L'Albania e i suoi giovani
durante la transizione:
sogni, speranze, paure
di Ada Trifirò
Tirana, maggio 2005: ri-visitando
gli appunti di una ricerca
Nel
1995 mi sono occupata sul campo di una ricerca sulla condizione dei giovani
albanesi, che s’inseriva nell’ambito di un progetto di cooperazione
internazionale. La parte
più rilevante dei lavori si è svolta nei mesi di marzo, aprile e maggio,
durante i quali in nove distretti del paese abbiamo invitato un campione di circa
700 studenti a rispondere alle domande di un questionario. Il campo di
osservazione è stato limitato alla popolazione studentesca perché soltanto di
questo target era possibile costruire un campione rappresentativo.
Mi
sono recata in ogni scuola ed in ogni ateneo insieme a Robert Shagla,
indispensabile mediatore con la storia e la realtà del paese. Il dialogo
instaurato con insegnanti e studenti è stato particolarmente intenso e ci ha
dato modo di acquisire un bagaglio di impressioni e informazioni rivelatosi
prezioso in sede di interpretazione dei risultati. In alcuni luoghi siamo
tornati per “restistuire” i risultati della ricerca.
L’urgenza
di quegli anni in Albania, per i giovani e non solo per loro, era quel “passaggio
ad Ovest” che nessuno sapeva bene come immaginarsi. Gli albanesi guardavano con
grande fiducia al futuro, anche perché dal 1991 il processo di apertura avanzava
senza contraccolpi. L’economia iniziava a far registare indici di rapida
crescita – almeno a livello macroeconomico – e da varie parti si parlava di
“miracolo albanese”. Il clima di continuo cambiamento che si respirava nei
centri urbani, soprattutto a Tirana, generava una fiducia nei processi in atto
che sembrava contagiare tutti: locali e internazionali, gente comune e
intellettuali, analisti politici e uomini d’affari. E contagiò anche noi,
ovviamente, come s’intende dalle pagine che seguono!
Ma quattro
anni erano pochi per ritenere che una fine non traumatica del regime comunista potesse
rappresentare una “promessa” di stabilità incontrastata. Di fatto, nel 1996 le
elezioni presidenziali furono precedute da episodi di violenza e caratterizzate
da situazioni di irregolarità. Nel 1997 crollarono le “società piramidali”,
trascinandosi dietro il mito dell'arricchimento facile e conducendo il paese
quasi sull’orlo di una guerra civile. E, per finire, nel 1999 una crisi
esterna, quella del Kosovo, comportò un’altra interruzione del processo di
costruzione a più livelli in atto nel paese.
Nel
1995 però i giovani non avevano sperimentato ancora tutte le contraddizioni e
gli strappi che la “transizione” avrebbe portato con sé. Vivevano in attesa, in
bilico tra un passato che aveva posto nelle loro riflessioni ed un futuro atteso
con impazienza ma anche con paura. Ma già allora erano presenti i germi
dell’individualismo marcato che caratterizza oggi la società albanese, così
come era chiaro che la tendenza a migrare non si sarebbe arrestata. Già allora
si poteva prevedere il rifiuto della politica che interessa drammaticamente i
giovani e alle adolescenti era chiaro che nel loro futuro si profilavano sfide
difficili da condurre; sfide che oggi si chiamano discriminazione sociale ed
economica o violenza domestica o riproposizione di valori patriarcali che si
credevano superati. Inoltre, era evidente che il paese si stava rimettendo in
marcia su più velocità, con le città già pullulanti di novità e le aree rurali in
una situazione di staticità, ove l’unico fattore di dinamicità erano le
partenze per l’emigrazione.
A
dieci anni di distanza, sono di nuovo a Tirana per occuparmi di un fenomeno del
quale a quel tempo nessuno avrebbe immaginato una drammatica evoluzione come
quella che abbiamo oggi sotto gli occhi: mi riferisco alla “tratta delle donne
a scopo di sfruttamento sessuale”. E cercando di ridisegnare nella memoria l’onda
dei cambiamenti registratisi nel paese dall’inizio della transizione, ritrovo
nei cassetti – assieme ad appunti, nastri registrati, rapporti e fogli sparsi che
racchiudono cinque anni passati quasi ininterrottamente in Albania – anche
questo documento: una breve sintesi della versione in italiano del rapporto di
ricerca.
Adesso
che la vita del paese presenta maggiore stabilità ma anche qualche disillusione
non prevista, che i nodi problematici nella vita dei giovani sono più profondi
e complessi, che il ricordo del passato è stato tragicamente sospeso per
lasciare spazio all’inseguimento del “nuovo” in ogni sua forma, forse adesso questo
testo può costituire un importante pezzo di memoria da ri-visitare.
Tirana,
maggio 1996: i risultati della ricerca
Molti
anni fa, prima di morire, mio nonno mi ha detto:
“Presto
o tardi le cose cambieranno in Albania.
Quando
questo avverrà, goditi la vita anche per me”.
Ripenso spesso a quel
giorno!
(uno
studente dell’Università di Tirana)
Un
frammento di vita familiare si staglia nella memoria di un ragazzo. È un
ricordo insistente dell’infanzia che da significato alla sua vita, collocandola
tra un tempo ormai finalmente passato ed un futuro tutto da scoprire. In queste
parole corre con forza la voce di una società adulta che ha conosciuto molte
rinunce, ha custodito sogni, progetti, speranze e adesso li proietta nel futuro
dei suoi giovani. Scoprendole tra le risposte date in un questionario da uno
studente dell’Università di Tirana, ho subito ripensato al mio primo incontro
con i giovani albanesi.
Nell’ottobre
del 1992, ho attraversato a ritroso quel tratto di mare che aveva condotto
migliaia di albanesi nel mio paese. Si era
appena chiusa una dura epoca ma ancora nulla aveva preso a muoversi né era
possibile immaginare la via per la quale si sarebbe incamminata l’Albania. Nella
Tirana di allora, senza bar né altri luoghi di ritrovo che non fossero vecchi e
impersonali turizëm o i
bordi dei marciapiedi, non era facile imbattersi in miei coetanei. Affollavano per
qualche ora dopo la scuola o le lezioni il parco che circonda la Piramida.
Poi scomparivano in case quasi sempre senza corrente elettrica, senza riscaldamento,
a volte senza cibo. Ancora occorreva fare file interminabili davanti ai negozi
di stato per comprare (ed in quantità limitate!) i generi di prima necessità e
il nuovo si esauriva in due parole che dovevano riempirsi di significato: “democrazia”
e “mercato”.
Dalle
pagine dei giornali italiani avevo appreso che i principali protagonisti della
rivolta del dicembre 1990 e dello sciopero della fame del febbraio successivo
erano stati gli studenti. Ho cercato di incontrarli. Avevano cominciato ad
articolare la loro protesta dalle stanze dei dormitori dove vivevano in
condizioni difficili: senza acqua né corrente elettrica o servizi igienici
degni di questa definizione. Avevano occupato le aule dell’università, avevano invaso
le piazze delle principali città, assieme ad operai, intellettuali, donne; avevano
rovesciato le statue simbolo di anni di sofferenze.
Quella
base che sosteneva fino all’anno prima nel centro di Tirana la più grande
statua di Enver Hoxha mi accompagnarono a vederla e tutti ricordavano i
particolari di “quel” giorno e di “quel” momento in cui era stata rovesciata.
Le
sensazioni provate erano ancora molto vive in loro e la consapevolezza di aver partecipato
ad uno dei momenti più importanti della storia del paese li rendeva ansiosi di
raccontare. Nelle loro parole, però, il ricordo del passato cominciava ad
offuscarsi, perdeva di centralità, per lasciar spazio ad una dimensione/attività
ben più importante: immaginare il futuro. Ricordo Aida, felice di poter
finalmente frequentare la facoltà di lettere dopo essere stata obbligata per
anni a studiare medicina. E poi Evis
che mi raccontava la vita di sua madre: l’esempio di un percorso esistenziale da
non ripetere assolutamente. Aiutava suo padre nella gestione di un’attività
commerciale, si occupava da sola del settore abbigliamento per donna e si
definiva con fierezza “imprenditrice”. Dhurata, invece, voleva fare la
casalinga e non sarebbe più stata obbligata al lavoro.
Sentivano
di andare incontro a giorni migliori ed il loro imperativo in quel momento era “farcela”,
recuperare il tempo perduto e progettare al meglio il futuro. Il paese però
versava in una situazione di inimmaginabile desolazione. I campi abbandonati.
Le cooperative distrutte dalla rabbia dei contadini e spogliate di quel poco
che di servibile ancora rimaneva. I vetri degli edifici pubblici rotti. Le case
in pieno degrado. Paralizzata ogni forma di attività economica. Nei negozi di
stato quasi assenti anche quei beni di prima necessità che, almeno formalmente,
lo Stato avrebbe dovuto garantire. Troppo elevati invece i prezzi al mercato
nero, che cominciava a prendere forma in qualche piazza della capitale o di
un'altra delle città principali, incurante della legge (ma quale legge, d'altra
parte?).
Dovunque
si respirava un'aria cupa, dappertutto l'orologio del tempo sembrava aver
subito un brusco rallentamento se non un arresto. Perso il lavoro, gli uomini
si aggiravano per le strade della capitale a piedi o in bicicletta con gli
sguardi carichi di attesa. Le donne, restituite loro malgrado alle mura
domestiche, tornavano a sentire lo spettro del tradizionalismo, dal quale tutto
sommato la politica del regime le aveva strappate.
Un
intero paese si era fermato. Prostrato da anni di stenti e di controllo politico
e intellettuale, sembrava aver perso ogni speranza e ogni volontà e riusciva a
vedere davanti a sé un'unica strada: la fuga.
Da
quei giorni, tuttavia, molte cose sono cambiate. Gli albanesi hanno dovuto
compiere un cammino doloroso. Hanno dovuto rendersi conto che la via per il
benessere non poteva essere quel braccio di mare che separa Valona da Brindisi
o Durazzo da Bari, nel quale molti giovani hanno anche trovato la morte. Hanno
perso il lavoro e, quando lo Stato non ha potuto più sostenerne l'onere, anche
l'asistenca, sussidio di disoccupazione pari all'80% dello stipendio
precedentemente percepito. Hanno subito i contraccolpi della liberalizzazione
dei prezzi: inflazione e conseguente perdita di potere d'acquisto. Hanno dovuto
apprendere che libero mercato non significa benessere né tantomeno benessere
per tutti e che l'introduzione della proprietà privata apre la strada alle
disuguaglianze. Nonostante i controversi diritti proprietari, infatti, i
contadini potevano sperare di ottenere l'attribuzione della terra sulla quale
avevano lavorato negli ultimi decenni; i commessi avevano la possibilità di
comprare i negozi e divenire commercianti. Ma gli operai delle fabbriche chiuse
o di quelle che lo Stato si accingeva a privatizzare che diritti potevano avere
mai? E gli insegnanti, gli impiegati o i medici?
Quando,
negli ultimi anni di regime, avevano cominciato ad immaginare la “libertà” non conoscevano
le difficoltà da affrontare. (E come avrebbero potuto?). Per questa ragione le
loro aspettative si scontravano con una realtà troppo complessa, spesso
indecifrabile con il semplice ausilio degli strumenti forniti dall'esperienza;
una realtà nella quale dovevano imparare a stare sulle proprie gambe, perché non
c'era più lo Stato a decidere su ogni cosa.
D'un
tratto occoreva reinventarsi la vita, inventarsi un lavoro, pensare ad un
futuro per sé e per la propria famiglia: intanto c'era il vuoto intorno!
Non
tutti hanno avuto la possibilità e gli strumenti per imparare; molti non hanno
saputo farlo; altri ancora hanno creduto che libertà fosse uguale ad assenza di
regole, che pur di divenire protagonisti della propria esistenza fosse
"lecito" anche far ricorso a strumenti poco ortodossi.
Eppure,
tra successi e fallimenti, tra grandi acquisizioni e stridenti contraddizioni,
a partire dalla fine del 1992 la situazione ha preso a cambiare a ritmi del
tutto imprevedibili. La ricostruzione è iniziata, sebbene in maniera
disordinata e disomogenea. L'attività economica ha ripreso a fiorire. Dopo i
primi difficili anni, la produzione agricola è tornata a crescere un pò ovunque.
Le attività collegate ai trasporti e all'edilizia hanno subito un notevole
sviluppo così come il settore del commercio e dell'intermediazione in genere,
nel quale si registrano vitalità e dinamismo particolari. Ogni attività nella
quale l'inizitiva della gente non ha bisogno di consistenti strumenti - in termini
di competenza/esperienza e impiego di capitali - per esprimersi, si sta
diffondendo a macchia d'olio in tutto il territorio. Bar, ristoranti, agenzie
di viaggi, negozi forniti dei prodotti più svariati si moltiplicano, cambiando
ogni giorno volto alle città.
Tirana,
con le sue vetrine, le decine di caffé che hanno invaso le piazze del centro, i
lussuosi ristoranti ed hotel, i numerosi quotidiani e riviste in mostra nei
chioschi o lungo i marciapiedi sta lentamente assumendo i caratteri di una
città europea.
Anche
a livello macro si registrano importanti avanzamenti. La crescita del PIL, dopo
il massimo registrato nel 1993, continua a mantenersi consistente.
L'inflazione, che alla fine del 1992 oscillava intorno ad un valore annuo del
300%, durante gli ultimi due anni (1994-1995) è stata mantenuta quasi sempre al
di sotto del 20%. Il deficit del bilancio statale si è ridotto
considerevolmente. Il Lek è l’unica moneta nell'Est Europeo che non ha
mai perso convertibilità; negli ultimi due anni anzi si è mantenuto quasi stabile
il suo valore di scambio.
Ma
la cosa più importante è che finalmente il popolo albanese ha rialzato il capo
e sta recuperando dignità nazionale e fiducia. I giorni nei quali, nella
convinzione di non poter nulla senza l'aiuto internazionale, si era mostrato
disposto ad accettare il protettorato di qualcuno dei paesi occidentali, con
tutto ciò che questo comportava, sono ormai lontani. Adesso a Tirana e nelle
altre principali città del paese si respira un'aria nuova, che sa di intraprendenza,
voglia di fare, di cambiare, di esprimersi.
La
vita dei giovani è quella che è cambiata in maniera più marcata. Nei centri
urbani, quella “voglia di farcela” ha cominciato ad esprimersi, prendendo forma
attraverso i modelli appresi dalle società occidentali nella platea di quella
che Paolo Jedlosky chiama “l’arena collettiva dei mezzi di comunicazione di
massa”. A Tirana,
sembra essere esplosa!
La
piazza di fronte all’hotel Dajti, nel cuore della capitale, è un concentrato di
vitalità ed energia; di bar in bar, di canzone in canzone, centinaia di ragazzi
ogni giorno consumano i rituali collettivi del tempo libero. Seduti nei caffè,
sui banchi di scuola o nei luoghi di lavoro, inseguono tutte le possibilità che
il “nuovo” offre loro: dalla libertà di vestirsi secondo le mode occidentali e
ascoltare musica straniera alla possibilità di frequentare l’università
all’estero o di impiegare i capitali guadagnati in una propria attività
ecomomica.
Leka
ha 23 anni. Ha lavorato tre anni in Grecia. Al suo ritorno a Tirana ha
costruito una casa ed ha comprato un taxi. Mary è una giovane pianista e può
con la sua musica superare finalmente i confini nazionali. Luljeta è di Berat;
ha finito l'università, ha trovato un lavoro a Tirana e può vivere da sola.
Purtroppo,
tutto questo è ancora privilegio di una limitata parte della popolazione
giovanile. I cambiamenti non hanno interessato in misura eguale ed in maniera
omogenea tutte le aree geografiche così come non tutte le fasce della
popolazione e i diversi comparti dell’economia del paese.
Nelle
cittadine minori ed ancor più nei villaggi il “nuovo” è in buona parte atteso.
Ancora circa il 60% della popolazione albanese vive nelle campagne ai limiti
della sussistenza e solo marginalmente coinvolta dagli straordinari mutamenti
registratisi a livello nazionale. Qui i giovani, tra la scuola ed il lavoro nei
campi o con il bestiame, vanno ancora alla ricerca di un cambiamento che non
sia soltanto il televisore a colori, la lavatrice o la condizione di “clandestino”
in Italia o Grecia.
In
questo contesto frammentato e denso di contraddizioni, con la presente ricerca
abbiamo inteso monitorare i comportamenti e gli orientamenti dei giovani, le
loro incertezze e le inquietudini, nel tentativo di fotografare uno delle tante
facce della complessa “transizione” albanese.
La vita quotidiana: scuola,
amici, tempo libero
Luogo
che ha ospitato la realizzazione dell'indagine, la scuola/università occupa una
posizione di assoluta centraltà nell'esperienza giovanile e ricopre un’importante
funzione sociale. Preposta alla trasmissione di contenuti culturali e
competenze professionali, non esaurisce qui la sua funzione. Rappresenta,
infatti, un luogo privilegiato per la socializzazione e l'orientamento delle
nuove generazioni ai valori e agli scopi riconosciuti come propri e condivisi
all'interno della comuntà. In epoche di grandi rivolgimenti o semplicemente
nelle fasi recessive dell'economia di un paese, tuttavia, è fatale che non
riceva la attenzioni che merita.
Attualmente
il sistema educativo albanese presenta gravi carenze e storture e versa in una
situazione di quasi abbandono. Le strutture fatiscenti nelle quali si
materializza, rappresentano soltanto l'involucro esteriore e più facilmente
visibile di un ambito istituzionale che necessita di ingenti investimenti.
Il
bisogno di eliminare contenuti e schemi immediatamente riconducibili al vecchio
sistema, ha condotto ad un rinnovamento dei programmi cui, però, non fa ancora
seguito l'adeguamento dei testi e la riorganizzazione della didattica. Gli
insegnanti - che tra l'altro si collocano tra le categorie socio-professionali
più svantaggiate - non dispongono di strumenti con l'ausilio dei quali dare un’espressione
concreta e costruttiva al loro bisogno di cambiamento ed avvicinamento agli
standard europei.
A
livello universitario, le occasioni di confronto con realtà corrispondenti di
altri paesi non mancano e consentono certamente di attingere a risorse non
ancora disponibili nel paese. Il mondo scolastico, invece, con qualche eccezione
che si registra nelle principali realtà urbane, lamenta ancora un’immutata
condizione di isolamento.
Lo
sbocco naturale di una situazione di questo tipo è l'insorgere di uno stato di
frustrazione tra gli insegnanti e la perdita di interesse per gli studi tra i
giovani. Quest'ultimo fenomeno emerge chiaramente dai dati sulla frequenza
scolastica e universitaria, negli ultimi anni in sensibile calo.
Il
fenomeno assume dimensioni più o meno gravi a seconda del momento e del
contesto socio-economico considerato. Il più consistente calo delle iscrizioni
nelle scuole medie si è registrato tra il 1991 ed il 1993. Superati il
disorientamento e la crisi di prospettive che l'inizio della transizione aveva
provocato, la frequenza scolastica è tornata a crescere negli ultimi due anni in
città mentre nei villaggi continua a diminuire ancora. Durante l'anno
scolastico appena concluso, il numero degli studenti registrati nelle scuole
medie-superiori di villaggio risulta, rispetto all'anno scolastico 1990-91, del
64,6% più basso.
Nelle
università continua a ridursi anno dopo anno il numero degli studenti full-time
mentre cresce il numero di quelli “per corrispondenza”,
segno che i giovani preferiscono una condizione formativa che consenta loro di
tentare un inserimento nel mercato del lavoro.
Su
un altro versante, le istituzioni scolastiche sono state interessate durante
gli ultimi 5-6 anni da una riorganizzazione strutturale che potremmo definire “forzata”
in quanto determinata, oltre che dalla citata riduzione della frequenza, dal
bisogno di contenere la spesa pubblica e dal ritardo delle riforme. Tutti questi
fattori hanno condotto ad una drastica riduzione del numero delle medie-speriori,
che da 827 nel 1991 sono passate a 429. La maggior parte delle scuole “professionali”,
inoltre, sono state trasformate in “generali”.
Tenuto
conto del quadro fin qui delineato, è interessante conoscere la collocazione
che gli studenti albanesi danno della loro esperienza scolastica.
Dalla
ricerca è emersa una valutazione tendenzialmente negativa delle risorse
acquisite che, tuttavia, solo marginalmente assume accenti di critica estrema.
Quasi la metà dell'intero campione non è soddisfatto della qualità
dell'istruzione ricevuta e ancora un 15% non riesce a darne una valutazione. Un
giudizio più severo viene espresso rispetto alla capacità della scuola di
accompagnare i giovani al difficile ingresso in una realtà nuova e in continua
trasformazione. Qui come altrove, le istituzioni educative non appaiono ai
giovani luoghi nei quali attingere strumenti e strategie di orientamento in
vista del proprio inserimento sociale e occupazionale.
La
posizione più rigida e pessimista si registra tra i ragazzi. Questo dato
concorda con le testimonianze raccolte tra gli insegnanti nel corso del nostro
viaggio attraverso le scuole. Secondo le loro indicazioni, infatti, sono maschi
per lo più gli studenti che decidono volontariamente di abbandonare la scuola.
Rispetto alle loro coetanee sono più impazienti, preferiscono provare a farsi
largo alla ricerca di qualche occasione che il mercato del lavoro schiude loro
o, ancora meglio, emigrare. Le ragazze, invece, hanno maggiore interesse a non
abbandonare la scuola, per non essere risucchiate nell'angusta sfera domestica.
Nonostante
sia scarso l'apprezzamento espresso nei confronti della qualità dell'istruzione,
sono pochi tuttavia gli studenti che dichiarano di voler abbandonare gli studi
(v.di tab.15). In assenza di alternative, del resto, la frequenza scolastica
fornisce un’identità e offre occasioni di socializzazione. Per molti ragazzi,
nei villaggi in particolare, le aule di scuole ed atenei rappresentano l'unico
luogo di incontro con i coetanei, come si deduce dalla frequenza delle loro
uscite.
Alla
domanda "quante sere esci durante la settimana", infatti, il 45.5%
dei ragazzi non risponde o scrive "nessuna" o "mai" o
"raramente" e, tra coloro che rispondono, la stragrande maggioranza
dichiara di uscire da una a tre sere (75,3% in tutto il paese, v.di tab. 25;
nei villaggi la percentuale sale fino all'87,5%). Pochissimi (solo l'1,9%),
però, dichiarano di non avere amici. Quasi un ragazzo su due, anzi, fa parte di
un gruppo e quelle da svolgersi con amici ("ascoltare musica" o
"incontrarsi al bar") sono le attività del tempo libero sulle quali
si focalizza maggiormente la loro attenzione.
La
libertà di organizzare il “tempo del piacere” è una facoltà acquisita solo
parzialmente ed in pochi contesti privilegiati. Quasi la totalità dei giovani
albanesi lamenta l'assenza di spazi e strutture che possano accogliere,
articolare e arricchire di stimoli e contenuti i rapporti con i coetanei. Il
42% di loro dichiara che uscirebbe più frequentemente solo se avesse la
possibilità di svolgere attività interessanti (v.di tab.26).
L'attività
maggiormente svolta nel tempo libero è risultata - come prevedibile - la
visione della TV, soprattutto fra le ragazze e tra gli abitanti dei villaggi
(v.di tab.27). La preferenza dei più va alla TV straniera, e poi a film o a varietà
e programmi che essi definiscono "per giovani".
La
Televisione, però, e anche questo dato non sorprende, non è percepita come
strumento di svago, essendo, ormai da anni, entrata a far parte della sfera
della normalità e della quotidianità familiare anche nella società albanese.
Un
dato interessante è quello relativo all'associazionismo (v.di tabb. 30, 31). Il
13,2 % del campione appartiene ad un’associazione. Si tratta di una percentuale
consistente considerate l'età dei ragazzi interpellati (il 73,6 % ha meno di 19
anni; v.di tab.2) e le caratteristiche delle associazioni sorte in Albania
negli ultimi anni (fragilità, scarsa organizzazione, diffusione territoriale
disomogenea, elevata mortalità, ecc.).
Gli
studenti albanesi sembrano abbastanza disponibili ad aderire ad ipotesi
aggreganti e dimostrano una grande intraprendenza a questo riguardo. Alla fine
dello scorso anno le ong registrate nel paese erano già circa 300 e le più
numerose e attive sono, insieme alle organizzazioni di donne, quelle giovanili.
Il lavoro e il futuro
Il
lavoro occupa un posto importante nelle riflessioni di ogni giovane. Su di esso
si concentrano le attese più grandi poiché rappresenta il passaggio alla vita
adulta e contiene le chiavi del futuro.
Per
via di questa centralità, stimolati a pensare ad esso, gli studenti albanesi
rivelano gli elementi dei quali si compone il loro modo di vedere la vita, il
presente, il futuro e nel contempo di reagire ad essi: voglia di novità e
insicurezza, sogni e paure, astrattezza e realismo, entusiasmo e pessimismo.
Il
37% di loro sta già svolgendo un’attività lavorativa e la percentuale sale al
73% nei villaggi. Il 34.4% di loro, pur non lavorando in questo momento, lo ha
fatto in passato. Le loro esperienze, tuttavia, sono - o sono state - improntate
ancora soltanto al bisogno, alla fatica a volte (<<vivo in campagna,
lavoro il pomeriggio nell'orto, circa 4 ore, non ho tempo per studiare oppure,
se ne ho, sono stanca>> scrive una ragazza di 17 anni del villaggio di
Novosele, Valona). I più aiutano i genitori nella loro attività; altri sono
impegnati, o lo sono stati, in piccoli lavoretti temporanei; altri ancora sono
stati costretti, per dare un sostegno alla famiglia, ad emigrare (in Grecia, di
solito) per qualche mese durante le vacanze estive. Secondo quanto ci hanno
raccontato gli insegnanti, nei villaggi del Nord è abbastanza frequente che i
ragazzi vadano nei paesi vicini in maniera “irregolare” per lavori stagionali.
Lavorando per tre mesi consentono alla loro famiglia di sopravvivere per un
anno intero.
I
loro bisogni e le loro speranze, però, sono altri e, collocati in un orizzonte
temporale lontano, riescono a sfuggire all'azione erosiva e demistificante
della dura realtà.
Per
quasi 3 ragazzi su 4 l'ideale è un “lavoro in proprio”, nonostante la
consapevolezza delle risorse e delle energie necessarie a realizzarlo. L'autonomia
sul lavoro fino a qualche anno fa addirittura impensabile, è per alcuni
un'aspirazione prioritaria (v.di tabb.19, 20 e 22).
Considerano
la disoccupazione il problema più pressante (v.di tab.49) e sanno che probabilmente
saranno costretti a prendere la via dell'emigrazione. Tuttavia, non riescono a
pronunciarsi negativamente circa le proprie prospettive occupazionali. Non
sembrano, inoltre, disposti a scegliere il proprio lavoro unicamente sulla base
di considerazioni economiche. La "possibilità di imparare cose nuove e di
esprimere le proprie capacità", infatti, è per loro più importante in un
lavoro della remunerazione economica.
Nonostante
i segnali negativi che provengono dal mondo economico, le nuove generazioni
sembrano conservare la capacità di pensare in maniera tutto sommato positiva al
futuro, che appare denso di opportunità più che di rischi. È un dato senz'altro
positivo se si pensa ai pericoli insiti nella perdita della fiducia.
L’emigrazione: un’opportunità per i giovani, un rischio
per il paese
Una
grande forza di attrazione esercita su questi ragazzi il mondo occidentale, che
dopo quasi cinquanta anni finalmente diviene accessibile. A giudicare dai
risultati della ricerca, esso non rappresenta tanto - come ci si sarebbe potuti
attendere - il regno del consumo sfrenato, della soddisfazione dei bisogni
materiali innanzitutto, quanto, piuttosto, della “scelta”, contrapposta ai
tanti ostacoli che condizionano ancora la vita degli albanesi.
Considerano
svago e divertimenti componenti importanti della vita di ogni persona, leggono
spesso giornalini satirici o enigmistici (Kunji, Oroskopi, Enigma,
ecc.) ma le pubblicazioni che la maggioranza vorrebbe più curate sono quelle
che trattano di arte; contemporaneamente, assegnano un grande ruolo alle
attività culturali (v.di tabb.34 e 35).
Immaginando
di spendere un’ipotetica somma di 1000 dollari (vedi tab.36), esprimono
principalmente il desiderio di "viaggiare" o di cimentarsi in
"un’attività economica". Della nuova situazione politico-sociale
apprezzano la possibilità di "costruire il futuro", di "essere
se stessi", di "scegliere in maniera autonoma la direzione della vita",
di "dimostrare le proprie capacità".
Dalle
risposte ai questionari traspare una grande voglia di fare, di conoscere e
imparare; ma anche a volte di trasgredire: quasi un ragazzo su quattro dichiara
di leggere riviste erotiche. Il loro
entusiasmo, però, si scontra inevitabilmente con una realtà povera di strumenti
e opportunità. È questa indubbiamente una delle ragioni per le quali risulta elevata
la propensione ad emigrare; sebbene i più si orientino verso una emigrazione
temporanea, solo un ragazzo su sette dichiara di non avere il desiderio di
emigrare. All'estero sperano di trovare un lavoro più stabile o migliore o
semplicemente un lavoro ma anche a "una vita più interessante" (v.di
tabb. 23 e 24).
Il
76% vorrebbe completare gli studi all'estero. Alla base di tale aspirazione c'è
la volontà di conseguire una preparazione professionale migliore di quanto il
sistema educativo albanese non consenta. Ma non solo. C'è anche il desiderio di
uscire dal paese, di fare nuove esperienze, conoscere realtà diverse, avere
accesso ad opportunità, rapporti e scambi - umani e culturali - che all'interno
del paese sarebbero preclusi. Molti di loro, però, probabilmente dopo gli studi
non torneranno in Albania ed andranno ad alimentare un fenomeno migratorio che comincia
ad assumere dimensioni preoccupanti.
Attualmente
gli albanesi che vivono e lavorano all'estero sono circa 400.000 e di questi
300.000 (il 10% della popolazione complessiva dell'Albania) sono giovani. Tra
di loro molti membri dell’intelligentsia. L'Albania di fatto è il paese
del blocco orientale nel quale più massiccia è stata la “fuga dei cervelli”.
Indubbiamente,
in un contesto come quello delineato, l'emigrazione rappresenta un’importante
valvola di sfogo. Le rimesse inviate durante questi anni hanno consentito ad
alcune famiglie di sopravvivere, ad altre di vivere secondo standard che le
risorse locali non avrebbero consentito. Tuttavia, l'emigrazione continua a
sottrarre energie essenziali per la ricostruzione del paese e i dati emersi non
lasciano pensare ad un’inversione di tendenza.
Il giudizio sulla situazione attuale e sul futuro del
paese
Dopo
la distruzione del vecchio, in maniera lenta ma inesorabile è iniziata la “transizione”.
Il sopraggiungere dei cambiamenti ha messo a confronto aspettative e realtà.
Ciò che prima era stato solo immaginato, sognato a volte, comincia a concretizzarsi,
assumendo un volto a tratti inatteso. Ma se la realtà non corrisponde all'idea,
è erronea soltanto la maniera nella quale sono state realizzate le riforme o è
erronea anche l'idea? E inoltre, quali sono le storture che il processo di transizione
sta producendo?
La
delusione e l'insoddisfazione fanno venire in superficie esigenze e bisogni
inevasi; da essi occorre partire per rispondere a questi ed altri interrogativi
che la fase attuale fa sorgere. Nonostante il diverso grado di soddisfazione
espresso, ampiamente diffusa è fra gli studenti la sensazione che negli ultimi
anni si sia registrato nel paese un miglioramento (v.di tab. 47). Alla
valutazione positiva dei “cambiamenti” si accompagnano delusione e a volte
sgomento per talune loro implicazioni; essenzialmente il “nuovo” appare denso
di contraddizioni.
<<I
mercati sono finalmente forniti dei beni più svariati>> ma <<non ci
sono i soldi per acquistarli>>. <<Si può scegliere il proprio
lavoro senza dover sottostare ad imposizioni>> ma <<non ci sono
posti di lavoro>>. <<I contadini hanno ricevuto la terra>> ma
<<non hanno i mezzi per coltivarla>>. <<È arrivata la libertà>>
ma <<non siamo liberi di uscire la sera per le strade>>. <<È
arrivata la democrazia>> ma <<è aumentata notevolmente la corruzione>>.
E si potrebbe proseguire ancora col citare le loro interessanti e lucide
analisi.
La
loro impressione è che si siano raggiunte conquiste solo formali e l’ambito
privilegiato delle contraddizioni in atto sembra proprio l'economia. In questo
campo, secondo i ragazzi interpellati, è possibile individuare i miglioramenti
più significativi ma anche notevoli motivi di scontento. <<Ora che è nata
l'economia di mercato, certa gente non può soddisfare i propri bisogni perché è
disoccupata>>, scrive un ragazzo di Tirana.
L'avvento
dell'economia di mercato viene visto con favore dalla metà dei giovani
interpellati (v.di tab. 50). I progressi sono innegabili. È migliorato lo
standard di vita della popolazione e in tutte le case sono entrati nuovi beni
di consumo. Nello stesso tempo, tuttavia, si è generata una preoccupante
polarizzazione della società. (<<Le condizioni economiche sono
migliorate... è aumentata la povertà>>; <<una piccola parte ha
raggiunto un buon stato economico... una gran parte sta ancora soffrendo molto,
economicamente e spiritualmente>>; <<alcune persone si sono
arricchite tanto, molte altre sono disoccupate >>, scrivono).
L'ampio
scarto esistente tra i redditi di chi è riuscito ad entrare nel circuito dei
"nuovi mestieri" (più o meno legali) oppure è emigrato e la
condizione economica della parte restante di popolazione appare ai loro occhi
inammissibile. Povertà e inequità sono due aspetti del nuovo ordine economico
che non si aspettavano, così come non si aspettavano il vertiginoso aumento dei
prezzi o la mancanza di opportunità occupazionali o la stagnazione dalla quale
fatica ad uscire la produzione.
Sarebbe
interessante capire meglio quali sono per i giovani albanesi le componenti di
un'economia di mercato e, di riflesso, quali conseguenze credevano avrebbe
comportato una sua introduzione. Se si indagasse più a fondo in tal senso si
potrebbe anche comprendere perchè quasi uno studente su tre ritiene che nel
paese non esista ancora il libero mercato.
Più
che dalle incongruenze del mondo economico, tuttavia, sono preoccupati dalla
diffusione della criminalità. Il vento dei cambiamenti non ha portato solo
libertà (<<Parliamo e ridiamo senza aver paura>>,
<<...ciascuno può pensare ed è libero di fare quello che pensa>>,
<<...ora siamo più liberi in tutti gli aspetti della vita e la vita ci
piace di più>>) né soltanto le nuove costruzioni, i negozi o la
possibilità di emigrare ma anche episodi di violenza prima sconosciuti
(<<Tanta è la libertà di uscire quanta la paura>>).
L'allarme
suscitato dal fenomeno li spinge a pensare a soluzioni forti. Il 25,8%,
infatti, considera la pena di morte il rimedio più efficace per porvi un argine
ed un altro 19,4% vorrebbe che venissero inasprite le altre pene (v.di tab.
52).
Preoccupante
è il modo in cui essi si rapportano alla politica. Circa il 52% dichiara di
esserne disgustato e solo un ragazzo su venti la considera una parte importante
della vita delle persone (v.di tabb. 32 e 35).
I
giovani albanesi non sembrano considerare la classe politica meritevole di
fiducia e sostegno e appaiono, piuttosto, ripiegati su obiettivi e valori
individualistici, privati ("famiglia" e "lavoro"
principalmente), verso i quali soltanto riescono ad esprimere entusiasmo,
fiducia e progettualità.
I
meccanismi che attualmente presiedono alla conduzione della cosa pubblica non
sembrano suscitare apprezzamento. Fra quelli interpellati pochi (14,8%)
ritengono che i cittadini abbiano la possibilità di influenzare le posizioni
dei governanti (v.di tab. 51).
La
sfiducia nei confronti di questi ultimi sembra anche condizionare il loro modo
di intendere la democrazia. Uno stato è democratico innanzitutto se garantisce
uguaglianza e libertà. Nel rapporto, poi, tra governanti e governati un peso
maggiore è attribuito alla capacità dei primi di recepire le richieste
provenienti dal paese piuttosto che alla partecipazione attiva dei secondi
(v.di tab. 53).
Si
ha la sensazione che la categoria del "pubblico" venga collocata su
un livello diverso rispetto a quello che occupano vita quotidiana, aspirazioni
e progetti personali. Al distacco rispetto alla sfera del pubblico si
accompagna un pessimismo particolarmente marcato per ciò che riguarda le sorti
del paese. I pericoli e le difficoltà che l'Albania deve affrontare, infatti,
appaiono loro più gravi di quelli che si aspettano di trovare sul proprio
cammino personale (cfr. tab. 54 con tabb. 55 e 56).
La memoria del passato
Oltre
il 90% dei ragazzi interpellati avevano al momento della ricerca meno di
ventidue anni e ne avevano meno di dodici quando nel 1985 morì Enver Hoxha. L'immagine
che hanno del passato, dunque, deriva solo limitatamente dall'esperienza
diretta. Conoscono la storia del regime attraverso i racconti dei genitori o dei
nonni, grazie alle informazioni divulgate attraverso i mass-media o ai discorsi
della gente comune. Proprio per questa ragione, nelle loro parole prende forma
non soltanto il giudizio di una generazione ma la memoria storica del paese.
A
partire dalle vicende che hanno segnato il secondo dopoguerra, gli anni del
regime sono descritti come “terrificanti”, “difficili e senza speranza”,
costellati di sofferenze ed episodi di una violenza tale che il ricordo fa
ancora “rabbrividire”.
Di
questa realtà si parlava poco, per paura delle conseguenze. Solo il 14,8% ne
discuteva apertamente con i genitori (v.di tab. 46). Esprimere il dissenzo per
i metodi di governo rappresentava un pericolo, anche se fatto all'interno delle
pareti domestiche. I figli, infatti, avrebbero potuto raccontare le cose udite
a scuola o nel vicinato, compromettendo il proprio futuro e quello della
famiglia. E poi, come si diceva allora, "anche i muri avevano
orecchie".
Eppure
"tutti conoscevano la verità", anche i più piccoli. La intuivano,
come suggeriscono le informazioni raccolte nell'indagine, dalle poche parole
carpite nei discorsi dei grandi, dai loro sfoghi, dagli ammonimenti, dalle
vicende occorse a parenti, amici o conoscenti. <<Stavamo per cambiare
canale televisivo... e papà ha detto: "non alzare troppo il volume perché è
proibito e ci condannano>> scrive un ragazzo di Lezhe. <<Quando
festeggiavamo una ricorrenza religiosa, mi dicevano di non parlarne con nessuno
a scuola...>>, racconta uno studente universitario di Scutari. Se ne
rendevano conto quando sentivano di qualcuno che aveva rischiato la vita per
scappare dal paese o di un altro che era stato imprigionato, quando vedevano i
genitori leggere in segreto le lettere ricevute dai parenti emigrati. Eloquenti
erano anche le vicende pubbliche: la caduta in disgrazia di ex-potenti,
l'imprigionamento di cantanti che scrivevano canzoni "moderne", le
collettivazioni forzate.
L'immagine
dominante del passato è negativa e la disponibilità a parlarne è elevata. Alla
domanda <<Cita un episodio [avvenuto al tempo del regime] che i tuoi genitori
o i tuoi nonni ti hanno raccontato e che ti ha particormente colpito>>, infatti,
il 37,8% risponde raccontando. Considerato i tempi ancora brevi di avvio della
transizione, l’età dei ragazzi interpellati e il fatto che, comunque, venivano
inviatati a rispondere al quastionario dentro le aule scolstiche, la
precentuale è abbastanza elevata. Dalle risposte emerge un dato drammatico: su
tre episodi o situazioni descritte uno ha coinvolto personalmente il giovane
che scrive oppure ha riguardato i suoi genitori o altri parenti.
In
uno spazio temporale più prossimo a loro si collocano gli avvenimenti che hanno
dato il via alla transizione. In questo paese il crollo del regime non è stato
accompagnato dai traumi e spargimenti di sangue. È bastata una breve stagione
di manifestazioni popolari per far cadere l'ultimo baluardo del socialismo
reale. Nei giorni cruciali in tutte le città principali del paese, studenti,
operai, donne scendevano nelle piazze per richiedere le riforme e rovesciare le
statue di Enver Hoxha. Secondo i giovani, i sentimenti prevalenti per chi viveva
quei fermenti così come tra quanti con attesa ne apprendevano le notizie erano
entusiasmo ed ottimismo. La fiducia nell’irreversibilità dei cambiamenti,
tuttavia, non cancellava timori e inquetudine che, nell'intimo di ciascuno, era
presenti più di quanto non risultasse dai discorsi della gente o nei raduni in
piazza.
Va
detto, tuttavia, che gli studenti albanesi non esprimono una condanna unanime
del passato. L'11,8% sostiene che durante il governo di Enver Hoxha non vi sono
state violenze ed ingiustizie ed una percentuale di poco inferiore (9,5%)
dichiara di non avere partecipato alle manifestazioni di piazza perché non ne
condivideva le motivazioni (v.di tabb. 43 e 46).
Il ruolo della religione
Riguardo
alla religione emerge un atteggiamento distaccato. La riaffermazione della
libertà di culto è accolta con un giudizio quasi unanimamente positivo (80,6%),
sebbene un entusiasmo maggiore si registri fra i cattolici (84,6%) e gli
ortodossi (91,%) piuttosto che fra i ragazzi di fede musulmana (76,1%). Questo
dato trova conferma se si scompone per fede professata il gruppo di coloro che
sostengono di non essere interessati all'argomento. Tra i musulmani sono circa
1 su 7 mentre il rapporto si abbassa fino ad 1 su 20 e 1 su 25 rispettivamente
per cattolici e ortodossi.
Differenze
a parte, sembra generalmente accettata l'idea che la libertà di professare il
proprio credo debba essere un diritto garantito ad ogni cittadino, anche se la
religione non occupa un posto di rilievo nella vita delle persone. Solo il
17,5%, infatti, vi attribuisce un ruolo importante.
Ma,
più della reazione a questo nuovo diritto, interessante è capire se dopo due
decenni di ateismo l'appartenenza all'una o all'altra fede sia una fonte di
differenziazione solo formale o piuttosto sostanziale. A tal fine abbiamo
incrociato le risposte ad alcuni dei quesiti proposti con la religione delle
famiglie coinvolte nell'indagine: ne é risultato che questo fattore non orienta
in maniera significativa gli atteggiamenti dei giovani.
La posizione delle donne
In
Albania le donne sono tra i soggetti sociali più colpiti dai processi in atto.
Dai dati degli ultimi anni relativi alla disoccupazione risulta che, tra quanti
hanno perso il lavoro, la percentuale maggioritaria è costituita da donne. In
Parlamento la loro presenza si è ridotta drasticamente dopo le consultazioni
elettorali del '91 e '92. Le attuali otto deputate rappresentano solo il 2,8%
dell'intera rappresentanza, una percentuale irrisoria se si considera che
durante il periodo socialista circa un terzo di seggi e incarichi governativi
erano riservati alle donne. Sul versante culturale se dovessero - come si teme –
riassumere nuovo vigore i valori patriarcali della tradizione, la posizione
femminile nella famiglia e nella società ne verrebbe fortemente danneggiata.
Intellettuali
e componenti delle varie organizzazioni femminili sono impegnati nello sforzo
di arginare gli effetti di questi ed altri fenomeni e, nel contempo, hanno avviato
un ripensamento del processo emancipativo promosso e attuato nel passato dalla
dirigenza socialista, per individuarne contenuti e limiti.
In
un tale contesto, quali sono le opinioni dei giovani e qual è il loro grado di
conoscenza del problema? Uno degli aspetti che la ricerca ha cercato di
indagare si riferisce alla relazione tra donna e lavoro, così come la
percepiscono le dirette interessate da una parte, i loro coetanei dall’altra.
Da quanto è emerso sembra ampiamente diffusa, soprattutot tra le ragazze,
l'idea che il lavoro, prima ancora di soddisfare i bisogni economici della
famiglia, rappresenti per le donne uno strumento di indipendenza e
realizzazione personale. Per i più, la crisi nella quale versa l'economia del
paese non è una ragione che debba indurle a ritirarsi dal mercato del lavoro.
Solo il 5,6% degli studenti ritiene auspicabile, data la scarsità delle
opportunità occupazionali, che esse si astengono dal “fare concorrenza agli
uomini” (v.di tab. 38).
È più
congeniale alle donne il ruolo della casalinga per un numero minoritario ma non
irrilevante (10%) di giovani, in prevalenza cattolici. Rispetto all’attuale
situazione delle donne e contemporaneamente ai cambiamenti registratisi nella
loro vita dal dopoguerra ad oggi, prevale una valutazione critica. Il 16,8% dei
ragazzi sostiene che un’emancipazione reale non è mai stata raggiunta ed a
questa percentuale va aggiunto il numero di quanti/e (54,3%) ritengono sia
stata raggiunta solo in parte (v.di tab. 39). Le più insoddisfatte, come era prevedibile,
sono proprio le dirette interessate, le ragazze cioè, che lamentano in
particolare la discriminazione operata ai propri danni dai datori di lavoro.
In
generale i giovani dimostrano attenzione e interesse per la posizione delle
donne; tuttavia non ne sembrano preoccupati o coinvolti in maniera particolare.
Colpisce, a questo riguardo, la percentuale di quanti/e, di fronte alla domanda
<<in quali dei seguenti campi ti sembra che i successi ottenuti in
passato dalle donne siano oggi in pericolo>>, non prendono posizione
(<<non so>>: 30%) oppure dichiarano di non considerare compromessi
i traguardi raggiunti (34%; v.di tab. 40).
Difformità
tra le risposte date dai ragazzi e quelle date tra le ragazze si registrano in
tutto il questionario. Analizzando, dunque, per sesso i dati è stato possibile
tracciare un profilo delle giovani donne che le contraddistingue dai loro
coetani maschi.
Rispetto
a questi ultimi, le prime sono più legate agli studi, escono meno con gli amici
e trascorrono prevalentemente il loro tempo libero guardando la TV (81,9%
contro il 43,1% dei ragazzi). Sono più attratte dalla possibilità di viaggiare
e conoscere il mondo esterno ma meno disposte ad emigrare. Se più del 70% dei
ragazzi andrebbe in un paese straniero con la prospettiva di un lavoro, la metà
di loro, invece, vorrebbe trovarvi un vita diversa, fatta di libertà e svago ma
soprattutto piena di interessi. Se per un ragazzo su quattro l'entità dello
"stipendio" è il fattore determinante nella scelta di un lavoro, per
le donne più importanti sono la "possibilità di imparare cose nuove e di
esprimere le proprie capacità" e la "sicurezza".
La
politica disgusta ben il 60,4% di loro (contro il 41,9% dei maschi) e le
questioni politiche o pubbliche in genere sembrano non interessarle o hanno
l’effetto di disorientarle. Della nuova situazione, apprezzano i miglioramenti
più dei ragazzi ma sono anche più spaventate dalle novità negative. Un numero
maggiore di loro sostiene l'utilità della pena di morte (29,6% contro il 21,3%
dei maschi) mentre i ragazzi per combattere la criminalità si affiderebbero in
primo luogo ad una preventiva opera di educazione. Di fronte al futuro, infine,
appaiono smarrite e preoccupate. Il lavoro è per loro un grosso punto
interrogativo, non si aspettano grandi opportunità di autorealizzazione ed
esprimono un timore maggiore dei ragazzi per le sorti del paese.
Nord-Centro-Sud e città-villaggio: due prospettive
territoriali
I
risultati fin qui riportati sono la media delle posizioni assunte dai giovani
su tutto il territorio nazionale. Come si chiarirà meglio nell’appendice finale,
la scelta dei luoghi ove somministrare i questionari è stata dettata dalla decisione
di rappresentare tutte le aree socio-economiche e culturali nelle quali si è
soliti suddividere la società albanese: Nord-Centro-Sud da una parte, città-villaggi
dall'altra. Secondo quanto emerge dalla ricerca, le differenze più grandi si
registrano tra città e campagna piuttosto che tra Nord, Centro e Sud.
I
villaggi continuano a vivere completamente ai margini delle dinamiche nuove
innescatesi nel paese. Un vero e proprio grido di aiuto sembra levarsi da
questi luoghi che non riescono ad uscire dall'isolamento cui sono costretti. È
qui che viene espresso il giudizio più duro nei confronti del passato ma anche
la minore soddisfazione per i cambiamenti e un pessimismo particolarmente
marcato sul futuro. La vita dei ragazzi si svolge entro spazi sociali limitati.
Escono poco con gli amici, stanno meno in gruppo, fanno parte solo
sporadicamente di associazioni. Non hanno progetti per il futuro, né elevate
aspettative occupazionali. Sono, inoltre, particolarmente disgustati dalla
politica e maggiormente disposti ad emigrare.
Il
divario minore tra città e villagio si registra al Sud, dove, storicamente,
l'isolamento delle aree rurali è sempre stato più contenuto; quello maggiore
nelle aree centrali. Qui, ma solo nelle città, si sono registrati cambiamenti
rilevanti nella vita della gente e dunque anche dei giovani. Tirana in
particolare sembra già proiettata verso una dimensione europea.
Nelle
città del Centro, dove la vita economica presenta particolare vitalità, maggiore
è il numero di studenti che esprimono un giudizio positivo sull'introduzione
del mercato e dichiarano di aver progetti per il futuro. Più forte però è il
desiderio di emigrare, più ancora che nei villaggi. I ragazzi che vi risiedono
sembrano esprimere un giudizio cauto sulla situazione attuale, senza mai
abbandonarsi a slanci entusiastici.
A
questo riguardo, colpiscono, invece, da una parte il pessimismo a volte estremo
rilevato tra i ragazzi del Sud e, di contro, l'ottimismo emerso in particolar
modo nelle citta del Nord. Il Nord è la parte più arretrata del paese e, a
giudicare dall'animosità espressa nei confronti del passato regime, quella che
ne ha subito maggiormente il peso. Effettivamente i ragazzi esprimono qui
posizioni improntate ad un maggiore tradizionalismo (ciò emerge in particolare nelle
risposte alle domande sul ruolo della donna nella società), sembrano più
fatalisti e meno interessati alla vita politica del paese (il disgusto per la
politica è elevatissimo). Tuttavia guardano con grande soddisfazione al
presente e con fiducia al futuro, segno, probabilmente, che qualcosa sta
cambiando.
Il
giudizio più critico sull'entità dei cambiamenti, sul funzionamento degli
organi del governo, sulle prospettive personali e del paese è emerso nel Sud.
Qui i ragazzi esprimono una grande incertezza sulle proprie opportunità
occupazionali ed aspirono in misura più contenuta rispetto ai loro coetanei del
altre zone ad intraprendere una propria attività economica. Tra di loro,
inoltre, più diffusa è la convinzione che l'economia di mercato non esista
ancora in Albania.
Del
Sud un ultimo elemento occorre sottolineare: relativamente più contenuta è la
condanna espressa sul passato.
Conclusioni
L'Albania
è ancora il più povero dei paesi europei. Il reddito medio pro-capite annuo è
appena superiore a quella soglia (600 dollari) al di sotto della quale, secondo
i parametri delle Nazioni Unite, un paese deve considerarsi Least
Development Country, all'ultimo stadio dello “sviluppo”.
La
disoccupazione è una grave piaga. Alla fine del primo semestre dello scorso
anno la popolazione disoccupata era stimata in 254.000 unità, circa il 20%
della forza lavoro complessiva. In realtà, la situazione è ancora più
drammatica di quanto non emerga da questo dato. Basti pensare che,
ufficialmente, quella fetta di popolazione che vive nelle aree rurali è
considerata occupata se solo possiede un piccolo pezzo di terra, anche se
riesce a produrvi appena il necessario per vivere.
Le
infrastrutture sono ancora in condizioni da post-guerra. Le reti di
elettrificazione e quelle idriche sono completamente inadeguate ai consumi
della popolazione. La sanità è in condizioni disperate e nelle strutture
ospedaliere a volte la gente è costretta a pagare per ottenere attenzioni e
servizi ai quali dovrebbe avere diritto gratuitamente. Il tasso di mortalità
della popolazione è il più elevato d'Europa.
La
vita a Tirana, ma ancor più a Baz o a Mbrakulla (due piccoli villaggi nei quali
abbiamo somministrato il questionario: il primo a Nord, nel distretto di Burrel;
il secondo a sud, nel distretto di Berat) scorre fra tante piccole difficoltà
che, per la loro quotidiana e irrisolvibile presenza, possono assumere il peso
di grossi macigni nell'esistenza delle persone. Eppure l'Albania non è solo
questo!
È
imponenti montagne rocciose e profonde gole nelle quali scorrono tranquilli
corsi d'acqua; è lagune, spiaggie d'incanto, foreste di faggi e pini e una
vegetazione che neanche in autunno si colora di decadimento e morte. (Peccato
che solo qualche telecamera televisiva od obiettivo fotografico si sia
soffermato su tali straordinarie bellezze!)
Facendo
ricorso ad un minimo di adattabilità, su uno dei tanti pullman o furgona
(minibus) sgangherati che ormai lo percorrono regolarmente in lungo e in largo,
è possibile, sulle note di musica rigorosamente tradizionale, lasciarsi
trasportare tra le viscere di questo piccolo paese e nel contempo avvicinarsi
un pò al sentire della gente, alla sua cultura, alla sua storia.
L'Albania
ha abbondanti risorse idriche. Durante il regime comunista esportava energia
idroelettrica e gli 11 impianti produttori attualmente esistenti sfruttano solo
in minima parte il potenziale di cui dispone (che nei primi '80 era stimato in
circa 15 miliardi di Kwh annui). Il
sottosuolo è ricco di materie prime energetiche e minerali: petrolio, gas,
zinco, cromo, rame, ferro-nichel i più importanti.
Di
gran lunga più preziose sono, tuttavia, le sue risorse umane. Grazie all'alto
tasso di crescita demografica degli ultimi decenni, la popolazione albanese è
oggi la più giovane d'Europa. Dotata, inoltre, di grinta (principale eredità di
una storia matrigna!), spirito di adattamento, intraprendenza, ha dimostrato in
questi anni di saper accogliere ed utilizzare ogni spunto di cambiamento.
I
giovani albanesi hanno una buona formazione di base ed un talento innato per le
lingue. Secondo quanto ha evidenziato l'indagine, la maggior parte di loro è in
grado di parlare almeno una lingua straniera, che i più hanno appreso da
autodidatta (ma soprattutto dalla TV). L'italiano è la lingua più conosciuta e
l'Italia il paese sul quale si focalizzano in via privilegiata sogni ed
interessi.
I
cambiamenti degli ultimi anni li hanno proiettati in una dimensione in
mutamento continuo e senza punti di riferimento chiari. Adesso non è più lo Stato
a decidere per loro e la libertà conquistata è una risorsa che non si sa ancora
gestire. La possibilità di intrapresa economica, la libertà di organizzarsi, il
diritto di proprietà hanno messo al centro l'individuo, per il quale
andare alla ricerca di una realizzazione personale è un diritto ma anche un
dovere che pone di fronte al rischio del fallimento.
Dietro
grandi dosi di vitalità e dinamismo, i giovani nutrono inquitudine per la
propria vita, che la delusione per le implicazioni negative della transizione
rende più marcata. Il cammino che spetta loro è lungo e tortuoso. Tuttavia, sono
tra le principali risorse di cui il paese può disporre.
Di
fronte a bisogni inevasi ed aspettative deluse, essi rivolgono lo sguardo verso
Occidente, sognano di viaggiare, di vivere, studiare o lavorare in uno dei
tanti paesi che la magia della televisione ha portato nelle loro case e che
adesso, finalmente, diventa accessibile.
Appare
perciò evidente la necessità di offrire loro strumenti utili a valorizzare le
risorse disponibili nel paese, pena lo scivolamento delle loro progettualità
verso mete esclusivamente private e individualistiche. Saper investire nei
propri giovani è forse una delle sfide più grandi che oggi l’Albania ha davanti
a sé.
APPENDICE:
note metodologiche e “carta d’identità” del campione
Come
si è detto nella presentazione iniziale, il campo di osservazione della ricerca
è stato limitato alla popolazione studentesca perché soltanto di questo target era
possibile costruire un campione rappresentativo. I dati generali sull’universo
sono stati forniti dall’Istituto Nazionale delle Statistiche albanese (INSTAT).
Lo
strumento di rilevazione prescelto è il questionario. Attraverso 103 domande, abbiamo
invitato gli studenti ad esprimersi sulla vita familiare, le esperienze
amicali, il modo di spendere il tempo libero, i consumi (culturali e
materiali), il lavoro, il rapporto con la politica e l’informazione, la
riflessione sulla condizione femminile, sul proprio futuro, sul futuro del
paese.
I
questionari sono stati distribuiti nelle ultime due classi della scuola media-superiore
e, per una percentuale minoritaria, nell'università. Fra gli oltre settecento
questionari distribuiti, 697 sono risultati validi.
Le
scuole coinvolte nella ricerca sono state ventiquattro, situate in nove
distretti del paese. La loro localizzazione è stata subordinata
all'obiettivo di rappresentare:
a)
le principali aree geografiche del paese: Nord, Centro e Sud;
b) due realtà
socioeconomiche estreme e contrapposte: le principali città del paese e i
piccoli villaggi rurali.
Le
scuole e le università che ci hanno accolto, con una disponibilità peraltro notevole, sono le seguenti: scuola Media generale di Bushati
(Scutari), scuola Media generale "Hydajet Lezha" di Lezhe, scuola
Media generale di Balldrè (Lezhe), scuola Media generale "Haki Fejzo"
di Burrel, scuola Media generale di Baz (Burrel), scuola Media generale
"Ismail Qemal" di Tirana, scuola Media generale "Partizani"
di Tirana, scuola Media generale "Sami Frasheri" di Tirana, scuola Media
generale di Peza (Tirana), scuola Media generale di Ndroq (Tirana), scuola Media
generale "Daskal Todri" di Elbasan, scuola Media generale
"K.Kristoforidhi" di Elbasan, scuola Media industriale "Kosma
Naska" di Elbasan, scuola Media generale di Gostima (Elbasan), scuola Meda
generale di Kuqan (Elbasan), scuola Media generale "Uznova" di Berat,
scuola Media generale di Mbrakulla (Berat), scuola Media generale "Raqi
Qirinxhi" di Korça, scuola Media generale "Themistokli
Germenji" di Korça, scuola Media generale di Pirg (Korça), scuola Media generale "Halim Xhela" di Valona, scuola Media
industriale "Pavaresia" di Valona, scuola Media generale di Novosele
(Valona), scuola Media generale "Asim Zeneli" di Gjirokastra. E poi: Università
di Scutari, Università Agraria di Kamez (Tirana), Università di Tirana (facoltà
di Sociologia, Lettere e Filologia, Economia, Scienze Naturali, Lingue
Straniere), Università di Korça, Università di Gjirokastra.
Le
tabelle che seguono costituiscono una sorta di “carta d’identità” del campione
e contengono le distribuzioni di frequenza per alcune domande significative.
Tab. 1 -Sesso
|
|
totale
|
%
|
|
Maschi
|
296
|
42,5
|
|
Femmine
|
296
|
57,5
|
|
|
|
|
|
Totale
|
697
|
100
|
Tab. 2 - Età
|
|
frequenza
|
%
|
|
16
|
9
|
1,2
|
|
17
|
184
|
26,4
|
|
18
|
233
|
33,4
|
|
19
|
87
|
12,5
|
|
20
|
51
|
7,3
|
|
21
|
75
|
10,8
|
|
22
|
30
|
4,3
|
|
23
|
18
|
2,6
|
|
24
|
4
|
0,6
|
|
25
|
3
|
0,4
|
|
26
|
3
|
0,3
|
|
|
|
|
|
totale
|
697
|
100
|
Tab. 3 -
Ripartizione fra scuola e università
|
|
frequenza
|
%
|
|
Scuola
|
457
|
65,6
|
|
Universitá
|
240
|
34,4
|
|
|
|
|
|
Totale
|
697
|
100
|
Tab. 4 -
Luogo di residenza
|
|
%
|
|
nord-città
|
12,2
|
|
nord-villaggio
|
9,5
|
|
centro-città
|
28,3
|
|
centro-villaggio
|
9,2
|
|
sud-città
|
28,8
|
|
sud-villaggio
|
11,8
|
Tab. 5 -
Religione della famiglia
|
|
%
|
|
Cattolica
|
11,4
|
|
Ortodossa
|
21,8
|
|
Musulmana
|
58,4
|
|
catt. – ortodossa
|
0,4
|
|
catt. – musulmana
|
2,6
|
|
ort. – musulmana
|
5,3
|
|
non indica
|
2
|
Tab. 6 -
Numero di componenti della famiglia
|
|
%
|
|
fino a 3
|
9,6
|
|
4 - 5
|
60,8
|
|
6 – 8
|
26,3
|
|
piú di 8
|
3,3
|
Tab. 7 -
Titolo di studio dei genitori
|
|
padre - %
|
madre - %
|
|
fino alla III classe
|
0,3
|
0,3
|
|
IV - V classe
|
5
|
6,9
|
|
VII - VIII classe
|
16,9
|
21,9
|
|
scuola media
|
38
|
46,9
|
|
Laurea
|
37,7
|
24
|
|
non indica
|
2
|
0,9
|
Tab. 8 -
Familiari che lavorano
|
|
%
|
|
solo padre
|
20,8
|
|
solo madre
|
5,7
|
|
genitori
|
32,4
|
|
genitori-figli
|
18,2
|
|
figli
|
9
|
|
genitori-altri
parenti
|
0,6
|
|
altri parenti
|
0,1
|
|
nessuno
|
5,6
|
|
non indica
|
7,5
|
Tab. 9 -
Familiari occupati all’estero
|
|
%
|
|
padre
|
2,2
|
|
madre
|
1
|
|
genitori
|
0,6
|
|
genitori- fratelli
|
0,7
|
|
fratelli
|
15,5
|
|
|
|
|
non indica
|
80,1
|
Tab. 10 -
Paese nel quale lavorano
|
|
% *
|
|
|
Italia
|
34,8
|
|
|
Grecia
|
55,1
|
|
|
Turchia
|
2,2
|
|
|
Macedonia,
Ex-Jug.
|
0,7
|
|
|
Francia
|
0,7
|
|
|
Germania
|
2,9
|
|
|
Stati Uniti
|
2,9
|
|
|
Australia
|
0,7
|
|
|
* In questo caso, la percentuale
è calcolata non in rapporto al totale, ma rispetto al numero di ragazzi che hanno
risposto di aver un parente che lavora all’estero.
|
Tab. 11 -
Occupazione attuale dei genitori
|
|
padre - %
|
madre - %
|
|
operai, commessi
|
14,2
|
7,2
|
|
tecnici, operai
spec.
|
9,2
|
9,2
|
|
artigiani
|
2,6
|
1,6
|
|
commercianti
|
9,3
|
2,7
|
|
professionisti,
dirig.
|
14,3
|
5
|
|
insegnanti
|
8,2
|
14,8
|
|
impiegati
|
2,4
|
3,7
|
|
agricoltori
|
4,2
|
3,4
|
|
militari
|
2,3
|
-
|
|
casalinga
|
-
|
7
|
|
assistenza,
disoccupato
|
12,3
|
26,7
|
|
pensionato
|
16,8
|
15,2
|
|
non indica
|
3,7
|
3
|
Tab. 12 -
Grado di soddisfazione per l’istruzione ricevuta
|
|
%
|
|
molto
|
9,4
|
|
abbastanza
|
15,4
|
|
non molto
|
44,3
|
|
per nulla
|
5,7
|
|
non so
|
14,5
|
|
|
|
|
non indica
|
0,6
|
Tab. 13 –La
scuola offre validi strumenti per affrontare la attuale situazione?
|
|
%
|
|
Sì
|
8,6
|
|
non è utile
|
12,1
|
|
no, ma bisogna
aver pazienza, non può
cambiare tutto in
poco tempo
|
47,2
|
|
no, e non penso
che migliorerà a breve termine
|
21,8
|
|
non so
|
9,3
|
|
non indica
|
1
|
|
|
|
Tab. 14 – Ti
piacerebbe poter continuare gli studi all’estero?
|
|
%
|
|
Sì
|
75,9
|
|
no
|
4,6
|
|
non so
|
18,5
|
|
non indica
|
1
|
Tab. 15 - Hai
intenzione di abbandonare gli studi?
|
|
%
|
|
Sì, per lavorare
|
3,4
|
|
Sì, per aiutare i
miei genitori nel loro lavoro
|
1,3
|
|
Sì, non mi piace
studiare
|
0,7
|
|
Sì, ho intenzione
di cambiare scuola/corso di laurea
|
2,6
|
|
Sì, date le
condizioni della scuola/univ. non vale la pena
continuare a
studiare
|
3,3
|
|
no, ho intenzione
di continuare
|
62,6
|
|
non lo faró se
non costretto da necessità familiari
|
19,2
|
|
non so
|
5,7
|
|
non indica
|
1,1
|
Tab. 16 – Attualmente
lavori?
|
|
%
|
|
Sì, aiuto i miei
genitori
|
28,7
|
|
Sì, lavoro all’esterno
della famiglia
|
8,1
|
|
No
|
62,3
|
|
non indica
|
1
|
Tab. 17 - Hai
lavorato in passato?
|
|
%
|
|
Sì
|
33,4
|
|
no
|
63,8
|
|
non indica
|
2,7
|
Tab. 18 – Le
speranze di trovare lavoro sono:
|
|
%
|
|
buone
|
33,4
|
|
Scarse
|
8
|
|
quasi nulle
|
9,5
|
|
non so
|
47,6
|
|
non indica
|
1,3
|
Tab. 19 -
Preferenza per
|
|
%
|
|
lavoro in proprio
|
73,6
|
|
lavoro dipendente
|
8,2
|
|
lavoro statale
|
10,2
|
|
non so
|
7,7
|
|
non indica
|
0,3
|
Tab. 20 - In
Albania è più facile
|
|
%
|
|
intraprendere un lavoro
in proprio
|
63,1
|
|
trovare un lavoro
dipendente
|
15,9
|
|
non so
|
19,5
|
|
non indica
|
1,4
|
Tab. 21 - Per
un uomo è più facile che per una donna trovare lavoro?
|
|
%
|
|
Sì
|
53,9
|
|
no
|
21,5
|
|
non so
|
24,1
|
|
non indica
|
0,4
|
Tab. 22 - Il
requisito più rilevante nella scelta di un lavoro
|
|
%
|
|
buono stipendio
|
21,7
|
|
buone condizioni
di lavoro
|
6,3
|
|
buoni rapporti
con i colleghi
|
5,5
|
|
possibilità di carriera
|
3,7
|
|
sicurezza e
stabilità
|
16,9
|
|
autonomia e
possibilità di decidere
|
12,3
|
|
interesse per
tipo di lavoro
|
8,9
|
|
possibilità di
imparare e di esprimere le proprie capacità
|
24,1
|
|
orario di lavoro
|
0,6
|
Tab. 23 -
Saresti disposto ad emigrare?
|
|
%
|
|
Sì, certamente
|
22,4
|
|
Sì, ma non
definitivamente
|
46,2
|
|
preferirei di no
|
8,3
|
|
no, non intendo
lasciare l’Albania
|
6,3
|
|
non so
|
16,6
|
Tab. 24 -
Cosa ti aspetti di trovare all’estero che il tuo paese non può darti adesso?
|
|
%
|
|
Lavoro
|
5,9
|
|
lavoro più
stabile e retribuito
|
28,9
|
|
un lavoro per realizzarmi
e fare carriera
|
18,9
|
|
libertà e
divertimento
|
4,3
|
|
una vita più
interessante
|
32,4
|
|
altro
|
2,7
|
|
non indica
|
6,2
|
Tab. 25 -
Frequenza delle uscite la sera durante la settimana
|
|
%
|
|
una sera
|
19,9
|
|
2-3 sere
|
21,1
|
|
4-5 sere
|
6,7
|
|
6-7 sere
|
6,7
|
|
non indica (o
scrive mai o raramente)
|
45,5
|
Tab. 26 -
Vorresti uscire più spesso?
|
|
%
|
|
Sì, ma i miei
genitori non mi consentono
|
21,4
|
|
Sì, ma gli impegni
di studio/lavoro non mi consentono
|
24,2
|
|
Sì, ma solo si
potesse fare qualcosa di più interessante
|
41,3
|
|
no, va bene così
|
11,5
|
|
non indica
|
1,6
|
Tab. 27 -
Attività più frequentemente svolte nel tempo libero
|
|
%
|
|
uscire con gli
amici
|
33,9
|
|
guardare la TV
|
64,4
|
|
non indica
|
1,7
|
Tab. 28 - Ore
dedicate alla visione della TV
|
|
%
|
|
meno di due
|
8
|
|
due-quattro
|
44,9
|
|
quattro- cinque
|
19,2
|
|
piú di cinque
|
22,1
|
|
non indica
|
5,6
|
Tab. 29 – Canali
più seguiti
|
|
%
|
|
albanesi
|
24,5
|
|
Stranieri
|
62,3
|
|
entrambi
|
9,9
|
|
non indica
|
3
|
Tab. 30 - Fai
parte di un’associazione?
|
|
%
|
|
Sì
|
14,5
|
|
no
|
83,8
|
|
non indica
|
1,6
|
Tab. 31 - Di
che tipo associazione si tratta?
|
|
%*
|
|
ass. culturale
|
12
|
|
ass. ambientale
|
13
|
|
ass. politica
|
29,3
|
|
ass. religiosa
|
22,8
|
|
ass. sportiva
|
5,4
|
|
ass.
professionale
|
3,3
|
|
ass. umanitaria
|
14,1
|
|
* percentuale calcolata
in rapporto al numero di ragazzi che hanno risposto alla domanda, che sono il
13,2 % del campione.
|
|
|
|
|
Tab. 32 – Atteggiamento
nei confronti della politica:
|
|
%
|
|
sono politicamente
impegnato
|
2,6
|
|
mi tengo al
corrente della politica ma senza partecipare
|
24,2
|
|
la politica si
deve lasciare a persone competenti
|
20,1
|
|
la politica mi
disgusta
|
52,1
|
|
non indica
|
1
|
Tab. 33 -
Giudizio espresso sulle pubblicazioni albanesi
|
|
%
|
|
molto valide
|
15,8
|
|
abbastanza valide
|
20,4
|
|
troppo costose
|
10,3
|
|
non adatte ai
giovani
|
19,7
|
|
poco interessanti
|
19,9
|
|
non valide
|
2,3
|
|
non so
|
10,6
|
|
non indica
|
1
|
Tab. 34 -
Pubblicazioni da curare maggiormente
|
|
%
|
|
politica
|
1,1
|
|
informazione
|
21,4
|
|
musica
|
16,8
|
|
sport
|
10,5
|
|
internazionali
|
7
|
|
moda
|
15,9
|
|
economia
domestica
|
1,6
|
|
arte
|
24,1
|
|
altro
|
0,9
|
|
non indica
|
0,7
|
Tab. 35 - Le
cose più importanti nella vita delle persone
|
|
molto
|
abbast.
|
poco
|
per niente
|
non so
|
|
famiglia
|
90,4
|
6
|
1
|
0,1
|
0,9
|
|
lavoro
|
67,6
|
24,1
|
4,7
|
0,4
|
1,9
|
|
amici
|
53,7
|
34,7
|
8,2
|
0,4
|
1
|
|
politica
|
1,1
|
4
|
33,4
|
43,9
|
14,5
|
|
religione
|
17,5
|
22,2
|
31
|
14,1
|
13,3
|
|
impegno sociale
|
9
|
21,4
|
28,8
|
12,2
|
24,1
|
|
interessi cult.
|
37,6
|
34
|
15,8
|
4,4
|
5,3
|
|
svago
|
52,2
|
32,9
|
11,3
|
0,9
|
1,7
|
|
sport
|
36
|
33,3
|
21,5
|
5,3
|
3,4
|
Tab. 36 - Se
avessi a disposizione 1.000 dollari, cosa faresti?
|
|
%
|
|
comprerei un
motorino
|
12,8
|
|
comprerei degli
abiti alla moda
|
12,9
|
|
comprerei uno
stereo
|
1,9
|
|
comprerei dei
libri (non di studio)
|
3
|
|
farei un viaggio
|
25,7
|
|
li risparmierei
|
5,9
|
|
li investirei in
un’attività economica
|
26,1
|
|
li darei ai miei
genitori
|
2,6
|
|
comprerei un
visto per emigrare
|
1,3
|
|
li userei per
divertirmi
|
2
|
|
li investirei per
studio o lavoro
|
1,9
|
|
altro
|
0,9
|
Tab. 37 -
Principale fattore di miglioramento socio-economico
|
|
%
|
|
formazione
culturale
|
10
|
|
appartenere ad
una buona famiglia
|
10,9
|
|
rapporti con le
persone giuste
|
4,9
|
|
opprtunismo e
assenza di scrupoli
|
1,7
|
|
lavoro
|
18,5
|
|
competenza
professionale
|
26,8
|
|
impegno personale
|
6,7
|
|
fortuna
|
19,1
|
|
non indica
|
1,3
|
Tab. 38 -
Motivo per il quale è giusto che la donna lavori
|
|
%
|
|
per il
sostentamento della famiglia
|
10
|
|
per essere alla
pari con l’uomo
|
4,2
|
|
per essere
indipendente
|
24
|
|
lavorare
arricchisce di significato la vita
|
39,5
|
|
è preferibile che
si occupi dei lavori domestici
|
10,2
|
|
meglio che non
lavori, lasciando agli uomini
le poche
possibilità di lavoro oggi disponibili
|
5,6
|
|
non so
|
6,2
|
|
non indica
|
0,4
|
Tab. 39 – L’emancipazione
della donna nella società albanese è:
|
|
%
|
|
già realizzata al
tempo di Enver
|
10,9
|
|
raggiunta solo in
parte
|
54,2
|
|
mai raggiunta
|
16,8
|
|
non so
|
18
|
Tab. 40 -
Campi nei quali le conquiste passate delle donne sono oggi in pericolo:
|
|
%
|
|
famiglia
|
7
|
|
società
|
9,3
|
|
politica
|
12,8
|
|
famiglia, società
e politica insieme
|
6
|
|
non sono in
pericolo
|
34
|
|
non so
|
30
|
Tab. 41 -
Sentimento prevalente tra gli albanesi quando è crollato il regime:
|
|
%
|
|
entusiasmo e
ottimismo
|
38,7
|
|
entusiasmo e
paura
|
22,7
|
|
pessimismo
|
3
|
|
disorientamento
|
35
|
Tab. 42 - Tu
personalmente eri:
|
|
%
|
|
molto ottimista
|
22
|
|
cautamente
ottimista
|
16,4
|
|
preoccupato
|
7,7
|
|
pessimista
|
2,7
|
|
disorientato
|
50,6
|
Tab. 43 - Hai
partecipato alle manifestazioni di piazza?
|
|
%
|
|
Sì
|
27,4
|
|
no, non ci sono
state nella mia città
|
12,5
|
|
no, ero troppo
giovane
|
34,1
|
|
no, avevo paura
delle conseguenze
|
8,8
|
|
no, i miei genitori
non me lo hanno consentito
|
7,2
|
|
no, non ero d’accordo
|
9,5
|
Tab. 44 -
Quando gli albanesi hanno avuto la certezza che il comunismo era finito:
|
|
%
|
|
quando Alia ha
concesso la libertà di Organizzazione politica
|
12,2
|
|
quando i
democratici hanno vinto le elezioni
|
33
|
|
non c’è stato un
momento preciso
|
20,5
|
|
non ce l’hanno
ancora
|
32,9
|
|
Altro
|
0,7
|
Tab. 45 - Il
peso più grande durante gli anni del comunismo:
|
|
%
|
|
assenza di
benessere
|
12,3
|
|
Paura
|
4,3
|
|
assenza di libertà
|
35,3
|
|
isolamento
|
46,6
|
|
non indica
|
1,3
|
Tab. 46 - I
tuoi genitori ti raccontavano delle violenze e delle ingiustizie che si
commettevano durante regime?
|
|
%
|
|
Sì
|
14,8
|
|
No
|
40,3
|
|
no, era
pericoloso
|
33
|
|
non c’era niente
di cui parlare
|
11,8
|
Tab. 47 -
Negli ultimi quattro anni le cose sono cambiate:
|
|
%
|
|
Molto
|
25
|
|
abbastanza
|
35,4
|
|
poco
|
35,4
|
|
per niente
|
3,9
|
Tab. 48 -
Quanto tempo occorre secondo te per risolvere i problemi del paese:
|
|
%
|
|
meno di 5 anni
|
3
|
|
più di 5 anni
|
22,4
|
|
più di 10 anni
|
30,6
|
|
più di 20 anni
|
18,7
|
|
non so
|
25,4
|
Tab. 49 - Il
problema che deve essere affrontato con maggiore urgenza:
|
|
%
|
|
inflazione
|
3,9
|
|
disoccupazione
|
55,8
|
|
criminalità
|
24,2
|
|
disordine nella
vita sociale ed economica
|
13,5
|
|
non indica
|
1,9
|
Tab. 50 -
Giudizio sull’introduzione dell’economia di mercato:
|
|
%
|
|
Positiva
|
49,4
|
|
non c’era altra
scelta
|
13,5
|
|
ha peggiorato la
situazione
|
2,9
|
|
ha favorito la
criminalità
|
3
|
|
Questo non è mercato,
ma solo disordine e anarchia
|
30
|
Tab. 51 - I cittadini hanno la possibilità
di influenzare le decisioni dei governanti?
|
|
%
|
|
Sì
|
35,7
|
|
No
|
17,9
|
|
non so
|
45,8
|
Tab. 52 -
Iniziative da adottare per limitare gli episodi di criminalità:
|
|
%
|
|
aumentare la
vigilanza delle forze dell’ordine
|
21,5
|
|
inasprire le pene
|
19,4
|
|
svolgere un’opera
di educazione sin dall’infanzia
|
25,7
|
|
Sensibilizzare la
collettività affinché collabori con le forze
dell’ordine
|
6,5
|
|
reprimere anche
con la pena di morte i crimini più gravi
|
25,8
|
|
non indica
|
1,1
|
Tab. 53 -
Quando uno Stato può dirsi democratico?
|
|
%
|
|
quando garantisce
pari diritti ai citt. e
consente di
impiegare liberamente i guadagni
|
54,1
|
|
quando si può
votare liberamente
|
6,2
|
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quando i citt. hanno
libertà di iniziativa econ.
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3
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quando i bisogni
dei citt. sono recepiti dalla classe politica
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20,1
|
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quando i citt.
partecipano alla vita politica e controllano
le istituzioni
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5,2
|
|
non so
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10,6
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Tab. 54 -
Oggi l’Albania è:
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|
%
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il disastroso
risultato di un regime sbagliato
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13,3
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un paese ricco di
tradizioni e risorse che può guardare avanti
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21,1
|
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un paese
minacciato da gravi pericoli
|
54,2
|
|
un paese privo di
prospettive
|
7
|
|
non so
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3,9
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Tab. 55 - Hai
progetti personali?
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|
%
|
|
Sì
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26,3
|
|
più che altro ho
delle speranze
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52,4
|
|
non è possibile
fare progetti
|
4,4
|
|
non ci ho ancora
pensato
|
16,8
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Tab. 56 - Il
tuo futuro lo vedi:
|
|
%
|
|
pieno di opportunità
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33,4
|
|
pieno di rischi e
incognite
|
18,7
|
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pieno di oppotunità
quanto di insidie
|
20,1
|
|
non so,
preferisco non pensarci
|
27,7
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