La
Chiesa cattolica e le guerre dei Grandi Laghi
Alberto
Sciortino
Ancora oggi alcuni sostengono che i conflitti
nell’area compresa tra Ruanda, Burundi e Congo siano determinati dalla
composizione etnica: uno scontro secolare tra Hutu e Tutsi. Tra i sostenitori
di questa tesi c'è buona parte della Chiesa cattolica, locale e missionaria.
Questa stessa tesi portò la Chiesa ad assumere una
posizione ambigua sul genocidio ruandese del 1994; oggi alcuni religiosi
invocano l'intervento dell'esercito al posto delle trattative di pace. E
paradossalmente una parte del movimento pacifista, anche italiano, sembra
essere d'accordo.
“Il vero problema è che questi Tutsi
non sono di qui. Sono nilotici, vengono dall’Egitto e hanno sempre oppresso la
popolazione locale, gli Hutu. Vogliono tutto il potere per loro e noi abbiamo
il dovere di difendere la popolazione”.
Queste parole le ho sentite nel giugno 2007 a Bujumbura pronunciate da un missionario italiano che vi risiede
da quarant’anni. Sono state per me l’ennesimo esempio delle idee propagandate
da buona parte della Chiesa Cattolica sui conflitti che hanno funestato per
decenni la regione africana dei Grandi Laghi (Ruanda, Burundi, regioni
orientali del Congo - Kinshasa): la stessa tesi la sento esprimere ormai da
anni, ogni volta che mi trovo a viaggiare per quella regione, sempre da
esponenti della Chiesa o comunque culturalmente o politicamente vicini agli
ambienti della Chiesa Cattolica.
Nel 2004 e nel 2006, durante i miei viaggi precedenti nella
zona, a Bukavu (Congo orientale al confine con il Ruanda) gli allarmi per un’imminente
nuova invasione ruandese (e quindi “tutsi”) erano all’ordine del giorno
delle conversazioni con chiunque fosse vicino alla chiesa locale, quella stessa
Chiesa i cui esponenti nel 2000, in
occasione della mia prima visita, affermavano con sicurezza di saper
distinguere un hutu da un tutsi già al primo sguardo (salvo poi non sapere
rispondermi quando chiedevo loro quali fossero questi tratti esteriori –
somatici?- di distinzione).
La Chiesa cattolica ha avuto indubbiamente un ruolo di primo piano
nelle vicende della regione africana dei Grandi Laghi sin dai tempi della
colonizzazione tedesca e belga. Quel ruolo è stato per lungo tempo di appoggio
alle strategie coloniali di sfruttamento e sottomissione delle popolazioni
locali e su questo la
Chiesa non ha mai
fatto – che io sappia – una chiara autocritica.
Oggi la situazione non è più quella coloniale e anche la Chiesa è cambiata. Numerose figure di religiosi cattolici della
regione dei grandi laghi africani si sono battuti in questi anni in difesa
delle popolazioni, contro le violenze e l’oppressione. Figure come quelle di
mons. Christophe Munzihirwa, vescovo di Bukavu, che ha pagato con la vita il
proprio impegno, o di mons. Emmanuel Kataliko, che arringava la piazza contro
l’occupazione ruandese del 1997 rischiando la vita,
o i tanti esponenti della società civile cattolica che sono stati uccisi,
incarcerati, esiliati, vanno ricordati come esempio.
Eppure c’è il serio rischio che, finché quell’autocritica
non verrà, finché tutta la
Chiesa locale e quella
missionaria presente in zona non avranno radicalmente rivisto la propria
impostazione culturale, il ruolo svolto dalla Chiesa (e dagli ambienti politici
ad essa legati) in questa regione, anche al di là delle intenzioni, non sarà
quello di chi lavora per la pace, che è un processo tuttora instabile, ma
finisca per contribuire alle ragioni del conflitto.
Si tratta di un’affermazione pesante, me ne rendo conto, e
vorrei bastasse il fatto che io stesso nel 2001-2 ho pubblicato articoli in
favore della resistenza dell’est del Congo contro l’invasione ruandese,
resistenza guidata principalmente dalla Chiesa cattolica, per sgombrare il
campo dal sospetto che quanto scrivo adesso sia dettato da pregiudizi
anticattolici (o “filoruandesi”).
Inoltre, le posizioni della Chiesa che considero sbagliate,
sembrano coinvolgere anche parte del mondo pacifista e associativo italiano,
che proprio nella Chiesa ha spesso gli unici punti di riferimento e
informazione relativi alle crisi dei Grandi Laghi africani. Anche questa parte
del mondo pacifista forse dovrebbe avviare una riflessione.
Hutu e Tutsi
Il primo punto da discutere è quello dell’interpretazione
etnicista dei conflitti che hanno scosso la regione. Questa interpretazione è
stata ormai talmente tante volte autorevolmente confutata che sembrerebbe
inutile tornare a discuterla: eppure essa ricorre ancora nelle argomentazioni
degli esponenti religiosi locali. Nessuno storico sostiene più che i cosiddetti
hutu e i cosiddetti tutsi hanno elementi di diversità che li possano
classificare come differenti “etnie” (ammesso che il termine stesso di etnia
abbia una qualche valenza analitica effettiva, cosa che non è qui il luogo per
discutere) e la tesi
della provenienza “nilotica” o “abissina” dei tutsi non ha alcun fondamento
scientifico ed è stata ormai smascherata per quello che è (cioè un’invenzione
dell’antropologia europea ottocentesca). “Hutu” e “tutsi” parlano la stessa
lingua, praticano la stessa religione, hanno gli stessi usi e costumi, vivono
perfettamente mischiati negli stessi villaggi e negli stessi quartieri urbani e
non hanno alcuna netta distinzione somatica come vorrebbe la versione più
arcaicamente razziale dell’etnicismo; hanno praticato inoltre storicamente indifferentemente
agricoltura e allevamento, a sconfessione di quell’altra interpretazione
“sociale” dell’etnia che vedeva negli hutu un popolo di agricoltori oppressi
dai pastori tutsi, e oggi ormai si intrecciano a caso nelle mille professioni e
nei mille mestieri della società moderna, a tutti i livelli sociali: dai giovani
disoccupati dei quartieri poveri di Kigali alla buona borghesia legata
all’amministrazione e ai commerci internazionali che abita le lussuosissime
ville sulle colline ai margini di Bujumbura, alle donne dei villaggi del Sud e
Nord-Kivu.
Perché allora c’è chi continua a parlare di conflitto tra
due etnie, di oppressione degli hutu da parte dei tutsi? E soprattutto quali
conseguenze ha continuare a diffondere affermazioni ormai smentite dalla
ricerca scientifica, dalla storia e dal buon senso?
La teoria dell’origine “camitica” (egiziana o abissina) dei
tutsi, etnia malvagia di oppressori degli hutu (questi ultimi dipinti come gli
abitanti “originari” dei Grandi Laghi) gioca su questo scenario lo stesso ruolo
che ha per la questione ebraica il “protocollo dei savi di Sion”. Di quest’ultimo
testo – com’è noto - è stata dimostrata varie volte la falsità storica (fu
costruito ad arte nella Russia zarista), eppure il presunto complotto ebraico
che vi sarebbe contenuto viene periodicamente riesumato per giustificare
l’antiebraismo: così è stato per i nazisti, così nella Russia staliniana, così
per l’odierno estremismo islamico (edizioni moderne del “Protocollo” sono in
vendita nelle librerie di numerose città arabe, dove viene presentato come
testo autentico). Allo stesso modo la falsa storia dell’invasione dei Grandi
Laghi da parte di una popolazione estranea (i tutsi camitici) che opprime gli
“abitanti originari” (gli hutu) continua a circolare a più livelli, nonostante
sia palesemente falsa, e serve a “dimostrare” la necessità dello scontro tra queste
presunte etnie. Attore principale della sopravvivenza di questo mito è proprio la Chiesa Cattolica, molti dei cui esponenti che vivono e agiscono nell’area continuano a
parlarne cose se fosse una verità dimostrata.
Ma se si trattasse solo di spiegare a qualche prete
missionario che le sue concezioni – recepite in lontani anni di studio nei
seminari – sono ormai superate, sarebbe tutto sommato cosa secondaria. Il
problema è però che continuare a propagandare queste arcaiche e definitivamente
erronee “verità” risponde – ne siano o meno coscienti quei sacerdoti che se ne
fanno strumento – a ben precise posizioni all’interno del panorama politico dei
paesi dell’Africa equatoriale, delle forze politiche di una nutrita diaspora in
Europa e Nordamerica, dei “padrini” politici di questo o quel governo, di
questo o quel partito ruandese, burundese o congolese. Corrisponde cioè allo
spirito di quelle forze politiche e sociali che non vogliono sentire le ragioni
della riconciliazione e della pace, e che continuano invece ad agitare la
minaccia “tutsi” o “ruandese” come strumento di consenso politico.
Con la fine della seconda guerra mondiale, il potere
coloniale iniziò anche qui a sgretolarsi, sotto la spinta di chi a livello
mondiale premeva per una “liberalizzazione” dei mercati e quindi per lo
smantellamento degli ambiti privilegiati di sfruttamento quali erano appunto
gli imperi coloniali, e di chi a livello locale vedeva finalmente presentarsi
l’occasione per una propria emancipazione dalla tutela coloniale. Anche qui –
come in altre parti dell’Africa – il potere coloniale vide nascere la più
radicale opposizione interna proprio tra quelli che erano stati i ceti locali
da esso privilegiati: in Ruanda e Burundi fu l’ex aristocrazia (adesso più
propriamente definibile come piccola borghesia amministrativa, militare e
commerciale) definita “tutsi” a guidare i sentimenti indipendentisti. E anche
qui, come altrove, il potere coloniale fece l’ultimo tentativo di conservare un
controllo almeno indiretto sui nuovi stati indipendenti e sulle loro risorse,
iniziando ad appoggiare la costituzione di forze politiche locali più moderate
e più disposte e collaborare con l’ex potenza coloniale. Nel caso specifico del
Ruanda e del Burundi questo significò sostenere la creazione di forze politiche
espressione degli “hutu”, cioè di quella maggioranza povera e lontana dal
potere, fino ad allora tenuta fuori dalla dialettica politica. Il compito di
creare una intellighenzia politica hutu fu assunto in prima persona dalla
Chiesa Cattolica, che in tal modo otteneva due importanti risultati.
Il primo fu di apparire finalmente come paladina della
maggioranza oppressa (missione che fino a quel momento aveva sacrificato
all’appoggio alla gerarchia tradizionale). Questa svolta fu del resto preparata
dall’avvento di una nuova generazione di missionari, più attenti alle questioni
sociali, che quindi si schierarono facilmente a fianco della maggioranza
povera, iniziando a denunciare i soprusi degli amministratori “tutsi”. L’abbandono
da parte della Chiesa della posizione pro-tutsi e l’abbraccio della posizione
pro-hutu avvenne però ancora all’insegna dell’ideologia razziale: “ci sono
realmente in Ruanda – scriveva nel suo messaggio per la quaresima del 1959 (alla
vigilia del primo massacro dei “tutsi”) Monsignor Perraudin, massimo
rappresentante cattolico in Ruanda – diverse razze nettamente caratterizzate
... Le ricchezze da una parte e il potere politico e giudiziario dall’altra
sono in realtà in proporzione considerevole nelle mani di genti di una stessa
razza”, quella tutsi. In
questo clima risulta comprensibile come nella memoria di Padre Walter Aelvoet,
che visse gli avvenimenti del 1959, quel primo massacro di tutsi sia ricordato
come un necessario passaggio per la fondazione della nuova storia hutu: “Tutto
ciò che precedeva era la cultura tutsi. La rivolta degli hutu l’ho vissuta in
modo molto doloroso, perché c’erano dei cadaveri. Ma in fondo ero felice”.
Il secondo risultato che la Chiesa otteneva con questa svolta “pro-hutu” era di agire ancora
una volta per la continuità sostanziale dei rapporti di potere, venendo in
aiuto delle nuove scelte politiche del potere coloniale. In una situazione di
forte risentimento della maggioranza della popolazione verso le imposizioni e
repressioni subite nei decenni coloniali, questo risentimento venne incanalato
non verso lo stesso potere coloniale, ma verso chi ne era stato in qualche modo
l’interfaccia locale: il ceto privilegiato “tutsi”, adesso fautore di una più
radicale versione dell’indipendentismo. A livello politico, a fianco della
Chiesa era del resto l’intero movimento politico democratico cristiano
internazionale, il cui segretariato aveva sede proprio a Bruxelles, che
appoggiò il nascenti partiti autodefinitisi “hutu” come espressione della lotta
contro l’aristocrazia “tutsi” (un appoggio che è durato nel tempo: nel 1995, poco
dopo il genocidio, il partito unico “hutu” ruandese, che il quel genocidio ebbe
ampie responsabilità, era ancora invitato ai congressi dell’internazionale
democristiana).
Dal dopoguerra, la stampa locale cattolica (e in particolare
il periodico Kinyamateka), fino a quel momento interessata solo a temi
religiosi o tecnico-agronomico, iniziò a trattare di questioni sociali. Nel
marzo 1957 un gruppo di intellettuali vicini alla Chiesa Cattolica (a quanto
pare con un diretto intervento della congregazione dei “Padri Bianchi”) pubblicava
la Note sur l’aspect social du problème
racial indigène au Ruanda, meglio nota come “Manifesto hutu”, nella quale la questione sociale
del lungo sfruttamento subito dalla maggioranza della popolazione da parte del
potere coloniale, con il tramite di una minoranza relativamente privilegiata,
veniva presentata come questione “razziale” tra hutu e tutsi. “Nel corso dei
decenni successivi all’indipendenza, questo Manifesto assumerà un ruolo di
riferimento per gli hutu al potere e ulteriori elaborazioni e rivisitazioni lo
trasformeranno in punto di partenza per le politiche di repressione della
minoranza tutsi”. Da
quegli stessi circoli istruiti nei seminari religiosi si formò il Partito per la Promozione del Popolo Hutu (Parmehutu), il cui leader Grégoire
Kayibanda era il segretario del vescovo della diocesi di Kabgayi ed era stato
direttore di Kinyamateka e segretario dell’associazione di amicizia
belga-congolese. Nello stesso periodo, le autorità belghe sostituivano gli
amministratori locali “tutsi” con esponenti di queste nuove tendenze politiche
di rivendicazione “hutu”.
Con queste premesse, la rivolta contadina del 1959 assunse
facilmente una coloritura etnica e fu l’atto di nascita dei massacri perpetrati
verso chi veniva identificato come facente parte della minoranza tutsi (avesse
o meno fatto parte personalmente dei circoli di potere, ormai non aveva più
alcuna importanza) dietro lo stimolo di forze politiche che dichiaravano di
rappresentare il riscatto della maggioranza oppressa. In questo scontro sia la Chiesa Cattolica che il potere belga si schierarono apertamente a fianco degli “hutu”:
“noi – scriveva in quell’anno il colonnello Guy Logiest, residente generale
belga - dobbiamo favorire gli elementi di ordine e indebolire gli elementi di
disordine, in altri termini favorire l’elemento hutu e sfavorire l’elemento
tutsi perché l’uno sarà obbediente e l’altro no”.
Iniziavano così la serie dei massacri e le fughe di profughi
verso i paesi vicini, che nel corso dei decenni della vita indipendente del
Ruanda avrebbero ammassato decine di migliaia di persone oltre frontiera, in
Uganda, Congo e Tanzania (ma anche nel vicino Burundi che subiva già analoghe
tensioni). I massacri si sarebbero ripetuti nel tempo, con i principali episodi
nel 1963-4 e nel 1973, culminati poi nel genocidio del 1994.
Iniziava al tempo stesso, con la campagna per le elezioni amministrative
del 1959, l’ascesa del ceto politico che gestirà il potere ruandese per tre
decenni. Una campagna elettorale in cui i partiti “hutu” sostennero la
necessità di ricacciare il “colonizzatore di razza etiope” costringendolo a
tornare “in Abissinia”. Questo ceto politico assumerà ben presto – e
soprattutto dopo la deposizione del primo presidente Kayibanda per mano
dell’estremista “hutu” Juvenal Habyarimana nel 1973 - la connotazione di
famelico clan aggrappato al potere e allo sfruttamento delle risorse del paese,
mascherando le proprie pratiche di arricchimento dietro l’ideologia del
riscatto “hutu”, mentre la maggioranza della popolazione – proprio quegli “hutu”
che avrebbero dovuto essere riscattati – sprofondava ulteriormente nella
miseria.
Ad una simile polarizzazione – e per le stesse ragioni – si
assistette in Burundi, dove le forze politiche non etniciste furono eliminate
anche fisicamente dagli estremismi etnici creati in epoca coloniale. Qui però
furono i cosiddetti “tutsi” ad avere la meglio, grazie al fatto che l’esercito
locale creato dai belgi era interamente nelle loro mani e interveniva con
violenza sugli scenari politici. Conquistate in tal modo le leve del potere
burundese, negli anni ’60 e ’70, “i Tutsi reagirono a tre successivi tentativi
di impadronirsi del potere da parte degli Hutu (...), con il selvaggio massacro
delle élite hutu. In questo modo fu assicurata, almeno provvisoriamente,
la supremazia tutsi, ma anche il permanere di una sanguinosa ostilità tra i due
gruppi”.
Intanto, la “cultura” propagandata nelle scuole missionarie,
spesso le uniche esistenti, non era cambiata: “quando giunsi per la prima volta
in Burundi nel 1964 – ricorda lo storico Jean-Pierre Chrétien – mentre il paese
non disponeva di alcun insegnante di storia, neppure di scuola media, un
piccolo manuale missionario insegnava che ‘i primi Bantu sono venuti dall’Asia
dell’epoca del diluvio’ e che ‘i tutsi sono dei camiti semitizzati, la cui
culla è l’Asia occidentale, dalla quale sono passati in Africa attraverso lo
stretto del Bab e-Mandeb”.
Questa vulgata diffusa dal potere coloniale e perpetuata
dalla Chiesa era talmente radicata in quegli anni da farne il senso comune
sulla storia e il presente della regione. Ecco alcune perle tratte da un’enciclopedia
geografica italiana del 1964
a proposito del Ruanda
e del Burundi: la pacifica convivenza tra Bahutu e Batwa “ebbe bruscamente
termine nel XV secolo allorché apparvero ai confini del Ruanda nuove genti: i
Batutsi. Si trattava di tribù di pastori, provenienti dalla regione etiopica”;
“tutte le terre alte del paese sono dominio dell’allevamento, introdotto dalle
popolazioni camite dei Batutsi”; per i Batutsi il bestiame aveva un “valore
economico e sacro [che] in nessuna altra parte dell’Africa si riscontra così
accentuato, nemmeno presso i camiti al loro paese d’origine”; “i Bahutu,
rimasti per secoli sottomessi ai pastori Batutsi, costituiscono la parte
preponderante della popolazione del Ruanda. Col referendum che ha portato il
paese all’indipendenza nel 1962 essi hanno preso in mano il governo dello
Stato, approfittando di ciò per sfogare contro gli antichi padroni il loro
secolare risentimento”; “i Batutsi erano e sono rimasti essenzialmente dei
pastori, spregiatori di ogni lavoro manuale e adoratori della mucca, più o meno
come gli antichi Egizi veneravano il bue Api”.
Sembra proprio che l’autore di questi brani nella zona non ci avesse mai messo
piede (un culto del bue semplicemente non è mai esistito nella zona), ma si
limitasse a ricucire il comune sentire della cultura europea dell’epoca, presto
smentito dagli studi storici e antropologici.
Il nuovo scenario degli anni ‘90
Schierata con l’élite “tutsi” in epoca coloniale, levatrice
delle forze politiche “hutu” dagli ultimi anni del dominio belga ai primi
decenni dell’indipendenza, affermatrice “scientifica” dell’esistenza di “etnie”
contrapposte, quando non di vere e proprie “razze”, come si comportò la Chiesa durante il genocidio?
“La
Chiesa in Ruanda ha
pagato un prezzo altissimo. Nei massacri perpetrati dai miliziani hutu, la Chiesa ha visto morire circa un terzo del suo clero; un altro
terzo è rimasto in funzione e gli altri sono fuggiti all’estero. La gerarchia
ecclesiastica è stata decapitata. Sono noti i casi di singole comunità o di
singoli sacerdoti che hanno offerto rifugio ai fuggitivi di etnia opposta
mettendo a rischio le loro vite. Ma non sempre il comportamento degli uomini di
chiesa è stato così esemplare. Sono numerosi i casi di sacerdoti o religiosi
accusati di essere autori di eccidio o quanto meno responsabili di incitamento
al massacro”.
Non ci interessa qui dilungarci sul comportamento di singole
persone. Durante una tragedia grande come il ’94 ruandese vi sono stati
certamente numerosi atti di eroismo insieme ad altrettanto numerosi atti di
cinismo e di vigliaccheria contro la popolazione indifesa. Alcuni casi
emblematici di religiosi implicati direttamente nel genocidio sono stati
oggetto di procedure giudiziarie e di inchieste giornalistiche. Alcune
pubblicazioni, molte delle quali di origine cattolica, hanno già fatto il punto
su queste implicazioni e sui processi che ne sono seguiti, alcuni dei quali
conclusisi con condanne esemplari verso religiosi e religiose.
Quello che qui ci interessa è piuttosto il comportamento
della Chiesa come corpo collettivo e le posizioni politiche assunte dai suoi
esponenti rappresentativi, da cui derivano poi le spinte per il comportamento
concreto dei suoi membri e dei suoi fedeli. Più che gli atti di partecipazione
attiva al massacro ci interessano le dichiarazioni e le posizioni ufficiali.
Una posizione ufficiale fu quella del sinodo dei vescovi
africani, riunito a Roma proprio nell’aprile 1994, che quattro giorni dopo
l’inizio dei massacri emise un comunicato di sostegno al governo ruandese.
Secondo Human Rights Watch, che ha pubblicato uno studio sul genocidio
considerato un’opera di riferimento sul tema, la Chiesa fu molto lenta nel decidere di denunciare i massacri e
questo spinse molti religiosi, sia cattolici che protestanti a darvi tacito
assenso partecipando ai “comitati per la sicurezza” governativi. Peggio ancora pare
abbia fatto la Chiesa Anglicana: “ben lontani dal condannare il
tentativo di sterminare i tutsi, l’arcivescovo Augustin Nshamihigo e il vescovo
Jonathan Ruhumuliza della Chiesa Anglicana si presentarono come portavoce del
governo genocidiario ad una conferenza stampa a Nairobi. Come molti altri che
cercavano di rigettare i massacri, essi rimisero la colpa del genocidio al FPR
che aveva attaccato il Ruanda. Alcuni giornalisti stranieri erano talmente
disgustati da queste affermazioni che lasciarono la conferenza”.
Ma ben al di là dei comunicati ufficiali altre dichiarazioni
di prelati cattolici devono fare riflettere. Come quella di Mgr. Phocas
Nikwigize, vescovo di Ruhengeri dal 1968 al 1996: “un hutu – dichiarava il religioso
a un giornale fiammingo diciotto mesi dopo il genocidio – è semplice e diretto
ma un tutsi è furbo e ipocrita; egli si mostra gentile, educato e affascinante,
ma quando viene il momento ti attacca. Un tutsi è profondamente malvagio, non
per educazione, ma per la sua stessa natura”. O
quella dei Padri Bianchi, la più antica ed influente congregazione missionaria presente
in Ruanda, che in pieno 1994 riescono sul loro bollettino a coniugare
l’ideologia razzista antitutsi con una classica sessuofobia, denunciando come
“belle ragazze tutsi ruandesi abbiano infiltrato le organizzazioni umanitarie –
quelle che denunciavano la politica criminale dell’hutu power – e conquistato
terreno con il loro fascino ineguagliato”, confondendo così le idee a queste
ONG su chi fossero i veri colpevoli e le vere vittime.
Un Padre Bianco, Padre Desouter, presidente del Comitato delle Istituzioni
Missionarie, spiegava lo stesso anno a un giornale di Ginevra che il genocidio
era “un atto suicida che il Fronte Patriottico Ruandese ha commesso verso i
suoi proprio congeneri”; con la propria offensiva, il FPR ha “incitato al
massacro tanti hutu disperati”. Msg. Vincent Nsengiyuma, vescovo di Kigali dal
1976 al 1994, fu a lungo membro del Comitato Centrale del Mouvement
Révolutionnaire National pour le Développement, il partito unico al potere dal
colpo di stato della fazione estremista “hutu” del 1973, da cui si dimise solo
nel 1990 su espressa richiesta di Giovanni Paolo II.
È del maggio 1999 un articolo dell’Osservatore Romano nel
quale, per difendere Monsignor Misago, vescovo di Gikongoro arrestato per sospetta
complicità nel massacro di 150.000 tutsi della sua diocesi, si sosteneva che era
in corso una campagna diffamatoria verso la Chiesa e il suo ruolo conciliatorio e – cosa più importante – il
Vaticano prendeva ufficialmente posizione sul genocidio, affermando che bisogna
parlare di doppio genocidio: quello dei tutsi da parte degli hutu (sarebbero
circa 500.000) e quello degli hutu da parte del Fronte Patriottico Ruandese nelle
zone via via occupate e nei campi profughi allestiti in Zaire. Questo secondo
genocidio avrebbe fatto oltre un milione di morti. Per inciso Monsignor Misago,
arrestato nel 1999 e poi assolto per gli episodi di partecipazione diretta al
genocidio che gli venivano contestati, era quello stesso che pochi giorni dopo
il genocidio del ‘94 invitata la sua stessa Chiesa Cattolica d’appartenenza a
farla finita con i preti tutsi, “di cui la popolazione non vuole più sentire
parlare”.
Ma anche al di là delle dichiarazioni dei singoli, ciò che
risalta nelle prese di posizione della Chiesa sulla tragedia del Ruanda è il
fatto che mai vi sia stata un’autocritica sul ruolo storico della Chiesa stessa
nell’appoggiare il potere coloniale prima e il corrotto e criminale potere
ruandese dopo. Anzi, la tendenza a minimizzare l’importanza del genocidio dei
“tutsi”, che sarebbe stato più che controbilanciato da un genocidio opposto
perpetrato dai “tutsi” stessi (cioè dal FPR) lascia trasparire una totale
continuità di posizioni con il passato.
La teoria del “doppio genocidio” è diventata nel tempo
l’ultimo rifugio di coloro i quali tentano di minimizzare l’importanza del
massacro dei “tutsi” avvenuto nel 1994 in Ruanda. Dapprima, sin dai giorni stessi dei massacri, la
comunità internazionale ha dibattuto se nel caso ruandese si dovesse utilizzare
il termine “genocidio” o meno. Successivamente, una volta note le proporzioni
del massacro (si parla di circa 800.000 vittime in poche settimane), ha
cominciato ad apparire chiaramente come esso fosse stato pianificato e
organizzato dall’élite al potere in Ruanda, con complicità internazionali (in
particolare la Francia) e il colpevole silenzio della
comunità internazionale, comprese le Nazioni Unite e comprese le gerarchie
ecclesiastiche locali (anche – come detto – al di là della effettiva complicità
di alcuni ecclesiastici nelle violenze e del tentativo di pochi altri di
difendere le potenziali vittime).
La tesi allora iniziata a circolare tra gli esponenti
politici del regime genocidiario fuggiti all’estero e fatta propria anche da
esponenti politici stranieri, soprattutto francesi, e dalla Chiesa è stata a
quel punto quella del “doppio genocidio”: vero è che ci sono stati massacri di
“tutsi”, ma è anche vero che lo stesso FPR, prima e dopo il 1994 ha effettuato altrettanti, se non maggiori massacri. Come
dire: tutti colpevoli, quindi nessun colpevole, nell’ambito di un conflitto che
altro non è se non un episodio di uno scontro secolare tra due etnie.
Ora, che il FPR si sia reso colpevole di un gran numero di
episodi violenti è evidente e non avrebbe alcun senso negarlo: la logica della
guerra è la stessa dovunque. In particolare non si può negare che il FPR una
volta al potere abbia cercato sistematicamente di perseguire i responsabili del
deposto regime, rifugiatisi nei campi profughi situati nel vicino Congo (allora
ancora Zaire) insieme a masse di popolazione, e che nel farlo abbia coinvolto
nelle rappresaglie anche numerosi civili innocenti.
Ma la logica del genocidio è un’altra: creare ad arte un
nemico, identificato con una parte della popolazione, sulla base di
caratteristiche di tipo “etnico”, sociale e persino somatiche; propagandare
dalla stampa di regime la necessità di disfarsi di questo nemico; attribuire a
questo settore della popolazione tutte le responsabilità dei problemi del paese
(coprendo le vere responsabilità del famelico e corrotto regime al potere);
distribuire armi alla popolazione affinché si faccia giustizia da sé eliminando
il nemico designato; dare ordini precisi alle autorità politiche, militari e
amministrative a tutti i livelli per stilare le liste dei cittadini da massacrare
e pianificare lo svolgimento del massacro; creare apposite bande armate che
fomentino e incentivino lo scontro: tutto questo fa parte di una logica che non
è solo logica di guerra, è una strategia politica di sterminio che ha portato
infine la comunità internazionale a riconoscere il carattere genocidiario del
regime al potere a Kigali fino al 1994. E se il nuovo governo ruandese guidato
dal FPR ha attaccato i campi profughi, non bisogna dimenticare che quei campi
profughi erano stati letteralmente presi ad ostaggio dagli esponenti del
vecchio regime che vi si erano rifugiati e che ne facevano le basi per
incursioni verso il confine del paese che avevano dovuto abbandonare,
saccheggiando gli aiuti umanitari, tanto da indurre il ritiro tra le proteste delle
organizzazioni umanitarie internazionali (tra cui Médecins sans Frontières). Il
che, ovviamente, non giustifica i bombardamenti dei campi, ma li inserisce
nella disgraziata logica della guerra.
Una ricerca dell’Università Cattolica di Lovanio,
l’unica a mia conoscenza che abbia cercato di verificare la veridicità
dell’esistenza di un “doppio genocidio” con le cifre alla mano, giunge alla
conclusione che nel caso dei crimini perpetrati dal FPR nell’ambito della sua
presa del potere e subito dopo, non si possa impiegare il termine genocidio
così come internazionalmente definito. Basti citare, tra i dati della ricerca,
quello secondo cui, mentre il 92,7% delle famiglie classificate come “tutsi”
nelle località oggetto della ricerca avevano perso da uno a tutti i componenti
a causa delle violenze, per le famiglie classificate come “hutu” tale
percentuale è dell’8,2% e che il 21% di queste vittime “hutu” erano state
assassinate in realtà dai cosiddetti “interahamwe, cioè dalle squadre
armate dell’hutu power. Nelle tre prefetture prese in considerazione
dalla ricerca (Gytarama, Gykongoro; Kibuye), le percentuali di vittime nei mesi
del genocidio sono, per le famiglie classificate dalla carta d’identità come
tutsi, del 45,1%, 89,2%, 47,8%; per quelle classificate hutu del 4,4%, 0,6%,
1,6%.
Eppure, anche a livello internazionale, chiunque vuole
ridurre le responsabilità non solo del regime dell’hutu power, ma anche
le proprie, ha abbracciato la tesi del “doppio genocidio”. Il governo francese,
prima di tutti: Patrick de Saint Exupéry, giornalista francese testimone
oculare del genocidio, ha dedicato un libro intero alla confutazione di questa
tesi,
apertamente sostenuta dalla classe politica del suo paese, a cominciare da
François Mitterand e Dominique de Villepin.
La tesi del doppio genocidio in generale è però respinta
dalla comunità internazionale e da organizzazioni quali Human Rights Watch, la Federazione internazionale dei Diritti dell’Uomo, Amnesty
International, SOS RACisme, ecc.. Il prof Yves Ternon, autore di diverse opere
sui genocidi del XX secolo e membro della Commissione d’inchiesta sul genocidio
ruandese istituita dal Parlamento francese considera questa tesi come una
maniera di nascondere una sostanziale negazione del genocidio stesso.
Le tesi revisioniste del genocidio sembrano suscitare un
certo fascino anche tra esponenti del mondo pacifista italiano. Il bollettino Congo
attualità (redatto dalla Rete Pace per il Congo) del 15 maggio 2007, dopo
aver espresso l’encomiabile proposito di far spazio anche a interpretazioni del
genocidio ruandese che non siano quella ufficiale propagandata dai vincitori
(cioè dal FPR) e accettata dalla comunità internazionale “per senso di colpa”,
riferisce di un volume pubblicato da Bernard Lugan, docente universitario
francese, il quale attacca il Tribunale Penale Internazionale che indaga sul
genocidio e “confuta la tesi della pianificazione del genocidio da parte degli
‘estremisti Hutu’ e rievoca ‘una crisi di follia collettiva’, talvolta
incoraggiata dalle stesse autorità”. Nessun commento accompagna questa
“confutazione” del prof. Lugan (tra l’altro esponente dell’estrema destra
francese, che nelle sue opere usa il termine “razza” e sostiene che hutu e
tutsi si distinguono per i tratti somatici), che evidentemente fa parte delle
“altre interpretazioni” cui bisogna dare spazio contro la propaganda
dell’attuale regime di Kigali.
Nello stesso numero del bollettino, ampio spazio è dato al
canadese Robin Philpot, il quale in scritti e interviste sostiene che in Ruanda
“ci sono stati parecchi massacri, ma che sono stati perpetrati da tutte le
parti implicate nel conflitto”. Secondo la sua tesi, “il dramma ruandese è
stato provocato dalla guerra condotta dal Fronte patriottico ruandese (FPR)
che, secondo lui, era sostenuto dagli americani. L'autore allega che il
genocidio è una conseguenza di un complotto fomentato dagli Stati Uniti e dal
Regno Unito che appoggiavano un movimento tutsi di guerriglia, il FPR, per
rovesciare il governo repubblicano a maggioranza hutu di Juvénal Habyarimana”.
Ancora: “interrogato in una conferenza stampa se, all'epoca, gli Hutu avessero
ideato un piano in vista di eliminare i Tutsi, Philpot ha dichiarato che il
Tribunale Penale Internazionale non aveva ancora trovato delle "prove
documentate" di un piano ideato dalle milizie hutu per sterminare i Tutsi”.
Qui il commento del bollettino invece c’è ed è che il libro di Philpot “ha il
merito di rendere pubbliche delle questioni che disturbano l'ONU e certi paesi
occidentali implicati nella situazione Ruandese di quel periodo”.
C’è infine sempre nello stesso bollettino un pezzo di
bravura non firmato - e quindi presumibilmente attribuibile alla linea politica
del movimento – a proposito dell’attuale situazione ruandese:
<<Una cosa è certa: il malessere
è dovunque palpabile e ci si mescola poco, anche a Butare, principale città
universitaria del paese, finora ricca di meticci. I matrimoni misti ... sono
meno numerosi rispetto a prima del genocidio. Certamente, c'è il discorso
ufficiale: siamo tutti ruandesi. È vietato parlare di Hutu (l'85% della
popolazione), di Tutsi (il 14%) e di Twa (l'1%), sotto pena di essere
perseguiti per “divisionismo”. Anche se la menzione dell'appartenenza tribale è
sparita dalle carte di identità, l'unità di facciata si screpola rapidamente.
“Nessuno osa dirlo in pubblico, ma è abbastanza facile sapere chi è chi”. “Non
per l'aspetto fisico - perché ci sono stati tanti matrimoni misti durante gli
anni - ma per i dettagli di lingua o di percorso. Per esempio, sei francofono
(piuttosto Hutu) o anglofono (piuttosto Tutsi)? Hai lasciato il Ruanda dopo il 1959
(data dei primi massacri di Tutsis da parte degli Hutu)? Dove vivevi prima del
genocidio, in Uganda, in Tanzania, in Burundi (Tutsi anglofono) o nel Congo
(Tutsi francofono)? E quando sei ritornato in patria, nel 1994 (Tutsi
dell'esterno) o dopo il 1996 (Hutu)?”. E poi, “dire che siamo tutti ruandesi,
ciò permette di camuffare un dato essenziale: che cioè il potere è nelle mani
della minoranza tutsi anglofona, ritornata nel 1994 dopo che il Fronte
patriottico ruandese (FPR) di Kagame abbia vinto la guerra”... Col passare
degli anni, il potere tutsi non ha smesso di rafforzarsi.>>
Se ne deduce che non solo le “etnie” esistono, ma il governo
ruandese – che ovviamente è “tutsi” - avrebbe la grave responsabilità di
cercare di nasconderle. Vien da pensare che sarebbe invece desiderabile
riesumarle e riprendere lo scontro “etnico”. Che poi tutto questo sfoci nella
totale difesa del vecchio regime ruandese, quello appunto che pianificò il
genocidio, a questo punto quasi non stupisce più. Il supplemento allo stesso
numero del bollettino riprende l’elogio del libri di Philpot per sostenere che
i problemi in Ruanda sono iniziati nel 1990, data dell’attacco del FPR contro
il regime autodefinitosi hutu power: a quella data fanno seguito “una
guerra omicida di tre anni e mezzo; l'imposizione, in piena guerra, del
multipartitismo che minerà la capacità del governo ruandese e del suo esercito di
combattere l'invasore; l'imposizione da parte della comunità internazionale,
gli Stati Uniti in testa, di un sedicente processo di pace che darà, di fatto,
il potere all'invasore”. Nessuna vergogna sembrano provare gli amici della Rete
Pace per il Congo nel far passare per catastrofiche imposizioni straniere il
multipartitismo e il processo di pace, pur di difendere quel regime
monopartitico, corrotto, famelico, responsabile dell’impoverimento della
popolazione (fosse hutu, tutsi, o qualunque altra diavoleria etnica). Sullo
sfondo di tutto questo, naturalmente, il “doppio genocidio”: “se si tenta di
riassumere l'idea di Philpot, i massacri ruandesi non sono stati messi in atto
da una sola parte e si inserivano in una guerra che aveva per finalità il
controllo politico del paese, non uno sterminio genocida”: tutti colpevoli,
nessun colpevole.
La psicosi dell’attacco ruandese in
Congo
Oggi, mentre i missionari residenti in Burundi – come quello
citato in apertura – continuano a diffondere il vecchio schema etnicista
(“tutsi” straniero oppressore contro “hutu” autoctono oppresso), nelle regioni
orientali del Congo la psicosi del tutsi si sta trasformando in una nuova
versione: la psicosi dell’attacco ruandese (del resto, il potere insediato a
Kigali è “tutsi”...). Le voci dell’imminente attacco ruandese verso il Nord e
Sud Kivu si ripetono da anni, almeno da quando le truppe ruandesi nel 2002-3
hanno lasciato la zona che occupavano dal 1997 insieme a forze
politico-militari fantoccio congolesi da loro stessi create (il Rassemblement
Congolaise pour la Démocratie, RCD). Personalmente me le sento
ripetere, insieme alla storiella dello scontro tra etnie, proprio dal 2003 e
fino ad oggi da esponenti della società civile del Kivu legati alla Chiesa, i
quali sostengono che bisognerebbe chiudere le frontiere con il paese vicino e da
religiosi sia locali che missionari che mettono continuamente in guardia
dall’imminente attacco. Come recita un comunicato diramato dal VIS, ONG
italiana di ispirazione cattolica, il 27 giugno 2007, l’attuale arcivescovo di
Bukavu (capoluogo del Sud-Kivu) Msg. François-Xavier Maroy “parla di
un’infiltrazione massiccia e sistematica dal Ruanda” di militari o agenti
incaricati di reclutare.
La psicosi dell’invasione ha contagiato anche osservatori
giunti dall’esterno: sembra che questa stessa fobia del “tutsi” o del
“ruandese” (i due termini in Congo tendono ormai ad assimilarsi) fosse presente
anche all’interno della missione degli “osservatori” che i Beati Costruttori di
Pace italiani hanno organizzato in Congo nel 2006 in occasione delle elezioni presidenziali, in stretto legame
con la Chiesa congolese, come mi testimonia un
amico che ha fatto parte di questa missione e che poi – per il secondo turno
delle elezioni nell’ottobre dello stesso anno – ha preferito affiliarsi ad
un’altra rete europea degli osservatori.
A questa missione di osservatori dei “Beati costruttori” ha
partecipato anche Eugenio Melandri, ex deputato europeo ed ex padre saveriano.
Raccontando la propria esperienza, Melandri
riferisce testimonianze su carichi di armi trasportati in Congo in cambio di
minerali, dietro i quali “è opinione corrente che ci sia il governo ruandese
che – le voci corrono – proporrebbe a chi è in carcere la via della guerriglia
in cambio della libertà”. La principale paura oggi nell’est del Congo – scrive
Melandri - è l’invasione dal parte del “paese di fronte”: un nemico che tiene
il proprio paese “sotto un regime di vero e proprio terrore”, “una dittatura
che non ammette opposizione”.
Certo Melandri non è uno sprovveduto e non appartiene alla
schiera dei sacerdoti che hanno studiato solo sui vecchi testi divulgativi
religiosi, quelli che disegnavano i problemi dei Grandi Laghi come derivanti
dalla composizione “etnica” della popolazione. Egli sa che i conflitti africani
non sono frutto “della volontà e della bellicosità delle persone o dei gruppi
etnici diversi”, ma piuttosto della “lotta per accaparrarsi le enormi risorse
del territorio”, tuttavia le semplificazioni della propaganda cattolica
traspaiono anche nel suo ragionamento: così come nel sud Sudan secondo lui “da
quasi trent’anni il Nord musulmano combatte il Sud cristiano e animista” (come
se entrambi non avessero espresso élites politiche armate che si sono scontrate
sulla spartizione delle risorse petrolifere), in Burundi “per anni le due etnie
dei tutsi e degli hutu si sono combattute con conseguenze enormi per la
popolazione”. È quindi comprensibile che anch’egli cada nelle semplificazioni
anche rispetto alla situazione di questi ultimi anni: “Kagame [il leader del
FPR adesso presidente del Ruanda] – afferma convinto Melandri – continua a
destabilizzare l’area” e questo sembra spiegare tutto ciò che avviene nella
zona.
Non so tuttavia se egli condivida la conclusione tratta da
chi soffia sul fuoco della psicosi antiruandese nell’est del Congo. Mgr, Maroy
non esita ad esortare: “che la popolazione dell’Est
della Repubblica Democratica del Congo, che non ha mai tradito, apra bene gli
occhi come in passato. Il nemico è ancora lì”. [corsivo mio]. Non
si deve ripetere – recita il proclama del vescovo – ciò che è già avvenuto in
occasione di episodi precedenti quando i militari congolesi “hanno continuato a
dormire sonni tranquilli senza effettuare alcun tipo di intervento a difesa
delle persone inermi”; oggi è necessario che il neopresidente congolese
“affronti le sue responsabilità e mandi truppe scelte a contrastare
l’imminente guerra nel Kivu Settentrionale e Meridionale prima che sia troppo
tardi”, è necessario “che il Governo, interrompendo ogni altra attività,
studi il problema della sicurezza dello Stato nell’est come priorità e smetta
di distrarre l’opinione pubblica con Piani di Negoziati, dialoghi e Tavole
Rotonde che non portano da nessuna parte”. Il concetto è chiaro: basta con
i negoziati, si preparino le armi. Si vis pacem para bellum.
È innegabile che da quando la guerra è finita e le truppe
straniere sono state ritirate dall’est del Congo, quelle regioni abbiano
continuato ad essere teatro di episodi violenti, i più gravi dei quali condotti
dalle truppe del generale Nkunda, ex “ribelle” filoruandese, poi reintegrato
nelle forze armate congolesi e adesso dichiarato dal governo congolese nemico
pubblico e colpito da mandato di cattura. Ora, che Nkunda sia un criminale e
vada perseguito non vi è nessun dubbio, ma alcuni osservatori, a cominciare da
quelli vicini alla Chiesa, tendono a vedere in lui una longa manus del
Ruanda e quindi la “prova” che questo paese avrebbe interesse a destabilizzare
nuovamente la zona e addirittura – scrivono alcuni – a perpetrare un nuovo genocidio
degli “hutu”.
La radice del permanere dell’instabilità nell’est congolese è
invece probabile che si debba cercare, piuttosto che a Kigali, tra le stesse
fazioni politiche congolesi, oltre che tra fazioni militari della ex ribellione
filoruandese non ancora sazie di saccheggi o non appagate dalle nuove
spartizioni del potere nella capitale. Durante il processo politico che dalla
fine ufficiale della guerra ha condotto alle elezioni del 2006, i capi della
guerriglia (personaggi patibolari come Azarias Ruberwa dell’RCD o Jean-Pierre
Bemba, capo della fazione filougandese) hanno seduto sulle più alte poltrone di
Kinshasa grazie agli accordi di coabitazione e hanno parlato il linguaggio
della pace, ma hanno continuato a muovere uomini e armi nell’est del paese per
rafforzare il proprio potere contrattuale sul tavolo delle trattative. Gruppi
armati, per lo più formati da mercenari e da ex-guerriglieri sbandati, anche
ruandesi, continuano a infestare le zone rurali dell’est. Nkunda, additato
da più parti come il nuovo rappresentante militare di Kigali in Congo, è
saldamente impiantato in una zona ricca di risorse che la sua posizione di
“ribelle” gli consente di sfruttare.
Del resto, che i mandanti dell’insicurezza dell’est del
paese siano da ricercare a Kinshasa è ben chiaro allo stesso presidente
congolese, Joseph Kabila, secondo il quale “l'insicurezza nel Nord-Kivu è
fomentata anche da certe autorità locali e altri parlamentari, locali e
nazionali, che organizzano e mantengono delle milizie”.
Inoltre, non bisogna dimenticare che oltre a milizie suppostamente filoruandesi
agiscono ancora nell’est del Congo altre milizie, di origine queste sì
chiaramente ruandese, derivanti però dalle forze del vecchio regime
genocidiaro, che fuggirono in Congo (allora Zaire) dopo la presa del potere da
parte del FPR di Kagame, prendendo letteralmente ad ostaggio migliaia di
profughi: milizie ruandesi che adesso è decisamente difficile pensare come
“filoruandesi” o mosse da Kigali.
Le supposte nuove intenzioni belliche da parte del Ruanda in
Congo sono quindi tutte da dimostrare ed è ridicolo cercare di farlo, come ha
fatto un missionario saveriano, sostenendo che i ribelli sono guidati dal
colonnello Mutebusi e dal generale Nkunda, “tutti e due dai tratti fisici
ruandesi” (questi
“tratti fisici” sono “ovviamente” quelli “tutsi”: l’ideologia della razza è
proprio dura a morire presso certi religiosi). E un discorso analogo vale per certa
parte del pacifismo italiano: cito ancora ad esempio il bollettino Congo
attualità, secondo il quale “Laurent Nkunda è un Tutsi di origine ruandese”
(a dispetto comunque del fatto che è nato a Kisangani, in pieno Congo), e
questa sembra essere di per sé una prova della “volontà di sterminio ruandese
verso gli hutu congolesi” (è proprio così che afferma il bollettino).
Essere “tutsi” evidentemente è una categoria assoluta di interpretazione della
storia e della politica, nonostante il fatto che ogni analisi seria dimostri
che non significa proprio niente.
Il governo di Kigali, sia chiaro, non si può certo dire che
non abbia mai avuto mire sul ricco suolo (e sottosuolo) congolese. Quando nel 1996 ha iniziato ad appoggiare il movimento congolese che portò
alla caduta del corrotto regime del maresciallo Mobutu, non fu certo per
aiutare i congolesi a uscire da quella trentennale dittatura, bensì per mettere
mano alle ricchezze del grande vicino. Quando poi il nuovo governo congolese
guidato da Laurent Désirée Kabila, in principio suo alleato, rinnegò gli
accordi di spartizione, il Ruanda con l’Uganda e il Burundi (tutti guidati
dallo stesso ceto politico filostatunitense) non esitarono a scatenare
un’invasione, appena camuffata da nuova ribellione. In quegli anni il
saccheggio delle risorse congolesi è stato intenso, andando ad arricchire anche
i clan personali di Kagame e del suo collega ugandese Museveni (ex protettore e
poi anche ex alleato del primo: i due paesi si scontreranno proprio sulla
spartizione delle zone di saccheggio in Congo); intensa è stata l’oppressione
delle popolazioni dell’est del Congo durante quegli anni, coraggiosamente
denunciata proprio dalla Chiesa cattolica.
Quel governo ruandese, inoltre, non è certo un campione di
democrazia (quale governo lo è, sul continente africano?). Il suo modello di
sviluppo è basato sulla relazione privilegiata dei ceti imprenditori con i
mercati internazionali, un modello tipico di molti paesi (Tunisia, Thailandia,
per citare qualche esempio) che ha sempre l’effetto di creare economie interne
a due velocità: di rapido arricchimento per alcuni ceti urbani e di persistente
povertà nelle campagne e nelle periferie, e che ha come corollario
apparentemente indissolubile la repressione del dissenso.
Tuttavia ci sono altri aspetti da considerare. Il Ruanda,
dopo il genocidio ha espressamente cancellato dalle proprie leggi ogni
riferimento alla divisione etnica, e vietato la costituzione di partiti etnici,
a differenza dello stesso Burundi, che ha invece sancito le “quote etniche”
nelle istituzioni (che questa scelta di buon senso del Ruanda sia denunciata da
alcuni come un tentativo di camuffare la struttura etnica del regime ha
semplicemente dell’incredibile). Ha inoltre cercato una strada che coniugasse
riconciliazione e desiderio di giustizia, separando le principali
responsabilità direttive nel genocidio da quelle delle migliaia di esecutori
materiali, con il ricorso a forme tradizionali di giustizia popolare. Quando nell’agosto
del 2007 il Presidente del Consiglio Prodi ha consegnato un premio al premier
ruandese Kagame per aver abolito la pena di morte, gli ambienti religiosi hanno
sostenuto che “si trattava solo di una misura politica”: probabilmente è vero,
ma non è altrettanto frutto di calcolo politico, a volte persino elettorale, il
mantenimento della pena di morte, ad esempio negli USA? Personalmente tra un
governo che per calcolo politico uccide i condannati e uno che per calcolo
politico abolisce la pena capitale continuo a preferire il secondo. Una
politica di riconciliazione, quella ruandese, non certo priva di difficoltà e
contraddizioni. Ma chi sarebbe stato maggiormente capace di superare senza
scatenare ulteriore odio il trauma del massacro di centinaia di migliaia di
persone in un piccolo paese?
Le ricchezze minerarie, il legname, il lavoro e le imprese
saccheggiate in Congo durante la finta ribellione dell’est manovrata dai
ruandesi e dai loro alleati hanno contribuito ad avviare quel processo di
sviluppo legato al mercato mondiale (mentre di certo impoverivano il paese
vicino). Oggi però la fase sembra essere cambiata: proprio perché quel processo
è avviato, il governo di Kigali sembra interessato a mantenere un’immagine del
proprio paese come luogo attraente per gli investitori internazionali, partner
affidabile dei paesi ricchi e dotato di una sufficiente stabilità per garantire
i profitti. Una nuova guerra difficilmente può far parte di questi piani. Inoltre,
le posizioni internazionali del Congo e del Ruanda non sono più inconciliabili,
dopo che anche Kinshasa ha riallacciato relazioni politiche privilegiate con
Washington.
Tutto questo non presuppone pensare che il governo ruandese
sia improvvisamente diventato “buono”: la bontà o la cattiveria non sono
categorie di analisi dell’operato dei governi. È solo questione di calcolo
politico-economico. Certo, non siamo in grado di affermare con certezza che in
futuro la situazione non cambi nuovamente, ma oggi chi si ostina a fomentare la
paura dell’invasione ruandese nell’est del Congo non aiuta certo i processi di
pace e a volte – come si è visto – magari dietro buone intenzioni di protezione
di popolazioni che ne hanno già subite troppe, chiama apertamente al riarmo.
E allora la Chiesa?
Allora la Chiesa
cattolica dovrebbe forse prendere atto degli errori commessi, non dalle singole
persone, ma come istituzione. Dovrebbe dire chiaramente (non mi risulta che
l’abbia mai ammesso) che l’ideologia etnicista propagandata per un secolo nelle
parrocchie e nelle missioni è un’invenzione che non corrisponde alla storia
reale e ha avuto una funzione di un appoggio al potere coloniale prima e al
potere criminale dell’hutu power dopo. Dovrebbe riconoscere e dichiarare
pubblicamente – come ha fatto padre Rigobert Minani Buhuzu s.j., un religioso
costretto a fuggire da Bukavu per le minacce subite durante la guerra del
1998-2003 – che “il conflitto in Africa centrale sembra essere un’impresa del
tutto razionale nell’ottica dei suoi mandanti, tra cui un certo numero di
interessi finanziari, politici e diplomatici” e che deriva “dal deragliamento
dei processi politici ed economici”, non da supposti odi etnici.
Dovrebbe inoltre ripensare la presenza e il ruolo di missionari europei che
continuano a vedere la realtà dietro le lenti di ideologie superate.
La Chiesa dovrebbe finalmente ammettere con umiltà che nella tragedia
del genocidio la sua posizione è stata quantomeno ambigua e quella di diversi
suoi eminenti esponenti è stata di connivenza con il regime genocidiario.
Sarebbe un’operazione di verità e giustizia storica di portata paragonabile
alle scuse chieste ai popoli nativi d’America per l’appoggio dato
all’oppressione coloniale durata 500 anni. Dovrebbe riconoscere che continuare
a parlare in termini di aggressione “tutsi” contro gli “hutu” nell’est del
Congo è un modo per precludersi ogni comprensione degli avvenimenti e per
parteggiare per una delle due supposte parti contro l’altra, aizzando gli animi.
Chiesa e società civile dovrebbero spingere perché si giunga
a una forza di pace africana incaricata di disinnescare le continue
provocazioni alla pace nell’est del Congo rappresentate non solo dalle milizie
di Nkunda, ma anche dalle milizie guidate dagli ex genocidiari ruandesi
(Interhamwue ed ex FAR), consegnandone i responsabili alla giustizia. Dovrebbero
spingere perché ci siano più e non meno negoziati, e viceversa meno e non più
eserciti nella zona. Dovrebbero appoggiare gli sforzi di riconciliazione tra i
paesi dell’area, stimolando la cooperazione tra le società civili e non
attizzando il fuoco della paura reciproca
Perché comunque non è dai governi, che a Kigali come a
Kinshasa sentono più la pressione dei poteri economici che l’urgenza della
lotta alla povertà, che ci si può aspettare una pace duratura: la società
civile ha molto da fare, nella regione dei Grandi Laghi come in Europa. Con chi
vuole stare la Chiesa cattolica?