Palermo,
20 settembre e 13 ottobre 1993
D. Quando è nata la
vostra associazione?
R. Intorno agli anni '80.
D. Perché avete deciso di
fondarla?
R. Per esprimere piena
solidarietà alle vedove dei numerosi delitti eccellenti di quegli anni, e anche
alle vedove di ambienti mafiosi.
D. Perché avete avvertito
la necessità di costituire un'associazione di sole donne?
R. Perché abbiamo capito che
in Sicilia le donne, per essere veramente libere, dovevano innanzi tutto
liberarsi da un grossissimo ostacolo, la mafia, la quale impedisce la piena
realizzazione della libertà e dei diritti della persona, la mafia è una
esasperazione dei principi maschilisti della società; solo un'associazione di
donne poteva esprimere una reale solidarietà affettiva ad altre donne; perché a
morire erano gli uomini e quindi a restare erano le donne, ed io all'inizio ho
voluto mettere in chiaro che anche le donne provenienti da ambienti mafiosi
avevano bisogno della nostra solidarietà; gli uomini fanno spesso le cose per
protagonismo, le donne perché le sentono veramente.
D. Avete ricevuto
critiche per questa vostra scelta?
R. Sì, abbiamo ricevuto
critiche, perché non capivano proprio la necessità delle donne di liberarsi
dalla mafia per poter realizzare a pieno i propri diritti e perché ancora non
si capiva l'urgenza di sviluppare una cultura antimafiosa.
D. Cosa rispondete a chi
vi accusa di essere un'associazione che esclude l'impegno degli uomini in una
lotta che riguarda l'intera società?
R. Gli uomini possono
impegnarsi in altre associazioni miste, alcune di noi, ad esempio, fanno parte
anche di altre associazioni di tipo misto e anche con queste associazioni
combattono la mafia, ma in modo diverso.
D. Potrebbe raccontarmi
le varie fasi e gli ostacoli incontrati per la sua costituzione?
R. All'inizio era un
comitato che riuniva le parti femminili di varie associazioni (partiti, Acli,
sindacati), si raccolsero 30.000 firme per una petizione da inviare al
presidente Pertini e al presidente della Comunità Europea Simone Veil. C'è
prima la lettera a Pertini, poi c'è l'appello a Pertini, che è più preciso,
rispetto alla lettera, e poi quello a Simone Veil è praticamente lo stesso. Ci
si riunì, per esprimere solidarietà, attorno alle vedove Costa, Terranova,
Giaccone, Mancuso, Lo Sardo, Valarioti. Nell'82 il Comitato chiese la costituzione
di parte civile al processo Spatola-Inzerillo. Venne respinta. Era molto
difficile riuscire a muoversi perché ognuno, siccome era in anche
rappresentanza di un'associazione o di un partito, perché c'erano anche donne
dei partiti, è chiaro che, per un verso non si sentiva libera di esprimere il
proprio parere, perché non parlava a titolo personale, ma si sentiva legata
comunque a posizioni prese dall'associazione, o dal partito di appartenenza,
che potevano non essere perfettamente in sintonia con le decisioni che invece
prendeva il Comitato Promotore, e quindi c'era chi sapeva già di posizioni
prese dai partiti ecc. e quindi faceva uno sforzo per adattare le decisioni del
Comitato alle decisioni prese dal proprio partito, ora considera, per esempio, quale
poteva essere la consonanza non della singola presente lì delle Acli o della
singola presente lì del PC, ma di quella che pensava di rappresentare, che
riteneva di essere presente in quanto rappresentava le Acli, e quella che
riteneva di essere presente in quanto rappresentava le donne del PC, su tutta
una serie di prese di posizione è chiaro che era difficilissimo trovare un
accordo che magari queste due persone che parlavano fuori dal loro ruolo
avrebbero, dico non sempre, ma avrebbero potuto concordare, ma che loro stesse
erano prigioniere, a volte, di prese di posizione, o comunque sapevano che se
tu convincevi quella che era lì comunque lei doveva andare a convincere altre,
non rappresentava se stessa, quindi aveva un ruolo che comunque non era un ruolo
perfettamente libero, (...). A quei tempi le differenze tra associazioni e
partiti erano molto più forti, poi ci fu il periodo del secondo referendum
sull'aborto, che fu proprio scatenante, come fatto di rottura, per noi, perché
poi si inserirono altre cose, cioè l'unità sulla mafia era difficile ottenerla
quando si partiva da certi pregiudizi, e da presupposti di posizioni
diversificate, e poi c'era anche il fatto che ognuno, è vero, che cercava pure
di dire, di acquistare un ruolo prioritario in base, spesso, al ruolo
prioritario che aveva nella lotta alla mafia il proprio partito, per cui certe
volte, le donne del PC hanno peccato un poco, pure, di presunzione, non voglio
dare la colpa a loro del fallimento, però, dico, c'erano per esempio le donne del
PC che un po’ di presunzione peccavano all'inizio, perché sapevano di avere
alle spalle una tradizione, e invece altre che si sentivano quasi imbavagliate
dalla posizione dei loro partiti, perché certo, le Acli che era DC, quella
delle Acli che era, in fondo DC e votava DC, in una riunione nostra si chiudeva
a difesa, o lo stesso per la repubblicana, cioè c'erano profonde
contraddizioni, quindi per questo poi si decise di costituire un'Associazione;
in modo che ognuna parlasse a titolo personale; così nell'84 venne costituita
l'associazione delle donne contro la mafia. Venivamo accusate di voler fare
politica, in quanto, in maggioranza, eravamo di sinistra.
D. Quali sono gli scopi
che si propone l'associazione?
R. Diffondere una cultura
antimafiosa; quando ci siamo costituite è stato molto difficile fare accettare
l'idea che ci fosse una mafiosità diffusa, ora si parla spesso e con facilità
di cultura mafiosa, ma in quegli anni siamo state forse noi le prime a
parlarne, così come degli intrecci tra mafia e politica; esercitare una
funzione di stimolo e controllo presso le autorità statali e scolastiche.
D. Quali sono gli
strumenti che essa usa per il perseguimento dei suoi obiettivi?
R. Gli strumenti variano a
seconda degli scopi e delle attività: incontri nelle scuole, sostegno alle
donne che si costituiscono parte civile, corsi sui diritti, nei quartieri a
rischio, all'interno dei centri sociali (San Saverio); ognuna offre le proprie
capacità; gli strumenti sono quelli che la situazione richiede.
D. Quali sono le sue
attività?
R. Nei primi anni '80
abbiamo anche chiesto la costituzione di parte civile nei processi per stupro
che si tenevano in Italia, in quanto eravamo contro ogni forma di violenza;
domanda di costituzione di parte civile nel processo Spatola-Inzerillo e nel
processo Chinnici, tutte e due respinte; nel processo in cui Maria Benigno si
costituì parte civile noi le abbiamo dato sostegno morale, siamo andate al
processo (...) abbiamo organizzato dei corsi sui diritti civili
all'Albergheria, all'interno del Centro Sociale, cercavamo di tirar fuori le
donne, almeno per un paio d'ore alla settimana, dai problemi quotidiani e da un
ambiente pesante, insegnando loro anche semplicemente come compilare un
modello, come richiedere un certificato. Le donne che vi partecipavano avevano,
in qualche modo, già attuato una scelta di libertà; parlavamo loro di mafia in
maniera indiretta, come negazione di diritti, educandole ad esercitare e
pretendere i propri diritti. In occasione del maxiprocesso, assieme al Centro
Impastato, lanciammo una sottoscrizione in favore delle vittime della mafia,
questi soldi sono stati dati direttamente, noi abbiamo raccolto pochissimo,
perché contemporaneamente alla sottoscrizione aperta da noi, fu aperta la
sottoscrizione del quotidiano “La
Repubblica” ... effettivamente furono CGIL CISL e UIL a
lanciare la sottoscrizione attraverso La
Repubblica.
D. Quindi la vostra fu
un'altra sottoscrizione. Cosa avete fatto con i soldi raccolti?
R. Noi li abbiamo dati
direttamente, perché non è che avevamo un comitato, era l'Associazione che
raccoglieva, a noi mi pare che ci arrivarono, potrei sbagliarmi, ma ci
arrivarono una ventina di milioni, non di più, e li abbiamo dati a Vita
Rugnetta, Michela Buscemi e Piera Lo Verso, e a Maria Benigno, ... noi li
abbiamo raccolti proprio per i familiari delle vittime della mafia, anche
perché allora, già c'era la legge regionale che dava i contributi ai familiari
delle vittime dello Stato, quindi allora restavano scoperti, rispetto ai fondi
regionali, restavano scoperti proprio Vita Rugnetta, Michela Buscemi e la
Lo Verso (che non erano familiari di vittime che avevano
servito lo Stato) ... per noi i soldi erano destinati proprio ad aiutare tutte
le vittime della mafia, tutte quelle che avevano bisogno per il difensore.
D. Quali obiettivi la
vostra associazione ha già raggiunto?
R. La costituzione di un
fondo nazionale per le vittime della mafia, il fondo serve sia per aiutare
quelle che si costituiscono parte civile, sia per dare proprio un aiuto
materiale, anche a chi non si costituisce parte civile, o a chi non può,
evidentemente costituirsi parte civile, o a chi non vuole per vari motivi, cioè
è un fondo nazionale per tutte le vittime della mafia che li aiuti soprattutto
dal punto di vista economico.
D. Per potersi iscrivere
alla vostra associazione, bisogna avere determinati requisiti?
R. Requisiti morali, che non
si appartenga a famiglie mafiose, o che, se vi si appartiene, se ne sia
rifiutato in pieno i principi; possono farne parte anche donne italiane ma come
sostenitrici (contributo in denaro) o aderenti, in quanto, altrimenti, come
socie ordinarie, bloccherebbero i lavori dell'assemblea.
D. Quante socie contava
alla sua nascita? E adesso? In quale anno avete registrato maggiori adesioni?
R. Alla nascita
dell'Associazione circa 60 (nell'84), l'anno scorso (1992) circa 120, molte non
rinnovano la tessera, quest’anno, ad esempio, solo 50
l'hanno rinnovata, quindi spesso diventa difficile
stabilire il numero delle tessere per ogni anno; durante le manifestazioni
spesso si registrano numerose adesioni e tesseramenti, ma, levato il primitivo
entusiasmo, tutto finisce là; spesso diventa difficile riunire le socie: si
spediscono 250 lettere e si presentano all'assemblea pochissime socie (5, 6);
l'anno scorso abbiamo aggiornato lo statuto per rispettare le normative vigenti
e per far rientrare l'Associazione nella recente legge sul volontariato; il
vecchio statuto non era così dettagliato come quello attuale e non vi era
distinzione tra socie ordinarie e sostenitrici, inoltre non era previsto il
requisito della presentazione da parte di 2 socie per potersi iscrivere
all'Associazione.
D. Potrebbe fornirmi
informazioni relative all’età, titolo di studio e professione, prevalenti nella
vostra associazione?
R. Varie, ma in prevalenza
laureate, insegnanti, di età media (40 anni), che precedentemente si sono già
impegnate nel sociale, nei partiti, soprattutto di sinistra e nei sindacati;
non mancano le casalinghe e le giovani, ma sono in netta minoranza, inoltre vi
sono coloro che sono state colpite, dalla mafia, negli affetti sia come vedove
di Stato, sia come donne provenienti da ambienti mafiosi che hanno rinnegato,
quindi hanno deciso di impegnarsi soprattutto per questo, invece le altre
donne, non colpite hanno deciso d'impegnarsi per una loro maturazione
culturale, un loro percorso ideale.
D. Lei perché ha deciso
di far parte di questa associazione?
R. Il mio impegno contro la
mafia è un po’ il frutto delle mie esperienze passate, del mio vissuto e percorso
individuale. Impegnata fin da ragazza nei movimenti femminili, di liberazione
della donna, e nel sindacato, ho visto come uno sviluppo naturale del mio
percorso culturale, del mio impegno nel sociale, il far parte di una
associazione di donne che lottano per rimuovere uno dei principali ostacoli
frapposti in Sicilia allo sviluppo e dispiegamento della propria personalità,
alla realizzazione delle proprie aspirazioni e al pieno godimento dei propri
diritti. Le donne in Sicilia, per raggiungere finalmente la parità, una
effettiva emancipazione e per esplicare liberamente e serenamente i propri
ruoli all'interno della società, devono lottare contro un nemico in più
rispetto alle donne del resto del mondo. La sconfitta della mafia è il primo e
imprescindibile passo verso una piena realizzazione dei principi democratici e
quindi di una società migliore.
D. La vostra associazione
è vicina, anche solo idealmente, a qualche formazione politica?
R. No, non chiediamo tessere
di partito alle socie.
D. Siete state appoggiate
dalle autorità, statali, ecclesiastiche e scolastiche?
R. Il nostro rapporto con
queste singole istituzioni dipende dai vari momenti, dalle richieste che
facciamo e, soprattutto, dalle persone con le quali abbiamo a che fare (...)
Abbiamo scritto un po’ a tutte le scuole palermitane, ma poche ci hanno
risposto, molte scuole del nord sì invece; atteggiamento mutato in meglio negli
ultimi anni; abbiamo sempre rifiutato i finanziamenti regionali e statali
istituzionali, non li abbiamo mai chiesti, noi abbiamo chiesto sempre
finanziamenti non all'Associazione, ma all'iniziativa (...) Non si può
generalizzare, quindi, dicendo che dalle autorità (statali, ecclesiastiche e
scolastiche), abbiamo avuto ostacoli o appoggi; abbiamo avuto buoni rapporti con
singoli preti.
D. Qual è l'atteggiamento
dei vostri concittadini? Come reagiscono alle vostre iniziative? E’ mutato nel
tempo?
R. La gente dimostrava
interesse, anche prima, ma ora partecipa di più, ho paura, però, che agiscano
sotto l'onda emotiva delle stragi; noi, l'anno scorso abbiamo avuto molti nuovi
tesseramenti, ma poi poche hanno rinnovato la tessera; durante le nostre
iniziative molte firmano, ma tutto finisce là; anche tra di noi, ad impegnarci
veramente siamo in poche.
D. Si sono formati nuclei
di questa associazione in altre città?
R. Oltre che a Capo
d'Orlando un tentativo si sta facendo a Catania, dove abbiamo fatto delle
tessere come aderenti, ed ad Agrigento, si dovrebbero costituire come nuclei ma
non è detto; in passato si era tentato a Trapani ma è fallito, ed a Gela, ma è
diventata un'associazione completamente autonoma da Palermo, mista ed in
prevalenza di giovani.
D. Quale può e deve
essere, secondo lei, il contributo specifico delle donne alla lotta contro la
mafia?
R. Il contributo delle donne
può essere altissimo, perché le donne fanno da tramite a qualunque forma di
cultura, per le professioni che esse svolgono, per il ruolo che ancora esse
svolgono nella società, e, inoltre, nel bene e nel male, sono e saranno sempre,
madri e possono trasmettere sia la buona come la cattiva cultura.
D. Con quali mezzi ed
attraverso quali cambiamenti pensa che possa essere debellato il fenomeno
"mafia"?
R. Non c'è una ricetta,
bisogna lavorare dal punto di vista culturale, informando i giovani sul
fenomeno mafioso, facendo capire loro che la mafia blocca l'economia, il
funzionamento del Comune; muovendosi e aiutando tutte quelle realtà del
territorio che agiscono per creare dei cittadini: cioè gente che rifiuta i
ricatti, le sopraffazioni, non correre il rischio di essere fagocitati nella
mafia; opera di controllo del funzionamento della cosa pubblica, questo è
quello che può fare il singolo cittadino, poi naturalmente la magistratura deve
fare il suo mestiere, lo Stato da solo non ce la può fare.
Palermo
20 e 28 Settembre 1993
D. Perché avete
costituito una associazione di sole donne?
R. Perché a morire erano gli
uomini ed a restare, quindi, le donne; perché associazioni miste ce ne erano
tante (partiti, sindacati, Acli); ed io direi anche per una nostra specificità
perché pensavamo, eravamo, siamo convinte, che proprio nell'universo femminile
ci fosse un desiderio, una capacità, anche molto forte, di fare questa lotta
alla mafia e che non andava taciuta, che non andava messa da parte, quindi
anche la scelta di dare la voce, per esempio, alle donne che da sole non ce la
facevano, cosa che probabilmente sarebbe stata difficile all'interno di un
partito o di un sindacato.
D. Potrebbe raccontarmi
le varie fasi attraversate e gli ostacoli incontrati per la sua costituzione?
R. Visto che il Comitato
Promotore, per la raccolta delle firme, aveva avuto successo, abbiamo deciso di
continuare. Ci siamo costituite in associazione nell'84, perché ci avevano
detto che per poterci costituire parte civile (al processo Chinnici) dovevamo
essere costituite in associazione, così, nottetempo, abbiamo firmato l'atto
costitutivo dal notaio, per potere, nei termini prescritti, chiedere la
costituzione di parte civile al processo Chinnici, che si svolse a
Caltanissetta nell'84, ma fu ugualmente respinta in quanto non avevamo avuto
danni materiali, come, invece, il comune di Palermo, che poté costituirsi parte
civile in quanto aveva avuto 2 auto danneggiate in seguito allo scoppio
dell'autobomba. Per quanto riguarda gli ostacoli si poteva parlare o di indifferenza,
soprattutto, qualche volta anche ostilità, ma fondamentalmente indifferenza,
anche nella richiesta alle scuole, per esempio.
D. Quali sono gli scopi
che si propone l'associazione?
R. Organizzare la promozione
proprio di una coscienza antimafia, soprattutto attraverso il lavoro con i
giovani e il lavoro con le donne, individuando, anche suggerendo agli enti
preposti, delle iniziative anche istituzionali per sostenere chi si volesse
impegnare nella lotta alla mafia; nello statuto prevediamo tante cose in realtà.
D. Quali sono i mezzi,
gli strumenti, che essa usa per il perseguimento dei suoi obiettivi?
R. Il lavoro con le scuole,
contatti con i centri sociali dove ce lo chiedono, e poi questi convegni,
proprio per trovare anche spazi di dibattiti un po’ più allargati, coinvolgendo
le scuole, il sindacato, le donne in generale.
D. Quali sono le sue
attività?
R. Abbiamo organizzato 2
grossi convegni: uno nell'88, la mattina il corteo con i sindacati, pomeriggio
incontro con Nilde Jotti; l'altro con le donne dell'Anpi, qua a Palermo, il 6 e
7 marzo 1991, c'è stato la mattina un corteo, poi un incontro con le scuole, ai
ragazzi era stato dato il questionario sulla resistenza e sulla mafia, per
verificare cosa sapessero, se conoscevano i nomi, soprattutto di figure
femminili che si erano distinte, e poi il pomeriggio, invece, una tavola
rotonda alla Sala Gialla, all'Assemblea Regionale, in cui donne dell'Anpi,
donne dell'Associazione, le donne palermitane discutevano su quali strumenti
del passato e del presente potevano essere utilizzati, e quali invece strumenti
nuovi, nella battaglia contro la mafia (...) Nell''86,
in occasione del maxiprocesso, insieme al Centro
Impastato abbiamo deciso, invece di vedere rifiutata la nostra costituzione di
parte civile al processo, di istituire un fondo a favore delle donne che
potevano costituirsi parte civile. Ci fu una spaccatura sia al nostro interno e
sia tra le varie associazioni, perché alcune di noi volevano indirizzare i
soldi soltanto alle vittime dei servitori dello Stato, altre, come me, anche a
coloro che si erano costituite parte civile, ma non erano parenti di servitori
dello Stato. Alcune associazioni e partiti aderirono al Comitato per il
Monumento, che raccoglieva fondi per erigere un monumento alle vittime della
mafia. Alcune di noi, in seguito a questi disaccordi, uscirono
dall'Associazione (...) Noi decidemmo che i soldi li raccoglievamo solo per le
donne che erano state escluse dalla prima sottoscrizione, in quanto non vedove
o parenti di vittime servitori dello Stato, (...) noi abbiamo pagato gli
avvocati, di queste donne ed abbiamo dato i soldi a queste donne... poi ci fu
pure il Comune che pagò la parcella agli avvocati.
D. Quali obiettivi la
vostra associazione ha già raggiunto?
R. In un primo momento
verrebbe di rispondere nessuno, ma, secondo me, il fatto che ancora continuino
ad uccidere oggi, padre Puglisi, come hanno ucciso nel '79 Terranova è,
paradossalmente, una cosa positiva: ... io che la mafia uccide per debolezza io
non ci credo proprio, io continuo a pensare che la mafia è ancora forte ... io
dico che è ancora forte la mafia, però, se nel '79 hanno cominciato con
Terranova ed ancora oggi hanno ammazzato padre Puglisi, vuol dire che gente che
si oppone alla mafia ce n'é stata ed continua ad esserci, anzi oggi ce n'è di
più di prima, tant'è che ammazzano, perché se no non ammazzerebbero, se non ci
fossero persone che si contrappongono; ... certo ci sono ormai degli equilibri
che evidentemente si sono rotti, vuoi perchè qualche donna, anche per
disperazione, ha parlato, vuoi perché c'è qualche prete che si oppone, quindi
forse, dico, anche noi, nel nostro piccolo, abbiamo seminato qualche piccola
...
D. Quanti soci contava
alla nascita la vostra associazione?
R. Circa 120.
D. In quale anno avete
registrato maggiori adesioni?
R. Nel periodo del
maxiprocesso.
D. Lei perché ha deciso
di far parte di questa associazione?
R. Perché indignata
dall'ondata paurosa di delitti eccellenti, di uomini che combattevano la mafia;
per solidarietà alle vedove, per una mia profonda convinzione morale, ideale;
la stampa tendeva a mettere in luce soltanto l'impegno delle vedove, che
avevano deciso d'impegnarsi soltanto per essere state colpite negli affetti; io
l'ho fatto per i miei ideali. Spesso i giornalisti riportavano ciò che avevo
detto io loro, nelle interviste, sotto il nome di Giovanna Terranova.
D. Ha partecipato in
passato a qualche altra associazione, anche politica, o movimento?
R. Quando studiavo a Roma
ero impegnata nei Comitati di Quartiere, prima ancora che questi diventassero
obbligatori per legge, e nell'Università; tornata a Palermo mi sono impegnata
nella CGIL.
D. La vostra associazione
è vicina, anche solo idealmente, a qualche formazione politica?
R. Ufficialmente no, ma di
fatto è vicina al PDS o comunque alla sinistra.
D. Siete stati appoggiati
o ostacolati dalle autorità, statali, scolastiche ed ecclesiastiche?
R. E' capitato che abbiamo
spedito delle lettere di richieste, di sollecito, alla Regione, alla Chiesa ed
a delle scuole, senza avere neanche risposta. La
Chiesa non ci ha ostacolato ma neanche appoggiato; abbiamo
scritto a molte scuole, chiedendo di poter tenere delle conferenze e molte non
ci hanno nemmeno risposto. Il sindaco Orlando ci faceva tante promesse che poi
non manteneva. (...) allo Sperone c'era una struttura costruita come centro
sociale, che era stata completamente abbandonata, e allora in accordo con un
gruppo del quartiere abbiamo organizzato lì dentro una manifestazione, con
delle bambine che hanno fatto uno spettacolo di danza, noi come Associazione
abbiamo proiettato un documentario che era stato girato proprio
sull'Associazione, e sono venute Bianca Guidetti Serra, ed Ada Becchi Collidà,
che sono 2 donne molto impegnate in politica, ... abbiamo invitato queste due
donne che facevano parte, se non ricordo male, della Commissione nazionale
antimafia, c'era anche un motivo preciso, in quel momento, per cui le abbiamo
invitate, e Orlando ci doveva fare pulire i locali, mandare i fiori, le piante,
le sedie, doveva venire lui, era un modo per dire ai cittadini questo è un
centro sociale, avete il diritto di chiedere che vi venga sistemato, pulito, e
che voi lo dobbiate utilizzare per i vostri figli e per le attività che si
possono fare in un quartiere, era questo il messaggio, cioè di dire questi
centri non devono essere abbandonati in questo modo, queste strutture ci sono,
bisogna ristrutturarle, aggiustarle e farle funzionare, e vi facciamo vedere
due cose, due tre cose che si possono fare dentro un centro sociale, quindi era
un modo per portare questo messaggio ... e Orlando diceva "Ma perché le
bimbette non le facciamo ballare a piazza Niscemi", e noi gli abbiamo
spiegato che le bimbette vivevano allo Sperone, e che era giusto che la città
si spostasse ed andasse allo Sperone, visto che allo Sperone non si fa mai
niente e c'è il deserto, perché appunto, al solito, le cose si devono fare
sempre dove ci andiamo gli amici e i figli degli amici a vederle.
D. Qual è l'atteggiamento
dei vostri concittadini, come reagiscono alle vostre iniziative? E’ mutato nel
tempo?
R. Erano interessati, ma con
l'idea della delega "Brave, continuate così, fate bene", ma alla fine
loro non s'impegnano, non denunciano (es. dei commercianti che hanno negato di
pagare il pizzo, usando la scusa delle omonimie); ora la gente partecipa di più
alle manifestazioni, ma ho paura che sia spinta più dall'emozione per le
stragi, che non da una radicata presa di coscienza, e che nei fatti continuino
a non collaborare con la giustizia; una volta i grandi delitti non destavano
grande emozione tra la gente, con le stragi, invece, tutti si sono sentiti
personalmente colpiti, anche, forse, per la grande crudeltà usata; ora la gente
si organizza e fa qualche cosa, qualche manifestazione.
D. Quale può e deve
essere, secondo lei, il contributo specifico delle donne alla lotta contro la
mafia?
R. Io direi, anche a partire
dai luoghi in cui noi donne siamo presenti, la nostra sensibilità rispetto al
problema della mafia, che si è vista, appunto, anche nella scelta delle donne
che si sono costituite parte civile, non è che lo hanno fatto dopo che gli
hanno ammazzato tutti quanti, o dopo che hanno tentato di vendicarsi, cioè se
pigli Buscetta o altri pentiti prima hanno ammazzato, poi quando hanno visto
che probabilmente il carcere era più sicuro che fuori dal carcere, si sono
pentiti ed hanno fatto queste scelte, le donne quando si sono avvicinate alla
giustizia, quando hanno denunciato, lo hanno fatto proprio per un bisogno loro,
anche di giustizia, senza ottenere in cambio ne sconti di pena, ne niente,
quindi io credo che il nostro primo contributo sia proprio questo, un desiderio
che probabilmente per le donne è più forte, anche di giustizia, un desiderio di
solidarietà, anche; direi che è proprio una sensibilità diversa che hanno le
donne, nella lettura anche di certe situazioni, una maggiore sensibilità, un
diverso approfondimento.
D. Qual è l'importanza ed
il ruolo che le donne hanno all'interno di Cosa Nostra?
R. Così come nel resto della
società, all'interno della mafia ci sono donne che contano molto e donne che
non contano, esse non possono, soltanto, essere affiliate a Cosa Nostra, spesso
le mogli provengono, anch'esse da famiglie mafiose, non partecipano
passivamente ma attivamente all'interno di Cosa Nostra; all'interno di Cosa
Nostra gli uomini parlano per avere uno sconto di pena, le donne per brama di
giustizia, e ne ricevono tanti danni. Sinceramente non so più se, potendo
tornare indietro, rilancerei quegli appelli che ho lanciato alle donne vittime
della mafia, affinché si costituissero parte civile, perché considerando quello
che hanno ottenuto! I figli di Piera Lo Verso sono stati arrestati per droga,
fallimento delle loro attività economiche per l'isolamento in cui caddero; il
Comune diede loro 3 milioni.
D. Con quali mezzi e
attraverso quali cambiamenti pensa che possa essere definitivamente debellato
il fenomeno mafioso?
R. Secondo me intanto
perseverando in questo tipo di scelte, nel senso che si continui ad
intensificare, secondo me, il lavoro delle scuole, ma non tanto delegando alla
singola testimonianza, come hanno fatto, non so invitando Giovanna Terranova,
invitando Carmine Mancuso e qualche altro, a fare gli incontri con gli studenti,
secondo me anche è importante che gli insegnanti acquistino loro stessi una
coscienza antimafiosa e che abbiano proprio anche una formazione loro, che gli
permetta di affrontare con cognizione questi argomenti, i ragazzi escono dalle
scuole superiori e dal liceo senza sapere niente della storia moderna, e la
storia moderna, ormai, è fatta anche da questo, non è che possiamo non parlare,
quindi lavorando molto secondo me nelle scuole, che è il posto dove ci sono i
ragazzi, e da lì cominci, facendo in parte un discorso specifico di mafia, però
dando, gli insegnanti stessi, gli adulti anche un esempio proprio di onestà, di
trasparenza, di comportamento, perché dico, nel nostro piccolo, che ne so io
non ho mai comprato, per dire, sigarette di contrabbando, neanche quando
fumavo, per un discorso di scelta, cioè se io so, certo a Palermo è un po’
difficile, però di quei locali, di quei cinema di cui si sa dichiaratamente che
sono attività losche, per esempio, noi per scelta non ci andiamo (...) e quindi
io direi, sicuramente, dico questo discorso dell'informazione e anche proprio
della pratica di una coscienza antimafiosa, io dico che anche gli strumenti che
finora sono stati praticati, a partire dal Comitato delle Lenzuola, noi
dell'Associazione, altre attività, io credo che si debbano continuare, perché
appunto, sono degli strumenti che in alcuni momenti servono, il fatto di essere
in molti, di occupare le piazze, le strade, io credo che serva anche, per fare
vedere che in fondo siamo in tanti a pensare che bisogna lottare contro la
mafia, credo che gli enti locali, il comune, le amministrazioni ... sicuramente
servono anche questi momenti in cui si dà visibilità, si dà e ci si dà
visibilità, cioè si dimostra che la gente c'è, vuole scendere in piazza, e non
ne può più di quello che succede a Palermo, e questo sicuramente, ecco
l'impegno delle istituzioni non si possono limitare a scendere la
Commissione antimafia ogni tanto a Palermo, a fare l'elenco
delle case, delle scuole affittate ad agenzie prestanome ecc., bisogna che ci
sia veramente un impegno da parte di chi decide, perché noi, diciamo, noi
possiamo dare le idee, ma non è poi che abbiamo il potere, non è che possiamo
... non abbiamo soldi, non abbiamo strumenti, infatti la mafia ammazza,
sicuramente, secondo me, quando chi sa ha anche il potere, perché Falcone è
stato ammazzato perché sapeva e perché, per il posto che occupava, poteva, ogni
tanto ci chiedono Umberto Santino a lui com'è che non lo ammazzano, Umberto è
un archivio dell'antimafia, però non è che ha potere.
D. Ma neanche Padre
Puglisi aveva potere
R. Secondo me il discorso di
Padre Puglisi, (...) lui ha detto "Io ai mafiosi lavoro non ce ne
do", allora lui ha avuto il potere di decidere questa cosa per la sua
parrocchia, ma è stato uno che lo ha detto ad alta voce, perché faceva questa
scelta, e quindi poteva diventare il primo di una lunga serie.
D. Come Libero Grassi
R. Libero Grassi era il
primo dei commercianti, quindi, onde evitare che si creassero tanti Liberi
Grassi, giustamente hanno bloccato sul nascere, quindi dico, per noi delle
associazioni, dei movimenti antimafia, sostenere queste iniziative dei preti
nei quartieri ecc. credo che sia un altro strumento che bisognerebbe
incentivare, non fare passare in secondo piano, e comunque per questo ci vuole
anche un impegno, proprio, delle amministrazioni locali, che devono
interessarsi a questi centri sociali, devono aprire strutture, anche centri di
aggregazione, perché quello che manca a Palermo questo è, mancano centri di
aggregazione, luoghi nuovi dove i ragazzi si possono vedere, dove si possono
incontrare, dove possono conoscere anche altri modelli alternativi di
comportamento.
Palermo, 28 settembre 1993
D. Il Centro è nato nel
1977, quindi prima dell'uccisione di Giuseppe Impastato
R. Sì, sì, il Centro,
appunto, è nato dalla volontà di Umberto (Santino), mia e di altri, che
avevamo, un po’ quasi tutti, una storia comune, cioè avevamo lavorato nei
partiti, noi due, per esempio, ed altri, nel PDUD, prima Manifesto e poi PDUP,
qualcuno nel PC ma altri nei partiti all'estrema sinistra diciamo, che erano nati
dal '68, e ad un certo punto avevamo esaurito la nostra volontà di lavoro
dentro un partito politico che sempre castra, diciamo, il partito politico ha
certe logiche che ad un certo punto sono asfissianti, e quindi avevamo deciso,
una volta usciti, chi prima chi dopo, da questi partiti, abbiamo deciso di non
andarcene a casa e di costruire un'aggregazione che servisse come un punto di
riferimento per la ricerca sulla realtà siciliana e la mafia, e un punto di
riferimento per la divulgazione di certe idee e per un tentativo appunto, di
cominciare a fare un' antimafia più fondata su un'analisi precisa e puntuale, e
abbiamo cominciato subito con un convegno su Portella Della Ginestra, con
storici, è venuto Vittorio Foa, sono venuti storici come Anna Rossi Doria,
Gallerano e altri, è stato un momento molto importante.
D. Peppino Impastato
faceva parte di questo Centro?
R. No, Peppino Impastato non
faceva parte del nostro centro, Peppino Impastato ha un'altra... ha una storia
diciamo parallela alla nostra, lui ha fatto più... è stato più vicino a Lotta
Continua anzi c'è stato un periodo in cui il Manifesto veniva considerato il
partito dei borghesi, da parte di questi di Lotta Continua che non... insomma
siamo stati abbastanza lontani, Peppino ha fatto per il Manifesto la campagna
elettorale del '72, e allora si sono conosciuti... Umberto lo ha conosciuto.
Questa è un po’ la storia della sinistra, non solo qui ma dovunque, e
avevamo... si dice, gli stessi ideali però eravamo disuniti al massimo, e
quindi un'esperienza così importante come quella di Peppino per esempio, era
pochissimo conosciuta nell'ambiente di sinistra, in alcuni ambienti, per
esempio come il nostro, perché lui aveva un'altra storia. Noi, insieme al
Centro avevamo costituito a Palermo una libreria, si chiamava "Cento
fiori", che poi è stata chiusa subito nell'80, e lui veniva nella
libreria. Quando è stato ucciso, nel '78, noi siamo andati pur, appunto, non
conoscendolo bene, non conoscendo bene la sua esperienza, siamo andati perché abbiamo
ritenuto di dovere dare subito testimonianza contro i mafiosi che l'avevano
ucciso, e subito quella sera che siamo andati lì, quando abbiamo saputo della
sua uccisione. Peppino è stato ucciso una settimana prima delle elezioni
comunali a Cinisi, per cui aveva fatto, insieme ai compagni, una lista chiamata
"Democrazia Proletaria", però lui non faceva parte di Democrazia
Proletaria, che del resto era ancora soltanto una lista, anche a Palermo, ... e
c'erano molte probabilità che sarebbe stato eletto, e infatti, dopo (la morte)
è stato eletto! Cioè a Cinisi quella lista... Peppino ha avuto il massimo dei
voti ... poi è entrato al posto suo, ovviamente, il primo dei non eletti ma
insomma lui sarebbe stato eletto.
D. Quindi,
simbolicamente, è stato votato
R. Simbolicamente è stato
votato ed è stato eletto al consiglio comunale, quindi i mafiosi lo hanno
ucciso per tutto quello che aveva fatto prima e perché volevano assolutamente
evitare che lui entrasse al consiglio comunale, quindi si era in campagna
elettorale, e sono venuti pure alcuni deputati di Democrazia Proletaria, lì i
compagni di Cinisi... era previsto proprio per quel giorno un comizio che
doveva fare Peppino, per quando è stato ucciso, e allora i compagni di Cinisi
hanno chiesto ad Umberto di fare il comizio, e Umberto, subito, ha cominciato a
fare un comizio facendo i nomi, ha cominciato a fare i nomi, ha detto che il
mandante dell'assassinio era Badalamenti, che Peppino parlava e operava contro
i mafiosi di Cinisi e i mafiosi di Cinisi avevano un nome e un cognome, ed
erano i responsabili della sua morte, ha gridato contro le finestre chiuse di
Cinisi, perché ovviamente di gente di Cinisi non ce n'era molta, e da allora
siamo ritornati lì e abbiamo lavorato insieme ai compagni che hanno raccolto i
resti di Peppino, perché i carabinieri e la polizia volevano chiudere tutto
facendo credere che fosse un terrorista che stava mettendo una bomba, e invece
i compagni hanno trovato le mani di Peppino, questo vuol dire che lui non aveva
la bomba in mano ma gliel'avevano messa sotto il petto, e quindi... ci siamo
rivolti a Del Cappio che era un medico legale molto importante, che ha fatto
appunto la perizia sui resti, ed ha detto che non poteva assolutamente essere
uno che stava mettendo la bomba visto quali erano i resti che si erano trovati,
e quindi abbiamo fatto tutto il lavoro con i compagni, abbiamo fatto noi,
scritto noi le denunce da portare alla magistratura, siamo stati ovviamente
accanto alla signora Impastato e a Giovanni, che subito si sono messi... Giovanni
Impastato già lavorava con Peppino, il fratello di Peppino... hanno chiuso la
casa ai parenti mafiosi, che volevano che si stessero zitti no, gli mandavano a
dire di stare zitti, la signora, appunto, ha fatto le sue denunce alla
magistratura, e noi abbiamo fatto tutto... tutto il lavoro di denuncia, e
andando lì a fare altri comizi e poi costruendo la manifestazione nazionale
contro la mafia che abbiamo fatto ad un anno... nel '79, manifestazione
nazionale che è stata la prima, perché non c'erano state manifestazioni
nazionali contro la mafia neanche dopo Portella Della Ginestra, cioè la mafia
non era considerato un problema nazionale, era soltanto considerato, da parte
dello Stato, ma anche da parte dei partiti politici, anche della sinistra, come
un problema soltanto nostro, di cui dovevamo preoccuparci noi.
D. Chi partecipò a questa
manifestazione?
R. La manifestazione noi
l'abbiamo... io e Umberto specialmente, l'abbiamo costruita veramente andando
in posti dove sapevamo che c'erano realtà di lotta contro la mafia, per esempio
siamo andati in Calabria, siamo andati a Gioiosa Jonica, dove c'erano comunità
di cristiani che lottavano contro la mafia di là, contro don Stilo, il famoso
prete mafioso, siamo andati a Milano, siamo andati a Napoli, a Roma, e sono
venuti compagni di tutta l'Italia, certo non moltissimi perché, ripeto, non era
sentito come un problema nazionale, e quelli che sono venuti, sono venuti più
perché... per ricordare Peppino che veramente convinti di dovere fare una lotta
antimafia, e perché il problema è stato considerato... è cominciato ad entrare
nella mente che non era un problema nostro, che doveva essere affrontato in
modo globale dopo la morte di Dalla Chiesa, prima non... e quindi, ripeto, ci
siamo scontrati subito con una realtà di lotta contro la mafia, cioè il Centro,
che era nato come un centro di documentazione è diventato subito un... centro
di lotta anche contro la mafia... diciamo sul territorio, e subito anche un
centro di di informazione, perché abbiamo cominciato subito a lavorare nelle
scuole, perché nell'80, dopo l'uccisione di Terranova la regione siciliana ha
fatto la legge 51 per le scuole e noi abbiamo mandato le lettere ai presidi,
abbiamo proposto di intervenire nelle scuole, a fare seminari, a fare
dibattiti, a portare le mostre fotografiche che intanto avevamo fatto sulla
mafia.
D. Come reagivano i
presidi?
R. All'inizio a rispondere
sono stati pochissimi, ma questa è una realtà contro cui ci siamo scontrati non
soltanto noi del Centro, ma anche, per esempio, l'associazione delle donne
quando è nata, anche loro hanno fatto lettere, le risposte sono state proprio
pochissime, perché, veramente, non si sentiva, o c'era, appunto, ancora l'idea
"Ognuno deve farsi i fatti propri", non si capiva che bisognava...
cioè per arrivare finalmente ad un coscienza, se ci si è arrivati, a capire che
bisogna parlarne, e che bisogna fare capire che è anche il nostro comportamento
quotidiano che porta a determinate situazioni, questo... ci sono voluti i
cadaveri fino a qui, cioè c'è voluta la montagna di cadaveri, io sto parlando
del '79 '80, avevano già incominciato ad ammazzare giudici, e avevano ammazzato
Terranova, Costa, avevano ammazzato Mattarella, Boris Giuliano, quindi
persone... però c'è voluta veramente la montagna di cadaveri, perché finalmente
la gente, qualcuno... riuscisse a capire che almeno per le manifestazioni deve
scendere in piazza.
D. In qualche modo è
stato il delitto Dalla Chiesa a scuotere un po’ le coscienze?
R. Prima il delitto Dalla
Chiesa per una faccenda di carattere nazionale, cioè allora incominciarono i
titoli sui giornali, grossi, cioè cominciarono gli articoli sui giornali che
però ebbero la punta più alta per Dalla Chiesa. Poi l'anno dopo è stato ucciso
Rocco Chinnici e non c'è stata questa risonanza come per Dalla Chiesa, ... e da
allora nelle scuole qualche professore ha cominciato ad insistere per fare
questi programmi, che però erano sempre delle cose molto... superficiali, cioè
quello che chiedevano i professori era che gli esperti, che degli esperti, che
andassero lì a fare la conferenza, magari ci chiedevano di portare la mostra
fotografica, che era una cosa che colpiva, e basta, quello che tentavamo di
fare passare noi era un'altra idea, un altro modo di fare antimafia, cioè noi
chiedevamo che invece i professori fossero loro a fare un certo, ad impostare
in un certo modo la didattica, cioè non l'antimafia fatta una volta tanto, una
volta all'anno con una conferenza, perché questo non serviva a niente, noi
abbiamo constatato centinaia di volte che non serve a niente. Noi abbiamo
sempre tentato di fare capire ai professori che invece dovevano seguire altri
criteri, dovevano essere loro intanto durante la lezione, non in modo
episodico, specialmente, ovviamente, i professori di materie letterarie, dovevano
introdurre determinate idee e fare studiare determinate cose piuttosto che
altre, cioè... e creare appunto fare dei seminarietti quindi con un discorso
più compiuto, ...forse in qualche scuola alcuni professori hanno incominciato a
farlo questo, cioè c'è una realtà un po’ diversa rispetto a quella di 15 anni
fa, 10 anni fa, però è sempre tutto molto limitato ed esiguo rispetto alla
necessità.
D. Quindi lei non nota
grossi cambiamenti rispetto agli anni passati?
R. Dei cambiamenti sì,
perché, ripeto, la montagna dei cadaveri è ormai... troppo evidente e non solo
questo, ma insomma la gente ha cominciato a capire che... questa realtà lede la
nostra libertà, lede il nostro vivere civile e, quindi, per la manifestazione
c'è qualche persona in più, qualche persona in più diciamo, che un certo numero
c'è, però per lavorare giorno per giorno, a lavorare giorno per giorno siamo
sempre in pochi, l'altro giorno ci dicevano che a Brancaccio si sono
presentati, dopo la morte di Puglisi, un certo numero di gente che dice che
vuole fare il volontariato però, dicevano "E' un numero che ormai, per le
nostre esigenze è spropositato", perché ovviamente sono delle realtà molto
difficili, di bambini per esempio ce ne sono pochi che vanno lì al Centro.
L'esperienza del Centro San Saverio insegna che all'inizio dell'anno c'è sempre
un certo numero di persone che dicono che vogliono lavorare, poi, quando queste
persone cominciano a vedere quali sono i problemi, quali sono le difficoltà,
ecc. questi diventano sempre molto molto pochi.
D. Il Centro San Saverio
è un centro laico?
R. E' legato alla Chiesa di
San Saverio, che non è una parrocchia, non è la parrocchia dell'Albergheria, ed
è legato, insomma è nato per la volontà di di un prete, di Cosimo Scordato, che
prima aveva fatto... era a Casteldaccia, lui è di Bagheria, aveva fatto lì un
comitato contro la mafia, nei primi anni '80, però il gruppo che lavora con
Cosimo Scordato è un gruppo assolutamente aconfessionale, cioè ci sono
credenti, ci son credenti anomali e ci sono non credenti, che lavorano.
D. Il Centro Impastato ha
raggiunto qualche obiettivo che si era posto?
R. Beh sì di obiettivi, di
cose, ne abbiamo fatte, intanto abbiamo portato a compimento una serie di
ricerche che, appunto, ci eravamo proposti di fare, sì, soltanto che non
abbiamo trovato grossi editori, così come non abbiamo finanziamenti, perché
vogliamo essere... non abbiamo finanziamenti perché siamo assolutamente al di
fuori di logiche spartitorie, i finanziamenti che la regione siciliana dà ai
centri culturali invece sono dentro queste logiche, cioè logiche spartitorie
tra partiti, (...) così il fatto di non essere vicini a certi ambienti
dell'editoria ecc. ha fatto sì che le nostre ricerche, che eppure hanno avuto
recensioni importanti, perché sono le uniche ricerche sul campo, le uniche
ricerche empiriche che ci sono sulla mafia, non hanno raggiunto questo
pubblico, come tante altre... libri e libretti, pubblicazioni che per ora hanno
invaso il mercato, comunque sono cose, appunto, che volevamo fare, ricerche che
volevamo fare e le abbiamo fatte, la vicenda di Peppino Impastato, anche
quella, anche se non siamo riusciti a fare incriminare Badalamenti, però c'è la
sentenza che Peppino è stato ucciso dalla mafia per la sua lotta di 15 anni.
D. Quanti soci contava,
alla nascita, il Centro Impastato?
R. Il Centro è nato nel '77
ed eravamo un buon numero, però era un... non un centro... non eravamo andati
dal notaio allora, era un centro così, informale, poi l'abbiamo costituita come
associazione nell'80 e l'abbiamo dedicata a Peppino Impastato, quindi allora,
nel '77, eravamo un buon numero, una trentina c'era attorno al Centro e alla
cooperativa "Cento Fiori"; poi come soci fondatori del Centro siamo
stati mi pare 10 o 12, non ricordo bene, però a questi si sono aggregati subito
altri, devo dire che ora non siamo molti, perché non è un'associazione di massa
la nostra, noi chiediamo che chi si scrive al Centro dia un contributo anche
minimo, sia in denaro appunto, perché è autofinanziato, sia in lavoro, noi chiediamo
appunto che si faccia qualche cosa che ci si inserisca o nella ricerca oppure
nel lavoro... e quindi fino ad ora abbiamo avuto 2 tipi di soci: il socio
ordinario, che è quello che segue più il lavoro del Centro; e il socio
aderente, che invece è una figura che... riguarda specialmente i soci che non
stanno a Palermo e che quindi non possono fare il lavoro... proprio, non
possono essere più... così... vicini al Centro, sono soci che danno una quota e
ricevono le nostre pubblicazioni, ora abbiamo pensato di fare un'altro tipo di
socio, diciamo un'altra figura, un amico del centro che... sia, insomma una
figura di non proprio di socio, una persona che sia interessata a quello che
facciamo, e dia un piccolo contributo...
D. Si può ricostruire un
tipo sociale del vostro associato, come età, titolo di studio, professione,
sesso...
R. Beh, siamo di una certa
età per la maggior parte, fino ad ora siamo stati tutti non giovanissimi, e sì,
come titolo di studio... medio alto... una laurea...
D. Siete stati appoggiati
o ostacolati dalle autorità statali?
R. Ignorati (ride), dallo
Stato assolutamente nessuna... ripeto, finanziamenti non ne abbiamo avuto da
nessuno, abbiamo avuto soltanto dal Comune di Palermo un piccolo finanziamento
per la ricerca sull'omicidio a Palermo e provincia, oltre questo c'è stato
pochissimo, contributi minimi per la biblioteca quando c'è stato un periodo che
la biblioteca era aperta al pubblico, ma abbiamo visto che i contributi che ci davano
erano assolutamente irrisori, non avevamo assolutamente la possibilità di
pagare lo stipendio, neanche lontanamente, di pagare lo stipendio a qualcuno, e
quindi abbiamo dovuto chiuderlo al pubblico, ora riceviamo solamente per
appuntamento.
D. Avete ricevuto
sostegno da parte della Chiesa?
R. No, non c'è nessun... noi
abbiamo rapporto con credenti, ma che lavorano nel sociale, come questi del
Centro San Saverio, con alcuni sacerdoti ma solo perché hanno un determinato
modo di comportarsi, hanno determinati interessi, ... qualcuno di noi crede,
qualcuno no.
D. Mi riferivo al
sostegno da parte delle istituzioni ecclesiastiche
R. No no, le istituzioni non
hanno sostenuto mai il Centro.
D. E per quanto riguarda
la scuola?
R. La scuola... da qualche
anno, per moltissimi anni c'è stato quel tipo di comportamento, da qualche
anno, c'è qualche professore che tenta di fare cose diverse e appunto con
questi professori noi collaboriamo, insomma quando si vuole introdurre un modo
diverso di fare un discorso antimafia, noi siamo d'accordo, e c'è qualcuno che
ha incominciato a fare qualcosa di diverso e quindi collaboriamo, insomma con
chi ha la volontà di non rimanere soltanto in superficie noi collaboriamo.
D. Quindi notate un
cambiamento
R. Sì, un po’ sì.
D. Come è stato e come è
ora l'atteggiamento dei palermitani di fronte alle vostre iniziative?
R. Mah! E' molto
difficile... il problema è che spesso tutto rimane a livello di emozione,
emozione nell'antimafia, emozione nella politica, e per cui siamo... abbiamo avuto
manifestazioni grosse, il 23 maggio c'è stata quella grossissima
manifestazione... però, per quanto riguarda il lavoro effettivo, eravamo
pochissimi e siamo pochissimi, continuiamo ad essere pochissimi, il nostro
discorso è difficile, questo discorso di passare dall'emozione al lavoro di
ogni giorno, a fatti concreti, è un discorso difficile e che la gente non si
vuole... per cui c'è la delega al giudice, la delega ai poliziotti, la delega a
chi è così folle di volersi impegnare giorno per giorno, e allora il nostro
lavoro non è che sia un lavoro... che attiri molto, appunto, un discorso sul...
un tipo di ricerca... non superficiale come invece è spesso fatto nelle
pubblicazioni che ci sono e che vanno per la maggiore.
D. Come avete visto,
vissuto, l'esperienza dell'ACIO di Capo d’Orlando?
R. Una cosa importante,
perché riteniamo che sia un movimento importante e basato anche sugli
interessi, che è una cosa importante, come era quello dei contadini nel
dopoguerra, che lottavano contro la mafia, ed erano lotte di massa, per avere
la riforma agraria, e questo tentativo di aggregare sulla base d'interessi
concreti contro la mafia è una cosa molto importante, e poi è molto importante
che ci sia stata questa grossa risposta da parte dei commercianti, ovviamente
non si può non fare il paragone con quello che c'è a Palermo, per esempio, dove
invece Libero Grassi è stato lasciato solo, e dove i commercianti che pagano il
pizzo hanno negato di farlo, dove, appunto, la mafia è... ché a Capo D'Orlando
la mafia è molto giovane, e qui la mafia è radicata, c'è una sudditanza
assolutamente, alla mafia, assolutamente diffusa, e quindi.
D. Perché è fallito,
secondo lei, il primo coordinamento antimafia?
R. Per ragioni... per
logiche di partito, ha avuto una vita stentatissima... era un coordinamento di
associazioni però, purtroppo dietro le associazioni poi manovravano i partiti,
la democrazia cristiana dietro le Acli, il partito comunista dietro ad Arci,
alla Fgc ecc., e succedeva che dopo... era il periodo di Martellucci, del
sindaco Martellucci, e dopo che si facevano delle riunioni piuttosto... con
discussioni piuttosto agitate per fare dei documenti contro l'amministrazione,
cose precise, che erano successe, magari, ecc., si riusciva a fare passare,
all'interno dell'assemblea del Coordinamento documenti in cui si facevano anche
i nomi precisi degli amministratori, poi succedeva che magari c'era la
telefonata del dirigente delle Acli, che telefonava al dirigente del partito
comunista, per tentare di di bloccare la cosa, e la bloccavano, perché
ovviamente loro avevano maggiori poteri che non le associazioni, che erano al
di fuori di queste logiche, e queste cose sono successe diverse volte...
D. Quindi quanto è durato?
R. E' durato 2 anni, '84
fine '85 (...) si è disciolto, quando si è aperto il maxiprocesso, alcuni di
quelli che avevano avuto la responsabilità nel fallimento del primo
Coordinamento antimafia, hanno deciso di costituirsi come associazione,
chiamandola coordinamento antimafia, "Associazione Coordinamento Antimafia",
questa risale all'apertura del maxiprocesso, è stata fatta la notte prima
dell'apertura del maxiprocesso per chiedere la costituzione di parte civile
all'indomani.
D. Ed è stata accettata?
R. No, non c'era la
possibilità, però questo Coordinamento non è un coordinamento, è
un'associazione che ha sfruttato quel nome,
D. Attualmente quanti
soci conta il Centro Impastato?
R. Siamo, suppergiù, siamo
una quindicina di soci ordinari, poi ci sono credo altrettanti soci aderenti,
anche negli Stati Uniti li abbiamo, gli Schneider, per esempio sono soci del
Centro.
Palermo, 28 settembre 1993
D. il vostro è un gruppo
informale?
R. Sì, sì, noi siamo rimasti
un gruppo informale senza... non esiste né una costituzione legale né una sede,
siamo delle famiglie che fanno delle azioni simboliche, tutto qua.
D. Non avete intenzione
di costituirvi legalmente?
R. No.
D. Avete trovato ostacoli
per la costituzione del vostro gruppo?
R. No, no anzi, noi avevamo
questo simbolo molto forte, del lenzuolo, e abbiamo avuto anzi molto... una
rinomanza molto più grande di quello che noi siamo, perché nella realtà noi
siamo un piccolissimo gruppo.
D. Secondo lei a cosa è
dovuta questa rinomanza?
R. Che il simbolo era molto
forte, cioè che ha bucato il sistema mediale e quindi questa cosa ha
conquistato, diciamo, e il lenzuolo è diventato un simbolo, perché il
lenzuolo... è una cosa che segna la disponibilità alla lotta e alla resistenza
di ciascuna famiglia, quindi è una cosa che, in qualche modo, colpisce
profondamente la società civile, anzi siamo stati molto osannati, molto di più
di quello che noi siamo, ecco, cioè noi facciamo delle azioni simboliche, però
non è che facciamo delle cose... per esempio non interveniamo nei quartieri.
D. Quindi voi, oltre ad
esporre questo simbolo di protesta, cosa fate?
R. Facciamo delle azioni
simboliche, facciamo delle cose, per esempio abbiamo fatto questi
"Consigli Scomodi", che hanno avuto pure un grande successo, abbiamo
fatto degli spot televisivi, poi... diciamo facciamo un'azione di propaganda,
ecco, non di intervento specifico, e soprattutto puntiamo al fatto che siamo di
fronte alla resistenza ad un regime, quindi dobbiamo costruire la resistenza
della popolazione, che è una resistenza che si costruisce casa per casa e con
piccoli atti quotidiani, nel proprio posto di lavoro, nella propria vita di
quartiere, ecco non facciamo delle grandi azioni, facciamo delle azioni minute,
poi portiamo questi lenzuoli, esponiamo i lenzuoli alle finestre, che sono già
tutti atti molto dirompenti rispetto alla struttura e alla città di Palermo,
che è una città abituata ad essere chiusa in questo regime.
D. Cosa rispondete a chi
vi critica dicendo che il lenzuolo non basta?
R. "Sotto il lenzuolo
niente"
D. Ecco, che ci vogliono
atti più concreti...
R. Ma ci vogliono... è vero
che ci vogliono atti più concreti, cioè il lenzuolo non può essere il simbolo
della lotta antimafia, il lenzuolo è un segno, un segno del fatto che le
famiglie, a Palermo, diciamo la gente, i palermitani si ribellano a questo
dominio, ma non è che un segno, è chiaro che poi ci vogliono atti concreti,
cioè io sono d'accordo col fatto che... il lenzuolo non può diventare il
simbolo di una lotta facile, perché la lotta non è facile, è molto dura ed è
molto sanguinaria e cruenta, e quindi si deve rispondere alla guerra... si
risponde duramente.
D. Oltre ai lenzuoli,
avete altri strumenti per portare avanti la vostra lotta?
R. Abbiamo questi "Nove
consigli scomodi", e poi questi lenzuolini, ma, soprattutto, il nostro
strumento è la quotidianità cioè il fatto che ognuno di noi, nel quotidiano,
insegna a rispettare, rispettando... si comporta da cittadino.
D. In sintesi, il vostro
scopo è quello di diffondere una cultura antimafiosa
R. Sì.
D. Il comitato dei
lenzuoli può vantare già qualche successo?
R. Sì sì
D. Vi siete posto qualche
obiettivo che già avete raggiunto?
R. Gli obiettivi sono quelli
che hanno tutti, è chiaro che quando hanno preso Toto Riina è stata una bella
vittoria, però anche una bella sconfitta che hanno ammazzato padre Puglisi,
cioè è uno stato di guerra, non è che c'è una... per me sono vittorie ogni
volta che veniamo chiamati a far delle cose, cioè che la coscienza civile
aumenta, quelle sono le vittorie.
D. Quanti siete?
R. Saremo una ventina
D. All'inizio quanti
eravate?
R. 14, più o meno gli
stessi.
D. In cosa un comitato
differisce da un'associazione?
R. Perché non è
un'associazione legale, è un comitato, un gruppo di persone che si riuniscono a
casa, ogni volta gira a casa di qualcuno di noi e quindi è una struttura libera.
D. Ho letto che si è
costituito un nucleo del Comitato dei Lenzuoli a Fiumefreddo...
R. Sì, sì anche a Bologna
c'è un Comitato dei Lenzuoli, ma non è che è un partito il Comitato dei
Lenzuoli, quindi non è che esistono delle sezioni distaccate, esistono delle
persone che hanno preso questo nome perché è un nome simbolico.
D. Lei come mai ha deciso
di far parte di questo gruppo?
R. Perché eravamo un gruppo
di amici ed abbiamo deciso insieme di costruirlo.
D. In passato aveva già
partecipato a qualche altro movimento o associazione?
R. Sì, io vengo dalla
sinistra
D. Avete ricevuto appoggio
dalle autorità statali, scolastiche ed ecclesiastiche?
R. Come tutte queste
strutture, cioè da una parte ci sono degli appoggi, ci sono delle persone che
sono svelte a capire che queste strutture sono interessanti e importanti, e
delle altre persone no, perché ci vedono come movimentisti, come gente che sta
nelle strade per far casino, cioè questa spaccatura che c'è nello Stato è una
spaccatura che c'è a tutti i livelli, quindi ci sono persone che ci appoggiano,
giudici, magistrati, politici, e altri che non ci sopportano.
D. Le scuole già vi hanno
chiamato?
R. Sì, delle volte ci
chiamano a Palermo, appunto dei dibattiti... facciamo tanti dibattiti.
D. I palermitani come
reagiscono alle vostre iniziative?
R. ...Il 19 luglio c'è stata
la manifestazione per ricordare Borsellino, che è passata in mezzo ai
quartieri, dove si passava, nei quartieri popolari, la gente esponeva le
lenzuola.
D. Da quando siete nati,
è cambiato questo atteggiamento?
R. Moltissimo, ma non è
merito nostro, è merito del fatto che... cioè quando è stato ucciso Giovanni
Falcone c'è stato un cambiamento radicale, a Palermo, quello è stato, a mio
parere, nei confronti della loro presa sulla città, un errore gravissimo, la
morte di Giovanni Falcone, perché la società civile ha incominciato a capire, e
quindi queste strutture che sono nate, tra cui anche noi, sono nate anche in
seguito al fatto che... c'è stato uno scollamento radicale dalla mafia, e
quindi vengono bloccati, cioè è chiaro che noi, con il nostro gesto... è un
gesto che si porta via, fra l'altro, gesti analoghi, cioè non è che i lenzuoli
li mettiamo solo noi alle finestre, appunto noi siamo 20, invece se voi venite
in città tra il 19 e il 23 di ogni mese, le lenzuola sono moltissime.
D. E vanno aumentando?
S. Sì
D. Secondo lei,
l'esperienza dell'ACIO di Capo d'Orlando ha, in qualche modo, influito sulla
nascita di così tante associazioni dopo le stragi?
R. Certo, quella è una...
sono i padri fondatori, la loro forza e il loro coraggio, mettendo il fatto che
è una realtà ben diversa, cioè quella è una realtà... diciamo un paese in cui è
più controllabile quel tipo di mafia che c'è, qui la situazione è chiaro che è
molto più dura molto più difficile, però certo Tano Grasso e l'ACIO sono dei
maestri, secondo me, quello che hanno fatto loro è stato un esempio per tutti,
una lezione, un modo di fare per tutti quanti.
D. Quale deve essere il
contributo specifico degli intellettuali alla lotta contro la mafia?
R. Gli intellettuali
devono... agiscono, io penso che la mafia, che si basa chiaramente su una
potenza economica enorme, e quindi è soprattutto una potenza economica, tiene
in trappola dei posti anche sulla base del fatto che la cultura è molto simile,
cioè io credo che noi palermitani siamo fratelli sia di Riina che di Falcone, cioè
questa cultura è dentro di noi, questo brodo di culture, e il ruolo degli
intellettuali è rompere questo fronte, rompere questo fronte di connivenze, di
omertà e di cultura simile, cioè costruire i valori morali di un mondo diverso,
aiutare la gente a costruire questi valori morali, e poi, nel proprio
specifico, usarli rispetto ai propri strumenti mediali che si usano, sia la
televisione ecc., gli intellettuali hanno accesso ad una serie di strumenti che
possono aiutare la gente.
D. Fino ad ora, gli
intellettuali hanno svolto bene il loro compito?
R. In Sicilia? No, perché
gli intellettuali sono stati conniventi.
D. Ed ora nota un
cambiamento?
R. Sì, sì, molto forte,
adesso in parte, in una parte non sono più conniventi, una parte sì, questa
vicenda in corso sul teatro Biondo è un esempio, cioè pochissima gente si è
schierata con Vincenzo Consolo, che è un intellettuale maestro che ha detto che
dentro il teatro Biondo c'è la mafia, e pochissimi intellettuali si sono
schierati con lui.
D. C'è chi teme che il
movimento antimafia nato dopo le stragi sia troppo frutto dell'emotività e che
alla fine vada scemando, portando a pochi fatti concreti, lei cosa ne pensa?
R. C'è una parte, io non so
se lei ha intervistato questi gruppi che lavorano nei quartieri, cioè questi
che lavorano nei quartieri sono il fondamento del movimento antimafia, ed è
nata a Palermo una struttura che unisce 50 comitati di base, si chiama
"Palermo anno uno", questa struttura non solo sta avanzando ma sta
riuscendo... sta trovando una sede, si sta informatizzando, cioè c'è una... un
dilagare di strutture all'interno di quartieri, è chiaro che il problema è che
questo è il movimento, come tutte le strutture, per il movimento il rischio è
che non si leghi alla politica, e qua noi siamo sotto elezioni, bisogna vedere
quello che succede.
D. Si teme questa
strumentalizzazione?
R. Si teme la
strumentalizzazione da un lato e dall'altro lato il pericolo è anche che... che
si spacchino, che il fronte si spacchi, che non si riesca a creare una
struttura di apertura democratica, insomma non è facile.
D. Anche all'interno del
movimento antimafia, a volte si notano critiche tra le varie associazioni...
R. Va bene, ma quello è
ovvio, questa è la città dei veleni, non bisogna dimenticarlo, i veleni sono
dovunque.
Palermo, 12 ottobre 1993
D. Può parlarmi,
dell'importante contributo che dà il Centro San Saverio alla lotta contro la
mafia?
R. Su questo punto, noi
riteniamo di fare un lavoro che non è esauriente, è soltanto un piccolo
frammento all'interno di un movimento più vasto, per cui, a Palermo ci sono
gruppi che danno o un contributo più a livello di studio, che non è il nostro
caso, o anche di progettazione politica globale, e non è neppure il nostro
caso, noialtri siamo un pochettino specializzati, per così dire, nel tentativo
di riconquistare il territorio, a livello... riprendere, diciamo restituire il
territorio ai cittadini, o meglio spingere i cittadini a riacquistare essi
stessi una sovranità sul territorio che hanno perduto, perché ormai è in mano,
palesemente o velatamente, al potere mafioso...
D. Che attività ha
svolto, e svolge, il Centro in questo senso?
R. Mah! Guarda, attività
specifiche, noi non ne facciamo, contro la mafia, perché siamo convinti che
tutto quello che facciamo ha una valenza oggettivamente antimafiosa, e siamo
convinti anche che in questo quartiere sarebbe inutile, anzi controproducente,
etichettare come antimafiose determinate attività, cioè noi, di fatto, abbiamo
cercato, cerchiamo, quali sono i modelli di comportamento mafiosi, quali sono i
valori della pedagogia mafiosa e, nei fatti, cerchiamo di educare, noi stessi e
gli altri, a modelli di comportamento e a stili di vita che siano alternativi a
quelli mafiosi, ogni tanto ci sono stati degli episodi clou, ci sono dei
momenti particolarmente cruciali, non so, quando è morto Borsellino abbiamo
fatto il giro del quartiere con il megafono, chiedendo alle persone di prendere
posizione, o applaudire ed esporre un lenzuolo.
D. Come hanno reagito?
R. Insomma diciamo
fifty-fifty, noi non siamo stati né demoralizzati del tutto, né entusiasti,
soprattutto perché i ragazzi, gli adolescenti, sui 16, 17 anni si avvicinavano
"Ma a noi che ce ne frega se hanno ammazzato Borsellino e Falcone, a noi
non erano loro che ci danno il lavoro", quindi... mentre abbiamo avuto
anche delle sorprese in positivo da parte di persone... oppure non so, 3
settimane fa hanno scippato una persona prima della messa, allora alla fine
della messa abbiamo fatto il giro del quartiere collettivamente, sempre col
megafono, con gli striscioni scandendo "Chi fa lo scippatore perde tutto
il suo onore", per dire che noi come comunità, nel primo caso come Centro
Sociale, nel secondo caso come Comunità cristiana, perché le due cose non sono
identiche insomma, abbiamo detto che non ci stavamo, che non accettavamo... e
quindi abbiamo fatto questo giro del quartiere per indicare che noi non eravamo
d'accordo con lo stile degli scippatori. Ma questi sono episodi clou,
particolari, perché riteniamo che, se per caso dovessimo farcela la nostra dovrebbe
essere una battaglia a lunga distanza, nei periodi lunghi.
D. Quindi, tutta la
vostra attività si pone, alla fine, come attività antimafia...
R. Anche se non soltanto
come attività antimafia, ma ha una sua valenza antimafiosa.
D. Quali sono le attività
che, sinora, sono riuscite a coinvolgere meglio?
R. Io, appunto, ti posso
dire quelle che sono state più riuscite, che poi abbiamo avuto una ricaduta
antimafiosa insomma ... lo spazio donne, questo lavoro con le donne del
quartiere sui 30, 40 anni, le mamme di famiglia.
D. Quando hanno fatto un
seminario le donne dell'Associazione Donne Contro la
Mafia?
R. Sì, e poi anche qualche
successo, piccolissimo, microscopico, con i ragazzi del quartiere che hanno
pendenza penale con il Malaspina e che ci sono stati affidati.
D. Mi parla di alcuni,
più significativi, successi?
R. Appunto, forse la cosa
più significativa, finora, è stata riuscire ad avviare questa trattoria
"Il Vicoletto", che dà lavoro a 5 persone ormai da 4 anni, perché è
un piccolo esempio di che cosa possa significare trovare un lavoro pulito che
non venga dato come favore dalla mafia.
D. Questa trattoria si
trova proprio qua all'Albergheria?
R. E' proprio... uscendo
dalla Chiesa, sulla sinistra c'è un vicoletto e là c'è la trattoria.
D. Rispetto a quando è
nato il Centro, che miglioramenti avete notato in questo quartiere?
R. Mah! Le persone del
quartiere dicono che adesso ci sono molto meno drogati, per esempio, che sono
diminuiti un po’ gli scippi, soprattutto quelli da parte dei bambini, però non
sono statistiche scientifiche, sono così impressioni.
D. L'atteggiamento della
gente è cambiato, in qualche modo?
R. Bah! Noi ci proponevamo,
diciamo, due tappe, vincere la diffidenza iniziale, e poi, come seconda tappa,
coinvolgere loro in un atteggiamento di protagonismo attivo. Purtroppo,
possiamo dire di avere realizzato soltanto la prima parte, dopo 8 anni, cioè di
aver fatto cadere, in molti, la diffidenza, ma non siamo riusciti, onestamente,
a coinvolgerli attivamente, diciamo che ci siamo fermati a questa fase e
faticosamente stiamo cercando di coinvolgere, finora possiamo dire che, sì e
no, siamo riusciti a coinvolgere una decina di persone in tutto il quartiere
D. Comunque è già
importante
R. Sì, è importantissimo ma
rispetto a quello che vogliamo fare è soltanto l'inizio
D. Da quanto tempo
esistete?
R. Dal 1986...
D. Quali sono stati gli
ostacoli maggiori che avete incontrato per far nascere questo Centro?
R. Mah! Gli ostacoli
maggiori forse sono stati il reperimento dei locali, perché abbiamo dovuto
prima occupare abusivamente questi locali dell'Opera Pia, poi resistere ai
tentativi di sfratto, e poi finalmente arrivare ad un contratto regolare solo
perché è intervenuto il Prefetto e perché c'era anche un clima politico
favorevole a questa presenza nei quartieri.
D. Ed altri ostacoli?
R. No, perché per ora io non
sono sicuro che, come dire, la mafia abbia individuato con esattezza diciamo, i
pericoli che possono venire da questo tipo di lavoro nel sociale, quindi noi
abbiamo soltanto qualche momento di tensione quando ci scontriamo con
situazioni particolari, ma, globalmente, la gente del quartiere, anche nelle
sue, diciamo, forme, anche nelle sue espressioni meno pulite, viene più colpito
da quello che di positivo si fa per la gente che non dai potenziali pericoli di
cambiamento di mentalità nelle nuove generazioni, quindi non possiamo dire di
avere avuto problemi specifici insomma.
D. Dunque lei pensa che
venga sottovalutata, da parte della mafia, l'importanza di questi centri?
R. Sì, infatti io
attualmente mi sono fatto la convinzione, anche per i contatti che ho con
alcune persone di Brancaccio, che l'uccisione di Padre Puglisi, a differenza di
quello che si dice nei mass media, non sia tanto un omicidio simbolico, per
colpire una determinata area, perché se fosse stato, principalmente, questo si
sarebbero dovuti colpire, prima di Puglisi, tanti altri obiettivi molto più
significativi. Io credo che là c'è stato uno scontro preciso con alcuni
interessi, nel territorio, nel quartiere, e quindi questo sia stato il motivo
determinante nell'uccisione di Puglisi.
D. Si riferisce alla
storia dell'appalto dei lavori della Chiesa?
R. Quello dell'appalto non
regge neppure. A quanto pare, dalle denunzie che lui ed i suoi ragazzi...
comunque gli adulti che facevano parte del comitato intercondominiale, avevano
denunciato la presenza di alcuni abusivi che spacciavano droga e sigarette in
alcuni locali che potevano essere acquisiti per uso sociale.
D. Allora non è stato
ucciso solo in quanto simbolo
R. No, io credo che... è
chiaro che certo ci sono delle ragioni remote, cioè il contesto è cambiato, e
si approfitta dell'occasione per mandare un segnale anche in questa direzione,
ma, personalmente, mi pare strano dire che è tutto frutto di una...
D. Durante il vostro
lavoro, quali sono gli ostacoli principali che incontrate?
R. Mah! Possiamo dire che
l'ostacolo principale è dato dall'indifferenza della gente, dalla incapacità di
autoorganizzarsi, dal volere che altri facciano per loro, quindi il nostro
meccanismo, che vorrebbe essere che siano loro a lavorare con il nostro aiuto,
non scatta, non funziona.
D. Per aderire al Centro,
bisogna avere determinati requisiti?
R. No, è aperto a tutti i
cittadini, purché facciano questo breve corso di formazione, sono 4 incontri
che facciamo a distanza di una settimana ciascuno, in modo d'avere un mese di
tempo per conoscerci, per riflettere, e poi chi vuole si può iscrivere
D. Alla nascita quanti
aderenti contava il vostro centro?
R. Alla nascita ce ne erano
una quindicina
D. E adesso?
R. Adesso, in forme diverse,
siamo un'ottantina di persone.
D. Ci sono diverse
modalità di partecipazione?
R. Mah! Noi non diamo molta
importanza a questo aspetto burocratico, diciamo che, grosso modo, ci sono i
soci effettivi, che sono quelli che lavorano, gli operatori, poi abbiamo un
comitato popolare di autofinanziamento, che è fatto anche da gente che sta
fuori da Palermo, fuori dalla Sicilia o fuori dall'Italia, che manda una quota
per sostenere economicamente il lavoro ...
D. Siete cresciuti di
molto rispetto alla costituzione?
R. Eh, in 6 anni.
D. In quale anno avete
registrato le maggiori adesioni?
R. Non glielo so dire, qua
c'è un continuo via vai, insomma quello che le posso dire è che adesso, questo
flusso, per fortuna si è un po’ regolarizzato, nel senso che abbiamo meno
persone che si avvicinano, e meno persone che se ne vanno, mentre prima, anche
per via del fatto che noi non facevamo come selezione, come filtro, neppure
questi corsi di formazione, e allora andava a finire che la gente se ne andava
facilmente.
D. Potrebbe fornirmi
informazioni relative alla età, sesso, titolo di studio... prevalenti nella
vostra associazione?
R. Stiamo riuscendo a
coinvolgere persone di ogni ceto sociale e di ogni età, dai bambini agli
anziani, comunque, chiaramente il gruppo dirigente è fatto, così, da persone
che apparteniamo alla media borghesia intellettuale.
D. Quindi laureati
R. Sì, il gruppo dirigente è
questo, professori, medici, preti, purtroppo, perché vorremmo invece...
D. Per quanto riguarda il
sesso? Non c'è, ad esempio, una netta prevalenza di donne?
R. No, no.
D. Com’è stato e com'è il
vostro rapporto con le istituzioni scolastiche, ecclesiastiche, e statali?
R. Mah, a livello di
istituzioni centrali c'è indifferenza o, addirittura in qualche caso, forme
di... diciamo di ostilità.
D. Perché ostilità?
R. Mah ostilità perché,
insomma, soprattutto da parte dei responsabili amministrativi, si guarda con
sospetto a queste forme di emancipazione popolare e democratica, queste forme
di riscatto popolare che, prima o poi si traducono in un venir meno del voto
clientelare. Se invece parliamo delle istituzioni... non so il Provveditorato,
le altre scuole, i gruppi cattolici, le parrocchie, siamo riusciti a fare delle
cose molto belle, cioè lavoriamo in sinergia nel quartiere, abbiamo anche un
osservatorio contro la dispersione scolastica, in cui ci ritroviamo un po’
rappresentanti sia delle istituzioni, che del volontariato, e cerchiamo di
lavorare in maniera convergente.
D. Ed il Comune vi ha mai
aiutato?
R. Mah, c'è stata qualche
fase, molti anni fa, di collaborazione con la prima giunta Orlando, poi, già
con la seconda giunta Orlando, visto che noi non accettavamo forme di
collateralismo, siamo stati... diciamo già posati dalla seconda giunta Orlando.
D. E con le istituzioni
ecclesiastiche?
R. Pappalardo ci ignora
totalmente, salvo a citarci quando arrivano giornalisti da fuori e deve dire
che a Palermo ci sono dei preti impegnati nei quartieri.
D. Lei perché ha deciso
di impegnarsi in questo Centro?
R. Certamente una dose di
incoscienza diciamo patologica (ride), comunque c'è in me sia una motivazione
etica, cioè l'idea che avendo avuto dalla vita una certa possibilità
d'istruzione e una certa possibilità anche di serenità economica, non mi sembra
giusto non tentare di condividere queste risorse con chi non ha né istruzione,
né possibilità economiche, e poi c'è anche, in alcuni di noi, per esempio in
me, anche una motivazione religiosa perché essendo cristiani, riteniamo che la
fede nel Dio amore deve diventare, in qualche modo, testimonianza visibile, ...
qua sperimento più concretamente l'iterazione con la gente del quartiere, cioè
noi siamo convinti, e stiamo sperimentando che qui non si viene soltanto per
dare ma anche per ricevere e che questa esperienza forse sta facendo più bene a
noi che al quartiere.
D. Secondo lei, quale può
e deve essere il contributo specifico dei centri sociali alla lotta contro la
mafia?
R. Mah, un po’ quello che
dico nel libretto "Liberarsi dal dominio mafioso", quindi creare
delle forme di aggregazione democratica, lavorare per una cultura alternativa a
quella mafiosa, sul piano pedagogico, provare ad attivare forme di
autofinanziamento pulito, insomma dare alla gente la sensazione fisica che si
può vivere in una maniera non autoritaria ma democratica, non maschilista ma
paritaria, cioè realizzare delle forme di convivenza e di aggregazione che sono
esattamente il contrario di quella che è stata la cultura mafiosa.
D. La
Chiesa, invece, che contributo può dare?
R. Mah, dovrebbe liberarsi
dagli atteggiamenti mafiosi dal suo interno, democratizzare le sue forme di
organizzazione interna e farsi finalmente attenta a quello che avviene fuori
dalle mura del tempio.
Palermo, 18 Novembre 1993
D. Come e quando è nato,
Palermo Anno Uno?
R. Questo cartello di
associazioni, sono circa 57 associazioni, di volontariato... nasce nel 1992,
dopo la strage di Capaci, quindi il 23 giugno 1992 c'è la prima catena umana a
Palermo, una serie di associazioni di volontariato, in maniera, diciamo, così,
molto spontanea, comincia a lavorare, a fare collegamento tra le associazioni,
e si fa la prima catena umana, insieme con Associazione per la pace, il
Comitato dei Lenzuoli, e altre associazioni, diciamo anche più storicamente
collocate, tipo l'ARCI ecc., anche associazioni più piccole. Si comincia questa
strada comune che sfocia in una... presa di coscienza generale che non si
poteva più continuare a lavorare in maniera separata, ogni associazione nel
proprio ambito, ma che con... il sacrificio di Falcone e poi, dopo, il 19
luglio, di Borsellino ecc., si dovesse lavorare assieme, perché il primo
obiettivo, da parte dei cittadini palermitani, attraverso le associazioni di
volontariato era quello di riappropriarsi del territorio, quindi il primo
slogan, il primo punto programmatico è: cosa noi dovessimo fare a Palermo per
riappropriarci del territorio, rispetto al controllo mafioso di Palermo...
allora che cosa succede? Succede che, nella sostanza, il numero delle
associazioni che aderisce al cartello aumenta, e si arrivano ad azioni che non
sono più solo in memoria di Falcone e Borsellino ecc., della scorta, ma cominciano
a diventare momento di riflessione in città, cioè come i cittadini, possono
diventare essi stessi... sentirsi Stato, Falcone aveva fatto il discorso che
uno dei problemi, culturalmente, che caratterizzava l'approccio mafioso della
gente, era quello di sentirsi famiglia, clan, il fatto che si coltivasse più
l’attenzione a questo tipo di organizzazione che non allo Stato in quanto tale.
Allora comincia ad esserci una coscienza che uscendo dalla famiglia, dal clan,
dal gruppo di potere, dal gruppo partitico-politico di consenso, (dove,
naturalmente, ognuno di noi aveva la sua mappa di amici, protezioni, amici,
uffici ecc.) i cittadini potevano sentirsi far parte dello Stato e cominciare
quella che noi chiamiamo "La
Rivoluzione della Legalità", della richiesta di legalità.
Si arriva al 21 Novembre del '92 con la prima azione simbolica emblematica
delle associazioni, che è quella di fare un'azione estremamente pratica, che
riguardava la circonvallazione di Palermo. Il 21 Novembre, i cittadini delle
associazioni, insieme con i ragazzi delle scuole, con i rappresentanti di
quartiere, e cose di questo genere, dicono che noi, società civile, dato che
questa amministrazione non riesce a risolvere fisicamente il problema di finire
la costruzione della circonvallazione, noi cittadini apriamo un cantiere di
lavoro, simbolico, per il ripristino della circonvallazione. Allora, rispetto
ad una situazione che sembrava assolutamente ferma, perduta, non si sapeva più
di chi era la competenza ecc., si fa questa cosa. Simbolicamente si levano le
erbacce, si mettono (il pietrischetto)... tutte azioni simboliche, si erano
fatte interviste che si contestava lo Stato (e noi ci sentivamo Stato) dopo
circa una settimana, 10 giorni, i lavori riprendono, naturalmente con nostra
grandissima soddisfazione (...). Arriva il '93 ... e ogni mese si fanno momenti
di riflessione, si fa l'appoggio ai magistrati... e si arriva al 23 maggio del
1993, quest'anno, e naturalmente, per noi è un anno importante perché è il
primo anno e noi lo chiamiamo, “Palermo Anno Uno”, ecco la sigla da dove viene,
questo momento è importante perché noi cominciamo a parlare in termini
estremamente concreti del territorio, cioè coinvolgiamo tutte le scuole,
coinvolgiamo le parrocchie, coinvolgiamo i singoli cittadini, tutti i luoghi di
aggregazione, ecc. ecc., e si arriva al 23 maggio, alla manifestazione dei
100.000, manifestazione che, naturalmente, segna, un poco, dal punto di vista
squisitamente organizzativo diciamo, il porsi come struttura vera e propria, il
cartello, perché all'indomani del 23 maggio le associazioni si dicono, proprio,
aderenti al cartello che si chiama, ormai, Palermo Anno Uno.
A questo punto si comincia a
dire, soprattutto ai media (perché i media sono stati sempre poco sensibili,
pensavano che noi facessimo solo la manifestazione), allora diciamo "Le
manifestazioni che facciamo, sì, sono di ricordo, ma servono per fare in modo
di svegliare le altre persone", sopratutto dei quartieri più degradati,
del centro storico ed i quartieri limitrofi, Romagnolo, Arenella, Brancaccio, e
cose di questo genere, il CEP, lo ZEN ecc., ecc., per fare in modo che anche
queste persone dove lì il controllo mafioso è molto più spinto, molto più
evidente, si facesse in modo che anche queste persone, nelle scuole, nelle
parrocchie, nelle singole associazioni, anche singoli individui, si
svegliassero e lavorassero assieme, quindi prima di tutto, il primo segno più
importante è il collegamento, collegare le varie realtà. Perché? Ma perché la
mafia ci aveva portato ad “ognuno nella propria casa”, che non si parlava
nemmeno con il vicino, perché si aveva tra la paura e il timore, di parlare con
il vicino, il muro di gomma, perché chi sa quello chi può essere ecc. ecc., e
quindi ci si comincia a parlare, lo stesso fatto del mettere i lenzuoli ai
balconi, è una dichiarazione di fronte agli altri, ovviamente, di presa di
posizione in città.
Si arriva al 19 luglio e,
per Borsellino, si sceglie di manifestare al Borgo Vecchio, nel centro storico,
il grande risultato fu che tutte le persone, il popolino, i commercianti, i
singoli individui ecc., chi abbassava la saracinesca, o chi metteva il
lenzuolo al balcone, al passaggio ecc., e quindi noi vediamo che non è solo la
borghesia sensibile che è attenta a queste cose, ma anche la gente dei
quartieri, ... e quindi questo fu uno stimolo ulteriore, perché ci fece un po’
capire che non eravamo solo noi delle associazioni, ma anche la gente, del
popolo, dei quartieri, ecc., era molto sensibile a questo. Dopo il 19 luglio,
dicemmo che non era più il caso di continuare a fare manifestazioni per i
morti, ma che al contrario gli anniversari potevano servirci per stimolo, come
appuntamenti precisi per comunicare quale erano le riappropriazioni che noi
facevamo del territorio. E’ questo ora il senso del lavoro che stiamo facendo a
Palermo Anno Uno, qual è il senso? Il senso di darci dei progetti concreti,
emblematici, per Palermo, in modo tale che attraverso questi progetti si
ottengono 3 cose: 1) le associazioni lavorano assieme; 2) si coinvolgono i
gruppi, le singole persone dei singoli quartieri; 3) ti dà il segno che a
Palermo si può cambiare e i volontari, le associazioni, la gente comune, può
riuscire a sbloccare certe situazioni, ed abbiamo diversi esempi su questo. Il
primo progetto è l'apertura del plesso scolastico allo Zen 2... dove c'è la
costruzione di una scuola elementare, di una scuola media e di una scuola
materna, è un progetto della Regione per circa 10 miliardi, che la
Regione cerca di portare a compimento, ma ci sono tutta una
serie di grandissime difficoltà, soprattutto di carattere burocratico, e allora
cerchiamo di organizzare una conferenza di servizi tra tutte le persone
interessate, dal Prefetto, il Provveditore, il Commissario straordinario, il
rappresentante della Regione, il Presidente della Regione, il Comitato di
quartiere ecc. Allora noi facciamo due lavori: primo, cerchiamo di collegare le
singole associazioni dello Zen che lavorano ognuno per i fatti loro, in modo
tale da fare una pressione estremamente più forte, associazioni di quartiere,
laboratorio Zen Insieme, gli Scout, un circolo di sport, la stessa scuola, la
parrocchia ecc., e cerchiamo, in diverse riunioni di farli colloquiare insieme,
cosa non facile, tra parentesi. Cominciamo a fare, all'interno dello Zen,
manifestazioni e pressioni presso la
Regione, che, pressata, attiva e velocizza il suo iter
burocratico ecc... intanto, insieme con le associazioni, si attivano le mamme,
o i genitori in generale, che ovviamente vogliono che questa scuola sia aperta
per portarci i loro bambini, nei vari 3 gradi di scolarità, in modo tale che:
1) i bambini non vadano al secondo turno; 2) che è la cosa per loro più
importante, che li possano mandare a scuola, e loro possono andare a lavorare,
e non essere legati, soprattutto le mamme, con i bambini a casa, e questa cosa,
naturalmente, diventa estremamente importante. Viene Luciano Violante, si fanno
delle riunioni, ecc., si arriva finalmente, malgrado con un mese di ritardo,
alla consegna del plesso scolastico da parte della Regione, che era
costruttrice, al Comune, (...) e finalmente si arriva, quasi un mese fa,
all'apertura della scuola. Allora Palermo Anno Uno è riuscito, insieme agli
altri a far riaprire una scuola allo Zen; (...) una volta aperta la scuola lo
scopo è finito ma è rimasta tutta una serie di valori, valori di solidarietà,
valori di lavoro assieme, persone che magari erano assolutamente, nel passato,
non molto solidali tra di loro ecc., e anche l'aver coinvolto le mamme, la
gente del quartiere, a richiedere i loro diritti, quindi questa
coscientizzazione... è questo è un primo passo. Parallelamente a questo, noi
abbiamo attivato altri progetti, che sono: la costruzione di un centro sociale
alla Magione, c'è un gruppo di lavoro che sta contattando il parroco, va a
vedere se ci sono locali per fare questo centro sociale alla Magione, insieme
con le associazioni di quartiere, associazione Mandamento Tribunali, che già
hanno lavorato nel quartiere, per la rinascita del centro storico; poi abbiamo
avuto il gruppo di lavoro di appoggio ai magistrati, Caselli... e compagni, i
quali hanno detto che, nella sostanza si trovavano... a disagio, hanno chiesto
il nostro aiuto... in modo tale che si aumentasse il numero dei GIP a Palermo,
dato che le pratiche erano tantissime e non ce la facevano, e ché, naturalmente
tutti vogliamo che i processi siano fatti in tempi brevi e che, soprattutto, i
giudici abbiano gli strumenti fisici, lavorativi, per poter... perché è inutile
dire che facciamo antimafia se poi i giudici non c'hanno gli strumenti ecc., e
quindi questo è un altro discorso. Poi c’è un gruppo di lavoro che ha fatto una
festa bellissima a Villa Trabia, cioè si è costituito un comitato di cittadini
che lavora per fare in modo che una villa che abbiamo al centro di Palermo,
molto grande, molto bella ecc., venga realmente messa in condizioni di poter
funzionare dignitosamente, per accogliere le famiglie, i bambini... allora a
questo punto non abbiamo fatto solo la protesta, ma abbiamo detto "Noi
riattiviamo la villa", allora, c'è una fontana che non funziona, ci
abbiamo messo l'acqua, le papere ecc., ed ora c'è questa vasca che funziona, i
bambini hanno fatto i banchettini dove hanno messo insieme i loro giocattoli,
hanno fatto scambio di giocattoli, un gruppo di anziani dell'Albergheria, del
centro San Saverio, è venuto lì, ha fatto un piccolo concerto di canzoni
antiche, ha cantato... c'è stato un concertino degli Armonici, di un gruppo
musicale, poi ci sono state tutta una serie di cose che sono durate tutta la
mattinata... per dire che nell'assenza dell'amministrazione i cittadini avevano
la capacità di organizzare e far funzionare una villa come è doveroso fare,
infatti, in un recente articolo su Avvenimenti, Riccardo Orioles dice che,
avendo saputo queste cose, "Palermo si avvia a diventare una delle città
più autogestite d'Italia", proprio perché i cittadini, ormai, vedendo che
non c'è amministrazione pratica, amministrazione che consiste nel fare
funzionare la qualsiasi, gli autobus, l'immondizia, l'acqua, il vivere, l'organizzare
il traffico, le cose più normali... e allora ci stiamo autogestendo quasi
tutto... (...)
Intanto, e questo è il
discorso importante, al di là dei progetti, ci vediamo ogni 15 giorni, proprio
al Centro Sociale San Saverio, e cerchiamo di organizzare l'ufficio. Cosa
significa l'ufficio? Fornire alle associazioni una serie di servizi: elenco
delle associazioni, i referenti dove possono andare, a chi possono rivolgersi,
a seconda delle attività che devono fare, quello che si chiama una specie di
collegamento, che non è solo collegamento in quanto tale, ma una serie fisica
di servizi, per esempio, un gruppo di genitori all'Arenella occupa la scuola
materna che era in predicato di chiudere, allora noi li appoggiamo e finalmente
la scuola non si chiude più, ecco, allora, un riferimento all'Arenella, è
estremamente importante perché l'Arenella è una zona dove c'è un controllo
della mafia molto preciso; (...) ci avviamo a diventare un cartello di
associazioni che diventa difensore civico della città e controllo
dell'amministrazione in quanto tale. Il nostro obiettivo molto preciso che
significa non solo controllo del territorio ma controllo dell'amministrazione
che controlla il territorio. Quindi questa è un poco la sintesi molto veloce
delle cose che abbiamo fatto. Naturalmente questa è una storia, ma non si
possono raccontare né i sentimenti né le emozioni, ovviamente, francamente come
ti faccio a raccontare quando abbiamo fatto... ecco, quando c'è stata la morte
di padre Puglisi, l'adesione e l'aiuto al centro sociale Padre Nostro, la
partecipazione alle manifestazioni, come si fa a raccontare... la
manifestazione alla quale, insieme con i ragazzi delle scuole, ecc., noi,
dicevamo “No alla mafia, No al controllo mafioso... Buttiamoli in galera” ecc.,
vedevi a Brancaccio, mica altre parti, dove, insomma, c'è un radicamento
piuttosto fermo, tutta la gente che, tipo un palazzo, pieno di lenzuoli, cioè
la gente aveva voglia...
D. A Brancaccio?
R. A Brancaccio, capisci?
Queste cose... si devono assolutamente vivere!
D. Quanti centri sociali
sono nati a Palermo?
R. Quelli funzionanti, 4, 5
... il cartello è formato invece da circa quasi 60 associazioni, ci sono
associazioni che lavorano per l'ambiente, per il verde in generale, per i
diritti, per il centro storico, e cose di questo genere ... ...
D. Che ostacoli avete
incontrato per la costituzione di questo cartello?
R. L'ostacolo prioritario è
che questo cartello, siccome non voleva schierarsi con partiti politici, avere
cappelli politici, inizialmente si è autogestito nella maniera più totale
possibile, per il 23 maggio siamo andati avanti con le fotocopie, nessuno ci ha
dato mai niente, una lira, capisci, una lira! Nemmeno un manifesto, niente.
D. Ma non li avete
richiesti voi?
R. No, no, non solo non li
abbiamo richiesti, non ce li hanno dati proprio, capisci, ma non solo a livello
di Comune, istituzionale, dove noi non chiedevamo assolutamente niente, ma
nemmeno, capisci, i partiti, qualsiasi partito, buono, piccolo o grande che sia
ecc., e siamo andati avanti perché il cartello delle associazioni non si
schierava con i partiti, si schierava con la gente, con le persone, con le
esigenze, e quindi se doveva dire una cosa non c'erano gli amici partiti o i
nemici partiti, era abbastanza trasversale, poi le difficoltà che abbiamo avuto
è che quando il cartello è diventato "appetibile", perché appunto,
facevamo... ecco, dopo i 100.000 del 23 maggio, ovviamente, al contrario, tutte
le forze partitiche partecipavano, volevano partecipare, perché volevano
strumentalizzare il cartello, fortunatamente, siccome abbiamo preso questa
linea dei progetti concreti, sui progetti concreti c'è poco da discutere...
teorie, ideologie, o cose di questo genere, se tu devi aprire la scuola dello
Zen, devi aprire la scuola dello Zen, tutti i compagni di strada sono ben
accetti, ma è questo l'obiettivo, cioè su questo, naturalmente, i partiti non
si sono trovati a loro agio, anzi non ci potevano quagliare niente e quindi non
si sono più presentati, questo è stato un grosso pericolo, (...) ma poi il
pericolo, il pericolo più subdolo e continuo è questa città, questa città che
stanca, questa città che... su cui ogni giorno c'è una cosa diversa, uno
dovrebbe andare dietro ad ogni cosa, realmente, e non ce la facciamo, non ce la
possiamo fare, sicuramente, perché ogni momento c'è una cosa su cui dovremmo
fare manifestazioni, dovremmo fare presenze, proteste, pressioni, o cose di
questo genere, ecco perché abbiamo scelto delle cose significative.
D. Durante le vostre
attività, sono sempre questi gli ostacoli che incontrate?
R. Sì, essenzialmente
questi. Al contrario, invece, c'è stata un'educazione comune, l'ascoltare
l'altro... tra le associazioni, cioè nelle riunioni man mano si... creava un
clima più familiare delle solite riunioni, fumose, confusionarie, anche molto
spesso stancanti perché prima c'era molta conflittualità... ti ripeto, sulle
cose concrete c'è più da agire e poco da sbizzarrirsi, e quindi questo è stato,
un poco, lo stile... quindi abbiamo e stiamo continuando in questo modo,
abbiamo raccolto i soldi ed abbiamo comprato un computer, abbiamo fatto
l'ufficio...
D. Come è organizzato,
strutturato, Palermo Anno Uno?
R. E' organizzato con una
segreteria che è una segreteria tecnica, che lavora proprio all'organizzazione
delle riunioni, ai contatti ecc., dopo ci sono una serie di capi referenti,
settore scuola, settore parrocchie, settore associazioni società civile...
D. Anche i singoli
possono aderire a Palermo Anno Uno?
R. Certo, certo, possono
aderire, perchè noi dobbiamo in una... fisica cartina di Palermo, andiamo a
colmare dove ci sono carenze, cerchiamo di trovare dei punti di appoggio, ecco
il discorso del controllo del territorio, e quindi questa è un poco la nostra
ottica.
D. Anche voi vi siete
divisi per famiglie!
R. No, ma infatti noi
scherzosamente diciamo, tanto per prenderci in giro, perché è giusto che ogni
tanto... che in realtà noi stiamo rifacendo il discorso di controllo mafioso,
dove al posto dei capi decina ci sono le associazioni, e i referenti... però
tutte le decisioni, di carattere, chiamiamolo, squisitamente... politico, nel
senso di prese di posizione ufficiale, si fanno in maniera assembleare, non
esiste un direttivo.
D. Sono i capi referenti
ad organizzare le varie attività?
R. I capi referenti,
naturalmente si lavora sempre in maniera assembleare, perché nella riunione si
porta la discussione, il progetto, o la manifestazione, o la cosa che si deve
fare, e poi l'organizzazione, è proprio un'organizzazione... operativa,
cerchiamo di essere quanto più capillari possibile.
D. Quindi le decisioni
vengono prese in assemblea
R. E le cose operative,
pratiche, si fanno in segreteria, l'abbiamo fatto perché non si poteva ogni
volta... discutere, anche le minime cose.
D. Quante associazioni,
gruppi, riunivate all'inizio?
R. Una trentina, ora siamo
57, quasi 60...
D. A Palermo Anno Uno
hanno aderito anche associazioni che non nascono come associazioni antimafia...
R. Certo, certo,
l'Associazione Palermitana per la Pace,
io faccio parte dell'Associazione Palermitana per la pace, faceva altre robe
prima... la guerra del golfo, l'educazione contro la violenza, e cose di questo
genere... però vedi, la cosa importante è che tutte queste associazioni, io ti
faccio l'esempio dell'Associazione per la
Pace, fare pace a Palermo significa lavorare per i diritti e
contro la violenza, e quindi contro la mafia... il discorso dell'ambiente, il
discorso della distruzione del territorio, del cemento... la scuola, ecco, il
comune denominatore, poi, è la lotta contro la mafia.
D. Il vostro è un
coordinamento di fatto o lo avete già costituito formalmente?
R. No, no, e né intendiamo
formalizzare, perché è assolutamente inutile, Palermo Anno Uno non è
un'associazione, è proprio un servizio a tutte le associazioni.
D. In cosa Palermo Anno
Uno differisce dal primo Coordinamento Antimafia, che si è tentato di
costituire a metà degli anni Ottanta?
R. Io non lo so, non vorrei
fare dei paragoni, sai, perché la storia è diversa, perché? Ma perché non si
può paragonare una struttura nata dopo le stragi Falcone e Borsellino ad una
cosa precedente, diceva qualcuno "Noi cresciamo con i funerali",
forse è così, forse è così, però lo spirito che ha animato le persone dopo
queste cose non si può assolutamente paragonare con... quello di prima.
Capo d'Orlando, 5 Dicembre
1993
D. Può parlarmi dei
primissimi tentativi di costituire l'ACIO?
R. Ci fu un primo tentativo
che fallì, secondo me, perché si era svolto in una data ravvicinata alla
scadenza delle elezioni amministrative del 1990, e, quindi, qualcuno
dell'establishment politico e delle categorie professionali di Capo d'Orlando,
temeva che un associazione sarebbe stata una variabile incontrollabile, e si
adoperò per fare abortire il tentativo, il primo tentativo fallisce... ... solo
questo fu il tentativo, che si fece nel '90, dopo l'attentato alla pasticceria
Pullella e i colpi di pistola contro Marotta, poi quell'iniziativa riparte nel
mese di ottobre del '90, quando dopo avviene questo fatidico incontro fra me e
Ciccio Signorino, allora la prima riunione...
D. Quindi la prima
scintilla si è avuta con questo incontro?
R. Questo incontro fra me e
Ciccio Signorino davanti il mio negozio, poi la sera la riunione... padre
Totino, tutti gli altri, e poi via via...
D. Oltre che per opporsi
al racket, si era già pensato di costituire un'associazione di commercianti per
altri motivi?
R. Sì, già io avevo preso,
nell'estate, un'iniziativa soprattutto legata ai commercianti del settore
abbigliamento, avevamo fatto alcune riunioni, un gruppo di commercianti, del
settore dell'abbigliamento e calzature.
D. Nell'estate del 1990?
R. Sì, non era legata al
racket, era legata ad una esigenza di un'organizzazione di categoria in
generale, però, quando poi si parte a ottobre, novembre del '90, si parte con
la connotazione chiara, ed esplicita dell'obiettivo del racket, anche se nello
statuto non è stato messo, perché nello statuto è stata messa una formulazione
più generale a difesa degli interessi degli operatori economici, ma l'impronta
iniziale è stata questa. Io ricordo, quando abbiamo fatto la prima riunione di
presentazione "Questa è una associazione antiracket, che nasce con queste
finalità, poi ci sono altre finalità, ma la finalità primaria è questa".
Perché doveva essere questa la finalità primaria? Perché intanto vi erano
state, o si stavano verificando i fatti nei confronti di Sarino Damiano, di
Signorino, di Scaffidi, di Faranda, e quindi l'associazione doveva nascere,
doveva essere lo strumento di tutela, di copertura, di sicurezza, per queste
persone.
D. Quando è stato steso
lo statuto nella forma attuale?
R. Nella prima riunione,
prima di andare dal notaio, quello è uno statuto banale, uno statuto tipo,
banalissimo, senza grandi pretese, del resto nessuno pensava... anche nel nome
ACIO, Associazione dei Commercianti Orlandini, nessuno avrebbe potuto mai
immaginare, cosa sarebbe diventato l'ACIO, e il ruolo nazionale che questa
associazione avrebbe avuto, per cui lo statuto è uno statuto tipo.
D. Se non si fosse
presentato questo grave problema dell'estorsione probabilmente l'ACIO non
sarebbe nata...
R. No, si sarebbe fatta
l'associazione di categoria, probabilmente, si sarebbe occupata, dei problemi
del commercio, dei problemi della qualità del commercio, della promozione del
commercio...
D. Perché, vista
l'esistenza di altre associazioni come la
Confcommercio, la
Confesercenti, c'è stata la necessità di costituire l'ACIO?
R. Per due motivi. Il primo
motivo, immediato, che a noi era chiaro, ed era il fatto che le altre
associazioni di categoria, in particolare una, solo la
Confcommercio esisteva a Capo d'Orlando, erano associazioni morte,
dal punto di vista della organizzazione delle categorie professionali, erano
associazioni morte, cioè che non esercitavano alcuna attività di tutela, e di
sostegno dei commercianti, e, quindi, intanto, questo fatto, e quindi questa
scelta implica, chiaramente, una sfiducia nei confronti di queste associazioni.
Il secondo motivo, ma questo con il senno del poi, e che io indico sempre negli
altri comuni dove vado, è che per affrontare un problema di questo tipo, quale
il problema del racket, il modello ideale, è quello di un'associazione sul
modello di Capo d'Orlando, cioè non le associazioni burocratizzate, o
burocratiche, come può essere la
Confcommercio, o le altre associazioni di categoria, quindi
con le loro gerarchie, con i loro filtri di mediazione, ma l'associazione
diretta di base, da parte degli imprenditori, proprio un'associazione di base
degli imprenditori, perché questo? Perché quando si tratta, non bisogna mai
dimenticarlo questo, quando si tratta di opporsi al racket, il commerciante che
decide di fare questa scelta, mette in gioco la propria sicurezza, anche la
propria vita, e quindi deve avere uno strumento che sia lui stesso a gestirlo,
in prima persona, e di cui lui stesso si debba fidare, di cui lui stesso
avverta che può fidarsi, quindi sono comitati, come dire, autogestiti, ecco
questo deve essere, gestiti direttamente dagli imprenditori, anche perché,
continuando sempre sul problema, quando si affronta un problema come il racket,
su cui c'è tutto questo discorso, non è possibile delegare, delegare ad altri
perché, ripeto, tu giochi la tua pelle e, giustamente, te la vuoi vedere tu...
non puoi delegare ad altri, questo è un punto cruciale per capire il
significato delle associazioni antiracket, cioè che non sono associazioni
antimafia come le altre, hanno questa caratteristica, siccome affrontano un
problema, questo problema, può essere contrastato solo se il commerciante
rischia, se il commerciante denunzia, se il commerciante collabora con le forze
dell'ordine, per tutti questi motivi, deve vedere coinvolti direttamente i
commercianti.
D. Quali sono stati gli
ostacoli principali che avete incontrato per la costituzione dell'ACIO?
R. Quelli, gli stessi che
avevano impedito la nascita dell'associazione in una prima fase.
D. Quelli politici?
R. Quelli politici, un
atteggiamento di grande ostilità, da parte di quasi tutte le componenti
politiche, di Capo d'Orlando, dell'establishment, usiamo questo termine,
dell'establishment politico di Capo d'Orlando, i quali temevano, ed avevano
ragione a temerlo, con il senno del poi, che questa esperienza potesse
diventare una variabile incontrollabile per i loro giochi e per il sistema di
potere di Capo d'Orlando, infatti l'ACIO ha fatto saltare quel sistema di
potere.
D. Anche le forze di
opposizione si opponevano a questa associazione?
R. Ma c'era un atteggiamento
di... da parte delle forze di opposizione c'era magari, un atteggiamento di
diffidenza, di freddezza, perché, chiaramente l'ACIO rimetteva tutto in
discussione, come lo ha rimesso tutto in discussione.
D. Come si riuscirono,
poi, a superare questi ostacoli?
R. Il passaggio cruciale fu
il 29 Agosto del 1991, cioè quando si ha la percezione diretta del rischio che
si correva: uccidono Libero Grassi, viene data la scorta a me, in quel momento
la percezione, sia della classe politica, ma soprattutto a livello
dell'opinione pubblica, diventa, la percezione del pericolo diventa forte, e
allora scatta un meccanismo di solidarietà attorno a noi, non scatta
automaticamente, io ricordo, racconto nel libro, questo incontro che vado a
fare con il Sindaco a casa, quando lo vado a cercare, cioè ad un certo punto si
capisce che non si poteva più continuare noi a fare le cose ed il sindaco ad
averlo nemico, bisognava rompere questa situazione e la data di svolta fu il 29
Agosto, dopo quell'omicidio, di svolta anche rispetto all'opinione pubblica, la
quale opinione pubblica guardava a questa esperienza nostra come ad una
esperienza corporativa, anch'essa con diffidenza, c'era una diffidenza
generale, cioè nel senso è un'associazione di commercianti che si difendono il
loro interesse, cioè la dimensione generale, della battaglia non fu compresa
subito, la dimensione generale qual era, che tu nel momento in cui lottavi gli
estorsori non salvaguardavi solo gli interessi tuoi di commerciante, ma
salvaguardavi gli interessi generali di una comunità, liberavi la comunità di
Capo d'Orlando dalla violenza mafiosa, questo è il punto.
D. E questo venne
percepito chiaramente?
R. Venne percepito dopo il
29 Agosto, fu chiara la percezione.
D. Io percepivo un po’ di
ostilità nei confronti dell'ACIO, da parte dell'opinione pubblica, in quanto la
si accusava di offuscare il buon nome della cittadina, e quindi di danneggiare
il turismo...
R. Sì certo, c'erano tutte
queste... io questa cosa non la scrivo nel libro, ma la scrive Totò Costantino,
con Totò Costantino abbiamo scritto la prima parte del libro, l'abbiamo scritta
insieme, ed io racconto allora, perché l'ho scritta a caldo, prima del 29
Agosto l'avevamo scritta, sai c'era questo clima di diffidenza "Eh,
distruggerete l'immagine di Capo d'Orlando, il buon nome...", e invece
abbiamo salvato una comunità.
D. Per quanto riguarda
gli ostacoli politici relativi alla costituzione, come mai nel febbraio del '90
non si riuscirono a superare e nell'ottobre invece si?
R. Forse le elezioni
amministrative erano passate...
D. Forse anche perché era
aumentato il numero degli attentati
R. Poi il pericolo
aumentava...
D. Quali ostacoli
incontra l'ACIO durante la sua attività?
R. Ormai bisogna distinguere
due cose, bisogna distinguere un pezzo che appartiene alla storia, quello del
processo che si è concluso a giugno, in Cassazione, e perciò ormai appartiene
alla storia, il problema di oggi dell'ACIO è che, esaurita una fase processuale,
liberato, sostanzialmente un territorio, cosa deve essere l'ACIO? E questo è il
problema, è chiaro che, tu capisci, il pericolo qual è? I pericoli sono due, da
un lato la cristallizzazione in un museo, quindi l'ACIO diventa qualcosa da
mettere in un museo, da ammirare e da osservare, dall'altro lato l'ACIO diventa
un associazione di categoria. No, deve trovare una soluzione di equilibrio,
allora non si cristallizza e né diventa una volgare associazione di categoria
se riesce a promuovere, ed è quello che si sta facendo andando in giro per
l'Italia a fare nascere altre associazioni, a mantenere vivo questo interesse,
e ad essere lo strumento di una maturazione di tutta la comunità, questo
patrimonio e questa esperienza deve appartenere a tutti, deve fare crescere,
elevare, le coscienze civili dei cittadini di Capo d'Orlando.
D. Oltre l'importante
condanna degli estorsori, quali altri risultati ha già ottenuto l'ACIO?
R. E ti pare poco? Il
problema della sicurezza, il problema della sicurezza, quando tu ce l'hai, la
sicurezza non riesci ad apprezzarla, cioè la sicurezza è uno dei beni, come
molti dei beni immateriali, che quando tu ce l'hai non la riesci ad apprezzare,
come la libertà, siamo uomini liberi di esprimere il nostro pensiero, non la
riusciamo ad apprezzare, ma se ci ricordassimo che durante il fascismo chi
esprimeva il proprio pensiero andava in galera, allora tu l'apprezzi, voglio
dire aver ridato sicurezza a questa comunità non è stata una cosa secondaria,
cioè Capo d'Orlando poteva diventare come Barcellona, nell'arco di TAC! Di un
tempo minimo, come Messina, come Messina dove tutto è avvenuto, a Messina,
nell'arco di 10 anni, aver dato sicurezza a questa comunità è stata una cosa
importante.
D. Quindi, all'inizio
eravate 7, poi quando si è costituita l'associazione eravate 27...
R. Poi arriviamo, al primo
colpo, siamo arrivati a 100 e poi a 150
D. Quando ci sono state
le maggiori iscrizioni?
R. Mah, il salto decisivo
avviene dopo il 29 Agosto, che si arriva a 150, però già prima, fino a quel momento
eravamo arrivati a un centinaio.
D. Si sono mantenute
queste adesioni?
R. No, alcune, adesso sono
venute meno.
D. Com’è stato il vostro
rapporto con la Chiesa e
con la Scuola?
R. La scuola, nella fase
storica dell'ACIO ha dato un contributo decisivo, cioè nel senso che gli
studenti, più della scuola, gli studenti, hanno contribuito in maniera
determinante a rompere quel clima di diffidenza che nell'opinione pubblica
circondava l'ACIO, gli studenti furono un elemento decisivo, io non potrò mai
dimenticare quella famosa manifestazione che fu fatta... che si concluse
davanti all'ACIO, durante il processo, ...fu una cosa di grande forza.
D. E per quanto riguarda la
Chiesa?
R. Mah, il rapporto qui è
stato oscillante, nel senso che ci fu questa grande delusione che abbiamo
avuto, quando venne trasferito padre Totino, e venne trasferito nel momento
cruciale, nel momento in cui iniziava il processo, il processo di Patti, poi,
per fortuna, con monsignor Casella abbiamo recuperato un solido rapporto, però
un poco di... di delusione fu provata in noi... e anche la
Chiesa oggi continua a essere, come dire, un punto di
riferimento solido, per la nostra esperienza, dal punto di vista morale, dal
punto di vista... anche pratico.
D. Qual è l'origine della
mafia dei Nebrodi? E’ un mafia che proviene dai pascoli?
R. Sì, su questo non c'è
dubbio, cioè nasce in una contingenza economica che chiude alcune valvole
economiche, legate sempre ai grandi contributi, alle condizioni di maggiore
difficoltà e di maggiore controllo sull'elargizione di denaro pubblico, nasce
come una mafia dei pascoli, all'inizio, però riesce ad evolversi in tempi
rapidissimi. Allora che succede, ad un certo punto, però, questa mafia
tortoriciana si evolve con una rapidità impressionante verso una vera e propria
mafia moderna, il salto di qualità avviene in due direzioni, da un lato il
rapporto con Barcellona, e dall'altro lato il rapporto con Palermo.
D. Pensavo che avesse più
che altro legami con Catania
R. Tramite Barcellona c'è
Catania ma dall'altro lato anche con Palermo, ...e oggi possiamo dire, con
certezza, che la mafia di Tortorici era inserita dentro Cosa Nostra, sono
processualmente accertati dei rapporti con palermitani, nel nostro processo, io
accenno a qualche cosa da questo punto di vista, e credo che uscirà ancora più
materiale da questo punto di vista.
D. A quando può farsi
risalire la nascita...
R. Questo salto di qualità
avviene negli ultimi 10 anni.
D. E la nascita a quando
può farsi risalire?
R. ... nel dopoguerra, ma il
salto di qualità avviene negli ultimi 10 anni con le estorsioni alle grosse
imprese edilizie, con l'attività estorsiva nei confronti di queste grosse
imprese, ecco lì avviene il salto.
D. Quindi questa mafia
iniziò con l'abigeato...
R. Sì.
D. Quante associazioni
antiracket sono nate in Sicilia?
R. Mi pare che sono una
ventina.
D. E' stato costituito un
Coordinamento regionale?
R. Sì, da molto tempo, dal
'92, dal giugno del '92.
D. E' formalmente
organizzato, strutturato?
R. No, ci si incontra... si
fa il punto...
D. Dunque il
Coordinamento consiste in questi incontri mensili, non c'è una struttura?
R. No, guai, non la abbiamo
voluta fare la struttura per evitare di diventare come la
Confcommercio, come la
Confesercenti, cioè una struttura burocratica, siccome
parliamo di un problema rispetto al quale, se c'è burocrazia il problema non
esiste più, non lo puoi più affrontare, allora bisogna fare questa scelta.
D. Il coordinamento
consiste in questo, che vi riunite...
R. Sì, prendiamo posizioni
comuni...
D. che ostacoli incontra
il movimento antiracket in Sicilia?
R. Che non c'è nella Sicilia
occidentale, cioè nelle province dove il fenomeno estorsivo ha più antiche
radici ed è più storico, dov’è più radicato, dove è più da tanto tempo che si
paga, dove più il pizzo è un fatto normale, e sono le province di Palermo, di
Trapani e di Agrigento, lì c'è grande difficoltà, le associazioni nascono nella
Sicilia orientale.
D. Nella Sicilia
occidentale non ce n'è nessuna?
R. No, c'è questa esperienza
di Palermo, di SOS Impresa Palermo, mah.. basta.
D. Può darmi qualche
informazione su SOS impresa?
R. Io sono il presidente
nazionale per ora.
D. Quindi SOS impresa non
esiste solo a Palermo
R. No c'è un rete nazionale
però è una cosa... ha il limite di essere un'associazione promossa da una
associazione di categoria, che è la
Confesercenti, serve per promuovere, per accordo, per
consulenza...
D. Si può definire
un'associazione antiracket?
R. Di promozione, sì, di
coordinamento antiracket..., ma le vere associazioni antiracket sono quelle
tipo l'ACIO.
D. SOS impresa promuove
iniziative come il numero verde...
R. Sì, queste cose qua.
D. Quante denuncie
antiracket si contano a Palermo?
R. Poche.., niente.., a
Palermo ci sono commercianti che vengono denunciati, che sono in giudizio per
non aver collaborato con le forze dell'ordine.
Catania, 21 Dicembre 1993
D. Quando è nata Città
Insieme?
R. Questo movimento è nato
nell'87, ed è nato... l'input preciso della nascita del movimento è venuto una
sera in cui un gruppo di persone qui della parrocchia, perché c'è una
parrocchia vicino, poi su questo le darò delle precise... notizie, per
distinguere bene il ruolo della parrocchia dal ruolo del movimento, che sono
due cose diverse, abbiamo invitato Nando Dalla Chiesa, anzi, proprio da
Palermo, mi ricordo che noi avevamo dei contatti con Città per l'Uomo di
Palermo, per presentarci il suo libro "La
Palude e la Città",
è venuto Nando Dalla Chiesa, abbiamo fatto un bellissimo dibattito, c'erano
circa 150, 200 persone, lei conosce benissimo la sua definizione di città
civile che è a metà fra la società criminale e la società politica, è
quell’enorme cumulo di vizi e di virtù che bisogna stimolare, tutta quella
definizione che lui sociologicamente, evidentemente dà, fatto questo discorso
poi siamo andati a cena con Nando Dalla Chiesa, e poi ci siamo ritrovati
proprio qui sulla piazzetta, per essere proprio, dal punto di vista storico
precisi, e abbiamo detto "Che facciamo per questa città?", era una
città in... che era a quei tempi in mano ai comitati d'affare in maniera
totale, una città in cui c'era stato l'omicidio di Pippo Fava e non si sapeva
nulla, una città la quale era ridotta in una maniera gravissima, come anche
adesso del resto, dalle amministrazioni che c'erano state e si erano susseguite
almeno dall'80 in
poi, i quartieri periferici degradati, tutto quello che, evidentemente si può
evincere dall'analisi di una città come Catania, che poi è molto simile, per
altri versi, anche alle città del Sud, abbiamo detto "Vediamoci ogni
mercoledì, qualche cosa nascerà", e allora da quel momento in poi ci siamo
cominciati a vedere mercoledì per mercoledì e il nostro obiettivo era
semplicissimo, guardare la città, guardare i bisogni della città,
sensibilizzare i cittadini ad aprire gli occhi sui bisogni della città, vedere
perché questi bisogni non erano esauditi, vedere perché questi servizi, questa
vivibilità non c'era, e andare a cercare le colpe di questa situazione, le
colpe di questa situazione, evidentemente, risalgono a chi? Agli
amministratori, specialmente agli amministratori di quel periodo, i quali tutto
avevano in testa se non che di fare l'interesse della città, e facevano i loro
affari, e questo noi lo sappiamo in una maniera assolutamente evidente ...
Guardare la città, guardare i bisogni della città e quindi andare a cercare la
causa di queste disfunzioni, la causa di queste disfunzioni, evidentemente era
l'amministrazione, e quindi creare un rapporto dialettico con
l'amministrazione, che a quei tempi era un rapporto certamente conflittuale,
perché noi cercavamo di vedere quali leggi c'erano a monte e per quali motivi queste
leggi non venivano applicate per venire incontro alle varie situazioni negative
che c'erano in città. Ed è cominciato così questo lavoro che come gamma
comprende da un lato la sensibilizzazione dei cittadini ad interessarsi della
loro città, a partecipare, quindi il concetto di partecipazione, non come
clientelismo, come assistenzialismo, come interesse diretto, interesse diretto
ai problemi e alla possibilità di risolvere questi problemi, e quindi il
confronto con gli amministratori, il confronto con gli amministratori che si
svolgeva, ed ha continuato a svolgersi in un doppio modo, intanto partecipando
in una maniera diretta, c'è stato un periodo in cui partecipavamo in massa,
adesso partecipiamo con dei rappresentanti, al consiglio comunale, per vedere
di mettere, veramente, le mani all'interno della macchina amministrativa,
quindi partecipazione al consiglio comunale, studio di delibere, studio dei
bilanci della città ecc.
D. Come il COCIPA a
Palermo
R. Sì, qualcosa del genere,
anzi qui stava nascendo qualcosa di quel genere lì che poi non è nata per le
situazioni amministrative che si sono create dopo, e poi anche il confronto,
che continua ancora adesso, e questo in maniera abbastanza puntuale e precisa,
tra amministrazione e cittadini, cioè chiamare l'amministratore, l'assessore o
il sindaco o il funzionario o chiunque sia, a rendere conto davanti ai
cittadini della sua amministrazione, in assemblee con una tematica precisa, la
quale affronta, volta per volta, questo tipo di discorso, questo è stato un po’
il punto di partenza che, evidentemente, poi si è allargato in una rosa di
iniziative varie, che tendevano, in ogni caso, a sensibilizzare sempre di più
la città e a farla partecipare, una delle cose che ricordo, ... il corso di
formazione politica per i giovani ... e poi tante altre iniziative sulla
stampa, sull'informazione a Catania, noi abbiamo anche un giornale (Città
Insieme), e quindi siamo andati avanti in questo tipo di situazione, questa è
l'esperienza, volevo dirle che l'esperienza è nata in questo terreno, di questa
parrocchia, che è una parrocchia un poco anomala, perché era una parrocchia che
già da parecchio tempo si interessava di problemi sociali, specialmente su 2
settori: il settore della mafia, e il settore anche della pace e degli
armamenti, lei ricorderà che intorno agli anni 1987-89 c'era tutto il problema
dei missili di Comiso ecc., quindi l'ambiente della parrocchia era un ambiente
assolutamente sensibilizzato a queste situazioni qui, e quindi la nascita di
questa nuova sensibilità, di interessarsi direttamente per la città, ha trovato
un terreno molto favorevole su cui poi, evidentemente si è sviluppata, però il
movimento Città Insieme non si identifica con la comunità parrocchiale, è un
movimento che vuole essere laico, pesca, evidentemente, anche qui... perché il
parroco, io non sono il parroco, ci concede l'uso di questi ambienti, ma non si
identifica assolutamente con la comunità parrocchiale, anzi può capitare che la
comunità, in quanto tale, pigli una posizione, rispetto a determinati
argomenti, e Città Insieme, con un suo direttivo e con una sua linea politica,
ne pigli tranquillamente un'altra, quindi non si identifica
D. Quindi è
un'associazione aconfessionale
R. Quindi è aconfessionale e
laico, questo discorso qui bisogna assolutamente... anche se ci sono io in
mezzo, come tanti altri, noi non siamo dei cattolici che facciamo politica,
siamo dei cittadini, in cui ci sono dei cattolici, dei marxisti, dei
liberali... siamo aggregati qui perché siamo nati qui, evidentemente ognuno
porta all'interno della sua esperienza questo retroterra suo, culturale, queste
motivazioni, ognuno va a cercare le motivazioni secondo il retroterra che è
maturato nella propria esperienza umana o nella propria esperienza politica,
però, concretamente, non c'è assolutamente uno stampo, noi non abbiamo nessun
rapporto con la gerarchia ecclesiastica, con... anzi le dirò, così con molta
franchezza, che per certe nostre prese di posizione che riguardano in maniera
particolare i rapporti fra la Chiesa
e la mafia, o meglio ancora, il fatto che la
Chiesa in generale abbia goduto di protezioni dal punto di
vista economico, dal potere politico in Sicilia, che è rappresentato in massima
parte dalla Democrazia Cristiana, c'ha portato su posizioni molto critiche dal
punto di vista del giudizio che noi diamo sugli interventi che la
Chiesa ha fatto nel passato, ora un po’ di meno, ma non troppo
di meno, e tutto... come dire, questo establishment, questo discorso
politico-mafioso, e quindi io personalmente, e anche il movimento, abbiamo
avuto dei contrasti perché non abbiamo approvato né il silenzio né la
morbidezza con la quale la gerarchia ecclesiastica ha spesso affrontato il
problema della mafia, che a nostro parere la prima cosa che la
Chiesa dovrebbe fare sarebbe quella di rifiutare, anche per la
prossima visita del Papa, che ci sarà, qualunque tipo di contributo, perché, in
questo momento i canali attraverso cui passa il denaro, anche ancora, sono
ancora denari sporchi, e sono canali sporchi non sono canali puliti, quindi
questo le fa capire, in maniera molto immediata, questa... come dire...
distinzione netta e precisa tra la parrocchia in quanto tale e il movimento di
società civile in quanto tale, volevo dirle che una delle cose più
interessanti, dal punto di vista della strutturazione, che è nata molto bene
all'inizio, poi ha avuto un momento di pausa a metà, ed è rinata invece ancora
adesso, è la strutturazione in commissioni di studio per particolari problemi,
per esempio, adesso è inutile parlare del passato, parliamo del presente,
abbiamo una commissione quartieri, per esempio, la quale si interessa delle
problematiche dei vari quartieri specialmente di quei quartieri a rischio,
abbandonati, non so... humus di delinquenza minorile ecc., e noi andiamo nei
vari quartieri non tanto a portare una colonizzazione politica quanto a far
suscitare, a suscitare nell'ambiente del quartiere delle persone che piglino la
responsabilità della loro partecipazione, per esempio abbiamo fatto
ultimissimamente un incontro nel quartiere Trappeto Nord che è uno dei
quartieri di Catania più degradati, ce ne sarà un altro a San Giovanni Galermo
se non mi sbaglio, stasera per esempio, c'è anche un'altra commissione che sta
affrontando in maniera particolare il problema dei minori a Catania, con un
progetto minori, che noi abbiamo elaborato l'anno scorso in vista delle
elezioni comunali, è la seconda riunione che fanno insieme a tutti i
rappresentanti degli enti responsabili di ciò che potrebbe essere un progetto
minori, e stasera alle sette si riuniscono ancora una volta per mettere a punto
determinate strategie operative per portare avanti e stimolare, evidentemente, la
USL il Prefetto, il Sindaco, l'amministrazione, il
Provveditorato...
D. Quali sono i
principali mezzi, strumenti che usate per perseguire i vostri obiettivi?
R. I mezzi sono: la stampa
quando la stampa ci ospita, non sempre; i mass media quando i mass media ci
ospitano, con le televisioni abbiamo un rapporto più, come dire... liscio che
con la stampa, perché la stampa è "La
Sicilia", l'unico giornale che c'è, perciò a secondo
delle posizioni politiche che trova, però abbiamo avuto qualche contrasto però
tutto sommato si convive; poi abbiamo le assemblee del mercoledì; abbiamo il
giornale che stampiamo e quando capita facciamo anche delle manifestazioni e
dei volantinaggi, in particolari momenti, o per portare a conoscenza
dell'opinione pubblica delle cose, per esempio, l'ultimo che c'è stato qualche
giorno fa, è stato un volantinaggio di appoggio ai magistrati del pool
catanese, che finalmente che si sono svegliati, che si sono mossi, e quindi
sembra che si muove, e allora questi magistrati, poveretti, è inutile lasciarli
assolutamente soli cerchiamo... oppure qualche manifestazione nel momento in
cui avviene qualche fatto eclatante che bisogna sottolineare o che bisogna
spingere, per esempio, i fatti che sono capitati qui di fronte, abusivismo
edilizio, in cui dobbiamo dire purtroppo che abbiamo perso la causa, perché
abbiamo fatto questo tipo di pressione ma il giudice ha dato ragione agli
abusivi derubricando il reato di abusivismo dal punto di vista penale e
passandolo sul piano amministrativo, quindi, praticamente, gli hanno fatto
pagare la multa ma stanno costruendo abusivamente dove il piano regolatore
diceva che doveva esserci una piazza ... e questi sono i mezzi con cui
evidentemente ci mettiamo in contatto, ripeto, volantinaggi, manifestazioni,
televisioni private, radio private, giornale e assemblee, le assemblee sono
generalmente ogni mercoledì, ne salta qualcuna qualche volta, e in cui si
affrontano o temi che riguardano la città o c'è questo confronto con gli
amministratori, per esempio un altro dei temi che abbiamo affrontato 2
mercoledì fa insieme a due giudici Caponcello e Lima, ed a un avvocato, abbiamo
affrontato il problema del colpo di spugna del Parlamento, perché evidentemente
la sensibilizzazione politica nei riguardi dei cittadini non la facciamo
solamente su argomenti che riguardano la problematica cittadina ma anche su
argomenti di indole generale che, evidentemente poi sono afferenti ai problemi
che noi trattiamo qua nella città stessa.
D. Mi racconta qualche
attività particolare che avete portato avanti... ad esempio, ho letto della
vostra battaglia contro l'occupazione abusiva del luogo pubblico che sta qui di
fronte, da parte della concessionaria d'auto di Nitto Santapaola.
R. Quella è diventata, come
dire... mitica
D. E' finita bene per voi?
R. Sì, è finita bene nel
senso che la Pam Car
che probabilmente apparteneva al clan Santapaola, è andata via per le nostre
proteste, è finita bene nel senso che poi l'amministrazione comunale ha
appaltato alla ditta Mirenna il verde pubblico spendendo 1 miliardo e 200
milioni, è finita male nel senso che ancora i lavori non sono finiti, ci hanno
fatto una colata di cemento quindi noi abbiamo protestato a lungo contro questo
discorso, abbiamo fatto delle assemblee qui con i progettisti, abbiamo fatto
cambiare il progetto, ora sembra che con l'amministrazione Bianco appena
finiscono le vacanze di Natale dovrebbero ricominciare i lavori per metterlo a
posto, insomma questa è una battaglia che non finisce mai, ecco questa è stata
una delle cose più... 5 anni che ci siamo sopra non siamo riusciti ancora a
sbloccare, evidentemente non siamo anche riusciti perché le amministrazioni del
passato erano più sorde di quella che c'è ora, ora una certa collaborazione,
una collaborazione che non è esente da critiche evidentemente, perché noi
abbiamo anche con questa stessa amministrazione che, a dire il vero, abbiamo
appoggiato, non è che è una collaborazione acritica, una collaborazione fatta
ad occhi chiusi, è una collaborazione che nel momento in cui c'è qualche cosa
che non ci sta bene noi siamo assolutamente pronti a dire "No, questa
situazione non va, dobbiamo assolutamente cambiare registro", nei limiti
in cui riusciamo, evidentemente, a farci sentire e a farci... però ci sentono,
tutto sommato hanno anche un certo quale interesse a non farsene dire quattro,
quindi questo ci aiuta da questo punto di vista.
D. Quali attività sono
riuscite a coinvolgere meglio?
R. Mah, cosa possiamo
dire... le assemblee coinvolgono molto, le assemblee.
D. Le assemblee sono
aperte solo ai soci?
R. Le assemblee no, la
struttura è questa, noi abbiamo dei soci, e questi soci eleggono una volta
l'anno, che dura un anno in carica, il direttivo, formato da 15 elementi, però
le assemblee dei soci si fa una volta l'anno per questo motivo, poi tutte le
attività, comprese quelle del direttivo, sono aperte, cioè non esistono
attività chiuse, tutte le attività, l'unica attività chiusa è l'assemblea
annuale dei soci che sono quelli che pagano, evidentemente, una quota annuale,
mi pare che sia 50.000 lire, e che si riuniscono per eleggere il direttivo,
chiunque può partecipare, basta che si tesseri, ma tutte le altre attività
tutte, sono attività aperte, sia il direttivo, che lo facciamo ogni domenica
alle 19, sia le assemblee, che sono assolutamente aperte a qualunque...
chiunque venga può entrare.
D. Quindi è aperta a
tutti i cittadini
R. Sì, tutti i cittadini
possono assolutamente... anzi noi ne facciamo propaganda, cioè sul giornale,
sul quotidiano, ogni mercoledì c'è il città flash in cui spunta il titolo,
l'argomento dell'assemblea, il dibattito, i personaggi presenti ecc., quindi,
quando si può, poi facciamo anche un resoconto sullo stesso giornale, o sul
nostro giornale, di quello che è avvenuto, quindi sono assolutamente aperte.
D. Che ostacoli avete
incontrato per costituire questa associazione e nello svolgere la vostra
attività?
R. Mah, l'ostacolo, gli
ostacoli sono 2, fondamentalmente, il primo ostacolo è la, come dire,
l'insensibilità politica dei catanesi, che, se lei viene da Palermo, è una
città dal punto di vista politico molto più addormentata.
D. Catania?
R. Eh sì, esistono i soliti
gruppetti, i soliti gruppuscoli che fanno parte della sinistra, della vecchia
sinistra, che non è che riesca ad aggregare moltissima gente, tanto per dirle,
qui l'unica occasione in cui siamo riusciti ad aggregare dalle mille alle
duemila persone fu quando è morto Falcone, mentre a Palermo si è mossa la città.
D. Non più di mille,
duemila persone?
R. Sì, non più di mille,
duemila, cerchiamo di essere chiari e precisi, nella maniera più assoluta, cioè
il catanese, a mio parere, è ancora molto individualista, molto sfiduciato, e
d'altra parte è spiegabile questo discorso qui perché, evidentemente, 50 anni 0
40 anni 0 30 anni o quanto vogliamo, di malgoverno hanno creato quella
acquiescenza, dal punto di vista della coscienza politica, ed anche hanno creato
quel farsi strada per i propri interessi attraverso i propri canali, io insomma
le mie cose personali me li risolvo da me, perché, evidentemente poi il
politico era interessato da questo punto di vista, quindi creare, stimolare la
partecipazione dei cittadini, questa è una cosa molto... ... il secondo
ostacolo è questo, l'impatto con i partiti, perché i partiti, volta per volta,
hanno tentato di fagocitare il movimento.
D. Strumentalizzarlo
R. Strumentalizzarlo,
fagocitarlo, farlo rientrare all'interno dei loro schemi, per cui, volta per
volta, noi siamo stati, come dire... identificati, prima con il PDS, poi coi
Verdi, poi con Bianco ecc., mentre invece noi, a parte il fatto che all'interno
del movimento lasciamo la pienissima libertà di decidere e di avere scelte
politiche completamente diverse, anche se, dobbiamo dire, onestamente, che ci
collochiamo in un'area progressista, per dire, un'area di sinistra, questo è
ovvio, perché altrimenti questo discorso qui non avrebbe assolutamente... non
esistono movimenti di società civile di centro o di destra, se esistono sono
falsi movimenti di società civile che hanno un'etichetta che sono comitati
elettorali... però, una volta fatto un pezzo di cammino, noi ci siamo poi
rivoltati contro questo discorso qui, perché non ci interessava né il partito
né l'ideologia né altro, ci interessava, invece, fare funzionare, in maniera
molto semplice e diretta e concreta, determinate strutture, questo ci
interessa, quindi, dai partiti abbiamo avuto ostacoli terribili, ... da parte,
diciamo così, dell'opposizione, una ostilità totale, da parte dell'opposizione
a noi, quindi da parte dei partiti di governo, da parte invece degli altri
partiti questo tentativo, volta per volta, di farci diventare collaterali,
evidentemente non era difficile accorgersene e quindi i fatti poi dimostrano, a
posteriori, che il nostro discorso non è assolutamente un discorso partitico,
anche se è possibile, volta per volta, fare un pezzo di cammino per una
iniziativa particolare, ecco questo è il discorso.
D. Qual è la realtà
sociale di questo quartiere?
R. Questo è un tipo di
quartiere molto composito, perché abbiamo per un buon 50% una classe media, e
poi abbiamo delle sacche in cui c'è una situazione di, a livello sociale, più
bassa, però il movimento non è nato per il quartiere, il movimento è nato per
la città, tanto è vero che noi ce ne andiamo nei quartieri periferici, non so
se mi spiego, quindi non è tanto il discorso dei problemi solo del quartiere,
infatti anche "Città Insieme", ecco la stessa parola lo dice, è un
discorso che riguarda l'amministrazione globale della città, quindi al di là
dei bisogni del quartiere che, tutto sommato, troppi non ne ha, evidentemente,
messi in raffronto e in rapporto con i bisogni assolutamente terribili di altri
quartieri, tanto è vero che noi abbiamo più rapporti con i consigli di
quartiere e con le realtà dei quartieri degradati, tipo villaggio Dusmet dove
abbiamo lavorato, tipo Trappeto Nord, San Giovanni Galermo, dove stiamo
incominciando a lavorare, che con questo quartiere qui, anzi le dirò, molto
spesso la gente che viene a Città Insieme non è del quartiere, come la gente
che viene in chiesa qui non è del quartiere, perché questo quartiere è il
tipico quartiere addormentato catanese, in cui la gente si fa gli affarucci
suoi e non vuole assolutamente... anzi noi siamo una spina nel fianco, da
questo punto di vista, non per nulla molto spesso, i muri della Chiesa sono
imbrattati da scritte neofasciste ... non per nulla, questo è sintomatico da
questo punto di vista.
D. Come è meglio definire
Città Insieme: una comunità, un'associazione, un centro sociale?
R. No, no, nemmeno, non è
una comunità perché non è una comunità ecclesiale, come un’associazione, un
movimento di società civile, io dico movimento perché c'è un nucleo di persone,
che non siamo molti eh! I soci saranno una cinquantina, quelli che ci muoviamo
siamo una ventina, venticinque, però questo nucleo qui riesce a fare da volano,
aggregando, volta per volta, tante altre persone, su iniziative concrete, l'iniziativa
può essere una manifestazione, può essere un volantinaggio, può essere
un'assemblea, può essere un'azione di forza fatta per impedire che avvenga un
sopruso, come quella volta della Pam Car ecc. ecc., quindi è un nucleo di
persone che individua dei problemi, e evidentemente più occhi ci sono più
problemi si individuano, che poi aggrega, volta per volta, su questi problemi,
tutti quei cittadini che vogliono, quindi noi abbiamo un mucchio di
simpatizzanti, che magari li vediamo una volta e poi per mesi non li vediamo
più, poi li rivediamo la prossima volta quando c'è un altro tipo di... di
situazione.
D. Quanti eravate
all'inizio?
R. I soci fondatori sono 11.
D. Quindi da 11 siete
arrivati ora a 50?
R. Sì, sì, ma dico, quelli
che si lavora, io sono molto concreto, io credo che quelli che lavoriamo in
continuazione proprio, che programmiamo l'attività, non superiamo i 20, 25,
però questo volano aggrega, di volta in volta, moltissime persone, a seconda
delle iniziative che ci sono.
D. La gente che aderisce
a questa associazione ha delle caratteristiche in comune, non so, si nota, ad
esempio, una prevalenza di gente laureata...
R. La più varia, la più
varia, abbiamo non so... quello che fa il ferroviere, lui che fa l'operaio,
abbiamo il laureato, abbiamo il docente universitario, abbiamo il piccolo
imprenditore, abbiamo l'impiegato, abbiamo il professore, abbiamo l'insegnante,
insomma la composizione sociologica è la più varia possibile, abbiamo la
casalinga, il pensionato, abbiamo i ragazzi, che fanno un gruppo a parte, cioè
Città Insieme Giovani è con una attività che è legata al movimento, ma che è
autonoma dal punto di vista delle iniziative...
D. Chi governava la città
cercava di ostacolarvi o vi era, magari, indifferente?
R. No, il governo della città
eravamo noi ad ostacolarlo, perché tutte le giunte che ci sono state prima
erano giunte assolutamente basate sul clientelismo e sull'affarismo, quindi noi
abbiamo fatto di tutto per farle cadere.
D. E loro, quindi, vi
ostacolavano?
R. Sì, ci ostacolavano nel
senso che, evidentemente, come dire... non ci guardavano di buon occhio,
ostacolare cosa potevano farci? Perché noi le nostre attività le facevamo lo
stesso, anzi direi che avevamo più grinta, più grinta, però, debbo dire che
anche gli amministratori delle altre giunte, non so... il Sindaco Giusso,
oppure il Sindaco Lo Presti, oppure il Sindaco... il sindaco che è venuto
subito dopo Bianco... il famoso avvocato di Catania, insomma i sindaci che ci
sono stati, evidentemente, venivano, qui a parlare, ecco, lo cercavano il
confronto, così anche gli assessori, venivano a parlare, evidentemente il
discorso era molto più conflittuale di adesso, adesso c'è un discorso che è
meno conflittuale, perché? Perché gli assessori che sono stati messi lì, sono
stati scelti attraverso la nostra precisa collaborazione, c'è addirittura tra
gli assessori uno che ha lavorato come un disgraziato a Città Insieme, che è
Antonio Guarnaccia, per dirne una ecco, evidentemente, se ci fosse qualche cosa
che non ci piace, anche in un assessore che è venuto fuori da Città Insieme,
noi saremmo i primi a dirgli "Senti non ci piace quello che stai facendo
cerchiamo di cambiare direzione".
D. E le istituzioni
ecclesiastiche, vi hanno appoggiato o ostacolato?
R. Ma io direi ufficialmente
né l'uno né l'altro.
D. Ignorato?
R. Ignorato, e penso che
l'ignorare da parte dell'autorità ecclesiastica sia un ostacolare, un po’
perché già la Parrocchia
in quanto tale, per certe sue dimensioni ecclesiologiche, non è ben vista dalla
Curia qui, e poi il movimento in quanto tale, ecco io le dirò, mai dalla bocca
del Vescovo, dall'87 al '93 quanti anni sono? 6 anni è uscita mezza parola di
presa d'atto, non dico di approvazione, di presa d'atto di questa situazione
qui, ripeto questo probabilmente è dovuto al fatto del nostro e del mio, in
particolare, atteggiamento critico nei riguardi dei comportamenti che la
Chiesa ha instaurato nei riguardi del fenomeno mafioso in
generale, che è un comportamento, a mio parere, l'ho detto in pubblico 1000
volte c'è stata anche una grossissima polemica sul giornale
"Prospettive", che è il giornale della Curia catanese, quindi molto
così... e quindi questo tipo di conflitto... ora, forse si sono mantenuti nel
silenzio per evitare di condannare da un lato e per evitare di approvare
dall'altro, quindi c'è una ignoranza reciproca ... ... io ho incontrato
parecchie volte il Vescovo, così in situazioni... a scuola perché io insegno,
"Oh come stai?”, ma mai mezza parola...
D. Come se ignorasse
tutto quello che lei...
R. Assolutamente, nella
maniera più assoluta, come se non esistesse nulla, no, ma dico, non ci... non
ci duole più di tanto, insomma, non stiamo lì a cercare... noi abbiamo sempre
denunciato il sonno della Chiesa catanese e dei preti catanesi.
D. Quindi la
Chiesa catanese non ha fatto assolutamente niente...
R. Assolutamente, no, no, la
Chiesa catanese ha alcuni preti di frontiera che stanno nei
quartieri a rischio, e che ci stanno purtroppo, cercando anche lì di fare del
bene attraverso il vecchio sistema che è clientelare, cioè non esiste, da parte
di questi preti, una sensibilizzazione della gente perché si ribelli e cerchi i
propri diritti, esiste una grande fatica, poveretti, e di questo io glie ne do
perfettamente atto, per cercare, fino a qualche tempo fa, quando era possibile,
ora non è più possibile, dagli onorevoli vari, ecco, contributi per risolvere i
problemi, ma, però, se tu risolvi il problema attraverso il contributo di un
politico che è sporco risolvi il problema, ma, contemporaneamente, tieni in
sella il politico sporco, questo è quello che non si capisce, ...quindi il
discorso non è tanto avere il contributo per fare del bene, è creare quelle
condizioni strutturali, all'interno dei quartieri, perché non vi sia più
bisogno dei contributi, ecco, questo è il discorso, ciò non toglie che bisogna
venire anche incontro alle esigenze come dire... immediate, ma questo come
tattica, non come strategia, quello che io rimprovero alla Chiesa catanese è la
mancanza di una strategia, non so se mi spiego...
D. Per concludere,
secondo lei che ruolo può avere la Chiesa
nella lotta contro la mafia?
R. Beh la
Chiesa nella lotta contro la mafia può avere un ruolo molto
preciso, io, per esempio, in questi giorni dico con tutto quello che sta
capitando, mafia, tangentopoli ecc., io non vedo assolutamente degli
atteggiamenti recisi dalla Chiesa, la
Chiesa dovrebbe mettersi ad urlare, ecco, perché non lo fa? A
livello nazionale non lo fa, secondo me, perché c'è lo IOR, cioè la
Chiesa in certe cose è implicata in questo discorso, la
Chiesa perché è stata zitta nei riguardi della mafia? Dicendo
delle bellissime parole in teoria ma facendo pochi fatti, perché, purtroppo, in
questo sistema, forse in buona fede, è stata collusa, perché tutti i contributi
che sono venuti alle opere ecclesiastiche son venuti attraverso la
Democrazia Cristiana che era collusa con la mafia, quindi la
chiesa, forse in buona fede ripeto, per evitare di farsi esaurire queste fonti
di finanziamento è stata zitta, ecco, la
Chiesa dovrebbe oggi, a mio parere, fare un gesto profetico
cioè rinunziare, per un po’ di tempo a qualunque provento, anche se si riduce
alla povertà totale evitando qualunque collusione attraverso il potere
politico, fin quando il potere politico, almeno, non si purifichi, questo gesto
profetico la Chiesa non
lo fa, basta vedere i soldi che saranno stanziati per la prossima visita del
Papa a Catania, e noi abbiamo urlato ancora, dicendo che questi soldi vengano
spesi almeno per qualche cosa di duraturo non per qualche cosa di effimero che
ad un certo punto, quando se ne va è finito, e poi c'è un altro grosso
problema, che io le accenno semplicemente e ci vorrebbe molto tempo per
parlare, manca assolutamente la coscienza, nelle comunità ecclesiali, della
creazione della mentalità politica dei fedeli che non vuol dire farli votare
per un partito come abbiamo sempre fatto, ma quello di dire "Gioia mia, se
tu sei cristiano, tu ti devi interessare di quello che ti capita attorno, non
devi fare i tuoi interessi", questa dimensione è assente completamente
dalla pastorale ecclesiale
D. Non crede lei in un
possibile rinnovamento?
R. Ah sì, per carità, io a
questo possibile rinnovamento ci credo, altrimenti non continuerei a lavorare,
... io spero che ci sia un rinnovamento, che d'altra parte in certi preti più
sensibili c'è, e il caso di padre Puglisi di Palermo, e i preti di Palermo,
alcuni ci sono, ma la realtà delle varie parrocchie è una realtà devozionale, sacramentale,
rutinaria, che non crea assolutamente delle teste che sappiano pensare, nei
cristiani, e che, specialmente si sappiano compromettere, perché i primi a non
compromettersi sono i preti, io farei una cosa: chiuderei le Chiese tre anni e
manderei tutti i preti in un corso di rieducazione, e poi li rimanderei nelle
Chiese un'altra volta, questo servirebbe a due cose stupende, la prima il
rinnovamento mentale dei parrini, il secondo il fatto che la gente si disabitua
a tutte quelle pratiche religiose che non hanno nessun senso o perché non hanno
nessun impatto nella vita, ... ecco, allora forse si potrebbe tentare di
ricominciare, tre anni è il minimo, 5, 10, 15, 20, ecco, cambiare faccia alla
religione, perché la religione non ha assolutamente nessun impatto con la
realtà, così come è vissuta, va bene? E' semplicemente una maniera per
gratificarsi e una maniera per fare delle pratiche devozionali che poi non
hanno un risvolto concreto nella trasformazione della realtà, ma Gesù Cristo è
nautra cosa!
Catania 18 Gennaio 1994
D. Quando è nata l'ASAEC?
LINDA: L'ASAEC, come idea, è
nata subito dopo la costituzione dell’ACIO di Capo d'Orlando, perché la signora
Nucci una sera mi ha telefonato e mi ha detto "Senti Linda, ma visto che
questi commercianti di Capo d'Orlando si stanno riunendo per lottare contro
l'estorsione, che ne diresti di invitarli, li facciamo venire e vediamo che ci
dicono, perché sarebbe bello fare una associazione anche a Catania",
abbiamo telefonato e loro sono venuti, Tano, Schifano, tutto il gruppo, erano
circa 7.
D. Questo è accaduto
prima del processo di Patti agli estortori?
LINDA: Prima del processo,
subito dopo la costituzione, mi pare è stata in giugno... noi come
costituzione l'abbiamo fatta a novembre del '91, però noi, come idea l'abbiamo
avuta prima.
ADRIANA: Ed io ricordo che
si è inaugurata a settembre e già ci riunivamo in associazione, e ci riunivamo,
le prime sere, a Città Insieme.
LINDA: Perché io e Pia
Giulia facciamo parte di Città Insieme, e quindi noi ci conoscevamo perché
facevamo già parte di quel gruppo, e da lì è sorta questa idea, abbiamo
invitato alcune persone a venire, ed abbiamo proposta questa cosa, poi a
settembre si è costituita, perché tra l'idea e la costituzione passa un tempo,
non è che immediatamente uno va dal notaio quando ancora non sa che vuole fare,
ecco questo è stato il lasso di tempo, estate '91 - autunno '91.
D. Quindi il vostro
gruppo si è costituito prima dell'omicidio di Libero Grassi?
ADRIANA: Sì, Sì prima,
praticamente, mentre ci stavamo costituendo per fare questa associazione...
saranno stati 2 giorni prima... 2 giorni dopo, che noi ci siamo costituiti in associazione,
vi è stata la morte di Libero Grassi, infatti abbiamo fatto un telegramma alla
famiglia, ed abbiamo detto che il nostro desiderio era di aggiungere il nome
del marito alla nostra intestazione, e loro ci hanno dato il benestare, era
morto da 2 giorni, 3 giorni, qualcosa del genere, da pochissimo tempo...
LINDA: Infatti la nostra è
Associazione Anti Estorsione Catanese Libero Grassi.
D. Quindi voi nascete
esclusivamente come associazione anti estorsione? Non vi ponete altri obiettivi?
R. No, no
LINDA: Poi, quest'anno,
invece, in occasione dell'assemblea straordinaria, durante la quale noi, tutti
gli anni, invitiamo tutti i soci a partecipare, abbiamo proposto di allargare
il nostro statuto all'usura e alla concussione, perché ci siamo resi conto che
l'estorsione non avviene mai da sola, e quindi c'è sempre, comunque, una forma
di usura, una forma di concussione, cioè queste cose sono strettamente legate
fra loro, e difatti l'abbiamo proposto in assemblea, è stato accettato, e
quindi adesso noi... non siamo ancora stati riconosciuti come associazione dal
punto di vista giuridico dallo Stato, perché ci sono alcune associazioni che
vengono riconosciute dallo Stato, noi abbiamo fatto tutte le domande, tutte le
richieste... il riconoscimento giuridico serve per tante ragioni ma,
soprattutto, a noi serve per la costituzione di parte civile durante i
processi, perché può capitare che qualcuno opponga questa pregiudiziale,
dicendo che non ci si può costituire parte civile se non si ha il
riconoscimento giuridico da parte dello Stato, per cui, siccome noi non abbiamo
nessun motivo di non fare una richiesta specifica, a parte che poi
l'associazione riconosciuta dallo Stato ha anche determinate prerogative, ha
determinate facilitazioni che è giusto che noi abbiamo, e poi a noi serve
adesso anche per ricevere i fondi, perché siccome recentemente è stata
approvata una legge dallo Stato, che consente agli associati di vari tipi di
associazioni, di commercianti e di associazioni antiracket, legalmente
riconosciute di accedere ai fondi che lo Stato ha messo da parte, metterà da
parte per aiutare coloro che hanno ricevuto un danno reale da un problema di
questo tipo, allora è giusto che si possa...
D. Quindi nel mese di
settembre avete formalmente costituito l’associazione dal notaio...
PIA GIULIA: A settembre...
perché poi abbiamo avuto una serie di incontri, perché volevamo costituirci già
in un certo numero, naturalmente c'erano sempre molte resistenze, non so se
gliene avete parlato delle resistenze di quelle sere, il presidente dei
commercialisti catanesi, la
Confcommercio... diceva sì ci stiamo ma non... sono quelle
realtà sempre scomode, perché vanno un pochino contro l'ordine che almeno 2
anni fa era assolutamente costituito, era un sistema, purtroppo, cioè si andava
a scombinare delle situazioni...
LINDA: E' che noi non
avevamo pregiudizi nei confronti di nessuno, quindi così come abbiamo invitato
alcuni imprenditori, abbiamo anche invitato i rappresentanti delle associazioni
dei commercianti già esistenti, da parte di alcuni abbiamo avuto un immediato
riscontro, da parte di altri, invece la storia è un po’...
PIA GIULIA: Si può dire
anche molto chiaramente, debbo dire che un immediato riscontro ci è stato dato
dalla Confesercenti locale, la
Confesercenti di Catania è stata la prima a essere
assolutamente disponibile su questo argomento, rinunciando, in un certo senso,
a fare l'SOS Impresa, che lei sa che, invece è a Palermo, a Palermo non esiste
un'associazione antiracket, esiste l'SOS Impresa che non è altro che il
responsabile della Confesercenti palermitana, io ho visto sempre è solo lui,
perché un imprenditore di Palermo non lo abbiamo mai visto noi...
LINDA: Ed infatti questo è
il lato negativo di una cosa che ha un'etichetta politica, perché l'etichetta
politica frena lo slancio dell'imprenditore, noi, siccome non abbiamo nessuna
etichetta, di nessun tipo, e allora, probabilmente, la gente si è anche fidata
di più...
PIA GIULIA: Probabilmente,
anzi sicuramente. Praticamente avevamo tutti questi incontri, poi venne
l'estate di mezzo, come lei può immaginare, tutto si rallentò, a fine agosto ci
fu l'uccisione di Libero Grassi, ed io ricevetti una telefonata dell'avvocato
Scuderi ... ... che è tra i nostri soci fondatori, il quale disse
"Signora, cam'ha fari! Ormai bisogna per forza costituirsi, anche se il
tempo non è... se non abbiamo le adesioni che volevamo avere, però una
risposta, almeno qui a Catania, dobbiamo darla a un omicidio così
efferato", naturalmente ci trovammo tutti quanti d'accordo e ci trovammo
proprio i primissimi di settembre... ci ritrovammo là ed eravamo una
trentina... una quindicina, una ventina di persone...
ADRIANA: 17 eravamo
PIA GIULIA: Ah 17, una
riunione in cui abbiamo scritto...
ADRIANA: Che abbiamo messo i
nomi, abbiamo firmato...
PIA GIULIA: Ognuno di noi ha
firmato, c'era uno statuto, abbiamo firmato questo statuto, ed è stato fatto
proprio nello studio di questo avvocato... dopo di che siamo andati avanti,
cerchiamo sempre di allargarci...
ADRIANA: Eravamo 17, perché
abbiamo fatto un po’ di ilarità su questo numero...
ADALGISA: Una cosa, pure, è
che siamo tutte vicine, Linda è qua, qua più sotto c'è Margherita ed io...
D. Come mai questo
avvocato, visto che è un libero professionista, e non un commerciante, ha preso
a cuore questa iniziativa?
PIA GIULIA: Perchè è del
fronte progressista, questo professionista, diciamo è una persona vicina a
questi argomenti...
D. Aveva ricevuto delle
minacce estorsive?
R. No, ma voglio dire,
politicamente è motivato... ... naturalmente c'era molta preoccupazione in
ognuno di noi, di esporsi, soprattutto quelli che avevano... diciamo un
negozio, una vetrina da potere fare saltare in aria, allora la primissima
risoluzione è stata quella che tre professionisti presenti, si sono dichiarati
nostri portavoce, per cui quando abbiamo fatto la conferenza stampa, hanno
parlato questi portavoce, erano professionisti, erano 2 avvocati, e un
commercialista, ed abbiamo organizzato, scenograficamente, la prima conferenza
stampa, in una maniera simpatica, cioè facendo al contrario, cioè abbiamo fatto
mettere i giornalisti dietro un tavolo, e tutti gli altri, cioè chi si
costituiva in associazione, che eravamo una trentina di persone, una
quarantina, come ascolto, e i nostri 3 portavoce davanti, e sono loro che hanno
parlato, ed è stata, devo dire, scenograficamente mi è piaciuta, perché in un
certo senso non si è esposto nessuno di noi, poi a poco poco... poco a poco
abbiamo preso un po’ di coraggio e un po’ tutti, a giro, siamo andati... e
all'inizio, all'inizio, per circa 2 o 3 anni, abbiamo evitato di... eleggere un
rappresentante ufficiale, il benedetto... st'accidente di presidente che,
purtroppo (ride), sono io, appunto per non identificare in una persona la
persona da colpire, perché nessuno di noi ha voglia di andare in giro scortato
né tanto meno di essere oggetto di minacce, anche fra le cose più leggere ...
(all'inizio eravamo) 17, ma poi eravamo... quando abbiamo fatto la conferenza
stampa, dopo neanche un mese, eravamo una cinquantina, dopo di che, tra le
persone molto motivate, oltre che perché avevano subito il problema, ma anche
politicamente, io non voglio dire politicamente come schieramento politico,
perché pensavano che fosse un discorso da portare avanti...
D. Quindi non eravate
tutte persone che avevano ricevuto minacce?
R. No, no, no
LINDA: Per esempio io, no,
mai ho ricevuto... non ho mai avuto un problema di questo tipo...
D. Quindi lei lo ha fatto
per solidarietà ...
R. Ma perché mi è sembrato
una causa giusta, perché è una causa giusta, per noi è l'unico modo che
possiamo avere per iniziare una vera lotta contro questo...
PIA GIULIA: Ma perché voglio
dire la cosa semplicissima, quasi banale, però deflagrante, è stata questa idea
geniale di Tano Grasso o dei commercianti, di mettersi in tanti a combattere un
problema, in modo che uno è facilmente, diciamo, intimidibile, mentre 20, 30,
40, 50, 100, un'associazione, soprattutto se non ha una persona che si espone
sempre...
D. Quindi, già dopo un
mese eravate 50, e poi, via via, quanti siete diventati?
R. Mah, ora saremo un 300
circa, ma non sono molti, se lei pensa in una città come Catania.
LINDA: In proporzione ad un
piccolo centro siamo pochissimi.
PIA GIULIA: Siamo pochi,
però il catanese, come forse il siciliano in generale, le pulsioni sociali sono
poco sentite, se hai il problema vieni, se non ce l'hai difficilmente, e poi la
cosa anche noiosa è che in fondo siamo sempre... saremo una ventina che
effettivamente... gli stessi che ci vediamo.
D. Ma è anche vero che la
vostra è l'unica associazione antiracket nata finora in Sicilia in una grande
città
R. Questo sì, questo qui
senz'altro, devo dire, indubbiamente, certo è un segnale bello per la
Sicilia, è sempre troppo poco per quello che vorremmo noi, ma
effettivamente sì, è l'unica grande città, a Messina non c'è, a Palermo non
c'è, a Siracusa non c'è neanche, sì, sì è vero ... devo dire da allora abbiamo
lavorato abbastanza bene ... perché poi, ecco, un'altra cosa su cui abbiamo
molto insistito noi, è stata l'idea di un coordinamento di queste varie
associazioni.
D. Si è riusciti a
costituire un Coordinamento regionale? Com’è strutturato?
LINDA: Ma non è stato
costituito dal punto di vista legale, dal punto di vista formale (pratico),
perché noi formalmente ci riuniamo, di volta in volta, nella sede legale di una
delle associazioni e discutiamo i problemi comuni da portare avanti nei
confronti delle istituzioni, soprattutto a Roma, adesso si parla, invece, di
una associazione nazionale, l'associazione nazionale dovrebbe avere come
presidente Tano Grasso, che per altro, secondo noi, gli spetta proprio di
diritto, e su questo non ci sono discussioni, e difatti noi su questo in questi
giorni stiamo discutendo...
D. A livello nazionale,
invece, si vuole costituire una associazione formale, con un proprio statuto
ecc., non in maniera informale come quella siciliana...
R. Sì, sì, non in maniera
informale, anche perché sarebbe una sovrapposizione inutile, se ce n'è uno
nazionale ci va bene lo stesso, l'importante noi... ecco, forse probabilmente
la forza della nostra associazione è data proprio dal fatto che noi non ci
poniamo i problemi relativi ma quelli importanti, i problemi veri per i quali
abbiamo costituito la nostra associazione, quindi se noi vogliamo portare avanti
un discorso, andare da... dal ministro tal dei tali, o dal presidente tal dei
tali, a chiedere le cose, è meglio essere in tanti, i rappresentanti, piuttosto
che 2, 3, poi che sia un coordinamento, che ci sia un'associazione nazionale,
che ci sia il pinco pallino della situazione, non ci poniamo, non vogliamo
mettere il cappello su nessuna cosa, ci va bene che lo facciano anche altri,
l'importante è che qualcuno lo faccia
ADALGISA: E poi, secondo me,
il bello della nostra associazione è che non sono soltanto commercianti, ci
sono tanti professionisti tra i quali commercialisti, avvocati, c'è un
ingegnere, c'è anche un veterinario, ci sono medici, per questo è bello...
PIA GIULIA: E' aperta alle
casalinghe, agli studenti...
ADALGISA: E poi la cosa più
bella è che chi ha dei problemi già è incoraggiato... ... poi è molto
selettiva... non che, per carità non si fa la selezione, si è capitato proprio
un gruppo, veramente, di persone molto qualificate, per cui anche in
televisione tutti quanti hanno possibilità di... di dire la loro esperienza di
dare dei consigli, poi quando succede qualcosa del genere, queste persone che
vengono dai paesi, che telefonano, si mettono in contatto con uno qualsiasi,
allora 3, 4...
LINDA: Si sentono molto
confortati, arrivano sconvolti e disperati, poi alla fine se ne vanno molto
confortati, perché la solidarietà in questi casi è importantissima ... gente
che ha ricevuto minacce e non sa cosa fare, non sa a chi rivolgersi, non sa
dove sbattersi la testa, e poi, invece, ... arrivano le telefonate, si va lì si
aiuta, si vede di che cosa hanno bisogno, se vogliono parlare...
ADALGISA: Si va dai
carabinieri ...
D. La vostra attività in
cosa consiste?
LINDA: Noi abbiamo degli
avvocati, ai quali potersi rivolgere, una linea preferenziale con la questura,
una linea preferenziale con i carabinieri, è sempre la persona che decide con
chi e quando vuole poi sporgere la propria denuncia, certamente la nostra
funzione è quella di convincerli a denunciare, perché altro modo non c'è, però a
volte capita che, ed è capitato ultimamente, poco tempo fa, che uno va a
denunziare alla stazione di polizia tal dei tali e non ha alcun aiuto,
viceversa se accompagnato da noi... il carabiniere già si mette sull'attenti e
decide di dare il proprio aiuto vero, è un po’ anche di stimolo nei confronti
delle istituzioni.
ADALGISA: Le istituzioni,
per esempio molti comuni ci sono dei sindaci che sono... che non ne vogliono
sapere niente, invece ci sono dei sindaci giovani che vogliono assistere,
aiutare...
LINDA: Ma noi facciamo un
grosso lavoro nelle scuole, abbiamo fatto un concorso, ora comunque continuiamo
ad andare sempre nelle scuole, parlare con i ragazzi, con i professori, è un
tenere alto questo problema, perché non bisogna abbassare la guardia.
D. Quindi il commerciante
vi telefona, voi lo aiutate a fare la denuncia, e dopo cosa succede?
PIA GIULIA: Poi, se si
prende l'estorsore, noi ci costituiamo parte civile insieme a lui al processo.
D. Chi denuncia entra a
far parte della vostra associazione?
R. Certo, certo, cioè noi ci
costituiamo parte civile se lui diventa nostro socio, perché ha un senso, se no
non ha senso.
D. Avete avuto diverse
esperienze?
R. Sì;
GIANNI: Diciamo che 3 ne
abbiamo avute, almeno...
LINDA: Più di 3
ADALGISA: Anche il Comune
ora si costituisce parte civile.
PIA GIULIA: Sì, noi abbiamo
fatto sì che... noi abbiamo lavorato anche a livello istituzionale, siamo
andati al Comune, parlando con il Sindaco, e abbiamo, in un certo senso,
convinto la Giunta ad
approvare il fatto di costituzione di parte civile del Comune ai processi per
estorsione.
D. Questo con la nuova
Giunta?
R. No, no, devo dire anche
prima, anche con quella precedente.
LINDA: No, no, anche quella
precedente, il Sindaco precedente è stato quello che per primo ha chiesto la
costituzione di parte civile, che poi non è stata accettata, ma lui comunque...
PIA GIULIA: Questo qui fu...
nel '92 è stato, nel '92 è stato
D. Chi era questo Sindaco?
R. Lo Presti,
socialdemocratico.
D. Mi raccontate la
vostra prima esperienza in un processo?
PIA GIULIA: La prima
esperienza, noi non c'hanno accettato perché... c'eravamo costituiti dal notaio
dopo i fatti...
D. Le minacce?
R. No le minacce, quella è
stata un'estorsione di quelle classiche.
D. Dopo gli attentati?
R. Sì, sì... perciò la
nostra costituzione non è stata accettata, e da quel processo, fu il primo
processo Panarello, era un commerciante, un nostro socio, un commerciante di
carta, da questa denuncia venne fuori un bailamme, perché andarono in galera 14
persone, tra cui un ex assessore comunale, classicamente democristiano, che è
molto conosciuto a Catania perché ha un'agenzia per insegnare a guidare la
macchina, una scuola guida, e poi venne fuori, anche, fu tirato in questo...
una figura che sembrava marginale, ed era quella di un tale fioraio, Samperi,
che poi il figlio parlò ed è uno dei pentiti importantissimi per cui è stato
nominato Andò e compagnia bella, da questa storia banale...
LINDA: E' nata la
tangentopoli catanese, da questo processo, perché poi questo processo è stato,
per noi, un fallimento, perché in realtà le pene non sono state adeguate,
perché i grossi... inquisiti si sono pentiti, anche l'assessore è diventato un
collaboratore di giustizia, per cui poi alla fine... ma da un altro punto di
vista per la città è stato fondamentale, ma non c'è dubbio...
PIA GIULIA: Meglio, perché
non ci interessa a noi che uno stia in galera tanti anni, ci interessa che
venga scardinato il sistema, praticamente, purtroppo è un sistema...
D. Quando è stato il
primo processo?
R. Nel '92, tra il '92 e il
'93... abbracciò entrambi gli anni
D. Potreste raccontarmi
come si arrivò a questo primo processo? Il periodo di tempo che va dalla vostra
costituzione al processo...
R. Questo qua, sì,
immediatamente...
D. Il commerciante che
denunciò gli estortori era un vostro socio?
R. No, questo è diventato un
nostro socio... perché doveva costituirsi parte civile...
GIANNI: Divenne, noi lo
spalleggiammo, aveva titubanze, timori...
LINDA RUSSO: Gli abbiamo
consigliato l'avvocato...
D. Anche negli altri 2
processi erano singoli commercianti ad aver denunziato? Non, quindi, come al
processo di Patti in cui i commercianti erano diversi...
R. No, no, singolarmente
LINDA: La prima volta in cui
siamo stati riconosciuti, invece, per la costituzione di parte civile, è stato
il processo Nardi, un giovane gioielliere il quale riceve la visita degli
estortori nella gioielleria, chiude automaticamente le porte e dice loro
"Ma sono finiti i tempi della violenza, la dobbiamo smettere, voi siete
pazzi, io adesso blocco le porte e chiamo la polizia", ha bloccato le
porte e ha fatto il numero della polizia, ed è passato un lasso di tempo
durante il quale quelli, evidentemente, erano lì davanti a guardarlo, ad un
certo punto succede che uno dei due mette la mano in tasca, lui credendo che
stesse per uscire un arma, gli dice "E va bene, ammazzami, così tu mi
ammazzi, vai per tutta la vita in galera anziché prendere 4 anni, però
sicuramente non esci più dalla galera", quello invece tira fuori 400.000
lire, ne dà 200 al suo amico perché gli dice "In carcere ti
serviranno", quindi lui arriva dai carabinieri, li arrestano, e questo
processo si è risolto in 2 sedute, cioè in 2 udienze questi sono stati... c'è
stata la costituzione di parte civile anche del comune di Catania, è stata
accettata sia quella del comune di Catania che la nostra costituzione, questi 2
sono stati tutti e 2 incriminati, arrestati.
D. Quando è stato questo
processo Nardi?
R. Ultimamente il mese
scorso, nel '93, fine '93...
D. Ed è stata la prima
volta che è stata accettata la vostra costituzione di parte civile?
R. Sì... ora invece giorno
27 abbiamo un altro processo...
D. Sarebbe il quarto?
R. E sarebbe il quarto, e
chiederemo, nuovamente, la costituzione...
D. Mi parlate del
secondo processo...
R. Il secondo processo era
una persona che aveva denunciato nell'86, perché il suo taglieggiamento era
iniziato nell'86, questo signore è andato anche al Maurizio Costanzo Show.
D. Come si chiama?
R. Castorina, il suo caso è
un caso emblematico, perché questo signore praticamente, non si ritrovò più
neanche nel suo negozio, perché questi estortori prima gli chiedevano il pizzo,
poi aumentavano la tangente, poi gli prestarono i soldi, poi si fecero intestare
il negozio, poi gli diedero una pedatina e lo mandarono via, e lui è rimasto in
mezzo alla strada ... però noi non ci siamo potuti costituire perché questo era
un processo già iniziato, quindi non potevamo chiedere la costituzione...
D. Gli estortori sono
stati condannati?
R. Poi sono stati
condannati, noi lo abbiamo aiutato economicamente, perché quel poverino era...
gli abbiamo pagato anche le bollette della luce e del telefono, gli abbiamo
pagato l'avvocato, siamo andati in Cassazione ... c'è stato il processo in
Appello e in Cassazione, e poi sono stati condannati.
D. Mi parlate degli
ostacoli che avete incontrato sin dall'inizio nella vostra attività?
PIA GIULIA: Gli ostacoli
sono stati soprattutto... le altre associazioni di commercianti, come la
Confcommercio, ad es., oppure L’ Associazione Industriale, per
loro siamo un grumo in un occhio, perché queste associazioni, a prescindere dal
fatto che appartengono ad una certa area politica, il fatto che ci sia questo
tipo di movimento da parte nostra, che ancora non riescono ad inquadrarci,
perché ovviamente tra i nostri associati, o le persone che da principio
facevano i portavoce, c'erano persone di area progressista, ché se no non lo
facevano il portavoce, uno era questo (Scuderi), l'altro era l'avvocato
Guarnera della Rete, voglio dire persone di un area più... come possiamo dire...
GIANNI: D'azione, moderna,
diciamo, d'azione moderna...
PIA GIULIA: Ecco, d'azione
moderna, mentre lei sa benissimo che Confcommercio, Associazione Industriali,
sono di area governativa... governativa a quell'epoca senz'altro, ovviamente...
molti, purtroppo, a Catania, molti anche grossi personaggi, anche grosse
famiglie imprenditoriali, ora, negli ultimi anni, si sono dovuti... mettere, in
un certo senso, un po’ allineati con alcuni gruppi malavitosi, mi spiego? Cioè,
alcuni gruppi imprenditoriali... sono stati costretti, giocoforza, per
continuare la loro maniera di andare avanti, a scendere a patti... c'è chi ce
l'ha impiegati, alcuni, c'è chi deve fare i trasporti con determinate ditte,
comprare determinati prodotti in un certo posto, e così, però, diciamo i suoi
affari continuano ad andare avanti, però, lei capisce, che questo tipo di...
compromissione, ecco, non gli fa vedere di buon occhio dei rompiscatole come
noi...
GIANNI: Tutto sommato hanno
trovato una pax.
D. Certo, voi rompete un
equilibrio...
PIA GIULIA: Ecco, benissimo,
è questo il discorso effettivamente di fondo...
GIANNI: Infatti non siamo
riusciti ad attrarre, tutti i grossi gruppi, e non ci riusciremo, lo sappiamo...
D. Qual é
l'atteggiamento dei vostri concittadini, come reagiscono alle vostre iniziative?
ADRIANA: Ci ignorano, la
gente comune ci ignora, la cittadinanza ci ignora, Catania è una città
difficile...
PIA GIULIA: Catania non è
una città... motivata, ecco...
GIANNI: Diciamo che c'è
quella parte sensibile della città che ascolta, viene ai convegni, viene alle
nostre riunioni ecc., abbiamo avuto un grosso successo con un convegno, che
abbiamo fatto un paio di mesi fa, presentando le leggi antiracket, quella
nazionale e quella regionale, eravamo terrorizzati perché pensavamo che non
venisse nessuno, viceversa, stranamente, in quella circostanza c'è stata
un'affluenza, un'attenzione da parte della cittadinanza, però al di là di
questo fenomeno, di questo fatto, diciamo, per il resto la nostra voce si va
disperdendo...
ADRIANA: Perché non ha
creato una continuità, quel discorso di interesse, della presentazione della
legge, poi non abbiamo avuto un afflusso di gente interessata...
GIANNI: Quello che abbiamo
notato, che è successo, diciamo, allo scadere del secondo anno, ora nel terzo,
è che chi ha bisogno però ci telefona...
D. Prima non avevano a
chi rivolgersi...
R. Ecco, prima non avevano a
chi rivolgersi, oggi chi ha bisogno ci cerca, per fortuna, debbo dire che sono
casi isolati, sai chi ci cerca? Chi ha l'impatto per la prima volta, la prima
richiesta, chi invece convive da anni con il fenomeno, pagando la piccola
tangente di accomodamento, le 200, le 300, le 500...
PIA GIULIA: Continua a
pagare per il quieto vivere...
GIANNI: Molti di questi,
ovviamente li conosciamo, sono anche amici nostri, imprenditori ecc., gli
abbiamo parlato, gli abbiamo detto "Ma a tia cu tu fa fari?",
"Ma iu sugnu tranquillu, a mia cu mi ci porta, spasciari 'na cosa, avi 5
anni, ecc., ca cu chissi ci dugnu 200 mila lire, 300 mila lire..."
PIA GIULIA: Non c'è
nessunissimo senso sociale, né lungimiranza, nel catanese, nessuna sensibilità,
sotto questo punto di vista...
GIANNI: Cioè i vecchi
equilibri non li sposti, non li sposti i vecchi equilibri, manco morto, cioè il
nuovo che sente parlare di questa associazione, di questa cosa, di questa
storia, soprattutto i giovani, sono più interessati.
D. Non c'è stato neanche
un caso di imprenditore, che prima pagava, e da quando esiste la vostra
associazione ha deciso di non pagare più?
R. No, non possiamo dire,
diciamo che il Castorina, in un certo senso è uno di questi, però il Castorina
pagava prima, insomma...
ADRIANA: E' un caso un po’
abnorme quello di Castorima...
PIA GIULIA: No devo dire, io
ho preso un appuntamento con uno che pagava tranquillamente, però cosa è
successo, quando è che vengono da noi quando, perché lei sa benissimo che anche
gli estortori fanno aggiornamenti di prezzi, allora praticamente al momento
dell'aggiornamento qualcheduno dice "No ora basta, ora mi siddiai"...
GIANNI: Sì, ma anche perché
sa che c'è questa nuova realtà, diciamo, ci vuole qualche cambiamento
importante che leda un pochino quelli che sono gli interessi particolari,
personali, dell'orticello, altrimenti, cioè il fatto sociale che il fenomeno è
grave, che il fenomeno è devastante, che il fenomeno è veramente una calamità,
non viene preso in considerazione, come fatto culturale diciamo.
STORIA
PERSONALE, LEGATA AL RACKET DELLE ESTORSIONI, DI UNA SOCIA DELL'ASAEC.
Mio marito si occupava di
pubblicità, e avevamo una piccola impresa nel paese (in provincia di Catania),
così niente di eclatante, ed a un certo punto cominciarono le telefonate di
estorsione a cui si rifiutò di aderire, perché poi era milanese per cui queste
cose non le capiva, però dopo l'estorsione si rivolse ai carabinieri, tutte ste
cose, erano altri tempi perché io sto parlando di 5 anni fa, e si è trovato
nell'isolamento totale, ecco perché l'associazione può aiutare tanto queste
persone così, in difficoltà...
D. Neanche dai
carabinieri ha avuto aiuto?
R. No, cioè aiuto relativo
perché ad un certo punto hanno messo il telefono sotto controllo, i carabinieri
locali non avevano un'esperienza... cioè, già questi, il nucleo di Catania e
già più perfezionato, allora non c'era questa... diciamo questa rete che si
occupava di... o se c'era ne sconoscevamo l'esistenza, cioè lui non sapeva a
chi rivolgersi, oltre ai carabinieri, allora telefono sotto controllo, tutte
queste cose, non è valso a niente perché non è successo niente, praticamente,
tant'è che l'allora maresciallo gli disse "Lei ce l'ha una pistola? Bene
la usi", e quindi lui si è trovato nell'isolamento totale e... e niente,
aveva deciso di non pagare, poi, dopo un anno, abbiamo avuto una bomba che ha
distrutto, praticamente questa show room che avevamo. Ad un certo punto hanno
incominciato anche a minacciare la famiglia, ci telefonavano alle 2 di notte,
poi noi avevamo questa ragazza che scendeva giù a Catania, a scuola, e loro
sapevano gli orari... insomma da quel punto di vista lui non ha più resistito e
ha incominciato a pagare...
D. Quindi, la loro, era
una richiesta di pizzo, mensile...
R. Sì, certo, notevole,
perché insomma sproporzionata per l'attività che avevamo e tutte queste cose.
D. Quindi l'esercizio era
stato distrutto...
R. Sì era stato distrutto
però c'era una piccola assicurazione, insomma, comunque, aveva ripreso a
lavorare, perché non era un negozio, era uno show room, quindi un'esposizione,
comunque il danno c'è stato, ...niente ha incominciato a pagare. Naturalmente
le richieste poi aumentano, poi si sa come sono queste cose... io sconoscevo
tutta la storia, praticamente, perché lui aveva detto che tutto era andato a
posto, tutto era andato a posto, e invece poi si vede che le richieste sono
state notevoli, come poi abbiamo appurato dalla ricostruzione dei fatti, poi
subentra l'usura, la solita trafila, fino a quando lui non ce l'ha fatta più...
e si è suicidato 3 anni fa con la... l'abbiamo trovato in garage, si è
suicidato con la macchina... ecco perché... comunque poi la storia certo non è
finita là, perché questi delinquenti poi si presentarono, insomma le solite
cose...
D. Si sono ripresentati
per richiedere il pizzo?
R. Eh, in un certo senso,
comunque poi tutto è stato sistemato, ci sono stati gli avvocati... comunque la
nostra esperienza è quella, non è che pagando si risolve il problema, no
assolutamente, non si risolve, perché mio marito era arrivato al punto che gli
avevano proposto di lavorare per loro, e quindi a questo lui decisamente si è
rifiutato... ma poi, naturalmente avrà avuto anche i suoi problemi di... la
mente è un filo di capello, se solo ne avesse discusso, come si sono risolti
dopo i problemi si sarebbero risolti prima, però decisamente era gente di
malaffare con cui... poi si rimane intrappolati in tutto questo contesto, per
cui non riesci ad uscirne più, perché è il famoso discorso o ti ammazzano o ti
ammazzi o lavori per loro e muori a poco a poco, ecco, quindi...
D. Tutto questo è
successo nel '91, quindi... voi dell'ACIO non avevate sentito parlare?
R. No, no, ... ... d'altra
parte ora è subentrata questa mentalità, infatti anche quelli che si rivolgono
alla nostra associazione, e vengono veramente aiutati, cioè è un altro lo
spirito, a quel tempo ci si rivolgeva all'amico, cioè l'amico che aveva avuto
l'esperienza, che comunque, nella realtà che viviamo, aveva risolto questa
esperienza con... pagando oppure... cioè è un tessuto che è difficile... almeno
in questi paesini etnei non credo che ancora, infatti, come associazione, non
facciamo presa, abbiamo fatto presa qui a Catania così, però sai nei paesini
sei conosciuto, è una cosa un po’ più difficile...
D. I 300 soci dell'ASAEC
sono tutti catanesi?
R. Sono credo tutti
catanesi, però qualcuno dalla provincia... per esempio ieri abbiamo avuto anche
un'adesione da Troina, insomma, arriva qualcuno dalle province limitrofe, e
certo noi tendiamo anche a fondare... diciamo delle associazioni nei paesi più
distanti...
D. E di questi 300 non
tutti hanno ricevuto minacce... alcune sono adesioni di solidarietà...
R. Sì, qualcuna sì
D. Qualcuna? Quindi la
maggioranza ha ricevuto minacce...
R. La maggioranza credo che
abbia ricevuto minacce, gli altri qualcuno è simpatizzante ... ... io, vabbé,
sento il problema anche perché operiamo anche nell'ambito della scuola, abbiamo
fatto un concorso, l'anno scorso, è stato un concorso che ha avuto un successo
enorme a livello scolastico, abbiamo fatto il giro delle scuole, poi è stato
dato un tema che è stato affrontato sia a livello di elaborato scritto, sia a
livello grafico, pittorico, poi anche a livello di spot pubblicitari, un grosso
lavoro.
D. Aperto a quali scuole?
R. Alle scuole medie, hanno
aderito, poi c'è stata una commissione, ci sono stati dei premi, ed abbiamo
raccolto tutti questi elaborati e abbiamo una mostra itinerante, praticamente,
dove ci viene richiesta noi la portiamo, questo è un progetto su cui noi
puntiamo, lavorare con le scuole, cioè formare proprio la coscienza, ora
abbiamo cominciato, quest'anno, a fare il giro, sempre delle scuole medie,
perché riteniamo, insomma, che è da lì che parte... l'elementare è giusto
parlarne, però alla media già comincia ad essere un discorso più... ... abbiamo
fatto noi delle commissioni che operano nei vari settori, nel campo scolastico
puntiamo molto.
D. E le altre commissioni
di che cosa si occupano?
R. Le altre commissioni...
chi si occupa dei quartieri, chi si occupa delle pubbliche relazioni con le
istituzioni, insomma ci siamo un pochino... è un lavoro molto costruttivo che
stiamo facendo... ... comunque di denunce guarda che adesso la gente denunzia
...noi di telefonate ne riceviamo parecchie, come associazione, per cui... cioè
anche noi ci muoviamo, perché ad un certo punto, contattiamo... ecco la persona
non viene lasciata nell'isolamento, come avveniva un tempo... perché il fatto
stesso anche che li seguiamo, anche come solidarietà, quando c'è il processo,
non si sentono più soli, buttati allo sbaraglio, ecco, questa è una cosa molto
importante, credo che sia la cosa che è mancata a mio marito.
D. La solidarietà
R. Sì, cioè non ha
trovato... intanto non ha trovato la strada giusta e poi le persone giuste, non
ha trovato... ... è gente troppo organizzata per potere... cioè non è mettendo
il telefono sotto controllo che... adesso hanno delle tecniche operative che in
effetti fanno arrivare alla... cioè catturano l'estortore, e manco mio marito
era sprovveduto così, però si è trovato solo con delle cose più grosse di
lui... per cui poi sai i consigli degli altri "Ma paiassi, ca, da,",
però devo dire che per un anno ha resistito, infatti abbiamo avuto la bomba, non
è che... poi loro ti entrano in casa, a quel punto come amici, ecco.