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Sigonella: la macchina da guerra dietro casa {}

 

Ad inizio del mese di novembre si andava completando nel Golfo lo schieramento offensivo degli Usa, basato come di consueto sul ruolo delle portaerei.

La Roosevelt e la Kitty Hawk sono le basi operative e di coordinamento per gli attacchi, una complessa rete di ponti aerei che copre tre continenti e vede la base di Sigonella fra i suoi centri nevralgici.

Non solo la disposizione delle truppe, ma anche l’invio di forniture e vettovagliamenti, oltre che la manutenzione dei mezzi, sono le attività sostenute dalle maggiori unità navali.

Uno degli aspetti più ostici dell'operazione “Enduring Freedom” è quello logistico: coordinare l'attività di decine di squadriglie aeree e assicurare ogni tipo di rifornimenti dalle basi alle portaerei.

 

 

 

Una rete globale

Le basi principali che svolgono le funzioni di appoggio sono quella di Scott, dell’aviazione, nell'Illinois, nel cuore del Midwest statunitense, a 11.000 chilometri dalla frontiera afghana.

Fra il quartier generale organizzativo e le basi aeree di prima linea nel Golfo o nei paesi confinanti con l'Afghanistan ci sono numerosi punti di contatto, stazioni intermedie, soprattutto in Medio Oriente e in Europa.

Centrale in questa vasta e articolata rete di collegamenti aerei è Sigonella, dove arrivano e partono le squadriglie di bombardieri e caccia in rotta verso l'Asia e dove fanno tappa i cargo e le unità per il rifornimento in volo degli aerei in azione.

Per avere un'idea della portata dell'operazione,  basti pensare che ogni giorno solo il movimento di cargo e aerei per il rifornimento in volo arriva a 400 aviogetti, fra i quali anche vecchi Boeing 747 comprati per l'occasione e rimessi a nuovo.

Tutti  fanno capo a basi come McGuire (New Jersey) e Charleston (South Carolina), sulla costa orientale degli Usa, e come McChord (Washington) e Travis (California) sulla costa occidentale. Nonchè, nel Pacifico, a Hickam, nelle Hawai, Anderson nell'isola di Guam e Kadena a Okinawa. Con Sigonella, oltre a basi classiche come Ramstein in Germania e Mildenhall in Inghilterra, a fare da cruciale raccordo ai collegamenti aerei ci sono le basi di Moron in Spagna e Lajes Field nelle Azzorre.

Da questi, dipende l'efficenza degli attacchi che partono dalle portaerei nel Golfo e dalle basi di Diego Garcia nell'Oceano Indiano, di Incirlik in Turchia e di Prince Sultan in Arabia Saudita, nonché delle operazioni umanitarie lanciate dalle basi di Pasni e Jacobabad in Pakistan e da Khanabad in Uzbekistan.

Qui sono sbarcate di recente alcune unità del genio dell'aviazione, pronte a entrare in azione per preparare il terreno alle future operazioni di terra. Una volta raggiunta un'area, queste unità sono in grado di approntare una pista aerea su qualsiasi tipo di terreno nell'arco di quattro ore.

 

 

 

Allarme permanente

E’ appena il caso di sottolineare che gli insediamenti militari Usa all’estero – nei fatti - vengono pensati ed utilizzati come “enclave” di territorio statunitense dotati di extraterritorialità. In altre parole, gli Usa utilizzano Aviano e Sigonella come fossero basi poste sul proprio territorio. Il Parlamento non ha discusso della concessione delle basi, ma dell’invio di nostre truppe all’estero. Ancora una volta si è dato per scontata la cessione di porzioni del territorio, ma anche dello spazio aereo e navale, agli Usa.

Subito dopo la strage dell’11 settembre Sigonella è entrata in stato di massima allerta.

“Ci hanno chiesto di sintonizzarci sulla frequenza del canale interno di Sigonella, ed abbiamo visto su uno schermo in bianco e nero le Torri Gemelle che prendevano fuoco.

All’inizio si è pensato ad un incidente. Abbiamo poi capito che non si trattava di un incidente quando è arrivato il secondo aereo, poi il terzo. La reazione degli americani ? In una parola: smarrimento. Si sono trovati letteralmente smarriti di fronte ad un attacco interno con mezzi americani, con vittime esclusivamente o quasi americane, in territorio americano.

Abbiamo avuto una quarantina di minuti per seguire quanto stava accadendo, dopo di che per tutti i lavoratori civili è arrivato l’ordine di lasciare immediatamente lo scalo. C’era una colonna di oltre 300 macchine in uscita, e nessuna automobile poteva entrare. In quei momenti scattava a Catania, così come qualche ora prima ad Aviano, il piano “Delta”, il livello più alto di allarme prima dello stato di guerra.

Uscendo abbiamo visto i militari schierati  davanti ai cancelli in equipaggiamento da battaglia, con caschi e visiere, ed armi da fuoco. Dopo due giorni c’è stato un passaparola tra i colleghi, si poteva rientrare e seguire normalmente i turni di lavoro”. È il racconto sintetico ed essenziale della reazione alla notizia degli attacchi contro New York, in una delle principali basi Usa nel Mediterrano, nominalmente in territorio siciliano.

Dopo qualche tempo il grado di allarme è stato attenuato a Bravo e successivamente a Charlie, il terzo su una scala di quattro (nell'ordine: “Alfa”, “Bravo”, “Charlie”, “Delta”).

E’ stato consigliato ai militari americani di non lasciare la Base (tant'è che i locali  che frequentano di solito sono spesso rimasti deserti) e nei dintorni – ben pompata dalla stampa e dalle tv – è scattata la psicosi dell’attentato islamico, con tanto di corsa all’acquisto nei negozi di Catania di maschere antigas da 270mila lire.

In realtà, le uniche deflagrazioni nella zona sono state provocate dai “nostri”. L’8 novembre aerei militari hanno infranto il “muro del suono”, vicino alla base, generando due violenti boati e tra gli abitanti dei paesi limitrofi è subito scattato l' allarme attentato. Diversi testimoni oculari hanno affermato di avere visto, al momento del “bang sonico”, almeno tre F-104 volare sulla zona di Paternò. Le fonti ufficiali hanno dichiarato che “tutte le esercitazioni si sono svolte in regime di massima sicurezza”.

 

 

 

La guerra perenne

Il ruolo di Sigonella diventerà nel corso degli anni sempre più importante. Se Aviano appare la “portaerei” sui Balcani, la base siciliana è da sempre avamposto per il Medio Oriente.

Potrebbero quindi aumentare i circa 5000 addetti militari, così come gli investimenti effettuati (solo negli ultimi anni, 65 milioni di dollari). Alcuni lavori di ampliamento – il cosiddetto piano Mega II – hanno rappresentato un affare da 180 miliardi aggiudicati alla cooperativa “rossa” CMC di Ravenna.

Vediamo il ruolo della base negli anni recenti. Durante la guerra del Golfo la base di Sigonella ha ospitato - tra gli altri - i caccia Tomcat F14 e A6 Intruder. Ha assicurato il supporto logistico per le attività di sorveglianza nel Mediterraneo. Ha contribuito a gestire il sistema di informazione satellitare tramite i veicoli Awacs che supportavano le unità impegnate in guerra.

Nel corso del 1997, Sigonella ha fornito supporto logistico alle principali missioni militari condotte nel Mediterraneo ed in Medio Oriente, tra cui deny flight, silver wake, provide hope, sharp guard, provide promise e  joint guard.

Nel febbraio del 1998, quando si è nuovamente sfiorata una nuova guerra del Golfo, Sigonella è nuovamente diventata il punto di appoggio Usa verso l’Oriente. Lo squadrone di elicotteri conosciuto come “Stalloni Neri” (HC-4), solo per fare un esempio, è stato immediatamente impiegato nel Golfo Persico in supporto delle unità “George Washington” e “Nimitz”. Dopo sette settimane in Medio Oriente, terminata la crisi, ha fatto ritorno in Sicilia.

Durante il conflitto Nato-Serbia, Sigonella è in rimasta in stato di allerta “Bravo” (fase operativa avanzata).  Ad una settimana all’inizio delle operazioni di guerra, a Sigonella arrivavano anche gli “U2” ed i quadrimotori EP-3, aerei spia impegnati in operazioni di pattugliamento del Kosovo.

La base di Sigonella ha fornito supporto logistico ordinario alle navi della marina Usa che si trovano in Adriatico. In termini tecnici si parla di “General Cargo”, intendendo la fornitura di pezzi di motore, vettovaglie, tutto quello che può servire a bordo di una nave.

Di certo sono transitate dalla Sicilia anche altri strumenti, armi comprese. A partire dal 3 aprile, ingenti quantitativi di materiale esplosivo sono stati spediti verso Aviano, Bari, Tuzla.

 

 

Il rischio vero

Più che del “pericolo islamico” i siciliani devono preoccuparsi di una concentrazione senza pari di esplosivi, armi e depositi di carburante. In pochi chilometri quadrati sono concentrati fonti di pericolo che nel malaugurato caso di un incidente provocherebbero un olocausto.

Sigonella è utilizzata come principale punto di supporto per le operazioni della VI Flotta nel Mediterraneo. Ospita alcuni squadroni aerei, composti anche da velivoli a capacità nucleare. A rotazione vengono ospitati velivoli della Marina e dell’Aeronautica Usa - come i cacciabombardieri F-16 ed F-111 - in grado di trasportare armi nucleari del tipo B 43, con potenze distruttive che variano da 100 kiloton ad un megaton.

Sigonella funziona inoltre quale centro di manutenzione per le testate destinate alle unità navali della VI Flotta e ai velivoli imbarcati nelle unità in transito nel Fianco Sud della Nato.

Il pericolo - naturalmente - riguarda tutta la Sicilia. Da Messina ad Augusta, la costiera jonica siciliana è costellata di aree militari, depositi di carburante, aree industriali ad altissimo impatto ambientale. Una delle principali fonti di pericolo è costituita dagli elicotteri che collegano Sigonella al porto di Augusta, dove vengono riforniti di armi (convenzionali e non) i sommergibili a capacità nucleare.

Nell’area di Augusta - tra petrolio e armi - un incidente è possibile in qualsiasi momento, e cancellerebbe in pochi attimi ogni forma di vita. Il 22 novembre del 1975 una collisione tra un incrociatore della marina Usa e la portaerei Kennedy provocò un incendio a 70 miglia est della Sicilia. Il fuoco fu domato appena prima che fossero intaccati i missili atomici presenti a bordo.

Nel luglio del 1984 un Lockheed C-141 diretto in Kenia precipitò al suolo nei pressi di Lentini. I militari Usa circondarono la zona e non rivelarono la natura del materiale trasportato. Medici della zona denunciarono un forte incremento dei decessi per cancro.

Ma anche il pericolo “convenzionale” non è da trascurare. Il 5 luglio del 1990 un F-104 partito da Sigonella perse quota fino a tentare un atterraggio di emergenza nei pressi della statale 417 per Gela.

Il pilota avrebbe potuto tentare un atterraggio d’emergenza sulla carreggiata, ma la strada era trafficatissima; avrebbe potuto azionare il seggiolino d’emergenza, ma il velivolo senza controllo avrebbe potuto schiantarsi contro uno dei centri abitati vicini. Il pilota evitò la strage sacrificando sé stesso, scagliando l’aereo contro un dosso.

 






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Formato per la citazione:
Antonello Mangano, "La macchina da guerra dietro casa", terrelibere.org, 23 novembre 2001, http://www.terrelibere.it/doc/la-macchina-da-guerra-dietro-casa