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Ada Trifirò: Scheda biografica | Scrivi all'autore | Tutti i documenti di questo autore Interagisci: Segnala ad un amico Organizza un incontro Condividi: La pena più lunga nel paese dell’impunità Colombia, storia di Alba Lucía Rodríguez Cardona
1. Maggio 2001: visita alla prigione di Abejorral (Antioquia)
Abejorral, piccolo municipio del Dipartimento di Antioquia, a quattro ore da Medellín. 70 Km di strada impervia al limite orientale della cordigliera; due ore per arrivare a Santa Barbara e poi altre due lungo una strada sterrata che si arrampica su per le montagne. Settemila abitanti, di cui almeno il 60% residenti in piccoli agglomerati abitativi (le veredas) che distano fino a due, tre ore di macchina dal centro e quindi dai principali servizi. Sulla strada che, proseguendo ancora verso sud est, porta a Mesopotamia, l’ingresso alla cittadina, e a circa 200 metri la prigione.
È in questo municipio che è nata e cresciuta Alba Lucía Rodríguez Cardona; ed è nella sua prigione che è stata reclusa fino al 7 marzo del 2002. Qui l’ho conosciuta, circa un anno prima della sua assoluzione, nel maggio del 2001. “Qui entra solo l’uomo, non il delitto”, si poteva leggere sulle pareti della stanza dove siamo state perquisite, io, Claudia e Diana e abbiamo atteso di parlarle [erano con me: Claudia Gómez e Diana Gutiérrez, della Red Nacional de Mujeres Colombianas por los Derechos Sexuales y Reproductivos di Medellín; N.d.A.]. <<Non vi posso concedere un’intervista ma solo un colloquio: 10 minuti per ciascuna e non potete entrare insieme>>, ci dice all’inizio la direttrice. Poi ci lascerà restare contemporaneamente per circa quaranta minuti.
Molto più magra di come appariva nelle foto scattate prima della detenzione; pallida, capelli lunghissimi, grandi occhi verdi che rimangono impassibili anche quando le labbra sorridono. Quasi tutto il tempo dell’incontro rimane seduta senza guardarci e risponde con poche parole alle nostre domande. Però, come una perfetta padrona di casa, ci offre caffè e sigarette. Da cinque anni si trovava reclusa e iniziava a perdere ogni speranza di uscire da quella cella.
Nel 1996, Alba Lucía Rodríguez Cardona viene condannata a 42 anni e 5 mesi di prigione per un delitto che non ha commesso: la sua unica colpa è stata di essere donna, contadina e povera. Le sue vicende umane e giudiziarie sono la punta di un iceberg rispetto alle quotidiane violazioni commesse sui corpi delle donne in Colombia. Gli anni in cella diventano un’occasione di rafforzamento, per lei e per le lotte delle donne. La sua assoluzione, avvenuta dopo quasi sei anni di prigione grazie alle numerose proteste inviate da donne e uomini di vari paesi del mondo – e dalla stessa Italia – infonde fiducia alla battaglie delle donne e spinge a insistere nei luoghi della resistenza.
Il presente documento ricostruisce l’incubo subito da Alba Lucía, utilizzando come riferimento le informazioni contenute nelle sentenze di primo grado e appello, nonché le memorie presentate dall’avvocata di difesa (Ximena Castilla) in Cassazione e davanti al Commissione per i diritti umani della OEA (Organización de Estados Americanos); infine, si riportano i brani più salienti della sentenza di Cassazione. Una preziosa fonte, sono state altresì le testimonianze dirette delle attiviste della Red de Mujeres colombianas por los derechos sexuales y reproductivos, senza l’impegno delle quali Alba Lucía sarebbe ancora detenuta.
2. Una donna, tre tragedie. L’abuso sessuale, la morte della figlia, l’accusa
Ultima di 11 fratelli, Alba Lucía è nata e cresciuta nella vereda Pantanonegro, a circa 40 minuti da Abejorral. Poche decine di famiglie, un piccolo centro di salute attrezzato solo per interventi di prima assistenza, una scuola elementare. Alba fa parte di una famiglia contadina di salde credenze religiose e viene educata alle regole della cultura patriarcale. I genitori sono analfabeti e lei è l’unica in famiglia ad aver completato la scuola elementare.
Nel luglio del 1995, all’età di 19 anni, uno dei fratelli le chiede di trasferirsi a Medellín per occuparsi dei suoi figli. Per una ragazza timida e riservata, abituata alla semplicità della vita contadina, sarà un trauma vivere in una metropoli di due milioni di abitanti, in cima alle classifiche mondiali per gli indici di violenza.
Poco dopo il suo arrivo, un uomo del quartiere comincia a corteggiarla. Di lui, conosce solo il nome, José Aldemar, e non sa che ha famiglia e figli. Un giorno, egli la invita a bere qualcosa e mentre si trovano in un bar, le somministra di nascosto nella bibita analcolica una sostanza che le offusca la coscienza. Sono circa le dodici della mattina quando arrivano al locale e Alba torna ad essere cosciente verso le tre del pomeriggio. Tre ore delle quali non ricorda nulla. Successivamente capirà di essere stata violentata. Per timore della reazione della famiglia e del giudizio della gente del villaggio, non denuncia l’abuso subito e, quando si accorge di essere incinta, decide di occultare la gravidanza - aiutata in questo dalla sua corporatura alta e robusta - e di fare ritorno alla casa dei genitori e al lavoro nei campi.
Il 6 aprile del 1996, alle sei di mattina, Alba si sveglia con una sensazione di malessere e si dirige nel bagno con desiderio di defecare, sensazione normale durante l’inizio del travaglio. Non riuscendoci, tenta di tornare a letto ma arriva un dolore ancora più forte che la blocca. Cerca di chiamare la madre e le sorelle, ma il bagno, come in molte case contadine, è situato in cortile e dal lato opposto rispetto alle camere da letto. Da sola Alba riceve il corpo della sua bambina, l’afferra e l’aiuta a uscire; poi l’avvolge in un sacco che trova sul pavimento e si dirige verso la camera della sorella per chiedere aiuto. Però ha perso molto sangue e si sente mancare; riesce solo a trascinarsi fino al proprio letto. Poco dopo una delle sorelle trova la bambina morta nel bagno e lei semicosciente nella sua stanza.
La madre e le sorelle cercano con rimedi casalinghi di rianimarla e di far uscire la placenta, che è rimasta nel ventre. I collegamenti tra Pantanonegro e il municipio sono costanti solo il sabato, giorno di mercato, e la famiglia impiega varie ore a trovare una macchina che la accompagni in paese.
Dal momento in cui arriva in ospedale, per lei inizia una lunga serie di violenze, irregolarità e discriminazioni. Il medico che l’assiste, Jairo Gómez, udito il racconto dei familiari, chiede alle sorelle di portare anche il corpo della bambina. Sarà lui l’autore della perizia sulla neonata e uno dei principali responsabili della sua condanna. Prima ancora di eseguire qualunque intervento sulla paziente, scrive sulla scheda clinica: <<Gravidanza indesiderata; non ha informato i familiari sul suo stato. Quando i familiari si sono resi conto dell’accaduto, hanno tentato di far uscire la placenta senza successo, dopo di che l’hanno accompagnata all’ospedale, dove è arrivata pallida e fredda>>. Poi la sottopone a interrogatorio, servendosi anche della collaborazione dell’infermiera di turno. Con una pressione di 80/60, Alba viene tempestata di domande e le parole pronunciate in quei momenti e nel resto di quella giornata saranno decisive per la sua condanna.
Dopo aver proceduto all’estrazione della placenta, il medico pratica l’autopsia della bimba e nel documento di medicina forense scrive: <<Il decesso della neonata (Alba Lucía Rodríguez Cardona) è stato conseguenza naturale diretta dello strangolamento della madre, che le ha causato anossia cerebrale per compressione meccanica>>. In una dichiarazione di medicina legale, dunque, egli esprime un’accusa e, con un atto di crudeltà inspiegabile, si arroga persino il diritto di attribuire un nome alla creatura, lo stesso della madre: Alba Lucía Rodríguez Cardona.
Posteriormente, il medico dichiarerà: <<Quando mi hanno portato il cadavere, la prima cosa che ho osservato è stata il collo e mi sono reso conto che era stata strangolata. Allora, mi sono rivolto alla madre e le ho detto: “Signora, so già come è morta la bimba, allora mi dica la verità e senza mentire, le ripeto che so bene cos’è successo”>>. Alba Lucía risponde al dottor Gómez raccontando com’è avvenuto il parto e confessando i dubbi che aveva sempre avuto nel portare avanti una gravidanza frutto di una violazione. Mai, però, mette in dubbio la sua innocenza e ripetutamente chiede di poter vedere la bambina, cosa che le verrà negata.
Nello stesso giorno, appena dopo l’intervento, Alba Lucía viene interrogata dall’Ispettore municipale di polizia e traffico, che avvia d’ufficio le indagini. Alba, incalzata dalle domande, continua a dichiarare la sua innocenza ma fa un’affermazione che nel processo verrà utilizzata come grave indizio di colpevolezza: <<a volte avevo voglia di avere la bambina e a volte no>>.
Appena due giorni dopo viene condotta per un interrogatorio dall’ospedale alla vicina Procura, a piedi e ammanettata. Colpevole o no, in questo momento passa per il suo primo tribunale, quello dei curiosi, che aspettano lungo la strada per vedere la “madre assassina”. Le dichiarazioni che farà in quella sede e in tutte le fasi processuali saranno sempre coerenti a quanto raccontato alla famiglia e alle primissime dichiarazioni rilasciate in ospedale. Tuttavia, non verrà mai creduta.
Nella deposizione resa alla Procura, Alba Lucía descrive così il parto:
Sentivo un dolore molto forte e ho iniziato a farmi dei messaggi; allora la bambina è iniziata a uscire e io l’aiutavo, afferrandola e spingendola. Quando è uscita è caduta nel water. Allora l’ho tirata fuori e, ormai in preda alla disperazione, ho tagliato il cordone con un fil di ferro. Quando ho tirato fuori la bambina dal sanitario, lei ha fatto un sospiro ed è rimasta immobile. Nel bagno c’era un sacco, allora l’ho messa dentro con la testolina di fuori, perché fuori dalla porta c’era un cane, e non avevo altro con cui avvolgerla. Stavo andando a chiamare mia sorella Rubiela però non ce l’ho fatta perché mi sentivo mancare, ho continuato a camminare appoggiandomi alla parete e sono arrivata fino al letto.
Quando il Procuratore le chiede perché la neonata presentasse segni di violenza sul collo, risponde:
Non so, perché io non avevo mai visto nascere un bambino, i miei genitori non mi hanno mai detto com’era; cioè, quello che io ricordo è che la prendevo e l’aiutavo a uscire; non so per quale ragione la bambina portava segni di violenza.
Dopo l’interrogatorio, viene rilasciata in libertà provvisoria per undici giorni, fino al 17 aprile, data nella quale il pubblico ministero emette contro di lei un ordine di detenzione preventiva. L’accusa è di “omicidio aggravato” e si fonda espressamente sulla perizia medica e su quanto Alba Lucía avrebbe detto all’ispettore di polizia. Nonostante le facoltà concesse dalla legge di sospendere la detenzione per sei mesi “quando si tratti di donne che hanno appena partorito” (art. 407, Cod. Procedura Pen.), l’ordine viene sospeso solo per 45 giorni.
L’8 aprile del 1996, il Procuratore ascolta i genitori; dalle sue domande traspare già la presunzione di colpevolezza che guiderà tutte le indagini: “Ci dica se sua figlia le ha raccontato perché ha ucciso la neonata”, chiede infatti alla madre.
Il 23 e 24 aprile vengono ascoltati l’infermiera (Luz Marina Díaz Morales) e il medico. La versione di quest’ultimo si nutre sempre più di particolari. Dichiara che Alba Lucía gli ha confessato di aver strangolato la figlia e di averla lasciata cadere nel water perché affogasse. L’infermiera dichiara di essere stata presente quando la ragazza fu ricoverata e le vennero prestate le prime cure e che la ragazza le raccontò di essersi applicata un’iniezione per stimolare il ciclo. Successivamente, invece, in dibattimento, cambia versione, e dichiara che Alba le aveva confessato di aver preso delle pastiglie per abortire e che le aveva fatto del parto il seguente racconto: <<Quando la bambina ha iniziato a piangere, io le ho messo una mano sulla faccia per farla smettere e l’ho stretta fino a quando non è rimasta zitta; poi l’ho buttata nella spazzatura e non ho detto niente a nessuno>>.
Nonostante le irregolarità che hanno caratterizzato la compilazione della prima perizia, il Procuratore chiede al dottor Gómez che approfondisca il giudizio sulla morte della neonata, confermandolo nel ruolo di medico legale.
Il 23 maggio del 1996, viene concessa la proroga delle indagini: in questa fase Alba dichiara per la prima volta che la gravidanza è stata frutto di una violazione.
Intanto, non soddisfatti per l’operato dell’avvocato d’ufficio, i genitori impiegano tutti i soldi a disposizione per incaricare della difesa un avvocato di fiducia. La strategia da lui adottata non sarà mai orientata a provare l’innocenza ma solo a cercare di giustificare il “presunto strangolamento” come risultato di paura e disorientamento, della mancanza di istruzione e della condizione sociale.
Nella memoria indirizzata alla Procura scrive:
Nonostante non ci permettano di svincolare la Rodríquez dall’indagine per omicidio, le prove ci consentono di affermare che, pur avendo ella commesso un omicidio, non si è trattato di omicidio aggravato e che non è una delinquente malvagia e perversa (come si potrebbe credere facilmente)…
E più avanti aggiunge:
Ci troviamo di fronte ad una donna umile, povera, innocente e ignorante; umana e con errori, però nel fondo “buona”! La mia sensazione come uomo, di fronte a lei, nell’intenso dialogo che ho avuto, mi dice che siamo in presenza di un essere umano buono, onesto, sincero e che, anche se ha sbagliato (e ha sbagliato gravemente), si è trovata coinvolta in una situazione che potrebbe accadere a chiunque, per passione, dolore, ira o per qualunque altra ragione.
Facendo appello alla violazione sessuale subita, egli cerca di ottenere una condanna più lieve, quella per omicidio di “figlio frutto di accesso carnale violento”, per la quale il codice penale colombiano prevede la detenzione da uno a tre anni. [L’art. 328 del Codice Penale, “Morte di un figlio frutto di accesso carnale violento o di inseminazione artificiale non consentita”, afferma: <<La madre che durante la nascita o entro gli otto giorni successivi uccide il figlio frutto di accesso carnale violento o abusivo o di inseminazione artificiale non consentita, incorrerà nella detenzione per un periodo da uno a tre anni>>; N.d.A.].
Ma il giudice non approfondisce nessuno dei fatti connessi alla violazione e l’uomo che Alba ha indicato come responsabile non verrà mai chiamato a deporre.
Al documento dell’avvocato, il giudice risponde con queste parole:
Sinceramente, non possiamo essere a tal punto ingenui da dar credito a quando raccontato dall’indagata. Costei dichiara di essere stata vittima di un atto sessuale per l’uso di una sostanza che le offuscò la coscienza, che non raccontò a nessuno di questo fatto e che arrivò a casa sua in stato d’incoscienza: mentre la realtà processuale dimostra che non si ebbe allarme nella sua casa e che non raccontò nulla ai suoi familiari. Inoltre, non si capisce com’è possibile che una donna che sia stata vittima di un atto di tale natura, al constatare che si trova in stato di gravidanza ... non ne rimanga sconvolta. Per quanto ignorante si voglia considerarla, deve essere a conoscenza del fatto che un concepimento presuppone un atto sessuale di penetrazione; ma se quello che fa è nascondere la sua gravidanza... non doveva sentirsi minimamente in colpa.
Sulla base di quanto appena detto, non ci troviamo d’accordo con la ingenuità dell’imputata. Dato che non ha rivelato un fatto tanto grave come quello della violazione durante la prima indagine, ne deduciamo che il racconto viene fatto adesso con l’intenzione di ridurre la propria responsabilità… Se alcuna ingenuità esiste nell’imputata, consiste proprio nella scusa che vuole dare all’autorità giudiziaria per sminuire l’illecito delle sue azioni, dal momento che sono passate le epoche nelle quali le ragazze restavano incinte nelle piscine e ormai questo tipo di storie non se le beve più nessuno.
Di fatto, le indagini preliminari si chiudono con l’inammissibilità ai fini processuali delle dichiarazioni relative all’abuso sessuale; il caso viene trasmesso al Tribunale di Abejorral e inizia il processo contro Alba Lucía, con l’imputazione di “omicidio aggravato”.
3. Il processo e le numerose irregolarità commesse
Il 4 dicembre si apre l’udienza pubblica: l’incubo continua. Alba Lucía viene chiamata a ripetere il racconto di quella terribile mattina e a rispondere su fatti della sua vita intima che non hanno nessuna relazione con l’accaduto. Le viene chiesto, per esempio, quanti fidanzati ha avuto e che tipo di relazioni sessuali ha intrattenuto con ciascuno di loro. Tra le domande, la seguente: <<Dica al giudice com’è possibile che lei abbia avuto relazioni sessuali con un uomo che ha incontrato solo in quattro opportunità e di cui non conosce nemmeno il cognome?>>; oppure: <<Che tipo di alimentazione ha seguito durante la gravidanza per proteggere la bambina?>>. Le viene domandato anche se aveva preso le vitamine e il fatto che non si fosse sottoposta a nessun trattamento medico viene interpretato come grave indizio della volontà di provocare la morte della figlia.
A soli quattro mesi dall’inizio del processo, il 2 aprile del 1997 il giudice pronuncia la condanna a 510 mesi di prigione. Nel testo della sentenza si legge che: <<le affermazioni originariamente fatte dall’imputata al medico e all’ispettore, costituiscono indizio grave, che unito agli altri, ci permettono di affermare che fu l’autrice materiale della morte di sua figlia>>.
Le dichiarazioni sull’avvenuta violazione, vengono ancora una volta ricusate. A tal proposito il giudice afferma che, se la violazione fosse realmente avvenuta, al riprendere coscienza la ragazza avrebbe dovuto <<presentare segni o sintomi di accesso carnale, come emorragia o almeno dolore o molestie nelle sua parti intime, dettagli che per la loro evidenza sono difficili da dimenticare; tuttavia, non ne ha fatto menzione durante le indagini>>. Aggiunge, inoltre, che <<tre ore non costituiscono un tempo sufficiente per violare una donna>>.
Il 16 aprile, il difensore presenta ricorso, appellandosi non già all’innocenza della sua rappresentata bensì allo suo stato mentale e al contesto in cui si sarebbe “consumato” il reato.
Il 6 agosto il Tribunale Superiore di Antioquia conferma la sentenza. Solo un anno e tre mesi dal giorno della tragedia alla conferma in appello: un tempo record di fronte alla lentezza della giustizia colombiana, nell’ambito di un procedimento che sembra caratterizzato sin dall’inizio dalla fretta di infliggere una pena esemplare. Le ripetute dichiarazioni di innocenza dell’imputata non hanno mai avuto rilievo in entrambi i procedimenti.
Quando le viene chiesto: “Come si è sentita quando ha scoperto di essere incinta”, Alba risponde: <<Prima mi sono depressa tantissimo, non facevo che piangere, pensavo a cosa potesse significare crescere un figlio da sola. Dopo ho cominciato a sentire la bambina e questo mi ha riempito di gioia, perché i figli sono quanto di più bello si possa avere nella vita>>. Racconta, inoltre, di aver preparato abiti, pannolini, biberon e un pupazzo di peluche, che di fatto vennero trovati nascosti nell’armadio della sua camera.
La sentenza si basa su congetture che rivelano totale disconoscimento delle sensazioni del parto e delle reazioni che può avere una puerpera non preparata ad affrontarle. <<Non c’è una spiegazione valida - si legge nel verdetto finale - per il fatto che, trovandosi distesa nel letto, l’imputata si trasferisce al bagno e si dispone a dare alla luce la bimba nel sanitario. Non è più logico pensare che per un compito tanto difficile sia normale e più comodo restare nel letto?>>. Inoltre, si afferma che le uniche omissioni verificatesi nel procedimento di primo grado consistono nel non aver <<indagato maggiormente sulla vita sessuale dell’imputata, per verificare se al momento nel quale dice di essere stata vittima di violenza era vergine o no>>.
Tra i giudici cui spetta l’emissione del verdetto, due - un uomo e una donna - votano senza ombra di dubbio per la conferma della condanna; la terza si astiene, perché propende per l’infanticidio. Tutto il procedimento si caratterizza per la violazione delle garanzie minime del “dovuto processo”, non viene rispettato il diritto alla presunzione di innocenza, il diritto alla piena eguaglianza di “genere”, ad una difesa effettiva, a non essere obbligata a dichiarare contro se stessa e a dichiarare senza coazione di alcuna natura.
Alba Lucía non dispose di una buona difesa, né durante le indagini preliminari né durante il processo. Il suo avvocato non ricusò, in sede preliminare e in sede processuale, la perizia medica né la testimonianza resa dall’infermiera, nonostante l’incoerenza tra le dichiarazioni rese al Procuratore e quelle rese in dibattimento. Infine, non ricusò la perizia psichiatrica, nella quale l’esperto forense non rispondeva a nessuno degli interrogativi fatti dalla difesa, ma solo alla richiesta del pubblico ministero di determinare “se al momento del parto l’imputata aveva la capacità di comprendere la illiceità di un omicidio”. Su questo punto, risponde che: <<nel giorno in cui accaddero i fatti, per affermazione della stessa imputata, non esisteva alterazione alcuna nella sua salute mentale… Il suo stato di gravidanza, il fatto di essere ragazza madre e di stare occultando la gravidanza possono essere stati origine di timori, paure, ansie però in nessun momento queste condizioni possono compromettere lo stato mentale fino al punto di alterare la capacità di comprensione e determinazione>>.
4. Il caso viene portato a conoscenza dell’opinione pubblica
Alba Lucía e la sua famiglia hanno affrontato l’istruttoria e i due processi nel più completo abbandono. Per tutti, lei era la madre assassina; solo il prete del municipio e la sua insegnante alle elementari hanno creduto sempre nella sua innocenza, dichiarando anche in suo favore in tribunale. Il suo caso è rimasto sconosciuto all’opinione pubblica fino all’ottobre del 1997, quando il movimento delle donne, appena due settimane prima dello scadere dei termini per l’appello in cassazione, ne venne a conoscenza.
È accaduto tutto per caso. Gloria Arango, femminista e avvocata di Medellín, ne viene informata dalla sorella, da poco trasferitasi ad Abejorral e decide di visitare Alba in carcere. Inizialmente, la ragazza si rifiuta di parlarle, ma poi le dice: <<ti racconto tutto solo se mi prometti di credermi>>. Fino a quel momento, nessuno aveva mai creduto a una sola parola da lei pronunciata; travolta da un incubo, sepolta nell’anonimato più assoluto, priva di strumenti e di voce, non aveva avuto altra scelta che lasciarsi andare all’abbandono della cella.
Ascoltato l’inverosimile racconto, Gloria Arango contatta la Red de las Mujeres Colombianas por los derechos sexuales y reproductivos di Medellín e da qui inizia la campagna di appoggio. [La Red è un coordinamento di ong presente anche nella città di Bogotà, Barranquilla, Bucaramanga, Cali, Popayan; N.d.A.].
Le donne della Red propongono a Ximena Castilla, avvocata/femminista di fama nazionale, di assumerne la difesa e di incaricarsi della presentazione del caso in Cassazione. Il 21 novembre viene presentata una richiesta di cassazione.
L’avvocata e la Red passano in rassegna tutte le fasi processuali, analizzano memorie e deposizioni, sollecitando soprattutto il parere di vari periti legali. Tutti concordano nel rilevare pesanti responsabilità nell’operato del medico, che oltre ad essersi spinto oltre le sue competenze professionali, non ha approfondito la cause di tutte le rilevazioni fatte. Il referto, infatti, segnala aspetti di cui non vengono fornite spiegazioni, come la “sovrapposizione delle ossa del cranio”, che suggerisce una sproporzione tra la testa del feto e la pelvis della madre, causa in genere di parto prolungato e caratterizzato da sofferenza fetale acuta; detta sovrapposizione, inoltre, può essere indizio di morte avvenuta prima della nascita.
Ricardo Alvarado, patologo neonatale con più di 40 anni di esperienza afferma in un’intervista rilasciata alla stampa: <<E’ molto difficile comprovare che la madre ha ucciso la neonata, perché non è stata effettuata una buona dissezione del collo, della laringe e delle zone vitali. Un medico forense non può determinare chi ha commesso il delitto. Lui aveva il dovere di approfondire la perizia per verificare le cause della sovrapposizione ossea, perché la bambina è morta molto sicuramente prima di nascere>> (El Colombiano, 17 maggio 1998).
Il dottor Jorge Espinel, direttore del reparto di Ginecologia di uno dei principali ospedali di Bogotà, dichiara: <<La paziente presentava vari elementi di rischio, perché era alla prima gravidanza e non aveva ricevuto nessun controllo prenatale. In più, era già passata una settimana dal termine normale>>. E ancora un terzo medico, che chiede l’anonimato (è un funzionario pubblico e teme “ritorsioni”) afferma: <<La mancanza di ossigeno è una causa frequente di morte dei neonati, anche durante i parti assistiti. Se si fosse trattato di compressione meccanica, sarebbero risultate spezzate le ossa della laringe e sarebbero rimasti i segni delle unghia sul collo. (…) Quel parto è stato sicuramente molto complicato, perché la sovrapposizione ossea è in genere sintomo di morte intrauterina. La ragazza, inoltre, aveva un periodo di gestazione di 41 settimane e, in tali circostanze, i parti sono più pericolosi di quelli prematuri, perché la placenta invecchia dopo le 39 settimane e ci sono molte possibilità che il bambino non venga al mondo vivo>> (El Colombiano, 17 maggio 1998).
Altre annotazioni fondamentali risultano dalle perizie effettuate. Il referto rileva anche la presenza di un ematoma pareto-temporale destro, indice di parto avvenuto in condizioni traumatiche. L’ecchimosi a forma di collare, di caratteristiche regolari - che si osserva nelle fonografie - corrisponde al segno lasciato dal cordone, che è diverso dalle impronte irregolari che si sarebbero dovute incontrare in caso di strangolamento. Le viscere cianotiche evidenziano sofferenza fetale; la cianosi vulvare dimostra la difficoltà di uscita del feto; mentre gli strappi dei muscoli del collo possono essere stati il risultato della manovra della donna per tirare fuori la bambina, che faticava a uscire. L’autopsia, inoltre, contiene affermazioni di difficile comprensione; si legge, per esempio, che dal corpo della bambina “usciva sangue che non si coagulava”, a quattordici ore dalla “presunta” morte.
Ancora sul versante medico-diagnostico, un rilievo interessante della difesa è che durante il processo non venne analizzata la storia clinica di Alba e non venne portato a conoscenza il fatto che era stata sottoposta qualche anno prima all’esportazione di un rene; né tanto meno venne fatta una perizia sul posto, per verificare le condizioni del bagno e l’effettiva distanza rispetto alle stanze da letto.
Secondo i dati del Ministero di salute, una percentuale significativa delle morti avvenute per complicazioni del parto si origina per sproporzione cefalo-pelvica, o come risultato della immaturità pelvica di una madre adolescente e malnutrita, che produce una distorsione e un’ostruzione nel momento del parto (Ministerio de Salud, Mortalidad materna en Colombia, Sanatafé de Bogotá, 1996, pg. 15). L’indice di mortalità materna o neonatale è più alto durante i parti domiciliari e il tasso di mortalità infantile è maggiore per i figli di madri minori di 20 anni o maggiori di 40; inoltre, quando la madre non riceve attenzione prenatale e durante il parto, il tasso di mortalità cresce dalla media del 22 per mille al 54 per mille.
Stranamente due anni dopo l’accaduto il medico sparisce dalla cittadina e non si riesce più a rintracciarlo. In una intervista rilasciata nel maggio del 1998 al quotidiano El Tiempo da un luogo sconosciuto conferma il responso della sua perizia ma nega di aver scritto nell’autopsia che lo strangolamento era avvenuto ad opera della madre (come si legge, invece, in maniera chiara e inequivocabile). Quando gli viene chiesto se qualcuno può aver falsificato il documento, risponde di no, lasciando senza spiegazioni la precedente affermazione. Nega di aver chiesto alla ragazza di confessare e alla domanda se non ha ritenuto necessaria l’opinione di un altro medico, risponde: <<no, non ho pensato di chiedere un altro parere. Io ho fatto quanto rientrava nelle mie possibilità e conoscenze. Non ho mai pensato che le cose si sarebbero complicate in questo modo. Se avessi saputo che questa ragazza sarebbe stata condannata a tanto tempo, non avrei parlato. Mi fa male sapere che mi porto addosso i 42 anni di vita di un’altra persona>>. Quando il giornalista gli chiede: <<Che significa che sarebbe rimasto in silenzio?>>, risponde: <<Significa che avrei falsificato la perizia in qualche modo: di fatto questo succede spesso, anche se io non l’ho mai fatto>>.
5. Un caso tra tanti
A proposito delle vicende nelle quali si trova coinvolta Alba, risultano interessanti le conclusioni di uno studio realizzato a Cali su un campione di donne rimaste incinte per effetto di violenza sessuale. Tra le forme di reazione figura comunemente l’evasione, come meccanismo di difesa e presa di distanza dal fatto, che l’aggredita non riconosce come reale e “sottrae” alla coscienza; un numero elevato di donne si sente responsabile di non aver impedito l’aggressione. Quanto alle reazioni delle donne violate sotto gli effetti di droghe somministrate dal violentatore, le vittime vivono un’esperienza come di “limbo senza memoria”, mentre se ne portano addosso le conseguenze (Fundación ‘Si Mujer’, Colciencias, BID, Embarazo por violación. La crisis multiple”, diciembre 2000, Cali).
Generalmente, le donne reagiscono alla violazione obbedendo ad uno stereotipo femminile imposto dalla cultura: in alta percentuale decidono di portare da sole il peso delle conseguenze; reagiscono proteggendo la tranquillità delle famiglie a costo della propria; suppongono che gli uomini della famiglia reagirebbero con aggressività per vendicare la violenza o che, al contrario, le considererebbero responsabili; dunque rimangono in silenzio. I loro immaginari includono un destino carico di responsabilità, che assumono senza capacità critica, proprio a causa del senso di colpa che prevale sulla coscienza della condizione di “vittima”.
La violazione colpisce le donne nelle loro integrità personale, sociale, sessuale ed esistenziale. Ne altera storia e progetto di vita e, quando la vittima ancora si incontra in una tappa critica, quando è giovane e nubile, la conferma della gravidanza si converte in un altro shock emozionale.
Attitudini e scelte di Alba, dunque, riportano alle reazioni di tante altre donne che si sono trovate nella stessa situazione. Il suo silenzio con la famiglia si spiega pienamente con il pudore e la mancanza di comunicazione che caratterizza la relazione genitori/figli nella cultura rurale, specialmente in una regione tradizionale e conservatrice come è quella di Antioquia. Alba è stata educata alla sopportazione, per questa ragione rimane in silenzio e non ricorre all’assistenza medica; oltretutto, non era in condizioni economiche per farlo né lo poteva fare con discrezione, senza che altri ne venissero a conoscenza nel villaggio.
Le ricerche realizzate dalle donne della Red rilevarono che le vicende umane e giudiziarie di Alba non rappresentano un’eccezione in Colombia. Un precedente ugualmente grave si ebbe nel 1983, con la condanna a 17 anni di prigione di R., una madre di 22 anni. Nata a Urrao, in una famiglia contadina numerosa, R. viene violentata dal padre all’età di 12 anni. Quando lo racconta alla madre, questa le risponde di non aver scelta: non può mandarlo via perché da sola non ce la farebbe mai a sfamare i suoi 15 figli.
Giovanissima si innamora di un uomo con il quale vive per cinque anni e che l’abbandona quando lei rimane incinta. Nonostante le difficoltà economiche, riesce sempre a trovare il modo di dare l’indispensabile alla figlia che nascerà. Inizia a lavorare come domestica, occupazione nella quale frequentemente le donne colombiane devono subire gli assedi sessuali degli uomini della casa. Di fatto, per paura di perdere il lavoro un giorno cede alle proposte del padrone di casa, che la mette incinta. Quando la famiglia lo scopre, al sesto mese di gravidanza, la manda via. Passa a lavorare in altre famiglie, ma per breve tempo. Appena si accorgono del suo stato, subito la licenziano.
<<Quando già mi aspettava il marciapiede, la mendicità o la prostituzione, supplicai un amico di darmi ospitalità per alcuni giorni>>, dichiarerà al processo. Questi le procura lavoro presso la cognata e ad entrambi, lei continua a nascondere la gravidanza. Quando gli chiedono se è incinta, dice che il suo corpo è solo grasso e deforme. Dopo venti giorni avviene la tragedia. Si sta occupando del bucato quando sente i dolori del parto. Mentre in casa si trova tutta la famiglia, si dirige nella sua stanza dove inizia il travaglio. Il parto avviene in condizioni di mancanza di intimità e assistenza. Alcuni componenti della famiglia la trovano accovacciata in un angolo, non capiscono che succede, la assediano di domande, accorrono anche i bambini, tutti entrano ed escono attoniti senza capire né offrire assistenza. Sola e sotto gli occhi di tanti, la donna aiuta a venire alla luce il suo bambino, che dopo la nascita muore per asfissia. Verrà accusata di averlo strangolato e condannata a 17 anni di prigione, con una sentenza che, come nel caso di Alba, si baserà sull’occultamento della gravidanza, considerato “grave indizio” dell’intenzione di far sparire il bimbo appena fosse venuto al mondo.
Al processo, quando la donna chiederà che sua figlia non venga affidata ai propri genitori, perché teme che il padre la possa violare, non verrà creduta. Anzi, la presunta “calunnia” da lei pronunciata peserà sul giudizio finale, nel quale verrà definita “abietta, codarda, insensibile e inumana”.
Il caso si risolverà in appello, grazie all’eccellente difesa del suo difensore. Nella memoria, intitolata “Assolvo la madre e condanno la società”, il legale ricostruisce la vita della donna e le vicende che portano alla morte del neonato. E l’avvenuto strangolamento viene presentato non già come un atto di volontà personale piuttosto come “un atto sociale”, “un crimine sociale nel quale l’elemento personale deve considerarsi un fatalismo”. Ecco alcuni stralci dell’arringa.
Se le nostre madri ci avessero partorito in piedi e in solitudine, vestite di abiti e di tensioni inesprimibili e incomprensibili. Se questo fosse successo in una stanzetta semioscura accanto alla cucina, piena di mobili morti e con una tendina come porta; e tutto il meraviglioso evento dovesse aver luogo in fretta, in silenzio, concentrandosi e mordendosi le labbra affinché nessun estraneo o curioso potesse arrivare.
Se quelli che si trovavano in cucina conversavano e ridevano e la chiamavano e chiunque poteva sentire se non stringeva ben forte le mandibole, se non frenava i gemiti del dolore e le spinte; e così cominciava a uscire la creatura, insanguinata, sporca, mentre lei aiutava il lento processo di espulsione con la mano destra, tra la gonna, insanguinata fino al gomito; e subito entra un ragazzo e chiede e corre e chiama la signora della casa e lei arriva e ha delle reazioni isteriche e allora la mano afferra e la creatura nasce, però non alla vita ma alla morte.
Sarà raro, vi chiedo, o giudici miracolosi, che lo strangolamento del neonato sia ovvio, normale e, pertanto, al di sopra della legge? (Concepto de la Fiscalía Décima del Tribunal Superior de Medellìn, “Yo absuelvo a la madre y condeno a la sociedad”, dr. J. Guillermo Escobar Mejía, Tribunal Penal, Medellìn 1984, Tomo II, Edición Lealón).
6. L’asprezza della condanna nel paese dell’impunità
In un paese che per Costituzione non prevede l’ergastolo, Alba Lucía viene condannata ad una pena che poteva obbligarla alla prigione per la vita. Accanto alle considerazioni sulle evidenti irregolarità e violazioni, colpisce la durezza della condanna, in un contesto socio-politico che si caratterizza per l’impunità di gravi crimini che hanno segnato e continuano a segnare le cronache del conflitto.
Massacri, omicidi selettivi, esecuzioni extragiudiziali, sparizioni forzate, torture, sequestri, atti di terrorismo, attacchi alla popolazione civile inerme, episodi di limpieza social si incrementano, mentre l’esercizio della giustizia penale prosegue lento, precario e inefficace.
Numerosissimi sono i crimini di guerra e di lesa umanità sui quali non si è mai fatta giustizia, nonostante la presenza di pesanti indizi a carico dei responsabili. In alcuni casi, non sono mai stati portati in tribunale, in altri casi, i processi si sono risolti con condanne irrisorie, soprattutto quando tra i responsabili figuravano membri dell’esercito o appartenenti ai gruppi paramilitari. Nel “Informe del año 1999 de la Comisión Interamericana de Derechos Humanos sobre la impunidad en el hemisferio”, la Colombia viene segnalata come “un paese che in materia di diritto alla giustizia marcia verso l’abisso” (El Colombiano, 14 marzo 1999).
Anche quando gli organi giudiziari hanno sentenziato sui crimini più gravi, non sono mai state inflitte pene così alte. In una edizione della rivista colombiana Cambio, il 20 aprile del 1998, la giornalista Silvia Galvis segnala – in un articolo dal titolo “La condena más larga”, ossia La condanna più lunga – alcune sentenze che spiccano per irrisorietà rispetto alla gravità dei reati. (Cambio 16, n. 253, 20 aprile 1998).
Tra i casi più eclatanti, quello di Miguel Rodríguez Orejuela, famoso boss del cartello di Cali, condannato a soli 32 anni di prigione; di Alonso de Jesús Baquero, paramilitare, detto El Negro Vladimir, condannato a 30 anni per i massacri di La Rochela e Segovia, che provocarono rispettivamente 14 e 50 morti e per il sequestro e l’uccisione di 19 commercianti a Chimitarra. Il caso di José Fedor Rey Alvarez, condannato a 20 anni prigione per il massacro di Tacueyó, nel quale si commisero 144 omicidi aggravati. Infine, quello di Diomedes Díaz, cantante colombiano, sotto processo per l’omicidio di una donna che avrebbe prima drogato e poi violentato. Díaz è stato scarcerato e la sua situazione giudiziaria non è mai stata definita; ma da più parti si ritiene che il processo sia stato manipolato e che siano stati corrotti magistrati e funzionari pubblici.
La giornalista fa riferimento anche alla decisione del Tribunale Superiore Militare, che assolse con formula piena i cinque poliziotti accusati di aver picchiato a morte lo studente italiano Giacomo Turra. Le conclusioni del procedimento investigativo fecero esplodere uno scandalo, per via dei fondati sospetti di manipolazione delle prove. Di fatto i cinque furono assolti, grazie alla presentazione di una perizia medica secondo la quale il ragazzo era morto per overdose di eroina.
Il giudice del tribunale di primo grado che ha emesso la sentenza di condanna contro Alba, ha risposto con una lettera indignata, pubblicata nel numero successivo della rivista Cambio. In un passo del documento si legge:
Alba Lucía con un atto volontario ha messo fine alla vita di una figlia che non ha voluto accettare. L’esistenza della bimba è finita, è stata stroncata una speranza di vita di 68 anni circa, mentre Alba Lucía è stata condannata solo a 42 anni, che con i benefici garantiti dal codice penale non eccederanno i 16 di privazione effettiva della libertà. I mezzi di comunicazione ci attaccano quando un minore è violato o ucciso in un incidente di transito e il responsabile, per qualunque ragione giuridica, rimane in libertà. Oggi, invece, ci attaccano perché abbiamo accusato e condannato la madre, che dolosamente e mediante strangolamento, ha interrotto l’esistenza dell’essere che aveva nutrito nel suo ventre e che aveva la possibilità di nascere, crescere e vivere la sua vita. (…) L’articolo in questione demotiva dall’assumere le funzioni che il popolo ci ha assegnato. (…) Con esso si cerca di esercitare una pressione indebita sulla Corte Suprema di Giustizia, a beneficio di un interesse meschino, funzione questa che non deve essere del giornalista. Oggi mi sono sentito ferito nell’onore e sento che la mia vita e la mia integrità personale sono in pericolo. (Cambio 16, n. 254, 27 aprile 1998)
Evidentemente, il delitto imputato ad Alba è, per la morale dominante, ancora più grave di quelli menzionati; lei è accusata di essere rimasta incinta fuori del matrimonio e di non aver accolto la gravidanza con “giusto” amore materno. Senza un vera indagine e un giusto processo, viene punita esemplarmente, “sacrificata” per tutte le donne colombiane che rifiutano il destino di “madre”.
7. L’impegno della Red de Mujeres Colombianas por los Derechos Sexuales y Reproductivos
Cara Alba Lucía, da questa montagna magica, nell’alto di Sant’Elena, ventotto componenti della ‘Rete Colombiana di Donne per i Diritti Sessuali e Riproduttivi’, riunite in assemblea annuale, vogliono condividere con te la magia e l’energia che ci accompagna.
La tua presenza e la tua situazione, simile a quella di molte donne alle quali sono stati violati i diritti, ha motivato la lotta per la quale ci siamo organizzate. Sappiamo che la speranza e la forza che ti spingono a continuare sono il motore affinché questo lavoro sia una possibilità di cambiamento e gioia.
Che le sbarre cadano e che questa esperienza si converta solo in un ricordo lontano! Questo è l’impegno, il compito e l’instancabile motivo del nostro camminare. (Novembre 1998, Assemblea Annuale della Red de mujeres colombianas por los derechos sexuales y reproductivos).
Contemporaneamente alle azioni giudiziali, nel 1997 la Red avvia la campagna “Por el derecho al derecho, Alba Lucía Libre” (Per il diritto al diritto, Alba Lucía libera), con l’obiettivo di portare la storia a conoscenza dell’opinione pubblica nazionale e internazionale. Decine di incontri, conferenze, marce, trasmissioni radiotelevisive, documentari vengono realizzati per mantenere alta l’attenzione sul caso e invitare gli organi competenti a prendere decisioni risolutive. Tutte le iniziative che la Red ha promosso sono sempre state concordate con Alba.
Nel quadro della campagna, nel 1998 il gruppo teatrale di Medellín, La Exfanfarría mette in scena l’opera dal titolo: “All’Alba, rituale di empatia con un cuore prigioniero”. Nella finzione della scena, gli attori vanno all’anno 2036, quando Alba sta per uscire di prigione dopo aver scontato la pena. Si tratta di un commovente monologo nel quale la protagonista riflette su ciò che l’aspetta fuori da quella piccola cella che è stata il suo mondo per 40 anni, sulla sua cittadina, sul marchio che l’accompagnerà nel tempo che le resta da vivere, mentre l’incomprensione per l’estrema durezza della pena è viva e lacerante. L’attrice che impersona Alba e il regista l’hanno visitata in carcere, per sentire da lei il racconto del terribile vissuto.
Ultima e più imponente iniziativa è la “marcia ad Abejorral”, realizzata il 14 luglio del 2001. Quasi settecento donne provenienti da diverse città e in rappresentanza di decine di ong si recano nel municipio ove era detenuta per rilanciare la denuncia del suo caso e manifestare solidarietà con lei e con tutte le donne vittima di violenza.
Durante l’organizzazione della marcia, è avanzata richiesta formale all’INPEC di permettere la partecipazione di Alba all’evento artistico che si realizza nella piazza del paese. La richiesta è immediatamente respinta. Viene richiesto, allora, di permetterle almeno di affacciarsi alla finestra e ad una delegazione di tre/quattro donne di entrare alla prigione in visita ordinaria, per consegnare il messaggio che le donne hanno portato in marcia ed i regali preparati in segno di solidarietà. Ancora una volta nessuna delle due richieste viene accettata. Anzi, quel giorno la carcere viene dichiarata “luogo di massima sicurezza” e ne è rafforzata la vigilanza.
Davanti alla casa coloniale che ospita l’istituto penitenziario, guardando le inferriate della porta principale, di fronte alla quale, a circa 10 metri, si trova la cella di Alba, le donne hanno sostato gridando i loro slogan che hanno accompagnato i vari momenti della campagna. <<Non ci stancheremo di gridare e di lottare fino a quando non sarà libera e fino a che non avremo spezzato tutte le catene dietro le quali la cultura machista chiude tante donne colombiane>>, hanno dichiarato le donne partecipanti agli inviati della carta stampata e della rediotelevisione.
I quasi sei anni passati in carcere sono stati difficili, per le condizioni che caratterizzano il sistema carcerario colombiano e per le ritorsioni di cui è stata fatta oggetto man mano che la sua storia diveniva di pubblico dominio. Quando la condanna fu confermata in appello, Alba venne trasferita nella prigione di Medellín, come prigioniera di massima sicurezza. L’esperienza in questo centro di reclusione fu drammatica. La prigione di Abejorral ospita in genere non più di una trentina di prigionieri contemporaneamente, di cui pochissime donne e il clima interno è in genere di relativa tranquillità. Le condizione dell’istituto di Medellín, invece, erano ben differenti.
Le prigioni delle principali città colombiane sono caratterizzate da sovraffollamento, alti indici di violenza interna, presenza di armi e droga. I padiglioni sono controllati da sicari, paramilitari, guerriglieri o altri soggetti che replicano in prigione, grazie anche al potere di pressione che hanno sul personale carcerario e sui detenuti comuni, dinamiche e regole di controllo propri dei gruppi che gestivano fuori. [Secondo dati forniti dalla Defensoría del Pueblo, dal 1 gennaio al 10 dicembre del 2000, 169 detenuti sono morti in maniera violenta nei centri penitenziari del paese. Teatro di eventi particolarmente tragici è stato il carcere Modelo di Bogotá. Nello mese di giugno dell’anno scorso, l’aggressione dei padiglioni “governati” dai paramilitari su quelli “gestiti” dalla guerriglia ha lasciato decine di morti. In questi scontri contigui al conflitto che si vive fuori dalle pareti carcerarie, ai detenuti comuni non è permesso di mantenere una posizione di neutralità; sono, infatti, costretti a schierarsi e a collaborare, con l’una parte o con l’altra; N.d.A.].
Dopo pochi mesi, con l’appoggio delle Red Alba chiese e ottenne il ritorno alla piccola prigione di Abejorral. Stare lì è importante anche per la vicinanza con la famiglia, che non riusciva ad andare a trovarla spesso in città. Dalla prigione, è uscita una sola volta, scortata e in manette, per assistere alla esumazione dei resti di sua figlia. Quando chiederà di poterne toccare le ossa, le verrà negato. <<Ho pianto molto quel giorno - racconterà - come quando sono arrivata in prigione la prima volta e, sulla porta, nel salutare mia madre ho sentito che una parte di me se ne andava con lei>> (intervista concessa al gionalista Javier Arboleda García, El Colombiano, 17 maggio 1998).
La relazione di amicizia nata con alcune leader della Red – in particolare con Gloria Hernandez e Judith Botero, che per quasi sei anni le hanno fatto visita costantemente in carcere – è stata fondamentale per l’uscita dallo stato di abbandono ed ha segnato l’inizio di un processo di crescita e rafforzamento. In carcere vive un incubo ma impara anche a conoscere i propri diritti e ad esprimersi contro soprusi e violazioni.
Quando la campagna ha avuto inizio, i riflettori sono stati puntati sulla piccola prigione di provincia e sono iniziate le visite di giornalisti e attivisti dei diritti umani, Alba è stata fatta oggetto di atti di discriminazione e ostilità da parte della direttrice, atteggiamento che non è riuscito mai a dissuaderla dal rivendicare il rispetto dei propri diritti di detenuta. Quando, alla fine del 2000, i prigionieri si sono ammutinati, Alba è tra i leader. Causa delle proteste il trattamento violento subito, la mancanza di igiene e le pessime qualità dell’alimentazione. L’Istituto Penitenziario Regionale di Medellín risponde ammonendo la direttrice e sottoponendo il suo incarico a sei mesi di prova. I detenuti chiedono la costituzione di un “tavolo di discussione”, che ha continuato a riunirsi stabilmente.
Quando si innamora di uno dei ragazzi detenuti, chiederà alle amiche della Red consigli su sessualità e contraccezione nonché informazioni sui propri diritti rispetto alla vita affettiva. Successivamente, presenterà richiesta, alla direttrice prima e, dopo il suo rifiuto, direttamente all’INPEC (Instituto Nacional Penitenciario de Colombia) affinché le venga concesso il diritto a ricevere durante le ore di “visite coniugali” il fidanzato, permesso che le verrà concesso.
In una delle lettere inviate a Gloria scrive: <<... sono tanto triste, però ogni giorno devo trovare sempre di più la forza per andare avanti; sempre ci sarà un motivo per sorridere, perché nella vita di ciascuno si presentano situazioni che uno pensa che non abbiano soluzione però io mi sforzo di ricordare che per ogni problema ci sarà sempre una mano amica che ci aiuterà a risorgere dal baratro e ogni volta bisogna sollevarsi con maggior forza per andare avanti. Però non dobbiamo mai fermarci davanti ai brutti momenti della vita, perché sempre ci saranno momenti belli da ricordare e bisogna proseguire ogni giorno con maggior voglia di lottare. Penso che Dio ha sempre in serbo nuove cose per noi e che sempre ci aiuterà a incontrare il cammino giusto per raggiungere gli obiettivi desiderati>> (Lettera del 17 novembre 1997, diretta Gloria Estella Hernández Torres).
8. L’insperata assoluzione
Contro la lentezza della giustizia colombiana, il 20 dicembre del 2000 viene presentata denuncia presso la Corte Interamericana de Derechos Humanos della Organización de Estados Americanos (OEA). Sotto accusa lo stato colombiano “per violazione della Convención americana sobre derechos humanos e della Convención de Belém do Pará”. La Commissione della Corte accetta il caso avviando l’istruttoria e sollecitando il governo colombiano a inviare tutte le informazioni sul caso.
Nel frattempo, numerose istituzioni e organismi statali e non governativi si pronunciano in merito. Nel novembre del 1998, l’allora Consejera de Equidad de Género, Olga Amparo Sánchez Gómez, invia alla Sala Penale della Corte Suprema de Justicia un dossier con le proprie valutazioni. Il 17 gennaio del 2000, la Defensoría del Pueblo della Nazione sollecita lo stesso organismo a dare priorità al caso per ragioni umanitarie (Secondo quanto previsto dall’art. 18 della Legge 446 del 1998). A quest’ultimo sollecito il giudice incaricato risponderà dopo più di un anno che <<non ci sarà nessuna priorità, per il dovere che ha l’istituzione di osservare equità e eguaglianza verso tutti gli imputati e condannati>>.
La campagna, infine, viene portata a conoscenza dell’opinione pubblica internazionale, ottenendo appoggio da migliaia di persone. [In Italia la campagna per Alba è stata promossa da Terrelibere.org. Le adesioni all’appello sono state inviate dalla nostra redazione al governo colombiano e alla stessa Corte Suprema de Justicia. Il caso di Alba è stato denunciato anche da: “Il paese delle donne” (in rete e su carta stampata), dal settimanale “Carta”; inoltre è stato discusso durante varie iniziative promossi da gruppi di donne, associazioni, università; N.d.A.]
Il 7 marzo 2002 la Corte Suprema de Justicia emette finalmente la sentenza di assoluzione. La notizia giunge contemporaneamente a quella relativa al blocco del processo a carico di Safyra, la donna nigeriana condannata alla lapidazione, per la quale è in atto un’analoga campagna.
La sentenza conclude le vicende giudiziarie di Alba affermando che: <<tanto il falso raziocinio commesso in sede medico-legale, quanto il falso giudizio di legalità che colpisce i due testimoni, prove entrambe che hanno fondato la condanna, giustifica la cassazione della sentenza per errore di fatto e di diritto>>. Ovvero: <<l’autopsia fu male analizzata contro Alba Lucía e le testimonianze del medico e dell’nfermiera erano cariche di pregiudizi e furon rese in aperta violazione del segreto professionale stabilito nell’articolo 74 della Costituzione Nazionale>>. Nessuna valutazione, invece, viene fatta sull’operato degli avvocati e dei collegi giudicanti.
L’incubo di Alba, però, non è finito. Una sentenza non ricompone la sua vita. Il ritorno al villaggio, alla famiglia e alla vita contadina non è facile. Dovrà venire il tempo dell’elaborazione del duro vissuto: la violazione sessuale, la perdita di una figlia e tutto quello che è venuto dopo. Alba, inoltre, non ha un titolo di studio che le consenta di trovare un lavoro appagante, né ha uno stipendio per pagarsi gli studi.
Per il movimento delle donne si aprono nuove sfide: ottenere dallo Stato “riparazione” e continuare ad appoggiare tutte le altre centinaia di donne che quotidianamente passano per violazioni più o meno gravi dei loro diritti sessuali e riproduttivi in Colombia. <<Questa sentenza è stata ottenuta grazie al fermo impegno del movimento sociale delle donne, convinte del fatto che dare impulso e portare avanti processi come questo possa lasciare un’impronta storica nel sistema giuridico colombiano in relazione alla discriminazione per genere, sesso e condizione sociale, spingendoci a continuare con maggiore forza per l’affermazione di una sessualità e una riproduzione soddisfacenti e senza rischi, libere da discriminazione, coercizione e violenze. (...) Sei anni di reclusione per una donna giovane fanno sì che ci chiediamo come lo Stato colombiano, che ha tanto danneggiato la vita di Alba Lucía, risponderà per i sogni, progetti e vissuti negati; noi, sicuramente, ci impegniamo a portare avanti le azioni necessarie a ottenere la riparazione che merita>> (Comunicado para la opinion publica y el movimiento social del las mujeres della Red, 8 marzo 2002).
Documento allegato
Alba Lucía sei con noi!
Lettera di ringraziamento e gioia scritta da Gloria Estella Hernández Torres de la Red Colombiana de Mujeres por los Derechos Sexuales y Reproductivos, letta nell’incontro di celebrazione “Todas somos Alba Lucía”, celebrato il 21 Marzo del 2002 a Medellín
Con quest’atto si afferma un fatto storico “Il diritto al diritto di Alba Lucía”. Sei qui, libera, speranzosa e pronta a lasciarci offrire l’allegria e la gioia che ci da la tua presenza fisica. Oggi si compie quello che abbiamo sognato tante volte e che la bruma dell’assenza, la prigionia e la solitudine ci rimandavano come incerto. Dopo le battaglie quotidiane contro l’incertezza e lo sconforto ci viene finalmente incontro la commozione e ci chiama a festa. A te Alba, dobbiamo queste storie, i sogni e ‘tessuti’ che hai motivato, e te ne ringraziamo. Sei la solidarietà possibile, l’incontro con l’allegria, il coraggio e la forza. Con te abbiamo giocato ad avvolgerci in una espressione che oggi di nuovo ci chiede essere pronunciata all’unisono: “siamo tutte Alba Lucía”. Grazie per averci offerto nell’interezza del tuo essere gli incontri e i vissuti che sono alla base dell’impegno per la difesa dei diritti delle donne. Abbiamo appreso dalla tua forza, dalle tue lacrime e ansie, che camminare è solo una maniera di abitare il mondo. Ci hai invitato ad abitare altri spazi, a prenderci un tempo per l’illusione e rifondare la speranza. Vogliamo dirti che dal giorno in cui il tuo sguardo ha incrociato le nostre vite, hai abitato anche i nostri silenzi, hai nutrito la voglia e radicato il sogno di avere un giorno da offrirti l’immensità e la magia che procura una vista all’orizzonte dispiegato. Alba Lucía, a partire da quest’allegria, che vogliamo condividere con te, ci diamo il compito di continuare ad accompagnare il tuo incontro col mondo. È un progetto che un giorno ha preso il via, con il fine che la solitudine non si posasse sul tuo volto e i tuoi passi non trascorressero per sentieri di penombra e notti senza stelle. Vogliamo accompagnarti e, per quello che potrà la nostra esistenza e impegno, dirti che cammineremo al tuo fianco, saremo complici, amiche, compagne e se lo vorrai anche tessitrici di sogni, streghe, farfalle o fiori. Siamo con te per crescere e amare in questo territorio infinito che ci concede il paesaggio, regalandoci un sorriso che si posa sincero sul tuo corpo e su quello di tutte le donne del mondo. Gioiamo con te e con la tua famiglia, consapevoli che adesso quello ti aspetta è incontrarti con la donna che sei, riconoscerti e costruire a partire da te stessa il progetto della tua esistenza. Sappiamo che devi percorrere cammini difficili ma anche che hai la forza e la costanza per farlo e conquistare in questo tragitto altre libertà. Saranno momenti e situazioni nei quali ti facciamo sapere che incontrerai le nostre mani solidali, le nostre parole entusiaste e l’ottimismo che può rinascere ogni giorno e ad ogni anello delle catene che si rompe. Alba, amiamo la vita e soprattutto la libertà che oggi celebriamo. Grazie perché accetti la nostra presenza e ci inviti ad impegnarci con il coraggio che richiede essere liberi. Abbiamo inaugurato il fatto storico della tua libertà, fondato sulla parola e sull’azione quotidiana della denuncia instancabile. Abbiamo rifondato la nostra esistenza come donne, come espressione del movimento sociale e soprattutto come progetto di vita sorretto sulla solidarietà. Continuiamo a seguire “una donna conficcata nella gola” perché abbiamo appreso che si compie un percorso e che ogni meta è sempre un nuovo inizio. Annunciamo tempi migliori, però continueremo a denunciare quello che è successo e continua a succedere. Benvenuta, sempre Alba Lucía, a questo progetto di fatto e di diritto dell’essere donne. In questo giorno di rinascimento luminoso, non ci resta che colmarti di desideri e auguri per i quali vogliamo usare le parole di una scrittrice che esprime nella sua melodia sorridente quello che ci preme dirti in questo istante: ... Piccola ... io ti auguro la follia, il valore, gli aneli, l’impazienza. Ti auguro la fortuna degli amori e il delirio della solitudine. Ti auguro il gusto per gli aquiloni, per l’acqua e per gli uomini. Ti auguro l’intelligenza e l’ingegno. Ti auguro un sguardo curioso, un naso con memoria, una bocca che sorrida e maledica con precisione divina, delle gambe che non invecchino, un pianto che ti restituisca l’interezza. Ti auguro il senso del tempo che hanno le stelle, la grinta delle formiche, il dubbio dei templi. Ti auguro la fede negli auguri, nella voce dei morti, nella bocca degli avventurieri, nella pace degli uomini che dimenticano il proprio destino, nella forza dei tuoi ricordi e nel futuro come promessa nella quale ci sia posto per tutto quello che ancora non ti succede. Amen ... (Ángeles Mastreta)
Formato per la citazione:
Ada Trifirò, "La pena più lunga nel paese dell'impunità", terrelibere.org, 28 settembre 2002, http://www.terrelibere.it/doc/la-pena-pi-lunga-nel-paese-dellimpunit |