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Documenti > Inchiesta
Antonello Mangano: Scheda biografica | Scrivi all'autore | Tutti i documenti di questo autore Interagisci: Segnala ad un amico Organizza un incontro Condividi: Il pericolo è
l’olocausto
Più che del “pericolo
islamico” i siciliani stanno imparando a preoccuparsi di una concentrazione
senza pari di esplosivi, armi e depositi di carburante. In pochi chilometri
quadrati sono concentrati fonti di pericolo che nel malaugurato caso di un
incidente provocherebbero un olocausto. A questo si
aggiungono le spettacolare eruzioni dell’Etna e le scosse telluriche, una
combinazione che ha generato terrore nell’autunno del 2002. Sigonella è
utilizzata come principale punto di supporto per le operazioni della VI Flotta
nel Mediterraneo. Ospita alcuni squadroni aerei, composti anche da velivoli a
capacità nucleare. A rotazione vengono
ospitati velivoli della Marina e dell’Aeronautica Usa - come i
cacciabombardieri F-16 ed F-111 - in grado di trasportare armi nucleari del
tipo B43. La base funziona inoltre da centro di manutenzione per le testate
destinate ai velivoli imbarcati nelle unità in transito nel Fianco Sud della
Nato.
Il pericolo
riguarda tutta la Sicilia. Da
Messina a Siracusa, la costiera jonica siciliana è costellata di aree e porti
militari, enormi cisterne di carburante, aree industriali ad altissimo impatto
ambientale, petroliere, depositi di armi ed esplosivi. Ma il “triangolo della
morte” Sigonella – Augusta – Priolo è una bomba ad orologeria. Un incidente è
possibile in qualsiasi momento, e cancellerebbe in pochi attimi ogni forma di
vita. L’area di Augusta è
tra le aree più militarizzate del Paese. In realtà, sempre per ragioni
strategiche, i militari qui ci sono da lungo tempo, come testimonia un
gigantesco hangar per dirigibili che risale alla prima guerra mondiale e che
domina il porto. Le principali questioni sono, nell’ordine: gli interrogativi
mai risolti sugli equipaggiamenti nucleari; i depositi di armi ed esplosivi; le
attività connesse alla vicina base di Sigonella; le installazioni del porto di
Augusta. Non si hanno notizie
certe sulla presenza in zona di armi atomiche, ma è accertato l’ingresso di
sommergibili a capacità nucleare nel porto di Augusta, lo stesso che di solito
ospita gigantesche petroliere (che, come è noto, sono natanti ad altissimo
rischio, “carrette del mare” poco o niente sottoposte a manutenzione, spesso
con armatori improvvisati ed equipaggi di scadente professionalità). Per quanto riguarda
il secondo punto, i depositi militari sono ovviamente coperti da segreto. Ed a
nulla vale far notare che mettere accanto petrolio ed esplosivo non è
esattamente conforme alle norme di sicurezza o al semplice buon senso. I
depositi - dislocati su tutto il territorio – sono in genere sotterranei. Quelli più temuti si
trovano in località Cava Sorciara. Alle armi della Nato si somma la presenza
dell’esercito italiano, un vero e proprio arsenale sotto la terra. In secondo luogo, il
porto di Augusta è strettamente integrato con la base di Sigonella, per meglio
dire Augusta è il porto degli americani, oltre che delle petroliere. Velivoli
di ogni tipo fanno la spola tra le due località per rifornirsi di carburante e
per ogni altra esigenza logistica. Elicotteri a capacità nucleare sorvolano
enormi depositi di petrolio. Durante l’ultimo conflitto nei Balcani, nell’area
c’era un continuo andirivieni di mezzi militari. I cieli della Sicilia
orientale sono stati attraversati in continuazione da mezzi che trasportavano
esplosivo alle unità dell’esercito Usa impegnate in Serbia. Concentrazioni
militari ancora più pericolose si erano già create in occasioni di gravi crisi,
come per esempio ai tempi dello scontro Usa - Libia e della guerra del Golfo. A pochissimi
chilometri, nel polo petrolchimico di Priolo, sono ospitate le gigantesche
raffinerie Agip, Erg ed Esso e gli enormi impianti Enichem, gli stessi
dell’indagine che ha portato all’arresto i diciotto dirigenti che per
“risparmiare” sullo smaltimento gettavano il mercurio nei tombini o in mare. Sui moli e sui
pontili di Priolo Gargallo attraccano in continuazione carrette del mare che
scaricano greggio ed imbarcano il carburante destinato alle stazioni di
rifornimento dell’intero Paese.
La cronologia degli
incidenti ci fa capire che non si tratta di previsioni catastrofiste ma di un
immenso dramma che è stato più volte sfiorato. L’incidente più grave
risale al 22 novembre del 1975: una collisione tra un incrociatore della marina
Usa e la portaerei Kennedy provocò un incendio a 70 miglia est dalla Sicilia.
Il fuoco fu domato appena prima che fossero intaccati i missili atomici
presenti a bordo. Nel
luglio del 1984 un Lockheed C-141 diretto in Kenia precipitò al suolo nei
pressi di Lentini. I militari Usa circondarono la zona e non rivelarono la
natura del materiale trasportato. Medici della zona denunciarono un forte
incremento dei decessi per cancro. Il
traffico aereo “non convezionale” riguarda caccia ed elicotteri impegnati in
esercitazioni e simulazioni per 12 mesi l’anno. Il 5 luglio del 1990 un F-104
partito da Sigonella perse quota fino a tentare un atterraggio di emergenza nei
pressi della statale 417 per Gela. Il pilota avrebbe potuto tentare un
atterraggio d’emergenza sulla carreggiata, ma la strada era trafficatissima. Il
pilota evitò la strage sacrificando sé stesso, scagliando l’aereo contro un
dosso.
Il militare che
soffoca il civile. Catania “hub” del Mediterraneo ?
La società civile
siciliana inizia a prendere coscienza delle potenzialità enormi del proprio
territorio e del ruolo malsano di “servitù militari” di così ampia portata.
L’aeroporto di Fontanarossa, principale scalo del Sud, potrebbe
candidarsi a terzo polo aeroportuale italiano dopo Napoli e Roma ed “hub” del
Mediterraneo, un vero e proprio ponte verso la sponda Sud ed il Medio Oriente e
punto di contatto col Nord Europa. I numeri dicono che
si va in questa direzione, e gli affollamenti di ogni estate indicano che non
c’è un minuto da perdere. La via più breve sarebbe la riconversione di
Sigonella, che creerebbe all’istante un sistema aeroportuale di primissimo
piano. L’ipotesi, da utopica
ed affascinante, sta diventando sempre più concreta al crescere dell’allarme
della popolazione nei confronti della base. La vicenda delle
migliaia di bare nascoste all’interno di Sigonella in previsione di un
conflitto o di una catastrofe naturale dapprima ha assunto i toni della leggenda
metropolitana, è comparsa qua e là sulla stampa locale ed infine è stata
ripresa dall’Arcivescovo Renato Martino, presidente del Pontificio consiglio
della giustizia e pace, secondo cui “nei primi giorni di febbraio,
nell’aeroporto militare sono stati scaricati 100.000 sacchi per cadaveri – le
cosiddette ‘body bags’ - e 6.000 bare”. Al di là della
veridicità del fatto (c’è chi giura di averle viste stipate in un hangar, ma al
momento una prova vera e propria non c’è), si tratta di un preciso segnale: l’atteggiamento
nei confronti della base sta cambiando, e se prima si metteva in evidenza che
la base “porta dollari e lavoro” – per la verità pochi e spesso indirizzati ad
imprese mafiose - oggi il centro dell’attenzione si sposta sulla “penale” in
termini di rischi che la US Navy sta facendo pagare alla gente.
War Wide Web – Una
rete globale
Le portaerei della
Marina Usa sono il terminale per gli attacchi aerei in Medio Oriente, e sono il
punto finale di una fitta ragnatela di ponti aerei che copre tre continenti e
vede la base di Sigonella fra i suoi centri nevralgici. Non solo la
disposizione delle truppe, ma anche l’invio di forniture e vettovagliamenti,
oltre che la manutenzione dei mezzi, sono le attività sostenute dalle maggiori
unità navali. L’aspetto più
impegnativo di tutte le guerre Usa dell’ultimo decennio è quello logistico:
coordinare l'attività di decine di squadriglie aeree e assicurare ogni tipo di
rifornimenti dalle basi alle portaerei. In quest’ottica, le
ragioni della popolazione civile o quelle dell’ambiente, le ratifiche dei
Parlamenti nazionali o le opinioni dei residenti diventano un “ostacolo
collaterale” rispetto ad una macchina da guerra grande quanto il pianeta e
sempre in all’erta, in guerra permanente. Le basi principali
che svolgono le funzioni di appoggio sono quella di Scott, dell’aviazione,
nell'Illinois, nel cuore del Midwest statunitense, a 11.000 chilometri dalla
frontiera irachena. Fra il quartier
generale organizzativo e le basi aeree di prima linea nel Golfo ci sono
numerosi punti di contatto, stazioni intermedie, soprattutto in Medio Oriente e
in Europa. Centrale in questa
vasta e articolata rete di collegamenti aerei è Sigonella, dove arrivano e
partono le squadriglie di bombardieri e caccia in rotta verso l'Asia e dove
fanno tappa i cargo e le unità per il rifornimento in volo degli aerei in
azione. Per avere un'idea
della portata delle operazioni ,
basti pensare che ogni giorno solo il movimento di cargo e aerei per il
rifornimento in volo arriva a 400 aviogetti, fra i quali anche vecchi Boeing
747 comprati per l'occasione e rimessi a nuovo. Tutti fanno capo a basi come McGuire (New
Jersey) e Charleston (South Carolina), sulla costa orientale degli Usa, e come
McChord (Washington) e Travis (California) sulla costa occidentale. Nonché, nel
Pacifico, a Hickam, nelle Hawai, Anderson nell'isola di Guam e Kadena a
Okinawa. Con Sigonella, oltre
a basi classiche come Ramstein in Germania e Mildenhall in Inghilterra, a fare
da cruciale raccordo ai collegamenti aerei ci sono le basi di Moron in Spagna e
Lajes Field nelle Azzorre. Da questi, dipende
l'efficienza degli attacchi che partono dalle portaerei nel Golfo e dalle basi
di Diego Garcia nell'Oceano Indiano, di Incirlik in Turchia e di Prince Sultan
in Arabia Saudita, nonché delle “guerre umanitarie” lanciate dalle basi di Pasni
e Jacobabad in Pakistan e da Khanabad in Uzbekistan. Qui sono sbarcate
alcune unità del genio dell'aviazione, pronte a entrare in azione per preparare
il terreno alle future operazioni di terra. Una volta raggiunta un'area, queste
unità sono in grado di approntare una pista aerea su qualsiasi tipo di terreno
nell'arco di quattro ore. In altre parole, un
meccanismo globale che rappresenta una macchina da guerra costruita in modo da
avere fatalmente bisogno di un nemico per la propria legittimazione. E chi ha
la sventura di trovarsi una base di morte nel luogo in cui vive ? La “mega-macchina”
non prevede intoppi, ed ignora sdegnosamente il contesto. Le basi, nei fatti - vengono concepite ed
utilizzate come “enclave” di territorio statunitense dotate di extraterritorialità.
Stato di guerra
permanente
Una rapida
osservazione delle attività della base negli ultimi anni è estremamente utile
per riflettere sullo stato di guerra perenne in cui ci troviamo a vivere. Il ruolo di Sigonella
è diventato sempre più importante negli ultimi anni con l’intensificarsi della
proiezione Usa verso il mondo arabo. Se Aviano appare la “portaerei” sui
Balcani, la base siciliana è da sempre avamposto per il Medio Oriente. Vediamo il ruolo
della base negli anni recenti. Durante la guerra del Golfo ha ospitava - tra
gli altri - i caccia Tomcat F14 e A6 Intruder. Ha assicurato il supporto
logistico per le attività di sorveglianza nel Mediterraneo. Ha contribuito a
gestire il sistema di informazione satellitare tramite i veicoli Awacs che
supportavano le unità impegnate in guerra. Nel corso del 1997,
Sigonella ha fornito supporto logistico alle principali missioni militari
condotte nel Mediterraneo ed in Medio Oriente, tra cui deny flight, silver
wake, provide hope, sharp guard, provide promise e joint guard. Nel febbraio del
1998, quando si è nuovamente sfiorata una nuova guerra del Golfo, la base
catanese è nuovamente diventata il punto di appoggio Usa verso l’Oriente. Lo
squadrone di elicotteri conosciuto come “Stalloni Neri” (HC-4), solo per fare
un esempio, è stato immediatamente impiegato nel Golfo Persico in supporto
delle unità “George Washington” e “Nimitz”. Durante il conflitto
Nato-Serbia, Sigonella è in rimasta in stato di allerta “Bravo” (fase operativa
avanzata). Ad una settimana
all’inizio delle operazioni di guerra, a Sigonella arrivavano anche gli “U2” ed
i quadrimotori EP-3, aerei spia impegnati in operazioni di pattugliamento del
Kosovo. La base di Sigonella
ha fornito supporto logistico ordinario alle navi della marina Usa che si
trovavano in Adriatico. In termini tecnici si parla di “General Cargo”,
intendendo la fornitura di pezzi di motore, vettovaglie, tutto quello che può
servire a bordo di una nave. Di certo sono
transitate dalla Sicilia anche altri strumenti, armi comprese. Ingenti
quantitativi di materiale esplosivo sono stati spediti verso Aviano, Bari,
Tuzla.
Un pozzo senza
fondo
Altra vicenda mai
chiarita è quella relativa agli appalti che in una impressionate serie venivano
assegnati alle imprese della galassia Santapaola. Una gestione mafiosa di
numerosi appalti, dal giardinaggio all’edificazione di nuove costruzioni, una
fonte enorme per i clan di dollari, autorevolezza e soprattutto un indiscusso,
inequivocabile riconoscimento. L’inchiesta partì da
alcuni coraggiosi magistrati della Procura di Catania, ma non se ne è saputo
più nulla. E sarebbe davvero interessato ricostruire quel filo rosso che va
dall’alleanza Usa-mafia durante lo sbarco del ’43, fino agli appalti mafiosi
per la costruzione della base di Comiso e il contemporaneo assassinio di Pio La
Torre, per finire ali appalti “santapaoliani” di Sigonella. Un filo rosso che ci
indica che gli Usa amano fabbricarsi i nemici con la stessa facilità con cui
prediligono i “patti col diavolo”.
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Formato per la citazione:
Antonello Mangano, "La Bomba Sigonella", terrelibere.org, 26 aprile 2003, http://www.terrelibere.it/doc/la-bomba-sigonella |