Novità! Servizi per l'editoria digitale |
.
|
LIBRERIA
|
||||||||
| Nuovo! Le inchieste di terrelibere.org > Gli africani salveranno Rosarno - A3. Il vanto d'Italia | |||||||||
|
|
Chi siamo | Archivio | Autori | Corsi | Campagne | Mailing list | Contatti | |
| Fotostorie | Video | Infografiche | Podcast | Casa editrice | Libreria | Catalogo libri/eBook | Presentazioni | Recensioni |
|
Documenti > Inchiesta
Antonio Mazzeo: Scheda biografica | Scrivi all'autore | Tutti i documenti di questo autore Interagisci: Segnala ad un amico Organizza un incontro Condividi:
Autore: Antonio Mazzeo Millesettecento milioni di dollari. Ammonta a tanto il valore del pacchetto di programmi predisposti dall’Amministrazione Clinton a favore della Colombia per il biennio 2000-2001. E’ la quota maggiore del cosiddetto ‘Plan Colombia’, il vasto programma "per la pace, la prosperità e il rafforzamento dello Stato" varato lo scorso anno dal governo colombiano, che al di là dei generici pronunciamenti a favore dello ‘sviluppo’, ben s’inserisce nel quadro strategico neoliberista imposto dal Fondo monetario internazionale e dalla Banca mondiale, privilegiando l’escalation militare per ‘chiudere’ il conflitto politico-sociale che insanguina la Colombia da oltre cinquant’anni. Conti alla mano il ‘Plan Colombia’ prevede investimenti nazionali per oltre 4 miliardi di dollari, risorse che il governo non potrà che attingere da un articolato programma di privatizzazioni e/o ampliando l’indebitamento estero, più un sostegno supplementare internazionale di 3.5 miliardi. Il Congresso degli Stati Uniti, entro la fine di luglio, approverà la prima tranche di ‘aiuti internazionali’. I maggiori organismi finanziari completeranno il finanziamento richiesto dal Presidente Andrés Pastrana: il Fondo monetario ha già sottoscritto un accordo a sostegno del programma di aggiustamento economico del governo e per i prossimi tre anni fornirà 2.7 miliardi di dollari; un altro miliardo e mezzo di dollari è stato promesso dalla Banca mondiale per lo stesso periodo. Intanto la situazione economica nel paese è gravissima: la Colombia è nel mezzo della sua peggiore recessione dopo il 1931, la domanda interna è crollata, il settore industriale non regge la competizione con i produttori emergenti nel continente, la fuga di capitali è impetuosa. Secondo i dati ufficiali dell’istituto nazionale di statistica, gli scambi si sono contratti del 5.8% nel 1999 ed il PIL si è ridotto del 4%. La disoccupazione ha superato il 20% e aumentano giorno dopo giorno i nuovi poveri e gli indigenti. Come denuncia la stessa Undp (il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo), la recessione è il risultato più evidente della politica neoliberista intrapresa a fine anni ottanta e a cui gli ultimi governi hanno dato un’accelerazione tagliando gli investimenti nelle politiche sociali. Gli indicatori della disatrosa politica economica neoliberista sottolineano la forte inversione nella ridistribuzione del reddito e delle ricchezze del paese: secondo il rapporto del ‘Dipartimento nazionale di pianificazione’ (Dnp), durante il 1999 il 50% della popolazione ha dovuto ripartirsi il 13.8% del reddito totale del paese, mentre un 20% ha avuto accesso al 62.4% dello stesso. Più di un quinto della popolazione ha percepito redditi tanto esigui da collocarsi al di sotto della linea di indigenza e buona parte dei cittadini colombiani - il 45% in città e l’80% nelle zone rurali -, infine, non hanno potuto soddisfare necessità basiche, come abitazione, salute, istruzione. Gli effetti delle ‘nuove riforme economiche’ nella stratificazione sociale sono deleteri e l’accentuazione delle disuguglianze estende e acutizza il conflitto politico-militare: nel 1996 i tre principali gruppi economici del paese si appropriavano del 36% del prodotto interno e i maggiori 5 gruppi finanziari controllavano il 92% delle attività del settore. La Colombia si conferma come una delle principali società sudamericane che "culturalmente si distingue per non aver incorporato il valore dell’uguaglianza e dei diritti civili nella sua vita quotidiana e nella sua organizzazione sociale. Lo stile dello sviluppo seguito, oltre a mantenere e riprodurre le disuguaglianze tra ricchi e poveri, genera una rigida segmentazione, aumenta la distanza sociale tra i differenti settori e rende difficili i meccanismi di mobilità e crescita sociale". Il ‘Plan Colombia’, come vedremo, è il nuovo meccanismo di consolidamento e di difesa militare dell’ingiustizia.
1. Aiuti in cambio di petrolio e riforme Si legge al punto 101 del Progetto di Legge n.1758 ("Alliance with Colombia and the Andean Region Act"), presentato dai senatori Dewine, Grassley e Coverdell al Congresso degli Stati Uniti per ottenere il finanziamento del ‘Plan Colombia’: "il governo colombiano deve completare le riforme urgenti destinate ad aprire completamente la propria economia agli investimenti e al commercio esteri, particolarmente nel settore petrolifero, in vista del recupero economico" . Miliardi in ‘aiuti’ dunque condizionati a che si completino le riforme strutturali di mercato. La lista di queste ‘riforme’ è lunga ed articolata: modifiche sostanziali allo stato sociale, ‘razionalizzazione’ delle finanze statali con tagli al settore pubblico e congelamento dei salari, privatizzazione del sistema bancario e delle maggiori imprese statali (miniere, industria elettrica e petrolifera, telecomunicazioni, rotte aeree). Dulcis in fundo, la scelta di aderire in tempi brevi al Nafta (l’accordo sul libero commercio dell’America del Nord), proprio quando la dipendenza di beni basici alimentari dagli Stati Uniti è diventata totale (nel ’98 sono stati esportati nel paese sudamericano mais, grano, olio di soia e riso per un valore di 502 milioni di dollari con conseguenze nefaste per la bilancia dei pagamenti e il debito estero). I dati forniti dal ministero dell’economia colombiano confermano che le aree sottoposte a semina di prodotti agricoli sono diminuite di un milione di ettari tra il ‘90 e il ’98, mentre le importazioni di alimenti sono aumentate dai 1.200 milioni di tonnellate del 1991 ai 5.800 milioni del 1998.La completa apertura al mercato e al capitale internazionale e il rafforzamento del trattato di libero commercio è forse la contraddizione più grande del ‘Plan Colombia’, che nelle intenzioni del governo colombiano dovrebbe avviare un ampio programma di sviluppo alternativo delle coltivazioni illegali e di contrasto alla ‘narcoeconomia’. Questo tipo di coltivazioni infatti, sono cresciute nell’ultimo decennio proprio a seguito della liberalizzazione dell’economia. La privatizzazione delle grandi banche e del mercato dei cambi, l’ammodernamento del sistema finanziario e delle telecomunicazioni, la privatizzazione dei porti e la creazione di zone franche in tutto il paese (i punti cardine delle riforme liberiste imposte dalla Banca mondiale e dal Fondo monetraio internazionale), come sottolinea l’Osservatorio Geopolitico delle Droghe di Parigi, hanno favorito "l’espansione della quantità di valuta originata dai traffici illeciti" che ha fatto ingresso in Colombia, accelerando il processo di ‘narcodollarizzazione’ dell’economia. Secondo quanto denunciato dalle confederazioni sindacali, il governo Pastrana punta in particolare alla ulteriore flessibilità del mercato del lavoro, alla riduzione dei salari d’ingresso, a modificare il regime di pagamento del lavoro nei giorni festivi, ad eliminare gli oneri sociali e i sussidi a favore dei dipendenti, ad esonerare gli impresari a devolvere parte dei profitti all’Istituto Colombiano di Bienestar Familiar, alle Casse di compensazione imprese-lavoratori e al Sena, l’istituto nazionale di formazione professionale. L’erosione del potere di acquisto dei salari e dei diritti contrattuali è stata accompagnata da una forte politica repressiva e persecutoria dello Stato e delle grandi imprese a danno dei lavoratori, fattore che ha costretto l’Oil (Organizzazione Internazionale del Lavoro) ad aprire un’inchiesta sulle violazioni dei diritti sindacali e sull’illegittimità di alcune norme del codice del lavoro fortemente discriminanti in tema di contrattazione collettiva e libertà di associazione. Intanto, nella totale assenza di protezione statale, sono stati assassinati negli ultimi dieci anni 2.800 tra dirigenti e attivisti sindacali (172 nel solo ’99), mentre 193 lavoratori sono stati fatti ‘sparire’ nel nulla .Quale sia la reale entità del ‘pacchetto militare’ che l’amministrazione americana fornirà alla Colombia è ancora tutta da definire. Il valore degli aiuti e la stessa ridistribuzione in percentuale tra le varie voci di budget sono già state modificate tre volte nei passaggi tra le commissioni per il bilancio di Camera dei Rappresentanti e Senato Usa. La prima bozza del Piano definita dall’amministrazione Clinton prevedeva uno stanziamento per 1.273 milioni di dollari, di cui 1.025 direttamente destinati alle forze armate e della polizia della Colombia. La Camera dei Rappresentanti, a maggioranza democratica, ha aumentato di quasi 500 milioni di dollari l’ammontare del ‘programma Colombia’, destinando alle forze di sicurezza del paese sudamericano 1.007 milioni di dollari (il 63% del budget), più i 330 milioni previsti dal piano di ‘assistenza militare’ del Dipartimento della difesa per il biennio 2000-2001. Nella versione della Camera sono stati quadruplicati i fondi destinati alle ‘agenzie statunitensi impegnate nella lotta al narcotraffico’ (476 milioni), mentre sono stati stanziati 80 milioni di dollari per attività e programmi da realizzare in Colombia e nei paesi andini ‘classified’, cioè sottoposti al segreto militare. Un ridimensionamento del ‘Plan Colombia’ è stato invece definito lo scorso 9 maggio dal sottocomitato per il bilancio del Senato Usa (a maggioranza repubblicana), che ha votato un programma complessivo di 1.142 milioni di dollari, in cui risultavano ‘tagliati’ gli aiuti militari (713,7 milioni), gli ‘aiuti’ alle agenzie specializzate statunitensi (189 milioni) e i fondi per le attività ‘classified’ (34 milioni). In particolare il Senato ha annullato il programma che prevedeva la consegna di 30 elicotteri Uh-60 "Blackhawk", sostituendoli con i meno sofisticati e meno costosi Uh-1h "Super Huey". Con questa modifica il budget per i velivoli varato dal Senato passa dai 452 milioni di dollari ai 182,5 milioni. Altri tagli agli ‘aiuti militari’ sono stati previsti per le voci "addestramento ed equipaggiamento" (da 47 milioni a 36), "interdizione aerea e fluviale" (i programmi di miglioramento della componente aerea e fluviale e delle infrastrutture radar e di supporto, ridotti da 446 milioni a 373). Il Senato ha altresì ridimensionato il pacchetto di aiuti destinato alla polizia nazionale colombiana (da 133 milioni di dollari a 100). Complessivamente, la versione del Senato dovrebbe garantire alla Colombia 350 milioni di dollari in meno rispetto alla proposta dell’amministrazione Clinton. Al contrario i fondi destinati ai paesi limitrofi (Perù, Ecuador, Bolivia) sono aumentati di quasi il 60% raggiungendo i 78 milioni di dollari. Onde fornire un’immagine più ‘umanitaria’ e ‘sociale’ del ‘Plan Colombia’, il Senato ha altresì accresciuto i finanziamenti previsti per i contraddittori ed ambigui programmi di "sviluppo alternativo’ e di "rafforzamento delle istituzioni colombiane". Queste voci sono passate dai 237 milioni di dollari della versione iniziale ai 380 dell’emendamento del Senato. In realtà ci troviamo di fronte a programmi prevalentemente finalizzati alla fumigazione delle coltivazioni di coca, alla creazione di speciali ‘unità di polizia investigativa’ sul modello Fbi e a non meglio specificati "programmi di sviluppo regionale alternativo" (difficile non immaginare che si tratti di attività finalizzate ad accelerare l’apertura dei mercati andini agli investimenti e alle imprese nordamericane). Il Senato ha altresì triplicato il fondo destinato alla "difesa dei diritti umani" (da 15 milioni di dollari a 53,5 milioni), ma la denominazione non deve ingannare più di tanto. Si tratta infatti di finanziamenti destinati a creare ‘speciali unità per i diritti umani’ nelle Procure e nella Polizia nazionale, e per ‘migliorare i sistemi di protezione di testimoni e giudici’ impegnati nei procedimenti penali. Se ancora è tutto da definire l’ammontare complessivo del pacchetto di aiuti, ancora più contraddittori e indeterminati appaiono i contenuti e le finalità del ‘Plan Colombia’: alla data odierna, ne esistono almeno tre versioni, da utilizzare secondo l’interlocutore e il momento. La prima stesura del progetto, presentata segretamente lo scorso novembre al Senato Usa dal presidente Andrés Pastrana e dall’ambasciatore colombiano negli Stati Uniti Luis Alberto Moreno, ha come obiettivo cardine quello di "ottenere un sostegno ai propri sforzi militari in tre aree geografiche, prima nel distretto di Putumayo e poi, nei due prossimi anni, nel centro e nell’area sudoccidentale della Colombia". In questa versione, il ‘processo di pace’ occupa solo il punto V. La seconda versione del ‘Plan Colombia’ è stata fornita ai mass media americani dal Senato lo scorso febbraio: il processo di pace viene presentato come punto principale e si ridimensiona il peso degli aiuti militari. L’ultima versione è stata indirizzata all’Unione europea: vi si enfatizza "l’investimento sociale", si sottolineano gli "sforzi per la difesa dei diritti umani" e sono stati soppressi tutti i riferimenti al "rafforzamento militare". Unico elemento omogeneo, l’obiettivo di "implementare i mezzi necessari per attrarre gli investimenti stranieri e promuovere l’espansione del commercio". "Il Plan Colombia è una strategia integrata per rafforzare la pace, riattivare l’economia e generare occupazione, proteggere i diritti umani, rafforzare la giustizia e aumentare la partecipazione sociale" ha dichiarato Pastrana in occasione della sua recente visita al Parlamento europeo. Pare che gli abbiano creduto tutti: il presidente del consiglio spagnolo Josè Maria Aznar, si è impegnato a convocare i paesi partner dell’Unione, più Giappone e Canada, per sostenere finanziariamente il Plan Pastrana. L’appuntamento è per la metà di giugno a Madrid. Il protagonismo spagnolo a favore del ‘Plan Colombia’ non deve lasciare stupiti più di tanto: tra le maggiori imprese lanciatesi alla conquista dei settori chiave dell’economia colombiana, accanto a quelle nordamericane, compaiono proprio quelle iberiche: alla privatizzazione del sistema elettrico concorre la ‘Iberdrola’, alla privatizzazione delle telecomunicazioni la ‘Telefónica de España’ e alla privatizzazione delle banche il ‘Banco Santander’ .
2. Aerei ed elicotteri "per la lotta contro la droga" A differenza del governo Pastrana, il Dipartimento di Stato Usa non nasconde le finalità del suo neointerventismo nel paese sudamericano: per ogni mille dollari promessi alla Colombia, 730 saranno destinati a potenziare i programmi di ‘cooperazione militare’. Così, con la copertura della cosiddetta ‘crociata anti-droga’ dell’amministrazione Clinton, la Colombia del 2.000 punta a divenire il maggior destinatario dell’’assistenza militare’ degli Stati Uniti nel mondo, accanto ad Israele ed Egitto. Novecentocinquantaquattro milioni di dollari subito, altri 318 entro il prossimo anno. E’ questo il budget previsto per potenziare le capacità operative delle forze armate e della polizia colombiana. Il denaro finirà particolarmente per l’ammodernamento della componente aerea ed elicotteristica. Mentre il programma originario della Casa Bianca prevedeva il trasferimento alla Colombia di 30 Blackhawks e 33 Hueys, con il nuovo emendamento del Senato gli Hueys salgono a 75, con l’opzione di una nuova commessa per altri 18 elicotteri Hueys. Ad essi si aggiungeranno 11 caccia intercettori e 11 velivoli OV-10 antispionaggio più 341 milioni di dollari per il potenziamento della rete radar e d’intelligence. Il Dipartimento della difesa interverrà altresì per ampliare la flessibilità operativa "in funzione anti-narcos" della polizia nazionale colombiana. Quasi 200 miliardi di lire sono stati previsti a favore dell’acquisizione di sistemi di comunicazione, armi e munizioni, e per la costruzione di un imprecisato numero di "basi anti-droga" alla frontiera con Perú ed Ecuador. Nonostante il riconosciuto fallimento della politica di ‘fumigazione’ aerea delle piantagioni di coca e le sue pesanti conseguenze sociali ed ambientali, gli Usa fornirebbero alla polizia locale 15 aerei ‘anti-droga’ ed una ventina di elicotteri del tipo ‘Super Huey’ che opereranno dall’aeroporto meridionale di Guaymaral. Gli analisti militari sperano che la versatilità di questi strumenti da combattimento, possa essere determinante per vincere la resistenza delle basi della guerriglia, proprio in una fase in cui sono stati avviati faticosi ed incerti colloqui di pace. Secondo la sottosegretaria di Stato Albraigth il pacchetto di aiuti "si concentrerà a ristabilire il controllo del governo al sud della Colombia, più esattamente nei dipartimenti di Putumayo e del Caquetà". Proprio queste due sono le aree del paese sotto il controllo dei principali gruppi guerriglieri (Farc ed Eln). Negli ultimi tre anni, gli Stati Uniti hanno già esportato oltre mezzo miliardo di dollari in armi pesanti alla Colombia. Eppure nel 1996 il governo di Washington era stato costretto a negare a Bogotà la certificazione di "paese cooperante con la politica anti-droga", a seguito dello scandalo che aveva colpito l’ex presidente Ernesto Samper e i maggiori quadri dell’establishment politico-militare, rei di aver ricevuto ingenti finanziamenti in nero dal Cartello della coca di Cali. Il ‘niet’ alla Colombia è durato solo due anni, in quanto l’amministrazione Clinton registrava "importanti passi contro il traffico di droga" da parte del neoeletto presidente Pastrana. La non certificazione di ‘paese cooperante’ non ha costituito tuttavia un ostacolo al flusso degli aiuti militari Usa. Nel settembre 1996 ad esempio, il Dipartimento della difesa ha fornito addizionalmente alla Colombia 40 milioni di dollari "in aiuti militari anti-droga", 30 all’esercito e 10 alla polizia nazionale. In quel periodo le forze armate colombiane non disponevano di unitá specializzate in missioni anti-narcos, così l’aiuto è stato dirottato quasi esclusivamente in missioni belliche anti-guerriglia. L’anno successivo, l’invio di armamenti ha raggiunto il valore di 64 milioni di dollari e grazie al voto favorevole del Congresso fu approvata la consegna di 18 elicotteri di seconda mano Uh-1 "Huey" armati di fucili mitragliatori M60d; nel ’98 giungevano in Colombia altri 12 elicotteri Uh-60l ‘Black Hawk’ per 169 milioni di dollari. La quota maggiore di aiuti militari è stata fornita dall’International Narcotics Control (Inc), l’agenzia per il controllo anti-droga del Dipartimento di stato, che nel ’99 ha stanziato per la Colombia 203 milioni di dollari, 195 dei quali finiti direttamente all’esercito e alla polizia. Il budget per la Colombia era di appena 30 milioni l’anno precedente: l’Inc ha così potuto moltiplicare il numero di militari colombiani addestrati nella lotta ‘anti-droga’ e ha potuto fornire all’aeronautica e alla marina del paese sudamericano le apparecchiature e i sistemi d’arma necessari per migliorare l’operatività dei velivoli cargo C-130 e C-26 e dei pattugliatori veloci delle coste e dei fiumi interni. "La presenza militare e gli aiuti degli Stati Uniti sono quasi nove volte maggiori di quelli che erano nella metà degli anni novanta" denuncia il rapporto presentato lo scorso dicembre dai ricercatori Adam Isackson e Joy Olson del ‘Latin America Working Group’ e del ‘Center for Internacional Policy’, uno dei maggiori centri indipendenti di ricerca statunitensi sulle relazioni nazionali con il sud America. "La Colombia riceve oggi più assistenza militare da parte degli Stati Uniti in addestramento, armi ed equipaggiamenti di quanto è ricevuto congiuntamente da tutti i paesi dell’America latina e dei Caraibi. Il numero di militari statunitensi presenti permanentemente in Colombia ha raggiunto le 250-300 unità, mentre le missioni delle Forze speciali Usa sono passate dalle 20 del 1998 alle 34 dell’anno successivo. Se sino al 1995 la Colombia riceveva annualmente 30 milioni di dollari per la lotta al narcotraffico, nel 1999 si è raggiunta la cifra di 294 milioni di dollari". A questo pacchetto di ‘aiuti’ si devono poi aggiungere i sistemi d’arma acquistati direttamente dal governo colombiano attraverso il programma Usa delle ‘Vendite militari all’estero 1999’ (11 elicotteri Uh-60 ‘Blackhawh’, 12 elicotteri d’addestramento Th-13 ‘Sioux’, fucili leggeri, veicoli e munizioni) per un valore di 28 milioni di dollari, più una spesa di 40 milioni di dollari per le armi comprate ad imprese private statunitensi. In tutto 68 milioni di dollari contro i 5 spesi l’anno precedente, nonostante l’aggravarsi della crisi economica e del deficit statale colombiano. Lo scorso novembre inoltre, l’amministrazione Clinton ha notificato al Congresso la possibilità di un ulteriore trasferimento di armi alla Colombia sempre attraverso il programma di ‘vendite all’estero’: si tratterebbe di un megacontratto di 221 milioni di dollari per 14 elicotteri ‘Blackhawk’ e differenti tipi di munizioni. Per accelerare la commessa, è già pronto un prestito per il governo di Bogotà di 20 milioni di dollari da parte della ‘Export-Import Bank’ degli Stati Uniti. Le forze di sicurezza colombiane potrebbero infine ricevere aiuti militari supplementari attraverso uno speciale fondo d’emergenza anti-droga. Secondo quanto preannunciato dalla Casa Bianca si tratterebbe di equipaggiamento e munizioni per oltre 58 milioni di dollari.
(Fonte: Department of State, Background Notes: Colombia, Washington, January 1999)
I nuovi orizzonti della strategia USA "La Colombia è d’interesse vitale per gli Stati Uniti. E’ nel nostro interesse sostenere l’amministrazione Pastrana e il processo di pace. La Colombia è un importante partner economico degli U.S.A.: è il nostro 5° maggiore mercato di esportazione in America latina". Così, lo scorso agosto, ha giustificato l’esigenza di varare il nuovo pacchetto di aiuti il sottosegretario di Stato per gli Affari politici Thomas Pickering, uno dei maggiori sostenitori nordamericani del Plan Colombia. Se infatti l’obiettivo primario del Pentagono è quello di eliminare dal cortile di casa qualsiasi focolaio di guerriglia ‘filo-comunista’, la strategia del Dipartimento risponde al crescente interesse del capitale nazionale di promuovere le esportazioni alla Colombia, intervenire direttamente nella realizzazione delle imponenti opere programmate (dighe, centrali idroelettriche, arterie stradali e fluviali), perpetuare il monopolio delle compagnie petrolifere nell’estrazione dell’oro nero. La priorità di assicurare l’investimento straniero in particolare per l’industria petrolifera è stata inserita nel testo di emendamento al ‘Plan Colombia’, proposto dai senatori democratici Dewine, Grassley e Coverdell. "Con gli aiuti" – si legge nell’emendamento - "s’insisterà a che il governo della Colombia completi le riforme urgenti orientate ad aprire completamente la sua economia agli investimenti e al commercio estero, particolarmente all’industria petrolifera, come un percorso verso il suo recupero economico". Lo stesso senatore Coverdell ha giustificato gli aiuti alla Colombia con lo scopo di "proteggere gli interessi petroliferi in Venezuela paese strategico al centro di una profonda crisi politica, sociale ed economica" .Per sponsorizzare l’approvazione del ‘Plan Colombia’, si è presentato in audizione al Congresso, il vicepresidente della Occidental Petroleum Company - Oxy, Lawrence Meriage. Il responsabile della multinazionale petrolifera su cui vanta una partecipazione per mezzo milione di dollari il vicepresidente degli Stati Uniti Albert Gore, ha chiesto ai legislatori che gli aiuti militari non siano destinati solo "a recuperare il controllo del sud della Colombia, dove pure stiamo operando", ma anche alle aree più settentrionali, "come il Nord di Santander, alla frontiera con il Venezuela, dove stiamo per intraprendere le operazioni di trivellazione e dove le coltivazioni di coca sono aumentate del 300%". Il vicepresidente della Oxy si è guardato bene di riferire al Congresso che la sua compagnia si trova a fronteggiare in Colombia la resistenza del numeroso gruppo indigeno degli U’wa, che proprio nel Nord di Santander si è visto espropriare terreni e villaggi per consentire l’insediamento di nuovi pozzi, e che minaccia il suicidio collettivo come purificazione contro l’indebita appropriazione di quello che considera il "sangue delle terre ancestrali". Il governo di Bogotà è di ben altre idee e ha deciso di fornire le migliori garanzie al capitale nordamericano ed europeo: la compagnia petrolifera statale Ecopetrol ha firmato nell’ultimo anno 18 contratti con società estere (tra le più note la Occidental Petroleum, la Chevron e la British Petroleum), che ‘investiranno’ nel paese per il quadriennio 2000-2003 oltre 672 milioni di dollari su un’estensione di 678.500 chilometri quadrati; è stato riformato il settore bancario per promuovere gli investimenti esteri (oggi il capitale straniero controlla il 27% degli istituti finanziari locali), sono stati rinnovati gli accordi preferenziali di mercato con gli Stati Uniti (l’effetto è stato il crollo del prezzo dei prodotti agricoli tipici, cotone, caffè, mais) e si è dato il via alla fluttuazione del tasso di cambio con il dollaro. Unico settore produttivo interno favorito dalle manovre è quello della media-grande industria manufatturiera che ha migliorato le esportazioni al gigante nordamericano abbattendo i salari della manodopera (non oltre i 150 dollari mensili per turni settimanali che sfiorano le 60 ore). Così dopo la breve crisi delle relazioni Usa-Colombia a seguito dell’affaire Samper, i rapporti bilaterali sono idilliaci e l’attuale governo ha preferito delegare a Wasghington i compiti della propria tutela politico-economica-militare. Mai come adesso la Colombia è stata la meta preferenziale delle visite dei maggiori esponenti della politica militare statunitense. Solo negli ultimi 12 mesi è giunto il segretario della difesa William Cohen e la direttrice del Centro Emisferico per gli Studi della Difesa (istituzione creata dal Pentagono nel ’97 per "seguire gli eserciti del continente"), Margaret Daly Hayes; tre volte è arrivato lo zar antidroga Barry McCaffrey, e ben dieci volte il generale Charles Wilheilm, a capo del Comando Sud degli Stati Uniti, che per le sue ‘attenzioni’ alla Colombia ha ricevuto la massima onorificenza della Repubblica, la Croce d’oro bolivariana. A fine marzo è arrivato perfino il capo di Stato maggiore delle forze armate Usa, generale Henry Shelton; nel suo curriculum vitae il vicecomando della 5^ Divisione delle forze speciali in Vietnam, il comando della 101^ Divisione durante la guerra del Golfo e della Special Force che intervenne ad Haiti nel 1994. Il generale Shelton inoltre, è stato consigliere del Pentagono in occasione dell’attacco missilistico contro le basi afghane dello sceicco Osam Bin Leaden e del recente conflitto per il Kosovo .
Contratti di ricerca petrolifera in Colombia firmati dalla compagnia Ecopetrol con imprese private (gennaio-aprile 2000)
Contratto Compagnia Area Dipartimento Rio Juanambù AEC Colombia (Canada) 170.000 ha Putumayo Pacayaco AEC Colombia (Canada) 164.000 ha Putumayo - Caquetà Pijao AIPC Indipendence (Usa) 41.000 ha Cundinamarca-Tolima Bicudo Braspetro (Brasile) 70.000 ha Meta Colòn Canadian West (Canada) 37.000 ha Cundinamarca-Tolima Torbellino CMS (Canada) 32.000 ha Tolima Guayacanes La Luna Oil Corp. (Colombia) 150.000 ha Santander El Golfo Petrocol-Canadian West (Col-Can) 14.500 ha Huila
Contratti in via di definizione tra Ecopetrol e multinazionali del petrolio
Contratto Compagnia Area Campoalegre Emerald 29.455 ha Canalete Chevron 116.053 ha Pena Alta Chevron 143.121 ha Maya Sheridan 150.218 ha Altamizal Sipetrol 56.409 ha Guadalupe Total 143.331 ha Buganviles Hallywell 60.827 ha Cubarral Chevron 19.201 ha Samorè Occidental Niscota British Petroleum Panto British Petroleum Florena British Petroleum Volcanera British Petroleum
Valore degli investimenti previsti da Ecopetrol in associazione con imprese estere (in milioni di dollari)
2000 2001 2002 2003 Totale Attività di esplorazione 3 15 10 24 52 Estrazione 325 109 122 116 672 Totale 328 124 132 140 724
(Fonti: Ecopetrol; El Colombiano, 29 de enero, 2000; Cambio, 13 de marzo, 2000, El Espectador, 24 de abril, 2000, ).
3. L’evoluzione della percezione della minaccia La Colombia è senza alcun dubbio il paese del continente americano più ‘monitorato’ dagli strateghi del Pentagono. Già a partire dal 1993, il paese e l’area andina vengono inseriti tra le quattro zone del pianeta, insieme a Medio Oriente, il sud-est asiatico ed i Balcani, "potenzialmente più conflittive tra il 1992 e il 2010". E’ in queste aree che gli Stati Uniti percepiscono la maggiore minaccia al ‘nuovo ordine internazionale’ sorto dopo il crollo del muro di Berlino e la guerra del Golfo . Cinque anni più tardi, maggio ’98, i vertici dello Stato maggiore Usa si diedero appuntamento all’Università della difesa nazionale di Washington per esaminare gli sviluppi del conflitto armato in Colombia. Una seconda riunione viene organizzata a fine ’98 dal dipartimento dell’Us Army preso il proprio College di Carlisle, in Pennsylvania. Sei mesi dopo, si svolge una terza riunione per attenzionare geostrategicamente il paese sudamericano. Per quest’ultimo appuntamento è la Cia ad incaricarsi dell’organizzazione: ai lavori vi prendono parte più di 50 ufficiali del Pentagono, del Dipartimento di stato, dell’Fbi, della Dea e dell’agenzia d’intelligence. I tre incontri testimoniano il progressivo stato d’allarme che si registra tra gli alti vertici militari di Washington. Mentre nel primo incontro la Colombia fu infatti percepita come un "problema per l’area", a Carlise il paese fu identificato come un "grave fattore di destabilizzazione della sicurezza regionale". Nel terzo incontro il giudizio fu di aperto pessimismo e gli analisti prospettarono la possibilità di una "guerra totale", dell’"estensione del conflitto" e perfino di una sua "balcanizzazione".Come se non bastasse, a metà novembre ’99, a conclusione dell’ennessimo viaggio a Bogotà, è giunta la dichiarazione del responsabile del Comando Sud degli Stati Uniti, generale Chales Wilhelm: "la Colombia ha preso il posto di Cuba come principale minaccia alla pace nell’emisfero occidentale…". Erano passati meno di quattro mesi dall’incidente accaduto a Patascoy, nella selva meridionale della Colombia, al velivolo speciale dell’Us Air Force ‘Rc-7 DeHavilland’ per l’intercettazione delle comunicazioni telefoniche e radio. Cinque militari statunitensi e due ufficiali dell’aeronautica colombiana erano morti in mezzo alle fiamme dopo che l’aereo si era schiantato al suolo in un’area sotto il controllo delle Farc. Sulle cause dell’incidente e sugli scopi della presenza di un velivolo nordamericano in una zona teatro di guerra era stato posto il più assoluto riserbo. Grazie però ai reportage di alcune testate internazionali venivano raccolti alcuni elementi che confermavano il coinvolgimento diretto delle forze armate statunitensi nel ‘conflitto a bassa intensità’ in atto in Colombia. Sotto la pressione di alcuni congressisti, il Dipartimento della difesa era costretto ad ammettere la presenza di proprie basi radar e stazioni d’ascolto terrestri (Gbr) nelle regioni meridionali di Guaviare (San José), Amazonas (Leticia) e Vichada (Marandua). "Altri due radar della rete dei Caraibi dell’Us Air Force operano dalla penisola settentrionale della Guajira (Rioacha) e dall’isola di San Andrès, di fronte alla costa nicaraguense. Una quarta stazione radar Gbr è in fase di allestimento presso la base di Tres Esquinas (Putumayo)" .Formalmente queste installazioni radar sono sotto il controllo delle forze armate colombiane, ma all’interno l’elaborazione dei dati viene gestita da team di tecnici nordamericani, composti ognuno da 36-45 unità. Il Pentagono ha aggiunto che il personale specializzato degli Stati Uniti ha avuto il compito di addestrare "in sofisticate attività d’intelligence", nel biennio 1998-99, ufficiali dei servizi segreti dell’aeronautica e dell’esercito colombiano nelle basi di telecomunicazione di Bogotá, San José del Guaviare, e Santa Marta, nel nord del paese. Secondo il responsabile per gli Affari internazionali anti-droga Rand Beer, il personale Usa lavorerebbe "per accrescere la capacità delle forze di sicurezza colombiane a raccogliere ed analizzare le informazioni sulle attività dei narcos e su quelle dei gruppi insorgenti che potrebbero minacciare le forze anti-droga" . Sempre il Pentagono ha affermato che nel ‘98, "hanno operato in Colombia 67 ufficiali della Special Operation Force, il gruppo Interforze coordinato dal Comando Sud per le operazioni speciali (Socsouth), di stanza presso la base navale di Roosvelt Road (Portorico)", e che le unità Usa in Colombia forniscono assistenza ad "oltre 1.500 membri delle forze di sicurezza in alcuni settori specifici, come la fanteria leggera, il trasporto elicottero, ecc.".
4. L’industria militare fa la guerra alla coca. L’incidente al velivolo ‘subaffittato’ dal Diaprtimento della difesa per la fumigazione dei campi di coca, ha permesso all’opinione pubblica di conoscere altri particolari inquietanti dell’impegno Usa in Colombia. Secondo il settimanale Newsweek, tra i 300 effettivi statunitensi presenti in Colombia, vi sarebbero "almeno un centinaio di agenti della Dea e della Cia"; Nesweek segnala inoltre come gli avieri dell’RC-7 non sarebbero le prime vittime Usa della ‘guerra alla coca’: "A partire dal 1997 sono morti tre piloti della società privata DynCorp (Virginia) contattata dal Pentagono per missioni di intercettazione anti-droga. La DynCorp che conta in Colombia 90 impiegati, in coordinamento con la Polizia nazionale ha lanciato tonnellate di defoglianti chimici sulla selva e ha effettuato incursioni in elicottero contro i laboratori di trasformazione". La DynCorp, che impiega piloti di elicottero veterani della guerra in Vietnam, fornisce inoltre la manutenzione dei velivoli della polizia impegnati in operazioni anti-coca. L’impatto socio-ambientale della campagna finanziata attraverso l’International Narcotics Control del Dipartimento di stato avrebbe avuto effetti devastanti. Nel solo ‘98 gli aerei T-65 e Ov-10 ‘Bronco’ della DynCorp avrebbero fumigato oltre 65.000 ettari di terra nei dipartimenti meridionali di Guaviare e Caquetà, utilizzando il glisosfato, un’erbicida cancerogeno solubile in acqua. Solo lo scorso anno all’impresa privata il Dipartimento avrebbe versato 68 milioni di dollari, tre volte e mezzo in più dei 19,6 milioni spesi nel ’96 per fumigare la Colombia. In realtà l’’affaire Colombia’ si tra strasformando in un immenso business per le aziende private statunitensi che operano nel settore militare. I colossi United Technologies e Bell competono per assicurarsi la megacommessa per la componente elicotteristica; accanto alla DynCorp stanno inserendosi in Colombia altre aziende specializzate nel fornire ‘assistenza tecnica’ e ‘consiglieri militari’ alle forze armate colombiane, favorite dal Pentagono che così può eludere le limitazioni degli emendamenti del Congresso che fissano il personale statunitense in Colombia a non oltre i 250 addetti militari e 100 impiegati civili. L’ultima di queste società ‘di servizio’ ad aprire una filiale a Bogotà è stata la Mpri (Military Professional Resources Inc.), anch’essa con sede in Virginia, contattata per il sostegno logistico e l’addestramento ‘supplemenatre’ della polizia e delle forze armate colombiane. La Mpri, il cui manager è il generale in pensione dell’Us Army Ed Soyster, gia direttore della Dia (la Defense Intelligence Agency), è una delle società più note nelle aree di conflitto internazionali: essa ha fornito supporto logistico per una serie di operazioni militari nei Balcani, in Medio Oriente e in Africa. Fondata appena 12 anni fa nella città di Alexandria conta su un giro d’affari annuo di circa 12 milioni di dollari, con 160 dipendenti full-time, tra cui una serie di ex alti ufficiali delle forze armate statunitensi, come i generali Carl Vuono, che guidò l’esercito durante l’operazione Desert Storm e Crosbie ‘Butch’ Saint, che fu uno dei comandanti delle operazioni Usa in Europa. La Mpri, in particolare, è stata impegnata nel rifornimento di munizioni e nel sostegno operativo degli eserciti croato e bosniaco durante le loro controffensive contro le unità serbe . Così come in Colombia, le attività della Mpri si sono incrociate con quelle della DynCorp nel teatro di guerra dei Balcani; a quest’ultima società, infatti, gli Stati Uniti hanno affidato nell’autunno ‘98 il compito di verificare il ritiro delle unità serbe dal territorio del Kosovo, in seguito al rifiuto del leader yugoslavo Slobodan Milosevic di ammettere la presenza di monitor ‘militari’. I dati di ‘intelligence’ raccolti dai 150 uomini contrattati dalla DynCorp sono stati determinanti per l’operazione Nato di bombardamento in Kosovo e Serbia la primavera successiva.
Programmi anti-droga e sistemi d’arma Usa previsti dal Plan Colombia Programma Destinatario Valore 6 elicotteri Uh-60 Blackhawh Polizia Nazionale $ 96.000.000 34 elicotteri (usati) Uh-1n Polizia Nazionale $ 20.000.000 15 elicotteri Uh-1h Super Huet Polizia Nazionale $ 20.000.000 Supporto e operazioni gruppo aereo Polizia Nazionale $ 6.000.000 25 sistemi di puntamento aereo Polizia Nazionale $ 6.000.000 Miglioramento sicurezza basi anti-droga Polizia Nazionale $ 6.000.000 Aereo da trasporto Dc-3 Polizia Nazionale $ 2.000.000 Adeguamento sistemi sicurezza prigioni Polizia nazionale $ 1.200.000 Ricostruzione base anti-droga Esercito $ 2.000.000 Aggiornamento velivolo A-37 Dragonfly Aeronautica $ 14.000.000 (Fonte: Bureau of International Narcotics and Law Enforcement Affairs, Fiscal Year 2000 Budget Congressional Presentation 24) 5. Usa-Colombia un rapporto che nasce lontano Come in un qualsiasi rapporto coniugale, le relazioni politico-militari e in materia di lotta al narcotraffico tra gli Stati Uniti e la Colombia hanno vissuto alti e bassi, seguendo sempre "un modello ciclico, con fasi oscillanti", in cui si sono alternate fasi caratterizzate da distanza e dubbi, tensioni e frizioni, critiche e difficoltà, a fasi caratterizzate da cordialità e vicinanza, convergenza e collaborazione . Tuttavia negli ultimi 35 anni le amministrazioni statunitensi non hanno mai fatto mancare il loro aiuto a favore dei programmi di riarmo e di vera e propria belligeranza delle forze militari colombiane, neanche quando le collusioni di esse e delle classi dirigenti con il traffico di stupefacenti sono state palesi, o quando il conflitto interno ha raggiunto livelli di drammaticità e di violenza insostenibili. La Colombia non è mai stata sottoposta all’isolamento o alla marginalizzazione internazionale per la questione del narcotraffico o per la violazione dei diritti umani: il ruolo chiave del paese nello scacchiere caraibico-andino, la competizione ideologica tra Stati Uniti ed Unione Sovietica, il ferreo orientamento anticomunista e filostatunitense delle forze armate e dei ceti dominanti, il sostegno allo sforzo per eliminare le guerriglie in Centroamerica ed accerchiare l’isola di Cuba, le hanno assicurato, anche nei momenti più bui della sua storia contemporanea, l’assistenza e l’appoggio economico-militare nordamericano. Grazie ai ripetuti accordi firmati, gli Stati Uniti sono stati la fonte primaria per buona parte delle infrastrutture, dell’equipaggiamento e delle operazioni d’intervento antiinsorgenza delle forze militari colombiane.E’ in Colombia che si sperimenta per la prima volta il cosiddetto ‘Plan Lasso’ (Latin American Security Operation), la stretagia Usa di aiuto alle forze armate dell’America latina, varata negli anni ’60 all’interno della "dottrina della sicurezza nazionale" e irradiata a tutto l’emisfero grazie ai programmi di ‘formazione’ delle èlite militari presso la ‘School of Americas’, istituzione che al tempo aveva sede a Panama . Il 18 maggio 1964, sotto il comando del colonnello Hernando Currea Cubides, comandante della 6^ brigata, il governo colombiano lanciava una vasta campagna nelle regioni in cui si stavano organizzando i gruppi di ‘autodifesa campesina’ da cui presto nasceranno le prime unità delle Farc. L’obiettivo della cosiddetta ’Operaciòn Marquelita’ è quella di annientare le organizzazioni campesine, e l’esercito arriva a schierare per l’occasione 16.000 uomini, e l’intera dotazione di elicotteri, aerei di riconoscimento, bombardieri e pezzi d’artiglieria. Per questa prima operazione di guerra in larga scala, l’amministrazione degli Stati Uniti consegnerà direttamente a Bogotà 300.000 pesos del tempo.Perso sul campo l’effetto sorpresa, e a seguito del crescente consenso che i gruppi insorgenti conquistano tra le popolazioni che vivono ai margini del latifondo, il presidente Guillelmo Leòn Valencia, decide di estendere l’intensità del conflitto. Il 24 dicembre 1965 viene firmato il decreto d’istituzione dello stato d’assedio in tutto il paese, che obbliga tra l’altro i cittadini ad impegnarsi "nel ristabilimento dell’ordine pubblico minacciato dalle forze guerrigliere". Il decreto, trasformato in legge nel ‘68, dava il via alla formazione delle cosiddette ‘giunte di autodifesa’, organizzazioni formate da personale civile addestrato ed equipaggiato per operazioni anti-guerriglia, sotto il comando di personale militare. La ‘militarizzazione’ della società colombiana era la nuova risposta alle richieste degli Stati Uniti di creare un vero e proprio cordone di sicurezza per isolare i fuochi della guerriglia e spostare a proprio favore il ‘conflitto di bassa intensità’. Anche in questo caso però, gli effetti non saranno quelli previsti: in Colombia lo scontro si generalizzerà e degenererà, e come vedremo in seguito, dalle ceneri delle ‘giunte di autodifesa’, quindici anni più tardi, si svilupperà il fenomeno paramilitare .Dopo lo scacco dell’’Operaciòn Marquelita’ i legami Usa-Colombia si manterranno di basso profilo almeno sino alla metà degli anni ’70. Dando il via all’altalenarsi amore-odio nelle relazioni tra i due Paesi, l’amministrazione Lopez Michelsen (1974-78), accusata dal governo nordamericano di inefficenza nella repressione della produzione e del traffico di marihuana nella costa Atlantica, decide l’acquisto di 17 elicotteri forniti di mitragliatori e di 12 velivoli T-33, per avviare la "lotta al narcotraffico". Bogotà autorizzerà i velivoli Usa a sorvolare la Colombia per intercettare le avionette che fanno la spola tra il dipartimento settentrionale della Guajira e la Florida. Nell’aprile del ‘77 le cronache registrano una battaglia aerea tra alcuni elicotteri della Dea e dell’aviazione colombiana contro un Dc-3 carico di marihuana sui cieli della città di Rioacha. Una serie di scandali che colpiscono il Das, il Dipartimento degli Affari Speciali, dipendente dalla Presidenza, costringe il governo a trasferire l’anno successivo le competenze della lotta anti-droga alla Polizia giudiziaria e alle forze armate, che pur di contro voglia perché ritengono prioritario l’impegno antiinsorgente, intraprendono una serie di attività contro il narcotraffico. Con l’esigenza di migliorare la propria immagine internazionale dopo le ombre nella conduzione della ‘guerra sporca’ contro la guerriglia e i civili, i vertici militari pianificano l’’Operaciòn Fulminante’, un’operazione interforze a cui partecipano 10.000 militari dell’Armada Nacional e il Gruppo di volo dell’aeronautica con base a Barranquilla. L’operazione ha come risultato la distruzione di oltre 10.000 ettari di coltivazione di marihuana però acutizza il conflitto con migliaia di piccoli produttori della zona e vengono denunciati "eccessi contro la popolazione e casi di corruzione tra le forze armate". L’’Operaciòn Fulminante’ potè contare sulla piena cooperazione del governo degli Stati Uniti, che alla vigilia del ‘blitz’ fornivano gli equipaggiamenti e gli aiuti finanziari per le attività dei militari colombiani. Sempre nel ‘78 si svolge l’operazione aerea congiunta ‘Stopgap’ e l’anno successivo Washington interviene finanziariamente a favore della costituzione del corpo della Guardia coste colombiano che assume il controllo dei maggiori fiumi interni. Nel 1982 Colombia e Stati Uniti firmano un nuovo accordo militare, che assicura una serie di mezzi logistici alla Polizia nazionale, che l’anno prima aveva istituito un proprio corpo antinarcotici. Grazie agli aiuti nordamericani, la Polizia istituiva 14 ‘compagnie anti-droga specializzate’ e un proprio 'servizio aereo' che avrebbe avuto come principale base operativa l’aeroporto di Guayamaral e quali basi secondarie, gli aerodromi di Santa Marta, San José del Guaviare e Vallepudar .Nello stesso anno, quasi a voler smentire le denunce-stampa su un presunto contributo elettorale ricevuto dal boss del narcotraffico Rodriquez Gacha ‘il mexicano’, il presidente Betancur autorizzò una vasta operazione di bombardamento di defoglianti contro le coltivazioni di marijuana della Sierra Nevada di Santa Marta. L’intervento militare che provocò tra l’altro la morte di alcuni bambini indigeni della comunità Arhuacos, fu appoggiata della Marina Usa che dispiegò una flotta di 9 unità navali davanti alla costa atlantica della Colombia (operazione ‘Hot Trick’). L’improvvisa foga anti-narcos del governo colombiano fu prontamente premiata dal Congresso: gli aiuti militari passarono da 3 milioni e mezzo di dollari nell’‘83 a quasi 11 milioni nell’‘85. In cambio la Marina Usa ottenne l’autorizzazione a pattugliare le coste della Guajira e il Pentagono potè installare il primo di una serie di impianti radar nell’isola di San Andrès, che assicurò il controllo del traffico aeronavale del Nicaragua sandinista. Questo peridodo di idillio tra le due diplomazie, coincide con la presenza a Bogotà come ambasciatore Usa di Lewis Tambs, acceso sostenitore della lotta anti-insorgente, che passerà alla storia per aver coniato in un suo rapporto al governo, il termine di ‘narcoguerriglia’, enfatizzando il presunto intreccio tra le organizzazioni armate della sinistra e i produttori e i trafficanti di coca. Il termine farà la fortuna degli strateghi del Pentagono che negli anni ’90 giustificheranno l’intervento Usa nell’area andina per annientare l’insorgenza. L’ambasciatore Tambs, a seguito della scoperta di un laboratorio per il processamento e di un grosso carico di cocaina (quasi 14 tonnellate), dichiarerà che essi erano "sotto la vigilanza della guerriglia comunista delle Farc e l’approvazione del Partito Comunista colombiano", e che il traffico godeva della "copertura di Cuba e Unione Sovietica". La notorietà del diplomatico sarebbe crollata appena 5 anni più tardi, quando il suo nome comparve tra coloro che avevano ‘coperto’ le operazioni del capitano Oliver North, il protagonista del cosiddetto ‘Contrasgate’, il traffico di armi-droga gestito dalla Cia a favore della Contras antisandinista .
6. "Operations other than war" Ambasciatore che va, ambasciatore che viene. Il nuovo diplomatico Usa inviato in Colombia a sostituire l’ambiguo Tambs, non farà rimpiangere assolutamente le sue crociate anti-narcoguerriglia. Del resto le credenziali di Thomas McNamara, giunto a Bogotà nel 1988, erano le migliori: egli aveva ricoperto per anni il ruolo di direttore della sezione antiterrorismo e antidroga del Dipartimento di stato. Gli effetti non si lasceranno attendere e gli aiuti militari alla Colombia subiranno una nuova impennata: il valore dei sistemi d’arma inviati raggiungerà i 72 milioni di dollari, nove volte in più di quanto era stato fornito quattro anni prima. La presenza di McNamara in uno dei paesi andini dove più forte è lo scontro sociale e militare non è certamente causale. Essa s’inserisce infatti nella nuova strategia interventista nell’emisfero definita dalla ‘Direttiva presidenziale sulla Sicurezza nazionale’, che avrà come punto centrale nel settembre ’89 la pianificazione della cosidetta "Iniziativa Andina" che prevede il rafforzamento della cooperazione economica-militare degli Stati Uniti con i paesi dell’aerea, grazie all’invio delle forze armate statunitensi e alla creazione di nuove basi Usa. Contemporaneamente la Casa Bianca inizia a destinare al Dipartimento della difesa maggiori risorse finanziarie a favore della "lotta contro la droga": in meno di tre anni, si passerà dai 380 milioni di dollari ai 1.100 milioni previsti per l’anno fiscale ’92. Come spiegato dall’allora segretario alla difesa Richard Chaney, il "confronto contro la droga" veniva a rappresentare una delle "missioni prioritarie per il Pentagono". Con la legittimazione dell’azione militare nelle attività antidroga fornito dalla nuova ‘Direttiva sulla Sicurezza", le forze armate degli Stati Uniti assumevano la leadership nel monitoraggio del traffico di stupefacenti verso gli Stati Uniti e il sostegno alle agenzie istituzionalmente responsabili (ad esempio, la Dea). A sovraintendere a queste nuove funzioni operative vengono chiamati cinque alti comandi: Usacom (il Comando Atlantico), Us Southcom (il Comando del Sud), quello del Pacifico, il Comando di difesa aerea del Nord America e l’U.s. Force Comand .In questo nuovo contesto geostrategico è il Comando Sud di stanza nella base di Howard, Panama, ad assumere un ruolo chiave. E’ ad esso e ad Usacom che a partire dal ’93 vengono delegate le funzioni che erano state assegnate agli altri tre comandi. Secondo il Pentagono, oltre duemila "voli anti-droga" partivano annualmente dalla base di Howard, a cui facevano riferimento logisticamente le operazioni interforze del Custom Service, del Dipartimento della difesa, della Guard Coast, della Cia e della Dea. Howard continuava ad assicurare altresì ai paesi alleati dell’area caraibica l’addestramento e l’equipaggiamento delle unità navali e terrestri impegnate in azioni speciali ‘anti-droga’ ed anti-guerriglia. La nuova centralità della ‘lotta al narcotraffico’ verrà consacrata con la pubblicazione nel giugno ’93 del nuovo U.S. Army Field Manual 100-5, Operations (l’ultimo era del 1986), il manuale che determina le strategie militari degli Stati Uniti nel pianeta. Nel testo le operazioni anti-droga vengono identificate come una modalità di "operations other than war", la nuova denominazione dei cosiddetti "conflitti di bassa intensità", la cui esecuzione sembra proprio ritagliato per lo scenario colombiano.
7. Tra frizioni e incomprensioni avanza l’americanizzazione Gli anni che segnano la mutazione dell’atteggiamento politico-militare degli Stati Uniti verso il centro e il sud America, sono anche quelli in cui si registrano le maggiori tensioni con la Colombia, le cui contraddizioni in tema di narcotraffico più volte infastidiranno la Casa Bianca, che tuttavia starà bene attenta a non tirare troppo la corda e rischiare di rompere con un alleato, sempre più impegnato a ‘contenere’ i gruppi della guerriglia. L’elemento che più metterà in crisi i rapporti sarà l’applicabilità del trattato di estradizione firmato nel 1979, congelato sino al 1983 e che alla fine vedrà la consegna di un solo esponente di primo piano del narcotraffico, Carlos Leheder, arrestato nell’87 grazie all’apporto di uomini della Dea che operarono accanto ai militari colombiani. La lunga serie di attentati terroristici e di omicidi contro personaggi simbolo della repubblica (giornalisti, magistrati, politici, militari), da parte dei boss della coca ‘estradabili’, condurrà prima lo Stato all’empasse e poi all’abrogazione della stessa legge sull’estradizione con l’approvazione della nuova Costituzione nel ’91. Al risentimento e alla sfiducia da parte di Washington si aggiunse il contenzioso che Bogotà aprì con il partner dopo l’intervento a Panama a fine dicembre ’89 per deporre e sequestrare l’ex alleato Noriega (già agente della Cia e importante interlocutore del Pentagono nella lotta al sandinismo). Nell’occasione il governo colombiano protesterà contro il blocco delle coste settentrionali del paese da parte della portaerei ‘Kennedy’ e di altre unità minori. Dalla stessa portaerei si alzeranno più volte in volo gli aerei-radar Awacs, che sorvoleranno la Colombia senza autorizzazione. Ad accrescere gli attriti nei giorni dell’invasione di Panama arrivò l’inaspettata dichiarazione ad un’emittente radio dell’ambasciatore Usa in Germania, secondo cui il governo di Washington non scartava la possibilità di arrivare ad azioni di forza in Colombia. "Per noi – spiegò l’ambasciatore - è importante realizzare un blocco navale in Colombia per impedire che si riforniscano di cocaina ed altre droghe gli Stati Uniti". Le unità navali rimasero di fronte la costa colombiana sino a metà febbraio: l’unica azione militare che portarono a termine fu il mitragliamento in acque internazionali di una nave cargo battente bandiera cubana in seguito al rifiuto del comandante di consentire l’abbordaggio per verificare se tra i container fosse nascosta cocaina. Nonostante il ‘raffreddamento’ delle relazioni per l’invasione di Panama, il 2 febbraio ’90 la Colombia autorizzò il volo di due aerei della Dea per individuare piste clandestine, coltivazioni di coca e laboratori di cocaina. Gli aerei spia statunitensi in varie occasioni rischiarono la collisione con i velivoli civili in rotta sui cieli della Colombia, ma il governo preferì non accogliere le numerose proteste dei piloti. L’’americanizzazione’ del paese ebbe nuovo impulso con l’arrivo di due radar tattici che furono installati a Barranquilla e Apaiay che si "aggiunsero ai tre radar pre-esistenti appartenenti alle forze aeree statunitensi per coordinare i sensori, processare le informazioni e assicurarsi la copertura aerea del paese". Il febbraio del ’90 rappresenta un momento cruciale nelle relazioni Usa-Colombia. E’ in questo mese che si svolge nella città atlantica di Cartagena, il summit voluto dal presidente Bush per lanciare la campagna di cooperazione nell’emisfero contro il traffico di droga, a cui partecipano i presidenti di Colombia, Perù e Bolivia. Il vertice non produrrà a breve termine nessun atto concreto, anche se istituzionalizzerà l’intervento anti-droga delle forze armate dei paesi andini. Inoltre il vertice sarà l’occasione per dispiegare in Colombia un imponente apparato di sicurezza (5.000 addetti militari ed elicotteri per il trasporto truppe nell’aeroporto di Barranquilla), che permetterà di sviluppare una serie di nuove relazioni di scambio e collaborazione con gli omologhi colombiani. E’ opportuno sottolineare che a coordinare il sistema di vigilanza del vertice di Cartagena sarà chiamato il maggiore dell’esercito Usa Arnaldo Claudio, che come vedremo in seguito, avrà un ruolo da protagonista nella copertura delle ‘operazioni sporche’ del conflitto colombiano. E come già successo dieci anni prima con la presidenza Betancur, per ricucire lo strappo con gli Stati Uniti a seguito del rifiuto del governo di accettare 2,8 milioni di dollari in ‘aiuti Usa’ per creare una speciale unità anti-droga dell’esercito, nel gennaio ’92 viene avviata una campagna di fumigazione delle coltivazioni di coca con l’uso del glisosfato. I funzionari della Dea e l’ambasciata degli Stati Uniti a Bogotà, promossero la fumigazione aerea indicando la rilevanza della sradicazione chimica. "Allo stesso tempo i rappresentanti ufficiali statunitensi contribuirono a legittimare l’uso del glisosfato mediante la divulgazione di opinioni scientifiche e di esperti, come quelli dell’impresa privata Labat-Anderson di Arlington, Virginia, che affermavano l’efficacia pratica e l’assenza di tossicità dell’erbicida già sperimentato in Guatemala". La Colombia continuò così ad essere il principale destinatario andino di aiuti militari Usa, ricevendo nel biennio 91-92, 98,9 milioni di dollari, contro i 13 milioni destinati al Perù e i 61,8 milioni alla Bolivia. Sempre nel ’92, attraverso un fondo speciale della Presidenza Usa, furono inviati 7 sistemi d’arma per il valore di 7 milioni di dollari, provenienti dallo stock del Pentagono. Il sostanzioso pacchetto militare fu determinante ad assicurare la prima grande modifica strutturale delle forze armate colombiane, nel momento in cui la presidenza di Cesar Gaviria decide d’interrompere le trattative con la guerriglia e di optare per la "guerra integrale" alla sovversione, aumentando le spese militari e creando 18 brigate, 4 divisioni, 3 brigate mobili e 17 battaglioni controguerriglia. Dal punto di vista operativo, le forze armate colombiane ottenevano l’assistenza diretta del Comando Sud attraverso i ‘mobile trainings teams’ che curarono l’addestramento del personale incaricato delle operazioni anti-droga, i ‘tactical analysis teams’ per la valutazione dei dati di intelligence, e i ‘planning assistence teams’ per la pianificazione delle operazioni. Nel 1991, 26 gruppi Usa istruirono le unità colombiane nella manutenzione delle apparecchiature, nell’uso di armi tattiche e nel miglioramento funzionale dei velivoli aerei, degli elicotteri e dei pattugliatori fluviali. Sempre nel ‘91 l’Us Air Force e il Corpo dei Marines installavano radar terrestri per coordinare le operazioni di raccolta dati degli Awacs e dei velivoli Orion P-3 e supportare gli intercettori e le forze terrestri colombiane. Congiuntamente Stati Uniti e Colombia effettuavano importanti operazioni interforze: l’’Operaciòn Amazonas’ "contro i laboratori di droga nella regione amazzonica"; l’operazione navale ‘Cordova’ "contro le unità navali trasportatrici di cocaina"; l’operazione ‘Tranquilandia’, nel sud della Colombia, "contro i principali laboratori e le piste d’atterraggio"; le operazioni ‘Support Justice II, III e IV (1991-92), "contro le principali aree di processamento della droga e contro i velivoli aerei dei trafficanti". ‘Support Justice’ fu un’esercitazione regionale senza precedenti che ha coinvolto unità di Colombia, Perù, Ecuador e Bolivia, assistite dalla Dea e dal Dipartimento della difesa. Le relazioni tre i due paesi attraversarono una nuova fase critica, nei mesi che seguirono alla ‘fuga’ del leader del cartello di Medellìn Pablo Escobar dalla sua ‘prigione dorata’ di Itaguì. Per giungere all’arresto di Escobar si era mosso ripetutamente il Pentagono o la stessa Fbi, che alla vigilia dell’invasione di Panama aveva inviato un gruppo speciale nel paese centroamericano per verificare, inutilmente, la presenza del boss. Nonostante la sua consegna alle autorità colombiane, gli Stati Uniti non si fidarono della reale volontà di Bogotà di perseguire giudiziariamente il capo del Cartello di Medellìn e durante i giorni della ‘prigionia’, alcuni caccia Usa partiti dalle basi di Howard (Panama) e di Palanquero (Colombia) avevano "involontariamente" sorvolato la prigione, tra le proteste dei politici che invocarono ipocritamente il rispetto della "sovranità nazionale" e di alcuni piloti di aerei civili che si videro passare accanto pericolosamente i jet. L’evasione fece andare su tutte le furie l’ambasciata di Bogotà; il governo colombiano dovette inasprire l’intervento contro Escobar, creando ‘ad hoc’ il cosiddetto ‘Bloque de Busqueda’, corpo speciale interforze per la cattura dei latitanti ed accettò la partecipazione di organismi statunitensi nelle attività di ricerca, soprattutto dopo che che la Dea pubblicò un rapporto in cui segnalava "seri indizi di corruzione all’interno della Polizia e dell’esercito colombiano in relazione al narcotraffico". Il ruolo giocato dagli Stati Uniti nella ricerca di Escobar fu determinante. Giunsero appositamente in Colombia una ventina di elicotteri e un aereo Hercules con a bordo un centinaio di militari scelti della ‘Delta Force’, con lo scopo di individuare la località dove si era nascosto. Furono utilizzate apparecchiature per la la registrazione telefonica e particolari sistemi infrarossi montati sui velivoli ‘King Air P-3’ per la rilevazione notturna. Alla ricerca del latitante avrebbero partecipato perfino decine di mercenari statunitensi, centroamericani ed israeliani. La morte di Escobar favorì la ripresa della cooperazione militare tra Usa e Colombia; l’aspetto più evidente del miglioramento delle relazioni bilaterali fu l’esercitazione militare congiunta a Juanchaco a fine ’93 e che fu prolungata sino ai primi mesi del ’94. Un ulteriore pacchetto di aiuti fu stanziato a favore delle forze di polizia: gli Stati Uniti arrivarono a coprire il 97,7% di tutte le spese generali dell’istituzione, esclusi cioè gli stipendi e gli onorari del personale. L’idillio però durò poco. Già a fine ’94 gli Stati Uniti iniziano a considerare la Colombia come un ‘paese disertore’ della lotta al narcotraffico, valutazione che peggiorerà con l’elezione alla presidenza di Ernesto Samper. Nel ’96 la Colombia entra nella lista nera dei paesi disimpegnatisi nella lotta alla droga. La crisi delle relazioni bilaterali è confermata dalle cifre degli ‘aiuti militari’ Usa: 101,9 milioni di dollari nel 1990, 100,4 milioni nel 1991, 153 milioni nel 1992, 73,1 milioni nel 1993 e 37,5 milioni di dollari nel 1994 .Bisognerà attendere il successo elettorale del conservatore Andrès Pastrana perché gli Stati Uniti rivivessero una nuova luna di miele con il partner colombiano. 8. I pilastri dell’intervento militare USA Secondo quanto specificato dal Dipartimento della difesa statunitense, la strategia d’intervento ‘anti-droga’ nell’area andina per il 2000, si fonda su quattro settori chiave. Innanzitutto l’interdizione contro il trasporto aereo dalle regioni di produzione ai punti d’imbarco nello coste caraibiche e del Pacifico, grazie all’installazione di un ‘Radar orizzontale Rothr’ a Porto Rico e alla modernizzazione del velivolo intercettore A-37 dell’aereonuatica colombiana (il cosiddetto ‘aereo fantasma’ con funzioni similari al velivolo-spia Usa ‘Rc-7 DeHavilland’ precipitato lo scorso luglio nella selva), per cui le forze armate Usa hanno giá speso oltre 5 milioni di dollari, più i 2 milioni utilizzati per l’addestramento dei suoi piloti. Come ha spiegato al Senato il Comandante delle forze armate Usa per l’area del Pacifico, generale Charles Wilheilm, "stiamo cercando di migliorare le capacità d’interdizione dell’aeronautica colombiana, presso la Main Operating Base di Barranquilla . L’obiettivo principale è quello di potenziare i sistemi di intercettazione e di rifornimento in volo dell'A-37 e di rafforzarne l’operatività notturna, grazie alla fornitura di speciali visori infrarossi".Per il biennio 2000-01 il Dipartimento della difesa prevede di finanziare l’installazione di sofisticati impianti di intercettazione radar aerea su due velivoli colombiani, il potenziamento dei Centri di comando e controllo dell’aeronautica e della rete radar per il rilevamento nelle regioni orientali del paese. Alla Colombia potrebbero essere consegnati alcuni velivoli d’attacco A-10 ‘Warthog’, utili sia per le operazioni di fumigazione che per il sostegno aereo alle truppe terrestri; non si esclude altresì di inviare gli elicotteri d’assalto ‘Cobra’, già utilizzati nelle operazioni di guerra in Kosovo . Uno di questi velivoli è stato filmato dall’emittente nazionale 'Rcn' la prima settimana di maggio in un hangar dell’aeroporto militare di Bogotà e pare sia stato messo a disposizione per addestrare alcuni piloti locali.Utilizzando il fondo esistente per le ‘vendite di armi all’estero’, il Pentagono prevede inoltre la consegna di 5 elicotteri Uh-60 ‘Blackhawk’. Sempre secondo quanto riferito dal gen. Wilheilm, alcune unità di questo velivolo erano "state prontamente fornite al Comando dell’aeronautica colombiana, per rispondere alla sua urgente richiesta di riequilibrare l’inventario ridotto dopo l’offensiva delle Farc nel luglio del 1999". L’amministrazione prevede di destinare 2 milioni di dollari per ricostruire la base aerea interforze di Miraflores, anch’essa danneggiata dall’attacco delle Farc. Il secondo sforzo strategico Usa nell’area andina è stato finalizzato alla cessione dell’equipaggiamento necessario alle "operazioni fluviali antidroga" in Colombia e Perù. Il programma è stato varato nel ‘98 con lo stanziamento di quasi 12 milioni di dollari per la dotazione e l’addestramento di sette unità per il combattimento nei fiumi del sud della Colombia e per la costituzione della 1^ brigada fluviale che ha iniziato ad operare lo scorso agosto . Attualmente il paese mantiene 18 gruppi da combattimento, composti ognuno da quattro imbarcazioni veloci. Grazie al programma varato dal Congresso per oltre 7 milioni e mezzo di dollari, entro il 2002 saranno 45 i gruppi navali fluviali di questo tipo. Nel ’99, il Dipartimento della difesa ha inoltre fornito un programma di addestramento speciale alla marina colombiana per un costo di 2 milioni di dollari ed ha migliorato l’equipaggiamento del corpo nazionale della fanteria navale.Il terzo intervento strategico statunitense è invece finalizzato al potenziamento delle capacità operative delle forze navali colombiane di controllo delle rotte caraibiche e del Pacifico orientale. Lo scorso anno gli Stati Uniti hanno contribuito all’installazione di un radar presso la base navale di Turbo, alla frontiera con Panama, dove operano le unità della fanteria di marina e della guardia coste colombiana. Grazie al ´Plan Colombia', la marina riceverá pattugliatori veloci, elicotteri e sofisticati sistemi radar . Le unità navali e gli aerei della U.s. Navy, che congiuntamente con la U.s. Coast Guard e il Custom Service pattugliano la regione, forniranno tutte le informazioni utili al comando navale colombiano. Queste operazioni sono coordinate dalla Joint Interagency Task Force di stanza a Key West, Florida, base a cui fanno capo i sistemi radar terrestri e quelli ‘orizzontali Rothr’ dell’area caraibica, i velivoli per il pattugliamento marittimo P-3 (recentemente modificati nella variante Cdu – Unità anti droga), gli aerei di sorveglianza del tipo Awacs ed E-2, i caccia F-16, i cargo C-550 e i velivoli dell’U.s. Army per il riconoscimento avanzato. Per potenziare questi sistemi il Dipartimento della difesa ha speso nel ‘99 circa 247 milioni di dollari.Sempre nell’ambito dell’interdizione navale, nel febbraio ’99 è stato sottoscritto un accordo bilaterale tra la Colombia e la U.s. Guard Coast che autorizza le unità statunitensi ad una maggiore operatività nelle acque territoriali colombiane e a bloccare e ispezionare, in acque internazionali e senza limitazioni, navi battenti bandiera colombiana sospettate di trasportare stupefacenti.
9. Il nuovo modello di difesa colombiano E' tuttavia nel settore terrestre che la cooperazione militare statunitense è stata determinante per accelerare la modifica del modello di 'difesa' dell'esercito colombiano a favore di una "maggiore operatività e professionalità". Gli interventi sono stati avviati in seguito alla ‘Terza Conferenza dei ministri della Difesa del continente americano’, tenutasi a Cartagena nel dicembre ‘98, con la costituzione del Gruppo bilaterale di difesa Colombia-Stati Uniti (Defense Bilateral Working Group – BWG ). Questo gruppo di lavoro ha formalizzato la nascita del ‘Battaglione speciale anti-droga colombiano’, comprendente 980 effettivi, oggi insediato nella base di Tre Esquinas, sulle sponde del rio Ortegueza, nella regione meridionale del Caquetà. L’addestramento e l’equipaggiamento del battaglione è stato curato direttamente dal Comando Usa del Sud, in particolare dal 7° Gruppo delle Forze speciali dell'Us Army presso il poligono di Tolemaida (dipartimento di Tolima). Un'importante stage addestrativo si é tenuto nell'agosto '99 a Bahia Malaga, in cui accanto al battaglione colombiano hanno operato un migliaio di 'marines' statunitensi .Il battaglione anti-droga parteciperà alle operazioni congiunte esercito/polizia nazionale nelle principali regioni di produzione della coca, Putumayo, Caquetà e Guaviare (in queste aree sono state appena firmate due concessioni petrolifere per 334.000 ettari a favore della impresa canadese ‘Aec Colombia’). Il Dipartimento della difesa ha già speso per il ‘battaglione antidroga’ circa 7 milioni di dollari; inoltre sta sostenendo il programma per realizzare un Centro d’intelligence interforze (Joint Intelligence Center), sempre nella nuova base di Tres Esquinas, che dirigerà gli interventi di tutte le forze militari colombiane e del Comando nazionale di polizia. I sensori installati presso il Centro d'intelligence sono in grado di segnalare le comunicazioni e gli spostamenti di persone all’interno della selva; sempre a Tre Esquinas è stato installato un sistema radar che funzionerà in rete con uno omologo in via di realizzazione a Leticia (località in piena foresta amazzonica, al confine con Brasile e Perù). E’ significativo sottolineare che la decisione di realizzare il Centro stretegico di Tres Esquinas è stata presa dal generale Fernando Tapias Staterling, comandante delle forze armate colombiane, nel novembre ‘98, quando l’esercito riceveva l’ordine di abbandonare i 5 municipi del Caquetà e Meta scelti per creare la ‘zona di distensione’ per la prima fase delle negoziazioni tra l’amministrazione Pastrana e le Farc. Quasi a voler sfiduciare il governo (o più probabilmente per continuare nella politica dell’establishment del bastone e della carota), il generale Tapias, insieme al comandante dell’esercito Jorge Enrique Mora, avviò dei colloqui con i generali Charles Wilhelm e Berry McCaffrey a Washington e Bogotà per "modificare le strategie e riorientare l’intervento anti-droga". Con il sostegno nordamericano si diede l’avvio alla costruzione del Joint Intelligence Center presso la vecchia guarnizione militare di Tres Esquinas, utilizzata quasi esclusivamente dall’Aeronautica sotto le dipendenze del Comando unificato del Sud (Cus). Secondo fonti giornalistiche, per la realizzazione dell’impianto strategico furono inviati "esperti del Pentagono, della Cia e del servizio segreto israeliano", e gli Stati Uniti "fornirono attrezzature d’intelligence per 2 milioni di dollari". Al J.I.C. di Tres Esquinas giungono le informazioni rilevate dagli Awacs, dagli Orion P-3 e dai C-27 delle forze armate nordamericane. "Questi aerei avrebbero avuto un ruolo decisivo per allertare l’esercito colombiano in occasione dell’operazione lanciata dalle Farc lo scorso gennaio, per conquistare una via di accesso alla cordigliera". Nella controfensiva vennero mobilitati decine di aerei da combattimento e gli elicotteri ‘donati’ da Washington: alla fine di un massiccio bombardamento il bilancio delle vittime tra la guerriglia registrò 40 morti e una decina di feriti, uno dei più tragici degli ultimi anni. Appena la pista di Tres Esquinas sarà attrezzata per l’atterraggio, l’aeronautica colombiana vi stazionerà alcuni nuovi gruppi di volo a supporto delle operazioni di interdizione e pattugliamento aero-fluviale. Con il ‘Plan Colombia’ alla brigata di Tres Esquinas dovrebbe essere consegnato un gruppo di elicotteri ‘Blackhawk’ e Uh-1n (quest’ultimi, in numero di 18, in leasing grazie ad una triangolazione con il Canada). Il Congresso starebbe per approvare un programma supplementare per 600 milioni di dollari per realizzare, addestrare ed equipaggiare due ulteriori ‘battaglioni anti-narcos’ che saranno operativi entro la fine dell’anno. Con la realizzazione del centro interforze di Tres Esquinas, dove le forze di sicurezza colombiane possono contare su 130 piloti esperti nella ‘fumigazione’, 12 aerei da combattimento, 65 elicotteri, 3.000 uomini della Polizia antinarcotici e sul migliaio di militari del ‘battaglione antidroga’, e l’insediamento di reparti dell’esercito e della fanteria di marina a Puerto Leguizamo, Villa Garzòn, Puerto Asis, Puerto Guzmàn e Puerto Caicedo, Putumayo è divenuto il dipartimento più intensamente militarizzato della Colombia, in cui si fa sempre più evidente la sproporzione tra gli agenti militari in campo. Le unità armate colombiane si contrappongono ai circa 1.800 uomini del ‘Blocco sud’ delle Farc e ai 200 combattenti del ‘Frente Aldemàn Londono’ dell’Epc. Nello stesso dipartimento dove già a fine anni ’80 il narcotrafficante Rodrigo Gacha disponevava di un esercito personale di 350 uomini, si sono particolarmente sviluppate le attività paramilitari: oggi vi operano il ‘Frente Putumayo’ delle Auc (Autodefensas Unidas de Colombia), con mercenari giunti appositamente dal Magdalena Medio e dall’Urabà e il gruppo di ‘autodifesa’ ‘El Gordo’. Insieme conterebbero insieme sul migliaio di uomini. Appare inconfutabile come il processo di militarizzazione dell’area, più che al contenimento della produzione della coca, miri a modificare i rapporti di forza al tavolo delle trattative governo-Farc, con gravi conseguenze sulle condizioni di vita e sulla stessa sicurezza delle popolazioni locali. Come segnalato dal ricercatore Hector Mondregòn, il dipartimento di Putumayo ha assunto una notevole rilevanza strategica per gli interessi nordamericani, in quanto "s’incontrano i maggiori progetti di esplorazione petrolifera ed è il punto di ingresso e controllo dell’Amazzonia, con la sua biodiversità e le sue innumerevoli fonti naturali". In Putumayo, inoltre, confluisce il megaprogetto di ‘intercomunicazione fluviale del Sudamerica’, e il dipartimento è zona di frontiera con l’Ecuador, "paese produttore di petrolio in crisi e dove gli Stati Uniti hanno trasferito parte delle installazioni militari che operavano a Panama". Che si tratti di una strategia d’intervento pianificata a tavolino dal Pentagono, è sufficiente citare un dato: il ‘Plan Colombia’ prevede un capitolo di spesa di 39,5 milioni di dollari per fornire "l’assistenza a 100.000 rifugiati nel sud del paese nel 2000, e ad altri 150.000 nel 2001". Per ‘liquidare’ cioè 2.000 guerriglieri del fronte meridionale, l’asse Bogotà-Washington ha preventivato il ‘sacrificio’ di 250.000 nuovi ‘desplazados’, che si aggiungeranno ai due milioni di colombiani che sono stati costretti ad abbandonare i luoghi di residenza per gli effetti della ‘guerra sporca’. Il 2000 prevede ulteriori modifiche dell’organizzazione interna delle forze terrestri: grazie ad alcuni ‘fondi straordinari’ del Dipartimento statunitense, saranno realizzate una serie di infrastrutture di supporto per i neocostituiti ‘gruppi di volo’, mentre è in atto una ridislocazione delle truppe speciali dell’esercito in un’altra area del paese a forte conflittualità, il dipartimento di Antioquia, dove a fine gennaio sono stati inviati 2 battaglioni d’assalto controguerriglia della 11^ brigata ‘Monterìa’, con oltre 600 militari in funzione anti-Eln. Nella regione, il battaglione di Polizia militare n.4 ‘Città di Medellìn’ è stato trasformato in ‘battaglione di fanteria’, mentre il gruppo di Cavalleria è stato trasformato in ‘battaglione contro-guerriglia’, ed è stato integrato con militari professionisti-volontari. I "risultati positivi" conseguiti nel primo anno di trasformazione delle forze armate sono stati sottolineati dal generale Fernando Tapias, primo responsabile militare colombiano: "Grazie alla cooperazione interforze e alla creazione di unità specializzate per il combattimento, la sovversione ha perso, nel ’99, 1.019 dei suoi uomini, 154 dei quali grazie ad operazioni aeree. Settecentottantasei sono i guerriglieri che abbiamo catturato". Di livello nettamente inferiore i ‘successi’ delle forze armate nella lotta ai gruppi paramilitari e al narcotraffico: 26 i morti e 83 i catturati tra i controinsorgenti, 6 i morti e 567 gli arresti tra i trafficanti di droga. E nonostante un terzo delle risorse finanziarie degli Stati Uniti sia andato per armare il neocostituito battaglione antidroga, le forze armate hanno dichiarato la distruzione di 21.300 ettari di coltivazioni di coca, 75 di papavero da oppio e 4 di marihuana. I dati evidenziano che la funzione prioritaria del sistema di sicurezza continui ad essere la ‘guerra alla guerriglia’. Il costo sociale ed economico del ‘nuovo modello di difesa’ colombiano è enorme: tra il 1996 e il 1999 le spese militari dello Stato sono cresciute più del 50%, consumando il 4% del prodotto interno lordo. Le proiezioni per il futuro sono però peggiori e nel 2005 il conflitto potrebbe bruciare il 5% del Pil, un dato che lo stesso organismo di Pianificazione nazionale ha ritenuto "incompatibile con i progetti di riaggiustamento del bilancio pubblico" .Il budget delle spese dello Stato per il 2.000 destina alle forze armate e di sicurezza il 13% del suo valore totale, tre punti in meno di quanto previsto per l’’educazione’, ma 5 punti in più per quanto previsto per le voci ‘salute’ e ‘sicurezza sociale’. Intanto si fanno sempre più numerose le denunce di sprechi e di spese inutili da parte delle forze armate: si parla di cartucce iraniane per fucili "di pessima qualità", di granate yugoslave "che non esplodono", di granate sudafricane "ultrasensibili" che "esplodono quando meno se l'aspetta" . Una frizione è sorta nei mesi scorsi tra Colombia e Stati Uniti, dopo che una fonte del Pentagono ha rivelato che le munizioni calibro 50 inviate per i sistemi montati sugli elicotteri ‘Blackhawh’ dell’esercito colombiano facevano parte di una partita non utilizzata durante la guerra di Corea e che esse potevano esplodere accidentalmente in qualsiasi momento.
Tipologia del programma previsto dalla Presidenza degli Stati Uniti a sostegno del Plan Colombia Intervento nelle aree meridionali della Colombia (valore $ 600.000.000) Addestramento ed equipaggiamento dei due nuovi Battaglioni anti-droga dell’esercito colombiano Trasferimento di 30 elicotteri UH-60 Blackhawk e 33 UH-1H Huey per i Battaglioni anti-droga colombiani Sistemi d’intelligence per i battaglioni anti-droga Assistenza Usaid per la popolazione colombiana ‘desplazadas’ a seguito dell’intervento nel sud Colombia Attività d’interdizione nell’area andina (valore $ 341.000.000 Potenziamento sistemi radar Potenziamento dei velivoli aerei e delle infrastrutture aeroportuali Fornitura sistemi d’intelligence Finanziamento della U.S. Forward Operating Location di Manta, Ecuador Assistenza agli sforzi d’interdizione di Perù, Bolivia ed Ecuador Sostegno alla Polizia nazionale colombiana (valore $ 109.000.000) Miglioramento dei velivoli aerei Fornitura di aerei per la fumigazione Realizzazione basi per accrescere l’operatività nelle aree di produzione della coca Fornitura sistemi d’intelligence Misure per lo sviluppo economico alternativo (valore $ 145,000,000) Assistenza da parte di UsAid per fornire alternative economiche ai produttori di coca Assistenza da parte di UsAid per migliorare le capacità del governo colombiano di assicurare le necessità basiche ai cittadini Miglioramento delle capacità del governo colombiano (valore $ 93,000,000) Assistenza da parte di UsAid e del Dipartimento per la giustizia per accrescere la protezione dei diritti umani, riformare il sistema giudiziario e combattere il riciclaggio del denaro ed altri crimini Formare i rappresentanti del governo in vista delle trattative di pace (Fonte: United States, The White House, "Proposal for U.S. Assistance for Plan Colombia," memorandum, Washington, DC, January 11, 2000) .
10. Alla ricerca di nuove basi d’oltremare Nella spasmodica necessità di moltiplicare il proprio intervento ‘anti-narcos’, il Comando Sud delle forze armate Usa ha intrapreso un lungo tour nei paesi dei Caraibi e del nord andino per ottenere l’uso di basi ed installazioni militari che rimpiazzino la perdita della ‘storica’ base aerea di Howard, Panama, ceduta lo scorso dicembre al paese centroamericano insieme al controllo del Canale. E’ l’isola-colonia di Porto Rico ad aver assunto il ruolo di pilastro centrale del complesso militare statunitense nel centro-sud America. Secondo quanto riferito dal generale Charles Wilhelm alla speciale commissione del Senato sulle politiche anti-droga, "la U.s. Army ha appena completato il suo trasferimento da Fort Clayton, Panama, alla base di Porto Rico Fort Buchanan, mentre il Comando speciale si è insediato nella Stazione navale dell’isola di Roosvelt Roads, dove entro qualche mese sarà operativo il ristrutturato Comando meridionale della Us Navy Force". Questo comando (Southroc) ha infatti assorbito le funzioni e i mezzi del centro che gestiva le operazioni Usa nell’area dei Caraibi (Caribroc). Sempre secondo il generale statunitense, la componente aerea ed elicotteri che era ospitata ad Howard è stata ridislocata nell’aeroporto di Porto Rico e nella base di Key West, mentre alcune unità in forza al 228° battaglione dell’aeronautica sono giunte nella base di Cano, in Honduras, che "continua ad essere l’infrastruttura principale per le nostre operazioni in centro America" .Per "recuperare la piena copertura aerea e navale delle aree di transito" garantita dalle basi panamensi, secondo Wilhelm, sarebbero però necessarie alcune "significative infrastrutture militari in paesi esteri (Forward Operating Locations), specialmente in Ecuador", per la cui realizzazione sono stati chiesti ulteriori sacrifici finanziari al Congresso (oltre 122 milioni di dollari nel biennio 2.000-01 per allestire tre basi aeree di supporto). Il Dipartimento ha già firmato due accordi bilaterali per ottenere in ‘concessione transitoria’ alcuni scali aeroportuali. Il primo accordo, con i Paesi Bassi, partner Nato, autorizza il dislocamento di aerei Usa nelle basi delle isole di Curacao ed Aruba (Antille olandesi); il secondo, con l’Ecuador, per l’utilizzazione della base aerea di Manta, che come sottolineato dal sottosegretario di Stato Brian Sheridan "è geograficamente ideale per sostenere le missioni Usa nel sud Colombia". In vista del rafforzamento dei "sistemi difensivi" dei 4 paesi limitrofi (Perù, Ecuador, Bolivia e Panama), il Dipartimento Usa ha previsto una spesa di 410 milioni di dollari per l’anno fiscale 2000. Ad essi dovrebbero aggiungersi altri 46 milioni per "migliorare gli sforzi d’interdizione aerea, terrestre e fluviale" di Perù e Bolivia, ed altri piccoli programmi "d’interdizione" in Venezuela, Ecuador e Brasile. Per questa ulteriore spesa c’è già stato il voto favorevole della Camera dei Rappresentanti e del Senato, che hanno ampliato i fondi richiesti originariamente dall’amministrazione Clinton. La decisione dei membri della commissione è stata giustificata con la necessità di "fornire maggiori fondi agli altri paesi della regione, affinché i problemi legati alla coltivazione, alla trasformazione e al traffico della droga non cambino semplicemente nella regione". L’ultimo atto della riorganizzazione strategico-militare Usa nello scacchiere centromeridionale dell’emisfero è stato reso noto lo scorso marzo, in concomitanza di una vasta operazione multinazionale (denominata in codice ‘Conquistador’) a cui hanno partecipato unità navali ed aeree di 26 paesi dei Caraibi del centro e sud America, sotto il comando della U.s. Guard Coast e della Dea. Gli Stati Uniti hanno potenziato la copertura della propria rete radar Unicorn (Rete elettronica unificata regionale dei Caraibi), installandone i centri strategici a Trinidad e Tobago e nella Repubblica Dominicana.
Proposte di stanziamenti a favore della cooperazione militare ‘anti-droga’ ai paesi andini F.Y.2000. (in milioni di dollari) Amministrazione Clinton Commissione Camera Senato Ecuador 47,6 81,2 82,2 Bolivia 18 57 69 Perù 37 42 42 altri (Panama-Venezuela 12 18 18-Brasile)
TOTALE 114,6 198,2 + 211,2
11. Verso una politica di accerchiamento Ampliamento degli aiuti militari e dei ‘consiglieri militari’, nuove basi ed operazioni congiunte. E’ stato questo il nocciolo del neointerventismo Usa in Colombia, anche se negli ultimi anni non sono mancate le voci autorevoli sull’intenzione del Pentagono di intervenire direttamente nel conflitto civile del paese sudamericano per ‘pacificarlo’. Giá una decina di anni fa, alcuni analisti hanno suggerito di inviarvi massicciamente unitá militari Usa, come quanto giá fatto in scala ridotta in Bolivia nel 1986 (Operazione 'Blast Furnace'), utilizzando il complesso normativo interno che permette il dispiegamento militare all’estero in circostanze d’emergenza quando "esista una grave minaccia agli interessi degli Stati Uniti". "A causa dell’evoluzione del traffico di droga - si legge in una delle piú prestigiose riviste di diritto - in Colombia non si può più reclamare il controllo sovrano sul territorio, e gli Stati Uniti, intervenendo, non violerebbero la sovranità che la Colombia piú non possiede". Nel maggio ’97, il responsabile dell’Ufficio di intelligence navale del Dipartimento della difesa, James Zackrinson, ha esposto la necessità che si varasse un sistema di ‘sicurezza collettiva’ nell’area andina, in cui gli Stati Uniti avrebbero dovuto cooperare "con lo stile di quanto fatto nel Golfo Persico, per affrontare la minaccia colombiana" . La scorsa estate, dopo la visita in alcuni paesi dell’America latina da parte dello ‘zar anti-droga’ Barry McCaffrey, alcune importanti testate locali hanno svelato un piano del Pentagono tendente a coordinare un intervento militare multinazionale in Colombia. 'Frecuencia Latina', rete televisiva peruviana vicina alle forze armate e al Sin, il servizio di spionaggio militare del Perú, in un ampio reportage andato in onda il 14 agosto ha dichiarato che McCaffrey aveva proposto in privato ai presidenti di Brasile, Bolivia, Perù e Argentina di partecipare ad "un’operazione internazionale d’intervento militare contro il maggior gruppo guerrigliero della Colombia, le Farc". Nel reportage si prefiguravano i passi per giungere all’operazione: in caso del fallimento della trattativa con la guerriglia, entro il gennaio del 2000, il presidente Pastrana avrebbe dovuto dichiarare lo stato di guerra nel paese, chiedendo l’intervento a Perú, Ecuador e Brasile. A questa forza multinazionale si sarebbero dovuti unire cinque battaglioni colombiani addestrati da consiglieri statunitensi. Sempre secondo 'Frequencia Latina', il piano messo a punto dagli strateghi Usa, prevedeva che le unità navali del Comando Sud in navigazione di fronte alle coste colombiane appoggiassero l’operazione con attacchi aerei e missilistici. Il piano è stato confermato direttamente dallo stesso direttore del Sin peruviano Vladimiro Montesinos, una delle figure più potenti del regime di Alberto Fujimori, già accusato da alcune organizzazioni non governative di violazioni dei diritti umani e di un presunto coinvolgimento in traffici di droga.Di certo è che in seguito alla visita di McCaffrey, il Perù ha deciso di rafforzare la 5^ Divisione dell’esercito di base ad Iquitos, alla frontiera amazzonica con la Colombia, dove tra l’altro è operativa una stazione d’ascolto statunitense ed uno speciale centro addestrativo del Comando Sud dove sarebbero passati lo scorso anno 300 addetti peruviani della polizia nazionale e della Guardia coste. Attualmente i militari peruviani al confine con la Colombia sarebbero già 5.000, mentre la rete fluviale è pattugliata da quattro navi da guerra con militari della fanteria di marina e delle forze speciali. Secondo il Pentagono le 4 unità rappresentano il primo contingente di una Forza d’interdizione fluviale che entro la fine del 2000 conterà altre 8 imbarcazioni veloci similari. Va altresì sottolineato che in occasione del tour estivo in sud America del generale McCaffrey, l’ex presidente Carlos Ménem, aveva pubblicamente fatto conoscere la propria disponibilità ad inviare militari argentini "nel caso in cui il governo colombiano lo avesse richiesto". Cotestualmente alcuni periodici hanno accennato alla possibilità che gli Stati Uniti installino alcune basi militari nel paese, nonostante le leggi argentine proibiscano la presenza di truppe straniere nel territorio nazionale. In particolare si è fatto riferimento alla possibile cessione dell’Accademia militare di Misiones e ad una "organica pianificazione" di operazioni congiunte. Solo nel ’99 sono stati ben tre gli addestramenti congiunti tra militari argentini e ‘berretti verdi’ statunitensi (l’ultima volta lo scorso autunno in Bolivia). Perfino il Venezuela di Chavez, autopropostosi come possibile facilitatore di una trattativa tra Farc e governo colombiano, ha rafforzato negli ultimi mesi la presenza militare ai confini con la Colombia. Mentre aumentano le denunce di presunti ‘sconfinamenti’ di velivoli aerei venezuelani, oltre 12.000 militari sono stati stanziati nel cosiddetto "Teatro operazioni 1", con sede a Guasdalito (Stato di Apure), al confine con Arauca. Ad Aguafitas, nel "Teatro operazioni 2", (Stato del Tachira), di fronte al complesso petrolifero di Cano Limòn si sta completando la costruzione di una nuova base navale che si aggiungerà alle altre 4 già esistenti nell’area .Un insolito attivismo delle forze di sicurezza panamensi è stato registrato nell’area della jungla che condivide con la Colombia, un settore che preoccupa notevolmente il Comando Sud Usa per "le ripetute incursioni delle Farc e dei paramilitari nella zona del Darién" e a cui le istituzioni panamensi "sono in grado di far fronte per la mancanza di uomini, equipaggiamento e addestramento". Movimenti di truppe terrestri "a difesa dei confini" sono state segnalate altresì in Ecuador e Brasile. In quest’ultimo paese, il governo ha deciso di sviluppare il sistema di sorveglianza amazzonica ‘Sivam’, il cui costo raggiunge la stratosferica cifra di 1,4 miliardi di dollari. Il processo di militarizzazione dell’emesifero procede parallelamente all’espansione delle spese militari: secondo il rapporto della Commissione economica per l’America latina e i Caraibi delle Nazioni Unite (Cepal), le spese militari nell’area si sono incrementate di 10 miliardi di dollari negli anni ’90, con un aumento in percentuale del 62,5%. Così, secondo la stessa fonte, mentre nel ‘90 e nel ’91 le spese annuali per le forze armate nella regione erano di circa 16.500 milioni di dollari, negli anni ’97 e ’98 si è raggiunta una cifra di 26.000 milioni di dollari, che equivale a circa l’1,3% del Pil complessivo. "L’America latina e i Caraibi sono l’area del mondo che registra il maggior aumento delle spese militari; esse oggi rappresentano il 10% delle spese dei governi regionali, una cifra identica a quanto destinato all’educazione e alla salute". I paesi dell’area andina sono stati infine sede di una crescente quantità di ‘esercitazioni congiunte combinate’ (le cosiddette Joint Combined Exchange Trainings), dirette da piccole unità statunitensi, sotto il Comando per le operazioni speciali di Washington. Secondo quanto pubblicato in un suo recente rapporto al Congresso dall'Ufficio generale per la contabilità confederale (il Gao), delle 233 esercitazioni speciali congiunte, effettuate in tutto il mondo nel 1998, ben 52 sono state realizzate nell’area sotto la responsabilità del Comando Sud degli Stati Uniti.
12. La strana guerra delle cifre della coca. Testimoniando di fronte al Senato Usa, il coordinatore del Dipartimento della difesa per la politica anti-droga Brian Sheridan, si è soffermato su quello che sarebbe stato il ‘cambio significativo’ verificatosi nella produzione delle droghe nei paesi andini, negli ultimi dieci anni. "Nei primi anni ‘90, i laboratori colombiani processavano la maggiore quantità al mondo di cocaina, mentre il Perù era il maggior coltivatore di coca, con una produzione pari al 60% del prodotto mondiale. La coca base era trasferita via aereo dal Perù al sud-est della Colombia per il processamento. In seguito la cocaina era inviata al nord del paese e alle coste occidentali per imbarcarla per gli Stati Uniti. Oggi, grazie all’aggressiva interdizione aerea da parte del Perù, combinata all’efficiente programma di eradicazione delle coltivazioni di coca, il raccolto si è ridotto del 56% rispetto a quattro anni fa. Al contrario, la produzione di coca colombiana è cresciuta esponenzialmente. Si stima che più di 200 tonnellate siano state prodotte in Colombia nel ‘99, più del doppio di un paio di anni fa". Con la caduta della produzione peruviana, cioè, i produttori colombiani avrebbero moltiplicato gli ettari destinata alla coca, "principalmente nella regione sudoccidentale di Putumayo, dove è forte la presenza della guerriglia e debole la presenza statale". Un mese dopo questa dichiarazione, lo zar anti-droga McCaffrey affermava che la produzione di cocaina colombiana "avrebbe raggiunto nel ‘99 le 250 tonnellate", un dato superiore del 25% a quello in possesso del collega Sheridan. Secondo la Cia, nello stesso anno sarebbero stati destinati alla coltivazione di coca in Colombia 20.000 nuovi ettari, con un incremento del 20% rispetto all’anno precedente. Così per la Cia gli ettari a coca avrebbero raggiunto quota 121.000, mentre le stime sulla produzione supererebbero niente di meno che le 520 tonnellate, più del doppio del dato in possesso da Berry McCaffrey. E come già successo per il ’98, questi dati sono stati seccamente smentiti dalla Direzione nazionale della polizia colombiana che stima la coltivazione su 106.000 ettari, 15.000 in meno di quanto denunciato dalla Cia. La stessa Direzione di polizia afferma essere assai inferiore il dato sulla produzione delle foglie di coca .Nettamente inferiori i dati forniti dai responsabili del ‘Programa Plante’, il programma governamentale di eradicazione delle coltivazioni delle foglie di coca, che riconosce l’esistenza di ‘solo’ 65.000 ettari utili, a cui "sarebbero vincolati direttamente 30.000 famiglie e indirettamente 270.000". Come si vede non esiste concordia su alcuna delle stime: al di lá della cattiva fede di molte delle agenzie, pesa negativamente sulla 'guerra dei numeri' l’esistenza di più di 30 organizzazioni statunitensi e colombiane impegnate nella 'lotta anti-droga' che senza alcun coordinanemento gestiscono fonti di rilevamento differenti e non prevedono ad esempio alcuna verifica degli effetti e dei costi socio-ambientali delle campagne di fumigazione. A complicare stime e dati sulla reale ‘minaccia della droga’ colombiana, è arrivato recentemente il rapporto della Dea, l’Agenzia anti-droga statunitense, che ha stimato che il 75% dell’eroina consumata nella East Coast "giunge dalla Colombia, nonostante il paese produca meno del 3% dell’eroina mondiale". La coltivazione di oppio nel paese sudamericano, "sconosciuta sino al ’95", interesserebbe, secondo la Dea, "più di 6,000 ettari, concentrati principalmente nell’area andina di Huila-Tolima". Per gli ufficiali dell’agenzia anti-droga statunitense, sarebbero state le organizzazioni colombiane sopravvissute allo smantellamento dei due ‘cartelli’ storici di Medellìn e Cali, a "decidere di entrare nella produzione/traffico di eroina". Anche per ciò che riguarda il capitolo eroina, siamo di fronte ad analisi prive di fondamento, pre-confezionate per allarmare ed impressionare l’opinione pubblica. Nel 1992 (tre anni prima cioè della data individuata dalla Dea per la coltivazione dell’oppio), il maggiore statunitense Arnaldo Claudio, consigliere militare delle forze di sicurezza colombiane, aveva pubblicato un saggio su "Eroina, diversificazione dei Cartelli colombiani" . E due anni dopo l’allora responsabile della stessa agenzia antidroga, Felix Jimenez, aveva segnalato che "la purezza e il basso costo di produzione dell’eroina colombiana possono farle conquistare il mercato mondiale. Nonostante le campagne di fumigazione negli ultimi due anni l’estensione delle coltivazioni del papavero sono aumentate da 3.000 a 33.000 ettari nel 1993. E si prevede che aumenteranno ancora". Anche in quest'occasione i dati dell’ufficiale nordamericano sarebbero stati sovrastimati: nello stesso periodo, per la polizia anti-droga colombiana erano appena 10.000 gli ettari destinati alla coltivazione di papavero.In realtà la coltivazione in larga scala dell’oppio in Colombia viene fatta risalire a quasi venti anni fa. Le autorità governative colombiane avevano individuato le prime coltivazioni estensive di papavero d’oppio, nell’’83, nel dipartimento del Tolima, e l’anno successivo la polizia era intervenuta per distruggere alcuni campi nel Tolima e nel Meta. Intorno al 1988, furono scoperti due laboratori per la lavorazione della morfina base a Bogotà e Barranquilla , e all’inizio degli anni ’90 le attività di coltivazione si erano già estese alla Cordigliera centrale e ai dipartimenti del Cauca e di Huila.Comunque sia, i dati ‘ufficiali’ sull’aumento della produzione di coca ed oppio suonano più come una capitolazione della politica anti-droga degli Stati Uniti in Colombia, e confermano il fallimento del ‘nuovo impegno’ del governo Pastrana. Nonostante sia stata ampliato l’intervento finalizzato alla fumigazione delle campagne, la produzione di coca sarebbe raddoppiata (e qui non si comprende come mai, con la stessa strategia, dati Usa, gli ettari coltivati in Perù siano passati dai 115,300 nel 1995 ai 51,000 nel 1998 mentre in Bolivia la produzione si sia ridotta dalle 255 tonnellate nel 1994 alle 150 nel ’98). E l’ingresso nel traffico dell’eroina della criminalità colombiana, conferma l’insuccesso della politica di militarizzazione a danno dei piccoli produttori che scelgono la monocultura della coca in seguito al crollo del prezzo di tutti gli altri prodotti agricoli (il valore dell’olio di palma, ritenuta l’alternativa più concreta alla semina della coca, è crollato nell’ultimo anno del 31% sul mercato interno), e dell’uso della forza indiscriminato che non differenzia tra i soggetti che curano le differente tappe della produzione, della distribuzione e della commercializzazione delle sostanze stupefacenti. Gli effetti prodotti dalle ultime campagne sono sotto gli occhi di tutti: i campesinos aggrediti dalle fumigazioni hanno preferito cedere le loro proprietà ai narcos e ai latifondisti scegliendo di trasferirsi in aree più periferiche per intraprendere la semina di coca e papavero. L’aumento dei costi dovuti alla colonizzazione di nuove aree viene compensata con la semina di sempre maggiori estensioni, che comportano il depauperamento della terra e la distruzione di nuove aree della selva. I ricercatori dell’organizzazione ‘Acciòn Andina’ hanno calcolato che a seguito delle campagne di ‘fumigazione’ nella zona del Cacatumbo, gli ettari destinati a coca sono passati dai 5.000 del ’96 ai 30.000 del ’99, e che è in atto una vera e propria fuga dei coloni verso l’Amazzonia colombiana e brasiliana dove esistono almeno 600 milioni di ettari in grado di poter ricevere piantagioni di coca. In realtà quello che a prima vista potrebbe essere un’altra delle grandi contraddizioni del ‘Plan Colombia’, risponde agli interessi strategici dei grandi proprietari. Il programma di eradicazione massiva e di ‘sviluppo di coltivazioni alternative’ in Colombia per cui gli Stati Uniti prevedono d’investire 110 milioni di dollari, offrirà una sola alternativa ai piccoli produttori: la "subordinazione ai contratti di mezzadria" per produrre olio di palma, caucciù, cacao, ecc.. Secondo il sociologo Alfredo Molano, ciò comporterà "una controriforma agraria nella quale si sostituirà la produzione campesina a favore del dominio da parte dei grandi coltivatori che potranno beneficiarsi di mano d’opera bracciantile e indigena con ìrinnovate e ‘moderne’ modalità di servitù" . Ciò spiega come mai tra i maggiori sostenitori del piano Pastrana compaiono le federazioni dei grandi produttori di palma (Fedepalma), banane (Augura) e degli allevatori di bestiame (Fedegan). Il ‘Plan Colombia’, in quest’ottica, estende nelle aree meridionali del paese, il sistema di produzione agricola colombiano, assicurando ai grandi proprietari le regioni che ancora non sono finite sotto il loro controllo; il cosiddetto ‘investimento sociale’ "risulta peggiore dell’intervento militare e in un certo modo lo spiega, dandogli il significato pieno della difesa dello statu quo attraverso l’estensione del dominio storico del modello latifondista".C’è da aggiungere che parallelamente all’intensificazione delle operazioni di guerra alla coca e all’affanosa ricerca di nuovi aiuti in armamenti, il governo di Bogotà non è stato in grado di pianificare un intervento diretto alla confisca dei beni e dei capitali accumulati dai narcos, e di opposizione al riciclaggio del denaro sporco da parte dei grandi organismi bancari e finanziari nazionali ed esteri. Nonostante gli sterili impegni elettoralistici, l’amministrazione Pastrana non ha varato una credibile e sostenibile politica di riconversione produttiva delle coltivazioni di coca. Sarebbe però necesario partire da un dato economico concreto: la rendita finanziaria di un terreno coltivato a foglie di coca è superiore al 290% mentre la rendita commerciale dei prodotti agricoli più importanti (asparagi e palma) non supera il 40-45%. Pertanto ogni intervento, accanto ad una politica di crediti e rimborsi per i produttori, non può prescindere dalla legalizzazione del consumo e delle coltivazioni, misura che in tempi brevi "favorisce l’ingresso di nuovi produttori che, all’aumento dell’offerta, ribasseranno il prezzo di vendita delle foglie di coca e, con esso, la rendita delle coltivazioni". Il tema della legalizzazione però continua a restare tabù tra i governi dei paesi produttori e consumatori di sostanze stupefacenti.
PRODUZIONE DELLA COCAINA TRA I PAESI ANDINI (tonnellate) 1995 1996 1997 1998 1999 Peru 460 435 325 240 175 Bolivia 240 215 200 150 70 Colombia 230 300 350 435 520 Totale 930 950 875 825 765
COLTIVAZIONE DELLA COCA ANDINA (ettari) 1995 1996 1997 1998 1999 Peru 115,300 94,400 68,800 51,000 38,700 Bolivia 48,600 48,100 45,800 38,000 21,800 Colombia 50,900 67,200 79,500 101,800 122,500 Total 214,800 209,700 194,100 190,800 183,000
(Fonte: CIA; dati presentati dal gen. Charles Wilheilm, Capo del Comando Sud delle Forze armate USA, durante la sua audizione di fronte al Senato il 22 febbraio 2000).
13. In campo contro la ‘narco-guerriglia’. "Dobbiamo appoggiare il governo colombiano mentre tenta di ristabilire il controllo sulle regioni produttrici di droga. La minaccia è amplificata dal crescente legame tra narcotrafficanti, unità della guerriglia e paramilitari. Questi gruppi criminali controllano il 40% del territorio colombiano e usano il traffico di droga, il sequestro, le rapine in banca per finanziare le loro attività terroristiche contro la popolazione civile". Il generale Berry McCaffrey, nella sua audizione di fronte al Congresso, ha voluto enfatizzare "gli enormi profitti" del traffico della droga che finirebbero nelle mani della denominata ‘narco-guerriglia’. Citando non meglio identificati ‘esperti della difesa colombiani’, lo zar anti-droga ha affermato che i due maggiori gruppi insorgenti (le Farc e l’Eln) guadagnerebbero "oltre il 50% dei loro profitti dal loro coinvolgimento nel traffico di droga", cioè un valore stimato "da un minimo di 100 milioni di dollari ad un massimo di 500 milioni" .A dimostrazione che si è di fronte ad una vera e propria campagna di disinformazione per impressionare l’opinione pubblica statunitense ed ottenere il consenso al vasto programma di aiuti militari, basterà comparare le cifre ben differenti fornite appena tre mesi dopo dal sottosegretario di Stato Thomas Pickering. Presentando il ‘Plan Colombia’, Pickering ha dichiarato che "i proventi della guerriglia dal traffico di droga ed altre attività illecite, come rapimenti ed estorsioni, eccedono sicuramente i 100 milioni di dollari all’anno; di essi, stimiamo che il 30-40% provengano direttamente dal traffico di droga". Anche se Pickering ridimensiona di quasi 4 volte il valore degli ‘affari della narco-guerriglia’, è esplicito nel sottolineare come la crociata Usa "contro la droga" sia in realtà finalizzata a contrastare le operazioni politico-militari della guerriglia: "le organizzazioni della guerriglia in Colombia dipendono, proteggono e forse partecipano e tassano il traffico di droga e la produzione di droga in aree che sono sotto il loro controllo. E gli sforzi contro la droga, in questo senso, inevitabilmente colpiscono le organizzazioni della guerriglia. L’asse centrale della politica americana è lavorare insieme alla Colombia per combattere contro i trafficanti di droga. Questo, inevitabilmente colpirà alcune delle organizzazioni della guerriglia". Il rapporto tra le organizzazioni insorgenti rivoluzionarie e la coltivazione della coca è stato sicuramente contraddittorio e non sono mancate ambiguità e possibili ‘degenerazioni ideologiche’ (alcune unità hanno gestito direttamente laboratori di trasformazione e le piste d’atterraggio clandestine per il traffico di cocaina). Tuttavia gli analisti statunitensi hanno volutamente omesso di ricordare che l’intensità della ‘guerra sporca’ colombiana non permetteva alla guerriglia il ricorso ad altre attività ‘lecite’ per ottenere le risorse necessarie a continuare il conflitto contro lo Stato e le organizzazioni paramilitari. Nella maggior parte dei casi, poi, il rapporto con i coltivatori ed i grossisti di coca si è limitato alla tassazione di un’‘imposta di guerra’ in aree dove i gruppi insorgenti svolgevano funzioni istituzionali (gestione dell’ordine pubblico e difesa dei campesinos, intervento sociale, ecc.). Come ha spiegato Alvaro Camacho Guizado, docente presso la ‘Universidad del Valle’, Cali, "ci sono certamente alcune basi obiettive del rapporto tra la guerriglia e la produzione di coca, ma esse non si prestano necessariamente per ipotizzare una comunanza di interessi politici, o una strategia comune di lungo periodo per lo smantellamento delle istituzioni statali" . Dello stesso avviso sono gli studiosi del Centro di documentazione ‘Giuseppe Impastato’ di Palermo, che riconoscono la ricerca di un’ "alleanza strategica" esclusivamente tra la guerriglia e i contadini produttori, mentre "con gli altri soggetti (intermediari e narcos), può parlarsi di un’alleanza funzionale o tattica, temporanea e soggetta bruschi cambiamenti". "Gli interessi dei guerriglieri – aggiunge il Centro di documentazione - sono diversi da quelli dei narcotrafficanti, anzi in contrapposizione, e la vicenda dei gruppi paramilitari lo dimostra. Ciò non esclude che ci siano state convergenze tattiche e temporanee. (…) I narcos per un certo periodo hanno avuto un rapporto di convivenza con i gruppi guerriglieri, come le Farc, il Movimento 19 aprile (M-19) e l’Epl. Le Farc nelle zone in cui operavano, praticavano una tassazione sulla coca: il 10% degli introiti dei produttori, l’8% su quello dei rivenditori di pasta base. La convivenza tra narcos e guerriglieri si incrina intorno al 1985: le Farc attaccano i laboratori di raffinazione in mano ai narcotrafficanti che nel frattempo, investendo i capitali ricavati dalle loro attività illecite, si sono trasformati in grandi proprietari terrieri. Gran parte delle proprietà dei narcos sono in zone controllate dalla guerriglia, pertanto lo scontro era inevitabile" .Si è altresì sottovalutato il ruolo che le Farc hanno ricoperto a tutela dei piccoli produttori di coca di fronte allo strapotere dei trafficanti, sia in termini di protezione di diritti sia per la determinazione di un più equo prezzo del prodotto e di una reale ridistribuzione dei profitti. In alcune zone, si è riusciti a regolare le proporzioni tra le aree destinate alla coca e quelle destinate alla coltivazioni di altri prodotti, impedendo così i danni socioambientali derivanti dalla monocoltura intensiva. Il consenso che la guerriglia ha conquistato in ampi settori rurali non si giustifica però solo dalla protezione offerta alla coltivazione dell’unico prodotto il cui prezzo non è stato colpito dall’apertura neoliberale alle importazioni statunitensi. Esso nasce e si sviluppa a seguito dell’incapacità da parte dello Stato di dare una risposta concreta alla ingiusta distribuzione della proprietà delle terre, la causa socioeconomica principale alla base del conflitto colombiano. Secondo l’Incora (l’istituto colombiano che avrebbe dovuto coordinare la riforma agraria e la ridistribuzione delle terre), l’1,3% dei proprietari controlla il 48% delle migliori terre, mentre il 68% dei piccoli proprietari campesini, controlla appena il 5,2% dell’area occupata . Ad esso si deve aggiungere il peso dell’allevamento estensivo, che invece di interessare le terre marginali, ha progressivamente occupato i migliori suoli a vocazione agricola, riproducendo il latifondo e i conflitti per i suoli, espellendo con la violenza decine di migliaia di produttori e accelerando la deforestazione e il depauperamento delle risorse idriche. La frustrazione delle aspettative campesine ha assicurato il tessuto sociale all’espansione territoriale della guerriglia, che approfittando a fine anni ‘70 della vasta campagna repressiva condotta dall’ex presidente Julio Cesar Turbay Ayala, "dimostrò l’inefficacia delle politiche ‘riformiste’ e aumentò la sua credibilità come veicolo di organizzazione delle lotte per una trasformazione strutturale".
14. Storia e alleanze del fenomeno paramilitare Nelle loro descrizioni sulla produzione e il traffico di droga, i maggiori sostenitori statunitensi del ‘Plan Colombia’ (vedi McCaffrey e Pickering) citano solo genericamente i legami tra trafficanti di droga ed i leader paramilitari. Eppure è in ambito paramilitare che le ricerche storiche e le indagini dei magistrati colombiani hanno provato intrecci di tipo ‘fisiologico’ e strategico-militare con le organizzazioni che gestiscono il processamento, la commercializzazione e l’esportazione della cocaina. Un’ampia letteratura ha ricostruito la nascita e lo sviluppo delle maggiori organizzazioni paramilitari nel Paese (particolarmente nel Magdalena Medio e nel dipartimento di Antioquia). Si è evidenziato come le maggiori organizzazioni paramilitari colombiane abbiano avuto origine dal patto strategico finalizzato ad annientare i gruppi della guerriglia e le stesse organizzazioni della sinistra ‘legale’ e sindacale, sottoscritto all’inizio degli anni ’80 da latifondisti e grandi allevatori locali, leader politici dei partiti tradizionali, i boss del narcotraffco e i settori di destra delle forze armate. Non è casuale che questo patto sia stato sottoscritto nella località di Puerto Boyacà, una di quelle maggiormente sottoposte al controllo e agli interessi petroliferi Usa. Puerto Boyacà, è sorta a metà anni ‘30 su una sponda del rio Magdalena per favorire il trasporto dell’oro nero estratto nella zona dalla Texas Petroleum Company, il primo gruppo nordamericano a ricevere l’autorizzazione a sfruttare i giacimenti in Colombia. Anche l’attenzione dei maggiori diplomatici Usa per l’area è stata una costante della storia delle relazioni con la Colombia. Quando a fine anni ’80 il fenomeno del paramilitarismo si sviluppava con veemenza nella zona del Magdalena Medio, l’allora ambasciatore degli Stati Uniti Charles Guilepsie, era solito viaggiare a Puerto Boyacà. Una foto d’archivio lo ritrae sorridente accanto al colonnello dell’esercito Luis Bahorquez, comandante del battaglione ‘Barbula’, uno dei reparti maggiormente indiziati di legami con i narcos e i paramilitari, più volte coinvolto in massacri di civili e gravi violazioni dei diritti umani .La nascita dei gruppi paramilitari coincide con un momento particolare del conflitto politico-militare colombiano, quando all’acutizzarsi delle azioni controinsorgenti effettuate dalle forze armate nel gennaio ‘82, le Farc scelgono di estendere le richieste estorsive e i sequestri contro la popolazione locale. I gruppi della guerriglia infatti, per un’errata valutazione strategica e l’incerta ideologia dei leader, avevano deciso di aumentare ‘l’imposta di guerra’ (la tassazione estorsiva sulle attività economiche delle classi dominanti) e il numero dei cittadini soggetti. La cosiddetta ‘vacuna ganadera’, precedentemente imposta ai grandi proprietari terrieri e agli allevatori, fu così estesa alla media-piccola proprietà, mentre veniva contestualmente rafforzata la pratica del sequestro. Ciò creava condizioni ogni volta più difficili ai proprietari per vivere e amministrare le proprie proprietà. Le conseguenze si fecero evidenti: molti preferirono vendere o dividere i grandi fondi, altri decisero di autorganizzarsi militarmente per opporsi alla guerriglia. In questa situazione furono principalmente i narcotrafficanti ad avvantaggiarsene: grazie agli ingenti capitali accumulati con la vendita della droga, poterono lanciarsi sulle regioni dove i prezzi delle terre erano crollati in seguito alle incursioni delle guerriglie. Questo fenomeno si evidenziò particolarmente nel dipartimento di Antioquia e in alcune regioni latifondiste della Costa Atlantica, del Magdaleno Medio e delle pianure orientali (Llanos Orientales). Secondo l’Istituto per la riforma agraria Incora, oltre il 60% delle terre produttive sarebbero finite nelle mani dei narcotrafficanti. Nella sola Antioquia, il dipartimento dove si è registrato il maggior numero di eventi violenti nella ‘guerra sporca’ che ha insanguinato il paese, i Cartelli avrebbero comprato terre in 88 dei 124 municipi. La concentrazione delle terre in mano ai narcotrafficanti, alla lunga, non poteva che coincidere con l’interesse delle classi dominanti di difendere militarmente il territorio contro la guerriglia e che non ebbero pregiudizi a stringere alleanze con i soggetti divenuti finanziariamente potenti. Parallelamente giunse il sostegno delle forze armate, che verso la fine del periodo di governo del liberale Julio Cesar Turbay (1978-82), iniziarono a richiedere ai grandi proprietari nel sud del Magdaleno Medio di "vincolare la popolazione alla lotta controinsorgente". I tentativi di aprire un dialogo con le Farc, l’M-19 e l’Epl (Ejercito Popular de Liberaciòn), del nuovo presidente Belisario Betancur, "incontrarono la resistenza delle forze armate, i cui comandanti sentirono l’iniziativa presidenziale come un tradimento degli sforzi bellici realizzati durante il governo precedente" .I vertici militari che unanimamente respinsero qualsiasi ipotesi di dialogo con la guerriglia vararono un nuovo piano d’intervento strategico, conosciuto come ‘Dottrina della sicurezza nazionale’ che legittimava la ‘guerra coperta’ o ‘guerra clandestina’, grazie alla creazione di un "esercito proprio e una forza non convenzionale di soldati e specialisti della guerra". Con la ‘guerra non convenzionale’, le azioni militari acquisivano una dinamica distinta che si manifestava attraverso "l’eliminazione selettiva del nemico (leader politici, sindacali e popolari), il massacro collettivo (contro coloro che appoggiano la sovversione e si rifiutano di fornire informazioni ai militari) e il genocidio (contro le zone e le regioni in cui esiste il riconoscimento formale dell’influenza del movimento insorgente). Per lo sviluppo di questa strategia si ricorre a sicari provenienti dalle forze armate e dalla popolazione civile". Prende così forma in Colombia la ‘guerra sucia’ (‘guerra sporca’). L’appello lanciato dalle forze armate per la creazione delle cosiddette ‘autodefensas campesinas’ otteneva il consenso di alcuni leader politici, dei proprietari terrieri e degli allevatori, e in alcuni casi dei campesinos maggiormente colpiti dalle attività della guerriglia. I principali finanziatori dei ‘gruppi di autodifesa’, tuttavia, "furono i grandi narcotrafficanti che avevano comprato aziende nella regione, tra cui Pablo Escobar Gaviria, i fratelli Ochoa Vasquez e José Gonzalo Rodriguez Gacha. Questi ultimi videro l’opportunità di legittimarsi di fronte alle forze armate e di creare eserciti privati che garantirono la protezione e la sicurezza dei territori acquisiti". L’intervento militare controinsorgente a fianco di militari e gruppi politico-economici conservatori, fu formalizzato a seguito del sequestro da parte di un gruppo di guerriglieri di M-19, della sorella di uno dei leader del Cartello di Medellìn, Jorge Luis Ochoa, nel novembre ’81. In risposta alla ‘provocazione’ dell’organizzazione di estrema sinistra, fu organizzato un vertice a Medellìn a cui parteciparono centinaia di narcotrafficanti e di smeralderi di tutta Colombia che decisero di finanziare un vero e proprio gruppo paramilitare "di autodifesa", il "Mas" (Muerte a los sequestradores) che iniziò ad operare in buona parte del paese con la copertura delle forze armate e dei leader di governo. L’esercito, da parte sua, decise di sperimentare in scala le ‘operazioni clandestine’ attraverso l’organizzazione di gruppi armati costituiti da civili e militari, nella regione sud del Magdalena Medio, dove operava il 3° battagione di fanteria ‘Barbula’ e a cui fu presto affiancato una brigata (la 14^). Nell’area di Puerto Boyacà sorse così la prima grande organizzazione paramilitare a seguito di una riunione a cui partecipano i responsabili delle forze armate che operavano nell’area, il sindaco della città (l’ufficiale dell’esercito Oscar Echandìa), alcuni rappresentanti della Texas Petroleum Company, i membri del Comitato degli allevatori e dei commercianti, i maggiori leader politici locali . In questo contesto l’alleanza con i ‘Mas’ non poteva che essere opportuna e desiderata.Nell febbraio ‘83, i gruppi paramilitari iniziarono a porsi l’esigenza di una loro ‘legalizzazione’ e del riconoscimento politico della propria lotta contro la guerriglia. Nel caso specifico del Magdalena Medio, essi danno vita ad un vero e proprio progetto politico, sociale, economico e militare, grazie alla costituzione di ACDEGAM (Associaciòn Campesina de Agricultores y Ganaderos del Magdalena Medio), che trasforma Puerto Boyacà "in una specie di ‘Repubblica Indipendente Anticomunista’, nella quale l’applicazione della forza, della giustizia, il controllo politico e amministrativo, la spinta dei processi economici e sociali, sono vigilati e orientati dall’ACDEGAM; la stessa Texas Petroleum Company si relaziona indirettamente con l’associazione e collabora in alcune fasi con le attività locali dei sicari" .L’azione organizzativa e di copertura che l’ACDEGAM forniva alle ‘operazioni sporche’ di paramilitari e sicari era perfettamente a conoscenza delle autorità statali e dei principali organi di sicurezza colombiani. Nel 1988 un rapporto del Das alla Procura generale affermava che "i sicari e gli assassini di Puerto Boyacà utlizzano come copertura l’ACDEGAM, dietro cui effettuano le proprie attività illecite". "Il sostenimento della banda – proseguiva il rapporto - è a carico dei Narcotrafficanti, degli Allevatori e degli Agricoltori, che in qualche modo dedicano parte delle proprie proprietà alla coltivazione delle foglie di coca, attività camuffata con altre attività agricole e pascoli; ognuna di queste persone periodicamente apporta una quota che oscilla tra i 50 mila e un milione di pesos per finanziare il personale (…). Alcune autorità nel Magdalena Medio, collaborano con ACDEGAM, come il Procuratore generale di Honda, il comandante della base militare di Calderòn, i comandanti della polizia di La Dorada e Puerto Boyacà, il sindaco di Puerto Boyacà, i narcotrafficanti Gonzalo Rodriguez Gacha, ex sergente dell’esercito, Pablo Escobar, Gilberto Molina, Jairo Correa" .I gruppi armati, specie nelle aree del narcotraffico, hanno pianificato ed eseguito operazioni militari in coordinamento con le forze armate, finalizzate al controllo strategico del territorio. Rodriguez Gacha, ad esempio, aveva strutturato una rete paramilitare, appoggiata da membri dell’esercito e della polizia per assicurarsi ‘corridoi di sicurezza’ dal Magdalena Medio verso l’Urabà (costa atlantica), e mettere in comunicazione i depositi per la cocaina con le aree utilizzate dalle avionette per il trasporto della droga. Contemporaneamente gli uomini di Gacha si macchiavano dei maggiori crimini politici della seconda metà degli anni ’80, come ad esempio l’assassinio (agosto ’89) di Luis Carlos Galan, candidato alle elezioni parlamentari per ‘Nuevo Liberalismo’, azione a cui non mancò la collaborazione di alcuni agenti del Das .Gli interessi di Gacha ruotavano attorno alla regione di Boyacà, dove vi sono le miniere di smeraldi più importanti del mondo. A Boyacà si è combattuta una delle guerre più violente tra trafficanti, con diverse centinaia di morti, che ha coronato vincitore Victor Carranza, boss che a differenza dei padrini del narcotraffico ha goduto di una più che sospetta impunità da parte dell’autorità giudiziaria colombiana o delle maggiori agenzie investigative internazionali. Victor Carranza ha così assunto il ruolo di eminenza grigia del contrabbando mondiale degli smeraldi e di alleato strategico del Cartello di Cali, della polizia colombiana "e perfino della Dea". Di più ampio respiro la stretegia politico-militare di due dei maggiori narcotrafficanti colombiani, i fratelli Carlos e Fidel Castano Gil, il cui esercito paramilitare si è sviluppato nelle regioni di Cordoba e Urabà, in stretto legame con i narcos del Magdalena, di Santa Marta e di Puerto Boyacà, con l’obiettivo centrale di eliminare i combattenti dell’Epl, dell’Eln e delle Farc. Già dal tempo del suo ingresso nei traffici di droga (1975) i Castano mantenevano relazioni con appartenenti alle forze armate e Carlos è oggi il principale proprietario di terre di Cordoba, dove maggiore è stato il conflitto sociale negli ultimi venti anni. Su Castano, pendono decine di mandati di cattura per stragi di civili e per numerosi ‘omicidi eccellenti’, giornalisti, magistrati, sindacalisti, sindaci e perfino del candidato presidenziale Eduardo Pizarro, leader dell’Union Patriotica, assassinato in piena campagna elettorale nel 1990. L’omicidio, compiuto da sicari del Cartello di Medellìn, su ordine di Castano, avrebbe goduto del sostegno e della protezione di un direttore del Das e del comandante dell’esercito di Monterìa. Castano continua ad essere ‘introvabile’, solo per le forze armate e la polizia, dato che recentemente è stato intervistato per più di due ore dalla maggiore emittente televisiva nazionale. A Castano farebbe riferimento la terribile organizzazione de ‘La Terraza’ che opera a Medellìn sin dai tempi di Pablo Escobar, responsabile di operazioni di sicariato contro esponenti locali della sinistra e della società civile e delle stragi compiute sotto la sigla di ‘Colsingue’ (Colombia sin Guerrilla) a El Retiro e La Uniòn, due cittadine orientali di Antioquia. Nonostante l’interminabile lista di eccidi, i maggiori gruppi finanziari del paese (ad esempio il gruppo ‘Bavaria’ (un colosso che ha fatturato 3.337 miliardi di lire nel ‘99) e numerosi esponenti politici vicini all’entourage del presidente Pastrana, ritengono Carlos Castano un indispensabile interlocutore per una trattativa di ‘pacificazione’ del paese, accanto ai rappresentanti dei gruppi guerriglieri.E’ evidente che più che un atteggiamento di compiacenza e tolleranza quello dello Stato è stata una chiara assunzione di paternità di entità che potevano regolare i conti con l’opposizione senza il diretto coinvolgimento governativo. Quattro anni dopo la nascita di ACDEGAM, in Colombia si registravano 82 stragi con 668 morti, mentre erano caduti sotto il piombo ‘narcoparamilitare’ 1.043 militanti del Fronte di sinistra di Uniòn Patriotica .Alla vigilia degli anni ’90, l’esperienza politico-militare dell’associazione di ‘autodifesa’ nata a Puerto Boyacà avrebbe tentato di conquistare il palcoscenico nazionale: il 6 agosto dell’’89, narcos, paramilitari ed ufficiali di estrema destra lanciavano l’appello per la creazione di un organizzazione politica apertamente anticomunista, antidemocratica e neo nazista, il ‘Movimiento de Restauraciòn Nacional Morena’. Avrà vita effimera perché lo scontro con il Cartello di Medellìn modificherà alleanze e strategie e le classi politiche ed economiche dominanti preferiranno la simbiosi con i leader del narcotraffico vincenti sotto la protezione dei partiti tradizionali.
15. La ‘guerra sucia’ dei mercenari israeliani I gruppi paramilitari hanno goduto del riconoscimento legale da parte dello Stato colombiano sino al gennaio dell’’89, quando un gruppo di uomini armati guidato dal famigerato narcotrafficante Alonso de Jesus Baquero e composto da civili e militari (tra cui lo stesso comandante della base dell’esercito di Campocapote, Andrade Ortiz) si macchiò di uno dei più gravi crimini della recente storia del paese, la strage di 11 funzionari del potere giudiziario commessa a La Rochela (Santander). L’ondata di proteste interne e internazionali costrinsero l’allora presidente Barco Vargas a decretarne lo ‘scioglimento’, anche se nessuna misura fu intrapresa realmente per perseguire le organizzazioni paramilitari e reciderne i legami con le forze armate. Lo stesso comandante Ortiz, dopo una timida condanna a 5 anni per il sostegno fornito al massacro, fu assolto da un tribunale militare. L’inchiesta sul massacro di La Rochela ha rivelato un inquietante particolare: alcuni degli uomini che avevano composto il commando criminale era stato preventivamente addestrato da una ventina di mercenari israeliani, giunti in Colombia "con la collaborazione del Ministero della difesa nazionale", su richiesta del Cartello di Medellìn, e a cui si erano affiancati 5 "ex" membri delle Sas, il settore speciale delle forze armate britanniche per le operazioni nella selva . Uno di essi, l’ex ufficiale Sas Andrew Gibson avrebbe poi ammesso, che l’agente che li aveva contattati "faceva parte dell’amministrazione del presidente Virgilio Barco Vergas" e che gli uomini erano tutti veterani dell’’Operazione Prometea’ con la quale il Sudafrica aveva invaso il sud dell’Angola per distruggere le basi della Swapo, l’organizzazione per la liberazione della Namibia.Quello di La Rochela non fu il solo massacro che ha visto protagonista gli uomini addestrati dai mercenari israeliani e britannici. Il 4 marzo ’88, un gruppo di sicari assassinarono 20 raccoglitori di banane nelle fattorie ‘Honduras’ e ‘La Negra’ del distretto di Urabà; il mese successivo lo stesso gruppo ‘paramilitare’ entrava a Turbo, il porto di Antioquia, per sterminare un gruppo di lavoratori che era scampato all’eccidio in Urabà. Le indagini sui due massacri individuarono come mandanti i narcos Gacha e Fidel Castano, l’allora sindaco di Puerto Boyaca e alcuni latifondisti della zona e accertarono l’intervento nelle azioni di alcuni alti ufficiali dell’esercito, tra cui l’allora comandante del battaglione ‘Voltigeros’ Luis Felipe Becerra. Fu provato che il maggiore Becerra aveva pagato con la propria carta di credito l’alloggio in un lussuoso albergo di Medellìn, ad alcuni componenti del commando; invece di eseguirne il mandato di cattura, i suoi superiori lo promuovettero a tenente colonnelo e lo inviarono per un corso di sei mesi negli Stati Uniti. Tornato in Colombia Becerra fu assolto da un tribunale militare; il 5 ottobre ’93, Becerra era al comando del battaglione ‘Palacè’ che, occupato il villaggio di El Bosque (Valle del Cauca), violentava 5 donne e torturava e assassinava 13 contadini, costretti prima dell’esecuzione a indossare tute da combattimento per farli passare per guerriglieri. Gli uomini al soldo di Fidel Castano addestrati dagli israeliani, parteciparono anche alla strage di Sasaima, Cundinamarca, il 28 febbraio dell’’89, quando furono assassinate 18 persone, tra cui lo smeraldiero Gilberto Molina, avversario del gruppo di Rodriguez Gacha. Di alcuni dei mercenari venuti da Tel Aviv è stato possibile ricostruirne identità e connessioni. In particolare è stato accertato che il gruppo di addestratori era guidato dal colonnello Yair Klein, già membro delle forze d’élite di Israele, "paracadutista ed esperto in lotta antiterrorista, commerciante d’armi e conoscitore del più avanzato armamento moderno". Nel curriculum vitae del colonnello Klein comparivano tra l’altro, la direzione nel ‘72 di un blitz contro i sequestratori di un aereo libico, e dieci anni più tardi, la partecipazione all’’invasione del Libano. Nell’’85, dimessosi dalle forze armate, Klein aveva costituito una società di "consulenza militare", denominata ‘Jod Hajanit’, con lo scopo di vendere armi e fornire ‘consiglieri’ a paesi terzi. Tra gli affari più grossi di ‘Jod Hajanit’ la vendita di armi per due milioni di dollari a favore delle milizie falangiste libanesi. Il colonnello Klein nel corso di una lunga intervista ad un quotidiano di Bogotà, ha ammesso che "alti funzionari del governo" erano perfettamente a conoscenza delle reali motivazioni della sua presenza in Colombia e che gli stessi "collaboravano nell’esercizio delle sue funzioni antiguerriglia"; Yair Klein ha tuttavia negato di aver diretto corsi individuali a militari e civili direttamente nei locali della Scuola di Cavalleria dell’esecito, come invece sarebbe stato affermato da alcuni testimoni oculari. "Mi sollecitarono d’incontrarmi con il capo di sicurezza colombiano, per dare istruzione alla guardia della difesa personale del Das. Ho presentato un preventivo, ho richiesto l’autorizzazione del governo d’Israele per l’incontro, ma ho ricevuto risposta negativa". All’ex parà Klein non furono fatte mancare le necessarie coperture da parte del personale dell’ambasciata israeliana a Bogotà, e in particolare tale Joseph Brian, avrebbe fornito al colonnello denaro per i suoi spostamenti in Colombia e all’estero. Un altro cittadino israeliano, Eitan Koren, avrebbe fatto da tramite con il governo colombiano per il reclutamento dei mercenari. Koren ricopriva al tempo la carica di rappresentante per l’America latina dell’Isds (Israel Security Defense System), un’azienda militare che aveva venduto all’aviazione colombiana 16 velivoli Kfire. Già capo scorta dell’ex presidente Menhaem Begin, Koren fu poi chiamato dal governo colombiano per realizzare i sistemi di sicurezza della prigione di Envigado in cui sarebbe stato ‘detenuto’ Pablo Escobar prima della sua fuga verso la morte nell’autunno del ’93. Secondo quanto accertato dagli inquirenti, il colonnello Klein, dopo essere giunto a Bogotà in compagnia dell’ex militare israeliano Mariot Shoshani, si riunì con un maggiore e un capitano dell’esercito colombiano. In seguito Klein si trasferì a Puerto Boyacà con 7 mercenari israeliani: Aurham Tzadaka, Amatzia Sheuli, Terry Melnyk, Yaakov Brine, Mike Harari, ex capo della sicurezza del deposto generale Noriega, David Candotti, successivamente arrestato a Miami con l’accusa di aver venduto armi al Cartello di Medellìn. Il primo corso addestrativo ebbe inizio nei primi mesi dell’89 e vi parteciparono 30 uomini scelti da Gonzalo Rodriguez Gacha, Victor Carranza, Pablo Escobar e Fabio Ochoa Vasquez. Ai corsi "avrebbero assistito lo stesso Gacha e l’allora comandante del battaglione ‘Barbula’, colonnello Luis Bohorquez Montoya" .Il ruolo di protagonista del colonnello Klein nei foschi scenari della ‘guerra sucia’ in Colombia non si limitò all’addestramento di sicari e paramilitari. Egli infatti, avrebbe trasferito ai narcos guidati da Gacha mitragliatori e proiettili di produzione israeliana, grazie ad una triangolazione tra Israele e l’isola di Antigua nei Caraibi. Secondo il settimanale ‘Newsweek’, dopo che il capo dell’esercito di Antigua scoprì il carico di armi nell’isola, giunse l’ordine dalla Cia di facilitare la spedizione al porto di Cartagena. Alcuni esponenti del Congresso Usa hanno aggiunto che ad Antigua, "grazie alla protezione e al finanziamento della Cia", era stata realizzata una vera e propria "scuola di sopravvivenza aperta ai paramilitari colombiani e ai combattenti di altre organizzazioni controguerrigliere del Centroamerica" .Del colonnello Klein si sono perse le tracce sino a qualche mese fa. La Procura generale della nazione ha emesso contro di lui un mandato di cattura perché lo ritiene tra le menti di un traffico di 20.000 fucili mitragliatori inviati ai trafficanti di coca di Cali dall’Austria via Russia-Ecuador e che sarebbe stato gestito da alcuni cittadini israeliani residenti a Bogotà.
16. La nuova borghesia mafiosa La relazione narcotraffico-classi dirigenti fatta di scambi ed alleanze per arrestare i processi di democratizzazione politica e sociale in Colombia, si è progressimamente trasformata in un rapporto ‘simbiotico’. Sin dalla nascita dei maggiori Cartelli della coca, la società e le istituzioni regionali dominanti preferirono sviluppare con essi una "relazione parassitaria", ottenendo il sostegno ai loro interessi imprenditori, sia nelle aree di produzione agricola e di allevamento estensivo che nei grandi centri urbani. In questa prima fase, la classe dominante considerò le grandi organizzazioni esportatrici di coca come un’imprescindibile "fonte d’attrazione di finanziamento per l’economia formale ed una domanda addizionale di beni e servizi". I capitali accumulati con il traffico di stupefacenti furono messi a disposizione in particolare per investimenti nel settore delle costruzioni e della speculazione edilizia, e negli anni ‘80 i ‘nuovo ricchi della coca’ furono pienamente accolti e integrati nella classe dirigente. Si aprì così la fase della partecipazione diretta in politica attraverso la finanziazione di campagne elettorali, l’elezione di rappresentanti dei Cartelli nei consigli dipartimentali e al Congresso, il lavoro di lobby in occasione delle iniziative legislative d’interesse (estradizione, lavaggio del denaro, amnistie patrimoniali, riforme del codice penale). I casi più emblematici furono quelli del boss Carlos Leheder, che arriva a fondare direttamente un’organizzazione politica di ideologia neonazista, il ‘Movimiento Latino Nacional’, e del leader del Cartello di Medellìn, Pablo Escobar, che dopo essere stato eletto membro supplente al congresso colombiano nel 1982 nelle liste del Partito liberale, fonda una propria organizzazione politica, ‘Civismo in marcha’ "con l’aiuto di capi della polizia, di preti e sindacati" .L’inestricabile intreccio tra gli interessi dei trafficanti nazionali e quelli della borghesia locale e dei suoi rappresentanti a livello governativo, come sottolineato dall’Osservatorio Geopolitico delle Droghe di Parigi, ha fatto assumere alla Colombia l’aspetto di una vera e propria ‘narcodemocrazia’: "Il peso economico dei narcocolombiani si riflette sulla politica locale. Per esempio le elezioni, il 30 ottobre 1994, dei sindaci e dei governatori danno vita (a Pereira, Tulua, La Dorada, così come in numerose altre città e province colombiane) a manovre d’intimidazione e d’infiltrazione da parte delle organizzazioni legate ai narcotrafficanti, che prendono di mira i poteri legali. Questa loro ingerenza nelle elezioni locali e regionali si traduce nella costituzione di veri e propri gruppi parlamentari: nel 1994, infatti, ci furono vari tentativi diretti a far votare quello che la stampa colombiana definì il ‘narcoprogetto’: un insieme di provvedimenti legislativi che avrebbro impedito di sequestrare i beni dei narcotrafficanti, nel caso fossero stati trasferiti a dei prestanome, e che avrebbero messo fine all’anonimato dei giudici (‘giudici senza volto’) nei processi" .Va tuttavia precisato che le modalità nell’atteggiamento dei rappresentanti dei maggiori Cartelli del paese nei primi anni ’90, hanno condotto a differenze sostanziali nella risposta delle istituzioni politiche ed economiche del paese. L’attacco violento al cuore dello Stato (avviato nell’’84 dall’assassinio del ministro della Giustizia dell’amministrazione Betancur, Rodrigo Lara Bonilla, e a cui seguiranno gli omicidi di giudici, giornalisti e due candidati presidenziali), scatenò contro il Cartello di Medellìn le reazioni della stampa, di alcune fazioni dei partiti tradizionali e dell’amministrazione degli Stati Uniti, e il governo colombiano fu costretto ad intraprendere una fase di aperto scontro che condurrà all’eliminazione di Pablo Escobar. Al contrario, l’atteggiamento conciliante e il ‘basso profilo’ militare del cartello di Cali "permise una maggiore accumulazione di capitale e di avanzare in vista dello stadio simbiotico estendendo le sue connessioni con la società regionale e nazionale, sino al punto di impegnarsi direttamente nell’elezione della presidenza della Repubblica" . La lunga confessione dell’ex ministro della difesa Fernando Botero Zea (figlio del noto pittore colombiano) e direttore generale della campagna presidenziale di Ernesto Samper, agli atti del cosiddetto "procedimento 8.000", confermava che per l’elezione del candidato erano stati determinanti i contributi in denaro dei maggiori narcoboss di Cali; ben 22 congressisti sono stati coinvolti nell’indagine per un loro coinvolgimento più o meno diretto negli affari di Rodriquez Orejuela.La stessa controffensiva militare nei confronti dei gruppi di Medellìn, divenuti scomodi ed ingombranti per l’establishment, accelerò il processo di ‘narcodemocratizzazione’ della Colombia. Per liquidare Escobar fu privilegiata infatti la ‘guerra parallela’ con l’intervento dei corpi di sicurezza a fianco dei più diplomatici rappresentanti del Cartello di Cali, e l’immancabile collaborazione di Washington. E il contributo dei caleni a favore dei militari colombiani, fu ripagato con l’impunità e la libertà di azione per conseguire il monopolio nel processamento e l’esportazione di cocaina. Alcune vicende di cronaca hanno confermato la ‘guerra sporca’ contro gli uomini di Medellìn. Grazie alla complicità dei servizi colombiani, fu contattato allo scopo di eliminare Escobar un commando di mercenari inglesi guidato da Peter Mc Aleese, Dave Tomkins, Alex Lennox e Geffrey Adams . Il 3 giugno ‘89, un elicottero Hugues appartenente ad un’impresa privata e camuffato con le insegne della polizia, precipitava in una zona montuosa del municipio di Sonsòn (Antioquia). Nell’incidente moriva il tenente del dipartimento della polizia metropolitana di Cali Gustavo Gonzalez Giraldo, figlio del generale Gustavo Gonzalez Puerto, allontanato dall’esercito per un presunto legame con il Cartello di Cali. Nell’area dell’incidente fu individuato dagli inquirenti un accampamento per una cinquantina di uomini, in cui erano state nascoste tende militari e buste di esplosivo liquido di uso esclusivo del Pentagono, proiettili e granate da mortaio, più alcune mappe del Magdalena Medio in cui erano segnalate le aziende di proprietà dei boss Pablo Escobar e Gonzalo Rodriguez Gacha. L’inchiesta appurò che l’incidente dell’Hugues aveva impedito la realizzazione di un’"operazione pazientemente pianificata dal Cartello di Cali con mercenari britannici e nordamericani per assassinare Escobar e Rodriguez Gacha, che all’epoca si nascondevano e si spostavano nella regione. E per portare a termine il piano, la Cia, collaborava con due agenti che aveva insediato a Medellìn". Un anno e mezzo più tardi, l’11 agosto ’90 una pattuglia dell’esercito scoprì un gruppo di incappucciati della Dijin, il servizio segreto della polizia colombiana che stava per fucilare in un campo di calcio in un barrio di Medellìn una quindicina di giovani sequestrati con l’accusa di essere vicini al cartello dominante nella città. E negli stessi giorni un’altra pattuglia dell’esercito individuava alcuni agenti della polizia dotati di elicotteri in una fattoria di proprietà di Ivan Urdinola, boss dell’eroina legato al Cartello di Cali, sospettato insieme ad alti ufficiali colombiani di essere tra i responsabili del massacro di Trujillo. Non fu difficile appurare che l’unità della polizia era impegnata in un’operazione d’individuazione dei nascondigli dei narcos di Medellìn.Il Pentagono ed i servizi segreti statunitensi non si limitarono a fornire consulenza ed intelligence alle operazioni parallele contro Escobar e soci. Agenti della Dea ed alcuni elicotteri del Comando Sud di stanza a Panama avrebbero partecipato all’operazione che portò all’arresto e alla morte di Rodriquz Gacha, un’azione direttamente pianificata dal maggiore della Us Army Arnaldo Claudio, consigliere militare delle forze di sicurezza colombiane dal 1986 al 1990 ed estensore di numerosi articoli sulle relazioni Usa-Colombia nelle prestigiosa rivista ‘Military Review’. Agenti Cia e Dea avrebbero collaborato attivamente anche alla cattura del boss di Cali Gilberto Rodriguez Orejuela, avvenuta nel giugno ’95. Il maggiore Claudio è certamente una delle figure più ambigue nella storia delle relazioni Usa-Colombia. Considerato un ‘doppio agente’ della Dea e della Cia, ha coordinato l’imponente sistema di sicurezza montato a Cartagena in occasione del vertice anti-droga tra il presidente Bush e i governi andini e avrebbe partecipato direttamente alla cattura di Noriega a Panama. Durante la sua lunga missione di comandante militare degli Stati Uniti in Colombia, Arnaldo Claudio ha operato presso il Cantòn Norte delle Forze militari colombiane a Usaquèn e temporaneamente presso le installazioni del Battaglione comunicazioni di Facatativà, nella parte occidentale di Bogotà. Da lui dipendevano le ‘Fuerzas Especiales Antiterroristas Urbanas (FEAU)’, protagoniste di una serie di sanguinose operazioni clandestine, come il massacro dell’edificio Altos del Portal, il 5 luglio dell’89, in cui furono uccisi membri del gruppo criminale legato a Victor Carranza e Gilberto Molina, dopo che si erano arresi al blitz delle teste di cuoio colombiane . L’inchiesta giudiziaria provò che il massacro del Portal fu il regalo di importanti settori delle forze armate al narcotrafficante Rodriquez Gacha in aperto conflitto con i due boss del contrabbando di smeraldi. Il procedimento si concluse con la condanna dei capitani Gustavo Oswaldo Rojas Romero e Jorge Milton Coy Nunez, dei sottufficiali Luis Alfonso Gomez Perez, Orlando Martinez, Jimmy Molina, Raul Orlando Pena Toro e Ottilio Velasquez Triana. Secondo l’accusa, come premio per la strage, sarebbero stati consegnati ai militari 1.050 smeraldi, 990 mila pesos e una quantità di dollari non specificata. La misteriosa morte di Gacha in occasione del blitz militare che doveva condurlo all’arresto, potrebbe essere stata ‘giustificata’ dalla necessità di eliminare uno dei maggiori testimoni del legame tra forze armate e narcos.Durante il processo per il massacro del Portal, alcuni imputati confermarono il ruolo più prettamente ‘politico-militare’ delle ‘Fuerzas Especiales Antiterroristas’. "Ci avete dato l’ordine di assassinare quelli della Uniòn Patriotica, tra cui Pedro Nel Jimenez", affermò durante la propria deposizione il capitano Coy Nunez che al tempo, apparteneva al al gruppo di ufficiali colombiani prescelto dal maggiore Claudio per costituire le forze speciali antiterroriste urbane. Il leader della formazione di sinistra fu assassinato da due sicari l’1 settembre 1986 a Villa Vicencio 48 ore dopo l’omicidio del parlamentare Leonardo Posada. Entrambi comparivano in una lista di undici politici che era stata intercettata ad un gruppo paramilitare che operava negli Llanos Orientale in coordinazione con l’esercito. La liquidazione dei membri della Uniòn Patriotica era stata pianificata dal colonnello Oscar Melendez, comandante del battaglione ‘Serviez’, a cui l’organizzazione di sinistra imputava la direzione delle operazioni paramilitari nell’area. Melendez fu successivamente degradato, ma dopo l’ingresso nelle file del partito liberale, fu eletto consigliere nel dipartimento di Cundinamarca .
17. Le tante ipocrisie Usa sulla ‘lotta alla coca’ La ‘guerra clandestina’ al Cartello di Medellìn è poi interessante per comprendere le "oscillazioni" della politica nordamericana nei confronti dei narcos colombiani e l’atteggiamento di favore, almeno sino al ’95, che le agenzie militari hanno fornito all’organizzazione di Cali. Ciò si spiega innanzitutto con il ruolo svolto dal Cartello "nella repressione delle forze di sinistra colombiane e perché i suoi capitali, che contribuiscono in poco tempo a fare di Miami la seconda piazza finanziaria degli Usa dopo New York, servono per finanziare i contras", nel conflitto tra gli Stati Uniti e la breve esperienza del Frente sandinista in Nicaragua. La vicenda ‘Iran-contras’, sulle operazioni segrete avviate dal capitano Oliver North per ottenere la liberazione degli ostaggi statunitensi, prigionieri del governo iraniano, in cambio di forniture di armi a Teheran e di denaro ed armi a sostegno delle forze antisandiniste nel paese centroamericano, è sicuramente l’esempio più eclatante della ‘doppia politica’ nordamericana in tema di lotta al narcotraffico. La vicenda infatti, come documentato dal ‘Rapporto Kerry’, pubblicato nel 1989 dalla Commissione d’inchiesta del governo degli Stati Uniti, potrebbe essere più propriamente definita come ‘scandalo coca-gate’. Il rapporto ha svelato che, con la copertura di aiuti umanitari alle forze antisandiniste, si sviluppava un vasto traffico di droga ed armi che coinvolgeva Bahamas, Cuba, Nicaragua, Haiti, Honduras, Costa Rica, Panama e Colombia. La cocaina, acquistata al Cartello di Medellìn, finiva poi sul mercato degli Stati Uniti e il suo trasferimento si svolgeva grazie ad una postazione della contras nicaraguense, al confine con il Costa Rica, coordinata dall’agente John Hull ed una base militare in Salvador. L’inchiesta del Congresso non solo ha provato che era la Cia ad organizzare i traffici ma che la stessa Dea aveva deciso di non intervenire contro i narcos, arrivando a chiudere nell’’83 il proprio ufficio in Guatemala, "paese che diventava sempre più importante nel traffico della cocaina che finanziava le operazioni antisandiniste" .L’agente della Dea Celerino Castillo, che al tempo lavorava per la Dea in America Centrale, ha rivelato all'’autorità giudiziaria di Washington che la coca "proveniente dalla Colombia", finiva "negli hangar numero 4 e 5 dell’aeroporto di Ilopango, una delle basi della contras in El Salvador, ed era poi trasportata negli Usa da piloti che godevano della protezione governativa". Lo stesso Noriega, nella sua ‘autodifesa’ di fronte ai giudici nordamericani ha affermato che i carichi di droga arrivavano direttamente nelle basi militari della Florida. Tra i piloti, Castillo ricorda il trafficante di droga ed armi William Brasher, che nonostante fosse già stato scoperto dalla Dea, godeva "di credenziali della Cia e dell’Fbi e la sua jeep era intestata all’ambasciata Usa in Salvador". Secondo quanto appurato dalla ‘commissione Kerry’, William Brasher "era un uomo del colonnello Oliver North". E’ stato altresì appurato che la cocaina e il micidiale ‘crack’ giungeva direttamente nelle mani dei gruppi criminali di Los Angeles che versavano in cambio milioni di dollari al colonnello Enrique Bermudez, comandante militare della guerriglia antisandinista, e fino al suo assassinio nel 1991, "sul libro paga della Cia". Da parte sua l’agenzia d’intelligence statunitense non si limitava alla copertura dei traffici di droga ed armi, ma forniva consiglieri e supporto logistico alla ‘guerra sucia’ dei servizi segreti guatemaltechi e salvadoregni che coordinavano in loco la campagna antisandinista. La complessa triangolazione internazionale di armi e droga si è intrecciata con le operazioni di riciclaggio a favore dei narcos colombiani da parte della ‘Bcci’ (Bank of Credit and Commerce International), l’istituto finanziario di proprietà di imprenditori del Pakistan e dell’emirato arabo di Abu Dhabi, con sedi sparse in tiutto il mondo. La ‘Bcci’ è stata utilizzata per anni per le operazioni clandestine della Cia (vedi la vicenda del capitano North o il finanziamento dell’opposizione afghana dopo l’occupazione sovietica nel ’79), sino alla sua ‘chiusura’ dopo essere divenuta scomoda per il suo coinvolgimento nei programmi nucleari di Iraq e Pakistan. All’interno dell’istituto finanziario la stessa Cia poteva contare su un proprio ‘agente-informatore’, l’ex capo dei servizi segreti sauditi Kamal Adham. Quest’ultimo sarebbe stato addestrato per mesi presso la base dell’agenzia di intelligence di Langley (Virginia). Non c’è stato traffico internazionale di armi o di materiale nucleare che non abbia coinvolto uomini e filiali della ‘Bcci’. E ad essi, anche quando vedevano destinatari i tradizionali ‘nemici’ degli Stati Uniti, non è mancata la benevola compiacenza delle differenti amministrazioni nordamericane. Washington preferì chiudere un occhio perfino quando nel 1984, la Cia stilava un rapporto sui legami tra la BBCI e le fazioni terroristiche palestinesi . Identico l’atteggiamento quando l’istituto rivolge la propria attenzione al mercato finanziario dell’America latina e, l’allora direttore generale Swalek Naqvi apre una filiale ‘Bcci’ nello stato di Panama e, sempre nell’84, dopo una missione in Colombia, acquista un’importante banca nazionale, il Banco Mercantile, poi trasformata nel Banco de Credito y Comercio de Colombia. Contemporaneamente l’istituto avvia, grazie alla collaborazione di settori finanziari e governativi colombiani, relazioni con quasi tutti i maggiori istituti di credito del paese (il Banco de Occidente, il Banco Ganadero, il Banco Interoceanico, il Banco Agro-Industrial y Comercial, il Banco Cafetero, il Banco Comercial Antioqueno, il Banco de Bogotà e il Banco Industrial Colombiano).Gli sportelli della Bcci a Panama, in Colombia e a Trampa (Florida) sono serviti a far transitare gli immensi capitali accumulati dai Cartelli con il narcotraffico (accertate transazioni di Pablo Escobar, dei fratelli Jorge e Fabio Ochoa, del boss di Pereira Jaime Vallejo e di Gonzalo Rodriguez Gacha. La stessa ‘Bcci’ avrebbe coperto il gruppo di trafficanti d’armi israeliani del colonnello Yair Klein, che dall’isola di Antigua, hanno trasferito sistemi bellici e munizioni a favore dei narcos colombiani. Contemporaneamente la filiale di Panama sosteneva le ‘operazioni sporche’ della Cia contro i gruppi della guerriglia centroamericana, grazie al coordinamento del dittatore-colonnello Manuel Antonio Noriega, sino alla vigilia della sua ‘deposizione’ manu militari da parte degli Stati Uniti. Noriega, collaboratore dell’agenzia di intelligence e del Dipartimento di stato Usa in missioni di spionaggio internazionali (ha operato ad esempio in Perù presso la Scuola militare di Chorillos) partecipava nell’aprile del 1980 alle fasi di insediamento a Panama della filiale della ‘Bcci’ nei locali di una società del finanziere Carlos Duque, intimimamente legato ai massimi vertici delle forze armate panamensi. Lo stesso direttore della ‘Bcci’ offrì più volte il proprio jet personale al colonnello Noriega per visite ai paesi centroamericani e negli Stati Uniti e sostenne il finanziamento per l’acquisto di elicotteri per le forze armate panamensi e per l’aereo 727 presidenziale.L’amministrazione Reagan era a conoscenza dell’implicazione delle forze armate panamensi nei traffici di droga sin dai primi anni ’80 grazie ad un rapporto sul riciclaggio di denaro sporco presentato dal Senato ("The Cash Connection, Organized Crime, Financial Institutions and Money Laundering"), tuttavia la scelta fu quella di continuare a sostenere Noriega, pedina chiave della strategia antiguerriglie in Nicaragua, Salvador e Guatemala. Lo stesso colonnello North, nel settembre ’86, con l’approvazione dell’allora segretario di stato George Shultz, si riuniva con il dittatore a Londra per discutere sull’impegno di Panama contro il sandinismo. Fu approvato un piano militare segreto che fu abbandonato dopo il coinvolgimento di North nell’‘Irangate’. La ‘doppia politica’ di Washington in tema di lotta alla coca è proseguita anche dopo l’intervento militare a Panama: al posto dell’ex alleato Noriega, furono insediati alla presidenza Guillelmo Endara e alla vicepresidenza Guillelmo Ford, entrambi direttori di istituti bancari utilizzati dai cartelli colombiani e dalla mafia statunitense per il lavaggio del denaro proveniente dai traffici di droga. Lo stesso Procuratore generale post-Noriega, era stato il direttore della ‘Fist Interamericas Bank’, l’istituto bancario del padrino di Cali Gilberto Rodriguez Orejuela, con cui la ‘Bcci’ aveva operato sui mercati centroamericani sin dal suo arrivo nel Canale. Attraverso questo istituto bancario furono fatti trasferire 46 milioni di dollari frutto dei proventi della coca, sulla filiale di New York del Banco Cafetero. Nell’indagine è stato implicato il fratello dell’altro vice di Endara, Arias Calderòn. Lo stesso presidente ha dovuto ammettere la partecipazione per il 20% nel pacchetto azionario del Banco Interoceanico, commissariato dalle autorità panamensi per le attività di riciclaggio di denaro sporco e uno dei suoi più fidati consiglieri, l’uomo d’affari Carlos Eleta, è stato arrestato nel ’91 negli Stati Uniti per un traffico di oltre 600 chili di cocaina. Nel ’93, il Dipartimento della giustizia ha scoperto un nuovo caso di trasferimento di partite di cocaina colombiana negli Usa, stavolta via Venezuela, i cui protagonisti sono risultati essere i funzionari di una speciale unità antidroga di stanza a Caracas. Questi, "coperti dalla Cia e nonostante le proteste della Dea", avrebbero fatto entrare negli Stati Uniti, enormi quantità di cocaina, poi distribuite attraverso i canali delle grandi organizzazioni mafiose della costa atlantica.
18. Aiuti Usa contro i diritti umani "Il personale militare U.S.A. in Colombia, continuerà ad operare, in attività di addestramento. Sotto nessuna circostanza i militari Usa parteciperanno o accompagneranno le forze colombiane impegnate in operazioni di ogni sorta. Il sostegno Usa continuerà ad essere sottoposto alla verifica del rispetto dei diritti umani da parte del Dipartimento di stato, settore in cui le forze armate colombiane hanno ottenuto significativi risultati". E’ sufficiente questo impegno assunto dal sottosegretario Thomas Pickering davanti al Congresso per fugare i dubbi di coloro (in prima fila le magiori organizzazioni internazionali attive sui diritti umani come Amnesty International e Human Rights Watch) che ipotizzano che il ‘Plan Colombia’ violi apertamente l’emendamento Leahy del 1996 che proibisce all’amministrazione di Washington di "destinare i fondi per gli ‘aiuti all’estero’ ad unità militari di un paese straniero, se il segretario di Stato ritiene credibile che esse abbiano commesso gravi violazioni dei diritti umani"? Senatori e rappresentanti della Camera, democratici e repubblicani, si sono ritenuti soddisfatti dei dati sciorinati dall’amministrazione Clinton: "negli ultimi due anni, i tribunali civili hanno processato 240 membri delle forze armate e della polizia per violazioni dei diritti umani, il governo ha preso importanti passi nell’allontanare ufficiali superiori e della polizia coinvolti in esse, tra cui tre generali, come il comandante Bravo per la sua incapacità a prevenire i massacri dei gruppi di estrema destra a La Gabarra e Tibu nell’agosto ’99". Brian Sheridan, vicesegretario della difesa, per sottolineare l’impegno dell’amministrazione nella verifica del rispetto dei diritti umani, ha poi ricordato che Washington ha revocato il visto al generale colombiano Ivan Ramirez, già comandante dell’esercito nel distretto di Urabà e della 20^ brigata d’intelligence, su cui sono state raccolte numerose prove di legami con gli squadroni della morte. Il vicesegretario alla difesa ha però omesso di segnalare che il generale Ramirez, sino alla metà del ’99 "è stato una fonte chiave d’intelligence per gli Stati Uniti ed ha fatto da informatore retribuito per la Cia, nonostante mantenesse stretti legami con i gruppi paramilitari di estrema destra che finanziavano le loro attività con il traffico di droga". "Sono assai significative le decisioni del ministro della difesa di Bogotà" ha tuttavia commentato Sheridan "di revocare dalle loro funzioni i generali Millan e Del Rio a causa delle loro relazioni con le organizzazioni paramilitari e ad ordinare gli arresti del generale Uscategui e del colonnello Sanchez Oviedo per un loro presunto coinvolgimento nel massacro avvenuto a Mapiripàn nel 1997". "Nessuna assistenza Usa è stata fornita a quelle unità militari di cui sospettiamo fortemente il coinvolgimento nella commissione di gravi violazioni dei diritti umani" ha concluso la sua audizione il vicesegretario Sheridan. "Tutte le unità militari colombiane che ricevono assistenza antinarcotici sono attentamente monitorate dall’Ambasciata e dal Dipartimento di stato". Da parte sua, il Pentagono ha fornito una prima lista delle unità dell’esercito colombiano a cui è stata fornita assistenza diretta: il Comando speciale orientale di stanza a Puerto Carreno (dipartimento di Vichada); la 24^ brigata di Mocoa (Putumayo); la 12^ brigata di Florencia (Caquetà); le due brigate mobili delle Forze speciali rurali e dell’Aviazione dell’esercito. Ad esse si è aggiunta la Scuola per le Forze speciali dell’esercito insediata nell’isola di Barrancòn, nei pressi di San José del Guaviare. Per altre tre brigate di cui il governo colombiano aveva richiesto l’assistenza (la 3^ brigata di Cali, la 7^ di Villavicencio, dipartimento del Meta, e la 2^ brigata mobile), sarebbe stato deciso di soprassedere "sulla base dei precedenti in materia di violazioni e per l’assenza di ‘misure reali’ per consegnare alla giustizia i responsabili di queste azioni". Le contraddizioni, le mezze verità o le mezze menzogne non mancano. Un’occhiata agli ultimi due rapporti presentati proprio dal Dipartimento di stato sui diritti umani nello stato sud americano ed appare evidente come l’amministrazione Clinton neghi se stessa. "Unitá delle forze armate e di sicurezza colombiane hanno una lunga storia di gravi abusi dei diritti umani, inclusa l’attivitá di squadroni della morte, principalmente finalizzati contro i gruppi insorgenti di sinistra. Nel 1989 e 1990, gruppi paramilitari colombiani massacrarono 107 persone nell’area attorno a Trujillo". La strage, ma questo il Dipartimento non lo ricorda, fu scatenata per ‘liquidare’ ogni opposizione sociale contro l’acquisizione da parte del cartello di Cali delle migliori terre locali che aveva visto l’espulsione forzata di numerosi piccoli produttori e contadini locali. "Nel 1995 – prosegue il rapporto - il governo ammise che l’esercito e la polizia colombiana erano a conoscenza del massacro, ma non fecero nulla…". Sempre secondo il Dipartimento di stato, nel 1996 ci sarebbero stati 54 omicidi extragiudiziari effettuati dalle forze di sicurezza, e "l’Avvocato generale colombiano per i diritti umani ha fatto riferimento ad inchieste su 462 casi di tortura commessi dalla polizia, dal Das, dall’esercito, da agenti penitenziari, nel periodo compreso tra il giugno 1995 e l’ottobre 1996". Dati precedenti all’era Pastrana? Si legge nel rapporto del Dipartimento presentato nel febbraio 2000: "L’impegno del Governo in materia di diritti umani continua ad essere povero". "Le forze di sicurezza del Governo, i gruppi paramilitari, la guerriglia e i narcotrafficanti, continuano a commettere gravi abusi, incluse esecuzioni extragiudiziarie e torture. (…) I paramilitari, responsabili di numerose stragi dispongono di una base di appoggio tra militari e poliziotti, così come tra la classe dominante a livello locale in certe regioni". Prosegue l’ultimo rapporto del Dipartimento di stato: "le prove suggeriscono che c’erano accordi taciti tra comandanti militari locali e gruppi paramilitari, e ciò ha aiutato questi ultimi ad agire in libertà in zone sotto il controllo militare. In Colombia sono attualmente in corso indagini su 303 crimini presumibilmente commessi da militari e poliziotti, tra cui molti ufficiali, tanto come delitti politici e comuni. Tuttavia nei casi in cui si è giunta alla condanna di militari per violazioni dei diritti umani, la maggioranza di essi non sono stati incarcerati, ma confinati in basi militari o centri di detenzione della polizia". Washington nega di aver mai fornito assistenza a reparti implicati in crimini contro le popolazioni civili o colluse con le operazioni paramilitari, ma proprio la vicenda del villaggio sudorientale di Mapiripàn, citata da Brian Sheridan per sottolineare i "passi in avanti" delle forze armate colombiane in tema di diritti umani, è la migliore conferma che il Pentagono non ha fatto mancare il suo sostegno agli ufficiali accusati di massacri. A Mapiripàn, al centro di una regione che produce quasi il 30% della coca mondiale, furono assassinati 49 civili nel 1997 durante un’operazione durata 5 giorni e condotta da un gruppo paramilitare che, secondo la Procura colombiana, sarebbe stato sotto la direzione del colonnello dell'esercito Lino Sánchez e del leader delle forze paramilitari di destra Carlos Castaño. Sánchez, arrestato insieme ad altri due ufficiali, comandava la 2^ brigata mobile, uno dei reparti ‘scelti’ come destinatari del pacchetto di aiuti militari nordamericani, e che proprio alla vigilia del massacro era stato addestrato dalle forze speciali Usa in una base fluviale a circa 80 chilometri da Mapiripán. A seguito dell’inchiesta giudiziaria, lo stesso sottosegretario Sheridan è stato costretto ad ammettere che nell’area furono effettuate "9 esercitazioni congiunte tra militari colombiani e nordamericani dal giugno all’agosto ‘97". Nello specifico i soldati Usa del 7° Gruppo delle forze speciali, con base a Fort Bragg, avrebbero addestrato dal 14 maggio le truppe colombiane nella base di Barrancón, a 10 minuti di volo dallo scalo aereo di San José del Guaviare, da cui il personale statunitense e la società privata DynCorp conducono le operazioni anti-droga e dove nel marzo ’99 fu installato dagli Stati Uniti un radar per l’appoggio tattico. Proprio in questa base aerea, secondo i magistrati, furono alloggiati a metà luglio i narcoparamilitari, durante il loro trasferimento a Mapiripán. Il Pentagono ha tentato in tutti i modi di smentire che in quella data i ‘berretti verdi’ risiedessero ancora a San José. Brian Sheridan ha dichiarato che i ‘berretti verdi’ terminarono il loro addestramento presso la ‘Scuola delle forze speciali di Barrancón’ il 23 giugno ’97 e che lo stesso fu ripreso il 18 agosto per concludersi definitivamente il 18 settembre ‘97. Alcuni documenti rinvenuti presso il Dipartimento della difesa lo hanno smentito inequivocabilmente: le forze speciali di Fort Bragg sarebbero state presenti in Colombia ininterrottamente dal 14 maggio al 22 luglio, e il personale militare Usa era presente a Barrancón per una cerimonia di fine corso proprio nei giorni dal 20 al 22 luglio, quando fu commesso il massacro a Mapiripàn. I militari statunitensi hanno dichiarato di non aver visto attività inusuali attorno all’aeroporto di San José e Barrancón durante la loro permanenza nell’area nei giorni precedenti al massacro. L’inchiesta della procura generale colombiana ha tuttavia accertato che il 12 luglio, due aerei civili, un Antonov ed un Dc-3, erano atterrati a San José e che da essi erano scesi "15 paramilitari del gruppo di Castaño, armati con macete e coltelli, mentre venivano scaricati diverse tonnellate di provviste e volantini indirizzati alla ‘popolazione della Guaviare’ in cui si ordinava di cessare ogni cooperazione con la guerriglia". I paramilitari furono raggiunti nello scalo militare da altri uomini e successivamente, con gli stessi velivoli, si diressero verso Mapiripán, a circa un’ora di volo verso nord-est. Sempre secondo la Procura, altri paramilitari attraversarono il rio Guaviare con imbarcazioni veloci raggiungendo una base d'emergenza della fanteria di marina colombiana, nei pressi di Barrancón, realizzata dal genio della Us Navy nel ‘94, e dove la marina statunitense continua ad addestrare le unità colombiane. Le autorità civili e militari locali si guardarono bene dal fermare le forze paramilitari che così raggiunsero il villaggio di Mapiripàn il 15 luglio ‘97, per compiervi indisturbate, il massacro degli abitanti sino al 20 luglio, quando il Comitato internazionale della Croce Rossa riuscì ad inviare un aereo al villaggio con i propri monitor. Nessuno dei ‘berretti verdi’ si accorse invece che 49 innocenti erano stati trucidati in un ennesimo capitolo della ‘guerra sucia’ colombiana, pianificato con l’unico scopo di assicurare a un gruppo di narcomilitari il controllo di un importante corridoio della coca.
19. Ancora menzogne ed omissioni Peccato che lo stesso Dipartimento di stato abbia omesso dai suoi ultimi rapporti ogni riferimento alle sempre più numerose inchieste giudiziarie che vedono protagonisti alti ufficiali delle forze armate colombiane direttamente coinvolti nel traffico di droga. Tra i casi più eclatanti l’arresto nel novembre del ‘98, di 5 tra ufficiali e sottufficiali dell’aeronautica colombiana (tra cui il maggiore Gonzalo Alberto Noguera ed il capitano Juan Ricardo Ruiz Ramirez), accusati di aver trasportato in un Hercules 1005 de la Fac (Fuerza aerea de Colombia) ben 415 chili di cocaina e 6 di eroina. Nel novembre ’99, nell’ambito dell’inchiesta sull’omicidio del leader conservatore Alvaro Gomez Hurtago, avvenuto a Bogotà tre anni prima, e che ha visto il rinvio a giudizio del colonnello Bernardo Ruiz Silva, ex comandante della 20^ brigata dell’esercito, quale presunto responsabile dell’omicidio, sono stati raccoli indizi "di arricchimento illecito" contro il generale Ivan Ramirez Quintero che, secondo la Procura sarebbe stato in "rapporto con il Cartello di Cali". L’inchiesta ha svelato altri gravi particolari. Tra le carte rinvenute nell’abitazione di Gomez Hurtago ci sarebbero i documenti sulla preparazione di un golpe in Colombia nei mesi ‘caldi’ della crisi Samper, tra cui alcuni atti firmati da Ramirez che confermerebbero la sua partecipazione ai preparativi militari. Il generale, al momento dell’omicidio, ricopriva la carica di direttore d’Intelligence del Dipartimento D-2 delle forze armate e sarebbe stato in stretto contatto con il gruppo ‘Cazadores’ "nucleo segreto di spionaggio che operava occultamente presso gli uffici dell’impresa ‘Inversiones Radar’". Il coinvolgimento di alti uffiiciali delle forze armate e della polizia nel narcotraffico è stato tuttaltro che sporadico e circoscritto nel tempo. In Colombia non c’è stata amministrazione che non abbia dovuto ‘allontanare’ funzionari nominati ai massimi vertici dei corpi di sicurezza. Il direttore del Das, durante l’amministrazione Pastrana (1970-74), generale Jorge Ordonez Valderrama, fu oggetto di continue denunce di legami con il traffico di cocaina e fu costretto a dimettersi. Nello stesso periodo la polizia nazionale accusò l’intero Dipartimento amministrativo di sicurezza di essere implicato nel narcotraffico. L’amministrazione Barco fu costretta ad allontanare 300 ufficiali di tutti i livelli, tra cui l’allora direttore nazionale della polizia, generale José Guillermo Medina Sanchez, indicato da alcuni organi di stampa internazionali, come "vicino" al narcotraffico e che in seguito sarebbe stato arrestato su mandato della Corte suprema di giustizia. Nel 1978 fu la volta dei ministri della difesa e del lavoro del governo di Turbay Ayala ad essere accusati di legami con i narcos. Non ne uscì indenne lo stesso presidente su cui piovvero i sospetti di un aiuto elettorale da parte dei maggiori trafficanti di smeraldi. Cinque anni più tardi finì nelle maglie della giustizia un’intera compagnia delle forze speciali colombiane, accusata di aver protetto il trasferimento di un laboratorio di cocaina dal Caquetà a un’altra più sicura. Nel febbraio dello stesso anno (1983) il Procuratore generale della nazione, Carlos Jimenez Gomez, presentò un rapporto in cui coinvolgeva 163 persone, tra cui 59 membri attivi delle polizia e delle forze militari, nei crimini commessi dal gruppo ‘paramilitare’ Mas (Muerte a secuestradores) insieme ai principali boss del narcotraffico. Tra essi comparivano i nomi di alcuni ufficiali in forza al battaglione ‘Barbula’ di stanza a Puerto Boyacà. Lo stesso procuratore aggiunse che le organizzazioni di ‘giustizia privata’ erano coinvolte in non meno di 150 casi di sparizioni, in buona parte avvenute nel dipartimento di Antioquia. La risposta di generali ed ufficiali fu unanime: denunciando l’"infamia orchestrata contro la dignità delle forze armate", offrirono un giorno del loro stipendio per pagare gli avvocati difensori dei loro colleghi. I legami tra forze armate e narcos si consolidarono negli anni ’80 in concomitanza con l’ascesa economica dei Cartelli di Medellìn e Cali. Le inchieste sull’impero di Pablo Escobar accertarono che egli poteva contare sulla protezione dell’allora direttore della polizia nazionale José Guillermo Medina Sanchez (‘dimessosi’ nell’89), del capo del servizio segreto della 4^ brigata, Plinio Correa, del capo delle forze speciali Eber Villegas, dell’ex capitano dell’esercito Javier Wanumen. Si appurò altresì che l’aeroporto cittadino di Medellìn veniva stabilmente utilizzato per le spedizioni di coca, grazie alla fattiva collaborazione delle unità delle forze di sicurezza che vi operavano. Nel settembre ’86 fu arrestato un maggiore dell’esercito che nascondeva 80 chili di cocaina più un carico di armi acquistate ‘legalmente’ grazie alla raccomandazione di un generale dello stato maggiore dell’esercito, che invece di essere indagato, fu ‘promosso’ e trasferito a Puerto Triunfo, "una delle aree più ‘calde’ del Magdalena Medio". Secondo quanto rivelato nella sua autobiografia dall’ex vicecomandante della 4^ brigata dell’esercito di stanza a Medellìn, colonnello Augusto Bahamòn Dussàn, "l’infiltrazione del narcotraffico negli organismi di sicurezza era giunta al punto che alla cosiddetta ‘guerra tra i cartelli’, parteciparono numerosi militari ritiratisi, pagati da uno o l’altro gruppo". Tra i militari assoldati dai narcos, il colonnello Bahamòn Dussàn cita il maggiore Henry Villegas Lopera, "capo della sicurezza del Cartello di Medellìn, che avrebbe fornito ad Escobar le fotografie dei militari ritiratisi che, il 13 gennaio del 1988, avevano messo la bomba all’edificio Monaco di Medellìn dove viveva la sua famiglia. Grazie a queste fotografie, il Cartello di Medellìn potette assassinare il tenente (ritirato) German Espinoza e il sergente Felix Estrada Rodriquez, responsabili della sistemazione della dinamite davanti alla residenza di Escobar". L’autobiografia del colonnello fornisce un ulteriore elemento a prova della ‘guerra incrociata’ tra gli uomini di Cali e quelli di Medellìn: l’11 luglio dello stesso anno, cinque ex militari (il colonnello Oscar Mauricio Bedoya Florez, i sottufficiali Julio Narvaez, Gustavo Bedoya Herrera, Luis Jesus Caycedo e Javier Rodriquez) furono assassinati a Medellìn dopo essere giunti da Cali "per realizzare attentati contro appartenenti al cartello di questa città". La lunga catena di vendette terminò a Cali il 18 febbraio dell’‘89, con l’omicidio del maggiore Libardo Gomez Rodriquez, "responsabile della sicurezza" del Grupo Radial Colombiano, di proprietà di Gilberto Rodriguez Orejuela. La megainchiesta ‘8.000’ sul Cartello di Cali, individuava ulteriori ‘contatti’ tra militari e narcos: oltre al ministro della difesa Botero, i fratelli Rodriquez Orejuela potevano contare sul direttore della Dijin Pelaez Carmona, che in seguito alle accuse fu ‘trasferito’ all’ambasciata colombiana a Washington, o sul colonnello della polizia Luis Herbert Espana Perìa poi direttore amministrativo del Das, arrestato con l’accusa di aver ricevuto 132 milioni di pesos dai mafiosi di Cali. Nell’ambito del filone d’indagine che coinvolgeva l’altro narcotrafficante di Cali Guillelmo Ortiz Gaitàn, recentemente estradato negli Stati Uniti, si accertava il suo appoggio elettorale a favore di Ernesto Samper. "L’avvocato Ortiz Gaitàn conseguiva voti e forniva il denaro per acquistare la benzina per i veicoli della campagna al colonnello della polizia Germàn Osorio, capo della sicurezza e successivamente consigliere di fiducia del presidente Samper". Noto costruttore e proprietario di alberghi e complessi edilizi in Cali e Miami, legato ai liberali di Cundinamarca, Guillelmo Ortiz Gaitàn è un narcotrafficante noto anche in Italia: nel ’92, la Procura di Firenze emise contro di lui un mandato di cattura per traffico di cocaina e riciclaggio di denaro. Successivamente fu prosciolto dai giudici che invece condannarono il cognato Ignacio Gaitàn Candelas. Altre due indagini dei magistrati italiani hanno accertato connivenze e protezioni di settori delle forze di sicurezza colombiane con il narcotraffico. Nel novembre ’94, nell’ambito di un’inchiesta su un grosso di traffico di cocaina che dalla Colombia giungeva in Calabria al gruppo di Africo dei Morabito-Bruzzaniti-Palamara, si accertava che il corriere della ‘ndrangheta a Bogotà, l’ex prete Franco Mondellini, aveva agito con la copertura "di due alti ufficiali colombiani". L’anno successivo, un sottufficiale dei Ros dei Carabinieri, infiltratosi in un gruppo criminale di Medellìn, riferiva nel suo rapporto ai magistrati, che ad un’operazione di carico di mille chili di cocaina in un aereo diretto in Italia "partecipavano direttamente poliziotti colombiani giunti allo scalo aereo di Medellìn con due camionette della polizia"
20.Da Putumayo a Bogotà la nuova frontiera dei narcomilitari Omettere contiguità e continuità nelle relazioni corpi di sicurezza-narcos, permette al Pentagono e all’amministrazione Clinton di rilegittimare la scelta militare nella lotta alla coca e la destinazione della stramaggioranza degli ‘aiuti nordamericani’ a favore delle forze armate colombiane. Washington, così, può anche autoassolversi per i doppi e triplogiochismi interpretati in tema di lotta al narcotraffico. Sarebbe interessante conoscere il giudizio degli uomini del Pentagono sul recente rapporto della Commissione andina dei giuristi dal titolo "Situazione dei diritti umani a Putumayo", l’area considerata strategica per isolare e liquidare la resistenza dei "narcoguerriglieri" e ai cui reparti colombiani residenti è destinata la componente qualitativamente più significativa degli armamenti statunitensi. Nelle pagine del rapporto emerge che "i legami della polizia e dei militari coi narcotrafficanti nella regione sono compromessi in tutti i ranghi. Secondo le testimonianze di cittadini delle località maggiormente coinvolte e alcune inchieste giudiziarie, ufficiali di polizia e dell'esercito ricevono paghe mensili affinché permettano il libero traffico di cocaina e dei componenti chimici per la sua lavorazione". Sempre secondo la Commissione andina dei giuristi, le forze armate colombiane impegnate a Putumayo "hanno permesso il passaggio di camion carichi di etere e di acetone e il passaggio di cocaina verso Puerto Asis. Inoltre hanno partecipato all'esecuzione di rivali nei regolamenti di conti fra narcos". I giuristi segnalano inoltre come nell’area si siano moltiplicati gli ufficiali in pensione coinvolti nei traffici di stupefacenti e nell’organizzazione dei gruppi paramilitari. Uno di essi è il maggiore Mesulen Martinez, "padrone dell'Hotel Chiluinaco a Puerto Asis", legato in passato al narcotrafficante Rodrigo Gacha che "alloggiava nel medesimo hotel insieme ad alcuni mercenari stranieri che addestravano i paramilitari nel suo accampamento di El Azul". L’albergo del maggiore Martinez è stato poi distrutto durante un’incursione armata delle Farc. I problemi di ‘cattiva coscienza’, non vengono comunque solo da settori militari del paese sudamericano. Lo scorso novembre è stata arrestata nella Carolina del Nord, Laurie Hiett, moglie del colonnello James Hiett, nominato da appena un anno presso l’ambasciata Usa a Bogotà, come capo del reparto speciale di addestramento militare contro la droga. Laura Hiett è stata poi condannata a 5 anni per aver spedito più di 15 libbre di eroina (valore 700.000 dollari) dalla Colombia a New York attraverso il servizio privato della posta dell’ambasciata. Un’inchiesta dell’esercito aveva determinato l’innocenza del marito che tuttavia era ‘allontanato’ dalla Colombia. La vicenda che la stampa statunitense aveva cercato di trasformare in una nuova versione del film "La moglie del colonnello", dove l’integerrimo militare veniva rappresentato come l’ingenua vittima di una tossicodipendente che lo aveva sposato solo per interesse, sembrava destinata all’oblio, quando alcune testimonianze raccolte in sede processuale, suffragate da prove raccolte dall’ufficio doganale, determinavano il ruolo attivo del colonnello James Hiett negli affari di droga della moglie. L’ex responsabile delle operazioni anti-narcos in Colombia, figura di primo piano nella pianificazione della base strategica di Tres Esquinas per la ‘campagna antinarcoguerriglia’ nel dipartimento di Putumayo, ha dovuto così ammettere di fronte alla Corte federale di aver utilizzato il denaro ricavato dalla moglie con la vendita di eroina per pagare i conti dell’abitazione comprata negli Stati Uniti. Contro di lui è stato aperto un procedimento penale per riciclaggio di denaro e la sentenza è prevista per il prossimo 23 giugno .I grandi network di stampa e televisione, impegnati a sostenere di fronte l’opinione pubblica la necessità della crociata anti-droga in Colombia, si sono guardati bene a dare risalto ad una vicenda che avrebbe potuto incrinare la credibilità del ‘Plan Colombia’ e delle stesse forze armate statunitensi schierate nello scacchiere andino-caraibico. Lo scandalo è stato opportunamente coperto dalla stessa ambasciata Usa a Bogotà. Secondo alcuni funzionari civili e militari in forza presso il corpo diplomatico, gli ufficiali sotto le dipendenze del colonnello Hiett erano a conoscenza "dell’uso di droga da parte della moglie" sin dai tempi del loro matrimonio a Panama a fine anni ’80, quando James Hiett operava presso il quartiere generale del Comando Sud delle forze Usa. "L’informazione era stata passata direttamente all’ambasciatore Curtis Kamman, che tuttavia approvò la nomina del colonnello a comandante delle missioni antidroga in Colombia".
21. E Lo zio Sam va alla guerra con i narco-para-militari "Sono stati documentati casi dove la 3^ brigata dell’esercito di stanza a Cali, paramilitari della Accu (‘Autodefensas Campesinas de Córdoba y Urabá’), organizzazione guidata da Carlos Castano, e i trafficanti di droga si sono alleati per attaccare la guerriglia e i civili". Human Rights Watch, nel suo ultimo dossier sulla violazione dei diritti umani in Colombia, citando fonti ufficiali della Procura della nazione, ha puntato il dito contro i reparti che compongono una delle brigate di punta delle forze armate colombiane. L’elenco delle atrocità commesse dall’alleanza narcos - alti ufficiali della 3^ brigata è lungo e drammatico: la strage di Trujillo tra l’88 e il ’90, quando furono assassinati un centinaio di civili; il massacro di Riofrio, Valle del Cauca, nel ‘93, di 13 membri di una famiglia; e più recentemente, nel novembre del ’98, l’omicidio di 5 persone a Monteloro, eseguito da militari del battaglione ‘Palacé’ e del battaglione contro-guerriglia ‘Numancia’, due reparti facenti parte la 3^ brigata. Proprio a Cali, nel ‘93, si era verificata una delle vicende più inquietanti della ‘guerra sporca’ per liquidare l’opposizione di sinistra colombiana: appartenenti alle forze armate e ai servizi di sicurezza, coperti e finanziati dal Cartello locale, sequestrarono ed assassinarono 5 membri della direzione dell’organizzazione di ‘Renovaciòn Socialista’, che stavano partecipando le negoziazioni di pace con il governo di Cesar Gaviria. Human Rights Watch ha anche denunciato i legami con i narcoparamilitari di alcuni battaglioni della 4^ brigata di stanza a Medellìn. "Nel 1988, la Procura generale ha aperto un’inchiesta sulle atrocità commesse negli ultimi tre anni dai paramilitari guidati da Carlos Castano in alcune città del dipartimento di Antioquia. Gli inquirenti hanno concluso che nel gruppo paramilitare operavano sei militari attualmente in forza al battaglione ‘Girardot’ e al reparto del Genio militare ‘Pedro Nel Ospina’". Le gravi violazioni della 4^ brigata si sono verificate mentre ne ricopriva il ruolo di comandante il generale Carlos Ospina Ovalle, attualmente a capo della 20^ brigata di stanza a Florencia, Caquetà, "una delle unità che riceveranno l’assistenza militare da parte degli Stati Uniti". Il rapporto dell’importante organizzazione non governativa internazionale documenta i "continui legami" tra militari e gruppi paramilitari in altre aree della Colombia e che avrebbero coinvolto "reparti della 5^, 7^, 9^, 14^ e 17^ brigata dell’esercito. Sono stati raccolti dati sui legami con i paramilitari anche su metà delle unità facenti parte la 18^ brigata (esclusa la scuola militare)". In particolare, alcuni militari in forza alla 5^ brigata, secondo quanto accertato dall’Alto Commissariato per la pace, sarebbero tra i responsabili dell’assalto, il 26 novembre ’99, a Cerro Azul, nel municipio di San Pablo (Sud di Bolivar), quando un centinaio di ‘paramilitari’ legati al narcotrafficante Castano, dopo aver occupato il villaggio, sequestravano il leader campesino Edgar Quirofa e il suo accompagnatore Giraldo Fuentes. L’operazione del gruppo militare sarebbe stata pianificata da appartenenti al battaglione Heoes di Majagual. Alla lunga lista di brigate censite da Human Rights Watch, va aggiunta anche la 16^ con sede a Yopal, gravemente chiamata in causa lo scorso aprile dagli inquirenti colombiani dopo l’evasione dalla ‘porta principale’ della caserma centrale della brigata di Humberto Caicedo Grosso, comandante di un gruppo paramilitare legato a Carlos Castano. Per ‘favoreggiamento’ sono stati arrestati il colonnello Wiston Oswaldo Romero Cardenas, comandante del ‘Grupo Guìas del Casanare’ della 16^ brigata, il colonnello Ricardo Alberto Gomez Rodriguez, comandante della centrale d’intelligence della stessa brigata, e il capitano Jhony Ramirez Carvajal, capo dei servizi segreti del ‘Grupo Guìas’. Quest’ultimo dovrà rispondere dell’accusa di "aver favorito la creazione di gruppi paramilitari nella zona di Casanare". Con tutti questi elementi non può che essere pienamente condivisa la conclusione a cui giunge il rapporto di Human Rights Watch: "Questi reparti operano all’interno di tutte e cinque le divisioni colombiane. In altre parole il sostegno alle attività dei paramilitari rimane un fatto di dimensione nazionale ed include aree dove le unità stanno ricevendo o si prevede che ricevano l’aiuto militare Usa". Il rapporto sottolinea infine un particolare inquietante: sette degli ufficiali menzionati per gravi violazioni dei diritti umani risultano essersi graduati presso la ‘School of Americas’, l’istituzione delle forze armate statunitensi destinata alla formazione degli ufficiali sudamericani. Già operante a Panama ed oggi trasferita a Fort Benning (Georgia), la ‘School of Americas’ è universalmente nota come la ‘scuola dei golpe’, essendo stata frequentata dai peggiori dittatori del centro e sud America. Tra questi ufficiali colombiani compaiono i nomi del maggiore David Hernández Rojas e del capitano Diego Fino Rodriguez, entrambi citati anche nel ‘Rapporto sui diritti umani’ del Dipartimento di stato, indiziati dell’assassinio, il 14 marzo ‘99, di Alex Lopera, commissario per la pace in Antioquia ed ex vice ministro della gioventù. Secondo Human Rights Watch, i due ufficiali insieme ad alcuni militari del 4° battaglione anti-guerriglia avrebbero partecipato direttamente all’omicidio di Lopera e di altre due persone intervenute per impedire il sequestro della vittima. Lo stesso maggiore Rojas avrebbe suggerito ai militari cosa rispondere ai magistrati che conducevano l’inchiesta, "minacciando di uccidere chi avesse fatto riferimento a lui". Hernández Rojas, che ha partecipato ai corsi della ‘School of Americas’ due volte, l’ultima nel ’91, è riuscito a fuggire alla cattura e secondo alcuni organi di stampa colombiani starebbe oggi prestando la propria ‘consulenza’ al gruppo paramilitare delle Accu. Il rapporto dell’organizzazione non governativa cita inoltre i nomi dei maggiori Jesús María Clavijo Clavijo ed Álvaro Cortés Morillo, in forza alla 4^ brigata, che "avrebbero ripetutamente incontrato i membri dei gruppi paramilitari nelle proprie basi militari". Su Clavijo Clavijo sarebbero state raccolte testimonianze su un suo coinvolgimento negli omicidi commessi da alcuni uomini armati nel villaggio di El Carmen de Atrato, Chocò, nel febbraio ‘99. Attualmente l’ufficiale, promosso colonnello, comanda un battaglione coinvolto in alcune operazioni paramilitari di attacco contro civili nei pressi del rio Cimitarra. E’ invece finito davanti alla corte civile il colonnello Jorge Plazas Acevedo, che a capo dei servizi della 13^ brigata, avrebbe guidato una banda responsabile di una serie di sparizioni ed omicidi, tra cui quello dell’uomo d’affari israeliano Benjamin Khourari nel ’98. La lista di alti ufficiali addestrati alla ‘School of Americas’ e coinvolti in gravi violazioni dei diritti umani si conclude con i generali Del Rio Rojas (già comandante della 17^ Brigata in Urabá a metà degli anni ’90 durante le più violenti campagne paramilitari), Jaime Ernesto Canal Albán (comandante della 3^ brigata, accusato di aver fornito armi ed informazioni militari ad un gruppo ‘paramilitare’ nel sud della Colombia), e Carlos Ospina Ovalle, ex comandante della 4^ brigata, "di cui sono stati accertati continui rapporti con i paramilitari implicati in attività illegali e violazioni, e in particolare con il massacro del villaggio di El Aro". Passa senza dubbio dalla ‘School of Americas’ uno dei maggiori programmi del Pentagono di addestramento a favore delle forze armate colombiane. Il paese sudamericano è quello che ha inviato il maggior numero di ufficiali per formarsi presso la ‘prestigiosa’ istituzione militare. Oltre 10.000 militari si sono graduati alla ‘School of Americas’, 6.894 nel periodo di maggiore intensità della cosiddetta ‘guerra sucia’ in Colombia. Altri 305 militari colombiani hanno frequentato Fort Benning nel triennio 96-98. Il lavoro sulla violazione dei diritti umani stilato dall’Organizzazione mondiale contro la Tortura nel ’92, trae le conclusioni sulla qualità dei suggerimenti ricevuti dagli ‘studenti’ colombiani alla ‘School of Americas’: 124 dei 247 militari citati nel rapporto compaiono come ‘visitanti’, ‘speaker’, ‘istruttori’ o ‘benemeriti’ nell’Albo d’onore dell’istituzione, alcuni perfino dopo il loro coinvolgimento in gravi crimini contro l’umanità. Molti di questi ufficiali continuano in piena impunità a guidare reparti e comandi delle forze armate colombiane, sempre più caratterizzate dalla strenua opposizione ai valori democratici e da un forte malessere interno. Una recente inchiesta dell’Ospedale militare, ha perfino denunciato come il 57,1% dei militari in servizio attivo, presentino "disturbi mentali associati con psicosi schizofreniche, psicosi epilettica, psicosi affettiva e quadri depressivi vari con sintomi di condotta distruttiva". A queste forze armate il governo Usa, nel nome della difesa della democrazia e dei diritti umani e della lotta al flagello della droga, stanno per inviare sofisticati sistemi di morte per centinaia di miliardi di lire.
PRESENZA UFFICIALI COLOMBIANI IN ISTITUZIONI MILITARI USA
Programma 1996 1997 1998 School of Americas 139 studenti 99 studenti 67 studenti (College di addestramento per militari (15,2% del totale) (11,6% del totale (8,2% del totale) dell’America latina) Navy Small Craft and Technical Training School 13 studenti (College della Marina per militari dell’America latina) Inter-American Air Forces Academy 92 studenti 128 studenti 98 studenti (Accademia per l’addestramento di (14,6% del totale) (14,5% del totale) (10,8% del totale) militari dell’America latina) Center of Hemispheric Defense Studies (Centro Studi di sul Continente 0 0 7 studenti
(Fonte: United States, Central Intelligence Agency, The World Factbook 1999, Washington, 1999)
ALCUNI DATI SUL CONFLITTO IN COLOMBIA
Fonti: Revista Criminalidad maggio 2000, Fundaciòn Paìs Libre, Defensorìa del Pueblo, Codhes, Das ![]()
Formato per la citazione:
Antonio Mazzeo, "Il plan Colombia", terrelibere.org, 25 novembre 2000, http://www.terrelibere.it/doc/il-plan-colombia |
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||