CAMPAGNE Ponte sullo Stretto :: Attilio Manca :: Sos Rosarno MOBILE Il sito per cellulari e la nuova App per Android Novità! Servizi per l'editoria digitale
 .
LIBRERIA
Anacleto
Anacleto
Un editore in guerra contro i cialtroni. Prima puntata (gratis...)...
0 €
Pacifisti. Ecco dove siamo Luca Kocci
Pacifisti. Ecco dove siamo
2001-2011. Dieci anni di attivismo per la pace...
4.5 €
Gli africani salveranno Rosarno. Seconda edizione Antonello Mangano
Gli africani salveranno Rosarno. Seconda edizione
E, probabilmente, anche l`Italia...
8 €, spese di spedizione incluse
Sì alla lupara, no al cous cous Antonello Mangano
Sì alla lupara, no al cous cous
Mentre la Lega vietava il kebab, la `ndrangheta si mangiava la Padania...
8 €, spese di spedizione incluse
L’enigma di Attilio Manca Joan Queralt
L’enigma di Attilio Manca
Verità e giustizia nell’isola di Cosa Nostra...
13 €, spese di spedizione incluse
Quell’africana  che non parla neanche bene l’italiano Alberto Mossino
Quell’africana che non parla neanche bene l’italiano
...
10 €, spese di spedizione incluse
Nuovo! Le inchieste di terrelibere.org > Gli africani salveranno Rosarno - A3. Il vanto d'Italia
RSSRSS Chi siamo Archivio Autori Corsi Campagne Mailing list Contatti
Fotostorie Video Infografiche Podcast Casa editrice Libreria Catalogo libri/eBook Presentazioni Recensioni
La protesta popolare - terrelibere.org :: altre forme di comunicazione
Documenti > Saggio
Carlos Figueroa Ibarra:   Scheda biografica  |  Scrivi all'autore  |  Tutti i documenti di questo autore
InteragisciSegnala ad un amico    Organizza un incontro   
Condividi
  
           
Violenza e neoliberalismo

-- L’intervento è stato scritto per ‘Traza, Revista colombiana de cultura política’, che ringraziamo per aver autorizzato la pubblicazione. Carlos Figueroa Ibarra è sociologo e professore dell'Istituto di Scienze Sociali ed Umane della Benemérita Universidad Autónoma di Puebla (Messico)

 

 

In un articolo pubblicato nel 1978, quando si osservava l’eclisse delle dittature latinoamericane, Guillelmo O’Donnell descrisse le tensioni di quello che chiamò lo Stato Burocratico Autoritario. Posto che non sfuggiva alla condizione generale di ogni Stato – espressione di relazioni di dominio, pertanto espressione istituzionalizzata della coercizione -, esso necessitava delle mediazioni necessarie per vigilare sulla coercizione: i meccanismi del consenso. In una democrazia, affermava con speranza, quasi sempre era possibile ricorrere a tre tipi di mediazione: la nazione – che faceva appello ad una omogeneizzazione delle differenze sociali e politiche attraverso il “noi” –, la cittadinanza – che faceva appello all’omogeneizzazione delle stesse differenze attraverso l’uguaglianza giuridica e politica e la possibilità della difesa giuridica di fronte allo Stato – e in fine, alla mediazione popolare, che convertiva i meno favoriti in interlocutori dello Stato, attraverso la domanda di “giustizia sostanziale”, da cui derivavano obblighi statali. Poiché queste tre mediazioni erano possibili nella democrazia, e assai poco possibili nelle dittature, lo Stato Burocratico Autoritario era una “forma ottimale della dominazione borghese”.

 

Nelle due ultime decadi del secolo XX, le dittature militari svaniscono e le forme più generalizzate del processo di transizione dall’autoritarismo alla democrazia politica, sono avvenute attraverso il patto e la riforma. Le caratteristiche di detta transizione hanno fatto perdurare gli atavismi autoritari rivestiti di abiti repressivi, e fatto sopravvivere i protagonisti della guerra sporca. L’instaurazione delle istituzioni democratiche, inoltre é stata realizzata quasi parallelamente alla sostituzione del modello ‘sviluppista’ dell’accumulazione capitalista con il modello neoliberale.

 

Oggi la disuguaglianza sociale priva della cittadinanza, e ciò riproduce ampiamente l’ingiustizia. Il neoliberalismo cammina in direzione contraria alla democrazia nella sua definizione minima: insieme di regole, valori e istituzioni che garantiscono l’esistenza della cittadinanza. Il neoliberalismo é fonte e contesto della violenza che oggi vive l’America Latina: approfondisce l’ingiustizia sociale e in conseguenza i conflitti sociali.

 

Neoliberalismo, globalizzazione imperialista e disuguaglianza sociale

La fine delle dittature militari, é stata preceduta negli anni ‘70, dalla caduta delle esportazioni latinoamericane in conseguenza della crisi internazionale, che mise in evidenzia la fine del modello di sostituzione delle importazioni. Altre voci – turismo, rimesse degli immigrati, la produzione di beni per conto terzi, forse il narcotraffico - rappresentano oggi il punto di forza di buona parte delle economie latinoamericane e sono sintomo di come si sia fatta più profonda la dipendenza. La crisi del debito estero negli anni ‘80, ha preso origine dalla comparsa dei crediti protestati nell’ambito di una diminuzione della capacità esportatrice [1].

 

Questa profonda crisi si combinò con l’auge mondiale delle ricette neoliberali – contestualizzate dalla globalizzazione – che suppostamene avrebbero risolto detta crisi: smantellamento dello Stato benefattore, diminuzione del protezionismo e apertura dei mercati nazionali, riorganizzazione spaziale della produzione, mobilità straordinaria dei capitali, innovazione tecnologica che ha provocato disoccupazione e abbattimento dei salari, flessibilità del lavoro, repressione dello scontento sociale, flussi immigratori straordinari, ampia libertà nello sfruttamento delle risorse naturali, lotta feroce per le fonti strategiche e in conseguenza, necessità di una presenza imperiale nei territori considerati anch’essi strategici [2].

 

La globalizzazione che viviamo, ha un carattere imperialista. Per imperialismo intendiamo l’espansione politica, militare, ideologica e culturale di uno Stato o di un gruppo di Stati con lo scopo di egemonizzare territori, controllare ricchezze naturali, spogliare enormi masse umane e riprodursi ampliandosi.

 

Oggi la sovranità dell’America Latina si incontra snaturata – oltre che per le debilità provocate dal debito esterno e dal neoliberalismo – da tre entità abominevoli di carattere imperiale: l’Accordo di Libero Commercio delle Americhe (ALCA), il Plan Puebla-Panamá e il Plan Colombia.

 

L’ALCA che dovrebbe entrare i vigore nel 2005, é stato pensato come uno strumento essenziale della dominazione statunitense nella regione. Per gli Stati Uniti si é convertito in una priorità strategica il poter contare su un mercato stabile, dato il suo ruolo di principale acquirente nel mercato internazionale, che a sua volta, é una delle spiegazioni del deficit nella sua bilancia dei pagamenti.

 

La grande concentrazione industriale, commerciale, finanziaria, portuale e delle comunicazioni che si incontra nella costa orientale degli Stati Uniti, la più grande del pianeta, potrebbe essere una delle spiegazioni essenziali di ciò che in Messico si chiama il Plan Puebla-Panamá. Allo stesso modo che nel secolo XIX, gli Stati Uniti necessitano, per affrontare la sfida della globalizzazione e la competizione tra le potenze, di una via rapida verso il Pacifico e oggi più che mai, dato che l’Asia si é trasformata in uno dei poli del dinamismo economico mondiale.

 

L’impero statunitense, necessita di corridoi viari in tutto il territorio messicano che permettano la comunicazione verso il sud e verso l’Oceano Pacifico; canali e vie secche di comunicazione interoceanica in ognuno dei paesi centroamericani e nell’istmo di Tehuantepec che sostituiscano l’obsoleto Canale di Panama; infrastrutture portuali in tutta la costa che dà sul Mar dei Caraibi, corridoi per i prodotti tessili in Messico, Centroamerica e nei Caraibi, garanzie per dominare la biodiversità e pertanto le riserve ecologiche in America Centrale, nei Caraibi e nella zona amazzonica [3].

 

Dati del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP-PNUD) mostravano il desolante panorama della disuguaglianza umana alla fine del secolo XX: le 225 persone più ricche del mondo possedevano nel 1998 la stessa ricchezza di 2 miliardi e mezzo di esseri umani. La ricchezza di questi 225 magnati equivaleva al PIL accumulato dai 48 paesi meno sviluppati del pianeta [4]. In America Latina, secondo dati del CEPAL, in termini assoluti il numero dei poveri é passato da 130 milioni nel 1970 a 203 nel 1990 (un aumento del 64%), mentre la percentuale delle persone in condizioni di povertà alimentare relativa é passata dal 41% nel 1980 al 47% nel 1990.

 

In Brasile, le cifre ufficiali accertavano, a finale del secolo, l’esistenza di 80 milioni di poveri, 30 dei quali lo erano in termini assoluti. I lavoratori informali rappresentavano il 50% dei 55 milioni che costituivano la popolazione economicamente attiva. In Uruguay l’11% della popolazione viveva nella più completa disoccupazione e ugualmente un 11% viveva sotto la linea di povertà, mentre nelle campagne la percentuale raggiungeva il 43%. In Venezuela il numero dei poveri assoluti era aumentato del 40% dall’inizio dell’implementazione delle politiche neoliberali.

 

Tra il 1998 e il 2000, in Colombia si é perduto un milione di posti di lavoro e la disoccupazione reale ha raggiunto il 20,5% mentre un altro 60% era costituito da lavoratori informali. Agli inizi del secolo XXI, l’Argentina aveva un debito estero di 147 miliardi di dollari (il 50% del PIL), il quale assorbiva il 22% della spesa pubblica per il pagamento degli interessi. Il 10% più povero della popolazione si appropriava dell’1,5% del PIL mentre il 10% più ricco si appropriava del 35% di esso. L’insieme di disoccupati e sottoccupati ascendeva al 31%, e costringeva a vivere 11 dei suoi 36 milioni di abitanti sotto la linea di povertà e 2,5 milioni in condizioni di indigenza.

 

In sintesi, in ognuno dei paesi della regione la povertà raggiunge dati allarmanti. Tuttavia – secondo un’analista argentina – ai “poveri strutturali” bisognerebbe aggiungere adesso, due nuove categorie di poveri che riflettono il crollo della classe media: i “nuovi poveri” e i “nuovamente poveri” [5].  

 

Dalle repressioni alle assenze: il paradosso dello Stato in America Latina

La diminuzione dell’azione dello Stato per ammortizzare la miseria e la crescita della povertà negli anni ’80 e ’90, ha lasciato senza speranze i poveri della regione. Il controllo sociale si é rilassato non solo perché lo Stato si é fatto assente, ma anche perché la famiglia e la scuola si sono viste smantellate nelle aree di povertà [6]. La maggior parte degli Stati latinoamericani combina i suoi vuoti statali nell’area della sicurezza e della giustizia sociale, con una sua presenza punitiva attraverso polizie corrotte e associate al crimine organizzato.

 

L’America Latina si é trasformata negli anni ’80 e ’90, nella seconda regione con i maggiori indici di violenza delinquenziale al mondo: nel 1994 il tasso di omicidi ha raggiunto il 28.4 ogni 100 mila abitanti. I tassi di omicidio sono cresciuti negli anni ’80 in modo spettacolare in Perù e Colombia del 379% e del 337% rispettivamente, fenomeno che può essere spiegato con le guerre interne che hanno vissuto questi due paesi. In termini assoluti, verso la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, la Colombia aveva un tasso di 89,5 morti ogni 100.000 abitanti (più del doppio della regione più violenta del mondo), seguita a distanza da Brasile (19,7), Perù (11,5) ed Ecuador (10,3). In Guatemala, secondo i dati di UNDP-PNUD, in appena due anni, la violenza delinquenziale é aumentata nella capitale del paese del 14%. Non possiamo non segnalare la coincidenza tra l’inizio del neoliberalismo e la crescita degli indici di violenza.

 

La povertà non necessariamente genera delinquenza ed il rischio di un’affermazione in senso contrario é la criminalizzazione della povertà. Tuttavia, é importante riconoscere che la povertà unita ad altri fattori é un eccellente brodo di coltura per la criminalità. Il crimine organizzato recluta i suoi affiliati tra i giovani che vivono in povertà. In una società con pochi spazi di mobilità sociale, a causa delle scarse e instabili opportunità di lavoro, i narcotrafficanti, i sequestratori e i sicari, trovano tra gli ex poliziotti i loro quadri intermedi e nei giovani provenienti dai quartieri ultrapopolari i propri agenti operativi.

 

Ne consegue che l’altro ambito privilegiato della violenza delinquenziale é rappresentato dalle città. Ad eccezione del Brasile, dove la percentuale delle vittime di atti delinquenziali é praticamente lo stesso nelle città piccole che in quelle grandi, in Argentina, Cile, Ecuador, Messico, Perù, Uruguay e Venezuela le differenze tra città piccole e grandi oscilla tra i 10 e i 20 punti [7]. Nell’ultimo lustro del secolo XX, in Guatemala il 35% dei delitti violenti venivano commessi nella capitale del paese. In Venezuela, la metà degli omicidi avvenivano a Caracas mentre a Medellín, Colombia, tra il 1987 e il 1996, la violenza ha ucciso 14 uomini per ogni donna e circa il 60% dei morti di sesso maschile sono stati per cause violente.

 

La corruzione dei corpi di polizia in America Latina, l‘impunità con cui esercitano la violenza extralegale ed il fatto che non esistono frontiere definite tra essi e la delinquenza organizzata (il narcotraffico principalmente), spesso li rende in uno dei fattori dell’insicurezza pubblica ed in nemici della popolazione. La polizia militare a Rio de Janeiro é stata coinvolta nei massacri degli abitanti delle favelas e dei bambini di strada, così come altri gruppi di polizia hanno organizzato i famosi “escuadroes da morte”, i quali si sono associati al narcotraffico [8]. In Messico, sulla polizia municipale e la giustizia statale pendono il 55% delle denunce nazionali per violazione dei diritti umani.

 

Lo Stato latinoamericano si trasforma in una efficiente macchina repressiva specialmente quando affronta opposizioni e sovversioni. In Colombia nell’anno 2000, é stato assassinato un dirigente sindacale ogni tre giorni, si sono registrati 10 assassinii politici e una sparizione forzata al giorno, così come un massacro ogni due giorni. Questo stesso Stato ha permesso 3 mila sequestri l’anno, 30 mila omicidi dei quali solamente il 12% erano per motivi politici, e l’impunità in riferimento alla delinquenza é stata calcolata del 90%. In Brasile, dati della Commissione Pastorale della Terra indicano che tra il 1989 e il 2000, sono stati incarcerati 1.898 lavoratori rurali, mentre tra il 1988 e il 2001 sono stati assassinati altri 1.517 lavoratori [9]. In Messico il 90% su un totale di 520 azioni militari e di controllo – osservate tra il 1998 e il 1999 – si sono concentrate nel sud del paese, e solamente in Chiapas é stato calcolato che l’esercito ha concentrato contro lo zapatismo tra i 50 e i 60 mila effettivi (il 30% del totale). In questo stesso periodo 313 attivisti sociali sono stati assassinati [10].

 

In sintesi, il neoliberalismo ha approfondito le differenze secolari degli Stati latinoamericani e ha debilitato lo Stato nelle aree dove la maggiore spesa sociale del modello sviluppista, gli aveva fatto marcare una presenza. Sono queste le assenze in cui si sviluppano le manifestazioni perverse della ribellione: il crimine organizzato e la crescita della delinquenza comune.

 

I ritmi e i volti della protesta popolare

Anche se la protesta popolare ha mostrato nella regione altre modalità di espressione, non pochi studiosi tendono a sottostimare il ruolo della società civile, delle masse e delle sollevazioni nei processi politici.

 

In Perù, ad esempio, dal 1992 si osservano marce, manifestazioni e scioperi di carattere regionale, che chiedono la restaurazione dei governi regionali che sono stati sciolti da Fujimori quando gli studenti hanno chiesto il rispetto dell’autonomia universitaria ed i lavoratori hanno preteso migliori salari e migliori condizioni di lavoro. Nel luglio 1999 la Central General de Trabajadores de Perù (CGTP) ha convocato la prima ‘Marcha de los Cuatro Suyos’; nell’agosto dello stesso anno si sono osservate nuove proteste popolari e nel gennaio 2000, in occasione dell’inizio della campagna di Fujimori per un terzo mandato presidenziale, sindacati, confederazioni contadine, organizzazioni studentesche, fronti regionali e partiti politici di opposizione hanno riunito 30 mila persone nel centro di Lima.

 

Nel marzo 2000 si è realizzata la seconda giornata di protesta e il Paro Civico. La crescita della ribellione ha avuto come punto culminante la seconda ‘Marcha de los Cuatro Suyos’, alla vigilia della terza assunzione del mandato di Fujimori, nel luglio 2000. La notte precedente una grande marcia aveva riunito nelle strade di Lima circa 100 mila persone.

 

Ciò che è successo in Perù è uno dei momenti culminanti delle mobilitazioni di massa nella storia più recente dell’America Latina. La prima di esse sembra essere stata il ‘caracazao’ del 27 e 28 febbraio del 1989. La ribellione che ha preso inizio a Caracas, presto si é estesa ad altre otto città dell’interno del paese, nelle quali la popolazione ha saccheggiato centri commerciali, costruito barricate, bloccato strade, bruciato auto e pneumatici e creato il caos, che è stato possibile contenere solo grazie al dispiegamento repressivo responsabile dell’uccisione di 300 persone [11].   

 

Altro momento importante nella storia delle lotte popolari dell’America Latina degli ultimi anni, è il sollevamento zapatista del gennaio 1994 in Chiapas. Probabilmente la chiave del grande successo del movimento zapatista è stata quella di essersi trasformato rapidamente da un soggetto guerrigliero che cercava il potere, in un vasto movimento sociale di grande capacità convocatoria. Può dirsi, senza timore di sbagliare, che non c’è stata guerriglia con tanto successo in America Latina – includendo le FARC della Colombia con i suoi 20 mila effettivi e 60 fronti in tutto il paese – e nonostante si sia sviluppata una precaria guerra di guerriglia di 12 giorni, si sono avuti effetti politici di grande rilevanza.

 

Il terzo momento importante delle più recenti lotte sociali in America Latina, indubbiamente è l’”argentinazo’, come familiarmente vengono chiamate le sollevazioni popolari in Argentina del 19 e 20 dicembre del 2001. E’ abbastanza presto, tuttavia, per sapere se questa sollevazione genererà un ciclo di proteste popolari di maggiore trascendenza. Però sì che si può dire, che questa sollevazione, è il punto culminante di un ciclo che ha visto straordinarie esperienze di lotte popolari, contro le misure di austerità economica imposte dal neoliberalismo.

 

E così, sin dagli albori del neoliberalismo, i suoi rigori hanno provocato ogni tipo di atto di resistenza. Contesti e cause scatenanti sono stati diversi nei differenti paesi della regione. In Messico, Venezuela, Argentina, Cile e Uruguay è evidente che il neoliberalismo ha smantellato benefici sociali e qualità della vita, propri della versione latinoamericana dello Stato benefattore.

 

Nuovi attori e nuove espressioni di lotta sono certamente sorti in tutto questo processo. Lo smantellamento delle industrie e la caduta del valore dei prodotti di esportazione hanno fatto sparire antichi soggetti. Il mercato del narcotraffico ne ha fatto sorgere degli altri. In Bolivia, nel Chapare la popolazione è passata da 5 mila a 35 mila famiglie, le quali vivono della produzione e della commercializzazione della coca. L’incremento della popolazione si è nutrito dei licenziamenti massivi delle miniere – i leggendari minatori boliviani sono praticamente spariti -, della popolazione contadina espulsa a causa dei periodi di siccità nelle alte mesetas delle Ande, e dei contingenti di disoccupati che le città hanno espulso. E’ questo gruppo che ha formato i cocaleros, i quali sono stati negli anni ’90, uno dei soggetti centrali del movimento popolare boliviano [12].

 

Sorto dalle tradizioni di lotta contadina a partire degli anni ’70 del secolo XX, nutritosi degli ex dipendenti del settore industriale che hanno perso il loro lavoro e degli emarginati residenti nelle periferie urbane, il Movimiento de los Sin Tierra (MST), si è convertito negli anni ’90 nell’elemento più noto ed influente del movimento sociale brasiliano [13]. In Ecuador, le differenti etnie riunite nel Consiglio Nazionale Indigeno (CONAI), si sono trasformate negli ultimi anni del secolo XX, nell’epicentro di una poderosa forza sociale, che ha dovuto essere presa in considerazione per ristabilire la governabilità. Dal secondo lustro degli anni ’80, il movimento indigeno è stato la grande novità in Guatemala come è anche successo con i mapuches in Cile.

 

Le forme di espressione della protesta includono novità che vanno al di là dei vecchi cacerolozos: marce a cavallo con machete che evocano l’immaginario zapatista e villista, tamburi e trombette tipici dei tifosi sportivi, crocifissioni, denudamenti in pubblico, perforazioni della pelle e prelievi di sangue, ollas popolari, marce del silenzio, black-out, messe, processioni e preghiere, marce carnevalesche; tutte quelle manifestazioni ludiche che si alternano con il dramma dei meeting, delle ribellioni, dei blocchi stradali, degli scioperi e della repressione dello Stato come risposta. In mezzo a tutto questo, appaiono differenti, drammi e manifestazioni ludiche e in essi, gli operai sembrano continuare a giocare un ruolo significativo. Tra le 281 campagne di protesta contro l’austerità monitorate tra il 1996 e il 2001, il soggetto più attivo è stato la classe operaia che ha partecipato al 56% di queste campagne.

 

Conclusioni

Si deve iniziare la parte conclusiva di questo lavoro, affermando che le speranze poste a fine anni ’70, nella democrazia rappresentativa come “forma ottimale della dominazione borghese” in America Latina non si sono viste realizzate. In un mondo globalizzato in cui la sovranità è ridefinita ancora nei paesi centrali, la rivendicazione della nazione che le politiche economiche delle dittature militari avevano snaturato, non è stata visibile. Ed ancora, nel rendere più profonde le politiche economiche neoliberali, le democrazie rappresentative sorte nella regione ne hanno accelerato lo smantellamento. Anche il bilancio della restaurazione della cittadinanza nel contesto dei regimi post-dittatoriali è deficitario.

 

L’insorgere delle nuove forme di autoritarismo che si vestono di democrazia, la persistenza della repressione politica soprattutto nei momenti di ribellione, l’esistenza di poteri invisibili (narcotraffico e vizi della guerra sporca), le istituzioni informali che snaturano quelle formali, l’intensificazione delle assenze statali mercé del neoliberalismo, l’insorgere di poteri e azioni della giustizia informali nelle campagne e nelle città, la crescita sfrenata della povertà urbana e rurale, l’incremento del crimine organizzato e la delinquenza comune nei centri urbani, l’enfasi nello strumento punitivo per frenare la delinquenza, la domanda di significativi settori sociali affinché i diritti di cittadinanza siano limitati nel caso dei delinquenti, tutto ciò, sono fattori di violenza e privazione della cittadinanza per la maggior parte della popolazione dell’America Latina.

 

Questa presenza crescente non necessariamente però si realizza in un gioco di interlocuzione che fornisce allo Stato gli strumenti per negoziare la soddisfazione della “giustizia sostanziale”. Bensì, il popolare sta sorgendo in America Latina nel contesto di un crescente e contraddittorio spirito antistatale, anti partiti politici e nel quadro di crescenti difficoltà dello Stato nel rispondere alle domande sociali.

 

Non é possibile prescindere dal menzionare la novità della protesta popolare in America Latina per ciò che si riferisce ai soggetti e alle forme di lotta, anche se è necessario non enfatizzarla. Dietro le grandi mobilitazioni popolari in Perù che sono culminate nella caduta di Fujimori, si incontra il recupero di una lunga traiettoria della sinistra peruviana che risale agli anni ’20. Le grandi marce cocaleras in Bolivia, si nutrono della vigorosa esperienza sindacale e di lotta dei già praticamente spariti minatori. Le assemblee popolari, la revocabilità, le rese dei conti, le forme di democrazia diretta e di organizzazione dei piqueteros in Argentina, provengono dalle principali tradizioni del movimento operaio [14].

 

Dietro l’MST in Brasile, s’incontrano insieme la memoria delle lotte contadine e metallurgiche, le comunità ecclesiali di base, e non è casuale che i riferimenti politico-ideologici ed iconografici di questo movimento siano Ernesto Che Guevara, Mao Tse Tung, Fidel Castro, Lenin e Marx [15].

 

Concludiamo poi, che la continuità nel popolare in mezzo alle sue novità, è un riflesso della persistenza dei grandi conflitti politici e sociali della regione che si osservano, nonostante i cambiamenti politici. Le istituzioni post-dittatoriali in America Latina sono in crisi, perché la democrazia politica che è subentrata alle dittature politiche non ha potuto dare soluzioni al popolare. E si continuerà ad osservare simili pericolosi elementi come quelli che stiamo osservando, sino a quando non si daranno soluzioni sostanziali.



[1] D. Librero Caicedo, ‘Nuevo Modelo de Dominación colonial’ in J. Estrada Álvaez, “Plan Colombia. Ensayos Críticos”, Universidad Nacional de Colombia, Bogotá, 2001.

[2] M. López Maya, “La protesta popular venezuelana entre 1989 y 1993 (en el umbral del neoliberalismo)”, Editorial Nueva Sociedad, Caracas, 1999.

[3] J. Estrada Álvarez, ‘Elementos de economía política’, en “Plan Colombia, Ensayos Críticos”, Universidad Nacional de Colombia, Bogotá, 2001.

[4] P. Ameglio Patella e M Fracchia Figuereido, “El costo humano de la guerra de ‘exterminio selectivo’ en México: 1994-1999”, Cuaderno de reflexión y acción no-violenta, N. 3, México D.F., 1999.

[5] M. A. Aguilar, “Pobreza e inseguridad. ¿Dos caras de la misma moneda? ¿Vulnerabilidad versus inseguridad?”, Concepción, Chile, 1999.

[6] R. Briceño-León, “Ciudad, violencia y libertad”, Revista Fermentum, N. 26, septiembre-diciembre 1999, Mérida, Venezuela.

[7] L. Damert, “Violencia criminal en la Argentina de los 90’s. Diagnóstico y desafíos”. Washington D.C., 2001.

[8] F. V. Soares, “As faces múltiplas do crime. Generando um novo paradigma: o da nova violencia no Rio de Janeiro”, Concepción, Chile, 1999.

[9] M. A. Souza, “MST: después de la conquista de la tierra, la lucha contra la exclusión social”, Concepción, Chile, 1999.

[10] Ameglio e Fracchia, cit..

[11] M. Lòpez Maya, cit.

[12] E. Gironda, “Coca immortal”, Plural editores, La Paz, Bolivia, 2001.

[13] M. A. Souza, cit..

[14] R. Laufer e C. Spiguel, “Las ‘puebladas’ argentinas a partir del ‘santiagueñazo? De 1993. Traición histórica y nuevas formas de lucha”. In M. López Maya, “Lucha popular, democracia, neoliberalismo: protesta popular en América Latina en los años de ajuste”, Editorial Nueva Sociedad, Caracas, 1999.

[15] M. A. Souza, cit..






torna ad inizio pagina
Formato per la citazione:
Carlos Figueroa Ibarra, "La protesta popolare", terrelibere.org, 15 febbraio 2003, http://www.terrelibere.it/doc/la-protesta-popolare