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La profonda crisi economica e sociale della Colombia - terrelibere.org :: altre forme di comunicazione
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Nestlé despide más líderes sindicales

 * Antropologo ed economista, membro del gruppo di ricerca del Sindacato colombiano delle industrie alimentari SINALTRAINAL.

L’intervento è stato scritto per ‘Traza, Revista colombiana de cultura política’, che ringraziamo per aver autorizzato la pubblicazione.

 

 

La Colombia soffre una crisi di stabilità e governabilità. Ad essa si è aggiunta, negli ultimi dodici anni, una profonda crisi economica e sociale, prodotto dell’incremento dello sfruttamento di carattere imperialista e della riorganizzazione della società a immagine e somiglianza dei modelli nordamericani, attraverso le multinazionali, gli organismi multilaterali ed i governi nazionali. Secondo quanto affermano i seguaci del neoliberalismo: il paese si modernizza. Essi seguono alla lettera ciò che il Nord detta all’interno della sua strategia per dominare il pianeta.

 

Mai come adesso eravamo stati vittima di un simile bombardamento propagandistico che celebra il modello di vita nordamericano, presentandolo come il paradigma redentore e come il sistema percorribile da tutte le nazioni. “Rare volte nella storia si era concepito lo sviluppo di tutta l’umanità a partire dei postulati, così identici ed ampiamente inspirati al modello nordamericano” [1]. L’unipolarismo é stato applicato a tutta velocità ed ha preteso fare terra bruciata delle culture nazionali, i mercati, i lavoratori e le risorse naturali dei diversi paesi. Una simile presunzione ha un costo gigantesco: la distruzione massiva delle forze produttive e dei patrimoni storici dei popoli.

 

Tutto questo é stato impunemente permesso sino al 1997, poiché non si era verificata alcuna catastrofe di grande rilevanza; quando però le cosiddette Tigri Asiatiche sono crollate, e subito dopo la Russia ha sofferto una crisi profonda che ha interessato formidabilmente il Brasile, persino nei templi del neoliberalismo si è dovuto riconoscere che il mondo procedeva su una cattiva strada.

 

Business Week, una delle più prestigiose pubblicazioni mondiali in materia economica, ha scritto allora che “il modello nordamericano è attaccato da ogni parte, il mercato viene percepito sempre più come il nemico della crescita. Le nazioni retrocedono per reazione ad una delle maggiori distruzioni di ricchezza sino ad ora conosciute” [2]. L’idea centrale dei neoliberisti si basava sull’assunto che la storia non contava più, pertanto d’ora in poi gli elementi determinanti sarebbero state le leggi del mercato ed i mezzi di comunicazione di massa: entrambi avrebbero prodotto un mondo felice, dove le differenze tra le nazioni e gli uomini sarebbero sparite, questo sì, una volta che le ricette sarebbero state applicate alla lettera.

 

Ci saranno sì piccoli traumatismi, propri degli aggiustamenti da realizzare, per poter tornare a fare incamminare la società sulla giusta strada, dopo aver sperimentato le profonde ferite causate dalle velleità ‘sinistrose’ di alcuni governi e teorici, che si erano permessi di sfiduciare il mercato e l’implacabile ortodossia liberale.

 

Quest’opera doveva essere realizzata con una semplice ricetta: l’espropriazione della popolazione, sulla base della deregulation e il libero movimento del capitale per ottimizzare i suoi guadagni, le privatizzazioni, i cambi nelle strutture fiscali che impongono sempre più imposte ai poveri e sempre meno ai ricchi, le aperture unilaterali, il reinserimento dei paesi all’interno di una nuova divisione internazionale del lavoro e accanto a tutto ciò la propagazione dell’idea che lo sviluppo nazionale dipende dalle sue esportazioni.

 

Però la panacea é fallita. Si é realizzato un attacco frontale contro la cultura, la democrazia, la sovranità di moltissime nazioni e anche contro la loro accumulazione economica e il livello di vita delle popolazioni. Ciò tuttavia continua ancora oggi. La crisi del 1997, come quella attuale, é stata attribuita al basso livello raggiunto dalle riforme neoliberali. Pertanto, la soluzione, come già era stato affermato da Michel Camdessus, ex direttore generale del FMI, era quella di “accelerare il ritmo delle riforme” [3].

 

Cosa lasciano dodici anni di Neoliberalismo in Colombia?

Ciò che più è evidente è il fatto che le ricette neoliberiste hanno prodotto bassi tassi di crescita economica, la più grande caduta nel XXº secolo della produzione industriale (PI) e del prodotto interno lordo (PIL), l’incremento smisurato delle importazioni e il deficit praticamente permanente nella bilancia commerciale, la distruzione massiva dei posti di lavoro, le perdite generalizzate dei piccoli e medi produttori, la riduzione dei redditi dei lavoratori e la contrazione della domanda e del mercato interno.

 

Tanto la PI che il PIL sono caduti nel 1999, periodo più acuto della crisi, al disotto del 20% e del 5% rispettivamente [4]. Gli anni ’90 erano stati il periodo in cui la produzione nazionale é cresciuta con il ritmo più lento di tutto il secolo XX.

 

D’altronde lo Stato é fallito. Il deficit fiscale ha superato il 6% del PIL e il deficit della bilancia commerciale – differenza tra le importazioni e le esportazioni – ha raggiunto il 7%. Negli ultimi tre anni del decennio, le riserve di capitale del paese sono cadute di quasi 3 mila milioni di dollari.

 

In conseguenza dell’aggiustamento economico e della crisi, la disoccupazione ha raggiunto il 21% della popolazione economicamente attiva, il triplo del 1994. Sono 3 milioni i colombiani senza occupazione – dove i più colpiti sono i giovani (34,3%) e le donne (23,3%) -; il tasso più alto mai raggiunto nella storia nazionale ed il maggiore del continente americano. La sottoccupazione da parte sua, ha superato la terrificante cifra del 35% e per completare il panorama, il settore informale genera il 65% degli “impieghi” del paese. Dei lavoratori impiegati il 32% lavora senza alcun tipo di contratto, senza prestazioni previdenziali né sicurezza sociale; l’83% non ha nessun tipo di stabilità e l’80% guadagna meno di due salari minimi.

 

Tra il 1995 e il 2000 il settore industriale ha licenziato quasi 132 mila lavoratori e nel settore delle costruzioni i licenziamenti sono stati 435 mila. Di fronte a questa realtà era quasi logico che la massa salariale diminuisse notevolmente non solo per i licenziamenti, ma anche per il cambio nelle forme di contrattazione, poiché da un lavoratore con contratto collettivo di lavoro e stabilità lavorativa, si é passato ad altro tipo di lavoratore senza queste garanzie, cosa che ha permesso alla borghesia di ridurre i costi del lavoro di un 50% circa durante il decennio. A fine anni ’90, ha iniziato ad avere il predominio la modalità delle cooperative di lavoratori, che hanno permesso una nuova riduzione dei costi lavorativi che raggiunge oggi il 75%.

 

Già nel 1997, un lavoratore colombiano contrattato da una multinazionale, con stabilità e contratto collettivo di lavoro, guadagnava 6,5 volte in meno di un lavoratore nordamericano, 2,25 volte in meno di un lavoratore argentino, 2 volte in meno di uno brasiliano e superava di molto poco il lavoratore subcontrattato messicano ed ecuadoriano. Queste cifre evidenziano la cattiva qualità del lavoro creato e la riduzione del salario reale degli impiegati: più lavoratori con minori entrate reali spingono sempre più membri della famiglia nel mercato lavorativo, provocando un maggiore indice di disoccupazione, il che é ideale per i capitalisti, che possono costruire un circolo vizioso di sempre più lavoro con meno salario e più disoccupati disposti a lavorare per sempre meno salario.

 

Non è vero allora, che minori salari generino più occupazione, come é nuovamente la formula del governo Uribe. Il modello di riattivazione centrato nella svalutazione per aumentare le esportazioni e nella riduzione dei salari ha permesso che i grandi industriali aumentino del 15% la produttività e incrementino le ora extra del 22%, e tuttavia la crescita della produzione del 3% rispetto al 1999, non ha significato una riduzione della disoccupazione.

 

Ad un maggior debito, un maggiore sviluppo ed un maggiore investimento? 

Rispetto all’indebitamento il panorama non può essere peggiore. Il debito estero si é triplicato rispetto al principio degli anni ’90, raggiungendo all’incirca i 75 miliardi di pesos; i servizi del debito hanno moltiplicato il deficit fiscale, poiché per ogni peso che si riceve si dedicano 60 centesimi per il suo pagamento; i trasferimenti di capitali all’estero hanno raggiunto i 15 miliardi di dollari – due volte e mezzo in più di quanti erano a principio della decade -; pertanto il servizio del debito é cresciuto di quasi 1.000 milioni di dollari nel 1999 e nel 2000. Una delle regioni é la sfiducia che esiste nel paese da parte degli speculatori internazionali; il debito dello Stato con i pensionati ha raggiunto i 7 miliardi di pesos. Nel 1997, il debito estero colombiano [5] ha toccato i 29.454 milioni di dollari, corrispondenti a 16.192 milioni di dollari di debito pubblico e 13.262 milioni di dollari di debiti privati garantiti dallo Stato. Il debito equivaleva al 30,3% del PIL e le ammortizzazioni per lo stesso anno sono state di 5.781 milioni di dollari.

 

Nell’anno 2000, il debito ha toccato i 34.521 milioni di dollari e gli interessi sul debito hanno raggiunto i 7.488 milioni di dollari, rappresentando il 40,4% del PIL [6]. Sommando ciò che doveva lo Stato alla fine del 2001, tra debito interno ed esterno, si raggiungevano i 49 miliardi di dollari. Secondo la Corte dei Conti della Repubblica colombiana questo valore equivaleva a 119 miliardi di pesos, il 63% del PIL; dato molto più alto di quello dell’Argentina, che era del 49% o dello stesso Brasile, pari al 60%. Se a ciò sommiamo il debito privato, che ha la copertura dello Stato, il totale del debito tra pubblico e privato e interno ed esterno raggiunge i 64 miliardi di dollari, il che equivale all’82% del PIL colombiano [7].

 

Nel 2002 ci sarà da pagare 23 miliardi di pesos [8], i quali rappresentano più dell’80% delle entrate del governo. Se negli anni ’80 gli interessi costituivano circa il 47% delle esportazioni, nel 1999 sono cresciuti sino al 70%. É come dire che esportiamo per pagare il debito estero. Ogni colombiano deve attualmente circa 1.500 dollari, per debito estero e interno sia pubblico che privato. I pagamenti del debito estero costano al paese cinque volte più dell’educazione e tre volte più dell’educazione e della salute messe insieme.

 

Mentre questo accadeva, negli ultimi anni lo Stato ha immesso nelle banche più di 12 miliardi di pesos, evitando il collasso totale del sistema finanziario. Parte dei Fondi per la Pace – 500 milioni di dollari – sono stati destinati a questo fine, così come i crediti internazionali per 250 milioni di dollari e una gran parte del prodotto della tassa del 3 per mille sulle operazioni bancarie.

 

Un effetto del dissanguamento: la distruzione della produzione agroalimentare

Un chiaro segnale di ciò che sta avvenendo nel paese é quanto si verifica con la produzione alimentare. Nel 1991, si erano persi 500 mila ettari di produzione agricola e alla fine del decennio si era abbandonata la semina di più di un milione di ettari, cioè, il 25% dell’intera area coltivabile. Allo stesso modo, si stavano importando 7 milioni di tonnellate di alimenti, e le importazioni si sono incrementate, nel decennio, del 700%.

 

Per effetto di queste politiche si sono persi 130 mila posti di lavoro nelle campagne, e la disoccupazione é passata nel settore dal 4,2 al 6,4% [9]. Contemporaneamente la concentrazione della terra é aumentata enormemente. Nel 1997, lo 0,3% dei proprietari che possedevano più di 500 ettari occupava il 45% della terra, mentre prima del 1984 occupava il 32,5% dell’area totale incorporata nella frontiera agricola; di questa quasi il 45% oggi è in mano al narcotraffico. Molti contadini, inoltre, hanno subito la confisca delle proprietà poiché non hanno potuto pagare i loro debiti. Se la crisi nazionale dura da quattro anni, la crisi agricola sta per entrare nel suo nono anno.

 

La produzione del caffè si é ridotta da 16 a 9 milioni di sacchi in mezzo ad una congiuntura di bassi prezzi internazionali del prodotto che deprimono regioni intere del paese. Tra il 1998 e il 2001 la raccolta del caffè si é ridotta del 40% [10]. Allo stesso modo, alcune coltivazioni permanenti come quella della palma africana, hanno un mercato incerto; ad esempio, nel primo trimestre del ’99 la produzione é aumentata del 24% e le esportazioni sono cresciute del 12%, però i prezzi internazionali sono diminuiti simultaneamente del 25% e i prezzi interni si sono ridotti del 31%. Sono aumentati, questo sì, l’area della coca e del papavero da oppio, nonostante le fumigazioni: migliaia di contadini continuano a trovare l’unico rifugio provvisorio nelle coltivazioni di uso illegale in aree sempre più lontane e più vaste.

 

Assistiamo infine allo smantellamento delle grandi piantagioni, al fomento della disoccupazione degli operai agricoli e alla drammatica riduzione dei prezzi della produzione agroindustriale per renderla competitiva a livello internazionale. Oggi si dà impulso alle alleanze strategiche tra i grandi proprietari, le imprese transnazionali ed i contadini, con il fine di promuovere mezzadrie in grande scala per coltivare la palma africana ed altri prodotti. Mediante queste alleanze, contadini e indigeni consegneranno le loro terre e il loro lavoro ai grandi allevatori e alle imprese della palma africana, del legno, del cacao, del caucciù e dello sfruttamento delle foreste, ricevendo in cambio il 20% dei loro guadagni, mentre l’80% resta in mano agli imprenditori, che non dovranno pagare prestazioni sociali ai loro “alleati” [11]. “Si darà impulso a nuclei produttivi agricoli e forestali, nei quali si focalizzeranno gli sforzi dell’appoggio statale allo sviluppo rurale. Questi vanno intesi come processi socioeconomici generati attorno ad una attività principale, nella quale le comunità rurali si integrino in alleanze strategiche con il settore imprenditoriale, all’interno di progetti produttivi di successo. Questa strategia conterà inoltre sulle risorse private, sui fondi pubblici, originati dal Fondo per la Pace e dalla cooperazione internazionale” [12].

 

Un paese dove crescono la povertà e i monopoli

La povertà si é moltiplicata, giungendo ad abbracciare più del 60% dell’intera popolazione del paese – approssimativamente 30 milioni di persone vivono attualmente al di sotto della linea di povertà -; di questi, 9 milioni sono indigenti e secondo la FAO, 4 milioni di colombiani soffrono la fame: oggi il nostro paese figura come uno dei dieci con più fame al mondo. Così, negli ultimi due anni si sono inseriti tra i nuovi poveri 3 milioni di colombiani e ne sono stati brutalmente sfollati più di 2 milioni. In una situazione simile, il consumo nazionale si é ridotto nel 1999 del 5,12% rispetto al 1997.

 

Un esempio dell’ingiustizia sociale può essere osservato guardando ai dati relativi ai redditi. E´ evidente che questi si sono concentrati ancora di più e la Colombia é arrivata ad essere il primo paese in America Latina e il secondo al mondo nelle scale della disuguaglianza. Secondo il rapporto della Banca Mondiale [13], mentre il 50% più povero riceve il 17,6% delle entrate, il 20% più ricco ne riceve il 55%. Dal 1997 sino all’anno 2000 l’indice GINI sulle entrate é aumentato dallo 0.54 allo 0.59. Dall’altra parte, per ogni peso che riceveva il 10% più povero della popolazione del paese, all’inizio degli anni ‘90, il 10% più ricco ne riceveva 40 pesos; alla fine del decennio i ricchi ricevevano 80 pesos per ogni peso che era ricevuto dai poveri. I guadagni prodotti dal cosiddetto aggiustamento neoliberista hanno beneficiato unicamente il 3% più ricco della popolazione, cioè le Imprese Transnazionali, le banche e gli istituti finanziari, gli esportatori e gli alti dirigenti del neoliberalismo meglio conosciuti come yuppies.

 

Negli anni ’90, abbiamo assistito anche alla consolidazione dei quattro gruppi dominanti dell’economia nazionale, solidi alleati di diverse multinazionali. Questi arrivavano ad ottenere nell’anno 2001, utili per un valore di 100 miliardi di pesos. Tre di questi gruppi – Santodomingo, Ardila Lulle e Luis Carlos Sarmiento Angulo – nel 1996, si appropriavano del 36% dei 1.500 milioni di dollari ottenuti dalla crescita dell’economia nazionale [14] e insieme a 120 filiali di transnazionali controllavano l’82% delle esportazioni colombiane [15].

 

E dei “cinque gruppi finanziari che controllano il 92% degli utili del settore, un 36% sta nelle mani del Gruppo Empresarial Antioqueño e un 28% in potere di due gruppi controllati ognuno da una sola persona – Santodomingo e Sarmiento Angulo -. Quattro gruppi economici sono proprietari dell’80% dei mezzi di comunicazione di massa, mentre 50 gruppi economici dominano più del 60% dell’industria, dei servizi, del commercio, del trasporto e dell’agricoltura” [16].

 

Che giungano gli investimenti perché se ne vada la ricchezza   

Le leggi per flessibilizzare gli investimenti stranieri sono state modificate per rendere il paese più “attrattivo”, e così questi si sono moltiplicati da 311 milioni di dollari nel 1991 a 4.750 nel 1998, totalizzando in questi otto anni 18.235 milioni di dollari. Gli Stati Uniti sono stati il paese che durante tutti gli anni ’90 ha guidato gli investimenti con il 65% del totale, seguiti dall’Unione Europea con il 26% e dalla Svizzera con il 2%.

 

Sono stati importantissimi per gli investimenti nordamericani, i cosiddetti “paradisi fiscali” di Panama, Bermuda, Cayman e Isole Vergini: grazie ad essi è giunto tra il 1995 e il 1999, il 41% degli investimenti stranieri in Colomba. Tra i settori dove ci sono stati più paradisi, quello dei servizi energetici – gas ed elettricità – con il 20% di tutti gli investimenti del 1998, e quello finanziario, con il 13% nello stesso anno, elemento che prova come gli investimenti stranieri non si sono ubicati nei settori produttivi, bensì nel settore speculativo il quale si é approfittato delle privatizzazioni.

 

Nei servizi pubblici, escludendo il settore delle telecomunicazioni, tra il 1997 e il 1998 gli investimenti stranieri diretti hanno raggiunto i 3.345 milioni di dollari, e l’ex ministro colombiano delle Miniere, Jorge Eduardo Cock, ha riassunto ciò affermando che le vendite si fanno ai “due o tre potenti di sempre in Colombia” e “quasi sempre a stranieri”, che non apportano mai nulla di nuovo perché vengono “semplicemente a comprare l’esistente, ciò che già abbiamo realizzato”. 

 

Per concludere, senza aver fatto la lista completa, si sono modificate le leggi per flessibilizzare gli investimenti stranieri, si sono modificati i contratti di associazione riducendo la parte degli utili che riceveva lo Stato e si sono privatizzate una moltitudine di imprese, si sono date in concessione le strade, e nello stesso tempo anche i sistemi educativi e sanitari sono caduti in mani private.

 

Di conseguenza, nel 1998 l’analfabetismo ha raggiunto il 13% ed il sistema sanitario è entrato in crisi per la mancanza di fondi; il prezzo dei servizi pubblici è aumentato ad un ritmo superiore del 36% l’anno, ossia un valore maggiore del tasso d’inflazione. Oggi il 5,3% delle abitazioni è carente di servizi basici, mentre un altro 4,8% di esse non possiede nessuno dei servizi di energia, acquedotto, fogne, né di raccolta dei rifiuti. Questa rapida caduta negli indicatori dello sviluppo sociale evidenziata dal rapporto di UNDP-PNUD del 1999, relega la Colombia dal 54° al 57° posto nella classifica dello Sviluppo Umano.

 

Abbiamo così assistito in questi 12 anni  - di cosiddetto ‘nuovo modello di sviluppo’ – alla distruzione di quello che era stato costruito nei decenni precedenti, che pur essendo deficiente, aveva permesso il raggiungimento di un certo livello di infrastruttura sociale e produttiva. Povertà, miseria, maggiore concentrazione della ricchezza in poche mani, monopolizzazione, saccheggio delle risorse produttive, distruzione della cultura… è questo lo sviluppo che ci hanno imposto.



[1] S. Halimi, “El neufragio de los dogmas neoliberales”, Le Monde Diplomatique, Ed. Española.

[2] Business Week, citato da Serge Halimi, cit..

[3] S. Halimi, cit..

[4] Cifre del Dipartimento Amministrativo Nazionale di Statistica DANE.

[5] Secondo il Banco de la República l’indebitamento é costituito da quattro variabili: i prestiti con la banca multilaterale, il cosiddetto debito ‘Club di Parigi’ (da nazione a nazione) attraverso organismi ufficiali di credito, il debito contrattato con i mercati di capitali mediante l’emissione di buoni e il debito commerciale, generato dai flussi delle esportazioni.

[6] Banco de la República e www.lanota.com.

[7] Calcoli fatti sulla base delle informazioni del Banco de la República e del sito www.lanota.com.

[8] El Espectador, marzo 2002.

[9] H. Mondragón, “Desempleo: el choque del plan”.

[10] ANIF, “Balance económico y social al tercer año de la administración Pastrana”.

[11] H. Mondragón, cit..

[12] Ibidem.

[13] Rapporto del Banco Mondiale, citado da Alberto Yépez, “Cinco años de retrocesos continuos”.

[14] A. Yépez, cit..

[15] D. Rodríguez Meisel, “La Economía Colombiana: Notas sobre la concentración del capital y sus manifestaciones”.

[16] Ibidem.

Formato per la citazione:
Carlos Alberto Olaya, "La profonda crisi economica e sociale della Colombia", terrelibere.org, 04 settembre 2003, http://www.terrelibere.it/doc/la-profonda-crisi-economica-e-sociale-della-colombia