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La macina e il pastore. Il dramma italiano dei preti pedofili

Chiesa, crimini e censure

La macina e il pastore. Il dramma italiano dei preti pedofili

 

Casi minoritari, situazioni isolate. Così la gerarchia ha definito le vicende dei preti pedofili in Italia. Secondo i vescovi e i media, il clero italiano è immune dal problema. Le drammatiche storie che riproduciamo dicono il contrario. Il problema esiste: tantissimi casi, solo negli ultimi anni, e tutti caratterizzati dall’omertà del clero. Storie di abusi, ricatti, complicità, trasferimenti silenziosi. Storie che raccontano una provincia italiana dove, ancora, “i panni sporchi si lavano in famiglia”. O in parrocchia…

 

 

Emilio Carnevali (Adista)

 

 

 

 

 

In quel momento i discepoli si

avvicinarono a Gesù dicendo:

"Chi dunque è il più grande nel regno dei cieli?".

Allora Gesù chiamò a sé un bambino,

lo pose in mezzo a loro e disse:

"In verità vi dico: se non vi convertirete e non

diventerete come i bambini, non entrerete

nel regno dei cieli. Perciò chiunque diventerà

piccolo come questo bambino,

 sarà il più grande nel regno dei cieli.

 

E chi accoglie anche uno solo di questi

 bambini in nome mio, accoglie me.

 

Chi invece scandalizza anche uno solo di

questi piccoli che credono in me,

sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al

collo una macina girata da asino,

 e fosse gettato negli abissi del mare.

Guai al mondo per gli scandali!

È inevitabile che avvengano scandali,

ma guai all'uomo per colpa

del quale avviene lo scandalo!

 

Mt, 18, 1-7

 

 

 

 

Introduzione. Dopo Internet chiudiamo le Parrocchie?

 

Sarebbe divertente – e un po’ crudele – andare a rileggere oggi le filippiche degli “opinion makers” contro Internet, il terribile e demoniaco mezzo di comunicazione da associare immancabilmente alla pedofilia.

Dopo aver letto questo testo, e dopo aver visto il documentario della BBC “Sex Crimes and Vatican”, scoprirete che la piaga pedofilia è di casa nelle parrocchie di Italia, Stati Uniti, Irlanda e Brasile, o almeno sono questi i paesi dove con grande fatica è emerso il fenomeno.

 

Nel primo caso, a partire dal 2000, furono in tantissimi, politici, giornalisti, a chiedere misure draconiane e censure preventive per un fenomeno del tutto limitato.

I pedofili usavano la rete come il telefono, forse più il secondo, ed i siti esplicitamente pedofili erano piccoli puntini nell’oceano del Web.

Il parossismo dei nuovi crociati arrivò a denunciare il comune di Roma perché nella sua rete civica una delle associazioni ospitate aveva osato citare De Sade.

L’iperattivo prete Di Noto giunse a denunciare forum che ospitavano “bestemmie”, quando avrebbe potuto occuparsi di ciò che accadeva a casa sua, nel suo ambito.

 

Ma non è stato il solo. Se l’obiettivo Internet era facile, impersonale, generico, la Chiesa è tutt’altra cosa.

La Chiesa è un potere reale, un serbatoio di voti, una struttura che genera timori e reverenze fuori luogo. Le accuse alla Chiesa, anche quando precise e documentate con una valanga di prove, generano distinguo, dubbi, ipocrisie.

Le difese della Chiesa sono improntante a quel fariseismo che qualcuno un paio di millenni fa non riusciva a perdonare.

 

Nel 2000, la rete era ancora un mezzo nuovo, dalle potenzialità ancora non chiare, e l’Italia è sempre un paese di cultura contadina che diffida del nuovo, ha bisogno di anni per metabolizzare ciò che prima non c’era, deve prima annusare, digerire, comprendere a fondo.

In più, la crociata pedofilia era una buona scusa per porre un freno a un mezzo di comunicazione libero per definizione. Per bloccare sul nascere un possibile strumento di comunicazione orizzontale e democratica.

 

Nel maggio del 2007, la rete si è vendicata. Nel mare magnum dei video qualcuno ha ripescato un documentario della BBC dell’anno precedente, lo ha sottotitolato in italiano e come un autentico virus è stato visto da milioni di persone.

Il sito Repubblica.it è stato diffidato a proporre il video. Google Video lo stesso ed ha dovuto rimuoverlo, ma subito è stato spostato ed era visibile su altri server. Tramite P2P, chi ne avesse avuto voglia poteva comunque scaricarlo. Prove tecniche di comunicazione democratica, esperimenti globali di resistenza alla censura.

 

Le scomuniche dell’Avvenire, le maledizioni dei politici “cattolici”, gli anatemi dei benpensanti non facevano altro che pubblicizzare il video. Le manovre della Chiesa per coprire lo scandalo pedofilia in Irlanda e Stati Uniti diventavano di dominio pubblico.

La Rai trasmetteva infine il video, dopo incredibili ed inutili polemiche, col record di ascolti.

Dalla tv era partito, alla tv era arrivato, ma solo grazie alla rete. Quando poi i produttori di contenuti – che oggi sono gran parte della rete – riusciranno ad organizzarsi per creare contenuti di qualità pari o comunque vicina a quelli della BBC, della tv non avremo neanche più bisogno.

 

Nessuno, come è ovvio, ha proposto di chiudere le parrocchie dopo lo scandalo pedofilia che ha investito la Chiesa, nonostante le responsabilità delle alte gerarchie che appaiono del tutto evidenti. Bisogna distinguere, capire.

Ma quando si parlava di rete, i giudizi erano tagliati con l’accetta, e non mancavano le proposte di chiusura tout court, o di controllo dei contenuti che equivaleva al totale snaturamento della rete.

Ma internet è una struttura orizzontale, la Chiesa una organizzazione verticale.

 

Colpisce che in tanti casi il silenzio sia giustificato con l’esigenza del prestigio da difendere, dell’onore da salvaguardare, dell’immagine da mettere al riparo. Sono valori da pizzicagnolo di paese, e non c’entrano nulla con la scrittura del Vangelo che non perde occasione di attaccare gli ipocriti farisei ed i sepolcri imbiancati.

Sono i valori dell’Italietta provinciale, da cui la maggior parte del clero proviene, quella che “la gente mormora”, che “i panni sporchi si lavano in famiglia”, quella che per l’onore è disposta a qualunque crimine, perché “altrimenti chissà cosa pensano…”.

 

Cari signori benpensanti, cattolici onesti, politici difensori della famiglia, editorialisti dell’Avvenire, segretari dell’UDC: le parrocchie rimangano pure, parlateci ancora della storia delle mele marce, ma per favore non occupatevi più della libertà della rete.

 

Antonello Mangano (giugno 2007)

 

 

 

Le dimensioni globali della questione

 

Lo scandalo dei preti pedofili ha colpito negli ultimi anni la Chiesa cattolica particolarmente negli Usa, ma si e' esteso anche in altri Paesi, come Canada, Australia, Messico, Gran Bretagna e Francia.

 

Secondo uno studio commissionato dalla Conferenza episcopale Usa del febbraio 2004, circa il 4% dei preti cattolici in servizio negli Usa negli ultimi 50 anni sarebbero stati accusati di abusi sui minori.

 

In questo panorama, quello di Boston spiccò come un caso a parte: l'arcidiocesi della città del Massachusetts diffuse cifre secondo cui il 7 per cento dei suoi preti sono stati accusati di molestie sessuali tra il 1950 e il 2003.

 

Tale scandalo ha colpito pesantemente le finanze della diocesi che recentemente ha accettato di pagare 85 milioni di dollari alle vittime delle molestie sessuali dei preti.

 

Nel dicembre scorso la Diocesi cattolica di Los Angeles aveva accettato di risarcire 45 vittime di preti pedofili per un totale di 60 milioni di dollari, decisione seguita il mese dopo dalla diocesi cattolica di Spokane, nello Stato americano di Washington, che si e' detta pronta a versare un risarcimento di 48 milioni di dollari alle vittime delle attenzioni sessuali di alcuni sacerdoti pedofili.

 

Nel luglio 2005 in Canada oltre 130 chiese e altre proprietà di una diocesi della provincia di Terranova furono messe in vendita per poter risarcire le vittime di abusi sessuali da parte dei sacerdoti della diocesi.

 

Si trattava di 40 persone, per un totale di 13 milioni di dollari. In particolare la diocesi di St. George e' stata la prima in Canada a dichiarare bancarotta quale risultato di una serie di risarcimenti, che andavano dai 475.000 dollari ad un milione.

 

In Australia sia la chiesa anglicana sia quella cattolica sono state al centro di scandali di pedofilia negli ultimi anni. La chiesa cattolica ha chiesto scuse formali alle vittime nel 1996 e ha pagato milioni di dollari in risarcimenti.

 

La chiesa anglicana e' stata coinvolta in uno scandalo di pedofilia nel 2003, quando fu rivelato tra l'altro che il governatore generale ed ex arcivescovo di Brisbane, Peter Hollingworth, negli anni 1990 aveva consentito ad un prete pedofilo di continuare il ministero.

 

Il governatore, che rappresenta la regina Elisabetta con funzioni di capo di stato, fu costretto a dimettersi. Secondo quando rivelò il quotidiano The Times nel 2002 la Chiesa cattolica in Gran Bretagna avrebbe segretamente risarcito con migliaia di sterline cittadini britannici vittime di abusi sessuali da parte dei preti. Secondo il quotidiano, i risarcimenti sarebbero stati finalizzati a mettere a tacere eventuali denunce.

 

Lo scandalo dei preti pedofili si e' propagato fino al Messico, dove sono venuti alla luce numerosi casi di abusi sessuali su minori commessi da sacerdoti. Nel settembre scorso un oscuro caso di pedofilia riguardante un sacerdote messicano che avrebbe violentato decine di bambini ha scosso profondamente l'opinione pubblica dopo aver coinvolto perfino il cardinale primate di Città del Messico, accusato assieme al cardinale di Los Angeles di aver coperto la vicenda per oltre 20 anni.

 

Anche in Francia lo scandalo della pedofilia ha visto sul banco degli accusati alcuni sacerdoti. Nell'ottobre scorso un prete e' stato condannato a 10 anni di prigione accusato di aver violentato più volte fra il 1995 ed il 1998 un adolescente; nel procedimento per la prima volta la chiesa si e' schierata a fianco della vittima come parte civile. E' stato il vescovo di Meaux a prendere questa decisione, accolta poi dal tribunale.

 

“Siamo tutti peccatori” (video)

 

Diciamo che tantissimi indizi, tutti uguali, tutti convergenti dovrebbero formare lo straccio di una prova. E sarebbe senz’altro così se l’“imputato” fosse uno qualunque, magari uno straniero, un povero immigrato.

Ma se l’accusato è un membro di Santa Madre Chiesa, agli occhi dei prelati non bastano montagne di indizi.

La regola del silenzio, codificata o meno che sia, è stata rigidamente applicata e del resto appare senso comune tra le mura delle parrocchie.

“Lavare i panni sporchi in famiglia” non è certo una citazione evangelica, che del resto dice il contrario (“È inevitabile che gli scandali accadano”), ma è diventata la regola aurea che avrebbe dovuto nascondere il più spiacevole dei problemi: la piaga della pedofilia non è una questione che ha colpito chiese lontane, parrocchie esotiche, diocesi troppo lontane dal controllo di Roma ma è un cancro assolutamente presente in Italia, cuore del cattolicesimo.

La politica della Chiesa, tacere e trasferire i colpevoli in altre parrocchie, ha solo permesso al problema di crescere, aumentando il numero delle tragedie e delle vittime.

Il video lo documenta bene, e così pure i tantissimi casi riportati più avanti.

 

 

Servizio de “Le Iene”, novembre 2006

 

Storie incredibili, storie sconosciute

 

L'arresto avvenuto ad Assisi il 5 aprile 2006 di un religioso della Congregazione degli Oblati di San Francesco di Sales è stato uno dei tanti casi che ha riportato alla luce la questione della pedofilia e delle disattenzioni della Chiesa italiana su queste gravissime vicende. Altri religiosi sono stati indagati per favoreggiamento.

Le accuse si riferiscono a violenze sessuali a danni di minori perpetrate a partire dal 1993, anno in cui il religioso prestava servizio presso la parrocchia Beata Vergine Immacolata di Torvajanica, una località vicino Roma, ed era animatore del centro giovanile "Ragazzi Nuovi".

 

Nel 1998 il prete, a seguito delle prime voci che erano cominciate a circolare sul suo conto, viene trasferito a Pomezia, dove diventa parroco di san Benedetto. Nel 2002 viene infine mandato ad Assisi a gestire una casa di accoglienza della Congregazione.

 

L'inchiesta è scattata due anni fa a partire dalla denuncia di un giovane di Torvajanica, attualmente 26enne. Sono seguite altre venti denunce di altrettanti ragazzi. Secondo le testimonianze fin qui raccolte, le vittime degli abusi si sarebbero rivolte anche all'allora vescovo di Albano, monsignor Agostino Vallini (recentemente nominato cardinale da Benedetto XVI): "siamo andati a raccontargli cosa ci aveva fatto, ma ci disse che erano solo chiacchiere".

 

Del resto il caso non è nemmeno l'ultimo in ordine di tempo, sebbene sia uno dei pochi che ha conquistato relativa visibilità sui giornali e sulle televisioni. Negli ultimi anni, casi di questo genere si sono infatti susseguiti con una frequenza preoccupante.

Eppure – se si è parlato ampiamente dello scandalo della pedofilia con riferimento ad esempio al clero americano - la Chiesa italiana sembra assolutamente immune, secondo il quadro disegnato dai media e dagli stessi vescovi, da questo tipo di problema.

 

Il 21 maggio del 2002 il segretario della Cei mons. Giuseppe Betori dichiarava che il fenomeno della pedofilia nel clero italiano "è talmente minoritario che non merita attenzione specifica", non più "di quanto non vada riservata ad altre categorie sociali".

 

Per questo motivo "il Consiglio permanente della Cei non ha mai parlato di casi di pedofilia, alla Cei non c'è nessun elenco in proposito, non abbiamo né casi in evidenza né una procedura di monitoraggio".

 

I dati che seguono - che si riferiscono a condanne (per la maggior parte di primo grado) e procedimenti di indagine (che quindi non sono ancora giunti ad una sentenza) successivi al 2000, dunque solamente agli episodi più recenti - possono forse contribuire ad un esame più realistico della situazione.

 

Solo in pochi casi, infine, si è potuto risalire all'attuale condizione canonica dei sacerdoti coinvolti. Pressoché totale è stata la mancanza di disponibilità delle varie curie a fornire informazioni a riguardo.

 

 

2000: Foggia, Ferrara, Napoli, Torino, Modena, Milano

 

Il 10 gennaio un sacerdote è condannato a sei anni e sei mesi di reclusione per violenza sessuale a danni di minorenni. I fatti si riferiscono alla metà degli anni ‘90 quando era parroco di Arpinova, una frazione a una decina di chilometri da Foggia.

L'arresto era invece scattato nel 1998 quando il sacerdote era passato a dirigere la parrocchia di Castelluccio dei Sauri, sempre in provincia di Foggia. Sette giorni dopo questa sentenza viene condannato a 1 anno e 9 mesi di reclusione un altro sacerdote. 62 anni, residente nella provincia di Ferrara, il prete viene riconosciuto colpevole di molestie sessuali ai danni di due bambini di 9 anni che frequentavano il catechismo.

 

Ancora pochi giorni dopo, il 23 gennaio, un lungo applauso nella chiesa di S. Maria della Sanità a Napoli accompagna la salma di un sacerdote di 49 anni condannato nel 1991 a tre anni e sei mesi per abusi sessuali su Antonio B., un ragazzo di 14 anni (sentenza confermata anche in appello nel 1996 pur con la diminuzione della pena a 2 anni e un mese). La cerimonia è presieduta dal card. Michele Giordano e vede la partecipazione, oltre che di numerosissimi fedeli, anche del vescovo ausiliare e dell'avvocato difensore della vittima Enrico Tuccillo in veste di diacono. Durante la preghiera dei fedeli, lo stesso Tuccillo interviene con queste parole:

"Signore, ho difeso te innocente e calunniato. Ora fa di lui il difensore dei giovani, dei deboli, dei suoi figli amatissimi del rione Sanità".

L'1 febbraio il parroco di  Chiusa San Michele, in provincia di Torino, viene condannato a quattro anni e mezzo di reclusione per abusi sessuali nei confronti di due giovanissimi chierichetti. Le perquisizioni effettuate dagli investigatori hanno inoltre rivelato il possesso da parte del sacerdote di quattromila immagini pedo-pornografiche scaricate da Internet, oltre che di alcune polaroid scattate a bambini di 11 e 12 anni assidui frequentatori della parrocchia: "all'inizio erano solo piccoli amici", ha dichiarato, "poi ho cominciato ad accarezzarli, sempre meno castamente".

 

Il 20 maggio, sempre del 2000, muore di infarto il parroco 59enne di Staggia di San Prospero (Modena). Il sacerdote era stato accusato di far parte di una banda di pedofili che praticava violenze a danni di minori nell'ambito anche di riti satanici presso il cimitero di Massa Finalese, nel modenese. Dopo un'inchiesta giudiziaria caratterizzata da trecento testimonianze, 57 udienze, 5.000 pagine di atti, sette interrogazioni parlamentari, la corte ha pronunciato 14 condanne, fra i 2 e i 19 anni di carcere, e due assoluzioni, confermando così l'impianto accusatorio dei pubblici ministeri. Questi ultimi avevano chiesto una condanna a 14 anni, ma il decesso del prete pochi giorni prima della sentenza ha indotto i giudici a non pronunciarsi sul suo conto "per morte del reo".

Tra i condannati anche genitori, zii e nonni dei bambini vittime delle violenze, già da tempo sottratti alle rispettive famiglie.

 

Tra i sostenitori dell'innocenza vi era, fra gli altri, il vescovo di Modena e l'ex vicepresidente della Camera Carlo Giovanardi, che, dopo le richieste dei pubblici ministeri di 130 anni complessivi di reclusione per gli imputati coinvolti nel processo, aveva così commentato: "È terrificante che un pm si basi solo sui racconti di bambini, strappati alle famiglie".

A novembre un sacerdote milanese viene infine condannato con rito abbreviato a 4 anni e 2 mesi di reclusione per violenza sessuale su alcuni ragazzini ospitati della comunità che dirigeva. Nel corso delle indagini svolte dalla polizia è emerso, oltre al fatto che i ragazzini sarebbero stati intimoriti e indotti al silenzio da chi all'interno dell'istituto sapeva, che il religioso nei primi anni ‘90 aveva abusato anche di una bambina di 7 anni.

 

 

2001: Genova, Milano

 

Il 29 gennaio 2001 il tribunale civile di Chiavari condanna un prete al pagamento di 30 milioni di lire per le molestie ai danni di una ragazza 14enne all'epoca dei fatti. L’allora parroco di Santa Margherita Ligure, era stato prosciolto nella prima fase processuale per un vizio di forma, pur essendo stato riconosciuto colpevole nella motivazione della sentenza. Successivamente il sacerdote è diventato parroco della Basilica di S. Maria di Nazareth a Sestri Levante (Genova).

Il 26 giugno il  parroco di San Giuliano Milanese è condannato a 4 anni di reclusione per violenza sessuale su giovani, violenza privata e appropriazione indebita. Attualmente il sacerdote è residente con incarichi pastorali a Garbagnate Milanese.

 

 

2002: Napoli, Milano

 

Il 14 settembre è arrestato in Messico nel convento di Iztapalapa, nelle vicinanze della capitale del Paese, un sacerdote messicano che tra il 1999 e il 2000 era stato viceparroco in una chiesa del napoletano. È accusato di abusi sessuali a partire dalla denuncia di una bambina che all'epoca dei fatti aveva dieci anni e frequentava il catechismo. Secondo le indagini della procura di Napoli si sarebbe di fronte a "un quadro allarmante" in ordine all'ampiezza del numero di minori coinvolti, suddivisi dal sacerdote in "gruppi distinti per età e conseguentemente per tipologia e prestazioni sessuali".

 

Il 30 dicembre 2002 vengono arrestate sette persone su mandato del gip del tribunale di Bari per il reato di divulgazione di materiale pedopornografico via internet. Tra gli accusati c'è anche un parroco 37enne della provincia di Milano a cui sono state sequestrate diverse immagini pedopornografiche.

 

 

2003: Bergamo, Milano, Teramo, Palermo, Cuneo, Oristano

 

Il 6 maggio un'indagine condotta dal commissariato di Rapallo in collaborazione con la questura di Genova porta all'arresto di una banda di pedofili costituita da quattro persone, fra cui il parroco di una chiesa di Bergamo. La banda adescava ragazzini maschi tra gli 11 e i 17 anni offrendo loro regali costosi e proponendo viaggi all'estero. Così Claudio Sanfilippo, capo della squadra mobile di Genova, e Carlo Di Sarro, dirigente del commissariato di Rapallo, hanno descritto le attività del gruppo: "In poco più di sei mesi abbiamo osservato decine e decine di adescamenti. La banda sceglieva soprattutto ragazzini provenienti da famiglie in situazioni di disagio socio-economico. Le prestazioni dei bambini e dei ragazzi venivano anche pagate dai 30 agli 80 euro: alcuni venivano avviati alla prostituzione, altri si intrattenevano con il sacerdote e i suoi complici. Era il sacerdote che forniva spesso i soldi per le spese necessarie ad adescare i ragazzini".

 

Il 27 maggio un frate ex insegnante di un istituto privato di Milano è condannato a 4 anni e 8 mesi di reclusione per molestie sessuali ai danni di cinque bambine della scuola elementare.

Il 25 luglio viene arrestato un altro sacerdote, di 59 anni, originario di Giulianova (dove aveva servito come diacono nella parrocchia San Flaviano) e parroco della chiesa della frazione di Monticelli in provincia di Teramo. L'accusa è di violenze ai danni di due minori, uno dei quali disabile, dell'età di 14 e 16 anni. Sarà condannato dopo un processo con rito abbreviato a 6 anni di reclusione per pedofilia. Attualmente è sacerdote in diocesi senza ricoprire alcun incarico.

Il 17 settembre il Gip della Procura della Repubblica di Palermo impone il divieto di soggiorno nel capoluogo siciliano e nella provincia al parroco della chiesa di Santa Lucia, di fronte all'Ucciardone.

Le indagini sono partite dalla denuncia dei genitori di due bambini di dieci anni. Nel corso del processo, in corso, i difensori dell'imputato hanno inserito nella lista dei testimoni l'ex procuratore di Palermo Giancarlo Caselli, l'ex sindaco Leoluca Orlando.

L'1 ottobre la Corte d'Appello di Torino conferma la condanna inflitta in primo grado all’ex parroco di una frazione di Vicoforte (Cuneo) per la detenzione di materiale pedopornografico.

A novembre viene arrestato un parroco di Oristano, in Sardegna, con l'accusa di pedofilia. L'inchiesta della Procura della Repubblica di Oristano è scattata sulla base di due denunce, una delle quali riguarda una ragazza minorenne, su fatti che sarebbero avvenuti in parrocchia.

 

 

2004: Forlì, Torino, Roma, Varese, Grosseto, Nuoro, Agrigento,

Alessandria, Bari, Savona

 

Dopo aver ammesso alcune responsabilità, è condannato a 2 anni di reclusione per pedofilia un prete della parrocchia dei Romiti di Forlì.

Un anno e 8 mesi, più il pagamento di 45.000 euro per risarcimento de danni morali, è la condanna inflitta al parroco di Castagnole Piemonte in provincia di Torino arrestato il 2 febbraio 2004 per violenza sessuale nei confronti di una bambina di 13 anni che frequentava l'oratorio. Al momento dell'arresto il parroco era stato difeso con forza dai cittadini del suo paese che non avevano creduto alla tesi della famiglia della vittima. Lo stesso sacerdote aveva però confessato durante l'interrogatorio dei magistrati inquirenti: "Avevo perso la testa per quella ragazzina, le sue accuse nei miei confronti sono vere". Attualmente è cappellano di S. Andrea a Savigliano (Cuneo).

Una ventina di giorni dopo l'arresto del prete di Castagnole, il 25 febbraio, viene arrestato anche il parroco della chiesa di San Gioacchino di Colleferro, in provincia di Roma. Era già stato segnalato ai carabinieri nel ‘98 dal padre di una giovane di Colleferro per essersi denudato di fronte alla ragazza.

Ora l'accusa è di violenza sessuale aggravata su un minorenne, e le perquisizioni effettuate dagli investigatori portano alla luce filmati e foto che inchiodano il parroco, il quale conservava questo materiale in canonica. L'11 giugno è condannato con rito abbreviato a 6 anni di reclusione, più il pagamento di una provvisionale di 60.000 euro, per violenza sessuale e istigazione all'uso di sostanze stupefacenti.

Condannato in ottobre a 3 anni e 4 mesi un sacerdote di Gavirate (Varese), accusato di atti di pedofilia nei confronti di dodici ragazzi del paese. Il prete ha goduto di attenuanti sia per il riconoscimento della seminfermità mentale, sia per il pagamento di 280mila euro come risarcimento per le vittime. Era arrivato a Gavirate negli anni ‘80, trasferito dalla Curia dopo aver già subito un processo per molestie.

Patteggia una pena di soli 2 anni e 6 mesi un altro parroco, condannato l'1 luglio per aver molestato sessualmente alcuni bambini della piccola parrocchia di Arcille, una frazione del comune di Campagnatico (Grosseto).

4.600 euro è la multa comminata - dopo patteggiamento - il 20 aprile al rettore del seminario vescovile di Lanusei (Nuoro) per aver comprato con  carte di credito via internet immagini a contenuto pedopornografico.

 

Ancora attraverso patteggiamento il 14 luglio è condannato a poco più di tre anni di reclusione per pedofilia un animatore del doposcuola alla scuola media dell'Istituto Don Orione di Alessandria.

Bambini tra i sei mesi e i sei anni erano invece i protagonisti di una collezione di foto pedopornografiche trovata il 3 marzo nell'abitazione di un padre domenicano, 44 anni, segretario dell'Istituto di teologia ecumenica "San Nicola" di Bari e uno dei referenti della parrocchia di San Nicola presso l'omonima Basilica.

Infine, il 15 ottobre viene condannato a 3 anni e mezzo di reclusione un altro prete, per aver compiuto atti sessuali nei confronti di un minorenne extracomunitario, con l'aggravante di averne avuto la custodia e la tutela. I fatti risalgono al 2000, quando era responsabile della comunità "Migrantes" di Savona, istituita dalla Curia per tutelare i giovani extracomunitari con problemi di ambientamento.

Attualmente è stato trasferito in un'altra diocesi; nei suoi confronti non è mai stata avviata alcuna procedura ecclesiastica.

 

 

2005: Como, Cuneo, Arezzo, Napoli

 

Il 20 maggio viene arrestato il parroco di Laglio (Como), 37 anni. È accusato di violenza sessuale su un ragazzo di 14 anni affetto da un lieve ritardo mentale, e di detenzione di materiale pedopornografico. Il processo, inizialmente fissato per il 28 marzo 2006, è stato rinviato dopo che i legali della difesa hanno presentato un certificato medico che attesta l'impossibilità dell'imputato di essere presente.

Attualmente è vicario parrocchiale presso la parrocchia SS. Crocifisso a Ponte Tresa (Varese).

Prende il nome dal titolo di un recente film di Pedro Almodovar, La mala educación, l'operazione condotta dalla questura di Cuneo che nell'estate del 2005 porta all'arresto un sacerdote monregalese, originario di Magliano Alpi (Cuneo), responsabile della preparazione religiosa, in qualità di "vicario moniale", di alcuni istituti della diocesi di Imperia e di Albenga.

 

Le accuse sono induzione alla prostituzione, favoreggiamento e sfruttamento di minorenni. Secondo quanto hanno affermato gli inquirenti, i minorenni coinvolti sarebbero una trentina, italiani ma soprattutto extracomunitari, tra i 13 e i 17 anni. Le "prestazioni" dei ragazzi venivano poi ricompensate dal sacerdote con biglietti cinematografici, gelati e dolci. Per ogni nuovo amico presentato, il premio era invece una banconota da 10 euro.

Più di trenta - tra giovani e giovanissimi - sono le vittime del parroco di 44 anni dell'abbazia di Farneta (Arezzo), arrestato l'11 luglio del 2005.

Il parroco ha confessato davanti ai giudici della procura di Arezzo tutti i reati di violenza sessuale segnalati dalle famiglie dei bambini della sua parrocchia, più altri risalenti a periodi precedenti, quando il prete, originario del bresciano, ancora non era entrato in seminario.

Il 15 novembre inizia un procedimento civile che vede coinvolta la Curia arcivescovile di Napoli citata in giudizio dai legali di un ragazzo (14enne all'epoca dei fatti) che avrebbe subito violenza sessuale da un sacerdote dei Quartieri Spagnoli.

Quest'ultimo era stato prosciolto nel 2002 per incapacità di intendere e volere nel momento in cui sarebbero stati commessi gli atti. Ora Luciano Santoianni, uno dei legali del ragazzo, denuncia: "Riteniamo che la Curia debba rispondere per la condotta tenuta da un suo sacerdote per una vicenda che richiama molto da vicino quelle accadute negli Stati Uniti. Crediamo infatti che questa vicenda si sarebbe potuta evitare se, a monte, la Curia avesse esercitato una funzione di controllo e verifica psico-attitudinale su quel sacerdote".

 

 

2006: Roma, Ferrara, Lecce

 

Da segnalare l'avvio del processo a un sacerdote ferrarese di 60 anni accusato di violenze sessuali su dieci bambine dell'asilo che gestiva nella sua parrocchia. All'apertura del processo, avvenuta lo scorso 23 marzo, i giudici del tribunale collegiale di Ferrara hanno però respinto la richiesta delle parti civili (ben 17 tra genitori ed educatrici) di citare come "responsabili civili", per l'eventuale risarcimento di danni morali e materiali, la Curia di appartenenza del sacerdote, la parrocchia che gestiva, il ministero dell'Istruzione e il Csa (ex provveditorato): secondo le parti civili, nonostante fossero state date segnalazioni chiare della situazione dell'asilo (lettere di genitori alla Curia), nessun ente è intervenuto e, soprattutto, ha sottovalutato le segnalazioni stesse.

 

Infine, lo scorso 3 maggio, viene arrestato il parroco 44enne di Sternatia, in provincia di Lecce. Il sacerdote era stato messo agli arresti domiciliari un mese prima, dopo essere stato trovato in auto con un minorenne impegnato in atti osceni. Durate gli arresti domiciliari, però, si sarebbe adoperato per inquinare le prove a suo carico, facendo esercitare pressioni sui genitori del minorenne e sul ragazzo stesso. A questo punto il pm titolare dell'inchiesta, Francesco Polino, ha disposto un inasprimento del provvedimento originario. Secondo i primi accertamenti i ragazzi coinvolti dalle ‘attenzioni' del sacerdote sarebbero una dozzina, tutti maschi e minorenni.

 

 

2007: Viterbo, Pistoia, Napoli, Firenze

 

È stato arrestato dalla Polizia di Viterbo il 22 agosto 2007 il parroco di Oriolo Romano, 3.500 abitanti in provincia di Viterbo. Il sacerdote, nato a Montefiascone, ex insegnante di religione ad Oriolo e Vejano, vice parroco a Vetralla, è accusato di atti osceni e di atti di libidine nei confronti di minori.  Intercettazioni telefoniche, filmati e pedinamenti delle forze dell’ordine nei confronti del sacerdoti sono partite dalla segnalazione alla magistratura fatta dal servizio sociale del Comune di Oriolo Romano: un’assistente sociale aveva raccolto le confidenze di un minorenne di 15 anni, che non sarebbe però originario di Oriolo. Il sacerdote si trova agli arresti domiciliari presso un convento a Canale Monterano. Il vescovo di Viterbo Lorenzo Chiarinelli ha espresso “amarezza, dolore e sconcerto” (Adista n. 59/06).

Nell’ambito di un’inchiesta su una rete di pedofilia, che ha portato all’arresto di 32 persone di età compresa tra i 35 e i 60 anni, tra cui medici, avvocati, farmacisti, insegnanti e persino militari, il giudice per le indagini preliminari di Roma ha emesso un mandato di custodia cautelare per il sacerdote religioso della Congregazione della Missione, parroco di Galcetello, diocesi di Pistoia. Il prete si trova ora agli arresti domiciliari.

Il reato contestato a tutti gli indagati è quello di abuso sessuale su minorenni. Netta la posizione assunta dalla Curia di Pistoia. Il vescovo, mons. Simoni, si è detto profondamente addolorato per l’arresto e ha affermato che se l’accusa corrispondesse al vero il religioso sarebbe automaticamente sospeso dalle sue funzioni (Adista n. 83/06)

Un altro caso di pedofilia investe la Chiesa italiana a pochi giorni dall’arresto del parroco di Galcetello, nella diocesi di Pistoia (v. Adista 83/06). Questa volta l’accusato è il parroco sessantenne della chiesa del Cuore eucaristico di Gesù del quartiere di Pianura, nella periferia occidentale di Napoli, appartenente alla Congregazione dei Vocazionisti: è stato arrestato dai carabinieri lo scorso 16 novembre su ordinanza della procura di Napoli.

Secondo quanto emerso dalle indagini il sacerdote avrebbe abusato “con frequenza quotidiana” di una bambina di 10 anni che frequentava il catechismo nella sua parrocchia. Gli abusi sarebbero avvenuti nella sagrestia.

Ma questa non è la prima volta che il sacerdote viene coinvolto in fatti del genere.

Nel 1995, quando dirigeva un centro di accoglienza per disabili in provincia di Agrigento, il sacerdote abusò di una donna con disturbi mentali ricoverata presso l’istituto. Il processo, nel quale fu chiesto il patteggiamento, si concluse con una ondanna ad un anno e dieci mesi di carcere.

Nonostante questi precedenti il sacerdote fu semplicemente trasferito dalla diocesi di Agrigento, alla diocesi di Napoli, dove gli venne affidata la parrocchia in cui si sarebbe verificato il nuovo caso di violenza.

Le indagini, coordinate dal procuratore aggiunto di Napoli, sono scattate dopo la denuncia presentata ai carabinieri di Pianura dai genitori della ragazzina vittima dei presunti abusi.

Dopo aver ricevuto una informazione di garanzia, il sacerdote era stato destinato da qualche settimana ad altri incarichi. Il vescovo di Pozzuoli, alla cui diocesi appartiene la parrocchia di Pianura, ha espresso “amarezza e profondo dolore” per la vicenda, mentre il superiore della casa madre dei Vocazionisti che si trova a Pianura, ha dichiarato di “non aver nulla da dire”.

 

Drammatico caso a Firenze. Sono passati più di trent’anni dai primi abusi.  Ma solo ora qualcosa è cominciato a filtrare dal muro di silenzio che ha circondato per decenni la parrocchia “Regina della pace”, nella periferia del capoluogo toscano.

Le accuse rivolte all’ex parroco sono pesantissime: secondo i memoriali presentati dalle vittime alla Curia di Firenze - a partire dal 1975 - avrebbe abusato di ragazzine dai 12 ai 17 anni, avrebbe richiesto alle famiglie denaro ed altri beni, ed avrebbe plagiato giovani ragazzi costringendoli ad entrare in seminario sotto la minaccia di cacciarli “per sempre dalla parrocchia”.

I racconti delle vittime fanno riferimento anche alla figura di una donna, la “perpetua” del parroco, descritta come una sorta di “veggente” che in base alle apparizioni di Gesù indicava gli “eletti” per la “nascita della nuova chiesa dello spirito”.

Sempre secondo queste testimonianze, il prete giustificava la richiesta di rapporti sessuali spiegando alle ragazzine che si trattava di una forma di “adesione totale a Dio” e intimando loro il silenzio assoluto pena “il castigo divino”.

Un silenzio che si è protratto fino al 2004, quando un gruppo di ex ragazzi della parrocchia ha inviato alla Curia di Firenze una lettera con allegati una serie di memoriali sui fatti di quegli anni.

Alla lettera sono seguiti alcuni incontri con il cardinale Silvano Piovanelli, arcivescovo di Firenze dall’‘83 al 2001, con l’attuale arcivescovo Ennio Antonelli, e con l’ausialiare Claudio Maniago (che proprio nella parrocchia “Regina della Pace” ha maturato la sua vocazione, tanto da celebrare insieme, l’8 settembre del 2003, il secondo anniversario della sua nomina a vescovo).

L’unico risultato è stato però, nel settembre del 2005, il trasferimento “per motivi di salute” in un’altra parrocchia della diocesi.

A questo punto, gli ex ragazzi della “Regina della Pace” hanno deciso di rivolgersi direttamente al papa con una lettera datata 20 marzo 2006.

A rispondere è stato l’allora presidente della Cei, il cardinale Camillo Ruini, il quale si è augurato che l’allontanamento dalla diocesi – avvenuto il 31 marzo 2006 – potesse infondere “serenità nei fedeli coinvolti a vario titolo nei fatti”.

Il prete si è così trasferito a Viareggio insieme alla sua “perpetua” senza che nei suoi confronti fosse avviato alcun processo canonico.

Ma al papa, pochi mesi dopo, si è rivolto anche un gruppo di sacerdoti della diocesi fiorentina: “Non vogliamo sentirci domani chiedere conto di un colpevole silenzio”, hanno scritto i sacerdoti denunciando che “a quasi due anni” di distanza dalle prime testimonianze degli abusi non erano ancora arrivate da parte dei vertici della Chiesa fiorentina né “una decisa presa di distanza” dagli accusati, né “una scusa ufficiale”, né “un atto riparatore e credibile”.

Solo il 17 gennaio del 2007 l’arcivescovo Antonelli ha comunicato agli ex ragazzi della “Regina della pace” alcuni provvedimenti, quali il divieto per cinque anni di confessare, di celebrare la messa in pubblico, di assumere incarichi ecclesiastici oltre all’obbligo, per un anno, di fare ogni giorno un’offerta caritativa e recitare il Salmo 51 o le litanie della Madonna. 

Lo stesso Antonelli, dopo che il quotidiano la Repubblica aveva acceso i riflettori sul caso, si è però rifiutato di rilasciare alcun commento sulla vicenda.

Ha parlato invece l’ex arcivescovo Piovanelli, che in un’intervista all’Unità (10/4) ha ammesso di aver ricevuto una rivelazione di abusi anche prima della denuncia collettiva del 2004: “Quando io ho avuto a che fare, non con questa storia, ma con un solo fatto, sembrava che ci fosse solo quello, quindi dopo aver parlato con la vittima e dopo aver parlato con il sacerdote, fatta la giusta reprensione, sembrava che ci si doveva fermare lì, perché pareva un solo errore”.

Alle reiterate domande del giornalista se “una reprensione” poteva essere considerata un provvedimento sufficiente per un abuso sessuale, Piovanelli ha risposto: “Allora sì, perché c’era un fatto solo”.

Intanto la Procura di Firenze ha aperto un procedimento penale per abusi sessuali pluriaggravati e continuati. “Ancora non si può dire se gli abusi denunciati siano prescritti o no - ha dichiarato il procuratore Ubaldo Nannucci.

Bisogna vedere fino a quando si sono protratti quei comportamenti. L’unico dato di fatto, per ora, è che questo sacerdote è stato rimosso nel 2005”.

Sul caso è intervenuto anche Enzo Mazzi, animatore della Comunità di Base dell’Isolotto, a Firenze: “Gli episodi di pedofilia emersi nella Chiesa fiorentina - afferma Mazzi - come in molte altre Chiese locali nel mondo, evidenziano contraddizioni e deficienze strutturali dell’istituzione Chiesa. È ingiusto e immorale scaricare tutto sul colpevole di turno. Ognuno è responsabile delle proprie azioni e ne deve rispondere verso le vittime e verso la giustizia. Ma la responsabilità individuale non assolve affatto le responsabilità dell’istituzione”.

Secondo Enzo Mazzi, infatti, “fa parte di una pastorale ‘normale’, che dovrebbe essere superata nel dopo-Concilio ma non lo è affatto, il condizionamento violento di coscienze infantili attraverso l’imposizione di sensi di colpa che s’insinuano nel profondo e si trascinano inconsapevolmente per tutta la vita”.

“Come chiamare tutto questo se non ‘pedofilia strutturale’ della Chiesa? E la sacralizzazione del potere ecclesiastico, la teologia e la pastorale del disprezzo verso il corpo, il sesso, il piacere, la condanna di ogni forma di rapporto fra sessi che non sia consacrato dal matrimonio, non è tutto questo violenza?” (da Adista n. 29/07).

 

I casi non finiscono qui. Qualche tempo dopo veniva richiesto il rinvio a giudizio per l’ex parroco di Oriolo Romano (Vt), arrestato il 22 agosto dello scorso anno per presunte molestie sessuali (vedi Adista n. 59/06).

I reati contestati risalirebbero al 1998, quando era parroco a Vetralla, avrebbe commesso abusi sessuali, a più riprese, su un giovane allora diciassettenne. Trasferito successivamente ad Oriolo, avrebbe invece tentato un approccio con un minorenne promettendo una certa somma di denaro in cambio di atti sessuali.

Dall’impianto accusatorio si evince che in quest’ultima vicenda sarebbe coinvolta un’altra persona, un rom, che avrebbe “offerto” ragazzi al parroco in cambio di denaro (da Adista n. 37/07).

 

 

 

“Eccellenza, lei sapeva e taceva”. Il caso di Agrigento

 

Agrigento. Un prete abusa di lui, dodicenne, sessualmente. Nel seminario arcivescovile di Agrigento che si trova nella vicinissima Favara. Per quattro anni. Prende coraggio Marco Marchese e racconta le sue sofferenze al vescovo di Agrigento. Vuole che nessun altro bambino o ragazzo debba patire quello che lui ha patito. Quel prete è malato, sostiene Marco; lo faccia curare, chiede al vescovo, perché non possa più fare del male. Lo tranquillizza il vescovo: "ci penso io".

Ma l'unica cosa che fa è 'obbligare' il reo a chiedere scusa all'offeso. E nulla più. Altri sette ragazzi, si viene a sapere poi, hanno subìto le attenzioni e le carezze morbose.

Qui di seguito la lettera che Marco ha inviato l'8 luglio al vescovo.

 

“Scrivo a lei, Eccellenza reverendissima, arcivescovo metropolita della Chiesa Agrigentina.

Scrivo proprio a lei che, una sera di novembre del 2000, ha ascoltato, quasi con indifferenza, il mio racconto. Forse lei non immagina nemmeno quanto mi sia costato, in quell’occasione, rivivere i momenti più brutti della mia vita.

Ma a lei che importa?

Scrivo a lei perché sono addolorato e profondamente amareggiato dal suo silenzio.

Non per lei, di cui m’importa ben poco, ma per questa povera Chiesa, che si ritrova ad essere guidata da una persona che non ha saputo dirigere il gregge affidatogli, soprattutto i piccoli e gli indifesi.  Monsignor Wilton Gregory, presidente dei vescovi americani ha detto (la Repubblica, 21 febbraio 2002): “Ciò che abbiamo fatto o non abbiamo fatto ha contribuito all’abuso sessuale di bambini e giovani da parte del clero e di persone all’interno della Chiesa”. Forse si starà chiedendo cosa ha a che fare tutto ciò con lei, si chiederà cosa ha fatto o non ha fatto ed io le voglio subito venire in aiuto. Lei era tenuto come tutti i vescovi diocesani ad informare tempestivamente la Congregazione Vaticana per la Dottrina della Fede delle eventuali accuse di pedofilia contro sacerdoti cattolici. Non sono io a dirlo, ma due documenti tratti dagli Acta Apostolicae Sedis, gazzetta ufficiale della Santa Sede, secondo cui i presuli debbono svolgere indagini nel caso vi sia anche solo il sospetto di pedofilia nei confronti di preti! Lei cosa ha fatto? Mi chiedo: perché lei, venuto a conoscenza di fatti sì gravi non ha preso alcun provvedimento seguendo il monito della Santa Sede?  Cosa voleva che accadesse? Che io ritrattassi? Voleva forse recuperare il colpevole? E come? Facendo finta di niente? Lasciando il prete al suo posto, in mezzo alla gente, ai giovani e ai bambini per oltre un anno e mezzo? O voleva forse salvare l’onorabilità dell’istituzione? La piaga all’interno della Chiesa aumenta sempre più, nonostante la Chiesa abbia elaborato strumenti d’intervento a livello locale e universale senza riuscire a utilizzarli!

E lo sa perché? Perché chi dovrebbe farlo tace, per paura o meno, si nasconde dietro al silenzio, portando ad una rovina ancora più grande e sono sicuro che se non avessi denunciato il fatto alla Procura, lei se ne starebbe ancora con le mani in mano. 

Mi chiedo, però, come mai, in occasione dell’attentato alla chiesa madre di Favara, in particolare per l’incendio del portone principale, lei (Il Giornale di Sicilia, maggio 2000, cronaca di Agrigento) definì il silenzio di chi sapeva come connivenza.

E il suo silenzio attorno alla mia vicenda? Come bisogna definirlo? E mi viene da pensare che altre vicende simili alla mia siano state taciute, sotterrate nel silenzio! E chissà quante! Cosa sarebbe stato se non avessi raccontato a nessuno quanto successomi all’età di dodici anni in seminario a Favara? Glielo dico io: avrei continuato a soffrire in silenzio senza però l’amara delusione di vedere le persone che mi hanno ascoltato rimanere con le mani in mano; non avrei richiamato alla mente una vicenda che per me andava cancellata, che per me era troppo pesante. Non avrei avuto la grande delusione di aver accanto persone ipocrite, conniventi e mi fermo qui.

Si ricorda quando nella stessa occasione del portone bruciato ha decretato un anno di preghiera in riparazione del sacrilegio compiuto?  Un anno di preghiera, un rosario perpetuo, recitato ventiquattro ore su ventiquattro, perché “tutti siamo responsabili di tutti”, così si leggeva sul giornale.

Le chiedo allora: quanto bisogna pregare per una infanzia bruciata, per un cuore che per sei anni non ha smesso di piangere in silenzio?  Bruciare l’infanzia di un ragazzo non è più di un sacrilegio? E quanti rosari perpetui bisogna recitare per i mangia-bambini? E per quelle persone che pur sapendo, compreso lei, hanno fatto finta di niente? Non le viene in mente, al riguardo, la parabola del buon samaritano e soprattutto quelle persone, sacerdote e levita, che vedendo passarono oltre? Lei chi si sente di essere tra queste persone? Forse il buon samaritano? Ad essere sincero non mi importa nulla di quello che si sente. Mi importa dei bambini! Le ho raccontato di me, rivivendo per l’ennesima volta quello che lei, evidentemente, non può capire, quello che non ho mai saputo dimenticare e le chiedo: cosa ha fatto? Mi risuonano ancora le parole da lei pronunciate in occasione dell’abbattimento di alcune abitazioni abusive presso la Valle dei Templi: “Il Vangelo è passione d’amore per la verità. Quando è la dignità di un popolo ad essere compromessa, allora non posso tacere” (Il Giornale di Sicilia, 2 febbraio 2000, cronaca di Agrigento). Sicuramente tra i suoi tanti impegni ad alzare la voce in difesa dei deboli e in difesa della verità, non ha potuto leggere bene la lettera inviata dal santo Padre ai sacerdoti il giovedì santo, laddove affermava la vicinanza a coloro che hanno dovuto subire le conseguenze dei peccati dovuti al tradimento di preti ai loro voti e lo sforzo di rispondere secondo verità e giustizia ad ogni penosa situazione.

Ricordi bene che la dignità umana e la sacralità dei bambini vengono prima di ogni cosa! È questo cui la Chiesa mi ha insegnato a credere, ma evidentemente crediamo o abbiamo conosciuto un Dio diverso. Sì, perché se lei credesse nello stesso mio Dio, Padre, che ama e consola gli afflitti, Figlio, che si fa voce degli ultimi e dei più deboli, e Spirito Santo, che infonde forza e coraggio per sostenere la verità e la giustizia, ne avrebbe lo stesso timore che ne ho io! Avrebbe timore di questo Dio che dice: “Chiunque scandalizza uno solo di questi più piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo un macina d’asino e fosse gettato negli abissi del mare”; “chi accoglie anche uno solo di questi più piccoli in nome mio, accoglie me”;

“i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre” (e gridano vendetta agli occhi di Dio). Ne parla tanto il Vangelo che lei instancabilmente annuncia, ma evidentemente del Vangelo si ricorda solo quello che fa più comodo!

Sono convinto che per fare certe scelte e affrontare certi problemi che magari comportano dei rischi per la propria immagine o la mettono in gioco, ci vuole molto coraggio. Penso altresì che, per chi ha un po’ di coscienza e di fede, ci vorrà molto più coraggio nel presentarsi dinanzi a Dio che, preti o meno, ci chiederà conto di tutto.

Dov’è la sua coscienza? Forse non faccio parte anche io come tanti altri ragazzi (i cui pianti, le cui sofferenze le dovranno pesare) del gregge che è affidato proprio a lei da Dio e dalla Chiesa? Non è lei che se ne deve prendere cura e non è a lei che Dio ne chiederà conto? Forse lei è immune al giudizio di Dio e degli uomini?

Tra le poche persone che mi hanno sostenuto nella mia vicenda vi è il Santo Padre che continua a darmi speranza. Egli che ha rifiutato categoricamente gli infingimenti, le omertà, le complicità. Il papa non ha taciuto!

Mi ritornano alla mente le parole del cardinale Ersilio Tonini secondo cui è meglio avere dieci sacerdoti in meno che averne uno sbagliato. La pedofilia e l’omosessualità vanno affrontati tempestivamente e con fermezza! (Jesus, luglio 2002).

Disse altresì che i rettori dei seminari e i direttori spirituali non possono permettersi di lasciar correre!  Non è a lei che la Chiesa chiede e impone di accertare l’integrità dei seminaristi e di quanti si accostano all’ordine sacro? Non è lei che ha ordinato quel giovane prete? Non è stato lei a decidere quali giovani seminaristi dovevano essere assistenti dei ragazzi del seminario di Favara?  Lo sa perché le ho raccontato di me quella sera di novembre? Perché credevo in lei, credevo che lei, quale pastore di questo gregge e difensore dei più piccoli e più deboli, avrebbe ascoltato il mio grido e avrebbe impedito altre “carneficine” di bambini e di sogni!  Concludo, Eccellenza, rinnovando la mia fiducia nella Chiesa di Cristo e a sua Santità Giovanni Paolo II che, rivolto ai giovani riuniti a Toronto, ha avuto il coraggio, ancora una volta, di dire: “Mi vergogno per i preti pedofili e per chi ha coperto con il silenzio questi abomini”.  Possano queste parole risvegliare la sua coscienza, assopita in un torpore durato troppo a lungo.

Marco Marchese (ex seminarista del seminario di Agrigento)

(da Adista n. 54/04)

 

 

Abusi su minori in seminario. Il vescovo sapeva, taceva, e ora vuole essere risarcito dalla vittima

Roma. Oltre al danno la beffa. Dopo essere stato vittima  di abusi sessuali durante la permanenza nel seminario di Agrigento, l’ex seminarista Marco Marchese è vittima una seconda volta. Il vescovo ha infatti risposto alla richiesta di risarcimento dello stesso Marchese con una controcitazione, e pretende dalla vittima dell’abuso di cui era a conoscenza, un risarcimento di 200.000 euro per i danni che la denuncia dell’abusato ha arrecato - secondo il vescovo - alla “immagine” e al “prestigio” della Chiesa di Agrigento presso l’”opinione pubblica”. 

La denuncia nei confronti di un prete da parte dell’ex seminarista aveva portato alla condanna di quest’ultimo, il 7 luglio 2004, a 2 anni e sei mesi di reclusione per abusi sessuali nei confronti di 7 ragazzi che frequentavano il seminario della città siciliana. Il caso fu seguito da Adista (vedi n. 54/04 e n. 35/06), che pubblicò anche la lettera indirizzata da Marchese al vescovo.

Ma nessuna autocritica e nessuna disponibilità di ascolto è venuta dalla Curia anche dopo la condanna del sacerdote molestatore e la lettera aperta inviata al vescovo. Marchese è oggi impegnato in un’associazione per la lotta alla pedofilia da lui fondata (www.mobilitazionesociale.org).

E proprio all’attività di questa associazione ha dichiarato di voler devolvere il risarcimento che con il suo avvocato ha richiesto all’autore degli abusi, al rettore del Seminario minore di Favara (che, ripetutamente informato dei fatti, si rifiutò di intervenire) e al vescovo di Agrigento (che, con la sua indulgenza, lasciò che il prete, diventato dopo il seminario parroco di Palma di Montechiaro, potesse ancora abusare di altri minori). 

“Da sempre - ha dichiarato Marchese -, da prima che denunciassi il prete e dal giorno dopo che questo ha patteggiato la pena, ho chiesto chiarezza, responsabilità alla Chiesa agrigentina. Ho cercato il dialogo. Invece ho avuto solo il silenzio come risposta”. “Ho deciso quindi di andare avanti per chiedere il risarcimento a chi doveva vigilare sui ragazzini affidati al prete (abusati nei locali del seminario e della parrocchia). È giusto che rispondano del loro comportamento le persone che hanno ignorato il mio grido d’aiuto, invitandomi solo a farmi la mia vita e a lasciar perdere, permettendo così che il prete abusasse di altri ragazzi”.

L’atto di citazione, presentato il 5 aprile 2006 dall’avvocato Salvino Pantuso, che assiste Marchese, fa ampio riferimento agli interrogatori svolti in ambito processuale. Durante uno di essi, il prete  aveva dichiarato: “vero è che nel periodo in cui svolgevo la mansione di assistente presso il seminario minore di Favara ebbi a conoscere il sig.  Marchese Marco, all’epoca dei fatti minorenne, e che nei suoi confronti tenni dei comportamenti così come descritti nel capo di imputazione nei miei confronti formulato”; anche il vescovo, del resto, aveva ammesso:

“vero è che il sig. Marchese Marco, nel periodo in cui si trovava al seminario di Favara, mi rivelò delle circostanze che riguardavano gli abusi compiuti in suo danno”. 

Dopo tanto silenzio, quale è stata la risposta del vescovo a questo coerente gesto da parte di Marchese? Una richiesta di 200.000 euro per “danni” che la Curia “ha subito e continua a subire – si legge nell’atto di citazione prodotto dall’avvocato Anna Mongiovi Gaziano - a causa del comportamento offensivo ed oltraggioso tenuto dal Marchese” e “che si ripercuotono inevitabilmente sull’immagine, sul decoro e sul prestigio che l’intera Curia vescovile di Agrigento riveste nell’opinione pubblica e nella comunità spirituale”. La richiesta di risarcimento, presentata dall’avvocato della Curia il 30 maggio 2006, si apre inoltre con la premessa dell’”intervenuta prescrizione di ogni pretesa risarcitoria” vantata da Marchese e dalla sua famiglia “essendo di fatto trascorsi oltre dieci anni dalla presunta commissione del fatto illecito”. 

Paradossalmente il vescovo (che pure nel corso del processo contro il prete molestatore aveva ammesso di essere stato informato da Marchese degli abusi subiti), ora definisce “destituite di ogni fondamento” le accuse che hanno portato alla condanna, a seguito di patteggiamento, e quindi rigetta la richiesta di riconoscimento di “responsabilità solidale”.

E in più nega che sussistesse un rapporto di dipendenza tra il condannato e la stessa Curia, svolgendo egli “il ruolo di semplice seminarista animatore”. 

Gli amici di Marchese e della sua associazione si chiedono oggi come mai le autorità vaticane, che hanno chiesto le dimissioni del cardinale arcivescovo di Boston proprio perché aveva coperto gli abusi su minori di alcuni preti della sua diocesi, non abbia ancora sollevato alcuna obiezione nei confronti del vescovo di Agrigento che, pur sapendo degli abusi, ha taciuto e ha coperto. E ora chiede di essere risarcito dalla vittima dell’abuso (da Adista n. 73/06)

 

Abusi su minori in seminario. Il vescovo tace, parla il suo avvocato (Lettera ad Adista)

 

Roma. Nel numero 73 del 21 ottobre 2006 Adista ha dato notizia del risarcimento chiesto dal vescovo di Agrigento, nei confronti di Marco Marchese, ex seminarista vittima di un prete pedofilo (già condannato dopo patteggiamento a 2 anni e 6 mesi di reclusione per abusi ai danni di 7 ragazzi). Nell’articolo – intitolato Abusi su minori in seminario. Il vescovo sapeva, taceva, e ora vuole essere risarcito dalla vittima – veniva riportato uno stralcio della lettera aperta scritta da Marchese al vescovo nella quale il ragazzo denunciava con parole toccanti il silenzio (era il luglio del 2004). La risposta del vescovo a quella lettera, alla condanna del prete ed alla legittima richiesta di risarcimento da parte di Marchese (che ha già dichiarato di voler utilizzare i soldi eventualmente ricevuti per le attività della sua associazione di lotta alla pedofilia) è stata una controcitazione con la richiesta di 200.000 euro per i danni che la denuncia dell’abusato avrebbe arrecato all’”immagine” e al “prestigio” della Chiesa di Agrigento. A seguito della pubblicazione sulla nostra testata di tutta la vicenda qui riassunta, riceviamo la seguente lettera (indirizzata al direttore di Adista) dall’avvocato Anna Mongiovì Gaziano, che assiste il vescovo nella richiesta di risarcimento contro Marchese.

“L’Avv. Anna Mongiovì Gaziano procuratore in giudizio della Curia Vescovile agrigentina Le scrive per significarLe quanto segue in relazione al procedimento civile Marchese Marco /Curia Vescovile e all’articolo comparso sulla sua rivista del 21/10/2006.

La Curia agrigentina è stata chiamata in giudizio da Marchese Marco per sentirsi condannare al pagamento di una SOMMA di DENARO per fatti cui la stessa è estranea in relazione a delle vicende presuntivamente ed asseritamene accadute nel 1994, perché SAPEVA E TACEVA, come recita il titolo della sua nobile testata.

Ma così non è stato e così non è come si dimostrerà “per tabulas” in giudizio.

La infondatezza e la strumentalità della domanda dell’ATTORE Marco Marchese è “ictu oculi” tendente ad ottenere SOLDI coinvolgendo inopinatamente la Curia, anche al fine di “AMERICANIZZARE” il procedimento civile ed utilizzare i “MEDIA” per rafforzare una domanda priva di fondamento sia in fatto che in diritto.  Tecnicamente e giudiziariamente atteso il comportamento diffamatorio dell’ATTORE si imponeva la domanda riconvenzionale di risarcimento dei danni dovuti a chi sapeva essere estraneo sotto ogni profilo ai fatti oggetto del procedimento penale.

Tanto per dovere di verità e giustizia.

Grazie per l’ospitalità.

 

P.S. : Lo studio legale Gaziano, in ogni caso, non si farà coinvolgere in polemiche strumentali e resterà fedele al principio che le cause si fanno nelle aule dei Tribunali e non sui giornali come fa l’ATTORE che cerca la confusione diffamatoria piuttosto che la verità.  Grazie ancora e cordiali saluti.

 

Agrigento lì 26/10/2006

Avv. Anna Mongiovì Gaziano”

 

 

Questa la risposta di Adista alla lettera dell’avv. Gaziano:

“Insomma, a ben guardare non il vescovo si deve pentire di aver taciuto ma piuttosto la vittima dell’abuso. E’ la solita storia, quella che hanno sperimentato sulla propria pelle le donne e tante ragazzi e ragazze.

Ti hanno violentato? Se taci, ci dispiace e magari preghiamo pure per te; ma se denunci allora vuol dire che te lo sei cercato, vuol dire che un po’ sfacciato lo sei e che non ti vergogni di niente, per cui un po’ sporco sei e magari la violenza l’hai provocata tu. 

Ah, gentile avvocato, e donna, Anna Mongiovì Gaziano, quanto di questo linguaggio le dovrebbe risuonare dentro come un’offesa insopportabile.  Ma un avvocato è un avvocato, si sa. Quello che non si vorrebbe sapere è invece di un vescovo che pensa di farsi pagare “immagine”, “prestigio” e “decoro” (di questo si parla nell’atto di citazione) da una persona segnata a vita principalmente a causa della sua omissione. 

Esattamente, avvocato, come lei scrive il vescovo è “estraneo” ai fatti oggetto del procedimento penale, e ci mancherebbe pure! Ma il problema è proprio che si è anche comportato da ‘estraneo’ con un figlio della Chiesa a lui affidato, girando occhi e orecchie da un’altra parte. 

Sorprende non solo la reiterazione dell’abbandono, ma anche questo effimero aggrapparsi a cose così transeunti e inutili come, appunto, l’”immagine” che ora sembra fagocitare anche un’istituzione così solida e di sostanza come la Chiesa cattolica. Più che all’immagine il vescovo dovrebbe pensare alla sostanza: la sostanza di un uomo che chiedeva aiuto e ha trovato solo una ben pensante circospezione, nella solita prassi del tacere, sopire, troncare.

Ma l’inquinamento acustico del sacro silenzio emerge ormai sempre più se si ha il coraggio di sentirlo salire dalle lugubri stanze e penombre di tanti seminari, istituti e curie vescovili, di qua e di là di Alpi e Oceano. 

Un’ultima cosa, avvocato. Vorremmo chiedere sia a lei che al suo assistito vescovo di non tirare in ballo il “dovere di verità e giustizia”. Sono cose grandi, uniche. La giustizia, addirittura, richiede persino di rovesciare i potenti dai troni, figurarsi dunque se si preoccupa dell’immagine dell’ordine esistente. Lasciamole, verità e giustizia, per altre questioni ben più dirimenti di un apparente ‘decoro’.

Anche noi, nel nostro piccolo, non abbiamo pontificato appropriandoci del loro nome invano. Ci siamo limitati a raccontare i fatti, i fatti della violazione di una vita, riscontrabili negli atti processuali. Con, implicita, una richiesta di giustizia.

La redazione di Adista”

(da Adista n. 81/06)

 

 

Caso Marchese: trovato un accordo per il risarcimento

Agrigento. Si è conclusa con una “transazione”, un accordo fra le parti, la vicenda che aveva visto contrapporsi Marco Marchese e il vescovo di Agrigento.

Il vescovo aveva chiesto a Marchese, vittima di un prete pedofilo che aveva già patteggiato la condanna a 2 anni e 6 mesi, un risarcimento di 200mila euro per danni all’“immagine” e al “prestigio” della Chiesa di Agrigento presso l’“opinione pubblica”.

La “colpa” di Marchese era stata quella di denunciare pubblicamente non solo gli abusi subiti, ma anche le responsabilità e i silenzi del vescovo nel corso dell’intera vicenda. Pochi giorni dopo la puntata di Mi manda Rai Tre del 15/12/2007 nella quale era stato trattato il caso, il vescovo aveva però fatto marcia indietro ritirando la citazione. La decisione era stata annunciata attraverso una lettera fatta leggere in ogni parrocchia della diocesi e riportata da Adista n. 3/07.

Ora è stato firmato un accordo contenente il riconoscimento di ogni responsabilità da parte del sacerdote già condannato, il quale si è impegno a corrispondere a Marchese un risarcimento economico per i danni morali subiti.

L’ammontare del risarcimento - per quanto coperto da una clausola di riservatezza presente nell’accordo - corrisponderebbe a una somma superiore a quella di 50mila euro inizialmente richiesta dallo stesso Marchese. In altre parole, la curia ha fatto di tutto per evitare il procedimento civile, liberarsi delle responsabilità “formali” che la  vedrebbero non estranea ai fatti. Ma non ha potuto non riconoscere la fondatezza delle richieste di Marchese “delegando” al sacerdote il pagamento del risarcimento richiesto.

I soldi del risarcimento sono stati destinati da Marco Marchese all’“Associazione per la Mobilitazione sociale” fondata nel 2004 da lui e da altri giovani di Palermo per combattere il disagio giovanile e promuovere campagne di sensibilizzazione sulle violenze a danno di minori. 

“Attualmente è soprattutto grazie a queste risorse che continuiamo a mantenere una sede e un telefono - ha dichiarato Marchese ad Adista. 

Partiremo presto con una campagna di informazione e di sensibilizzazione rivolta ai bambini e a coloro che hanno subito abusi. Il 23 giugno faremo una fiaccolata silenziosa per ricordare le vittime della pedofilia, tra le quali le tante vittime di questa Chiesa che, spesso, oltre ad abusarne, le costringe al silenzio e all’isolamento”.  “C’è ancora tanto da fare - ha aggiunto Marchese -: aiutare chi ha vissuto sulla sua pelle, ancor prima che l’abuso fisico, quello spirituale. La Chiesa, a parole, ha condannato fortemente la pedofilia e il tradimento di qualche sacerdote, ma fa ben poco per aiutare le vittime. Tutti noi aspettiamo ancora oggi che qualcuno si pronunci sul documento che impone ai vescovi il silenzio assoluto su queste vicende.  Noi vogliamo combattere il silenzio. Nessuno deve essere lasciato solo!” (da Adista n. 37/07).

 

 

Caso Marchese: il vescovo fa marcia indietro e ritira la richiesta di risarcimento

Alla fine il vescovo di Agrigento, ha dovuto ritirare la richiesta di risarcimento, dell’ammontare di 200mila euro, ai danni di Marco Marchese.

A pochi giorni dalla trasmissione, il vescovo ha scritto una lettera - fatta leggere in ogni parrocchia della diocesi - con la quale dichiara di ritirare la citazione nei confronti di Marchese. A malincuore, però: il vescovo dice infatti di rinunciare al risarcimento per “evitare ogni fraintendimento”, ma ribadisce il suo “diritto-dovere di difendere la diocesi da ogni accusa ingiustamente rivolta”. Inoltre, il vescovo ha revocato il mandato all’avvocato Graziano (che continuerà ad assistere il prete condannato), sostituendolo con l’avvocato Luciano Trapani.

Di seguito riproduciamo il testo della lettera:

“Carissimi fratelli e sorelle nel Signore Gesù, voglio aprirvi il mio cuore, sollecitato dalla triste vicenda di cui, nostro malgrado, siamo stati protagonisti in una recente trasmissione televisiva.

Per amore della verità, sento il dovere di precisare quanto segue:

I. Il Vangelo del Signore Gesù afferma con chiarezza che lo scandalo dei piccoli è un delitto gravissimo al cospetto di Dio. Fedeli alla Parola del Signore, condanniamo ogni forma di pedofilia e qualsiasi connivenza con essa.

II. È stata attivata la necessaria ricerca della verità dei fatti e prestata ogni collaborazione all’autorità civile, senza trascuratezza, né compromesso, né connivenza.

III. A seguito dell’azione intrapresa contro la diocesi per coinvolgerla nella responsabilità dei fatti, dai quali è estranea, è stato necessario rispondere legalmente con lo scopo esclusivo di tutelarne l’onore e la reputazione.

IV. Al fine di evitare ogni fraintendimento rinunzio ad ogni forma di richiesta di risarcimento, ma ritengo opportuno precisare che non potevo e non posso non esercitare il diritto-dovere di difendere la diocesi, da ogni accusa ad essa ingiustamente rivolta.

Il Natale ci invita a cercare la via della pace e per questo invito a chiedere al Signore di condurci alla meta della riconciliazione, del perdono e della concordia.

Augurandovi Buon Natale, imploro per tutti la pace del cuore ed ogni benedizione.

Agrigento, 20 dicembre 2006”

 

(da Adista n. 3/07).

 

 

“Difendere i bambini, non la diocesi!”: Marchese risponde al vescovo di Agrigento

 

Dopo la puntata di “mi manda Rai Tre” andata in onda lo scorso 15 dicembre 2006, il vescovo di Agrigento aveva ritirato la richiesta di risarcimento ai danni di Marco Marchese, vittima di un prete pedofilo e vittima delle accuse mossegli dal vescovo di aver attentato con le sue denunce al “prestigio” e al “decoro” della curia (v. Adista nn. 54/04 e 35, 73, 81/06).

Sul numero 3/07, Adista ha pubblicato la lettera – fatta leggere in ogni parrocchia della diocesi – con cui il vescovo faceva marcia indietro, pur continuando a ribadire “il diritto-dovere di difendere la diocesi”. Di seguito pubblichiamo la risposta di Marco Marchese.

“All’arcivescovo di Agrigento e ai sacerdoti e ai fedeli della diocesi di Agrigento, Scrivo questa lettera in riposta a quella che il vescovo di Agrigento ha scritto e fatto leggere nelle parrocchie della provincia poco prima di natale.

Scrivo ancora una volta per esprimere tristezza ed amarezza. E dubbi… Eccellenza, lei scrive aprendo la sua lettera con le parole “carissimi fratelli e sorelle nel signore Gesù,” mi chiedo cosa significano queste parole e soprattutto se io sono suo fratello nel signore Gesù.

Lei scrive: “voglio aprirvi il mio cuore, sollecitato dalla triste vicenda di cui, nostro malgrado, siamo stati protagonisti in una recente trasmissione televisiva”.

Cosa significa per lei aprire il suo cuore? E quando quella sera di novembre del 2000 le ho raccontato degli abusi che avevo subito, perché non ha aperto il suo cuore? Beh, del resto lo scrive lei stesso: per aprire il suo cuore deve essere sollecitato da una “triste vicenda”, e forse quando le ho raccontato degli abusi questi non erano abbastanza tristi!!!

Ma ancora oggi, rileggendo la sua letterina mi chiedo cosa intendesse con “triste vicenda” di cui suo (il nostro forse voleva riferirsi al plurale maiestatis perché non penso che i suoi “fratelli e sorelle” c’entrino nulla) malgrado è stato protagonista nella trasmissione”Mi manda Rai Tre”.

La triste vicenda è quella che è successa a me quando avevo appena 12 anni? O è triste il fatto che dopo averne parlato non sono stati presi provvedimenti da parte della Chiesa agrigentina? O è triste il fatto che abbia richiesto il risarcimento? O è triste il fatto che la curia mi ha chiesto il risarcimento a me?  Mi aiuti a capire!

Forse avrebbe preferito che quella trasmissione non fosse mai andata in onda, vero?

“Per amore della verità, sento di precisare quanto segue” sono le sue parole, le ricorda? E continua citando un passo del Vangelo che dovrebbe farci tremare: “Chiunque scandalizza uno solo di questi più piccoli è meglio per lui che gli sia messa al collo una macina di mulino e sia gettato in mare”.

Mi sono permesso di riportare tutto il passo del Vangelo che lei ha accennato, sa, magari non tutti sanno che fine ha augurato Gesù a chi scandalizza i bambini.

Ma qual è lo scandalo? Quello di un pedofilo che abusa di 7 ragazzini, o quello di un prete che dice ad un ragazzino di starsene in silenzio, o di un vescovo che licenzia una delle vittime con un libro, senza mai più risentirlo per sapere come sta? O di un vescovo che non interviene permettendo a quel pedofilo di abusare ancora di altri bambini? O di quel vescovo che chiede i danni alla vittima? Qual è lo scandalo? Me lo chiedo ancora e ce lo chiediamo in tanti. “Condanniamo ogni forma di pedofilia e qualsiasi connivenza con essa”… “

Al fine di evitare ogni fraintendimento rinunzio ad ogni forma di richiesta di risarcimento, ma ritengo opportuno precisare che non potevo e non posso esercitare il diritto-dovere di difendere la diocesi, da ogni accusa ad essa ingiustamente rivolta”. Oggi mi chiedo se questa sua decisione è stata presa solo dopo che la “triste vicenda” (così la chiama lei), di cui, nostro malgrado, siamo stati protagonisti, è stata resa nota nella trasmissione “mi manda rai tre”! E se non avessi avuto il coraggio di raccontare ancora una volta gli abusi subiti a tutta Italia, avrebbe rinunziato alla richiesta di risarcimento? “Al fine di evitare ogni fraintendimento…” cosa può essere frainteso in tutto questo, eccellenza? Lei ha il diritto dovere di difendere la diocesi… certo! Aveva anche il diritto e dovere di difendere i bambini affidati ad un suo ministro! Invece… Conclude la sua missiva con queste parole “il Natale ci invita a cercare la via della pace e per questo invito a chiedere al signore di condurci alla meta della riconciliazione, del perdono e della concordia”. Certo, il signore è grande, ma non può fare tutto da solo… quante volte ha cercato di riconciliarsi con i suoi “fratelli e sorelle nel signore Gesù”? Quante volte li ha cercati?

Tutto questo quando i giornalisti di Agrigento hanno minacciato di non venirle a fare gli auguri di Natale… ringrazio di cuore chi ha mostrato di avere un cuore e una coscienza (come il segretario provinciale dell’Assostampa di Agrigento, Nino Randisi, e il presidente dell’associazione culturale docenti cattolici, Alberto Giannino, e il presidente del Centro Padre Nostro di Palermo e i tanti che mi sono stati vicini) ma ancora oggi, come nel 2004 quando le ho scritto la prima volta, mi chiedo cosa sarebbe stato se non avessi avuto il coraggio di denunciare tutto alla magistratura, se non avessi avuto accanto persone come quelli di “Mi manda Rai Tre” e tutti qui giornalisti che cercano di raccontare i fatti con coscienza morale, sociale e cristiana! Cosa ne sarebbe adesso?

Sa, in associazione arrivano tante e-mail di chi è stanco di questo silenzio, di questo atteggiamento connivente, e di chi aspetta una mano tesa per potersi riconciliare. Per questo mi auguro presto di poter incontrare il santo padre ed insieme cercare di aiutare molte vittime di uscire dal proprio silenzio e riconciliarsi con questa amata Chiesa.  Sono contento che a settembre lasci la guida della Chiesa agrigentina e spero che il suo successore sappia rivolgere una maggiore attenzione a questi fatti.

Amo questa Chiesa e cerco ogni giorno di aiutare chi ha subito la mia stessa esperienza ed è stato tradito nello spirito ancor prima che nel corpo, di continuare ad aver fede nella Chiesa nonostante il cattivo esempio di pochi, che fa dimenticare quello buono di tanti altri.

Sempre dalla parte dei bambini,

Marco Marchese

(da Adista n. 7/07)

 

 

 

Formato per la citazione:
Emilio Carnevali, "La macina e il pastore. Il dramma italiano dei preti pedofili", terrelibere.org, 03 giugno 2007, http://www.terrelibere.it/doc/la-macina-e-il-pastore-il-dramma-italiano-dei-preti-pedofili