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Imparare a confliggere

 

 

Imparare a confliggere: storia ed etica di un pacifista

Può la narrazione a due voci di un’esperienza ancora poco indagata – il movimento per la pace in Italia negli anni ’80 – contribuire a rileggere la storia di quegli anni cogliendone il radicale cambiamento della cultura politica e delle forme di lotta? La storia di vita di Pasquale D’Andretta, pacifista militante, educatore e formatore. Un percorso per dare un senso alla definizione del conflitto e alle sue potenzialità creative, liberatorie, trasformative della politica tradizionale.

 

Chiara Luti



Indice

 

Introduzione

 

Capitolo 1. Venire dagli anni ’70. Sperimentazioni di rottura con la violenza

 

Capitolo 2. La stagione del pacifismo. Conflitto, identità, corpo e strategie di lotta

 

Capitolo 3. La politica come mestiere? Alla ricerca di una corrispondenza tra mezzi e fini

 

Capitolo 4. Approdi. Percorsi di formazione per educare al conflitto e alla complessità

 

Conclusioni

 

Ringraziamenti

 

Bibliografia

 

 

Appendice: Trascrizione integrale delle interviste

 

 

 

Introduzione

 

 “Il silenzio non accompagna solo i complotti,

né il corteo delle cause solo le incoronazioni.

Possono essere tondi gli anniversari delle insurrezioni,

ma anche i sassolini in parata sulla sponda.

 

Fitto e intricato è il ricamo delle circostanze.

Il punto della formica nell’erba.

L’erba cucita alla terra.

 

Il disegno dell’onda su cui si infila un fuscello.”

 

W. Szymborska (da: Vista con granello di sabbia, Milano, Adelphi, 1998)

 

 

Questo lavoro nasce dall’incrociarsi di diversi interessi, tra i quali spicca quello per le narrazioni, come pratica diffusa nella vita quotidiana ed elemento portante dello sviluppo degli studi sulle storie di vita e sulle biografie. In particolare, l’attenzione è stata posta su due aspetti: il primo, la facoltà che la narrazione di un percorso esistenziale soggettivo ha di apportare conoscenza e – di più – innervare di senso e di spessore la storia generale, la ricostruzione dei grandi processi epocali in termini diacronici; il secondo, quello che chiamerei relazionale, e che fa della narrazione un’esperienza condivisa, che mette in gioco tanto il ricercatore quanto colui o colei che racconta la propria vita, se è vero, come sostiene Cavarero, che “ […] Il desiderio è sempre quello di esprimersi, nel duplice senso di esporre attivamente il proprio sé e di trovare le parole che traducono in forma narrativa tale esposizione. […] E c’è, allo stesso tempo, la creazione di uno spazio relazionale di reciproca esibizione che viene chiaramente percepito e affermato come politico” [1].

 

Ecco un termine, “politico”, che tornerà di frequente lungo questa ricerca, e con diverse accezioni. Politico è infatti lo spazio relazionale sia nella dimensione “privata” del mio incontro con il narratore, sia in quello più ampio cui la narrazione rimanda di continuo in uno scenario di vita brulicante di avvenimenti, persone, riflessioni. Tale scenario è quello di una memoria condivisa, che ho inteso attivare a partire anche da un’esigenza personale: quella di ricostruire, attraverso il racconto dell’altro e le mie sollecitazioni, un pezzo della mia stessa vita, laddove una specifica esperienza formativa, politica e umana – quella del pacifismo  – ha condizionato largamente le mie scelte e il mio sguardo sul mondo. C’è qui un punto importante, che è l’esplicitazione del mio punto di osservazione e della mia posizione come ricercatrice. Che è quello di voler definire un oggetto di ricerca che mi coinvolge e appartiene alla mia storia non meno di quanto appartenga alla persona che mi ha raccontato la sua vita, la sua formazione, il suo incontro con la politica, le sue scelte. Non è cioè a caso che all’interno della narrazione e della trattazione del materiale sarà dato ampio spazio al tema della pace, di come la scelta di un percorso pacifista e nonviolento abbia condizionato la vita delle persone che l’hanno attraversato, e modificato in maniera sostanziale la cultura politica fino ad allora esistente. E’ un tema che risuona dentro di me, che incrocia il mio lavoro, quello che oggi si va professionalizzando – magari con il rischio di un livellamento verso il basso della complessità -  e che è stato per anni difficile da definire, praticabile in una sorta di “mondo parallelo” a quello delle professioni e degli impieghi più tradizionali: quello delle associazioni, del volontariato, delle ong. Ho viaggiato, ho fatto l’animatrice e l’operatrice della cooperazione internazionale, ho incontrato nella vita lavorativa e personale molte persone, e questi incontri non hanno che rafforzato uno sguardo sul mondo che esclude la violenza, ma che nello stesso tempo ha posto ogni volta, sul campo, la difficoltà e la fatica di riconoscere le differenze, di agirle e  tenerle insieme, di lasciarsene attraversare.

 

La poesia che apre questa introduzione ci dice che la trama delle relazioni è fitta, minuta e precisa. Che nell’infra dello scambio ci stanno anche i silenzi, la difficoltà di dire. E d’altra parte, come ricorda Hannah Arendt[2], la stessa res publica era localizzata nell’infra tra le due fazioni un tempo ostili. La legge è dunque una cosa che crea tra gli uomini nuove relazioni.

 

Ancora Arendt: “se è vero che una cosa, nel mondo storico-politico come in quello sensibile, è reale solo quando può mostrarsi ed essere percepita in ogni suo aspetto, allora occorrono sempre una pluralità di uomini o di popoli e una pluralità di posizioni perché la realtà sia resa possibile e ne sia garantita la continuità.”[3]

 

Dunque: la realtà è costituita da pluralità di sguardi, trame intricate e spazi di sospensione (forse quello che intendeva Bateson per “sacro”, intendendo comunque una parte costitutiva – seppure indicibile - della realtà, dunque della relazione[4]). Da una prospettiva epistemologica, von Foerster osserva che: “una descrizione (dell’universo) implica qualcuno che descrive (un osservatore), e conseguentemente la lingua che usa e la società che forma usando il linguaggio. Non basta un soggetto da solo a conoscere, la conoscenza emerge dalla comunità in cui si trova il soggetto ed è mediata dal linguaggio usato dalla comunità che la organizza” [5].

 

 

Quello che intraprendo con questo lavoro è dunque un percorso originale e rischioso che deve affrontare con leggerezza (come la intendeva Calvino[6]) la questione di difficile soluzione del rapporto tra soggetto e oggetto della ricerca. Non si tratta cioè qui di invocare le necessarie asimmetrie della relazione e puntellarle tra date anagrafiche o livelli di consapevolezza, né di indagare astrattamente possibili dislivelli culturali. Non si tratta (non può trattarsi) di ristabilire con l‘autorità dell’accademia e della storia degli studi la supposta distanza tra chi ha il sapere, la scrittura e la lingua, e chi non ce l’ha.

 

D’altra parte, a ben vedere, l’antropologia recente[7] - fino agli anni ’70 almeno – sembra aver dibattuto a lungo la questione, lasciandola aperta nella sua problematicità: dare voce alle culture subalterne è quasi un ossimoro. Infatti, nel riconoscimento delle culture subalterne, se ne analizza la relazione in termini generali rispetto alla cultura dominante, e se ne auspica dunque l’emancipazione da una prospettiva marxista mentre – coerentemente? – si rischia di continuo di porre il ricercatore in una posizione egemonica, che relega cioè di nuovo nella condizione di oggetto l’illetterato (il contadino, l’operaio, il pastore, la madre di sette figli…), o il vecchio (il partigiano, il reduce, il testimone delle progressive scomparse…). All’estremo opposto una parte dell’antropologia moderna (o sarebbe meglio dire post-moderna[8]) rinuncia disperatamente all’identità (avvertendo forse il senso di colpa per non aver liberato gli oppressi pur avendo raccolto ogni frammento delle loro storie, e dato testimonianza della loro presenza nel mondo) e si scioglie in una indefinitezza che è come un gioco di specchi. Ovvero, mi metto talmente in discussione che annullo le distanze. Se tu non puoi più essere l’oggetto della mia ricerca allora che tu sia il mio alter ego: rinuncio alla mia autorità non per enfatizzare eventualmente la tua (o meglio rinunciare all’autorità in favore dello scambio tra soggetti), ma per non averne più alcuna, per dissolvermi nella negazione della mia cultura colpevole, per giocare senza molto rigore ai rimandi “infiniti”, alle “molteplici identità”: dunque alla rinuncia della comprensione, del limite e del giudizio. Cioè al nulla.

 

A questo gioco mi piace immaginare che sia possibile contrapporre quello della relazione paritaria tra soggetti. Diversi, irriducibilmente, dotati di identità (sempre in costruzione e negoziazione, se è vero che la costruzione dell’identità passa attraverso tutte le pratiche sociali, i processi storici e culturali ed è l’insieme delle interrelazioni, in cui l’identità del soggetto è “il risultato” di tutti questi processi), e soggettività, data e sessuata.

 

Questo è il presupposto al lavoro con Pasquale.

 

Pasquale D’Andretta è un uomo di quarantacinque anni, che nel proprio curriculum vitae si qualifica come “formatore, facilitatore e consulente di formazione, esperto di metodologie didattiche interattive”. È nato e cresciuto a San Severo, una cittadina pugliese in provincia di Foggia ancora fino agli anni ’70 fortemente connotata dall’attività agricola e dalla tradizione contadina. Ha iniziato presto a fare politica, vivendo da un liceo della provincia del mezzogiorno d’Italia  le suggestioni della lotta politica dei tardi anni ’70; è stato capo ed educatore scout, poi simpatizzante della nuova sinistra, poi ancora impegnato nella costituzione di una cooperativa per la prevenzione e la cura delle tossicodipendenze. Il suo impegno politico è andato crescendo nel corso degli anni, ed ha conosciuto forse proprio durante gli anni ’80 – il decennio comunemente ricordato per il riflusso, l’edonismo, la definitiva terziarizzazione – la sua fase più compiuta in senso letterale: l’adesione e il protagonismo nel movimento per la pace, la piena messa in pratica e a tema della nonviolenza, l’attività di formazione e di laboratorio con i ragazzi più giovani. E’ stato dirigente della Federazione Giovanile Comunista, poi per poco tempo dirigente dell’Arci, infine (infine?) educatore, formatore per le scuole e per una miriade di soggetti che hanno iniziato a venire alla luce – e ad acquistare un peso crescente sulla scena politica, economica e sociale italiana - proprio a partire dalla fine degli anni ‘80: le associazioni di volontariato, di terzo settore, le cooperative di servizio, le organizzazioni non governative.

 

Pasquale è naturalmente molte altre cose, ma non avrebbe senso procedere ad una ricostruzione più dettagliata del curriculum del mio interlocutore, e della mole di attività che ha svolto o delle qualità e competenze che esprime. Scrive a questo proposito ancora Cavarero (op. cit., p. 85): “[…] Il sé, nella misura in cui è un chi e non un che cosa, ha infatti una realtà tutta esterna e relazionale.” Dunque il senso di questo lavoro sta nella ricostruzione stessa che Pasquale fa della sua vita, nella sua narrazione e nella forma che essa assume, e nella relazione che si è stabilita tra noi nel momento in cui abbiamo costituito questa sorta di setting, un luogo fisico e temporale che è stato molte cose insieme: contenitore, uditorio, sospensione, ricostruzione, emozione.

 

Ho conosciuto Pasquale a metà degli anni ’80, giovane iscritta alla FGCI. La mia adolescenza è stata segnata da un clima familiare aspro, fortemente intriso di richiami alla realtà esterna, ai costumi che cambiavano, ai colpi di coda del terrorismo e allo sbandamento di una generazione, quella dei miei genitori che avevano fatto il ’68, e vissuto gli anni ’70 in perenne concitazione e impegno a vari livelli, rispetto al decennio che si apriva e alle sua sostanziale novità: il declino della mobilitazione politica come fatto sociale, storicamente determinato.[9]

 

Per me l’interesse e l’impegno nella politica era un approdo naturale e insieme lo strumento per socializzare, forse anche per ricostruire con il gruppo dei pari un ambiente socio-affettivo che la famiglia non riusciva a garantire. La grande stagione del pacifismo italiano, quella della lotta nonviolenta e della mobilitazione di massa contro l’installazione dei missili a Comiso e nutrita dalla critica all’uso civile e militare del nucleare (oltre che da una diffusa paura che l’Europa stessa potesse essere il teatro di una guerra nucleare)[10], è stata per me l’occasione della prima espressione di una soggettività politica autonoma, in una parola della partecipazione. Nel 1983 partecipai alla realizzazione di un giornale, “Guernica”, che raccoglieva i contributi degli studenti medi romani sul tema della pace e del disarmo, e segnalava di un interesse e di una consapevolezza notevole rispetto ad un tema che – lo percepivamo con chiarezza – ci riguardava, poiché non solo era connesso con la possibilità concreta della catastrofe e della chiusura di futuro, ma perché quella mobilitazione, con le sue forme, i suoi linguaggi ed il suo invito alla responsabilità individuale cambiava la politica, rompeva con quella dei nostri padri e fratelli maggiori, creava una cultura nuova e nuovi sistemi di relazione. Tuttavia è stato solo dopo la fine del liceo e nei primi anni di università che l’impegno ha assunto una forma più regolare attraverso la frequentazione dell’organizzazione dei giovani comunisti, che dal 1985 era diventata una struttura federata, articolata per settori di interesse e di appartenenza. Tra questi, i Centri di Iniziativa per la Pace (C.I.P.) raccoglievano l’esperienza del movimento ormai in fase di flessione e permettevano – con originale creatività – di far radicare le idee e le culture espresse dal movimento, in una prospettiva connotata dal punto di vista generazionale, dentro un’organizzazione che dipendeva in larga misura dagli spazi di agibilità del Partito Comunista. Dentro quella esperienza ho conosciuto Pasquale, allora responsabile dei C.I.P. di Roma; l’attività di cui era l’animatore consisteva in una sorta di formazione continua, attraverso la pratica di laboratori e training nonviolenti, giochi di ruolo, esercizi di gestione del conflitto. La nostra attività politica, cioè, era decisamente sui generis, poiché pur non escludendo le forme canoniche della partecipazione ai grandi eventi o alle dinamiche dell’organizzazione, si connotava come un interessantissimo esperimento di relazione tra i membri del gruppo e verso l’esterno, che metteva letteralmente in gioco i nostri limiti, i nostri corpi e il nostro linguaggio, e attraverso la loro percezione, la nostra visione del mondo. Non vi era in questa attività alcun tipo di misticismo o di mitizzazione: era invece - sulla base di una scelta che oggi chiamerei “volontaria” piuttosto che “militante” - uno straordinario esercizio di critica e di apertura al tema della differenza, di comprensione del limite e degli aspetti rigorosi e normativi del gioco. D’altra parte, Pasquale era ed è – visivamente – tutto fuorché un personaggio dotato di appeal: del tutto privo di qualsiasi connotazione antropologica classica del leader, curioso ed attento osservatore dei costumi ma personalmente indifferente ad ogni genere di moda, ho sempre pensato a lui come ad un uomo per certi versi antico, quasi anacronistico. Il suo accento meridionale marcato, le camicie a quadretti di flanella, la montatura degli occhiali sempre uguale per decenni, perfino l’uso frequente nel linguaggio di termini in disuso (“adoperare”, “soprabito”…) hanno forse contribuito nel mio immaginario alla percezione di una figura buffa e complessa, di difficile categorizzazione e tuttavia nitida nell’appartenenza a se stessa.

 

In maniera discontinua siamo rimasti in contatto anche dopo la stagione del pacifismo e dopo un periodo di lavoro – per me il primo impiego – nella stessa organizzazione, l’Arci. Anche in questa occasione avevamo ruoli differenti, ma non eravamo più in una condizione di scelta: la professionalizzazione della politica e l’attribuzione di funzioni di responsabilità in una grande associazione ci conduceva, ognuno per proprio conto, a valutazioni circa la propria compatibilità, la propria realizzazione e le proprie frustrazioni. Di nuovo ci siamo incontrati nell’arco degli anni alle manifestazioni per la pace o contro il razzismo, a convegni e seminari, e ancora mi è capitato di partecipare a corsi di formazione in cui lui era docente. Quando, orientandomi verso la raccolta della sua storia di vita per il presente lavoro, gli ho scritto via e-mail chiedendogli se era disponibile, mi ha risposto così:

 

Ho ricevuto la proposta. Sembra proprio indecente. Però non posso entrare nel merito: sono troppo emozionato; e quando il cuore batte così forte... allora è meglio fermarsi e aspettare - come si legge in tutti i libri sapienziali e come diceva il capo della vigilanza di Botteghe Oscure. Mi faccio vivo io quando passa il batticuore. Un abbraccio fortissimo (posto che sia lecito abbracciare così forte la propria potenziale biografa...). Pasquale”.

 

In queste poche righe mi preme evidenziare due aspetti, che mettono bene in luce, a mio avviso, il carattere relazionale e “di sottotesto” che ha animato la nostra lunga intervista: c’è una dimensione affettiva evidente (l’emozione, il batticuore, l’abbraccio), e una ironica, che fa riferimento ad immagini e luoghi condivisi, che insieme attestano di un reciproco riconoscimento e aprono di fatto al dialogo, pur mantenendo la distanza che richiede la valutazione della proposta.

 

Converrà tuttavia a questo punto esplicitare un nodo critico che sottende a questo lavoro. Mi riferisco all’anomalia che connota la scelta di un soggetto narrante perfettamente consapevole, autocosciente, analitico. Un intellettuale, dotato peraltro di una memoria prodigiosa e altamente organizzata. Ora, se è vero quanto detto sopra a proposito della relazione paritaria tra soggetti, è pur vero che è difficile trovare riscontri di simili storie di vita nella letteratura antropologica accademica. Ci sono, è vero, delle autorevoli eccezioni, come quella rappresentata dal rapporto che Marcel Griaule instaura all’inizio degli anni Cinquanta con gli “intellettuali indigeni” dogon dopo una lunga fase di indagine etnografica “pura”, documentaria, rapporto analizzato criticamente da James Clifford ne I frutti puri impazziscono, alla luce dei suoi studi sull’autorità etnografica[11].

 

Ma il problema dell’autorità del racconto, del rapporto tra la forma della narrazione individuale ed il suo contenuto è un problema aperto. Sul difficile rapporto tra la testimonianza e la ricostruzione storica, Annette Wieviorka, nel suo libro L’era del testimone[12] dà conto – riferendosi alla mole di testimonianze dei sopravvissuti della Shoah, e al loro utilizzo da parte dei media e delle istituzioni educative e formative – di una vera e propria “esplosione delle testimonianze”, il cui effetto è, da una parte, quello di “ridare un nome, un volto, una storia a ciascuna delle vittime della morte di massa”, e dall’altro quello di permettere al testimone di sottolineare un’identità sociale, identità che richiede uno sguardo, o addirittura una sanzione da parte della società.  Tale affermazione dell’identità del testimone ci invita a confrontarci con una “ideologia dell’intimità: i rapporti sociali sono reali, credibili e veridici solo quando tengono conto della psicologia di ciascuno. Questa ideologia trasforma delle categorie politiche in categorie psicologiche”. Osserva con disagio Wieviorka che “questa giustapposizione di storie non è un racconto storico, e che anzi, in un certo senso, lo cancella”[13]. Preoccupata della stessa possibilità di costruire un discorso storico coerente laddove ad esso si contrappone la verità delle storie individuali, la storica lascia aperta una questione che assume una valenza teorica anche oltre il tema estremo dell’Olocausto cui l’autrice fa riferimento, e che interroga più in generale il tema del rapporto tra la testimonianza (o la singola storia di vita), e dunque un filone importante e in cerca di “statuto” dell’antropologia contemporanea, e la storia. Wieviorka  sembra tuttavia indicare con chiarezza la necessità di dare senso alle storie e alle testimonianze dentro un quadro che è quello storico, e che è rigoroso se tiene conto della differenza, dell'articolazione e della "rapportabilità" piuttosto che, per esempio, della quantità o dell'"uniformità" degli strumenti (questionari, video...) di rilevazione delle testimonianze.[14]

 

Ancora, la contrapposizione tra una storia umana come storia di eventi “registrabili” e documentati, cui contribuiscono le azioni dei leaders e i disegni della politica verticale, e un insieme di microstorie che il più delle volte testimoniano di residualità e di marginalità, non risolve la questione epistemologica del valore della storia di vita in sé.

 

Scrive Franco Ferrarotti: ”(…) A questa concezione della realtà sociale impoverita corrisponde la concezione della storia umana come storia di vertici, o di élite, della metodologia come insieme di tecniche specifiche meccanicamente interscambiabili, da applicarsi al mondo umano, oggetto di ricerca, concepito come mondo per definizione subalterno, chiamato a verificare o falsificare le ipotesi del ricercatore”[15].

 

Tuttavia nel caso che stiamo qui trattando non vi è condizione di subalternità, e neanche, al contrario, di visibilità e rappresentatività del soggetto narrante. Si tratta – come è facile d’altra parte capire – di una storia di vita normale, e assolutamente unica.

 

Essa non si presta facilmente ad un’oggettivazione, né ad inverare o smentire l’ipotesi della ricercatrice: il suo significato sta a mio avviso in due dimensioni di diverso tipo logico che sono tuttavia complementari. Mi riferisco in primo luogo al contenuto della narrazione, cioè alla rilevanza interna al discorso rispetto ai temi trattati. Che raramente esulano dall’esperienza biografica e che al contrario ad essa rimandano di continuo, ma che allo stesso tempo generano la storia, se è vero, come ci ricorda Pietro Clemente, che “la storia si fonda e si eredita non per funzioni pratico-congiunturali, ma per la sua dotazione concettuale e culturale, la sua potenza di senso.”[16] Ecco dunque che la vicenda biografica di Pasquale, - una biografia che non esiterei a definire “politica” – nel suo farsi racconto produce senso, interpretazione, materia viva per una storiografia della vicenda umana, politica e sociale degli ultimi venti anni. Né qui interessa stabilire se essa sia “rappresentativa” in senso letterale degli orientamenti di una generazione, oppure “eccezionale” per l’alto livello di elaborazione e di analisi che pare accompagnare le scelte ed i percorsi nella loro ricostruzione  narrata: semmai potrebbe essere interessante, a partire da una condizione di presenza consapevole sulla “scena mondo” del soggetto narrante, proseguire nell’analisi e nella verifica di un cambiamento culturale nelle scelte, nei linguaggi e nelle sensibilità di quanti oggi svolgono a diversi livelli e con diversi interessi azione sociale. Di come cioè il mutamento antropologico di cui questa storia testimonia, in termini di ridefinizione di concetti quali l’identità, la militanza, il rapporto con il corpo, la prassi relazionale e politica, il modo di attraversare i conflitti, abbia messo radici e animato le pratiche dei movimenti di questi ultimi anni.  

 

L’altra dimensione cui vorrei accennare è quella già ricordata della relazione, e di quell’apparato di segni verbali, non verbali, di contesto, che la scandiscono e la segnalano nell’atto stesso di fare il racconto. Tale relazione è la condizione perché il racconto si realizzi, ed è anche – in senso letterale – il suo limite. Il “contratto” stipulato prevede tempi concordati (sei incontri di un’ora e mezza ciascuno), un contesto adatto (lo studio della casa di Pasquale), alcuni piccoli riti (il caffè prima di iniziare, i saluti e le chiacchiere con Angela Pia, la moglie), un registratore acceso e un quadernino per gli appunti. Ma soprattutto la relazione informa di sé un racconto disteso, spesso inframmezzato da ricordi e riferimenti personali, ricco di battute e di passaggi ironici. La memoria è cioè una materia in parte condivisa, e tale condivisione condiziona le domande, le modalità di racconto, l’ascolto. Di fatto, per me gli anni del movimento per la pace sono stati anni di formazione e di crescita, di scoperta; per Pasquale di azione consapevole e probabilmente corrispondenti ad una fase già più “risolta” della vita. In quegli anni ci siamo incrociati ed abbiamo interagito, anche attraverso la definizione di ruoli e la pratica di funzioni diverse e complementari. Tuttavia, il tema della relazione si ripropone anche nella questione della trattazione del testo: tra l’ipotesi di lasciare “intatta” l’intervista e quella di privilegiare alcuni temi e “selezionare” alcuni passaggi come contenuto della ricerca, ho ritenuto di poter tenere insieme l’esigenza di dare conto della fonte nella sua completezza, e quella di segnalare un possibile percorso di lettura. Credo infatti che il riconoscere l’uso selettivo della memoria che tutti noi facciamo implichi anche l’esplicitazione di interessi particolari, di domande di senso, di consapevolezza del limite e della possibilità di scelta.

 

Dunque questa ricerca, che ha ad oggetto la storia di vita di Pasquale, il suo contributo al movimento per la pace, il suo pensiero su quel movimento – e su molte altre cose -, conterrà anche la mia storia, inevitabilmente, e sarà condizionata dalla parzialità del mio punto di vista, da uno sguardo soggettivo, sessuato, altro. Talvolta in modo esplicito, nella forma del dialogo e dello scambio di ricordi, talaltra nella natura stessa delle domande e della trattazione del testo. Per riprendere ancora Hannah Arendt, “ogni discorso, per quanto oggettivo, ha l’innegabile caratteristica di rivelare, in maniera difficilmente afferrabile ma non per questo meno convincente ed essenziale, anche l’oratore. L’ambivalenza con cui Omero poté narrare la guerra di Troia nel suo complesso, qui si traduce in una infinita pluralità di oggetti della discussione, i quali, essendo discussi da così tanti in presenza di tanti altri, vengono trascinati alla luce della sfera pubblica, dove sono per così dire costretti a rivelare ogni loro aspetto. Soltanto in quella poliedricità è possibile che un’unica cosa appaia nella sua piena realtà (…).”[17]

 

Ora, qui saremo soltanto in due a ragionare. Perciò forse le cose non appariranno nella loro piena realtà ma soltanto in una approssimazione. La pluralità di oggetti e di soggetti in una discussione fa parte di quell’orizzonte che chiamerei “politica delle relazioni” di cui oggi forse non da sola sento la mancanza. Tuttavia, è altrettanto vero che come indica il pensiero della differenza (e alcuni scritti bellissimi di Carla Lonzi[18]) il lavoro di mettere in parole non deve riempire tutto, ma invece lasciare del vuoto, dello spazio, che segnali nel linguaggio quel varco nell’essere che consente ad altro, all’”imprevisto” di accadere. Bisogna in altre parole trovare di volta in volta le parole necessarie, rispondenti al proprio sentire, alla concretezza delle proprie pratiche, alla loro fecondità ma anche ai loro scacchi ed inciampi.

 

Credo infine che il percorso di questa ricerca conduca anche incontro ad una fase della vita – individuale e collettiva, in senso generazionale - che può essere ricostruita nella memoria attraverso la narrazione. E da questo punto di vista la narrazione di Pasquale è esemplare, non tanto per la chiarezza del linguaggio o per la limpidezza del suo ricordare, ma perché attraverso la sua storia di vita emergono con forza gli elementi che hanno segnato un pezzo di generazione “degli anni ‘80”, e che hanno modificato la percezione dell’agire politico e culturale rispetto al decennio precedente, contribuendo a modificare antropologicamente gli attori dell’impegno sociale, i simboli, i linguaggi e i rituali della politica. Modificazioni che non sarà inutile, come già ricordavo, verificare ed approfondire per leggere l’attualità, e le caratteristiche della partecipazione trasversale, spesso di massa, in-qualificabile e im-mediata ai nuovi movimenti per il cambiamento sociale.

 

 

 

Capitolo 1

 

Venire dagli anni ’70. Sperimentazioni di rottura con la violenza

 

Sul finire degli anni ’70 ero poco più di una bambina. Ma quel decennio, che mi ha condotto dall’infanzia alla prima adolescenza, è vivo in una sorta di memoria “domestica” di rapporti familiari che a stento filtravano la realtà esterna, da me chiaramente percepita come “incombente”. I miei genitori erano molto giovani, tutti immersi in una frenesia rivoluzionaria che li portava spesso fuori di casa e a tessere relazioni sociali intense e conflittuali, a praticare una serie di attività e di rapporti che erano scaturiti dall’esperienza del ’68, e dal sogno di liberazione che aveva connotato quella stagione. Tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70 la mobilitazione si era estesa infatti ai temi urbani, alla liberazione della donna, alla condizione giovanile, culminando nella primavera del ’77 con l’esplosione del “movimento” e la sperimentazione di forme organizzative alternative al modello leninista tipico delle organizzazioni della nuova sinistra[19]. Tuttavia tale sperimentazione, di cui esiste un’ampia documentazione letteraria ed artistica, fu presto interrotta dal prevalere delle forme più violente del conflitto sociale: i primi mesi del ‘77 erano stati un baleno di gioco, di festa, di creatività, di fraternità, spazzato via dalla rabbia, dalla desolazione e dalle derive terroristiche di alcune delle componenti più radicali del movimento. V. Vidotto scrive: “[…] appare difficile negare che la conflittualità e l’antagonismo radicale rimangono la cifra di quel periodo, anche se si manifestano nelle forme e nei percorsi più vari, in crisi acute o in un endemico protrarsi”[20].

 

La mia memoria di quegli anni è affollata di immagini contrastanti, afferenti a periodi diversi del decennio ma che restituiscono il quadro di un periodo contraddittorio e complesso: ricordo feste popolate da mamme giovani e con vestiti colorati, spazi di gioco a misura di bambino, concerti di musica tradizionale e manifestazioni sulle spalle dei grandi; ma anche una città – Roma - cupa e allarmata, attraversata da suoni di sirena e dal rumore degli elicotteri, le immagini dei telegiornali con le notizie tese, seguite dagli adulti sempre con attenzione e apprensione; un giorno di scuola in cui veniamo rispediti a casa, dopo l’annuncio dato con tono grave dalla professoressa alla classe in piedi: “Moro è stato rapito dalle Brigate Rosse”.

 

E questa ombra della violenza attraversa anche i muri di casa, si insinua nel tempo della crescita, cala sulle relazioni familiari e sul loro curioso assetto: un misto di retaggi tradizionali nell’organizzazione dei ruoli e degli affetti, e di tensioni nuove, sconosciute e poco decifrabili, che annunciano la trasformazione e pretendono di ridiscutere il concetto di “privato” alla luce di un’esigenza e di una pratica di collettività. Dichiarano, cioè, la politicità delle relazioni interpersonali e la messa in discussione dei ruoli sociali tradizionali, ma indicano nello stesso tempo la mancanza di strumenti culturali e politici adeguati a contrastare la repressione istituzionale da un lato, e la deriva violenta dall’altro.

 

Credo che nella memoria della mia generazione questo sia un dato condiviso: la sensazione di essere “scaraventati” – poco meno che adolescenti – in un clima culturale che travalica le pareti della casa o della scuola, che coinvolge i nostri genitori o fratelli maggiori e che ci mette anche in contatto – in modo più o meno mediato, più o meno elaborato – con la nozione della violenza pubblica, “di strada”. 

 

Ma c’è anche un altro aspetto che vale la pena sottolineare e che sarà approfondito in seguito: l’esposizione – sia pure indiretta - al fermento sociale, alle contraddizioni e agli aspetti anche “paurosi” di quel periodo rappresenta anche una esposizione al conflitto, una sorta di primitivo apprendimento alla complessità delle relazioni familiari in primis, ma anche di quelle amicali e sociali. 

 

In casa non si parlava di politica per un motivo molto preciso: mio padre era un funzionario di polizia, e in particolare a San Severo era anche in vista perché dirigeva il commissariato. Mia madre invece viene da una famiglia in cui a partire da suo padre fino a tutti i fratelli si votava per il Partito Comunista. […] In casa dunque non se ne parlava fino a quando il discorso non l’ho portato io anche perché per mio padre la politica era un aspetto dell’impegno professionale; doveva occuparsi dell’ordine pubblico durante le manifestazioni, e per mia madre non era una passione coltivata e comunque in quel contesto non avrebbe potuto farlo.

 

In una situazione completamente differente, lontana dalla scena romana e dai “fuochi” dello scontro violento, sul finire degli anni ’70, Pasquale vive i suoi primi approcci con l’impegno politico e sociale, passando da quella che definisce un’esperienza “pre-politica”, quella degli scout, alla frequentazione della nuova sinistra:

 

Nella sede di Avanguardia Operaia a partire dal ’76 si riuniva il coordinamento di Democrazia Proletaria che si presentava alle elezioni e raccoglieva quindi il contributo di tutti quelli che votavano a sinistra del PCI, e dentro quella sede si riuniva il collettivo politico del liceo classico di cui a partire dal ’76 ero uno degli animatori. L’altro [animatore] era un candidato – o aspirante- di Avanguardia Operaia mio compagno di banco, mai promosso a militante: c’era di mezzo un esame di marxismo-leninismo, e l’esaminatore era severo. [ride]

 

Pasquale cresce in una famiglia della media borghesia, stabilitasi a San Severo, un grande centro agricolo in provincia di Foggia, verso la metà degli anni ’60; i ruoli familiari paiono quelli tradizionali e i conflitti sono soprattutto di tipo generazionale, e sembrano comunque componibili dentro un clima di fiducia e di sostanziale riconoscimento reciproco:

 

In famiglia il terzo liceo è stato costellato di problemi con papà. Perché prima del terzo liceo frequentavo quell’ambiente, e le soffiate a papà arrivavano, ma papà faceva il commissario di polizia: non era un dirigente democristiano di provincia. E quindi chiedeva: “commette reati? No? E allora? [ridiamo]. I capelli lunghi non sono reato! Lo zucchetto di lana non è reato, la giacca a vento con lo sciarpone non è reato. Va con quelli che fanno le scritte: fa le scritte? No. Va con quelli che attaccano i manifesti fuori degli spazi: li attacca lui? No. Partecipa ai cortei in cui ci sono scontri: partecipa anche lui agli scontri? No.” […] Il problema con papà è sorto perché a scuola mi sono esposto moltissimo nel fare politica, e la visibilità nelle manifestazioni in provincia o nelle attività in paese era per lui motivo di imbarazzo. Per dirla con un aneddoto, una volta o due pur essendo io già maggiorenne, c’era la manifestazione, e lui usciva di casa con la fascia tricolore dicendo “oggi ci vado io, quindi non ci vai tu, sennò ti faccio un culo così se ti trovo in piazza”. Poteva essere un motivo di imbarazzo; io credo che lui fosse molto bersagliato. Poi invece a scuola è chiaro che fino a quando non ho compiuto i diciotto anni i problemi sono stati relativi perché non facevo politica attiva. Quando li ho compiuti ho fatto delle cose che si sono riverberate su di lui: l’esonero dalle lezioni di religione, in quanto credente anti-concordatario, il che ha fatto venire un infarto al professore di religione [ridiamo].

 

Anche in questo caso, comunque, la politica di cui “in casa non si parlava” travalica ad un certo punto i confini ed investe direttamente gli assetti familiari, andando tra l’altro ad interferire con il ruolo sociale ed istituzionale del padre, commissario di polizia. A fronte delle “soffiate” che arrivano in famiglia il padre reagisce con una sorta di “intensificazione” del proprio ruolo ribadendo la propria autorità, che sembra però avere una funzione più protettiva che non sanzionatoria. E infatti non si genera in questa sede lo scontro irreparabile che ha invece segnato molti giovani della generazione del ’68 nei contesti familiari ed affettivi. A proposito dei tratti comuni ai giovani protagonisti della contestazione del ‘68, Luisa Passerini osserva come “l’orfanità [sia] il messaggio che prevale e si fa cultura. […] La presa di distanza è netta tra la nascita alla cultura e le origini familiari e sociali, come se si fosse stranieri al mondo, gettati in esso e alla ricerca di qualche simile” [21].

 

È invece ad un altro livello, e in una forma decisamente meno traumatica, che si consuma progressivamente una presa di distanza tra l’identificazione con la cultura scout, in cui Pasquale compie un’esperienza molto intensa, un percorso educativo che arriva alla soglia dei vent’anni, e la scelta politica. È interessante notare che il mondo dello scoutismo appare come un luogo piuttosto permeabile alle suggestioni della politica e che permette la circolazione di temi e di idee che confinano, si incontrano, creando a volte anche qualche ambiguità, con quelli che animano i luoghi della nuova sinistra.

 

Si partiva dal tema dell’ambiente, quando non c’era ancora un movimento ambientalista, e negli scout c’era per forza di cose: l’attenzione all’ambiente, all’inquinamento… e poi c’era un sacco di gente che era attiva nelle organizzazioni della sinistra extraparlamentare e che portava lì le canzoni, per esempio, che si cantavano nei cortei e nelle occupazioni, e io le ho imparate negli scout, perché i primi cortei e le prime occupazioni fatte in prima persona vengono tutte dopo il ’76, addirittura col ’77. Mentre invece io nel ’75 e persino nel ’74 ho ascoltato per la prima volta le canzoni che abbiamo adesso in sottofondo [ascoltiamo canzoni militanti e rivoluzionarie dei primi anni ’70, n.d. r.], da qualcuno che le cantava accompagnandosi con la chitarra, non in una fabbrica o in una scuola occupata, ma intorno a un fuoco di campo con le tende e i Rover[22] che partecipavano a questi raduni che le cantavano in coro. Allora c’era per un verso la spinta ad occuparsi degli altri, per altro verso c’era un poderoso stimolo a tradurre questo impegno che oggi si chiamerebbe di solidarietà, di cittadinanza responsabile, in pratica politica rivoluzionaria. […] Col livello ecclesiastico sono arrivati i contrasti quando ho cominciato a fare politica davvero. I conflitti c’erano, però negli scout erano attutiti. Perché a differenza che nell’Azione Cattolica, negli scout a quell’epoca e probabilmente anche adesso, gli educatori sono laici. E il sacerdote o il religioso ha il ruolo di assistente eccelesiastico, ma non ha la responsabilità primaria nei confronti delle famiglie e nel rapporto coi ragazzi: fa parte del team nella comunità capi, e l’attività non è strettamente parrocchiale. Il gruppo scout potrebbe anche non sorgere presso una parrocchia. Però paradossalmente a noi piaceva che sorgesse presso una parrocchia perché era comunque una forma di radicamento sociale, anche se poi creava conflitti indiretti. […] Col ’78 l’esperienza scout non c’è più. Però quella rottura non è precipitosa, si può dire che io con gli scout non ho rotto; ho vissuto gli ultimi due anni in grosso conflitto, perché quando ho cominciato a fare il servizio educativo come aiuto capo allora le perplessità  dei sacerdoti, dei genitori e dei capi si sono fatte rilevanti. Perplessità che derivavano dalle frequentazioni: a Roma in quel periodo furono arrestati numerosissimi Rover per porto di armi improprie, per partecipazione a manifestazioni non autorizzate, per resistenza e violenza alla forza pubblica… Tutto questo non succedeva [a San Severo] solamente per la latitudine in cui mi trovavo, perché comunque eravamo in un paese in cui non c’era il conflitto e non c’erano quindi attività illegali: il problema non era questo, però il problema era che comunque sembrava incoerente (stavo per dire incongruente ma non è il termine che si usava…); sembrava che a un certo punto sarebbe arrivato l’aut aut, cioè che non si potesse essere allo stesso tempo un aiuto capo dei boy scout, cioè un giovane che fa servizio educativo ai più piccoli ma diretto da un adulto, e un compagno di quello che dal ’77 in poi si è cominciato a chiamare “movimento”.

 

Dunque è forse anche la dimensione “paese” a permettere – almeno fino ad un certo punto – la convivenza se non la composizione di aspetti apparentemente inconciliabili all’interno di una dimensione educativa fortemente connotata come quella che pertiene all’ambiente scout. D’altra parte, l’aspetto generazionale è fino a questo momento prevalente: sia l’ambiente scout che quello della nuova sinistra sono posti “pieni di ragazze e ragazzi, di giovani, con cui era bello identificarsi”. L’appartenenza ad una specifica fascia di età è rilevante, fa la differenza e definisce gli spazi di condivisione; questa demarcazione è forse resa possibile anche da un riconoscimento di ruoli sociali diversi e da un’identità non dispersa della comunità paesana. E il paese, con le sue reti di conoscenza, la tradizione contadina, i suoi presìdi sociali consolidati (la Camera del lavoro, i comitati cittadini, le sedi locali dei partiti) permette che i conflitti non travalichino i confini dello scontro democratico. Il riferimento al ruolo della comunità nel contenimento della violenza è indiretto, ma ben espresso in questo passaggio:

 

[…] Per esempio io il problema dei fascisti l’ho avuto a un livello assolutamente morbido: qualche scazzottata fuori scuola, che poi in fondo poteva essere collegata a qualche rivalità proprio antropologica, ma non la squadraccia o lo scontro. Invece andavamo a Foggia e ascoltavamo molto preoccupati la descrizione degli assalti squadristici o dei pestaggi che da noi non era possibile, perché c’erano probabilmente sette-otto sedi del PCI, due o tre del PSI, una del PSDI, più i relativi comitati cittadini, e anche nei momenti di estrema tensione quando forse qualcuno molto più grande e in vista di me veniva minacciato, a ogni isolato trovava fisicamente un presidio del movimento operaio in senso lato fatto di gente che si sarebbe interposta in caso di aggressione.

 

[…] Io non mi ricordo i grandi, cioè io mi ricorderò tre persone che c’avevano più di trent’anni. Anche lo scontro: io non mi ricordo grazie a dio lo scontro coi fascisti come ti dicevo, mi ricordo questi ragazzi di destra ma non c’era nemmeno bisogno di cacciarli via perché ci pensavano i braccianti…ma i servizi d’ordine con i quali qualche volta ci siamo trovati senza reagire ad avere a che fare, erano fatti di gente che era “grande”. Non è che dall’altra parte c’era la FGCI; dall’altra parte c’era un robusto operaio, che mi sembrava grandissimo, e magari aveva 35 anni! Anche se il Partito Comunista era un partito giovane, dalle nostre parti per esempio era già un partito invecchiato, ancora innervato dalla presenza dei braccianti che avevano fatto le occupazioni degli anni ’50 e che quindi lì avevano già quarant’anni.

 

Non c’è dunque lo scontro diretto con i fascisti, e per arrivare agli scontri di piazza bisogna andare a Foggia, “anche perché lì la forza del PCI non era altrettanto capillare e dissuasiva”, o a Bari, dove si arriva “al morto”: Benedetto Petrone, accoltellato dai fascisti il 28 novembre 1977[23]. Tuttavia la scelta politica si determina, e crea conflitto. Sulla questione della violenza e delle sue varie nominazioni e condensazioni ideologiche (il contropotere, lo scontro fisico alle manifestazioni come forma di lotta in questo caso) e della seduzione che è in grado di esercitare, Pasquale apre in questi anni una riflessione che lo accompagnerà  lungo tutto l’arco del suo racconto di vita; colpisce il fatto che sebbene si tratti di una riflessione “a freddo”, esplicitata oggi durante il racconto, se ne può cogliere un’evoluzione, uno svolgersi accanto agli eventi e alle scelte: è una vera e propria pratica di allontanamento, solo in parte spiegabile con una repulsione connaturata o con una  refrattarietà caratteriale ai comportamenti violenti.

 

Ero sicuramente un estremista negli atteggiamenti, nei comportamenti…non al punto però di avere una storia militare significativa. La storia militare è patetica, per come ero proprio alieno da forme di illegalismo[24], di violenza, di violazione delle leggi… però ero sicuramente convinto dell’analisi…dell’analisi! Insomma stavo con quelle forze politiche “lì”. […] Allora: in tutto questo io non ho mai preso in mano un’arma, al massimo ho trasferito qualcosa, ma in maniera molto…soft. […]

 

Noi non abbiamo mai fatto un danneggiamento, per esempio, mentre invece lo shock che io ho avuto andando a Bari all’università è stato proprio che la dimensione della violenza politica, dell’uso delle armi e del danneggiamento era quotidiana.

 

La non condivisione del metodo non implica però un rifiuto netto di quel tipo di analisi politica, perlomeno sotto alcuni aspetti. Permane una sorta di ambiguità, di area di contiguità che si fa sempre più formale, ma che comunque in questa fase segnala la convivenza di pulsioni contrastanti: quella verso il “dogma rivoluzionario” – anche con gli aspetti meno ideologici e più legati alla lezione resistenziale - e quella della motivazione profonda, di coscienza, di rifiuto dell’uso delle armi e della violenza.

 

Nel ’79 io ho fatto la domanda di servizio civile e ho usato la formula, la dichiarazione di essere contrario in ogni circostanza, per imprescindibili motivi di coscienza all’uso delle armi. Però non era vero. Perché invece pensavo che in alcune circostanze rivoluzionarie, guerre di liberazione, tutela dell’agibilità democratica contro i fascisti, l’uso delle armi fosse legittimo. Però non avrei mai assolutamente impugnato nemmeno un bastone, e infatti non l’ho fatto.

 

Il confronto con l’ambiente universitario a Bari, con le assemblee e i cortei dell’autunno del ‘77 acuisce tale discrepanza; la fascinazione nei confronti della violenza politica si traduce in “meraviglia e stupore” che però non ha statuto di parola, di presa di posizione: nella forma dell’assemblea “strutturalmente violenta” non c’è spazio né per le elaborazioni maturate in ambito scout né per quelle dibattute nel circolo di Avanguardia Operaia a San Severo, e tantomeno per un’espressione di dissenso (“nemmeno una critica, nemmeno una perplessità”). Anche i protagonisti delle assemblee universitarie sono distanti, per età o ceto politico:

 

E che si andava a fare in un’assemblea un intervento al microfono dove quelli di venticinque anni sembravano grandissimi, avevano vissuto tutto… se arrivava uno di trenta che aveva fatto il ’68 era un guru, i professori non c’erano, perché i professori erano del PCI, e i professori che erano del movimento, alcuni dei quali se ne so’ scappati dopo il 7 aprile[25] [ride], non erano certo delle guide da questo punto di vista.

 

Dunque una serie di fattori influiscono sulla progressiva definizione in chiave nonviolenta dell’agire politico di Pasquale: ad un aspetto caratteriale, in parte influenzato dalla cultura “legalitaria” paterna si sommano circostanze di natura diversa, come il disagio di una certa “invisibilità” nei luoghi rigidamente definiti dell’impegno politico[26] (le assemblee, i cortei con i servizi d’ordine, i volantinaggi…), e la percezione del declinare e degradare del periodo creativo del movimento, che aveva conosciuto la sua fase più alta nella primavera del ’77. A questo punto, il riferimento non è neanche più ai “compagni che sbagliano”: il rapimento di Moro segna anche per i ragazzi militanti di San Severo uno spartiacque, che non riavvicina alla sinistra storica, ma suscita indignazione e necessità di esplicitare il dissenso.

 

Allora io mi ricordo che facevamo ‘sto ragionamento e dicevamo (dopo avere accuratamente ripulito il solaio della sede scout delle bottiglie e dei bastoni che c’erano lì non perché ne facessimo quell’uso, ma perché era un solaio!), noi dicevamo “ma insomma, ma come si permettono? Questi rapiscono Moro, lo decidono in dieci…”. Noi non ci credevamo, non la vedevamo come una cosa ordita dalla CIA come diceva il PCI, perché noi sentivamo anche il fascino dell’illegalità e anche un po’ la fascinazione del contropotere, però noi dicevamo “ma questi come si permettono, da un giorno all’altro…e adesso noi siamo qui a sgomberare il solaio di una parrocchia per la paura che succeda come a Bari, ma insomma…!”

 

La ricerca di sponde si fa a questo punto necessaria, e passa attraverso la frequentazione poco convinta dell’Autonomia; non è ancora la condanna esplicita della violenza ma una critica forte all’”ipersoggettivismo”[27] che permette – con impianto teorico quantomeno discutibile, ma sicuramente utile alla contestualizzazione – di operare dei distinguo tra gli esiti brutalmente violenti dell’uso delle armi da fuoco o dell’aggressione omicida e quelli prodotti dalla violenza “di strada”: i danneggiamenti, i disordini e gli attacchi ai reparti della “celere” durante i cortei. Insomma, c’è la consapevolezza di operare su una zona di confine, “vicinissimi a quella soglia [la deriva violenta] e però psicologicamente lontanissimi, però questo col senno di poi. Ma anche rispetto ai dati oggettivi”. I dati oggettivi sono – tra gli altri – la posizione geografica, la distanza fisica “da Roma”, dal cuore politico ed istituzionale dello scontro. Non sa, Pasquale, cosa avrebbe fatto in un contesto diverso, con persone della sua stessa estrazione e formazione che in effetti hanno vissuto quel periodo al centro della contestazione.

 

Peraltro, la sua percezione anche della propria figura fisica è di internità, di prossimità ad un modello contestatario:

 

Non si capiva niente, eravamo smarriti, e poi non mi ricordo uno stronzo di quadro del Partito Comunista che avesse quarant’anni che facesse una chiacchierata con qualcuno di noi. Mi pigliavano in giro perché a un certo punto avevano messo un manifesto contro gli eccessi del movimento, non so con quale frase “no ai nuovi squadristi”, e si vedeva uno che era tale e quale a me per come era vestito nella divisa dell’epoca, che rompeva una vetrina. Io così mi vestivo. Allora uno si identificava con quello. E c’aveva la tua età, c’aveva il tuo eskimo, c’aveva la tua rabbia nei confronti del PCI, c’aveva la tua voglia di rottura nei confronti dei grandi, non credeva in nessuno dei miti che venivano dalla sinistra storica, l’Unione Sovietica nemmeno lontanamente, la governabilità meno che mai, il compromesso storico era  la fonte di tutti i nostri guai: con chi ti identificavi? Non avrei mai spaccato una vetrina, però guardavamo quel manifesto, un po’ ridevamo, ma intanto quel manifesto era una specie di foto segnaletica, che trenta chilometri più in là, a Foggia, ti faceva bloccare. Io venivo sempre perquisito dai servizi d’ordine, senza mai chiedermi se ne avessero titolo, poi, ma perché?! Io sono stato perquisito fino al 1984 in ogni contesto: feste dell’Unità, concerti degli Inti-Illimani, fine di cortei…[ride], perché somigliavo a quello del manifesto!

 

Qui va sottolineato un aspetto a mio avviso interessante: è comune a gran parte degli attori politici di quella generazione il richiamo ad una sorta di responsabilità condivisa[28], o quantomeno la consapevolezza di una esposizione generale alle suggestioni delle pratiche politiche estreme, ipersoggettiviste. Non si tratta di una chiamata di correo estesa in modo indiscriminato, né al contrario della rivendicazione di un percorso unificante. Credo invece che si fondi in questa analisi diffusa un’esperienza di riconoscimento e di messa in discussione di sé, solo a partire dalla quale è possibile raccontare la differenziazione e farne il motore di percorsi individuali e collettivi. Credo cioè che il riconoscimento, la capacità di lettura dei contesti, la “scoperta” di tratti comuni ad un’esperienza che ha segnato profondamente una generazione sia una prima condizione per esercitare la critica e costruire soggettività differenti. Inoltre non si tratta solo di un riconoscimento ideologico, ma di un posizionamento concreto, verificabile e interpretabile: la mancanza di interlocuzione con la sinistra storica, la percezione di uno stato di pericolo dell’agibilità democratica mi sembrano i suoi caratteri più rilevanti.

 

Pasquale afferma che “[…] quelle remore di carattere educativo, culturale o familiare sono quelle che hanno funzionato nel tenerci al di qua di una certa soglia”: si tratta comunque di “remore” potenti, che hanno – linguisticamente – la funzione di trattenere, ma che di fatto segnano un passaggio, orientano le scelte seguenti, creano le condizioni per la definizione di percorsi diversi, all’interno di un contesto temporale in cui “opera come mito la grande narrazione rivoluzionaria”.

 

La rottura con la violenza, o sarebbe meglio dire con il fascino che esercita - avviene definitivamente con un ulteriore passaggio biografico, che è quello della costituzione a San Severo nel 1979, di una cooperativa socio-sanitaria, “Salute e Territorio”, per il contenimento del fenomeno della diffusione incontrollata dell’eroina.

 

L’eroina aveva fatto strage. Nel senso che era uscita dal circuito di quelli che si facevano da tanto tempo, e avevano già venticinque o trent’anni, e se la andavano a comprare a Milano, e la distribuivano tra loro. A partire dal ’79 l’eroina comincia ad essere consumata da persone molto più giovani e comincia ad essere distribuita dai primi pusher che facevano parte, in senso lato, della malavita. Quindi non si controlla più la distribuzione dell’eroina e si diffonde a macchia d’olio.

 

Si tratta di un’esperienza che “tiene” insieme molte dimensioni diverse: le vittime dell’eroina, o meglio della fine dell’autodistribuzione, sono persone che hanno condiviso le vicende politiche degli anni immediatamente precedenti, ma sono anche i più giovani, figli di operai, o addirittura degli stessi spacciatori, persone di ceti diversi e con memorie e pratiche diverse rispetto all’impegno politico “unificante”. E ancora, la necessità di intervenire concretamente, di dotarsi di strumenti e linguaggi adeguati ad un tipo di lavoro che prevede flessibilità, organizzazione interna, articolazione delle attività, sposta il centro del riconoscimento di gruppo dalla dimensione ideologica a quella etica. Alla cooperativa dà vita un “gruppo di amici”, che affianca un giovane medico diventato punto di riferimento per i consumatori di eroina.

 

Allora in quel momento succede questo, che intorno a questo medico si coagula una domanda, una domanda di aiuto. Lui lavorava a Foggia in un ospedale, faceva i turni e aveva del tempo libero. Era suggestionato da Maccacaro[29], di Medicina Democratica, e però poi arriviamo a costituire questo gruppo di compagni, ancora, non perché fossimo – almeno per quanto mi ricordi  - perfettamente consapevoli del ruolo che l’eroina stava svolgendo per disarticolare una leva politica, ma per una spinta etica, o per l’amicizia con queste persone che c’erano cascate. Quindi non era un’analisi politica quella che ci ha spinto ad andare incontro a questi consumatori che non erano più in grado di disciplinare il fenomeno, ma era un’istanza etica. Successivamente ci siamo resi conto che la risposta non poteva che essere politica.

 

L’istanza etica si traduce in una cultura “del saper fare” che, ad esempio, allontana il gruppo di amici e compagni dai testi sacri delle teorie rivoluzionarie e li avvicina ai saggi o ai manuali sulla prevenzione e sulla riduzione del danno; è un altro modo di approcciare la questione della violenza: non si tratta più della violenza politica come opzione soggettiva di espressione, ma di una forma reale, concreta di disagio sociale con cui interferire e misurarsi a diversi livelli.  Dunque questo intervento passa per la conquista di agibilità sociale, di inedita interlocuzione con le istituzioni e con le amministrazioni locali, di credito nei confronti delle famiglie, delle stesse famiglie che nei caseggiati popolari solo un paio d’anni prima chiudevano le finestre nel veder passare i “cattivi ragazzi”. È una scelta che si condensa attorno ad altre, significative, come quella dell’obiezione di coscienza al servizio militare, e che segna il passaggio ad una modificazione rilevante del proprio orizzonte umano e politico.

 

Il cambiamento della pratica politica è questo: che noi ci troviamo di fronte a un problema molto concreto, che non è la rivoluzione. Non è un gruppo di sfrattati che occupa delle case, e noi con loro perché si tratta di proletari, e noi siamo un’organizzazione della sinistra rivoluzionaria. Bensì un gruppo di persone che vive una patologia che sembra medica e invece è sociale, che ha bisogno di una risposta che sembra umanitaria, ma invece è politica, e che ci costringe a misurarci per esempio con le amministrazioni locali, con la legislazione regionale, con un saper fare che va in due direzioni: amministrativo per un verso, e di prevenzione e di diagnosi precoce delle tossicomanie per altro verso.

 

Inoltre, la cooperativa ha il “doppio effetto” di creare posti di lavoro non clientelari, in un territorio in cui un’attività di questo tipo rappresenta una novità, e per di più “eversiva”. Dunque il gruppo di “soci militanti” si trasforma progressivamente in una équipe di persone competenti, variamente professionalizzate, che offre un servizio sul territorio e nello stesso tempo si dota di occasioni e strumenti di crescita personale. Si misura con l’organizzazione sociale, con la conquista di spazi e di legittimità sul campo, con le burocrazie e con la malavita locale. È un passaggio dunque molto complesso, che infatti si caratterizza per concretezza e non linearità, per contrasti ed accelerazioni, che riguardano le forme del linguaggio, quelle dell’organizzazione interna, le modalità di intervento sociale.

 

Adesso qui c’è una questione che non riesco a fissare in maniera chiara: la mia percezione è di un salto di qualità nel senso che nella nostra prassi non eravamo più ideologici, ci misuravamo con le cose, coi problemi, con degli interlocutori, con delle scadenze. Però probabilmente il nostro stile risentiva ancora delle modalità degli anni ‘70, tutto passava per l’assemblea: dalla progettazione politica all’elezione delle cariche sociali, addirittura qualche volta ai protocolli terapeutici. L’individuazione di queste persone che concorrono all’avviso pubblico è fatta in chiave meritocratica, eravamo tutti competenti però se c’erano più persone con la stessa competenza, veniva invitato a fare l’avviso pubblico quello che aveva lavorato di più per la cooperativa, il compagno più attivo! [ride]. Che era competente, però, attenzione, e questo è un bel salto di qualità. […] E poi c’era questo contatto con la dimensione della malavita, che non era l’illegalità di massa, o l’illegalismo di massa, ma era proprio gente che proveniva da famiglie che vivevano tradizionalmente di espedienti o di piccola criminalità. A noi ci veniva facile perché con la memoria nel DNA secondo cui ogni proletario conduce come può la sua battaglia contro il sistema borghese, se ti dovevi poi sedere a tavolino con un pregiudicato che diceva “non so che c’ha mio figlio, dotto’, lo può vedere?”, ed era molto chiaro che si era fatto l’eroina che il padre gli aveva dato per venderla, non ci turbavamo, non si turbava nessuno.

 

Dunque il problema dell’eroina è un fatto sociale che obbliga alla trasversalità nelle forme dell’intervento, e che allo stesso tempo invita da una parte all’utilizzo delle recenti esperienze politiche nella relazione con ambienti “difficili”, e dall’altro alla messa in discussione dei linguaggi adoperati fino a quel momento. Se il processo di identificazione del gruppo che gestisce la cooperativa si caratterizza per una certa continuità – la convivenza dei criteri di militanza con quelli di competenza, la progressiva “specializzazione” e interrelazione con soggetti istituzionali e funzioni amministrative – sembra invece più repentino il “disvelamento” del tessuto sociale dei consumatori di eroina, dell’urgenza che reclama e quindi della necessità di adattare ad esso comportamenti e linguaggio.

 

Allora tu non avevi più come nel ’79 delle persone che avevi già visto grosso modo nelle manifestazioni della nuova sinistra o nei luoghi di incontro, tu cominciavi ad avere delle persone di tutt’altra estrazione e cultura, con cui ti dovevi inventare un altro linguaggio. Non potevi fare riferimento ai capelli lunghi, a come ti vestivi e al giornale che tenevi in tasca e al ricordo di qualche manifestazione fatta insieme per stabilire il contatto, perché ti veniva gente che o aveva qualche anno di meno, o non aveva mai fatto politica, o addirittura che non era mai andata a scuola, e questo nel corso degli anni si avvertiva. […] E poi dovevi usare un linguaggio non più ideologico; io magari potevo anche essere capace di scrivere un articolo dal titolo “Il comunismo non si arresta”, sul giornale il “Picchio Rosso”[30], per protestare contro la richiesta di sottoporre al confino obbligatorio i leader più in vista di questo centro di documentazione di Foggia[31], però poi quando dovevo scrivere il manuale della riduzione del danno, e cioè “se proprio vi volete fare adottate queste precauzioni”, oppure in una scuola “lasciate perdere questo tipo di consumi, tutt’al più divertitevi con questi altri”, oppure “evitate questi ambienti, evitate queste modalità di acquisizione”, dovevo usare un linguaggio che non poteva essere ideologico, doveva essere il linguaggio dei ragazzi.

 

Muta il linguaggio in maniera significativa, “per necessità”, e si porta dietro in questo mutamento dei residui, delle condensazioni lessicali che sono le tracce del proprio passato prossimo; non è la certezza della giustezza delle proprie ragioni in questo caso a guidare le scelte, ma sono le scelte stesse che si impongono via via, e che si fondano su di una pratica, un “mettere le mani in pasta” che chiede rigore e tuttavia non promette facili esiti.  Dunque, le parole sono pietre che, però, invece di essere lanciate contro, sono destinate a depositarsi, a prendere forma di risposta alle pratiche cui si riferiscono. Questa insistenza sul linguaggio non è casuale: sarà proprio attraverso la critica al linguaggio, alle forme di comunicazione stereotipate, che il movimento pacifista e nonviolento svilupperà uno dei suoi tratti più interessanti: l’esplicitazione dei nodi del conflitto contro la loro negazione; la pratica del nominare le differenze, riconoscere le diversità, ridiscutere i ruoli essiccati e svuotati di senso all’interno della lotta politica. Qui siamo ancora al di qua della piena messa a tema di questi problemi, e sarà la dimensione collettiva, partecipata del movimento per la pace con le sue articolazioni a favorirne l’emersione e la condivisione; tuttavia la vicenda della cooperativa, del giornale e più in particolare del confronto con l’emergenza dell’eroina segnano con chiarezza una trasformazione di cultura politica, e una ulteriore definizione di identità.

 

Comunque quelli che avevano affondato ormai radici nel disagio sociale e che incontravano i soggetti individuali e collettivi, le strutture politiche, le amministrazioni, ma conservavano un piglio movimentista che faceva pensare agli anni ’70 e che era più “stile”, ormai, che prassi, eravamo noi, […] stavamo nei quartieri e guardavamo come l’eroina entrava dentro reti familiari, reti sociali, reti di vicinato, persino dentro reti di piccola economia criminale, artigianale, e cambiava i comportamenti. E attraverso quel tramite noi stavamo dentro una trasformazione più profonda che secondo me non intuivamo in tutta la sua portata. Però cominciavamo a capire che significava la distribuzione internazionale degli oppiacei, che significava per i poteri criminali la trasformazione, la raffinazione dell’eroina: questo cominciavamo a capirlo.

 

E nonostante il contatto con una realtà così dura e densa di implicazioni, anche di rischi personali e di estrema esposizione – dalla relazione con i tossicomani all’ostilità della criminalità locale, dagli interventi nelle scuole alla contrapposizione con le modalità repressive dell’intervento sanitario tradizionale – chiedo a Pasquale se questa fase della sua vita, a cavallo degli anni ’80, sia stata dunque, in termini di stimoli e di crescita, una stagione felice.

 

Per quello che succedeva sì, paradossalmente. Cioè paradossalmente, in una fase in cui i movimenti dominavano le piazze, in fondo noi scimmiottavamo le cose che succedevano in città, senza nemmeno arrivare ad un livello di contestazione veramente minacciosa, rispetto alla sinistra storica o alle istituzioni. E invece in un momento in cui di movimenti giovanili non si parlava neanche più, di riflusso, di disincanto e di disimpegno, noi avevamo delle esperienze che dentro un clima che però non era bello dal punto di vista più generale, erano molto ricche di socialità, di pensiero critico, di capacità di dialogo con i soggetti sociali e politici i più diversi, di proposta culturale. […] Tornando alla mia vicenda biografica però io cosa ho imparato durante quel passaggio? Un fare politica che passa attraverso un saper fare, una professionalità, primo. Secondo, un contatto col soggetto rivoluzionario, astrazione mitica, che diventa in parole più povere contatto con i ceti subalterni, con la marginalità, con gli esclusi. Che sono famiglie, che sono quartieri, che sono persone in carne e ossa, e che non sono mitici. Perché c’è quello che ha occupato le terre ma c’è anche quello che ruba la corrente al condominio [ride]. Perché c’è quello che si fa rispettare ma c’è anche quello che poiché si fa rispettare ogni tanto va a rubare.

 

Compare in questo brano un riferimento al riflusso su cui vale la pena di soffermarsi. Sembra che nella memoria comune ci sia un punto morto, uno iato tra la fine dei “violenti” anni ’70 e l’inizio del decennio successivo. Come se milioni di persone che si erano ritrovate in un vortice di passione politica, che avevano condiviso o subito gli esiti di quella stagione di movimento fossero all’improvviso spariti, tornati a casa, azzerati dalla grande delusione di una sconfitta storica. Come se un’elaborazione critica di quella esperienza fosse possibile solo chiudendola con una sonora parola “fine”, e non fosse invece già insita in comportamenti e scelte liminali, obliqui senza essere ambigui, dentro esperienze di confine che – come in questo caso – trasportano le persone dalle piazze dentro i quartieri, dalle assemblee punteggiate da battaglie per la conquista del microfono ai luoghi stretti dove assistere e contenere una persona in crisi di astinenza. Persone che non sono “mitiche”, come dice Pasquale, ma insieme alle quali la riflessione sulla violenza passa attraverso un’esperienza proprio fisica, corporea, di contatto e di relazione.

 

La biografia di questi anni di Pasquale testimonia di un percorso di uscita dalla violenza, peraltro mai direttamente praticata, che non prevede abiure, dogmi, cancellazioni. Certo, la narrazione in questo senso è un filtro potente, poiché riorganizza la memoria, la seleziona e la offre raccontata, composta; tuttavia il racconto non si cura di mascherare incertezze che anzi tende a rinnovare, ma indica invece un percorso originale di lettura, attraverso la vicenda umana di un ragazzo del Sud d’Italia, geograficamente in periferia e culturalmente in prima linea, di una stagione politica che prelude a trasformazioni nella cultura, nel linguaggio, nella fisionomia antropologica e politica degli “invisibili” attori sociali del decennio successivo.

 

 

 

Capitolo 2.

 

La stagione del pacifismo. Conflitto, identità, corpo e strategie di lotta

 

Il 24 ottobre 1981 ho quattordici anni, frequento il quinto ginnasio, ho in tasca L’uomo senza qualità di Musil - che come lettura è un po’ impegnativa ma come oggetto è preziosissimo perché mi è stato regalato da una persona cara - e sto andando ad una manifestazione  importante; non è il solito corteo degli studenti “della mattina”, ma un grande appuntamento che si preannuncia di massa, molto atteso e annunciato in qualche assemblea della mia scuola: un liceo romano con una lunga tradizione “di sinistra” e qualche attestato di prestigio che proviene dagli anni ’60. Ho un appuntamento con i miei compagni vicino piazza Venezia, ma mi rendo conto subito che non sarà facile trovarsi: la piazza è colma di persone, ci sono ovunque bandiere e cartelli con il simbolo della pace, missili di carta con su scritto “Cruise” o “SS20”, disegni di divieti dietro cui si vede la sagoma di una bomba, scritte “No Nuke”. Nessuno di quei simboli mi sembra estraneo, sebbene si tratti di una novità; non ricordo molte bandiere di partito né gli apparati simbolici più tradizionali a cui sono abituata, ma istintivamente mi ritrovo in questa esplosione di creatività, in queste  rappresentazioni così esplicite del problema: i missili di carta e i cartelli “no al nucleare” raccontano bene ed immediatamente per quale motivo tutta questa gente è scesa in piazza, con una spontaneità ed una sorta di qualità della presenza fisica che  mi indurrà molti anni più tardi, ventidue per l’esattezza, durante la grande manifestazione per la pace del 15 febbraio 2003, a qualche associazione di idee.

 

Quel 24 ottobre, appunto, le persone si muovono in modo strano dentro le piazze e le vie di Roma. Non sono rigidamente separate per gruppi di appartenenza, non hanno il percorso gestito e contenuto dai servizi d’ordine; sono molte di più di quante ne abbia mai viste e non sono le stesse. Voglio dire che non è riconoscibile in quel contesto il “tipo” di manifestante che avevo incontrato nelle immagini della televisione o nei cortei dove ero andata, sempre un con un misto di timore e di curiosità, “con gli adulti”. La tipologia umana è invece della più varia: ci sono coppie mature, bambini e persone anziane, ci sono gli abitanti delle città e dei paesi e non (o non solo) i professionisti delle manifestazioni. Più di mezzo milione di persone. Come matura un evento simile? E perché assume le forme inedite di una partecipazione di massa, serena e accogliente, se il clima di soli pochi mesi prima è ancora quello di preoccupazione per la “tenuta” dei cortei, e dal punto di vista politico per l’agibilità degli spazi di democrazia e delle istituzioni?

 

È difficile immaginare oggi, a tanti anni di distanza, in Europa, cosa voglia dire davvero temere una guerra nucleare, includere nella propria vita un possibile scenario apocalittico, percepire che la propria sopravvivenza è al centro di un precario equilibrio[32] basato sulla minaccia reciproca di due superpotenze e sulla loro corsa esponenziale agli armamenti. Fabrizio Battistelli osserva che “tra la fine degli anni ’70 e gli inizi degli anni ’80 le questioni della pace e della guerra hanno acquistato una preminenza senza precedenti nella vita politica e sociale italiana” [33].

 

A rileggere la cronologia di quell’anno[34], si delinea un quadro italiano di grande instabilità e cupezza. Le Brigate Rosse, decapitate con l’arresto di Mario Moretti, capo della direzione strategica, sono in una fase di feroce declino, e uccidono nell’arco di un anno cinque persone; a marzo la Corte di Appello di Catanzaro assolve per insufficienza di prove tutti gli imputati per la strage di piazza Fontana, suscitando fortissime proteste nell’opinione pubblica. A livello internazionale, le condizioni politiche e militari particolari dell’Europa si erano chiarite con la decisione della Nato del 12 dicembre del 1979 di “modernizzare” il suo armamento nucleare continentale: si delinea l’eventualità di un’Europa come possibile “teatro” di una guerra nucleare limitata, nei piani operativi della Nato. In Italia, la decisione dell’installazione dei missili Cruise nella base di Comiso, una cittadina in provincia di Ragusa, è presa dal governo Spadolini - un mese circa dopo il suo insediamento - il 7 agosto 1981.

 

Questi brevi cenni servono solo ad indicare una situazione di fermento sociale a diversi livelli in cui confluiscono più fattori: è vero che la paura di una guerra nucleare limitata in Europa, insieme alla percezione chiara di un acuirsi della tensione tra i due “blocchi” degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica, costituisce la ragione più forte ed evidente della mobilitazione per la pace che inizia il 24 ottobre, ma è anche vero che probabilmente è diffuso un senso di stanchezza e di voglia di rigenerazione rispetto alle categorie politiche della violenza e al terribile, prepotente protagonismo del terrorismo di sinistra[35] da una parte, e della violenza stragista fascista e deviata dall’altra.

 

Si tratta dunque anche qui di passaggi, e non di una cesura netta con il decennio precedente; certo è che quel mezzo milione di persone che scende in strada il 24 ottobre non somiglia affatto alla enorme ed anonima massa di “rifluiti” a cui fa sbrigativamente riferimento una vulgata di superficie sui “vuoti” anni ’80, né è facile come in altre occasioni definire a chi “appartengano” tutte queste anime. A questo proposito Edward P. Thompson[36], storico inglese tra i più autorevoli sostenitori e rappresentanti dei movimenti per la pace degli anni ’80, scrive nel 1982: “[…] Si tratta certo di un movimento confuso. In alcuni paesi la sua organizzazione è così embrionale che è più un umore politico che un movimento. Oppure è un umore espresso, come nelle grandi dimostrazioni nelle capitali europee nell’ottobre e nel novembre 1981 quando socialisti, ecologi, cristiani di molte denominazioni, liberali, eurocomunismi, femministe, sindacalisti e soprattutto giovani di varie convinzioni fecero sentire la loro presenza e ruppero la barriera dell’asservimento dei mezzi di comunicazione ufficiali. Non sto esaltando le virtù della confusione. Sto solo sottolineando la spontaneità del movimento. Questo movimento per la pace non è stato comprato e pagato da nessuno. Si è pagato e comprato da sé, ed è geloso della sua indipendenza”. 

 

Sulla natura del movimento in Italia, Battistelli[37] osserva che “[la natura dei movimenti degli anni ’80] è socio-culturale, ed essi stessi sono multidimensionali, nel senso che fondano l’appartenenza dei membri su una pluralità di identità individuali e collettive”.

 

Tuttavia, queste caratteristiche di spontaneità e di multidimensionalità non sembrano all’inizio entusiasmare Pasquale, che del movimento per la pace sarà presto uno dei più convinti animatori.

 

Nell’81 sono venuto al corteo del 24 ottobre con altri, anche per scriverne. E scrissi peste e corna di questo movimento che aveva smarrito qualsiasi determinazione di classe, qualsiasi capacità di analisi critica dei meccanismi economici che portano alla guerra: responsabile primo il Partito Comunista. Però intanto non scrivevamo più “partito revisionista”, e poi ne discutevamo! […] Non lo capimmo; la cosa ci disorientò, e ci fece pure incazzare, perché questa cosa non rientrava negli schemi, nelle griglie e in quello che credevamo di aver capito […] Allora questo movimento che si presenta come “popolo di sinistra”, questo movimento dove c’è dentro il PCI e i Radicali, insieme, questo movimento per la pace che non fa un’analisi di classe della guerra, del sistema militare industriale, del complesso militare–industriale, dell’imperialismo: non ci convinceva, ci sembrava povero di analisi, povero di spessore. E invece quel movimento produceva fatti di massa, parlava a un sacco di gente, a un sacco di soggetti. Credo che nel giro di un anno sono passato dall’articolo critico nei confronti del 24 ottobre dell’81, all’organizzare un comitato per la pace in paese. Questo comitato si è riempito di giovani; però era un comitato ad adesione individuale, e non erano tutti di sinistra questi giovani, e avevano modalità nuove di organizzarsi.

 

Tornando dunque al tema dei passaggi, della gradualità del cambiamento culturale, si nota in questo caso che in virtù di una certa “schizofrenia” è presente una sedimentazione di “quello che credevamo di aver capito” che attende, nella vicenda biografica di Pasquale e probabilmente di molti altri della sua generazione, di trasformarsi in un’adesione piena alle ragioni e alle modalità innovative della pratica politica e relazionale che il movimento introduce. La piazza del 24 ottobre sembra rappresentare un’anomalia per la connotazione antropologica e politica dei manifestanti, che saranno in larga misura i protagonisti di un biennio ricchissimo di iniziative e di campagne per la pace. Ci sono soggetti e identità culturali, politiche e religiose in mescolanza, c’è una forma diversa e istintiva della partecipazione, ci sono ragioni trasversali e che determinano discontinuità qualitative rispetto al pacifismo “politico” degli anni ’50: sono questi elementi fortemente innovativi che fondano il principio dell’adesione individuale ai Comitati per la pace su base locale. Tale principio non potrebbe essere più lontano dalla cultura dell’”ipersoggettivismo” a cui abbiamo accennato nel capitolo precedente: se in quel caso l’individuo si arrogava il diritto ad un’azione politica esclusiva e di carattere narcisistico, mediante la definizione di percorsi univoci e spesso di natura violenta, nel caso dell’adesione individuale i soggetti si ritrovano al contrario insieme a partire dal riconoscimento delle proprie specificità e differenze, negoziando tra loro e rivendicando la volontà di non delegare a nessuno le proprie forme di espressione e di partecipazione. È a partire da questo riconoscimento che prende vita una pratica del tutto inedita, che precede le trasformazioni del linguaggio e di riflessioni più formalizzate, e che costituisce a mio avviso il vero punto di forza del movimento.

 

I cortei del ’77 e del ’78 spaventavano le persone, e noi volevamo coinvolgere le persone. I cortei di quando ero relativamente più giovane avevano un taglio marcatamente generazionale, e ce l’avevano con gli adulti; i comitati per la pace erano trasversali alle fasce d’età. […] Dentro questo scenario anche a San Severo venne fuori il comitato per la pace. Forse perché lanciamo in una di queste assemblee a teatro, magari alla fine di un corteo degli studenti, l’idea di riunirci e di dare vita a un comitato per la pace. Non escludo nemmeno che sulle prime questo comitato possa essersi riunito come comitato di rappresentanti, però secondo me questa stagione, che ci fu su scala nazionale, noi non la vivemmo. Noi non formalizzammo mai un comitato interpartitico o interassociativo, però una pratica interpartitica e interassociativa sì, per fare le assemblee e i cortei. Poi quando a un certo momento demmo vita a un comitato, l’idea era già di farlo nascere con adesioni individuali. […] A volte erano persone che avevano fatto il ’68 e avevano già smesso negli anni ’70, però persone umili, persone che erano state coinvolte non perché andassero all’università, perché stavano in fabbrica a Milano, e che poi non gli era piaciuta la deriva dei gruppi e la politica che ne era scaturita, erano interessanti queste persone qui perché erano persone che comunque sentivano un’istanza etica, un’istanza religiosa, capivano che la grande paura della bomba poi alla fine non bastava e che bisognava anche guardare che c’era dietro… però in maniera molto trasversale, alle generazioni, alle culture, a volte anche alle competenze: per quello si faceva un grande lavoro di educazione alla pace.

 

I comitati, così come i grandi appuntamenti di massa sono ora abitati da persone molto diverse per estrazione, età, cultura. Emerge una presenza delle donne molto rilevante, dal punto di vista quantitativo e qualitativo, nella prospettiva di una riaffermazione e valorizzazione della dimensione specificamente femminile sul problema della pace e del disarmo. Per quanto riguarda le forme, le donne introducono elementi provenienti dall’elaborazione femminista: i gruppi di affinità come luogo privilegiato di confronto e decisione, in alternativa alle procedure assembleari, autoritarie ed aggressive, della tradizione maschile. Anche in questo caso, è interessante notare uno spostamento di prospettiva nella storia di Pasquale, quando riferisce dell’apporto del pensiero delle donne alla costituzione e alle modalità dei gruppi di affinità, in contrapposizione ai ricordi di contatto con un femminismo separatista (e un tantino aggressivo) alla fine degli anni ’70.

 

[…] io non è che avessi un ricordo affascinato del femminismo degli anni ’70, ero piuttosto intimidito. Le “orchesse” che mi inseguivano nel ’78 per buttarmi nella fontana[38] mi avevano letteralmente spaventato, e a livello paesano figurati quando si chiudeva la tenda nella sede di Avanguardia Operaia e le compagne si riunivano di là, cosa potesse succedere di qua…

 

Invece lì la consapevolezza c’è, nei gruppi di affinità la consapevolezza che questo tema della differenza era un insegnamento che ci arrivava tramite il femminismo c’era: una grande elaborazione no, però secondo me questa è già un’acquisizione. Mi faccio carico della violenza che incontro, però mi preparo e non sono solo; mentre mi preparo con gli altri parto da me: dal genere cui appartengo, dall’età che ho, dal mio stato di salute, e poi dalle mie emozioni, dalle mie propensioni, dalle mie attitudini.

 

L’elaborazione delle donne, maturata con l’esperienza fondamentale del femminismo e con le sue qualità di “permanenza” nella cultura politica e di fecondazione del paradigma della differenza, come abbiamo visto è trasversale e creativa: dialoga con i gruppi pacifisti, con le anime più diverse del movimento e ne investe le pratiche, fino ad informare di sé una riflessione profonda sulle modalità delle forme di lotta.

 

Il gruppo di affinità è una delle forme che il movimento assume nella pratica dell’azione diretta nonviolenta, cioè “espressione concreta di non collaborazione col sistema di guerra” distinta da una mobilitazione generica, da un corteo oppure da un raduno; si tratta di una forma che ben riflette lo spirito dell’adesione individuale e che mette in gioco la persona tutta intera, con il suo corpo, la sua storia, i suoi limiti e le sue scelte.

 

La preparazione […] non può passare attraverso un processo decisionale che non sia nonviolento a sua volta, cioè partecipato, condiviso, basato […] sul metodo del consenso e sulla conoscenza più approfondita del gruppo di affinità, su una conoscenza reciproca fra i membri. Perché comunque nel gruppo di affinità non è che c’erano solo i maschi robusti di vent’anni, ci poteva essere pure la mamma di famiglia che entrava nel gruppo di affinità, o il sacerdote – e c’era. Ci poteva essere anche la persona che aveva qualche malanno di tipo fisico che entrava nel gruppo di affinità. […] Mi ricordo anche che nell’83, quando il Partito Comunista continuava ad usare l’espressione “pacifica e di massa” per definire la lotta che il movimento per la pace conduceva, a noi non bastava più, perché noi dicevamo: attenzione, una manifestazione può essere pacifica e di massa, ma noi qui dobbiamo misurarci con l’azione diretta nonviolenta, e l’azione diretta deve esplicitare il contenuto nonviolento, perché dotata di una radicalità maggiore: se fai un blocco, se interdici il funzionamento della macchina da guerra con la tua presenza fisica, allora devi avere una consapevolezza, una preparazione e un supporto collettivo molto più robusto, sia dal punto di vista teorico che sul piano pratico.

 

Il blocco alla base di Comiso, sede destinata all’installazione dei missili Cruise, nell’agosto ’83, l’evento che ha assunto una valenza quasi simbolica nella memoria del movimento, è uno dei momenti  più salienti di espressione dell’azione diretta nonviolenta[39]. Era il momento di massima visibilità del movimento per la pace, e di massimo consenso: la comunità locale partecipava attivamente ai momenti di mobilitazione e di riflessione sull’impatto territoriale della base missilistica[40] e il 10 luglio si era conclusa l’assemblea nazionale dei comitati per la pace con la decisione dell’azione nonviolenta per ostacolare i lavori alla base; nello stesso mese era stato inaugurato a Comiso l’IMAC (International Meeting Against Cruise), un campo estivo permanente con partecipanti da tutta Europa che stabiliva il calendario delle azioni decidendo tre giornate di blocco – dal 6 all’8 agosto, nell’anniversario dei bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki. Del blocco di Comiso, della preparazione dei partecipanti all’azione e alle possibili reazioni delle forze dell’ordine, Pasquale è uno degli animatori e organizzatori.

 

Una volta a Comiso, io stesso mi sono trovato a intervenire a una grossa assemblea, sarà stato forse già l’83 però non l’agosto, forse giugno o luglio, e mi sono trovato a spiegare a dei compagni perplessi dell’area dell’Autonomia che visto che andavamo lì a fare una cosa che si chiama azione diretta nonviolenta, che era il blocco dei lavori a una base in costruzione, dovevamo prepararci così come ci saremmo preparati ad andare a fare un picchetto in un contesto di reazione violenta o uno scontro con la polizia, ragionando anche sulla strumentazione. Quindi usavamo ancora linguaggi ed esempi degli anni ’70 perché ragionavamo con gente che questo salto di qualità non l’aveva metabolizzato; noi lo avevamo metabolizzato fino in fondo. Perché io spiegavo a uno: “tu come facevi? Stavi nel servizio d’ordine?” “sì stavo nel servizio d’ordine di Lotta Continua” – questo c’aveva quasi trent’anni, me lo ricordo visivamente – dico: “e che facevi? Ti allenavi, sceglievi l’armamento, provavi a standardizzare l’armamento, sceglievi il casco, c’avevi i leader, c’avevi i portaordini, c’avevi i sistemi di comunicazione? Noi questo dobbiamo fare, rapportato a un’azione che però non solo esclude la violenza ma prefigura un’alternativa alla violenza, anche nei processi.”[…]

 

L’8 agosto 1983 il blocco alla base suscita una violenta reazione da parte della polizia, che carica i manifestanti seduti di fronte all’ingresso principale[41]. Vi furono circa 40 denunce alla magistratura e centinaia di pacifisti, in risposta, si autodenunciarono. Quel che più interessa in questa sede è tuttavia rilevare come si siano sperimentate in quell’azione, e in diverse altre, forme di lotta nonviolenta, e occasioni di confronto pacifico con la forza pubblica. Si applicano cioè modalità di intervento che implicano la volontà di includere i partecipanti e non di selezionarli, opportunamente formati e “addestrati” all’azione senza rinunciare alla valorizzazione delle differenze e delle potenzialità di ciascuno. Dunque la fase che precede l’azione è qualificata dal training nonviolento, una vera e propria formazione alla gestione del conflitto, alla capacità di disporre del proprio corpo in contesti potenzialmente violenti, alla relazione solidale e responsabile con i compagni. Il training affronta inoltre il problema dell’efficienza e della comunicazione  tra i gruppi di affinità, che affidano – e non delegano - le loro decisioni ad un “consiglio dei portavoce”.

 

[gli strumenti che preparavano l’azione diretta erano] intanto il training nonviolento quando sia trattava di andare a fare azioni, cioè il gruppo di affinità, il consiglio degli speaker, e un corpo di ambulanzieri, vivandieri e addetti ai collegamenti perfettamente consapevole, addestrato e dagli atteggiamenti congruenti. È chiaro che mentre succedeva tutto questo si consolidavano mutazioni culturali e antropologiche molto rilevanti, che forse non registravamo in corso d’opera, o forse sì: avrei bisogno di consultare documenti o di guardare le date. […] La mia vera scoperta della dimensione del corpo in politica è stata non solo col movimento per la pace ma anche a partire dalle azioni dirette. Dico a partire perché poi da lì si è sviluppata una riflessione; la prima è il rapporto con la violenza. L’assunzione in prima persona della responsabilità di esserci vuol dire anche farsi carico dei rischi che questo comporta. Io ho sentito molto, con molta forza la differenza tra l’andare in piazza protetti da un servizio d’ordine e l’andare in piazza senza un servizio d’ordine che ti proteggeva, magari per fare un’azione dura, un’azione diretta nonviolenta. Io sentivo molto questa cosa, perché magari da ragazzetto ho partecipato a momenti focosissimi di scontri di piazza senza entrare minimamente in contatto se non con il fumo dei lacrimogeni perché c’era un servizio d’ordine che ti tutelava, mentre invece venticinquenne, per esempio a Comiso, mi ritrovavo a fare esperienza di gruppo di affinità magari anche come portavoce, e a fare esperienza di training di addestramento all’azione, magari timidamente anche come conduttore o co-conduttore con persone che si disponevano magari giovanissime o magari non più nel fiore degli anni o floride dal punto di vista della salute, ad avere un contatto diretto con la violenza. Allora lì si trattava di dare al corpo tutta la sua consistenza, e di entrare in contatto con le differenze. Noi non lo percepivamo dal punto di vista dell’elaborazione teorica, però…

 

Questo racconto offre a mio avviso l’opportunità di una lettura “rovesciata” dell’immaginario simbolico intorno al corpo, così come viene di solito ricostruito dal punto di vista storico: gli anni ’70 restano nel senso comune come gli anni della liberazione sessuale, della nudità irriverente e scandalosa. Dalla “scoperta” della minigonna ai grandi raduni musicali connotati da una vera e propria “trance” di corpi disarticolati e sovraesposti, dall’affermazione dell’amore libero alle sperimentazioni (perlopiù dolorose) della coppia aperta, dalle esperienze delle comuni a quelle degli happening artistici, il corpo sembra assurgere a simbolo della rivoluzione culturale: sembra essere il centro in cui confluiscono le tensioni di liberazione e il luogo di fondazione di linguaggi diversi, compreso quello della moda e della pubblicità. A questo scenario farebbe da segno opposto il decennio successivo: gli anni ’80 dell’edonismo e della superficialità, del riflusso e delle brutte spalline imbottite, del mesto ritorno a casa e ai consumi di lusso. Il corpo sembrerebbe ridursi e contrarsi dentro i limiti di un piacere effimero: non più simbolo dell’emancipazione ma paradigma della mercificazione e dell’esteriorità.

 

Tuttavia tale lettura è facilmente invertibile se si prova a leggere la relazione del corpo – dei corpi – con i contesti di conflitto che caratterizzano questi periodi. Sul finire degli anni ’70 il corpo è anche quello mille volte fotografato o filmato dei morti o feriti sull’asfalto delle città; è un corpo amputato della percezione del limite e dell’invecchiamento, rapido nei movimenti e nascosto nelle esperienze di clandestinità, invisibile nella negazione ideologica del piacere fine a se stesso e violato nel mancato riconoscimento di identità complesse e negoziabili. E’ al contrario interessante notare che la percezione del corpo nelle esperienze di cui stiamo trattando (che restano perlopiù misconosciute nella memoria degli anni ’80), sia quella di un’esposizione molto forte al conflitto, e del tentativo di una sua declinazione. Il corpo è nell’esperienza dei pacifisti a Comiso, a Sigonella, davanti alle basi o nelle occasioni di confronto “duro” con la polizia, il luogo stesso dell’elaborazione del conflitto, il terreno di sperimentazione di una messa in gioco totale, che include la tutela e il rispetto delle debolezze e perfino la scelta di “non giocare”; è la nudità che non cerca separatezza ma vicinanza, non esibizione ma relazione.

 

Alle azioni, racconta Pasquale,

 

[…] ci andavamo pronti a incontrare lo sguardo, pronti a offrire un’arancia, un bricco di caffè, e comunque a farci carico della violenza che ne sarebbe derivata, se le cose andavano per il verso sbagliato, e facendoci meno male possibile, ma non perché attrezzati con la gommapiuma o coi gommoni, ma perché avevamo imparato come si mettono i pollici, quali parti della nuca vanno coperti, e se c’è qualcuno che soffre di reni come proteggere quel compagno lì, e se poi ti acchiappano come diventare più pesante…eh io erano cose che avevo sperimentato. E poi: no i capelli lunghi, no gli orecchini, no le catenine, no gli anelli, no le gonne ché se poi finisci in mutande non è dignitoso e via di questo passo. Questa era l’attenzione: però questo è un togliere, non è un aggiungere per tutelarti, io questa cosa me la ricordo. […] Qui si intreccia una gamma di elementi troppo ampia, forse metterla sotto il titolo “corpo e consapevolezza del corpo” è un po’ una forzatura, però consapevolezza di sé, della presenza, del tipo di  relazione, della responsabilità che hai e che passa attraverso non le attrezzature, ma il corpo nudo con cui ti offri, ecco questa cosa c’è. Cioè noi lo consideravamo, cioè io sono di fronte a questo poliziotto e nei momenti di tensione, quando pareva che la cosa dovesse prendere una brutta piega, ci sono così [allarga le braccia]. E questa mia comunicazione è convincente proprio perché è nei fatti, è congruente. Sulla base di questo ricordo io mi sono inorridito di fronte agli scudi di plexiglass di Genova, di fronte ai materassi, ai gommoni, ai canotti: è una considerazione da vecchietto che non è sceso in campo direttamente con il movimento new-global, però mi sono inorridito per questo, perché non lo capivo quel linguaggio.

 

Dunque alla “nudità” è restituita tutta la sua potenza comunicativa, il corpo è la dimensione concreta della relazione con l’altro, è il luogo di maggiore prossimità tra territorio e mappa[42], tra realtà e rappresentazione. La posizione che assume in un contesto conflittuale è tutt’altro che arrendevole, ma segnala invece la presenza e l’irriducibilità del soggetto da una parte, e l’elasticità di un’identità negoziabile dall’altra. È interessante notare la presa di posizione nell’inevitabile riferimento alle recenti forme di lotta assunte dal movimento new global: l’armamentario “difensivo” delle “tute bianche” durante il G8 di Genova era concepito per ridurre la violenza – che comunque non servì in un contesto di scontro estremamente violento e in una condizione tra le più destabilizzanti e pericolose nella storia della nostra democrazia -, cioè inserendo la violenza nel proprio orizzonte seppure allo scopo di “tenerla a distanza”. Ciò farebbe pensare ad una tattica dello scontro piuttosto dettagliata ed articolata, con un potenziale comunicativo efficace a livello di media, che però non fa riferimento ad una strategia complessiva né ad una capacità di comunicazione e di inclusione interna al movimento.

 

Al contrario l’azione nonviolenta, nel suo riferirsi ad un movimento di massa e nell’escludere qualsiasi forma di violenza nello stesso momento in cui prevede un addestramento al confronto con essa,  è – in senso proprio – disarmante. Non è infatti conseguenza di una scelta personale operata in una dimensione contemplativa, e non sembra risentire di mistiche né di testi sacri cui fare riferimento; essa è invece pienamente una strategia che produce reazioni e obbliga la controparte ad assumere posizioni immediatamente verificabili e misurabili sul campo. In un tempo molto lontano dal 2001 di Genova anche per quanto riguarda la formazione di polizia e carabinieri alla gestione dello scontro, si sperimentano forme di rapporto che erano state impensabili solo fino a pochi anni prima con “l’avversario”, che per quanto riguarda le forze dell’ordine è tra l’altro un avversario del tutto contingente, e spesso prossimo per esperienze, cultura, tipo di educazione e formazione.

 

Effettivamente il tasso di violenza si ridimensionava drasticamente, la democratizzazione delle forze di polizia faceva il resto; però io l’esperienza di reparti che si scompaginano e si formano i crocchi, e si parla, soprattutto se i fronteggiamenti sono di lunga durata, soprattutto se c’è la notte fuori dalla base me li ricordo. Io fuori dalla base di Sigonella, dicembre ’82, mi ricordo un capitano dei carabinieri che alle tre del mattino si va a pigliare i suoi uomini dai vari fuochi e ne trova uno abbracciato con una compagna, con la bandoliera! E se lo porta via dicendo “tu non ti rendi conto che stai facendo, non ti rendi conto, ma io che devo fare con voi?!” Come un professore che porta via un ragazzo dall’alloggio delle ragazze durante una gita scolastica. Carabinieri di leva; nell’ambito della polizia che era già smilitarizzata, c’era il sindacato. Altro ricordo, che non riesco però a collocare, credo però che il periodo è lo stesso, davanti alla base di Comiso, in una tappa - quella conclusiva - della marcia antimilitarista da Catania a Comiso, dicembre ’82-gennaio ’83, vengono sempre nella notte – ma il blocco era di quelli leggeri, i lavori erano interrotti comunque e il cantiere era allo stato della ristrutturazione edilizia – arrivano tre poliziotti e portano un contributo di 30-40.000 lire della cellula del SIULP del reparto mobile di Catania alla marcia! Eh, quindi è ovvio, non è solo merito dei gruppi di affinità, c’era un processo di democratizzazione straordinario. Allora cominciavi a dire che sotto quella divisa c’è un corpo, e cominciavi a chiederti se non si può spezzare quello che ritenevamo essere ancora – fondatamente -  l’addestramento alla violenza, interloquendo con la persona che sta sotto quella divisa, perché c’ avrà pure lui paura, ci avrà pure lui ansia, ci avrà pure lui i suoi meccanismi: come rassicurarlo?

 

L’approccio inclusivo, contrapposto a quello selettivo dei servizi d’ordine cui i gruppi di affinità possono essere comparati specularmente per la funzione di “ala avanzata” dell’azione politica, è insomma talmente radicale da diventare paradigma e da contemplare nel proprio orizzonte la cura dell’avversario, il rispetto per la differenza e la pratica di attraversare i conflitti invece di escluderli o negarli. Il risultato è quello di rendere più incerti i confini ed evidenziare zone d’ombra e di contiguità, trame di relazione e connessioni, aprire continuamente nuove domande sull’appartenenza e sugli spazi dentro cui si agisce, piuttosto che definirli, perimetrarli ed eventualmente difenderli. Il tema della pace e del disarmo si presta dunque in quel contesto alla partecipazione di soggetti tra i più vari per età, cultura, generazione, credo, ma è la modalità aperta che il movimento suggerisce a fare di questa partecipazione un luogo di straordinaria sperimentazione di linguaggi e di formazione alla differenza.

 

[…] è chiaro che nel servizio d’ordine non ci andava la signora di quarantasette anni, invece in uno dei gruppi di affinità a Comiso io ce l’avevo una signora così, e non era nemmeno una professoressa, era una che c’aveva un negozietto, era una mamma di famiglia. Allora lì prendere coscienza del fatto che questa signora qui che aveva l’età delle mamme dei più giovani, per un ragazzo di vent’anni che stava lì dentro era una scoperta interessante! Allora se questa qui è diversa da me per genere, e per stagione della vita, e per conformazione e per caratteristiche, bisogna trovare un linguaggio che possiamo parlare tutti e due: questa cosa non era elaborata, io non mi ricordo che facessi grandi elaborazioni però ci abituavamo a rispettare la differenza e riconoscevamo tutto il tributo al movimento femminista degli anni ’70, a questo tipo di scoperta. […] Io le persone coi capelli bianchi me le ricordo, numerosissime nei comitati per la pace, molto molto meno nei gruppi di affinità ma c’erano. Le persone che dicevano “a me ‘sta nonviolenza non mi convince ma l’esperienza del gruppo mi attrae” me li ricordo. Le persone che dicevano “io sono un operaio. Non mi mettete in mano libri, non so’ abituato alle chiacchiere, non mi fate fare filosofia, ma questa cosa qua mi incuriosisce”, io me li ricordo. E poi le famose mamme, e poi i giovanissimi che non avevano fatto gli anni ’70. Ricordi, è una storia mia: però ho girato, ho conosciuto, ho sentito un sacco di cose in quel periodo, ed ero un protagonista, non c’è alcun dubbio. Facevo questa cosa per tutto il tempo delle mie giornate.

 

Ma non è soltanto nell’ambito dell’azione diretta che tale approccio interroga gli individui e li mette di fronte a scelte di carattere etico: è la stessa natura dei processi decisionali ad essere messa in discussione e a subire profondi rivolgimenti. Riferendosi all’esperienza del movimento del ’68, Luisa Passerini osserva che “[…] chi partecipò al sessantotto comprese che ciò che conta non è tanto l’oggetto del desiderio quanto lo stato di desiderio, e che la soddisfazione del desiderio è la morte del gruppo. […] In altre parole [il gruppo] oppone il desiderio al bisogno, mentre la soddisfazione dei “bisogni” era stata la parola d’ordine delle idee di rivolta e rivoluzione della sinistra ancora legata alla Terza Internazionale”[43]. Lo “stato di desiderio”, qui proposto in una lettura originale che analizza la dimensione dell’utopia in un contesto di opposizione all’esistente tout court, è assimilabile, con qualche piccola forzatura, all’attenzione ai processi e alle modalità di pratica dell’obiettivo che caratterizza il movimento per la pace. In uno scenario che paventa la guerra nucleare, e che vede la mobilitazione di milioni di persone su questo tema, non è certo possibile dire che “la soddisfazione del desiderio [sia] la morte del gruppo”, tuttavia il concetto di desiderio rimanda efficacemente ad un’idea di creatività e di coinvolgimento personale che ben si attaglia alla volontà di esserci nell’interferire con i processi decisionali, e di contribuire alla definizione delle forme di lotta. E’ un passaggio importante, che richiama alla memoria l’invisibilità nelle assemblee universitarie nel racconto di Pasquale[44], la percezione di una profonda incomunicabilità nei luoghi tradizionali della rappresentanza, e che invece vede in questa fase la critica del modello assembleare e della delega, il postulato della violenza intrinseca a tale modello e la formulazione – non scevra da conflitti e contraddizioni – di forme organizzative alternative.

 

Io ricordo pochissimi conflitti per evitare slogan duri e quasi nessun conflitto per evitare caschi e bastoni in piazza, mentre invece ricordo molti conflitti su come gestire un’assemblea: quanto spazio alla plenaria, alla pratica del voto, e quanto spazio invece a gruppi, sottogruppi, e alla pratica dell’intervento generalizzato che poi dei portavoce riassumono per costruire un consenso il più ampio possibile. Questo era uno dei nodi. L’altro nodo era: quali alternative al corteo, quali integrazioni, quantomeno, al corteo. Qui ovviamente nascevano nuove forme di ideologie: c’erano i mistici della pratica dell’obiettivo, ancorché nonviolenta, e c’erano i teorici del superamento dell’assemblea come forma violenta per definizione. Io credo di essere stato molto saggio e molto equilibrato e avevo intorno a me moltissima gente di quell’età – 23, 25, 27 anni - che con la stessa saggezza e con lo stesso equilibrio gestiva, componeva e mediava anche questo tipo di contraddizioni, per spingere però in avanti la riflessione che a un certo punto cominciammo a chiamare esplicitamente di innovazione delle forme della politica all’interno del movimento.

 

Questa innovazione si alimenta alla fonte di una serie di stimoli culturali e sociali che si fanno via via più rilevanti: dell’adesione individuale ai comitati come principio di assunzione di responsabilità abbiamo già parlato; l’obiezione di coscienza conosce una fase di esplosione e diventa un vero e proprio fatto sociale; l’obiezione fiscale alle spese militari e alla produzione bellica comincia in quel periodo ad essere praticata e ad aprire la strada ad una prassi che sarà molto diffusa nel decennio successivo. L’attenzione è posta in egual misura al livello “interno” del conflitto – attraverso la critica alle leadership e alle procedure assembleari – e a quello “esterno”: l’opposizione alle logiche di guerra attraverso lo studio dei sistemi d’arma, delle politiche di difesa, delle tecnologie militari. Questo tipo di mobilitazione “a tutto campo” è il segno della maturazione completa del movimento ed è l’anticipazione del suo passaggio a forme diverse di organizzazione e stabilizzazione delle diverse esperienze. Il “desiderio di pace” ha travalicato i confini del singolo obiettivo per diventare pienamente un desiderio di espressione e di partecipazione. La connotazione pratica e non mistica della nonviolenza, la sperimentazione del potenziale comunicativo e politico dei comitati per la pace e dei gruppi di affinità, le attività di ricerca e di studio sui problemi della pace e della guerra, le mutazioni antropologiche degli attori della mobilitazione avevano chiuso non senza fatica la porta della politica intesa come il Giano bifronte della “cosa d’altri” o dello “scontro violento”, e avevano aperto quella della possibilità di giocare un nuovo protagonismo a diversi livelli,  della partecipazione popolare, della restituzione delle prerogative di decisione al territorio.

 

Il movimento vive la fase di massima visibilità nell’83, e le mobilitazioni culminano con una immensa manifestazione, il 22 ottobre, nella giornata dedicata dall’Onu alla pace e al disarmo[45].

 

Nell’83, quando prendo la parola nel mega corteo di un milione di persone dell’ottobre parlo a nome degli obiettori di coscienza, non della LOC [Lega Obiettori di Coscienza], lo dico espressamente; e faccio una relazione tra l’adesione individuale dei comitati e l’obiezione di coscienza di chi rifiuta l’esercito, di chi rifiuta le spese militari, di chi rifiuta le produzioni belliche, considerando l’adesione individuale un’esplosione di massa della logica dell’obiezione. Una piccola forzatura fatta non per un centro studi ma per la piazza dell’ottobre dell’83, ma che sentivamo profondamente e che probabilmente era fondata.

 

C’ero anche io in quella piazza, che ricordo paradossalmente con meno vividezza di quella di due anni prima, e non fu in quella occasione che conobbi Pasquale. Avevo già iniziato però ad interessarmi ai temi della pace; il mio liceo promuoveva numerosissime assemblee e momenti di confronto su questi temi, e partecipavo alle manifestazioni degli studenti. Già dal 1982 avevo cominciato a frequentare un gruppo di amici che provenivano da scuole diverse ma che erano a vario titolo impegnati in politica. Il partito che sentivamo più vicino e che ci offriva spazi di elaborazione e di confronto era il PDUP, che più di altri si caratterizzava per un’elaborazione originale dell’identità comunista ed offriva sponde e sollecitazioni sui temi della pace e del disarmo. Dentro la sede del PDUP creammo un collettivo di studenti medi, e cominciammo a fare uscire un giornale, “Guernica”, che trattava da un punto di vista generazionale il tema della percezione della guerra e dei modi per costruire la pace, e si qualificava come uno strumento utile ad elaborare la “paura della bomba”.

 

Insieme ai compagni di “Guernica” partecipai, il 15 novembre 1983, al sit-in davanti al Parlamento mentre era in votazione la decisione dell’installazione dei missili a Comiso; venimmo caricati dalla polizia e ricordo perfettamente che – pur non avendo fino a quella data partecipato ad alcun training nonviolento – mi ritrovai a reagire, seppur molto spaventata, con modalità congrue al comportamento degli altri: restai seduta e mi lasciai trascinare, coprendomi la testa con le mani incrociate. Avevo sedici anni; ricordo che lo scontro diretto, la violenza della carica mi fecero molta paura, ma anche che qualche cosa, del clima conflittuale in cui ero cresciuta negli anni ’70, tornava utile, mi consentiva di esserci e trovare ragioni e coraggio per affrontare quella situazione: non credo che fosse unicamente la consapevolezza della violenza, ma anche una sorta di educazione alla politica in senso lato, il ricordo vicino dei racconti dei miei nonni della lotta di Liberazione dal fascismo, l’esperienza vissuta dei miei genitori e della loro appartenenza al mondo, piuttosto che alla famiglia. Iniziava per me in quel contesto una fase di maturazione e di consapevolezza che mi avrebbe portato negli anni seguenti, in modo quasi spontaneo, ad aderire ai Centri di Iniziativa per la Pace promossi dalla FGCI rifondata nel 1985, e ai momenti di formazione sulla nonviolenza e di educazione alla pace.

 

Era l’inizio della mia stagione, e insieme quello del declino della mobilitazione di massa per la pace, almeno nelle forme che l’avevano caratterizzata fino a quel momento.

 

La periodizzazione di quella stagione che Pasquale propone è lapidaria, limpida, e addolcita da una nota di ironia:

 

era una stagione esaltante, molto lunga, non effimera, con la consapevolezza che questo tema “pace e guerra” non era uno dei tanti temi ma era un tema strategico e che quindi valeva la pena spendersi, però comunque di una stagione si tratta. Che si anticipa nell’autunno dell’81, si manifesta in tutta la sua forza nell’82, diventa il fatto politica nazionale nell’83, decresce nell’84. L’estate dell’82 a Comiso è tutta profezia: blocchiamo l’ingresso di una base che non ha neanche il perimetro ricostruito con dei mattoni fatti di cartone, e ci sono tre carabinieri perplessi; l’estate dell’83 è epica, con il passaggio delle consegne tra Spadolini e Craxi, la rimozione del questore, le cariche, le ricadute politiche; l’estate dell’84 [a Comiso] è patetica, farsesca: è la riproduzione del mito dell’anno prima, assolutamente marginale, e quindi magari con la consapevolezza che stiamo ripetendo un copione di cui qualche volta ridiamo, grazie a Dio.

 

Il ciclo di movimento si compie dunque nell’84; è persa la battaglia sui missili ma resta in eredità una rete di contatti ricchissima, una articolazione delle esperienze sul territorio, una quantità di strutture solide e di iniziative locali che sono destinati ad innestare un processo di partecipazione diffuso, di declinazione della riflessione generale sul tema della pace nella direzione di una pluralità di saperi e di “vocazioni”. Anche in questo caso, si ha una dimensione esterna – la scoperta di tante “piccole Comiso” (basi, siti strategici della Sicilia e della Puglia, radar, depositi militari, poligoni di tiro) e l’intervento mirato su questi obiettivi,  e poi l’analisi del territorio e dei gravami dei sistemi di guerra, lo studio delle prospettive di riconversione, i contatti con università e centri di ricerca e di studi – e una interna, che valorizza e rielabora gli strumenti culturali e politici prodotti dal movimento, nella prospettiva dell’educazione alla pace e della non dispersione delle sensibilità umane e culturali cui il movimento aveva fatto da sponda e da laboratorio.

 

[…] e allora a quel punto la formazione – ma non la chiamavamo ancora così – l’educazione alla pace non è più solo e soltanto training nonviolento, anche perché le azioni dirette non hanno più la stessa capacità di attrazione, di fascinazione in tutte le realtà e per tutto il tempo, […] e anche perché poi si cominciava a parlare di questioni non legate direttamente a una forma di lotta su un obiettivo ma per esempio alla storia di quell’obiettivo, all’impatto sul territorio di quell’obiettivo. E poi a un certo punto andare nelle scuole, andare nelle parrocchie, andare nelle fabbriche non significava più andare per fare un discorsetto alla fine del quale c’era un appuntamento di massa a cui invitare. Significava andare per fare un ragionamento sull’uso del territorio a fini di pace.

 

Come vedremo nel prossimo capitolo, la cultura della pace e l’esperienza del movimento influiranno fortemente anche nella scelta di rifondazione di un’organizzazione come la FGCI[46], e nell’orientamento delle grandi organizzazioni associative come l’Arci. Qui voglio solo accennare a come l’esperienza del training nonviolento sia passata nelle maglie dei codici culturali di queste strutture fino a caratterizzarne gli spazi di formazione e di educazione. Per quel che riguarda la FGCI, dopo il 1985, accanto ai momenti più tradizionali di formazione dei giovani quadri – le lezioni tenute dai “grandi vecchi” del Partito, i seminari tematici – e alle modalità consolidate della militanza – la partecipazione ai cortei o ai momenti istituzionali di dibattito dentro l’organizzazione - si affiancano nuove opportunità formative e di prassi politica. I training di formazione alla nonviolenza promossi dai Centri di Iniziativa per la Pace sono tra questi e ne tratteremo diffusamente nel capitolo seguente, ma è l’intero spettro dei “nuovi” terreni di confronto e di lotta aperti dal movimento per la pace a condizionare non solo le scelte politiche e culturali delle organizzazioni della sinistra, dei partiti, dei sindacati, ma più in generale le forme tradizionali della politica, il modo di comunicare, le strategie formative. L’ambiente, la cooperazione, la pace, e in seguito l’immigrazione e la solidarietà saranno i grandi temi di confronto e di ridefinizione dei ruoli e della stessa identità degli attori sociali negli anni a seguire, ma soprattutto saranno spazi “vivi” di sperimentazioni su piccola e media scala, spazi spesso coincidenti con quelli della città, della scuola, del territorio, della socialità.

 

“Sin dall’inizio il movimento per la pace si è […] proposto come un movimento culturale, ponendosi come obiettivo la costruzione di una cultura di pace basata sulla partecipazione e la convivenza pacifica. Soprattutto secondo l’ala antimilitarista e nonviolenta, il movimento della pace doveva sviluppare un nuovo sistema di valori e una visione alternativa dei rapporti tra gli individui”. Così scrive Donatella Della Porta (op. cit., p. 105). In effetti, come abbiamo visto i rapporti mutano nella misura in cui riportano le persone al centro della politica, e si strutturano in maniera speculare ai sodalizi di tipo ideologico di qualche anno prima. Il protagonismo degli individui, la riappropriazione del principio di responsabilità, le pratiche di costruzione del consenso contribuiscono ad una vera e propria rifondazione culturale dell’agire politico e sociale, alla quale fa da sfondo – ma solo per qualche anno ancora -  il tabù paradigmatico della guerra. È una stagione di “esplosione della pace” ma in nessun modo anomala o aliena dal conflitto: è invece germinata dalla stagione precedente e diversamente da essa si caratterizza per attraversarlo, esplicitarlo, inventare strumenti per gestirlo.

 

Pasquale è a questo punto della sua vita un giovane con una solida esperienza alle spalle; ha viaggiato e conosciuto molto, ha animato il suo comitato per la pace e i gruppi di affinità, ha iniziato a fare il formatore nei training nonviolenti; ad includere nei suoi studi “il nemico”: prima era stata l’eroina - per capire, testare, conoscere ed essere in grado di divulgare indicazioni per difendersi dalla sostanza – ed ora sono i sistemi d’arma, per poter distinguere tra un bombardiere e un caccia, e poterne raccontare. Inizia cioè una pratica dell’educazione e della narrazione, che - significativamente – incrocia i temi della pace, quelli dell’inclusione e della relazione con la diversità, e li riconduce ad una dimensione anche molto personale, etica, che contempla alcune condizioni fondamentali: superare le ideologie, rifiutare i moralismi.

 

La sensibilità matura nelle esperienze di movimento. […] La consapevolezza di che cos’è una servitù militare, la consapevolezza di come la Puglia fosse disseminata di radar, di basi, di poligoni, di depositi, di punti di attracco, me la sono fatta viaggiando, manifestando, intervistando, partecipando a mobilitazioni. Distinguevamo molto bene tra un bombardiere e un caccia intercettore. Per fare la difesa serve un caccia intercettore: se acquisti un bombardiere è perché vuoi attaccare. Distinguevamo molto bene tra una batteria anticarro e un carro armato: a Berlino Est feci il classico intervento – tradotto con non so quale fedeltà in tedesco dall’interprete di turno! – per contestare un manifesto del comitato per la pace della Germania orientale in cui c’era una selva di carri armati e la frase “con questi la pace è più sicura”. Io proposi di sostituire i carri armati non con le colombe o i ramoscelli di ulivo, ma con una robusta serie di cannoni anticarro, e rimasero di cazzo i notabili e i personaggi! Era la cultura conseguita dentro quel movimento lì. La considero una cosa importante. Poi è ovvio che il cannone uccide; però la differenza tra l’istanza etica e la politica è anche fare questo tipo di distinzione, magari tattica sulle prime. Ma anche frutto di una scoperta: prima mettevamo tutte le armi in un unico fascio, tutte le divise in un unico fascio – “fascio”: “…e poi le brucerem” [ride] – e adesso no: adesso cominciavamo a ragionare, il che apriva la non piccola possibilità di ragionare con qualche militare.

 

[…] Il pacifismo, quando mi prende fino in fondo, mi porta via, sia dalla cooperativa sia dal giornale, sia dal paese, e questo succede nell’84, ’85, sulla base di un’altra forma di educazione: il superamento delle ideologie. […] C’era un’altra maturità, un’altra consapevolezza anche qui: un saper fare. […] Non eravamo moralisti.

 

 

 

Capitolo 3.

 

La politica come mestiere?

Alla ricerca di una corrispondenza tra mezzi e fini

 

 

“L'arme indosso a' suoi cittadini o sudditi, date dalle leggi e dall'ordine, non fecero mai danno, anzi sempre fanno utile e ritengonsi le città più tempo immacolate mediante queste armi che senza”.

N. Machiavelli, De re militari, 1520

 

 

Verso la metà degli anni ’80, come abbiamo visto, il movimento per la pace deflette: si era trattato di una stagione piuttosto lunga che aveva visto la sperimentazione di modelli culturali e politici inediti, e la crescita di una consapevolezza diffusa dell’opportunità di incidere sul proprio destino attraverso la partecipazione e l’assunzione diretta di responsabilità.

 

Le trattative di Ginevra tra le due superpotenze che avrebbero consentito - se condotte a buon fine – di sospendere l’installazione dei missili Cruise e Pershing si erano interrotte nel dicembre dell’83, e quella di Comiso appariva ormai come una battaglia persa. Ma la diversificazione degli obiettivi era oggetto di pratica e di riflessione già da tempo, e la stessa concentrazione di risorse ed energie sull’obiettivo “Comiso” era stata sottoposta ad una riflessione critica.[47] A questa flessibilità del movimento rispetto agli obiettivi “strategici” corrispondeva una crescita e una fioritura di saperi e competenze diverse, una disseminazione delle iniziative sul territorio e il consolidarsi di piccole strutture di intervento sociale, di cooperazione e solidarietà. La progressiva specializzazione delle persone cresciute nel movimento offriva l’opportunità di tradurre quella cultura del saper fare appresa in un contesto di movimento, dentro gli organismi che erano destinati a raccoglierne l’eredità: tra questi, anche le organizzazioni più tradizionali della sinistra o le grandi associazioni di massa. La Federazione Giovanile Comunista, che dagli anni ‘70 è molto cambiata e sperimenta forme di maggiore autonomia dal Partito Comunista, sceglie la strada di una rifondazione organizzativa e culturale che si apre alla strutturazione interna in settori tematici, offrendo ai suoi iscritti un’esperienza politica e culturale di avanguardia rispetto ad altre organizzazioni giovanili di partito, assai più vincolate alle direttive e agli orientamenti del partito di riferimento[48]. La scelta di dare vita ad un sistema di autonomie che offre la possibilità di aderire secondo le proprie sensibilità, i propri interessi e il proprio percorso di crescita è il frutto, da una parte, di quella articolazione tematica che il movimento aveva lasciato sul campo (le questioni della pace, dell’ambiente, della lotta alle mafie e alle tossicodipendenze, del volontariato civile, dell’obiezione di coscienza); e dall’altra è un tentativo di risposta – forse non pienamente consapevole né ampiamente condiviso - alle suggestioni della cultura “antimachiavellica” dei percorsi di saldatura tra il codice morale e quello della politica, della messa in discussione dell’autonomia totale del criterio politico rispetto alla dimensione etica, che avevano caratterizzato le fasi più avanzate dell’elaborazione del movimento per la pace.

 

Si tratta di una fase di sedimentazione e di rielaborazione dei contenuti e delle proposte che la mobilitazione popolare aveva prodotto, e che attraversa vecchie e nuove organizzazioni, contribuendo a disegnare nuovi profili ed identità collettive. Pasquale ne è coinvolto pienamente, essendo uno dei portavoce del coordinamento nazionale dei comitati per la pace - che non rappresenta però più questa pluralità di espressioni locali - e trovandosi a operare una scelta che risponde sia ad una proposta specifica, sia ad una condizione di maturità: “poi avevo 26 anni e dovevo fare una scelta anche lavorativa”.

 

E allora per me si apriva l’opportunità di proseguire a fare della politica il mio mestiere, per potere dedicare tutto il tempo, tutte le energie, se non a un movimento di massa, come il movimento per la pace, alla lotta per la pace, di lungo periodo, nella sua forma culturale, nella sua forma organizzativa. La tentazione era grossa, anche perché questa cosa avveniva dentro la Federazione Giovanile Comunista, all’ombra del Partito Comunista, e in qualche modo costituiva un’altra grande riappacificazione con la memoria finale – questo zio Renzo che del PCI era stato funzionario e a quell’epoca lo era ancora, per quanto già anziano e prossimo alla pensione […] – e, per altro verso, c’era la possibilità di fare un’esperienza che non avevo fatto prima, quella del rivoluzionario di professione, ovviamente alle nuove condizioni: adeguato ai tempi nuovi e sui contenuti e con le pratiche nuove. La tentazione era grossa, insomma. L’alternativa era fra il concorso a cattedra, che in quel contesto credo avrei vinto agevolmente, a metà degli anni 80, e che mi avrebbe consentito di restare più vicino a casa, probabilmente, però le due cose, messe sui due piatti della bilancia, non avevano la stessa carica di seduzione.

 

Dunque tra la prospettiva di un “rientro” nella dimensione di un impiego tradizionale e quella della continuazione con altre forme e con diverse responsabilità dell’esperienza politica, Pasquale sceglie la seconda, includendo tra “gli effetti secondari” (o tra le ragioni vere e proprie, ma poco importa), anche quella di una riconciliazione con la sinistra storica da una parte, e con la storia familiare dall’altra. Si tratta ancora una volta di un passaggio, di una connessione con il proprio vissuto, e tuttavia di una scelta ben precisa, che “riappacifica con la memoria”, singolarmente, in una condizione di presa di distanza: è infatti questo il periodo in cui Pasquale si trasferisce con la moglie Angela Pia a Roma, lasciando definitivamente San Severo e il piano dell’impegno nella cooperativa e nel comitato per la pace locale, per avvicinarsi ad una dimensione formalizzata del lavoro politico, che corrisponde ad una valutazione del proprio percorso e del proprio ruolo. Tuttavia il passaggio non è automatico, e chiedo se vi siano stati  elementi di conflitto o di riluttanza nel trasferire le proprie risorse da una dimensione estremamente elastica qual era quella del movimento a quella più strutturata, rispondente a criteri di responsabilità e di “lealtà politica” della FGCI.

 

No, nessuna riluttanza, perché il movimento non c’era più, nel senso che se io, un anno prima, rifiutavo persino una candidatura da indipendente in una lista di partito, magari per un’elezione amministrativa, nel momento in cui il movimento in senso proprio, che era il movimento contro i missili a Comiso, si era esaurito, io non dovevo più a nessuno quell’autonomia che invece trovavo doverosa per una figura di portavoce di una parte rilevante del movimento e quindi mi sentivo sciolto da questo tipo di vincolo. […] È chiaro che non avrei fatto a cuor leggero la scelta di diventare funzionario del Partito Comunista, però nemmeno mi è stata proposta. Mi è stata fatta una proposta molto precisa, specifica, in continuità con tutto quello che avevo fatto negli anni precedenti e io l’ho trovata veramente molto naturale, nel senso che, nello specifico, sulle questioni della pace, del disarmo, dell’educazione alla pace, non ho avvertito per niente il salto di qualità; ho continuato a fare, dopo l’ingresso nella FGCI come funzionario, quello che facevo prima.

 

È questa un’esperienza piuttosto inedita, che si discosta dagli esiti consueti dell’accesso alle organizzazioni politiche: non si avvertono in questa storia gli elementi caratterizzanti la carriera politica così come viene di solito intrapresa; non si palesa la serie piuttosto scandita di tappe che ricalcano quelle convenzionalmente stabilite del passaggio all’adultità, al compromesso, ad una sorta di disincanto e insieme di acquisizione di potere. La FGCI rifondata sembra raccogliere in questa fase pienamente le suggestioni che avevano ispirato il movimento, e sembra permettere e anzi valorizzare pratiche non ortodosse, quantomeno inedite rispetto ai processi tradizionali di formazione e condivisione dell’”identità comunista”. L’organizzazione offre in questa fase ai giovani iscritti – in questo caso ai funzionari - non soltanto una molteplicità di strumenti e di spunti di riflessione alla pratica politica, ma soprattutto l’opportunità di sperimentare nuovi modelli formativi, come il training nonviolento, e forme di critica al modello organizzativo verticistico e alle modalità dei processi decisionali.

 

Allora, io penso questo: che, probabilmente, i Centri di Iniziativa per la Pace erano quelli che più avevano attinto all’esperienza del movimento per la pace contro i missili a Comiso, ma non all’esperienza di massa e basta, all’esperienza specifica di riflessione sulle forme di lotta, sulle forme di organizzazione e sul processo decisionale e che più avevano attinto in termini di quadri o perché avevano portato dentro la FGCI i quadri di movimento, o perché avevano avuto molti compagni della vecchia FGCI che si erano contaminati col movimento e che erano rimasti in FGCI e che, dopo la rifondazione, avevano scelto per l’appunto i Centri di Iniziativa per la Pace. […] In FGCI c’era questa fertilissima contraddizione insanabile. Se non fosse arrivato l’89, si sarebbe spenta comunque. C’era questa fertilissima contraddizione: fra la sopravvivenza di una struttura di organizzazione politica comunista tradizionale, non certo nei contenuti ma nell’impianto organizzativo, non certo nel costume ma nelle inerzie comunicative, strutturali, e delle organizzazioni fondate su una singola istanza e che rispecchiavano esattamente i movimenti più fertili della prima metà degli anni ’80.

 

Il movimento dell’85 si rispecchiava nella Lega degli Studenti Medi, il Centri di Iniziativa per la Pace si rispecchiavano nel movimento contro i missili a Comiso, i Centri di Iniziativa per l’Ambiente nel movimento verde antinucleare, i Centri di Iniziativa contro le Tossicodipendenze nelle esperienze tipo quella della cooperativa di cui ti ho raccontato, e via di questo passo. Non a caso, nell’università e nell’Unione dei Circoli territoriali c’era meno innovazione, perché non si era sviluppato negli anni ’80 niente di simile, altrettanto interessante, né nell’università, né sul territorio.

 

A partire dal 1988 – più o meno nello stesso periodo in cui comincio a frequentare i Centri di Iniziativa per la Pace e a fare l’esperienza del training – questo sistema di autonomie tematiche ed organizzative evidenzia un conflitto crescente con le modalità dell’organizzazione tradizionale; “l’insanabile contraddizione” riguarda proprio quella molteplicità di linguaggi e di culture che le singole strutture esprimono, e che faticano ad essere ascoltati nella loro complessità e a fondare un linguaggio effettivamente nuovo della cultura politica. Tuttavia, i percorsi biografici e le questioni identitarie di chi ha vissuto quella esperienza sono condizionati e arricchiti da una cultura che – anche laddove evidenziava resistenze e linee di frattura, ha tentato una rigenerazione delle categorie politiche tradizionali. Pasquale cambia di nuovo ruolo, diventando il responsabile dei CIP per l’Italia centrale, con la possibilità di affinare ed articolare le proprie competenze formative e “guadagnandosi” un’invisibilità del tutto diversa da quella sofferta qualche anno prima, nelle soffocanti assemblee dei tardi anni ’70: è un’invisibilità voluta e ricercata questa del rinunciare alla scena politica “romana” e nazionale, alla carriera da dirigente, all’obbligo di una piena conformità alle regole dell’organizzazione, a favore di un approfondimento degli aspetti relazionali della militanza e di una sperimentazione a tutto campo di percorsi formativi.

 

[…] Probabilmente, ci fu davvero un cambiamento di fase e di clima dopo l’88. Insomma, l’accento tornò a battere soprattutto sull’organizzazione complessiva della Federazione Giovanile Comunista, un po’ meno sull’autonomia delle singole strutture. Si tornò rapidamente, nel corso di questo secondo biennio, per esempio, alla tessera unica. Prima le singole strutture avevano ciascuna la propria tessera. Si tornò a valorizzare gli esecutivi, insomma, tutti i momenti di coordinamento, piuttosto che i momenti di autonomia. […] Naturalmente, si sa benissimo che a Roma fai delle cose che hanno una ricaduta nazionale. Se lavori su quattro regioni con un incarico specifico, diventi invisibile. Dal punto di vista della carriera politica, se mi fosse interessato, sarebbe stata un’involuzione, e invece per me è stato un regalo. Mi hanno fatto felice un’altra volta, perché sono venuto via dalla ribalta, che era comunque Roma, la piazza romana. E sono finito sull’Appennino, insomma, comunque a fare attività sempre più competenti, fatte sempre meglio, soprattutto sul piano dell’educazione alla pace e della formazione dei compagni, in periferia, in provincia. […] Io facevo eventi sempre meno politici e sempre più formativi, in un capoluogo come Ancona o come Pescara o in un paesotto come Pobandino oppure Sferracavallo e per  me era uguale, ci mettevo la stessa passione e la stessa attenzione. […] A me questa cosa piaceva molto, perché mi consentiva di rompere con le modalità della politica, che rivedevo di nuovo molto presenti anche in FGCI e che comunque mi avevano dato sempre fastidio, che erano quelle di correre un po’ dietro all’emergenza.

 

In cosa consisteva questa attività formativa, che non subiva contraccolpi dalle alterne vicende dell’organizzazione, ma che invece si andava definendo e complessificando? Vale la pena qui di darne brevemente conto: nello scriverne, attingo direttamente ai miei ricordi, alla memoria viva di un’esperienza che ha orientato in maniera significativa il mio rapporto con la politica e più in generale con il tema della differenza e dell’identità. Il training era un’attività formativa connotata dal gioco, applicato a contesti di conflitto, veri o simulati. Si trattava di un gioco regolato, articolato in fasi ed attività diverse, che permetteva la piena espressione dei partecipanti e la messa in crisi dei pregiudizi, dei conformismi e dei comportamenti “meccanici”. Il gioco di ruolo, ad esempio, in un contesto dato di tipo conflittuale (un dirigente politico che “impone” una scelta non condivisa dagli altri iscritti, che non godono della stessa posizione di potere, oppure, estremizzando, il confronto tra un militare e un pacifista di fronte ad una scelta estrema per i destini dell’umanità) permetteva l’identificazione con ruoli e sensibilità diversi, quando non opposti ai propri, e metteva in condizione di dover mediare tra la realtà delle proprie emozioni e dei propri pensieri e la convenzione, il come se del ruolo impersonato. Accanto ai giochi di ruolo, quelli sull’ascolto, sulla fiducia, sul modo di esprimere idee ed opinioni: il training giocato, il continuo paradosso a cui rimanda (giocare liberamente è tuttavia agire sempre dentro un contesto regolato, attraverso convenzioni, norme e limiti) è una forma dirompente di comunicazione tra le persone, di creazione di nuove rappresentazioni e di riorganizzazione delle opinioni e delle categorie “già date”. Il linguaggio utilizzato è complesso, evocativo più che descrittivo: più spesso analogico che non digitale, direbbe Bateson[49]. Non solo: la messa in scena e la drammatizzazione hanno l’effetto di estremizzare e quindi formalizzare le situazioni potenzialmente reali di conflitto; questa formalizzazione è straniante, e permette di vedere in controluce la struttura – spesso fragile, spesso ridicola – dei rapporti di potere e delle loro dinamiche. Il gioco, nel corrispondere in questo senso al rito, rende gli individui consapevoli di diversi tipi e categorie di comportamento[50].

 

Una caratteristica del training era dunque quella di sollecitare aperture, domande, di liberare risorse inaspettate nel proprio rapporto con il conflitto, di incoraggiare uno sguardo ironico sui processi e sulle pretese verità dei propri e degli altrui comportamenti. Avendo una scarsa attitudine alla militanza “pura”, per me il training rappresentava propriamente l’appartenenza; era nella dimensione formativa – che non trovavo ragioni per distinguere da quella politica – che avvertivo il senso della condivisione e della relazione: voglio dire che coincidevano in quella fase della mia vita l’idea stessa che della politica mi stavo facendo e una prassi che prevedeva il confronto e la continua, non pedante, messa in discussione delle certezze e degli stereotipi.

 

Io non so quanto fossi consapevole fino in fondo di tutte le valenze socio-drammatiche, psico-drammatiche di un gioco di ruoli, di un role-playing, di una drammatizzazione. Non credo che fossi consapevole fino in fondo della valenza metaforica, per esempio, del farsi prossimo, però “Approssimazione” di Franco Cassano[51] l’avevo letto e quindi forse ero consapevole. Comunque non credo che fossi così dotato di una preparazione così sofisticata nella conduzione di un’esperienza di gruppo, però mi ricordo, per esempio, che per me era difficile raccontare a voi gli anni ’70 e allora, quando non ci riuscivo, passavo attraverso qualche suggestione, che era – per esempio – analizzare gli slogan di quella stagione lì, oppure guardare le fotografie o sentire le canzoni di lotta della tradizione del Partito Comunista, per capire come si fosse evoluta e come avesse costituito un fattore di emancipazione per ceti popolari, che erano esclusi dal diritto di cittadinanza. Io raramente facevo, quando toccava a me nella divisione dei compiti, lezioni frontali. Io portavo una cassetta musicale, una mostra fotografica, facevo un lavoro sugli slogan, facevo una simulata su uno scontro violento e poi su uno scontro nonviolento, usavo le diapositive, quindi la fotografia, ancora una volta. Invece il lato molto sofisticato di cui ero consapevole era un altro: che, lavorando in questo modo, le conclusioni non erano predeterminate e invece, nell’organizzazione politica, le conclusioni sono predeterminate e comunque le tira il dirigente. Io non tiravo conclusioni. Ero perfettamente consapevole di quanto fosse eversivo tutto questo, di quanto fosse però anche innovativo e fertile, ma non avrei mai detto “fertile”, avrei detto “giusto”.

 

Attraverso la frequentazione dei training, dei laboratori di animazione e di formazione al pensiero critico ho incontrato Pasquale, che li aveva introdotti nella FGCI e ne era l’animatore; era un incontro che avveniva su un piano straniante di per sé: lui era un dirigente in senso letterale, visto che aveva il ruolo di orientarci all’interno di un percorso educativo, eppure non somigliava per niente agli altri dirigenti, né le sue modalità di comunicazione a quelle classiche, piramidali di un’organizzazione politica. Il senso di responsabilità che ci sollecitava non era mai astratto, mai un atto di fede, ma al contrario un invito alla “autodefinizione” dentro esperienze concrete, dentro la relazione con gli altri. Il “non tirare le conclusioni” non era un atto mancato, ma perfettamente consapevole, e seppure arrivava a conclusione del training, lasciando magari spiazzati quanti si aspettavano una sintesi del lavoro giocato, ne era la premessa: l’argine flessibile dentro cui contenere percorsi variabili, di intermittenza e criticità. Questa premessa sovvertiva una delle regole fondamentali della cultura politica delle organizzazioni strutturate e “finalistiche” come la FGCI: quella del “dare la linea”, della definizione a priori di un modello di comportamento e delle forme organizzative e di comunicazione. Era la sperimentazione di un cambiamento di prospettiva, che tendeva a rimettere nelle mani dei singoli iscritti la possibilità di trarre conclusioni ed indicazioni su come proseguire il percorso: gli effetti di questa “riappropriazione” erano almeno duplici, perché incidevano sulla crescita personale e su quella politica e, di più, stimolavano la riflessione sulla possibile coincidenza – almeno in una fase della vita - di questi due piani.

 

Oggi direi che le vere risorse erano i compagni, risorse in termine aziendale, indice dell’egemonia del modello economico, che ho introiettato. Non mi ricordo come dicevamo, ma avevamo molta attenzione ai compagni. Volevamo che, specialmente per i più giovani, l’esperienza della FGCI “fosse nutriente” - non so se usassimo questa espressione - “fosse bella”. Io ci tenevo molto alla relazionalità. Sicuramente non usavamo questa espressione. Non so con quali parole parlassimo. Avrei bisogno di consultare i documenti, ma sono certo che il vecchio training nonviolento era diventato un modo diverso di fare formazione, un modo diverso di consentire ai compagni di coniugare il piano dell’impegno politico col piano della crescita e della relazione, e poi era diventato uno strumento di riflessione sulle modalità dell’organizzazione, del processo decisionale, dell’elezione dei quadri, della costruzione della linea politica. […] Non m’interessava formare quadri comunisti, m’interessava formare persone con la coscienza critica, con la capacità di analisi e, in particolare, attenti al sistema di guerra, al tema della violenza, e io questo lo facevo. E non mi ponevo più questioni identitarie, non dicevo più “sono comunista”, come a 18 anni. Io a 28 anni dicevo: “Faccio il funzionario di un’organizzazione comunista” e mi faceva ridere questa cosa, ma anche mi emozionava.

 

A questa sperimentazione la FGCI guardava con interesse, ne condivideva a tratti gli esiti, soprattutto nella fase in cui coglieva appieno e rielaborava gli stimoli culturali che il movimento aveva prodotto, ma il dibattito interno non era esente da conflitti e da perplessità. Il tema del conflitto non era soltanto la materia viva dei training e il pretesto per la creazione di un contesto fittizio entro cui misurare le metodologie e gli esiti della formazione, ma connotava il ruolo stesso di Pasquale come dirigente; stava dentro il principio di responsabilità nei confronti dell’organizzazione e del proprio lavoro, e in una  ricerca di condivisione all’interno di una riflessione sulla nonviolenza che riguardava tutti.

 

Però, per dire, noi facevamo fatica, e però avevamo un laboratorio interessantissimo di ricerca, azione, sulla riforma della politica. Altrove non era rimasto in piedi quasi più niente che facesse una riflessione, non sulla nonviolenza nella lotta, perché quella c’era e rimase egemone fino alla fine del decennio, ma sulla nonviolenza nell’organizzazione, nella comunicazione, nel trattamento delle persone, nel potere influenzativo dei singoli, dentro un’organizzazione. […] Gli elementi di conflitto erano enormi, però il conflitto è un modo di attraversare. E’ certo che non è che questa cosa passava liscia, anzi non è passata! Sto dicendo proprio che non è passata, però era presa in considerazione, suscitava dibattiti, i dirigenti nazionali si spendevano su questo piano, c’era una riflessione molto seria, molto condivisa e, quando si arrivava al conflitto, comunque le ragioni dell’altro si prendevano in considerazione. Eravamo uniti. Io non sono mai stato ostracizzato e sono sempre rimasto in rapporti amichevoli anche con quadri che la pensavano in un altro modo, soprattutto nella fase ’88-’90, quando era molto chiaro che non si sarebbe compiuto alcun processo congruente fino in fondo, ma allora dicevamo “coerente”, di rifondazione.

 

“Il conflitto è un modo di attraversare”. Questo concetto, che espliciteremo nel capitolo seguente, è a mio avviso la chiave di volta per leggere l’intera vicenda biografica di Pasquale e – in controluce – la cultura politica espressa dalle lotte nonviolente e dalle esperienze di “riconversione” di molte storie singole e collettive, di molte vicende umane e di organizzazione sociale. In questo caso, è anche un modo per spiegare la scelta di “mettere le mani in pasta” dentro la politica strutturata, provando a farne un mestiere e ricostruendo – attraverso la narrazione – i momenti di frizione, “le insanabili contraddizioni”, i limiti intrinseci. Ad accompagnare la ricostruzione nella memoria (ma per quanto mi ricordi anche le modalità di azione dell’epoca), c’è l’elemento fondamentale dell’ironia, quella capacità di leggersi con affetto divertito dentro situazioni che evidenziano il paradosso, e che esplicitano il limite di un comportamento non ortodosso,  estremamente comunicativo e relazionale, ma che non può essere ricondotto entro canoni prestabiliti.

 

Una volta, all’Aquila, dove la FGCI gestiva una rassegna multimediale di cultura giovanile, che era diventata tradizione e c’erano laboratori teatrali, cineforum, animazione coi bambini, dibattito politico, comizio del dirigente, il comizio del dirigente toccò a me e io feci un’animazione sul tema del razzismo. Credo fosse l’88: la cosa cominciava ad essere di attualità. Sul giornale regionale, che si chiama “Il Centro”, che esce in Abruzzo, nell’articolo venne scritto questo: “Quest’anno la FGCI ha fatto una scelta molto felice: non ha fatto il comizio politico. Al posto del comizio, un giovane brillante teatrante, Pasquale D’Andretta, ha proposto una divertentissima performance”. I dirigenti locali ritagliarono quest’affare, ne fecero fotocopie giganti e lo attaccarono dovunque e tutti ridevano del “giovane teatrante”, la quale cosa fu effettivamente buffa, per alcuni un po’ patetica, ma invece era profondamente sintomatica della rottura anche dei linguaggi canonici della politica. Io potevo farlo.

 

Nel 1989 Pasquale è ancora in FGCI, ha 31 anni ed è guardato con un misto di ammirazione e sospetto dai compagni dirigenti coetanei, che prendono atto della sua capacità di “divertirsi” e di utilizzare in maniera creativa quello spazio di elaborazione autonoma che l’organizzazione ha saputo non solo ritagliare, ma anche enfatizzare rispetto ai luoghi - molto meno elastici - di socializzazione della politica del Partito Comunista.

 

Tuttavia gli eventi della fine del decennio – che nessuno aveva potuto prevedere soprattutto per la rapidità e quasi l’incalzare travolgente – segnano la fine di un’epoca e l’inizio di un processo altrettanto precipitoso di ridefinizione identitaria e politica della sinistra storica italiana, che nelle modalità sbrigative richiama la brevità e l’incompiutezza della stagione di rinascita delle società civili europee dell’Est, alla vigilia della caduta del muro di Berlino. Un’altra primavera promettente si era conclusa troppo presto, e la speranza di una riunificazione culturale della tradizione comunista con quella socialdemocratica, nella prospettiva della creazione di una sinistra europea nuova, innervata dello spirito pacifista e delle idee di liberazione che gli uomini e le donne avevano espresso negli anni precedenti, si era consumata già nei primi mesi del 1990. L’accelerazione di processi che intendevano riformulare l’identità escludendo il confronto e la negoziazione; l’irrompere sulla scena sociale internazionale di urgenze che si esaurivano nella necessità di adeguamento al modello economico occidentale; il varco lasciato aperto dal disintegrarsi della “cortina di ferro” vissuto come miraggio e promessa di felicità e benessere per tutti; la fretta di cambiarsi d’abito e di nome per essere un altro cui non c’era tempo di dare sostanza e significato: tutti questi elementi concorrevano a travolgere culture che faticosamente avevano tentato di mettere radici, esperienze che avevano seguito percorsi interni, spesso poco visibili, e che si alimentavano del confronto su piccola scala, dello scambio di idee e dell’attraversamento – appunto – dei conflitti.

 

Il Partito Comunista Italiano si appresta a cambiare la propria fisionomia in tempi rapidi; forse anche quella mancanza di elasticità all’interno degli spazi di confronto contribuisce a lasciare in molti la sensazione dolorosa di un’occasione persa, di un processo di rinnovamento mancato. L’operazione della Bolognina[52] lacera le identità complesse, intrecciate, differenti della sinistra italiana: Pasquale, che nella primavera dell’89 aveva condiviso appieno le suggestioni del rinnovamento e dell’apertura dello scenario internazionale, percepisce la perdita non di un’identità collettiva, ma proprio della possibilità di concorrere a definire processi e modalità del cambiamento.

 

Della Bolognina mi ricordo tutto il fastidio, non per il contenuto dell’operazione, che metteva felicemente in crisi la riflessione sulla nostra identità, ma per le modalità, che mi sembravano giacobine, cioè comuniste, nel momento in cui si cambiava nome, e io questa cosa pensavo e penso tutt’ora perché uno, che in una conferenza stampa avvia una riflessione di quel tipo, passa alla Storia per quanto riguarda la storia delle dottrine politiche, se va bene, ma per quanto riguarda l’innovazione dei processi culturali, decisionali e di riflessione, insomma, per aver cominciato in quel modo, noi una riflessione sull’identità comunista non l’abbiamo fatta mai. Non l’abbiamo fatta mai!

 

L’identità stava nei processi, a quell’epoca lì. Dentro la FGCI rifondata, anche dopo l’88, eravamo dentro processi culturali, formativi, politici, comunicativi interessanti. Questa era la nostra identità. Comunista? D’accordo.

 

Mentre invece dieci anni prima, dodici anni prima, io affermavo la mia identità comunista pure se stavo mangiando un gelato nella villa comunale. E però dieci, dodici anni prima avevo 18 anni! E, paradossalmente, non c’era nessuna organizzazione comunista al mondo che mi soddisfacesse, quando mi dichiaravo “comunista”, mentre invece quando poi ero funzionario di un’organizzazione comunista, con una storia lunga così, la riflessione identitaria stava nella prassi, che però è un modo molto interessante e molto interno a quella storia, la prassi. Mentre invece la modalità adolescenziale era molto ideologica.

 

Dunque il tema dell’identità presenta qui diverse sfaccettature: il sentimento identitario non solo sta nei processi ma si identifica con essi; si sgancia dalla dimensione ideologica mantenendo le radici dentro una matrice storica – quella comunista – che non serve però più a definire e limitare la soggettività. Quel tipo di adesione astratta sembra anzi appartenere ad una fase della propria evoluzione, ad una età, mentre l’adesione concreta, compromissoria in senso letterale, indica percorsi diversi, meno diretti e più complessi, di costruzione più che di definizione di identità.  Non c’è nulla da rimangiarsi, nessuna statua da buttare giù né ritratti da bruciare: c’è la propria storia e le forme che ha assunto per relazionarsi all’esistente; ci sono anzi le storie, praticate, ascoltate e condivise, che si sono misurate con la realtà del cambiamento sociale e che da molto tempo non si identificano più con alcuna icona dell’apparato ideologico ed agiografico comunista.

 

Anche in questo caso è comunque interessante notare una sorta di intima corrispondenza tra la biografia di Pasquale e il corso della storia. A trent’anni, in un’epoca della vita in cui comunque avrebbe dovuto lasciare l’impegno in un’organizzazione giovanile, si ritrova di fronte, essendone appena uscito, alla fine oggettiva di quella esperienza e alla necessità di operare un’altra scelta che risponde a diversi criteri: la piena adultità, l’emergere di altre opportunità dentro cui spendere l’esperienza acquisita fino ad allora, la continuazione del tentativo – con minor slancio questa volta - di far corrispondere l’impegno politico ad un mestiere. La fine dell’egemonia culturale del pacifismo cui Pasquale fa riferimento, non è senza conseguenze anche per quei soggetti che intendono difendere quella cultura in un contesto che va rapidamente degenerando, e anzi farne il proprio motore di azione sociale e di mobilitazione negli anni a seguire, a partire da quell’evento tragico e “rivelatore” – poiché rendeva la guerra di nuovo possibile non solo nella realtà, ma anche proprio nell’immaginario collettivo occidentale - che è la prima guerra del Golfo[53].

 

L’ARCI è una grande associazione culturale, con un milione e mezzo di iscritti e una solida tradizione di radicamento popolare, che poggia le sue basi sulle antiche forme solidaristiche e mutualistiche sviluppatesi nel secondo dopoguerra, come le Case del Popolo e i circoli dopolavoristici. La sua fisionomia alla fine degli anni ’80 era ovviamente evoluta: le attività dell’associazione rispecchiavano le problematiche sociali e culturali dell’epoca, e traevano ispirazione dai temi del pacifismo, dell’ambientalismo, dell’antirazzismo, del volontariato. In questo senso l’ARCI faceva parte di quell’arcipelago di nuove realtà associative che caratterizzava il panorama della società civile attiva italiana, e che si candidava a raccogliere le istanze di giustizia sociale e di partecipazione che i cittadini esprimevano, “orfani” dei grandi partiti di massa e delle forme tradizionali di rappresentanza[54].

 

Ma l’ARCI è la più grande e la più “anziana” tra le isole di questo arcipelago, e risente sia nell’organizzazione interna e negli organismi dirigenti, sia negli orientamenti politici spesso riflettenti quelli istituzionali, delle modalità più convenzionali e meno trasparenti dell’appartenenza, della rappresentanza, dei processi decisionali. Pasquale, chiamato ad un ruolo di funzionario dell’associazione, a partecipare da vicino ad una funzione di potere – come segretario politico del Presidente - avverte l’incongruenza e “resiste” due soli anni: non si tengono insieme in quel contesto i contenuti e le forme della politica; ci si dà – quanto consapevolmente? – una missione, che individua contenuti ed obiettivi  nobili cui tendere con urgenza, anzi in una quasi perenne condizione di emergenza, e non c’è più tempo né spazio per l’attenzione alle modalità, alle forme, alle regole del gioco.

 

Con la fine dell’esperienza in FGCI finiscono gli anni ’80, finisce quella che comunque era un’egemonia culturale del pacifismo nelle relazioni internazionali e della nonviolenza nelle modalità di espressione di lotta, quantomeno, e finisce il pezzo della mia storia dedicato all’impegno politico attivo, felicemente, senza contraddizioni, senza lacerazioni. Paradossalmente, faccio per altri due anni il funzionario nell’ARCI, chiamato dal Presidente dell’ARCI, e proprio quando arrivo all’ARCI, che è un’associazione ricreativa e culturale, immersa nel sociale e che non ha niente a che vedere con la tradizione comunista, lì mi ritrovo chiuso in un ruolo funzionariale per il quale mi scopro inadeguato. Tiro per un po’ ma non mi piace, eppure faccio delle esperienze eccezionali all’indomani dell’89, per capire che cosa stesse succedendo in Europa, ma non si combinavano più le due dimensioni della politica e della cultura, dell’attenzione ai contenuti e dell’attenzione ai processi. C’era di nuovo la doppia morale, che non era solo il fatto che forse sono stato pagato con i soldi di Greganti, ma era il fatto che in FGCI perlomeno si denunciava l’incongruenza o l’incoerenza fra le dichiarazioni di principio e i processi organizzativi, nell’ARCI, come in tutto il resto del mondo, nemmeno quello. Contenuti, esperienze molto interessanti, modalità organizzative assolutamente incongruenti e molto di più che incongruenti. […] Figurati se fossi arrivato al Partito Comunista! Non avrei retto i due anni che ho retto all’ARCI, avrei retto due giorni, considerando che ero ormai un “disadattato”, perché ero uno che pretendeva congruenza fra mezzi e fini, fra contenuti e processi, che non concepiva il fatto di svolgere un ruolo e di avere il potere influenzativi come premessa per fare la carriera. Io nell’ARCI, come in qualunque altra organizzazione, non c’entravo niente: questa è stata l’amara scoperta. E, se ho retto due anni nell’ARCI, era perché c’erano gli amici miei e comunque ho sofferto, non mi bastava. Mi sentivo scisso.

 

Nella FGCI mi sentivo integrato, termine che non avrei mai usato allora. Mentre invece sapevo benissimo già allora, alla fine degli anni ’80, che a  me piacevano due cose nella vita: studiare e occuparmi di educazione e fare politica. Quando queste due cose le ho tenute insieme, giravo alla grande, quando queste due cose divorziavano per qualche periodo, stavo male.

 

Dunque nella grande associazione che ben rappresenta quella realtà molto vasta di solidarietà, volontariato e cooperazione che sarà il terzo settore è difficile coniugare i contenuti e i processi. Il paradosso sta proprio qui: quello che era possibile fare in un’organizzazione di partito solo qualche anno prima non è più possibile dentro una realtà in teoria più elastica, non connotata dal punto di vista dell’appartenenza ad una fede politica, e che si propone di interpretare e rielaborare i contenuti nuovi di una società in profonda trasformazione. Le spiegazioni sono diverse: sicuramente va rilevata la posizione di Pasquale in un ruolo di segreteria politica, molto vicina al “vertice”, ma forse pesa più in generale la mancata corrispondenza alle attese di rinnovamento della politica, e una modalità di azione che vede l’emergenza come tratto caratterizzante. La guerra del Golfo prima, e soprattutto quella dei Balcani poi; la necessità più generale di colmare i vuoti istituzionali di intervento sociale, costringono i soggetti che hanno iniziato un’azione sempre più capillare di interventi di volontariato, e di vertenza autorevole nei confronti delle istituzioni, ad esserci sempre e comunque, a rispondere in tempi rapidi e con i mezzi a disposizione alle urgenze e al continuo spostarsi dei confini del conflitto, in senso letterale e in senso lato. Se da una parte l’ARCI acquista peso e rilevanza nel “mercato politico”, dall’altra perde progressivamente il contatto con le forme che avevano innovato la cultura politica qualche anno prima; all’idealità del gioco come strada possibile per realizzare e praticare a fondo la relazione tra le parti, non può che contrapporsi il realismo della politica, dell’ubi maior, della separatezza, sia pur dolorosa, tra fini e mezzi. Le emergenze di varia natura – anche quelle che non hanno a che fare con i drammi della guerra, ma che rispondono a criteri di visibilità e “presenza” – fanno riemergere il luogo comune che vuole vi sia “un tempo per pensare ed uno per agire”: formalmente non è messa in discussione la democraticità delle modalità di condivisione dei processi, ma di fatto esse rischiano lo svuotamento, la perdita di complessità, l’appiattimento ad una dimensione a-conflittuale, maschile, univoca.

 

Quindi, qui c’è un elemento tutto mio di vicenda biografica: da funzionario comunista di una organizzazione come la FGCI mi trovo in qualche modo al riparo da questa contraddizione, perché mi trovo dentro una piccola organizzazione giovanile, con un ruolo mirato sull’educazione alla pace e sulla formazione, e riesco a tenere insieme contenuti e processi del mio fare politica di tutti i giorni.

 

Tra il ’90 ed il ’92 mi trovo nell’ARCI, una grande associazione, non più collaterale ormai a nessun partito, con grande autonomia, con una soggettività spiccata, capace di parlare alle culture più diverse, ma che forse proprio per la sua forza sta a pieno titolo sul mercato politico in senso lato. Lì dentro, processi e contenuti nella mia vicenda non vanno più d’accordo. […] Se io non dico una bugia a te, per una nostra vicenda amicale, non voglio essere costretto a dirla neanche in comunicato stampa, invece nel comunicato stampa la bugia si dice e non è bugia. Io questa cosa qua dopo l’89 non l’ho sopportata più, mi è arrivata alla gola, è stato un processo di saturazione. È capitato mentre stavo nell’ARCI, ma il problema non era l’ARCI, il problema era la rifondazione della politica che non arrivava, la rifondazione delle idealità socialiste e comuniste che non decollava, il dibattito su questa nostra storia e sulle sue venature internazionaliste che non si faceva, perché si faceva il dibattito sulle mozioni, numero uno, numero due, numero tre, con le alleanze, con le logiche amico-nemico, riprodotte in sedicesimo persino nelle sezioni di base, di quartiere. È da questa cosa che io sono scappato, e dentro questa cosa io non riuscivo più a rintracciare i fili della mia continuità politica e ideologica.

 

È dentro questa cosa che io non mi sentivo più di lavorare per un’idea, non mi sentivo più dentro un percorso in continuità con chi mi aveva preceduto, dentro un’appartenenza. Io volevo andare alla radice delle cose in quel momento in cui la storia sembrava che ci richiamasse ad un impegno di questo genere, invece mi sono ritrovato alle prese con gli strumenti della politica di sempre.

 

“Andare alla radice delle cose” è chiaramente molto diverso dallo “stare in tutte le cose”: implica un approccio riflessivo che fa i conti con la soggettività, con il senso del limite, e che, lungi dal contrapporsi alla dimensione collettiva, ne indaga però la natura e le ragioni, e ne verifica di continuo le condizioni. La rottura di Pasquale con il mestiere di funzionario, con la politica di professione, non è un buen retiro, non è l’allontanamento sdegnoso da una realtà partecipata, conflittuale; è invece ancora una volta la capacità di lettura sensibile del proprio percorso dentro percorsi più vasti, la scelta di vivere il contrappunto tra dentro e fuori, tra l’età, la storia personale, e quella del mondo. Non è tutto sereno, non tutto chiaro e limpido: anche questa rottura, che non è con l’opzione violenta dell’agire che suggestionava gli anni giovanili, ma con quella non nonviolenta dell’esperimento maturo di fare il politico di professione, è dolorosa, e interroga sugli arresti, sulle sconfitte, sull’inadeguatezza. Non è solo l’equilibrio interno ad incrinarsi, quello della corrispondenza alle aspettative degli altri e ad un ruolo assegnato, ma è proprio lo scenario esterno che muta, in una direzione inquietante ed incerta. La perdita di riferimenti certi a livello politico, il cambiamento antropologico e culturale della società italiana e in particolare dei giovani, la deriva qualunquista dei bisogni e delle aspettative delineano un quadro di instabilità che interroga le ragioni e l’orizzonte del proprio operare.

 

Mi sono detto: - trentatré anni ce li avevo, quando sono venuto via erano trentaquattro quasi – “se resto qui dentro devo essere pronto a ben altro”; forse mi spaventava più la prospettiva che il presente.

 

Allora, veniva fuori già il fenomeno: nel ’92 è stata celebrata la marcia su Roma con un corteo di 50.000 persone a colpi di saluti romani sotto il balcone di piazza Venezia. 

 

Di fronte a quell’evento non mi bastavano i comunicati stampa di condanna o di ridimensionamento, invece ero subissato di comunicati stampa e probabilmente qualcuno lo avremo fatto a nostra volta [come ARCI, ndr], magari lo avrò fatto io.

 

Stava succedendo qualche cosa, i ragazzi si tagliavano i capelli e si mettevano le camicie nere. Infatti di lì ad un paio di anni sarebbe successo sì qualche cosa, io non vedevo prendere sul serio questo rivolgimento culturale, questo è il punto.

 

Non è forse per caso che ricordo molto meno Pasquale alle prese con i comunicati stampa che non con altri strumenti di scrittura e comunicazione. Il comunicato stampa è un ottimo strumento per affermare, ma risulta meno utile quando si tratta di ascoltare. Ed è sull’ascolto, sulla necessità di comprendere e di sostenere gli altri nella comprensione reciproca che si basano il suo lavoro e le competenze relazionali che ha ormai acquisito in questi anni. È dunque in questa direzione che prosegue questa storia di vita: verso il desiderio di capire perché 50.000 persone celebrano rumorosamente la marcia su Roma, perché molti giovani si mettono la camicia nera, dentro quali luoghi e per quali vie di socializzazione o più probabilmente di solitudine matura la perdita di memoria storica, di senso dello Stato, come affrontare il conflitto fuori e dentro di noi senza esserne travolti. L’unico modo per capire è stare dentro ai processi, ma questa volta da un’altra prospettiva: quella della formazione, dell’educazione alla pace, anzi, come dirà lo stesso Pasquale, dell’educazione al conflitto: dove l’esposizione non è una relazione scritta in una riunione paludata, ma un gioco delle presentazioni tra persone disposte a cerchio in un laboratorio interattivo, e la visibilità non il grado di riconoscimento del proprio potere, ma lo sguardo che ci si scambia mentre ci si racconta di sé.

 

 

 

Capitolo 4.

 

Approdi. Percorsi di formazione per educare al conflitto e alla complessità

 

 

“La gioventù di oggi è corrotta nell’anima, è malvagia, empia, infingarda. Non potrà mai essere ciò che era la gioventù di una volta e non potrà mai conservare la nostra cultura”.

(Da una tavoletta di argilla babilonese, ca. 1000 A.C.)

 

 

La dimensione del conflitto, cui la narrazione rimanda di continuo, non è dunque un aspetto incidentale dell’esistenza umana, né la condizione specifica di un “militante” o di un certo tipo di azione politica. Essa è invece una dimensione propriamente antropologica, connaturata al cambiamento e alle relazioni[55]. Il percorso biografico di Pasquale evidenzia la sperimentazione di tentativi di attraversamento, di apprendimento e talvolta di risoluzione dei conflitti; il carattere analitico e di ricostruzione del racconto apporta consapevolezza e senso a tale percorso. La scelta di rompere con la politica “di mestiere” non è – come abbiamo visto - quella di evitare di assumere il conflitto che la politica esprime, ma è invece quella di spostare il piano di tale assunzione dalle forme congelate, asfittiche delle logiche di potere, a quelle mobili, a misura d’uomo e di donna dei luoghi di aggregazione, di apprendimento e di socialità del territorio: le scuole, le cooperative, le associazioni; tutte realtà che esprimono il bisogno di opportunità formative e di crescita sui temi della pace e della convivenza. Lo strumento di intervento può dunque essere quello dell’educazione alla pace, della formazione e delle competenze relazionali che l’esperienza di vita mette finalmente a disposizione.

 

Scrive Daniele Novara, fondatore e direttore del Centro Psicopedagogico per la Pace e la gestione dei conflitti (CPP) di Piacenza, il principale organismo professionale italiano nell’ambito dell'educazione alla pace: “L’educazione alla pace è un processo di alfabetizzazione relazionale nel cuore dei processi sociali del nostro tempo, per garantire agli attori sociali, a partire da quelli che sono i protagonisti dei momenti formativi, la capacità di leggere, di riconoscere e di produrre una cultura che sappia vivere il conflitto come un potenziale di crescita. È un processo che nasce nella relazione. Non si tratta di insegnare contenuti pacifisti, ma di riconoscere la possibilità di uno scambio continuo con l'altro. L'educazione alla pace ha la necessità di rivedere sempre i contenuti che vengono trasmessi da una generazione all'altra, specialmente nell'ambito dei temi legati al nazionalismo, al razzismo, all'intolleranza, ma non va dimenticato che il razzismo e l'intolleranza sono comunque delle consegne che agiscono a livello relazionale, in termini subliminali, e non di trasmissione diretta.”[56]

 

Insomma, l’educazione alla pace non è concepita per consegnare modelli di comportamento corretti già confezionati, quanto per intervenire trasversalmente nello scambio tra individui o tra gruppi e per sollecitare la presa di coscienza della complessità[57]. Nella vicenda biografica di Pasquale assumere la complessità comporta la dismissione dei ruoli preordinati e semplificati, e la scelta di definirsi – ancora una volta in relazione all’età, all’esperienza, alla valutazione consapevole di opportunità e limiti – nel ruolo di formatore ed educatore, con tutta la portata culturale, politica, antropologica che tale scelta comporta. Da quasi dieci anni, ormai, Pasquale lavora con le scuole e con il terzo settore: cooperative, associazioni di solidarietà e volontariato, Botteghe del Mondo; con gruppi di adulti intenzionati a formare il personale o i volontari che impiegano. Il lavoro, basato su laboratori esperienziali con tecniche interattive, verte sulla comunicazione, sui processi organizzativi, decisionali;  spesso al centro del progetto c’è il tema dell’antirazzismo, dei diritti e dell’educazione al conflitto in chiave nonviolenta.

 

Quando si fa lezione e quando si spiegano ai ragazzi le famiglie dei diritti, non ci sono tatticismi e politicismi che contano, bisogna dire che ci sono i diritti civili e politici, i diritti economici e sociali e che ad un certo punto nell’Europa divisa in due, che loro non hanno vissuto, a Ovest i diritti civili e politici hanno avuto senz’altro più risalto, più spazio; a Est c’erano solo i diritti economici e sociali. Mentre queste due componenti che alludono ai bisogni della persona umana vanno tenuti insieme, per esempio.

 

Allora, ridotto ai suoi minimi termini, senza gli orpelli del dibattito politico, delle logiche di schieramento, dei tatticismi che poi passano nelle emozioni o nei comunicati stampa, qui ti misuri con le cose, nella loro pregnanza storica e nelle loro ricadute nell’attualità. E più sono giovani gli interlocutori, più vogliono capire e più danno significati diversi a queste parole che per me sono calde e per loro aspettano di avere una connotazione oppure sono già stanche, ripetute, sono distanti.

 

Io qui mi diverto e qui vedo una continuità con il fare politica, non degli anni ’70, nemmeno dei primi anni ’90, ma di quei famosi anni ’80 per come li ho vissuti io naturalmente, gli anni ’80 della cooperativa a S. Severo, gli anni ’80 dei Centri di Iniziativa per la Pace della FGCI e,  in mezzo,  i comitati per la pace.

 

L’accenno alla continuità con il percorso politico non è casuale: Pasquale sostiene che la professionalità di educatore acquisita negli anni sia “una leva politica per far crescere persone che abbiano una coscienza, che sappiano in che mondo vivono e che siano alfabetizzate per orientarsi nella politica, nell’economia, nella storia, nella geografia, che abbiano senso critico”.  Non si tratta di attivare una modalità ideologica, ma eventualmente di scardinarla, e di mettersi in gioco in prima persona, modulando l’intervento formativo secondo una metodologia che esclude la rigidità e che invece interpreta attentamente i contesti. La scuola in particolare sembra essere un laboratorio privilegiato per la sperimentazione di percorsi formativi diversi affiancati a quelli tradizionali, ma anche per la verifica sistematica di categorie interpretative e di apparati simbolici e ideali, propri e degli altri; la differenza anagrafica determina una prospettiva, e favorisce l’individuazione di sé come educatore in un gruppo di non pari. Inoltre, la presenza di tante soggettività e sensibilità differenti impone un forte approccio inclusivo che valorizzi le singole storie, e che sostenga i diversi gradi di accesso all’ascolto e alla critica.

 

Adesso sono un professionista e rispetto le regole del gioco, per cui se faccio un lavoro con un’associazione sono più esplicito nella proposta di valore, dichiaro l’appartenenza, esplicito le mappe, i riferimenti ideali e valoriali. Se invece opero con una scuola, sono addirittura più misurato, perché nella scuola c’è di tutto ed è fondamentale che la scuola sia di tutti e che dentro ci sia di tutto. […] Lavorare per la scuola dà l’opportunità interessantissima di misurarsi con grandi narrazioni, diverse dalle mie e non solo per ragioni anagrafiche, ma perché fanno riferimento a destra, per esempio. A racconti famigliari, ad appartenenze famigliari, a suggestioni politiche vissute in prima persona dichiaratamente di destra. All’inizio degli anni ’90 potevamo anche dire dichiaratamente neofasciste, almeno sul piano della simbologia, adesso è diverso. Poi misurarsi con i ragazzi giorno per giorno, nel decodificare i messaggi dei media, della televisione, smontare il giocattolo, imparare insieme come funziona: io credo di fare politica in questo modo. Non mi interessa poi dire come la penso io, io penso che sia importante imparare a smontare il giocattolo dell’informazione, per esempio. Oppure riflettere sulle modalità dello stare insieme.

 

Mi preme osservare che questa attività dello “smontare il giocattolo” più che essere un facile preludio alla ricostruzione, sembra corrispondere ad un’etica vera e propria: uno sfrondare, un togliere e disvelare connesso e interno al proprio agire, ad una scelta di vita. Il giocattolo da smontare è l’oggetto che Pasquale si porta dietro nel corso della vita: un’efficace metafora del potere, del quale di volta in volta è possibile mettere a nudo gli ingranaggi e le funzioni meccaniche. È singolare anche notare la contrapposizione tra l’uso del termine “giocattolo” e quello di “giocare”: il primo rimanda ad uno strumento già dato, limitante, creato altrove rispetto al contesto; il secondo indica animazione e libertà di inventare, protagonismo di chi gioca, con esiti e strumenti di volta in volta differenti, imprevedibili. Giocare serve appunto a “scoprire”, a prendere coscienza di sé e delle potenzialità di interrelazione con l’ambiente. La funzione della formazione, nell’accezione del gioco, è forse dunque quella di togliere piuttosto che aggiungere sapere, rendere consapevole l’altro della propria soggettività differente e della propria posizione mobile, dinamica, in relazione al mondo. È evidente che in questa prospettiva il lavoro con i ragazzi diventa particolarmente stimolante, e che è dentro i contesti giovanili che questa mobilità si fa laboratorio, sperimentazione, cambiamento.

 

E stare dentro la vicenda scolastica mi piace molto, anzi ci sto perché nella scuola, soprattutto in una realtà come Roma, dove ci si va davvero un po’ tutti, non solo alla scuola di base ma anche ai primi anni delle superiori, succedeva già prima dell’innalzamento dell’obbligo, si incontra uno spaccato assai più rappresentativo della società per quello che è. Forse lavorando nell’associazionismo questo non accade, per questo ho bisogno di lavorare per molti mesi all’anno nella scuola, perché nell’associazionismo non lo trovi il fascista, nell’associazionismo non lo trovi il delinquente, non lo trovi quello che crede nella ragione delle armi brutalmente o quello che non si fa troppe domande sul circuito televisivo.

 

Il tema della differenza riguarda insomma l’educatore, non soltanto perché va declinato e trasmesso nei suoi molti significati, ma perché mette direttamente in gioco i suoi valori, la sua cultura, la sua autodefinizione. Il ragazzo “fascista”, o affascinato dalla violenza, è anche più giovane di venticinque, trent’anni del suo educatore: è anagraficamente prima che culturalmente diverso, ed esprime bisogni che vanno accolti ed ascoltati anche a partire da questa consapevolezza di distanza, di differenza.

 

È qui importante rilevare che il problema delle rispettive posizioni nella relazione, investe direttamente il dibattito aperto sui mutamenti in corso nel rapporto tra le generazioni. A proposito di questo aspetto, il sociologo Raffaello Ciucci[58] parla di isole di prossimità generazionale, a significare la progressiva mancanza di differenziazione, di asimmetria tra le generazioni, poiché la trasmissione di cultura è riassorbita dalla continua produzione e comunicazione di nuovi stili sempre meno differenziati. Questa asimmetria perduta, questa sorta di prossimità sterile e a-conflittuale, si concretizza in un senso di empasse delle generazioni nuove, che entrano in una sorta di adolescenza interminabile, e in una perdita di senso dell’esperienza per le generazioni precedenti. Scrive infatti Ciucci: “[…] Si diffonde la tendenza a ridimensionare la portata e il significato dell’asimmetria intergenerazionale e del potenziale di conflitti in essa contenuto. La separatezza della condizione giovanile si stempera, lo stile di vita “giovanile” si estende ben oltre i confini anagrafici, la conflittualità tra generazioni appare depotenziata. In contesti caratterizzati da elevata complessità, la reversibilità allenta i vincoli di ogni scelta definitiva, rinvia il confronto con una realtà potenzialmente deludente e consente un controllo (seppur precario e parziale) della crescente incertezza dell’ambiente. Le strategie dilatorie e reversibili danno luogo a una moratoria senza conflitto: mentre si salvaguardano chances temporaneamente non utilizzate, la visibilità e la cogenza delle contraddizioni si smorzano e le soluzioni apertamente conflittuali si allontanano”[59].

 

In una società che tende a rimescolare i confini e i limiti delle possibilità, e che attraverso la saturazione dell’immaginario intorno al desiderio, all’orizzonte di vita, interrompe di fatto il passaggio di cultura e memoria tra generazioni diverse, la vita stessa tende ad esaurirsi nell’esperienza di una giovinezza che va protratta ad libitum, pena la perdita di visibilità e di parola, e l’oblio. Non c’è posto per la morte in questo scenario di “giovinezze infinite”, o quantomeno di prossimità generazionali che escludono il tratto deciso della distinzione, del riconoscersi diversi, con conseguenze preoccupanti per la stessa possibilità di rigenerazione della cultura. Scrive ancora Ciucci: “Le società e le culture che privano la morte di dignità simbolica e che riducono le attese e i significati della nascita incontrano gravi difficoltà nell’ospitare e nel trattare simbolicamente il transito delle generazioni. In questa prospettiva, sia lo stato di moratoria che le strategie della reversibilità non rivelano solo la crescita delle incertezze, che consiglia il rinvio sine die di ogni scelta definitiva, ma rappresentano anche il tentativo di sospendere simbolicamente il transito tra le generazioni. Nelle società occidentali gli elementi strutturali che definiscono l’adolescenza interminabile si coniugano felicemente con alcuni importanti tratti culturali tendenti a “fermare il tempo”: in questo abbraccio i passaggi ri-generativi (non solo quelli generazionali) vengono imprigionati, talora soffocati”[60].

 

Favorire tali passaggi ri-generativi e tali transiti generazionali è senz’altro il compito ultimo della formazione e dell’educazione. Attraverso la sollecitazione alla curiosità, un rapporto vivo con la memoria e la trasmissione di strumenti per l’acquisizione di consapevolezza e di senso critico, l’educatore – nelle sue più ampie accezioni -  è in grado di orientare all’attraversamento e alle scelte. Naturalmente, a condizione che si percepisca pienamente come educatore: adulto, responsabile, differente.

 

La prima responsabilità educativa è accettare di essere ormai adulti, adulti maturi, perché, se uno non diventa mai adulto e continua a fare l’adolescente, non c’è posto per un altro adolescente, per suo figlio. Insomma, a un certo momento devi fare il padre, devi fare il professore, devi fare l’educatore, se no l’adolescente come fa a trasgredire, e quindi a prendere coscienza di sé? Poi devi anche fornire un codice normativo. Io faccio parte di una generazione di adulti, soprattutto maschi adulti, padri, che non sono in grado di fornire regole, però almeno me ne rendo conto, perché professionalmente capisco che è così. […] Io credo che questa cosa ai ragazzi gliela dobbiamo, perché se non facciamo gli adulti loro non possono fare i ragazzi, non possono crescere. E poi gli dovremmo anche un po’ di più il senso delle regole, che poi ti lascia comunque la responsabilità di aderire o di obiettare, ma è il senso delle regole, la regola intesa come rispetto degli altri.

 

Il senso del tempo è dunque la condizione essenziale per entrare in relazione con l’altro da sé. L’attribuzione di responsabilità da parte dell’educatore permette la creazione di una sorta di setting in cui è possibile agire i vissuti delle persone; il gruppo o il laboratorio formativo è così dotato di una “rete di protezione” che permette la narrazione di sé e la libera espressione in un contesto definito, reso accogliente e controllato dall’educatore. Diversamente dunque da una modalità formativa che chiede oggettività, attendibilità dei contenuti trasmessi, il pensiero educativo che si fonda sulla centralità della relazione tra chi educa e chi è educato intorno a contenuti e compiti, propone l’attendibilità del contesto entro cui si agisce, il rigore delle regole del gioco, la percezione del tempo e delle sue implicazioni, e la libertà e creatività delle narrazioni individuali. “La scena educativa, che è stata dominata dal paradigma programma-istruzione-controllo, si trova nella condizione di ricercare le vie per farsi abitare dal paradigma relazione-riconoscimento-evoluzione. In questo senso sembra decisiva la capacità d’uso “al presente” dei segnali, dei materiali e delle risorse disponibili, nel tentativo di valorizzare i percorsi di apprendimento in costruzione e quindi le storie in atto nella relazione e nelle situazioni di apprendimento. Nella relazione asimmetrica di insegnamento/apprendimento l’ascolto della domanda di chi apprende e di chi insegna, e dei suoi segnali, è già azione”[61]. E a questo proposito osserva Bateson: “L’apprendimento dei contesti della vita è cosa che deve essere discussa non come fatto interno, ma come una questione di relazione esterna tra due creature. E la relazione è sempre un prodotto della descrizione doppia. È corretto (ed è un grande progresso) cominciare a pensare le due parti come due occhi, che separatamente forniscono una visione monoculare di ciò che accade, e insieme una visione binoculare in profondità. Questa visione doppia è la relazione”[62].

 

Asimmetria contestuale e generazionale; visione doppia (o molteplice) dell’azione che si produce; costruzione e ri-costruzione di storie: sono queste le condizioni che permettono l’azione educativa e che riflettono la scelta di percorsi formativi che mettono al centro non l’imprescindibilità di un Sapere, ma la parzialità dei saperi,  non la singolarità dell’Essere ma la molteplicità delle vite vissute, attraverso un’etica della prassi che mira a liberare la formazione dalla tragedia della sola ripetizione, per avvicinarla al processo di apprendimento e alla sua emersione nel presente vivo dell’esperienza.

 

Nel mio lavoro educativo io ci tengo ad attribuire alle diverse stagioni della vita diverse opportunità, diverse responsabilità, e questo periodizzare sulla mia vita, significa indagare costantemente i nuovi possibili significati che ciascuna di queste stagioni può rivestire. Questo mio periodizzare non lo sento come attendibile, è molto soggettivo. Noi giochiamo con la nostra autobiografia, facciamo delle ricostruzioni che sono sempre intenzionali e quindi in qualche modo condizionate. Allora non esiste la ricostruzione attendibile.

 

È importante imparare a fare ricostruzioni frequenti ed essere allenati a ricostruzioni progressive, in maniera tale che poi fai interagire tutte queste versioni, che costruisci nel corso del tempo. In questo, essendo io molto ordinato e anche molto preciso nelle ricostruzioni autobiografiche, credo di fare molta fatica a investigare gli angoli morti e gli angoli bui, a rimettere in discussione delle ricostruzioni, perché mi rendo conto che, anche a distanza di anni, ritorno sugli stessi eventi attribuendo gli stessi significati e ricostruendoli con le stesse modalità, allora ogni tanto cerco di mettermi in crisi con qualche stimolo eterodosso, e qui però ho bisogno di farlo in un gruppo, in un gruppo di formazione, oppure utilizzando un testo, che ti consenta magari di giocare con te stesso.

 

Però l’essenza del pensiero autobiografico credo sia questa. Il pensiero autobiografico è ermeneutica, ricerca, non è metafisico, veritativo. E poi l’identità si costruisce nell’ascolto di sé, nella ricostruzione, poi nel negoziato con gli altri, nel conflitto, nel racconto reciproco.

 

Parte di questa ricerca “non veritativa” è l’acquisizione della consapevolezza del proprio continuo riferirsi a mappe mentali, che orientano e delimitano rispetto al territorio, ma che non sono il territorio[63]. Nel corso di un laboratorio formativo per volontari di un’associazione sportiva chiaramente “di destra” a Latina, i ragazzi partecipanti sono attratti dalle modalità formative di Pasquale, ma è facile immaginare qualche sospetto verso l’insegnante venuto da chissà dove, appartenente in modo evidente ad altra area politica, e che forse sta per dire “come bisogna fare”. Ma l’esplicitazione delle mappe non implica l’auto-attribuzione di un’identità politica – il che equivarrebbe a postulare una distanza non funzionale, inespressiva – ma invece a sollecitare nell’altro la presa di coscienza delle proprie categorie interpretative ed eventualmente la loro messa in discussione. Il tema, ancora una volta, è quello della decostruzione, del giocattolo da smontare: la capacità di lettura dei contesti e delle relazioni che li animano.

 

Uno di questi ragazzi ad un certo punto mi dice: “Ma quello che lei sta dicendo adesso lo sta dicendo come opinione personale o lo sta dicendo come professore e quindi bisogna fare così sennò non si è volontari?” Io ho detto: “non è molto diverso, nel senso che le mie opinioni personali sono nutrite di conoscenze, relazioni ed elaborazioni molto molto ricche, producono mappe molto più dettagliate e funzionali delle tue. Ma nessuna mappa rende conto fino in fondo del territorio. Ho una mappa più ricca in questo ambito, ma non è il territorio”. [...] L’attività educativa è aiutare i ragazzi in primo luogo ad affinare i loro strumenti di decostruzione, che poi significa “di lettura dei contesti”, delle relazioni di potere, delle eredità, delle inerzie che giocano a determinare le relazioni di potere, la struttura dei contesti, e quindi delle possibilità, sempre limitate, a volte modeste, di intervenire creativamente. “Intervenire creativamente” vuol dire intervenire in maniera originale, non con un’idea brillante, ma con un’idea propria, intervenire in prima persona, sulla base delle proprie istanze, nel rispetto della propria storia. Quindi è chiaro che da questo punto di vista la decostruzione è il cuore di un lavoro educativo, soprattutto in una stagione come questa e soprattutto se del lavoro educativo vedi tutta la politicità che incorpora. È chiaro che per me fare lavoro educativo non vuol dire portare il giornale in classe, e criticare l’ultimo provvedimento del governo. No, perché non costituisce alcun argine, non rispetta il setting, non è corretto. Io, nemmeno quando sto con gli adulti e sto conducendo un laboratorio o un incontro di formazione, faccio delle valutazioni sui fatti della politica, perché in quel momento sono molto autorevole e perché quello non è lo spazio giusto. Però aiutare le persone, indipendentemente dall’età, ovviamente i ragazzi con più sollecitudine, con più cura, a implementare il pensiero critico, cioè a riconoscere tutto il potere che sentono, a sottrarsi a rapporti simmetrici umilianti, oppure a non collaborare con meccanismi magari violenti di relazione, di sopraffazione, in cui non si crede e, nello stesso tempo, di vedere come funzionano questi meccanismi, per potersi sottrarre, per poterli contrastare, quantomeno per riconoscerli: questo mi pare ancora più importante e più fondamentale, in un certo senso. Poi le scelte politiche vengono dopo, vengono su quella base.

 

Ritorna dunque il tema della politica, che non ha a che fare con etichette da mettersi addosso o da mettere ad altri, ma invece con la percezione del senso che si dà al lavoro educativo e formativo. Mi sembra cioè che questa attenzione alle storie individuali e ai singoli percorsi biografici, questa enfasi posta sull’intervenire in prima persona non vogliano tuttavia significare lo sviluppo di percorsi isolati, né favorire l’evolvere solitario di competenze competitive, quanto invece sostenere rapporti dialogici, paritari nella differenza, espressivi di diritti. I soggetti cui Pasquale rivolge l’offerta formativa sono cittadini più che qualsiasi altra cosa: operatori, volontari, funzionari, cooperanti, studenti. Sono persone cui è temporaneamente attribuita una funzione sociale, ma la cui crescita riguarda più in generale l’intero percorso di vita e la possibilità di poter scegliere, rinnovarsi, mutare se stessi e l’ambiente intorno. Percepire questa dimensione profonda dell’identità significa lavorare in maniera ampia sul tema del conflitto, dei diritti di cittadinanza, della politicità, in senso arendtiano, dello stare al mondo. In questa prospettiva ritorna in tutta la sua pregnanza la questione del conflitto: ho assunto la “provocazione” di Pasquale sull’educazione al conflitto come titolo di questo capitolo e come filo rosso dell’intera tesi, perché mi pare che esprima in modo denso, significativo, una necessità primaria, attuale, in quasi ogni aspetto della vita pubblica e privata. L’educazione alla pace, cui abbiamo accennato, e che costituisce un patrimonio fondamentale dell’esperienza dei movimenti per la pace e un’elaborazione articolata e “spendibile” del tema della nonviolenza, rischia di trasformarsi nell’immaginario e nel linguaggio corrente in una via d’uscita buona per tutti i percorsi. Osserva ancora Daniele Novara: “Ci sono dei miti duri a morire. Quello della pace come bontà, come armonia, come volersi bene è uno dei più duri in assoluto. È un mito deleterio, perché sostanzialmente autodistruttivo, che contiene al suo interno un'impossibilità operativa che lo rende del tutto inutile sul piano pratico e storico. L'educazione alla pace è un movimento che parte da lontano. Fin dagli inizi del XX secolo si hanno delle tracce, dei reperti documentari, però sempre con questo fervore filantropico. L'educazione alla pace finiva con l'attenere al rafforzamento delle zone di luce dell'essere umano e quindi a tutto ciò che riguardava il miglioramento dei buoni sentimenti. [...] Il problema pedagogico, educativo è quello di far acquisire ai ragazzi la capacità di percepire la violenza, di conoscere la possibilità di costruire un’alternativa ad un sistema che ormai è arrivato ad un punto di legittimazione della violenza tale che neanche più l’avvertiamo. Ed è questo l’aspetto più drammatico. Il problema educativo non è quello della pacificazione perché siamo per altri versi abbastanza pacifici, già abbastanza tranquilli, non ci indigniamo più di tanto e senz’altro le generazioni che stanno crescendo si indignano ancora meno. Don Milani, che non era un tipo aggressivo, sosteneva che il problema dei ragazzi isolati, e quindi maggiormente a rischio, non era quello di stare buoni ma quello di trovare la forza di ribellarsi alle condizioni in cui vivevano. Il suo problema era quello di fare in modo che i ragazzi potessero acquisire qualcosa di personale, di unico, una loro autonomia, una loro originalità senza adeguarsi passivamente al contesto. Lo sviluppo della capacità dell’individuo a resistere, a confrontarsi, a porsi con fiducia verso gli altri si basa sulla sicurezza personale, sulla consapevolezza delle proprie risorse. Senza una sicurezza di base non può esistere una personalità di pace. Il timido, il violento sono fondamentalmente persone insicure: l’uno si rifugia nella fuga, l’altro nella violenza”[64].

 

Se dunque l’educazione alla pace ha come finalità pedagogica quella di rendere consapevoli del sistema di violenza e di prefigurare scenari alternativi, forse sarebbe più corretto parlare di educazione al conflitto, implicando la distinzione tra violenza ed aggressività, e lavorando su quelle competenze – relazionali, affettive, critiche – che permettono la “presa in carico” della conflittualità intervenendo creativamente per elaborarla, e farne motore di cambiamento invece che motivo di reazioni violente o frustrate.

 

Bisognerebbe fare una vera e propria educazione al conflitto, bisognerebbe non parlare e non pensare più in termini di educazione alla pace, ma parlare, pensare ed operare, in sede formativa, in termini di educazione al conflitto. Sento che sto facendo anche questo ma non è sufficiente la lucidità, non è sufficiente l’intensità. Forse serve ancora tanto tempo e – ahimè – i processi della politica e della guerra guerreggiata sono più veloci di quelli dell’educazione e del cambiamento antropologico. C’è questa difficoltà. Allora il tema è davvero l’educazione al conflitto. Non è che non sappiamo più confliggere, nel senso che non sappiamo più litigare o guerreggiare, perché lo sappiamo fare benissimo: non sappiamo più affrontare un conflitto in chiave nonviolenta, oppure, in termini laici, in chiave costruttiva. Non lo sappiamo reggere, non lo sappiamo gestire.

 

Spesso, se si parla di conflitto dentro un percorso formativo, i partecipanti al corso dicono: “E non c’è in programma la risoluzione del conflitto? Dopo che abbiamo parlato della gestione, non parliamo della risoluzione?”. Invece non è detto che i conflitti siano risolvibili, non è detto che lo siano nell’arco di una generazione.

 

Per esempio, abbiamo una modalità occidentale di affrontare il tema del conflitto che è interventista, punta alla soluzione e magari poi a fornire una ricetta riproducibile in un altro contesto, per ottenere risoluzioni rapide e progressivamente meno costose, ecco. […] Comunque questo tema è all’ordine del giorno. […] Non bisogna fare questo lavoro in chiave etica, nel senso che non bisogna partire da una condanna di tipo morale delle pulsioni di guerra o delle pulsioni aggressive. Bisogna coglierle, bisogna leggerle, bisogna decifrarle, bisogna scorgerne i significati e poi vedere se non sono possibili altri percorsi.

 

La provocazione dunque non è solo di superficie: parlare di educazione al conflitto è molto difficile perché è la parola stessa a fare paura. Sul conflitto opera una grande rimozione sia a livello individuale che collettivo; anche quando, in caso di guerre, esso sia stravolto nella sua forma mastodontica ed irrelata, il lessico si affretta a mutare per proporre nuove espressioni che rimuovano in fretta, o perlomeno opacizzino la realtà: la guerra-lampo, quella chirurgica, quella umanitaria, le “operazioni di polizia internazionale”. Paradossalmente, la guerra rappresenta la degenerazione aberrante del conflitto, poiché sebbene abbia preso le mosse da esso, ha tuttavia ormai superato qualsiasi opzione di composizione, di negoziazione e di cambiamento. Il potenziale distruttivo, mortifero, finale della guerra annienta la capacità umana di misurarsi in maniera differenziata, nel tempo e nello spazio, con l’ambiente e con l’altro da sé: con la guerra niente è più in trasformazione, nessun conflitto è più possibile, nessuna parola può essere più detta.

 

Su un piano diverso, ma ugualmente interessante, è più probabile che le persone vivano la conflittualità con senso di colpa, o come “luogo ultimo” di relazioni in disfacimento, comunque come parte oscura della propria vita piuttosto che come paradigma della differenza, del dialogo e della trasformazione personale. Il tema della violenza, quello delle pulsioni aggressive a livello individuale, quello delle paure indicibili e dei pregiudizi: sono questi i luoghi difficili e di differente valenza che il lavoro sul conflitto si propone di attraversare e visitare, indicando anche come a molte infelici certezze, possano sostituirsi percorsi più sereni nel dubbio e nella possibilità.

 

Mi rendo conto che bisognerebbe avere più coraggio, più determinazione, rinnovare addirittura il linguaggio. Io ho incominciato a farlo, e non da ieri. Forse bisognerebbe essere un po’ più determinati. E poi mette in gioco il rapporto con l’aggressività: l’aggressività non è violenza. La violenza non è la forza, e però anche concettualmente è molto complicato ragionare in questi termini con dei ragazzi, magari avendo a disposizione tempi limitati e dovendo ricostruire un tessuto addirittura lessicale di base per intendersi, perché sul vocabolario alla voce “conflitto” tra i sinonimi c’è “guerra”, mentre invece il conflitto politico, il conflitto sindacale, non è stato necessariamente guerra. Il conflitto tra le persone non significa un duello all’ultimo sangue.

 

[...] Occorrono competenze al conflitto, ma non è che siano molto diverse da quelle dell’educatore interculturale, è che bisognerebbe essere molto bravi a maneggiare i meccanismi. Ma quando io lavoro nei programmi di educazione interculturale, è chiaro che sto lavorando sul conflitto e che sto lavorando contro la guerra, su un piano pedagogico, psico-pedagogico e antropologico, evidentemente, perché questo non modifica i decreti del governo o i comportamenti dell’assessore, perché questo non incide su chi è già partito su una “carretta del mare” da qualche base libica o montenegrina, e tuttavia il rapporto con l’altro, quando ti mette in crisi, quando entra nel tuo spazio, quando ti fa da specchio e ti butta in faccia l’ingiustizia del mondo, di cui tu sei partecipe e complice, è un lavoro sul conflitto, sulla paura, sull’aggressività, sulla voglia di fuggire, sulla voglia di attaccare, sulla voglia di delegare.

 

Pasquale ha dunque scelto, in forma per ora piuttosto stabile, di lavorare su questi temi; dal punto di vista delle implicazioni personali la scelta significa molto: non c’è soltanto l’elemento della coerenza, del percorso finalmente possibile di saldatura tra forme e contenuti, ma anche aspetti più intimi che rafforzano e sostengono il lavoro di educatore. Per esempio, lavorando a stretto contatto con gli adolescenti Pasquale racconta di aver “fatto pace” con l’adolescente che è stato, e con cui si sente accogliente e rassicurante. È un’acquisizione importante sul piano biografico, che non fa però schermo ad una zona d’ombra più sofferta, cui accenna con pudore e senza farne narrazione, dichiarando una mancanza di parola: lui che vive e lavora con parole e linguaggio. 

 

Non mi capita la stessa cosa col bambino che c’è in me, al quale devo fare molta paura, perché non si fa vedere, non si fa trovare, non riesco a trovare un linguaggio per parlare con lui, si vede che non lo rassicuro, e infatti non lavoro coi bambini.

 

Un altro elemento significativo è la gestione del proprio tempo, la valorizzazione del rapporto di coppia in una dimensione che permette di programmare il lavoro e le scadenze, e dunque di conciliare il personale e il politico: una conciliazione che assomiglia e anzi forse fonda quella tra i cosiddetti mezzi (corpi, affetti, persone, soggettività) e i fini (politica, benessere, relazioni soddisfacenti). In questa prospettiva la vita affettiva e relazionale non è soggetta alle emergenze e alle pressioni di assenze faticose, ma è il soggetto di scelte, progetti, percorsi di vita.

 

All’inizio dei famosi anni ’90, quando smisi con la politica, smisi anche perché Angela Pia non ne poteva più, della mia inesistenza, della mia assenza, della mia inafferrabilità strutturale per chi fa politica. Non mi piaceva nemmeno la rassegnazione a questo modello, perché dovevo rinunciare ad una storia mia quando poi non si giustificava nemmeno più questa rinuncia eroica con tutto quello che era successo. Ci doveva essere un’altra modalità per tenere insieme i miei modelli, il personale e il politico. Il mio modello operativo, il mio modo di lavorare non credo sia cambiato moltissimo, però adesso Angela Pia mi dice: “prendilo questo lavoro, prendilo, non fare al solito tuo, prendilo, puoi farlo, ne hanno bisogno, ti piace, poi te lo rimproveri se non lo fai”.

 

A fronte dunque di una condizione di sostanziale serenità, chiedo a Pasquale come vede il futuro dall’osservatorio privilegiato che è il lavoro educativo;  se anzi questo tipo di lavoro non imponga in qualche modo un atteggiamento fiducioso verso il futuro e la possibilità di educarsi davvero alla pace attraverso l’apprendimento del conflitto. Gli chiedo insomma se è ottimista. La risposta indica ancora una volta un negoziato in corso, ed indica che ovunque si chieda una risposta certa a ciò che per natura è complesso, non si potrà che vedere sfumature, contorni, relazioni di relazioni: una continua approssimazione per nulla approssimativa, una ricerca laica che può finire solo con la fine del pensiero. Ottimista, dunque?

 

Per professione, ma per vocazione no. Allora questo è il gioco che faccio con me stesso. Io mi rendo conto di come vanno le cose e non mi illudo. Nel momento in cui ho accettato il dato di fatto che la realtà in cui mi trovo ad operare non promette nulla di buono, sono diventato molto più efficace, perché non  mi sono più illuso, quindi non credo nelle forzature, non credo nelle scorciatoie, credo che dobbiamo bere questo calice fino in fondo e non so quante generazioni serviranno, e non è certo che sapremo conservare questo pianeta in condizioni di vivibilità nel corso delle prossime generazioni.

 

Nello stesso tempo, proprio perché la situazione è questa, sono molto più tranquillo e molto più attrezzato psicologicamente, e molto più determinato a fare il mio lavoro con tutta la cura che il lavoro educativo richiede, con tutta l’umiltà che il lavoro educativo richiede, perché comunque è questo sulla realtà un mio punto di vista, non è detto che io ho ragione e non è detto che la generazione successiva non abbia uno scatto di creatività e di originalità e consenta di leggere le cose diversamente o addirittura di trasformarle.

 

Non lo so se questo è il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà, perché non cito più Gramsci con disinvoltura, però lo ricordo. […] Un educatore deve essere più consapevole o più portatore di speranza? Insomma, sto tentando di coniugare questi due livelli.

 

 

 

Conclusioni

 

L’uomo non ha una natura, ma una storia. L’uomo non è cosa ma dramma. La sua vita è qualcosa che necessita la scelta, la costruzione mentre avviene, e un umano è plasmato da queste scelte e da questa costruzione. Ciascun essere umano è il romanziere di se stesso e benché possa scegliere se essere uno scrittore originale o un plagio, non può evitare di scegliere. È condannato alla libertà.

José Ortega y Gasset

 

 

La mattina del 20 luglio 2001 eravamo in piazza Manin, a Genova. Chini su un piccolo striscione colorato, lavoravamo con pennarelli e stoffa alla scritta “Brigate Molli”, e alla composizione di una stravagante stella a cinque punte: le punte erano coni di gelato. Eravamo un gruppo di persone che avevano fatto l’esperienza del pacifismo “degli anni ‘80” a vario titolo e con diversi gradi di impegno. Ci eravamo ritrovati qualche mese prima, condividendo l’esigenza di essere a Genova rimettendo in moto la nostra memoria, riattivando connessioni e racconti, confrontando i nostri percorsi. Avevamo ragionato ancora una volta sulle forme dell’azione e sulla necessità di non farci rinchiudere dentro lo schema “amico/nemico” da qualsiasi parte fosse teorizzato, e per questo producemmo un “foglio di orientamento verso il G8 di Genova”, con  riflessioni e contributi sui temi della pace e della nonviolenza[65]. Non sapevamo, quella mattina, scendendo lungo via Assarotti e preparandoci a sedere davanti alla “zona rossa”, di fronte alla mostruosa barriera appena ingentilita dallo striscione delle donne, e da oggetti e biglietti infilati nelle grate, che quella giornata sarebbe rimasta nella storia come uno dei momenti tragici di massima debolezza e pericolo per la nostra democrazia, ma anche che a Genova si stava esprimendo un soggetto nuovo, multiforme, che si dotava di linguaggi articolati, e che non poteva essere spazzato via dai vecchi e violenti mezzi della repressione[66].

 

A Genova eravamo arrivati grazie a quella riflessione sulla nonviolenza e sui modi di attraversare il conflitto che incrocia i percorsi delineati in questo lavoro. Il racconto della storia di vita di Pasquale, la sua ricostruzione e la scelta narrativa ed analitica dei quattro “temi chiave” (la rottura con la cultura politica degli anni ’70; il portato innovativo della stagione del pacifismo; gli esperimenti di innesto della cultura pacifista nella politica “formale”; l’approdo verso una dimensione formativa ed educativa) permettono, a mio avviso, non solo di stimolare un percorso originale di lettura del nostro passato recente e della dimensione epistemologica della memoria, ma anche di fornire una possibile chiave interpretativa all’analisi del mutamento antropologico in atto, sia a livello individuale che collettivo. Si tratta di un cambiamento davvero complessivo, che investe le forme tradizionali dell’organizzazione sociale, della comunicazione, della cultura, del lavoro e delle caratteristiche della produzione, dentro il quale sono travolti le figure uniche e i simboli unificanti di riferimento, ed appare con sempre maggiore chiarezza una moltitudine che abita e pratica nuovi lavori e nuove competenze, che esprime a livello locale, in territori diversi, bisogni inediti e capacità diversificate di autodeterminazione[67]. Cambia dunque il lavoro, e si articolano i saperi e le competenze: perlomeno appare chiaro in questo scenario così complesso che la tecnica non è più al servizio solo delle macchine, e che la proliferazione degli strumenti di lavoro non conduce all’indistinzione ma piuttosto contribuisce a connotarli e differenziarli, e a demolire per sempre il mito della neutralità della scienza, della tecnica e del sapere. Scrive Marco Revelli: “[…] D’altra parte [le figure che s’intravvedono] nel loro produrre utilizzano prevalentemente gli strumenti impalpabili del linguaggio e delle relazioni, parole e simboli, informazione e simulazione. Per loro, la tecnica non si è materializzata in oggetti e macchine da afferrare e maneggiare per mobilitare totalmente il proprio universo. Essa è al contrario il flusso impalpabile dei saperi, la rete invisibile delle relazioni freneticamente mutevoli che le attraversa e le ridefinisce continuamente”[68]. Le figure cui Revelli fa riferimento sono nuovi “attori civili”, differenti dal modello tipico e tipizzato dell’uomo sociale del Novecento, capaci, di fronte alla crisi della politica classica e delle sue funzioni regolatrici, di fondare nuovi paradigmi della convivenza, della cooperazione, della conoscenza stessa[69]. Non c’è un modello organizzativo da opporre ai processi rarefatti dell’”economia invisibile”, ma invece “la propria concretezza e densità, il proprio stare nelle cose senza trasformarsi in esse”[70].

 

Sono temi e riflessioni che hanno un’assonanza, un legame evocativo  con quelli che abbiamo esplorato lungo questo percorso di lavoro. Mi pare che nella storia narrata di Pasquale siano presenti in maniera evidente i temi della relazione, della molteplicità, delle nuove competenze. Direi anzi che Pasquale stesso, pienamente uomo del Novecento, e che di questo secolo appena trascorso ha assorbito le grandi dimensioni della storia, della politica, della cultura, rappresenti tuttavia bene anche una figura di transizione verso lo scenario descritto da Revelli, nelle sue vesti di formatore ed educatore alle relazioni interculturali, all’apprendimento del conflitto. Conflitto che, com’è evidente, non è destinato a dissolversi con la fine della politica, ma assumerà invece forme sempre più aspre e complesse da identificare, con la necessità di attori attrezzati a giocarlo fino in fondo. Dunque la narrazione di Pasquale, uomo per certi versi antico, che non segue le bizzarrie e le contorsioni dei costumi e del linguaggio, racconta anche di un’anticipazione della nuova figura sociale: a cavallo tra i due secoli, la sua storia di vita narra di processi individuali dentro la conflittualità, ma anche di processi collettivi cui l’attività di formazione e di educazione al senso critico, allo svelamento dei meccanismi di potere può contribuire.

 

Se dunque si sviluppano nuove competenze e professionalità legate alla relazione; se la figura del militante lascia il posto a quella del volontario; se è vero che anche la dimensione affettiva, personale, è investita dal cambiamento[71], allora torneranno utili gli strumenti comunicativi elaborati dalle pratiche e dalle riflessioni sulla nonviolenza. Rispetto ad una tradizione politica che non respingeva la violenza in quanto “levatrice della storia”, i mezzi erano considerati neutrali: buoni se al servizio di una buona causa, cattivi nel caso contrario[72]. E’ invece proprio il principio di neutralità che va ridiscusso anche alla luce dei più recenti orientamenti delle scienze naturali, umane e sociali, laddove affermano la parzialità e il carattere di mappa di ogni indagine e ricerca scientifica. Non si tratta di approdare ad un relativismo assoluto, ma invece di riconoscere connotazioni, matrici, settori di interesse e opportunità di scambi interdisciplinari ai diversi campi di indagine: anche la ricerca si connota non a prescindere dai mezzi che utilizza e dagli obiettivi che si dà, ma invece grazie ad essi ed al grado di contributo alla definizione di un mondo migliore.

 

Non è un caso che l’antropologia si stia occupando da qualche tempo di pace e nonviolenza, sviluppando modalità di ricerca che incrociano quelle dei peace studies, dei centri e degli istituti di ricerca per la pace in Europa e in America, dei nuovi corsi universitari per la gestione e la risoluzione dei conflitti. Nel suo libro The Anthropology of Peace and Nonviolence, Leslie Sponsel[73] scrive: “Raramente la nonviolenza e la pace sono stati il centro della ricerca in antropologia e in altre discipline, perfino nel campo dei peace studies. Questa mancanza riguarda appunto la ricerca, compresa quella etnografica, e non la natura umana. Sebbene il conflitto sia inevitabile ed universale, la violenza non lo è affatto. […] La nonviolenza e la pace sembrano essere stati i tratti prevalenti in molte società preistoriche e pre-statali. La guerra non è una cultura universale. Il potenziale per lo sviluppo di un mondo più nonviolento e pacifico è latente nella natura umana […]. L’antropologia è rilevante [per lo studio di questi temi, n.d.r.] per la sua tradizione critica, da Rousseau a Boas, agli antropologi contemporanei […]. È stata sempre in prima linea nel fronteggiare l’etnocentrismo, il razzismo, il sessismo ed altri tipi di pregiudizi basati sulle differenze biologiche o culturali”[74]. E, a proposito delle possibilità interpretative del concetto di “pace”, Sponsel osserva: “l’accezione negativa della pace si riferisce principalmente alle questioni della sicurezza, della stabilità, dell’ordine, e definisce la pace come assenza di guerra. […] Il concetto positivo di pace è più vasto, e non riguarda solo l’assenza di guerra ma anche la presenza di libertà, eguaglianza, giustizia sociale ed economica, della cooperazione e della convivenza.[…] L’assunto è che è insufficiente studiare soltanto i fenomeni legati alla violenza e alla guerra; piuttosto, bisognerebbe indagare le questioni della pace e della nonviolenza”[75]. Tuttavia, a mio avviso, il problema non è quello di definire un modello euristico di “antropologia della pace” sulla base di ricerche etnografiche ed archeologiche che testimoniano di società tradizionali o preistoriche relativamente pacifiche, ma piuttosto quello di capire in che modo l’antropologia possa, oggi, dentro le nostre società complesse, fornire strumenti di lettura e di comprensione della natura del conflitto e del cambiamento, e sostenere – anche in virtù delle caratteristiche proprie della disciplina evidenziate da Sponsel – l’approccio nonviolento al conflitto. Di questi temi si è occupata recentemente anche la rivista mensile Anthropology News[76], pubblicando una “Agenda per un’antropologia della pace”, che mette in luce le potenzialità degli studi antropologici in relazione al mondo della politica e della società. Si legge infatti nell’”Agenda”: “[…] Sui temi della pace e della guerra, il versante pragmatico dell’antropologia ha sempre ricercato in modo convinto collegamenti tra l’accademia e il mondo della politica. […] C’è un nesso critico tra l’antropologia e gli studi accademici sulla pace, comunque, che non è stato completamente esplicitato. Gli studi accademici sulla pace sono nati da, e mantengono una relazione integrata con, la “peace community” dei cittadini attivisti. Nelle università i programmi di studi per la pace sono di solito strettamente collegati ai dipartimenti di scienze politiche e di relazioni internazionali – un lascito dell’era della Guerra Fredda quando erano gli Stati i principali attori nel determinare gli scenari di pace o di guerra. Oggi sappiamo che i più grandi spargimenti di sangue avvengono a livello locale, “sub-statale” e transnazionale, etnico, religioso […]. L’antropologia è ormai un interlocutore chiave, nel momento in cui i peace studies si muovono verso nuove forme del pensare un nuovo ordine mondiale, in cui i diversi gruppi possano ragionevolmente coesistere”[77].

 

Si tratta quindi, a un livello “macro”, di considerazioni che riguardano comunque la necessità di interrelazione tra la ricerca e le attività per la pace, e che sono utili a comprendere il grado di interesse e di consapevolezza intorno alla questione della pace come “esercizio di costruzione” della convivenza, crocevia delle contraddizioni ed occasione di sperimentare, sul campo, modalità di incontro di soggettività e di bisogni diversi. Il tema più volte accennato della uniformità o difformità dei mezzi e dei fini riguarda anche direttamente l’idea stessa di pace, nelle sue accezioni negativa e positiva appena viste: l’assenza di conflitto che connota la prima accezione è perseguita con mezzi spesso violenti; bastando a sé stessa, si accontenta di mezzi che garantiscano l’ordine, la sicurezza, la difesa dal pericolo esterno. La pace che si alimenta invece della nonviolenza, dell’apertura al diverso, dell’assunzione del conflitto, è una sorta di cantiere perennemente aperto, in cui mezzi e strumenti incoerenti, di compromesso piuttosto che di mediazione, sarebbero irrimediabilmente inutili e dannosi.

 

All’interno di questo cantiere, l’antropologia può dunque ancora una volta fornire la cassetta degli attrezzi per quella parte della società civile che è al tempo stesso oggetto di analisi antropologica, e soggetto di un’azione relazionale che si serve dell’antropologia nell’incontro con l’altro, nelle attività di cooperazione - sia che si tratti di cooperazione allo sviluppo che di risoluzione dei conflitti - e nelle nuove professioni che si fondano sulle competenze relazionali e socio-affettive.

 

La storia di vita che abbiamo raccontato è quella di uno dei costruttori del cantiere di pace, che ha messo a disposizione i suoi strumenti per l’educazione alla convivenza e alla valorizzazione della diversità; credo dunque che il valore proprio del racconto della sua storia si inscriva nell’area di studi che considera le biografie e le narrazioni come contributo fondamentale alla comprensione delle culture umane e della storia di queste culture, ma anche che il portato, il contenuto di questa narrazione, di questo gioco della memoria, indichi possibili percorsi di lettura del cambiamento. Lo scenario attuale è quello di una grande incertezza, con il tramonto della politica e degli strumenti tradizionali per governare il conflitto. Di fronte al rischio dello “scegliere il nulla” di cui parla Revelli[78], riferendosi allo sgretolarsi dei paradigmi novecenteschi, l’unica inversione di rotta possibile è quella della “scelta consapevole di un numero ampio d’individui liberamente cooperanti nel compito impervio di vivere qui e ora – non di “progettare”, né tantomeno di “costruire”, ma di praticare – rapporti sociali radicalmente diversi”[79].

 

Questa immagine della scelta di una pratica piuttosto che di un progetto, in conclusione, rimanda ancora ad un’altra immagine: quella di un orizzonte relazionale in cui i passaggi di saperi, di esperienza e di memoria siano gratuiti, solidali, determinati più dalla consuetudine che non dal dovere. E i cui effetti, singolarmente, siano la scelta, libera e consapevole, e non l’esito preordinato di un solco già tracciato.

 

Di questa possibilità di scelta e del suo valore intrinseco, della trasmissione generazionale, di creatività trasformativa favorita da una pratica di relazioni, parla questa poesia di Eduardo Galeano, che, al termine dei nostri incontri, mi ha inviato Pasquale:

 

Sulle rive di un altro mare si ritira un vasaio negli anni della vecchiaia.

Gli si velano gli occhi, gli tremano le mani, è arrivata la sua ora.

Allora si compie la cerimonia dell'iniziazione:

il vasaio vecchio offre al vasaio giovane il suo pezzo migliore.

Così vuole la tradizione degli indigeni dell'America nordoccidentale:

l'artista che se ne va consegna il suo capolavoro all'artista che viene iniziato.

Il vasaio giovane non conserva quel vaso perfetto per contemplarlo

e ammirarlo, ma lo butta per terra, lo rompe in mille pezzi,

raccoglie i pezzetti e li incorpora alla sua argilla.

 

Ho risposto a Pasquale che la mia speranza è che il vasaio giovane con l’argilla non costruisca un nano da giardino; lui ha ribattuto, in sostanza, che il rischio va messo in conto, e che “non è detta l’ultima parola”. Forse la responsabilità è ancora nelle mani del vasaio anziano, nell’atto della consegna durante l’iniziazione: la responsabilità di non promuovere la contemplazione del proprio capolavoro, di comunicare la passione del creare, piuttosto che il prodotto della creazione, di lasciare che la scelta preveda la rottura, la frantumazione, la manipolazione. Accogliere il conflitto, insomma, per poter  praticare la memoria, ed abitare - e narrare - la propria e le altrui storie di vita.

 

 

 

Ringraziamenti

 

A Pasquale va la mia riconoscenza per questa narrazione a braccia aperte, per l’ironia e la fiducia, e per le belle bandiere che non abbiamo mai agitato al vento, ma di cui mi ha mostrato nel tempo colori, tessuto, resistenza e caducità.

 

Desidero ringraziare anche sua moglie Angela Pia per l’accoglienza affettuosa che mi ha riservato, l’incoraggiamento e il clima caldo della loro casa. E perché – com’è universalmente noto – dei meriti (e delle colpe) degli uomini sono maggiormente responsabili, sempre, le donne della loro vita.

 

 


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Documenti on-line

Agenda for an Anthropology of Peace, http://www.aaanet.org/press/an/0305dia-comm2.htm



[1] Adriana Cavarero, Tu che mi guardi, tu che mi racconti, Feltrinelli, Milano, 2001, p. 80.

[2] Hannah Arendt, Che cos’è la politica, Torino, Edizioni di Comunità, 2001.

[3] Ibidem, p. 82.

[4] Sul concetto di sacro per Bateson, vedi Bateson, G.; Bateson, M.C., Dove gli angeli esitano, Milano, Adelphi, 1997.

[5] Foerster, H., von - Sistemi che osservano - Roma, Astrolabio, 1987. “[…] Anche von Foerster, proponendo che il “principio di relatività” comporti il dover rinunciare a ogni pretesa solipsistica, afferma che “né io né l’altro possiamo essere il centro dell’universo. Come nel sistema eliocentrico, deve esistere un terzo che costituisce il punto di riferimento centrale. Questo terzo è la relazione tra l’Io e il Tu, e questa relazione è l’identità: Realtà=Comunità”. (la citazione è tratta dalla voce Osservatore/soggetto, in Sistemica, voci e percorsi nella complessità, a cura di Umberta Telfener e Luca Casadio, Torino, Bollati Boringhieri, 2003, p. 449):

[6] Così Calvino nelle “Lezioni americane” (Garzanti, 1993): “La leggerezza per me si associa con la precisione e la determinazione, non con la vaghezza e l’abbandono al caso. Paul Valéry ha detto: Il faut etre léger comme l’oiseau, et non comme la plume.”

[7] Mi riferisco in particolare al testo di A. M. Cirese Cultura egemonica e culture subalterne (Palermo, Palumbo, 1973), e al dibattito che ha animato l’antropologia italiana negli anni ’60 e ‘70 sui dislivelli interni di cultura all’interno della modernità, e sulla valorizzazione delle culture popolari in rapporto di solidarietà con le classi subalterne.  

[8] “Ostinandosi a trasportare nell’intimità del sé la categoria dell’alterità, la filosofia postmoderna produce infatti l’inevitabile conseguenza di impedire ogni seria nominazione dell’altro in quanto è un altro.” A. Cavarero, op. cit., p. 62. Qui Cavarero fa riferimento alla filosofia, ma è possibile estendere l’osservazione a una certa parte di antropologia contemporanea post-strutturalista, soprattutto americana. Penso in particolare a V. Crapanzano, autore di “Tuhami” (V. Crapanzano, Tuhami. Un uomo del Marocco, Meltemi 1995), uno dei più noti testi antropologici americani sul tema dell’”incontro” tra ricercatore e informatore. Scrive infatti Crapanzano: “Anche Tuhami aveva perso il padre prima dell’adolescenza, forse anche lui ha cercato in me ciò che cercavo in lui: un’eco. Il senso di perdita interviene creando simultaneamente desiderio e nostalgia: e come ogni più forte nostalgia si sottrae all’esperienza. La perdita di un padre, la perdita di una lingua che non sarebbe stata mai interamente posseduta, la perdita di un’eco con cui giocare e reagire, hanno senza dubbio intensificato in me il desiderio di trovare in un altro, perfino in Tuhami, un uomo del Marocco, semplice e analfabeta, quello che io non ero riuscito a vivere. E di sperimentarlo attraverso di lui. Il destino cela sempre le sue carte (i corsivi sono miei). A mio avviso questo testo, con l'insistenza sull'"eco", sulla "fusione" nell'altro esprime una rinuncia alla distinzione e al riconoscimento dell'altro in quanto tale, e un atteggiamento “confessionale” del ricercatore, che finisce paradossalmente per interrogare ben poco la realtà ineludibile della relazione.

[9] “[…] L’individualismo, la ventata neoliberista nei paesi anglosassoni, la stessa ripresa economica a partire dal 1982 disegnano il profilo di una società che inizia ad affrancarsi dalla precedente impostazione organicista, antindividualista e ostile alle logiche di mercato, e si indirizza verso l’acquisizione e l’autoaffermazione”. P. Ignazi, “I partiti e la politica dal 1963 al 1992”, in Storia d’Italia. L’Italia contemporanea, vol. 6, a cura di G. Sabbatucci e V. Vidotto, Laterza, 1999.

[10] Vedi più avanti, cap. 2.

[11] A proposito della “svolta” epistemologica operata da Griaule tra la fine degli anni ’40 e l’inizio degli anni ’50 nei riguardi della ricerca sulla cultura dogon, e in particolare della posizione del ricercatore, James Clifford osserva come “[…] I dottori dogon, Ogotemmeli e i suoi successori, non erano più inaffidabili testimoni sottoposti a interrogatorio; adesso erano dotti interlocutori. Durante la fase “documentaria” della ricerca l’etnografo era stato un aggressivo collezionista di osservazioni, artefatti e testi. Ora egli, o ella, era chi trascriveva un patrimonio culturale codificato, un traduttore, esegeta o commentatore. Nel resoconto che Griaule ci ha lasciato dei loro incontri, Ogotemmeli non viene interrogato nel modo delineato in Méthode de l’ethnographie. “Le blanc”, il “nazzareno”, come ormai Griaule talvolta chiama se stesso, si è fatto allievo: il segreto non viene confessato, ma liberamente comunicato”. (da: “Potere e dialogo in etnografia: l’iniziazione di Marcel Griaule”, in I frutti puri impazziscono, Torino, Bollati Boringhieri 1993).

[12] Wieviorka, A., L’era del testimone, Milano, Cortina Editore, 1999.

[13] ibidem, pp. 150-154.

[14] Qui il riferimento è ai metodi di raccolta dell’enorme mole di testimonianze dei sopravvissuti da parte di alcune istituzioni americane, tra cui la Fondazione Spielberg e il Memoriale dell’Olocausto di Washington, in un contesto definito “americanizzazione dell’Olocausto” da parte di Michel Berenbaum, presidente della Fondazione Spielberg, che designa la trasposizione di un evento dal luogo in cui si è prodotto, l’Europa, negli Stati Uniti, e alle trasformazioni che ne derivano. 

[15] Ferrarotti, F., Storia e storie di vita, Bari, Laterza, 1981.

[16] Clemente, P., “La storia, la mente, la scuola. Note di dibattito” in Italia contemporanea n. 157, pp. 1-6. Se da una parte Clemente afferma l'importanza della storia di vita nella ricostruzione storica, dall'altra pone in modo problematico la questione di quale possa essere un modello di integrazione tra storia ed antropologia. A proposito della ricerca sulla memoria delle stragi nazifasciste a Civitella (1994, “Ritorno dall’Apocalisse”, nella dispensa universitaria Persone e fonti, Università di Roma, 1996/97) scrive infatti: "per l'antropologo - diversamente dallo storico - l'oggetto della ricerca sono proprio le rappresentazioni che una comunità costruisce, non la verità dei fatti o la tendenza storica dei valori" Oppure, ne "L'oliva del tempo" (1986, L’oliva del tempo. Frammenti di idee sulle fonti orali, sul passato e sul ricordo nella ricerca storica e demologica”, in Uomo e Cultura n. 33-36): "[...] le grande narrazioni novecentesche hanno reso prevedibile la storia, il passato, disegnandone le condizioni di possibilità, le regole di comune obbedienza. Ogni racconto di vita, ogni ricordo che ricompare invece smentisce questa intenzione e riapre la leggibilità del passato. Il passato sarà sempre futuro". Dunque, le storie di vita hanno un ruolo di primo piano nell’indagine antropologica, ma resta aperta la questione di come e in che misura esse possano apportare conoscenza ai fatti storici, e alla conseguente possibilità di interpretazione e di critica. Il passato non è futuro: esso fonda piuttosto la memoria, e anche volendo accogliere la provocazione "letteraria" mi pare una fortuna oltre che una tautologia che sia solo e soltanto passato, dunque leggibile ed interpretabile, sia pur da diverse prospettive.

 

[17] Op. cit., p. 75.

[18] Lonzi, C., Vai pure. Dialogo con Pietro Consagra, Scritti di rivolta femminile, Milano 1980.

    Lonzi, C., Autoritratto, De Donato, Bari 1969.

[19] Vedi su questo Donatella Della Porta, Movimenti collettivi e sistema politico in Italia 1960-1995, Bari, Laterza 1996.

[20] V. Vidotto, “Gli anni della conflittualità”, in Storia d’Italia. L’Italia contemporanea. vol. 6, op. cit.

[21] Passerini, L., Autoritratto di gruppo, Firenze, Giunti 1988. La testimonianza riportata da Passerini è quella di Fiorella Farinelli: “la più bella scritta sui muri della mia facoltà, me la ricordo in maniera nettissima, di tutte quelle che c’erano: voglio essere orfano. L’ho condivisa, l’ho fotografata, mi sono portata il manifesto a casa, era quella che a me piaceva di più. Voglio essere orfano.”

Sullo stesso tema, scrive Simonetta Piccone Stella: “Dalla contrapposizione generazionale gli adulti erano usciti sconfitti, certo non come generazione politica, bensì sul piano culturale e simbolico. Questa è una delle conseguenze del movimento del ’68, una delle più palpabili e concrete. Una volta che la mobilitazione giovanile aveva avuto luogo e mostrato la sua forza, i giovani avevano cessato di essere condannati ad apprendere a “diventare adulti”, come affermava Benedetto Croce, perché questo era il loro unico e già prestabilito compito. Si erano trasformati in coloro che potevano perfino insegnare, o pretendere di farlo, agli adulti, in che maniera bisognava condurre la propria vita”. (S. Piccone Stella, “Conflitto, mediazione, estraneità: tre generazioni”, in “Parolechiave”, n.16, 1998)

[22] Nella terminologia scout, le ragazze e i ragazzi che hanno compiuto i 16 anni di età dopo l'uscita dal Reparto, entrano a far parte della Branca Rover/Scolte. Il Roverismo si suddivide in quattro momenti fondamentali: il Noviziato, il Servizio, il Clan, la partenza. Quest’ultima fase indica il compimento del percorso Rover e la possibilità di scelta tra il servizio associativo, che prevede l'ingresso del giovane in una unità Scout per iniziare un percorso di formazione Capi che lo porterà a diventare in futuro un Capo Unità, e il servizio extraassociativo, che prevede l'uscita dalla branca Rover/Scolte e dal gruppo stesso per intraprendere un percorso di servizio continuativo in una realtà di volontariato attivo presente sul territorio. (dal sito web “Assiscout”)

 

[23] A proposito dell’omicidio Petrone e del clima di violenza a Bari nell’autunno del ’77, vedi Le due città. I giorni di Benedetto Petrone, a cura di Pasquale Martino, Bari, Libreria Cooperativa di Bari, 1978.

[24] È importante qui sottolineare che il riferimento è tutto personale e “attitudinale”, e non si tratta di una equiparazione concettuale tra illegalismo e violenza. Infatti in un incontro seguente, a proposito delle forme di lotta che caratterizzano il movimento per la pace, P. osserva: “[…] al momento opportuno la legge si può violare, se è ingiusta, però se ne assume la responsabilità, lo si fa apertamente, lo si fa nel rispetto delle persone e delle istituzioni, e lo si fa come momento della lotta per cambiare le leggi ingiuste. Beh, è un altro salto di qualità: si chiama l’illegale nonviolento. Che non è solo evitare di rompere i vetri e la testa della gente; è rispettare il valore della legge, e per chi si era formato negli anni ’70 non è poco. La legge non come sovrastruttura borghese per il dominio di classe, ma come garanzia per tutti.”

 

[25] Il 7 aprile del 1979 numerosi esponenti di Autonomia Operaia furono arrestati e incriminati per associazione sovversiva, su disposizione del magistrato padovano Guido Calogero, che sosteneva l’esistenza di uno stretto collegamento tra l’area dell’autonomia e le Brigate Rosse.

[26] In particolare, la critica delle forme canoniche di espressione politica, la questione della fruibilità degli spazi di condivisione come le assemblee o le riunioni, e il problema del “come” prendere la parola saranno alla base della riflessione fondamentale sulle forme di lotta che caratterizzerà il movimento per la pace e lo stesso percorso biografico di Pasquale, e saranno oggetto di analisi nel prossimo capitolo.

[27]Può essere interessante a questo proposito rilevare un punto di vista sull’attribuzione del carattere “ipersoggettivista” al terrorismo, incontrato nella rivista “Quaderni di società e conflitto”, semestrale di storia, cultura e politica, (n. 6, 1995, dal 1998 solo in versione telematica) edita dal “Gruppo di Ricerca su società e conflitto", costituito nella Casa Circondariale Nuovo Complesso di Bellizzi Irpino (AV). I suoi redattori sono passati per l'esperienza della dissociazione politica dalla lotta armata: “La genealogia del terrorismo è di tipo ipersoggettivo: sovradimensionate sono tanto la figura singola del despota che quella del sovvertitore. Corollario è la restituzione dell'ordine civile alla giustizia messa in mora. Il diritto di resistenza medioevale può essere considerato, al pari del romanticismo anarchico a cavallo tra i due secoli, una delle espressioni emblematiche di questo approccio all'ordine politico e al conflitto”.

[28] A questo proposito, può essere utile rileggere le parole usate da Adriano Sofri durante un convegno organizzato a Milano nel 1985 da Democrazia Proletaria, dal titolo Le vere ragioni. 1968/1976:

"Sono balle quelle che dicono: "i cattivi maestri mandavano gli altri...". Ma quale "mandavano gli altri"? Noi avevamo una voglia pazza di andare in prima fila, noi siamo andati come tanti disgraziati, contenti e allegri, in prima fila, siamo andati in prima fila per la stessa ragione per cui io spero che quelli che hanno l'età che noi avevamo allora (...) vadano in prima fila oggi, in altre forme, beato il momento." E ancora: 

"Guardate a quelli che oggi ci può dispiacere chiamare delitti, ma non credo che dobbiamo esitare a chiamarli delitti, misfatti, porcherie. (...) Certo, se qualcuno viene a presentarci la nostra storia di allora come illuminata esclusivamente da questo tipo di delitti, noi reagiamo; ma perché reagiamo?

A questo punto io vorrei chiedere se voi avete la stessa sensazione che ho io. A me succede da molto tempo, pensando a queste cose, di avere una duplice reazione: se sento qualcuno che dice che quegli anni sono stati anni luminosi per la democrazia, per il progresso, per l'affermazione di verità decisive, per il cambiamento positivo della società, io mi sento molto a disagio, ho l'impressione che sia falso; se qualcuno arriva e mi dice che quelli sono stati anni di violenza cieca, di fanatismo, di ottusità, di strumentalizzazione, io mi sento altrettanto a disagio, so che non è vero. È questo il punto su cui volevo fermarmi, anche rispetto alla magistratura: io credo che la verità dei fatti, anche ammesso che si accerti in quanto tale, non sia la verità". (...) "Da allora in poi [dalle bombe di piazza Fontana nel dicembre '69, Ndr] nessuno di noi si è potuto più permettere, nella sua coscienza, di ritenere che quella che prima si chiamava violenza diventasse di fatto violenza: questo noi abbiamo creduto che fosse moralmente inevitabile. Ebbene, per concludere: io credo che per l'appunto sia molto difficile accettare fra noi di dire che quelli sono stati grandi anni di semplice felicità, innocenza e generosità; sono stati sia questo, sia il contrario, sia molte altre cose; non sono state due sole cose o una cosa e il suo opposto".

Per inciso, queste dichiarazioni - soprattutto quelle che esprimono il rifiuto della teoria dei "cattivi maestri" che sarebbero restati nelle retrovie - verranno in seguito singolarmente utilizzate come argomenti a carico di Sofri e Pietrostefani da chi li accuserà di avere mandato qualcun altro a uccidere il commissario Calabresi.

[29] Giulio A. Maccacaro è stato uno dei protagonisti dello sviluppo della sanità italiana degli ultimi trent'anni. Nato nel 1924, laureato in medicina, specialista in microbiologia, genetica e biometria, è stato tra i fondatori e principale figura di riferimento di Medicina Democratica. Ha esortato i medici a “[…]passare finalmente e veramente dalla sua parte [del malato, n.d.r.], essere con lui nella lotta per il suo diritto di salute e di vita, rifondare con lui una scienza a sua misura ed una medicina al suo servizio, schierarsi, dunque, con le classi sfruttate contro quelle egemoni, con il lavoro contro il capitale” (lettera al Presidente dell’Ordine dei Medici di Milano e provincia, Milano ottobre 1972). I suoi scritti sono raccolti nel volume Per una medicina da rinnovare. Scritti 1966-1976 (Feltrinelli, Milano 1979), che contiene anche una bibliografia completa. È morto nel 1977.

 

 

[30] Il giornale “Il Picchio Rosso” venne pubblicato per la prima volta a San Severo nel 1978. Presto  la cooperativa “Salute e Territorio” ne divenne proprietaria, ma la redazione era ampia e composta non solo dai soci. Con la crisi dell’economia locale il giornale cominciò a fare anche le cronache davanti alle strutture produttive locali che chiudevano, ad acquistare visibilità e a partecipare alle conferenze stampa e ai convegni locali. Secondo Pasquale, per questa via “il giornale costituì un’altra occasione di riconciliazione con la sinistra storica. […] Il giornale poi ebbe parecchi anni di vita, dapprima era un ciclostilato, poi stampato e impaginato dal tipografo; […] parlava ovviamente delle vicende cittadine e quindi poteva essere venduto la domenica mattina davanti alla villa comunale, poi diventò provinciale, alzò di molto la tiratura e cominciò ad ospitare la dimensione provinciale e regionale della vita politica, sociale, e poi c’era sempre qualche rubrica: le questioni internazionali, le questioni militari, della pace e del disarmo, la musica, il cinema. [Il Picchio Rosso] organizzava le rassegne: “Una città in suoni e immagini”, si chiamava: ne organizzò tre o quattro, ed era un ciclo per esempio di concerti o di film che non sarebbero mai arrivati con il circuito normale.”

[31] Centro di documentazione comunista “Luigi Pinto”, intitolato ad un foggiano morto nella strage di Brescia. È questo il Centro che Pasquale frequentò per un certo periodo venendo a contatto con gli ambienti dell’Autonomia Operaia. Il riferimento qui è all’episodio della richiesta di confino politico per uno dei rappresentanti del Centro da parte del dirigente dell’ufficio politico della questura di Foggia, episodio che determinò una reazione dell’area “antagonista” foggiana con la convocazione di diverse mobilitazioni e di un’assemblea nazionale.

[32] Dal punto di vista dell’analisi politica, tale equilibrio è stato definito da alcuni teorici come “teoria della dissuasione”, secondo la quale la guerra tra le superpotenze e i loro alleati può essere indefinitamente rimandata poiché le armi nucleari la rendono impensabile ed inaccettabile. È interessante a questo proposito rilevare il punto di vista di Gregory Bateson, che nel 1979, poco prima della morte e in qualità di membro del Board of Regents  dell’università di California indirizzò ai suoi colleghi un appello perché l’università rinunciasse a partecipare alla ricerca o allo sviluppo delle armi nucleari. Impiegando analogie trasferite dai sistemi biologici alla psicologia sociale, sostenne che “l’effetto di dissuasione a breve termine è raggiunto a spese di un mutamento cumulativo a lungo termine. Gli atti che oggi rimandano il disastro producono un aumento delle forze di ambedue le parti del sistema in conflitto e provocano una maggiore instabilità e una maggiore distruzione se e quando l’esplosione avviene. È questo fatto del mutamento cumulativo da un atto di minaccia al successivo che dà al sistema la qualità dell’assuefazione”(la citazione è tratta da E. P. Thompson, Opzione zero. Una proposta per il disarmo nucleare, Torino, Einaudi Nuovo Politecnico 1983) In questo modo Bateson ci ricorda che non era possibile trattare delle armi in un mezzo di pura teoria, dove una minaccia “bilancia” e cancella l’altra; comunque, questa lettura originale della strategia “suicida” della deterrenza serve soprattutto qui a sottolineare l’altissimo livello di analisi e di attenzione al tema della guerra fredda, in uno dei suoi più alti momenti di tensione su scala mondiale.

[33] Fabrizio Battistelli et al., Rapporto di ricerca sui movimenti pacifisti e antinucleari in Italia, 1980-1988, Rivista Militare, CEMISS. Battistelli è docente di Sociologia dell'organizzazione all'Università di Roma”La Sapienza” e direttore dell'Archivio Disarmo, un centro studi indipendente sui temi della pace e della sicurezza. Ha avuto un ruolo di primo piano nel promuovere gli studi di sociologia militare in Italia, ed è autore di numerosi studi sui problemi sociali della difesa.

[34] La cronologia è nel volume Storia d’Italia, L’Italia contemporanea, op. cit.

[35] Non è ovviamente questa la sede per una disamina delle caratteristiche e delle implicazioni del terrorismo di sinistra; tuttavia vale la pena rileggere le osservazioni di Vittorio Foa nel suo libro Il cavallo e la torre, che forniscono tra l’altro spunti di riflessione – vedi il riferimento alla cultura del Nemico – che interessano anche per la materia di cui stiamo trattando: “[…] Vedevo allora nel terrorismo di sinistra il frutto della distruzione o dell’autodistruzione dell’opposizione politica, il tentativo di espropriare le lotte operaie della loro autonomia. Le Brigate Rosse non erano un prodotto esogeno anche se molto esposte a infiltrazioni esterne; era impossibile non leggervi ascendenze ideologiche nella vecchia e nella nuova sinistra. Era la felice formula di Rossana Rossanda sull’album di famiglia. Oggi, dopo tanti anni e alla luce degli anni ’80, è possibile approfondire la ricerca. Mi pare adesso di capire che il terrorismo di sinistra non era figlio di questa o di quella componente della tradizione ma era il tentativo di difenderne un elemento di fondo, facendone una caricatura. Era la cultura del Nemico, l’idea che non si può convivere con l’avversario e bisogna distruggerlo per prenderne il posto: era una difesa esasperata che si dilatava in una vera e propria cultura della morte e finiva quindi per essere la negazione di tutti i valori propri del movimento operaio”. (Da: Il cavallo e la torre. Riflessioni su una vita, Torino, Einaudi, 1991, p. 310).

[36] E. P. Thompson, Opzione zero. Una proposta per il disarmo nucleare, Torino, Einaudi Nuovo Politecnico 1983.

[37]  Battistelli, F. et al., op.cit.

[38] Il riferimento è qui ad un episodio dell’8 marzo ’78, riferito integralmente nell’intervista n. 1.

[39] Scrive Donatella Della Porta: “Tipicamente, queste azioni consistevano in un blocco simbolico delle attività della base, con molta attenzione però ad evitare una escalation violenta – ad esempio, nel corso degli interventi della polizia. Esse avvenivano spesso all’interno dei campi – intesi come presidio stabile di installazioni fisse – che ebbero per il movimento pacifista degli anni Ottanta una funzione simile a quella che le occupazioni ebbero per il movimento studentesco degli anni Sessanta.” (Della Porta, op. cit., p. 107).

[40] Il 20 aprile 1982 la federazione siciliana unitaria Cgil-Cisl-Uil, riunita a Palermo, rese nota una risoluzione che invitava i lavoratori a battersi per “[…] impedire che la Sicilia possa subire una inesorabile trasformazione in direzione dell’uso militare del suo territorio a danno delle aspirazioni e potenzialità allo sviluppo civile, economico e sociale” (Ufficio internazionale Cisl, 29/11/’82, p. 90. La notizia è tratta dalla ricerca di Battistelli, op. cit.). È doveroso qui ricordare l’impegno personale di Pio La Torre, segretario regionale del PCI, che promosse nello stesso mese di aprile una grande raccolta di firme contro i missili a Comiso, che saranno alla fine più di un milione e mezzo. Ma non riuscì a vedere i frutti di questa iniziativa; fu infatti ucciso dalla mafia in un attentato che costò la vita anche al suo autista Rosario Di Salvo, il 30 aprile 1982.

[41] Così scriveva Vincenzo Consolo, presente a Comiso, sulle pagine de “L’Unità” il giorno successivo: “Vedo il questore vicino ai furgoni, sotto gli eucalipti, che, congestionato, gesticolava, dava ordini, urlava. Mossero subito quelli del fondo con elmi, scudi e manganelli. Caricarono alle spalle. Quelli davanti al cancello, anche loro, s’avventarono contro i ragazzi, che non ebbero il tempo neanche d’alzarsi. Picchiarono e picchiarono, con quei bastoni di cuoio, sopra teste, schiene nude, braccia dei ragazzi, chiusi, serrati fra due schiere. Urla si sentirono, lamenti, e un gran polverone si levò da terra. Riuscirono solo ad alzarsi e a scappare quelli ai lati, a inoltrarsi e nascondersi dentro il campo di mais. Sparavano intanto lacrimogeni, e nel cielo salivano nuvolette. Inseguivano e picchiavano tutti, giovani e no, deputati, medici e infermieri, preti, giornalisti e fotografi. Sto là impalato a guardare. E vidi una donna bella scaraventata per terra e picchiata; un giovanissimo carabiniere che s’inginocchia e che piange; un poliziotto che sta per sparare, quando un altro a calci nel polso gli fa cadere l’arma di mano…Vidi che afferravano per i capelli e a calci e spintoni facevano salire sui furgoni quelli catturati. Mi sorpresi trasognato a chiamare, a urlare: “Antonella, Rino, Saro!” Ma in quel momento veniva contro di me una schiera di militi che inseguiva i fuggitivi. Raggiunsi allora la macchina. E da lì a poco arrivarono i miei paesani, sanguinanti, pallidi, storditi […]”. (da “L’Unità” del 9/8/1983)

 

[42] Ricorrendo ai principi di Alfred Korzybski – “la mappa non è il territorio” e “il nome non è la cosa designata” (cfr. Korzybski, 1941) -, Gregory Bateson ricorda che la descrizione non può mai essere la cosa descritta, “sempre quando c’è pensiero o percezione oppure comunicazione sulla percezione vi è una trasformazione, una codificazione tra la cosa comunicata, la Dang an Sich, e la sua comunicazione” (Bateson, G. Verso un’ecologia della mente, 1979, Adelphi). Naturalmente anche la mia interpretazione opinabile di una condizione di maggiore “vicinanza” tra i due livelli del “nome e della cosa” nell’analizzare la funzione del corpo nudo in una situazione di conflitto non è nient’altro che una mappa: tutte le nostre facoltà cognitive ed interpretative sono mappe, si tratta però sempre di esplicitarle.

[43] La citazione è tratta da Passerini, L. Memoria e utopia. Il primato dell’intersoggettività, Torino, Bollati Boringhieri, 2003, p. 75.

[44] vedi il cap. 1.

[45] “La manifestazione di Roma ebbe il sostegno attivo di tutte le formazioni politiche della sinistra, ad esclusione del PSI e del Partito Radicale. Il supporto fu non solo numerico ma anche teorico. I quotidiani di sinistra uscirono con numeri quasi monografici. Il 18 ottobre 1983 il Manifesto pubblicò addirittura un “Dossier pace” di 32 pagine.” (Battistelli, op. cit., p. 184).

[46] Intervenendo ad un convegno dal titolo “Culture e strategie del pacifismo” promosso a Milano nel 1984 da CESPI, CRS e Istituto Gramsci, Marco Fumagalli, allora segretario nazionale della FGCI osservava che “[…] a partire dalla pace ci interessa, in piena trasparenza, costruire un rapporto con le forme nuove dell’agire politico, senza confusioni di ruoli, ricercando obiettivi comuni, rinnovando noi stessi, riconoscendo senza timidezze che non esiste un unico antagonismo a questa organizzazione della società, ma gli antagonismi sono molti, diversi tra loro. A noi interessa riconoscere e ritrovare nell’arena della politica anche chi è “altro” dalle nostre matrici storiche” (dagli Atti del convegno, copie ciclostilate, p. 87).

 

[47] “[il movimento] cominciava a rendersi conto che la centralità del tema Comiso rischiava di mettere in forse la sua stessa esistenza: “è necessario, però, che il movimento per la pace superi alcuni limiti. Il primo è che sappia vedere e temere non solo le guerre future, ma sappia vedere e lottare contro le guerre già adesso in atto” (in Riarmo o disarmo, Comitato per la pace Portello, Padova, ottobre 1983, p. 20 bis). Di fronte al fatto compiuto, alla decisione di installare nuovi missili nucleari in Europa, il movimento doveva farsi carico di nuove iniziative, volte a creare spazi di pace attraverso un’Europa non legata ai blocchi e protesa alla collaborazione con i Paesi del terzo Mondo e non allineati. Le battaglie, insomma, cominciavano a diversificarsi: si proponeva una nuova serie di inziative da affiancare a Comiso, prima fra tutte la richiesta di ritiro delle truppe italiane in Libano.” (Battistelli et al., op.cit.).

[48] “[…] L’impegno politico per i giovani è divenuto qualcosa di meno unitario ed insieme molto più ricco: la cultura del fare si accompagna alla ricerca di nuovi saperi; la crescita individuale è parte dell’impegno politico e non è concepibile che i fatti si elidano l’un l’altro; gli interessi ed il potere decisionale del singolo diventano un valore e non un ostacolo all’impegno politico. Tutto questo non trova ancora posto nella militanza partitica, neppure in quei partiti, come il PCI, che hanno avviato una riflessione e un’opera autocritica e rinnovatrice sui caratteri della politica e della militanza”. (Dall’intervento di Marco Fumagalli, op. cit.)

[49] “[…] quel sistema di codificazione, di trasmissione di messaggi, che Bateson chiama analogico: il linguaggio che pensa per relazioni, contesti, situazioni. È il mondo della metafora, del linguaggio dei gesti, il mondo dove le cose non sono necessariamente bianche o nere, dove i paradossi non costituiscono scandalo e, anzi, nemmeno sono definibili come tali.[…] Ma il linguaggio analogico è anche il linguaggio delle prime fasi di apprendimento infantile e del mondo dei malati mentali (i savi, scrive Bateson, disegnano contorni e mettono parentesi; i matti le levano), ed è un linguaggio di cui neanche gli uomini più sani possono fare del tutto a meno, nella passione, nei miti, nei sogni, nella religione. Qui si può porre il vino per il sangue e il pane per il corpo” ( Sobrero, A., L’antropologia dopo l’antropologia, Meltemi 1999).

[50] “Ma il gioco si definisce anche come un’attività autonoma; […] Bateson è più volte tornato sul valore del gioco come negazione di altri comportamenti (il gioco dei lupi non è combattimento, perché i morsi non fanno male). In quest’ottica il gioco definisce lo sfondo da cui emerge il concetto, definisce il non da cui l’oggetto si differenzia nell’esempio, l’aggressione si differenzia da tutto ciò che non è aggressione. Per Bateson tale caratteristica è fondamentale, in quanto non si comprende l’aggressione per quello che è, ma per infinite sfumature di quello che non è, per le similitudini di classe o di famiglia (come direbbe Wittgenstein), per continue discriminazioni sottili. Da questo punto di vista il gioco mostra il possibile ventaglio del processo di categorizzazione degli eventi, delle esperienze, un insieme di scenari relazionali”. (da: Gioco, in Sistemica, voci e percorsi nella complessità, op.cit., p.356)

[51] Cassano, F., Approssimazione. Esercizi di esperienza dell’altro, Bologna, Il Mulino 1989.                                               

[52] 12 novembre 1989, il segretario del Partito Comunista Italiano Achille Occhetto, sulla scia degli eventi che hanno portato alla caduta del muro di Berlino e che stanno mettendo in crisi i regimi comunisti dell’Est europeo, lancia un appello ai progressisti per creare un nuovo partito di sinistra allargato a energie cattoliche, ecologiste e radicali, puntando all’Internazionale socialista, ma senza concessioni al Partito Socialista di Bettino Craxi.

Occhetto parla a Bologna, nel 45° anniversario della battaglia della Bolognina, che vide opposti nel 1944 diciassette gappisti a 900 nazifascisti. Davanti a ex partigiani e iscritti alla sezione del PCI intitolata a quell’evento, annuncia che il partito cambierà nome, simbolo, forma, e l’avvio di una fase costituente da cui nascerà il nuovo partito. Il 24 novembre ‘89, il Comitato centrale del PCI approva la proposta di Occhetto con il 67,7% dei voti e indice un congresso straordinario.

 

[53] La prima Guerra del Golfo (17 gennaio – 28 febbraio 1991) - passata alla storia come "Operazione Tempesta nel deserto" – si scatenò in reazione all’invasione del Kuwait del 2 agosto 1990, da parte dell’esercito di Saddam Hussein, che minacciava di attaccare anche l’Arabia Saudita. Fu questa la prima guerra su larga scala condotta per il petrolio e anche il primo conflitto a partecipazione internazionale, dopo la seconda guerra mondiale. Con il via libera dell’Onu e sotto il comando Usa, una coalizione di 36 Paesi impiegò poco più di un mese per liberare il Kuwait dall'invasione irachena. Alla prima operazione lanciata da un'ampia alleanza militare dal 1945 partecipò in prima fila anche l'Italia, con una forte opposizione del movimento pacifista. Scriveva all’epoca Alexander Langer: “Di fronte all'occupazione violenta del Kuwait da parte dell'Iraq, ed alla sistematica azione degli USA e di alcuni fra i loro alleati per arrivare comunque alla guerra con l'Iraq e realizzare una globale "resa dei conti" per impedirgli di nuocere in futuro, la nonviolenza a molti sembra andata improvvisamente in crisi. La "guerra giusta" è riapparsa solennemente all'orizzonte - questa volta con tanto di voto a schiacciante maggioranza nel Consiglio di Sicurezza dell'ONU e quindi con la legalità internazionale assicurata. Non poteva mancare qualche vescovo, qualche moralista e qualche elzevirista a benedire il tutto. "Pacifista" è tornato ad essere un sinonimo di fifone, piagnone o alto traditore e cospiratore col nemico, "non-violento" un aggettivo buono per i sognatori. Lo stesso Papa viene indicato come capofila del "disfattismo", visto che non cessa di denunciare e chiamare a fermare questa guerra”. (Da "Azione Nonviolenta", marzo 1991)

[54] A proposito del panorama associativo italiano dell’epoca, Paul Ginsborg osserva: “I legami associativi degli anni ’90 erano molto diversi da quelli delle subculture tradizionali, cattolica e comunista, o da quelli che avevano caratterizzato i gruppi militanti degli anni ’70. Le ideologie egemoniche, le antiche certezze e i fanatismi erano scomparsi, così come il contesto internazionale entro il quale tali atteggiamenti avevano avuto origine. A loro posto era subentrato un universo di piccoli gruppi, spesso focalizzati su un unico tema, non ideologici ma pragmatici, non esclusivi ma inclusivi e caratterizzati da un atteggiamento non violento. Molto spesso le loro iniziative esprimevano il bisogno di esercitare un controllo sulle attività dello Stato, di costringerlo a funzionare in modo più efficiente (o anche solo con un minimo di efficienza), di ottenere una partecipazione al potere e alle risorse da esso detenute.

Allo stesso tempo si evolveva rapidamente quel “terzo settore” dell’economia […]: un mondo di cooperative, organizzazioni senza fini di lucro, gruppi di volontariato che spesso offrivano servizi alternativi a quelli più strettamente legati al mercato”. (Ginsborg, P., L’Italia del tempo presente. Famiglia, società civile, Stato 1980-1996, Torino, Einaudi, 1998, p. 229)

[55] “Il conflitto è una proprietà costitutiva di ogni relazione e di ogni processo di conoscenza. Lo stesso modo di porsi di fronte a un altro o a un oggetto di conoscenza – caratterizzato da una relativa irriducibilità – se pur lascia emergere le opportunità di apprendimento e approssimazione, è peculiarmente conflittuale. Conflitto è perciò incontro, con esiti generativi o degenerativi a seconda delle modalità di evolversi delle diverse posizioni nella relazione. Ogni conflitto può esprimersi in una situazione antagonistica o cooperativa, in base alla relazione che lo genera e che ne è generata. Gli aspetti rilevanti dell’evoluzione di ogni incontro sono, tra gli altri, l’antagonismo, la cooperazione e il conflitto.” (dalla voce “Conflitto, in Sistemica, voci e percorsi nella complessità, op.cit., p. 212).

[56] Fonte: sito web www.cppp.it. Daniele Novara è nato nel 1957 a Piacenza. Pedagogista e formatore, ha fondato nel 1989 il Centro Psicopedagogico per la Pace e la gestione dei conflitti (CPP) di Piacenza. Ha coordinato il progetto Città dei bambini del Comune di Piacenza. I suoi interessi professionali si concentrano sui diritti dei bambini e sulla formazione degli adulti.

[57] Scrive Edgar Morin: "Se si potesse definire la complessità in maniera chiara, ne deriverebbe evidentemente che il termine non sarebbe più complesso. La complessità si presenta come difficoltà e come incertezza, non come chiarezza e come risposta. […] Quelli che sembrano essere i residui non scientifici delle scienze umane – l’incertezza, il disordine, la contraddizione, la pluralità, la complicazione – fanno oggi parte della problematica di fondo della conoscenza scientifica." (E. Morin, in G. Bocchi e M. Ceruti (a cura di), La sfida della complessità, Feltrinelli 1985).

[58] R. Ciucci, “Asimmetrie e conflitti tra le generazioni”, in Parolechiave, op. cit., p. 35.

[59] ibidem, p. 43.

[60] ib., p. 54.

[61] Dalla voce “Educazione/apprendimento”, in Sistemica, op.cit., p. 293.

[62] Bateson, G., Mente e natura, Adelphi, Milano 1984.

[63] Alla distinzione batesoniana tra mappa e territorio abbiamo già accennato; vedi cap. 2, nota 43.

[64] Citazione tratta dall’articolo on-line “L’alfabetizzazione al conflitto come educazione alla pace”, di Daniele Novara, sito web citato.

[65] “I riflettori e le telecamere sono già puntati non su una città, non sulle strade e le piazze genovesi che esprimeranno conflitto e domanda di democrazia, ma su un campo di battaglia. Lo scenario è in gran parte predeterminato sopra le nostre teste e ogni "dichiarazione di guerra", da qualunque parte provenga, contribuisce a blindare la scaletta dello show togliendo a ognuno un po' della sua già limitata libertà di parola. Davvero non si sente il bisogno di impoverire anche il linguaggio del confronto che avviene tra noi, assumendo lo schema fuorviante di una presunta contrapposizione tra chi sarebbe più "contro" e chi un po' meno, così simile al cliché mediatico di una dialettica tra ala "buona" e ala "cattiva" del "popolo di Seattle". Noi saremmo i buoni. Quelli perbene, che arrivano, fanno le giuste cerimonie, si guardano dal dire qualcosa di sconveniente, e ripartono dopo avere pulito tutto. In realtà, l'unico elemento che possiamo salvare di questo edificante/deprimente quadretto è la pulizia finale. Anzi, facciamo un solenne giuramento: non butteremo carte per terra. Non sporcheremo Genova così come non offuscheremo la chiarezza della nostra azione politica - per la pace, per un ambiente vivibile, per un mondo giusto e senza sfruttamento, per la piena libertà di tutti e tutte - accettando di recitare l'angusto copione di una prova di forza, di un confronto fisico-militare. Perché ogni militarismo, dei potenti come degli oppressi, produce l'omologazione, lasciando i contendenti più simili di quanto non fossero prima dello scontro e azzerando le differenze e l'autonomia dei soggetti all'interno di ognuno degli  schieramenti in lotta. E costringe la maggioranza a restare in silenzio ai margini, senza nemmeno comprendere fino in fondo cosa succeda.

Al contrario proponiamo, a tutti coloro che si stanno interrogando sulle forme che dovrà assumere la mobilitazione di luglio a Genova, di costruire insieme un'occasione di lotta che consenta il massimo grado di partecipazione, la massima libertà di espressione e la massima efficacia nella comunicazione dei contenuti del nostro dissenso. Vogliamo che la mobilitazione contro il G8 di Genova, praticando la nonviolenza e le forme organizzative che questo pensiero ha sperimentato, costruisca di per sé un mondo altro rispetto ai progetti autoritari e distruttivi degli "8 grandi". Per questo sentiamo l'urgenza di un salto in avanti del nostro dibattito. […] Andrea, Catia, Chiara, Chiara, Jones, Michele, Stefano” (Da “La cartina”, foglio di orientamento verso il G8 di Genova).

[66] Scrive Paolo Ceri, docente di Sociologia all’Università di Firenze: “anche nelle giornate di Genova non abbiamo assistito a una generica "rivolta contro la globalizzazione", ma ad una grandiosa mobilitazione collettiva contro le politiche della globalizzazione liberista e per il controllo sociale dell'economia”. (P. Ceri, Movimenti globali. La protesta nel XXI secolo, Bari, Laterza, 2002).

[67] Scrive a questo proposito il socio-economista Aldo Bonomi, in un articolo dal titolo “La moltitudine non è massa”: “Sul mutamento delle forme produttive nel passaggio dal fordismo al post fordismo credo non ci sia più nulla da dire; il dibattito invece è aperto per quel che riguarda il mutamento delle forme sociali. Il dibattito è aperto perché si è rotto quell'automatismo che, date certe forme di produzione, creava automaticamente il soggetto di riferimento: il fordismo rimanda immediatamente all'immagine dell'operaio-massa. Questa figura di riferimento aveva anche un nemico cui opporsi, contro cui lottare: la borghesia. La dicotomia era chiara e netta. Oggi questo ragionamento non è più fattibile; il post fordismo non ha una sua unica figura di riferimento. Nel post fordismo bisogna parlare di moltitudine - la massa senza le categorie di classe. La moltitudine non è un soggetto politico, né lo è quello che da più parti viene indicato come il nuovo nemico della moltitudine messa al lavoro: l'impero.

 […] Se questo è il dato di fatto, la domanda che dobbiamo porci è: come si riconnette il molteplice? come facciamo a ricreare valore di legame? Se tutto lievita - lievita l'economia dei flussi che sorvola il territorio, lievitano le istituzioni che guardano all'Europa - sul territorio rimangono solo gli enti locali e il volontariato, nella sua eterogeneità. Gli altri o si fanno gli affari loro nell'economia dei flussi, o fanno parte della moltitudine silente. Per questo, dobbiamo ricostruire una coscienza di luogo, scegliere il territorio come categoria fondante.

Che diritti hanno oggi queste persone? Intanto, dobbiamo metterci in testa che non si tratta di riconoscere loro dei diritti dall'alto. Che diritti chiedono quelli che fanno il baratto nelle economie informali, chiedono dei diritti? La risposta è sì, chiedono prima di tutto il diritto di fare da sé […]”. (Fonte: sito web casadellacultura.it)

[68] Marco Revelli, Oltre il Novecento, Torino, Einaudi, 1999, p.278

[69] “Contrariamente alla figura sociale che l’ha preceduto nella lunga biografia dell’identità ribelle – al militante novecentesco – questo nuovo “attore” non si sente parte di un esercito. Non ha né uniforme né una bandiera (o forse ne ha tante, troppe per identificarsene pienamente). Non è appunto, un soldato. È piuttosto, nel senso più proprio, un “civile”. […] Per questo non assomiglia a nessun’altra figura politica che l’ha preceduto. […] Si può aggiungere ancora che questa, per molti aspetti inedita, figura d’irregolare, a differenza del proprio predecessore, non sembra possedere neppure una dottrina. Un sapere organico e predittivo, su cui definire il proprio Che fare? In compenso deve pur aver elaborato una certa, informale, capacità di lettura e di memoria del passato. […] La logica che conosce, nel produrre come nel vivere, è piuttosto la disseminazione, la multiattività, la messa in rete dell’eterogeneità. L’esercizio su cui ha dovuto fondare il principio della propria formazione non è la specializzazione, la definizione di un ruolo stabile, di una collocazione precisa, ma al contrario, quello che Romano Madera ha definito il “sincretismo biografico”: la difficile arte di tenere insieme (e raccattare ai quattro angoli del proprio universo esistenziale) “i tanti spezzoni di tempo, spazio, lavori, esperienze di luoghi e di vite in cui l’esperienza del soggetto è frammentata”. Ib., pp. 282-283

[70] Ib., p. 283.

[71] “[…] La vita come mondo privato degli affetti, come amore ma anche amicizia non segnata dal sospetto, curiosità non spenta dal dovere, relazione non mediata dall’organizzazione, Io non fagocitato dal Noi, tempo vissuto e non investito per un fine lontano”. Ib., p. 276.

[72] Osserva ancora Revelli: “[…] oggi dobbiamo impostare il rapporto tra mezzi e fini in modo diverso. Non possiamo più praticare mezzi che negano le ragioni stesse per cui ci battiamo. […] La nonviolenza non è una resa. Non è la fine del conflitto. Al contrario, bisogna ragionare sul contenuto radicale della nonviolenza. Scontiamo un equivoco che proviene dalla nostra storia. Abbiamo immaginato che la radicalità fosse legata alle forme di lotta. Quanto più erano visibilmente aggressive, tanto più erano radicali. Non è così. Non si tratta di rinunciare al conflitto, ma di praticarlo con forme che, al contrario, ne accentuano la radicalità. Con la nonviolenza è possibile cercare mediazioni senza compromessi. I compromessi, quelli che mangiano l'anima, li hanno sempre fatti proprio quelli che adoravano la forza […]”. (Intervista a “Il manifesto” del 9/11/2003).

[73] Leslie E. Sponsel è professore di Antropologia Culturale alla University of Hawaii.

[74] Sponsel, L., Gregor, T., The Anthropology of Peace and Nonviolence, London, Boulder 1994, p. 12. (traduzione mia).

[75] Ib., p. 8 (traduzione mia).

[76] “Agenda for an Anthropology of Peace”, by Cynthia Keppley Mahmood, University of Notre Dame, in: Anthropology News, May 2003. Dal sito internet: www.aaanet.org/press/an/0305dia-comm2.htm

[77] Ib., traduzione mia.

[78] Op. cit., p. 277.

[79] Ib., p.  281.

Formato per la citazione:
Chiara Luti, "Imparare a confliggere: storia ed etica di un pacifista", terrelibere.org, 14 aprile 2006, http://www.terrelibere.it/doc/imparare-a-confliggere-storia-ed-etica-di-un-pacifista