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Our company's headquarters are in London with a marketing arm in Houston
Capitolo 1
Vacanze di pochi e tragedie di tanti
Mattina del 15 agosto 2003. A bordo di un aereo privato
proveniente da Roma Fiumicino, giunge all’aeroporto di Catania Fontanarossa una
delegazione della repubblica nigeriana. Ne fanno parte il vicepresidente Atiku
Abubakar, la giovane moglie Jennifer,
il governatore dello stato di Adamawa, Boni Haruna, il senatore Musa Adede e
l’odierno ambasciatore nigeriano in Italia, Eguche. Non si tratta di una visita
ufficiale e ad attendere la delegazione non ci sono né politici né
rappresentanti istituzionali della regione siciliana. Il vicepresidente Atiku
Abubakar ha ricevuto il gradito invito a trascorrere il ferragosto nell’isola
da parte della famiglia Gitto, costruttori originari di Falcone (provincia di
Messina).
L’ingegnere Domenico, general manager della C.E.C.-Civil
Engineering Company, ha organizzato il ricevimento nei migliori dei modi.
Dopo una breve corsa in auto, i rappresentanti dello stato africano raggiungono
il porticciolo di Riposto dove li aspetta lo splendido yacht di proprietà di
due imprenditori che operano da una ventina d’anni in Nigeria nel settore della
logistica e della gestione dei porti e delle infrastrutture petrolifere. Si
tratta dei signori Gabriele Volpi e Gean Angelo Peducci, rappresentanti della Intels
(Integrated Logistic Services Ltd.), una compagnia con capitali italiani
con sede a Londra e una filiale nella città statunitense
di Houston. L’imbarcazione punta rapida verso le coste di Taormina, la
“perla turistica dello Jonio”. Gettate le ancore nella baia dell’Isola Bella,
riserva naturale, la delegazione nigeriana è accompagnata a visitare il centro
storico di Taormina, il Teatro Antico e il medievale Palazzo Corvaja. Poi la
cena nel prestigioso “Grand Hotel Timeo”, l’albergo a 5 stelle rilevato nel
1997 dalla famiglia Franza che ha monopolizzato il traghettamento privato nello
Stretto di Messina e che partecipa al controllo della Pallacanestro Sicilia
di A1 e del Messina Calcio di B.
“Una cena tipicamente siciliana, allietata dalla musica dei
Canterini, con variopinti giochi pirotecnici, su una delle terrazze più belle
dell’Isola ha concluso la festa di Ferragosto, particolarmente gradita alle
personalità nigeriane”, si legge in un dettagliato articolo di cronaca comparso
il 17 agosto sul quotidiano Gazzetta del Sud insieme ad una foto che
ritrae il vicepresidente nigeriano in maniche corte abbracciato dal sorridente
ingegnere Gitto sulla terrazza del belvedere di Taormina. Dalla giornalista Caterina Lo Presti si
apprende poi che nell’Hotel Timeo la delegazione nigeriana è stata salutata dal
sindaco di Taormina, Aurelio Turiano,
notabile democristiano eletto nelle file della Casa della Libertà, che “ha loro
donato un pregevole dipinto raffigurante il Teatro antico e una tipica “testa
di Caltagirone” della prestigiosa scuola artigianale calatina”.
Il giorno successivo, a bordo di un elicottero messo a
disposizione dalla C.E.C. della famiglia Gitto, il vicepresidente Atiku
Abubakar e la consorte Jennifer si recano ad ammirare dall’alto le pendici
dell’Etna. Il pomeriggio del 16 è invece trascorso sullo yacht degli
amministratori Intels. “In serata, al largo delle coste di Letojanni, il
soggiorno del vicepresidente Abubakar si è concluso con una cena
sull’imbarcazione allietata da fuochi di artificio. Affascinato dalle bellezze
della Sicilia che ha visitato per la prima volta, l’illustre ospite ha promesso
di tornarvi per visitare, in particolare, le isole Eolie”. Un impegno assunto ancora una volta con
i costruttori della provincia di Messina, i quali non nascondono con la stampa
il loro interesse ad utilizzare l’amicizia stretta tra le acque dello Ionio per
muoversi alla conquista di commesse statali in Nigeria.
“Ancora una volta”, prosegue il racconto della Gazzetta
del Sud, “Taormina lascia il segno nell’animo dei suoi estimatori, come
sempre capace di creare la giusta atmosfera anche per forieri traguardi di
lavoro. Non è fuggita, infatti, l’importanza della visita a suggello dei già
consolidati rapporti economici tra un’importante impresa del Sud, la C.e.c.,
e un grande stato africano che vuole essere protagonista nella storia e nello
sviluppo del suo continente e per questo ha stabilito contatti di collaborazione
con una impresa del Mezzogiorno d’Italia fra le più qualificate presenze nel
settore delle costruzioni di grandi opere infrastrutturali”. Più esplicito un
ultimo passaggio dell’articolo celebrativo di un “segmento dell’economia
nazionale che punta alla valorizzazione delle coste, dei profili culturali e
storici delle nostre contrade”. “A questo capitolo, consolidato nel tempo”,
conclude la Gazzetta, “si aggiunge la nuova scienza che guarda ai Paesi
in via di sviluppo per esportare tecnologia. Anche in quest’ottica l’ing.
Domenico Gitto, ha studiato l’itinerario di un incontro che sarà foriero di
ulteriori prospettive di lavoro”.
Uno Stato dilaniato dai conflitti etnici
Chi si attendeva un moto d’indignazione per una vicenda dove
il privato si fonde con il pubblico e dove rivivono i fasti di certa
“cooperazione italiana allo sviluppo” in cui ad arricchirsi erano i signorotti
del Sud e gli imprenditori di casa nostra, s’è sbagliato di grosso. A
ferragosto pochi fanno caso alle cronache mondane dei vip e ancora meno possono
ricordare i drammi quotidiani degli oltre 120 milioni di abitanti di quello che
era considerato il “colosso d’Africa” e che oggi, con la prima amministrazione
civile dopo l’indipendenza dagli inglesi, quella dell’ex generale Olusegun
Obasanjo
e del vicepresidente Atiku Abubakar, è un paese sempre più attraversato da
conflitti etnici, politici e religiosi, ormai del tutto “balcanizzato”. Eppure,
a differenza di altri paesi del continente africano, dei conflitti e delle
violazioni in Nigeria se n’è recentemente parlato in Italia, ma è impossibile
trovarne un accenno nell’articolo della giornalista siciliana o durante le
cerimonie riservate agli ospiti dagli imprenditori e dagli amministratori locali.
La recente storia della Nigeria è segnata dal
susseguirsi di guerre civili, colpi di stato, governi autoritari e corrotti,
secessioni, la più drammatica delle quali fu quella del Biafra nel 1967. Attualmente i
gruppi nazionali Ibo, cristiano-animisti concentrati nel sudest del paese, si
scontrano sempre più ferocemente con i gruppi Hausa-Fulani, musulmani del nord,
e gli Yoruba del sudovest, metà cristiani, metà musulmani. La grave crisi
economica scoppiata all'inizio degli anni '90 a seguito dell’implementazione
delle misure neoliberiste e della progressiva riduzione del prezzo
internazionale del petrolio di cui il paese è il principale produttore del
continente, hanno ulteriormente acuito gli odi tra le élite nazionali e i
gruppi etnico-religiosi. Una crisi sociale e politica che sempre più spesso
esplode in violenti massacri come quello avvenuto a Kaduna nel febbraio del
2000, quando più di un migliaio di persone hanno perso la vita durante gli
scontri tra cristiani e musulmani. Negli stessi giorni, nel distretto di Mushin
a Lagos, il conflitto armato tra i
gruppi nazionali haussa e yoruba causava più di 100 vittime e 400 i feriti. Il 14 ottobre 2002, erano almeno 200 i
morti, per lo più cristiani, degli scontri interreligiosi esplosi nella città
di Kano, nella Nigeria settentrionale, alla fine di una manifestazione contro
l'intervento armato Usa in Afghanistan. Cinque chiese, la principale moschea
della città e ad altre 15 moschee minori sono state date alla fiamme. Il numero
più elevato di vittime è stato registrato nel distretto periferico di Zangon,
dove accanto alla popolazione a maggioranza musulmana convive una significativa
minoranza cristiana.
Le élite politiche musulmane moderate della nazione Hausa-Fulani dominano il paese ormai da tempo; ad esse
appartiene il vicepresidente Atiku Abubakar, originario dello stato
settentrionale di Adamawa, lo stesso di cui è governatore quel Boni Harura che
lo ha accompagnato nella recente visita in Sicilia.
L’emarginazione dalle leve del potere dei gruppi cristiani e dei musulmani
radicali ha accentuato i conflitti e spinto intere comunità ad armarsi in vista
della pulizia etnica. L’amministrazione di Olusegun Obasanjo e Atiku
Abubakar ha soffiato sul fuoco dei conflitti
religiosi autorizzando l'applicazione della “sharia”, la legge islamica, in un
terzo degli stati della federazione nigeriana (12 su 36), alcuni dei quali a
forte presenza non musulmana, in violazione dei principi costituzionali
dell’uguaglianza tra i cittadini e della laicità delle istituzioni.
“I governatori degli stati che hanno deciso di applicare i
nuovi codici penali spiegano che essi sono attuati sulla base delle richieste
del popolo (la cosiddetta "legge popolare") e che un cristiano non
sarà sottomesso alla stessa legge della sharia a meno che non lo
richieda esplicitamente”, scrive Amnesty International. “Questo è un
principio astratto che non ha corrispondenza nella realtà. Oltretutto, nessuno
può esercitare un controllo su quello che può succedere a un cristiano o a un
musulmano dal momento in cui viene arrestato dalle hisbah (milizie
musulmane) a quello in cui viene condotto davanti al giudice. Insomma, nello
stesso paese due cittadini sono trattati diversamente dalla legge”.
Amnesty International segnala inoltre le discriminazioni di genere e di status
sociale nell’applicazione della sharia in Nigeria. “Negli ultimi due
anni, le donne hanno subito il maggior numero di condanne rispetto agli uomini.
La nascita di un bambino costituisce una prova per condannare una donna, mentre
l'uomo coinvolto nello stesso caso viene liberato sulla base della propria
parola o del proprio giuramento. Inoltre, fatto strano, la maggior parte delle
persone sottoposte a queste sentenze sono povere”.
Pecunia no olet, così nel bel mezzo di una campagna internazionale a difesa
di Safiya Hussaini e Amina Lawal, condannate a morte da due tribunali islamici
mediante lapidazione per il "reato" di adulterio, un paio di
imprenditori italiani non trovano di meglio che far trascorrere a proprie spese
una breve vacanza al mare ad uno dei responsabili politici della riesumazione
di una delle peggiori forme di esecuzione, fermamente proibita dal Patto
internazionale sui diritti civili e politici e dalla Convenzione delle Nazioni
Unite contro la tortura.
Il pugno
di ferro del governo Obasanjo-Abubakar
Stando alle denunce dell’opposizione nigeriana, durante i
primi 4 anni di regime “civile” dell’ex generale Olusegun Obasanjo e del suo
braccio destro Atiku Abubakar, più di 20.000 persone hanno perso la vita negli
scontri tra i diversi gruppi religiosi ed etnici o a seguito dell’intervento
delle forze di polizia e dell’esercito per sedare manifestazioni di protesta e
tumulti. “In molte occasioni”, ha denunciato Amnesty
International, “questa violenza è apparsa priva di ogni controllo e
tollerata, se non apertamente sostenuta, dal governo”. "Nell'ambito della
loro attività ordinaria”, aggiunge la principale organizzazione internazionale
di difesa dei diritti umani, “la polizia federale e le forze armate si rendono
responsabili di numerose violazioni dei diritti umani quali esecuzioni
extragiudiziali, uccisioni in custodia, torture e trattamenti crudeli, inumani
e degradanti, ai danni di presunti criminali". Amnesty International
ha documentato molti casi di persone decedute dopo essere state torturate nelle
stazioni di polizia; le esecuzioni extragiudiziali “sono invece spesso legate
ad operazioni delle unità speciali incaricate di pattugliare le strade per
contrastare le rapine a mano armata, la violenza e le attività illegali delle
stesse forze di polizia (come i posti di blocco non autorizzati, per estorcere
denaro ai cittadini)”.
Alle forze armate sono imputati inauditi
massacri: il primo è
stato perpetrato nel novembre 1999 a Odi (stato di Bayelsa), quando i soldati
hanno vendicato l'uccisione di 12 poliziotti assassinando oltre 250 persone.
L’operazione fu definita da un portavoce del governo come un’“azione
attentamente pianificata ed eseguita con cautela per liberare la società da
questi criminali”, e nell’occasione lo stesso presidente Obasanjo è giunto a
dichiarare di non avere "alcuna scusa da presentare al paese" per la
distruzione della città di Odi. Altra sanguinosa vendetta è stata consumata tre
anni più tardi dalle forze armate nigeriane dopo il massacro a colpi d’ascia di
19 soldati in una regione centrale della Nigeria. Nell’ottobre 2001 i militari
hanno poi compiuto raid in alcuni villaggi al confine tra gli stati di Taraba e
Benue: dopo aver radunato gli uomini nella piazza centrale, li hanno
giustiziati. Il mese precedente, questa zona e in particolare la città di Jos
erano state teatro di un'ondata di violenze tra i diversi gruppi religiosi.
In seguito allo sterminio
indiscriminato di civili nel Benue ad opera dell'esercito nigeriano, il
Parlamento europeo ha inutilmente sollecitato un'inchiesta “rapida e
imparziale” da parte del governo. Nel loro documento-appello, gli eurodeputati
hanno definito del tutto “inaffidabile” l'esercito nigeriano per garantire
l'ordine ed hanno richiesto la costituzione di un corpo di polizia in grado di
“gestire il conflitto fra le comunità, nel rispetto dello Stato di diritto”. Ciò nonostante nulla è stato fatto
in questa direzione.
Amnesty International ha denunciato come
proprio il Benue era già stato al centro di una brutale repressione militare
con uccisioni di massa nel corso del 2000. “Non è mai stata condotta alcuna
indagine sulle denunce relative a questi episodi o su altre uccisioni commesse
dalle forze di sicurezza da quando i civili tornarono al governo nel maggio
1999”, afferma l’organizzazione internazionale, che poi sottolinea un
particolare agghiacciante: nelle loro incursioni, le forze di sicurezza
nigeriane “avevano in dotazione mitragliette Beretta M12 e pistole Beretta M951
calibro 9”. Sono le “armi leggere” prodotte dalla Beretta Holding S.p.A., società di proprietà per i due
terzi dell’omonima famiglia bresciana, e per un terzo della compagnia belga Fabrique
Nazionale Herstal, parte del grande gruppo Sgb, di cui la famiglia
De Benedetti è azionista di minoranza.
Vizio antico quello italiano di trasferire strumenti di
morte al conflittuale paese africano. Negli anni ’80, ad esempio, la marina
nigeriana era stata destinataria dei cannoni navali da 127/54 e dei missili
nave-nave “Otomat” prodotti dall’Oto Melara (gruppo EFIM);
all’aeronautica furono invece venduti i caccia intercettori MB-339 dell’Aermacchi,
azienda di proprietà al 75% della famiglia Foresio e al 25% di Aeritalia
(gruppo IRI-Finmeccanica). Si stima che nel solo decennio 1978-1987 la
Nigeria ha assorbito il 4,7% dell’export militare italiano con commesse
superiori ai 120 milioni di dollari.
Affari proseguiti con la nuova amministrazione Obasanjo-Abubakar, che nei primi dieci mesi del 2001 ha acquistato in Italia armi
di piccolo calibro per un valore di 6 milioni di euro.
Il vicepresidente per le privatizzazioni
Se certamente lo stato permanente di grave
violazione dei diritti umani non rassicura gli imprenditori stranieri che
decidono d’investire in Nigeria, c’è tuttavia un elemento che rende il paese
fortemente attrattivo per tentare speculazioni e depredare le ingenti risorse
naturali ospitate. Gli amministratori pubblici dello stato africano sono
infatti particolarmente sensibili a tangenti e regalie varie e la Nigeria è
inserita al secondo posto nella speciale lista predisposta dall’organizzazione
non governativa tedesca Transparency International dei paesi più
corrotti al mondo, preceduta solo dal Bangladesh. Il finanziamento illecito dei
partiti e dei dirigenti politici è prassi consolidata prima, durante e dopo
ogni competizione elettorale e a queste dinamiche non è rimasta certamente
estranea la coppia Olusegun Obasanjo - Atiku Abubakar.
Numerosi organi di stampa hanno denunciato i contributi
miliardari a favore della recente campagna per le elezioni presidenziali,
versati da società private nazionali e internazionali. Il quotidiano Vanguard
ha documentato come il comitato elettorale Obasanjo-Abubakar alla guida del
Partito democratico popolare (PDP), abbia raccolto 5 miliardi di moneta locale
durante le svariate “cene elettorali” realizzate nel paese, una “somma maggiore
al totale dei budget di alcuni dei paesi dell’Africa occidentale”. Parte del denaro sarebbe stato speso, secondo i partiti di
opposizione, per realizzare gravi brogli elettorali, così da assicurare la
rielezione ai due governanti. Il
principale avversario di Obasanjo, l’ex generale Muhammadu Buhari, di religione
musulmana, leader dell’ANPP (“All Nigeria Peoples Party”), ha duramente
protestato per l’esito delle elezioni che ha definito “le più truccate dall'indipendenza
del paese”. Nonostante la tiepida presa di posizione della conferenza
episcopale della Nigeria che ha parlato di “voto complessivamente pacifico,
anche se non ancora libero e trasparente”, molti analisti hanno rilevato come
la vittoria dell’ex generale rappresenti “un pericolo potenziale per la
democrazia, con il rischio che si crei un partito unico che potrebbe essere
peggio di una dittatura militare”.
Le reazioni più violente si sono avvertite nel nord del
paese, a maggioranza musulmana, dove, secondo l’attivista per i diritti civili
Shenu Sani, “nelle moschee si sente la rabbia della gente e degli imam
che considerano la vittoria di Obasanjo un furto in piena regola”. Per prevenire attentati dimostrativi alla vigilia dell'investitura
ufficiale deI riconfermato governo, Olusegun Obasanjo e Atiku
Abubakar hanno fatto ricorso ad esperti anti-terrorismo provenienti da Israele,
i quali hanno affiancato la polizia federale nelle operazioni di vigilanza
delle maggiori città. La collaborazione di “consiglieri”
israeliani è continuata sino ad oggi per individuare la presenza in Nigeria di
cellule di estremisti islamici legati alla rete di Al-Qaeda.
In realtà il risentimento delle organizzazioni fondamentaliste islamiche è stato esasperato dall’amministrazione Obasanjo-Atiku con la realizzazione del programma di riforme neoliberiste e di privatizzazione delle imprese statali. È in particolare il vicepresidente ospitato in Sicilia ad essersi caratterizzato per la rigida applicazione dei programmi economici imposti dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale. Scorrendo del resto il curriculum vitae di Atiku Abubakar, si comprende che le cose non potevano andare diversamente. Dopo essere stato per 20 anni direttore generale del dipartimento doganale nigeriano, nel 1989 egli abbandonò l’incarico per dedicarsi agli affari nei settori dell’export di petrolio, delle assicurazioni, delle industrie farmaceutiche, dell’agricoltura e dei mass media. Così, prima di divenire vicepresidente, Atiku Abubakar è stato presidente di ben 7 grosse compagnie private, nonché direttore generale della Nigerian Universal Bank Ltd.. Oggi dirige il “Consiglio Nazionale sulle Privatizzazioni” (National Council on Privatization) ed ha già concluso la prima fase del piano con il trasferimento a compagnie private nazionali ed estere di 14 società pubbliche. La seconda fase, già avviata, riguarda la svendita di importanti aziende statali e di infrastrutture del settore turistico, automobilistico ed industriale e della società telefonica nazionale Nitel. Atiku Abubakar ha anche delineato la terza ed ultima fase del piano di privatizzazione, che riguarderà il settore energetico (pozzi petroliferi, oleodotti, raffinerie, ecc.) e la “National Electric Power Authority” (NEPA), l’ente di produzione e distribuzione di elettricità. Nel febbraio 2001, il governo si è inoltre dotato di un gabinetto di consulenti per la programmazione di attività in grado di attrarre gli investimenti stranieri, specie nel settore petrolifero e del gas naturale. Il consiglio è presieduto dal direttore generale della Deutsche Bank, David Folkerts-Landau, e conta sulla presenza dell’ex presidente della Banca Mondiale, Robert McNamara, e dell’ex ministro britannico Lynda Chalker. Uno staff di tutto rispetto per la messa all’asta sul mercato internazionale delle inestimabili ricchezze di un paese ostaggio di un’élite corrotta quanto brutale, che vede proprio in Atiku Abubakar il migliore candidato a presiedere fra quattro anni la federazione nigeriana. Intanto l’implementazione delle riforme di stampo neoliberista ha già causato gravi conseguenze economiche e sociali, tra cui l’espansione del debito estero e dell’inflazione che ha annullato il potere d’acquisto dei salari. Oggi la Nigeria è una delle nazioni più indebitate del mondo; il totale del debito estero ammonta a circa 34.000 milioni di dollari ed il paese spende annualmente tra i 400 e i 500 milioni di dollari per pagare gli interessi sui debiti contratti. È poi cresciuto rapidamente il numero dei poveri e dei senza occupazione; oggi circa il 40% della popolazione vive al di sotto dei livelli di sussistenza, il 70% non ha accesso a servizi quali acqua, elettricità, sanità di base, istruzione. Solo un adulto su due sa leggere e scrivere; 2 bambini su 10 muoiono prima di aver compiuto cinque anni e circa la metà della popolazione infantile soffre di gravi ritardi della crescita per cause legate alla malnutrizione. La gravissima crisi economica ed occupazionale ha causato una forte spinta migratoria e centinaia di migliaia di donne e uomini nigeriani hanno abbandonato il paese per raggiungere i paesi dell’Unione europea. Vittime sempre più spesso della tratta, i migranti finiscono a lavorare in gravi condizioni di sfruttamento nelle campagne, ad esercitare la prostituzione, a vivere in condizioni di semischiavitù come badanti, cameriere, ecc.. Una moglie contro la tratta
Il paradosso è che proprio la prima moglie del
vicepresidente Atiku Abubakar, Amina Titi, è una delle personalità nigeriane
più impegnate nella denuncia contro lo sfruttamento di donne e bambini.
Specializzatasi in gestione alberghiera presso la “Scuola Internazionale di
Scienze Turistiche” di Roma grazie ad una borsa di studio finanziata
dall’Organizzazione Mondiale per il Turismo e dalla Farnesina, Amina Titi Atiku
Abubakar è stata una delle relatrici alla Conferenza Internazionale contro
il Crimine tenutasi a Palermo nel 2000. Presenti l’ex ministro degli esteri
Piero Fassino e l’ex segretario dell’Agenzia delle Nazioni Unite della lotta
contro la droga Pino Arlacchi, il pomeriggio del 13 dicembre la moglie del
vicepresidente nigeriano è intervenuta con una relazione su “Il bisogno di una
risposta comune alla criminalità Transnazionale”. Ma la signora Amina Titi ha
fatto di più. Come succede sempre più spesso nei paesi del Sud prescelti dalla
cooperazione internazionale, la consorte del potente politico ha dato vita ad
una “organizzazione non governativa”, la Women Trafficking and Child Labour
Eradication Foundation (WOTCLEF), per gestire progetti a favore delle donne
e dei bambini vittime della tratta.
L’ONG organizza seminari ed incontri, dimostrando particolare
attenzione verso alcuni dei maggiori paesi di destinazione, l’Italia
innanzitutto. I quotidiani nigeriani riferiscono che il 25 settembre 2003, in
occasione di un dibattito organizzato a Kano da WOTCLEF e dal Servizio
immigrazione nigeriano, la moglie del vicepresidente ha comunicato di aver
ricevuto una lettera dall’ambasciata nigeriana di Roma in cui si rileva il
piano del governo italiano di deportare 120 immigrati nigeriani “vittime della
tratta”.
In precedenza Amina Titi Atiku Abubakar e la WOTCLEF avevano presentato
il rapporto dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) sul traffico di
esseri umani nell’Africa occidentale. Esso individuava 5 stati della Nigeria
(Akwa-Ibom, Abia, Rivers, Cross River e Sokoto), tra quelli maggiormente
coinvolti. Solo a Sokoto "sono stati registrati una media di 20 casi al
mese di bambini trafficati”. Il rapporto sottolineava alla fine come ragazze
provenienti da questi stati nigeriani “sono anche inviate in Italia come
prostitute".
Le campagne di denuncia della WOTCLEF hanno
certamente contribuito a sensibilizzare il corpo diplomatico italiano in
Nigeria, al punto che l’ambasciatore Giovanni Germano ha più volte denunciato sulla
stampa locale come siano “10.000 le donne nigeriane trafficate in Italia” e
come il nostro paese sia ”diventato un centro delle donne e delle ragazze
nigeriane vittime di tratta”. Il traffico di migranti è diventato emergenza
bilaterale così, col pieno consenso dell’”organizzazione non governativa”
preposta, il 9 gennaio 2002 sono stati donati dall’ambasciata “i velivoli e
l’equipaggiamento per un valore di 2,5 milioni di dollari” alla Polizia e al
Servizio immigrazione nigeriani “con la speranza che ciò possa servire per
combattere la minaccia del traffico di esseri umani dall’Africa occidentale
all’Italia”.
Ancora una volta il nostro paese non sfugge al gioco di far
passare come “aiuti allo sviluppo”, sistemi militari che certamente nulla hanno
a che vedere con la prevenzione del traffico di persone o la protezione delle
vittime. Più detestabile il fatto che l’Italia abbia sottoscritto accordi
“sulla migrazione” e di “Reciproca Assistenza sugli Affari Criminali” con un
paese dove la fame, il conflitto civile, le politiche economiche e la
corruzione imperante sono le prime cause di espulsione della popolazione.
Capitolo 2
Dalla Sicilia alla Nigeria via Israele
E i Gitto sbarcano nell’isola del petrolio
Facciamo un passo indietro e torniamo alla
sconcertante vacanza di ferragosto di Atiku Abubakar, della seconda moglie Jennifer e
compagni. “Taormina sempre capace di creare la giusta
atmosfera anche per forieri traguardi di lavoro”, si leggeva nella cronaca di
quel viaggio in Sicilia. “Non è fuggita, infatti, l’importanza della visita a
suggello dei già consolidati rapporti economici tra la Cec e la
Nigeria…”. Sì, “già consolidati rapporti economici”. Ma quali?
Due giorni dopo la conclusione dell’incontro privato tra il
vicepresidente e l’ingegnere Domenico Gitto, il 18 agosto 2003, sono le agenzie di
stampa nigeriane ad informare che la Gitto Costruzioni Generali Nigeria
Limited ha vinto un appalto per 41 milioni di dollari per la realizzazione
di una strada a due corsie e di un ponte (“Itigidi Bridge”) di 760 metri nel
Rivers State, nella regione meridionale del paese. Si tratta di un progetto
concepito dal vecchio regime militare per assicurare una rotta terrestre alternativa ai trasferimenti di gas liquido
e del personale che opera negli impianti di Bonny Island.
La riesumazione da parte del nuovo governo di
un’infrastruttura dall’enorme impatto socioambientale è stata accolta dalla
ferma opposizione delle
organizzazioni ambientaliste nigeriane che hanno lanciato un appello
internazionale per impedire l’inizio dei lavori. “L’ultima riserva delle ricche
foreste di mangrovie ad Ogoniland ed in altre aree del delta del Niger nel
Rivers State è oggi seriamente minacciata da un progetto del presidente Olusegun
Obasanjo”, si legge in un documento a firma del Mangrove Action Proyect.
“Diversi ettari di fitte selve di mangrovie, foreste pluviali vergini,
affluenti, fiumi, santuari ecologici e grandi superfici di terre fertili
saranno distrutti con la costruzione di un enorme ponte che collegherà la
comunità di Bodo (Ogoniland) a Bonny Island, sede del progetto Nigeria's
Liquefied Natural Gas (LNG)”. “L’appalto è stato assegnato ad un’impresa
italiana”, aggiunge l’organizzazione ecologista. “Il progetto ha preso il via
con la firma del contratto e con la consegna del denaro da parte delle autorità
nigeriane al loro partner, la Gitto Costruzioni Generali Nigeria Limited.
Ma entrambi non hanno realizzato alcuno studio d’impatto ambientale come invece
richiesto dalle direttive esistenti che ne prevedono l’obbligatorietà per
progetti similari a quello della strada Bodo-Bonny”.
Il Niger Delta project for Environment, Human Rights and
Development (NDPEHRD) ha potuto rilevare che gli operai e le attrezzature
della società d’ingegneria straniera sono già stati trasferiti presso il
villaggio di Bodo nella provincia di Ogoni, Rivers State. “Dalla comunità di
Bodo sino al noto Bonny River ci sono circa 6 miglia nautiche di distanza
ricoperte da foreste di mangrovia che saranno in buona parte distrutte dal
progetto”, si legge ancora nel documento degli ambientalisti. “I lavori
deprederanno le foreste di mangrovie dei villaggi di Andoni nell’omonima
provincia e quelle che oggi restano a Bonny Island. Le specie di mangrovie esistenti
nell’area interessata sono la Rhizophora Racemosa, la Rhizophora
Horrisonii e la Mangrovia Rhizophora. La maggior parte delle fonti
naturali dell’area sta sparendo. Le compagnie petrolifere e del gas che operano
nella regione hanno commesso gravi crimini contro l’ambiente e le popolazioni.
Le loro attività, i test sotterranei e le operazioni di posa degli oleodotti
hanno accelerato il saccheggio delle foreste di mangrovie. L’insostituibile
ecosistema offre importanti risorse naturali ed è importante per la produzione
di cibo. Le foreste di mangrovie della regione sono alla base della nutrizione
e della protezione dei pesci e dei molluschi; esse supportano la vita di una
grande varietà d’insetti, di uccelli e di mammiferi”.
Nel suo rapporto, il Mangrove Action Project fa due
rivelazioni importanti. La prima: “Si dice inoltre che altri potenti nigeriani
come ad esempio il vicepresidente Alhaji Atiku Abubakar siano tra i maggiori azionisti
della società italiana”. Poi si aggiunge che a seguito delle proteste della
popolazione, “il governo federale ha assegnato la somma di 4.185.000 dollari a
favore dei villaggi maggiormente colpiti (Bodo e Mogho) attraverso i
responsabili della Gitto Costruzioni Generali Nigeria Limited come forma
d’indennizzo e per ridurre le tensioni sviluppatesi con l’approvazione del
progetto stradale”. C’è proprio di tutto in questa storia italo-nigeriana:
l’ennesima opera eco-incompatibile, un uomo di governo che ha l’arroganza di
farsi portare in vacanza da un imprenditore a cui ha concesso un appalto e di
cui l’opinione pubblica ipotizza esserne socio, denaro in contanti per
ammorbidire eventuali oppositori distribuito grazie ai canali privati.
Tunnel e strade per l’apartheid d’Israele
La discutibile operazione in terra d’Africa non è purtroppo
l’unico incidente di percorso della storia aziendale della famiglia siciliana.
Qualche tempo fa ha fatto il giro del mondo la notizia che la C.E.C.-Civil
Engineering Company di proprietà di Carmelo Gitto e dei figli Salvatore e
Domenico, ha realizzato per conto delle autorità israeliane la galleria
autostradale “Gilo” di raccordo fra le città di Gerusalemme ed Hebron.
Essa fa parte della fitta rete di strade ed autostrade, le famigerate by-pass
routes, che il governo di Tel Aviv, in aperta violazione del diritto
internazionale, ha realizzato nei territori occupati di Cisgiordania e Gaza per
mettere in comunicazione Gerusalemme con gli insediamenti dei coloni (i
cosiddetti settlements), le basi militari e le aziende agricole in mano
al capitale israeliano. Le by-pass routes sono una delle cause
dell’acutizzazione del conflitto in questa regione mediorientale; hanno
favorito l’occupazione politico-economica e militare israeliana e la
realizzazione degli espropri illegali a danno delle comunità arabe.
Il tunnel “Gilo”, lungo 890 metri, è stato il primo
realizzato nel suo genere nei territori occupati; ha una rilevante valenza
strategica in quanto è stato scavato all’interno della collina su cui è sorto
dopo l’occupazione del giugno 1967, l’omonimo insediamento israeliano di Gilo,
fondamentale per il controllo della via d’accesso meridionale a Gerusalemme e
la penetrazione nella vicina Betlemme e nei due villaggi palestinesi a forte
presenza cristiana di Beit Safa e Beit Jala. Il tunnel rappresenta poi una vera
e propria porta militarizzata dell’immenso muro che il governo israeliano sta
realizzando attorno alla “Grande Gerusalemme”, la metropoli che si vorrebbe
estesa dalla storica città santa sino ad Hebron, Gerico e Ramallah. Va poi
aggiunto che a metà degli anni ’90, la C.E.C. della famiglia Gitto, in consorzio con la Barashi
Ltd. di Tel Aviv, aveva realizzato un’altra opera osteggiata
dai palestinesi, il tunnel “Meha Morhia” di collegamento con la “Road n°
4”, l’arteria stradale che dal centro urbano di Gerusalemme si connette a sud
con la by-pass route che conduce al tunnel “Gilo” e alla città di
Hebron.
L’attività dei costruttori Gitto in Israele ha sorpreso non
pochi commentatori, data la quasi impossibilità per le imprese straniere ad
ottenere il pass per appalti così rilevanti da parte dell’establishment locale.
Ha sorpreso poi la rapidità con cui le società di famiglia sono riuscite ad
inserirsi in Italia nel business delle commesse pubbliche. Partiti come
affidatari di una serie di lavori predisposti dall’Amministrazione provinciale
di Messina, dal Consorzio ASI (Area Sviluppo Industriale) e da alcune
amministrazioni locali siciliane, i Gitto hanno ottenuto nel corso degli anni
’90 importanti appalti da enti statali come l’ANAS e le Ferrovie
dello Stato nelle province di Ancona, Catanzaro, La Spezia, Napoli, Nuoro,
Potenza, Reggio Calabria e Roma. Più recentemente alla C.E.C. di
Falcone, la Società italiana per le condotte d’acqua S.p.A. ha affidato
la costruzione del megaparcheggio sotterraneo e del centro commerciale di
Marino (Roma), mentre l’amministrazione di Messina ha assegnato al consorzio
costituito ad hoc dalla Gitto S.r.l. e dalla Torno di Roma, il
terzo lotto degli svincoli autostradali di Giostra-Annunziata, finanziati nel
1989 grazie ad un accordo di programma tra il Ministero dei Trasporti e i
Comuni di Messina, Reggio Calabria e Villa San Giovanni, “per la
fluidificazione del traffico nello Stretto”.
Quest’ultima opera non è stata ancora completata ed i costi
sono parecchio lievitati. Secondo le stime dei tecnici sarebbe necessario uno
stanziamento aggiuntivo di 53 milioni di euro, che si sommerebbe ai 120
miliardi di vecchie lire già spesi per le bretelle autostradali. Intanto l’appalto è finito sotto
inchiesta e il tribunale di Messina ha rinviato a giudizio amministratori,
funzionari comunali, liberi professionisti e costruttori, tra i quali compaiono
i nomi di Carmelo, Salvatore e Domenico Gitto. I magistrati contestano una
serie di reati che vanno dalla turbativa d’asta all’abuso d’ufficio, e finanche
all’associazione a delinquere. Un troncone d’inchiesta riguarda l’approvazione
nel maggio 2001 di una perizia di variante che ha fatto quasi raddoppiare
l'importo effettivo dei lavori aggiudicati quattro anni prima al consorzio Torno-Gitto-Vinci.
Al tempo la gara d’appalto era stata vinta con un ribasso vicino al 40%. Nel
corso dell’indagine è stata accertata la sparizione negli uffici comunali di
gran parte della documentazione presentata dalla Gitto S.r.l., nonché di
tutta la documentazione contenuta nella busta di gara presentata dalla ditta
individuale Vinci.
I nuovi signori della Messina-Palermo
Nonostante lo scivolone giudiziario i Gitto mostrano un
certo attivismo per accaparrarsi le maggiori opere programmate nella provincia
di Messina. C’è innanzitutto l’interesse verso le ventilate opere infrastrutturali
di supporto al Ponte sullo Stretto che il ministro Pietro Lunari vuole avviare
entro il 2005; gli svincoli autostradali di Giostra-Annunziata, del resto,
hanno proprio la funzione di creare un primo collegamento tra le autostrade
siciliane e il devastante ponte tra le sponde di Scilla e Cariddi.
C’è poi l’intenzione a concorrere al piano d’intervento per
la realizzazione della doppia portualità di Messina e Milazzo, per cui sono
previsti investimenti per oltre 51 milioni di euro. Proprio tra le banchine del
porto di Milazzo “riposano” da mesi le attrezzature della Civil Engineering
Company. Nell’area industriale della cittadina siciliana i costruttori
hanno trasferito i propri uffici generali; ed ancora a Milazzo i Gitto,
attraverso la società Porto San Francesco, si sono dichiarati pronti a
realizzare il nuovo porticciolo turistico a Croce di mare, località di notevole
pregio ambientale, utilizzata dai bagnanti in periodo estivo e dalle
imbarcazioni dei pescatori locali. Il progetto è stato inserito tra le opere
finanziabili dall’Agenda 2000 dell’Unione europea, ma l’opposizione
della cittadinanza avrebbe convinto gli amministratori a trasferire ad altro
sito il nuovo porto turistico.
Il vero pozzo di San Patrizio per le imprese della famiglia
Gitto è tuttavia rappresentato dalla mai completata autostrada Messina-Palermo.
Per lo meno 15 lotti dell’opera ricadenti nei territori dei comuni di Gioiosa,
Caronia, Rocca di Caprileone, Acquedolci, Sant’Agata Militello, Reitano, Tusa e
Castelbuono, sono stati assegnati direttamente o in subappalto alla C.E.C..
Una società quasi piglia tutto, che proprio tra i viadotti e i tunnel della
Messina-Palermo si è incrociata con le maggiori aziende di costruzione nazionale
e con le chiacchierate società in mano ai cavalieri del lavoro di Catania,
prime fra tutte la COGEI del gruppo Rendo e l’IRA Costruzioni
Generali di Gaetano Graci.
All’impresa COGEI-Costruzioni Generali S.p.A. di Roma, il Consorzio autostradale
Messina-Palermo ha affidato i lavori nel tratto Sant’Agata
Militello-Acquedolci, relativi al lotto 22 e 22bis per un importo
superiore ai 50 miliardi di lire, lavori subappaltati in buona parte alla famiglia
Gitto e che si sono caratterizzati ancora una volta per l’esorbitante
lievitazione dei costi. Come hanno infatti rilevato gli organi inquirenti, il
solo appalto del lotto 22bis fu vinto dalla COGEI per un importo di
circa 33 miliardi, divenuti 50 con la prima perizia di variante e a cui si sono
aggiunti 22 miliardi e 800 milioni per un’ulteriore variante concessa dall’ente
appaltante. Complessivamente il lotto è venuto a costare 73 miliardi di vecchie
lire, ben al di là del doppio del valore del contratto d’asta. Qualcosa di
simile si è ripetuto per il successivo lotto 23 “Acquedolci”, opera anch’essa
affidata in subappalto ai costruttori originari di Falcone. Vinto l’appalto per
26 miliardi di lire dall’impresa Ing. Federici Fortunato S.p.A. di Roma,
a seguito di due varianti in corso d’opera le somme liquidate dal Consorzio
autostradale hanno superato i 56 miliardi.
Con l’IRA Costruzioni Generali, ex gruppo Graci, la C.E.C.
ha invece condiviso i lavori per il lotto 30ter tra i comuni di Tusa e
Castelbuono: la famiglia Gitto è infatti mandataria dell'associazione
temporanea di imprese costituita con la S.I.P.A. Società Italiana Produzione
Asfalti S.p.A. per i lavori del 1° stralcio, mentre l’IRA Costruzioni
è la mandataria per il 2° stralcio dell’A.T.I. dove è ancora presente la S.I.P.A.
S.p.A.. Coincidenza vuole che i lavori
topografici per la realizzazione della galleria “Cozzo Minneria” nella tratta
Tusa-Castelbuono siano stati realizzati dalla società d’ingegneria Digi Mapping Systems
di Castelbuono, contrattata anche per le opere autostradali del consorzio
Badetta, costituito dalla Gitto S.r.l. e dalla Edilstrade
S.p.A., per le attività di esproprio delle aree interessate al tratto
autostradale assegnato alla COGEI e alla Federici, e per la “direzione topografica e
i controlli costruttivi” del tunnel realizzato dalla C.E.C. a
Gerusalemme.
Sempre in Israele la Digi Mapping Systems è stata
contrattata dalla Barashi Ltd., partner dei Gitto nei lavori del tunnel “Meha
Morhia”, per la progettazione di un’area
industriale “ad alta tecnologia” in località Bet Shemesh; la Mathav
Ltd.-Pardes Hana l’ha voluta invece alla direzione delle opere di
livellazione per Km 390 in tutta l’area settentrionale della Galilea e della
West Bank. A questa azienda siciliana è stata infine affidata la “rilevazione
dati e l’editing della mappatura telematica” per il progetto G.I.S. tra la
compagnia israeliana telefonica Bazic, la compagnia nazionale di
distribuzione dell’energia elettrica e le municipalità di Gerusalemme e Tel
Aviv.
La dura legge del pizzo
L’esecuzione dei lavori per
l’autostrada Messina-Palermo ha attratto gli appetiti delle maggiori cosche
mafiose dell’isola ed anche i Gitto, come i maggiori costruttori nazionali, non
sono sfuggiti al puntuale carico estorsivo delle
organizzazioni criminali. C’è un collaboratore di giustizia della provincia di
Messina, Salvatore Marotta, già a capo della cosca di Sant’Agata
Militello, che ha raccontato dettagliatamente il modus operandi degli
estortori locali: “Fu il mistrettese Matteo Blandi che intendeva condividere con me la
direzione ed il controllo di quel territorio a dirmi di essere lui quello che
riscuoteva le tangenti delle diverse imprese che in quel momento operavano
nella zona. Di queste suggerì la COGEI come quella dalla quale, io
stesso, avrei dovuto prendere il pizzo. Il Blandi decise di fissare un incontro
per stabilire quanto la COGEI avrebbero dovuto corrispondere al nostro
gruppo. Alla cosa si interessò il geometra Antonino Isgrò di Barcellona che
fissò una riunione a Falcone in un villino che credo fosse di proprietà del
costruttore Gitto, sito proprio di fronte allo svincolo autostradale di Falcone
sulla 113”.
“Siamo andati all’incontro con due
autovetture differenti e precisamente io, Pino Oieni, Matteo Blandi e Masino Florio”,
aggiunge Salvatore Marotta. “Mio figlio Calogero, Michele Adorno e Giuseppe
Miragliotta andarono a bordo di altra autovettura. Costoro non entrarono
nell’appartamento ma rimasero a bordo della loro auto a fare da vigilanza nella
vicina pineta. Un’altra autovettura di grossa cilindrata, credo fosse un’Alfa
75, fu inviata nella zona allo scopo di effettuare un’attività di vigilanza e
di copertura, direttamente dal “vecchio” boss mistrettese Giovanni Tamburello, il quale in questa maniera, voleva
sincerarsi della buona riuscita dell’incontro ed evitare spiacevoli
inconvenienti. A bordo di tale auto vi erano tre soldati di Tamburello, Santo
Sciortino, Lorenzo Mingari e Antonino Miraglia Fagiano. Abbiamo incrociato la suddetta
autovettura più volte e quando mi accorsi della loro presenza, chiesi
spiegazioni all’Oieni, il quale mi disse che Tamburello aveva inviato i suoi
soldati perché non si fidava di Matteo Blandi del quale temeva eventuali colpi
di mano. Io ed Oieni non eravamo armati mentre sull’auto di copertura
viaggiavano persone armate, così come dovevano essere armati gli uomini inviati
dal Tamburello”.
Salvatore Marotta ha
fornito ulteriori particolari sull’incontro tenutosi in casa Gitto. “Alla
riunione partecipò anche Nino Isgrò. L’Isgrò ha partecipato sia come
organizzatore dell’incontro e soprattutto quale esponente del clan
barcellonese, ma anche per tutelare l’interesse dell’impresa Gitto, da
sempre sotto la protezione esclusiva della mafia barcellonese. Per conto della COGEI
presero invece parte Domenico Gitto, ed il geometra Siracusano. Prese anche
parte per conto della stessa ditta un altro tecnico del quale però non ricordo
il nome. Il Gitto personalmente aveva chiesto a tutti quelli che avrebbero
dovuto partecipare alla riunione di non portare armi. Lui stesso infatti
avrebbe garantito un ordinato svolgimento della discussione. Con questo egli
intendeva anche prevenire un eventuale danno alla sua immagine che invece avrebbe
provocato una visita da parte delle forze dell’ordine. L’incontro durò circa
un’ora e mezza, trascorsa la quale siamo ritornati a Sant’Agata. Allorché
uscimmo dal villino, vidi arrivare a bordo della sua autovettura il noto Ciccio
Pagano da Merì, che nella circostanza si accompagnava all’imprenditore pattese
Salvatore Pontillo”. Un summit d’altissimo livello dunque, dove accanto ai
mafiosi di Sant’Agata Militello e Mistretta, comparivano due uomini ormai ai
vertici della vecchia mafia barcellonese, Antonino Isgrò inteso “u’ tattainu’ e
Francesco “Ciccio” Pagano, piccolo imprenditore edile che al tempo lavorava
appunto nella zona di Patti-Montalbano “alle dipendenze” del Pontillo.
Il collaboratore di
giustizia ricorda con precisione l’ammontare del pizzo che fu imposto alle
imprese. “Il costo dei lavori che la COGEI stava eseguendo si aggirava
sui 20 miliardi o poco più. Secondo consuetudine l’impresa avrebbe dovuto
pagare una percentuale non inferiore al 2%. Il Gitto, ricordando che anch’egli
avrebbe dovuto versare la sua quota parte, propose però una diminuzione della
cifra che così venne stabilita in complessivi 350 milioni. Il Gitto, invece,
essendo impegnato nello stesso lavoro, quale subappaltante, per l’opera di
sbancamento e movimento terra, si impegnò a versare la cifra di 2 milioni e
mezzo da corrispondere ogni fine mese per tutto il periodo della durata dei
lavori. La COGEI invece avrebbe dovuto corrispondere la cifra stabilita
nella misura di 50 milioni al mese. Venne anche stabilito che i soldi sarebbero
stati prelevati da
Masino Florio nel cantiere di Gitto che si incaricava
a corrispondere ciò che era dovuto dall’impresa e la sua stessa quota parte”.
Salvatore Marotta spiega
poi come furono spartite le somme di denaro riscosse dalla COGEI e
dall’impresa Gitto: “Il denaro doveva essere distribuito tra il Blandi,
l’Oieni, il Tamburello e la mia persona. In occasione del primo pagamento
avvenuto nel mese di maggio 1989, io presi soltanto 5 milioni che mi furono
dati da Masino Florio. Nei mesi successivi qualche altra rata di 10 milioni o
poco più mi fu consegnata da Pino Oieni e da Lorenzo Mingari. Successivamente,
non pervenendomi altre somme di denaro, interpellai il Florio venutomi a
trovare mentre ero agli arresti domiciliari. Costui mi spiegò che il Gitto gli
aveva rifiutato il pagamento delle successive rate poiché il Tamburello e
l’Oieni si incaricarono a riscuotere direttamente la somma stabilita nella
riunione”.
La mancata riscossione
della tangente irritò inevitabilmente Salvatore Marotta che fece chiamare
Matteo Blandi per lamentarsi della violazione dell’accordo stabilito nella
villa del costruttore di Falcone. “Riferii che dal Florio avevo saputo che il
denaro del Gitto veniva riscosso direttamente dal Tamburello attraverso l’Oieni
ed il Mingari. Ciò era un fatto certamente grave. Mi interessava conoscere
altresì se il Tamburello tratteneva per sé oltre che la quota parte a me
spettante anche le due destinate al Blandi. Mi rispose affermativamente,
rivelando al tempo stesso la sua irritazione per il trattamento ricevuto. Fu
allora che suggerii al Blandi di prendere diretti contatti con il Gitto
richiamandolo al rispetto dell’iniziale accordo. Ci lasciammo con l’intesa che
avrebbe personalmente curato la questione. Qualche tempo dopo però il Blandi
tornò a Sant’Agata e mi disse che il Gitto rimaneva sordo alle sollecitazioni
dando così ad intendere che egli avesse diretti rapporti con il Tamburello.
Appreso ciò, detti incarico a mio figlio Calogero di recarsi direttamente dal
Tamburello e questo allo scopo di chiarire alla fonte il perché di tali
inadempienze. Mio figlio venne ricevuto dal Tamburello che promise di
provvedere con immediatezza. Di fatto però ciò non fece”.
A questo punto Salvatore
Marotta decise di intervenire nei confronti del costruttore di Falcone,
incaricando il figlio Calogero di contattarlo per intimargli a non pagare le
restanti somme agli uomini di Tamburello.
“Il Gitto rispose che avrebbe obbedito. D’Altro canto mio figlio nel riferirgli
il mio messaggio aveva anche aggiunto che laddove egli non avesse dato corso al
mio volere io mi sarei “dato latitante” per infliggergli una lezione adeguata.
Feci tutto questo perché intendevo salvare la faccia agli occhi del Gitto e non
perdere il prestigio nei confronti dello stesso Tamburello. Il Gitto mantenne
la promessa ma ciò provocò la reazione che io mi aspettavo da parte del
Tamburello…”.
L’indagine dell’autorità
giudiziaria ha potuto accertare che per i lavori di realizzazione dei lotti 22 e 22bis
dell’autostrada Messina-Palermo, la COGEI ha versato ai clan locali 350
milioni di vecchie lire, mentre proprio 2 milioni e mezzo sarebbero stati
versati mensilmente dal Gitto, subappaltatore dell’impresa del gruppo Rendo.
Gli inquirenti hanno poi accertato che una parte dei lavori erano stati
affidati dalla COGEI direttamente al mafioso Matteo Blandi. Ciò fu visto
assai negativamente dal boss mistrettese Giovanni Tamburello, il quale non
poteva accettare né il protagonismo del Blandi né che il denaro finisse nelle
mani del clan Marotta. Fu così che proprio
l’estorsione ai danni delle imprese operanti sull’A-20 determinò la definitiva
rottura tra il gruppo di Sant’Agata Militello e il Tamburello. Quest’ultimo
decretò la morte di Matteo Blandi che fu assassinato in contrada Buzza a
Caronia il 12 dicembre 1989.
“Una mattina, mentre mi trovavo
nello spiazzale del rifornimento Agip di Sant’Agata dove, nonostante gli
arresti domiciliari, accudivo alla vendita del pesce giusta autorizzazione del
giudice, vidi arrivare il Tamburello, Lorenzo Mingari, Nené Blandi fratello di
Matteo e tale Antonino Casabona da Capizzi”, ha raccontato Salvatore Marotta.
“Notai subito che l’aria non era tra le più tranquille. Misi subito nel conto
che i quattro avrebbero potuto usarmi violenza. La cosa però ebbe sviluppi
tutto sommato pacifici giacché il Tamburello che per la prima volta conobbi, mi
chiese di appartarci per un momento dovendo chiarire un qualcosa. Una volta
soli, il Tamburello mi disse minacciosamente che non mi aveva mandato il denaro
di cui all’accordo con la COGEI giacché la quota a me spettante l’aveva
utilizzata per assoldare i killer che egli aveva incaricato per uccidere Matteo
Blandi, circa due mesi prima nel suo rifornimento di Caronia Marina. Il
Tamburello, cui io contestai l’inopportunità di tale iniziativa omicida per
altro avviata a mia insaputa, mi disse che era stato costretto a disporre
l’eliminazione del Blandi essendo costui un soggetto assolutamente
ingovernabile, un profittatore e per questo meritevole di essere ucciso”.
Nonostante le dazioni di
denaro a favore delle cosche di Mistretta e Sant’Agata Militello, altri 200
milioni furono richiesti ai costruttori Gitto dal gruppo criminale vicino a
Giuseppe Iannello, boss barcellonese poi assassinato nel 1992. “Alcune
telefonate a scopo estorsivo furono fatte alla vittima”, ha raccontato il
collaboratore tortoriciano Francesco Galati Rando. “Iannello in particolare
disse che essendo il Gitto insensibile alle richieste telefoniche, era
meritevole di una lezione che doveva essere quella del danneggiamento di
autovetture o di edifici attraverso l’esplosione di colpi d’arma da fuoco”. Gli
inquirenti hanno potuto accertare che nel 1990 un attentato incendiario
distrusse parzialmente il cantiere di Olivieri dell’ingegnere Carmelo Gitto.
L’autostrada
è Cosa Nostra
Nome in codice “Operazione Barbarossa”. A fine 1999 i
Carabinieri della Legione di Messina chiudono un’inchiesta sull’infiltrazione
della mafia in alcuni dei cantieri dell’autostrada Messina-Palermo, quelli in
fase di realizzazione tra i comuni di San Mauro Castelverde e Santo Stefano di
Camastra. Scattano una cinquantina di mandati di cattura contro boss ed
affiliati delle cosche e alcuni piccoli imprenditori a cui era stata affidata
la fornitura di materiali e servizi.
L’inchiesta aveva preso il via a seguito di alcuni attentati
incendiari che si erano verificati tra il luglio e il dicembre 1998 contro
l’impresa Te.Di.Gi. di Agrigento e la Francesco Arcovita di
Acquedolci, presenti rispettivamente nei cantieri dei lotti 24 e 26bis a Caronia. Grazie alle intercettazioni ambientali
e alle testimonianze di vecchi e nuovi collaboratori di giustizia, gli
inquirenti avevano svelato il ferreo controllo estorsivo che la potente
famiglia di San Lorenzo, alleata del latitante Bernando Provenzano, aveva
tessuto sui lavori autostradali con la collaborazione dei gruppi mafiosi di
Caccamo, San Mauro Castelverde, Mistretta e Tortorici.
“Il controllo illecito dei cantieri per la costruzione dell’autostrada
Messina-Palermo non può essere stata considerata un’attività da lasciare alle
singole decisioni di gruppi malavitosi locali, più o meno organizzati a seconda
dei casi, ma è stata invece interpretata come un’attività da gestire e dirigere
in forma unitaria dall’associazione Cosa Nostra”, scrivono i Carabinieri nella
loro informativa “Operazione Barbarossa”. Secondo gli inquirenti, appalti e
subappalti, forniture di inerti e materiali di costruzione sarebbero stati
decisi nei minimi dettagli dal cosiddetto “tavolinu”, il patto tra uomini
politici, imprenditori e mafia sottoscritto sin dalla seconda metà degli anni
‘80 per spartirsi tutti i lavori futuri nell’isola. “Solo così”, spiegano gli
investigatori, “Cosa Nostra avrebbe potuto garantire il rispetto degli accordi
presi con gli altri convenuti, che pur non possedendo il potere militare di
Cosa Nostra, sono comunque degni di rispetto in quanto espressione di un potere
diverso, cioè quello economico-politico, con il quale comunque Cosa Nostra deve
confrontarsi per perseguire i suoi scopi delittuosi”.
Secondo le risultanze dell’indagini, la cosca di San Lorenzo
guidata dai latitanti Sandro e Salvatore Lo Piccolo, avrebbe gestito a partire
dal 1995 il “pizzo” nei cantieri dell’autostrada, imponendo altresì
l’assunzione di numerosi dipendenti nonché gli acquisti di materiale edile e la
movimentazione terra presso imprese controllate direttamente dalla mafia. Il
gruppo criminale a cui facevano capo società che avevano in gestione importanti
impianti sportivi a Palermo e finanche una quota del Palermo Calcio, si
sarebbe affidata per il controllo delle estorsioni ad alcuni emergenti locali,
Pino Lo Re di Caronia, Giuseppe Presti di Santo Stefano di Camastra e quel
Santo Sciortino cresciuto “militarmente” all’ombra di Matteo Blandi. Tutti i personaggi avrebbero operato
poi in stretto accordo con la cosca di Passo di Rigano grazie ai legami con
Ruggero Anello e Francesco Biondo, esponenti di spicco del clan palermitano
guidato da Antonino Buscemi, componente del “tavolinu” degli appalti su delega
dei vertici di Cosa Nostra.
Circostanza non casuale quella della presenza degli uomini
di Passo di Rigano nei cantieri dell’A-20: gli uomini dell’Arma dei Carabinieri
hanno infatti rilevato come “la gestione degli appalti autostradali sia stata
organizzata al “tavolinu”, in quanto l’Impresem S.p.A. di Filippo
Salomone,
trasformatasi in A.T.I. Tecnofin Group S.p.A., risulta aggiudicataria
della gara d’appalto per l’affidamento dei lavori di costruzione del lotto n.
27, 1° stralcio “S. Stefano di Camastra”, mentre la società consortile Caronia
Uno, un’associazione temporanea d’imprese di cui fanno parte il Consorzio
Cooperative Costruzioni di Bologna, la Gitto S.r.l. e la Iter
Cooperativa Ravennate di Interventi sul Territorio di Ravenna, risulta
aggiudicataria della gara d’appalto per i lavori di costruzione del lotto n.
25, 1° stralcio, denominato “Galleria Caronia””.
È appunto la Caronia Uno guidata dalle imprese legate
alla Lega delle Cooperative e dalla società dei costruttori di Falcone,
a subire le maggiori vessazioni delle cosche mafiose. “E’ stato documentato”,
scrivono gli inquirenti, “che Ruggero Anello, uomo d’onore della famiglia di
Passo di Rigano, per intervenire in favore della cosca tortoriciana dei Lo Re,
impegnata nelle opere di costruzione dell’impresa Caronia uno, a sua
volta chieda l’intervento di Francesco Biondo del mandamento di San Lorenzo”.
Francesco Biondo non si sarebbe fatto pregare due volte e dopo un “suo
intervento determinante sull’ingegnere Cataldo, capo area per la Sicilia della Iter
Costruzioni Ravennate”, assicurò Ruggero Anello che il consorzio era pronto
ad accettare le richieste dei clan. “Se ciò non dovesse andare a buon fine”,
disse telefonicamente Biondo ad Anello il 22 dicembre ’97, “Lo Re prende e
mette tritolo a tutta forza e ci fa ‘nesciri ‘u pizzo”. Una minaccia che
convinse la Caronia Uno a piegarsi alle richieste degli estortori.
Sarebbe stato proprio Gianpiero Cataldo una delle figure
chiave della grave vicenda estorsiva. Già componente del consiglio di
amministrazione della V.I.C. S.r.l., la società consortile formata dalla
Vita S.p.A. di Antonino Vita e dall’Impresem S.p.A. di Filippo
Salamone che aveva costruito il nuovo ospedale di Agrigento, l’ingegnere, per
conto dell’importante gruppo di Ravenna, aveva poi ricoperto il ruolo di
presidente del Consorzio Costruzione Aeroporto Internazionale di Palermo,
aggiudicatosi l’appalto per l’ammodernamento dello scalo aereo siciliano.
Gianpiero Cataldo, insieme ad un altro tecnico della Iter, Maurizio
Guglielmo, risultava poi tra i componenti di una serie di società consortili
aggiudicatesi importanti appalti in Sicilia, quali la Sant’Anna, la Politeama,
la Mondello.
“Come emerge dalle prove acquisite”, scrivono gli uomini dell’Arma, “nella
gestione del cantiere Caronia Uno il Cataldo ha operato non
nell’interesse del consorzio, ma ha sempre cercato di favorire le imprese
locali legate a Cosa Nostra. Il Biondo Francesco per far giungere alla
direzione della società consortile la minaccia con la quale richiedeva il
licenziamento del geometra Mario Ambrosi, pena l’esecuzione di attentati
dinamitardi, si è servito proprio dell’opera del Cataldo, il quale, è persona –
per mezzo del Salamone – molto vicina al “tavolinu””.
La lunga mano dell’ingegnere
Alcune delle dichiarazioni rese da Mario Ambrosi hanno
permesso agli inquirenti di far luce sulle complicità e le collusioni che
avrebbero assicurato a Cosa Nostra il dominio sui cantieri dell’A-20.
Originario della provincia di Belluno, Ambrosi fu contattato nell’agosto del
1997 dalla Iter come direttore tecnico di cantiere per seguire i lavori
alla “Galleria Caronia”. “Il mese successivo giunsi in Sicilia ove partecipai
ad una riunione a Palermo a cui erano presenti Gianpiero Cataldo, Maurizio
Guglielmo e Roberto Frati, tutti dirigenti della Iter, più Pierazzoli,
quest’ultimo già direttore del cantiere di Caronia Uno”, ha raccontato
il geometra. “In tale riunione appresi che le condizioni disastrose in cui
versava la commessa erano da attribuire, secondo Cataldo e Guglielmo, alla
gestione di Gitto, il quale era contemporaneamente aggiudicatario dei lavori e
subappaltatore di forniture e mezzi degli stessi. Il Gitto ha svolto di fatto
le mansioni di direttore responsabile di cantiere avendo la titolarità di ogni
decisione. Il Cataldo e il Guglielmo proposero di sostituire lo stesso Gitto
nella gestione con la rescissione dei vari contratti, per attribuire pieni
poteri nelle mani del Cataldo stesso”.
Entrato in possesso delle carte relative alla commessa,
Mario Ambrosi restò profondamente sorpreso da alcune anomalie. Innanzitutto il
ribasso del 52% che aveva permesso alla consortile di aggiudicarsi l’appalto
per il lotto autostradale con un’offerta di 25 miliardi e mezzo di vecchie
lire. C’era stato poi un contrastato iter concorsuale, poiché dopo
l’aggiudicazione, il Consorzio dell’A-20 aveva revocato l’appalto per poi
riassegnarlo in via definitiva alla stessa Caronia Uno. Infine il grosso
deficit finanziario accumulato nel primo anno di vita della consortile: alla
data dell’8 settembre 1997 mentre i ricavi erano stati di appena 3 miliardi, i
costi sostenuti per i lavori erano superiori ai 9 miliardi.
“Scopro che la maggior parte delle perdite arrivavano da un
subappalto affidato per tutte le lavorazioni del cantiere alla ditta Gitto, il
cui rappresentante era vicepresidente della consortile Caronia Uno”,
racconta il geometra Ambrosi. “Gitto nella consortile concorreva con una
caratura del 20%, perché i rischi alla consortile se li accollavano la C.C.C.
(ovvero la capogruppo che prende il lavoro) per il 50% e la Iter per il
30%. Feci subito una considerazione: “Com’è possibile che due ditte consorziate
con caratura 80% di rischio, affidino tutti i lavori ad un terzo consorziato
siciliano che concorre con il 20% di rischio, in qualità di socio della
consortile?”. La consortile non aveva utili, gestiva unicamente i costi. Gli
utili vanno alle consorziate che ripianano i costi della consortile che vanno a
costruire per gestire la commessa. Ciò vuol dire che Gitto, più costi faceva la
consortile, più contento era poiché era lì che guadagnava. Egli forniva calcestruzzi,
movimenti di terra, noli di mezzi propri intestati ad altra società del gruppo
Gitto, lavorazioni del ferro, etc.. Gitto quindi guadagnava con le proprie
forniture e con il proprio subappalto, con utili che superavano il proprio
rischio del 20%!”.
Incongruità delle spese e scarsa qualità dei mezzi e delle
forniture diventano presto un chiodo fisso per il geometra Ambrosio che nel più
completo isolamento cerca di rimettere ordine nel cantiere. Anche ciò che
sembrava essere stato subappaltato a costi vantaggiosi per la consortile, si
rivelala presto elemento pregiudizievole per l’avanzamento dei lavori.
“A titolo di esempio”, dichiara il geometra, “cito ciò che
accadeva per il noleggio dei mezzi per la perforazione e il trasporto terra che
comunque Gitto aveva affidato ad un’altra ditta: tali mezzi venivano noleggiati
ad un prezzo apparentemente conveniente, ma poi, a causa dei continui guasti
che li bloccavano per lungo tempo e dei costi necessari per i materiali di
ricambio, si creava alla fine un disavanzo notevole rispetto al prezzo
pattuito”.
Altro danno economico al consorzio d’imprese sarebbe
derivato dalla fornitura di calcestruzzo. Dall’analisi dei costi emerse che
sarebbe stato più conveniente installare un impianto di calcestruzzo all’interno
del cantiere che continuare ad acquistarlo dalla società dei Gitto. “Anche se i
prezzi del calcestruzzo prodotto nell’impianto potevano essere di poco
superiori a quelli che faceva Gitto, a medio termine si sarebbe ammortizzato di
gran lunga quella differenza di costo. Perché effettivamente il calcestruzzo
che forniva Gitto veniva a costare 170.000 lire a metro cubo, da un’analisi che
ho fatto io, contro le 90.000 circa contrattuali a metro cubo. Per poter
realizzare l’impianto occorreva investire 800 milioni. La ditta non mi ha fatto
sapere nulla per circa un mese continuando le forniture con Gitto ed altre
ditte di emergenza anche contro il parere della direzione dei lavori. La ditta Gitto
forniva il calcestruzzo proveniente dall’impianto denominato CO.GI., che
però nell’ottobre 1997 aveva chiuso i battenti. Nel mentre Gitto continuava a
fornire il calcestruzzo da un altro impianto del quale sconosco il nome, ma le
bolle venivano compilate irregolarmente con la sigla CO.GI.
probabilmente per recuperare le anticipazioni”.
Ambrosio afferma di aver segnalato le anomalie al
rappresentante della Iter, Gianpiero Cataldo. Per un lasso di tempo il
calcestruzzo fu fornito da una piccola azienda locale, la Cogecam dei
fratelli Antonino e Giuseppe La Monica; quando il Gitto regolarizzò la propria
posizione, la consortile si riaffidò al costruttore di Falcone per i materiali.
“Egli prelevava dall’impianto nuovo di sua proprietà il calcestruzzo come CO.GI.
e lo trasportava come CO.GI.”, aggiunge Ambrosio.
Il tecnico continuò a lamentare la scadente qualità del
materiale fornito. “Ricordo che il betoncino di cemento ed inerti che
costituiva il rivestimento della nostra galleria continuava a venire giù
piuttosto che rimanere aderente al tetto a causa del ridotto impiego di cemento
che costituiva un vantaggio per Gitto che forniva il calcestruzzo ma un’ingente
perdita per noi. Mi lamentai con Gitto di tale inconveniente e lo stesso mi
riferì la seguente frase: “Nelle gallerie in Sicilia vi è uno spreco anche del
100%””. Dulcis in fundo i rilievi sullo spitz-beton fornito dall’impresa
siciliana. “Esso aveva lo sfrido, cioè lo scarto che si determina nella
lavorazione, del 60% in una partita di 8 miliardi”, ha affermato Ambrosi. Come dire un guadagno netto di quasi 5
miliardi di lire…
Gli artigiani del ferro
Lo scontro all’interno del cantiere autostradale fu
inevitabile. Il geometra Ambrosio prese carta e penna per chiedere all’Iter
di Ravenna l’espulsione dalla consortile della ditta Gitto, ritenuta la
principale responsabile delle perdite accumulate in un anno di lavori. “Fino al
mio arrivo”, ha aggiunto Ambrosio, “Gitto aveva operato in piena libertà e
tranquillità. Il mio predecessore, il geometra Pierazzoli, attribuiva al
Cataldo delle grosse responsabilità sul risultato negativo della commessa. Egli
mi disse di aver tentato diverse volte di evidenziare negativamente l’operato
di Gitto ma che il Cataldo non aveva mai dato importanza a questo o comunque
non aveva preso nessuna iniziativa”.
Le pressioni fatte sul management della cooperativa
romagnola sembrarono invece dare risultati migliori, al punto che fu decisa la
rescissione parziale dei lavori affidati al Gitto, tranne i noli dei mezzi,
definiti dallo stesso Ambrosio “quattro ferraglie sempre in avaria, che
creavano più costi che ricavi”. Il Cataldo e il Guglielmo proposero però di
rescindere i contratti solo dopo aver esaurito il recupero delle anticipazioni
con altri lavori e forniture. “In realtà”, commenta il tecnico, “Gitto continuò
a lavoricchiare, con il dichiarato fine di concludere quanto anticipato per il
recupero delle somme, ma in realtà fornendo un lavoro che si faceva sempre più
scadente e in termini di impegno e in termini di qualità dei materiali. Accadde
quindi che Gitto, che non era stato “cacciato” per non perdere le somme
anticipate, costituì per la commessa una perdita economica maggiore”.
A questo punto Mario Ambrosio chiese all’Iter di
estromettere insieme al costruttore di Falcone anche lo stesso ingegnere
Cataldo. Fu il contratto relativo alla fornitura del ferro l’ultimo capitolo
del conflitto scoppiato all’interno della consortile. “Gitto per la lavorazione
del ferro si avvaleva di un certo Giuseppe Costantino, un artigiano alle cui
dipendenze non ho visto più di tre unità e che si era costruito un banco per la
piegatura del ferro, molto artigianale se non rudimentale, accanto ai miei
uffici e con legname mio. Tra l’altro Costantino operava fuori regola, vista la
sua limitazione all’iscrizione alla Camera di Commercio e soprattutto perché
operava senza un contratto della sede di Lugo. Cercai allora di trovare un
sostituto più affidabile professionalmente”.
Fu così che Ambrosio si rivolse ad un’impresa che gli fu
raccomandata dai tecnici della società Itinera di Genova impegnata in un
confinante lotto autostradale. Si trattava della Nordica Sud,
amministrata dall’imprenditore Giovanni Marcini, originario di Santo Stefano di
Camastra. “Mi recai nell’impianto della Nordica Sud, dove vidi
attrezzature computerizzate ed una forza lavoro di 15-20 unità. Ne rimasi
affascinato”. Il direttore tecnico del cantiere autostradale chiese allora a
Costantino e a Marcini di formalizzare un’offerta per il ferro. “In prima
battuta l’offerta di Costantino appariva più vantaggiosa dal momento che
richiedeva 840 lire al chilogrammo di ferro a fronte delle 940 lire, che
scontate diventavano 920, di Marcini”, commenta Ambrosio. “La proposta della Nordica
Sud, in considerazione anche del servizio che metteva a disposizione, era
però in linea con il mercato ed era comprensiva in opera lavorato e posato. Il
prezzo era fisso per tutto l’arco della commessa e lo sfrido dovuto alla
lavorazione era incluso nell’offerta. Con questa attrezzatura all’avanguardia
ero sicuro di centrare l’obiettivo della consegna dei lavori…”.
Ciò nonostante la direzione della società mandataria
accantonò l’offerta e Gitto continuò a servirsi da Giuseppe Costantino. “Costantino
intanto lavorava sempre senza contratto”, racconta Ambrosio. “Sollecitai
l’offerta, informai la sede di Lugo e fermai la fornitura. Nel frattempo aveva
fatto uno stato di avanzamento dei lavori e non sapevo come contabilizzarlo.
“Dammi un acconto!”, mi disse. “Io non pago nulla senza contratto”, risposi.
Nacquero degli attriti. Imposi allora che, qualora il contratto fosse fatto a
Costantino, si doveva includere la dicitura “acciaio contabilizzato da disegni”
che significa che non si paga lo sfrido. A metà novembre direttamente da Lugo
fu fatto il contratto a Costantino, ma quella clausola che avevo inserito
richiedendola più volte telefonicamente non c’era. Mandai subito un fax in cui
contestai la gravissima irregolarità commessa. Così ho dovuto riconoscergli lo
sfrido dovuto alla lavorazione che nel primo stato d’avanzamento dei lavori era
dell’11%. Significava che per mettere in opera un kg di ferro da disegno, le
840 lire erano in realtà 932 lire. Quindi l’offerta di Costantino risultava ben
peggiore di quella della Nordica Sud, oltre all’aspetto qualitativo!”.
Fu la resa dei conti. Dopo una serie di botte e risposte con
i dirigenti della Iter di Ravenna, con grande gioia dei subappaltatori locali,
il 20 gennaio 1998, a soli quattro mesi dal suo arrivo in Sicilia, il geometra
Ambrosio venne licenziato.
Guerra
di mafia per le ferrovie
I Gitto sottoposti alla
dura legge del pizzo, dicevamo. C’è tuttavia un collaboratore di giustizia che
ha raccontato ai magistrati qualcosa di diverso. Si tratta di Angelo Siino, ex
pilota di rally aderente alla loggia massonica Camea, per anni vero e proprio
“ministro dei lavori pubblici” del clan vincente dei Corleonesi di Totò Riina.
Siino conosce dal di
dentro il mondo dei grandi appalti e il meccanismo di suddivisione organizzato
da Cosa Nostra, imprenditori, politici e amministratori. Egli si è soffermato
anche sui lavori per la realizzazione del raddoppio ferroviario nella tratta
Messina-Barcellona-Patti, lavori appaltati in buona parte al consorzio di ditte
catanesi guidate dall’IRA del cavaliere Gaetano Graci e dalla COGEI
del gruppo Rendo. Deponendo al processo Mare Nostrum contro le cosche
della fascia tirrenica messinese, Angelo Siino ha raccontato che in occasione
di un pranzo in un ristorante di Milazzo, presenti esponenti della criminalità
locale, politici ed imprenditori locali, si parlò del consorzio denominato Ferrofir,
che doveva occuparsi della costruzione di alcune gallerie. “A tali opere era
interessato l’imprenditore barcellonese Gitto, ma l’uomo che doveva occuparsi
dell’intera gestione dell’affare doveva essere Giovanni Sindoni”.
Quest’ultimo è un
imprenditore barcellonese ritenuto da tutti “intoccabile”. A capo di una delle
maggiori aziende siciliane di trasformazione agrumaria, ex socio della Nuova
Igea Calcio, Giovanni Sindoni è stato coinvolto in una megainchiesta sulle
truffe agrumarie a danno della CEE, accanto all’ex sindaco di Bagheria
Michelangelo Aiello e al boss Leonardo Greco, riportando una condanna a otto
mesi di reclusione. Il collaboratore di giustizia Angelo Siino non fornisce
ulteriori particolari per chiarire l’effettivo ruolo di Giovanni Sindoni nell’affaire
doppio binario. Si sofferma invece sul costruttore Gitto che, secondo lui,
sarebbe stato interessato ai lavori in galleria nel tratto Messina-San Filippo.
“Praticamente Gitto era
un grosso contoterzista, cioè era uno che faceva lavori per conto terzi. Non
faceva lavori edili, ma si occupava di lavori stradali. E poi in effetti era
quello che manipolava la maggior parte dei lavori sull’autostrada
Palermo-Messina e a causa di questo gli successe che gli ammazzarono un
parente. Mi pare che lo stesso si chiamasse pure Gitto, gestiva un negozio a
Barcellona Pozzo di Gotto ed era parente col governatore Cuomo.
E effettivamente questo signore insieme con questo Sindoni mi era stato detto
che era un interessato alla gestione, addirittura che da lì a poco questo Gitto
sarebbe stato in grado di poter gestire direttamente i lavori della
Palermo-Messina. (...) In effetti poi fu quello che fece la maggior parte dei
lavori autostradali, e debbo dire anche che ha avuto questo problema, gli fu
ammazzato questo parente che prese le sue difese. Che i due Gitto erano
imparentati io l’ho saputo da Nino Isgrò o da Matteo Blandi, malavitoso di
Caronia...”.
Il personaggio di cui parla Siino è il cavaliere Francesco Gitto, al tempo titolare di alcuni negozi di abbigliamento a Barcellona, Milazzo e Trapani, divenuto presidente della locale squadra di calcio della Nuova Igea dopo Giovanni Sindoni, assassinato su ordine del boss di Terme Vigliatore Pino Chiofalo, il 14 dicembre 1987. Un personaggio di tutto rispetto nel firmamento mafioso, referente dei clan palermitani nella gestione dei traffici di sigarette e droga, con legami con rappresentanti istituzionali e politici nazionali. Ad oggi non sono stati provati i rapporti di parentela con l’altro Gitto costruttore, né Siino ha fornito ulteriori elementi sul movente dell’omicidio del cavaliere Francesco, tuttavia il suo ruolo di dominus nella gestione degli appalti del raddoppio ferroviario ha trovato conferma dalle indagini degli inquirenti. “La parte che Gitto rappresentava aveva stabilito un’intesa completa con il potere politico di cui i referenti massimi erano il senatore Carmelo Santalco, l’onorevole Saverio D’Aquino e il senatore Giulio Andreotti”, ha raccontato Pino Chiofalo, che dopo essere stato estromesso dal grande affare, scatenò una guerra di mafia che costò decine e decine di morti nel barcellonese. “Detti personaggi erano i veri tutori delle grandi imprese catanesi che anche per loro tramite erano riuscite ad acquisire i grandi appalti di opere pubbliche e, per quel che riguardava Barcellona, quello del raddoppio ferroviario”. Furono appunto gli uomini di Nitto Santapaola e i clan emergenti di Barcellona a monopolizzare estorsioni e subappalti. Una vicenda che cambiò il panorama criminale della provincia di Messina, trasformando Barcellona Pozzo di Gotto ed hinterland nella Corleone degli anni ’90. L’asse mafioso Catania-Barcellona domina da allora l’economia illegale di una parte rilevante del territorio dell’isola e punta ad appropriarsi degli enormi flussi finanziari che dovrebbero giungere a breve per i progetti dell’Agenda 2000 e le opere di collegamento con il Ponte sullo Stretto.
Capitolo 3
Mani italiane sul petrolio e il gas
dell’Africa occidentale
Il fronte del porto
Si raccontava dello splendido yacht che ha
permesso al vicepresidente nigeriano Atiku Abubakar di conoscere le acque
cristalline dello Ionio e di sbarcare a due passi dalla città di Taormina. Un’imbarcazione
di proprietà di Gabriele Volpi, rappresentante della Intels, il potente
gruppo italiano a cui fanno capo una quarantina di compagnie dedite alla
gestione di porti e terminal petroliferi e allo sfruttamento del gas naturale e
degli idrocarburi, operante principalmente nel continente africano in joint
venture con transnazionali ed agenzie statali.
Intels è presente in Congo (Point Noire), Gabon (Port Gentil), Ghana, Costa
d’Avorio (Abidjan); è inoltre particolarmente attiva
in Angola, dove insieme alla Sonils Integrated Logistic Services e alla
compagnia statale Sonangol, gestisce il terminal portuale di Luanda,
oggi al centro di investimenti pubblici per oltre 500 milioni di dollari. È
proprio il gruppo italiano a guidare i lavori finalizzati alla realizzare delle
infrastrutture che verranno usate dalle compagnie impegnate nelle ricerche
petrolifere lungo le coste del paese. Parte dei lavori del terminal di Luanda
sono stati appaltati alla compagnia belga Dredging International e alla
joint venture sudafricana Murray Roberts/Lama International. Sempre con Sonangol,
Intels ha creato in Angola la società Sobilog per la gestione
della “Lobito Supply Base”; Intels, Sonangol e la Namils
Integrated Logistic Services, hanno dato vita invece ad un consorzio che
assumerà la gestione della costruenda “Namibe Supply Base”.
La Integrated Logistic Services-Intels è l’operatrice dell’unica zona franca esistente in Africa
occidentale, quella di Onne-Ikpokiri, sede di un complesso portuale a meno di
40 km dall’importante città di Port Harcourt, nel Rivers State della Nigeria. Le
compagnie operanti nella zona franca sono esenti da qualsiasi tassa federale;
altrettanto vale per i prodotti importati od esportati; inoltre è permessa la
proprietà straniera al 100% delle infrastrutture. Onne-Ikpokiri
assicura incentivi agli investitori e facilitazioni burocratiche a coloro che
fanno ingresso nel mercato delle risorse energetiche nigeriane. Alle
transnazionali è garantita la libertà di vendita dei loro prodotti a tutta la
regione dell’Africa occidentale; grazie alla zona franca le maggiori compagnie
internazionali che commerciano gas e petrolio hanno spostato in Nigeria il
baricentro delle loro operazioni in quest’area del continente africano. Ne
consegue il ruolo centrale di Intels nell’affare degli idrocarburi e gli
enormi profitti che il gruppo ha conseguito in Nigeria.
Il popoloso stato africano è oggi sede delle più
rilevanti attività di Intels: la compagnia, in joint venture con Interoil, gestisce le infrastrutture
petrolifere di Amadi Flat Camp a Port Harcourt;
inoltre dirige per conto dell’Autorità portuale nigeriana (Nigerian Port
Authority-NPA) i centri per i servizi petroliferi nei porti di Onne,
Warri e Calabar.
Sempre accanto alla NPA, Intels gestisce il nuovo terminal oceanico “West Africa
Container Terminal (WACT)” realizzato all’interno della “zona franca
petrolifera” di Onne, sul Bonny River, a due passi dai maggiori centri
petroliferi nazionali e a sole 17 miglia nautiche dal mare aperto. Siamo nella
stessa area dove la famiglia Gitto è stata chiamata a realizzare la rete
stradale e i viadotti dal disastroso impatto socioambientale. Il terminal
oceanico è in grado di ospitare petroliere da 70.000 tonnellate e le navi che
s’incaricano del trasporto dei container provenienti dalla grande acciaieria di
Ajaokuta e dal complesso carbonifero di Enugu.
Tra le maggiori compagnie di navigazione clienti
dell’infrastruttura vi sono la Maersk Sealand, la PONL, la OT
Africa Line, la MOL e la Torm Line. Nell’area WACT gestita da
Intels è presente un’altra società di provenienza italiana, la Saima
Nigeria Limited, filiale della Saima Avandero, il gruppo milanese leader
nel settore delle spedizioni e dei trasporti internazionali, recentemente
fusosi con la compagnia belga ABX Logistics. Saima Nigeria Ltd. opera nel
settore navale e della logistica a favore delle compagnie petrolifere; ha
inoltre curato la fornitura e il trasporto dei materiali utilizzati nella
realizzazione di megaprogetti idroelettrici (la diga di Siroro che fornisce
energia elettrica alla regione settentrionale della Nigeria, le dighe di
Bakolori, Goronyo e Dadinkowa). Insieme al Gruppo Saint Gobain
Pont.A.Mousson, la società Saima Avandero ha pure fatto ingresso
nella gestione degli acquedotti dei maggiori centri abitati del paese,
privatizzati dalla nuova amministrazione Obasanjo-Atiku.
Il vicepresidente Atiku Abubakar ha concordato con la Banca
Mondiale un piano per trasferire la proprietà delle infrastrutture portuali
alle società private che oggi le gestiscono in concessione. Superfluo
aggiungere che è proprio Intels la compagnia maggiormente interessata al
piano di dismissione, un piano però fortemente osteggiato dai sindacati dei
lavoratori dell’Autorità portuale nigeriana che bene conoscono il modus
operandi delle società straniere. “Nel settore marittimo e dell’industria
petrolifera, Intels è una delle compagnie che ha continuato a generare
controversie”, ha segnalato il quotidiano Daily Champion. “C’è
soprattutto l’impressione della gente che la compagnia stia mungendo il paese
senza contribuire all’economia nazionale. La cosa più rilevante è che si
afferma che Intels sfrutti i Nigeriani che lavorano per essa”.
Picchettaggi, scioperi, occupazioni pacifiche hanno segnato
la vasta mobilitazione contro la privatizzazione dei porti, bloccando in
particolare l’attività delle infrastrutture di Warri e Calabar gestite dalla
società italiana. Queste due aree portuali sono state anche al centro dei
violenti conflitti interetnici che hanno insanguinato negli ultimi mesi la
Nigeria. “Mentre gli scontri incessanti hanno ridotto le attività a Warri, il
porto di Calabar è oggi del tutto inutilizzato e buona parte delle società che
supportano le operazioni portuali nella ricca città petrolifera sono state
chiuse o trasferite presso il porto di Onne”, si legge ancora sul Daily
Champion.
Per riattivare il porto di Warri, il governo ha inviato un
contingente dell’esercito che ha occupato interamente le banchine e le
infrastrutture logistiche. Il 19 settembre 2003, una richiesta simile
d’intervento a Calabar è stata fatta al governo federale e alla direzione del
Nigeria Ports Authority dal manager di Intels, Chuks Ihuoma. Data la strettissima relazione
governo-società privata, è lecito attendersi a breve l’ennesima risposta
militare per riportare l’ordine tra le maestranze.
Petrolio e tangenti
“Obasanjo ed Atiku hanno portato la corruzione del paese ai
massimi livelli. Questo regime passerà alla storia per essersi caratterizzato
per gli interessi affaristici, la caccia alle streghe e il completo crollo
della legge e dell’ordine. Il presidente e il suo vice hanno predisposto ciò
che essi considerano un solido sistema di protezione, utilizzando i propri soci
per gestire gli affari ed appropriarsi dei beni nazionali attraverso le
privatizzazioni delle istituzioni e delle strutture economiche pubbliche. Per
queste operazioni ci sono gli sforzi di un congiunto di Obasanjo, Otunba
Fasawe. Egli è l’ambasciatore itinerante di Obasanjo tra le società private e
colui che ha sottoscritto un imprecisato numero di contratti per conto del suo
superiore. C’è un collaboratore italiano nel team di Obasanjo; un certo signor
G. Volpi che è anche il manager di Intels, la compagnia che è connivente
con i più alti rappresentanti del governo nel processo di emarginazione della
Nigerian Ports Authority (NPA). Volpi ed Intels stanno scavalcando le
funzioni dell’Autorità portuale nigeriana per interessi privati. Crediamo che
un altro personaggio utilizzato dalla corrotta leadership nella gestione degli
affari del nostro padre della patria è un certo dottor Baggi, altro uomo
d’affari italiano, che dichiara di svolgere la professione di avvocato a
Lugano, Svizzera”.
Così, in un lungo intervento sulla rivista statunitense USAfrica, il
senatore Dauzia Loya
Etete ha accusato il duo Obasanjo-Atiku Abubakar di operare congiuntamente al
general manager della Intels, Gabriele Volpi, per lucrare sul piano di
privatizzazione del settore petrolifero. Un’accusa gravissima, specie perché
tira in ballo l’imprenditore italiano che ha ospitato in Sicilia il
vicepresidente in persona e i suoi presunti soci in affare.
Etete è un uomo politico notoriamente brutale e corrotto,
attualmente latitante in una villa a Parigi per sfuggire ad un mandato delle
autorità nigeriane che lo accusano di riciclaggio di denaro. Il senatore, però,
conosce dall’interno i perversi meccanismi che regolano in Nigeria i rapporti
tra l’amministrazione statale e le transnazionali dell’energia, avendo
ricoperto per anni il ruolo di ministro per il petrolio. Egli è poi il teste privilegiato di
un’oscura vicenda di tangenti e licenze di esplorazione finita davanti alla
corte federale di New York dopo essere stata mirabilmente raccontata in un
reportage del periodico Forbes.
Una società nigeriana, la Malabu
Oil & Gas, ha denunciato la Royal Dutch Shell,
sua partner in una joint venture per lo sfruttamento di un giacimento nelle
acque del delta del Niger, di aver agito in collusione con gli amministratori
nigeriani per strapparle illegalmente la licenza di esplorazione dell’area in
cui si stima l’esistenza di riserve per oltre un miliardo di barili di greggio.
I fatti risalgono al 1998, quando, alla vigilia della fine del regime militare
guidato da Sani Abacha, l’allora ministro Dauzia Loya Etete “si autoassegnò” la
licenza per avviare le attività estrattive, scegliendo Malabu
come titolare formale della licenza. Caduta la dittatura di Abacha, l’amministrazione
civile del presidente Olusegun Obasanjo costituì un gruppo di lavoro per
rivedere le licenze petrolifere; molte di esse furono revocate, ma quella
rilasciata a Malabu fu invece riconosciuta valida.
Alla fine del 1999 la piccola
compagnia nigeriana offrì alla Shell
il 40% dei profitti in cambio di una suddivisione dei costi di esplorazione ed
estrazione. Successivamente sarebbero però sorti dei contrasti tra i dirigenti
della Malabu e il vicepresidente Atiku Abubakar, il quale avrebbe
rivendicato per sé una percentuale del pacchetto azionario della joint venture.
Al rifiuto da parte della società petrolifera, il governo revocò nel 2001 la
licenza, riformulando un nuovo bando a cui furono invitate le multinazionali Shell
ed ExxonMobil. Vinse la Shell con un’offerta di 210 milioni di
dollari che le assicurò il 100% della licenza. La Malabu protestò
ufficialmente affermando che l’offerta della società straniera si era basata
sui propri studi i quali avevano individuato le reali dimensioni del giacimento
petrolifero. La Shell respinse le richieste d’indennizzo e Malabu
dovette rivolgersi alle autorità statunitensi accusando i dirigenti del
dipartimento per le fonti petrolifere e i funzionari della filiale nigeriana
della Shell di aver predisposto illecitamente tutta l’operazione.
A questo punto entra in gioco l’ex ministro per il petrolio
Etete che in un esposto
inviato alla Commissione del congresso nigeriano che indaga sulla vicenda,
racconta la sua versione dei fatti.
“Nell’agosto 2000”, scrive Etete,
“andai a cena con il vicepresidente Atiku Abubakar che chiese di divenire
proprietario di una parte della società di esplorazione come condizione per non
revocare la licenza. Ho pure registrato le conversazioni degli incontri avuti
con il rappresentante di Abubakar, in cui si discute sulle modalità di
pagamento delle tangenti a favore di Abubakar, del presidente Obasanjo e del
direttore generale della Shell, Ron van den Berg”. L’ex ministro
aggiunge di aver ricevuto alla fine del 2000 una chiamata telefonica da parte
di un agente del vicepresidente, che gli intimava di vendere la quota azionaria
del giacimento di proprietà della Malabu. “Mi rifiutai e così qualche
mese più tardi il governo revocò la licenza alla compagnia petrolifera
assegnandola alla Shell”.
Sempre secondo Etete, la
transnazionale “ricompensò il vicepresidente assegnando i contratti per i
servizi petroliferi alla società di cui lui è comproprietario, l’Intels.
Sono in possesso delle registrazioni delle conversazioni tra gli agenti del
vicepresidente e la Shell in cui si discutono tutti i dettagli di questa
operazione”. "Sono tutte speculazioni”, ha commentato seccamente la multinazionale;
tuttavia il comitato parlamentare nigeriano ha dovuto richiedere
l’autorizzazione all’arresto del manager Van den Berg per essersi rifiutato di
rispondere alle domande della commissione. Intanto, alla vigilia dell’apertura
del processo, un misterioso incendio ha distrutto parte degli uffici
dell’autorità nazionale preposta al rilascio delle licenze petrolifere;
importanti documenti sono andati irrimediabilmente perduti.
Alla conquista delle fonti energetiche
Conflitti sociali ed etnici, repressione delle
organizzazioni sindacali ed ambientaliste, corruzione dilagante; continua ad
essere la lotta per l’accesso e il controllo delle inestimabili fonti
energetiche l’elemento che caratterizza la storia contemporanea della Nigeria. Questo paese è oggi il sesto
produttore di petrolio al mondo e il principale del continente africano; dal
settore petrolifero dipendono interamente le spese e gli investimenti statali.
È il petrolio infatti a generare l’80% del budget nazionale, il
90-95% del valore delle esportazioni ed oltre il 90% della valuta straniera.
La macchina amministrativa creata dal duo Obasanjo-Abubakar
si dedica a tempo pieno a programmare interventi che facilitino gli
investimenti stranieri. Nel novembre 2000 il governo ha stanziato fondi
aggiuntivi per far fronte alle spese per la creazione di joint venture con le
transnazionali dell’energia, rilasciando un numero record di concessioni in
previsione dell’innalzamento della produzione giornaliera nazionale a 5 milioni
di barili entro il 2010. Il bilancio statale del 2001 destina 3,5 miliardi di
dollari per le operazioni in associazione della Nigerian National Petroleum
Corporation NNPC, un miliardo in più di quanto speso nel 2000. Il budget
totale per le operazioni petrolifere nigeriane ha già superato i 5 miliardi di
dollari all’anno e ciò ha comportato insostenibili tagli alle spese sociali
(istruzione e sanità innanzitutto) e la svendita del patrimonio dello stato.
Si stima che le riserve di greggio nigeriano superino i 22,5
miliardi di barili. I principali giacimenti sorgono sulla costa del delta del
Niger; si tratta in buona parte di infrastrutture petrolifere che pompano
ognuno una media di 50 milioni di barili all’anno. Il 95% della produzione
nazionale di crudo è generata dalle joint venture in cui accanto alla Nigerian
National Petroleum Corporation compaiono le maggiori compagnie
straniere, tra le quali spiccano Shell, ExxonMobil, Chevron,
Eni/Agip, Texaco e TotalFinaElf.
La Shell in particolare, controlla i più importanti
giacimenti del paese (Bonga) e recentemente ha avviato lo sfruttamento delle
aree di Doro, Ngolo e Soku dove si prevede di estrarre sino a 100 milioni di
barili di greggio ed una quantità enorme di gas. La Shell in società con
la ExxonMobil è presente ad Erha da cui si spera di pompare sino a
250.000 barili al giorno entro il 2004 e in cui si stima l’esistenza di riserve
per 1,2 miliardi di barili. L’ExxonMobil detiene a sua volta l’8,8% della
titolarità dei giacimenti offshore di Amenam/Kpono, il cui controllo è nelle
mani della TotalFinaElf e della società statale nigeriana. Attualmente
dal giacimento di Amenam/Kpono si estraggono 100.000 barili al giorno, mentre
si stimano riserve per 500 milioni di barili. Altra importantissima area di
estrazione è quella di Agbami gestita dalla compagnia Texaco, il cui
petrolio è destinato interamente per le esportazioni agli Stati Uniti, il
principale acquirente di greggio nigeriano (circa 865.000 barili al giorno, pari
al 9,9% delle importazioni di crudo Usa).
Le nuove tecnologie in campo energetico stanno modificando a
livello mondiale i trend di domanda e l’estrazione del gas naturale va via via
affermandosi come uno dei settori più appetibili per il prossimo futuro. Si
stima che la Nigeria possegga riserve di gas naturale per 124.000 miliardi di
metri cubi, al nono posto tra quelle esistenti a livello mondiale. Ancora una
volta sono Chevron, TotalFinaElf, Shell, Texaco, Agip
ed ExxonMobil ad aver sottoscritto accordi di massima per lo
sfruttamento dei giacimenti di gas del paese.
Parallelamente al trasferimento in mano straniere delle risorse
energetiche, l’amministrazione Obasanjo-Abubakar ha avviato la privatizzazione
delle maggiori raffinerie di greggio del paese (Port Harcourt I e II, Warri,
Kaduna), con il paradosso che oggi la Nigeria è costretta ad acquistare il
prodotto raffinato all’estero, a prezzi sempre più sostenuti, dalle stesse
compagnie con cui sono state sottoscritte le joint venture per lo sfruttamento
del greggio. Lo scorso mese di giugno le autorità nigeriane hanno deciso di
incrementare del 50% il prezzo della benzina destinata al consumo privato,
decisione che ha condotto all’indizione di uno sciopero nazionale durato una
decina di giorni che per poco non ha causato la caduta del governo, apertamente
accusato di “servilismo nei confronti delle multinazionali del petrolio”. Le proteste sono rientrate dopo la
sospensione del provvedimento e il brutale intervento della forza pubblica.
Quattro mesi più tardi il presidente Obasanjo ha però reiterato l’intenzione di
liberalizzare il prezzo dei prodotti petroliferi ed alcune società che pure si
erano impegnate a congelare i prezzi di vendita, hanno notevolmente aumentato
il costo della benzina. Per aver protestato contro il voltafaccia del governo e
delle multinazionali petrolifere, a metà ottobre sei leader sindacali sono
stati arrestati ad Abuja. Ciò ha riacceso nuovamente il conflitto sociale in
Nigeria dove il rischio è che ripetano le gravi violenze registratesi nel marzo
2003 alla vigilia della tornata elettorale per il rinnovo della presidenza,
quando scoppiarono scontri armati interetnici durante le manifestazioni operaie per gli aumenti
salariali e contro il processo di privatizzazione del settore petrolifero.
Nella sola area di Warri dove sorge il terminal gestito
dalla italiana Intels, a seguito degli scontri tra i gruppi Ijaw e Itsekeri si
sono contati una decina
di militari e oltre un centinaio di civili assassinati. La violenza nella regione del
delta del Niger ha causato il crollo della produzione di circa 800.000 barili al
giorno, il 40% dell’intera produzione nigeriana. Il governo ha così dato il via
alla militarizzazione dei giacimenti, scatenando un’offensiva diretta a colpire
principalmente la popolazione Ijaw. Sarebbero già oltre 4.000 i militari
nigeriani insediatisi nei pressi di pozzi e terminal petroliferi. Le prime
infrastrutture occupate sono state quelle di Escavros di proprietà della Chevron-Texaco
e di Forcados della Shell.
Petrolio color sangue
Le violente tensioni scoppiate nella regione del delta del
Niger hanno spinto l’organizzazione nordamericana Human Rigths Watch a
scrivere al governo nigeriano affinché intraprenda “immediate misure per
prevenire un ulteriore deterioramento della situazione”; analoga richiesta è
stata fatta alle compagnie petrolifere che operano nell’area, ed in particolare
a Royal Dutch
Shell, Chevron-Texaco
e TotalFinaElf.
Human Rights Watch ha anche denunciato le rappresaglie eseguite dalle forze di
sicurezza nigeriane inviate dal governo per ristabilire l’ordine nella regione.
Oltre ai morti degli scontri tra le comunità, sarebbero state infatti decine le
persone assassinate a colpi d’arma da fuoco dalle forze di sicurezza durante le
loro incursioni nei villaggi. Secondo l’organizzazione per i diritti umani,
l’intera comunità Ijaw di Okerenkoko, “del tutto disarmata”, è stata fatta
oggetto di rappresaglia a seguito dell’uccisione, il 13 marzo 2003, di quattro
soldati, presumibilmente da parte di alcuni giovani locali. “Le forze di
sicurezza hanno potuto agire liberamente dopo aver isolato la zona ed aver reso
praticamente impossibile l’accesso ai villaggi colpiti agli osservatori per i
diritti umani, ai giornalisti e ad altri testimoni indipendenti”, si legge
nella lettera di Human Rights Watch. “Mentre le vittime delle operazioni
militari appartengono prevalentemente alla comunità Ijaw, la maggioranza delle
vittime degli scontri tra le comunità locali sarebbero Itsekiri. In passato,
analoghe operazioni militari finalizzate a sedare altri scontri scoppiati nel
delta del Niger (e in altre aree del paese) hanno portato ad esecuzioni
sommarie e altre violazioni dei diritti umani”.
Sempre Human Rights Watch aveva pubblicato nel 1999 un
articolato rapporto sul ruolo e sulle responsabilità delle compagnie
petrolifere straniere nel conflitto politico, sociale e militare nigeriano. “La
non conoscenza del difficile contesto delle attività petrolifere in Nigeria,
non assolve le compagnie petrolifere dalla responsabilità negli abusi dei
diritti umani che hanno luogo nel delta del Niger; o per azione o per omissione
esse hanno un ruolo diretto nel conflitto”, si legge nel rapporto. “È evidente
in molti dei casi che le compagnie si beneficiano dall’assenza di leggi che
regolino l’industria petrolifera. La posizione di dominio delle compagnie
petrolifere dà a loro il dovere di monitorare e promuovere il rispetto dei
diritti umani da parte del governo nigeriano. Dato il ruolo predominante del petrolio
nell’economia nazionale nigeriana, le politiche e le pratiche delle compagnie
petrolifere sono fattori importanti nell’assunzione delle decisioni da parte
del governo. Poiché le compagnie petrolifere operano in joint venture, esse
hanno sempre l’opportunità d’influenzare la politica governativa”.
Human Rights Watch segnala una lunga serie di violazioni perpetrate dal
governo per assicurare il pieno controllo straniero sul petrolio. “Le proteste
a seguito delle devastazioni ambientali sono continuamente represse dagli
interventi violenti della polizia e dagli arresti arbitrari. Quando ci sono
avvocati indipendenti e gruppi ambientalisti che eseguono monitoraggi sul
rispetto delle leggi ambientali da parte delle compagnie, o assistono le
comunità nelle loro richieste, le loro attività sono state seriamente
ostacolate dalle incursioni della polizia, dai raid agli uffici, dagli arresti
e da altre misure repressive”.
L’organizzazione nordamericana denuncia l’uso costante delle
tangenti a favore di politici locali, autorità statali e militari, funzionari
ministeriali. Una pratica di routine sarebbe l’estorsione a danno dei manager
delle compagnie, “i quali sono minacciati e spesso utilizzati come ostaggi”. Le
stesse compagnie si distinguerebbero sempre più spesso per l’atteggiamento
omertoso se non di vera e propria complicità con gli autori delle violazioni.
“Nessuna delle compagnie pubblica regolarmente rapporti
completi sulle denunce relative a danni ambientali, sabotaggi, richieste di
indennizzi, azioni di protesta o operazioni militari che si sono realizzati nei
pressi delle loro infrastrutture”, aggiunge Human Rights Watch. “C’è un
numero crescente di armi da fuoco circolanti nel delta del Niger, alcune delle
quali sequestrate dalle forze di sicurezza, che vengono utilizzate negli
scontri tra le differenti comunità”. Alcune compagnie straniere hanno svolto un
ruolo diretto nella repressione dei movimenti sociali. “I casi investigati”,
denuncia Human Rights Watch, “mostrano ripetuti incidenti in cui le
persone sono vittime di brutalità da parte dei vigilantes degli impianti delle
compagnie; in alcuni casi le forze di sicurezza colpiscono, picchiano e
arrestano i delegati delle comunità che giungono per presentare le loro
rimostranze”.
Il caso certamente più noto è quello della cosiddetta “crisi
degli Ogoni”, esploso a metà degli anni ’90 con la condanna a morte per
impiccagione di nove attivisti ambientalisti, tra cui Ken Saro-Wiwa, scrittore
di fama internazionale, fondatore di Mosop (“Movimento per la
sopravvivenza del popolo Ogoni”) e insignito del Premio Nobel. Essi erano alla
guida della protesta popolare contro le campagne esplorative della Shell.
La multinazionale anglo-olandese non mosse un dito per tentare di salvare la
vita ai leader ambientalisti; al contrario, qualche mese dopo la loro
esecuzione, firmò nuovi contatti di esplorazione in Nigeria, versando fiumi di
denaro a favore della discreditata dittatura militare.
Sempre la Shell ha ammesso il pagamento di denaro a
favore delle forze di sicurezza nigeriane per la protezione delle strutture
petrolifere e del proprio personale; la multinazionale ha anche contribuito
economicamente alla realizzazione di alcune caserme sul delta del Niger e alla
costruzione degli aeroporti militari di Osubi ed Ogulagha, sull’oceano
atlantico. Nel 1996 la Shell ha pure negoziato l’importazione di armi a
favore della polizia nigeriana, con la scusa di “contribuire alle operazioni di
vigilanza dei propri impianti contro il crimine comune”. Secondo il quotidiano
britannico Observer, si sarebbe trattato di fucili semiautomatici ancora
una volta prodotti dall’industria bellica italiana Beretta,
un’operazione realizzata attraverso la XM Federal Limited, società di
import-export con sede a Londra.
La Shell è inoltre accusata di aver dato vita a un gruppo di vigilantes
responsabile di alcune incursioni paramilitari nei villaggi del delta. “Giovani
di Edagberi, Rivers State, sono stati detenuti dalla polizia nigeriana negli
uffici della Alcon Engineering, società d’ingegneria contrattata dalla Shell”,
aggiunge Human Rights Watch. “Un'altra società contrattata della
multinazionale, la Western Geophysical, ha richiesto l’intervento della
marina di guerra nigeriana per reprimere le proteste degli studenti davanti
agli impianti di Iko (Akwa Ibom State). I marine hanno assaltato interi
villaggi, uccidendo un giovane a colpi di bastone”.
Avvenimenti similari hanno avuto protagonista la compagnia
statunitense Chevron. Nel luglio 1995 e nel gennaio 1997 le forze
militari sono intervenute picchiando selvaggiamente e arrestando decine di
giovani che protestavano davanti ai giacimenti petroliferi Chevron di
Edema (Imo State) ed Ahia-Omudioga (Rivers State). Nel maggio 1998 i manager
della compagnia hanno chiesto l’intervento della marina per sloggiare gli
occupanti della piattaforma petrolifera di Parabe.
”Le attività della Chevron nel delta del Niger hanno
causato seri problemi alle popolazioni locali, distruggendone le riserve di
pesca e lasciandole senza mezzi di sostentamento”, denuncia l’organizzazione
ecologista EarthRights International. Nel caso di Parabe dove si è
registrato il versamento di greggio nell’ambiente circostante, i residenti del
delta hanno chiesto alla Chevron di ripulire l’area e di fornire alle
comunità pozzi, posti di lavoro ed elettricità. Nonostante gli ingenti proventi
derivanti dalla commercializzazione del petrolio estratto nell’area, la Chevron
ha rifiutato qualunque forma di dialogo. “Frustrati”, racconta EarthRights
International, “i residenti del delta si sono recati presso la piattaforma
offshore di Parabe per chiedere ai funzionari della Chevron d’incontrare
gli anziani della comunità. I manifestanti non erano armati, al contrario dei
funzionari della sicurezza della Chevron presenti sulla piattaforma.
Dopo tre giorni i negoziati sembravano essersi sbloccati, così i dimostranti
accettavano di lasciare la piattaforma, informando la società. Ma evidentemente
il management della Chevron aveva deciso di dare una lezione ai
residenti, ed inviare un messaggio a quelle popolazioni del delta che pensavano
di organizzare altre forme di protesta”. Fu così che il 28 maggio 1998, alcuni
elicotteri della Chevron con a bordo militari e funzionari della
compagnia si avvicinarono alla piattaforma. “I soldati aprirono il fuoco sui
dimostranti prima che gli elicotteri atterrassero”, denuncia EarthRights
International. “Due manifestanti vennero uccisi e altri feriti, uno dei
quali fu colpito con la baionetta dopo essere già stato ferito da un colpo di
arma da fuoco. Il leader dei dimostranti fu preso dai soldati e successivamente
torturato”.
Sette mesi dopo lo sgombero di Parade, il 4 gennaio 1999,
gli elicotteri della Chevron volarono sopra i villaggi di Opia e Ikenyan
aprendo il fuoco contro la popolazione. Contemporaneamente giunsero nei
villaggi alcune imbarcazioni della società petrolifera cariche di militari. “A
seguito dell’attacco morirono almeno sette persone e gran parte dei due
villaggi fu rasa al suolo dalle fiamme. Molte persone furono ferite o
risultarono disperse; quasi tutti gli abitanti persero la casa e gli averi
nelle fiamme”.
Alcune delle vittime delle operazioni contro la piattaforma
di Parade ed i villaggi di Opia e Ikenyan hanno intentato causa contro la Chevron
presso la corte federale degli Stati Uniti, ricorrendo all’Alien Tort Claims
Act, che consente di chiamare in giudizio individui o imprese statunitensi
quando commettano violazioni dei diritti umani in qualunque parte del mondo. Il
processo ha preso il via all’inizio del 2000 ed è ancora in corso.
L’affare del gas
Tra le compagnie petrolifere comunque responsabili del clima
di violenze e repressione vissuto in Nigeria, non poteva mancare l’italiana Agip.
Human Rights Watch, nel suo rapporto del 1999, ha accusato i vigilantes
della società petrolifera della morte “a colpi di bastone” di un giovane
fermato durante le proteste contro il campo petrolifero di Clough Creek, vicino
Egdemo-Angalabiri. Ad Elele, Rivers State, la Saipem, società
d’ingegneria dell’Eni-Agip, è giunta a richiedere l’intervento dei
soldati per arrestare un giovane che si era recato nei propri uffici per
chiedere l’indennizzo per l’occupazione delle terre di cui era proprietario e
in cui erano state avviate illegalmente le attività estrattive per conto della
compagnia francese Elf. Il giovane fu poi brutalmente picchiato dai
militari. Human Rights Watch ha infine segnalato che “a differenza di Shell,
Chevron e Mobil”, l’Agip le ha risposto “solo dopo diversi
mesi e con un paio di paginette di scarne informazioni sulle proprie attività
nel paese”.
Il Gruppo Eni è presente in Nigeria dal 1962. Nel
settore esplorativo l’Ente nazionale per gli idrocarburi opera
attraverso la Nigerian Agip Oil Company Ltd. (NAOC), la Nigerian Agip
Exploration Ltd. (NAE) e l’Agip Energy & Natural Resources Nigeria
Ltd. (AENR). Le produzioni di greggio dell’Eni sono principalmente
concentrate nella conflittiva regione del delta del Niger. In quest’area la Nigerian
Agip Exploration detiene partecipazioni in quattro giacimenti oceanici,
mentre l’Agip Energy & Natural Resources Nigeria opera presso i
giacimenti offshore di Agbara, in joint venture con la Nigerian National
Petroleum Corporation (NNPC).
Importanti contratti con l’ente petrolifero nigeriano sono stati firmati dall’Agip
per l’estrazione nel giacimento di Abo e in quelli di Okono ed Okpoho, dove si
stima una produzione di 20.000 barili al giorno. Nel luglio 2001, la Nigerian
Agip Oil Company ha anche sottoscritto un accordo per la costruzione di una
centrale elettrica a gas della potenza di 450 Megawatt. Il nuovo impianto,
localizzato nell’area di Kwale, ancora una volta sul delta del Niger, garantirà
la fornitura di energia elettrica nell’area meridionale del paese attraverso un
elettrodotto di 330.000 volt in via di costruzione. Per questo progetto, l’Agip
ha costituito una joint venture con la compagnia statale petrolifera e con la
statunitense Phillips Petroleum Company.
Nel settore dell’ingegneria e dei servizi Snamprogetti
e Saipem hanno realizzato una serie di infrastrutture come la raffineria
di Warri, il gasdotto Escravos-Lagos (454 km) e le piattaforme offshore del
giacimento di Agbara. Snamprogetti fornisce inoltre i servizi d’ingegneria
dell’oleodotto Escravos-Warri, mentre la Saipem ha svolto operazioni di
trivellazione in joint venture con partner internazionali e si è occupata della
progettazione e della costruzione delle strutture per l’impianto di gas di
Soku, di proprietà della Shell.
Proprio il gas è divenuto uno degli affari più rilevanti
della holding energetica italiana. La Snamprogetti, con le società Technip, Kellogg Brown & Root e Japan
Gasoline Company (JGC), compongono paritariamente il consorzio TSKJ
che per conto della Nigeria LNG Limited ha realizzato tre linee di
produzione di gas naturale liquefatto nell’impianto sorto a Bonny Island,
proprio nell’area in cui la siciliana Gitto Costruzioni sta per
realizzare le infrastrutture viarie di collegamento. Per l’esportazione di gas,
il consorzio TSKJ ha anche realizzato un
enorme terminal navale sulla riva sinistra del Bonny River, tra Bonny Town e
l’oceano atlantico. I lavori sono costati 20 milioni di dollari e hanno avuto la
supervisione tecnica della Shell Gas Nigeria B.V..
Quello di Bonny Island è il più ambizioso progetto nigeriano
per la liquefazione di gas naturale; per la sua realizzazione sono stati spesi 3,8
miliardi di dollari e a lavori finiti si prevede il processamento di 252
miliardi di metri cubi all’anno. Superfluo aggiungere che le proteste delle
popolazioni contro il devastante impianto di liquefazione di Bonny Island
sono state del tutto ignorate dal governo di Olusegun Obasanjo ed Atiku
Abubakar, mentre non sono mancati gravi casi d’intimidazione contro leader
popolari e sindacalisti.
È opportuno segnalare che proprio la Nigeria LNG Ltd.
(NLNG), la compagnia mista che produce ed esporta il gas naturale liquido, è
posseduta per un 10,4% dall’Agip International B.V. del Gruppo Eni;
un altro 49% è in mano alla compagnia statale nigeriana NNPC, mentre il
restante 40,6% è suddiviso tra la Shell e la TotalFinaElf. La Shell
sarà la principale beneficiaria dell’impianto di liquefazione: esso verrà
utilizzato infatti per il gas estratto dagli immensi giacimenti di Bonga e di
quelli esistenti sotto le acque del delta del Niger, in un’area che dal 1997 è
al centro di violenti scontri sociali che hanno impedito sino ad oggi la
realizzazione degli impianti di pompaggio.
Accanto alla Shell, numerose società straniere hanno
già sottoscritto contratti di acquisto di gas naturale con il consorzio Nigeria
LNG: innanzitutto l’italiana ENEL che si è assicurata il 49%
dell’intera produzione; poi la spagnola Enagas (22%), la turca Botas
(17%), Gaz de France (7%), la portoghese Transgas (5%). In vista
dell’entrata in funzione di altre due linee di produzione (la quarta e la
quinta), l’Eni ha sottoscritto un accordo di massima per l’acquisto di
20 miliardi di metri cubi di gas liquido in un periodo di 20 anni che l’ente
nazionale venderà in Spagna e Portogallo a partire del 2005. Sono in fase avanzata le discussioni
per un accordo analogo con il gigante italiano Edison, recentemente
acquisito dal gruppo Agnelli-Fiat, e con la società brasiliana Petrobras.
Quello di Bonny Island con i suoi cinque impianti di
processamento non sarà l’unico megaprogetto per lo sfruttamento del gas
naturale previsto nella delicata area ambientale del delta del Niger. Nel
febbraio 2001, il governo ha infatti annunciato di aver sottoscritto con le
società statunitensi Chevron, Conoco, ExxonMobil e Texaco,
un accordo per avviare uno studio di fattibilità per un secondo impianto LNG da
realizzare nel delta occidentale del Niger. Intanto sono già stati centinaia
gli incidenti registrati a Bonny Island a causa delle attività di raffinazione
del greggio e di condensazione del gas naturale negli impianti della Nigeria
Liquified Natural Gas Limited. Nell’aprile 1999 un’esplosione ha perfino
distrutto parzialmente l’impianto di gas in fase di realizzazione ad Obite, di
proprietà dell’Elf-Aquitaine, società che detiene il 15% del consorzio
internazionale.
Il Niger è sempre più vittima del versamento di petrolio e
della contaminazione dei composti chimici e dei gas utilizzati negli impianti.
Più di 4.000 spargimenti di greggio si sono registrati negli ultimi 40 anni
nelle acque del delta del Niger. Un devastante impatto che solo in rarissimi
casi è stato sanzionato dalle autorità nigeriane. Nel marzo 2003 il Parlamento
ha intimato la filiale nigeriana della Shell Petroleum Development Company
(SPDC) a versare 1,5 miliardi di dollari a favore della comunità Ijaw dello
stato di Bayelsa quale risarcimento per la devastazione ambientale causata alle
acque del delta a partire del 1956, anno in cui fu intrapresa l’estrazione di
greggio dalle piattaforme offshore. Gli studi di una speciale commissione di
tecnici hanno provato come “le fuoriuscite di petrolio dagli impianti della
compagnia straniera hanno consistentemente danneggiato la produzione agricola e
le fonti idriche dello stato di Bayelsa, assumendo proporzioni epidemiche tra
il 1993 ed il 1994 e causando l’esplosione di malattie contagiose che hanno
ucciso oltre 1.400 persone e costretto molte altre a ricorrere alle cure
sanitarie”.
L’équipe di esperti ha inoltre rilevato che una parte delle
popolazioni di Bayelsa e Rivers State soffrono di cancro e di altre malattie
neoplastiche “in conseguenza della prolungata e costante esposizione ad
esalazioni del greggio riversatosi nell’ambiente”. Sino ad oggi la Shell non ha
ottemperato all’ingiunzione del Parlamento nigeriano ripetendo il comportamento
omissivo assunto a seguito della sentenza di un’alta corte del paese africano
che nel giugno 2000 ha condannato la compagnia anglo-olandese a versare 40
milioni di dollari come indennizzo per i danni causati all’ambiente e alle
popolazioni dei villaggi di etnia Ogoni.
“La presenza degli impianti di
Bonny Island sta anche causando la distruzione di ettari di foresta e mette in
serio pericolo la sopravvivenza della comunità di 6.000 persone che abita
l'isola”, denuncia il World Rainforest Movement. Una deforestazione che si somma a quanto è stato causato
dalle attività di esplorazione ed estrazione petrolifera che in Nigeria hanno
comportato la scomparsa di oltre 562.000 chilometri quadrati di foresta
primaria, il 95% di quella esistente all’inizio del 20° secolo.
Italiani brava gente
Le responsabilità dei grandi complessi industriali italiani
nello sviluppo delle crisi sociali, politiche ed economiche della Nigeria
sembrano proprio non dover finire mai. Così, analizzando la lista delle società
che hanno partecipato all’installazione del devastante complesso per la
produzione di gas naturale di Bonny Island, si scopre il concorso della Techint,
una holding con sede in Argentina ma con capitali interamente italiani. È con
la Techint infatti che il consorzio Nigeria LNG Ltd. ha
sottoscritto un contratto di costruzione per 80 milioni di dollari.
Meritano un capitolo a parte le vicende relative al Gruppo
Techint, non fosse altro che questo è uno dei meno conosciuti in Italia
nonostante sia tra i complessi industriali-finanziari di casa nostra maggiormente
affermatisi internazionalmente accanto all’Eni-Agip, al gruppo Agnelli-Fiat-Impregilo,
all’Ansaldo, all’ENEL e alle fabbriche di armi ex IRI-EFIM.
Nelle mani della famiglia lombarda dei Rocca (al terzo posto
tra i gruppi familiari più ricchi d’Italia dopo i Berlusconi e i Benetton), la Techint-Compagnia
Tecnica Internazionale fu fondata nel 1945, dopo il secondo conflitto
mondiale. L’anno successivo il capostipite della famiglia Rocca, l’ingegnere
Agostino, “padre” della siderurgia italiana, emigrò in Argentina per sottrarsi
all’accusa di “collaborazionismo” con il fascismo. A Buenos Aires venne creata
la Techint Compañía Técnica Internacional SA. che presto si affermò come
il principale gruppo industriale e finanziario del paese, uscendo indenne da
tutti i capovolgimenti politici e militari che hanno attraversato il paese,
fino ad acquisire le maggiori imprese statali argentine privatizzate dai
governi “democratici” di Carlos Menem, Raoul Alfonsín e Fernando de La Rua. Di
questi ex presidenti e dell’ex ministro dell’economia Domingo Cavallo, la
famiglia Rocca è stata amica e consulente nell’implementazione dei dissennati
programmi neoliberisti che hanno condotto l’Argentina al collasso finanziario e
all’instabilità sociale. Ma amicizie importanti sono state coltivate anche in
Italia tra i vertici di Confindustria e delle maggiori banche pubbliche
e private; Agostino Rocca, in particolare, è stato grande amico di Gianni
Agnelli, nonché suo collaboratore quando la Fiat decise d’insediare
proprie fabbriche in Argentina.
Oggi la Techint è un colosso che fattura annualmente
6 miliardi di dollari, impiega oltre 30.000 dipendenti e ha filiali in 38 paesi. È sempre la siderurgia il cuore
pulsante dell’holding della famiglia Rocca: la Techint controlla infatti
le principali società siderurgiche italiane dello storico gruppo Dalmine
e importanti complessi latinoamericani, specie in Argentina e Venezuela. La Techint possiede inoltre
acciaierie in Stati Uniti, Tailandia, Giappone e Cina e dagli anni ’70 ha
diversificato le sue attività puntando all’ingegneria e alla realizzazione di
infrastrutture quali strade, autostrade, tunnel, ponti, aeroporti, porti,
acquedotti, dighe, sistemi di telecomunicazione, penitenziari, impianti
ospedalieri.
In queste attività la Techint è stata partner dei più
importanti colossi mondiali delle costruzioni civili-militari, prima fra tutte
la statunitense Bechtel, la compagnia contrattata dall’amministrazione
Bush per la ricostruzione dell’Iraq. Per conto della Bechtel la società
della famiglia Rocca ha realizzato l’impianto di
trattamento dei fumi di scarico della fabbrica di alluminio di Aluar a Puerto
Madryn (Patagonia); in consorzio con Bechtel Enterprises, Dragados,
Dwyidag e Hochtieff, la Techint concorre alla gara per la
realizzazione di un viadotto di 41 km che colleghi Buenos Aires con la città
uruguayana di Colonia, progetto per cui si prevedono investimenti per oltre
1.200 milioni di dollari. Un secondo consorzio è
stato costituito con la Bechtel e la società militare Lockheed in
vista della privatizzazione dei maggiori aeroporti argentini; la Techint
Techonologies sta invece realizzando per conto della Bechtel una
serie di megacentrali a carbone in Cina.
Oltre al complesso nigeriano per la liquefazione del gas, la
Techint ha realizzato importanti infrastrutture per lo sfruttamento
delle fonti energetiche in paesi in guerra o dove vengono calpestati
quotidianamente i diritti umani: l’oleodotto e il gasdotto tra Argentina e Cile
e tra Argentina e Brasile, alcuni oleodotti che attraversano la cordigliera
andina in Bolivia e Perù, numerosi impianti petroliferi e per il trasporto di
gas in Russia, l’oleodotto Enugu-Makurdi-Yola (ancora una volta In Nigeria), le
installazioni petrolifere e alcune linee di produzione della rete di oleodotti
OCENSA in Colombia.
In quest’ultimo paese latinoamericano, la Techint ha realizzato le
installazioni per il processamento di crudo a Cupiagua, l’oleodotto
Vasconia-Coveñas di 575 km, il gasdotto Ballena-Barrancabermeja di 220 km,
l’oleodotto Cusiana-La Bellezza di 220 km e il terminal terrestre di Coveñas.
Attraverso la controllata Syusa (Saneamiento y Urbanización Sociedad
Anónima), il gruppo Rocca ha realizzato la grande discarica “Doña Juana” di
Bogotá. Nel vicino Ecuador, la Techint è stata contrattata da un
consorzio internazionale in cui compare l’italiana Agip, per la
costruzione dell’oleodotto “OCP” (Oleoducto de Crudos Pesados), una devastante
opera lunga 508 km, fortemente osteggiata dalle organizzazioni indigene e dalle
associazioni ambientaliste.
Una serie di raffinerie e di piattaforme offshore sono state completate in
Argentina, Brasile, Uruguay, Trinidad e Tobago; inoltre, attraverso la
controllata Tecpetrol, la famiglia Rocca opera direttamente nel settore
estrattivo, controllando giacimenti di gas e petrolio in Argentina, Venezuela,
Bolivia, Ecuador, Brasile e Colombia.
La Techint è inoltre presente nei mercati strategici del
medio oriente e del sud-est asiatico. In Arabia Saudita, la Saudi Aramco
ha sottoscritto nel 1998 un accordo con la Techint International of
Argentina, per la costruzione di un oleodotto di 412 miglia tra i
giacimenti di Shaybah ed il terminal di Abqaiq. Sempre in Arabia Saudita la Techint
ha realizzato un altro oleodotto tra Dhahran e Yanbu e un acquedotto tra i
centri di Yanbu e Medina. In Indonesia la società italiana
ha costruito l’impianto di generazione di energia di Suralaya, mentre nel Sudan
attraversato da un violento conflitto interreligioso e politico, la Techint
ha realizzato in consorzio con la Saipem gli impianti per la produzione
di petrolio di Muglad.
Sparsi per il mondo ci sono poi alcuni impianti
particolarmente sospetti installati “chiavi in mano” dalla Techint: una
fabbrica per la produzione di “gas medicinali e industriali” a Zanzour e il
“sistema di distribuzione elettrica del complesso siderurgico di Misurata” in
Libia; il megaimpianto della multinazionale Monsanto a Zarate
(Argentina) dove vengono prodotti fertilizzanti chimici e il famigerato
glifosato utilizzato contro le piantagioni di coca in Colombia, Perù e Bolivia;
il supersegreto complesso militare-industriale di Falda del Carmen, ancora in
Argentina, dove è stata avviata la costruzione del sistema missilistico Condor,
progetto a cui ha lavorato principalmente la Snia-Viscosa del gruppo Fiat
e che fu poi abbandonato per le pressioni dell’amministrazione Usa, preoccupata
per un possibile trasferimento di tecnologia ad alcuni paesi mediorientali,
primo fra tutti l’Iraq di Saddam Hussein.
Proprio quest’ultimo paese è stato sino allo scoppio della
prima guerra del Golfo, uno dei più importanti clienti della Techint. Il
gruppo italo-argentino ha infatti realizzato l’impianto di trattamento delle
acque di Samara e un sistema per la fornitura idrica della zona desertica
occidentale; alcuni investigatori indipendenti avrebbero inoltre provato un suo
coinvolgimento nella realizzazione dell’impianto nucleare di Osirak, dove gli
iracheni puntavano ad attivare due reattori (Tammuz 1 e 2) da cui
presumibilmente ricavare materiale fissile per armi nucleari.
Il progetto Osirak prese il via nel 1975 grazie ai
contributi dell’allora CNEN (oggi ENEA); l’anno successivo fu
sottoscritto un accordo tra la SNIA-Viscosa e il regime di Baghdad, per
trasferire un laboratorio nucleare e una centrale di raffreddamento similare a
quella realizzata per il centro atomico belga “Eurochemic”. Nel 1978 venne
creato ad hoc il consorzio Snia-Viscosa, Techint e Ansaldo
Meccanico Nucleare per la realizzazione di un laboratorio per la
trasformazione di uranio naturale in uranio arricchito, poi completato nel
1981, mentre in vista di nuovi programmi nucleari in Iraq, fu aperto un ufficio
Snia-Techint a St-Germain-en Laye (Francia). A questo punto le notizie
sulla partecipazione del consorzio italiano nel programma missilistico “Grande
Babilonia” di Saddam Hussein si fanno scarne, anche se l’inchiesta sulle
triangolazioni di tecnologia nucleare attivate grazie alla copertura della
filiale della Banca Nazionale del Lavoro (BNL) di Atlanta hanno
accertato il ruolo centrale delle imprese italiane. Alcuni rapporti dei servizi
segreti USA hanno infine accertato la presenza di Technipetrol
nell’impianto di gas nervino Akashat e del consorzio SNIA-Techint nel
laboratorio per il sistema missilistico Saad 16.
Milano-Nigeria via Somalia
La Techint si è anche caratterizzata per la forte
presenza nel mercato italiano. Le società del gruppo hanno operato nella
realizzazione degli impianti chimici della Atohass di Rho, dell’Enichem
di Porto Torres, Brindisi e Priolo e dei complessi siderurgici di Taranto e
Conegliano. La Techint ha concorso al progetto “Alta Velocità” per conto
del consorzio TAV-Italferr sulla linea ferroviaria Torino-Bologna; più
recentemente la holding si è concentrata nel settore dei servizi e della
gestione della sanità privata. Dopo aver costruito l’ospedale dell’Istituto
Humanitas a Rozzano Milano, attraverso la controllata Techosp ed in
società con la Real Mutua, ha acquisito il controllo delle cliniche
“Gavezzani” di Bergamo e delle cliniche “Fornaca di Sessant”, “Cellini” e
“Pinna Pintor” in Piemonte.
Sempre in Italia il gruppo ha mostrato interesse per il settore delle
telecomunicazioni: la Techint oggi fa parte del consorzio che ha
acquisito il controllo della SIRTI, mentre nel 2001 avrebbe acquisito una
quota di Telecom.
L’ultima creatura del gruppo è la Dalmine Energie,
società in gara per affermarsi nel mercato della fornitura di elettricità dopo
la fine del monopolio dell’ENEL. Proprio l’ente elettrico statale è
stato uno dei principali committenti delle aziende di proprietà della famiglia
Rocca. Molte delle principali centrali ENEL sono state costruite dalla Techint,
la quale ha anche progettato e realizzato il sistema di trasporto del carbone
per la megacentrale di Brindisi. Per questa commessa, inserita nel cosiddetto
“piano di desolforazione” delle centrali a carbone installate nel paese, è
stata aperta un’indagine da parte dei magistrati della breve stagione di Mani
Pulite, che ha condotto nel luglio 1992 all’arresto di Paolo Scaroni,
amministratore delegato della Techint.
“Dal 1985 a oggi”, ha poi confessato Scaroni, “ho versato al
partito socialista circa 2 miliardi e mezzo, sempre su richiesta dell’onorevole
Vincenzo Balzamo, consegnandogli denaro a volte in contanti e a volte su conti
esteri”.
L’inchiesta ha coinvolto anche Ottavio Pisante, presidente della Ercole
Marelli Impianti Tecnologici, altra azienda beneficiaria delle commesse ENEL.
Paolo Scaroni ha patteggiato una pena di 1 anno e 4 mesi che tuttavia non gli
ha impedito di essere nominato dal governo Berlusconi amministratore delegato
della stessa ENEL.
Quella del carbone non è stata l’unica vicenda giudiziaria
che ha coinvolto i vertici della Techint. Un’indagine dei giudici
argentini fu aperta in merito ad un presunto giro di tangenti tra Italia ed
Argentina in occasione dell’aggiudicazione al consorzio d’imprese Techint,
Metroroma, Ansaldo, Breda Costruzioni Ferroviarie, Lombardia
Risorse, Ferrovia Nord di Milano e Sotecni dei lavori per la
realizzazione della metropolitana di Buenos Aires, inchiesta comunque poi
archiviata. Sempre in tema di malacooperazione, il nome della Techint è
poi comparso nell’ambito delle inchieste sugli “aiuti” donati dal governo di
Bettino Craxi al regime militare somalo. All’impresa della famiglia Rocca
furono assegnati i lavori per realizzare uno zuccherificio a Giohar, costo 4,4
miliardi, mai utilizzato; mentre alla Technipetrol fu affidata una
commessa di quasi 100 miliardi per la costruzione di una fabbrica di
fertilizzanti. La fabbrica ha funzionato solo per pochi giorni nel 1985 ed oggi
è solo un ammasso di rottami arrugginiti. In compenso avrebbe reso 7 miliardi
di lire in tangenti all’ex dittatore Siyad Barre.
La Techint ha inoltre realizzato la strada
Gardo-Garoe-porto di Bosaso, un’arteria lunga 440 km, utilizzata dal regime di
Barre per gli spostamenti delle truppe corazzate. Forti critiche al progetto
erano state espresse dalla Banca Mondiale e dagli stessi tecnici della
Farnesina che giudicavano “proibitivo” il costo dei lavori, circa 330 miliardi
di dollari, che invece potevano essere destinati “ad altre azioni sicuramente
prioritarie per le popolazioni beneficiarie”. Ciò nonostante l’allora
commissario straordinario del fondo aiuti allo sviluppo, il socialista
Francesco Forte, diede via al progetto, affidando la progettazione e la
direzione dei lavori all’Italtekna e la realizzazione alla Techint.
I lavori dall’enorme impatto socioambientale furono apertamente
osteggiati dalle diverse fazioni militari in lotta, accentuando i conflitti tra
differenti tribù locali. La strada e la struttura portuale di Bosaso
consentirono al governo centrale di Mogadiscio di estendere un rigido controllo
militare sulle regioni del Nord e di imporre pesanti imposte sulle esportazioni
dirette ai paesi transfrontalieri, incidendo sui già precari equilibri
economici e commerciali della regione.
Bosaso si trasformò nel porto di arrivo dei carichi di armi e di rifiuti
tossici che faccendieri e trafficanti inviarono negli anni ’90 in Somalia,
grazie alle protezioni dei servizi segreti italiani e statunitensi. Un tema
d’indagine che stava parecchio a cuore alla giornalista di Raitre,
Ilaria Alpi, che il 20 marzo 1994, proprio al ritorno da un reportage a Bosaso,
fu assassinata con il cameraman Miran Hrovatin.
C’è uno strano episodio relativo ai lavori per la strada
Garoe-Bosaso che il giornalista Massimo Alberizzi, inviato del Corriere della
Sera in Somalia, ha raccontato ai genitori di Ilaria Alpi: “Nel 1987 la Techint,
società con al vertice Gianfelice Rocca e Paolo Scaroni, cugino di Margherita
Boniver, cui è affidato l’iter realizzativo, viene accusata di gravi illeciti
da Davide Cafiero, uno dei suoi dirigenti a Mogadiscio. Dice Cafiero, in una
causa di lavoro: “Mi hanno licenziato perché mi rifiutavo di firmare false
attestazioni di avanzamento dei lavori necessarie per conseguire indebiti
pagamenti del ministero degli Affari esteri”. La Techint immediatamente
chiude la causa civile tacitando Cafiero con 55 milioni. Anche la querela
contro il Corriere della Sera per un articolo sulla storia viene
ritirata. Ma a Mogadiscio sostengono che quanto dichiarato da Cafiero era la
prassi”.
Alberizzi si sofferma anche su un altro scandalo della
Cooperazione italiana in Somalia, quello relativo alla perforazione di una
quarantina di pozzi, molti dei quali mai completati. “La realizzazione di
questi pozzi parte alla metà degli anni ’80. Il 31 ottobre 1985 e il 29 gennaio
1986 il Fondo aiuti italiani (Fai) affida alla Techint il compito di
ingegneria e di direzione dei lavori per la realizzazione di queste opere per
22 miliardi di lire. La Techint ottiene questa concessione dal Fai e non
può per legge appaltare i lavori a una sua società controllata. In accordo con
il suo socio d’affari Ottavio Pisante, la Techint affida i lavori con
contratto stipulato il 9 luglio 1986 all’Aquatar S.p.A. del gruppo Eni,
con intesa che quest’ultima avrebbe subappaltato il 50% dei lavori alla società
per azioni Ecologia. Il cui azionista di riferimento era Marcellino
Gavio, sotto inchiesta per le tangenti Itinera insieme
a Gabriele Cagliari, poi presidente dell’Eni, tramite la Fimo. Il
16 settembre 1986 la società Aquater, presidente Antonio Chiaravino, e
la società Ecologia, stipularono un accordo in cui si conviene che a
quest’ultima per assolvere agli obblighi contrattuali, vengano assegnati
12.147.000.000 di lire, circa il 50% della commessa globale. Quello con Ecologia
è soltanto un contratto-paravento perché viene formalizzato un atto di
associazione in partecipazione in cui si sottoscrive che pur restando Ecologia
formalmente titolare del contratto, in sostanza è l’Emit a gestire
tutto, e che per tale attività riceverà il 75% degli utili netti. Emit
però appartiene al 100% al gruppo Acqua il cui presidente è Ottavio
Pisante, arrestato per le tangenti sulle discariche e a sua volta legato alla Techint.
Il gioco è fatto, la Techint, che ha ottenuto la commessa Fai, di fatto
si autoappalta metà dei lavori…”.
L’ennesimo affare italiano in terra d’Africa con gli stessi
protagonisti del saccheggio del petrolio e del gas in Nigeria: l’Eni, l’ENEL,
la Techint, ecc. ecc…
Formato per la citazione:
Antonio Mazzeo, "Italiani in Nigeria", terrelibere.org, 09 novembre 2003, http://www.terrelibere.it/doc/italiani-in-nigeria
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