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La bomba Sigonella

 

Il pericolo è l’olocausto

Più che del “pericolo islamico” i siciliani stanno imparando a preoccuparsi di una concentrazione senza pari di esplosivi, armi e depositi di carburante. In pochi chilometri quadrati sono concentrati fonti di pericolo che nel malaugurato caso di un incidente provocherebbero un olocausto.

A questo si aggiungono le spettacolare eruzioni dell’Etna e le scosse telluriche, una combinazione che ha generato terrore nell’autunno del 2002.

Sigonella è utilizzata come principale punto di supporto per le operazioni della VI Flotta nel Mediterraneo. Ospita alcuni squadroni aerei, composti anche da velivoli a capacità nucleare.

A rotazione vengono ospitati velivoli della Marina e dell’Aeronautica Usa - come i cacciabombardieri F-16 ed F-111 - in grado di trasportare armi nucleari del tipo B43. La base funziona inoltre da centro di manutenzione per le testate destinate ai velivoli imbarcati nelle unità in transito nel Fianco Sud della Nato.

Il pericolo riguarda tutta la Sicilia. Da Messina a Siracusa, la costiera jonica siciliana è costellata di aree e porti militari, enormi cisterne di carburante, aree industriali ad altissimo impatto ambientale, petroliere, depositi di armi ed esplosivi. Ma il “triangolo della morte” Sigonella – Augusta – Priolo è una bomba ad orologeria. Un incidente è possibile in qualsiasi momento, e cancellerebbe in pochi attimi ogni forma di vita.

L’area di Augusta è tra le aree più militarizzate del Paese. In realtà, sempre per ragioni strategiche, i militari qui ci sono da lungo tempo, come testimonia un gigantesco hangar per dirigibili che risale alla prima guerra mondiale e che domina il porto. Le principali questioni sono, nell’ordine: gli interrogativi mai risolti sugli equipaggiamenti nucleari; i depositi di armi ed esplosivi; le attività connesse alla vicina base di Sigonella; le installazioni del porto di Augusta.

Non si hanno notizie certe sulla presenza in zona di armi atomiche, ma è accertato l’ingresso di sommergibili a capacità nucleare nel porto di Augusta, lo stesso che di solito ospita gigantesche petroliere (che, come è noto, sono natanti ad altissimo rischio, “carrette del mare” poco o niente sottoposte a manutenzione, spesso con armatori improvvisati ed equipaggi di scadente professionalità).

Per quanto riguarda il secondo punto, i depositi militari sono ovviamente coperti da segreto. Ed a nulla vale far notare che mettere accanto petrolio ed esplosivo non è esattamente conforme alle norme di sicurezza o al semplice buon senso. I depositi - dislocati su tutto il territorio – sono in genere sotterranei.

Quelli più temuti si trovano in località Cava Sorciara. Alle armi della Nato si somma la presenza dell’esercito italiano, un vero e proprio arsenale sotto la terra.

In secondo luogo, il porto di Augusta è strettamente integrato con la base di Sigonella, per meglio dire Augusta è il porto degli americani, oltre che delle petroliere. Velivoli di ogni tipo fanno la spola tra le due località per rifornirsi di carburante e per ogni altra esigenza logistica. Elicotteri a capacità nucleare sorvolano enormi depositi di petrolio. Durante l’ultimo conflitto nei Balcani, nell’area c’era un continuo andirivieni di mezzi militari. I cieli della Sicilia orientale sono stati attraversati in continuazione da mezzi che trasportavano esplosivo alle unità dell’esercito Usa impegnate in Serbia.

Concentrazioni militari ancora più pericolose si erano già create in occasioni di gravi crisi, come per esempio ai tempi dello scontro Usa - Libia e della guerra del Golfo.

A pochissimi chilometri, nel polo petrolchimico di Priolo, sono ospitate le gigantesche raffinerie Agip, Erg ed Esso e gli enormi impianti Enichem, gli stessi dell’indagine che ha portato all’arresto i diciotto dirigenti che per “risparmiare” sullo smaltimento gettavano il mercurio nei tombini o in mare.

Sui moli e sui pontili di Priolo Gargallo attraccano in continuazione carrette del mare che scaricano greggio ed imbarcano il carburante destinato alle stazioni di rifornimento dell’intero Paese.

La cronologia degli incidenti ci fa capire che non si tratta di previsioni catastrofiste ma di un immenso dramma che è stato più volte sfiorato.

L’incidente più grave risale al 22 novembre del 1975: una collisione tra un incrociatore della marina Usa e la portaerei Kennedy provocò un incendio a 70 miglia est dalla Sicilia. Il fuoco fu domato appena prima che fossero intaccati i missili atomici presenti a bordo.

Nel luglio del 1984 un Lockheed C-141 diretto in Kenia precipitò al suolo nei pressi di Lentini. I militari Usa circondarono la zona e non rivelarono la natura del materiale trasportato. Medici della zona denunciarono un forte incremento dei decessi per cancro.

Il traffico aereo “non convezionale” riguarda caccia ed elicotteri impegnati in esercitazioni e simulazioni per 12 mesi l’anno. Il 5 luglio del 1990 un F-104 partito da Sigonella perse quota fino a tentare un atterraggio di emergenza nei pressi della statale 417 per Gela. Il pilota avrebbe potuto tentare un atterraggio d’emergenza sulla carreggiata, ma la strada era trafficatissima. Il pilota evitò la strage sacrificando sé stesso, scagliando l’aereo contro un dosso.




Il militare che soffoca il civile. Catania “hub” del Mediterraneo ?

La società civile siciliana inizia a prendere coscienza delle potenzialità enormi del proprio territorio e del ruolo malsano di “servitù militari” di così ampia portata.

L’aeroporto di Fontanarossa, principale scalo del Sud, potrebbe candidarsi a terzo polo aeroportuale italiano dopo Napoli e Roma ed “hub” del Mediterraneo, un vero e proprio ponte verso la sponda Sud ed il Medio Oriente e punto di contatto col Nord Europa.

I numeri dicono che si va in questa direzione, e gli affollamenti di ogni estate indicano che non c’è un minuto da perdere. La via più breve sarebbe la riconversione di Sigonella, che creerebbe all’istante un sistema aeroportuale di primissimo piano.

L’ipotesi, da utopica ed affascinante, sta diventando sempre più concreta al crescere dell’allarme della popolazione nei confronti della base.

La vicenda delle migliaia di bare nascoste all’interno di Sigonella in previsione di un conflitto o di una catastrofe naturale dapprima ha assunto i toni della leggenda metropolitana, è comparsa qua e là sulla stampa locale ed infine è stata ripresa dall’Arcivescovo Renato Martino, presidente del Pontificio consiglio della giustizia e pace, secondo cui “nei primi giorni di febbraio, nell’aeroporto militare sono stati scaricati 100.000 sacchi per cadaveri – le cosiddette ‘body bags’ - e 6.000 bare”.

Al di là della veridicità del fatto (c’è chi giura di averle viste stipate in un hangar, ma al momento una prova vera e propria non c’è), si tratta di un preciso segnale: l’atteggiamento nei confronti della base sta cambiando, e se prima si metteva in evidenza che la base “porta dollari e lavoro” – per la verità pochi e spesso indirizzati ad imprese mafiose - oggi il centro dell’attenzione si sposta sulla “penale” in termini di rischi che la US Navy sta facendo pagare alla gente.




War Wide Web – Una rete globale

Le portaerei della Marina Usa sono il terminale per gli attacchi aerei in Medio Oriente, e sono il punto finale di una fitta ragnatela di ponti aerei che copre tre continenti e vede la base di Sigonella fra i suoi centri nevralgici.

Non solo la disposizione delle truppe, ma anche l’invio di forniture e vettovagliamenti, oltre che la manutenzione dei mezzi, sono le attività sostenute dalle maggiori unità navali.

L’aspetto più impegnativo di tutte le guerre Usa dell’ultimo decennio è quello logistico: coordinare l'attività di decine di squadriglie aeree e assicurare ogni tipo di rifornimenti dalle basi alle portaerei.

In quest’ottica, le ragioni della popolazione civile o quelle dell’ambiente, le ratifiche dei Parlamenti nazionali o le opinioni dei residenti diventano un “ostacolo collaterale” rispetto ad una macchina da guerra grande quanto il pianeta e sempre in all’erta, in guerra permanente.

Le basi principali che svolgono le funzioni di appoggio sono quella di Scott, dell’aviazione, nell'Illinois, nel cuore del Midwest statunitense, a 11.000 chilometri dalla frontiera irachena.

Fra il quartier generale organizzativo e le basi aeree di prima linea nel Golfo ci sono numerosi punti di contatto, stazioni intermedie, soprattutto in Medio Oriente e in Europa.

Centrale in questa vasta e articolata rete di collegamenti aerei è Sigonella, dove arrivano e partono le squadriglie di bombardieri e caccia in rotta verso l'Asia e dove fanno tappa i cargo e le unità per il rifornimento in volo degli aerei in azione.

Per avere un'idea della portata delle operazioni ,  basti pensare che ogni giorno solo il movimento di cargo e aerei per il rifornimento in volo arriva a 400 aviogetti, fra i quali anche vecchi Boeing 747 comprati per l'occasione e rimessi a nuovo.

Tutti  fanno capo a basi come McGuire (New Jersey) e Charleston (South Carolina), sulla costa orientale degli Usa, e come McChord (Washington) e Travis (California) sulla costa occidentale. Nonché, nel Pacifico, a Hickam, nelle Hawai, Anderson nell'isola di Guam e Kadena a Okinawa.

Con Sigonella, oltre a basi classiche come Ramstein in Germania e Mildenhall in Inghilterra, a fare da cruciale raccordo ai collegamenti aerei ci sono le basi di Moron in Spagna e Lajes Field nelle Azzorre.

Da questi, dipende l'efficienza degli attacchi che partono dalle portaerei nel Golfo e dalle basi di Diego Garcia nell'Oceano Indiano, di Incirlik in Turchia e di Prince Sultan in Arabia Saudita, nonché delle “guerre umanitarie” lanciate dalle basi di Pasni e Jacobabad in Pakistan e da Khanabad in Uzbekistan.

Qui sono sbarcate alcune unità del genio dell'aviazione, pronte a entrare in azione per preparare il terreno alle future operazioni di terra. Una volta raggiunta un'area, queste unità sono in grado di approntare una pista aerea su qualsiasi tipo di terreno nell'arco di quattro ore.

In altre parole, un meccanismo globale che rappresenta una macchina da guerra costruita in modo da avere fatalmente bisogno di un nemico per la propria legittimazione. E chi ha la sventura di trovarsi una base di morte nel luogo in cui vive ?

La “mega-macchina” non prevede intoppi, ed ignora sdegnosamente il  contesto. Le basi, nei fatti - vengono concepite ed utilizzate come “enclave” di territorio statunitense dotate di extraterritorialità.




Stato di guerra permanente

Una rapida osservazione delle attività della base negli ultimi anni è estremamente utile per riflettere sullo stato di guerra perenne in cui ci troviamo a vivere.

Il ruolo di Sigonella è diventato sempre più importante negli ultimi anni con l’intensificarsi della proiezione Usa verso il mondo arabo. Se Aviano appare la “portaerei” sui Balcani, la base siciliana è da sempre avamposto per il Medio Oriente.

Vediamo il ruolo della base negli anni recenti. Durante la guerra del Golfo ha ospitava - tra gli altri - i caccia Tomcat F14 e A6 Intruder. Ha assicurato il supporto logistico per le attività di sorveglianza nel Mediterraneo. Ha contribuito a gestire il sistema di informazione satellitare tramite i veicoli Awacs che supportavano le unità impegnate in guerra.

Nel corso del 1997, Sigonella ha fornito supporto logistico alle principali missioni militari condotte nel Mediterraneo ed in Medio Oriente, tra cui deny flight, silver wake, provide hope, sharp guard, provide promise e  joint guard.

Nel febbraio del 1998, quando si è nuovamente sfiorata una nuova guerra del Golfo, la base catanese è nuovamente diventata il punto di appoggio Usa verso l’Oriente. Lo squadrone di elicotteri conosciuto come “Stalloni Neri” (HC-4), solo per fare un esempio, è stato immediatamente impiegato nel Golfo Persico in supporto delle unità “George Washington” e “Nimitz”.

Durante il conflitto Nato-Serbia, Sigonella è in rimasta in stato di allerta “Bravo” (fase operativa avanzata).  Ad una settimana all’inizio delle operazioni di guerra, a Sigonella arrivavano anche gli “U2” ed i quadrimotori EP-3, aerei spia impegnati in operazioni di pattugliamento del Kosovo.

La base di Sigonella ha fornito supporto logistico ordinario alle navi della marina Usa che si trovavano in Adriatico. In termini tecnici si parla di “General Cargo”, intendendo la fornitura di pezzi di motore, vettovaglie, tutto quello che può servire a bordo di una nave.

Di certo sono transitate dalla Sicilia anche altri strumenti, armi comprese. Ingenti quantitativi di materiale esplosivo sono stati spediti verso Aviano, Bari, Tuzla.




Un pozzo senza fondo

Altra vicenda mai chiarita è quella relativa agli appalti che in una impressionate serie venivano assegnati alle imprese della galassia Santapaola. Una gestione mafiosa di numerosi appalti, dal giardinaggio all’edificazione di nuove costruzioni, una fonte enorme per i clan di dollari, autorevolezza e soprattutto un indiscusso, inequivocabile riconoscimento.

L’inchiesta partì da alcuni coraggiosi magistrati della Procura di Catania, ma non se ne è saputo più nulla. E sarebbe davvero interessato ricostruire quel filo rosso che va dall’alleanza Usa-mafia durante lo sbarco del ’43, fino agli appalti mafiosi per la costruzione della base di Comiso e il contemporaneo assassinio di Pio La Torre, per finire ali appalti “santapaoliani” di Sigonella.

Un filo rosso che ci indica che gli Usa amano fabbricarsi i nemici con la stessa facilità con cui prediligono i “patti col diavolo”.






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Formato per la citazione:
Antonello Mangano, "La Bomba Sigonella", terrelibere.org, 26 aprile 2003, http://www.terrelibere.it/doc/la-bomba-sigonella