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L'Albania e i suoi giovani durante la transizione - terrelibere.org :: altre forme di comunicazione
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I GIOVANI ALBANESI DURANTE LA TRANSIZIONE:

L'Albania e i suoi giovani durante la transizione:

sogni, speranze, paure

 

 

di Ada Trifirò

 

 

Tirana, maggio 2005: ri-visitando gli appunti di una ricerca

Nel 1995 mi sono occupata sul campo di una ricerca sulla condizione dei giovani albanesi, che s’inseriva nell’ambito di un progetto di cooperazione internazionale.[1] La parte più rilevante dei lavori si è svolta nei mesi di marzo, aprile e maggio, durante i quali in nove distretti del paese abbiamo invitato un campione di circa 700 studenti a rispondere alle domande di un questionario. Il campo di osservazione è stato limitato alla popolazione studentesca perché soltanto di questo target era possibile costruire un campione rappresentativo.[2]

Mi sono recata in ogni scuola ed in ogni ateneo insieme a Robert Shagla, indispensabile mediatore con la storia e la realtà del paese. Il dialogo instaurato con insegnanti e studenti è stato particolarmente intenso e ci ha dato modo di acquisire un bagaglio di impressioni e informazioni rivelatosi prezioso in sede di interpretazione dei risultati. In alcuni luoghi siamo tornati per “restistuire” i risultati della ricerca.

L’urgenza di quegli anni in Albania, per i giovani e non solo per loro, era quel “passaggio ad Ovest” che nessuno sapeva bene come immaginarsi. Gli albanesi guardavano con grande fiducia al futuro, anche perché dal 1991 il processo di apertura avanzava senza contraccolpi. L’economia iniziava a far registare indici di rapida crescita – almeno a livello macroeconomico – e da varie parti si parlava di “miracolo albanese”. Il clima di continuo cambiamento che si respirava nei centri urbani, soprattutto a Tirana, generava una fiducia nei processi in atto che sembrava contagiare tutti: locali e internazionali, gente comune e intellettuali, analisti politici e uomini d’affari. E contagiò anche noi, ovviamente, come s’intende dalle pagine che seguono!

Ma quattro anni erano pochi per ritenere che una fine non traumatica del regime comunista potesse rappresentare una “promessa” di stabilità incontrastata. Di fatto, nel 1996 le elezioni presidenziali furono precedute da episodi di violenza e caratterizzate da situazioni di irregolarità. Nel 1997 crollarono le “società piramidali”, trascinandosi dietro il mito dell'arricchimento facile e conducendo il paese quasi sull’orlo di una guerra civile. E, per finire, nel 1999 una crisi esterna, quella del Kosovo, comportò un’altra interruzione del processo di costruzione a più livelli in atto nel paese.

Nel 1995 però i giovani non avevano sperimentato ancora tutte le contraddizioni e gli strappi che la “transizione” avrebbe portato con sé. Vivevano in attesa, in bilico tra un passato che aveva posto nelle loro riflessioni ed un futuro atteso con impazienza ma anche con paura. Ma già allora erano presenti i germi dell’individualismo marcato che caratterizza oggi la società albanese, così come era chiaro che la tendenza a migrare non si sarebbe arrestata. Già allora si poteva prevedere il rifiuto della politica che interessa drammaticamente i giovani e alle adolescenti era chiaro che nel loro futuro si profilavano sfide difficili da condurre; sfide che oggi si chiamano discriminazione sociale ed economica o violenza domestica o riproposizione di valori patriarcali che si credevano superati. Inoltre, era evidente che il paese si stava rimettendo in marcia su più velocità, con le città già pullulanti di novità e le aree rurali in una situazione di staticità, ove l’unico fattore di dinamicità erano le partenze per l’emigrazione.

A dieci anni di distanza, sono di nuovo a Tirana per occuparmi di un fenomeno del quale a quel tempo nessuno avrebbe immaginato una drammatica evoluzione come quella che abbiamo oggi sotto gli occhi: mi riferisco alla “tratta delle donne a scopo di sfruttamento sessuale”. E cercando di ridisegnare nella memoria l’onda dei cambiamenti registratisi nel paese dall’inizio della transizione, ritrovo nei cassetti – assieme ad appunti, nastri registrati, rapporti e fogli sparsi che racchiudono cinque anni passati quasi ininterrottamente in Albania – anche questo documento: una breve sintesi della versione in italiano del rapporto di ricerca.

Adesso che la vita del paese presenta maggiore stabilità ma anche qualche disillusione non prevista, che i nodi problematici nella vita dei giovani sono più profondi e complessi, che il ricordo del passato è stato tragicamente sospeso per lasciare spazio all’inseguimento del “nuovo” in ogni sua forma, forse adesso questo testo può costituire un importante pezzo di memoria da ri-visitare.

 

 

Tirana, maggio 1996: i risultati della ricerca

 

 

Molti anni fa, prima di morire, mio nonno mi ha detto:

“Presto o tardi le cose cambieranno in Albania.

Quando questo avverrà, goditi la vita anche per me”.

Ripenso spesso a quel giorno!

(uno studente dell’Università di Tirana)

 

Un frammento di vita familiare si staglia nella memoria di un ragazzo. È un ricordo insistente dell’infanzia che da significato alla sua vita, collocandola tra un tempo ormai finalmente passato ed un futuro tutto da scoprire. In queste parole corre con forza la voce di una società adulta che ha conosciuto molte rinunce, ha custodito sogni, progetti, speranze e adesso li proietta nel futuro dei suoi giovani. Scoprendole tra le risposte date in un questionario da uno studente dell’Università di Tirana, ho subito ripensato al mio primo incontro con i giovani albanesi.

Nell’ottobre del 1992, ho attraversato a ritroso quel tratto di mare che aveva condotto migliaia di albanesi nel mio paese.[3] Si era appena chiusa una dura epoca ma ancora nulla aveva preso a muoversi né era possibile immaginare la via per la quale si sarebbe incamminata l’Albania. Nella Tirana di allora, senza bar né altri luoghi di ritrovo che non fossero vecchi e impersonali turizëm[4] o i bordi dei marciapiedi, non era facile imbattersi in miei coetanei. Affollavano per qualche ora dopo la scuola o le lezioni il parco che circonda la Piramida[5]. Poi scomparivano in case quasi sempre senza corrente elettrica, senza riscaldamento, a volte senza cibo. Ancora occorreva fare file interminabili davanti ai negozi di stato per comprare (ed in quantità limitate!) i generi di prima necessità e il nuovo si esauriva in due parole che dovevano riempirsi di significato: “democrazia”  e “mercato”.

Dalle pagine dei giornali italiani avevo appreso che i principali protagonisti della rivolta del dicembre 1990 e dello sciopero della fame del febbraio successivo erano stati gli studenti. Ho cercato di incontrarli. Avevano cominciato ad articolare la loro protesta dalle stanze dei dormitori dove vivevano in condizioni difficili: senza acqua né corrente elettrica o servizi igienici degni di questa definizione. Avevano occupato le aule dell’università, avevano invaso le piazze delle principali città, assieme ad operai, intellettuali, donne; avevano rovesciato le statue simbolo di anni di sofferenze.

Quella base che sosteneva fino all’anno prima nel centro di Tirana la più grande statua di Enver Hoxha mi accompagnarono a vederla e tutti ricordavano i particolari di “quel” giorno e di “quel” momento in cui era stata rovesciata.

Le sensazioni provate erano ancora molto vive in loro e la consapevolezza di aver partecipato ad uno dei momenti più importanti della storia del paese li rendeva ansiosi di raccontare. Nelle loro parole, però, il ricordo del passato cominciava ad offuscarsi, perdeva di centralità, per lasciar spazio ad una dimensione/attività ben più importante: immaginare il futuro. Ricordo Aida, felice di poter finalmente frequentare la facoltà di lettere dopo essere stata obbligata per anni a studiare medicina.[6] E poi Evis che mi raccontava la vita di sua madre: l’esempio di un percorso esistenziale da non ripetere assolutamente. Aiutava suo padre nella gestione di un’attività commerciale, si occupava da sola del settore abbigliamento per donna e si definiva con fierezza “imprenditrice”. Dhurata, invece, voleva fare la casalinga e non sarebbe più stata obbligata al lavoro.

Sentivano di andare incontro a giorni migliori ed il loro imperativo in quel momento era “farcela”,  recuperare il tempo perduto e progettare al meglio il futuro. Il paese però versava in una situazione di inimmaginabile desolazione. I campi abbandonati. Le cooperative distrutte dalla rabbia dei contadini e spogliate di quel poco che di servibile ancora rimaneva. I vetri degli edifici pubblici rotti. Le case in pieno degrado. Paralizzata ogni forma di attività economica. Nei negozi di stato quasi assenti anche quei beni di prima necessità che, almeno formalmente, lo Stato avrebbe dovuto garantire. Troppo elevati invece i prezzi al mercato nero, che cominciava a prendere forma in qualche piazza della capitale o di un'altra delle città principali, incurante della legge (ma quale legge, d'altra parte?).

Dovunque si respirava un'aria cupa, dappertutto l'orologio del tempo sembrava aver subito un brusco rallentamento se non un arresto. Perso il lavoro, gli uomini si aggiravano per le strade della capitale a piedi o in bicicletta con gli sguardi carichi di attesa. Le donne, restituite loro malgrado alle mura domestiche, tornavano a sentire lo spettro del tradizionalismo, dal quale tutto sommato la politica del regime le aveva strappate.

Un intero paese si era fermato. Prostrato da anni di stenti e di controllo politico e intellettuale, sembrava aver perso ogni speranza e ogni volontà e riusciva a vedere davanti a sé un'unica strada: la fuga.

Da quei giorni, tuttavia, molte cose sono cambiate. Gli albanesi hanno dovuto compiere un cammino doloroso. Hanno dovuto rendersi conto che la via per il benessere non poteva essere quel braccio di mare che separa Valona da Brindisi o Durazzo da Bari, nel quale molti giovani hanno anche trovato la morte. Hanno perso il lavoro e, quando lo Stato non ha potuto più sostenerne l'onere, anche l'asistenca, sussidio di disoccupazione pari all'80% dello stipendio precedentemente percepito. Hanno subito i contraccolpi della liberalizzazione dei prezzi: inflazione e conseguente perdita di potere d'acquisto. Hanno dovuto apprendere che libero mercato non significa benessere né tantomeno benessere per tutti e che l'introduzione della proprietà privata apre la strada alle disuguaglianze. Nonostante i controversi diritti proprietari, infatti, i contadini potevano sperare di ottenere l'attribuzione della terra sulla quale avevano lavorato negli ultimi decenni; i commessi avevano la possibilità di comprare i negozi e divenire commercianti. Ma gli operai delle fabbriche chiuse o di quelle che lo Stato si accingeva a privatizzare che diritti potevano avere mai? E gli insegnanti, gli impiegati o i medici?

Quando, negli ultimi anni di regime, avevano cominciato ad immaginare la “libertà” non conoscevano le difficoltà da affrontare. (E come avrebbero potuto?). Per questa ragione le loro aspettative si scontravano con una realtà troppo complessa, spesso indecifrabile con il semplice ausilio degli strumenti forniti dall'esperienza; una realtà nella quale dovevano imparare a stare sulle proprie gambe, perché non c'era più lo Stato a decidere su ogni cosa.

D'un tratto occoreva reinventarsi la vita, inventarsi un lavoro, pensare ad un futuro per sé e per la propria famiglia: intanto c'era il vuoto intorno!

Non tutti hanno avuto la possibilità e gli strumenti per imparare; molti non hanno saputo farlo; altri ancora hanno creduto che libertà fosse uguale ad assenza di regole, che pur di divenire protagonisti della propria esistenza fosse "lecito" anche far ricorso a strumenti poco ortodossi.

Eppure, tra successi e fallimenti, tra grandi acquisizioni e stridenti contraddizioni, a partire dalla fine del 1992 la situazione ha preso a cambiare a ritmi del tutto imprevedibili. La ricostruzione è iniziata, sebbene in maniera disordinata e disomogenea. L'attività economica ha ripreso a fiorire. Dopo i primi difficili anni, la produzione agricola è tornata a crescere un pò ovunque. Le attività collegate ai trasporti e all'edilizia hanno subito un notevole sviluppo così come il settore del commercio e dell'intermediazione in genere, nel quale si registrano vitalità e dinamismo particolari. Ogni attività nella quale l'inizitiva della gente non ha bisogno di consistenti strumenti - in termini di competenza/esperienza e impiego di capitali - per esprimersi, si sta diffondendo a macchia d'olio in tutto il territorio. Bar, ristoranti, agenzie di viaggi, negozi forniti dei prodotti più svariati si moltiplicano, cambiando ogni giorno volto alle città.

Tirana, con le sue vetrine, le decine di caffé che hanno invaso le piazze del centro, i lussuosi ristoranti ed hotel, i numerosi quotidiani e riviste in mostra nei chioschi o lungo i marciapiedi sta lentamente assumendo i caratteri di una città europea.

Anche a livello macro si registrano importanti avanzamenti. La crescita del PIL, dopo il massimo registrato nel 1993, continua a mantenersi consistente. L'inflazione, che alla fine del 1992 oscillava intorno ad un valore annuo del 300%, durante gli ultimi due anni (1994-1995) è stata mantenuta quasi sempre al di sotto del 20%. Il deficit del bilancio statale si è ridotto considerevolmente. Il Lek è l’unica moneta nell'Est Europeo che non ha mai perso convertibilità; negli ultimi due anni anzi si è mantenuto quasi stabile il suo valore di scambio.

Ma la cosa più importante è che finalmente il popolo albanese ha rialzato il capo e sta recuperando dignità nazionale e fiducia. I giorni nei quali, nella convinzione di non poter nulla senza l'aiuto internazionale, si era mostrato disposto ad accettare il protettorato di qualcuno dei paesi occidentali, con tutto ciò che questo comportava, sono ormai lontani. Adesso a Tirana e nelle altre principali città del paese si respira un'aria nuova, che sa di intraprendenza, voglia di fare, di cambiare, di esprimersi.

La vita dei giovani è quella che è cambiata in maniera più marcata. Nei centri urbani, quella “voglia di farcela” ha cominciato ad esprimersi, prendendo forma attraverso i modelli appresi dalle società occidentali nella platea di quella che Paolo Jedlosky chiama “l’arena collettiva dei mezzi di comunicazione di massa”.[7] A Tirana, sembra essere esplosa!

La piazza di fronte all’hotel Dajti, nel cuore della capitale, è un concentrato di vitalità ed energia; di bar in bar, di canzone in canzone, centinaia di ragazzi ogni giorno consumano i rituali collettivi del tempo libero. Seduti nei caffè, sui banchi di scuola o nei luoghi di lavoro, inseguono tutte le possibilità che il “nuovo” offre loro: dalla libertà di vestirsi secondo le mode occidentali e ascoltare musica straniera alla possibilità di frequentare l’università all’estero o di impiegare i capitali guadagnati in una propria attività ecomomica.

Leka ha 23 anni. Ha lavorato tre anni in Grecia. Al suo ritorno a Tirana ha costruito una casa ed ha comprato un taxi. Mary è una giovane pianista e può con la sua musica superare finalmente i confini nazionali. Luljeta è di Berat; ha finito l'università, ha trovato un lavoro a Tirana e può vivere da sola.

Purtroppo, tutto questo è ancora privilegio di una limitata parte della popolazione giovanile. I cambiamenti non hanno interessato in misura eguale ed in maniera omogenea tutte le aree geografiche così come non tutte le fasce della popolazione e i diversi comparti dell’economia del paese.

Nelle cittadine minori ed ancor più nei villaggi il “nuovo” è in buona parte atteso. Ancora circa il 60% della popolazione albanese vive nelle campagne ai limiti della sussistenza e solo marginalmente coinvolta dagli straordinari mutamenti registratisi a livello nazionale. Qui i giovani, tra la scuola ed il lavoro nei campi o con il bestiame, vanno ancora alla ricerca di un cambiamento che non sia soltanto il televisore a colori, la lavatrice o la condizione di “clandestino” in Italia o Grecia.

In questo contesto frammentato e denso di contraddizioni, con la presente ricerca abbiamo inteso monitorare i comportamenti e gli orientamenti dei giovani, le loro incertezze e le inquietudini, nel tentativo di fotografare uno delle tante facce della complessa “transizione” albanese.

 

 

La vita quotidiana: scuola, amici, tempo libero

Luogo che ha ospitato la realizzazione dell'indagine, la scuola/università occupa una posizione di assoluta centraltà nell'esperienza giovanile e ricopre un’importante funzione sociale. Preposta alla trasmissione di contenuti culturali e competenze professionali, non esaurisce qui la sua funzione. Rappresenta, infatti, un luogo privilegiato per la socializzazione e l'orientamento delle nuove generazioni ai valori e agli scopi riconosciuti come propri e condivisi all'interno della comuntà. In epoche di grandi rivolgimenti o semplicemente nelle fasi recessive dell'economia di un paese, tuttavia, è fatale che non riceva la attenzioni che merita.

Attualmente il sistema educativo albanese presenta gravi carenze e storture e versa in una situazione di quasi abbandono. Le strutture fatiscenti nelle quali si materializza, rappresentano soltanto l'involucro esteriore e più facilmente visibile di un ambito istituzionale che necessita di ingenti investimenti.

Il bisogno di eliminare contenuti e schemi immediatamente riconducibili al vecchio sistema, ha condotto ad un rinnovamento dei programmi cui, però, non fa ancora seguito l'adeguamento dei testi e la riorganizzazione della didattica. Gli insegnanti - che tra l'altro si collocano tra le categorie socio-professionali più svantaggiate - non dispongono di strumenti con l'ausilio dei quali dare un’espressione concreta e costruttiva al loro bisogno di cambiamento ed avvicinamento agli standard europei.

A livello universitario, le occasioni di confronto con realtà corrispondenti di altri paesi non mancano e consentono certamente di attingere a risorse non ancora disponibili nel paese. Il mondo scolastico, invece, con qualche eccezione che si registra nelle principali realtà urbane, lamenta ancora un’immutata condizione di isolamento.

Lo sbocco naturale di una situazione di questo tipo è l'insorgere di uno stato di frustrazione tra gli insegnanti e la perdita di interesse per gli studi tra i giovani. Quest'ultimo fenomeno emerge chiaramente dai dati sulla frequenza scolastica e universitaria, negli ultimi anni in sensibile calo.

Il fenomeno assume dimensioni più o meno gravi a seconda del momento e del contesto socio-economico considerato. Il più consistente calo delle iscrizioni nelle scuole medie si è registrato tra il 1991 ed il 1993. Superati il disorientamento e la crisi di prospettive che l'inizio della transizione aveva provocato, la frequenza scolastica è tornata a crescere negli ultimi due anni in città mentre nei villaggi continua a diminuire ancora. Durante l'anno scolastico appena concluso, il numero degli studenti registrati nelle scuole medie-superiori di villaggio risulta, rispetto all'anno scolastico 1990-91, del 64,6% più basso.[8]

Nelle università continua a ridursi anno dopo anno il numero degli studenti full-time mentre cresce il numero di quelli “per corrispondenza”[9], segno che i giovani preferiscono una condizione formativa che consenta loro di tentare un inserimento nel mercato del lavoro.

Su un altro versante, le istituzioni scolastiche sono state interessate durante gli ultimi 5-6 anni da una riorganizzazione strutturale che potremmo definire “forzata” in quanto determinata, oltre che dalla citata riduzione della frequenza, dal bisogno di contenere la spesa pubblica e dal ritardo delle riforme. Tutti questi fattori hanno condotto ad una drastica riduzione del numero delle medie-speriori, che da 827 nel 1991 sono passate a 429. La maggior parte delle scuole “professionali”, inoltre, sono state trasformate in “generali”.

Tenuto conto del quadro fin qui delineato, è interessante conoscere la collocazione che gli studenti albanesi danno della loro esperienza scolastica.

Dalla ricerca è emersa una valutazione tendenzialmente negativa delle risorse acquisite che, tuttavia, solo marginalmente assume accenti di critica estrema. Quasi la metà dell'intero campione non è soddisfatto della qualità dell'istruzione ricevuta e ancora un 15% non riesce a darne una valutazione. Un giudizio più severo viene espresso rispetto alla capacità della scuola di accompagnare i giovani al difficile ingresso in una realtà nuova e in continua trasformazione. Qui come altrove, le istituzioni educative non appaiono ai giovani luoghi nei quali attingere strumenti e strategie di orientamento in vista del proprio inserimento sociale e occupazionale.

La posizione più rigida e pessimista si registra tra i ragazzi. Questo dato concorda con le testimonianze raccolte tra gli insegnanti nel corso del nostro viaggio attraverso le scuole. Secondo le loro indicazioni, infatti, sono maschi per lo più gli studenti che decidono volontariamente di abbandonare la scuola. Rispetto alle loro coetanee sono più impazienti, preferiscono provare a farsi largo alla ricerca di qualche occasione che il mercato del lavoro schiude loro o, ancora meglio, emigrare. Le ragazze, invece, hanno maggiore interesse a non abbandonare la scuola, per non essere risucchiate nell'angusta sfera domestica.

Nonostante sia scarso l'apprezzamento espresso nei confronti della qualità dell'istruzione, sono pochi tuttavia gli studenti che dichiarano di voler abbandonare gli studi (v.di tab.15). In assenza di alternative, del resto, la frequenza scolastica fornisce un’identità e offre occasioni di socializzazione. Per molti ragazzi, nei villaggi in particolare, le aule di scuole ed atenei rappresentano l'unico luogo di incontro con i coetanei, come si deduce dalla frequenza delle loro uscite.

Alla domanda "quante sere esci durante la settimana", infatti, il 45.5% dei ragazzi non risponde o scrive "nessuna" o "mai" o "raramente" e, tra coloro che rispondono, la stragrande maggioranza dichiara di uscire da una a tre sere (75,3% in tutto il paese, v.di tab. 25; nei villaggi la percentuale sale fino all'87,5%). Pochissimi (solo l'1,9%), però, dichiarano di non avere amici. Quasi un ragazzo su due, anzi, fa parte di un gruppo e quelle da svolgersi con amici ("ascoltare musica" o "incontrarsi al bar") sono le attività del tempo libero sulle quali si focalizza maggiormente la loro attenzione.

La libertà di organizzare il “tempo del piacere” è una facoltà acquisita solo parzialmente ed in pochi contesti privilegiati. Quasi la totalità dei giovani albanesi lamenta l'assenza di spazi e strutture che possano accogliere, articolare e arricchire di stimoli e contenuti i rapporti con i coetanei. Il 42% di loro dichiara che uscirebbe più frequentemente solo se avesse la possibilità di svolgere attività interessanti (v.di tab.26).

L'attività maggiormente svolta nel tempo libero è risultata - come prevedibile - la visione della TV, soprattutto fra le ragazze e tra gli abitanti dei villaggi (v.di tab.27). La preferenza dei più va alla TV straniera, e poi a film o a varietà e programmi che essi definiscono "per giovani".

La Televisione, però, e anche questo dato non sorprende, non è percepita come strumento di svago, essendo, ormai da anni, entrata a far parte della sfera della normalità e della quotidianità familiare anche nella società albanese.

Un dato interessante è quello relativo all'associazionismo (v.di tabb. 30, 31). Il 13,2 % del campione appartiene ad un’associazione. Si tratta di una percentuale consistente considerate l'età dei ragazzi interpellati (il 73,6 % ha meno di 19 anni; v.di tab.2) e le caratteristiche delle associazioni sorte in Albania negli ultimi anni (fragilità, scarsa organizzazione, diffusione territoriale disomogenea, elevata mortalità, ecc.).

Gli studenti albanesi sembrano abbastanza disponibili ad aderire ad ipotesi aggreganti e dimostrano una grande intraprendenza a questo riguardo. Alla fine dello scorso anno le ong registrate nel paese erano già circa 300 e le più numerose e attive sono, insieme alle organizzazioni di donne, quelle giovanili.

 

 

Il lavoro e il futuro

Il lavoro occupa un posto importante nelle riflessioni di ogni giovane. Su di esso si concentrano le attese più grandi poiché rappresenta il passaggio alla vita adulta e contiene le chiavi del futuro.

Per via di questa centralità, stimolati a pensare ad esso, gli studenti albanesi rivelano gli elementi dei quali si compone il loro modo di vedere la vita, il presente, il futuro e nel contempo di reagire ad essi: voglia di novità e insicurezza, sogni e paure, astrattezza e realismo, entusiasmo e pessimismo.

Il 37% di loro sta già svolgendo un’attività lavorativa e la percentuale sale al 73% nei villaggi. Il 34.4% di loro, pur non lavorando in questo momento, lo ha fatto in passato. Le loro esperienze, tuttavia, sono - o sono state - improntate ancora soltanto al bisogno, alla fatica a volte (<<vivo in campagna, lavoro il pomeriggio nell'orto, circa 4 ore, non ho tempo per studiare oppure, se ne ho, sono stanca>> scrive una ragazza di 17 anni del villaggio di Novosele, Valona). I più aiutano i genitori nella loro attività; altri sono impegnati, o lo sono stati, in piccoli lavoretti temporanei; altri ancora sono stati costretti, per dare un sostegno alla famiglia, ad emigrare (in Grecia, di solito) per qualche mese durante le vacanze estive. Secondo quanto ci hanno raccontato gli insegnanti, nei villaggi del Nord è abbastanza frequente che i ragazzi vadano nei paesi vicini in maniera “irregolare” per lavori stagionali. Lavorando per tre mesi consentono alla loro famiglia di sopravvivere per un anno intero.

I loro bisogni e le loro speranze, però, sono altri e, collocati in un orizzonte temporale lontano, riescono a sfuggire all'azione erosiva e demistificante della dura realtà.

Per quasi 3 ragazzi su 4 l'ideale è un “lavoro in proprio”, nonostante la consapevolezza delle risorse e delle energie necessarie a realizzarlo. L'autonomia sul lavoro fino a qualche anno fa addirittura impensabile, è per alcuni un'aspirazione prioritaria (v.di tabb.19, 20 e 22).

Considerano la disoccupazione il problema più pressante (v.di tab.49) e sanno che probabilmente saranno costretti a prendere la via dell'emigrazione. Tuttavia, non riescono a pronunciarsi negativamente circa le proprie prospettive occupazionali. Non sembrano, inoltre, disposti a scegliere il proprio lavoro unicamente sulla base di considerazioni economiche. La "possibilità di imparare cose nuove e di esprimere le proprie capacità", infatti, è per loro più importante in un lavoro della remunerazione economica.

Nonostante i segnali negativi che provengono dal mondo economico, le nuove generazioni sembrano conservare la capacità di pensare in maniera tutto sommato positiva al futuro, che appare denso di opportunità più che di rischi. È un dato senz'altro positivo se si pensa ai pericoli insiti nella perdita della fiducia.

 

 

L’emigrazione: un’opportunità per i giovani, un rischio per il paese

Una grande forza di attrazione esercita su questi ragazzi il mondo occidentale, che dopo quasi cinquanta anni finalmente diviene accessibile. A giudicare dai risultati della ricerca, esso non rappresenta tanto - come ci si sarebbe potuti attendere - il regno del consumo sfrenato, della soddisfazione dei bisogni materiali innanzitutto, quanto, piuttosto, della “scelta”, contrapposta ai tanti ostacoli che condizionano ancora la vita degli albanesi.

Considerano svago e divertimenti componenti importanti della vita di ogni persona, leggono spesso giornalini satirici o enigmistici (Kunji, Oroskopi, Enigma, ecc.) ma le pubblicazioni che la maggioranza vorrebbe più curate sono quelle che trattano di arte; contemporaneamente, assegnano un grande ruolo alle attività culturali (v.di tabb.34 e 35).

Immaginando di spendere un’ipotetica somma di 1000 dollari (vedi tab.36), esprimono principalmente il desiderio di "viaggiare" o di cimentarsi in "un’attività economica". Della nuova situazione politico-sociale apprezzano la possibilità di "costruire il futuro", di "essere se stessi", di "scegliere in maniera autonoma la direzione della vita", di "dimostrare le proprie capacità".

Dalle risposte ai questionari traspare una grande voglia di fare, di conoscere e imparare; ma anche a volte di trasgredire: quasi un ragazzo su quattro dichiara di leggere riviste erotiche.[10] Il loro entusiasmo, però, si scontra inevitabilmente con una realtà povera di strumenti e opportunità. È questa indubbiamente una delle ragioni per le quali risulta elevata la propensione ad emigrare; sebbene i più si orientino verso una emigrazione temporanea, solo un ragazzo su sette dichiara di non avere il desiderio di emigrare. All'estero sperano di trovare un lavoro più stabile o migliore o semplicemente un lavoro ma anche a "una vita più interessante" (v.di tabb. 23 e 24).

Il 76% vorrebbe completare gli studi all'estero. Alla base di tale aspirazione c'è la volontà di conseguire una preparazione professionale migliore di quanto il sistema educativo albanese non consenta. Ma non solo. C'è anche il desiderio di uscire dal paese, di fare nuove esperienze, conoscere realtà diverse, avere accesso ad opportunità, rapporti e scambi - umani e culturali - che all'interno del paese sarebbero preclusi. Molti di loro, però, probabilmente dopo gli studi non torneranno in Albania ed andranno ad alimentare un fenomeno migratorio che comincia ad assumere dimensioni preoccupanti.

Attualmente gli albanesi che vivono e lavorano all'estero sono circa 400.000 e di questi 300.000 (il 10% della popolazione complessiva dell'Albania) sono giovani. Tra di loro molti membri dell’intelligentsia. L'Albania di fatto è il paese del blocco orientale nel quale più massiccia è stata la “fuga dei cervelli”.

Indubbiamente, in un contesto come quello delineato, l'emigrazione rappresenta un’importante valvola di sfogo. Le rimesse inviate durante questi anni hanno consentito ad alcune famiglie di sopravvivere, ad altre di vivere secondo standard che le risorse locali non avrebbero consentito. Tuttavia, l'emigrazione continua a sottrarre energie essenziali per la ricostruzione del paese e i dati emersi non lasciano pensare ad un’inversione di tendenza.

 

 

Il giudizio sulla situazione attuale e sul futuro del paese

Dopo la distruzione del vecchio, in maniera lenta ma inesorabile è iniziata la “transizione”. Il sopraggiungere dei cambiamenti ha messo a confronto aspettative e realtà. Ciò che prima era stato solo immaginato, sognato a volte, comincia a concretizzarsi, assumendo un volto a tratti inatteso. Ma se la realtà non corrisponde all'idea, è erronea soltanto la maniera nella quale sono state realizzate le riforme o è erronea anche l'idea? E inoltre, quali sono le storture che il processo di transizione sta producendo?

La delusione e l'insoddisfazione fanno venire in superficie esigenze e bisogni inevasi; da essi occorre partire per rispondere a questi ed altri interrogativi che la fase attuale fa sorgere. Nonostante il diverso grado di soddisfazione espresso, ampiamente diffusa è fra gli studenti la sensazione che negli ultimi anni si sia registrato nel paese un miglioramento (v.di tab. 47). Alla valutazione positiva dei “cambiamenti” si accompagnano delusione e a volte sgomento per talune loro implicazioni; essenzialmente il “nuovo” appare denso di contraddizioni.

<<I mercati sono finalmente forniti dei beni più svariati>> ma <<non ci sono i soldi per acquistarli>>. <<Si può scegliere il proprio lavoro senza dover sottostare ad imposizioni>> ma <<non ci sono posti di lavoro>>. <<I contadini hanno ricevuto la terra>> ma <<non hanno i mezzi per coltivarla>>. <<È arrivata la libertà>> ma <<non siamo liberi di uscire la sera per le strade>>. <<È arrivata la democrazia>> ma <<è aumentata notevolmente la corruzione>>.[11] E si potrebbe proseguire ancora col citare le loro interessanti e lucide analisi.

La loro impressione è che si siano raggiunte conquiste solo formali e l’ambito privilegiato delle contraddizioni in atto sembra proprio l'economia. In questo campo, secondo i ragazzi interpellati, è possibile individuare i miglioramenti più significativi ma anche notevoli motivi di scontento. <<Ora che è nata l'economia di mercato, certa gente non può soddisfare i propri bisogni perché è disoccupata>>, scrive un ragazzo di Tirana.

L'avvento dell'economia di mercato viene visto con favore dalla metà dei giovani interpellati (v.di tab. 50). I progressi sono innegabili. È migliorato lo standard di vita della popolazione e in tutte le case sono entrati nuovi beni di consumo. Nello stesso tempo, tuttavia, si è generata una preoccupante polarizzazione della società. (<<Le condizioni economiche sono migliorate... è aumentata la povertà>>; <<una piccola parte ha raggiunto un buon stato economico... una gran parte sta ancora soffrendo molto, economicamente e spiritualmente>>; <<alcune persone si sono arricchite tanto, molte altre sono disoccupate >>, scrivono).

L'ampio scarto esistente tra i redditi di chi è riuscito ad entrare nel circuito dei "nuovi mestieri" (più o meno legali) oppure è emigrato e la condizione economica della parte restante di popolazione appare ai loro occhi inammissibile. Povertà e inequità sono due aspetti del nuovo ordine economico che non si aspettavano, così come non si aspettavano il vertiginoso aumento dei prezzi o la mancanza di opportunità occupazionali o la stagnazione dalla quale fatica ad uscire la produzione.

Sarebbe interessante capire meglio quali sono per i giovani albanesi le componenti di un'economia di mercato e, di riflesso, quali conseguenze credevano avrebbe comportato una sua introduzione. Se si indagasse più a fondo in tal senso si potrebbe anche comprendere perchè quasi uno studente su tre ritiene che nel paese non esista ancora il libero mercato.

Più che dalle incongruenze del mondo economico, tuttavia, sono preoccupati dalla diffusione della criminalità. Il vento dei cambiamenti non ha portato solo libertà (<<Parliamo e ridiamo senza aver paura>>, <<...ciascuno può pensare ed è libero di fare quello che pensa>>, <<...ora siamo più liberi in tutti gli aspetti della vita e la vita ci piace di più>>) né soltanto le nuove costruzioni, i negozi o la possibilità di emigrare ma anche episodi di violenza prima sconosciuti (<<Tanta è la libertà di uscire quanta la paura>>).

L'allarme suscitato dal fenomeno li spinge a pensare a soluzioni forti. Il 25,8%, infatti, considera la pena di morte il rimedio più efficace per porvi un argine ed un altro 19,4% vorrebbe che venissero inasprite le altre pene (v.di tab. 52).

Preoccupante è il modo in cui essi si rapportano alla politica. Circa il 52% dichiara di esserne disgustato e solo un ragazzo su venti la considera una parte importante della vita delle persone (v.di tabb. 32 e 35).

I giovani albanesi non sembrano considerare la classe politica meritevole di fiducia e sostegno e appaiono, piuttosto, ripiegati su obiettivi e valori individualistici, privati ("famiglia" e "lavoro" principalmente), verso i quali soltanto riescono ad esprimere entusiasmo, fiducia e progettualità.

I meccanismi che attualmente presiedono alla conduzione della cosa pubblica non sembrano suscitare apprezzamento. Fra quelli interpellati pochi (14,8%) ritengono che i cittadini abbiano la possibilità di influenzare le posizioni dei governanti (v.di tab. 51).

La sfiducia nei confronti di questi ultimi sembra anche condizionare il loro modo di intendere la democrazia. Uno stato è democratico innanzitutto se garantisce uguaglianza e libertà. Nel rapporto, poi, tra governanti e governati un peso maggiore è attribuito alla capacità dei primi di recepire le richieste provenienti dal paese piuttosto che alla partecipazione attiva dei secondi (v.di tab. 53).

Si ha la sensazione che la categoria del "pubblico" venga collocata su un livello diverso rispetto a quello che occupano vita quotidiana, aspirazioni e progetti personali. Al distacco rispetto alla sfera del pubblico si accompagna un pessimismo particolarmente marcato per ciò che riguarda le sorti del paese. I pericoli e le difficoltà che l'Albania deve affrontare, infatti, appaiono loro più gravi di quelli che si aspettano di trovare sul proprio cammino personale (cfr. tab. 54 con tabb. 55 e 56).

 

 

La memoria del passato

Oltre il 90% dei ragazzi interpellati avevano al momento della ricerca meno di ventidue anni e ne avevano meno di dodici quando nel 1985 morì Enver Hoxha. L'immagine che hanno del passato, dunque, deriva solo limitatamente dall'esperienza diretta. Conoscono la storia del regime attraverso i racconti dei genitori o dei nonni, grazie alle informazioni divulgate attraverso i mass-media o ai discorsi della gente comune. Proprio per questa ragione, nelle loro parole prende forma non soltanto il giudizio di una generazione ma la memoria storica del paese.

A partire dalle vicende che hanno segnato il secondo dopoguerra, gli anni del regime sono descritti come “terrificanti”, “difficili e senza speranza”, costellati di sofferenze ed episodi di una violenza tale che il ricordo fa ancora “rabbrividire”.[12]

Di questa realtà si parlava poco, per paura delle conseguenze. Solo il 14,8% ne discuteva apertamente con i genitori (v.di tab. 46). Esprimere il dissenzo per i metodi di governo rappresentava un pericolo, anche se fatto all'interno delle pareti domestiche. I figli, infatti, avrebbero potuto raccontare le cose udite a scuola o nel vicinato, compromettendo il proprio futuro e quello della famiglia. E poi, come si diceva allora, "anche i muri avevano orecchie".

Eppure "tutti conoscevano la verità", anche i più piccoli. La intuivano, come suggeriscono le informazioni raccolte nell'indagine, dalle poche parole carpite nei discorsi dei grandi, dai loro sfoghi, dagli ammonimenti, dalle vicende occorse a parenti, amici o conoscenti. <<Stavamo per cambiare canale televisivo... e papà ha detto: "non alzare troppo il volume perché è proibito e ci condannano>> scrive un ragazzo di Lezhe. <<Quando festeggiavamo una ricorrenza religiosa, mi dicevano di non parlarne con nessuno a scuola...>>, racconta uno studente universitario di Scutari. Se ne rendevano conto quando sentivano di qualcuno che aveva rischiato la vita per scappare dal paese o di un altro che era stato imprigionato, quando  vedevano i genitori leggere in segreto le lettere ricevute dai parenti emigrati. Eloquenti erano anche le vicende pubbliche: la caduta in disgrazia di ex-potenti, l'imprigionamento di cantanti che scrivevano canzoni "moderne", le collettivazioni forzate.

L'immagine dominante del passato è negativa e la disponibilità a parlarne è elevata. Alla domanda <<Cita un episodio [avvenuto al tempo del regime] che i tuoi genitori o i tuoi nonni ti hanno raccontato e che ti ha particormente colpito>>, infatti, il 37,8% risponde raccontando. Considerato i tempi ancora brevi di avvio della transizione, l’età dei ragazzi interpellati e il fatto che, comunque, venivano inviatati a rispondere al quastionario dentro le aule scolstiche, la precentuale è abbastanza elevata. Dalle risposte emerge un dato drammatico: su tre episodi o situazioni descritte uno ha coinvolto personalmente il giovane che scrive oppure ha riguardato i suoi genitori o altri parenti.

In uno spazio temporale più prossimo a loro si collocano gli avvenimenti che hanno dato il via alla transizione. In questo paese il crollo del regime non è stato accompagnato dai traumi e spargimenti di sangue. È bastata una breve stagione di manifestazioni popolari per far cadere l'ultimo baluardo del socialismo reale. Nei giorni cruciali in tutte le città principali del paese, studenti, operai, donne scendevano nelle piazze per richiedere le riforme e rovesciare le statue di Enver Hoxha. Secondo i giovani, i sentimenti prevalenti per chi viveva quei fermenti così come tra quanti con attesa ne apprendevano le notizie erano entusiasmo ed ottimismo. La fiducia nell’irreversibilità dei cambiamenti, tuttavia, non cancellava timori e inquetudine che, nell'intimo di ciascuno, era presenti più di quanto non risultasse dai discorsi della gente o nei raduni in piazza.

Va detto, tuttavia, che gli studenti albanesi non esprimono una condanna unanime del passato. L'11,8% sostiene che durante il governo di Enver Hoxha non vi sono state violenze ed ingiustizie ed una percentuale di poco inferiore (9,5%) dichiara di non avere partecipato alle manifestazioni di piazza perché non ne condivideva le motivazioni (v.di tabb. 43 e 46).

 

 

Il ruolo della religione

Riguardo alla religione emerge un atteggiamento distaccato. La riaffermazione della libertà di culto è accolta con un giudizio quasi unanimamente positivo (80,6%), sebbene un entusiasmo maggiore si registri fra i cattolici (84,6%) e gli ortodossi  (91,%) piuttosto che fra i ragazzi di fede musulmana (76,1%). Questo dato trova conferma se si scompone per fede professata il gruppo di coloro che sostengono di non essere interessati all'argomento. Tra i musulmani sono circa 1 su 7 mentre il rapporto si abbassa fino ad 1 su 20 e 1 su 25 rispettivamente per cattolici e ortodossi.

Differenze a parte, sembra generalmente accettata l'idea che la libertà di professare il proprio credo debba essere un diritto garantito ad ogni cittadino, anche se la religione non occupa un posto di rilievo nella vita delle persone. Solo il 17,5%, infatti, vi attribuisce un ruolo importante.

Ma, più della reazione a questo nuovo diritto, interessante è capire se dopo due decenni di ateismo l'appartenenza all'una o all'altra fede sia una fonte di differenziazione solo formale o piuttosto sostanziale. A tal fine abbiamo incrociato le risposte ad alcuni dei quesiti proposti con la religione delle famiglie coinvolte nell'indagine: ne é risultato che questo fattore non orienta in maniera significativa gli atteggiamenti dei giovani.

 

 

La posizione delle donne

In Albania le donne sono tra i soggetti sociali più colpiti dai processi in atto. Dai dati degli ultimi anni relativi alla disoccupazione risulta che, tra quanti hanno perso il lavoro, la percentuale maggioritaria è costituita da donne. In Parlamento la loro presenza si è ridotta drasticamente dopo le consultazioni elettorali del '91 e '92. Le attuali otto deputate rappresentano solo il 2,8% dell'intera rappresentanza, una percentuale irrisoria se si considera che durante il periodo socialista circa un terzo di seggi e incarichi governativi erano riservati alle donne. Sul versante culturale se dovessero - come si teme – riassumere nuovo vigore i valori patriarcali della tradizione, la posizione femminile nella famiglia e nella società ne verrebbe fortemente danneggiata.

Intellettuali e componenti delle varie organizzazioni femminili sono impegnati nello sforzo di arginare gli effetti di questi ed altri fenomeni e, nel contempo, hanno avviato un ripensamento del processo emancipativo promosso e attuato nel passato dalla dirigenza socialista, per individuarne contenuti e limiti.

In un tale contesto, quali sono le opinioni dei giovani e qual è il loro grado di conoscenza del problema? Uno degli aspetti che la ricerca ha cercato di indagare si riferisce alla relazione tra donna e lavoro, così come la percepiscono le dirette interessate da una parte, i loro coetanei dall’altra. Da quanto è emerso sembra ampiamente diffusa, soprattutot tra le ragazze, l'idea che il lavoro, prima ancora di soddisfare i bisogni economici della famiglia, rappresenti per le donne uno strumento di indipendenza e realizzazione personale. Per i più, la crisi nella quale versa l'economia del paese non è una ragione che debba indurle a ritirarsi dal mercato del lavoro. Solo il 5,6% degli studenti ritiene auspicabile, data la scarsità delle opportunità occupazionali, che esse si astengono dal “fare concorrenza agli uomini” (v.di tab. 38).

È più congeniale alle donne il ruolo della casalinga per un numero minoritario ma non irrilevante (10%) di giovani, in prevalenza cattolici. Rispetto all’attuale situazione delle donne e contemporaneamente ai cambiamenti registratisi nella loro vita dal dopoguerra ad oggi, prevale una valutazione critica. Il 16,8% dei ragazzi sostiene che un’emancipazione reale non è mai stata raggiunta ed a questa percentuale va aggiunto il numero di quanti/e (54,3%) ritengono sia stata raggiunta solo in parte (v.di tab. 39). Le più insoddisfatte, come era prevedibile, sono proprio le dirette interessate, le ragazze cioè, che lamentano in particolare la discriminazione operata ai propri danni dai datori di lavoro.

In generale i giovani dimostrano attenzione e interesse per la posizione delle donne; tuttavia non ne sembrano preoccupati o coinvolti in maniera particolare. Colpisce, a questo riguardo, la percentuale di quanti/e, di fronte alla domanda <<in quali dei seguenti campi ti sembra che i successi ottenuti in passato dalle donne siano oggi in pericolo>>, non prendono posizione (<<non so>>: 30%) oppure dichiarano di non considerare compromessi i traguardi raggiunti (34%; v.di tab. 40).

Difformità tra le risposte date dai ragazzi e quelle date tra le ragazze si registrano in tutto il questionario. Analizzando, dunque, per sesso i dati è stato possibile tracciare un profilo delle giovani donne che le contraddistingue dai loro coetani maschi.

Rispetto a questi ultimi, le prime sono più legate agli studi, escono meno con gli amici e trascorrono prevalentemente il loro tempo libero guardando la TV (81,9% contro il 43,1% dei ragazzi). Sono più attratte dalla possibilità di viaggiare e conoscere il mondo esterno ma meno disposte ad emigrare. Se più del 70% dei ragazzi andrebbe in un paese straniero con la prospettiva di un lavoro, la metà di loro, invece, vorrebbe trovarvi un vita diversa, fatta di libertà e svago ma soprattutto piena di interessi. Se per un ragazzo su quattro l'entità dello "stipendio" è il fattore determinante nella scelta di un lavoro, per le donne più importanti sono la "possibilità di imparare cose nuove e di esprimere le proprie capacità" e la "sicurezza".

La politica disgusta ben il 60,4% di loro (contro il 41,9% dei maschi) e le questioni politiche o pubbliche in genere sembrano non interessarle o hanno l’effetto di disorientarle. Della nuova situazione, apprezzano i miglioramenti più dei ragazzi ma sono anche più spaventate dalle novità negative. Un numero maggiore di loro sostiene l'utilità della pena di morte (29,6% contro il 21,3% dei maschi) mentre i ragazzi per combattere la criminalità si affiderebbero in primo luogo ad una preventiva opera di educazione. Di fronte al futuro, infine, appaiono smarrite e preoccupate. Il lavoro è per loro un grosso punto interrogativo, non si aspettano grandi opportunità di autorealizzazione ed esprimono un timore maggiore dei ragazzi per le sorti del paese.

 

 

Nord-Centro-Sud e città-villaggio: due prospettive territoriali

I risultati fin qui riportati sono la media delle posizioni assunte dai giovani su tutto il territorio nazionale. Come si chiarirà meglio nell’appendice finale, la scelta dei luoghi ove somministrare i questionari è stata dettata dalla decisione di rappresentare tutte le aree socio-economiche e culturali nelle quali si è soliti suddividere la società albanese: Nord-Centro-Sud da una parte, città-villaggi dall'altra. Secondo quanto emerge dalla ricerca, le differenze più grandi si registrano tra città e campagna piuttosto che tra Nord, Centro e Sud.

I villaggi continuano a vivere completamente ai margini delle dinamiche nuove innescatesi nel paese. Un vero e proprio grido di aiuto sembra levarsi da questi luoghi che non riescono ad uscire dall'isolamento cui sono costretti. È qui che viene espresso il giudizio più duro nei confronti del passato ma anche la minore soddisfazione per i cambiamenti e un pessimismo particolarmente marcato sul futuro. La vita dei ragazzi si svolge entro spazi sociali limitati. Escono  poco con gli amici, stanno meno in gruppo, fanno parte solo sporadicamente di associazioni. Non hanno progetti per il futuro, né elevate aspettative occupazionali. Sono, inoltre, particolarmente disgustati dalla politica e maggiormente disposti ad emigrare.

Il divario minore tra città e villagio si registra al Sud, dove, storicamente, l'isolamento delle aree rurali è sempre stato più contenuto; quello maggiore nelle aree centrali. Qui, ma solo nelle città, si sono registrati cambiamenti rilevanti nella vita della gente e dunque anche dei giovani. Tirana in particolare sembra già proiettata verso una dimensione europea.

Nelle città del Centro, dove la vita economica presenta particolare vitalità, maggiore è il numero di studenti che esprimono un giudizio positivo sull'introduzione del mercato e dichiarano di aver progetti per il futuro. Più forte però è il desiderio di emigrare, più ancora che nei villaggi. I ragazzi che vi risiedono sembrano esprimere un giudizio cauto sulla situazione attuale, senza mai abbandonarsi a slanci entusiastici.

A questo riguardo, colpiscono, invece, da una parte il pessimismo a volte estremo rilevato tra i ragazzi del Sud e, di contro, l'ottimismo emerso in particolar modo nelle citta del Nord. Il Nord è la parte più arretrata del paese e, a giudicare dall'animosità espressa nei confronti del passato regime, quella che ne ha subito maggiormente il peso. Effettivamente i ragazzi esprimono qui posizioni improntate ad un maggiore tradizionalismo (ciò emerge in particolare nelle risposte alle domande sul ruolo della donna nella società), sembrano più fatalisti e meno interessati alla vita politica del paese (il disgusto per la politica è elevatissimo). Tuttavia guardano con grande soddisfazione al presente e con fiducia al futuro, segno, probabilmente, che qualcosa sta cambiando.

Il giudizio più critico sull'entità dei cambiamenti, sul funzionamento degli organi del governo, sulle prospettive personali e del paese è emerso nel Sud. Qui i ragazzi esprimono una grande incertezza sulle proprie opportunità occupazionali ed aspirono in misura più contenuta rispetto ai loro coetanei del altre zone ad intraprendere una propria attività economica. Tra di loro, inoltre, più diffusa è la convinzione che l'economia di mercato non esista ancora in Albania.

Del Sud un ultimo elemento occorre sottolineare: relativamente più contenuta è la condanna espressa sul passato.

 

 

Conclusioni

L'Albania è ancora il più povero dei paesi europei. Il reddito medio pro-capite annuo è appena superiore a quella soglia (600 dollari) al di sotto della quale, secondo i parametri delle Nazioni Unite, un paese deve considerarsi Least Development Country, all'ultimo stadio dello “sviluppo”.

La disoccupazione è una grave piaga. Alla fine del primo semestre dello scorso anno la popolazione disoccupata era stimata in 254.000 unità, circa il 20% della forza lavoro complessiva. In realtà, la situazione è ancora più drammatica di quanto non emerga da questo dato. Basti pensare che, ufficialmente, quella fetta di popolazione che vive nelle aree rurali è considerata occupata se solo possiede un piccolo pezzo di terra, anche se riesce a produrvi appena il necessario per vivere.

Le infrastrutture sono ancora in condizioni da post-guerra. Le reti di elettrificazione e quelle idriche sono completamente inadeguate ai consumi della popolazione. La sanità è in condizioni disperate e nelle strutture ospedaliere a volte la gente è costretta a pagare per ottenere attenzioni e servizi ai quali dovrebbe avere diritto gratuitamente. Il tasso di mortalità della popolazione è il più elevato d'Europa.

La vita a Tirana, ma ancor più a Baz o a Mbrakulla (due piccoli villaggi nei quali abbiamo somministrato il questionario: il primo a Nord, nel distretto di Burrel; il secondo a sud, nel distretto di Berat) scorre fra tante piccole difficoltà che, per la loro quotidiana e irrisolvibile presenza, possono assumere il peso di grossi macigni nell'esistenza delle persone. Eppure l'Albania non è solo questo!

È imponenti montagne rocciose e profonde gole nelle quali scorrono tranquilli corsi d'acqua; è lagune, spiaggie d'incanto, foreste di faggi e pini e una vegetazione che neanche in autunno si colora di decadimento e morte. (Peccato che solo qualche telecamera televisiva od obiettivo fotografico si sia soffermato su tali straordinarie bellezze!)

Facendo ricorso ad un minimo di adattabilità, su uno dei tanti pullman o furgona (minibus) sgangherati che ormai lo percorrono regolarmente in lungo e in largo, è possibile, sulle note di musica rigorosamente tradizionale, lasciarsi trasportare tra le viscere di questo piccolo paese e nel contempo avvicinarsi un pò al sentire della gente, alla sua cultura, alla sua storia.

L'Albania ha abbondanti risorse idriche. Durante il regime comunista esportava energia idroelettrica e gli 11 impianti produttori attualmente esistenti sfruttano solo in minima parte il potenziale di cui dispone (che nei primi '80 era stimato in circa 15 miliardi di Kwh  annui).[13] Il sottosuolo è ricco di materie prime energetiche e minerali: petrolio, gas, zinco, cromo, rame, ferro-nichel i più importanti.

Di gran lunga più preziose sono, tuttavia, le sue risorse umane. Grazie all'alto tasso di crescita demografica degli ultimi decenni, la popolazione albanese è oggi la più giovane d'Europa. Dotata, inoltre, di grinta (principale eredità di una storia matrigna!), spirito di adattamento, intraprendenza, ha dimostrato in questi anni di saper accogliere ed utilizzare ogni spunto di cambiamento.

I giovani albanesi hanno una buona formazione di base ed un talento innato per le lingue. Secondo quanto ha evidenziato l'indagine, la maggior parte di loro è in grado di parlare almeno una lingua straniera, che i più hanno appreso da autodidatta (ma soprattutto dalla TV). L'italiano è la lingua più conosciuta e l'Italia il paese sul quale si focalizzano in via privilegiata sogni ed interessi.

I cambiamenti degli ultimi anni li hanno proiettati in una dimensione in mutamento continuo e senza punti di riferimento chiari. Adesso non è più lo Stato a decidere per loro e la libertà conquistata è una risorsa che non si sa ancora gestire. La possibilità di intrapresa economica, la libertà di organizzarsi, il diritto di proprietà hanno messo al centro l'individuo, per il quale andare alla ricerca di una realizzazione personale è un diritto ma anche un dovere che pone di fronte al rischio del fallimento.

Dietro grandi dosi di vitalità e dinamismo, i giovani nutrono inquitudine per la propria vita, che la delusione per le implicazioni negative della transizione rende più marcata. Il cammino che spetta loro è lungo e tortuoso. Tuttavia, sono tra le principali risorse di cui il paese può disporre.

Di fronte a bisogni inevasi ed aspettative deluse, essi rivolgono lo sguardo verso Occidente, sognano di viaggiare, di vivere, studiare o lavorare in uno dei tanti paesi che la magia della televisione ha portato nelle loro case e che adesso, finalmente, diventa accessibile.

Appare perciò evidente la necessità di offrire loro strumenti utili a valorizzare le risorse disponibili nel paese, pena lo scivolamento delle loro progettualità verso mete esclusivamente private e individualistiche. Saper investire nei propri giovani è forse una delle sfide più grandi che oggi l’Albania ha davanti a sé.

 

 

APPENDICE: note metodologiche e “carta d’identità” del campione

Come si è detto nella presentazione iniziale, il campo di osservazione della ricerca è stato limitato alla popolazione studentesca perché soltanto di questo target era possibile costruire un campione rappresentativo. I dati generali sull’universo sono stati forniti dall’Istituto Nazionale delle Statistiche albanese (INSTAT).

Lo strumento di rilevazione prescelto è il questionario. Attraverso 103 domande, abbiamo invitato gli studenti ad esprimersi sulla vita familiare, le esperienze amicali, il modo di spendere il tempo libero, i consumi (culturali e materiali), il lavoro, il rapporto con la politica e l’informazione, la riflessione sulla condizione femminile, sul proprio futuro, sul futuro del paese.

I questionari sono stati distribuiti nelle ultime due classi della scuola media-superiore e, per una percentuale minoritaria, nell'università. Fra gli oltre settecento questionari distribuiti, 697 sono risultati validi.

Le scuole coinvolte nella ricerca sono state ventiquattro, situate in nove distretti del paese. La loro localizzazione è stata subordinata all'obiettivo di rappresentare:

a) le principali aree geografiche del paese: Nord, Centro e Sud;

b) due realtà socioeconomiche estreme e contrapposte: le principali città del paese e i piccoli villaggi rurali.

Le scuole e le università che ci hanno accolto, con una disponibilità peraltro notevole, sono le seguenti: scuola Media generale di Bushati (Scutari), scuola Media generale "Hydajet Lezha" di Lezhe, scuola Media generale di Balldrè (Lezhe), scuola Media generale "Haki Fejzo" di Burrel, scuola Media generale di Baz (Burrel), scuola Media generale "Ismail Qemal" di Tirana, scuola Media generale "Partizani" di Tirana, scuola Media generale "Sami Frasheri" di Tirana, scuola Media generale di Peza (Tirana), scuola Media generale di Ndroq (Tirana), scuola Media generale "Daskal Todri" di Elbasan, scuola Media generale "K.Kristoforidhi" di Elbasan, scuola Media industriale "Kosma Naska" di Elbasan, scuola Media generale di Gostima (Elbasan), scuola Meda generale di Kuqan (Elbasan), scuola Media generale "Uznova" di Berat, scuola Media generale di Mbrakulla (Berat), scuola Media generale "Raqi Qirinxhi" di Korça, scuola Media generale "Themistokli Germenji" di Korça, scuola Media generale di Pirg (Korça), scuola Media generale "Halim Xhela" di Valona, scuola Media industriale "Pavaresia" di Valona, scuola Media generale di Novosele (Valona), scuola Media generale "Asim Zeneli" di Gjirokastra. E poi: Università di Scutari, Università Agraria di Kamez (Tirana), Università di Tirana (facoltà di Sociologia, Lettere e Filologia, Economia, Scienze Naturali, Lingue Straniere), Università di Korça, Università di Gjirokastra.

Le tabelle che seguono costituiscono una sorta di “carta d’identità” del campione e contengono le distribuzioni di frequenza per alcune domande significative.

 

Tab. 1 -Sesso

 

totale

%

Maschi

296

42,5

Femmine

296

57,5

 

 

 

Totale

697

100

 

 

Tab. 2 - Età

 

frequenza

%

16

9

1,2

17

184

26,4

18

233

33,4

19

87

12,5

20

51

7,3

21

75

10,8

22

30

4,3

23

18

2,6

24

4

0,6

25

3

0,4

26

3

0,3

 

 

 

totale

697

100

 

 

Tab. 3 - Ripartizione fra scuola e università

 

frequenza

%

Scuola

457

65,6

Universitá

240

34,4

 

 

 

Totale

697

100

 

 

Tab. 4 - Luogo di residenza

 

%

nord-città

12,2

nord-villaggio

9,5

centro-città

28,3

centro-villaggio

9,2

sud-città

28,8

sud-villaggio

11,8

 

 

Tab. 5 - Religione della famiglia

 

%

Cattolica

11,4

Ortodossa

21,8

Musulmana

58,4

catt. – ortodossa

0,4

catt. – musulmana

2,6

ort. – musulmana

5,3

non indica

2

 

Tab. 6 - Numero di  componenti della famiglia

 

%

fino a 3

9,6

4 - 5

60,8

6 – 8

26,3

piú di 8

3,3

 

 

Tab. 7 - Titolo di studio dei genitori

 

padre - %

madre - %

fino alla III classe

0,3

0,3

IV - V classe

5

6,9

VII - VIII classe

16,9

21,9

scuola media

38

46,9

Laurea

37,7

24

non indica

2

0,9

 

 

Tab. 8 - Familiari che lavorano

 

%

solo padre

20,8

solo madre

5,7

genitori

32,4

genitori-figli

18,2

figli

9

genitori-altri parenti

0,6

altri parenti

0,1

nessuno

5,6

non indica

7,5

 

 

Tab. 9 - Familiari occupati all’estero

 

%

padre

2,2

madre

1

genitori

0,6

genitori- fratelli

0,7

fratelli

15,5

 

 

non indica

80,1

 

 

Tab. 10 - Paese nel quale lavorano

 

% *

 

Italia

34,8

 

Grecia

55,1

 

Turchia

2,2

 

Macedonia, Ex-Jug.

0,7

 

Francia

0,7

 

Germania

2,9

 

Stati Uniti

2,9

 

Australia

0,7

 

* In questo caso, la percentuale è calcolata non in rapporto al totale, ma rispetto al numero di ragazzi che hanno risposto di aver un parente che lavora all’estero.

 

 

Tab. 11 - Occupazione attuale dei genitori

 

padre - %

madre - %

operai, commessi

14,2

7,2

tecnici, operai spec.

9,2

9,2

artigiani

2,6

1,6

commercianti

9,3

2,7

professionisti, dirig.

14,3

5

insegnanti

8,2

14,8

impiegati

2,4

3,7

agricoltori

4,2

3,4

militari

2,3

-

casalinga

-

7

assistenza,         

disoccupato

12,3

26,7

pensionato

16,8

15,2

non indica

3,7

3

 

 

Tab. 12 - Grado di soddisfazione per l’istruzione ricevuta

 

%

molto

9,4

abbastanza

15,4

non molto

44,3

per nulla

5,7

non so

14,5

 

 

non indica

0,6

 

 

Tab. 13 –La scuola offre validi strumenti per affrontare la attuale situazione?

 

%

8,6

non è utile

12,1

no, ma bisogna aver pazienza, non può 

cambiare tutto in poco tempo

 

47,2

no, e non penso che migliorerà a breve termine

21,8

non so

9,3

non indica

1

 

 

Tab. 14 – Ti piacerebbe poter continuare gli studi all’estero?

 

%

Sì

75,9

no

4,6

non so

18,5

non indica

1

 

 

Tab. 15 - Hai intenzione di abbandonare gli studi?

 

%

Sì, per lavorare

3,4

Sì, per aiutare i miei genitori nel loro lavoro

1,3

Sì, non mi piace studiare

0,7

Sì, ho intenzione di cambiare scuola/corso di laurea

2,6

Sì, date le condizioni della scuola/univ. non vale la pena

continuare a studiare

 

3,3

no, ho intenzione di continuare

62,6

non lo faró se non costretto da necessità familiari

19,2

non so

5,7

non indica

1,1

 

 

Tab. 16 – Attualmente lavori?

 

%

Sì, aiuto i miei genitori

28,7

Sì, lavoro all’esterno della famiglia

8,1

No

62,3

non indica

1

 

 

Tab. 17 - Hai lavorato in passato?

 

%

33,4

no

63,8

non indica

2,7

 

 

Tab. 18 – Le speranze di trovare lavoro sono:

 

%

buone

33,4

Scarse

8

quasi nulle

9,5

non so

47,6

non indica

1,3

 

 

Tab. 19 - Preferenza per

 

%

lavoro in proprio

73,6

lavoro dipendente

8,2

lavoro statale

10,2

non so

7,7

non indica

0,3

 

 

Tab. 20 - In Albania è più facile

 

%

intraprendere un lavoro in proprio

63,1

trovare un lavoro dipendente

15,9

non so

19,5

non indica

1,4

 

 

Tab. 21 - Per un uomo è più facile che per una donna trovare lavoro?

 

%

53,9

no

21,5

non so

24,1

non indica

0,4

 

 

Tab. 22 - Il requisito più rilevante nella scelta di un lavoro

 

%

buono stipendio

21,7

buone condizioni di lavoro

6,3

buoni rapporti con i colleghi

5,5

possibilità di carriera

3,7

sicurezza e stabilità

16,9

autonomia e possibilità di decidere

12,3

interesse per tipo di lavoro

8,9

possibilità di imparare e di esprimere le proprie capacità

24,1

orario di lavoro

0,6

 

 

Tab. 23 - Saresti disposto ad emigrare?

 

%

Sì, certamente

22,4

Sì, ma non definitivamente

46,2

preferirei di no

8,3

no, non intendo lasciare l’Albania

6,3

non so

16,6

 

 

Tab. 24 - Cosa ti aspetti di trovare all’estero che il tuo paese non può darti adesso?

 

%

Lavoro

5,9

lavoro più stabile e retribuito

28,9

un lavoro per realizzarmi e fare carriera

18,9

libertà e divertimento

4,3

una vita più interessante

32,4

altro

2,7

non indica

6,2

 

 

Tab. 25 - Frequenza delle uscite la sera durante la settimana

 

%

una sera

19,9

2-3 sere

21,1

4-5 sere

6,7

6-7 sere

6,7

non indica (o scrive mai o raramente)

45,5

 

 

Tab. 26 - Vorresti uscire più spesso?

 

%

Sì, ma i miei genitori non mi consentono

21,4

Sì, ma gli impegni di studio/lavoro non mi consentono

24,2

Sì, ma solo si potesse fare qualcosa di più interessante

41,3

no, va bene così

11,5

non indica

1,6

 

 

Tab. 27 - Attività più frequentemente svolte nel tempo libero

 

%

uscire con gli amici

33,9

guardare la TV

64,4

non indica

1,7

 

 

Tab. 28 - Ore dedicate alla visione della TV

 

%

meno di due

8

due-quattro

44,9

quattro- cinque

19,2

piú di cinque

22,1

non indica

5,6

 

 

Tab. 29 – Canali più seguiti

 

%

albanesi

24,5

Stranieri

62,3

entrambi

9,9

non indica

3

 

 

Tab. 30 - Fai parte di un’associazione?

 

%

14,5

no

83,8

non indica

1,6

 

 

Tab. 31 - Di che tipo associazione si tratta?

 

%*

ass. culturale

12

ass. ambientale

13

ass. politica

29,3

ass. religiosa

22,8

ass. sportiva

5,4

ass. professionale

3,3

ass. umanitaria

14,1

* percentuale calcolata in rapporto al numero di ragazzi che hanno risposto alla domanda, che sono il 13,2 % del campione.

 

 

 

Tab. 32 – Atteggiamento nei confronti della politica:

 

%

sono politicamente impegnato

2,6

mi tengo al corrente della politica ma senza partecipare

24,2

la politica si deve lasciare a persone competenti

20,1

la politica mi disgusta

52,1

non indica

1

 

 

Tab. 33 - Giudizio espresso sulle pubblicazioni albanesi

 

%

molto valide

15,8

abbastanza valide

20,4

troppo costose

10,3

non adatte ai giovani

19,7

poco interessanti

19,9

non valide

2,3

non so

10,6

non indica

1

 

 

Tab. 34 - Pubblicazioni da curare maggiormente

 

%

politica

1,1

informazione

21,4

musica

16,8

sport

10,5

internazionali

7

moda

15,9

economia domestica

1,6

arte

24,1

altro

0,9

non indica

0,7

 

 

Tab. 35 - Le cose più importanti nella vita delle persone

 

molto

abbast.

poco

per niente

non so

famiglia

90,4

6

1

0,1

0,9

lavoro

67,6

24,1

4,7

0,4

1,9

amici

53,7

34,7

8,2

0,4

1

politica

1,1

4

33,4

43,9

14,5

religione

17,5

22,2

31

14,1

13,3

impegno sociale

9

21,4

28,8

12,2

24,1

interessi cult.

37,6

34

15,8

4,4

5,3

svago

52,2

32,9

11,3

0,9

1,7

sport

36

33,3

21,5

5,3

3,4

 

 

Tab. 36 - Se avessi a disposizione 1.000 dollari, cosa faresti?

 

%

comprerei un motorino

12,8

comprerei degli abiti alla moda

12,9

comprerei uno stereo

1,9

comprerei dei libri (non di studio)

3

farei un viaggio

25,7

li risparmierei

5,9

li investirei in un’attività economica

26,1

li darei ai miei genitori

2,6

comprerei un visto per emigrare

1,3

li userei per divertirmi

2

li investirei per studio o lavoro

1,9

altro

0,9

 

 

Tab. 37 - Principale fattore di miglioramento socio-economico

 

%

formazione culturale

10

appartenere ad una buona famiglia

10,9

rapporti con le persone giuste

4,9

opprtunismo e assenza di scrupoli

1,7

lavoro

18,5

competenza professionale

26,8

impegno personale

6,7

fortuna

19,1

non indica

1,3

 

 

Tab. 38 - Motivo per il quale è giusto che la donna lavori

 

%

per il sostentamento della famiglia

10

per essere alla pari con l’uomo

4,2

per essere indipendente

24

lavorare arricchisce di significato la vita

39,5

è preferibile che si occupi dei lavori domestici

10,2

meglio che non lavori, lasciando agli uomini

le poche possibilità di lavoro oggi disponibili

 

5,6

non so

6,2

non indica

0,4

 

 

Tab. 39 – L’emancipazione della donna nella società albanese è:

 

%

già realizzata al tempo di Enver

10,9

raggiunta solo in parte

54,2

mai raggiunta

16,8

non so

18

 

 

Tab. 40 - Campi nei quali le conquiste passate delle donne sono oggi in pericolo:

 

%

famiglia

7

società

9,3

politica

12,8

famiglia, società e politica insieme

6

non sono in pericolo

34

non so

30

 

 

Tab. 41 - Sentimento prevalente tra gli albanesi quando è crollato il regime:

 

%

entusiasmo e ottimismo

38,7

entusiasmo e paura

22,7

pessimismo

3

disorientamento

35

 

 

Tab. 42 - Tu personalmente eri:

 

%

molto ottimista

22

cautamente ottimista

16,4

preoccupato

7,7

pessimista

2,7

disorientato

50,6

 

 

Tab. 43 - Hai partecipato alle manifestazioni di piazza?

 

%

27,4

no, non ci sono state nella mia città

12,5

no, ero troppo giovane

34,1

no, avevo paura delle conseguenze

8,8

no, i miei genitori non me lo hanno consentito

7,2

no, non ero d’accordo

9,5

 

 

Tab. 44 - Quando gli albanesi hanno avuto la certezza che il comunismo era finito:

 

%

quando Alia ha concesso la libertà di Organizzazione politica

12,2

quando i democratici hanno vinto le elezioni

33

non c’è stato un momento preciso

20,5

non ce l’hanno ancora

32,9

Altro

0,7

 

 

Tab. 45 - Il peso più grande durante gli anni del comunismo:

 

%

assenza di benessere

12,3

Paura

4,3

assenza di libertà

35,3

isolamento

46,6

non indica

1,3

 

 

Tab. 46 - I tuoi genitori ti raccontavano delle violenze e delle ingiustizie che si commettevano durante regime?

 

%

14,8

No

40,3

no, era pericoloso

33

non c’era niente di cui parlare

11,8

 

 

Tab. 47 - Negli ultimi quattro anni le cose sono cambiate:

 

%

Molto

25

abbastanza

35,4

poco

35,4

per niente

3,9

 

 

Tab. 48 - Quanto tempo occorre secondo te per risolvere i problemi del paese:

 

%

meno di 5 anni

3

più di 5 anni

22,4

più di 10 anni

30,6

più di 20 anni

18,7

non so

25,4

 

 

Tab. 49 - Il problema che deve essere affrontato con maggiore urgenza:

 

%

inflazione

3,9

disoccupazione

55,8

criminalità

24,2

disordine nella vita sociale ed economica

13,5

non indica

1,9

 

 

Tab. 50 - Giudizio sull’introduzione dell’economia di mercato:

 

%

Positiva

49,4

non c’era altra scelta

13,5

ha peggiorato la situazione

2,9

ha favorito la criminalità

3

Questo non è mercato, ma solo disordine e anarchia

30

 

 

Tab. 51 - I cittadini hanno la possibilità di influenzare le decisioni dei governanti?

 

%

35,7

No

17,9

non so

45,8

 

 

Tab. 52 - Iniziative da adottare per limitare gli episodi di criminalità:

 

%

aumentare la vigilanza delle forze dell’ordine

21,5

inasprire le pene

19,4

svolgere un’opera di educazione sin dall’infanzia

25,7

Sensibilizzare la collettività affinché collabori con le forze

dell’ordine

 

6,5

reprimere anche con la pena di morte i crimini più gravi

25,8

non indica

1,1

 

 

Tab. 53 - Quando uno Stato può dirsi democratico?

 

%

quando garantisce pari diritti ai citt. e 

consente di impiegare liberamente i guadagni

 

54,1

quando si può votare liberamente

6,2

quando i citt. hanno libertà di iniziativa econ.

3

quando i bisogni dei citt. sono recepiti dalla classe politica

20,1

quando i citt. partecipano alla vita politica e controllano

le istituzioni

 

5,2

non so

10,6

 

 

Tab. 54 - Oggi l’Albania è:

 

%

il disastroso risultato di un regime sbagliato

13,3

un paese ricco di tradizioni e risorse che può guardare avanti

21,1

un paese minacciato da gravi pericoli

54,2

un paese privo di prospettive

7

non so

3,9

 

 

Tab. 55 - Hai progetti personali?

 

%

26,3

più che altro ho delle speranze

52,4

non è possibile fare progetti

4,4

non ci ho ancora pensato

16,8

 

 

Tab. 56 - Il tuo futuro lo vedi:

 

%

pieno di opportunità

33,4

pieno di rischi e incognite

18,7

pieno di oppotunità quanto di insidie

20,1

non so, preferisco non pensarci

27,7

 



[1] Il progetto venne realizzato in partneriato dalle seguenti ong: la ong albanese Këshilli Rinor Shqiptar (Consiglio dei Giovani Albanesi, con sede centrale a Tirana e altre sedi nelle altre principali città del paese), la ong italiana C.R.I.C. (Centro Regionale d'Intervento per la Cooperazione, di Reggio Calabria, vedi in www.cric.it) e la ong spagnola Sodepaz (Solidariedad para el Desarrollo y la Paz, di Madrid, vedi in www.sodepaz.es) ed era cofinanziato dal programma PHARE dell’Unione Europea. Il coordinamento scientifico della ricerca è stato curato dal prof. Antonio Perna, docente di Sociologia economica presso l’Università degli Studi di Messina. Un articolo contenente i principali risultati venne pubblicato l’anno successivo in Albania: Ada Trifirò, “Albania and its youth during transition: dreams, hopes, fears, according to the results of a research study made among Albanian students in the spring of 1995”, in “Passage to the west”, Publising house “Dora d’Istria”, Tiranë 1996, pagg. 155 – 205.

[2] Per i dati sulla composizione del campione, vedi in fondo al documento “APPENDICE: note metodologiche e ‘carta d’identità’ del campione” e in particolare le tabelle 1-6.

[3] Stavo scrivendo la tesi di laurea sulla condizione delle donne albanesi.

[4] Erano gli hotel di stato. A quel tempo era usuale darsi appuntamento nelle hall o nel bar dei turizëm.

[5] È un edificio di forma piramidale fatta costruire al centro di Tirana dopo la morte di Enver Hoxha; era destinata ad accogliere un museo del regime che di fatto non venne mai allestito.

[6] Durante il regime non era possible scegliere la facoltà universitaria che si voleva frequentare. Al momento dell’iscrizione i ragazzi potevano esprimere delle indicazioni ma generalmente dipendeva dall’influenza politica della propria famiglia che fosse realmente rispettata la loro preferenza. Ma la rinuncia più grande toccava ai giovani appartenenti a famiglie che si erano macchiate di una qualche colpa politica: il loro accesso all’università era totalmente sbarrato.

 

[7] Paolo Jedlowskj, Il sapere dell'esperienza, Il Saggiatore, Roma 1993. 

[8] A determinare questo dato, tuttavia, contribuiscono anche l'emigrazione e gli spostamenti di popolazione campagna-città.

[9] Nel sistema universitario albanese gli studenti full-time “per corrispondenza” sono quelli che non frequentano le lezioni.

[10] Un dato significativo, se si considera che durante il regime non era nemmeno possibile per una coppia scambiarsi gesti di affetto per la strada. Adesso leggere le riviste erotiche (anche se la risposta non dovesse corrispondere ad un dato reale) assume il significato di un atto di contestazione rispetto alle tante imposizioni del passato.

[11] Le frasi citate tra virgolette - qui e anche successivamente nel testo - sono le risposte alle domande parte previste nel questionario.

[12] Sono aggettivi usati dagli stessi giovani nelle risposte alle domande aperte del questionario.

[13] Dato riportato da Angelo Masotti Cristofoli in "Il difficile decollo dell'economia albanese"; v.di "Politica Internazionale" n.3\1994, "Dossier\Albania oggi: passaggio in Europa", pgg. 181-191.

Formato per la citazione:
Ada Trifirò, "L'Albania e i suoi giovani durante la transizione", terrelibere.org, 06 giugno 2005, http://www.terrelibere.it/doc/lalbania-e-i-suoi-giovani-durante-la-transizione