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Alberto Sciortino: Scheda biografica | Scrivi all'autore | Tutti i documenti di questo autore Interagisci: Segnala ad un amico Organizza un incontro Condividi: ALCUNI ARGOMENTI CONTRO LA LIBERALIZZAZIONE
COMMERCIALE Quali sono i motivi per cui il movimento di critica alla
globalizzazione dovrebbe essere contro il commercio internazionale? Herman Daly, economista statunitense, nel volume
“Oltre la crescita”[1] esprime in
forma abbastanza rigorosa alcune delle critiche più serie all’attuale modello
di sviluppo. Per quanto riguarda il commercio internazionale in particolare,
egli muove le seguenti critiche: a)
il
commercio internazionale privo di regole abbassa gli standard qualitativi della
produzione (e quindi la qualità della vita) allo scopo di esternalizzare i
costi. Esempi: sfruttamento del lavoro minorile, sfruttamento selvaggio delle
risorse naturali. “Se un paese internalizza in buona misura i costi ambientali
e sociali, ed entra poi in libero scambio con un paese che non costringe i
propri produttori ad internalizzare tali costi, il risultato sarà che le
imprese del secondo paese saranno in grado di mantenere prezzi più bassi e
spingeranno le imprese concorrenti del primo paese fuori mercato” (pag. 224).
Un buon esempio è lo smaltimento dei rifiuti dell’impresa, che costituisce un
costo dell’impresa se la legge impone di effettuarlo secondo regole, e che
invece è un costo esterno (sostenuto dalla società tutta invece che
dall’impresa) se viene effettuato abbandonando i rifiuti nell’ambiente e quindi
inquinando. b)
I paesi
che hanno limiti di dotazione naturale, tendono ad appropriarsi del capitale
naturale degli altri. In questo modo “il libero scambio aumenta anche la
separazione geografica tra i vantaggi derivanti dalla produzione e i costi
ambientali derivanti dall’aumento della quantità delle risorse naturali messe
in lavorazione” (pag. 208) c)
Circa la
metà del commercio mondiale è costituito dalla simultanea esportazione e
importazione dello stesso tipo di merce. Il che è un evidente spreco di
risorse, soprattutto in termini di combustibile e ambiente inquinato da
trasporti inutili.[2] d)
Il libero
commercio internazionale è in conflitto con una più equa distribuzione dei
redditi. Il perché è facile da capire: il capitale cerca di produrre laddove il
costo del lavoro è più basso. Quindi delocalizza dai paesi ad alti redditi per
impiantarsi nei paesi a basso reddito. Il risultato è la perdita dei posti di
lavoro nei paesi forti e una generale tendenza alla perequazione verso il basso
dei salari e delle tutele di cui gode il lavoro. Secondo i sostenitori della
globalizzazione però almeno se ne guadagnano posti di lavoro nei paesi poveri e
quindi vantaggi di redditi per il paese, che ne può trarre prospettive di
sviluppo. Questo è vero solo molto in parte. Le imprese che si trasferiscono
nei paesi poveri tendono a utilizzarne alcuni vantaggi che sono proprio la
negazione dello sviluppo: i bassi redditi, appunto, ma anche la possibilità di
riesportare i profitti, l’assenza di tassazione, l’assenza di regole ambientali
e sociali cui sottostare, ecc. Finché queste condizioni esistono, la presenza
di imprese straniere non può portare sviluppo; quando smettono di esistere, le
imprese straniere se ne vanno. Un esempio estremo di questa situazione sono le zone economiche speciali. Ma anche al di là di
questo, anche se fosse vero che i posti di lavoro creati nel paese in cui la
produzione viene spostata producono redditi effettivamente utili allo sviluppo,
la realtà dimostra che – in corrispondenza della liberalizzazione degli scambi
e degli investimenti, e della delocalizzazione produttiva che ne deriva – la
creazione di posti di lavoro in alcuni settori corrisponde alla distruzione di
lavoro in altri. Un esempio è il Messico nell’ambito del North America Free Trade Agreement (N.A.F.T.A.), che ha creato il
mercato unico nordamericano tra questo paese, gli Stati Uniti e il Canada: il
Messico ha guadagnato posti di lavoro nella creazione di fabbriche di
assemblaggio di prodotti statunitensi (le cosiddette maquiladoras, che rientrano in quei criteri appena descritti), ma
ha perso posti di lavoro in agricoltura, per l’invasione dei prodotti agricoli
statunitensi sovvenzionati e quindi a bassa prezzo, e ulteriori posti di lavoro
in alcuni settori industriali in cui comunque non poteva competere con i costi
statunitensi o canadesi. Il risultato netto è stata la diminuzione
dell’occupazione complessiva (dell’ordine di mezzo milioni di posti tra il 1993
e il 1996). E’ interessante – per
inciso - sottolineare un’altra conseguenza degli effetti delle liberalizzazioni
sul reddito segnalata da Daly: la distribuzione sempre più ingiusta dei redditi
conduce ad una riallocazione della produzione verso un maggior quantitativo di
generi di lusso e meno generi di base, vista l’aumentata concentrazione del
reddito nelle mani di pochi ricchi. Secondo i meccanismi del libero mercato,
questa riallocazione è efficiente, in
quanto avvicina l’offerta effettiva alla domanda effettiva. e)
Il libero
commercio internazionale agisce contro le politiche volte a incoraggiare il
senso della comunità: “La vita e la comunità di ciascuno rischiano di essere
influenzate e anche disgregate da decisioni ed eventi sui quali a livello
locale non si ha controllo, voto, né voce in capitolo” (pag. 228). Qui si ha in
mente, più che il commercio in sé, la presenza delle imprese globali sui
mercati delle materie prime, nei sistemi produttivi, sui mercati di sbocco. f)
Il libero
commercio internazionale limita il potere degli stati di controllare le
variabili macroeconomiche. Si potrebbero fare esempi innumerevoli: più un paese
è inserito nella rete commerciale internazionale, meno ha la possibilità di
prendere decisioni sull’economia interna. Quello del permanere o meno del ruolo
regolatore dello stato nell’economia è un tema ampiamente dibattuto: molti
sostengono che la globalizzazione sta distruggendo questo ruolo. Ma
naturalmente, cosa che pochi sottolineano, esistono differenti livelli di
potere tra gli stati. All’interno dell’Unione Europea gli stati hanno
acconsentito ad una volontaria limitazione dell’autonomia economica e
finanziaria. Gli Stati Uniti governano ancora la moneta con cui avvengono la
maggior parte delle transazioni finanziarie e quindi sono in grado di
modificare i prezzi delle proprie importazioni ed esportazioni e il livello del
proprio indebitamento estero. Molti paesi del Terzo Mondo non sono in grado, a
causa della presenza delle multinazionali e delle imposizioni del Fondo
Monetario Internazionale (FMI, o IMF) e dell’Organizzazione Mondiale del
Commercio (OMC, o WTO), di gestire nessuna politica interna, non solo
economica, ma anche sociale, ambientale, militare, di ordine pubblico,… g)
Il libero
commercio internazionale impedisce di mantenere la scala della produzione entro
i limiti ecologici. L’economia – ricorda Daly – è un sottolivello dell’ecosistema,
e ha con quest’ultimo un rapporto di scambio sia dal lato degli input alla
produzione che dal lato dell’output di rifiuti. Grazie al libero commercio
alcuni paesi che scarseggiano di risorse o non vogliono devastare il proprio
ambiente, possono acquisire risorse e ambiente da devastare all’estero. Ma
questa appropriazione da altri paesi non può essere infinita. “Parte del dogma
liberoscambista dell’aggiustamento è basato sull’assunzione che l’intero
pianeta, e tutte le generazioni future, possano consumare risorse ai livelli
correnti nei paesi più ricchi senza indurre al collasso ecologico” (pag. 230).
In realtà secondo me non è nemmeno questo dogma il problema, perché c’è solo
l’interesse immediato del profitto. Crescendo oltre i propri limiti naturali,
l’economia comprometterà l’ecosistema in cui deve vivere. Secondo Daly l’alternativa è ridare potere alla
nazione. In questo senso lui è un sostenitore del protezionismo, anche se di un
protezionismo che si fonda su considerazioni di carattere ecologico, sociale e
morale e non basato sull’imperativo della crescita del sistema produttivo
interno, come invece è sempre stato il protezionismo concreto dei governi nelle
sue fasi storiche. Per esempio,
per quanto riguarda l’esternalizzazione dei costi sociali e ambientali, per
Daly sono necessarie tariffe che compensino le differenze di prezzo che si
creano naturalmente a vantaggio di chi esternalizza i costi. Ma “quest’idea –
dice – viene attaccata come protezionista”. “La libertà di NON partecipare a scambi
commerciali – è la sua conclusione - è assolutamente necessaria per assicurare
che il commercio rimanga mutuamente vantaggioso” (pag. 220) Personalmente credo che il movimento di critica
all’attuale globalizzazione debba andare oltre questo orizzonte concettuale,
per due ragioni: primo perché a fronte dell’attuale globalizazione liberista,
invece di pensare a ritorni al passato, è necessario sostenere le “altre forme”
di globalizzazione; secondo perché sia i sostenitori dei presunti vantaggi
della globalizzazione liberista, sia i critici conservatori come Daly partono
da uno stesso orizzonte concettuale, quello dello stato nazione e
dell’interesse nazionale, che invece va definitivamente abbandonato a favore di
una visione conflittuale
dell’economia anche all’interno delle nazioni. LA TEORIA DEI VANTAGGI COMPARATI E L’INTERESSE
NAZIONALE Cominciamo dal secondo punto: l’orizzonte
dell’interesse nazionale. Che lo abbiano i globalizzatori è chiaro: la base
teorica, cosciente o meno, del libero commercio è la tesi dei vantaggi
comparati (appunto, delle nazioni) di Ricardo. Apro quindi una parentesi per
parlare di questa teoria. A
differenza di Adam Smith, David Ricardo[3]
non crede affatto all’esistenza di una mano invisibile che riconduca al
vantaggio generale le azioni del singolo soggetto economico. Anzi, egli è
fermamente convinto che nelle società a lui contemporanee si svolga una
continua lotta per l’appropriazione del prodotto tra le tre classi che a vario
titolo partecipano alla sua formazione: capitalisti, lavoratori e proprietari
terrieri. Profitto, salari e rendita sono tra loro antagonisti. L’economia
presenta inoltre una tendenza, insita nel suo progredire, alla caduta del
saggio di profitto, a meno che non si impedisca ai salari di crescere. L’abolizione
delle leggi sul grano, le note corn laws
volute dagli agrari che impediscono di fatto con alti dazi l’importazione del
grano più a buon mercato dall’estero, consentirebbe una riduzione dei salari e
quindi dei costi di produzione e permetterebbe di contrastare la caduta del
profitto. Il dibattito sulle corn laws è per Ricardo un capitolo nell’ambito del tentativo di
fondazione teorica della necessità del libero scambio. Il nucleo del pensiero
ricardiano tende a dimostrare che il libero sviluppo degli scambi finirà per
favorire tutte le nazioni (quindi anche quelle che erano colonie), ed è
contenuto nella nota teoria dei “vantaggi comparati”. “In un sistema di
perfetta libertà commerciale ogni nazione impiega naturalmente capitale e
lavoro negli impieghi che sono per essa i più vantaggiosi”, accrescendo così la
massa generale dei prodotti e il benessere di tutti. Il famoso esempio che Ricardo esamina è quello dello scambio tra
il vino portoghese e le stoffe inglesi. All’interno di uno stesso paese -
sostiene - lo scambio avviene tra merci con contenuti di valore (misurato in
lavoro) equivalenti. Nello scambio internazionale, invece, “la quantità di
vino, che [il Portogallo] dà in cambio di stoffa inglese, non viene ad essere
determinata dalle quantità rispettive di lavoro impiegate nella produzione
delle due merci, come invece avverrebbe se entrambe tali merci fossero
fabbricate in Inghilterra o in Portogallo”. Un paese può avere interesse ad
acquistare un bene all’estero, anche se in patria potrebbe produrlo con un
costo inferiore rispetto a quello di acquisto, se la vendita all’estero di un
altro bene in cui il paese stesso gode di migliori condizioni di produzione
consente di acquistare quantità del primo bene maggiori di quelle che
potrebbero essere prodotte direttamente. Sul mercato internazionale infatti, le
condizioni dello scambio non sono necessariamente quelle dello scambio di
valori-lavoro equivalenti : “il lavoro di 100 inglesi non può essere dato
in cambio del lavoro di 80 inglesi: il prodotto del lavoro di 100 inglesi può
essere invece dato in cambio del prodotto del lavoro di 80 portoghesi, 60 russi
o 120 indiani”. Di conseguenza, ogni paese fa bene a specializzarsi nella
produzione del bene in cui detiene le migliori condizioni di produzione (lavoro
a basso costo, esclusività delle materie prime, vantaggio tecnologico...),
perché vendendo all’estero questo prodotto può ricavare risorse che consentano
di acquistare quantità di altri prodotti maggiori e, anche se il costo unitario
di tali prodotti acquistati sarà maggiore rispetto a quello della sua
produzione in patria, il paese ne ricaverà un vantaggio nella maggiore quantità
totale di prodotti consumabili Questa analisi ricardiana ha due evidenti
presupposti. Del primo è ben cosciente lo stesso Ricardo, e si tratta della
“difficoltà, con cui un capitale si sposta da una nazione ad un’altra”:
all’interno di un paese il capitale non ha difficoltà ad affluire ai diversi
impieghi e finisce per livellare il saggio generale di profitto e le condizioni
di produzione: ecco perché lo scambio presuppone valori equivalenti. Tra un
paese e un altro invece - e il fatto era a quell’epoca indubbiamente vero nella
maggior parte dei casi, anche se una notevole eccezione era costituita dal
capitale impiegato nella produzione di beni primari nelle colonie - la
produttività può rimanere a lungo diversa e quindi la convenienza dello scambio
tra prodotti può essere data non solo dai vantaggi assoluti di una produzione
rispetto ad un altra, ma anche, come nell’esempio, da quelli relativi. A
partire dalla rilevazione di questo presupposto, A. Emmanuel costruirà nel 1969
la sua teoria dello scambio ineguale[4],
dimostrando che l’ineguaglianza persiste anche dove le condizioni tecnologiche
siano equivalenti e il capitale mobile, se invece è la remunerazione del lavoro
ad essere differente. Essa tenderebbe a livellarsi se tutti i fattori della
produzione fossero mobili. Ma non è qui il luogo per approfondire questo tema[5].
Il secondo presupposto è invece implicito, strettamente
connesso con il primo ma non coincide con esso, ed è al di fuori della
prospettiva analitica di Ricardo. Affinché il vantaggio relativo sia
effettivamente proprio del paese produttore di un bene, bisogna che la
disponibilità delle condizioni di produzione e di smercio sia effettivamente
nelle mani di questo paese. Nullo sarà invece il vantaggio di ogni “Portogallo”
se la sua produzione di vino sarà proprietà di capitale straniero e
commercializzata da imprese straniere. E questo non solo, come nel primo
presupposto, perché si tratterebbe di un caso di movimento di capitale che
finirà per livellare i vantaggi relativi, bensì perché i profitti di quella
produzione e di quel commercio di conseguenza non saranno più nella
disponibilità del paese in cui la produzione avviene, ma tenderanno a defluire
all’esterno, verso il paese detentore del capitale investito, che li utilizzerà
secondo il proprio interesse. Il principio dei vantaggi comparati si applica
per Ricardo anche al commercio coloniale. Egli dà forza alle argomentazioni di
Smith quando sostiene che regolamentazioni monopolistiche imposte alle colonie
finiscono per danneggiare non solo la colonia, ma anche la madrepatria. “Il
danno che il trattato causa alla nazione importatrice è il seguente: la impegna
ad acquistare una merce, dall’Inghilterra ad esempio, al prezzo naturale che
essa ha in Inghilterra, laddove essa potrebbe forse acquistarla da qualche
altra nazione ad un prezzo naturale molto più basso”, su questo Ricardo
concorda con Smith. Ma egli affina l’analisi smithiana. Per Smith[6]
la regolamentazione monopolistica del commercio coloniale, facendo aumentare il
saggio di profitto in quel settore vi fa affluire capitale e quindi fa
aumentare il saggio di profitto di tutta l’economia interna e con questo i
prezzi interni e quelli verso l’esterno, visto che i prezzi sono dati dalla
somma di profitto, salario e rendita, causando quindi uno svantaggio diretto
per la madrepatria. Per Ricardo lo svantaggio c’è, ma è un altro : “il
commercio con una colonia può essere evidentemente regolato in modo da essere,
ad un tempo, meno vantaggioso alla colonia e più vantaggioso alla madre patria
di un commercio perfettamente libero”. “Il vantaggio generale non è però mai
assicurato tanto appieno quanto lo è dalla più conveniente ripartizione del
capitale complessivo, quale risulta da un commercio universalmente libero”.
Quando il commercio non è libero, per la madrepatria il danno consiste in una
“ripartizione peggiore del capitale complessivo e di tutta l’industria tra le
varie branche: scema per ciò stesso la quantità prodotta”, poiché solo il
libero commercio garantisce che il capitale si allochi secondo la convenienza
reciproca, mentre il monopolio lo indirizza verso settori artificialmente
sostenuti nei profitti, a discapito della produttività. Ora, è probabile però
che al singolo produttore o commerciante, o alla classe dei capitalisti nel suo
insieme non importi proprio nulla di questo vantaggio generale di cui parla
Ricardo, che invece indaga come Smith non l’interesse del singolo, ma la
ricchezza della nazione. Tuttavia in
questo modo, con i vantaggi comparati e il libero scambio, Ricardo ha fondato
ideologicamente la politica che in quella fase più conveniva all’Inghilterra,
presentandola come portatrice di vantaggi per tutti, colonie comprese,
sostenendo quindi dal punto di vista ideologico lo sforzo della classe dei
capitalisti di presentarsi come classe politicamente egemone. Le
tesi di Ricardo sono state sottoposte a diverse critiche. In particolare la
teoria dei vantaggi comparati è stata, con ragione, attaccata dai teorici dello
sviluppo della dipendenza, perché tenderebbe a nascondere lo sfruttamento che
si instaura attraverso i rapporti commerciali. Per Amin, ad esempio, se pure la
teoria dei vantaggi comparati mostra ciò che avviene in una prospettiva di
breve periodo, cioè la possibilità di scambio di valori non equivalenti a
livello internazionale, in una prospettiva storica è possibile dimostrare che i
vantaggi della specializzazione produttiva rimangono tali solo per i paesi che
mantengono un migliore potenziale tecnologico, perché “il vantaggio immediato
ricavato dalla specializzazione orienterà lo sviluppo comparato nei due paesi
in modo tale che quello dei due che accetta di specializzarsi nei settori meno
dinamici avrà una perdita a lungo termine”[7].
Ma una critica di questo genere, così formulata, sembra restringere l’essenza
dei rapporti di dipendenza dei paesi ex colonie dalle ex madrepatrie
all’interno di una questione puramente tecnologica. In realtà sia la teoria che
la sua critica vanno inserire nel contesto reale. Più che difettare di coerenza logica (se se ne accettano i presupposti
espliciti e impliciti essa è perfettamente coerente), il limite della tesi
ricardiana è quello di non avere retto all’esame della storia. Il vantaggio di
fatto non è stato reciproco. La capacità di un paese di produrre a basso costo
non ha significato infatti solo possibilità di acquistare altri beni
all’estero, ma ha significato distruzione della capacità produttiva altrui. La
specializzazione produttiva per i paesi - soprattutto europei - che si andavano
sviluppando industrialmente è avvenuta in maniera molto relativa, e questi
paesi hanno avviato al loro interno tutte le produzioni per le quali erano in
condizione di procurarsi i presupposti materiali e alle quali potevano
applicare i propri capitali e la propria evoluzione tecnologica. E’ stata
quindi una “specializzazione” molto diversificata. Con i propri prodotti,
questi paesi hanno poi orientato la specializzazione altrui. L’India era
specializzata in tessuti e, seguendo il ragionamento di Ricardo, avrebbe dovuto
ulteriormente specializzarsi nella produzione di questa merce, di cui era
esportatrice prima dell’arrivo degli europei. Ma i tessuti che prima venivano
acquistati in India sono poi stati prodotti anche dall’Inghilterra che a quel
punto ha usato l’India solo come fonte per la materia prima (il cotone) e come
mercato, rovinando l’artigianato locale. Generalizzando da questo esempio si può concludere
che di fatto non sono stati i singoli paesi a specializzarsi, ma quelli forti
hanno specializzato quelli deboli nella produzione di materie prime. Invece,
nei paesi industrializzati, la capacità di essere competitivi è stata un
processo cumulativo e si è trasmessa tra i vari settori. A quel punto l’unico
“vantaggio comparato” rimasto ai paesi economicamente dominati è stata la
presenza di risorse naturali o di terra o di manodopera a basso costo e la
specializzazione è avvenuta sulla base di questi fattori. Lo scambio ha
significato quindi solo utilizzo di queste tre risorse alle condizioni peggiori
possibili per il paese che le detiene, perché dettate dal mercato
internazionale. Lo sfruttamento di questi tre fattori a vantaggio delle
produzioni industrializzate del nord del mondo è la realtà nascosta dietro la
teoria del vantaggio comparato. Se l’Inghilterra - per tornare all’esempio
adoperato da Ricardo - avesse potuto produrre all’interno lo stesso vino portoghese, lo avrebbe fatto e probabilmente a costi
competitivi dati dalle migliori condizioni tecnologiche. Ma dipendendo il vino
anche da fattori non riproducibili, come il clima, l’Inghilterra ha
specializzato il Portogallo nella produzione di quel vino nel momento stesso in
cui da un lato (con i trattati commerciali) apriva le proprie frontiere al vino
portoghese e quelle portoghesi ai propri manufatti industriali, dall’altro, con
le produzioni industriali a basso costo, impediva il sorgere di quelle
produzioni industriali in Portogallo. E quello che nel caso portoghese è stato
il ruolo dell’elemento climatico, in altri casi è dato dall’esistenza di una
risorsa naturale o dalla presenza di lavoro a basso costo. Che il problema della teoria dei vantaggi comparati sia la sua
distanza dai fatti storici reali, può essere rilevato con riferimento alla sua
riformulazione fatta da Paul Samuelson. Questi esemplifica la teoria con il
seguente paragone[8] : se io
scrivo a macchina più velocemente della mia segretaria, ma ho un vantaggio nei
suoi confronti anche sul piano della riflessione teorica, ho comunque interesse
a lasciarle fare il lavoro di dattiloscrittura, specializzandomi così nel
lavoro teorico. Il prodotto complessivo in termini di dattiloscrittura e
produzione teorica sarà maggiore che se entrambi tentassimo di fare entrambe le
cose. Samuelson è dunque d’accordo con Ricardo, ma la semplicità del suo
esempio consente di rilevare i limiti della teoria. Il mondo in un cui si
svolge l’esempio di Samuelson è un mondo astratto, in cui le specializzazioni
sono date e immutabili (e la teoria mira a rafforzarne l’immutabilità) e non si
analizzano in alcun modo i rapporti tra i soggetti. Nel mondo reale
alcuni paesi hanno acquisito specializzazione in certi settori proprio a costo
di altri: l’Inghilterra ha costruito la propria industria tessile sulla
distruzione di quella indiana (come se Samuelson avesse potuto studiare
teoria economica solo impedendolo al contempo alla sua segretaria); l’America
latina si è specializzata nello zucchero o nell’indaco perché esisteva in
Europa una domanda solvibile per questi beni (la segretaria si è specializzata
in dattilografia perché le è stato consentito di trovare questo lavoro,
rispondente a una domanda esistente da parte dell’economista); la
specializzazione, la presenza di fattori di “vantaggio” non sono un dato, ma un
prodotto storico: la segretaria è costretta a continuare a dattiloscrivere dal
rapporto con il suo datore di lavoro (l’India è costretta a produrre cotone
grezzo dal rapporto con l’industria tessile inglese) ed è il datore di lavoro
(il paese dominante) che impone le condizioni dello scambio, cioè il reddito
della segretaria, in mancanza di regolamentazioni imposte ad entrambi i
soggetti (un contratto collettivo di lavoro nel caso della segretaria; accordi
commerciali o una regolazione sovranazionale nel caso dello scambio tra
nazioni). Non serve quindi analizzare i “vantaggi” comparati della
specializzazione se la stessa teoria finisce con il postularli come dati
immutabili. In questo modo abbiamo visto che i sostenitori
della liberalizzazione commerciale svincolata da qualsiasi regolazione assumono
come ambito teorico quello del vantaggio della “nazione” astrattamente intesa,
che per loro i vantaggi presunti di ogni “nazione” sono dati immutabili e non
un prodotto storico (e quindi escludono dal loro campo di indagine proprio gli
effetti di quelle relazioni commerciali che la teoria de vantaggi dovrebbe
indagare) e che in tal modo la loro teoria nasconde il fatto che esistono dei
rapporti di forza (commerciali, tecnologici, ma anche extraeconomici, per
esempio politici e militari) che determinano gli effetti concreti della
liberalizzazione a vantaggio del più forte. CRESCITA VERSUS
REDISTRIBUZIONE? Ma anche Daly e i sostenitori di ogni tipo di protezionismo,
come abbiamo visto dagli esempi riportati all’inizio, mettono al centro dei
loro interessi un presunto vantaggio nazionale a restare fuori da alcuni
circuiti della globalizzazione: vantaggio sociale, ambientale, di reddito, ecc.
In quest’ottica, Daly sostiene due cose: la prima che è ambiti di protezione
continuano ad essere necessari laddove ci sia un interesse, appunto nazionale,
da salvaguardare, la seconda è che l’alternativa alla crescita della produzione
voluta dai liberisti è “cercare invece di vincere la povertà attraverso
politiche di ridistribuzione delle risorse e miglioramento del loro
sfruttamento, anziché attraverso ulteriori aumenti nella quantità fisica delle
risorse sacrificate nel processo produttivo” (pag. 233). La redistribuzione
dovrebbe avvenire tra paesi ricchi e paesi poveri. Quest’analisi ha in un certo senso lo stesso
limite di quelle di Hobson sull’imperialismo. Ai primissimi anni del secolo
scorso Hobson[9] espresse una
lucida critica dell’evoluzione imperialista dell’economia, arrivando alla
conclusione che – essendo la principale causa dell’imperialismo la necessità di
trovare nuovi sbocchi alla produzione, messa in difficoltà dalla ristrettezza
del mercato interno – la soluzione fosse da ricercare in politiche redistributive
che aumentassero i livelli di consumo interni. Quest’analisi, come molti sanno, fu ampiamente
ripresa da Lenin[10] per i suoi
elementi di critica serrata delle dinamiche imperialiste. Ma, al contrario di
Hobson, Lenin sostenne che essenza dell’imperialismo non fosse tanto la ricerca
di mercati quanto la necessità di esportare il capitale per contrastare la
caduta dei profitti e che quindi le politiche puramente redistributive
sarebbero state illusorie, perché la tendenza all’espansione imperialista sarebbe
comunque rimasta insita nella dinamica del capitale. Personalmente, e con riferimento più alla realtà
di oggi – che è quella che ci interessa – che a quella dei tempi di Hobson e
Lenin, penso che le tendenze all’estensione dell’ambito di dominio del capitale
siano determinate da un complesso di dinamiche: la ricerca di mercati di
sbocco, la ricerca di manodopera a
basso costo, la ricerca di materie prime, la ricerca di condizioni
ambientali non protette, la ricerca di collocazioni per il capitale eccedente,
e probabilmente si potrebbe continuare. Proprio per questo in linea di principio
concordo con Lenin che le politiche puramente redistributive sarebbero
inefficaci a contrastare quelle dinamiche della liberalizzazione commerciale e
finanziaria che stanno mettendo in ginocchio ampie fasce sociali in tutti i
paesi che ne sono coinvolti, ma aggiungo subito che comunque si tratta di pura
teoria, al momento, in quanto tali politiche non sono concretamente sostenute
da nessuno e quindi non vale la pena discuterle, a parte appunto qualche
economista come Daly. Negli anni settanta, ad esempio, la richiesta di un Nuovo Ordine Economico Internazionale
avanzata dai paesi allora detti “in via di sviluppo” e allora di recente
indipendenza e pieni di speranze, insieme ad alcune agenzie delle Nazioni Unite
(ad esempio l’UNCTAD prima della sua svolta liberista) e dal famoso rapporto
della Commissione Brandt sui rapporti nord-sud[11]
era basata su due elementi forti: a) un maggiore controllo delle proprie
risorse da parte dei paesi deboli (risorse allora come oggi spesso in mano alle
imprese dei paesi ex colonizzatori) e b) una redistribuzione di risorse dai
paesi forti a quelli deboli in termini di aiuti. Oggi di questa prospettiva di N.O.E.I. non si parla nemmeno più e i
trasferimenti di aiuti (come quelli della Banca Mondiale e del FMI,
praticamente gli unici rimasti di una certa entità significativa) servono
semmai a condizionare le politiche in senso liberista: hanno cioè ribaltato il
loro senso originario. L’inutilità della semplice redistribuzione
internazionale rispetto al fine di cambiare gli effetti perversi della
liberalizzazione, non significa naturalmente che non si debba lottare con forza
per una seria ripresa di alcuni tipi di trasferimento internazionale, ad
esempio perché sia rispettata la promessa più volta avanzata dai paesi ricchi
di destinare almeno lo 0,7% del loro P.I.L. alla cooperazione internazionale
allo sviluppo, se questa cooperazione
è svincolata dagli interessi economici diretti del paese donatore[12]. A maggior ragione è inutile la semplice
redistribuzione, se ciò che si ha in mente sono politiche redistributive tra nazioni. E’ proprio il concetto di
interesse nazionale che impedisce di vedere la conflittualità che è sottesa dai
processi globalizzanti: non ci deve interessare difendere presunti interessi
nazionali, bensì difendere e migliorare i modelli di vita e l’accesso alle
risorse delle classi attualmente colpite dagli effetti negativi delle
liberalizzazioni. I PAESI POVERI DEVONO ESPORTARE DI PIU’? Partendo da questa ultima considerazione, appare
allora sotto una nuova luce anche una delle discussioni più accese che si
stanno svolgendo tra sostenitori e avversari della attuale globalizzazione e
ancora di più all’interno di questi due campi: quella a proposito del
protezionismo delle nazioni ricche verso i prodotti delle nazioni povere.
Alcuni avversari del movimento di critica alla globalizzazione rinfacciano a
questo movimento di volere mantenere gli attuali privilegi che le nazioni ricche
riservano soprattutto ai propri prodotti agricoli: barriere all’accesso di
analoghi prodotti dall’estero e sussidi ai produttori nazionali, i quali in tal
modo possono ridurre i prezzi di vendita ed essere quindi concorrenziali
laddove altrimenti non lo sarebbero. D’altra parte si rileva una quantomeno
curiosa convergenza di idee tra i campioni dell’ultraliberismo, che si fanno
paladini delle istanze del “terzo mondo” chiedendo l’abbattimento di questi
privilegi, e dall’altro lato le élites dei paesi poveri e certa parte dei
critici della attuale globalizzazione che, a dimostrazione delle ingiustizie
della globalizzazione, portano proprio l’esistenza di questi stessi privilegi,
rinfacciando ai leader dei paesi ricchi di essere liberisti a senso unico. Per
esempio un noto critico delle politiche dei paesi ricchi, il premio Nobel per
l’economia Joseph Stiglitz, lamenta che “i paesi occidentali hanno spinto la
liberalizzazione del commercio per i loro prodotti di esportazione, ma, al
tempo stesso, hanno continuato a proteggere i settori che potevano risentire
della concorrenza dei paesi in via di sviluppo. .. [Questi paesi hanno]
mantenuto i sussidi delle loro nazioni ai prodotti agricoli e tenuto chiusi i
loro mercati per queste merci e per i prodotti tessili, settori nei quali molti
paesi in via di sviluppo hanno un vantaggio comparato”[13].
La domanda allora è: l’abbattimento delle
barriere protezionistiche dei paesi ricchi verso i prodotti agricoli dei paesi
poveri deve essere una rivendicazione del movimento di critica alla
globalizzazione? Se restiamo nell’ambito del confronto di
economie nazionali, la risposta ovvia appare quella positiva. Alla base di
questa risposta c’è però evidentemente la convinzione che la vendita di
prodotti all’estero porterà al paese “povero” risorse benefiche per la propria
economia e quindi consentirà di sostenere lo sviluppo. Tuttavia, per quanto
possa apparire sgradevole dirlo, è probabilmente più spesso vero il contrario. In primo luogo perché i prodotti dei paesi poveri che raggiungono
i nostri paesi (o che potrebbero raggiungerli, o che potrebbero giungere in
quantità maggiori e a costi inferiori se non ci fossero le nostre barriere
protezionistiche) sono quasi sempre prodotto di situazioni di monocoltura. Come
sappiamo, la maggior parte dei paesi poveri basa le proprie esportazioni su un
numero limitatissimo di prodotti. Per certi paesi un solo prodotto o due
rappresentano la quasi totalità delle esportazioni, come si evince dagli esempi
nella seguente tabella:
Fonte: WEO (IMF), Debt Relief International Gli effetti della dipendenza da monocoltura sono
stati spesso indagati e si possono riassumere da un lato (a livello
macroeconomico) nella fragilità dell’economia che ne dipende a fronte delle
fluttuazioni dei mercati internazionali (quando più paesi si fanno concorrenza
sul mercato del caffè il risultato è la caduta dei prezzi del caffè e quindi
una quantità di risorse sempre minori che fluisce a fronte di quantità
esportate sempre maggiori), dall’altro (a livello delle conseguenze sugli
individui) nel sacrificio delle risorse (terra, lavoro, capitali) a vantaggio
di poche produzioni da esportare che impedisce la produzione di beni più utili
al fabbisogno nazionale (valga per tutti l’esempio gravissimo dell’acqua e
delle terre migliori di molti paesi sacrificate a produrre tè o banane per il
consumo voluttuario dei nostri paesi scacciando i contadini che producono
alimentari per il consumo locale): in altre parole, dipendenza e fame sono
conseguenza delle monocolture. In secondo luogo, per capire se effettivamente
le esportazioni favoriscano lo sviluppo, bisogna chiedersi fino a che punto
esse appartengano realmente a questi paesi. E’ un dato che buona parte di
queste produzioni siano in realtà controllate da imprese multinazionali
statunitensi o europee. In tali condizioni, l’effetto di sviluppo delle
esportazioni è pressoché nullo: i profitti riaffluiscono all’estero, alla casa
madre, e non innescano alcun meccanismo di accumulazione nel paese, anche senza
contare le innumerevoli agevolazioni (ad esempio fiscali o sullo sfruttamento
del lavoro) che le grandi imprese multinazionali riescono ad ottenere – grazie
al loro peso – dai governi dei paesi dove operano. Ma non si tratta solo della
titolarità della proprietà. Anche laddove le imprese produttrici siano di
proprietà locale, i circuiti commerciali internazionali di questi prodotti sono
sotto il controllo della grande distribuzione controllata dalle multinazionali:
spesso il caffè è prodotto da piccole aziende indipendenti, ma queste devono
vendere – per accedere al mercato – tutte ad uno stesso acquirente. La
concorrenza e la depressione dei prezzi avviene quindi già in questa fase: la
multinazionale può scegliere tra i vari produttori[14].
Le conseguenze sono le stesse: dipendenza e fame. Con queste due premesse è facile vedere come
l’ulteriore apertura dei mercati dei paesi del nord favorisca in realtà gli
stessi soggetti attualmente favoriti dai meccanismi di mercato: le
multinazionali, i ceti esportatori dei paesi poveri e le loro élites politiche,
spesso legate a doppio fino agli interessi delle multinazionali, e contribuisca
al saccheggio delle risorse. Ma allora: bisogna mantenere le barriere
protezionistiche, tanto non cambierebbe nulla? No. La risposta è un’altra:
bisogna cambiare i meccanismi del mercato internazionale. A cominciare dalla
titolarità delle risorse e dei ricavi dei prodotti. Viviamo ancora in un mondo
in cui l’eredità principale del colonialismo – cioè lo sfruttamento delle
risorse a vantaggio delle potenze occupanti – per molti paesi “in via di
sviluppo” è ancora una realtà molti decenni dopo la fine ufficiale del
colonialismo e anzi per alcuni è una realtà che è ridiventata attuale dopo una
fase (più o meno gli anni settanta), in cui pareva che questa realtà stesse
invertendosi grazie alle politiche nazionali dei paesi che uscivano dalla
dominazione coloniale. A causa soprattutto della crisi del debito estero (su
cui qui non entro perché sarebbe lungo) si è assistito negli anni ottanta e
novanta a un massiccio trasferimento di risorse dal “sud” al “nord”, che –
fenomeno nuovo – non ha riguardato solo le risorse naturali (piantagioni,
miniere), ma – grazie all’ondata di privatizzazioni in parte conseguenza della
crisi debitoria in parte imposta dalle istituzioni internazionali – anche le
imprese moderne e interi settori come le linee aeree, le aziende elettriche, il
sistema bancario, i servizi. Ma va chiarito che quando si parla di riappropriazione delle
risorse non bisogna avere in mente una riappropriazione “nazionale”. Il
problema non è se il “padrone” del capitale è nazionale o straniero. E non è nemmeno
se tale proprietà è pubblica o privata. La fase di nazionalizzazioni degli anni
settanta ha posto le risorse di molti paesi nelle mani di un ceto burocratico
statale che è divenuto dominante, ha sfruttato le imprese pubbliche a proprio
vantaggio e alla fine ha convinto tutti, per l’inefficienza di quelle imprese
funzionale a quello sfruttamento, che era meglio riprivatizzare (magari avendo
nel frattempo quello stesso ceto accumulato i capitali per approfittare della
privatizzazione). Il problema è allora un quadro regolatore dell’economia che
faccia sì che i ricavi delle imprese che sfruttano le risorse nazionali siano
utilizzati a fini reali di sviluppo, cioè a colmare i bisogni delle fasce più
povere della popolazione. E questo sia che l’impresa sia straniera o nazionale,
che sia pubblica (e quindi acquisisca ricavi diretti da ridistribuire
nell’economia) o sia privata (e quindi possa essere indotta ad agire per lo
sviluppo attraverso le politiche del lavoro, ambientali e fiscali del paese che
la ospita). Un problema enorme, certo molto più difficile che decidere se
esportare o no, se aprire o meno un mercato alle importazioni altrui. Ma non
per questo un problema meno urgente. E comunque solo una metà del problema
reale. L’altra metà è costituita dalla necessità di
reindirizzare le risorse al servizio dei bisogni popolari. La terra deve
produrre alimentari prima che beni da esportare. La teoria dominante dice:
“esportate di più, così potrete acquistare ciò che vi serve per mangiare”.
Questa politica è servita solo ai paesi importatori (cioè noi) per acquistare a
basso costo e a vendere i nostri beni alimentari (magari vendendoli alla FAO
come aiuti per le carestie) e ha messo in crisi la sovranità alimentare di
molti paesi. Anche un bambino capisce che è più sensato produrre ciò che serve
per mangiare e poi, colmato il bisogno, decidere se esportare. Ricordo quel
titolo scandalizzato del Corriere della
Sera di alcuni anni fa, durante la crisi alimentare dell’Etiopia (le
chiamano carestie come se fossero
inevitabili flagelli divini e non lo sono: hanno delle cause!), crisi che stava
uccidendo milioni di persone. Il titolo era “l’Italia importa carne dall’Etiopia!”. Appunto: che senso ha?
L’Etiopia ha i pascoli, produce carne, la esporta, ma non può produrre
alimentari per la propria popolazione. Così poi noi mandiamo gli “aiuti” (che
non sono affatto gratis!). Dal punto di vista teorico si tratta allora di
smontare una volta e per tutte l’astoricità della teoria dei vantaggi
comparati: il Sudan non ha affatto un vantaggio naturale nella produzione di
cotone, come invece sostiene la Banca Mondiale; le piantagioni di cotone in
Sudan le hanno imposte gli inglesi! Continuare ad estenderle per favorire un
presunto afflusso di risorse significa perpetuare il colonialismo. Allora, per tornare alla domanda sull’apertura
dei nostri mercati, visto che imponiamo condizionalità per qualsiasi cosa diamo
ai paesi “poveri” (aiuti, prestiti, tecnologia, sostegno militare, …), perché
non condizionare ogni politica che fornisca risorse aggiuntive a questi paesi
(compresa quindi l’eventuale apertura dei nostri mercati) a serie politiche che
garantiscano un uso di queste risorse a vantaggio delle popolazioni? Risposta:
non lo facciamo perché non ci conviene. O meglio, lo facciamo in misura
limitatissima. Nella realtà già oggi, le politiche di apertura alle
importazioni del “paesi poveri” condizionata alla garanzia di standard sociali,
di diritti del lavoro, e di standard ambientali già esistono e vengono talvolta
applicate, sia pure in misura molto ridotta. Si tratta di sostituire il
protezionismo dettato dal puro interesse immediato dell’economia interna del
paese forte, con un “sistema di preferenze” che miri a premiare, con l’apertura
del mercato forte a maggiori quote di prodotti dei paesi deboli, quei paesi, ma
soprattutto quelle singole produzioni e imprese che si impegnano a garantire il
verificabile rispetto degli standard di qualità socioambientali (per esempio il
divieto di lavoro minorile, le convenzioni internazionali sul lavoro, o quelle
ambientali). Questo tipo di criterio potrebbe essere esteso fino a integrare
nella valutazione del giudizio in base al quale aprire o meno un mercato, le
politiche del paese esportatore miranti a garantire un’equa diffusione sociale
dei ricavi delle esportazioni. E’ d’altra parte assolutamente ovvio che una
tale politica sarebbe del tutto inefficace e non verificabile se non si
accompagnasse ad uno stretto rapporto con le società civili dei paesi
produttori, l’unico soggetto che può garantire la necessaria verificabilità
delle politiche sociali, ambientali e del lavoro. Quindi la battaglia va condotta sia qui (per
smascherare gli interessi che stanno dietro le posizioni liberiste o
protezioniste che siano) che lì, nei paesi poveri, per combattere gli interessi
locali legati a queste politiche e acquisire l’uso democratico delle risorse.
E’ prima ancora che una battaglia di carattere economico, un tema di tipo
politico: si tratta di costruire un concetto di partecipazione democratica (qui
e lì) a partire dalla gestione delle risorse, E, a ben guardare, il movimento
che si pone contro l’attuale globalizzazione può essere, proprio perché mette in contatto la critica presente al
nord come al sud, l’occasione per lanciare questo tipo di “internazionalismo
del terzo millennio”. Nell’interesse di tutti. QUALCHE CONCLUSIONE: Esiste allora, per trarre qualche conclusione da
quanto detto finora, un modo di essere contro la liberalizzazione priva di
regole che è essenzialmente conservatore, ed è quello di chi ripropone la
prospettiva degli interessi nazionali astratti e quindi sostiene la necessità
del protezionismo: l’esempio che abbiamo preso sono le posizioni di Daly. Così
come esiste un modo di essere critici contro gli “egoismi” dei paesi ricchi che
tende a favorire ancora i paesi ricchi (ed è il modo degli esportatori a tutti
i costi, sostenitori dell’assoluto liberismo). Ed esiste infine un modo di
essere contro gli effetti perversi della liberalizzazione che mette a nudo la
natura intimamente conflittuale dell’economia all’interno delle nazioni stesse,
oltre che sul piano internazionale.
Questa posizione sostiene che l’alternativa non è tra liberalizzazione e
protezionismo (due politiche nazionali
che prendono le mosse dai poteri economici che dominano l’economia nazionale e
dagli interessi dei ceti privilegiati), bensì che essa sta nelle politiche atte
a difendere e migliorare il livello di vita e l’accesso alle risorse da parte
delle popolazioni: questo significa lottare per le “altre globalizzazioni”. Per
esempio sui seguenti terreni (l’elenco è ovviamente incompleto). a) La globalizzazione dei massimi livelli di
protezione ambientale. Per usare le parole dello stesso Daly: “ovviamente se
tutti i paesi coinvolti negli scambi trovassero un accordo su regole comuni per
definire, valutare e internalizzare i costi esterni” l’obiezione ambientale
alla liberalizzazione scomparirebbe” (pag. 225). Ecco l’importanza degli
accordi internazionali e sovranazionali (e della loro applicazione) sugli standard
ambientali e sociali. Ed ecco la ragione per cui certi paesi, soprattutto
quelli che come gli Usa partono da standard inferiori a quelli europei, si
rifiutano di firmare certi accordi. Ed ecco la ragione per cui il WTO, che
considera attentati al libero commercio tutti i tentativi di inserire regole
protettive in ambito sociale, del lavoro e ambientale nella regolamentazione
commerciale, dimostra di essere dominato dagli interessi di questi paesi. Si
tratta qui semplicemente di decidere su una questione: qual l’è interesse
dominante da salvaguardare: quello al profitto dell’impresa o quello della
difesa (ad esempio) dei bambini dal lavoro, della salvaguardia del mare dagli
scarichi industriali, ….? Da questo punto di vista non esistono
scorciatoie: bisogna lavorare per gli accordi sovranazionali. Ma se, in attesa
di ciò, un governo è abbastanza forte da imporre al proprio sistema industriale
l’internalizzazione dei costi, allora bisogna appoggiare i tentativi di porre
tale sistema al riparo dalla concorrenza: nell’interesse non solo del sistema
industriale, ma della collettività che protegge i bambini, il lavoro,
l’ambiente. Allo stesso modo, bisogna appoggiare i paesi e
le popolazioni che difendono le proprie risorse naturali dall’assalto delle
imprese siano esse straniere o locali: il problema non è chi le sfrutta, ma a
vantaggio di chi e con che compatibilità ambientale, con che effetti sulla loro
rinnovabilità. Stiglitz cita come esempio positivo il caso del Botswana, che ha
creato condizioni migliori di altri paesi perché ha riconquistato la sovranità
economica su parte delle risorse e ne ha indirizzato i ricavi a fini interni. E ancora, è necessaria una radicale critica ai
modelli di consumo, al fine di limitare tutte quelle forme di commercio derivante
solo dal tentativo di sostituire una “marca” con un'altra, per lo stesso tipo
di prodotto, aumentando i costi ambientali ad esempio in termini di trasporti
inquinanti. Non si tratta di limitare il commercio con provvedimenti
coercitivi, bensì di renderlo inutile. b) la globalizzazione dei diritti del lavoro.
Non mi pare un tema su cui è necessario qui spendere molte parole. Si tratta
semmai di passare a discutere il “come” si agisce per questa globalizzazione. E
qui ci stanno dentro sia i temi dell’immigrazione che quelli della solidarietà
(oggi abbastanza inesistente) con le lotte dei lavoratori degli altri paesi,
specie del “terzo mondo”. In quest’ottica assume una nuova luce anche
l’attualissima controversia tra apertura e chiusura delle frontiere rispetto ai
fenomeni migratori. Hanno ragione le destre quando dicono che aprire
indiscriminatamente produce solo ulteriore sfruttamento degli stessi immigrati
e concorrenza con i lavoratori nazionali. Infatti l’alternativa è aprire le
frontiere in un quadro di uguaglianza di diritti garantiti anche all’ultimo
arrivato. Solo così la concorrenza tra lavoratori si elimina e l’economia
nazionale assorbe solo la manodopera necessaria a coprire reali vuoti
settoriali e non quella che serve solo ad assicurare maggiori profitti basati
sul basso costo del lavoro e l’assenza di diritti e garanzie. In generale, i processi di globalizzazione
stanno favorendo una corsa verso il basso delle condizioni del lavoro in tutto
il mondo: nei paesi poveri che esportano manodopera, nei paesi “intermedi” dove
di delocalizzano le produzioni proprio per sfruttare l’assenza di diritti del
lavoro, nei paesi europei, dove il salario è sottoposto al ricatto della
delocalizzazione e della concorrenza delle produzioni provenienti dalle aree a
basso salario e bassa sindacalizzazione e dove l’occupazione tende a diminuire.
E anche laddove non si siano persi posti di lavoro (come negli Stati Uniti) è
aumentata profondamente la disuguaglianza all’interno della struttura dei
salari tra una minoranza di lavoratori molto qualificati (meno sottoposti a
quella concorrenza) e la maggioranza dei lavoratori non qualificati: è noto
come la maggior parte dei posti di lavoro creati negli USA durante gli anni ’90
sia costituita da lavoro precario a bassa remunerazione. Solo una battaglia
comune per garantire in tutto il mondo questi standard di diritti del lavoro
che il movimento operaio europeo ha faticosamente conquistato può contrastare
queste tendenze al ribasso. c) la globalizzazione dei diritti politici e
sociali. Il libero commercio internazionale – abbiamo detto riprendendo Daly -
agisce contro le politiche volte a incoraggiare il senso della comunità. Il
diritto al controllo locale dell’uso e della rinnovabilità delle risorse è la
base di una nuova politica dei diritti e di un rinnovato senso di comunità.
Personalmente tendo ad affrontare questo tema dal punto di vista delle comunità
rurali africane in cui spesso mi trovo ad operare. Contrariamente a quanto si
tende a pensare (e a volte fa comodo pensare) queste comunità, anche quelle
apparentemente più isolate, non sono fuori dalla globalizzazione perché questa
non le avrebbe ancora raggiunte.
Pensare questo significa negare uno o due secoli abbondanti di rapporto con il
mercato mondiale mediato dalla dominazione imperialista. Queste comunità,
piuttosto, sono emarginate dalla
globalizzazione, nel senso che subiscono un processo di messa ai margini,
laddove esse non abbiano da offrire, per il momento, braccia o risorse. Sono,
per così dire, sacche di riserva di sfruttamento futuro. In alcune di queste comunità l’economia
monetaria e commerciale è assolutamente secondaria, mentre la produzione per
l’autoconsumo è la regola (regola nuova,
non storica: la storia dell’Africa è intrisa di rapporti commerciali). Qui il
ragionamento sulle risorse disponibili (acqua, terra, energia, lavoro,
strumenti, prodotti, cultura, rapporti comunitari) e sul loro uso per il
soddisfacimento dei bisogni appare, almeno in linea teorica, abbastanza
semplice. Io credo che l’essenziale sia scegliere in quale ottica ci si ponga:
per i globalizzatori si tratta di prepararne l’ingresso nel mercato. Io credo
che invece se ne debba preservare l’autogestione il più possibile lontano dal mercato globale. Solo non appena si
siano realizzate le condizioni per l’autogestione delle risorse locali da parte
delle popolazioni locali al fine del soddisfacimento dei bisogni locali, allora
la comunità potrà decidere se e come entrare in relazione con i “mercati”. So che questo ragionamento è discutibile. Ancora di più lo è se si
tenta – cosa che mi guardo bene dal fare – di applicarlo a forme di società già
invece fortemente integrate nella globalizzazione. Cosa vuol dire autogestione
locale delle risorse, ad esempio in Sicilia? Come ci si deve porre qui rispetto
all’intrusione di società straniere nella gestione dell’acqua? Che rapporto
bisogna avere qui con l’immissione di prodotti importati, con la ricerca
spasmodica di mercati esteri da parte delle imprese, con l’immigrazione? Forse
che le cose cambiano se a sfruttare l’acqua è una società francese piuttosto
che un’impresa mafiosa locale? E in che modo le cose cambiano se sfruttato è un
bracciante siciliano piuttosto che un immigrato maghrebino? E’ ovviamente un ragionamento in progress, che non ammette risposte
precostituite: non può esistere in economia un pensiero unico. Si tratta di volta in volta di capire gli interessi
concreti in gioco, non di invocare presunti ed inesistenti interessi nazionali. [1] Herman E. Daly, “Oltre la crescita. L’economia dello
sviluppo sostenibile”, Torino 2001 (Beyond
Growth. The Economics of Sustainable
Development, Boston, 1996). [2] Cosa che in
altri contesti che non siano il capitalismo può avere un suo senso, come ci
mostra questo bel brano di un grande scrittore: “Spesso immaginiamo che tutto
il commercio sia un sistema di regolazione del flusso di generi necessari. I
nostri crediti bancari sono variazioni su una economia “naturale” di baratto in
cui io scambio le mie uova con le tue rape, di modo che entrambi mangiamo uova
e rape. …. Ciò tuttavia non impedisce agli uomini d’affari di pensare al
mercato monetario come a un gioco irrazionale. E se diamo uno sguardo al
comportamento dei selvaggi, non troveremo nessuna economia “naturale”, nessun
comunismo primitivo in cui tutto è condiviso, ma vedremo gran parte della vita
occupata in accorti ed egoistici negoziati e baratti di cose inutili. Perché il commercio di simboli territoriali precede
lo scambio di merci. Nelle Isole Trobriand due villaggi commerciavano tra loro
in tuberi di yam, sebbene entrambi
fossero ben forniti di yam identici.
I tuberi erano scelti perché erano dei bei tuberi, non perché fossero più buoni
da mangiare. E il punto è che se io ti invado con i miei begli yam, avanzo un diritto territoriale su
di te, e devo aspettarmi che tu mi invada con yam ancora più belli se noi vogliamo rimanere in pace” Da Bruce
Chatwin, La moralità delle cose
(1973), in Anatomia dell’Irrequietezza, (Anatomy
of restlessness, 1996). [3] Ricardo D., The principles of Political Economy and
Taxation, 1817 - ed. definitiva 1821. Trad.
it. : Principi dell’economia
politica e delle imposte, Torino 1954. [4] Arghiri Emmanuel, Lo
scambio ineguale. Gli antagonismi nei rapporti economici internazionali,
Torino 1972 (L’échange inégal. Essai sur les antagonismes dans les rapports économiques internationaux, Paris 1969). [5] “Quando tutti i fattori della produzione diventano mobili,
o più precisamente mobilitabili da
parte di entità economiche che non sono più le nazioni [bensì le imprese multinazionali],
il concetto di vantaggio comparativo si svuota progressivamente del proprio
contenuto” (Engelhard P., L’Homme
Mondial. Les sociétés humaines peuvent-elles
survivre ?, Parigi 1996, pag. 104). [6] Adam Smith, ”Ricerca
sopra la natura e le cause della ricchezza delle nazioni”, Torino 1950 (An
Inquiry into the Nature and Causes of the Wealth of Nations, 1776). [7] Samir Amin, Lo sviluppo ineguale, Torino 1977 (Le dévelopment inégal. Essai sur les
formations sociales du capitalisme péripherique, 1973). [8] L’esempio si trova già nelle prime edizioni del suo
manuale di economia (Economics. An
Introductory Analysis, 1948) e ripreso e ampliato nelle edizioni più
recenti. [9] John A. Hobson, L’imperialismo,
Milano 1974 (Imperialism. A study,
1902). [10] Vladimir I. Lenin, L’imperialismo,
fase supremo del capitalismo, (1916). [11] Nord-Sud: un
programma per la sopravvivenza, Milano 1980 (Rapporto dell’Independent
Commission on International Development, 1979). [12] L’esatto contrario delle politiche del nostro simpatico
governo, il quale non solo si rimangia nei fatti la promessa rilanciata in
pompa magna dello 0,7% (vedi la legge finanziaria attualmente in discussione –
novembre 2002), ma sostiene che le nostre ambasciate all’estero devono
trasformarsi in agenzie commerciali. Parafrasando Adam Smith si potrebbe
commentare: “una ottima politica per una nazione di bottegai”! [13] Joseph E. Stiglitz, La
globalizzazione e i suoi oppositori, Torino 2002 (Globalisation and its Discontents, 2002), pag. 60. [14] “L’uomo Del Monte ha
detto sì”, recitava una inconsciamente rivelatrice pubblicità dell’omonima
multinazionale della frutta. ![]()
Formato per la citazione:
Alberto Sciortino, "Le utopie del commercio mondiale", terrelibere.org, 02 dicembre 2002, http://www.terrelibere.it/doc/le-utopie-del-commercio-mondiale |