo
sviluppo, sono serviti a pagare gli interessi dei debiti contratti dal settore
pubblico e privato.
Attualmente gli interessi sul debito
costituiscono il 70% del valore complessivo delle esportazioni colombiane. É
come dire che le esportazioni servono solo per pagare il servizio del debito
estero. L’economista Suárez Montoya afferma opportunamente
come il debito pubblico in Colombia si sia convertito in un “nuovo supplizio di
Sisifo”, dove si “paga per indebitarsi e ci s’indebita per pagare”. Il paese, cioè,
è soffocato da una “spirale che riduce i salari, le poche rendite e i guadagni
della scarsa produzione e assorbe il risparmio e gli investimenti per
trasferirli tutti, comprese le privatizzazioni, al pagamento dei debiti”.
Importazioni straniere, debito e
deficit della bilancia commerciale
L’apertura non ha solo
causato saldi negativi nei conti correnti dello Stato - i quali sono stati
coperti da ulteriori crediti con tassi d’interesse sempre più strangolatori –
ma, a causa della recessione, ha anche diminuito le entrate correnti dello
Stato, generando un maggiore indebitamento. Negli ultimi tre anni del decennio
’90 le riserve di capitale del paese si sono ridotte di quasi 3.000 milioni di
dollari. Per
affrontare il sempre più alto deficit fiscale, coprire il disavanzo del
commercio estero ed attrarre i capitali esterni, le autorità di governo si sono
spinte verso i cosiddetti “mercati del debito”, realizzando una nuova modalità
d’indebitamento attraverso i Titoli del Tesoro, i cosiddetti “TES”, che sono
stati collocati nelle borse valori.
Grazie a questo sistema, la Colombia è passata ad avere un debito di 2,8
miliardi di pesos in Titoli del Tesoro nel 1993, ai 26,6 miliardi otto anni più
tardi. In valuta, lo Stato che nel 1993 doveva restituire 13.900 milioni di
dollari, nel 2000 ne doveva restituire 20.599 milioni. Il saldo dei titoli
“TES” si è raddoppiato in meno di quattro anni passando dal 9,6% del PIL nel
1998 a quasi il 19% del 2002. In questo modo chi ha acquisito i “TES” emessi
dalle autorità colombiane ha potuto conseguire guadagni favolosi, mentre il
paese è rimasto intrappolato nella rete della speculazione finanziaria
nazionale ed internazionale.
Le sempre più numerose emissioni di
Titoli del Tesoro oltre ad aprire le finanze statali agli speculatori, hanno
avuto la conseguenza di far elevare il tasso nominale del cambio del dollaro,
che è passato dai 568,7 pesos per dollaro nel 1990 ai circa 2.200 alla fine del
2002. Si è così passati da un peso eccessivamente rivalutato rispetto al
dollaro, ad un peso volutamente svalutato per favorire il trasferimento
all’estero di manufatti e prodotti colombiani avvantaggiando la ristretta
classe di imprenditori a danno dell’intero sistema economico e dei conti dello
Stato. Dato che i debiti con gli organismi e le banche internazionali sono
contratti in dollari, la crescita del tasso nominale ha significato la crescita
esponenziale del valore reale dei debiti. La svalutazione del peso ha pertanto
reso più profonda la recessione dell’economia, così come la rivalutazione della
moneta nazionale aveva contribuito nel corso degli anni ’90 al deficit della
bilancia dei pagamenti, in conseguenza dell’abbondanza di dollari entrati nel
paese in questo periodo. Ciò ha stimolato eccessivamente i consumi a danno
degli investimenti e dei risparmi: tra il 1990 e il 1996 il consumo, come
percentuale del PIL, è cresciuto dal 76% all’83%, mentre il tasso di risparmio
privato è passato dal 12,7% al 6,8% del PIL. I maggiori consumi, a loro volta,
accanto all’apertura neoliberista ai capitali e alle merci straniere, hanno accresciuto
il deficit della bilancia commerciale e la differenza tra il valore delle
importazioni e quello delle esportazioni ha raggiunto il 7% annuo, differenza
finanziata dal grande indebitamento sostenuto dal paese. Soprattutto a partire
del 1993 il paese è stato invaso dalle importazioni straniere, le quali in soli
5 anni hanno raggiunto i 74.876 milioni di dollari, mentre nello stesso periodo
il paese ha potuto trasferire all’estero beni per non più di 60.670 milioni di
dollari; nei tre anni successivi il deficit del commercio estero si è spinto a
circa 25.000 milioni di dollari.
Con l’”apertura neoliberista” è
stato abbandonato il modello di approvvigionamento nazionale dei beni di base,
di sostituzione delle importazioni di beni intermedi con prodotti locali e di
promozione delle
esportazioni. Gli anni ’90 sono stati inoltre caratterizzati, come nel resto
dei paesi dell’America Latina, dalla cosiddetta “riprimarizzazione” del settore
delle esportazioni: già nel 1997, il 63,2% delle esportazioni colombiane aveva
origine dal settore primario, rappresentato da caffè, fiori, banane,
idrocarburi, carbone, ferro, oro e smeraldi. La “riprimarizzazione” delle
esportazioni si è realizzata contemporaneamente alla diminuzione del valore
aggregato della produzione nazionale ed il paese si è trovato ad esportare
sempre più prodotti sottoponendoli a sempre minori trasformazioni.
L’eliminazione di incentivi alle esportazioni e delle protezioni doganali alle
importazioni straniere ha poi ulteriormente ridotto la captazione di divise
straniere utilizzate sino ad allora per acquisire i macchinari e i beni
richiesti dai produttori nazionali e realizzare in patria i prodotti che non
era più necessario importare.
La “riprimarizzazione” delle
esportazioni e il deficit della bilancia commerciale sono tra le principali
cause dell’indebitamento della Colombia; ha tuttavia particolarmente pesato sul
bilancio dello Stato la cattiva gestione delle risorse pubbliche e l’ampio
sistema di corruttela esistente a tutti i livelli del paese, fattori che
bruciano un valore pari al 3-3,5% del PIL. Ciò si è reso sempre più rilevante
via via che si è avanzati verso la privatizzazione di beni e servizi un tempo
amministrati da istituzioni ed enti statali. “All’interno delle nuove forme di interazione
pubblica e privata intorno alla gestione pubblica”, scrive in proposito il
sociologo Garay. “Si sono riprodotte forme di deviazione delle risorse a favore
degli interessi privati (…) che non solo favoriscono gli interessi dei singoli
a danno dell’erario pubblico, ma rappresentano anche una rottura dell’etica dei
cittadini e della responsabilità collettiva a favore della difesa delle
risorse”.
Il crollo della produzione industriale
La rivalutazione del peso, la
diminuzione delle esportazioni accompagnata dal contestuale aumento delle
importazioni, la bancarotta del settore reale e la riduzione del potere
d’acquisto della popolazione, hanno dato vita ad un circolo vizioso nel quale è
andato progressivamente scemando il mercato interno ed estero. L’apertura
dell’economia ai capitali e ai prodotti stranieri (in buona parte di
provenienza statunitense) ha reso sempre più profondo il processo di deindustrializzazione
dell’economia colombiana a favore di una relativa terziarizzazione. Nel solo
periodo 1990-1995 la partecipazione del settore industriale sul Prodotto
Interno Lordo si è ridotta dal 18,7% al 16,2%.
La competitività dell’industria nazionale si è progressivamente deteriorata e
il tasso di apertura esportatrice (TAE) che misura la percentuale della
produzione nazionale destinata all’esportazione, è stato uno dei più bassi di
tutta l’America Latina. L’industria dei beni di transazione, quelli cioè che
sono oggetto della produzione e del commercio internazionale e che sono
rappresentati in Colombia principalmente dal settore tessile e delle calzature,
è stata la prima ad avvertire la minaccia della competizione internazionale. Successivamente
la crisi ha colpito la produzione degli altri beni.
Per tutta la decade degli anni ’90
la produzione industriale è cresciuta con il ritmo più lento di tutto il XX
secolo (poco più del 3% annuo contro la media del 5,8% degli ultimi anni del
decennio precedente). Nel 1999, l’anno peggiore di tutta la storia colombiana,
si è giunti al vero e proprio crollo della produzione, con un prodotto interno
lordo negativo del 5% e con le industrie manifatturiere e del commercio che
hanno sperimentato drastiche cadute del -14,6% e -7,3%, rispettivamente, mentre
la produzione industriale in generale si è ridotta di un -10%.
Sempre nel 1999 gli investimenti privati sono diminuiti del 65%, mentre il
valore delle imprese quotate in borsa è passato da 19.530 a 9.564 milioni di
dollari.
Uno dei settori industriali
maggiormente colpiti dalle politiche di liberalizzazione del commercio è stato
proprio quello tessile che si diceva sarebbe stato stimolato dalla “libera
competizione” internazionale. Gli imprenditori del settore stimano che nei
primi dieci anni di apertura economica si sia perso tra il 30% e il 40% del
mercato nazionale, il quale è stato progressivamente assorbito dalle
importazioni e dal contrabbando. Nel 1991 le importazioni legali di vestiario e
calzature furono di 88 milioni di dollari, mentre nel 1993 esse avevano
raggiunto il valore di 260 milioni. Nel solo periodo 1990-1995, la produzione
nazionale del settore d’abbigliamento (abiti, camice, pantaloni, ecc.), è
diminuita in termini reali del 5,26%, mentre quella di scarpe è aumenta di
appena uno 0,85%. Di contro le importazioni di vestiario sono aumentate del
20,5% mentre quelle di calzature del 101,4%. Ciò
ha avuto gravissime ripercussioni sul fronte occupazionale: secondo i dati
forniti da Alcoltex, la federazione dei produttori tessili, si è
verificata una riduzione del 25% degli impieghi diretti in tutto il settore,
con la generazione di 25.000 nuovi disoccupati.
Come sottolineato dall’economista Suárez Montoya, questi settori industriali “sono intensivi in
manodopera e pertanto sono stati i più sensibili al nuovo modello di economia
globale, basato fondamentalmente sulla diminuzione dei salari, che ha confinato
questo tipo d’industrie a processi di “maquila”, mediante i quali gli
imprenditori non competono con l’estero sulla base della produttività ma solo
attraverso una profonda riduzione dei salari. Ugualmente, la maggior parte
delle sue unità industriali erano a capitale nazionale e non sono state oggetto
d’interesse per gli investimenti stranieri”.
Tagliati i salari e la manodopera
impiegata, gli industriali hanno convertito la loro produzione alle
esportazioni di prodotti che non sono altro che l’assemblaggio o la confezione
di beni importati, produzione che non aggiunge maggior valore aggregato e che
priva l’intero comparto industriale di una politica che risponda agli obiettivi
nazionali dello sviluppo e dell’occupazione, per sottoporlo agli interessi e
alle finalità delle maggiori imprese transnazionali.
Principali settori dell’industria
colombiana dove si è ridotta l’occupazione (anni 1990-2000) (Indici=1990)
|
Settore
|
1990
|
1995
|
2000
|
|
Calzature
|
100
|
70,4
|
45,4
|
|
Tabacco
|
100
|
60,9
|
50
|
|
Fabbricazione mobili
|
100
|
107,4
|
50,7
|
|
Fabbricazione sostanze chimiche
|
100
|
82,2
|
60,3
|
|
Industria del legno
|
100
|
110,9
|
63,2
|
|
Fabbricazione del vetro
|
100
|
100,7
|
59,5
|
|
Industria del ferro e dell’acciaio
|
100
|
92,6
|
68,7
|
|
Vestiario
|
100
|
119
|
82,5
|
|
Totale industria
|
100
|
109,7
|
80,8
|
Fonte: Colombia compite, Política nacional para la productividad
y competitividad, Bogotá, 2001, pag. 64.
Verso la completa dipendenza
alimentare
L’applicazione del modello neoliberista
ha avuto i suoi più gravi effetti sull’agricoltura e sulla società rurale
colombiana rendendo più profonde povertà e disuguaglianza ed accrescendo la
dipendenza alimentare del paese dai maggiori produttori internazionali. Nel
corso degli anni ’90 la breccia tra le campagne e la aree urbane si è ampliata:
mentre i redditi urbani sono cresciuti lievemente, quelli rurali sono diminuiti
nettamente. Lo smantellamento dei diversi sistemi di protezione delle
produzioni tipiche nazionali, dei sussidi e dei sostegni a favore degli
agricoltori, la forte riduzione dei dazi doganali sui prodotti d’importazione
dal 38% al 12%, hanno fortemente ridotto il peso dell’agricoltura nell’economia
nazionale, la quale è passata da più del 40% nel 1950 al 12% odierno; il
processo di fuga dalla campagna ha subito un’accelerazione, con la perdita di
820.000 ettari coltivabili, un milione secondo il Ministero dell’economia, cioè
il 25% dell’intera area coltivabile
La profonda crisi del sistema
agricolo è ulteriormente confermata dai dati relativi alle differenti
coltivazioni: mentre infatti si riducono le aree destinate alle coltivazioni
transitorie, principalmente destinate all’alimentazione della popolazione del
paese, aumentano enormemente le superfici delle coltivazioni permanenti, quelle
cioè destinate all’esportazione e caratterizzate dalla monocoltura. Secondo le
stime ufficiali solo nell’ultimo decennio le aree coltivate a cereali e
oleaginose si sono ridotte di 760.446 ettari, vale a dire di un 37,4%, mentre
si è registrato un aumento di 290.000 ettari della superficie delle
coltivazioni permanenti (escluso il caffè che invece ha visto le aree di
coltivazioni ridursi di 150.000 ettari).
Questo processo di depauperamento della frontiera agricola ha portato a
notevoli modificazioni del tessuto produttivo: attualmente solo 4,4 milioni di
ettari su un’area potenziale di 18,3 milioni sono destinati alla produzione
agricola, mentre il resto del patrimonio agroforestale viene destinato al
pascolo per gli allevamenti estensivi.
Oggi i terreni convertiti a foraggio
occupano 35,5 milioni di ettari quando si è concordi ad indicare che solo 15,3
milioni di ettari sono idonei a tale pratica. Questo processo di “praterizzazione”
del territorio colombiano, oltre ad essere una delle principali cause della
violenza interna e del lungo conflitto sociale che insanguina il paese, ha
avuto rilevanti effetti negativi sulla produzione agricola e, in generale,
sulla sicurezza alimentare. Secondo la FAO affinché esista la sicurezza
alimentare è necessario che l’offerta di alimenti sia sufficiente e stabile e
che gli alimenti siano realmente consumati da tutti coloro che li necessitano;
in Colombia invece, tra il 1991 e il 1996 il coefficiente di vulnerabilità
alimentare è cresciuto di 10 volte, passando da 0.05 a 0.5.
Il paese è stato così costretto a
dover ricorrere sempre di più alle importazioni di prodotti agricoli di base,
che sino alla svolta neoliberista erano invece prodotti nazionalmente. Nel
periodo compreso tra il 1990 ed il 1998 hanno fatto ingresso nel mercato agropecuario
più di 21 milioni di tonnellate di prodotti agricoli e di allevamento. Le
conseguenze di tale massiccia importazione di prodotti agricoli ha avuto
conseguenze a dir poco nefaste per la produzione nazionale, la bilancia dei pagamenti
e il debito estero. La sola importazione di cereali, tra il 1994 e il 1997 ha
rappresentato un costo di 250 milioni di dollari all’anno. Il valore delle
importazioni per gli otto prodotti agricoli del consumo base (mais, fagioli,
grano, orzo, riso, sorgo, soia, sesamo), ha raggiunto nel periodo 1996-2000 i
3.089 milioni di dollari, mentre il valore delle esportazioni di questi
prodotti ha rappresentato appena 99 milioni di dollari. Ciò significa che per
ogni dollaro che ha ricevuto il paese per effetto delle esportazioni di questi
prodotti base, ne ha sborsato 31 per acquistare gli stessi prodotti sul mercato
internazionale.
La variazioni più evidenti si sono
realizzate proprio per quei prodotti agricoli che compongono la dieta della
stramaggioranza della popolazione, cioè i fagioli, il mais, il riso e le
patate. Attualmente per ogni chilo di fagioli prodotto e consumato in Colombia
ce ne sono tre di provenienza straniera; mentre nel 1990 si producevano 34
chili di mais per ogni colombiano, nel 2000 se ne sono prodotti solo 28 e di
conseguenza per ogni chilo di mais prodotto nel paese se ne deve importare più
di un chilo e mezzo. Nel caso del riso la produzione si è ridotta da 59 a 54
chili per abitante, mentre la produzione di farina di grano è crollata da 3 a
un chilo per abitante. Ancora peggiore la situazione per ciò che si riferisce
alla soia, passata da 6,5 a meno di un chilo pro capite, o quella degli
ortaggi, di cui su ogni chilo consumato, appena il 20% è prodotto in Colombia.
A partire dell’anno 2000 si è registrata infine l’importazione di patate di
provenienza ecuadoriana le quali hanno sostituito nel mercato il tradizionale
prodotto locale.
Tutte queste produzioni sono state sacrificate per dare spazio alle cosiddette
“coltivazioni tropicali”: principalmente palma africana, canna da zucchero e
banane e più recentemente il tabacco destinato agli Stati Uniti, dove le
esportazioni, inesistenti sino al 1999, hanno raggiunto un valore pari a 21
milioni di dollari l’anno.
Ciò che è in atto nel paese assume
sempre più i contorni di una vera e propria controriforma dell’agricoltura,
dove cresce il latifondo, si riafferma la produzione di tipo monoculturale e si
sancisce la perdita della sovranità alimentare; conseguentemente la maggior
parte della popolazione è costretta ad acquisire sul mercato internazionale i
prodotti base a prezzi sempre più alti ed a cambiare la propria dieta
alimentare, passando a consumare meno cereali e proteine e sempre più
carboidrati. Superfluo aggiungere come una delle più gravi conseguenze di
queste politiche sia stata l’aumento della disoccupazione nelle aree rurali e
la conseguente emigrazione di massa verso le grandi città. Secondo la
Presidenza della Repubblica, la crisi agricola esplosa con l’avvio delle misure
neoliberiste d’inizio anni ’90 si è manifestata con la perdita in soli tre anni
di circa 230.000 posti di lavoro nelle campagne del paese e con l’aumento
drammatico della percentuale della popolazione rurale in condizioni d’indigenza
passata dal 26.7% al 31,2%. La
sola riduzione nel decennio 1990-2000 della superficie coltivata dei maggiori
otto prodotti agricoli del consumo base ha generato la perdita di 21.761.763
giornate di lavoro, equivalente ad una riduzione di 90.674 posti di lavoro
permanenti.
Riduzione delle aree destinate alla
coltivazione di beni alimentari primari, disoccupazione e migrazioni dei
piccoli e medi agricoltori, paramilitarizzazione delle campagne sono stati
funzionali all’aumento degli indici di concentrazione della proprietà della
terra in Colombia. Mentre nel 1984 lo 0,3% dei proprietari che possedevano più
di 500 ettari di terra occupavano il 32,5% dell’area totale incorporata nella
frontiera agricola, tredici anni più tardi questi latifondisti avevano messo le
mani sul 45% della terra destinata alla produzione agricola. Il peso
dell’ingiustizia e dell’esclusione sociale nell’agricoltura è tutta in queste
cifre: oggi l’1,1% dei proprietari terrieri del paese possiede più del 55% del
territorio coltivabile, con l’aggravante che nelle zone più ricche dal punto di
vista produttivo, il 30-35% di questo territorio sarebbe stato acquisito con
capitali di dubbia provenienza, legati al narcotraffico o ad altri traffici
illeciti.
I maggiori ricercatori in materia
stimano che la mafia sia riuscita ad impossessarsi in Colombia di circa 13
milioni di ettari di buona terra, con un valore che raggiungerebbe i 300
milioni di dollari, senza considerare le migliorie realizzate. Anche se non
esiste nel paese regione che non sia stata soggetta alla penetrazione dei
capitali mafiosi, le acquisizioni agrarie si sono concentrate nel Magdalena
Medio, in Antioquia, Córdoba, negli Llanos Orientales, Boyacá, Cundinamarca, Casanare,
Caquetá, Putumayo, Tolima, Huila e Valle. Non è casuale che sono proprio queste
le regioni dove oggi è maggiore la presenza e l’azione dei gruppi paramilitari
di estrema destra, i quali hanno causato il trasferimento forzato dei contadini
ed hanno assicurato l’accesso dei nuovi attori alla terra.
La fine degli incentivi statali alle
esportazioni e la riduzione dei prezzi di sostegno alla produzione agricola in
ossequio alle imposizioni delle organizzazioni finanziarie internazionali e del
maggiore partner economico (gli Stati Uniti), ha spinto al ribasso i prezzi dei
principali prodotti agroindustriali del paese nella tenue speranza di renderli
più competitivi sul mercato mondiale. Secondo i dati della Banca Mondiale i
prezzi internazionali dei principali prodotti agricoli colombiani si sono
ridotti dal 1980 al 2000 in questo modo: il caffè è passato dai 482 ai 170
dollari alla tonnellata, il riso dai 362 ai 132 dollari, lo zucchero dagli 878
ai 207, le banane da 527 a 376, il mais da 174 a 87.
Il crollo dei prezzi ha ulteriormente ridotto i margini di guadagno dei piccoli
e medi produttori, molti dei quali hanno subito la confisca delle loro
proprietà a seguito dei debiti inevasi con banche ed istituti di credito. A ciò
si è aggiunta la vera e propria paralisi degli investimenti pubblici nel
settore agricolo e la forte diminuzione del credito a favore della produzione. Quest’ultimo
si è ridotto da 28.525 milioni di pesos nel 1990 a 16.370 milioni nel 1994.
Il governo, da parte sua, ha smesso d’intervenire nella commercializzazione di
beni e servizi agricoli, settore che è passato nelle mani del libero mercato.
Questo atteggiamento, in linea con i postulati del modello di sviluppo
neoliberista, è stato applicato in tutti i paesi del Sud del mondo, accrescendo
il sottosviluppo, la fame e la dipendenza alimentare a favore di Stati Uniti ed
Unione europea, che mentre impongono ai paesi terzi il sistema che elimina
qualsiasi incentivo a favore dei produttori locali, sussidiano con miliardi di
dollari i propri agricoltori.