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La industria del sexo y 'las migrantes'

La famiglia spagnola, l’industria del sesso, le migranti

 

 

* Prima pubblicazione: Agustín, Laura 2003. “La familia española, la industria del sexo y las migrantes”, in Sexualidades: Diversidad y control social, O. Viñuales and O. Guasch, eds., 259-75. Barcelona: Bellaterra. Traduzione dall’originale: Ada Trifirò.

 

 

 

…alcune relazioni tra guide e turiste assumono altre caratteristiche. Félix aveva una piccola lista di indirizzi di turiste con le quali portava avanti anni di amicizia… La maggior parte di queste erano donne con le quali aveva viaggiato per l’isola. All’inizio di questi viaggi, aveva l’abitudine di dichiarare il prezzo della sua compagnia, però se le piaceva la compagnia, le diceva che poteva regalargli qualunque cosa volesse. Ovviamente, già aveva goduto di vari giorni di viaggio, di buon cibo, buon alloggiamento e probabilmente sesso, però distingueva tra questo tipo di relazioni e un accordo direttamente commerciale. Come è stato riconosciuto in altre culture, tali relazioni con stranieri possono avere un significato psicologico molto profondo che termini come “buscón” [n.d.t.: accalappiatore] o “prostituto” non descrivono adeguatamente (CRICK, 1992: 142: traduzione dall’originale al castellano dell’autrice; dal castellano all’italiano della traduttrice)

 

 

Introduzione

 

Tra i temi relativi alla “prostituzione”, generalmente si affrontano i più melodrammatici: la povertà del “terzo mondo”, il “traffico” di esseri umani, la violenza, la schiavitù, le malattie, la stigmatizzazione, l’emarginazione, l’ingiustizia e la sofferenza. Non faccio riferimento a nessuno di questi argomenti in questo saggio. Tanto meno cerco di spiegare perché esiste la “prostituzione”, né di definirla o giudicarla; e soprattutto non pretendo di entrare nella polemica del se alcun essere umano può “scegliere” di esercitarla. Il mio lavoro di lungo periodo è di “decostruzione”, e ciò che “decostruisco” principalmente è il concetto, quello di “prostituzione”, inventato solo due secoli fa, sul senso del quale né gli studi né gli attori sociali hanno mai potuto arrivare ad un accordo. Si suppone che include una quantità tale di attività che alla fine è meglio prescindere dalla parola. In ogni caso, non penso all’industria del sesso solo in termini dei lavoratori; piuttosto, dal momento che è sempre stata rivolta un’attenzione ossessiva verso di essi (o meglio, di esse) preferisco segnalare altri aspetti, soprattutto l’esistenza e la natura del mercato sessuale.

 

Mentre la maggioranza dei lavoratori sessuali è rappresentata da donne, ogni volta che ci troviamo negli luoghi [n.d.t.: nei quali si esercita la prostituzione] incontriamo sempre più uomini, transessuali e trangender. I loro servizi possono avere un carattere omosessuale, eterosessuale o una posizione intermedia. I servizi sessuali vengono richiesti anche dalle donne e persone trans e non solo da uomini; sono richiesti anche dagli stessi lavoratori sessuali. In un’industria che si caratterizza per le sue ambiguità, è conveniente non perpetuare il presupposto classico di donna-prestatrice di servizi sessuali/ uomo-cliente.

 

La questione del lavoro sessuale dei bambini e delle bambine entra in qualunque problematizzazione dell’industria del sesso. Chiaramente, l’infanzia è una costruzione sociale che non ha lo stesso significato in tutte le culture del mondo. Tuttavia, per poter discutere di lavoro, sfruttamento sessuale e diritti dei bambini, l’ONU e altri organismi internazionali hanno concordato una definizione del bambino come persona al di sotto dei 18 anni. I migranti in Europa provengono da culture nelle quali è comune che i bambini, soprattutto gli adolescenti, lavorino, mentre nelle società di arrivo il lavoro infantile è proibito (con una lieve varietà di età di riferimento). Un risultato è che ci sono migranti in Europa che tecnicamente svolgono lavoro infantile e/o ‘prostituzione infantile’, denominato anche ‘sfruttamento sessuale di bambini’ (OIT, 2001).

 

 

I Tropici: meta di vacanza e luoghi di partenza

 

Voglio iniziare descrivendo un po’ l’ambiente nel quale mi trovavo quando ho deciso, per la prima volta, di studiare le migrazioni e la loro relazione con l’industria sessuale. Ero seduta in un bar di un villaggio nella parte orientale della Repubblica Dominicana. È un luogo tipico dei tropici - cioè, il luogo più amato da mezzo mondo per le loro vacanze -  però tutti i domenicani intorno a me sembravano star parlando della maniera di andar via da lì. A pochi kilometri, le spiagge erano piene di tedeschi, canadesi e spagnoli; nel bar i dominicani raccontavano quello che sapevano circa le possibili maniere di arrivare in Europa. In quel momento, il mio lavoro era ascoltarli. Lavoravo in un’organizzazione non governativa dominicana con lavoratrici sessuali, clienti e padroni di bar, in programmi che più o meno avevano a che fare con la prevenzione dell’AIDS e delle malattie sessualmente trasmissibili. La parte della salute era quella che riceveva il grosso dei fondi, però cercavamo sempre di occuparci di altri aspetti, sulla linea di promuovere l’organizzazione e formazione dei lavoratori. L’enorme discrepanza tra quello che dicevano sulla gente povera gli europei che ci finanziavano e quello che la gente povera proponeva di fare per conto proprio mi sembrava troppo importante per non iniziare a fare ricerca.

 

In quel café, un giovane cameriere ha iniziato a parlare con me e mi ha subito chiesto se potevo aiutarlo ad andare in Europa, in cambio di qualunque tipo di servizio io volessi. Molti europei che sono andati in paesi poveri hanno avuto questa esperienza; alcuni ricorderanno ancora la simpatia che sentivano e il loro desiderio di aiutare. Alcuni avranno aiutato con denaro, idee e contatti; tra di loro, ce ne saranno stati che hanno accettato esperienze sessuali in cambio. Di questo gruppo, alcuni avranno sentito tenerezza per la persona che si supponeva (forse dopo) si chiamasse “gigolo” o “prostituta”.

 

Molti abitanti delle belle spiagge e dei centri storici conoscono i turisti durante le loro vacanze, quando tutti sembrano moderni, eleganti, raffinati e aperti a possibilità affettive e sessuali. I visitanti si innamorano, iniziano delle relazioni e fanno piani per il futuro; molti invitano i/le loro nuovi/e amici/e in Europa (SEABROOK, 1996; CRICK, 1992; WALKER y EHRLICH, 1992). Si verificano casi di turisti che si convertono in facilitatori di viaggi, guadagnandoci anche bene. Tutto sembra condurre a viaggi all’estero.

 

Tuttavia, in Europa questi migranti scoprono che, per quanto le opportunità lavorative siano numerose, essi vengono disprezzati, aggrediti, molestati e annullati, a volte più che nei loro stessi paesi. Si chiedono allora: perché gli europei li aiutano con il viaggio per poi satanizzarli, cacciarli e rimpatriarli? Perché coloro che li vogliono aiutare offrono loro preservativi invece di quello che realmente ha importanza: consigli su come convertirsi in “legale”? Non si diceva che l’Europa era più progressista del “terzo mondo”?

 

Io vivevo vicino alla zona coloniale di Santo Domingo, con i suoi negozi di artigianato e i suoi ristoranti per turisti. Vi andavano sempre molte coppie composte da una persona bianca e una scura e molte volte ho pensato la stessa cosa: che quelli che vedono in questa relazione solo lo sfruttamento da parte di un uomo ricco di una donna povera non colgono tutto il quadro. Spesso osservavo una donna forte che guidava e dirigeva un uomo, che gli spiegava e traduceva la sua cultura, che ordinava la sua cena e si assicurava che non lo derubassero. Era normale vedere turisti con facce angosciate, stanche e insicure e donne native i cui volti splendevano di fiducia, piacere o noia. Non tutte le coppie sembravano uguali, però molte rompevano lo stereotipo di un uomo bianco che domina una donna negra. Si vedevano sempre di più coppie nelle quali la turista era la donna e l’uomo era il nativo così come coppie di due uomini, di due donne e di colori misti. L’ambiente cominciava a stare in tutti i posti e a tutte le ore[1].

 

In vari punti del paese alcune persone si presentano come compratori di viaggi. Vogliono che certi venditori si avvicinino per fare loro delle offerte; tuttavia, questa situazione ora viene denominata “trafico di persona” nella comunità internazionale. Lì ho conosciuto Lucía, che ballava in un bar; lei mi ha raccontato nei dettagli le proposte che aveva ricevuto fino a quel momento. Le aveva rifiutate tutte perché pretendeva condizioni specifiche. Per esempio, le avevano offerto un “pacchetto” completo[2] a buon prezzo però per la Svizzera e non per la Francia, che era la sua destinazione preferita; un altro l’avrebbe portata a Parigi però per un prezzo troppo elevato. Dal punto di vista di Lucia, nessuno la stava trafficando; al contrario, lei stava utilizzando agenti di viaggio, soltanto che non poteva ricorrere alle agenzie “normali”. Si considerava una consumatrice intelligente  e ci sono molte persone come lei.

 

Un’altra opzione è viaggiare per tappe. Dalla costa orientale dell’isola partono per Puerto Rico barche piene di persone che anno deciso di assumere il rischio di un viaggio pericoloso. Il Canal de Mona si naviga con difficoltà ed è infestato di pescecani, mentre le barche sono leggere, vecchie e sovraccariche. Nonostante tutti conoscano qualcuno che è morto in questo viaggio, le lance partono spesso. Se riescono a sfuggire ai controlli nella costa occidentale di Puerto Rico, alcuni viaggiatori[3] restano lì mentre altri continuano alla volta di altre isole del Caribe, di Miami, New York o dell’Europa.

 

Nel mio lavoro in una ONG di Santo Domingo scrivevo progetti; una di queste era rivolta alle persone che volevano andare in Europa. La contraddizione frustrante era che chiedevamo denaro agli olandesi ma a loro interessavano solo progetti che erano in accordo con la loro politica di allora; e detta politica si sostanziava da una parte nell’incoraggiarci a produrre proposte rispondenti alle necessità delle persone che conoscevamo ma dall’altra nello scoraggiare i viaggi verso l’Olanda. Noi sapevamo che non potevamo fermare nessuna partenza verso l’estero, date le condizioni economiche e culturali che regnavano, però avevamo l’opportunità di offrire formazione a coloro che partivano, affinché le loro esperienze non risultassero disastrose. Era un lavoro delicato, quello di redigere una proposta realista, che includesse, per esempio, anche l’informazione che l’ambasciata olandese (come quella svizzera, spagnola e le altre) approvava tutti i giorni richieste di visti per ballerine e artiste. Gli agenti (cercatori, coyotes, usurai) che avevano venduto i loro pacchetti a viaggiatori potenziali spesso consegnavano alle ambasciate i documenti di numerose persone nello stesso tempo, il che vuol dire che i funzionari sapevano perfettamente di cosa si trattasse. Quello che volevano spiegare ai viaggiatori potenziali era la loro responsabilità di verificare bene i contenuti dei pacchetti e di non fidarsi della semplice presenza di un visto ufficiale. Pero si decise che non potevamo inserire nella proposta progettuale un’avvertenza sulla complicità delle ambasciate. La proposta finale fu un progetto di educazione per viaggiatori ed non conteneva la metà delle nostre convinzioni.

 

C’era un’altra agenzia che offriva fondi per la realizzazione di un video sull’esperienza del lavoro nell’industria sessuale ad Amsterdam e insisteva nel dipingere tale esperienza in maniera tremendamente negativa, mettendo in scena retate violente, violazioni e miseria dappertutto, con la speranza di scoraggiare in tal modo i viaggi. Molti concordano nel ritenere che la pellicola [Me duele el alma, KROM, F., 1993] non scoraggia quasi nessuno, anzitutto perché quelli che la vedono sono sufficientemente informati da  rendersi conto che è molto esagerata e, in secondo luogo, perché tutti conoscono qualcuno che ma non ha avuto una esperienza così terribile. E, chiaramente, ciascun viaggiatore crede che lui sarà fra i più fortunati: è una condizione imprescindibile per decidere partire. Però la sceneggiatura più realista che era stata proposta non fu finanziata.

 

 

Migranti transnazionali: migranti multipli

 

Accompagnati dalle immagini dei “video educativi”, o semplicemente dai loro sogni, i migranti arrivano in Europa in numero sempre maggiore. Nel “terzo mondo”, i lavori che le donne possono ottenere sono spesso domestici e sessuali; dal momento che gli stessi lavori sono disponibili anche in Europa ma con guadagni molto più elevati, il progetto di partire ha un senso. Per la maggioranza degli uomini che emigrano in Europa, i lavori disponibili sono spesso la vendita nel mercato nero oppure quello di manovale, per esempio nelle costruzioni. Le entrate che possono ottenere nell’industria del sesso sono più alte che in molti altri lavori: il che significa la possibilità di aiutare i parenti,  permettere ai figli di studiare, costruire case, intraprendere piccole attività economiche o vestirsi alla moda. Pero, oltre ai fattori economici che possono spingere questi migranti, esiste il desiderio di conoscere il mondo, di diventare artista, di rendersi indipendente o di sposarsi, di vivere in una bella casa e mangiare bene: i sogni di persone di ogni parte del mondo, compresa l’Europa. È importante anche segnalare che tra quelli che si trovano in situazioni difficili a causa della povertà, di un matrimonio difficile e di qualunque altro fattore causante, non tutti decidono di emigrare e, tra quelli che lo fanno, non tutti optano per il lavoro sessuale. Nessun tipo di determinismo spiega in maniera completa il fenomeno umano della decisione. Ogni decisione viene influenzata da fattori quali la classe, il genere, l’etnia o livello economico, dalle condizioni sociali del momento (guerra, dittatura, carestie, violenza, disoccupazione, ecc.) e dalla natura dell’individuo, dei suoi desideri, delle sue passioni, della sua noia, della sua curiosità e della capacità di assumere il rischio.

 

Il fenomeno dei migranti che lavorano nell’industria del sesso si può comprendere nel quadro dei processi indotti dalla globalizzazione però ha una caratteristica speciale: è normale che questi viaggiatori non si fermino a vivere in un luogo ma che continuino a spostarsi. Il lavoratore sessuale che oggi incontri a Madrid domani lo puoi trovare a Parigi, il prossimo mese ad Amsterdam e dopo un anno di nuovo in Spagna. E non si tratta solo di strategie per sfuggire ai controlli della polizia o del fatto che sono spostati da un luogo all’altro dagli intermediari. Esiste una cultura tra questi lavoratori per la quale essi vogliono conoscere l’Europa e ciascuno ha i propri luoghi preferiti. Sebbene siano spesso poveri e “illegali” [n.d.t.: virgolette mie], molti migranti si spostano in maniera cosmopolita (MOROKVASIC, 1984; PETTMAN, 2000). E, per quanto gli studiosi delle diaspore e della transnazionalità in prevalenza non abbiano incluso questo gruppo di migranti nei loro lavori, detta omissione non ha giustificazione alcuna[4].

 

Oggi si assume che non si può sapere molto, numericamente, sulle migrazioni di carattere irregolare, il cioè su quelle nelle quali si utilizza documentazione falsa e tecniche “informali” per muoversi e muovere persone. Quando i migranti vengono indirizzati a lavori sessuali è ancora più difficile. Le loro risposte alla domanda: “Da dove viene?” possono essere o non essere vere, giacché a molti di loro avranno cambiato identità e o un altro elemento della sua identità come parte del pacchetto. Non hanno fiducia in nessun ricercatore né in molti operatori sociali. Il concetto europeo di “solidarietà” sfugge loro facilmente.

 

Di fatto, anche la “solidarietà” degli abitanti del “primo mondo” deve essere analizzata, dal momento che causa numerose contraddizioni. Un esempio: una domenica mi trovavo in una chiesa di Amsterdam nella quale vengono date messe in castellano alle quali quasi sempre partecipano membri della comunità di lavoratori sessuali latini con le loro famiglie, generalmente seduti nella prima fila. (Altri componenti della congregazione sono spagnoli esiliati durante la dittatura, commercianti di Otavalo (Ecuador) e turisti). Quel giorno interveniva una suora che aveva appena finito di trascorrere alcuni mesi nel Caribe e dopo averci raccontato la dura povertà che c’è lì, ha tirato fuori dalla borsa materiali educativi rivolti a coloro che lavoravano nella zona rossa e ha fatto un appello a favore del loro diritto ad auto-denominarsi lavoratrici sessuali (invece di “prostitute”) e a sapersi stimare nel proprio lavoro. L’interpretazione della suora no è stata molto opportuna, dato che la domenica è l’unico giorno per molti di coloro che lavorano ad Amsterdam durante il quale possono godere di una delle loro poche opportunità di essere “rispettabili” in pubblico. In quella occasione, i latini hanno reagito come se non avessero niente a che fare con quanto la suora stava dicendo. Le eccellenti intenzioni della religiosa e sua bontà si incontrano spesso tra cittadini europei che sentono l’ingiustizia delle politiche dei loro governi verso i migranti ed il “terzo mondo” in generale. Aderiscono a gruppi e progetti di carattere solidale, però quando i migranti lavorano nell’industria del sesso allora questo fattore diventa una problematica speciale.

 

 

Il mondo dei progetti

 

I programmi di solidarietà e aiuto quasi sempre dirigono i loro sforzi verso i lavoratori [n.d.t.: sessuali] della strada, sostenendo che sono i più bisognosi. È il caso di sottolineare, tuttavia, che questo gruppo è l’unico al quale sembra loro possibile avvicinarsi con una certa facilità e sicurezza. La “metodologia” di parlare soltanto con quelli che lavorano in strada esclude quanti lavorano nei bordelli o nelle case di appuntamento, night club, bar, birrerie, discoteche, cabaret e saloni da cocktail; in linee telefoniche erotiche o nelle web cam; nei sexy shop con cabine private; nelle case di massaggio, di relax, di “benessere fisico” e di sauna; nei servizi di accompagnanti (call girl, gigolò) e nelle agenzie matrimoniali; come attori di pellicole cinematografiche, video e riviste pornografiche; nei ristoranti erotici, complessi turistici o appartamenti privati (AGUSTÍN, 2000).

 

Nel mondo dei migranti “irregolari”, coloro che lavorano in tutte le altre forme sono molto più numerosi  di quelli che sono in strada e corrono spesso un pericolo maggiore rispetto a questi ultimi, proprio perché non sono esercitano alla luce pubblica. Pur non avendo un’informazione comparativa sulla prostituzione “non di strada”, molti progetti di ricerca o lavoro di strada spesso estrapolano quanto hanno appreso in strada e lo applicano a tutti gli altri lavoratori sessuali. Parlano di “prostituzione” senza distinguere tra le persone che lavorano part-time, a tempo pieno oppure solo occasionalmente, tra persone che condividono o danno denaro ai loro fidanzati, fidanzate e/o “chulos” [n.d.t.: protettori] e quelli che non lo dividono con nessuno, tra giovani e adulti e tra persone che hanno diverse sessualità e gusti sessuali. In termini internazionali questa tendenza a confondere tutte le varietà significa fondere le esperienze di persone tanto diverse come le guide del Sri Lanka, le lavoratrici dei bordelli del Sudafrica, i ragazzi di spiaggia giamaicani, le donne delle vetrine di Amsterdam, le ragazze dei bar di Bangkok, gli attori porno di Budapest, le trans del Brasile che esercitano in strada, le donne dei matrimoni temporanei in Kenya, le concubine cinesi dei commercianti giapponesi e le persone dei porti della Nuova Zelanda che vivono una serie di relazioni fisse con i marinai, per menzionare una parte minima dell’enorme varietà che esiste nel mondo.

 

La confusione si nota nella Casa de Campo di Madrid, un piazza enorme dove molti migranti fanno le loro offerte ai clienti che passano in macchina. Quando un ricercatore parla con lavoratori delle associazioni e ONG da una parte e poi dall’altra con i lavoratori sessuali, si può rendere conto che, per quanto non esista nessun problema ovvio tra le due parti, esistono contraddizioni tra la versione che essi hanno su quello che sta succedendo in quel luogo, versione che ovviamente può influire sulla efficacia dei progetti. Secondo gli avvenimenti nazionali del momento, se possono trovare persone di America Latina, Africa orientale ed Est europeo. Per molti lavoratori sessuali, le identità regionali o etniche sono più importanti dei nomi dei loro paesi; a volte molte transessuali provengono persino dallo stesso villaggio. Coloro che svolgono attività solidale e in tema di salute sono spagnoli. Vari progetti dispongono di una “‘unità di strada” che si reca alla Casa de Campo per offrire preservativi, servizi e informazioni per i lavoratori sessuali. Quelli che sanno che i veicoli si trovano lì e vogliono avvicinarsi sono tutti benvenuti e la prima volta possono ricevere un certo numero di preservativi senza mostrare nessun documento. Ciò che bisogna tenere presente quando si esaminano i rapporti di quei progetti, pertanto, è che hanno contatti con un gruppo molto specifico, per la maggior parte conformato non solo da persone della strada ma anche da quanti prendono l’iniziativa di richiedere un servizio e non hanno paura ad avvicinarsi.

 

I progetti sono conosciuti perché ripartiscono preservativi gratuitamente. Per quanto i lavoratori sessuali già li abbiano, non li rifiutano (sebbene in alcuni casi l’ho visto farlo). Però non capiscono come mai, se i “solidari” vogliono realmente aiutare i migranti, non fanno qualcosa di più “utile” relativamente all’unico problema decisivo che tutti condividono, ossia la necessità di regolarizzare la propria situazione. Nella pellicola Cosas que dejé en La Habana (GUTIÉRREZ ARAGÓN, 1997) [n.d.t.: significa: “Cose che ho lasciato all’Avana”], l’industria che fabbrica documenti falsi gioca un ruolo importante. Verso la fine, un’attrice cubana il cui nome non appare nella lista dei partecipanti ad un’opera di teatro nella quale ha recitato a Madrid (perché ha lavorato illegalmente) parla con il suo fidanzato e gli dice: “Voglio i documenti. Documenti veri, mi capisci?”. E il fidanzato le risponde: “Tutti i documenti sono autentici, tutti sono di carta”.[5]

 

C’è stato un fragoroso applauso da parte di alcuni settori del pubblico quando ho visto il film in un cinema  normale di Madrid; quando ’ho vista una seconda volta in un ciclo di pellicole “solidali”, la reazione è stata negativa. Questa “negatività” dipende dall’opinione che l’industria dei documenti falsi sfrutta i migranti, però il punto di vista di molti migranti è che li aiuta e perfino salva loro la vita, anche se nello stesso tempo li sfrutta. Il protagonista del film, il fidanzato dell’attrice, si guadagna la vita vendendo documenti ad altri migranti e allacciando relazioni amorose con donne spagnole. Entrambe le attività sono considerate da parte di molti “solidali” come “parassitarie” però nel film il cubano appare amabile e amato.

 

Coloro che lavorano nei progetti spesso sanno poco di come vivono i lavoratori sessuali quando non stanno lavorando. Non riescono a fare distinzione tra i vari paesi dell’Africa e sembrano credere ai reportage sensazionalisti che si leggono frequentemente sulla stampa spagnola. Il risultato è la credenza che le ragazze sono tutte sono giovani che si trovano sotto il controllo totale di “mafiosi” che le portano in Spagna, le tengono chiuse in appartamento e non permettono loro nessuna libertà. Un’altra impressione che si può ascoltare è che sono molto carine e che stanno godendo di un grosso cambiamento di fascino rispetto alla vita che facevano in “Africa”, come se la maggioranza non venisse da grandi città postmoderne dei propri paesi. Esiste un altro punto di vista, tuttavia, di quelli che stanno lavorando nella Casa de Campo, i quali criticano gli spagnoli per il fatto che non sanno parlare inglese né francese, lingue che gli abitanti dell’Africa Occidentale considerano acquisizioni normali e imprescindibili per ogni “cittadino del mondo”. Nel loro caso, se adesso stanno imparando lo spagnolo è solo come terza, quarta o quinta lingua.

 

Questa differenza di percezione sulle necessità dei migranti è uno dei punti importanti che vorrei mettere in risalto. Il mio proposito non è quello di dare delle colpe agli europei ma di mettere in discussione le iniziative poste in essere intorno al fenomeno della “prostituzione migrante”, ispirate più o meno ad un desiderio di “aiutare”, di “salvare” queste persone del “terzo mondo” senza sapere nulla di loro. Oggi, molti spagnoli e spagnole si sentono l’esigenza di salvare i migranti da certi aspetti della loro stessa cultura, per esempio dalle loro abitudini sanitarie, dal loro “scarso livello culturale”, dalle loro “credenze magiche” (MÉDICOS DEL MUNDO, 2000)[6] o dalle “reti mafiose”. Detto impulso ha la stessa componente moralizzatrice che caratterizzava gli sforzi riformisti del secolo XIX° rispetto alla prostituzione. Gli attori sociali propongono di “proteggere” queste persone, che etichettano come ignoranti ed indifese. Tuttavia, i soggetti di queste teorie non si considerano passivi e sottoposti a costrizione; l’impulso di quelli che vogliono aiutare allora finisce per controllare (WEEKS, 1981; ARMSTRONG, 1987; AGUSTÍN, 2001).

 

In Europa, soprattutto negli ultimi due secoli, la “prostituzione” è stata costruita come una transazione  (sesso in cambio di denaro) che rappresenta una deviazione dalla normalità della famiglia nucleare. Teorie mediche, sociologiche, criminologiche, psicologiche e femministe hanno posto l’attenzione sulle “prostitute” invece che sui clienti e sulle donne invece che sugli uomini. Sono state centrate su individui isolati senza considerare che tutti fanno parte di una qualche famiglia e svolgono un ruolo nella comunità. E hanno trattato queste persone come se l’unico parte importante di loro fossero certi organi - la vagina o il pene - invece dei loro corpi interi. In Spagna adesso si preferisce inquadrare il lavoro sessuale all’interno del ”traffico di donne” (dal momento che conviene pensare a stranieri, criminali, negri, ecc.) o considerarlo come un problema di zonizzazione (ossia il punto diventa se si permette ai lavoratori sessuali di continuare a lavorare in certe zone o no). Nel primo caso i mezzi di comunicazione parlano con commiserazione o con lussuria delle “vittime ingannate”[7]. Nel secondo, pubblicano sempre la stessa foto di una donna che si inclina verso una macchina per negoziare con chi vi sta seduto. Quella foto sempre uguale sposta lo sguardo dal lato più evidente del fenomeno: l’esistenza di un ampio mercato in Spagna, come in tutta Europa, nel quale esiste una rilevante domanda di servizi sessuali.

 

Durante gli ultimi duecento anni in Europa è stata operata la costruzione “prostitute = persone che hanno bisogno di essere riscattate”. Negli ultimi cento anni il riscatto è stato rivolto verso quel fenomeno che prima era denominato “tratta delle bianche” e ora si chiama “traffico delle donne”[8]. Oggi, anche coloro che parlano di “traffico” sono soliti utilizzare astrazioni teoriche come “violenza di genere” o “sfruttamento”, concetti che definiscono di per se stessi le situazioni come molto complesse (ALTINK, 1995; COIN 1992; DOEZEMA, 2000; FUNDACIÓN ESPERANZA, 1998). Gli approcci che emergono in Spagna sono ancora di carattere  fortemente moralizzatore. Partono da supposizioni sul giusto “luogo” del sesso (la casa di una coppia), sulle “buone” forme del sesso (con “amore”, in coppia e senza che vi sia il denaro di mezzo) e sui concetti occidentali relativi alla classe media, che non è facile imporre a persone di altre culture (per esempio, l’identità personale, l’ “io”, l’autostima, la dignità del lavoro). Questi approcci si possono continuare a mantenere solo se nessuno presta attenzione alle opinioni dei soggetti implicati.

 

Esiste un’altra posizione volta a non perpetuare la costruzione della prostituzione come corrispondente ad un solo tipo de relazione (uomo potente/ donna senza potere). Law segnala come questa rappresentazione - certamente importante per dimostrare le disuguaglianze economiche, politiche e sociali delle persone coinvolte - ha a sua volta l’effetto di rendere fisse le identità di “oppressore” e “vittima”, convertendole in un discorso egemonico nel quale i soggetti trovano poco spazio di manovra (Law 1997: 107).

 

 

Il mercato del sesso

 

La clientela di questa industria del sesso, resa invisibile da un impianto teorico e culturale che si concentra solo sulle servitrici, è impossibile da contare; tuttavia, alcune fonti hanno calcolato che circa un milione di uomini comprano sesso tutti i giorni in Spagna. Anche se questa cifra non è esatta, non pretende di includere tutte le modalità che fanno parte dell’industria sessuale ma solamente la “prostituzione”. Bisogna tenere presente, inoltre, che gli uomini che si recano negli luoghi [n.d.t.: ove si esercita la prostituzione] non saranno gli stessi tutti i giorni: ce ne saranno alcuni che vanno una volta la settimana mentre altri vanno con maggiore o minore frequenza; tutti, però, vanno a far parte di un’ampia somma di persone che ogni anno chiedono servizi sessuali. Questi servizi sono, inoltre, diversi, perché la clientela è composta da persone di ogni tipo, età, livello economico, etnia, regione e gusto e perché i servizi sessuali possono avere un carattere omosessuale, eterosessuale, transessuale o misto. Infine, anche i migranti sono clienti.

 

Si presentano, dunque, numerose e svariate opportunità per lavorare in questa industria. I migranti che accedono ad altre opportunità sgradevoli, difficili o mal pagate (pulizie, servizio domestico interno o esterno, cura di anziani, malati o bambini), trovano nell’industria sessuale una situazione che può risultare interessante. Dal momento che spesso non hanno i documenti in regola o i loro permessi di lavoro (come domestica, per esempio) possono essere basati su documenti falsi, lavorare in un mondo pieno di irregolarità può darsi che non appaia loro più rischioso. Però, cosa dice la società ospitante di questa industria? (1) Che gli uomini che utilizzano questo servizio sono pervertiti che non sanno vivere una normale vita di famiglia; (2) che sono maschilisti i quali, di fronte alla crescente libertà delle donne, che non accettano, cercano forme per dominarle; (3) che il fenomeno corrisponde all’incremento del consumismo in generale, dal momento che adesso tutto si converte in merce; (4) che si tratta di porcherie straniere, o che fanno parte del “progetto Europa” o che si tratta della “globalizzazione”; (5) che è la presenza delle prostitute che provoca il desiderio, di modo che la colpa ricade su “quelle donne viziose” o (6) che la responsabilità è da attribuire ai mafiosi “russi” che le portano qui (o senegalesi o colombiani, a seconda del momento) o (7) che dipende da situazioni economiche ingiuste, le quali spingono le persone a lasciare i loro paesi per guadagnarsi da vivere. Sono tutte spiegazioni basate sul presupposto che il lavoro sessuale sia un fatto negativo. Meno ascoltate e più positive sono altre riflessioni: (8) che in una democrazia la gente ha diritto a sperimentare la propria sessualità come libertà di espressione; (9) che se l’atto sessuale è “consensuale” non arreca danno a nessuno; (10) che se i lavoratori sessuali guadagnano bene e si guadagnano la vita, non c’è problema per nessuno.

 

Tra queste spiegazioni, l’unica che costa fatica credere è quella che etichetta i clienti come perversi o pervertiti[9]. Sono così tante le persone che comprano sesso che è impossibile si tratti di casi eccezionali. Al contrario, l’alto livello della domanda è esattamente quello che ci spiega la presenza di tante persone che lavorano in questa industria; i migranti non verrebbero a lavorare qui se non vi fosse lavoro, si non vi fosse chi richiede i loro servizi. Stessa cosa per le persone europee che entrano nel mercato sessuale (NOWAK, 1999).

 

In Spagna i mezzi di comunicazione presentano solo situazioni di “vittimizzazione” [n.d.t.: riduzione a vittima], disgrazia o fallimento. Allo stesso tempo, dopo una retata è apparsa tante volte la notizia che le lavoratrici sessuali dichiarano di voler solo lavorare in pace. Nello stesso tempo, il cliente e il mercato vengono resi invisibili tanto nei mass media quanto nei rapporti della polizia. Sarebbe il caso, invece, di esaminare le tante opportunità di lavoro che queste persone hanno [n.d.t.: ossia, sarebbe il caso di parlare del fatto che i servizi sessuali hanno anche una domanda]. La società spagnola continua, malgrado tante forme di “apertura” e “modernizzazione” sui temi sociali, a difendere una cultura secondo la quale la normalità è costituita dalla famiglia nucleare o dalla coppia (che ora in alcuni luoghi può anche essere omosessuale). Tuttavia, quella famiglia/ coppia, soprattutto di classe media, cerca oggigiorno nel mercato servizi tradizionalmente svolti da propri membri: servizi domestici, di cura e sessuali (AGUSTÍN y COLECTIVO IOÉ, 2001).

 

Sebbene secondo gli stereotipi il cliente è maschio, la domanda di servizi sessuali esiste non solo tra uomini eterosessuali ma anche tra omosessuali, bisessuali, travestiti, transessuali, donne eterosessuali e lesbiche. Se questo sembra esagerato, conviene considerare gli annunci divulgati non solo da individui ma anche di locali, come il “New Boys Disco Top-Less Masculino (¡Dedicado a tí, mujer!)”, che si trova sulle pagine gialle di Madrid. Si tratta solo di spettacolo? Lo stesso dicasi per i “topless per uomini”. Negli ambienti europei, inoltre, si parla di incremento di domanda da parte di clienti-donna[10], ma se ancora non è “ben visto” che la donna compri sesso nel proprio paese, è sempre più convenzionale che lo faccia in località turistiche come il Caribe, l’Indonesia o alcune coste Africana. In tali luoghi, un numero sempre maggiore di donne europee ha relazioni sessuali remunerate in varie forme, relazioni nelle quali possono esserci o non esserci sentimenti di tenerezza o amicizia (DE ALBUQUERQUE, 1998).

 

C’è una connessione importante tra tutte le varianti di turismo sessuale e i migranti che vengono in Europa. Numerose ricerche hanno dimostrato che le relazioni affettivo-commerciali conducono spesso a inviti a visitare, lavorare e/o rimanere in Europa (COIN 1992; OPPERMANN, 1998; KEMPADOO, 1999). Lì, su quelle spiagge di incontro e scambio tra culture, ove i desideri europei di divertirsi trovano una moltitudine di offerte, iniziano molti viaggi. Però i soggetti coinvolti non sono individui senza connessione con un contesto sociale; per questo occorre pensar a tutti coloro che si beneficiano dell’industria sessuale: compagnie aeree, di telecomunicazioni (cellulari, cercapersone e centralinisti) e di sicurezza (guardiani, sistemi di allarme), produttori di bibite e tabacco, agenzie di viaggio, servizi di affitto auto e taxi, avvocati, medici, camerieri, sarte, parrucchiere, proprietari [n.d.t.: di locali], amministratori, prosseneti e altri. Sono tutte persone che, insieme alle loro famiglie, vivono dell’industria. Vi è coinvolto tanto denaro che l’Organizzazione Internazionale del Lavoro ha raccomandato la sua inclusione nella contabilità ufficiale dei governi nazionali e regionali (LIM, 1998). Tuttavia, in Spagna l’industria non è ancora riconosciuta nella sua diversità e impatto finanziario e quanti vi lavorano, tra cui più della metà ormai stranieri, vengono trattati solo come vittime di vari tipi di inganno o bambine indifese.

 

Le maniere classiche di affrontare “la prostituzione” non sono in grado di descrivere la realtà attuale dell’industria del sesso e dei suoi lavoratori. Inoltre, non includono i contesti sociali nei quali l’industria si colloca: famiglie che non corrispondono alla definizione classica, dove c'è un patriarca che lavora mentre la moglie sta a casa; famiglie disposte a pagare nuovi servizi; viaggi turistici alla portata di persone sempre meno ricche; affari globalizzati e consumismo crescente. Gli approcci teorici classici non esaminano bene nemmeno l’agire degli attori sociali (funzionari, poliziotti, personale medico, ricercatori ed impiegati delle NGOs), gli elementi imperialisti presenti in vari discorsi femministi e il ruolo negativo che gioca la stampa. Invece di rompere il silenzio, si ascolta spesso nelle discussioni sulle migrazioni l’argomentazione che parlare di “prostituzione” come occupazione dei migranti li “stigmatizza”; di fatto, in molti studi di donne migranti in Spagna il tema è stato omesso[11]. Però una tale idea fornisce la scusa per farle sparire da discorsi teorici nei quali le loro esperienze dovrebbero essere centrali; si toglie loro tutta la capacità di scelta e decisione. In questo modo, diviene possibile perpetuare la loro collocazione nella posizione ove sono state relegate durante molto tempo: ai margini.

 

 

 

Bibliografia

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[1] Mi referisco all’ambiguità del mondo del ‘turismo sessuale’. Quanti studiamo il tema crediamo che l’etichetta è inutile. Vedi l’epigrafe di Malcolm Crick.

[2] I pacchetti possono compredere vari - o tutti - tra i seguenti elementi: passaporto con l’ identità vera o falsa del viaggatore; contratto per lavorare in un locale specifico all’estero; permesso di lavoro nel paese di destinazione; visto per quel paese basato sugli anzidetti elementi; biglietto di aereo; una determinata quantità di denaro, da mostrare a ufficiali dell’immigrazione nel paese di entrata; abiti appropiati o consigli per vestirsi correttamente; consulenza su como rispondere alle domande degli agenti, soprattutto nel caso che il viaggiatore si presenti come turista (essere a conoscenza, per esempio, su quali sono i monumenti principali, dove si trova la sota o la capital, ecc.)

[3] N.d.t. [non presente nella versione originale]: letteralmente in “castillano” viajero significa colui che viaggia o parte. C’è insita dentro l’idea della aprtenza e del viaggio. In questo punto e in altri, ho scelto di tradurre in forma quasi letterale il termine, per quanto possa appararire poco adeguato in italiano, perchè mi sembra giusto rispettare il fatto che l’autrice non abbia voluto usare il termine “migrante”. Sicuramente, abusiamo troppo di questo termine e non riconosciamo mai tutta la complessità e l’apiezza che la partenza-viaggio significa per il cosidetto migrante.  

[4] Tra gli autori più famosi che studiano le diaspore e le transnazionalità, soltanto Arjun Appadurai ha scritto qualcosa di relazionato al lavoro sessuale, riferedosi a un film (APPADURAI, 1996: 38-9 y 61-3). Non figurano [N.d.t.: i lavoratori dell’industria del sesso], invece, nelle opere di Homi Bhabha, Néstor García Canclini, James Clifford, Walter Mignolo, Edward Said, Avtar Brah y Fernando Coronil, per fare qualche esempio.

[5] N.d.t. [non presente nella versione originale]: in spagnolo c’è un gioco di parole che in italiano si perde: in spagnolo, infatti, “documenti” o “fogli” si dice “papeles”, quindi il fidanzato dice: “Todos los papeles son auténticos, son todos de papel”.

[6] In molti progetti sembra mancare anche un’informazione basilare sulle altre culture. Attribuire loro un “basso livello culturale” significa continuare nella stessa linea di 500 anni fa, quando i conquistatori hanno visto per la prima volta gli indigeni del Nuovo Mondo. Disapprovare costumi sanitari comuni e diffusi in altri paesi (per esempio quella di assumere medicinali in forma di iniezione invece di prendere pastiglie) rappresenta un pregiudizio. No conoscere il carattere delle religioni non occidentali conduce l’occidentale a definirle “magia” o “superstizione”, soprattutto quando si tratta di rituali diversi dai propri. Il sacrificio di animali viene visto come “barbaro”; una promesa giurata a un sacerdote o ad un curandero la vedono come crudele servitù (anche se non necessariamente differisce tanto dal rituale delle religione cattolica). Lo scontro culturale tra religioni è già ben noto in alcuni paesi occidentali con presenza di migranti musulmani, africani, asiatici o latini.

[7] Per esempio: Sordo, Julen. 1997. “Por fin vemos la luz del día: 8 ex-prostitutas que han salido del infierno”, Marie-Claire [112] mayo; Pascual, Ana María. 1997. “Una colombiana que evitó la trampa de los proxenetas”, Diario 16 [Sociedad 28], 16 agosto; Barroso, F. Javier. 1998. “Una deuda de horror”, El País. [Madrid 4] 21 agosto; Olabe, Fernando y Piqueres, Begoña. 1997. “Sólo veinte minutos por cliente: la sórdida historia de chicas vendidas . . . etc”, El Mundo, año ix núm 101, [Crónica 12], 21 septiembre.

[8] La prima fase tiene su origen en un escándalo en el norte de Europa durante una larga migración de mujeres europeas hacia Argentina, un país receptor al que faltaban mujeres a fines del siglo XIX. Ya que no se quería creer que esas ‘blancas’ pudieran elegir vender servicios sexuales, se creó un concepto conveniente. (GUY, 1992; DOEZEMA, 2000).

[9] Tuttavia, quando si affronta il tema, di solito viene trattato come un “problema di uomini” e di casi individuali. Per esempio, Casanova, Pilar. 1997. "¿Por qué se van a las prostitutas?" Dunia [448] 1 junio 1997, 38-41.

[10] Affermazioni personali ascoltate durante ricerche ad Amsterdam, Utrecht, Madrid, Pamplona, Londra, Parigi e Roma.

[11] En el último año se ha incluido el tema en un estudio amplio, ver Capítulo X: ‘Mujeres inmigrantes ocupadas en servicios sexuales’ (Laura Agustín con Colectivo Ioé) de Mujer, inmigración y trabajo, Madrid: IMSERSO, 2001.

Formato per la citazione:
Laura Mª Agustín, "La famiglia spagnola, l’industria del sesso e le migranti", terrelibere.org, 15 dicembre 2003, http://www.terrelibere.it/doc/la-famiglia-spagnola-lindustria-del-sesso-e-le-migranti