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Documenti > Inchiesta
Antonello Mangano: Scheda biografica | Scrivi all'autore | Tutti i documenti di questo autore Interagisci: Segnala ad un amico Organizza un incontro Condividi: Ad inizio del mese di novembre si andava
completando nel Golfo lo schieramento offensivo degli Usa, basato come di
consueto sul ruolo delle portaerei. La Roosevelt e la Kitty Hawk sono
le basi operative e di coordinamento per gli attacchi, una complessa rete di
ponti aerei che copre tre continenti e vede la base di Sigonella fra i suoi
centri nevralgici. Non solo la disposizione delle truppe, ma anche
l’invio di forniture e vettovagliamenti, oltre che la manutenzione dei mezzi,
sono le attività sostenute dalle maggiori unità navali. Uno degli aspetti più ostici dell'operazione
“Enduring Freedom” è quello logistico: coordinare l'attività
di decine di squadriglie aeree e assicurare ogni tipo di rifornimenti dalle
basi alle portaerei. Una rete
globale
Le basi principali che svolgono le funzioni di appoggio sono
quella di Scott, dell’aviazione, nell'Illinois, nel cuore del Midwest
statunitense, a 11.000 chilometri dalla frontiera afghana. Fra il quartier generale organizzativo e le
basi aeree di prima linea nel Golfo o nei paesi confinanti con l'Afghanistan ci
sono numerosi punti di contatto, stazioni intermedie, soprattutto in Medio
Oriente e in Europa. Centrale in questa vasta e articolata rete di
collegamenti aerei è Sigonella, dove arrivano e partono le squadriglie di
bombardieri e caccia in rotta verso l'Asia e dove fanno tappa i cargo e le
unità per il rifornimento in volo degli aerei in azione. Per avere un'idea della portata
dell'operazione, basti pensare che ogni
giorno solo il movimento di cargo e aerei per il rifornimento in volo arriva a
400 aviogetti, fra i quali anche vecchi Boeing 747 comprati per l'occasione e
rimessi a nuovo. Tutti
fanno capo a basi come McGuire (New Jersey) e Charleston (South
Carolina), sulla costa orientale degli Usa, e come McChord (Washington) e
Travis (California) sulla costa occidentale. Nonchè, nel Pacifico, a Hickam,
nelle Hawai, Anderson nell'isola di Guam e Kadena a Okinawa. Con Sigonella,
oltre a basi classiche come Ramstein in Germania e Mildenhall in Inghilterra, a
fare da cruciale raccordo ai collegamenti aerei ci sono le basi di Moron in
Spagna e Lajes Field nelle Azzorre. Da questi, dipende l'efficenza degli attacchi
che partono dalle portaerei nel Golfo e dalle basi di Diego Garcia nell'Oceano
Indiano, di Incirlik in Turchia e di Prince Sultan in Arabia Saudita, nonché
delle operazioni umanitarie lanciate dalle basi di Pasni e Jacobabad in
Pakistan e da Khanabad in Uzbekistan. Qui sono sbarcate di recente alcune unità del
genio dell'aviazione, pronte a entrare in azione per preparare il terreno alle
future operazioni di terra. Una volta raggiunta un'area, queste unità sono in
grado di approntare una pista aerea su qualsiasi tipo di terreno nell'arco di
quattro ore. Allarme
permanente
E’ appena il caso di sottolineare che gli
insediamenti militari Usa all’estero – nei fatti - vengono pensati ed
utilizzati come “enclave” di territorio statunitense dotati di
extraterritorialità. In altre parole, gli Usa utilizzano Aviano e Sigonella
come fossero basi poste sul proprio territorio. Il Parlamento non ha discusso
della concessione delle basi, ma dell’invio di nostre truppe all’estero. Ancora
una volta si è dato per scontata la cessione di porzioni del territorio, ma
anche dello spazio aereo e navale, agli Usa. Subito dopo la strage dell’11 settembre
Sigonella è entrata in stato di massima allerta. “Ci hanno chiesto di sintonizzarci sulla
frequenza del canale interno di Sigonella, ed abbiamo visto su uno schermo in
bianco e nero le Torri Gemelle che prendevano fuoco. All’inizio si è pensato ad un incidente.
Abbiamo poi capito che non si trattava di un incidente quando è arrivato il
secondo aereo, poi il terzo. La reazione degli americani ? In una parola:
smarrimento. Si sono trovati letteralmente smarriti di fronte ad un attacco
interno con mezzi americani, con vittime esclusivamente o quasi americane, in
territorio americano. Abbiamo avuto una quarantina di minuti per
seguire quanto stava accadendo, dopo di che per tutti i lavoratori civili è
arrivato l’ordine di lasciare immediatamente lo scalo. C’era una colonna di
oltre 300 macchine in uscita, e nessuna automobile poteva entrare. In quei
momenti scattava a Catania, così come qualche ora prima ad Aviano, il piano
“Delta”, il livello più alto di allarme prima dello stato di guerra. Uscendo abbiamo visto i militari schierati davanti ai cancelli in equipaggiamento da
battaglia, con caschi e visiere, ed armi da fuoco. Dopo due giorni c’è stato un
passaparola tra i colleghi, si poteva rientrare e seguire normalmente i turni
di lavoro”. È il racconto sintetico ed essenziale della reazione alla notizia
degli attacchi contro New York, in una delle principali basi Usa nel
Mediterrano, nominalmente in territorio siciliano. Dopo qualche tempo il grado di allarme è stato
attenuato a Bravo e successivamente a Charlie, il terzo su una scala di quattro
(nell'ordine: “Alfa”, “Bravo”, “Charlie”, “Delta”). E’ stato consigliato ai militari americani di
non lasciare la Base (tant'è che i locali
che frequentano di solito sono spesso rimasti deserti) e nei dintorni –
ben pompata dalla stampa e dalle tv – è scattata la psicosi dell’attentato
islamico, con tanto di corsa all’acquisto nei negozi di Catania di maschere
antigas da 270mila lire. In realtà, le uniche deflagrazioni nella zona
sono state provocate dai “nostri”. L’8 novembre aerei militari hanno infranto
il “muro del suono”, vicino alla base, generando due violenti boati e tra gli
abitanti dei paesi limitrofi è subito scattato l' allarme attentato. Diversi
testimoni oculari hanno affermato di avere visto, al momento del “bang sonico”,
almeno tre F-104 volare sulla zona di Paternò. Le fonti ufficiali hanno
dichiarato che “tutte le esercitazioni si sono svolte in regime di massima
sicurezza”. La guerra
perenne
Il ruolo di Sigonella diventerà nel corso degli
anni sempre più importante. Se Aviano appare la “portaerei” sui Balcani, la
base siciliana è da sempre avamposto per il Medio Oriente. Potrebbero quindi aumentare i circa 5000
addetti militari, così come gli investimenti effettuati (solo negli ultimi
anni, 65 milioni di dollari). Alcuni lavori di ampliamento – il cosiddetto
piano Mega II – hanno rappresentato un affare da 180 miliardi aggiudicati alla
cooperativa “rossa” CMC di Ravenna. Vediamo il ruolo della base negli anni recenti.
Durante la guerra del Golfo la base di Sigonella ha ospitato - tra gli altri -
i caccia Tomcat F14 e A6 Intruder. Ha assicurato il supporto logistico per le
attività di sorveglianza nel Mediterraneo. Ha contribuito a gestire il sistema
di informazione satellitare tramite i veicoli Awacs che supportavano le unità
impegnate in guerra. Nel corso del 1997, Sigonella ha fornito
supporto logistico alle principali missioni militari condotte nel Mediterraneo
ed in Medio Oriente, tra cui deny flight, silver wake, provide hope, sharp
guard, provide promise e joint guard. Nel febbraio del 1998, quando si è nuovamente
sfiorata una nuova guerra del Golfo, Sigonella è nuovamente diventata il punto
di appoggio Usa verso l’Oriente. Lo squadrone di elicotteri conosciuto come
“Stalloni Neri” (HC-4), solo per fare un esempio, è stato immediatamente
impiegato nel Golfo Persico in supporto delle unità “George Washington” e
“Nimitz”. Dopo sette settimane in Medio Oriente, terminata la crisi, ha fatto
ritorno in Sicilia. Durante il conflitto Nato-Serbia, Sigonella è
in rimasta in stato di allerta “Bravo” (fase operativa avanzata). Ad una settimana all’inizio delle operazioni
di guerra, a Sigonella arrivavano anche gli “U2” ed i quadrimotori EP-3, aerei
spia impegnati in operazioni di pattugliamento del Kosovo. La base di Sigonella ha fornito supporto
logistico ordinario alle navi della marina Usa che si trovano in Adriatico. In
termini tecnici si parla di “General Cargo”, intendendo la fornitura di pezzi
di motore, vettovaglie, tutto quello che può servire a bordo di una nave. Di certo sono transitate dalla Sicilia anche
altri strumenti, armi comprese. A partire dal 3 aprile, ingenti quantitativi di
materiale esplosivo sono stati spediti verso Aviano, Bari, Tuzla. Il rischio
vero
Più che del “pericolo islamico” i siciliani
devono preoccuparsi di una concentrazione senza pari di esplosivi, armi e
depositi di carburante. In pochi chilometri quadrati sono concentrati fonti di
pericolo che nel malaugurato caso di un incidente provocherebbero un olocausto. Sigonella è utilizzata come principale punto di
supporto per le operazioni della VI Flotta nel Mediterraneo. Ospita alcuni
squadroni aerei, composti anche da velivoli a capacità nucleare. A rotazione
vengono ospitati velivoli della Marina e dell’Aeronautica Usa - come i
cacciabombardieri F-16 ed F-111 - in grado di trasportare armi nucleari del
tipo B 43, con potenze distruttive che variano da 100 kiloton ad un megaton. Sigonella funziona inoltre quale centro di
manutenzione per le testate destinate alle unità navali della VI Flotta e ai
velivoli imbarcati nelle unità in transito nel Fianco Sud della Nato. Il pericolo - naturalmente - riguarda tutta la
Sicilia. Da Messina ad Augusta, la costiera jonica siciliana è costellata di
aree militari, depositi di carburante, aree industriali ad altissimo impatto
ambientale. Una delle principali fonti di pericolo è costituita dagli
elicotteri che collegano Sigonella al porto di Augusta, dove vengono riforniti
di armi (convenzionali e non) i sommergibili a capacità nucleare. Nell’area di Augusta - tra petrolio e armi - un
incidente è possibile in qualsiasi momento, e cancellerebbe in pochi attimi
ogni forma di vita. Il 22 novembre del 1975 una collisione tra un incrociatore
della marina Usa e la portaerei Kennedy provocò un incendio a 70 miglia est
della Sicilia. Il fuoco fu domato appena prima che fossero intaccati i missili
atomici presenti a bordo. Nel luglio del 1984 un Lockheed C-141 diretto
in Kenia precipitò al suolo nei pressi di Lentini. I militari Usa circondarono
la zona e non rivelarono la natura del materiale trasportato. Medici della zona
denunciarono un forte incremento dei decessi per cancro. Ma anche il pericolo “convenzionale” non è da
trascurare. Il 5 luglio del 1990 un F-104 partito da Sigonella perse quota fino
a tentare un atterraggio di emergenza nei pressi della statale 417 per Gela. Il pilota avrebbe potuto tentare un atterraggio
d’emergenza sulla carreggiata, ma la strada era trafficatissima; avrebbe potuto
azionare il seggiolino d’emergenza, ma il velivolo senza controllo avrebbe
potuto schiantarsi contro uno dei centri abitati vicini. Il pilota evitò la
strage sacrificando sé stesso, scagliando l’aereo contro un dosso. ![]()
Formato per la citazione:
Antonello Mangano, "La macchina da guerra dietro casa", terrelibere.org, 23 novembre 2001, http://www.terrelibere.it/doc/la-macchina-da-guerra-dietro-casa |