Movimenti sociali, intellettuali e Potere. Sette riflessioni
dell’EZLN
Un intervento del Subcomandante Marcos, pubblicato nel
maggio 2003 dalla rivista messicana Rebeldía, analizza il percorso politico
comune delle organizzazioni sociali che a livello mondiale si oppongono al
neoliberismo. Il ruolo degli intellettuali, la crisi degli Stati Nazionali, le
guerre del XXI secolo, la globalizzazione, le molteplici forme di resistenza
contro il nuovo ordine internazionale.
Mentre si stanno deteriorando i calendari del Potere e le
grandi corporazioni dei mezzi di comunicazione vacillano tra le vicende ridicole
e le tragedie di cui è protagonista e che promuove la classe politica mondiale,
giù, nella grande ed estesa base della traballante Torre di Babele moderna, i
movimenti non cessano e, anche se ancora balbuzienti, iniziano a recuperare la
parola e la loro capacità di essere specchio e cristallo. Mentre in alto si
decreta la politica del disincontro, nel sotterraneo del mondo gli altri si incontrano
tra loro e con gli altri che, pur essendo differenti, vivono anch’essi giù.
Come parte di questa ricostruzione della parola specchio e
cristallo, l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) ha ripreso i
dialoghi con movimenti ed organizzazioni sociali e politiche nel mondo.
Inizialmente con i fratelli e le sorelle di Messico, Italia, Francia, Germania,
Svizzera, Stato Spagnolo, Argentina ed Unione Americana, si cerca di realizzare
un’agenda comune di discussione.
Non si pretende di stabilire accordi politici e
programmatici, né di creare una nuova versione dell’Internazionale. Non si
tratta neanche di unificare concetti teorici o di uniformare concezioni, ma
bensì di incontrare e/o costruire punti comuni di discussione. Di costruire cioè
immagini teoriche e pratiche che sono viste e vissute da luoghi distinti.
Come parte di questo sforzo di incontro, l’EZLN presenta
adesso sette riflessioni. “Ancorarle” ad un orizzonte speciale e temporale
significa, da parte nostra, un riconoscimento dei nostri limiti teorici,
pratici e, soprattutto, di visione universale. È questo il nostro primo apporto
alla costruzione di una agenda mondiale di discussione.
Ringraziamo la rivista messicana Rebeldía che ci ha
aperto le sue pagine per queste riflessioni. Ugualmente, ringraziamo le
pubblicazioni che in Italia, Francia, Stato Spagnolo, Unione Americana e
America Latina fanno lo stesso.
Teoria
Il luogo della teoria (e dell’analisi teorica) nei movimenti
politici e sociali è solito ovviarsi. Ciò nonostante, tutto ciò che è evidente
è solito nascondere un problema, in questo caso: quello degli effetti di una
teoria in una pratica e il “ritorno” teorico di quest’ultima. E non solo; il
problema della teoria è anche il problema di colui che produce questa teoria.
Non considero simile la nozione di “teorico” o di “analista
teorico” con quella di “intellettuale”. Quest’ultima è più amplia. Il teorico è
un intellettuale, però l’intellettuale non sempre è un teorico.
L’intellettuale (e, pertanto, il teorico) sente di avere il
diritto di opinare sui movimenti. Non è un suo diritto, è suo dovere. Alcuni
intellettuali giungono ancora più in là e si convertono nei nuovi “commissari
politici” del pensiero e dell’azione, distribuiscono titoli di “buono” e
“cattivo”. Il loro “giudizio” ha a che vedere con il luogo in cui vivono e con
il luogo in cui aspirano a vivere.
Noi pensiamo che un movimento non deve “devolvere” i giudizi
che riceve e catalogare gli intellettuali come “buoni” o “cattivi”, secondo
come essi qualificano il movimento. L’anti-intellettualismo non è altro che
un’apologia propria incompresa, e, come tale, definisce un movimento come
“pubere”.
Noi crediamo che la parola lasci impronte, che le impronte
segnino i cammini, che i cammini implichino definizioni e compromessi. Coloro
che impegnano la propria parola a favore o contro un movimento, non solo hanno
il dovere di parlare, ma anche quello di “acutizzarla” pensando ai loro
obiettivi. “A favore di cosa?” e “contro cosa?” sono domande che devono
accompagnare la parola. Non per zittirla o per ridurre il suo volume, ma bensì
per completarla e renderla efficace; cioè, affinché colui che parla sia
ascoltato da chi deve ascoltarla.
Produrre teoria da parte di un movimento sociale o politico
non è lo stessa cosa che lo faccia l’accademia. E non dico “accademia” nel
senso di asettico o di “obiettività” scientifica (inesistenti); ma solo per
segnalare il luogo di uno spazio di riflessione e produzione intellettuale
“fuori” dal movimento. E “fuori” non vuol dire che non si abbiano “simpatie” o
“antipatie”, ma che questa produzione intellettuale non è data dal movimento,
bensì su di esso. Così, l’analista accademico valuta e giudica bontà e
cattiverie, successi ed errori dei movimenti passati e presenti, e, inoltre,
rischia profezie su rotte e destinazioni.
A volte succede che alcuni degli analisti dell’accademia
aspirino a dirigere un movimento, cioè, a che il movimento segua le loro
direttrici. Da qui, il rimprovero dell’accademico per il fatto che il movimento
non lo “obbedisca”, così che tutti gli “errori” del movimento si devono,
basicamente, al fatto che non si veda con chiarezza ciò che per l’accademico è
evidente. Assenza di memoria e disonestà sono solite campeggiare (non sempre, è
vero) in questi analisti da scrittoio. Un giorno dicono una cosa e predicano
altro, il giorno successivo accade il contrario, però l’analista ha perso la
memoria e torna a teorizzare omettendo quanto detto prima. Non solo, ma egli è
anche disonesto perché non assume l’onere di rispettare i suoi lettori o
ascoltatori. Non dirà mai “ieri ho detto questo e non è accaduto o è accaduto
il contrario, mi sono sbagliato”. Aggrappandosi all’“oggi” dei mezzi di
comunicazione, il teorico da scrittoio se ne approfitta per “dimenticare”. In
teoria, questo accademico produce l’equivalente del cibo scoria
dell’intelletto, cioè, non alimenta, ma solo intrattiene.
Altre volte, qualche movimento sopperisce alla propria
spontaneità con il patrocinio teorico dell’accademia. La soluzione è solita
essere più dannosa dell’assenza. Se l’accademia si equivoca, “dimentica”; se il
movimento si equivoca, fracassa. Certe volte, la direzione di un movimento
cerca un “alibi teorico”, cioè, qualcosa che sostenga e dia coerenza alla sua
pratica, e accorre all’accademia per alimentarsi da essa. In questi casi la
teoria non è altro che un’apologia acritica e con tanto di retorica.
Noi crediamo che un movimento debba produrre la propria
riflessione teorica (occhio: non la su apologia). In essa può incorporare ciò
che è impossibile in un teorico da scrittoio, ossia, la pratica trasformatrice
di questo movimento.
Noi preferiamo ascoltare e discutere con chi analizza e
riflette teoricamente all’interno e con movimenti o organizzazioni, e non
all’esterno di essi o, peggio ancora, a costo di questi movimenti. Noi ci
sforziamo comunque, di ascoltare tutte le voci, prestando attenzione non a chi
le emetta ma bensì a dove esse sono emesse.
Nelle nostre riflessioni teoriche parliamo di ciò che vediamo
come tendenze, non di fatti realizzatisi o evitabili. Tendenze che non solo si
sono convertite in egemonie ed egemoniche (persino), ma che anche possono (e
devono) essere riviste.
La nostra riflessione teorica come zapatisti non è solita
essere su noi stessi, ma sulla realtà in cui noi ci muoviamo. Ed è, anche, di
carattere approssimato e limitato nel tempo, nello spazio, nei concetti e nella
struttura di questi concetti. Per questo respingiamo le pretese di universalità
ed eternità in ciò che diciamo e facciamo.
Le risposte alle domande sullo zapatismo non esistono nelle
nostre riflessioni e analisi teoriche, ma bensì nella nostra pratica. E, nel
nostro caso, la pratica ha una forte carica morale, etica. Cioè, tentiamo (non
sempre con fortuna, è vero) una azione non solo d’accordo ad un’analisi teorica,
ma anche e soprattutto, d’accordo a ciò che consideriamo sia nostro dovere.
Tentiamo di essere conseguenti, sempre. Forse per questo non siamo pragmatici
(altro modo di dire “una pratica senza teoria e senza principi”).
Le avanguardie sentono il dovere di dirigere qualcosa o
qualcuno (e in questo senso conservano molte similitudini con i teorici
dell’accademia). Le avanguardie si propongono di dirigere e lavorare per
questo. Alcune sono disposte perfino a pagare i costi degli errori e delle
deviazioni del loro agire politico. L’accademia no.
Noi sentiamo che il nostro dovere è iniziare, continuare,
accompagnare, incontrare e aprire spazi per qualcosa e per qualcuno, noi
compresi.
Un percorso, anche se meramente enunciativo delle distinte
resistenze in una nazione o nel pianeta, non è solo un inventario; qui si
prevedono, più che presenti, futuri. Coloro che sono parte di questo percorso,
e coloro che fanno questo inventario, possono scoprire cose che coloro che si riuniscono
e restano negli scrittoi delle scienze sociali non riescono a vedere; cioè, che
importa, sì, il camminante e il suo passo, però soprattutto importa il cammino,
la direzione, la tendenza. Segnalare ed analizzare, discutere e polemizzare, noi
non lo facciamo solo per sapere cosa succede e poterlo interpretare, ma anche,
e soprattutto, per cercare di trasformarlo.
La riflessione teorica sulla teoria si chiama “Metateoria”.
La Metateoria degli zapatisti è la nostra pratica.
Lo Stato Nazionale e la polis
Nell’agonico calendario degli Stati Nazionali, la classe
politica era quella che aveva il Potere di decisione. Un Potere che pur se prendeva
in considerazione il Potere economico, quello ideologico, quello sociale,
manteneva però una autonomia relativa rispetto ad essi. Questa autonomia
relativa gli dava la capacità di “vedere più in là” e di condurre le società
nazionali verso questo futuro. In questo futuro, il Potere economico non solo
continuava ad essere Potere, ma era anche più potente.
Nell’arte della politica, l’artista della polis, il
governante, era quindi una guida specializzata, un conoscitore delle scienze e
delle arti umane, inclusa quella militare. La saggezza del governare consisteva
nella gestione adeguata delle diverse risorse per la conduzione dello Stato. Il
maggiore o minore ricorso ad alcune o diverse di queste risorse, definiva lo
stile di governo. Equilibrio di amministrazione, politica e repressione; una
democrazia avanzata. Molta politica, poca amministrazione e repressione
coperta; un regime populista. Molta repressione e nulla di politica ed
amministrazione; una dittatura militare.
Così, nella divisione internazionale del lavoro, ai paesi
con capitalismo sviluppato corrispondevano uomini (o donne) di Stato come
governanti; ai paesi con capitalismo deforme, toccavano governi di gorilla. Le
dittature militari rappresentavano il vero volto della modernità: un volto
animale, assetato di sangue. Le democrazie non solo erano una maschera che
nascondeva questa essenza brutale, ma preparavano anche le nazioni ad una nuova
tappa dove il denaro potesse incontrare migliori condizioni di crescita.
La globalizzazione, cioè, la mondializzazione del mondo, non
solo è segnata dalla rivoluzione tecnologica digitale. La sempre presente
volontà internazionalista del denaro ha incontrato mezzi e condizioni per
distruggere gli ostacoli che gli impedivano di realizzare la propria vocazione:
conquistare con la sua logica tutto il pianeta. Alcuni di questi ostacoli, le
frontiere e gli Stati Nazionali, hanno sofferto e soffrono una guerra mondiale
(la IV). Gli Stati Nazionali affrontano questa guerra pur essendo privi di
risorse economiche, politiche, militari, ideologiche e, come lo dimostrano le
guerre recenti ed i trattati di libero commercio, di difese giuridiche.
La storia non si è conclusa con la caduta del Muro di
Berlino e con il crollo del campo socialista. Il Nuovo Ordine Mondiale continua
ad essere un obiettivo nell’ordine di battaglia del denaro, ma nel campo giace già,
agonizzando e attendendo l’arrivo dei soccorsi, lo Stato Nazionale.
Definiamo “Società del Potere” l’insieme degli elementi che
hanno allontanato la classe politica dall’assunzione delle decisioni
fondamentali. Si tratta di un gruppo che non solo detiene il potere economico e
non soltanto in una nazione. Più che riunita organicamente (secondo il modello
della “società anonima”), la “Società del Potere” si conforma per compartire
obiettivi e metodi comuni. Nonostante sia in un processo di formazione e
consolidamento, la “Società del Potere” cerca di riempire il vuoto lasciato
dagli Stati Nazionali e dalle rispettive classi politiche. La “Società del
Potere” controlla organismi finanziari (e, di conseguenza, paesi interi), mezzi
di comunicazione, corporazioni industriali e commerciali, centri educativi,
eserciti e polizie pubblici e privati. La “Società del Potere” desidera uno
Stato mondiale con un governo sopranazionale, però non lavora alla sua
costruzione.
La globalizzazione ha sì rappresentato un’esperienza
traumatica per l’umanità, ma soprattutto per la Società del Potere. Oppressa
dallo sforzo di passare, senza mediazione alcuna, dai barrios o dalle
comunità alla iper-polis, dal locale al globale, e mentre si costruisce il
governo sopranazionale, la Società del Potere si rifugia di nuovo in uno Stato
Nazionale che langue. Lo Stato Nazionale della Società del Potere simula solo
un vigore che molto ha della schizofrenia. Un ologramma, questo è lo Stato
Nazione nelle metropoli.
Mantenuto in vita per decenni come il referente della
stabilità, lo Stato Nazionale tende a smettere di esistere, ma il suo ologramma
resta alimentato dai dogmi che lottano per riempire il vuoto prodotto non solo dalla
globalizzazione, ma anche rimarcato da essa stessa. La mondializzazione del
mondo nel tempo e nello spazio è, per il Potere, qualcosa che non smette di
essere digerito. Gli “altri” non stanno già da un’“altra” parte, ma sono in
tutte le parti e in tutte le ore. E per il Potere l’“altro” è una minaccia.
Come affrontare questa minaccia? Ergendo l’ologramma della nazione e denunciando
l’“altro” come aggressore. Non fu uno degli argomenti del signor Bush per le
guerre in Afghanistan e Iraq quello che entrambi minacciavano la “nazione”
nordamericana? Però, fuori della “realtà” creata dalla CNN, le bandiere che
sventolano su Kabul e Baghdad non sono quelle a strisce e stelle, ma quelle
delle grandi corporazioni multinazionali.
Nell’ologramma dello Stato Nazione, la fallacia per
eccellenza della modernità, c’est a dire, “la libertà individuale” resta
prigioniera in un carcere che certamente non è meno oppressivo. L’individuo scompare
in tale maniera che neanche l’immagine degli “eroi” del passato possono
offrirgli la minima speranza di farsi distinguere. Il self made man non
esiste più, e, dato che è impensabile di parlare di self made corporation,
l’aspettativa sociale va alla deriva. Qual’è la speranza? Tornare alla disputa
per la strada, per il barrio? Certamente no; la frammentazione è stata
tanto crudele e incontrollata che neanche queste unità minime di identità si
mantengono stabili. La famiglia-casa? Dove e come? Se la televisione è entrata
come regina dalla porta principale, Internet è entrato come golpista dalla
fessura dello spazio cibernetico. Nei giorni scorsi, quasi ogni casa del
pianeta è stata invasa dalle truppe britanniche e nordamericane che hanno
occupato l’Iraq.
Lo Stato Nazione che si arroga adesso del titolo di “mano
divina di Dio” (gli Stati Uniti d’America), esiste solo in televisione, nella
radio, in alcuni giornali e riviste...., e nei cinema. Nella fabbrica dei sogni
dei grandi consorzi mediatici, i presidenti sono intelligenti e simpatici, la
giustizia trionfa sempre; la comunità sconfigge il tiranno, la ribellione è
risposta pronta ed efficace di fronte all’arbitrarietà, e il “e vissero assai
felici” continua ad essere il finale promesso alla società nazionale. Nella
realtà tuttavia, le cose sono tutte il contrario.
Dove si trovano gli eroi dell’invasione dell’Afghanistan?
Dove quelli dell’occupazione dell’Iraq? Voglio dire, l’11 settembre del 2001 ha
avuto i suoi eroi, i pompieri della città di New York che lavorarono per
riscattare le vittime del delirio messianico. Questi eroi reali non servono però
al Potere, per questo furono rapidamente dimenticati. Per il Potere l’“eroe” è colui
che conquista (cioè, distrugge), non colui che salva (cioè, costruisce).
L’immagine del pompiere coperto di cenere, che lavora tra i ruderi delle torri
gemelle a New York, è stata sostituita da quella del carro armato che abbatte
la statua di Hussein a Baghdad.
La polis moderna (uso il termine “polis” al posto di quello
di “città” per rimarcare che mi riferisco ad uno spazio urbano di relazioni
economiche, ideologiche, culturali, religiose e politiche) possiede rispetto a
quella classica (Platone) solo l’immagine superficiale e frivola delle pecore
(il popolo) e del pastore (il governante).
La modernità ha però messo a soqquadro completamente
l’immagine platonica. Adesso si tratta di un complesso industriale: alcune
pecore si tosano e altre si sacrificano per ottenere cibo, le “inferme” sono
isolate, eliminate e “bruciate” perché non contaminino il resto.
Il neoliberismo è stato presentato come l’amministrazione
efficace di questa miscela di macelleria-gregge che è la polis, segnalando
tuttavia che l’efficacia solo era possibile rompendo le frontiere della polis
ed estendendole (cioè, invadendo) a tutto il pianeta: la iper-polis.
Risulta tuttavia che l’“amministratore” (il
governante-pastore) è impazzito ed ha deciso di sacrificare tutte le pecore,
anche se il padrone non le può mangiare tutte... ed anche se non restano pecore
da tosare, né da sacrificare l’indomani. Il vecchio politico, quello del
passato (e non mi riferisco al “prima di Cristo”, ma bensì alla fine del secolo
XX), si caratterizzava nel mantenere le condizioni per la crescita dell’armento
e perché avesse pecore per l’una e l’altra cosa, e, inoltre, perché le pecore
non si ribellassero.
Il neo-politico non è più un pastore “colto”, è lupo scioccone
ed ignorante (che non si nasconde neanche dietro una pelle di pecora) che si
accontenta di mangiarsi la parte dell’armento che gli viene ceduta, ma che ha
abbandonato i suoi compiti fondamentali. L’armento non tarderà a sparire... o a
ribellarsi.
Si potrebbe pensare che non si tratta di “umanizzare” il gregge-fabbrica-macelleria
della polis moderna, ma bensì di distruggere questa logica, strappare la pelle
dalla pecora e, senza pecore, scoprire che il “pastore-macellaio-tosatore” non
solo è inutile, ma che perfino disturba?
La logica degli Stati Nazione era (a grandi linee): una
polis-città agglutina un territorio (e non al contrario), una provincia agglutina
una serie di polis, una nazione agglutina una serie di province. Ergo, la
polis-città era la cellula basica della Nazione Stato e la polis-capitale imponeva
la sua logica al resto delle polis.
C’era allora una specie di causa comune, uno o vari elementi
che riunivano questa Polis dentro se stessa, così come c’erano elementi che univano
lo Stato Nazione (territorio, lingua, moneta, sistema giuridico-politico, cultura,
storia, eccetera). Questi elementi sono stati erosi e fatti esplodere con la
dinamite (molte volte non in senso figurato) dalla globalizzazione.
Ma, che resta della polis nel logoramento attuale (quasi
sino alla sparizione) dello Stato Nazionale? E, chi è stato il primo? La polis
o lo Stato Nazionale? Il logoramento dell’una o dell’altro? Non importa, quanto
meno non per ciò che ora affermo. Se la frammentazione (e, in conseguenza, la
tendenziale sparizione) dello Stato Nazionale si deve alla frammentazione della
polis o viceversa, non è il tema di ciò di cui sto parlando.
Come nello Stato Nazionale, nella polis si è smarrito ciò
che la univa. Ogni polis non è altro che una frammentazione disordinata e
caotica, una sovrapposizione di polis che non solo sono differenti tra esse, ma
anche, non poche volte, contrarie.
Il Potere del denaro esige uno spazio speciale che non sia solo
lo specchio della sua grandezza e benessere, ma che, inoltre, lo protegga delle
“altre” polis (quelle degli “altri”) che gli stanno vicine e lo “minacciano”.
Queste “altre” polis non sono rassomiglianti alle comunità barbare del passato.
La Polis del Denaro cerca di incorporarle alla propria logica ed ha bisogno di esse,
però, allo stesso tempo, le teme.
Dove prima c’era uno Stato Nazionale (o si disputa ancora
uno spazio con esso) c’è adesso una disordinata accumulazione di polis. Le
polis del Denaro che esistono nel mondo sono le “case” della “società del
Potere”. Tuttavia, dove prima esisteva un sistema giuridico e istituzionale che
regolava la vita interna degli Stati Nazionali e la relazione tra essi
(struttura giuridica internazionale), adesso non esista nulla.
Il sistema giuridico internazionale è obsoleto e il suo
spazio sta per essere occupato dal sistema “giuridico” spontaneo del capitale:
la competizione brutale e spietata con qualsiasi mezzo, tra cui la guerra.
Quali sono i programmi di sicurezza pubblica delle città se
non la protezione di coloro che possiedono tutto da coloro che nulla
possiedono? Mutatis mutandi, i programmi di sicurezza nazionale già non
sono nazionali di fronte ad altre nazioni, ma sono contro tutto e ovunque.
L’immagine della città circondata (e minacciata) da cinture di miseria e
l’immagine della nazione vessata da altri paesi, si sono trasformate. La
povertà e l’inconformità (queste “altre” che non hanno il buon gusto di
sparire) già non stanno nella periferia, ma si possono vedere anche in
qualsiasi parte delle città... e dei paesi.
Ciò che segnalo è che il “riordinamento”, che si pratica nei
governi della polis, di questi frammenti, come prova o “addestramento” per il
riordinamento nazionale, è inutile. Perché ciò che si tenta, più che di
riordinare, è di isolare i frammenti “nocivi” e attenuare l’impatto che possono
avere le loro proteste, lotte e resistenze nella polis del Denaro.
Chi governa la città, amministra soltanto il processo di
frammentazione della polis, nell’attesa di passare ad amministrare il processo
di frammentazione nazionale.
La privatizzazione dello spazio nelle città non è altro che
il timore che si violino le proprie disposizioni. La polis si è convertita in
uno spazio anarchico di isole. La “convivenza” tra i pochi è possibile per il
timore comune che hanno dell’“altro”. Che vivano le strade private! Seguiranno
le colonie private, le città, le province, le nazioni, il mondo... tutto
privatizzato, cioè, isolato e protetto dall’“altro”. Ma il vicino potente non
tarderà anche ad essere il suo “altro”.
Ciò che non ha fatto la guerra nucleare possono farlo le corporazioni.
Distruggere tutto, incluso ciò che dà loro ricchezza.
Un mondo dove non resti nessun mondo, neanche il proprio.
Questo è il progetto della iper-polis che si erge sui ruderi dello Stato
Nazione.
La Politica
Non ci sono più cause nazionali che riuniscono le polis, le
nazioni, le società? O non ci sono più politici capaci di inalberare queste
cause? Il discredito della politica è qualcosa di più: ha qualcosa di odio e
rancore. Il cittadino comune sta passando, come tendenza, dalla indifferenza di
fronte alle vessazioni della classe politica, ad un ripudio che acquisisce
forme ogni volta più “espressive”. L’“armento” resiste alla nuova logica.
Il politico del passato definiva il compito comune. Il
moderno lo tenta e fallisce, perché? Forse perché egli stesso ha coltivato il
suo disprezzo o, meglio, più che prostituire una causa, ha prostituito un’occupazione.
Carente di una realtà come punto di riferimento, la classe
politica moderna si costruisce un ologramma non delle dimensioni delle sue
aspirazioni, ma bensì delle dimensioni del suo calendario odierno: chi governa
un paese non ha rinunciato a governare una città, una provincia, una nazione,
il mondo intero, è solo che il suo oggi gli determina un paese... e c’è da
attendere le prossime elezioni per il passo successivo.
Se lo Stato Nazionale aveva prima la capacità di “vedere più
in là” e proiettare le condizioni necessarie affinché il capitale si
riproducesse in crescendo, e ricevesse l’aiuto per lottare contro le sue
crisi periodiche, la distruzione delle sue basi fondamentali gli impedisce di
realizzare questo obiettivo.
La “nave” sociale va alla deriva e il problema non è solo la
mancanza di un capitano capace; è che si sono rubati il timone e che esso non
compare da nessuna parte.
Se il denaro è stato la dinamite, gli “operai” della
demolizione sono stati i politici. Nel distruggere le basi dello Stato Nazionale,
la classe politica tradizionale ha anche distrutto il suo alibi: gli
onnipotenti atleti della politica adesso si ritrovano sorpresi ed increduli...
un commerciante lezioso, senza nozione alcuna delle arti di Stato, non li ha
propriamente sconfitti, semplicemente li ha soppiantati.
Questa classe politica tradizionale è incapace di
ricostruire le basi dello Stato Nazionale. Come un avvoltoio si accontenta di alimentarsi
dei resti dei paesi, ed ingrassa con il fango ed il sangue sopra i quali si
costruisce l’impero del denaro. Mentre ingrassa, il Signore del Denaro attende
a tavola...
La libertà di mercato ha sofferto una metamorfosi terribile:
adesso è libera di scegliere a che centro commerciale andare, però il negozio è
lo stesso ed anche la marca del prodotto. La fallace libertà originaria nella
tirannia della mercanzia, “libera offerta e libera domanda”, si è sbriciolata.
Le basi della “democrazia occidentale” sono state distrutte dalla
dinamite. Sulle sue rovine si realizzano campagne ed elezioni. I fuochi
pirotecnici elettorali brillano altissimi, tanto perfino da non riuscire ad
illuminare di poco le rovine che coprono l’azione politica.
Allo stesso modo, la colonna vertebrale dell’azione
governativa, la Ragione di Stato, non serve più; adesso è la Ragione del
Mercato quella che dirige la politica. Perché impiegare politici, se i mercatologi
comprendono meglio la nuova logica del Potere?
Il politico, ossia, il professionista dello Stato, è stato
sostituito dal manager. Così, la visione di Stato si tramuta in visione di mercatotecnia
(il manager non è altro che un caporale del passato, che “crede” fermamente che
il successo dell’impresa è il suo proprio successo) e l’orizzonte si
rimpicciolisce, non solo in distanza, ma anche nelle sue dimensioni.
I deputati e i senatori non fanno più leggi, questo lavoro viene
eseguito dalle lobbies di assessori e consulenti.
Orfani e vedovi, i politici tradizionali ed i loro
intellettuali si strappano i capelli (coloro che li hanno ancora) e
sperimentano ancora una volta nuovi alibi per offrirli al mercato delle idee: è
inutile, qui eccedono i venditori e non esiste nessun compratore.
Accorrere alla classe politica tradizionale come “alleata”
nella lotta di resistenza è un buon esercizio... di nostalgia. Accorrere ai
neo-politici è sintomo di schizofrenia. Lì su non c’è nulla da fare, se non
giocare a che forse si può fare altro.
C’è chi si dedica ad immaginare che il timone, certamente è
rimasto da qualche parte. E chi fa di un’isola non un rifugio per l’autosoddisfazione,
bensì una barca per andare incontro ad un’altra isola e ad un’altra e un’altra
ancora...
La guerra
Nello stress postmoderno della Società del Potere, la guerra
è il divano. La catarsi della morte e della distruzione allevia, però non cura.
Le crisi attuali sono peggiori di quelle del passato, e, per giunta, la
soluzione radicale che il potere dà ad esse, la guerra, è peggiore di quelle
del passato.
Oggi, la frode più grande della storia dell’umanità, la globalizzazione,
non ha neanche la delicatezza di cercare di giustificarsi. Migliaia di anni
dopo che è sorta la parola e, con essa, la ragione argomentata, la forza torna
ad occupare il luogo decisivo e decidente.
Nella storia della consolidazione del Potere, la convivenza
umana si è convertita in coesistenza. E questa in guerra. La coppia dominante-dominato
definisce oggi la comunità mondiale e pretende di essere il nuovo criterio di
“umanità”, incluso per i frammenti più dispersi della società globale.
Il vuoto lasciato dagli uomini di Stato è riempito,
nell’ologramma dello Stato Nazionale, dai manager e dagli arrivisti; ma
nell’ordine apparente del capitale, i militari delle imprese (una nuova
generazione che non solo legge e applica Tzun Tzu, ma che possiede perfino i
mezzi materiali per realizzare i suoi movimenti e le sue manovre) incorporano
la guerra militare (per differenziarla dalle guerre economiche, ideologiche,
psicologiche, diplomatiche, ecc.) come un elemento in più della loro strategia
di mercato.
La logica del mercato (sempre più guadagni e a tutti i
costi) si impone alla vecchia logica della guerra (distruggere la capacità di
combattimento dell’avversario). La legislazione internazionale disturba allora
e, o deve essere ignorata, o deve essere distrutta. È finito il tempo delle
giustificazioni plausibili, adesso non si pone maggiore enfasi neanche nelle
giustificazioni “morali” e incluso “politiche” della guerra. Gli organismi
internazionali sono monumenti inutili ed onerosi.
Per la Società del Potere, l’essere umano può essere cliente
o delinquente. Per massificare il primo ed eliminare il secondo, il politico dà
volto legale alla violenza illegittima del Potere. La guerra non ha più bisogno
di leggi che la “giustifichino” o “avallino”, basta con i politici che la
dichiarano o che firmano gli ordini.
Se il governo degli Stati Uniti ha assunto il ruolo di
“polizia” della iperpolis, dovrebbe chiedersi quale ordine mantenere, quale
proprietà deve difendere, quali delinquenti deve incarcerare, e quale legge
della coerenza e dell’ordine deve realizzare. Cioè, chi sono gli “altri” dai
quali devono proteggere la Società del Potere.
Non esiste generale peggiore per condurre una guerra che un
militare; per questo, prima, i grandi generali, i vincitori delle guerre (non
quelli che combattevano le battaglie), erano politici, uomini di Stato. Se
tuttavia non ne esistono più di questi, allora, chi sta dirigendo l’attuale
battaglia di conquista mondiale? Dubito che qualcuno, nel suo sano giudizio,
possa sostenere che Bush o Rumsfeld abbiano diretto la guerra in Iraq.
Cosicché, o sono militari coloro che dirigono o non sono
militari. Se lo sono, il risultato inizierà a vedersi entro poco. Il militare
non è soddisfatto sino a quando non distrugge totalmente il suo avversario.
Totalmente, cioè, non per vincerlo, ma per farlo sparire, finirlo,
annichilirlo. Così, la soluzione alla crisi è solo il preludio di una crisi
maggiore, di un orrore che è impossibile descrivere a parole.
Se non sono militari, allora, chi comanda? Le corporazioni, si
potrebbe rispondere. Esse hanno logiche tuttavia che si sovrappongono a quelle
degli individui e li dirigono. Come un ente con vita ed intelligenza propria,
la corporazione istruisce i suoi membri affinché vadano in una tale direzione. Quale? Quella del guadagno. In questa logica, il denaro si
dirige dove ottiene maggiori condizioni di guadagno rapido, crescente e
continuo. Si dirigerà allora dove meno c’è o dove c’è di più? Sì, la corporazione andrà,
come tendenza, contro altre corporazioni.
Risolverà il risultato della guerra in Iraq la crisi che affrontano
le grandi corporazioni? No, o quanto meno non nell’immediato. L’effetto di
distrazione di un conflitto per le aspettative dello stato-nazionale-con-aspirazioni-ad-essere-sovranazionale,
ha la durata di uno spot televisivo.
“Già abbiamo vinto in Iraq”, diranno i cittadini degli Stati
Uniti, “ed ora? Un’altra guerra? E dove? È questo il nuovo ordine mondiale? Una
guerra ovunque e a tutte le ore, interrotta solo dagli annunci commerciali?”
La cultura
Prostrata sul divano della guerra, la Società del Potere mescola
i suoi complessi e i suoi fantasmi. Gli uni e gli altri hanno molti nomi e
molti volti, però un comune denominatore: “l’altro”. Questo “altro” che, sino a
prima della globalizzazione, era lontano nel tempo e nello spazio, che però la
costruzione disordinata della iper-polis lo ha riportato al backyard, al
cortile di casa della Società del Potere.
La cultura dell’“altro” si trasforma nello specchio odiato. Ma
non perché rifletta il Potere nella sua crudeltà inumana, ma perché racconta la
storia dell’“altro”. Il differente che non solo non dipende dall’“io” del Potere,
ma che possiede la sua propria storia e splendore senza che si sia dato conto
dell’esistenza dell’“io”, o che abbia supposto una sua futura apparizione.
Nella Società del Potere, il fracasso dell’uomo nella
convivenza, il suo essere nell’essere collettivo, si nasconde dietro il
successo individuale. Ma, quest’ultimo nasconde a sua volta che questo successo
è possibile grazie alla distruzione dell’altro, dell’essere collettivo. Per
decenni, nell’immaginario del potere, il collettivo ha occupato il posto del
cattivo, dell’arbitrario, dell’iracondo, del crudele, dell’implacabile.
L’“altro” è il volto del ribelle Lucifero nella nuova “Bibbia” del Potere (che
non predica la redenzione, ma bensì la sottomissione) ed è necessario
espellerlo di nuovo dal paradiso. Nel ruolo della spada fiammeggiante, le smarts
bombs.
Il volto dell’“altro” è la sua cultura, qui sta la sua
differenza. Lingua, credenze, valori, tradizioni, storie si incorporano
collettivamente in una nazione e le permettono di differenziarsi dalle altre e,
sulla base di questa differenza, di relazionarsi con le altre. Una nazione
senza cultura è una entità senza volto, ossia, senza occhi, senza orecchie,
senza narice, senza bocca... e senza cervello.
Distruggere la cultura dell’“altro” è la maniera più
contundente per eliminarlo. Il saccheggio delle ricchezze culturali in Iraq non
è stato prodotto dalla disattenzione o dal disinteresse delle truppe di occupazione.
È stata un’azione militare in più nel piano di guerra.
Nelle grandi guerre, i grandi tiranni e genocidi dedicano
sforzi speciali alla distruzione culturale. La somiglianza tra la fobia per la
cultura di Hitler e quella di Bush non si deve al fatto che manifestino sintomi
comuni di pazzia. La somiglianza sta nei progetti di mondializzazione che
animarono uno e hanno diretto l’altro.
La cultura è una delle poche cose che ancora mantiene in
vita lo Stato Nazionale. L’eliminazione della cultura sarà il colpo di grazia.
Al funerale non assisterà nessuno e non per mancanza di conoscenza, ma di raiting.
Manifesti e manifestazioni
L’atto di guerra fondamentale del nuovo secolo non è l’abbattimento
delle torre gemelle, ma neanche la caduta senza grazia né spettacolo della
statua di Hussein. Il secolo XXI inizia con il “No alla guerra” globalizzato
che ha riportato l’umanità alla sua essenza e l’ha riunita in una causa. Come
non mai nella storia dell’umanità, il pianeta è stato scosso da questo “No”.
Dagli intellettuali di tutte le taglie, agli abitanti
illetterati degli angoli ignorati della terra, il “No” si è convertito in un
ponte che ha unito comunità, popoli, villaggi, città, province, paesi,
continenti. In manifesti e manifestazioni, il “No” ha cercato la rivendicazione
della ragione di fronte alla forza.
Anche se questo “No” si è spento in parte con l’occupazione
di Baghdad, c’è più speranza che impotenza nel suo eco. Malgrado ciò, alcuni si
sono spostati sul terreno teorico ed hanno cambiato la domanda “Che fare per
fermare la Guerra?”, in quest’altra: “Dove avverrà la prossima invasione?”.
C’è chi sostiene, ingenuo, che la dichiarazione del governo
degli Stati Uniti, che non farà nulla contro Cuba, dimostra che non si deve
temere un’azione militare nordamericana contro l’isola caraibica. I desideri
del governo nordamericano di invadere ed occupare Cuba sono reali, ma sono
qualcosa di più che desideri. Sono già piani con rotte, tempi, contingenti,
tappe, obiettivi parziali e successivi. Cuba non è solo un territorio da
conquistare, è, soprattutto, un affronto. Un’ammaccatura intollerabile nella
lussuosa automobile della modernità neoliberista. Ed i marine sono i
carrozzieri. Se questi piani si concretizzeranno, si vedrà allora, come oggi in
Iraq, come l’obiettivo non era quello di diroccare il signor Castro Ruz, né
quello d’imporre un cambio del regime politico.
L’invasione e l’occupazione di Cuba (o di qualche
altro punto della geografia mondiale) non ha bisogno degli intellettuali “sorpresi”
dalle azioni di uno Stato Nazionale (casualmente l’ultimo che si mantiene come
tale in America latina) per il controllo interno.
Se il governo nordamericano non si è commosso neanche
per il tiepido rifiuto dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) e dei governi
del primo mondo, nè si è inalterato per la condanna esplicita di milioni di
esseri umani in tutto il pianeta, non lo animeranno nè lo fermeranno le parole
di rifiuto o d’incoraggiamento degli intellettuali (parlando di Cuba, recentemente
si è resa nota l’“eroica” azione dei soldati isareliani: hanno assassinato un
palestinese con un colpo alla nuca. Il palestinese aveva 17 mesi di età. C’è
stata qualche dichiarazione, qualche manifesto con firme indignate? Orrore
selettivo? Stanchezza del cuore? O il “condanniamo da qualsiasi parte e
chiunque sia” include già e per sempre tutte ed ognuna delle dosi di terrore
che dall’alto non fanno digerire quelli del basso? Basta dire una volta “no”?).
Non lo fermeranno neanche le mobilizzazioni di
protesta, per quanto siano di massa e continue, anche all’interno dell’Unione
Americana.
Voglio dire: Non solo.
Un elemento fondamentale è la capacità di resistenza
dell’aggredito, l’intelligenza nel combinare forme di resistenza, e, qualcosa
che può suonare “soggettivo”, la decisione degli esseri umani aggrediti. Il
territorio da conquistare (si chiami Siria, Cuba, Iran, montagne del sudest messicano)
dovrebbe convertirsi così in un territorio in resistenza. E non mi riferisco
all’insieme di trincee, armi, trappole caccia-sciocchi e sistemi di sicurezza (che
sono, comunque, anche necessari), ma bensì alla disposizione (la “morale” diranno
alcuni) degli esseri umani a resistere.
La resistenza
Le crisi precedono la presa di coscienza della loro esistenza,
però la riflessione sui risultati o le uscite da queste crisi si convertono in
azioni politiche. Il rifiuto della classe politica non è un rifiuto del fare
politica, bensì di una maniera di farla.
Il fatto che, nel limitatissimo orizzonte del
calendario del Potere, non appaia definito un nuovo modo di far politica non
significa che questo non stia già procedendo nei pochi o nei molti dei frammenti
della società in tutto il mondo.
Tutte le resistenze, nella storia dell’umanità, hanno
ritenuto inutili non solo la vigilia, ma anche già avanzata la notte
dell’aggressione, però il tempo corre, paradossalmente, a suo favore, se è concepita
per esso.
Potranno cadere molte statue, ma se la decisione di
generazioni si mantiene viva e si alimenta, il trionfo della resistenza è possibile.
Non ci sarà una data precisa né ci saranno desfili fastosi, ma il logoramento prevedibile
di un apparato che converte la propria macchina nel progetto di un nuovo ordine,
finirà per essere totale.
Non sto predicando la speranza vuota, bensì ricordando
un poco di storia mondiale e, in ogni paese, un poco di storia nazionale.
Vinceremo, non perchè è il nostro destino o perchè così
sta scritto nelle nostre rispettive bibbie ribelli o rivoluzionarie, bensì
perchè stiamo lavorando e lottando per questo.
Perciò sono necessari un poco di rispetto per colui
che da un’altra parte resiste nel suo essere altro, molto di umiltà per
ricordare che si può apprendere anche di più da questo essere altro, e saggezza
per non copiare ma bensì produrre una teoria e una pratica che non includano la
superbia nei suoi principi, ma che al contrario riconoscano i suoi orizzonti e gli
strumenti che sono necessari per questi orizzonti.
Non si tratta di rendere solide le statue esistenti, bensì
di lavorare per un mondo dove le statue servano solo pechè gli uccelli ci
cachino addosso.
Un mondo dove esistano molte resistenze. Non una internazionale
della resistenza, bensì una bandiera policroma, una melodia con molte tonalità.
Se appare dissonante è solo perchè il calendario di giù sta ancora per armare
la partitura dove ogni nota incontrerà il suo luogo, il suo volume e, soprattutto,
la sua legatura con le altre note.
La storia è lontana dal concludersi. Nel futuro, le
convivenze saranno possibili, non per le guerre che hanno preteso di dominare
l’altro, ma bensì per i “No” che hanno dato agli esseri umani, come prima nella
preistoria, una causa comune e, con essa, una speranza: quella della
sopravvivenza... per l’umanità, contro il neoliberismo.
Dalle montagne del Sudest Messicano.
Messico, maggio 2003.